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Il ruolo del sistema immunitario nel trattamento della parodontite apicale

Uno studio condotto presso il King’s College London ha esaminato in modo sistematico la relazione tra malattie autoimmuni e prevalenza e guarigione della parodontite apicale. La ricerca affronta un aspetto spesso trascurato nella pratica clinica: quanto incide uno stato immunitario compromesso sulla prognosi delle terapie endodontiche? Con l'intento di dare una risposta al quesito.

La parodontite apicale nei pazienti immunocompromessi

La parodontite apicale rappresenta una risposta infiammatoria cronica alla presenza di microrganismi nei canali radicolari. Nella maggior parte dei casi, il trattamento endodontico porta a una regressione completa della lesione e alla rigenerazione dei tessuti periapicali. Tuttavia, nei pazienti affetti da patologie autoimmuni – come artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico, sclerosi multipla – il quadro si complica. Questi soggetti, spesso trattati con farmaci immunosoppressori o biologici, possono manifestare una risposta alterata alla terapia canalare e tempi di guarigione più lunghi o incerti.

I dati emersi dalla letteratura

L’analisi condotta dai ricercatori del King's College London si basa su una revisione narrativa di numerosi studi clinici e sperimentali. È emerso che i pazienti con patologie autoimmuni presentano una maggiore prevalenza di lesioni apicali rispetto alla popolazione generale. Inoltre, i risultati delle terapie endodontiche in questi individui mostrano una tendenza alla guarigione più lenta e, in alcuni casi, alla recidiva della lesione. Tuttavia, gli studi disponibili sono ancora limitati, spesso eterogenei per metodo e popolazione analizzata. Nonostante ciò, si delinea una tendenza chiara che invita alla prudenza e all’individualizzazione dei trattamenti.

Implicazioni per la pratica clinica

Per il clinico, questi dati suggeriscono l’importanza di una valutazione medica approfondita nei pazienti affetti da patologie autoimmuni, soprattutto in fase diagnostica e nella pianificazione terapeutica. È raccomandabile un follow-up radiografico ravvicinato, maggiore attenzione alla detersione apicale e, se possibile, la collaborazione con specialisti in reumatologia o immunologia per adattare il timing e le modalità dell’intervento. Inoltre, una comunicazione efficace con il paziente, riguardo alle tempistiche e agli esiti possibili, diventa parte integrante del piano terapeutico.

Dallo studio alla raccomandazione

La ricerca targata KCL e pubblicata recentemente sull'International Endodontic Journal, evidenzia come, nei pazienti con malattie autoimmuni, la guarigione della parodontite apicale possa risultare più incerta o rallentata, richiedendo una gestione clinica mirata. Per queste ragioni, secondo gli autori dello studio, in questi casi l'attenzione del clinico dovrebbe essere massima.

Prevenzione e cura dedicati al bimbo-famiglia

OMI Odontoiatria Materno Infantile

OMI (Odontoiatria-Materno Infantile), attraverso l’unione di competenze e professionalità, si identifica come il primo network che aspira ad essere un punto di riferimento per la cura della salute orale del sistema bimbo-famiglia, già a partire dal periodo prenatale, per garantire le migliori pratiche di prevenzione e cura.

La sua missione è condividere etica, strategie, modalità operative, idee e prospettive per essere punto di riferimento della fascia di popolazione che più ne potrebbe avere beneficio, quella da 0 a 5 anni che è all’incirca di 3 milioni di soggetti.

OMI è un network pensato sia per gli studi che aspirino a dedicarsi in modo esclusivo al target materno-infantile, sia per strutture che desiderino ampliare la loro offerta di servizi, implementando in modo organizzato, soddisfacente e di valore il comparto materno-infantile.

Venerdì 27 giugno si terrà il quinto corso di formazione OMI nel quale si parlerà di chi è OMI e di cosa può fare nel tuo studio. Dei primi mille giorni di vita perché la prevenzione parte prima della nascita e di come prendersi cura dell’igiene orale di mamma e neonato. Dei primi 12 mesi di vita del bambino, del ciuccio - come, quando, perché e quanto – e dell’allattamento materno; di come gestire l’igiene orale– spazzolino, dentifricio e altro ancora per i primi dentini.

Nella sessione specialistica si parlerà di fluoroprofillassi in età pediatrica: dall’efficacia per applicazione topica alla presunta tossicità sistemica.

In questa occasione verrà presentato in anteprima il “Dialogo con i Pediatri in 10 punti” secondo OMI.

 

OMI Odontoiatria Materno Infantile

 

Qualche info pratica

Dove: Accademia Tecniche Nuove, Milano, via Eritrea 21

Il Corso è dedicato a tutto il team dello studio odontoiatrico e agli igienisti dentali.

Informazioni e iscrizioni:
info@odontoiatriamaternoinfantile.it oppure 02 39 090 477

 

 

 

 

Igiene orale: l’educazione personalizzata è un presidio a tutti gli effetti

igiene orale

Un recente studio, condotto presso la Sezione di Odontoiatria del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università degli Studi di Padova, ha esaminato l’efficacia comparativa tra spazzolini manuali ed elettrici nella rimozione del biofilm nei bambini. Valutando al contempo - questo il vero focus della ricerca - l’importanza delle istruzioni personalizzate fornite dal personale sanitario nell'ambito dell'igiene orale. L’indagine si inserisce nel contesto della prevenzione della carie, ancora oggi la patologia cronica più diffusa in età pediatrica.

Metodo e percorso clinico

Gli autori dello studio hanno coinvolto 55 pazienti di età compresa tra 6 e 15 anni, ai quali è stato applicato un protocollo suddiviso in tre momenti. Inizialmente i ricercatori hanno misurato l’indice PCR (Plaque Control Record) prima dello spazzolamento. In un secondo momento, ne hanno rilevato il valore dopo uno spazzolamento autonomo da parte del paziente, con spazzolino elettrico o manuale, scelto in base alle abitudini domiciliari. Infine, dopo una seduta educativa individuale, basata su istruzioni mirate e dimostrazioni pratiche, hanno effettuato un nuovo rilevamento dell’indice di placca.

Le istruzioni sono più efficaci dello strumento

Il valore medio iniziale dell’indice PCR era del 74,1%. Dopo il primo spazzolamento non guidato, il valore si è ridotto al 39%. Successivamente, dopo l’intervento educativo da parte dell’operatore, l’indice si è ulteriormente abbassato al 27%. Nonostante una tendenza favorevole per lo spazzolino elettrico, la differenza tra i due strumenti non è risultata statisticamente significativa. Ciò che ha fatto realmente la differenza è stato l’intervento formativo, capace di migliorare la qualità dello spazzolamento indipendentemente dallo strumento utilizzato.

L’approccio educativo come strumento terapeutico

Lo studio sottolinea con forza che, più del dispositivo, è il coinvolgimento attivo dell’operatore a incidere sull’efficacia dell’igiene orale nei bambini. La motivazione, l’apprendimento di tecniche corrette e la ripetizione guidata su modello hanno avuto un impatto misurabile e significativo. L’educazione personalizzata, se adattata all’età e alla destrezza del paziente, diventa un presidio clinico a tutti gli effetti.

Le conclusioni da non sottovalutare

L’importanza di educare il paziente in età evolutiva emerge come elemento cruciale nella promozione di una corretta igiene orale pediatrica. I risultati dello studio, pubblicati sull’European Journal of Paediatric Dentistry, forniscono evidenze utili per ripensare i protocolli di prevenzione e motivazione, mettendo al centro non tanto lo strumento quanto l’approccio formativo del clinico.

Endodonzia semplificata: HyFlex e la nuova sequenza OGSF spiegati a Expodental

Endodonzia semplificata iFlex

A Expodental Meeting abbiamo incontrato Coltene per scoprire le ultime novità in ambito endodontico, e ci siamo fatti raccontare tutto in un video dedicato. Guarda l'intervista per scoprire come Coltene sta semplificando l’endodonzia senza rinunciare alla performance:

 

Protagonista della nostra chiacchierata è HyFlex EDM OGSF, uno strumento endodontico che si distingue per un trattamento termico avanzato che lo rende martensitico a temperatura ambiente: una caratteristica che ne migliora le prestazioni cliniche in termini di flessibilità e controllo.

La vera innovazione è però rappresentata dalla nuova sequenza OGSF, acronimo di Opener, Glider, Shaper, Finisher: quattro passaggi semplici e intuitivi che accompagnano il clinico lungo l’intera procedura endodontica. Una sequenza pensata non solo per lo specialista, ma anche per il generalista e per chi si sta avvicinando alla pratica endodontica. L'obiettivo? Rendere accessibile una tecnica avanzata anche ai meno esperti.

Altro punto di forza di HyFlex è il processo di produzione EDM (Electrical Discharge Machining): si tratta dell’unico sistema che non utilizza mezzi meccanici tradizionali, ma l’elettroerosione. Questo metodo genera una superficie ruvida, che offre una maggiore resistenza e una migliore efficienza di taglio rispetto ad altri strumenti martensinici prodotti meccanicamente.

Infine, una curiosità tecnica: HyFlex è compatibile con qualsiasi motore endodontico, ma dà il meglio di sé con il Canal Pro Jeni, un navigatore endodontico che assiste il clinico in ogni fase del trattamento grazie a una cinematica dedicata.

Lo spessore gengivale non influisce sulla guarigione delle ferite

zuccheri parodontite

Lo spessore gengivale influenza il processo di guarigione di ferite gengivali standardizzate? La questione è di grande interesse clinico, poiché i tessuti molli perimplantari e parodontali giocano un ruolo cruciale nella stabilità e nel successo delle terapie odontoiatriche. Un gruppo di ricercatori del College of Dentistry, The Ohio State University, Columbus, OH, USA, ha condotto uno studio ad hoc per trovare una risposta a tale quesito.

Disegno dello studio

Lo studio ha coinvolto 26 volontari sani, non fumatori, suddivisi in due gruppi: soggetti con gengiva sottile (≤1 mm) e soggetti con gengiva spessa (>1 mm), misurata tramite sonda parodontale. Su ciascun partecipante è stata eseguita una ferita circolare standardizzata sulla gengiva vestibolare di un dente dell’arcata superiore. Le visite di controllo sono state effettuate nei giorni 3, 7 e 14 post-intervento.

Parametri di guarigione

I ricercatori hanno analizzato tre principali parametri: indice di guarigione clinica (Early Healing Index), grado di epitelizzazione e riduzione dell’area della ferita. Tutti i soggetti hanno mostrato una guarigione completa entro due settimane, senza complicanze. I dati hanno invece evidenziato un decorso simile tra i due gruppi, sia in termini di qualità, sia nei tempi di guarigione.

Dolore percepito

L’unica differenza riscontrata è stata di tipo soggettivo. I pazienti con spessore gengivale minore, infatti, hanno riportato un leggero aumento del dolore immediatamente dopo l’intervento, una volta svanita l’anestesia locale. Tuttavia, il fastidio è stato transitorio e non ha richiesto alcun trattamento farmacologico aggiuntivo.

Implicazioni cliniche

Secondo i ricercatori, lo spessore gengivale non rappresenta un fattore limitante nella guarigione di piccole ferite gengivali. E questo è un aspetto particolarmente utile da sapere in chirurgia parodontale e implantare, dove le variazioni individuali del biotipo potrebbero non compromettere il risultato finale in termini di cicatrizzazione dei tessuti molli.

Buone notizie per clinici e pazienti

Secondo questo studio, pubblicato su BMC Oral Health, la guarigione delle ferite gengivali avviene in modo prevedibile e indipendente dallo spessore gengivale. Questa evidenza scientifica rafforza l'affidabilità delle procedure chirurgiche minimamente invasive nei diversi biotipi gengivali. Fornendo maggiore sicurezza operativa agli odontoiatri nella pianificazione del trattamento, e ai pazienti alle prese con un trattamento chirurgico il giusto sollievo.

Il decalogo per promuovere e mantenere la salute orale del paziente anziano

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Il mantenimento della salute orale negli anziani è una sfida cruciale per garantire qualità della vita, comfort e benessere generale in una popolazione in costante invecchiamento. Con l’aumentare dell’età, infatti, la salute dentale può essere compromessa da patologie croniche, terapie farmacologiche e ridotta capacità di igiene orale autonoma.

La promozione di stili di vita sani e l’adozione di strategie preventive, terapie conservative e tecniche riabilitative moderne consentono di preservare i denti naturali il più a lungo possibile, garantendo al contempo comfort ed estetica.
Il coinvolgimento attivo dei caregiver e un approccio multidisciplinare sono essenziali per affrontare le diverse esigenze cliniche e garantire una gestione ottimale della salute orale nell’anziano.
Proponiamo a seguire un utile decalogo, estratto dal libro La prevenzione odontoiatrica nel paziente anziano di Nicolò Carugo, Rolando Crippa, Sabina Mantovani e Luigi Paglia, edito da Tecniche Nuove, che partendo dalla prevenzione delle carie grazie all'utilizzo del fluoro fino ad arrivare alle riabilitazioni protesiche complesse, si propone di offrire a odontoiatri, igienisti e caregiver indicazioni chiare e concrete su come affrontare le principali problematiche orali dei pazienti anziani, per promuovere una cura personalizzata e di qualità.

Promuovere e mantenere la salute orale del paziente anziano

1. Igiene orale quotidiana

Una corretta igiene orale è essenziale per prevenire infezioni e mantenere la salute dentale. È fondamentale educare i pazienti all'uso corretto dello spazzolino, filo interdentale e idropulsore. Per i pazienti anziani con difficoltà nella manualità, è importante il supporto di una persona di riferimento che li assista almeno una volta al giorno nell’igiene orale, assicurando una pulizia efficace e adeguata.

2. Utilizzo del fluoro per la prevenzione delle carie

Il fluoro è fondamentale per rinforzare lo smalto dentale e prevenire la carie, anche nei pazienti anziani. È importante utilizzare gel e vernici fluorate per i soggetti a rischio e promuovere l'uso regolare di dentifrici e collutori contenenti fluoro, sensibilizzando pazienti e caregiver alla costanza nell’uso.

3. Promozione della salute orale e counseling motivazionale

Gli odontoiatri possono favorire stili di vita sani sensibilizzando i pazienti su fattori di rischio come fumo, alcol e alimentazione scorretta. Il counseling motivazionale breve aiuta a supportare la cessazione del tabacco, la riduzione dell’alcol e il miglioramento della dieta, integrando la prevenzione nella pratica clinica per una salute orale ottimale.

4. Controlli periodici e monitoraggio della salute orale

Le visite odontoiatriche regolari, ogni 3-6 mesi, consentono di individuare precocemente problemi come carie e parodontiti, garantendo inoltre un’adeguata manutenzione delle protesi. Monitorare le mucose orali aiuta a prevenire patologie tumorali e infezioni, assicurando una sorveglianza continua sulla salute orale e generale del paziente.

5. Cura parodontale e prevenzione delle malattie gengivali

La cura parodontale è cruciale per prevenire la perdita di elementi dentari negli anziani. La rimozione periodica del tartaro, anche con tecniche minimamente invasive e ad alto potere decontaminante, contribuisce a mantenere i tessuti di supporto sani. È fondamentale promuovere tecniche di igiene specifiche per garantire un’adeguata pulizia e prevenire infezioni gengivali.

6. Trattamento delle carie e conservativa minimamente invasiva

La gestione della carie negli anziani deve includere misure preventive e strategie per arrestare le lesioni cariose iniziali già a livello domiciliare. In ambito ambulatoriale, è fondamentale adottare procedure minimamente invasive e utilizzare materiali da restauro biocompatibili, capaci di rilasciare ioni per limitare la comparsa e la progressione della carie secondaria, soprattutto nei pazienti con scarsa compliance alle cure domiciliari.

7. Endodonzia e trattamento dei denti compromessi

Nei pazienti anziani, l'endodonzia richiede tecniche moderne per garantire la longevità del trattamento. Utilizzare strumentazione rotante e materiali sigillanti di ultima generazione consente di preservare la funzionalità dentale, evitando l’estrazione quando possibile e garantendo il mantenimento degli elementi naturali il più a lungo possibile.

8. Riabilitazione protesica rimovibile

Le protesi rimovibili devono garantire stabilità e comfort adattandosi alla morfologia residua del paziente. È importante educare all’igiene delle protesi per evitare infezioni e infiammazioni, assicurando una buona funzionalità masticatoria e fonetica.

9. Riabilitazione protesica fissa e implanto-protesica

Le protesi fisse offrono comfort e stabilità, soprattutto se realizzate con materiali resistenti come zirconia e ceramica. L’implantologia nell’anziano deve essere attentamente pianificata, valutando le condizioni ossee e generali del paziente. In caso di difficoltà motorie, è preferibile optare per soluzioni protesiche facili da gestire, garantendo così maggiore autonomia e comfort al paziente.

10. Riabilitazioni complesse multidisciplinari

Le riabilitazioni complesse richiedono un approccio multidisciplinare tra tutti i membri del team odontoiatrico per garantire risultati funzionali ed estetici. L’impiego di tecnologie digitali nella progettazione protesica consente di ottimizzare il workflow, riducendo il numero di appuntamenti e migliorando il comfort del paziente anziano. È sempre preferibile adottare soluzioni semplici che con una corretta manutenzione non rendano difficoltosa la gestione quotidiana dell’igiene orale, per evitare che ciò che inizialmente era una scelta privilegiata alla fine si traduca in una condizione di svantaggio.

Stampa 3D e adesione protesica: maggiore resistenza anche in ambiente acido

stampa 3D protesica

Negli ultimi anni, la stampa 3D in odontoiatria ha rivoluzionato la produzione di dispositivi protesici, offrendo rapidità, precisione e personalizzazione. Tuttavia, le proprietà meccaniche di questi manufatti, in particolare la resistenza del legame tra la base protesica e i denti artificiali, restano oggetto di studio. In particolare, un aspetto ancora poco esplorato riguarda il comportamento di questi materiali in condizioni ambientali avverse, come l’esposizione agli acidi gastrici, tipica nei pazienti con reflusso gastroesofageo (GERD).

Uno studio fatto ad hoc

Una recente ricerca condotta dal Dipartimento di Odontoiatria dell’All India Institute of Medical Sciences di Jodhpur, India, ha affrontato proprio questo tema con un approccio comparativo. Lo studio ha valutato la tenuta del legame tra denti protesici e basi in resina acrilica realizzate con tre tecnologie differenti: polimerizzazione termica, fresatura CAD/CAM e stampa 3D. Inoltre, ha analizzato l’effetto dell’acido gastrico artificiale su tale legame, simulando le condizioni presenti nel cavo orale di pazienti con GERD.

Obiettivo dello studio, materiali e metodi

I ricercatori volevano determinare quale metodo di fabbricazione garantisse il miglior legame tra base e dente protesico. Inoltre, hanno valutato se l’esposizione all’acido gastrico artificiale potesse compromettere la resistenza di tale legame. Così hanno realizzato campioni protesici con tre tecniche: polimerizzazione termica, fresatura CAD/CAM, stampa 3D. I campioni sono stati immersi in una soluzione di acido gastrico simulato a 37°C per 96 ore. Successivamente, ogni campione ha subito un test di resistenza al taglio (Shear Bond Strength – SBS). I dati ottenuti sono stati analizzati con ANOVA e test Games-Howell, con livello di significatività fissato a 0,05.

Risultati

La stampa 3D ha mostrato la resistenza al taglio più elevata: a) stampa 3D: 15,08 ± 4,25 MPa; b) polimerizzazione termica: 12,90 ± 3,00 MPa; c) fresatura CAD/CAM: 6,57 ± 2,01 MPa. L’esposizione all’acido gastrico non ha ridotto in modo significativo la resistenza al legame in nessun gruppo.

Implicazioni cliniche e conclusioni

I risultati suggeriscono che la stampa 3D offre il legame più stabile tra base e dente protesico, anche in condizioni acide. Questo rende la tecnologia particolarmente adatta per pazienti affetti da reflusso gastroesofageo (GERD), nei quali la protesi può essere esposta frequentemente a pH acidi. La tecnologia additiva 3D rappresenta dunque una valida alternativa alle tecniche convenzionali nella protesi dentaria. E lo studio in questione, pubblicato su Scientific Reports, rivista del gruppo Nature, ne dà una valida conferma.

Apnea ostruttiva del sonno, come sta evolvedo la ricerca sugli apparecchi orali

OSAS adulto e bambino
Sleep apnea syndrome. Labeled nasal tongue blocked airway, 3D animation

L’uso degli apparecchi orali per il trattamento dell'apnea ostruttiva del sonno (OSA) rappresenta una strategia terapeutica non invasiva sempre più diffusa in odontoiatria del sonno. Per comprendere lo stato dell’arte e le direzioni future della ricerca in questo campo, un gruppo di studiosi del Royal North Shore Hospital e dell’Università di Sydney ha condotto un’analisi bibliometrica approfondita.

Obiettivo dello studio

L’obiettivo dei ricercatori era mappare la produzione scientifica internazionale riguardante gli apparecchi orali per OSA. Gli autori hanno identificato i principali centri di ricerca, i ricercatori più influenti, ma anche le parole chiave ricorrenti e le aree emergenti, fornendo così una panoramica completa dell’evoluzione nel tempo.

Metodologia e risultati

La ricerca si è basata sull’analisi dei dati raccolti dal database Scopus. Gli autori hanno dunque selezionato gli articoli mediante il software Rayyan per poi analizzarli con i programmi VOS viewer™ e Bibliometrix. Questi strumenti hanno permesso di visualizzare graficamente le reti di collaborazione, le co-citazioni tra autori e l’emergere di nuovi temi nella letteratura. Rispetto ai 1370 articoli inizialmente individuati, i ricercatori ne hanno inclusi 753 nell’analisi finale. I dati evidenziano una crescita costante delle pubblicazioni, in particolare dopo il 2010. Tra i ricercatori più citati figurano Paul A. Cistulli, Olivier M. Vanderveken e Alan A. Lowe. I centri di ricerca più produttivi sono risultati l'Università della British Columbia, l'Università di Sydney e la Royal North Shore Hospital. Stati Uniti e Giappone, invece, dominano per numero di pubblicazioni e citazioni.

Tendenze emergenti

Le parole chiave più frequenti sono “obstructive sleep apnea”, “mandibular advancement device” e “oral appliance”. Tuttavia, l’analisi evidenzia anche lacune nella ricerca, in particolare su dispositivi come gli apparecchi di ritenzione linguale e le soluzioni ibride. Questi ambiti rappresentano un potenziale terreno di sviluppo per la progettazione di nuove terapie.

Conclusioni

Lo studio dimostra che il campo degli apparecchi orali per il trattamento dell'apnea ostruttiva del sonno è in rapida evoluzione. L’analisi bibliometrica permette di orientare futuri sforzi di ricerca verso aree poco esplorate, con l’obiettivo di migliorare l’efficacia clinica e la compliance del paziente. E proprio in quest'ottica, la presente ricerca, pubblicata su BDJ Open, fornisce uno strumento utile per specialisti, ricercatori e clinici che operano in ambito odontoiatrico e respiratorio.

Con l’alendronato topico la chirurgia parodontale è più efficace

Terapia parodontale di supporto

La terapia chirurgica parodontale mira alla rigenerazione dei tessuti parodontali nei pazienti con difetti intraossei o di forcazione. Negli ultimi anni, l'interesse per l'impiego di agenti farmacologici adiuvanti in questo ambito è cresciuto notevolmente. Tra questi, l’alendronato topico sta emergendo come un'opzione promettente per migliorare gli esiti clinici del trattamento chirurgico. Come dimostra una ricerca condotta presso il Dipartimento di Odontoiatria dell'All India Institute of Medical Sciences, Jodhpur, India.

Meccanismo e applicazione dell'alendronato

L’alendronato è un bifosfonato noto per le sue proprietà anti-riassorbimento osseo. Applicato localmente nel sito chirurgico, agisce inibendo l’attività osteoclastica e promuovendo un ambiente favorevole alla rigenerazione del tessuto osseo. A differenza dell’assunzione sistemica, l’applicazione topica consente di massimizzare l’effetto terapeutico minimizzando i potenziali effetti collaterali.

Evidenze scientifiche a supporto

Una recente revisione sistematica con meta-analisi condotta da un gruppo di rcercatori indiani ha valutato l’efficacia dell’alendronato topico associato alla chirurgia parodontale per il trattamento dei difetti intraossei e delle forcazioni. Lo studio ha incluso nove studi clinici randomizzati, di cui sei sono stati sottoposti ad analisi quantitativa. I risultati indicano che l’aggiunta di alendronato topico determina un miglioramento statisticamente significativo in tre parametri fondamentali: riduzione della profondità di sondaggio parodontale (PPD) con una differenza media standardizzata (DMS) di 1,06 mm; riduzione della profondità del difetto osseo (DD) con una DMS di 1,10 mm; miglioramento del livello di attacco clinico (CAL) con una DMS di 1,03 mm.

Considerazioni cliniche

Nonostante i risultati incoraggianti, gli autori sottolineano che la certezza delle evidenze rimane da bassa a molto bassa, a causa di limiti metodologici e dell’eterogeneità degli studi. Tuttavia, l’alendronato topico rappresenta una strategia interessante, soprattutto nei casi in cui si desidera potenziare gli effetti rigenerativi della chirurgia parodontale senza ricorrere a interventi più complessi o costosi.

Conclusioni

L’impiego dell’alendronato topico come coadiuvante nella chirurgia parodontale potrebbe dunque aprire nuove prospettive terapeutiche nella gestione dei difetti intraossei e delle forcazioni. Tuttavia, sottolineano gli autori dello studio, pubblicato su Evidence-Based Dentistry, saranno però necessari ulteriori studi clinici, ben strutturati, per confermare l’efficacia e la sicurezza di questa nuova modalità d’uso dell'alendronato.

Laser ad erbio: versatilità e sicurezza

laser ad erbio

Con l’acronimo L.A.S.E.R. (Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation cioè amplificazione della luce per emissione stimolata di radiazioni) si indica una tipologia di dispositivi in grado di produrre radiazioni elettromagnetiche con specifiche caratteristiche di direzionalità e monocromaticità, attraverso l’amplificazione di una sorgente. Da qui il termine “laser”, che indica un dispositivo in grado di emettere, oltre alle radiazioni visibili dall’occhio umano, radiazioni ultraviolette e infrarosse. La caratteristica della radiazione emessa dal laser è di essere monocromatica, cioè caratterizzata da una ben precisa frequenza e lunghezza d’onda. Esistono diverse tipologie di laser con differenti lunghezze d’onda, affinità verso differenti tessuti e diverse indicazioni. Possiamo distinguere laser dedicati ai tessuti molli (diodi, neodimio, CO2), con lunghezze d’onda e affinità cromofora che li rendono attivi per tessuti ad alto contenuto di emoglobina e melanina (gengiva e mucosa), e laser con affinità per tessuti duri ad alto contenuto di acqua (smalto e dentina) grazie a una lunghezza d’onda che corrisponde al picco di massimo assorbimento di tale lunghezza d’onda nell’acqua (laser ad erbio).

Fisica del laser ER-YAG

Nei laser a stato solido o YAG laser, di cui il laser ad erbio fa parte, il materiale attivo è costituito da barrette di vetro o monocristalli “drogati” con atomi: gli atomi danno vita all’emissione stimolata, mentre il vetro o il cristallo funzionano come materiale ospitante. Tutti i laser a stato solido utilizzano come mezzo attivo un cristallo di granato di alluminio e ittrio (YAG), ma si differenziano per gli elementi con cui questi cristalli vengono “drogati”: il neodimio (Nd-YAG), l’olmio (HO-YAG) e l’erbio (Er-YAG). Poiché ciascuno di questi elementi ha un diverso sistema di elettroni, il tipo di laser che li sfrutta sarà caratterizzato da una lunghezza d’onda differente. La maggior parte dei laser a stato solido può lavorare in regime continuo, con potenze nell’ordine delle decine di watt, o pulsato, con impulsi dell’ordine di nanosecondi.

Il laser Er-Yag lavora sui tessuti duri e molli in assenza di carbonizzazione, tagliando in modo netto e atraumatico, in totale assenza di vibrazioni.

In merito agli effetti della luce laser sui tessuti dentali, i tessuti duri in particolare, i fattori da considerare includono la specifica lunghezza d’onda, la densità energetica, la durata dell’impulso della radiazione e le proprietà del tessuto con cui la luce interagisce. Tali proprietà includono assorbimento, trasmissione, scattering e riflessione dell’energia del laser. Il meccanismo di pompaggio ottico è costituito da una lampada flash che fa lavorare la macchina esclusivamente in regime pulsato. La lunghezza d’onda della radiazione laser è di 2,94 mm; ha la caratteristica di essere assorbita molto bene dall’acqua e, quindi, di lavorare bene sui tessuti biologici che la contengono. La radiazione ha alta affinità per collagene e idrossiapatite, elemento che spiega la sua capacità di lavoro su smalto, dentina e osso.

La radiazione lavora in modo pulsato e la durata di ogni singolo impulso varia tra i microsecondi e i nanosecondi. In campo odontostomatologico si utilizzano frequenze oscillanti tra i 10 e i 20 Hz con frequenze di ripetizione dell’impulso tra i 2 ed i 60 Hz dato che, nei tessuti, il picco di assorbimento per questa lunghezza d’onda è posseduto dall’acqua (3000 nm). Con il laser ad erbio si possono ottenere ablazioni nei tessuti dentali e nell’osso. Quando il raggio laser è focalizzato sul dente, lo strato superficiale della struttura dentale, con l’acqua contenuta, viene velocemente riscaldato. L’acqua si vaporizza quasi istantaneamente e il vapore generato determina un aumento di volume del tessuto irradiato. Questa espansione vince la resistenza dei cristalli delle strutture dentali, che si fratturano. L’eiezione esplosiva dei detriti generati dall’erosione inizia poco tempo dopo l’inizio dell’irradiazione e dura fino a che la potenza scende. L’assorbimento da parte dell’acqua fa sì che l’energia fornita sia subito sfruttata dal tessuto bersaglio con ridotta penetrazione tissutale. Il fatto che la profondità di asportazione del tessuto sia dell’ordine di centinaia di micron e la diffusione di energia in profondità praticamente nulla consente il perfetto controllo dell’operatività. Il risultato è tanto più soddisfacente quanto più alta è la concentrazione d’acqua nel tessuto trattato; è possibile lavorare anche sullo smalto nonostante l'alta mineralizzazione, ma più lentamente.

I laser ad erbio sono dotati di spray d’acqua che accompagna l’emissione del raggio, con il duplice scopo di raffreddare e di apportare substrato su cui questa specifica lunghezza d’onda possa lavorare. Una caratteristica del laser ad erbio è il suono che emette quando è in uso sui tessuti dentali: uno scoppiettìo che ricorda il rumore dei popcorn noto come effetto fotoacustico, ossia un’onda d’urto molto rapida che si crea quando l’energia del laser si dissipa con la microesplosione delle molecole di acqua legate all’idrossiapatite. La tonalità e la risonanza di questa onda sonora variano a seconda della presenza o dell’assenza di carie nel dente trattato. Il laser ad erbio ha anche effetto battericida: la lunghezza d’onda è assorbita dall’acqua contenuta nelle cellule batteriche, che vanno incontro alla stessa vaporizzazione che interessa i tessuti duri. La distruzione dei batteri è uno dei vantaggi legati all’utilizzo del laser sui tessuti duri e molli.

Esistono laser ad erbio diversi per la lunghezza d’onda di emissione. Più la lunghezza d’onda di emissione sarà vicina alla lunghezza d’onda di assorbimento dell’acqua, migliore sarà l’azione di ablazione sul tessuto e minore il surriscaldamento. Il laser ad erbio è stato definito laser freddo proprio per il ridotto riscaldamento che produce.

La conduzione della radiazione laser può avvenire con diverse modalità:
  • fibre ottiche (a base di zafiro o fluoruri); tale sistema di conduzione offre vantaggi legati alla maneggevolezza e alla semplicità d’uso, ma dà svantaggi in quanto più delicato, costoso e di inferiore efficacia clinica per le perdite di energia che la radiazione subisce;
  • fibra cava;
  • braccio meccanico articolato (la radiazione si conduce lungo una serie di specchi presenti al suo interno). Tale sistema ha meccanica complessa ma elevata efficienza di trasmissione e le potenze necessarie per un corretto effetto ablativo sono inferiori rispetto all’uso di fibre ottiche o cave. Può essere utilizzato con duplice modalità: con manipolo a contatto (il laser viene condotto sino a una punta di zefiro sintetico, spesso fornita come intercambiabile, con cui si può agire con precisione sul tessuto da trattare, e che si adatta su manipoli di semplice utilizzo specie in conservativa e nella piccola chirurgia orale ablativa) e con manipolo non a contatto (la maneggevolezza è inferiore e maggiori sono le difficoltà d’uso, per cui è necessaria una maggior esperienza clinica.

La sostituzione del braccio articolato dei primi laser con il cordone morbido è stato fondamentale per l’uso odontoiatrico e ha favorito la diffusione del laser come nostro strumento di lavoro. Bisogna però sapere che la riflessione del raggio nel cordone cala nel tempo fino a richiederne la sostituzione con una spesa non indifferente. I manipoli possono essere dritti o angolati. Il manipolo dritto facilita il trattamento dei tessuti molli, quello angolato è impiegato nel trattamento dei tessuti duri. Tali macchinari non possono essere paragonati per velocità ed efficacia ablativa agli strumenti rotanti, ma offrono minor dolorabilità, minor rumore durante l’esecuzione dei trattamenti e possibilità di utilizzo senza anestetico. In conservativa, il laser ad erbio si avvicina sempre più a costituire un’apparecchiatura sostitutiva di turbina e micromotore, mentre in chirurgia dei tessuti molli permette di effettuare tagli molto precisi, ma con scarsa emostasi.

 

Applicazioni cliniche

Conservativa

L’ErCr: YSGG (2780 nm) e l’Er: YAG (2940 nm) hanno lunghezze d’onda ben assorbite da acqua e idrossiapatite contenute nei tessuti dentali; offrono impiego sicuro nelle preparazioni di cavità e diversi vantaggi in odontoiatria restaurativa:

  • precisione;
  • ablazione selettiva delle lesioni cariose;
  • minore conduttività termica verso la polpa;
  • ridotti danni collaterali che potrebbero derivare da strumentazione rotante;
  • assenza di vibrazioni;
  • minore necessità di ricorrere ad anestetici.

L’utilizzo del laser non è scevro da effetti collaterali; deve fornire energia di valore sufficiente a produrre un cambiamento del tessuto senza danni indesiderati come quelli derivanti dalla conduzione di calore in eccesso ai tessuti circostanti. Perciò è indispensabile stabilire un tasso di interazione commisurato a un lasso di tempo clinicamente accettabile in termini di tempo totale necessario per ogni procedura.

Il tasso e la velocità di ablazione dei tessuti duri dentali dipendono da:

  • energia prodotta dal laser;
  • lunghezza d’onda utilizzata;
  • durata e forma dell’impulso;
  • frequenza di pulsazioni in un secondo;
  • densità di potenza;
  • tempo di rilassamento termico che si conferisce al tessuto;
  • modalità di trasmissione del raggio.

La velocità di ablazione è influenzata anche da fluorizzazione del tessuto, presenza di prodotti di ablazione e angolo di incidenza del raggio rispetto al dente: per massimizzare la velocità di ablazione bisogna indirizzare il raggio in modo che risulti parallelo all’asse dei prismi dello smalto, al fine di accedere ai fluidi organici interprismatici con più alto contenuto di acqua. L’ablazione tessutale è più efficiente e il trasferimento di calore è minimo quando la durata dell’impulso è corta e la potenza di picco è elevata. L’uso di curette taglienti o escavatori manuali per rimuovere la carie più grossolana può ridurre l’uso del laser a un arco di tempo accettabile. La profondità di ablazione dipende dall’energia utilizzata per impulso e dal numero di impulsi impostati. Per evitare cracks o modifiche strutturali, la punta non deve toccare la superficie, né eccessi di energia devono essere applicati (Iaria et al., 2011). Quando sono utilizzate fluences (densità di energia per area irradiata) relativamente alte è possibile che la luce laser venga assorbita dai minerali, il che si traduce in ablazione e/o modifiche strutturali della componente minerale.

Molti fattori possono interferire con il valore di potenza consigliata per l’ablazione laser di tessuti duri dentali.

Con le lunghezze d’onda dei laser ad erbio la soglia di ablazione dello smalto risulta essere nel range di 12-20 Joule/cm² e per la dentina, 8-14 Joule/cm². Usando una modalità di emissione pulsata, ciò potrebbe equivalere a circa 150-250 mJ/impulso.

È necessario seguire le linee guida d’utilizzo per stabilire i protocolli di trattamento più adeguati. È fondamentale l’uso dello spray integrato, perché l’uso di getti d’acqua spray contestuali all’emissione di raggi laser permette di lavorare sui tessuti duri con aumenti termici inferiori ai 5 °C. Inoltre, previene l’accumulo di detriti sul fondo della cavità che potrebbe portare a danni pulpari da conduzione termica. In letteratura si è discusso sugli effetti derivanti dall’uso di potenze eccessive, sull’accumulo di prodotti di ablazione sul fondo cavitario che causano danni termici ai tessuti irradiati e a quelli circostanti e la rimozione di tali prodotti per mezzo di un getto d’acqua coassiale. L’irradiazione di smalto e dentina da parte dei laser ErCr: YSGG ed Er: YAG si traduce in una superficie con micro-cavità che, oltre ad aumentare la superficie di adesione, può predisporre alla ritenzione ideale per le resine composite.

La scelta di nano-compositi o compositi micro-riempiti è fondamentale per ripristinare la cavità preparata dal laser. Se la profondità del restauro lo permette, si consiglia di utilizzare prima uno strato di composito fluido e poi resine composite. Per lo stesso motivo non è consigliabile l’uso di laser per l’approntamento di cavità per intarsi che prevedono ampie cavità con superfici lisce e preangolate: in questi casi l’uso del laser va limitato alla rimozione di tessuto carioso e alla decontaminazione delle superfici, mentre il disegno di cavità deve essere affidato a frese specifiche.
Molti studi si sono occupati della possibilità di mordenzare lo smalto con laser ad erbio anziché con acido ortofosforico. L’irradiazione con laser ad erbio produce una superficie simile a quella preparata con l’uso di acido ortofosforico, ma priva di smear layer.
Mentre nella dentina le superfici prodotte dal laser Er: YAG sono abbastanza simili a quelle convenzionalmente preparate, nello smalto le superfici risultanti richiedono una finitura ed è obbligatorio l’uso dell’acido per ottenere un legame con valori equivalenti di resistenza.
Il condizionamento per smalto e dentina è fortemente consigliabile prima dell’applicazione dei vari sistemi di bonding. Diverso è il discorso per la fissazione degli attacchi ortodontici: la mordenzatura laser può significativamente ridurre la probabilità di formazione di white spot conseguenti a bandaggio ortodontico (Faizee et al., 2022).

 

Endodonzia

Nelle patologie pulpari e periapicali, il principale fattore patogenetico è l’invasione del sistema canalare radicolare da parte di microrganismi patogeni. Il trattamento canalare è il metodo più efficace per controllare l’infezione, promuovere la guarigione periapicale ed eliminare il rischio di reinfezione mediante le sue tre fasi: sagomatura, disinfezione e otturazione del canale radicolare.

La sagomatura del canale radicolare è di solito eseguita con strumenti manuali e rotanti. Lo smear layer prodotto deve essere rimosso dalle pareti del canale anche perché i batteri in esso contenuti possono mettere a repentaglio il buon esito della terapia (Violich et al., 2010). Nello sviluppo del laser si è visto che esso era in grado di sagomare le pareti del canale radicolare aprendo i tubuli dentinali e di rimuovere lo smear layer in virtù della sua capacità di vaporizzare i tessuti duri dentali e ablare i tessuti circostanti. Studi in vitro hanno dimostrato che con il laser Er:YAG questo processo avviene molto bene se la punta del laser è molto vicina alla dentina, e che è possibile ridurre la formazione di alterazioni dentinali che predispongono a fratture radicolari (Kokuzawa et al., 2012).

Nel corso della terapia canalare l’irrigazione ha un ruolo fondamentale nel controllare l’infezione. È consuetudine utilizzare una siringa con ago per rimuovere detriti e biofilm, seppure non si possano ignorare limitazioni legate alla difficoltà di standardizzare e controllare la procedura oltre alla difficoltà di penetrazione dell’irrigante in canali anatomicamente irregolari (Robberecht et al., 2023). Per superare tali limitazioni sono state sviluppate tecniche quali attivazione con ultrasuoni, attivazione sonica e attivazione laser (Galler et al., 2019).

L’irrigazione laser attivata si basa sull’effetto che la punta della fibra ha sull’irrigante: nella soluzione irrigante si formano piccole bolle di cavitazione che generano un flusso verticale veloce in grado di far muovere in senso verticale i contenuti del canale.
Con tale movimento rapido e continuo, i residui attaccati alle pareti del canale si staccano e possono essere portati fuori con il lavaggio (Swimberghe et al., 2022). Evoluzione dell’irrigazione laser attivata sono la Photon-Induced Photoacustic Streaming (PIPS) e la Shock Wave-Enhanced Emission Photoacustic Streaming (SWEEPS).
Nella SWEEPS, quando la bolla di cavitazione inizia a collassare, un nuovo impulso viene trasmesso, generando una seconda bolla di cavitazione. Questa accelera il collasso della prima, generando un collasso violento ed emissione di un’onda d’urto.

Il collasso delle bolle di cavitazione secondarie in prossimità delle pareti del canale genera altre onde d’urto, con distacco dei detriti dalle pareti
(Lukac et al., 2018).

Uno studio ha dimostrato che la quantità di detriti rimasti nel canale dopo SWEEPS effettuati con speciali punte (600) per laser ER:YAG 2940 nm era inferiore a quella presente dopo irrigazione attivata con ultrasuoni o dopo PIPS con punte 600/9 soprattutto in presenza di anatomie canalari complesse quali gli istmi (Yang et al., 2020). Neppure il biofilm riesce a essere completamente eliminato dal sistema canalare, da nessuna di queste procedure adiuvanti (Liu et al., 2022). Non va dimenticato che l’irrigazione laser attivata ha limitazioni dovute all’aumento del rischio di estrusione apicale. L’estrusione apicale di detriti, tessuto pulpare, irriganti, batteri e loro bioprodotti è una delle cause di infiammazione e dolore post trattamento canalare, che può ritardare la guarigione dei tessuti periapicali. Studi hanno dimostrato che l’irrigazione attivata con laser Er:YAG o con laser Nd:YAP causa maggior estrusione di detriti se comparata con la semplice irrigazione con ago (Arslan et al., 2018). In contrasto con la terapia canalare, le terapie della polpa vitale, quali incappucciamento pulpare e pulpotomia, sono opzioni terapeutiche che, in caso di esposizioni pulpari dovute a lesioni cariose, offrono minor invasività e tasso di guarigione superiore.

In caso di esposizione pulpare, l’utilizzo di irradiazione laser può accelerare la formazione della matrice fibrosa e del ponte di dentina e può promuovere, nei tessuti pulpari esposti, l’espressione di lectine e collageni, con conseguente guarigione della ferita pulpare.

Per l’incappucciamento pulpare la tecnica deve essere effettuata con basse potenze, senza spray d’acqua, ma con il solo raffreddamento ad aria. La punta deve toccare la superficie per pochi istanti.

Nella pulpotomia convenzionale l’operatore, amputata la porzione coronale infetta della polpa con una fresa a rosetta a bassa velocità, la rimuove mediante un escavatore. Dopo aver lavato e asciugato la camera pulpare, posiziona al suo interno un batuffolo di cotone imbevuto di solfato ferrico, di formocreosolo o di un altro agente coagulativo. L’utilizzo del laser può contribuire alla procedura, completata l’emostasi, abladendo la polpa camerale fino all’imbocco dei canali e favorendo la coagulazione e la guarigione della polpa.

Il successo della pulpotomia dei denti decidui può essere influenzato dall’uso del laser.
Per affrontare le sfide della gestione del comportamento dei piccoli pazienti durante le cure odontoiatriche, il laser è stato introdotto sia per il poco rumore che emette sia per il contatto ridotto tra dente e apparecchiatura, elementi molto interessanti per un pedodontista.
In uno studio che valuta gli effetti di un laser Er-YAG utilizzato per pulpotomie di denti decidui interessati da carie profonde, la punta del laser è stata posizionata a 1 mm di distanza dal tessuto pulpare dell’imbocco del canale per effettuare l’irradiazione.
A differenza di quanto accade se si utilizza la fresa a rosetta a bassa velocità, il laser Er-YAG ha dimostrato garantire emostasi più rapida, ridotto tempo di trattamento e migliore efficacia clinica durante il follow-up a lungo termine (Wang et al., 2022).

Ipersensibilità dentinale

L’irradiazione laser è una terapia non invasiva, utilizzabile in combinazione con i classici interventi desensibilizzanti. La tecnica si esegue senza l’uso contemporaneo dello spray d’acqua e senza che la punta del laser sia direttamente a contatto con il dente.
Il laser va utilizzato per un breve periodo, con bassa potenza: l’impostazione prevede poche pulsazioni al secondo, il che equivale a periodi di rilassamento termico più lunghi; anche l’energia espressa in mJ deve essere contenuta. Uno studio ha dimostrato che, in presenza di ipersensibilità dentinale, il laser può promuovere l’occlusione dei tubuli dentinali con un’alterazione di superficie o ridurre la sensibilità attraverso coagulazione proteica (Asnaashari et al., 2012).

Tessuti molli

Il processo di rimozione dei tessuti molli con laser ad erbio consiste in una rasatura o planing del tessuto, che differisce dal processo di ablazione degli strati profondi del tessuto tipico dei laser dedicati ai tessuti molli (Bornstein et al., 2003). La profondità di penetrazione del laser ad erbio, con pulsazione di 200/400 microsecondi, è tra 5 e 40 mm; la penetrazione di un laser a diodo arriva a 500 mm o più.
È possibile utilizzare il laser ad erbio per eseguire:

  • gengivectomie;
  • gengivoplastiche;
  • frenulectomie;
  • vestiboloplastiche;
  • procedure escissionali;
  • allungamenti coronali;
  • incisioni e drenaggi;
  • esposizione di impianti;
  • trattamento di afte;
  • rimozione di pigmentazioni melaniche.

L’operatore deve porre attenzione a non danneggiare strutture anatomiche adiacenti quali osso, cemento o dentina per cui il laser ha affinità (Stabholtz et al., 2003).

Pedodonzia

La pedodonzia è un ambito dove il laser Er:YAG trova la massima indicazione.
La mancanza del rumore tipico della turbina o della vibrazione di un micromotore ottimizza la compliance del piccolo paziente. Il laser ad erbio ha una sonorità molto particolare, che nulla ha a che fare con il rumore degli strumenti rotanti meccanici tradizionali.
La preparazione di cavità viene effettuata senza contatto, ponendo la punta a circa un millimetro dalla superficie dentale. Ciò attenua la stimolazione meccanica che potrebbe risultare fastidiosa per il bambino, dando luogo a minor invasività e minore azione tattile.
Inoltre il laser induce spiccata analgesia: attenuando la percezione dolorosa, riduce la necessità di effettuare un'anestesia locale e rende il trattamento meno invasivo.

Parodontologia

Il laser ad erbio può essere una valida alternativa terapeutica per la levigatura radicolare perché in grado di abladere il tartaro senza provocare importanti effetti collaterali di tipo termico sui tessuti adiacenti.
Data la sua specificità per i tessuti duri, avremo un coinvolgimento non solo del tartaro ma anche di dentina, cemento, osso e tessuti circostanti.
La quantità di cemento asportato è sovrapponibile a quella asportata da strumenti manuali o da ablatori a ultrasuoni.
L’effetto battericida di questo laser in parodontologia si rivela utilissimo anche nel trattamento di parodontiti e perimplantiti.

 

Take home message
  • Il laser ad erbio permette di intervenire in modo preciso sui tessuti duri (smalto, dentina, osso) e, in determinate modalità, sui tessuti molli, come alternativa efficace agli strumenti tradizionali.
  • Consente un approccio minimamente invasivo. La sua azione ablativa si basa sulla vaporizzazione istantanea dell’acqua contenuta nei tessuti, che genera micro-esplosioni controllate con pochissimo trasferimento termico. Ciò riduce vibrazioni, dolore e, spesso, la necessità di anestesia, migliorando il comfort del paziente.
  • È utile in molti ambiti odontoiatrici: in conservativa per la preparazione di cavità con ablazione selettiva della carie e per migliorare l’adesione dei restauri. In endodonzia per l’attivazione dell’irrigazione (con tecniche come PIPS e SWEEPS) per una pulizia più efficace del canale radicolare. Nelle terapie pulpari e di desensibilizzazione per favorire la coagulazione, la guarigione e l’occlusione dei tubuli dentinali. In chirurgia per interventi di gengivectomia, frenectomia e levigatura radicolare.
  • Il successo del trattamento laser dipende dall’uso corretto dei parametri tecnici e dal rispetto delle linee guida del produttore, per garantire un’efficace ablazione senza danneggiare i tessuti circostanti.

Cinque minuti con Annamaria Genovesi. La prevenzione batte la cura… o no?

Annamaria gENOVESI
Luigi Paglia
Luigi Paglia, direttore scientifico de Il Dentista Moderno

L’igienista dentale sta conquistando sempre più autonomia e come succede in altre professioni sanitarie tende a vedersi riconosciute maggiori competenze e possibilità d’azione.
Diagnosi e visita odontoiatrica devono certamente restare in capo agli odontoiatri, ma l’igienista ha competenze in fatto di igiene dentale e sulla prevenzione odontoiatrica e deve quindi, a mio avviso, operare a pieno titolo su questi temi all’interno del team odontoiatrico.
Uno degli aspetti più innovativi e promettenti nella prevenzione odontoiatrica e che più mi appassiona è infatti il potenziale ruolo dell’intero team odontoiatrico nella promozione della salute generale, che permetterebbe di inserire i nostri studi a pieno titolo nel filone della promozione di corretti stili di vita.
Il counselling motivazionale breve potrebbe essere uno strumento efficace per sensibilizzare i nostri pazienti sugli stili di vita a rischio, come il fumo di tabacco, il consumo di alcol, l’obesità e la sedentarietà.
L’odontoiatra e l’igienista dentale si trovano infatti in una posizione particolarmente favorevole all’impiego di questa strategia motivazionale: durante la visita, l’operatore ha l’opportunità di individuare i comportamenti a rischio del proprio paziente, anche mediante la somministrazione di specifici test, come il Fagerström o l’Audit, per valutare il grado di dipendenza da fumo o alcol. Il paziente nel setting odontoiatrico si trova in una condizione di ascolto quasi “obbligata” e in un contesto ideale per trasmettere messaggi chiave sulla prevenzione. (Provare per credere!).
Promuovere una cultura della salute all’interno dei nostri studi non è certo un progetto facile, ma certamente darebbe un grande valore aggiunto a tutta la nostra attività, rendendoci maggiormente credibili anche come odontoiatri.
Per questo è fondamentale che gli operatori di tutto il team odontoiatrico, igienista in testa, siano in grado di poter garantire un approccio preventivo basato sulle migliori evidenze disponibili con grande vantaggio per la nostra attività clinica.
Ne parliamo con Annamaria Genovesi, igienista storica che tutti conosciamo, che grazie alla sua esperienza internazionale sull’argomento riassume e ri-disegna il ruolo dell’igienista dentale nel futuro dei nostri studi.

Buona lettura!

 

 

 

 

Annamaria Genovesi
Annamaria Genovesi, Igienista Istituto Stomatologico Toscano
Quali sono, a tuo avviso, i principi cardine per una sana collaborazione tra odontoiatra e igienista dentale?

Non v’è dubbio che le due figure siano oggi complementari, ovvero rappresentino due diverse professionalità, che si integrano nel fornire al paziente un atto sanitario. Persino la legge oggi consente e ratifica la realizzazione di Società fra Professionisti per un esercizio congiunto. Ovviamente ciascuno nel rispetto delle relative competenze.

Ritieni che la figura dell’igienista dentale sia ben presente nella società e che l’utente che si rivolge a uno studio odontoiatrico ne riconosca e ne richieda la presenza?

Nel corso degli ultimi trent’anni credo che l’igienista dentale, grazie alla profonda preparazione che caratterizza l’igiene dentale italiana, si sia imposta all’attenzione della quasi totalità dei pazienti, che oggi richiedono espressamente le nostre prestazioni soprattutto in campi come quello della malattia parodontale, la cui terapia è oggi portata avanti prevalentemente dalla figura dell’igienista.

Pensi che sia valorizzata abbastanza all’interno del team odontoiatrico? Quali i futuri campi possibili di collaborazione?

L’igienista dentale è la figura che sviluppa all’interno del team odontoiatrico una quantità e una qualità di “dialogo” con il paziente; questo potrebbe essere sfruttato per veicolare una quantità sempre più ampia di informazioni e messaggi di prevenzione, ad esempio con la tecnica del counseling motivazionale, ben riconosciuta come efficace dalla comunità scientifica internazionale e utile per indirizzare i pazienti dello studio odontoiatrico verso corretti stili di vita.

Quale ritieni sia stato il cambiamento più importante nel profilo professionale dell’igienista dentale dall’inizio della tua carriera ad oggi?

Certamente lo sviluppo di una specifica e specialistica professionalità, e sottolineo specialistica, che la rende, di fatto una figura irrinunciabile del team.

Cosa auspichi possa avvenire nei prossimi anni che contribuisca ad elevare ancora di più la figura professionale dell’igienista dentale?

Credo che il futuro dell’igiene dentale richieda l’affermazione della disciplina con piena dignità scientifica e clinica. In realtà lo sforzo di noi igienisti dovrà indirizzarsi a conquistare una assoluta autorevolezza anche nel mondo della ricerca relativa alla nostra disciplina.

In futuro, quali ausili/terapie un igienista dentale avrà a disposizione per migliorare qualitativamente la sua professione?

Sono certa che la “nostra” ricerca potrà portare all’evoluzione di strumenti e procedure sempre più evoluti e performanti e insieme ai nuovi mezzi di comunicazione potrà migliorare notevolmente la qualità della prevenzione all’interno degli studi odontoiatrici.

La robotica abbinata all’intelligenza artificiale potrà sostituire/migliorare/facilitare il lavoro dell'igienista dentale?

Vorrei disporre di una palla di vetro. Tuttavia, l’AI impatta e impatterà sempre più in campo odontoiatrico e anche l’Igienista dentale potrà fruire di questi supporti soprattutto nel charting e nello screening delle patologie di nostra competenza. Sarà tuttavia fondamentale mantenere il controllo dell’uomo su tali processi.
Sarebbe bello, ad esempio, che la tecnologia ci potesse aiutare a far sì che gli studi odontoiatrici diventino centri promotori di corretti stili di vita, mettendoli al centro di un sistema virtuoso che promuova benessere e salute dei pazienti a 360°.

 

 

 

Salute orale e disabilità, un binomio da riconsiderare

Le persone con disabilità intellettiva o disturbi dello sviluppo mostrano un rischio significativamente maggiore di sviluppare patologie orali, come carie, gengiviti e parodontiti. Questa vulnerabilità deriva da molteplici fattori, tra cui la ridotta capacità di mantenere una corretta igiene orale, difficoltà motorie, barriere comunicative e una limitata autonomia. Tuttavia, spesso a ostacolare una gestione efficace della salute orale sono anche carenze riscontrabili nella formazione degli operatori sanitari e difficoltà nell’accesso alle cure. Un’analisi pubblicata su Nederlands Tijdschrift voor Tandheelkunde (Kalf-Scholte et al., 2025) ha messo in evidenza come la mancanza di conoscenze specifiche da parte dei professionisti dell’assistenza primaria rappresenti uno dei principali ostacoli alla presa in carico odontoiatrica delle persone con disabilità. Ma non è la sola, perché anche un altro recente studio ha messo in luce difficoltà simili.

Le strategie più efficaci

Una revisione sistematica pubblicata sulla rivista Special Care in Dentistry (Irwina Alwin & Ragavane, 2025) ha analizzato 11 studi clinici condotti tra il 2013 e il 2023 per valutare l’efficacia di vari interventi nel miglioramento della salute orale di bambini con disabilità intellettiva. Le evidenze mostrano le migliori strategie. Lo spazzolamento supervisionato, per esempio, ma anche l’applicazione topica del fluoro e l’impiego di particolari spazzolini sono efficaci. Come la formazione dei caregiver che offre risultati significativi nella riduzione della carie e delle infiammazioni gengivali. In particolare, l’educazione del personale di supporto familiare e scolastico si è rivelata cruciale per garantire costanza e qualità nell’igiene quotidiana. L’intervento combinato di prevenzione e supporto educativo si configura quindi come la via più efficace per contrastare l’insorgenza delle malattie orali in questo gruppo.

Linee guida per aiutare i dentisti

Lo studio olandese propone anche linee guida pratiche per i professionisti dell’odontoiatria generale: dalla continuità delle cure alla necessità di programmi personalizzati di prevenzione e monitoraggio, fino alla formazione specifica in ambito comunicativo e relazionale. Queste indicazioni forniscono un quadro utile per orientare la pratica clinica verso un approccio più inclusivo e competente. Il dentista ha un ruolo centrale nel ridurre il divario assistenziale, contribuendo non solo al trattamento, ma anche all’educazione di famiglie e caregiver. Riconsiderare il binomio tra salute orale e disabilità significa riconoscere che la cura della bocca è parte integrante della qualità della vita e del benessere globale della persona, indipendentemente dal grado delle sue abilità.

Estrazione di radice e preservazione alveolare con metodica chirurgica “Fill & Seal”

Autori

Domenico Patarino 
Odontoiatra, libero professionista a Busto Arsizio (VA)

Luana Patarino
Odontoiatra, libera professionista a Busto Arsizio (VA)

Corrispondenza: domenico.patarino@gmail.com

 

Abstract

Gli Autori utilizzano una metodica esclusiva di preservazione dei volumi osseo-connettivali in presenza di elementi dentari non recuperabili, quindi da estrarre.
Il protocollo chirurgico si definisce Fill & Seal perché l’alveolo estrattivo viene completamente riempito con i granuli di sostituto osseo eterologo e la parte coronale viene sigillata con più strati di membrana di derivazione dermica. A distanza di alcuni mesi il paziente viene sottoposto ad un intervento di inserimento implantare differito.
Questa metodica di ridge preservation ha evidenziato con prove istologiche un’alta prevedibilità di formazione di un connettivo sopracrestale spesso e denso e di tessuto osseo neoformato con caratteristiche di osso maturo.
Nel case report presentato, dopo l’estrazione dell’elemento fratturato 4.5 e l’intervento di preservazione alveolare, all’atto dell’inserzione dell’impianto differito, il tessuto osseo di neoformazione ha addirittura oltrepassato il bone housing dell’alveolo originario, dimostrando così le potenzialità rigenerative del protocollo chirurgico Fill & Seal.

Root extraction and alveolar preservation with “Fill & Seal” surgical method

The Authors use an exclusive method of preserving bone-connective volumes in the presence of non-recoverable dental elements, therefore requiring extraction.
The surgical protocol is defined as “Fill & Seal” because the extraction socket is filled with granules of heterologous bone substitute and the coronal part is sealed with multiple layers of dermal-derived membrane. After a few months, the patient undergoes a deferred implant insertion operation.
This Ridge Preservation method has highlighted with histological evidence a high predictability of the formation of a thick and dense supracrestal connective tissue and newly formed bone tissue with characteristics of the mature bone.
In the Case Report presented, after the extraction of the fractured element 4.5 and the alveolar preservation operation, upon insertion of the deferred implant, the newly formed bone tissue even went beyond the Bone Housing of the original alveolus, demonstrating thus the regenerative potential of the “Fill & Seal” surgical protocol.

Il recupero biologico dell’alveolo in seguito a un’estrazione dentale è stato indagato prima su modelli animali (1) e in seguito sull’uomo (2). Nel corso degli anni fino ad oggi, migliaia di articoli (più di 3.000 indicizzati su Pubmed) concordano nell’indicare che le procedure di preservazione del tessuto della cresta alveolare siano prevedibili per ottenere il mantenimento del volume osseo-connettivale dopo l’estrazione del dente (2, 3, 4).
L’inserimento differito di un impianto permette un posizionamento protesicamente guidato, assicurando un volume osseo adeguato e la presenza di tessuti molli sopracrestali spessi e densi, elementi che contribuiscono alla stabilità nel tempo dell’osso crestale.

Fondamenti biologici della guarigione dell’alveolo dopo l’estrazione

La ragione principale del cambiamento dimensionale post-estrattivo dell’alveolo risiede nella scomparsa del bundle bone o osso fascicolato (Figura 1).

Dopo l’estrazione di un dente, l’osso fascicolato non riceve più nutrimento dal legamento parodontale e viene quindi riassorbito nel giro di circa otto settimane, con un processo di rimodellamento fisiologico.
Indipendentemente dal tipo di procedura chirurgica utilizzata, il bundle bone viene sempre riassorbito; anche il posizionamento di un impianto post-estrattivo immediato non ne impedisce il riassorbimento, portando sempre a un marcato riassorbimento osseo soprattutto a livello vestibolare.

Il ruolo delle tecniche di preservazione della cresta nella prevedibilità dell’impianto

La guarigione spontanea dell’alveolo post-estrattivo comporta sempre una contrazione volumetrica verticale e orizzontale (1), situazione che può portare a evidenti problemi funzionali e/o estetici con deiscenza ossea o recessione dei tessuti gengivali che renderanno più difficoltoso il posizionamento di un impianto differito, costringendo il chirurgo ad adottare metodiche di rigenerazione ossea con maggiore morbilità per il paziente.
Le metodiche di preservazione dell'alveolo post-estrattivo compensano il fisiologico riassorbimento che avviene dopo l'estrazione.
La tecnica di ridge preservation prevede l’inserimento di un biomateriale osseo a lento riassorbimento protetto da una membrana barriera volutamente esposta, il cui razionale biologico verrà descritto nei paragrafi successivi.

La tecnica “Open Healing”

Nel 2012 Cardaropoli D et al. pubblicarono un RCT (randomized control trial) su alveoli preservati dopo l'estrazione dentaria e alveoli con guarigione spontanea (8).
Lo studio prevedeva il riempimento dell’alveolo, nei siti test, con biomateriale osseo collagenato e una membrana in collagene volutamente esposta al cavo orale. Questa tecnica induce una guarigione aperta, “Open Healing”, che da allora è stata la metodica di riferimento per numerosi altri protocolli di ridge preservation.
Negli ultimi tre anni gli Autori hanno modificato la tecnica “Open Healing” inizialmente pubblicata da Cardaropoli D. nel 2012, inserendo più strati di membrana dermica acellulare di natura eterologa per sigillare l’alveolo, con lo scopo di isolare il biomateriale osseo dal cavo orale e contemporaneamente migliorare la qualità e lo spessore dei tessuti epitelio-connettivali durante il periodo di guarigione (9, 10). La preservazione dell’altezza del tessuto connettivo perimplantare è importante poiché contribuisce a mantenere la stabilità dell’osso crestale (13, 14) e a diminuire la possibile infiammazione perimplantare (15, 16, 17).
Una mucosa spessa nel punto in cui gli impianti fuoriescono dal cavo buccale è fondamentale per l’estetica dell’impianto e la preservazione nel tempo dell’osso perimplantare (18).

Materiali e metodi

Protocollo di estrazione e preservazione dei volumi alveolari

Il protocollo chirurgico per la preservazione dell’alveolo post-estrattivo è originale degli Autori e prevede due fasi operative.
La tecnica è denominata Fill and Seal (F&S) perché nella prima parte si procede al riempimento completo ed omogeneo dell’alveolo con particolato osseo eterologo, che presenta un pattern di rimodellamento tissutale simile all’osso naturale.
Segue la sigillatura della parte coronale dell’alveolo con una membrana di derivazione dermica che oltre che avere effetto barriera induce la formazione di uno spesso strato epitelio-connettivale nella cresta preservata.
La formazione di tessuto connettivale sopracrestale, spesso e denso, è ampiamente riconosciuta dalla letteratura più recente come indispensabile per la preservazione nel tempo dell’osso crestale sottostante e migliora la prevedibilità della riabilitazione implanto-protesica (18).
Di recente l’Autore ha pubblicato una ricerca clinica con prelievi istologici su otto casi di ridge preservation (25). Sono stati prelevati campioni osseo-connettivali che sono stati refertati dal Patologo dr. Paolo Spina del reparto di Patologia dell’Ospedale Cantonale di Locarno (CH).
I referti istologici sono stati simili in tutti i campioni esaminati: materiale costituito da mucosa squamocellulare senza atipie significative, con sottostante tessuto connettivo con moderata fibrosi, interposto con tessuto stromale comprensivo di vasi capillari e tessuto osseo con apposizione di lamelle di matrice osteoide comprendenti occasionali osteoblasti (attribuibili probabilmente a tessuto osseo neoformato) adiacenti a tessuto osseo mineralizzato (attribuibili a osso nativo ) (Figura 2).

preservazione alveolare
2. Prelievo osseo connettivale dopo ridge preservation con tecnica Fill & Seal

 

Anche se si tratta di una coorte piccola, l’uniformità dei risultati istologici e la valutazione di “osso neoformato” e “osso nativo” , cioè tessuto osseo con un grado di maturazione non distinguibile dall’osso nativo del paziente, sono indicative della prevedibilità rigenerativa della tecnica Fill & Seal.

Caso clinico

Paziente maschio, 61 anni, non fumatore, ASA 1

Marzo 2022: estrazione elemento 4.5 e contestuale preservazione dei volumi osseo-connettivali.
Il paziente si presenta alla nostra osservazione con l’elemento dentale 4.5 fratturato in senso verticale.
La situazione clinica appare essere la seguente: 4.5 elemento di ponte protesico con 4.6 in estensione, presenza di fistola vestibolare, sondaggio di 7 mm mesiale a radice di 4.5  fratturata con fuoriuscita ematica e purulenta (Figure 3-4).

 

preservazione alveolare
3. Elemento 4.5 con frattura verticale
4. Sondaggio di 7 mm in corrispondenza della frattura dentale

 

Dopo terapia causale del quadrante inferiore destro e miglioramento della situazione parodontale, si procede alla rimozione delle corone protesiche 4.5 e 4.6.
Si evidenzia chiaramente la frattura radicolare corono-apicale dell'elemento 4.5 (Figure 5-6).

5. Dente 4.5 dopo terapia causale
6. Si apprezza la frattura della radice dentale

Si procede pertanto all’estrazione della radice senza esecuzione di lembo muco-periosteo e nel modo più atraumatico possibile.

Estrazione con elevazione del lembo vs estrazione senza lembo

Il rialzo di un lembo, a spessore totale o parziale, consente di avere una migliore visione del campo chirurgico e può essere fondamentale, ad esempio, per l’estrazione di una radice profondamente fratturata.
I dati in letteratura indicano una perdita media di 0,4 mm di tessuto osseo nel caso di lembo a spessore parziale e di 1 mm nel caso di rialzo di lembo a tutto spessore. Ciò può avere un impatto significativo nel caso di corticale ossee vestibolari sottili.
Nobuto et al. nel 200521 hanno dimostrato come l’insufficienza circolatoria conseguente al sollevamento del lembo causasse ipossia a livello del periostio, aumento dell’attività osteoclastica e conseguente riassorbimento dell’osso alveolare.
L’atraumaticità richiesta alla tecnica estrattiva deve quindi prevedere, nel maggior numero di casi possibile, una tecnica flapless.
Dopo l’estrazione dentaria si procede a debridement completo dell’alveolo dal tessuto infiammatorio, eseguito solo con strumenti manuali, courettage del margine gengivale con fresa diamantata per rimuovere lo strato epiteliale interno e garantire un maggiore apporto di sangue all’innesto (Figura 7).

7. Debridement dell’alveolo 4.5 dopo estrazione dentaria

Si effettua un bone mapping con la sonda parodontale per valutare la perdita di sostanza ossea della parete vestibolare. L’entità del difetto osseo è di circa 8 mm in senso corono-apicale per 5 mm in senso mesio-distale.
In caso di frattura radicolare verticale è frequente il riscontro di deficit osseo della parete alveolare vestibolare causato dal biofilm batterico presente nella discontinuità radicolare.
Il protocollo chirurgico nella ridge preservation con una parete ossea non integra prevede l’inserimento di una membrana riassorbibile in collagene (NeoGen® Flex) all’interno dell’alveolo in maniera che faccia da barriera per le cellule epiteliali a mitosi veloce e nello stesso tempo impedisca la dislocazione vestibolare del particolato osseo eterologo innestato nell’ alveolo (Figura 8).

8. Membrana all’interno dell’alveolo
Preservazione del volume alveolare con tecnica “Fill & Seal”

Riempimento dell’alveolo post-estrattivo: inserimento di granuli di particolato osseo per riempire in modo omogeneo l’alveolo post-estrattivo fino al livello della cresta ossea residua22, 23. Il particolato osseo viene idratato con soluzione salina almeno 15 minuti prima dell’inserimento nell’alveolo. Due, tre minuti prima dell’inserimento nella cavità, alcune gocce di sangue del paziente vengono aggiunte al particolato osseo per impregnare i granuli (prima fase, riempimento dell’alveolo post-estrattivo: FILL).
Sigillatura dell’alveolo post-estrattivo: sigillatura dell’alveolo con due strati di NeoGen® Collagen Firm, sagomati per adattarsi alla forma dell’alveolo e sovrapposti uno sull’altro per coprire perfettamente l’innesto osseo sottostante (Figura 9).

9. Inserimento di particolato osseo in modo da riempire omogeneamente l'alveolo post estrattivo fino al livello della cresta ossea residua. Sigillatura dell'alveolo con due strati di membrana sovrapposti in modo da chiudere perfettamente ogni gap dell'innesto osseo sottostante

La completa sigillatura dell’alveolo viene perfezionata mediante la sutura Hidden X24 dei bordi gengivali dell’alveolo in modo che si introflettano sulla membrana dermica.
Coronalmente alla Firm viene inserita una medicazione al collagene Neogen Foam a protezione del sigillo dermico (seconda fase, sigillatura dell’alveolo post-estrattivo: SEAL) (Figure 10-11).

10. Protezione della parte crestale dell'alveolo post-estrattivo con medicazione di collagene. Sutura Hidden X
11. Radiografia dopo la preservazione alveolare

Dopo la rimozione della sutura normalmente si procede con un piano di mantenimento parodontale e di controllo sino a completa integrazione del graft osseo, ma il paziente, a soli 25 giorni dall’intervento di preservazione alveolare in posizione 4.5, richiede l’inserimento di un impianto in posizione 4.6.
Questa situazione, anche se non prevista dal piano di trattamento iniziale, consente di valutare clinicamente a cielo aperto il pattern di guarigione ossea e connettivale nel primo mese dopo l’intervento rigenerativo post-estrattivo (Figura 12).

12. Situazione clinica dopo 25 giorni dalla ridge preservation in 4.5

Dopo aver inciso un lembo mucoperiosteo senza incisioni di scarico verticali, si vede la zona oggetto di estrazione omogeneamente riempita da tessuto osteoide in fase di maturazione.
Una gran parte della membrana riassorbibile posta all’interno dell’alveolo è ancora ben evidente e adesa al tessuto in fase di maturazione.
Viene inserito un impianto osteointegrato Neoss Edge 5.0 x 9 mm in posizione 4.6 (Figure 13-14).

13. Situazione vestibolare dopo apertura di lembo muco-periosteo
14. Situazione occlusale dopo apertura di lembo muco-periosteo. La membrana è adesa ai piani sottostanti

Prima di procedere con la sutura del lembo viene posizionata una membrana riassorbibile in collagene NeoGen® Flex per consentire la stabilizzazione dell’osso crestale e una miglior maturazione del particolato in fase di integrazione ossea. Si esegue una sutura a punti staccati (Figure 15-17).

15. Membrana riassorbibile in collagene a protezione dell’osso crestale
16. Sutura a punti staccati
17. Impianto 5.0x9 mm con ISQ di 80

 

Dopo sei mesi dall’intervento di preservazione alveolare si inserisce un impianto differito in posizione 4.5.
Dopo esecuzione di lembo mucoperiosteo con una incisione di prolungamento mesiale a preservazione papillare, si osserva la presenza di tessuto osseo compatto in posizione premolare.
La corticale vestibolare e crestale non è ancora completamente formata, ma la visione in senso occlusale mostra come il tessuto osseo, che è ancora in fase di mineralizzazione, sia oltre il limite del bone housing dell’alveolo originario.
Si è ottenuta una preservazione del volume osseo oltre il 100% (Figure 18-19).

18. Tessuto osseo rigenerato in posizione 4.5 dopo 6 mesi da intervento Fill & Seal
19. La visione occlusale mostra tessuto osseo neoformato oltre il limite del bone housing

Il tunnel implantare è molto vascolarizzato. Viene inserito un impianto Neoss Tapered 4,5x11 mm, bone level, con torque di inserimento di 60 Ncm e ISQ 75 (Figure 20-22).

20. Impianto 4.5x11 mm con torque di inserimento di 60 Ncm e ISQ di 75
21. Impianto 4x11 mm in visione occlusale
22. Rx dopo inserimento implantare in posizione 4.5

 

Dopo ulteriori quattro mesi si può procedere con l’ultima fase chirurgica di scopertura delle due fixture e di inserimento di abutment definitivi personalizzati.
Dopo l’apertura del lembo di accesso si evidenzia tessuto osseo corticalizzato anche nella zona vestibolare e crestale di 4.5. La visione occlusale consente di apprezzare la ricrescita ossea coronale alla vite tappo della fixture in 4.5 e del tessuto osseo vestibolare rispetto al bone housing. La misurazione ISQ di 4.5 restituisce l’alto valore di 86 (Figure 23-24).

23. Corticale vestibolare e crestale completamente formata
24. Tessuto osseo coronale alla vite tappo e vestibolare al volume alveolare pre-estrattivo

Vengono inseriti due abutment protesici in titanio personalizzati con tecnica di preparazione verticale e una matrice eterologa di natura dermica (Osteobiol® Derma 2 mm) viene inserita a ponte sui due abutment per consentire di avere maggior tessuto cheratinizzato perimplantare. La sutura a punti staccati lascerà guarire una parte della matrice dermica per seconda intenzione (Figure 25-26).

25. Abutment in titanio preparati con tecnica verticale
26. Matrice dermica inserita tra i due abutment e lasciata guarire per seconda intenzione

Dopo circa sei settimane si è formata una ampia banda di tessuto cheratinizzato perimplantare che facilita una adeguata igiene orale e da protezione al tessuto osseo sottostante (Figure 27-28).

27. tessuto cheratinizzato tra i due abutment
28. Abutment in titanio prima della cementazione dei manufatti protesici definitivi

Vengono cementate due corone in zirconio stratificato (Figura 29). Il controllo clinico e radiografico dopo 18 mesi mostra la buona risposta dei tessuti gengivali e la stabilità ossea perimplantare (Figure 30-31).

29. Corone protesiche in zirconio stratificato dopo la cementazione
30. Rx di controllo a 18 mesi dalla cementazione
31. Corone protesiche dopo 18 mesi di follow-up

 

Discussione

Tecniche di ridge preservation a lembo aperto o flapless

L’evidenza scientifica è concorde nell’indicare come le metodiche di preservazione del volume alveolare post-estrattivo possano compensare la fisiologica contrazione ossea e connettivale del sito edentulo.
Negli ultimi 20 anni sono state proposte numerose tecniche chirurgiche che possono avvalersi o meno di:

  • materiali da innesto autologhi, allogenici (FDBA and DFDBA), xenogenici (bovino or suino), alloplastici (hydroxyapatite, tricalcium phosphate, bioactive glass);
  • concentrati piastrinici, fattori di crescita;
  • membrane riassorbibili o non riassorbibili;
  • lamina corticale;
  • matrici dermiche;
  • innesti connettivali.

Le tecniche di preservazione crestale possono essere effettuate con o senza sollevamento di un lembo mucoperiosteo.
Ciò che accomuna tutte le tecniche è la necessità di effettuare l’estrazione in maniera meno traumatica possibile, in modo da preservare l’alveolo postestrattivo e di garantire la stabilità del coagulo.
In una revisione sistematica del 2009 di Darby et al.26, sono stati valutati nove diversi metodi di ridge preservation: tutte prevedevano il sollevamento di un lembo. Dalle conclusioni dello studio emergeva anche che la chiusura per prima intenzione non era necessaria al successo della tecnica, dato che i risultati tra i diversi metodi erano sovrapponibili.
Nel 2012 Cardaropoli et al.8 pubblicarono una RCT in cui la preservazione dell’alveolo postestrattivo veniva effettuata con tecnica flapless e con inserimento di biomateriale osseo collagenato coperto da una membrana in collagene intenzionalmente esposta. La tecnica di guarigione Open Healing diede il via allo sviluppo di molte altre metodiche di preservazione alveolare senza sollevamento di lembo e quindi con minor traumaticità biologica.

Nel 2014 Tarnow27 ha ideato una tecnica di ridge preservation senza sollevamento di lembo nota come ice cream cone technique, letteralmente “tecnica del cono gelato”.
La tecnica venne utilizzata per la gestione di alveoli postestrattivi in cui la parete ossea vestibolare non era integra. Essa si avvale di una membrana riassorbibile in collagene ripiegata a formare un cono e inserita nell’alveolo post-estrattivo, in cui viene successivamente posto un innesto di FDBA. Barone et al. nel 201428 avevano mostrato come la procedura flapless, confrontata con una tecnica con sollevamento di un lembo a tutto spessore, portasse a una riduzione del riassorbimento osseo soprattutto in senso orizzontale.

Confronto operativo tra le principali tecniche di ridge preservation

Da un punto di vista esclusivamente pratico gli Autori hanno riassunto schematicamente i protocolli flapless più utilizzati per la ridge preservation dell’alveolo post estrattivo:

  • inserimento di biomateriale osseo a lento riassorbimento e membrana riassorbibile in collagene esposta (A);
  • inserimento di biomateriale osseo a lento riassorbimento e membrana non riassorbibile in d-PTFE esposta (B);
  • inserimento di solo biomateriale osseo a lento riassorbimento e guarigione per seconda intenzione (C);
  • inserimento di biomateriale osseo a lento riassorbimento e connettivo prelevato dal palato o dal tuber (D);
  • inserimento di biomateriale osseo a lento riassorbimento e matrice dermica Mucograft® (E);
  • inserimento di biomateriale osseo a lento riassorbimento e matrice dermica Derma® (F);
  • inserimento di biomateriale osseo a lento riassorbimento e matrice dermica Mucoderm® (G);
  • inserimento di biomateriale osseo a pattern di riassorbimento simile all’osso umano e vari strati di membrana di derivazione dermica, matrice in collagene a protezione crestale (tecnica Fill & Seal) (H).

A livello di operatività clinica la Tabella 1 riassume le analogie e le differenze tra le varie tecniche chirurgiche.

L’inserimento di un impianto differito avviene spesso con tecnica flapless oppure a minima invasività chirurgica, in tessuto cheratinizzato e con volumi ossei congrui per assicurare nel tempo la stabilità dell’osso crestale perimplantare.
Qualora vi sia una frattura verticale del dente o della radice da estrarre, il fronte di avanzamento della lisi ossea, conseguente alla presenza dei batteri all’interno della rima di frattura, può portare a perdita anche di ampie porzioni della corticale alveolare vestibolare, data la sua sottigliezza. Le necessità rigenerative in questi casi diventano più complesse arrivando a tecniche tipiche della GBR.

Vantaggi della tecnica “Fill & Seal”

Il protocollo chirurgico Fill & Seal è una evoluzione della tecnica Open Healing pubblicata nel 2012 da D. Cardaropoli e soddisfa il principio PASS per la prevedibilità della rigenerazione ossea (20).
La guarigione aperta della parte crestale alveolare porta alla formazione di tessuto cheratinizzato e la naturale posizione del margine gengivale rimane intatta.
La membrana di origine dermica intenzionalmente esposta contribuisce alla formazione di uno strato di connettivo sopracrestale denso e spesso (valutato anche da prelievi istologici) (25).
Il sigillo del biomateriale eterologo all’interno delle pareti alveolari induce un microambiente favorevole ai processi di guarigione e neoformazione ossea.
Nel caso di un alveolo dentario con mancata integrità della parete ossea vestibolare la gestione è più semplice della tecnica di Tarnow del 201427 in quanto è semplicemente necessario inserire un ritaglio di membrana riassorbibile in collagene in maniera da adattarsi alle pareti ossee residue.
Nel caso presentato l’opportunità di avere effettuato un rientro chirurgico a un mese dall’estrazione della radice di 4.5 ha permesso la visione diretta nell’umano del pattern di guarigione indotto dalla tecnica nelle prime settimane.
I successivi rientri chirurgici a sei e 10 mesi hanno consentito di valutare come la rigenerazione tissutale di tutta la componente ossea midollare e successivamente della componente corticale fosse addirittura in esubero rispetto al volume alveolare originale pre-estrattivo.
L’impianto differito è stato inserito in una situazione biologicamente positiva per la prevedibilità nel tempo della riabilitazione protesica implanto supportata.

 

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Federico Ferraris. In restaurativa si vince con il rispetto dei protocolli

Federico Ferraris

L’odontoiatria è in continua evoluzione, tra nuovi materiali, tecniche adesive e strumenti digitali sempre più sofisticati. Ma è davvero tutto oro quello che luccica? In questa intervista un clinico di fama internazionale chiarisce i limiti di alcune tecniche oggi molto in voga e spiega perché, alla fine, la chiave del successo resta sempre la stessa: conoscenza, corretta esecuzione dei protocolli e attenzione ai dettagli.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un continuo miglioramento dei materiali adesivi e dei compositi. Quali sono i limiti attuali e quali sviluppi possiamo aspettarci nel prossimo futuro?

Adesivi e compositi sono ormai sempre più affidabili. Per la verità non ho ancora testato materiali che si possano definire novità rivoluzionarie, ma è certamente in atto una tendenza volta a semplificare l’utilizzo e a ottimizzare la resa del colore delle diverse masse. C’è inoltre una grande attenzione all’aspetto biologico, al miglioramento delle proprietà meccanico-fisiche dei materiali e agli aspetti che favoriscono l’aumento della resistenza dei restauri.
Se proprio vogliamo, uno dei limiti attuali, rispetto alle ceramiche, riguarda il mantenimento della stabilità della superficie. Tuttavia, con i compositi possiamo ottenere risultati che fino a qualche decennio fa erano impensabili.

Esistono ancora controversie sulla scelta tra tecnica adesiva diretta e indiretta in termini di longevità e predicibilità dei restauri?

In un restauro totalmente basato sull’interfaccia adesiva, che sia una quarta classe senza ritenzioni oppure un intarsio o una faccetta, è fondamentale eseguire bene l’adesione. Con le conoscenze che abbiamo acquisito su questa tecnica, il timore che le macro-ritenzioni non siano durevoli è del tutto infondato. Quando sfruttiamo un substrato costituito da smalto naturale, otteniamo una stabilità e una potenziale longevità straordinarie, ma per ottenere questo risultato è essenziale seguire protocolli corretti e saper sfruttare al massimo lo smalto disponibile.
Il limite, infatti, non risiede tanto nei materiali, bensì nel modo in cui li utilizziamo: bisogna evitare le scorciatoie procedurali che, nel lungo periodo, non pagano.

L’uso di matrici sezionali è ormai diffuso. Ci sono ancora margini di miglioramento?

L’evoluzione delle tecniche conservative dirette ha spronato il mercato alla ricerca di continue innovazioni, che sono puntualmente arrivate. Forse ora siamo in una fase in cui più che altro si continuano a migliorare singoli aspetti e dettagli, che però non cambiano strategicamente quanto è già a nostra disposizione. Come clinico, non mi farei troppo suggestionare dall’idea che, se non possiedo l’ultimo modello aggiornato a sei mesi fa, io non possa eseguire un buon restauro. Le performance attuali sono già di alto livello.

Con l’avvento delle tecniche minimamente invasive, fino a che punto possiamo spingerci nel preservare la struttura dentale senza compromettere la resistenza del restauro?

Qualsiasi restauro minimamente invasivo può garantire resistenze anche molto elevate. Oggi possiamo essere molto più conservativi rispetto al passato, senza compromettere la durata e la tenuta del risultato. Nei restauri diretti, la preservazione è quasi totale: non è più necessario effettuare preparazioni invasive perché si rimuove solo la porzione di tessuto strettamente indispensabile. Nel caso delle tecniche indirette, quando si tratta il dente è necessario avere determinate garanzie, come il tipo di substrato disponibile. Se abbiamo smalto, la resistenza risulterà elevatissima anche con spessori molto piccoli. Per quanto riguarda le faccette è necessario sapere che la tanto da alcuni invocata tecnica no-prep può sì consentire di spingersi fino al massimo della preservazione, ma solo in casi specifici, con denti che abbiano determinate caratteristiche e sempre rispettando gli spazi, altrimenti si possono avere problemi.

I restauri ultra-sottili in ceramica e composito sono sempre più comuni. Quali indicazioni devono avere per essere realmente efficaci?

I restauri ultra-sottili richiedono una attenta progettazione. È fondamentale calibrare gli spessori, che possono essere ridotti, ma non necessariamente sottilissimi. Con una progettazione adeguata, si può ottenere un range di sicurezza tra 0,5 millimetri e un millimetro di spessore, assicurando una affidabilità elevatissima. Spessori inferiori richiedono invece una valutazione più cauta, che si basa sul tipo di occlusione del paziente, sul carico che il dente riceverà, sul substrato disponibile e anche sulla tipologia di materiale adesivo utilizzato.
La vera domanda è: abbiamo davvero bisogno di eseguire restauri da 0,2-0,3 millimetri? La mia risposta da clinico è: no. Spesso non è necessario scendere a spessori così ridotti. Mi capita di proporre restauri che rimangono nel range di un millimetro: nella maggior parte dei casi lo si può considerare uno spessore di tutta tranquillità, che non danneggia il dente e non rappresenta un overtreatment.
La tendenza, oggi diffusa, di eseguire a tutti i costi un restauro minimo a volte non ha una vera indicazione clinica: lo si fa perché è di moda.
In sintesi, per un restauro con carico funzionale importante in un paziente parafunzionale o per modificare il colore del dente, uno spessore di 0,3 millimetri non è indicato. Può esserlo solo se ho una struttura integra e il restauro è volto esclusivamente a cambiare la morfologia del dente.

Quali sono i principali fattori che influenzano la durata di un restauro e come possiamo migliorare i protocolli per garantire la massima longevità?

I fattori per il successo sono la selezione del materiale, il substrato e la polimerizzazione. Nei restauri diretti non si deve sottovalutare l’importanza di una buona polimerizzazione e, nel dubbio, è sempre meglio sovra polimerizzare. Nei restauri indiretti, valgono gli stessi principi: scegliere il materiale giusto, promuovere una corretta adesione e sfruttare al massimo lo smalto disponibile.

I materiali bioattivi stanno guadagnando sempre più attenzione. Quale futuro in odontoiatria conservativa?

I bioattivi sono la vera avanguardia dei materiali restaurativi. Non solo possiedono caratteristiche meccaniche e fisiche in continuo miglioramento, ma anche l’aspetto biologico è stato implementato. Arriveremo al punto in cui non ci sarà più bisogno di precisare che stiamo utilizzando un bioattivo, perché diventerà la routine quotidiana.

Il concetto di biomimetismo sta guidando molte innovazioni nei materiali restaurativi. Quanto è davvero possibile riprodurre la complessità della struttura dentale con i materiali attuali?

Oggi si dedica molto impegno al tentativo di replicare in modo assoluto le strutture dei tessuti dentari per forma, volumi e dimensioni, ma questo spesso non porta ai risultati desiderati, perché i materiali restaurativi hanno caratteristiche diverse da quelle del dente naturale. Per agire correttamente occorre conoscere bene i materiali, ma anche accettare che, pur utilizzandoli, non si possa sempre ottenere la bioemulazione desiderata e nemmeno la replica biologica dei tessuti duri. Questa ricerca della bioemulazione ha comunque portato a una maggiore comprensione dei materiali e delle loro potenzialità, e questo ha favorito una spinta positiva al miglioramento. Un esempio su tutti: spesso si cerca di realizzare restauri in composito nel settore anteriore concentrandosi sullo spessore e sulla forma del dente, quando poi di fatto uno smalto composito ha un rendimento cromatico e di luminosità diverso rispetto a quello dello smalto naturale. Per una resa ottimale bisogna applicare tecniche di compensazione, stratificare e avere una buona conoscenza dei materiali e dei protocolli. L’abilità dell’operatore è ancora una variabile molto importante, ma solo conoscendo le regole comportamentali dei materiali possiamo ottenere il massimo beneficio e il migliore dei risultati. Spesso si pensa che il dentista che riesce a realizzare soluzioni ricercate abbia un talento innato, quando invece il segreto del suo successo e del buon risultato è frutto di studio e di conoscenza delle regole del gioco applicate con attenzione e con costanza. Senza queste basi è facile incorrere in errori, senza capirne poi le cause.

Un consiglio utile per i professionisti più giovani...

Ho dedicato la vita a cercare di approfondire le nozioni teoriche e pratiche della nostra professione, e ai giovani che oggi entrano in un mercato fortemente concorrenziale dico di non scoraggiarsi e di continuare a investire sulla propria formazione per riuscire a esprimersi al massimo nell’ambito prescelto. Oggi la cultura viaggia più veloce e senza troppe barriere rispetto al passato, e chi si impegna sarà sicuramente ripagato.

Gestione dell’ipersensibilità post-operatoria: quali strategie ritiene più efficaci nella pratica clinica?

La migliore gestione dell’ipersensibilità post operatoria è non arrivare ad averla. Se si eseguono correttamente tutti i passaggi, è improbabile che si verifichi. È fondamentale utilizzare adeguatamente i sistemi adesivi, ottenere una buona impregnazione del primer, non sovramordenzare, polimerizzare adeguatamente i materiali e sincerarsi di aver fatto prima una corretta rimozione del tessuto cariato. Se l’ipersensibilità si manifesta, è necessario capire se ci sono zone di dentina esposte e intervenire con desensibilizzanti oppure estendendo il restauro adesivo nei punti scoperti.

L’uso delle tecnologie digitali può contribuire a migliorare la conservazione della struttura dentale?

Le tecnologie digitali possono aiutarci su molti livelli a migliorare il servizio offerto ai nostri pazienti. Nella riabilitazione conservativa, riprogettare in modo digitale permette di essere più precisi, ottimizzando parametri e spessori. Tuttavia, è essenziale conoscere questi strumenti a fondo e considerare che le tecnologie hanno vantaggi significativi, ma comportano anche costi e limiti.

L’uso della stampa 3D e della fresatura CAD/CAM sta cambiando il modo di approcciare l’odontoiatria conservativa. Vantaggi e svantaggi nell’utilizzo di questi strumenti rispetto alle tecniche tradizionali?

Si tratta di un cambiamento epocale. I flussi digitali rappresentano il futuro, ma anche il presente della nostra professione, anche se non sono ancora così diffusi in modo capillare. Gli svantaggi, che anch’io a suo tempo ho vissuto in prima persona, sono più legati alla precisione del manufatto, un fattore che oggi riusciamo però a controllare sempre di più e sempre meglio.
I vantaggi, invece, sono davvero innumerevoli: riusciamo a ottimizzare i flussi e abbiamo maggiore controllo dei processi con una velocità e una efficacia decisamente superiori.
Ammetto che non sono stato un pioniere del digitale e che prima di decidere mi sono preso i miei tempi, ma oggi mi sento di dire che questa è la direzione su cui bisogna investire.

Qual è il vero valore aggiunto dell’intelligenza artificiale in odontoiatria conservativa?

Diversi software attuali di lettura diagnostica integrati con l’intelligenza artificiale possono essere un supporto importante nella selezione del tipo di restauro e anche nella scelta dei tempi di intervento. Credo che nei prossimi anni i dentisti trarranno sempre più vantaggio dall’utilizzo di questa tecnologia, che peraltro è già presente in molti software comunemente utilizzati negli studi odontoiatrici.

Anche la fotografia odontoiatrica e la documentazione digitale stanno diventando imprescindibili nella pratica quotidiana...

La fotografia digitale è uno strumento fondamentale per chi si occupa di restaurativa, chirurgia, implantologia, ortodonzia o parodontologia. Non ho volutamente citato l’endodonzia, perché in questo ambito la radiografia resta il primo, più importante riferimento. È un errore non capire che l’acquisizione di immagini tramite scanner intraorale o apparecchiatura fotografica serve a raccogliere una buona documentazione e non è solo un vezzo da utilizzare a scopo didattico o dimostrativo.
La fotografia è uno strumento di lavoro da integrare nel protocollo quotidiano. È certamente necessario un investimento iniziale sia di apprendimento sia di attrezzatura professionale, ma nel tempo si rivelerà un grande vantaggio.

 

Federico Ferraris

Fondatore di Adhesthetics. Relatore internazionale in corsi e congressi in oltre 30 Stati. Professore a contratto e relatore in Università di diversi continenti. Autore di testi internazionali e articoli scientifici. Socio Attivo di diverse accademie in Europa e in negli Stati Uniti, tra cui: EAED, AIC, SCAD, AARD, DSD, IAED, IAAD. Membro dell’editorial board di IJED e JERD. Past president di AIC (Italia) e SCAD (Usa). Ideatore di kit di frese e di strumenti per l’odontoiatria restaurativa. Svolge la libera professione in Alessandria presso il Federico Ferraris Smile Atelier, occupandosi di restaurativa adesiva estetica.

 

 

 

Ortodonzia in bilico tra innovazione e marketing

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Gli ultimi ritrovati tecnologici hanno molta presa sui pazienti, ma se non adeguatamente gestiti possono mettere a rischio il senso di questa branca dell’odontoiatria, che con la medicina condivide molti elementi: proprio quelli su cui si dovrebbe far leva per mantenerla ben salda e ancorata alla sua mission.

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Marco Rosa, medico-chirurgo, specialista in Ortognatodonzia e in Odontostomatologia a Trento

«Per molti aspetti l’ortodonzia di oggi è una disciplina “evidence based”. La letteratura scientifica disponibile alla fine del secolo scorso, infatti, già aveva prodotto linee guida più che sufficienti a pianificare trattamenti su misura, nel rispetto dei limiti biologici. Le metanalisi e i PRCT (o RCT – Randomized Controlled Trial) degli ultimi trent’anni hanno confermato quei dati, mentre l’introduzione di nuove tecnologie, il digitale e gli ancoraggi scheletrici consentono oggi di raggiungere gli obiettivi in modo più semplice e predicibile», ricorda Marco Rosa, medico-chirurgo, specialista in Ortognatodonzia e in Odontostomatologia a Trento, nonché Past President e Active Member dell’Angle Society of Europe che ha conseguito l’European Board of Orthodontics e l’Italian Board of Orthodontics.
«Sono convinto che l’evidenza scientifica a disposizione debba essere il guard-rail dei percorsi terapeutici. Ce n’è a sufficienza per non commettere troppi errori. Vedo però che, purtroppo, nella maggior parte dei casi, c’è poco interesse a studiare i fondamenti del movimento ortodontico, della crescita cranio-facciale e della biomeccanica e incapacità nel resistere alle mode del momento, ai messaggi fuorvianti dell’industria e alle richieste discutibili di molti pazienti e genitori. A questo si aggiunge il fenomeno crescente delle imprese odontoiatriche che potrebbero essere interessate ad acquisire nuovi “clienti”, piuttosto che a prendersi cura dei pazienti».Tutto ciò, sottolinea Rosa, si trasforma in trattamenti ridondanti, lunghi, costosi, di scarso valore, talvolta inutili, sbagliati o addirittura dannosi. «Chi conosce il complesso mondo dell’ortognatodonzia sa bene che i rischi (come peraltro i benefici) sono significativi per i pazienti adulti, ma anche per i bambini e per i pazienti in crescita».

L’ortodonzia intercettiva, da usare con raziocinio

«Ove indicato», spiega il dottor Marco Rosa, «il trattamento intercettivo è sicuramente il miglior investimento nella vita odontoiatrica e può prevenire la necessità di un trattamento ortodontico dei denti permanenti, ma può anche essere la scelta peggiore: per il paziente e per noi». L’ortodonzia intercettiva, fa notare l’esperto, mette d’accordo ed entusiasma tutti per la sua nobile, ma troppo generica mission, di “far crescere dritto” il piccolo paziente, anziché “raddrizzarlo” in dentatura permanente.
«É un ambito che posso dire di conoscere abbastanza bene e nel quale la confusione e la superficialità sono purtroppo ancora ben radicate. Esistono indicazioni indiscutibili al trattamento intercettivo (quasi tutti i morsi inversi, l’instabiltà occluso-articolare, molte asimmetrie, alcune classi III, pochissime classi II, la possibilità di prevenire l’affollamento dentale, alcune discrepanze scheletriche), ma sono altrettanto chiare le controindicazioni».
Le priorità riguardano la capacità di assegnare una diagnosi precocemente e la necessità di individuare i bimbi che non devono essere trattati prima della completa dentatura permanente.
«I genitori dei piccoli pazienti sono molto motivati e in genere sono più disposti a iniziare un trattamento inutile o non ottimale, che a procrastinare l’inizio della terapia.
D’altronde, la prevenzione e l’igiene sono i fondamenti dell’assistenza sanitaria, ma solo se supportati dallo studio, dalla conoscenza e dall’etica professionale». Per queste ragioni, Rosa, questa volta nella sua veste di docente e autore di numerose pubblicazioni scientifiche, ai giovani ortodontisti consiglia di concentrarsi sui fondamenti biologici dell’ortognatodonzia, di seguire protocolli semplici e strutturati per evitare complicazioni inutili. «Documentate i trattamenti», dice, «confrontatevi con i colleghi e uscite dalla comfort zone per crescere. Non abbiate fretta, ma non perdete tempo: l’ortodonzia è un percorso lungo, da vivere con passione».

Non semplificare troppo le cure

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Nunzio Cirulli, odontoiatra specialista in ortognatodonzia

È il monito di Nunzio Cirulli, odontoiatra pugliese che ha costruito il suo percorso accademico tra Bari e Varese, specializzandosi in ortognatodonzia e conseguendo un dottorato di ricerca.
Per lui, l’ortodonzia non si limita all’allineamento dei denti, ma rappresenta una disciplina medica a tutti gli effetti. «L’ortodonzia è la branca odontoiatrica più medica e dovrebbe essere considerata parte integrante della medicina», afferma, spiegando che il suo campo di azione include non solo l’estetica, ma anche la funzione dell’apparato stomatognatico. Problemi come la respirazione orale e le apnee notturne devono essere affrontati con un approccio multidisciplinare. Negli ultimi anni, però, la percezione dell’odontoiatria si è spostata sempre più verso l’estetica. «Abbiamo perso la battaglia per far comprendere il vero ruolo dell’ortodontista in ambito medico», denuncia Cirulli.
La tendenza attuale è quella di promuovere trattamenti rapidi e di facile accesso attraverso i social media, trascurando gli aspetti funzionali e di salute a lungo termine.
«Se non si considera la stretta connessione tra distretto orale e respiratorio, si rischia di trattare solo i sintomi e non le cause».
Questo errore, fa notare Cirulli, è particolarmente evidente nei bambini, dove una respirazione orale non intercettata e corretta può portare a una malocclusione e a un rischio di recidiva quasi inevitabile. Negli adulti, la correzione di problematiche ortodontiche non affrontate in età giovanile richiede una pianificazione ancora più accurata. «Un paziente adulto spesso presenta problematiche più complesse e la sua cura deve coinvolgere più specialisti, dallo gnatologo al chirurgo maxillo-facciale. A volte, è utile anche il supporto di un nutrizionista o di uno psicologo, perché la mente gioca un ruolo fondamentale nel successo della terapia».
Le nuove tecnologie hanno rivoluzionato il settore, ma non sempre in modo positivo. Se da un lato strumenti digitali avanzati hanno migliorato la pianificazione e la comunicazione con il paziente, dall’altro hanno alimentato un marketing aggressivo che propone una semplificazione eccessiva dei trattamenti. «I casi complessi restano tali e richiedono ancora più attenzione e aggiornamento.
Il problema è che spesso il marketing propone l’ortodonzia come un processo facile e standardizzato, senza considerare le reali complessità biologiche e funzionali».
Un altro mito da sfatare è quello dei trattamenti ortodontici ultraveloci. «I tempi di movimento dentario sono stati ridotti grazie alle nuove apparecchiature e materiali, ma non possono essere annullati.
Ogni paziente ha bisogno di un piano di trattamento personalizzato. Nell’adulto, poi, la questione si complica ulteriormente, perché il trattamento spesso deve essere multidisciplinare, coinvolgendo conservatori, endodontisti, parodontologi e implantologi. Inoltre, stress e abitudini viziate sono sempre più frequenti e sono fattori che possono aggravare il quadro clinico».
Un aspetto fondamentale rimane la relazione con il paziente. Secondo Cirulli, il rapporto medico-paziente deve rimanere saldo e basato sulla fiducia, evitando la deriva commerciale che trasforma l’odontoiatra in un semplice fornitore di servizi. «Il nostro rapporto non deve essere quello di venditore e cliente, ma di medico e paziente. Molti si rivolgono ancora all’ortodontista con fiducia, cercando un esperto che li guidi. Tuttavia, alcuni arrivano con aspettative irrealistiche, spesso condizionate da Internet. Il nostro compito è ascoltare, spiegare con empatia e far valere la nostra competenza. Le nuove tecnologie possono aiutare nella comunicazione, mostrando la complessità del caso, ma senza svendere la professionalità».
L’espansione del mercato odontoiatrico ha portato a una crescente influenza di Internet sulle scelte terapeutiche dei pazienti.
«Trovare informazioni online è facile, e molti credono di poter fare da sé. Purtroppo, anche alcuni giovani dentisti si lasciano trascinare da questo trend, alimentando il mercato di apparecchi ortodontici preconfezionati, spesso senza un’adeguata valutazione. Il rischio è che si arrivi all’autoterapia, con conseguenze disastrose: recidive nel migliore dei casi, ma anche danni ai muscoli cranio-mandibolari, disordini occlusali e articolari».

Le nuove sfide per l’ortodontista riguardano invece gli ambiti medici, come la cura delle apnee del sonno e i disturbi dell’articolazione temporo-mandibolare. «Un paziente con artrite reumatoide, ad esempio, va valutato con estrema attenzione prima di iniziare un trattamento, specie con allineatori, perché la modifica della dimensione verticale potrebbe causare alterazioni articolari gravi. La correlazione tra ortodonzia e condizioni patologiche sistemiche è spesso sottovalutata, ma rappresenta una delle principali cause di insuccesso e di controversie medico-legali».
Queste dispute si verificano spesso quando il paziente attribuisce i propri dolori a un trattamento ortodontico errato. «Se il trattamento è semplice, il rischio di problemi è basso. Ma se si corregge una malocclusione complessa senza considerare le patologie sottostanti, il rischio di complicazioni aumenta. Per questo, è fondamentale una pianificazione accurata e multidisciplinare», e possibilmente lontana dai condizionamenti del mercato.

Distinguersi nell’oceano dell’odontoiatria

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Andrea Alberti, odontoiatra che si occupa quasi esclusivamente di ortodonzia

«Ogni lunedì pubblico un caso clinico, ormai ne ho condivisi oltre 800. Il nostro gruppo non è solo virtuale: organizziamo congressi e corsi per approfondire la disciplina», racconta Andrea Alberti, odontoiatra che si occupa esclusivamente di ortodonzia, fondatore del blog “Compagnia ortodontica”, una piattaforma nata nel 2013 e cresciuta fino a contare oggi oltre 3000 membri. Oltre alla pratica clinica, Alberti ha sviluppato un approccio mirato alla comunicazione sui social media, distinguendosi per un uso strategico rivolto più ai colleghi che ai pazienti. «C’è molta confusione nell’uso dei social da parte dei dentisti. Alcuni non sanno se indirizzare il messaggio ai pazienti o ai colleghi. Io, per esempio, non ho neanche un profilo Instagram per lo studio: vivo e lavoro a Cesena, una città di centomila abitanti, dove il passaparola è ancora più efficace dei social nella selezione della tipologia di pazienti».
Secondo Alberti, infatti, i social tendono a generare una selezione eterogenea dei pazienti, spesso attratti da immagini d’impatto piuttosto che dalla reale qualità del trattamento. «Molti colleghi puntano sull’effetto “shock” delle immagini per attirare l’attenzione. Io preferisco costruire autorevolezza nel tempo, attraverso la formazione e la condivisione di casi clinici con altri specialisti. I pazienti che mi scelgono percepiscono il valore della mia esperienza e non si aspettano trattamenti standardizzati o soluzioni rapide».
La scelta di dedicarsi esclusivamente all’ortodonzia è stata frutto di una decisione ponderata, ispirata dal suo maestro, il professor Giulio Alessandro Bonetti. «Nel 2003 ho aperto il mio studio ortodontico con due poltrone. Nel 2018 ho ampliato la struttura, aggiungendo una sede formativa e aumentando il numero di collaboratori. A quel punto ho valutato se includere altri specialisti, ma ho deciso di rimanere focalizzato esclusivamente sull’ortodonzia». Questa scelta rientra in una strategia ben precisa, che Alberti paragona alla strategia di business detta Oceano Blu, ossia differenziarsi per emergere in un mercato affollato. «Essere un ortodontista esclusivista mi ha permesso di distinguermi rapidamente, proprio perché nel mio territorio non c’erano molti studi con questo approccio. Ho anche organizzato un master, presso l’università internazionale di Roma Unicamillus, su questo tema, perché ritengo ci sia ancora spazio per chi voglia specializzarsi in modo netto. Un modello simile si trova nel settore aereo con Ryanair che usa un solo tipo di aeromobile per ridurre costi e complessità. Anche in odontoiatria, focalizzarsi su un’unica prestazione permette di ottimizzare tempi, materiali e qualità del servizio».
In un contesto di mercato in continua evoluzione, Alberti riconosce che gli ortodontisti che lavorano come consulenti esterni negli studi generali sono sempre più esposti alle logiche economiche imposte dai grandi gruppi odontoiatrici.
«Molti studi storici sono stati acquisiti da catene, che valutano ogni prestazione in termini di margine economico. Chi lavora come consulente ortodontico si troverà sempre più sotto pressione. Avere uno studio esclusivamente ortodontico, invece, permette di mantenere una maggiore indipendenza clinica ed economica».
Un aspetto centrale della sua pratica è la collaborazione interdisciplinare. A differenza di uno studio generalista, dove il parco pazienti rimane stabile nel tempo, un ortodontista deve costantemente acquisire nuovi casi.
«Se prima i dentisti erano il principale canale di invio, oggi molti di loro hanno ortodontisti interni o addirittura gestiscono i casi in proprio con nuove tecnologie. Ecco perché è fondamentale creare una rete di collaborazione con pediatri, otorini e medici di base, senza secondi fini economici, ma con un reale scambio culturale. Quando un otorino mi invia un paziente, a fine trattamento gli invio un report con i risultati ottenuti: è un modo per rafforzare la fiducia e migliorare la qualità della cura».
Guardando al futuro della professione, Alberti ritiene che il modello di struttura esclusivamente ortodontica sia difficilmente replicabile in altre branche odontoiatriche. «L’ortodonzia ha un ciclo di trattamento particolare, al termine del quale la terapia si conclude, diversamente da altre specialità che possono e devono seguire i pazienti lungo tutta la loro vita.
È probabile che vedremo sempre più studi dentistici generalisti accanto a studi di ortodonzia puri. Le altre discipline potrebbero avere una specializzazione interna, ma difficilmente nasceranno studi focalizzati solo, ad esempio, sull’implantologia. La multidisciplinarità resta essenziale e fondamentale la collaborazione a distanza con altri professionisti, ma per gli ortodontisti la scelta di un percorso esclusivo può fare davvero la differenza».

Le preoccupazioni del SUSO sull’ortodonzia

Santi Zizzo,  ortognatodontista e segretario nazionale  SUSO

Ci aiuta a comprenderle in questa intervista Santi Zizzo,
odontoiatra pediatrico, ortognatodontista e segretario nazionale
del Sindacato Unitario Specialità Ortognatodonzia (SUSO), l’associazione nata nel 1976 a Torino, oggi in forte crescita,
che nel triennio 2025-27 avrà come Presidente Fabrizio Sanna che succede al dottor Gianvito Chiarello.

Dottor Zizzo, come sta innanzitutto l’ortodonzia in Italia? Si può parlare di una scuola italiana?

«L’ortodonzia italiana è in piena salute, su tutto il territorio nazionale sono ben distribuite le scuole di specializzazione in ortognatodonzia con direttori ben accorsati e corsi di studio formativi. Si può certamente parlare di scuola italiana di ortognatodonzia, poiché grandi traguardi si sono raggiunti dall’istituzione della prima scuola di ortodonzia a Cagliari per merito dei compianti Paolo Falconi (primo direttore) e Franco Magni, di Maso Caprioglio e dei pionieri del GISO (Gruppo Italiano Studio Ortodonzia).
La scuola italiana di ortodonzia oggi è ampiamente riconosciuta ed apprezzata in tutto il mondo, poiché i suoi esponenti sono apprezzati relatori in tutti i consessi internazionali e chiamati a dirigere i massimi organismi come dimostrano la recente elezione della professoressa Letizia Perillo alla Presidenza della WFO (World Federation of Orthodontists) per il quinquennio 2025/2030, la professoressa Ambra Michelotti chiamata a guidare il Network of Erasmus Based European Orthodontic Programs (NEBEOP), il professor Alberto Caprioglio alla presidenza dell’European Board of Orthodontics (EBO)».

Quali sono, oggi, i temi che più appassionano gli specialisti di questa branca dell’odontoiatria, e di cui il SUSO si fa promotore?

«Da sempre gli ortognatodontisti sono consapevoli dell’importanza di dover fornire un sorriso esteticamente valido e delle arcate dentarie con le giuste relazioni occlusali, poiché questi sono fattori importanti per la salute psicologica e per il benessere di ogni persona. Il Suso promuove la ricerca e la continua formazione e l’aggiornamento dei propri iscritti al fine di offrire le migliori opportunità terapeutiche ai cittadini di ogni età. Tra le nuove tecnologie, il cosiddetto “digital flow” rappresenta sicuramente un’opportunità per migliorare le prestazioni del professionista e per aumentare la compliance della persona in cura, a patto che si parta dall’elemento cardine di ogni piano terapeutico: la diagnosi».

Ed è questa la preoccupazione…

«Sì, la preoccupazione principale sta nel fatto che i gestori di società di capitale hanno “pensato bene” di sfruttare il flusso digitale per bypassare l’esame diagnostico, fornendo dei trattamenti di allineamento dentale che sono ben lontani dall’essere trattamento terapeutico e che, pertanto, non sono esenti da rischi per la salute delle persone che vi si affidano».

Cosa propone il SUSO per tutelare i pazienti, ma anche i professionisti stessi dai rischi di una deriva “commerciale”, cioè non basata sull’evidenza scientifica?

«Il SUSO è stato sempre in prima linea nella difesa della deontologia professionale, attraverso la diretta partecipazione nella formulazione del nuovo codice deontologico, sia nello scongiurare l’“americanizzazione” dell’allineamento dentale: si volevano creare in Italia dei smile’s points, simili a quelli americani, gestititi dalle fabbriche di allineatori senza la presenza di odontoiatri formati ed accorsati come gli ortodontisti. Credo che la promozione e la salvaguardia della salute passi attraverso l’alleanza tra i medici e le persone per la prevenzione in prima battuta come si propone, ad esempio, meritoriamente l’Odontoiatria Materno Infantile network tra professionisti di diverse branche che vede medici e genitori uniti insieme per la salute dei bambini e per la buona medicina».

L’intelligenza artificiale aiuta a controllare l’ansia dei pazienti

ansia dentale

L'intelligenza artificiale sta trovando infinite applicazioni. Uno studio condotto dal Dipartimento di Odontoiatria Operativa ed Endodonzia del Fatima Jinnah Dental College Hospital, istituzione universitaria con sede a Karachi, in Pakistan, ha messo in luce il potenziale dell’intelligenza artificiale nella comunicazione tra odontoiatra e paziente. I ricercatori hanno analizzato l’impatto dei contenuti educativi generati da ChatGPT nel migliorare la comprensione delle procedure e nel ridurre l’ansia nei pazienti sottoposti a trattamenti endodontici e restaurativi. L’obiettivo era verificare se un’informazione più chiara e personalizzata potesse influire positivamente sull’esperienza clinica.

Studio e metodologia

Nello studio sono stati coinvolti 100 pazienti, divisi in due gruppi. Il primo ha ricevuto spiegazioni verbali e opuscoli informativi da parte del personale clinico, secondo un modello di comunicazione tradizionale. Il secondo ha avuto accesso a contenuti generati da ChatGPT. Redatti su misura, illustravano nel dettaglio il trattamento previsto, i rischi, le cure post-operatorie e le risposte alle domande frequenti. I ricercatori hanno poi valutato la comprensione delle informazioni e il livello di ansia mediante test strutturati e questionari basati su scala Likert, prima e dopo l’intervento educativo.

Risultati clinicamente rilevanti

I risultati hanno evidenziato un miglioramento significativo nelle conoscenze acquisite dai pazienti che hanno ricevuto materiali generati dall’intelligenza artificiale. Questo gruppo ha mostrato una maggiore chiarezza nella comprensione, una percezione più positiva dell’utilità e completezza delle informazioni, nonché un marcato calo dell’ansia preoperatoria. Tre esperti odontoiatri hanno validato l’accuratezza clinica dei testi generati da ChatGPT, giudicandoli conformi agli standard professionali.

Una risorsa per lo studio odontoiatrico

L’integrazione dell’intelligenza artificiale nella pratica odontoiatrica si dimostra utile non solo per migliorare l’efficienza comunicativa, ma anche per rafforzare la relazione di fiducia con il paziente. L’impiego di strumenti come ChatGPT permette di offrire spiegazioni più dettagliate e accessibili, adattate al profilo informativo di ciascun individuo. Lo studio, pubblicato sulla rivista BMC Oral Health, contribuisce a consolidare l’attenzione della comunità scientifica verso l’adozione di soluzioni tecnologiche intelligenti nella comunicazione sanitaria.

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