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Gengive: lo specchio della nostra salute

Luigi Paglia

Se parlassimo di record, potremmo affermare che l’odontoiatra ne detiene uno ancora imbattuto dai medici di altre specialità: ha infatti il compito di prevenire e curare la malattia più diffusa al mondo, la carie dentale. Nella “top ten” troviamo un’altra condizione clinica su cui il dentista è chiamato a porre grande attenzione: la parodontite.
Questo disturbo ha molteplici cause e può insorgere anche per via di alcune cattive abitudini. Tra i sintomi principali con cui si manifesta, abbiamo l’alitosi e il sanguinamento gengivale. La parodontite è la sesta malattia più diffusa al mondo e nella sua forma grave affligge circa il 12% della popolazione mondiale (800 milioni di individui). Oltre a essere la principale causa di perdita dei denti, è implicata nel decorso di molte altre patologie, come il diabete o le malattie cardiovascolari, che in apparenza non sembrerebbero direttamente correlate con la salute orale. Come sappiamo, i meccanismi ipotetici alla base di queste interazioni comprendono l’infiammazione e la produzione di tossine batteriche che possono alterare in maniera negativa il quadro clinico di altre malattie già in atto.

Negli ultimi anni la comunità scientifica ha studiato con interesse i rapporti tra le malattie parodontali e le patologie sistemiche, tanto da creare un ambito specifico di ricerca denominato dagli anglosassoni Periodontal Medicine. Studi recenti hanno dimostrato che, ad esempio, il trattamento della parodontite può portare a un miglioramento dei livelli di glicemia e a un abbassamento degli indici di infiammazione cronica nel paziente diabetico, generalmente più predisposto a sviluppare la malattia parodontale, riducendo così il rischio di gravi conseguenze come problematiche cardiache, ictus, malattie renali e sindrome metabolica. Tutti questi quadri clinici presentano una più alta incidenza nella popolazione anziana e pertanto concorrono a rendere fragili i sistemi del welfare sanitario occidentale, già pesantemente afflitti dai costi necessari al trattamento delle malattie croniche non trasmissibili. Parlando invece dei piccoli pazienti, altre ricerche mostrano come la stessa parodontite nella madre venga associata a nascite di bambini sottopeso o pre-termine e all’aumento di aborti spontanei.

La moderna odontoiatria, che si interessa anche di altri aspetti come l’alimentazione o la suscettibilità dell’ospite, non dovrebbe limitarsi al solo trattamento della parodontite, bensì promuovere la salute generale dell’individuo. Per fare ciò è importante dialogare con il nostro paziente su questi temi per stimolare una generale maggiore attenzione alla promozione di sani stili di vita. Senza dimenticare l’aiuto che possono dare altre figure professionali, come il medico di medicina generale, il diabetologo o l’ostetrico. In fondo abbiamo una eccezionale finestra sulla salute e sul benessere generale, che dalla bocca ci permette di avere una visuale su molti altri apparati e organi... basta imparare a sollevare lo sguardo dalla poltrona per abbracciare tutto il nostro paziente. Dovremmo insegnare al nostro paziente che prendersi cura delle proprie gengive possa giovare anche al cuore, al fegato o al nascituro! Siamo pronti?

Healthcare sempre più smart e digital. Il futuro è già qui

Luigi Paglia

Metaverso, realtà aumentata, smart glasses e intelligenza artificiale. Il futuro in medicina è già qui e porta con sé una svolta epocale nella concezione di healthcare. Molte sono infatti oramai le DTx (Digital Therapeutics), una nuova categoria di tecnologie potenzialmente disruptive che attualmente, attraverso l’uso di software terapeutici e dispositivi indossabili, supportano, migliorano o sostituiscono i trattamenti tradizionali in un gran numero di patologie (tra cui, per esempio, l’insonnia cronica, il diabete e il disturbo da deficit di attenzione/iperattività nei bambini).
Software e device rappresentano una incredibile opportunità di crescita per gli operatori sanitari che sono messi nelle condizioni di raggiungere risultati migliori per i propri pazienti, riducendo i costi e le attese.
L’assistenza sanitaria ha da sempre implicitamente comportato l’interazione diretta tra il paziente e il suo curante, in particolare in un ambito così “operativo” come l’odontoiatria. Tuttavia, l’evoluzione tecnologica, con il suo ritmo sempre più incalzante, sta provocando un rapido mutamento di questi paradigmi, determinando un impatto rilevante sulla prevenzione, la diagnosi e la terapia delle problematiche orali nella popolazione.
Per fare un esempio, oggi non parliamo più solamente degli scanner intraorali, ma della possibilità di sovrapporre la TC cone beam con l’impronta virtuale così da poter programmare con maggior precisione trattamenti ortodontici o riabilitazioni implantari più o meno complesse.
La tecnologia ci permette già ora di alzare l’asticella della qualità dei nostri trattamenti e, nel brevissimo futuro, ci aprirà scenari molto interessanti in cui verranno progettati e offerti nuovi servizi. In questo nuovo “ecosistema” è importantissimo, però, impegnarsi per far sì che medico e paziente restino i protagonisti indiscussi e che il focus non si sposti unilateralmente sulle tecnologie. Esse, ricordiamocelo bene, sono un incredibile fattore facilitante, ma devono rimanere, sempre e comunque, un mezzo e non un fine. Insomma, non è tutto oro quel che luccica e dobbiamo essere consapevoli di trovarci di fronte a un punto di svolta verso cui, inevitabilmente, dobbiamo muoverci senza lasciarci travolgere e con razionalità, per poter scegliere e utilizzare cosa è davvero utile alla nostra professione e alla cura del nostro paziente.
Per riprendere le parole di un mio maestro “la tecnologia deve servire per rendere più semplici i trattamenti complessi e non per complicare i trattamenti semplici”.
Né tantomeno, aggiungo io, potrà mai sostituire la competenza e le capacità di un clinico esperto e competente.
Se vogliamo trovare la strada migliore per affrontare il futuro prossimo, non ci resta che imparare a governarla con tutta quella “ostinazione” e competenza clinica di cui siamo capaci, per seguire la direzione che porta al maggior beneficio in primis per il nostro paziente e poi per la nostra professione.
Buon lavoro, il futuro è arrivato! 

Expodental 2020: le principali novità della manifestazione

Milano, 21 gennaio 2020 - Presentato il programma della prossima edizione di Expodental Meeting che si terrà a Rimini il prossimo 14, 15 e 16 maggio.

Il Dentista Moderno ha partecipato alla presentazione, trasmettendo in diretta Facebook sulla propria pagina i momenti salienti della conferenza stampa e le interviste con i protagonisti.

Qui è possibile rivedere alcuni video, per la diretta completa clicca qui.

Expodental Meeting, the place to be

La manifestazione, organizzata da UNIDI, si conferma the place to be del settore dentale, italiano e internazionale con oltre 21.600 visitatori e 350 espositori, registrati nelle scorsa edizione.

Per il 2020 sono già arrivate conferme dall'85% degli espositori, con una crescita di espositori internazionali, attirati dalla strategicità della manifestazione come punto di riferimento dell'intero bacino mediterraneo.

Il programma scientifico, poi, si afferma per il 2020 come l'evento imprescindibile dell formazione per tutti i professionisti grazie alla collaborazione di UNIDI con Associazioni, Società scientifiche, Atenei e alla attenzione particolare alle novità in ambito digitale.

Le principali novità di Expodental Meeting 2020

Ecco una carrellata delle principali novità presentate in conferenza stampa da Gianna Pamich, presidente Unidi e Linda Sanin, direttore di Expodental Meeting.

Il Museo dell'Ortodonzia

Ad attendere i visitatori subito dopo i tornelli, la prima grande sorpresa. La manifestazione ospita infatti il museo dell'ortodonzia.

Munaorto, il Museo Nazionale dell'Ortodonzia e della Tecnica Ortodontica, è frutto del lavoro della Associazione di Promozione Sociale, finalizzata alla "custodia della memoria della professione ortodontica", nata a Bologna il 7 novembre 2016.

L'obiettivo del Museo è duplice. Da un lato si vuole riportare alla luce una realtà passata che ha contribuito a caratterizzare l'identità dell'ortodonzia e della sua gente, dall'altro si vogliono far conoscere le peculiarità di questa memoria storica che ritroviamo ancora oggi in molti aspetti della professione.

EXPO3D e il Dental Digital Theatre

EXPO3D, l'evento completo sull'odontoiatria digitale, conferma l'appuntamento anche nel 2020 con un format rinnovato ed ampliato: un vero e proprio Dental Digital Dental Theatre, un'area clinica con uno studio e un laboratorio digitali che ha l'obiettivo di illustrare il funzionamento del digital workflow in odontoiatria.

Medaesthetica anno zero

In contemporanea con Expodental Meeting ci sarà una prima edizione di Medaesthetica, un momento di business nel panorama internazionale della medicina estetica nella sua accezione più ampia dalla dermatologia, alla chirurgia plastica, alla chirurgia ed estetica odontoiatrica.

Una piattaforma e una vetrina per le aziende pioniere del futuro di un settore che conosce sviluppi importanti e straordinariamente veloci.

Visitatori attesi medici, dermatologi, chirurghi plastici, ginecologi ed odontoiatri in cerca delle novità che possono fare la differenza in una professione che sempre più spesso si connota con una particolare attenzione alla estetica.

Appuntamento dunque dal 14 al 16 maggio a Rimini. Il Dentista Moderno sarà presente con un'ampio stand e darà un'estesa copertura social dei momenti più importanti della manifestazione.

Bone-level o tissue-level: il design dell’impianto influenza la stabilità primaria?

Bone-level o tissue-level

Bone-level o tissue-level: il design dell’impianto può influenzarne la stabilità primaria? A questa domanda ha cercato di rispondere uno studio clinico randomizzato pilota condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Barcellona. Gli autori hanno confrontato impianti bone-level e tissue-level valutando due parametri utilizzati per analizzare la stabilità implantare: il torque d’inserimento e l’implant stability quotient (ISQ). I risultati non mostrano differenze significative nella fase immediatamente successiva all’inserimento, mentre qualche differenza emerge dopo 90 giorni.

Bone-level e tissue-level a confronto

Gli impianti bone-level e tissue-level si distinguono, tra gli altri aspetti, per la posizione della connessione impianto-abutment rispetto alla cresta ossea e ai tessuti molli. Caratteristiche differenti che possono avere implicazioni biologiche, chirurgiche e protesiche. Lo studio ha coinvolto 21 pazienti, nei quali sono stati posizionati complessivamente 90 impianti: 44 bone-level e 46 tissue-level. Per ogni impianto è stato registrato il torque d’inserimento, espresso in Ncm. La stabilità implantare è stata inoltre valutata attraverso l’ISQ, misurato immediatamente dopo il posizionamento e nuovamente a distanza di 90 giorni.

Il design influenza la stabilità primaria?

I risultati non hanno evidenziato differenze statisticamente significative nel torque d’inserimento tra i due gruppi. Il valore medio è risultato pari a 36,0 ± 11,5 Ncm negli impianti bone-level e a 38,0 ± 11,5 Ncm nei tissue-level. Anche l’ISQ registrato immediatamente dopo il posizionamento non ha mostrato differenze significative riconducibili al tipo di impianto. Nel campione esaminato, quindi, il design bone-level o tissue-level non sembra aver esercitato un’influenza significativa sulla stabilità primaria. Un risultato interessante perché suggerisce come questo parametro dipenda da un insieme di fattori e non semplicemente dalla configurazione implantare considerata.

Dopo 90 giorni emerge una differenza

Il quadro è parzialmente cambiato al controllo effettuato dopo 90 giorni. Nella misurazione orizzontale dell’ISQ, gli impianti tissue-level hanno mostrato un valore medio di 66,5 ± 20,9, rispetto a 57,1 ± 18,9 dei bone-level. La differenza è risultata statisticamente significativa (p=0,029). Il risultato deve tuttavia essere interpretato con cautela, considerando le dimensioni del campione e la natura pilota dello studio. Non è quindi possibile concludere che gli impianti tissue-level garantiscano in generale una maggiore stabilità. Il dato rappresenta piuttosto un elemento da verificare attraverso studi clinici più ampi.

Torque e ISQ, una relazione che cambia nel tempo

Un altro risultato riguarda il rapporto tra torque d’inserimento e ISQ. Gli autori hanno riscontrato una correlazione significativa tra il torque e l’ISQ rilevato immediatamente dopo il posizionamento. Questa associazione non è stata invece osservata confrontando il torque iniziale con l’ISQ registrato dopo 90 giorni. Il risultato evidenzia la diversa natura della stabilità primaria e di quella che si sviluppa successivamente. Nelle prime fasi prevale infatti la componente meccanica legata all’interazione tra impianto e sito osseo, mentre durante la guarigione assumono progressivamente maggiore importanza i processi biologici dell’osteointegrazione. Lo studio suggerisce dunque che, almeno nelle condizioni analizzate, la scelta tra bone-level e tissue-level non determini differenze significative nella stabilità primaria dell’impianto. La differenza osservata nell’ISQ orizzontale dopo 90 giorni apre invece un interrogativo sul possibile comportamento dei due design durante la fase di guarigione.

Il design è soltanto uno dei fattori

I risultati di questo trial pilota, pubblicato sull'European Journal of Dentistry, non consentono di stabilire la superiorità di un design rispetto all’altro, ma contribuiscono a comprendere meglio il rapporto tra caratteristiche dell’impianto, stabilità iniziale e successiva osteointegrazione. La stabilità implantare resta infatti il risultato dell’interazione di numerose variabili, tra cui le caratteristiche del sito ricevente, la qualità e la quantità dell’osso, la preparazione del sito implantare e le caratteristiche dell’impianto. In questo quadro, il design bone-level o tissue-level rappresenta soltanto uno degli elementi da considerare. Saranno quindi necessarie ulteriori ricerche per comprendere se le differenze osservate a 90 giorni siano riproducibili e, soprattutto, se possano avere una reale rilevanza sul piano clinico.

5 minuti con Silvano Gallus. Adolescenti, fumo e sigaretta elettronica: una nuova sfida per il professionista della salute orale

Silvano Gallus
Luigi Paglia
Luigi Paglia, direttore scientifico de Il Dentista Moderno

Il panorama del tabagismo giovanile sta attraversando una trasformazione silenziosa ma profonda. Alla sigaretta tradizionale, in lento ma costante declino tra i più giovani, si affiancano oggi dispositivi che si presentano come alternative “leggere”: sigarette elettroniche, tabacco riscaldato, prodotti dal packaging accattivante e dai sapori pensati per un pubblico adolescente. Questa evoluzione pone il professionista della salute orale di fronte a una sfida nuova: non più solo riconoscere i segni di un’abitudine consolidata, ma intercettare precocemente comportamenti a rischio che si mascherano da scelte “innocue”.
In questa intervista abbiamo chiesto a un esperto del settore, Silvano Gallus, di aiutarci a fare chiarezza su un fenomeno in rapida evoluzione, esplorando sia gli aspetti epidemiologici e clinici sia il ruolo che l’odontoiatra può – e deve – assumere all’interno di una strategia di prevenzione realmente efficace. Perché prevenire, oggi, significa anche saper riconoscere le nuove forme in cui il rischio si presenta.

 

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di sigaretta elettronica come alternativa “meno rischiosa” al fumo tradizionale. Dal suo punto di vista, quanto è cambiato realmente il panorama del tabagismo giovanile, e quali sono i dati più recenti che dovrebbero far riflettere chi si occupa di salute pubblica?
Silvano Gallus
Silvano Gallus, epidemiologo e responsabile del Laboratorio di Ricerca sugli Stili di Vita dell’Istituto Mario Negri di Milano

L’avvento della sigaretta elettronica ha rappresentato una vera rivoluzione per il controllo del tabagismo. Intorno al 2010, la sua diffusione sembrava inizialmente minacciare l’egemonia dei produttori di sigarette tradizionali. Non è un caso che proprio in quegli anni abbia ripreso vigore l’idea di un mondo senza tabacco e si sia tornati a parlare concretamente di Tobacco Endgame. L’industria del tabacco, già in difficoltà per la crescente consapevolezza dei danni provocati dal fumo, ha però reagito rapidamente: ha acquisito importanti marchi di sigarette elettroniche e ha modificato radicalmente la propria strategia di marketing. Il messaggio è passato da “il fumo tradizionale non fa poi così male” a “il fumo tradizionale è molto dannoso, ma noi abbiamo la soluzione”: nuovi prodotti contenenti nicotina, promossi come alternative più sicure. Poco dopo sono arrivati i prodotti a tabacco riscaldato e, successivamente, altri dispositivi. Il risultato è che oggi questi prodotti favoriscono la dipendenza da nicotina e l’iniziazione dei giovani alla sigaretta tradizionale, senza produrre benefici evidenti per i fumatori a livello di popolazione.

Molti adolescenti scelgono lo svapo perché lo considerano innocuo o “meno pericoloso” della sigaretta classica. Da dove nasce questa percezione, e quanto pesa nella scelta di iniziare a fumare in età sempre più precoce?

Questa percezione deriva in larga misura dai messaggi diffusi dall’industria del tabacco e dai suoi affiliati, secondo cui le sigarette elettroniche e i prodotti a tabacco riscaldato sarebbero fino al 95% meno dannosi delle sigarette tradizionali. Sono affermazioni ripetute praticamente fin dal lancio di questi prodotti, quando non si sapeva davvero nulla sulla loro sicurezza. La ricerca indipendente ha espresso fin dall’inizio molta cautela, ma per anni non ha avuto dati sufficienti per quantificare il rischio rispetto alle sigarette tradizionali. L’industria ha così avuto il tempo di radicare nell’opinione pubblica e tra i decisori politici due convinzioni: che i nuovi prodotti siano molto più sicuri e che aiutino i fumatori a smettere. Le evidenze disponibili ad oggi sono ben diverse. Inoltre, oltre l’80% di chi utilizza sigarette elettroniche o prodotti a tabacco riscaldato continua a fumare anche sigarette tradizionali. Questo uso duale può comportare rischi persino maggiori rispetto al solo fumo di sigaretta. Il bilancio complessivo tra benefici e rischi dei nuovi prodotti, quindi, è verosimilmente negativo.

Dal punto di vista clinico, cosa cambia per il cavo orale? Esistono segni distintivi, lesioni o alterazioni che permettono al professionista di distinguere gli effetti dello svapo da quelli del fumo tradizionale?

Purtroppo, siamo ancora molto indietro nella valutazione della sicurezza delle sigarette elettroniche e dei prodotti a tabacco riscaldato. Studiarne gli effetti è difficile per due ragioni principali. In primo luogo, questi prodotti sono utilizzati soprattutto da giovani e giovanissimi, nei quali le patologie croniche difficilmente si manifestano nel breve periodo. In secondo luogo, è complicato separarne gli effetti da quelli delle sigarette tradizionali, perché la grande maggioranza degli utilizzatori consuma o ha consumato entrambi i prodotti. Anche se non disponiamo ancora di vere e proprie evidenze scientifiche sulla sicurezza di questi prodotti, la più aggiornata revisione della letteratura ha individuato 12 studi sull’associazione tra sigaretta elettronica e problemi del cavo orale, tra cui cattiva salute orale, gengivite, parodontite, frattura o perdita dei denti e xerostomia. Ponendo pari a 100 il rischio dei fumatori di sigarette tradizionali, quello degli utilizzatori esclusivi di sigarette elettroniche risulta pari a 89: una riduzione dell’11%, ben lontana dalle riduzioni spesso evocate. Negli utilizzatori duali, invece, il rischio risulta superiore del 44% rispetto ai fumatori tradizionali. Poiché oltre l’80% degli utilizzatori di e-cig è duale, il bilancio complessivo appare chiaramente sfavorevole.

Lo studio odontoiatrico è spesso uno dei pochi luoghi in cui un adolescente si reca con regolarità. Crede che la visita dentistica possa diventare un momento di intercettazione precoce del tabagismo? E se sì, quali sono i segnali che un professionista dovrebbe imparare a riconoscere?

Da tempo sostengo che il dentista dovrebbe essere tra gli operatori sanitari maggiormente coinvolti nella promozione della salute. Come il medico di medicina generale, può accorgersi rapidamente se il proprio assistito fuma, beve o segue un’alimentazione scorretta, con conseguenze visibili anche sul cavo orale; inoltre, incontra regolarmente un’ampia fascia della popolazione. Rispetto al medico di medicina generale, dispone spesso di più tempo durante un trattamento o una seduta di igiene dentale e - lo dico con un po’ di ironia - difficilmente un paziente con un trapano in bocca solleverà obiezioni.
Il dentista può quindi fare la prima mossa. Non deve necessariamente dedicare molto tempo al tema: sarebbe già utile offrire a tutti i fumatori un brief advice o un very brief advice, indicando, per esempio, il numero verde o il contatto di un centro antifumo vicino. Sono interventi poco invasivi che, applicati sistematicamente su grandi numeri, hanno dimostrato di funzionare.

Parlare di fumo o svapo con un adolescente non è mai semplice: il rischio è quello di ottenere l’effetto opposto, chiudendo il dialogo invece di aprirlo. Come si costruisce una comunicazione efficace con un paziente giovane su questo tema?

Non sono la persona più indicata per rispondere, perché da epidemiologo mi occupo della popolazione e non della relazione clinica con il singolo paziente. Per introdurre l’argomento in modo naturale si può però ricorrere a un semplice stratagemma: al termine di un intervento, si può raccomandare di astenersi per 24 ore dal bere alcolici, fumare e consumare zuccheri. Spesso il fumatore reagirà chiedendo: “Come, non posso fumare per 24 ore?”. A quel punto lo si può rassicurare, ma anche aiutarlo a riconoscere la propria dipendenza. Si può poi fare leva su sintomi o problemi concreti – igiene orale, alitosi, colore dei denti – per proporre un intervento minimo, senza stigmatizzare né colpevolizzare. Con i più giovani è meno efficace insistere sul rischio di malattie future, percepite come lontane; le conseguenze estetiche e immediate, come l’ingiallimento dei denti o l’alitosi, possono invece risultare più persuasive.

Oggi la prevenzione non passa più solo dall’educazione tradizionale in studio, ma si avvale anche di strumenti digitali, app e protocolli di rete. Come si integrano questi due livelli di intervento – “classico” e innovativo?

I due livelli possono integrarsi molto bene. È vero che ancora oggi il profilo tipico di chi cerca di smettere di fumare è quello di un uomo di mezza età, spesso intorno ai 60 anni, e quindi talvolta meno incline a utilizzare strumenti digitali. Tuttavia, sono sempre più numerose le app e le altre soluzioni digitali per la cessazione che mostrano risultati promettenti. Anche le linee guida nazionali e internazionali per la cessazione riconoscono questi strumenti come possibili componenti efficaci del trattamento.

Nessun professionista può affrontare da solo una sfida di questa portata.
Che ruolo dovrebbe avere la collaborazione tra odontoiatra, pediatra e scuola nella costruzione di una strategia realmente efficace contro le nuove forme di tabagismo giovanile?

Un ruolo fondamentale. Odontoiatri, pediatri e scuola dovrebbero fare rete per tutelare i giovani. Nella mia esperienza, proprio in questo ambito ho già visto professori e pediatri collaborare efficacemente: è ormai diffusa la consapevolezza tra loro che i nuovi prodotti siano strumenti per avvicinare i ragazzi alla nicotina e alle sigarette tradizionali. Il dentista può quindi trovare negli insegnanti e nei pediatri alleati preziosi per promuovere la salute, intercettare precocemente i comportamenti a rischio e trasmettere messaggi coerenti ai giovani e alle loro famiglie.

 

Silvano Gallus
È epidemiologo e responsabile del Laboratorio di Ricerca sugli Stili di Vita dell’Istituto Mario Negri di Milano. È tra i principali esperti a livello internazionale in materia di tabagismo, con un’ampia produzione scientifica su fumo tradizionale, sigaretta elettronica e nuove forme di dipendenza legate al tabacco. Autore di numerosi studi epidemiologici pubblicati su riviste internazionali, si occupa da anni anche di conflitti di interesse tra ricerca scientifica e industria del tabacco, oltre che di politiche di prevenzione rivolte alla popolazione giovanile

Chirurgia artroscopica dell’articolazione temporo-mandibolare: un corso a Milano con Rafael Martin-Granizo

Si terrà il 4 dicembre 2026, presso l’Ospedale San Paolo di Milano, un corso gratuito dedicato alla chirurgia artroscopica dell’articolazione temporo-mandibolare (ATM), organizzato dal professor Federico Biglioli, Professore ordinario, Dipartimento di Scienze della Salute, Università degli Studi di Milano; direttore della Struttura complessa di Chirurgia maxillo-facciale, ASST Santi Paolo e Carlo, Ospedale San Paolo di Milano.

Rafael Martin-Granizo, chirurgo maxillo-facciale presso l’Hospital Clínico San Carlos di Madrid

A condurre l’incontro sarà il dottor Rafael Martin-Granizo, chirurgo maxillo-facciale presso l’Hospital Clínico San Carlos di Madrid. Già presidente della SECOM e membro per due anni del Comitato esecutivo dell’EACMFS, svolge un’intensa attività scientifica su tutte le tematiche relative alla chirurgia dell’articolazione temporo-mandibolare.
In particolare, è uno dei maggiori esperti al mondo nella chirurgia di riposizionamento discale in artroscopia. Da oltre un decennio è promotore di una tecnica di discopessi e stabilizzazione con pin riassorbibili. Svolge un’intensa attività come formatore, che lo vede impegnato in congressi, corsi e attività di tutoraggio in tutto il mondo, in particolare in Europa e America Latina

Il programma prevede due sessioni:

  • Ore 14.00: Arthroscopy of the TMJ Basics, Instrumentation and Level I & II
  • Ore 15.15: Arthroscopy of the TMJ Advanced and Discopexy. Levels III & IV

Sede: Aula Pauling, terzo piano Blocco C, Ospedale San Paolo, via di Rudinì 8, Milano.

La partecipazione è gratuita.

 

Clinic Manager: la risorsa è già nel tuo studio

Clinic Manager

Fare il dentista oggi significa molto più che curare i pazienti. Normative, personale, amministrazione, digitalizzazione e controllo dei costi assorbono una parte crescente del tempo del titolare.
Per molti professionisti, soprattutto dopo decenni di attività, la gestione dello studio rischia di sottrarre energie alla professione clinica. Ma è davvero necessario che tutto continui a dipendere dall'odontoiatra?

Il Clinic Manager: una nuova professionalità che nasce all’interno del Team

La risposta può essere già all'interno dello studio. Un'ASO esperta, una segretaria o una figura di coordinamento conoscono spesso profondamente pazienti, procedure e dinamiche organizzative. Attraverso un'adeguata formazione, queste risorse possono evolvere verso il ruolo di Clinic Manager.

Paride Zappavigna clinic manager
Paride Zappavigna, odontoiatra e Direttore della Clinic Manager Academy

Non si tratta semplicemente di delegare alcune incombenze, ma di sviluppare una professionalità capace di coordinare i processi organizzativi, amministrativi e relazionali, contribuendo alla qualità dei servizi e alla sostenibilità economica della struttura.

«Il Clinic Manager non è necessariamente una persona da cercare fuori dallo studio. Spesso è una risorsa che abbiamo già, ma alla quale non abbiamo ancora dato le competenze per crescere», osserva Paride Zappavigna, odontoiatra e Direttore della Clinic Manager Academy.

Dall'esperienza alla formazione di nuove competenze

L'esperienza quotidiana rappresenta una base preziosa, ma non è sufficiente per affrontare la crescente complessità gestionale.

Per questo Clinic Manager Academy, divisione formativa di Téchne Medica, ente accreditato da Regione Lombardia, propone un percorso annuale di 100 ore articolato in tre moduli: Customer Care, Organizzazione e Amministrazione.

Clinic Manager

 

Il programma sviluppa competenze nella relazione con il paziente, nella gestione del Team, nell'organizzazione dei processi, nel controllo economico e nell'utilizzo degli strumenti digitali. Ogni modulo prevede un attestato di competenza di Regione Lombardia.
Le lezioni si svolgono in presenza a Como e contestualmente online.

Il progetto si affianca ai due volumi del manuale Clinic Manager Odontoiatrico, editi da Tecniche Nuove, che propongono una mappatura sistematica dei 24 processi fondamentali dello studio.

Liberare il tempo per potersi dedicare più serenamente all’attività clinica

L'introduzione di un Clinic Manager formato consente al titolare di distribuire meglio le responsabilità, superando un modello organizzativo nel quale ogni decisione converge sull'odontoiatra.

Non significa rinunciare alla guida dello studio, ma esercitarla in modo diverso: attraverso obiettivi condivisi, processi strutturati e collaboratori responsabilizzati.

«Il vero salto di qualità avviene quando il dentista non deve più occuparsi personalmente di tutto e può tornare a dedicare le proprie energie alla clinica e alle scelte strategiche».

Valorizzare una risorsa interna significa quindi investire contemporaneamente nelle persone e nell'evoluzione dello studio, creando le condizioni per affrontare con maggiore efficienza e competitività le sfide del mercato odontoiatrico.

Clinic Manager

 

 

 

 

 

Le nuove frese IPR ProxiBur™ per una riduzione interprossimale più rapida e prevedibile

frese IPR ProxiBur™

Garrison Dental Solutions annuncia il lancio delle frese IPR ProxiBur™, un nuovo sistema progettato per semplificare e migliorare la riduzione interprossimale (IPR).
Sviluppate per superare i limiti delle tradizionali frese diamantate, le frese IPR ProxiBur™ consentono ai clinici di ottenere una riduzione controllata dello smalto con maggiore efficienza, visibilità e sicurezza operativa.
La riduzione interprossimale è una procedura comune nei trattamenti con allineatori trasparenti e nei flussi di lavoro ortodontici. Tuttavia, con le frese diamantate e i dischi tradizionali può risultare difficile controllare con precisione riduzioni superiori a 0,30 mm, mentre l’impiego di strisce abrasive può richiedere più tempo e lavoro manuale.
Il sistema di frese IPR ProxiBur™ è stato sviluppato per offrire un’alternativa più prevedibile, permettendo di eseguire l’IPR con maggiore precisione e uniformità, preservando al contempo il comfort del paziente.

Una soluzione completa: frese IPR ProxiBur™ per la riduzione iniziale e strisce IPR FitStrip™ per il controllo e la finitura

Il sistema di frese IPR ProxiBur™ comprende un assortimento completo di frese con spessori specifici, progettate per creare quantità precise di spazio mantenendo un’azione di taglio fluida.
Ogni fresa è collocata in un portafrese con indicazioni di spessore chiaramente visibili, così da consentire al clinico di individuare e selezionare rapidamente la misura di riduzione appropriata. Il sistema si integra perfettamente con le strisce IPR Garrison FitStrip™, permettendo di completare la riduzione interprossimale e la finitura nell’ambito di un flusso di lavoro coordinato.

Il sistema di frese IPR ProxiBur™ è ora disponibile. Per maggiori informazioni, visitare garrisondental.com oppure contattare il proprio rappresentante Garrison.

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A proposito di Garrison Dental Solutions

Da oltre 25 anni Garrison Dental Solutions è un’azienda pioniera nel campo dell’odontoiatria restaurativa. Con un impegno costante verso l’innovazione e il successo dei clinici, Garrison sviluppa prodotti che migliorano la cura del paziente e rendono più efficienti i flussi di lavoro.

Perimplantite: cosa sappiamo davvero

Perimplantite

A più di 60 anni dall’inizio delle moderne ricerche sull’osseointegrazione degli impianti (i primi articoli di Branemark e colleghi furono pubblicati nei primi anni ‘60 ma meritano una citazione anche pionieri a lui precedenti come Formiggini) e dopo più di 30 dalla comparsa dei primi articoli sull’argomento, la perimplantite rimane ancora un argomento clinico molto dibattuto. Basti dire che, nonostante tale definizione sia ufficialmente entrata in uso nel 1994, fu solo nel 2017 che si arrivò a un Consensus internazionale sui criteri diagnostici condiviso dai massimi esperti (Berglundh T et al. J Clin Periodontol 2018). Applicando i criteri così previsti, la perimplantite si rivela un problema di non poco conto: secondo una metanalisi apparsa lo scorso anno, colpisce un paziente su quattro e il 18% degli impianti (Reis INRD, Huamán-Mendoza AA, Ramadan D, et al. The prevalence of peri-implant mucositis and peri-implantitis based on the world workshop criteria: A systematic review and meta-analysis. J Dent. 2025 Sep;160:105914). Uno degli ultimi contributi sul tema è arrivato recentemente per opera di Chen S, Roccuzzo A et al. (Peri-implantitis-Is it mainly a clinician-initiated complication of implant therapy? Periodontology 2000. 2026;00:1-32) dove si riassumono le conoscenze disponibili insieme con una revisione critica dell’evoluzione strutturale della superficie implantare.

Più complicanza che malattia autonoma?

Dagli anni Novanta in poi, la perimplantite veniva prevalentemente considerata una patologia indotta da fattori di rischio legati al paziente, forse anche per la tendenza a considerarla una variante della parodontite, con la quale ha molto in comune (Meffert RM. Periodontitis and periimplantitis: one and the same? Pract Periodontics Aesthet Dent. 1993 Dec;5(9):79-80, 82). Le ricerche successive misero in luce una seconda, ma non secondaria, famiglia eziologica, portando a considerare la perimplantite come una complicanza conseguente a errori tecnici; negli ultimi anni questa ipotesi di natura iatrogena ha ricevuto il sostegno di importanti studi, secondo i quali la perimplantite causata dall’operatore sarebbe quella più frequente, potendo superare il 70% dei casi nei quali gli errori chirurgici prevalgono sugli errori protesici.
Chen e Roccuzzo individuano come primum movens l’esposizione della superficie implantare rugosa che viene colonizzata dai microrganismi presenti nel solco, scatenando una reazione flogistica più o meno intensa a seconda della suscettibilità del paziente. In particolare, citano uno studio in vitro in cui è stato dimostrato che gli impianti con superfici sabbiate aumentano la biomassa batterica e la gravità della risposta infiammatoria. L’indagine evidenzia che la mordenzatura con acido solforico riduce l’induzione di citochine, suggerendo la necessità di superfici più lisce per prevenire la perimplantite. In uno studio in vivo (cane) con un protocollo split-mouth in cui un’emiarcata funge da controllo e l’altra da sito sperimentale, si è dimostrato il ruolo aggravante svolto dalla presenza di una deiscenza sulla risposta infiammatoria e sulla perdita di osso. I dubbi sulla superficie rugosa e sul pericolo di sovrapposizione microbica risalgono a più di 30 anni fa, quando alcuni autori proposero una struttura superficiale ibrida con la parte endossea microrugosa per favorire l’integrazione degli impianti e la parte transmucosa liscia. In seguito, questa impostazione fu largamente seguita dai produttori.
I dati del Registro Skapa svedese (vedi box) e quelli di altri studi di lunga durata confermarono in seguito che negli impianti ibridi la percentuale di fallimenti era inferiore del 50% e che in quelli non ibridi tra fallimenti e perimplantite si arrivava al 17,1% di complicanze nei primi 10 anni di vita dell’impianto (rispettivamente 5,3% e 11,8%).

Fattori di rischio della perimplantite

Quanto esposto sopra si aggiunge ai ben noti fattori che predispongono alla perimplantite: il primo è la collaborazione del paziente, che deve capire l’importanza non solo dell’igiene accurata e regolare ma anche dei controlli periodici programmati in base alle sue caratteristiche (cioè ai suoi punti deboli). Un altro fattore è la presenza di alcune malattie come il diabete che, se non ben curato, può aumentare il rischio di perimplantite anche del 50% Anche il paziente diabetico ben compensato resta comunque un soggetto più a rischio per le alterazioni della risposta immunitaria e di quella flogistica oltre alla ridotta capacità riparativa. La presenza di abitudini non salutari come il fumo è particolarmente rischiosa; secondo una recente revisione sistematica con metanalisi (Reis INRD, do Amaral GCLS, Hassan MA, et al. The influence of smoking on the incidence of peri-implantitis: a systematic review and meta-analysis. Clin Oral Implants Res. 2023 Jun;34(6):543-554) che ha riassunto i dati di sette ricerche comprendenti 702 pazienti e 1.959 impianti, è più che certa l’associazione tra fumo e perimplantite. Altra patologia di cui è fondamentale tenere conto è la parodontite, tanto più se il controllo di placca è insufficiente e coesistono tasche maggiori di 5 mm. Passando dai fattori sistemici a quelli locali, il primo da considerare è la quantità di gengiva cheratinizzata, che dovrebbe raggiungere almeno 2 mm; in caso di difetto, la tecnica elettiva per compensare la sua mancanza è l’innesto autologo. Nei controlli a distanza, pertanto, lo stato di salute dei tessuti molli perimplantari dovrà essere sempre attentamente valutato.
Esauriti gli aspetti chirurgici, si devono considerare quelli protesici, in testa ai quali c’è la tenuta della protesi, che deve essere quanto più solida e precisa per evitare micromovimenti durante la masticazione. Questi, infatti, alterando la trasmissione del carico possono dare inizio a effetti negativi come l’allentamento della vite e usura precoce. A tutto ciò possono aggiungersi gli errori del laboratorio odontotecnico che possono contribuire a danneggiare la connessione, fino a interrompere il sigillo protesi/moncone, con la formazione di un vuoto che sarà quanto prima colonizzato dai microrganismi orali. Da qui alla perimplantite il passo sarà breve. Sempre in laboratorio possono originarsi errori di progettazione, come un imperfetto profilo di emergenza, che ostacolano le manovre di igiene e favoriscono l’accumulo di placca. Attualmente l’orientamento degli esperti è concorde nel ritenere il profilo concavo come quello più biologico, poiché offre un volume idoneo alla maturazione dei tessuti molli e alla loro migrazione coronale. Dal punto di vista istologico, inoltre, questo profilo si associa a un sigillo mucoso caratterizzato da epitelio giunzionale continuo e tessuto connettivo denso; alcune ricerche confermano come un corollario che il profilo convesso si associa a maggiore frequenza di sanguinamento al sondaggio e rende meno agevoli i controlli a distanza (González-Martín O, Lee E, Weisgold A, Veltri M, Su H. Contour management of implant restorations for optimal emergence profiles: guidelines for immediate and delayed provisional restorations. Int J Periodontics Restorative Dent. 2020 Jan/Feb;40(1):61-70) Infine, ricordano gli autori, è bene preferire gli impianti avvitati a quelli cementati, con i quali il rischio di perimplantite aumenta.

Indice di massa corporea e rischio di perimplantite

Uno studio retrospettivo svolto negli Usa su 325 pazienti ha evidenziato che l’aumento dell’indice di massa corporea (BMI pari al prodotto del peso per il quadrato dell’altezza) si associa a un maggior rischio di perimplantite nel quinquennio successivo all’inserimento degli impianti (Selznick H et al. Is Body Mass Index an Independent Risk Factor for Peri-Implantitis? J Oral Maxillofac Surg. 2026 May;84(5):710-719).
Il tessuto adiposo non è un semplice deposito di energia, ma agisce come un organo dotato di un proprio metabolismo; quando è in eccesso porta al rilascio di mediatori flogistici che inducono uno stato di infiammazione subclinica e permanente che può ridurre le difese immunitarie. Dai risultati di questa ricerca, questo rischio si manifesta al superamento del valore di BMI 30, che identifica i soggetti obesi; per loro il rischio di perimplantite nei primi cinque anni era pari al 34% contro il 23% dei pazienti con BMI inferiore a 23. Anche tenendo conto di altri importanti fattori di rischio (fumo, età e diabete), l’obesità restava un fattore indipendente che aumentava il rischio del 56%.

 

Il registro SKaPa: l’unione fa la conoscenza
SKaPa è il registro di qualità svedese per carie e parodontite che dal 2008 raccoglie i dati delle terapie odontoiatriche eseguite nelle cliniche pubbliche e in molti studi privati (l’invio dei dati è su base volontaria). Ogni anno viene pubblicato un riassunto le cui conclusioni possono servire per decisioni di politica sanitaria e come supporto per le ricerche. Registri simili esistono in Norvegia e Danimarca ma anche in alcuni importanti produttori di impianti; in Italia, esiste solo per gli impianti ortopedici. Per superare tale frammentazione a livello comunitario è stato istituito l’European Database on Medical Devices (Eudamed) dove ogni produttore è tenuto a registrare i suoi dispositivi ai quali viene assegnato un codice che consente di tracciarne eventuali complicanze. Tutto questo faciliterà la raccolta dei dati che, anche grazie all’intelligenza artificiale, potranno fornire indicazioni utili a ricercatori e produttori.

Turbo bite anteriore e dimensione verticale in dentizione decidua: caso clinico

Turbo bite anteriore

Autori

Claudio Boschin
Medico Odontoiatra, libero professionista
Portogruaro (VE)

Corrispondenza: info@claudioboschin.it

Abstract

Obiettivi. La gestione della dimensione verticale è un passaggio critico della terapia ortodontica intercettiva, poiché condiziona rapporti incisali, equilibrio occlusale e morfologia facciale. I turbo bite anteriori sono rialzi occlusali diretti in composito applicati sul settore frontale, che determinano un contatto anteriore stabile e la disclusione dei settori latero-posteriori. La letteratura disponibile riguarda prevalentemente adolescenti e adulti in dentizione permanente trattati con apparecchiature fisse, mentre i dati in dentizione decidua sono scarsi. Obiettivo del lavoro è descrivere le modificazioni occlusali, cefalometriche e cranio-cervicali osservate a otto mesi dall’applicazione in un paziente in dentizione decidua trattato con turbo bite diretti sugli incisivi centrali superiori decidui, discutendone il razionale funzionale, il significato clinico e i limiti interpretativi.
Materiali e metodi. Paziente maschio di 6 anni, in dentizione decidua, con occlusione di Classe I, morso profondo dentale (overbite 5,4 mm), masticazione unilaterale sinistra con angolo funzionale masticatorio di Planas asimmetrico (minore a sinistra); assenti abitudini viziate. Nel settembre 2025 sono stati applicati rialzi occlusali anteriori diretti, realizzati in bocca con stampi in silicone preformati e composito ibrido fotopolimerizzabile ad alto contenuto di riempitivo, sugli incisivi centrali superiori decidui 5.1 e 6.1, ottenendo una disclusione dei settori latero-posteriori di circa 1,5 mm, secondo il razionale della Riabilitazione Neuro-Occlusale. I rialzi sono stati rimossi al termine degli otto mesi di terapia, prima della rivalutazione. Sono state confrontate due teleradiografie latero-laterali (T0: 27/08/2025, eseguita 29 giorni prima dell’applicazione; T1: 25/05/2026, eseguita dopo la rimozione dei rialzi), analizzate secondo Ricketts e Steiner; sono state inoltre misurate cinque variabili cranio-cervicali secondo Solow. La documentazione fotografica frontale è stata impiegata come riscontro clinico, non come strumento di misura.
Risultati. L’overbite si è ridotto da 5,4 mm a 2,8 mm (-2,6 mm), rientrando nell’intervallo di riferimento (2,5 ± 2 mm). Il dato è stato rilevato a rialzi rimossi: la nuova dimensione verticale risulta quindi sostenuta dai settori posteriori e non dal dispositivo. Sul piano cefalometrico si è osservato un aumento dell’altezza facciale inferiore (ANS–Xi–Pm 46,0° → 52,3°; +6,3°), con incremento del piano mandibolare (35,4° → 39,1°), riduzione dell’arco mandibolare (28,3° → 25,4°) e rotazione posteriore dell’asse facciale (89,7° → 85,4°). L’ANB è aumentato di 1,9° con mantenimento della Classe I occlusale. I quattro angoli cranio-cervicali si sono modificati in direzioni discordanti e di ampiezza contenuta (da -2,6° a +2,6°), tutte comprese entro l’errore del metodo riportato per queste variabili; la curvatura cervicale è rimasta su valori di rettilineizzazione a entrambi i tempi (2,9° → 0,9°).
Conclusioni. Nel caso descritto i turbo bite anteriori diretti si sono associati a una riduzione dell’overbite di 2,6 mm, persistente dopo la rimozione del dispositivo e quantitativamente compatibile con l’estrusione compensatoria dei settori latero-posteriori consentita dalla disclusione di 1,5 mm. Le variabili cranio-cervicali si sono modificate in direzioni discordanti e per ampiezze inferiori all’errore del metodo: il caso non fornisce alcun elemento a favore di un effetto posturale della terapia. Trattandosi di un singolo caso non controllato, in un soggetto in crescita attiva, i dati descrivono un’associazione temporale; l’incremento della dimensione verticale in un pattern già iperdivergente rappresenta un elemento di attenzione, non un risultato favorevole in sé.
Implicazioni cliniche. I turbo bite diretti rappresentano una metodica semplice, poco invasiva e reversibile per la gestione precoce del morso profondo in dentizione decidua. Il loro impiego richiede una selezione accurata del paziente – la letteratura ne suggerisce l’indicazione elettiva nei soggetti con altezza facciale inferiore ridotta – e un monitoraggio del pattern verticale, che nei quadri iperdivergenti può muoversi in direzione indesiderata.

Anterior bite turbos and vertical dimension in the primary dentition: a case report

Objectives. Management of the vertical dimension is a critical step in interceptive orthodontic therapy, since it affects incisal relationships, occlusal balance and facial morphology. Anterior bite turbos are direct composite occlusal risers bonded to the anterior segment, producing a stable anterior contact and disclusion of the posterior sectors.
Available evidence mainly concerns adolescents and adults in the permanent dentition treated with fixed appliances, whereas data in the primary dentition are scarce. This paper describes the occlusal, cephalometric and craniocervical changes observed eight months after placement in a patient in the primary dentition treated with direct bite turbos bonded to the deciduous maxillary central incisors.
Materials and methods. A 6-year-old male patient in the primary dentition, with a Class I occlusion, a dental deep bite (overbite 5.4 mm), left-sided unilateral chewing with an asymmetric Planas masticatory functional angle (smaller on the left) and a canted occlusal plane, higher on the left.
In September 2025 direct anterior bite risers were bonded to the deciduous maxillary central incisors 5.1 and 6.1, built intraorally with preformed silicone moulds and a highly filled light-curing hybrid composite, achieving approximately 1.5 mm of posterior disclusion.
The risers were removed at the end of the eight-month treatment period, before reassessment. Two lateral cephalograms (T0: 27 August 2025, taken 29 days before placement; T1: 25 May 2026, taken after riser removal) were analysed according to Ricketts and Steiner; five craniocervical variables were also measured according to Solow. The frontal photographic records were used as clinical corroboration, not as a measurement tool.
Results. Overbite decreased from 5.4 mm to 2.8 mm (−2.6 mm), returning within the reference range (2.5 ± 2 mm). The measurement was taken after riser removal: the new vertical dimension is therefore supported by the posterior sectors and not by the appliance. Cephalometrically, lower facial height increased (ANS–Xi–Pm 46.0° → 52.3°; +6.3°), with an increase in the mandibular plane angle (35.4° → 39.1°), a decrease in the mandibular arc (28.3° → 25.4°) and a posterior rotation of the facial axis (89.7° → 85.4°). ANB increased by 1.9° while the Class I occlusion was maintained. The four craniocervical angles changed in discordant directions and by small amounts (from −2.6° to +2.6°), all within the method error reported for these variables; cervical curvature remained at straightened values at both time points (2.9° → 0.9°).
Conclusions. Direct anterior bite turbos were associated with a 2.6 mm reduction of overbite that persisted after appliance removal and is quantitatively compatible with the compensatory extrusion of the posterior sectors permitted by the 1.5 mm disclusion. The craniocervical variables changed in discordant directions and by amounts below the method error: the case provides no evidence of a postural effect. As this is a single uncontrolled case in an actively growing subject, the data describe a temporal association; the increase in vertical dimension in an already hyperdivergent pattern is a point of caution rather than a favourable outcome in itself.
Clinical significance. Direct bite turbos are a simple, minimally invasive and reversible method for the early management of deep bite in the primary dentition. Their use requires careful patient selection — the literature suggests their elective indication in subjects with reduced lower facial height — and monitoring of the vertical pattern, which in hyperdivergent cases may move in an undesirable direction.

Si descrivono le modificazioni occlusali, cefalometriche e cranio-cervicali osservate dopo otto mesi di trattamento con turbo bite anteriore in un paziente in dentizione decidua, discutendone il razionale funzionale, le implicazioni cliniche e i limiti interpretativi.

La gestione della dimensione verticale è uno degli aspetti più delicati della terapia ortodontica e gnatologica, poiché influenza l’estetica del sorriso, i rapporti occlusali e l’equilibrio neuromuscolare. Nei quadri con tendenza al morso profondo, un incremento controllato dell’altezza verticale anteriore può favorire la normalizzazione dei rapporti incisali e il riposizionamento funzionale della mandibola. È tuttavia opportuno premettere che il livello di evidenza a sostegno del trattamento precoce del morso profondo nel paziente in crescita rimane basso: la revisione sistematica Cochrane dedicata all’argomento conclude che, allo stato attuale, non esistono prove sufficienti per raccomandare o sconsigliare uno specifico approccio ortodontico nei bambini con morso profondo (1). Tra le metodiche disponibili, i turbo bite – rialzi diretti in composito, riconducibili al concetto di piste dirette – applicati sul settore frontale creano un contatto anteriore che disclude i settori posteriori, guidando la funzione e favorendo l’adattamento verticale.
La valutazione cefalometrica di Elbarnashawy et al., condotta su trenta pazienti in crescita trattati con turbo bite in associazione ad apparecchiatura fissa preregolata e confrontati con un gruppo di controllo non trattato, ha documentato che la correzione dell’overbite avviene prevalentemente a carico dell’arcata inferiore e si accompagna a un aumento dell’altezza facciale anteriore inferiore; gli autori ne suggeriscono l’indicazione elettiva nei soggetti con morso profondo e altezza facciale inferiore ridotta (2).
Studi randomizzati hanno confrontato i turbo bite con altre metodiche di apertura del morso, come gli archi con curva di Spee invertita (3) e i rialzi su canini (4), e con gli archi di utilità e i piani di svincolo anteriori (5, 6), evidenziando efficacia comparabile, ma meccanismi d’azione differenti. Questa evidenza è però stata prodotta quasi esclusivamente in adolescenti e adulti in dentizione permanente trattati con apparecchiature fisse, mentre i dati relativi all’impiego dei rialzi diretti in dentizione decidua sono scarsi. Sul piano funzionale, l’impiego dei rialzi anteriori nel paziente in dentizione decidua si inscrive nel quadro concettuale della Riabilitazione Neuro-Occlusale (RNO) di Planas (7), che attribuisce alla stimolazione funzionale un ruolo determinante nello sviluppo dento-alveolare, e nelle metodiche di intercettazione precoce fondate sulla riorganizzazione della masticazione (8). In tale prospettiva è stata formalizzata la legge della minima dimensione verticale, secondo cui la mandibola raggiunge la massima intercuspidazione riducendo al minimo la dimensione verticale, con implicazioni sull’eziologia della malocclusione e sulla stabilità dei risultati (9). L’approccio funzionale considera infine la relazione tra occlusione e postura cranio-cervicale.
L’ipotesi dello stiramento dei tessuti molli formulata da Solow e collaboratori postula che l’assetto cranio-cervicale possa influenzare lo sviluppo delle strutture dento-facciali (10), e diversi studi hanno descritto associazioni tra postura del capo e malocclusione (11).
Le revisioni sistematiche più recenti confermano correlazioni tra morfologia craniofacciale, classe scheletrica e postura cranio-cervicale, pur segnalando un’elevata eterogeneità metodologica (12-14), e sottolineano come tali rapporti varino con il periodo di crescita (15). Alcuni lavori hanno osservato modificazioni dell’assetto cranio-cervicale dopo trattamento ortodontico (16, 17). Va tuttavia ricordato che le rassegne critiche sul tema concludono che la relazione tra occlusione e postura corporea non è supportata da evidenze solide e non può essere assunta come nesso causale nella pratica clinica (18, 19). Nel presente lavoro si descrive un caso trattato con turbo bite diretti sul gruppo frontale superiore, documentando l’evoluzione occlusale, cefalometrica e cranio-cervicale e discutendone in modo esplicito il significato e i limiti.

Materiali e metodi

Caso clinico

Paziente maschio, 5 anni alla prima visita (aprile 2025) e 6 anni al controllo finale del trattamento (maggio 2026). Anamnesi medica generale negativa per patologie sistemiche, in assenza di terapie farmacologiche in atto e di allergie note.
All’esame funzionale non sono state rilevate abitudini viziate: la deglutizione risultava fisiologica e la respirazione nasale. La valutazione funzionale secondo i criteri della Riabilitazione Neuro-Occlusale ha documentato un quadro di masticazione unilaterale. L’angolo funzionale masticatorio di Planas (AFMP) risultava asimmetrico, di ampiezza minore a sinistra, e il lato masticatorio abituale era il sinistro: il reperto è coerente con la legge della minima dimensione verticale, secondo cui il soggetto
mastica dal lato che richiede il minor spostamento verticale nei movimenti di lateralità, cioè quello con AFMP minore (7, 9). Si rilevavano inoltre una maggiore ampiezza dell’emipalato sinistro rispetto al destro (24,53 mm contro 22,37 mm; Figura 1) e, alla valutazione posturale, un pattern di side bending rotation sinistro. I due reperti sono riportati come elementi descrittivi del quadro iniziale e non sono posti in rapporto causale fra loro. All’esame clinico iniziale (documentazione dell’aprile 2025) si rilevava un’occlusione di Classe I con morso profondo dentale in dentizione decidua (Figura 2).

Turbo bite anteriore
1. Asimmetria trasversale a T0: maggiore ampiezza dell’emipalato sinistro (24,53 mm) rispetto al destro (22,37 mm). Punti di repere: parte mediana del palato e fossa centrale del 1° molare deciduo
Turbo bite anteriore
2. Documentazione fotografica iniziale (T0): A, lato destro; B, frontale; C, lato sinistro

L’analisi cefalometrica di partenza (teleradiografia latero-laterale del 27/08/2025, T0) mostrava un overbite di 5,4 mm, nettamente al di sopra del valore di riferimento (2,5 ± 2 mm), altezza facciale inferiore nei limiti della norma (ANS–Xi–Pm 46,0°) e un piano mandibolare superiore ai valori normativi per l’età (FH/Go–Me 35,4°). I valori completi sono riportati nella Tabella 1.

Metodica di trattamento

Il trattamento è consistito nell’applicazione, nel settembre 2025, di rialzi occlusali anteriori
diretti (turbo bite) sugli incisivi centrali superiori decidui 5.1 e 6.1 (Figura 3), con l’obiettivo di ottenere un contatto anteriore stabile, aumentare temporaneamente la dimensione verticale dento-alveolare e determinare la disclusione dei settori latero-posteriori.

Turbo bite anteriore
3. Turbo bite in composito applicati sugli incisivi centrali superiori decidui 5.1 e 6.1. Il colore blu del composito da core build-up impiegato consente di distinguere il rialzo dai tessuti dentari ai controlli

Dopo isolamento del campo, mordenzatura con acido ortofosforico e applicazione di un sistema adesivo smalto-dentinale, i rialzi sono stati realizzati direttamente in bocca con la tecnica dello stampo preformato: la punta in silicone dedicata ai bite turbo è stata riempita di composito, posizionata sulla superficie palatina dell’elemento e fotopolimerizzata in situ, quindi rimossa lasciando in sede il rialzo già conformato. Sono stati impiegati stampi preformati in silicone del sistema Mini-Mold™, punta Bite Turbo da 3 mm, traslucidi, flessibili e sterilizzabili a freddo. Il composito impiegato è stato un ibrido fotopolimerizzabile per la ricostruzione di monconi (DEI® Clever Diamond Blu; DEI® Italia S.r.l.), con carica di riempitivo inorganico dell’83% ed elevata resistenza alla compressione.
La scelta di un materiale da core build-up di colore blu, in luogo dei compositi fluidi abitualmente indicati per questa tecnica, è stata motivata dalla necessità di resistenza all’usura sotto carico occlusale e dal contrasto cromatico, che agevola l’ispezione del rialzo ai controlli e ne consente la rimozione integrale a fine terapia. I rialzi, di 3 mm di altezza, hanno determinato un contatto anteriore stabile con gli incisivi inferiori e una disclusione dei settori latero-posteriori di circa 1,5 mm (Figura 4).

Turbo bite anteriore
4. Veduta frontale e laterale (A, B, C) con evidenza della disclusione dei settori latero-posteriori, pari a circa 1,5 mm

I rialzi sono stati mantenuti in sede per otto mesi e rimossi al termine della terapia, prima della rivalutazione clinica, fotografica e radiografica del 25/05/2026 (circa quattro settimane prima).
Tutte le misure di esito riportate si riferiscono pertanto alla condizione occlusale a dispositivo rimosso. Il razionale funzionale dell’intervento è riconducibile alla seconda legge di sviluppo di Planas, relativa allo sviluppo verticale di premolari e molari. Secondo i principi della Riabilitazione Neuro-Occlusale, la stimolazione funzionale esercitata sui denti e sui rispettivi tessuti parodontali produce una risposta di sviluppo verticale nei settori dento-alveolari appartenenti alla stessa unità embriologica; tale risposta viene normalmente limitata dal contatto con i denti antagonisti.
La temporanea eliminazione dei contatti posteriori, ottenuta mediante i rialzi anteriori, è stata pertanto finalizzata a ridurre il vincolo occlusale sui settori latero-posteriori e a favorirne l’eruzione e l’adattamento verticale (7-9).

Valutazione occlusale e documentazione fotografica

L’overbite è stato misurato sulle due teleradiografie latero-laterali come distanza verticale fra i margini incisali superiore e inferiore (is-ii), con la medesima costruzione a T0 e a T1. L’overbite è stato misurato sulle due teleradiografie latero-laterali come distanza verticale fra i margini incisali superiore e inferiore (is-ii), con la medesima costruzione a T0 e a T1.
La modificazione occlusale è inoltre documentata dal confronto fotografico frontale (Figura 5), acquisito con divaricatori e in occlusione abituale, che ne fornisce il riscontro clinico diretto.

Turbo bite anteriore
5. Riscontro clinico della riduzione dell’overbite. Caso in T0 e T1 con riduzione dell’overbite

La documentazione fotografica non è stata impiegata per misurazioni metriche. Le due riprese non sono state standardizzate per distanza, ingrandimento e orientamento del capo, e non erano disponibili modelli in gesso né scansioni intraorali: qualunque misura ricavata dal loro confronto sarebbe pertanto priva di riferimento dimensionale. Le osservazioni tratte dalle immagini sono di conseguenza riportate come reperti clinici qualitativi.

Analisi cefalometrica e cranio-cervicale

Le due teleradiografie latero-laterali (T0: 27/08/2025; T1: 25/05/2026) delimitano un intervallo di 241 giorni. I rialzi sono stati applicati nel settembre 2025, la teleradiografia T0 precede di 29 giorni l’inizio della terapia, e tolti 4 settimane prima della teleradiografia T1: l’intervallo radiografico comprende quindi un mese di crescita senza dispositivo, mentre la durata effettiva del trattamento è di sette mesi. Entrambi gli esami sono stati eseguiti presso il medesimo studio, con il medesimo apparecchio radiologico (Carestream; 87 kV, 10 mA, 9994 ms; dose 25,81 mGy·cm²) e da operatore esperto.
I tracciati sono stati eseguiti da un singolo operatore con il software CS Imaging 8.0.32 (Carestream Dental) e le misure rilevate secondo le analisi di Ricketts e Steiner. Il software restituisce l’arco mandibolare come angolo supplementare (Pm–Xi–DC); nella Tabella 1 il valore è riportato secondo la convenzione di Ricketts (180° - valore restituito). I parametri relativi agli assi incisivi – angolo interincisivo, inclinazione e protrusione dell’incisivo inferiore rispetto ad A–Pog – non sono stati riportati. In dentizione decidua l’asse lungo degli incisivi non è determinabile con affidabilità sulla teleradiografia latero-laterale: le radici sono corte, in fase di riassorbimento fisiologico e scarsamente distinguibili per la sovrapposizione dei due lati, e il tracciato dell’asse ne risulta arbitrario. Le variazioni angolari restituite dal software per questi parametri non sono pertanto interpretabili come movimenti dentali e sono state escluse dall’analisi. Per la stessa ragione non è stata riportata la posizione del piano occlusale rispetto al punto Xi, la cui costruzione dipende dai medesimi reperi. Le variabili cranio-cervicali sono state costruite secondo Solow (20), impiegando tre punti di repere vertebrali:

  • cv2ip, punto più postero-inferiore del corpo della seconda vertebra cervicale;
  • cv2tg, punto di tangenza sul contorno posteriore del processo odontoideo;
  • cv4ip, punto più postero-inferiore del corpo della quarta vertebra cervicale.

Da essi derivano due rette: OPT (odontoid process tangent), condotta per cv2ip e cv2tg, che rappresenta il tratto cervicale superiore, e CVT (cervical vertebrae tangent), condotta per cv4ip e cv2tg, che rappresenta il tratto cervicale medio. Gli angoli cranio-cervicali sono stati misurati incrociando le due rette cervicali con la base cranica anteriore (NSL) e con il piano palatale (NL), ottenendo NSL/OPT, NSL/CVT, NL/OPT e NL/CVT. La curvatura cervicale è stata misurata come angolo a tre punti cv2ip–cv2tg–cv4ip (OPT/CVT). La costruzione dei punti e delle rette è illustrata in Figura 6.

6. Punti di repere e linee di riferimento per l’analisi cranio-cervicale secondo Solow. Punti craniali: N, S, ANS, PNS. Punti cervicali: cv2tg, cv2ip, cv4ip. Linee: NSL, NL, OPT, CVT. Angoli: NSL/OPT, NSL/CVT, NL/OPT, NL/CVT e curvatura cervicale OPT/CVT. Lo schema è illustrativo e non riproduce il tracciato del paziente

Entrambe le teleradiografie sono state acquisite con cefalostato e olive auricolari.
La posizione del cranio era pertanto determinata dall’apparecchio e non dalla postura abituale del paziente, e sulle immagini non è presente alcun riferimento verticale extracraniale.
Ne consegue che i quattro angoli cranio-cervicali, che hanno un braccio costruito su reperi craniali, descrivono la configurazione geometrica tra un cranio orientato dall’apparecchio e un rachide cervicale libero di adattarvisi: non sono quindi interpretabili come misure della postura del paziente e vengono riportati a scopo esclusivamente descrittivo.
La curvatura cervicale (OPT/CVT), costruita interamente su reperi vertebrali, è l’unica variabile della serie non condizionata dal vincolo del cefalostato. L’errore del metodo non è stato calcolato su questo campione; come riferimento, Siersbaek-Nielsen e Solow hanno stimato per queste variabili un errore di 3,4° sull’angolazione cranio-cervicale (NSL/OPT) e di 3,1° sull’inclinazione cervicale (21), ampiezza assunta come soglia interpretativa.

Risultati

Rapporti occlusali

L’overbite si è ridotto da 5,4 mm a 2,8 mm (−2,6 mm): il valore di partenza era nettamente al di sopra del limite superiore del range di riferimento (2,5 ± 2 mm), quello finale si colloca al centro dell’intervallo. Il morso profondo risultava quindi risolto al termine dell’osservazione. Il dato è stato rilevato dopo la rimozione dei rialzi: la riduzione non è imputabile alla presenza del dispositivo, che al momento della misurazione non era più in bocca.
La Classe I occlusale è stata mantenuta; la posizione del molare superiore rispetto al piano pterigoideo è aumentata di 2,7 mm (U6/PTV: 9,7 → 12,4 mm), passando da un valore in norma per l’età a uno lievemente superiore.

Riscontro clinico e osservazioni sulla documentazione fotografica

La riduzione dell’overbite trova riscontro diretto nel confronto fotografico frontale (Figura 5): a T0 gli incisivi inferiori risultavano quasi interamente coperti dai superiori, mentre a T1 sono ampiamente visibili.
L’immagine di T1 è stata acquisita dopo la rimozione dei rialzi e in dentizione decidua.

Dimensione verticale

L’altezza facciale inferiore è aumentata da 46,0° a 52,3° (+6,3°), passando da un valore centrale a un valore superiore al limite alto del range di riferimento (47° ± 4°). L’incremento è confermato dalla misura lineare corrispondente (ANS–Pm: 41,0 → 45,2 mm; +4,2 mm). Coerentemente, il piano mandibolare è aumentato da 35,4° a 39,1° (+3,7°), l’arco mandibolare si è ridotto da 28,3° a 25,4° (−2,9°) e l’asse facciale è passato da 89,7° a 85,4° (−4,3°): le misure indicano, in modo concorde, una rotazione mandibolare posteriore. L’altezza del ramo è aumentata di 2,0 mm (Pt–Go: 51,6 → 53,6 mm).

Rapporti sagittali

L’ANB è aumentato da 3,5° a 5,4° (+1,9°). L’incremento deriva dalla riduzione di SNB (76,4° → 72,3°; −4,1°), più marcata di quella di SNA (79,9° → 77,7°; −2,2°); la convessità è rimasta sostanzialmente invariata (2,3 → 2,8 mm) e la Classe I occlusale si è mantenuta La riduzione di SNB è coerente con la rotazione mandibolare posteriore documentata dai parametri verticali.

Misure cranio-cervicali

I quattro angoli cranio-cervicali si sono modificati in direzioni discordanti: NSL/OPT è aumentato di 2,6° (90,4° → 93,0°) e NL/OPT di 1,2° (81,0° → 82,2°), mentre NSL/CVT si è ridotto di 1,3° (93,4° → 92,1°) e NL/CVT di 2,6° (83,9° → 81,3°). Nessuna delle quattro variazioni raggiunge l’errore del metodo riportato in letteratura per queste variabili (3,4°). La curvatura cervicale (OPT/CVT), unica variabile indipendente dalla posizione del cranio, è risultata di 2,9° a T0 e di 0,9° a T1 (−2,0°, anch’essa entro l’errore del metodo): il rachide cervicale superiore era rettilineo in entrambe le rilevazioni.

Discussione

Il risultato occlusale e la sua coerenza quantitativa

Il dato principale del caso è la riduzione dell’overbite di 2,6 mm, con rientro nell’intervallo di riferimento. Due circostanze ne rafforzano il significato. La prima è che la misurazione è stata effettuata a rialzi rimossi: non si tratta quindi di un morso mantenuto aperto dal dispositivo, ma di una nuova dimensione verticale sostenuta dai settori posteriori, che si è conservata dopo la rimozione. È la prima obiezione che si pone a qualunque terapia con rialzi anteriori, ed è qui documentalmente esclusa. La seconda è la coerenza quantitativa con il meccanismo ipotizzato. La disclusione ottenuta era di circa 1,5 mm: è questo lo spazio entro cui i settori latero-posteriori potevano estrudere, e dunque il limite superiore dell’incremento verticale posteriore attribuibile al dispositivo. Poiché la rotazione mandibolare avviene attorno al condilo e gli incisivi ne distano circa una volta e mezza più dei molari decidui, un incremento verticale posteriore entro tale limite si traduce, al settore incisivo, in una riduzione dell’overbite dell’ordine di 2-2,5 mm. La riduzione osservata (-2,6 mm) è di questo ordine di grandezza: il risultato non richiede di postulare meccanismi ulteriori, ed è delimitato superiormente da una grandezza nota, misurata e dichiarata al momento dell’applicazione.

Il meccanismo: estrusione compensatoria e auto livellamento

Il termine “eruzione” richiede una precisazione. A sei anni gli elementi decidui hanno completato la propria eruzione attiva e si trovano nella fase di stabilità occlusale che precede la permuta dentale: non è quindi all’eruzione fisiologica che va ricondotta la discesa osservata. Il fenomeno in gioco è l’estrusione dento-alveolare compensatoria, ossia la migrazione in direzione occlusale del dente insieme al proprio osso alveolare di supporto, che si verifica in assenza di un antagonista e prosegue fino al ripristino del contatto. È il medesimo meccanismo che produce la sovraeruzione degli elementi privi di antagonista, osservabile a qualunque età. La precisazione non è terminologica ma sostanziale. L’estrusione compensatoria è, per definizione, una risposta all’assenza di contatto antagonista – e in questo caso l’assenza di contatto antagonista è stata prodotta dal dispositivo. Il rapporto fra intervento ed effetto non richiede pertanto di essere postulato: è il meccanismo stesso a definirlo. È questa, del resto, la formulazione operativa della seconda legge di sviluppo di Planas, secondo cui la risposta di sviluppo verticale dei settori dento-alveolari è normalmente limitata dal contatto con gli antagonisti (7, 8).
Ne discende il carattere autolimitante e autolivellante della metodica. I rialzi anteriori non applicano alcuna forza ai settori latero-posteriori: ne rimuovono soltanto il vincolo occlusale. Ciascun settore è quindi libero di estrudere fino a ristabilire il contatto, e non oltre. L’entità dell’estrusione è delimitata superiormente dallo spazio creato – 1,5 mm nel caso descritto – e, all’interno di quel limite, è determinata dal deficit verticale che ciascun settore presentava. Il dispositivo non impone una posizione: permette un adattamento, la cui misura è dettata dalla condizione di partenza di ogni settore.

La dimensione verticale scheletrica

L’aumento della dimensione verticale anteriore è documentato in modo concorde da quattro parametri indipendenti (altezza facciale inferiore, misura lineare ANS–Pm, piano mandibolare, arco mandibolare) e corrisponde alla direzione attesa dall’applicazione di rialzi anteriori (2-4). L’aumento dell’ANB va letto in questa cornice: è in larga parte una conseguenza geometrica della rotazione mandibolare posteriore – con lo spostamento in basso e indietro del punto B e la conseguente riduzione di SNB – più che l’espressione di un reale peggioramento del rapporto sagittale, come suggerito dall’invarianza della convessità e dal mantenimento della Classe I. Va però osservato che un’estrusione posteriore di 1,5 mm non può da sola produrre i +4,2 mm di ANS–Pm misurati: una quota non trascurabile dell’incremento verticale è attribuibile alla crescita fisiologica – cui si aggiunge il mese di intervallo radiografico precedente all’applicazione dei rialzi – oltre a un possibile contributo dell’errore di misurazione. Il punto clinicamente più rilevante è però un altro. La letteratura indica i turbo bite anteriori come opzione elettiva nei soggetti con morso profondo e altezza facciale inferiore ridotta, ossia nei pattern ipodivergenti, proprio perché il loro meccanismo d’azione tende ad aumentare l’altezza facciale anteriore (2). Nel caso descritto il paziente presentava a T0 un piano mandibolare superiore ai valori normativi per l’età; a T1 l’altezza facciale inferiore si colloca al di sopra del limite superiore del range e la rotazione mandibolare posteriore è aumentata. L’incremento verticale osservato, che in un pattern ipodivergente costituirebbe l’effetto desiderato, in questo paziente si è prodotto in una direzione già sfavorevole sul piano scheletrico. Il rilievo non invalida il risultato occlusale ottenuto, ma definisce il perimetro di applicabilità della metodica e impone un follow-up prolungato con monitoraggio del pattern verticale.

Assenza di controllo ed evoluzione spontanea attesa

L’assenza di un gruppo di controllo impedisce di stabilire quale sarebbe stata l’evoluzione di questo paziente in assenza di trattamento. L’incertezza è reale, ma non è simmetrica rispetto ai due esiti principali del caso, e va discussa separatamente per ciascuno.
Per l’overbite, l’evoluzione spontanea attesa non è ignota. Keski-Nisula et al. hanno seguito 104 bambini non trattati dalla permuta dentale del primo incisivo deciduo (età media 5,1 anni) fino alla completa eruzione degli incisivi permanenti e dei primi molari (età media 8,4 anni): in quel gruppo l’overbite non si è corretto spontaneamente, ma è aumentato, passando da 3,3 a 4,1 mm (22). Nello stesso senso depone la valutazione longitudinale di soggetti non trattati con morso profondo, selezionati con un overbite superiore a 4,5 mm – criterio soddisfatto dal presente paziente, che a T0 presentava 5,4 mm – nei quali l’overbite peggiora significativamente durante la fase prepuberale e migliora soltanto in corrispondenza del picco puberale (23). La tendenza naturale, nella fascia di età qui considerata, è dunque all’approfondimento del morso, non alla sua risoluzione spontanea. La riduzione di 2,6 mm osservata si muove in direzione opposta a quella attesa: la crescita fisiologica, in questo caso, non può spiegare il risultato e semmai ne ha ridotto l’entità apparente. Per la dimensione verticale scheletrica il ragionamento si rovescia. L’incremento fisiologico dell’altezza facciale anteriore inferiore, in un soggetto di sei anni, agisce nella stessa direzione dell’effetto atteso dal dispositivo: qui la crescita non maschera il risultato, lo amplifica. La quota di incremento attribuibile ai rialzi non è pertanto separabile da quella dovuta alla crescita, e i +6,3° di ANS–Xi–Pm vanno letti con la cautela corrispondente. Le due variabili di esito hanno quindi uno statuto probatorio diverso: la riduzione dell’overbite risulta rafforzata dal confronto con l’evoluzione spontanea attesa, perché la crescita avrebbe agito contro di essa; l’incremento verticale ne risulta indebolito, perché la crescita avrebbe agito a suo favore. Resta il limite del ricorso a controlli storici: le popolazioni citate differiscono per durata dell’osservazione, entità iniziale del morso profondo e metodo di misurazione, e stabiliscono pertanto la direzione della tendenza spontanea, non un valore atteso quantitativo per questo paziente.

Razionale funzionale e suoi limiti

L’impiego dei rialzi diretti in dentizione decidua trova il proprio inquadramento teorico nella Riabilitazione Neuro-Occlusale, che interpreta lo sviluppo dento-alveolare come risposta adattativa alla stimolazione funzionale e attribuisce alla rimozione dei vincoli occlusali un ruolo permissivo nei confronti dell’eruzione dei settori posteriori (7, 8). È tuttavia necessario distinguere il razionale dalla dimostrazione: la RNO costituisce una cornice interpretativa clinicamente coerente, ma le evidenze sperimentali che ne sostengono i singoli meccanismi in dentizione decidua sono limitate e di livello metodologico modesto.

Postura cranio-cervicale

La relazione tra occlusione e postura cranio-cervicale è oggetto di un dibattito consolidato. Studi cefalometrici hanno documentato associazioni tra postura del capo, morfologia craniofacciale e tipo di malocclusione (10, 11), e le revisioni sistematiche più recenti confermano correlazioni tra classe scheletrica, curvatura cervicale e posizione del capo (12-15). Questi dati sono però nella quasi totalità di natura associativa e trasversale; le rassegne critiche sull’argomento concludono che non esistono evidenze sufficienti a sostenere un rapporto causale tra occlusione e postura (18, 19). Nel caso qui descritto, le cinque variabili di Solow non documentano alcuna modificazione posturale. Il dato è duplice. In primo luogo, nessuna delle cinque variazioni raggiunge l’errore del metodo riportato in letteratura per le stesse misure: sono tutte comprese entro un’ampiezza che, per definizione, non è distinguibile dal rumore di misurazione. In secondo luogo – ed è il rilievo dirimente – le quattro variabili cranio-cervicali si muovono in direzioni discordanti: quelle riferite al tratto cervicale superiore aumentano, quelle riferite al tratto medio diminuiscono. Una modificazione posturale reale si esprimerebbe in modo coerente sui due segmenti del rachide, che sono meccanicamente accoppiati; un movimento discordante e sotto-soglia è invece la firma della variabilità di individuazione dei punti di repere. Trattandosi inoltre di teleradiografie acquisite con cefalostato, la posizione del cranio era imposta dall’apparecchio e non riflette la postura abituale del paziente. La curvatura cervicale – unica variabile costruita interamente su reperi vertebrali, e quindi non condizionata dal vincolo del cefalostato – è risultata di 2,9° a T0 e di 0,9° a T1: il rachide cervicale superiore era rettilineo prima del trattamento e lo è rimasto dopo. Non vi è quindi alcun recupero della lordosi cervicale da rivendicare. Il rilievo è utile proprio perché negativo: dimostra che l’incremento della dimensione verticale dento-alveolare, documentato in modo solido, non si è accompagnato ad alcuna modificazione misurabile della curvatura del rachide. Un caso singolo non può escludere l’esistenza di un rapporto tra occlusione e postura, ma nemmeno lo sostiene, e questo lavoro non fornisce elementi a suo favore.

Limiti dello studio

  • Disegno. Si tratta di un singolo caso clinico, privo di gruppo di controllo e di randomizzazione; il livello di evidenza è conseguentemente il più basso della gerarchia e i risultati non sono generalizzabili.
  • Crescita fisiologica. Il paziente si trovava in una fase di crescita attiva. Una quota non quantificabile dell’incremento verticale osservato è verosimilmente attribuibile alla crescita e non al dispositivo, mentre – come discusso – la crescita non può spiegare la riduzione dell’overbite né la riduzione dell’inclinazione del piano occlusale.
  • Parametri incisivi non valutabili. In dentizione decidua l’asse lungo degli incisivi non è tracciabile con affidabilità sulla teleradiografia latero-laterale, per la brevità e il riassorbimento fisiologico delle radici e per la sovrapposizione dei due lati.
    Angolo interincisivo, inclinazione e protrusione dell’incisivo inferiore sono stati pertanto esclusi dall’analisi: il caso non documenta l’eventuale contributo di movimenti incisivi al risultato occlusale.
  • Riproducibilità dei tracciati ed errore del metodo. L’angolo della base cranica N–S–Ba, utilizzato come controllo interno, si è modificato di 2,6° tra le due rilevazioni: variazione contenuta e compatibile con la normale variabilità di individuazione dei punti S e Ba. Le lunghezze effettive mascellare (Co–A: −0,3 mm) e mandibolare (Co–Gn: +0,7 mm) risultano coerenti con la crescita attesa in un soggetto di sei anni nell’arco di nove mesi. Non è stato tuttavia calcolato un errore del metodo specifico mediante ripetizione cieca dei tracciati: poiché la variazione dell’overbite (−2,6 mm) costituisce l’esito primario del lavoro, la determinazione dell’errore casuale secondo Dahlberg su tracciati ripetuti rafforzerebbe in misura sostanziale la solidità del risultato e resta l’integrazione metodologica più opportuna.
  • Misure cranio-cervicali. Le teleradiografie sono state acquisite con cefalostato e olive auricolari: la posizione del cranio era imposta dall’apparecchio, e sulle immagini non è presente alcun riferimento verticale extra craniale. I quattro angoli cranio-cervicali non riflettono pertanto la postura abituale del paziente e sono riportati a scopo descrittivo.
    Follow-up assente. Non è disponibile alcun controllo successivo alla rivalutazione: non è quindi possibile valutare la stabilità del risultato, aspetto particolarmente rilevante nel paziente in crescita, in un quadro con rotazione mandibolare posteriore e in vista della permuta del gruppo incisivo.

Conclusioni

Nel caso descritto, l’impiego di turbo bite diretti sul gruppo frontale superiore in dentizione decidua si è associato, a otto mesi, a una riduzione dell’overbite da 5,4 a 2,8 mm, con rientro nell’intervallo di riferimento e persistenza dopo la rimozione del dispositivo. L’entità della correzione è quantitativamente compatibile con l’estrusione compensatoria dei settori latero-posteriori consentita dalla disclusione di 1,5 mm, e la direzione del cambiamento è opposta a quella dell’evoluzione spontanea attesa in questa fase di sviluppo. Le cinque variabili cranio-cervicali si sono modificate in direzioni discordanti e per ampiezze inferiori all’errore del metodo, e la curvatura cervicale è rimasta su valori di rettilineizzazione: il caso non fornisce alcun elemento a favore di un effetto posturale della terapia. Il lavoro documenta un’associazione clinica, non un rapporto causale: il disegno a caso singolo, la crescita fisiologica, l’assenza di un errore del metodo misurato e l’assenza di follow-up impongono cautela.

Implicazioni cliniche

I turbo bite diretti in composito costituiscono una metodica semplice, poco invasiva, reversibile e a basso costo per la gestione precoce del morso profondo in dentizione decidua.
L’entità della disclusione ottenuta all’applicazione definisce il limite superiore dell’effetto atteso: è una grandezza che il clinico controlla e che va misurata e dichiarata.
La metodica è autolimitante: i rialzi non spingono i settori latero-posteriori, ne rimuovono il vincolo occlusale. Estrude soltanto il settore che presenta un deficit verticale, e soltanto fino al ripristino del contatto.
La selezione del paziente è determinante: poiché il meccanismo d’azione aumenta l’altezza facciale anteriore, la letteratura ne suggerisce l’indicazione elettiva nei soggetti con altezza facciale inferiore ridotta. Nei pattern iperdivergenti l’incremento verticale va monitorato e può costituire un effetto indesiderato.
Le variazioni cranio-cervicali rilevate su teleradiografia acquisita con cefalostato non costituiscono un indicatore di miglioramento posturale e non devono essere presentate al paziente come tale.

Conflitto di interessi e aspetti etici

L’autore dichiara l’assenza di conflitti di interesse di ordine economico o di altro tipo in relazione all’articolo presentato. Lo studio è stato condotto in accordo con gli standard etici della Dichiarazione di Helsinki. Gli esercenti la potestà genitoriale hanno fornito il consenso informato scritto all’esecuzione del trattamento e alla pubblicazione della documentazione clinica e radiografica in forma anonima. Le immagini extra-orali che includono la regione periorale/nasale sono state anonimizzate.

Finanziamenti allo studio

Lo studio non ha ricevuto alcun finanziamento.

 

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Bocca e menopausa: quello che c’è da sapere

Bocca e menopausa

Mentre la gravidanza rappresenta da decenni un tema cardine e ampiamente consolidato nella letteratura odontoiatrica, grazie alle ormai note correlazioni tra salute orale e salute materno-fetale, la menopausa riceve ancora un’attenzione marginale. Si tratta di una lacuna clinica significativa, specie se si considera che questa fase interessa una quota epidemiologicamente crescente della popolazione femminile e comporta profonde modificazioni biologiche potenzialmente in grado di influenzare il cavo orale.
La menopausa è definita come la cessazione permanente dei cicli mestruali conseguente all’esaurimento dell’attività follicolare ovarica e viene diagnosticata retrospettivamente dopo 12 mesi consecutivi di amenorrea spontanea. In Italia interessa circa 17 milioni di donne (Fondazione Onda, 2025): un segmento demografico importante che attraversa una transizione fisiologica caratterizzata da radicali mutamenti endocrini, metabolici e immunologici.
La progressiva riduzione dei livelli di estrogeni determina effetti sistemici ampiamente descritti a livello cardiovascolare, scheletrico, genitourinario e neurologico. Meno noto in ambito clinico è il possibile impatto di queste modificazioni sull’ecosistema orale. Negli ultimi anni, la ricerca ha evidenziato una possibile associazione tra ipoestrogenismo e comparsa di xerostomia, disgeusia, Sindrome della Bocca Urente (BMS), modificazioni parodontali e alterazioni del metabolismo osseo alveolare.
Tuttavia, il livello di evidenza varia tra le diverse condizioni e richiede un’interpretazione clinica prudente. In molti casi, tali manifestazioni sembrano derivare dall’interazione tra cambiamenti endocrini, invecchiamento fisiologico, patologie concomitanti e terapie farmacologiche, rendendo complesso attribuire un ruolo causale esclusivo alla menopausa.

Il ruolo degli estrogeni nella salute orale

I tessuti orali rappresentano un importante bersaglio biologico degli ormoni sessuali femminili. Recettori specifici per gli estrogeni (ER-α e ER- β) sono capillarmente espressi a livello delle ghiandole salivari, dell’epitelio orale, del legamento parodontale e dell’osso alveolare.
La carenza estrogenica agisce pertanto come un elemento perturbatore, influenzando:

  • la quantità e la composizione della saliva;
  • il turnover cellulare e il grado di cheratinizzazione dell’epitelio orale;
  • la modulazione della risposta immuno-infiammatoria gengivale verso il biofilm;
  • il metabolismo osseo locale;
  • l’equilibrio del microbiota orale.

Sebbene non tutti i meccanismi d’azione siano stati interamente chiariti da studi longitudinali, il quadro complessivo suggerisce che la menopausa rappresenti un importante fattore modificatore della salute orale.

Xerostomia e iposalivazione: il sintomo più frequente

Tra tutte le manifestazioni orali associate alla menopausa, la xerostomia è quella maggiormente documentata, con prevalenze riportate in letteratura generalmente comprese tra il 25% e il 45% (Labunet et al., 2025; Shrivastava, 2024).
Le pazienti riferiscono frequentemente sensazione di bocca asciutta o “impastata”, difficoltà nella deglutizione, necessità di assumere frequentemente liquidi.
Sotto il profilo diagnostico, è importante la distinzione tra xerostomia (percezione soggettiva di secchezza) e iposalivazione (riduzione oggettiva del flusso salivare). Molte donne riferiscono sintomi significativi pur in presenza di valori di flusso salivare apparentemente normali.
Ciò accade perché la carenza di estrogeni altera la composizione qualitativa della saliva, riducendone le proteine protettive (come le mucine) e deteriorandone le proprietà lubrificanti, viscoelastiche, tampone e antimicrobiche.
A questa “debolezza” intrinseca si sommano spesso fattori confondenti e comorbidità tipiche dell’età, quali politerapie farmacologiche (antidepressivi, antiipertensivi, antistaminici), patologie sistemiche (diabete mellito, tiroiditi autoimmuni, Sindrome di Sjögren) e disturbi del sonno.
Le ripercussioni cliniche di una ridotta funzione salivare sono molteplici:

  • aumento del rischio di carie (specialmente radicolari e cervicali);
  • maggiore suscettibilità a infezioni opportunistiche (in primis candidosi);
  • difficoltà nell’utilizzo delle protesi mobili;
  • alterazioni del gusto;
  • compromissione della qualità di vita.

Alterazioni del gusto e Sindrome della Bocca Urente

Un altro disturbo frequentemente riportato è la disgeusia, ovvero la percezione alterata dei sapori, spesso descritta come gusto metallico, amaro o salato persistente.
La manifestazione neuro-mucosa più complessa resta però la Sindrome della Bocca Urente (Burning Mouth Syndrome, BMS). Questa patologia si riscontra elettivamente nelle donne in peri- e post-menopausa, con un rapporto femmine-maschi che sfiora l’8:1 (Dahiya et al., 2013; Terga et al., 2023).
È contraddistinta da un sintomo di bruciore o dolore cronico, urente e profondo, che colpisce prevalentemente l’apice e i margini linguali, il labbro inferiore e il palato duro, in totale assenza di lesioni clinicamente evidenti.
L’eziopatogenesi della BMS è multifattoriale. Accanto alla componente psicosomatica (ansia, depressione, stress da transizione climaterica), la ricerca individua una chiara eziologia neuropatica periferica e centrale: il calo estrogenico indurrebbe una progressiva degenerazione delle fibre nervose sensoriali trigeminali e una disfunzione dei meccanismi di controllo del dolore.
La diagnosi di BMS primaria richiede l’esclusione sistematica di tutti i fattori locali, sistemici e iatrogeni in grado di mimare il bruciore orale (BMS secondaria) (Tabella 1).

Bocca e menopausa
Menopausa e malattia parodontale: i meccanismi biologici

La correlazione tra menopausa e parodontite è oggetto di crescente interesse scientifico e risiede nella fine regolazione che gli estrogeni esercitano sul sistema immunitario e sul metabolismo osseo. Gli ormoni sessuali agiscono come down-regolatori delle citochine proinfiammatorie (IL-1, Il-6, TNF- α) prodotte dai monociti e dai polimorfonucleati. Quando i livelli di estrogeni si riducono, l’organismo risponde alla presenza del biofilm batterico con un’iperproduzione di mediatori infiammatori. Parallelamente, a livello osseo aumenta l’espressione di RANKL rispetto all’osteoprotegerina (OPG):
RANKL (Receptor Activator of Nuclear Factor B Ligand): è una proteina prodotta dagli osteoblasti e dalle cellule immunitarie che si lega al recettore RANK situato sui precursori degli osteoclasti, stimolandone differenziazione, attivazione e sopravvivenza. In parole semplici, RANKL è l’interruttore che accende la distruzione ossea.
OPG (Osteoprotegerina): è una molecola “esca” prodotta dallo stesso organismo, capace di legarsi al RANKL prima che questo tocchi gli osteoclasti, neutralizzandolo. OPG è il freno biologico che protegge l’osso.
Il crollo estrogenico sbilancia questo delicato equilibrio a favore di RANKL: gli osteoclasti, sovra-stimolati, accelerano la demolizione della matrice minerale e, di conseguenza, il riassorbimento dell’osso alveolare. Le revisioni più recenti indicano che la menopausa non sia una causa diretta di parodontite, ma funga da potente modificatore sistemico in grado di amplificare la suscettibilità individuale in presenza di biofilm batterico (placca e tartaro) e altri fattori di rischio, causando:

  • incremento del sanguinamento gengivale al sondaggio (BOP);
  • perdita di attacco clinico (CAL);
  • aumento della profondità di sondaggio (PD);
  • accelerazione del riassorbimento osseo, con possibile incremento della mobilità dentale e comparsa di recessioni gengivali.

Osteoporosi e osso alveolare: un legame da non sottovalutare

L’osteoporosi post-menopausale è caratterizzata da una compromissione della resistenza ossea che predispone a un aumentato rischio di fratture da fragilità. Interessa principalmente vertebre, femore e polso, ma può coinvolgere anche i mascellari.
Numerosi studi hanno evidenziato associazioni tra ridotta densità minerale ossea (BMD) e riassorbimento dell’osso alveolare. Nelle pazienti osteoporotiche si osserva una riduzione della densità trabecolare dei mascellari, un assottigliamento della corticale inferiore della mandibola e una tendenza alla perdita precoce degli elementi dentari.
Sebbene l’ortopantomografia (OPT) o la CBCT non possano sostituire la densitometria ossea (MOC) come strumento di screening primario, l’odontoiatra può rilevare precocemente indici radiomorfometrici di assottigliamento corticale, fungendo da figura “sentinella” per l’invio della paziente allo specialista.

Farmaci anti-riassorbitivi e implicazioni odontoiatriche

La gestione delle pazienti in terapia per l’osteoporosi richiede l’applicazione di rigidi protocolli di sicurezza per prevenire l’osteonecrosi dei mascellari associata a farmaci (MRONJ), condizione che può essere innescata da procedure invasive come estrazioni dentarie, chirurgia parodontale o implantologia, soprattutto in presenza di fattori di rischio locali (infezioni odontogene, scarsa igiene orale, protesi traumatizzanti) e sistemici (durata della terapia, comorbidità, corticosteroidi concomitanti).
I farmaci implicati sono principalmente gli anti-riassorbitivi, come i bisfosfonati orali (alendronato, risedronato) o il denosumab (anticorpo monoclonale somministrato per via sottocutanea), talvolta associati o preceduti da terapia ormonale o supplementazione di calcio e vitamina D.
Sebbene il rischio di MRONJ sia statisticamente basso (stimato tra lo 0,01% e lo 0,1%), l’impatto clinico è severo. L’odontoiatra deve pertanto strutturare l’approccio terapeutico su tre livelli:

valutazione pre-terapeutica → bonifica preventiva dei foci infettivi attivi dento-parodontali per ridurre la necessità di chirurgie invasive future;

gestione durante la terapia → monitoraggio igienico serrato, terapie conservative (restaurative ed endodontiche non chirurgiche), chirurgia atraumatica con chiusura per prima intenzione in caso di estrazioni indifferibili;

implantologia e riabilitazione protesica → l’inserimento di impianti non è controindicato in assoluto, ma richiede un’attenta analisi costi-benefici, considerando la durata dell’assunzione del farmaco (rischio maggiore dopo i 3-4 anni di terapia con bisfosfonati ad alta potenza o denosumab) e le comorbidità sistemiche.
Nei casi selezionati, si procede solo dopo:

  • accurata informazione e consenso della paziente;
  • valutazione condivisa con il medico curante;
  • ottimizzazione della salute parodontale e dell’igiene orale;
  • pianificazione chirurgica minimamente invasiva e follow-up ravvicinato.

Terapia ormonale sostitutiva: esistono benefici orali?

L’impatto della Terapia Ormonale Sostitutiva (TOS) sui tessuti orali è tuttora oggetto di vivo dibattito. Alcuni studi osservazionali suggeriscono che le donne in TOS mostrano una minore prevalenza di xerostomia, una migliore stabilità dei parametri parodontali e un ridotto tasso di perdita ossea alveolare rispetto alle coetanee non trattate.
Tuttavia, l’eterogeneità dei dosaggi e delle molecole utilizzate non consente oggi di formulare raccomandazioni cliniche a scopo esclusivamente odontoiatrico; la prescrizione della TOS resta pertanto di esclusiva pertinenza ginecologica.

Gestione clinica odontoiatrica della paziente in menopausa

L’approccio terapeutico alle manifestazioni orali della menopausa deve essere necessariamente personalizzato e multimodale, mirato al sollievo sintomatologico e alla prevenzione del danno tessutale (Tabella 2).

Conclusioni

La menopausa rappresenta un momento di profonda ridefinizione biologica che non può essere ignorato in ambito odontoiatrico. Questa transizione offre al clinico l’occasione ideale per superare il tradizionale approccio “dente-centrico” e abbracciare un ruolo più attivo nella prevenzione delle patologie sistemiche. L’integrazione dello stato menopausale, della salute ossea e delle eventuali terapie in corso nell’anamnesi odontoiatrica consente di personalizzare i percorsi di prevenzione e cura, anticipando complicanze altrimenti severe. In quest’ottica, la salute orale dovrebbe essere considerata parte integrante della salute della donna in menopausa, in un modello di assistenza sempre più multidisciplinare e orientato alla persona.

Bocca e menopausa

 

Vademecum per il team multidisciplinare
Cosa sapere sulla salute orale della donna in menopausa
  • La menopausa può associarsi a manifestazioni orali quali xerostomia, alterazioni del gusto, bruciore orale, maggiore suscettibilità alle infezioni mucose e peggioramento delle condizioni parodontali.
  • La secchezza orale non deve essere considerata una conseguenza inevitabile dell’età, ma una condizione clinica modificabile che può compromettere alimentazione, qualità di vita, salute dentale e stabilità delle protesi.
  • Il bruciore alla lingua in assenza di lesioni visibili suggerisce spesso una Sindrome della Bocca Urente (BMS), patologia a forte matrice neuro-endocrina tipica della post-menopausa.
  • Osteopenia e osteoporosi possono associarsi a riduzione della densità dell’osso alveolare, perdita dentaria e maggiore vulnerabilità parodontale, rendendo utile una valutazione odontoiatrica nell’ambito della presa in carico globale della paziente.
  • Prima dell’inizio di terapie anti-riassorbitive è opportuno che la paziente effettui una visita odontoiatrica per intercettare e trattare eventuali patologie dento-parodontali.
  • Messaggio chiave: La salute orale dovrebbe essere considerata parte integrante dei programmi di prevenzione e promozione della salute nella donna in menopausa, al pari della salute ossea, cardiovascolare e metabolica.

 

Bocca e menopausa

 

Bibliografia
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Riabilitazione di mascellare atrofico con impianti ultracorti e tecniche mininvasive

Autori

Eduardo Anitua DDS, MD, PhD

Private practice in oral implantology, Eduardo Anitua Institute, Vitoria, Spain.
Clinical researcher, Eduardo Anitua Foundation, Vitoria, Spain.
University Institute for Regenerative Medicine and Oral Implantology – UIRMI (UPV/EHU-Fundación Eduardo Anitua), Vitoria, Spain.

Corrispondenza: eduardo@fundacioneduardoanitua.org

Abstract

Sempre più frequentemente, nella pratica clinica quotidiana, ci troviamo di fronte ad atrofie ossee orizzontali, verticali o miste che richiedono differenti approcci per poter essere riabilitate mediante impianti dentali. La ricerca di opzioni terapeutiche caratterizzate da una minore morbilità e da un minor numero di interventi chirurgici per il paziente fa sì che vengano utilizzati con sempre maggiore frequenza impianti di lunghezza e diametro ridotti. Nel presente caso clinico mostriamo un caso di grave atrofia riabilitato esclusivamente mediante impianti di 4,5 mm di lunghezza.

Rehabilitation of the atrophic maxilla using ultra-short implants and minimally invasive techniques

In daily clinical practice, horizontal, vertical, and combined bone atrophy are increasingly encountered, requiring different implant rehabilitation strategies. The growing emphasis on reducing patient morbidity and minimizing surgical procedures has driven the increasing use of short and narrow implants. Here, we present a case of severe maxillary atrophy successfully rehabilitated exclusively with 4.5-mm-long implants.

Riabilitazione di mascellare atrofico con rialzo del seno mascellare per via transcrestale e rialzo del pavimento nasale. Caso clinico

La perdita degli elementi dentari comporta modificazioni dell’integrità dell’osso alveolare e dei tessuti molli, determinando fin dall’inizio dell’edentulia un progressivo riassorbimento che, in alcuni casi, porta alla presenza esclusiva dell’osso basale, generando quella che possiamo definire atrofia verticale estrema, caratterizzata dalla presenza di un volume osseo in altezza di 2-3 mm con eccessiva pneumatizzazione dei seni mascellari nella regione posteriore e prossimità anatomica della fossa nasale alla cresta alveolare nella regione anteriore (Figura 1) (1, 2).

Riabilitazione di mascellare atrofico
1.  Atrofia verticale estrema in cui si osserva il completo riassorbimento della cresta alveolare residua e la conseguente eccessiva pneumatizzazione dei seni mascellari nel settore posteriore e della fossa nasale nella regione anteriore

Questo marcato riassorbimento si osserva frequentemente non solo nei pazienti edentuli da lungo tempo, ma anche in seguito al fallimento di precedenti riabilitazioni, sia supportate da denti naturali sia da impianti. In questi casi possono residuare difetti ossei estesi, talvolta molto irregolari, con possibile presenza di comunicazioni con le cavità anatomiche adiacenti, come le comunicazioni oro-nasali o oro-sinusali (3-5).
Le atrofie verticali lievi o moderate possono oggi essere trattate in modo semplice e con minore morbilità mediante l’utilizzo di impianti corti ed extra-corti, ricorrendo solo raramente a tecniche rigenerative; questo approccio consente infatti di superare limitazioni anatomiche quali il canale mandibolare, il seno mascellare o la fossa nasale, che classicamente hanno rappresentato un ostacolo all’inserimento diretto degli impianti in presenza di un ridotto volume osseo residuo (6-12).
Per i casi più severi è possibile ricorrere a impianti extra-corti e ultra-corti (4,5 mm di lunghezza), talvolta in modo diretto o in associazione a tecniche accessorie. Nei casi estremi, le tecniche accessorie sono indispensabili; tuttavia, è possibile utilizzare impianti di ridotta lunghezza anche in queste situazioni, così come nei casi precedenti, al fine di limitare l’entità dell’intervento rigenerativo.
In questo modo, è possibile utilizzare impianti di 4,5 mm nel settore posteriore del mascellare associati al rialzo del seno mascellare per via transcrestale e lo stesso tipo di impianto nella regione anteriore della premascella eseguendo un rialzo della fossa nasale (12-14). Il rialzo transcrestale e l’utilizzo simultaneo di impianti corti ed extra-corti rappresentano tecniche ampiamente diffuse, divenute negli ultimi anni procedure praticamente di routine. Il principale inconveniente di questa tecnica consiste nell’ottenere la stabilità primaria dell’impianto, soprattutto quando l’impianto da inserire ha una lunghezza di 4,5 mm e il volume osseo disponibile corrisponde a circa la metà della lunghezza implantare. Per questo motivo, la letteratura internazionale raccomanda, per eseguire in sicurezza la tecnica di rialzo crestale con inserimento implantare simultaneo, che il volume osseo residuo debba essere di almeno 5 mm (15-17). Il nostro gruppo di ricerca, al contrario, ha dimostrato in diversi articoli pubblicati sull’argomento (14, 18-20) che tale misura può essere inferiore in alcuni casi, purché sia possibile garantire un corretto ancoraggio implantare in grado di impedire micromovimenti durante la fase di osteointegrazione. Tale ancoraggio non deve necessariamente essere apicale, come tradizionalmente si è ritenuto, ma può essere ottenuto in modo circonferenziale lungo il corpo stesso dell’impianto. Nel seguente caso clinico presentiamo un’atrofia estremamente severa del mascellare superiore lungo tutta la sua estensione, conseguente al fallimento di un precedente trattamento implantare (overdenture), che ha lasciato un volume osseo residuo compreso tra 1 e 3 mm di altezza in tutto il mascellare. Tale situazione verrà riabilitata mediante tecniche minimamente invasive, quali il rialzo del seno mascellare per via transcrestale e il rialzo della fossa nasale associati a impianti di 4,5 mm di lunghezza, che saranno utilizzati in modo esclusivo per la riabilitazione dell’intera arcata superiore.

Caso clinico

Presentiamo il caso di una paziente di sesso femminile, età 69 anni, giunta alla nostra attenzione richiedendo una nuova riabilitazione mediante impianti dentali dell’arcata superiore, dove era stata precedentemente riabilitato con una overdenture sostenuta da impianti, tutti successivamente andati incontro a fallimento. L’esame intraorale iniziale evidenziava una mucosa arrossata e ispessita, segno di una protesi incongrua, associata alla presenza di un’epulide fissurata, nonostante la riabilitazione implanto-supportata. Era inoltre presente un impianto residuo nel primo quadrante, localizzato in posizione molto distale, pressoché coincidente con la sede di un terzo molare superiore (Figure 2-3).

Riabilitazione di mascellare atrofico
2-3. Immagini intraorali iniziali della paziente. È possibile osservare la cresta edentula superiore, con un’epulide fissurata causata dal disadattamento della protesi rimovibile supportata da impianti, e l’unico impianto non andato incontro a fallimento nel primo quadrante

Riabilitazione di mascellare atrofico

Come parte della diagnosi iniziale è stata eseguita una radiografia panoramica, che ha evidenziato un marcato riassorbimento osseo, con una significativa riduzione del volume osseo verticale già apprezzabile nell’immagine bidimensionale. Inoltre, l’impianto residuo nel primo quadrante presentava una perdita ossea circonferenziale tale da renderne necessaria la rimozione (Figura 4).

Riabilitazione di mascellare atrofico
4.  Radiografia iniziale. È possibile osservare il ridotto volume osseo in altezza del mascellare superiore, nonché le cattive condizioni dell’unico impianto presente nel primo quadrante, caratterizzato da perdita ossea circonferenziale

Successivamente, al fine di avviare la pianificazione chirurgica del caso, è stata eseguita una tomografia computerizzata cone-beam (CBCT) per valutare con maggiore precisione l’estensione dell’atrofia ossea e le possibili opzioni terapeutiche nelle diverse aree del mascellare superiore. Dalla CBCT è stata ottenuta una prima ricostruzione panoramica, che ha confermato la gravità del quadro clinico, evidenziando una cresta mascellare caratterizzata da atrofia estrema, con aree in cui l’altezza ossea residua era di appena 1 mm (Figura 5).

5.  L’immagine panoramica iniziale della CBCT conferma quanto già si intuiva dall’immagine bidimensionale (ortopantomografia), evidenziando una marcata atrofia del mascellare superiore in tutta la sua estensione

L’analisi delle sezioni tomografiche ha evidenziato, nelle regioni posteriori destra e sinistra, un’altezza ossea residua di circa 2 mm, ritenuta adeguata al posizionamento di impianti da 4,5 mm associato a rialzo del seno mascellare con approccio transcrestale (Figura 6).

6.  Immagini delle sezioni corrispondenti ai settori posteriori. È possibile osservare la presenza di alcuni millimetri di osso residuo che consentiranno la stabilizzazione di impianti di 4,5 mm di lunghezza associati al rialzo transcrestale del seno mascellare

Nella regione premascellare sono stati nuovamente utilizzati impianti da 4,5 mm di lunghezza, ancorati al pavimento nasale, eseguendo un lieve rialzo della mucosa nasale mediante l’utilizzo progressivo di frese di diametro crescente, fresatura biologica a bassa velocità e frese a taglio frontale. Tale tecnica, descritta in precedenti lavori sull’argomento, ha consentito di modificare l’approccio e le indicazioni del rialzo della fossa nasale (Figure 7-8) (14, 21).

7-8. Immagini delle sezioni tomografiche corrispondenti alla premascella, nelle quali si osserva la posizione dei futuri impianti di 4,5 mm che saranno inseriti mediante rialzo del pavimento della fossa nasale

Durante la fase chirurgica è stata utilizzata una guida chirurgica, replica della ceratura diagnostica, che indicava dal punto di vista protesico la posizione ideale degli elementi dentari, consentendo il posizionamento degli impianti con una direzione e una collocazione più favorevoli per la successiva riabilitazione (Figure 9-10).

Riabilitazione di mascellare atrofico
9-10. Inserimento degli impianti mediante guida chirurgica; in questo caso vengono mostrati gli impianti anteriori

Sono stati inseriti tutti gli impianti ad eccezione di un ulteriore impianto nella regione premascellare, approssimativamente a livello dell’elemento 22, rinviato a una seconda fase chirurgica a causa della presenza di una piccola perforazione della mucosa nasale verificatasi durante il primo intervento. Tale perforazione è stata trattata esclusivamente mediante il posizionamento di un coagulo di PRGF-Endoret, ottenendo una completa rigenerazione dell’area.
Sei mesi dopo il primo intervento di inserimento implantare è stata eseguita una nuova CBCT che ha evidenziato la guarigione dell’area trattata con PRGF-Endoret e la possibilità di inserire un impianto di 4,5 mm associato a un lieve rialzo transcrestale, analogamente agli altri impianti precedentemente collocati in questa regione (Figura 11).

Riabilitazione di mascellare atrofico
11. Pianificazione dell’ultimo impianto ancora da inserire nella regione premascellare dopo la chiusura della perforazione oro-nasale presente nella fase iniziale

In questa nuova tomografia è stato inoltre possibile osservare gli impianti inseriti durante il primo intervento e verificare come tutti fossero perfettamente osteointegrati, così come gli innesti eseguiti sia per il rialzo transcrestale del seno mascellare sia per il rialzo della fossa nasale (Figure 12-14).

12-14. Impianti inseriti durante la prima fase chirurgica perfettamente osteointegrati, così come gli innesti utilizzati sia nel seno mascellare sia nella fossa nasale

Dopo l’inserimento dell’ultimo impianto e trascorsi sei mesi dal posizionamento degli impianti iniziali, è stata avviata la fase di carico della riabilitazione superiore (ad eccezione dell’ultimo impianto
inserito) mediante una protesi a carico progressivo realizzata con barre articolate come struttura e resina di rivestimento. Tutti gli impianti sono stati collegati alla protesi mediante abutment transepiteliali multipli (Multi-im), ottenendo una protesi avvitata (Figura 15).

Riabilitazione di mascellare atrofico
15. Protesi a carico progressivo, ad eccezione dell’ultimo impianto che verrà caricato in una seconda fase

Cinque mesi più tardi è stato possibile procedere al carico di tutti gli impianti e alla realizzazione della protesi definitiva.
Questa è stata costruita mediante una struttura progettata e fresata tramite tecnologia CAD-CAM sulla quale è stata realizzata una protesi ibrida in resina. L’intera riabilitazione è stata avvitata utilizzando gli stessi elementi transepiteliali, al fine di ottenere un corretto adattamento e una perfetta chiusura ed ermeticità dell’interfaccia impianto-protesi (Figure 16-20).

Riabilitazione di mascellare atrofico
16-19. Immagini della realizzazione della protesi definitiva inserita nella paziente, rispondente ai requisiti estetici e funzionali previsti
20. Radiografia finale dopo il posizionamento della protesi

La paziente è tuttora in follow-up; durante i due anni successivi non sono state riportate complicanze protesiche né perdite ossee associate alla riabilitazione (Figura 21).

21. L’immagine radiografica a due anni di follow-up mostra il completo successo del trattamento, senza perdite ossee associate

Discussione

Il costante miglioramento dei protocolli chirurgici, così come lo sviluppo di nuovi impianti in grado di adattarsi a qualsiasi situazione clinica, per quanto complessa possa essere, sta segnando una differenza sostanziale nel modo in cui affrontiamo le atrofie ossee, soprattutto quelle più severe (22-23).
In passato, atrofie come quella riabilitata nel presente caso clinico sarebbero state trattate mediante molteplici innesti provenienti da differenti sedi anatomiche, persino extraorali, oppure mediante impianti zigomatici, al fine di evitare le aree caratterizzate da soli 1-3 mm di altezza ossea residua, sulle quali in questo caso abbiamo lavorato in modo efficace utilizzando impianti di 4,5 mm di lunghezza (24-26).
L’associazione tra impianti ultra-corti e protocolli di preparazione e inserimento implantare finalizzati a ottenere una stabilità tridimensionale lungo l’intero diametro dell’impianto, anziché limitata esclusivamente alle porzioni apicale o coronale, insieme allo studio dettagliato del sito ricevente e all’adattamento della sequenza di fresatura alle caratteristiche specifiche dell’osso disponibile, ha reso possibile il posizionamento di impianti da 4,5 mm associati sia al rialzo transcrestale del seno mascellare sia al rialzo della fossa nasale, senza complicanze intraoperatorie o postoperatorie durante il follow-up esteso a due anni (18-21,27-28).
È opportuno sottolineare un ulteriore vantaggio della tecnica di fresatura biologica promossa dal nostro gruppo di ricerca da diversi anni.
Tale approccio consente di ottenere in modo semplice osso autologo particolato che può essere impiegato in differenti situazioni cliniche per la realizzazione di innesti in varie aree, senza la necessità di ricorrere a un sito donatore aggiuntivo.
Nel presente caso, infatti, il materiale utilizzato per il rialzo della fossa nasale e per il rialzo crestale è stato costituito esclusivamente da osso autologo particolato incorporato in PRGF-Endoret (29).
La combinazione di questo osso con PRGF-Endoret apporta fattori di crescita al tessuto autologo, facilitandone l’integrazione poiché il materiale rimane vitale durante l’intero processo di raccolta. Inoltre, la miscela possiede una notevole capacità adesiva che rende l’innesto più facilmente manipolabile e ne facilita l’introduzione attraverso il neoalveolo in preparazione.
Allo stesso tempo, favorisce l’adesione del materiale alla sede ricevente, riducendo il rischio di micromovimenti successivi e migliorando la stabilità iniziale dell’innesto (30-31).

Conclusioni

La riabilitazione completa di un mascellare mediante impianti di 4,5 mm di lunghezza, in presenza di un’atrofia severa caratterizzata da un’altezza ossea residua compresa tra 1 e 3 mm, può essere realizzata con successo qualora vengano applicati protocolli accurati di analisi del sito implantare che consentano di personalizzare e adattare la preparazione del letto implantare al fine di ottenere una corretta stabilità primaria, indispensabile per il successivo processo di osteointegrazione in assenza di micromovimenti.
Sono certamente necessari ulteriori studi che valutino lo stesso protocollo su casistiche più ampie; tuttavia, i risultati osservati nel follow-up a due anni indicano che questo approccio può rappresentare un promettente punto di partenza per il trattamento di questo tipo di atrofie severe.

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Alla 14ª edizione del premio sull’innovazione digitale in sanità, tra i riconoscimenti per le aziende ci sono il Best Medical Device Company Award e le aree terapeutiche, che si allargano all’Oral Care.

Nati nel 2013 per dare visibilità ai migliori progetti digitali nell’healthcare, gli AboutPharma Digital Awards hanno seguito l’evoluzione del settore, dalle prime app ai progetti di intelligenza artificiale. Nel 2026 la tredicesima edizione ha raccolto 510 candidature da 190 entità partecipanti, per 297 progetti unici.

Le candidature alla 14ª edizione si aprono il 26 ottobre e restano aperte fino al 10 dicembre 2026. Possono partecipare aziende farmaceutiche, di dispositivi medici e consumer health, realtà biotech, start-up, centri di ricerca, società scientifiche, pubbliche amministrazioni, agenzie e associazioni di pazienti.

Digital Awards

Best Company: Medical Device e Oral Care

I Best Company Awards riconoscono le aziende che si sono distinte per la capacità di innovare in più aree e attività aziendali: medical affairs, marketing, comunicazione, HR, R&D, produzione, regulatory, qualità. Per le aziende di dispositivi medici, comprese quelle attive in ambito odontoiatrico, il riferimento è il Best Medical Device Company Award (Gold). Accanto a questo è previsto il Best Pharma Company Award (Gold, Silver e Bronze). Per concorrere a entrambi servono almeno tre progetti presentati in tre categorie diverse. Non è richiesta una presentazione complessiva degli asset digitali dell’azienda: contano i singoli progetti e i KPI raggiunti.

Ci sono poi i riconoscimenti per area terapeutica, introdotti con la dodicesima edizione. Quest’anno l’elenco si allarga e comprende anche Best Company – Oral Care, insieme ad aree come Pediatrics, Dermatology, Oncology – Hematology o Rare Diseases. Per candidarsi occorrono almeno tre progetti pertinenti all’area, indipendentemente dalle tre categorie diverse richieste per il Best Company generale. La valutazione tiene conto dell’ampiezza della partecipazione, con progetti in almeno due tra tre macroaree (comunicazione ed engagement; progetti rivolti agli HCP, alla ricerca e alla pratica clinica; innovazione digitale interna e ESG), e della qualità, misurata dal numero di progetti classificati nei quartili Q1 e Q2 di ciascuna categoria.

Ogni progetto può indicare fino a cinque aree terapeutiche: un’iniziativa di igiene orale rivolta ai bambini, per esempio, può concorrere sia per l’Oral Care sia per la Pediatrics. Le aree premiate durante la serata saranno selezionate dall’elenco iniziale dopo il ricevimento delle candidature.

Digital Awards

Tre categorie da non perdere

Le categorie di progetto salgono a 19 (erano 17 nella tredicesima edizione). Per il mondo dell’oral care e dell’igiene dentale ne segnaliamo tre.

Artificial Intelligence for clinical practice and research è dedicata all’intelligenza artificiale a supporto dello specialista in tutte le fasi del percorso del paziente, dalla diagnosi all’impostazione e al monitoraggio della terapia, e alla ricerca, dagli studi clinici ai dati real world.

Digital Therapeutics & Patient Support Programs guarda all’aderenza terapeutica e alla qualità di vita attraverso soluzioni digitali e programmi di supporto che accompagnano il paziente al di là della sola terapia farmacologica, con particolare attenzione alle patologie croniche.

Miglioramento della cura e gestione dei pazienti comprende i progetti che usano il digitale lungo tutto il patient journey: identificazione e diagnosi, follow-up, monitoraggio da remoto, accesso ai servizi, percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali.

Come candidarsi

La candidatura si compone di una presentazione in PDF (massimo 15 slide e 30 MB, senza animazioni né video incorporati), di un’immagine in alta definizione (1920 x 1080 pixel) e della ricevuta del pagamento della quota, da caricare sulla piattaforma dedicata. La presentazione deve seguire lo schema scenario, razionale, obiettivi e target, caratteristiche e tempistiche, risultati anche preliminari. È sufficiente una sola scheda per progetto, anche se concorre a più categorie. La quota è di 420 euro più IVA per la prima categoria e di 320 euro più IVA per ciascuna delle successive.

Come vengono valutati i progetti

La giuria, esterna e composta da esperti con competenze diverse (erano 42 nella tredicesima edizione), applica criteri comuni a progetti molto differenti per obiettivi, destinatari e tecnologie. Tre i criteri: Idea (originalità e innovatività dell’approccio), Execution (qualità della realizzazione, coinvolgimento degli stakeholder, rispetto dei tempi) e Results (raggiungimento degli obiettivi e valore dei KPI). Per questo è importante documentare con dati e indicatori l’impatto del progetto. Sono ammessi anche i progetti già candidati in passato, con l’esclusione dei vincitori della dodicesima e della tredicesima edizione.

Per informazioni: aboutpharmadigitalawards@helyx.healthcare

Un approccio multidisciplinare per il benessere del piccolo paziente

Il 2° Convegno Nazionale di Odontoiatria Materno-Infantile (OMI), dal titolo Un approccio multidisciplinare per il benessere del piccolo paziente, si svolgerà sabato 14 novembre, dalle 9:00 alle 14:00, presso l'Istituto Stomatologico Italiano, a Milano.

Il benessere del bambino richiede uno sguardo che va oltre il singolo dente. Questo obiettivo non può essere raggiunto dalla competenza di un singolo professionista: serve una visione integrata, condivisa tra figure diverse ma complementari. Solo l’integrazione di competenze, prospettive e momenti di osservazione differenti consente di intercettare precocemente i segnali di rischio e di personalizzare l’assistenza per ogni bambino e famiglia.

L’approccio multidisciplinare per il benessere del piccolo paziente non è quindi una scelta accessoria, ma la strategia più efficace per garantire salute, sviluppo armonioso e qualità di vita. Investire oggi nella prevenzione significa ridurre il carico di malattia nel futuro, con benefici che si estendono dal singolo individuo all’intera popolazione delle prossime generazioni.

Nel Convegno si parlerà di:

  • Dalla suzione allo sviluppo posturale
  • Microbiota orale, assunzione di zuccheri e salute orale
  • Digital dentistry e conservativa indiretta nel piccolo paziente

 

INFORMAZIONI E ISCRIZIONI
Stefania Garancini (Segreteria OMI)
info@odontoiatriamaternoinfantile.it
+39 02 39090477

 

Odontostomatologia dello sport, un Master ricco di stimoli

Odontostomatologia dello sport

L'odontostomatologia dello sport offre agli odontoiatri nuove opportunità di formazione e di collaborazione con altre figure sanitarie, attraverso un approccio che considera la salute orale parte integrante del benessere dell'atleta. È questa la prospettiva del Master universitario di II livello in Odontostomatologia dello Sport dell'Università degli Studi «G. d'Annunzio» di Chieti-Pescara, per l'anno accademico 2026/2027, al quale è possibile presentare domanda di ammissione entro le ore 13.00 del 24 novembre 2026. A illustrarne gli obiettivi è la professoressa Simonetta D'Ercole, coordinatrice del corso e past president della Società Italiana di Odontostomatologia dello Sport.

Una nuova prospettiva per l'odontoiatra

Simonetta D'Ercole, coordinatrice del corso e past president della Società Italiana di Odontostomatologia dello Sport.

L'odontostomatologia dello sport è un ambito che richiede competenze specifiche, ma soprattutto una visione più ampia del paziente. La prevenzione dei traumi dentali, la gestione dei disturbi dell'articolazione temporo-mandibolare, il controllo delle condizioni di salute orale e l'attenzione all'alimentazione sono soltanto alcuni degli aspetti che entrano in gioco quando il paziente pratica regolarmente un'attività sportiva, a livello professionistico oppure amatoriale.

«Uno degli obiettivi del Master è costruire un'odontoiatria capace di accompagnare l'atleta nel suo percorso, tutelandone la salute e aiutandolo a praticare sport nelle migliori condizioni possibili», spiega la professoressa D'Ercole. Non si tratta, quindi, soltanto di acquisire strumenti per affrontare problematiche specifiche, ma di sviluppare un approccio clinico che permetta di osservare e comprendere il paziente nella sua globalità. «Chi frequenta il Master non impara soltanto a gestire una problematica specifica, ma acquisisce un approccio più completo, che gli permette di osservare, comprendere e seguire il paziente nella sua globalità».

Dalla prevenzione dei traumi alla salute dell'atleta

Il Master in Odontostomatologia dello Sport, presentato dall'Ateneo come unico in Italia in ambito universitario, propone un percorso multidisciplinare che affronta diversi aspetti dell'odontostomatologia applicata allo sport. Particolare attenzione è riservata alla prevenzione dei traumi dentali attraverso la realizzazione di paradenti individuali, con metodiche tradizionali e digitali. Il programma comprende inoltre la microbiologia orale dello sportivo, la gnatologia, le disfunzioni cranio-cervico-mandibolari, la valutazione posturale, la gestione restaurativa ed endodontica dei traumi e lo studio dell'occlusione mediante elettromiografia. Accanto agli insegnamenti più strettamente odontoiatrici trovano spazio la nutrizione dell'atleta, le problematiche otorinolaringoiatriche, l'imaging morfo-funzionale e le nuove tecnologie digitali.

Un binomio ricco di opportunità

Questa articolazione riflette l'obiettivo formativo richiamato da D'Ercole: preparare professionisti in grado di riconoscere le diverse esigenze dell'atleta e di inserirsi in percorsi di prevenzione e assistenza che coinvolgano anche altre competenze sanitarie. «Credo infatti che, quando l'odontoiatria incontra lo sport, nasca un binomio particolarmente interessante, capace di modificare anche la visione che l'odontoiatra ha del paziente».Tra le finalità del Master figura la possibilità di favorire la collaborazione dell'odontoiatra sportivo con il medico dello sport, anche nell'ambito delle visite di idoneità agonistica, e con le società sportive, soprattutto nelle attività di prevenzione e tutela della salute orale.

Un percorso tra lezioni, esercitazioni e tirocinio

Il Master ha durata annuale e prevede un impegno complessivo di 1.500 ore, corrispondenti a 60 crediti formativi universitari. Le attività comprendono lezioni in presenza, didattica a distanza in modalità sincrona attraverso Microsoft Teams, esercitazioni pratiche, studio individuale e tirocinio. Quest'ultimo si svolgerà principalmente nei reparti della Clinica Odontoiatrica del Dipartimento di Scienze Mediche, Orali e Biotecnologiche di Chieti, oltre che presso strutture pubbliche e private. L'organizzazione didattica prevede una settimana al mese, articolata sul week-end. La frequenza è obbligatoria, con la possibilità di assenze giustificate entro il 20% del monte ore complessivo. Il percorso si conclude con la discussione in presenza di una tesina su una delle tematiche affrontate durante il corso. Il superamento della prova finale consente di conseguire il diploma universitario di Master di II livello in Odontostomatologia dello Sport.

Iscrizioni aperte fino al 24 novembre 2026

Odontostomatologia dello sportIl Master è rivolto ai laureati magistrali in Odontoiatria e Protesi Dentaria e in Medicina e Chirurgia, o in possesso di titoli equipollenti o equiparabili, che abbiano conseguito l'abilitazione professionale e siano iscritti al rispettivo Ordine. Per l'anno accademico 2026/2027 sono previsti da un minimo di 5 a un massimo di 20 iscritti ordinari. Qualora le richieste superino i posti disponibili, l'ammissione avverrà secondo l'ordine cronologico di ricevimento delle domande. Il contributo di iscrizione è di 3.016 euro, comprensivo dell'imposta di bollo, da versare in un'unica soluzione entro la scadenza prevista per l'immatricolazione. Il bando contempla inoltre alcune agevolazioni e posti in sovrannumero per specifiche categorie di candidati. La procedura di ammissione online, aperta dal 24 settembre 2026, si concluderà alle ore 13.00 del 24 novembre 2026. Per informazioni sul programma e sulle modalità di iscrizione è possibile consultare il sito dell'Università degli Studi «G. d'Annunzio» di Chieti-Pescara oppure contattare la segreteria organizzativa all'indirizzo master.sport.odontostomatologia@unich.it.

Oltre il sorriso, una visione integrata della salute

L'invito della professoressa D'Ercole è quello di guardare all'odontostomatologia dello sport non soltanto come a un settore nel quale acquisire ulteriori competenze tecniche, ma come a un'opportunità per ampliare la propria visione professionale.«In questo contesto, l'odontoiatria riesce ad andare oltre il sorriso e la prestazione sportiva, pur importanti per ogni atleta, professionista o amatoriale». Seguire un atleta significa infatti considerare le sue esigenze cliniche, le abitudini, l'attività fisica praticata e le condizioni generali di salute. Una prospettiva che può arricchire il lavoro quotidiano dell'odontoiatra, anche al di fuori dell'ambito strettamente sportivo.«Il Master permette dunque di sviluppare una visione integrata della salute dell'atleta, che considera sia la dimensione orale sia quella sistemica». È proprio questo il messaggio alla base del percorso formativo: promuovere un'odontoiatria capace di accompagnare la persona, integrando prevenzione, cura e attenzione al benessere complessivo. Perché occuparsi della salute orale di chi pratica sport significa, prima di tutto, imparare a considerare l'atleta nella sua interezza.

Formazione continua in sanità: nasce TelECM

Formazione continua

Il nuovo format video di Accademia Tecniche Nuove affronta le principali questioni del sistema ECM e i temi trasversali all’aggiornamento dei professionisti sanitari.

Orientarsi nella formazione continua richiede attenzione sia ai contenuti da approfondire sia alle modalità con cui organizzare e verificare il proprio percorso. Crediti, piattaforme, esoneri ed esenzioni costituiscono aspetti con i quali ogni professionista sanitario è chiamato a confrontarsi.

A questi temi è dedicato TelECM, il nuovo progetto di informazione di Accademia Tecniche Nuove, Provider ECM standard ed ente di formazione del Gruppo Tecniche Nuove.

Il format propone brevi appuntamenti video per rendere più accessibili le informazioni sul sistema ECM e favorire una gestione consapevole dell’aggiornamento professionale.

Un tema per ogni appuntamento

Ispirato alla struttura del telegiornale, TelECM dedica ciascuna puntata a una questione specifica. Tra gli argomenti previsti: la consultazione della posizione formativa su Co.Ge.A.P.S., le differenze tra esonero ed esenzione, la formazione online e la verifica delle professioni destinatarie dei corsi.

L’impostazione parte dai dubbi ricorrenti e privilegia spiegazioni sintetiche, con l’obiettivo di offrire indicazioni comprensibili e utili per orientarsi tra strumenti e procedure.

Il progetto affronta inoltre temi che accompagnano l’evoluzione delle professioni sanitarie, tra cui innovazione digitale, intelligenza artificiale, sicurezza, responsabilità professionale e comunicazione con il paziente e l’evoluzione del sistema ECM.

TelECM si propone così come un punto di riferimento periodico per seguire i temi della formazione continua, comprenderne gli aspetti operativi e individuare nuovi ambiti di approfondimento professionale.

Le puntate saranno pubblicate ogni due settimane su YouTube e sui canali social di Accademia Tecniche Nuove, accompagnate da articoli di approfondimento sul sito di Accademia.

La segreteria nello studio dentistico: ruolo e organizzazione

La segreteria nello studio dentistico

Oggi uno studio odontoiatrico affronta esigenze organizzative molto più complesse rispetto al passato. Alla gestione clinica si affiancano attività amministrative, relazionali, comunicative e di compliance normativa, che assorbono tempo e richiedono competenze specifiche. Il risultato è un aumento del fabbisogno di personale extra clinico.
Tale esigenza si presenta in forme diverse a seconda delle dimensioni e della struttura dello studio. Nei contesti più piccoli, il dubbio principale è se abbia senso introdurre una figura esclusivamente dedicata alla segreteria o se convenga continuare a distribuire le mansioni tra il personale di assistenza. A volte la risposta è condizionata da vincoli pratici: mancanza di spazi adeguati, difficoltà nel reperire la persona giusta o incertezza sulla sostenibilità del costo. Quando invece lo spazio fisico e le risorse non sono un ostacolo, occorre capire se questo investimento porterà a un effettivo miglioramento dell'efficienza o della produttività.
Negli studi già strutturati, la domanda cambia: non è più se la segreteria serva, bensì quante persone siano necessarie, con quali competenze e quale grado di specializzazione. Oggi si tende a distinguere tra front-office, amministrazione, marketing, gestione dei richiami e degli adempimenti. In alcuni casi, il numero di figure extra cliniche supera quello degli assistenti clinici, segno di un cambiamento nella struttura organizzativa dello studio. In entrambi gli scenari, il tema centrale resta uno: come dimensionare e strutturare la funzione segretariale, tenendo conto dei costi, della reperibilità del personale, della necessaria fiducia e del controllo gestionale.

Segreteria ed economia

L’attività odontoiatrica, anche quando assume forme organizzative complesse, resta vincolata a una regola di fondo: i ricavi dipendono dall’operatività diretta dei professionisti clinici. Il personale ausiliario non genera ricavi. Ogni nuova assunzione, come quella di un addetto alla segreteria, deve dunque trovare giustificazione economica nel contributo indiretto che offre alla produttività generale o alla qualità percepita dal paziente.
Se l’introduzione di una nuova figura di segreteria permette all’assistente alla poltrona di concentrarsi esclusivamente sul supporto clinico all’odontoiatra, liberandolo da compiti come accoglienza, fatturazione, incassi o contatti con i fornitori, il risultato sarà una maggiore efficienza produttiva. Il titolare potrà dedicare più tempo effettivo alla cura, con un maggior numero di pazienti trattati e, spesso, un incremento dei ricavi. Il costo della nuova figura potrà essere sostenuto senza compromettere l’equilibrio economico dello studio, anzi, lo dovrebbe migliorare. A ciò si aggiunge un altro effetto meno immediato, ma rilevante: la presenza di una persona dedicata alla gestione organizzativa e amministrativa può portare a una maggiore regolarità nei flussi di cassa, a una migliore gestione delle agende, a una maggiore accuratezza nella registrazione delle prestazioni e a un rapporto più fluido con i pazienti.

Quante persone servono

Serve davvero una figura specializzata in più? La risposta, nella pratica, viene spesso affidata all’empirismo: nel piccolo studio con l’assistente “tuttofare” si osservano lunghe assenze dalla poltrona per seguire compiti gestionali; nel grande studio si notano attese eccessive per pagare da parte dei pazienti, dimenticanze amministrative, appuntamenti confusi. Così si decide di assumere, spesso senza una reale analisi dei bisogni.
Questo approccio rischia di far oscillare l’organizzazione tra due estremi: da un lato, studi sottodimensionati in cui il personale corre senza tregua tra poltrona e reception, con possibili errori e insoddisfazione dei pazienti; dall’altro, strutture ipertrofiche in cui un numero eccessivo di figure extra cliniche finisce per appesantire i costi e ridurre la marginalità.
Un metodo più razionale prevede di misurare il rapporto tra il tempo clinico e quello necessario per le attività extra cliniche. Se un’ora di lavoro alla poltrona genera un’ora di lavoro amministrativo – tra gestione dell’agenda, accoglienza e congedo, fatturazione, gestione documentale, rapporti con i laboratori – in uno studio con due clinici a tempo pieno potrebbero servire due addetti alla segreteria. Un’organizzazione ben strutturata, con protocolli efficienti e strumenti informatici ben utilizzati, può ridurre tale fabbisogno. Se si riesce a far sì che ogni ora di lavoro clinico generi solo 30 minuti di attività extra clinica, il fabbisogno di segreteria si dimezza.
Ogni studio dovrebbe interrogarsi sul proprio equilibrio tra attività clinica ed extra clinica, valutando quante e quali attività amministrative, organizzative e relazionali sono generate dalla operatività medica. Quanto tempo impiega in media un paziente a completare il suo percorso in studio? Quanto tempo serve per emettere una fattura, gestire una pratica assicurativa, comunicare una variazione di appuntamento? Sono dati che, se raccolti con attenzione, possono guidare decisioni più consapevoli.
Altro criterio è quello del volume economico: per ogni X migliaia di euro prodotti, si stima necessaria una figura di segreteria. Ma si tratta di una semplificazione, utile in assenza di indicatori più specifici. Ogni studio ha caratteristiche diverse e richiede valutazioni mirate, fondate su dati reali.

Fidarsi, ma vigilare

Quando si introduce o si potenzia una funzione di segreteria, la questione della fiducia diventa centrale. Il personale extra clinico ha accesso a informazioni sensibili, gestisce appuntamenti, incassi, dati contabili e spesso mantiene il primo e l’ultimo contatto con il paziente. È naturale che il titolare debba riporre fiducia nei confronti di chi ricopre questo ruolo, ma ciò non significa delega incondizionata né abbandono.
Un errore ricorrente, soprattutto nei piccoli studi in crescita, è quello di “scomparire” una volta affidata la gestione operativa a una figura ritenuta capace e affidabile. Invece, la presenza del titolare deve restare viva anche fuori dalla stanza clinica, non per esercitare un controllo ossessivo, ma per mantenere un presidio attivo e costruttivo sull’area gestionale.
Questo significa prevedere momenti di verifica: un confronto settimanale sugli incassi, la revisione periodica di agende e flussi finanziari, il controllo dei movimenti sul conto corrente e dei dati presenti nel software gestionale. Sono attività che non richiedono grandi quantità di tempo, ma che rafforzano il rapporto fiduciario, intercettano eventuali problemi e offrono al personale un punto di riferimento stabile. La sensazione di lavorare in autonomia senza una guida visibile può nel tempo generare smarrimento, disallineamenti operativi o scelte non condivise, anche in persone animate dalle migliori intenzioni.
Affiancare la segreteria in modo regolare è anche l’occasione per ascoltare difficoltà, suggerimenti e feedback utili al miglioramento dell’organizzazione. Una funzione extra clinica ben gestita, valorizzata e integrata nel sistema di controllo interno è uno degli investimenti più intelligenti che un titolare possa fare, sia in termini di efficienza sia in termini di affidabilità.

Tecnologie da usare subito

Negli anni, il numero e la varietà delle mansioni affidate alla segreteria si sono moltiplicati. Non si tratta più solo di rispondere al telefono o fissare appuntamenti, ma di gestire richieste via WhatsApp, solleciti di pagamento, pratiche assicurative, piani finanziari, aggiornamenti anagrafici, revisioni di consensi, sistemi di richiamo automatizzati, fino all’analisi dei tassi di conversione tra primo contatto e prestazione eseguita.
Serve un’intelligenza organizzativa, non più una semplice esecutività, ma questa intelligenza richiede strumenti adeguati e un contesto di lavoro coerente. Per non dover fronteggiare l'evidente incremento di mansioni con un aumento lineare del personale – soluzione costosa e spesso insostenibile – è indispensabile adottare soluzioni tecnologiche che consentano di semplificare, automatizzare e integrare i processi.
Pensiamo a uno studio in cui il paziente, all’arrivo, non debba passare dalla reception, ma si registri in autonomia tramite badge o smartphone, segnalando la sua presenza e attivando in automatico le procedure amministrative: visualizzazione dello stato contabile, conferma degli appuntamenti futuri, accesso alle immagini condivise dal clinico o dal laboratorio tramite nuove piattaforme collaborative. Possa pagare e ricevere la fattura emessa in tempo reale da una macchina. Nel frattempo, il gestionale, sincronizzato con l’agenda, segnala l’arrivo al clinico.
Oggi lo studio odontoiatrico può e deve sfruttare le tecnologie per contenere il fabbisogno e i costi di personale extra clinico, liberare risorse a vantaggio della componente clinica, per migliorare l’efficienza complessiva e mantenere l’accessibilità economica delle cure. È tempo di riprogettare la funzione segretariale, per rispondere alle urgenze quotidiane e per costruire una struttura più leggera, efficiente e adatta alle nuove aspettative dei pazienti.

Parodontologia di precisione: quando i biomarcatori entrano nella decisione clinica

Parodontologia di precisione

Parodontologia di precisione significa integrare i tradizionali parametri clinici con informazioni biologiche capaci di descrivere meglio le caratteristiche del singolo paziente. Ma quanto siamo vicini a utilizzare biomarcatori, microbioma e dati genetici per orientare concretamente le decisioni terapeutiche? A fare il punto è una review condotta da un gruppo di ricercatori italiani guidati da Simone Sevi dell'Università dell'Insubria. Gli autori hanno analizzato le principali evidenze disponibili sulla precision periodontology, cercando soprattutto di distinguere gli strumenti promettenti da quelli già potenzialmente utili nella pratica clinica.

Oltre staging e grading

L'attuale classificazione della parodontite attraverso staging e grading consente di definire gravità, complessità e rischio di progressione della malattia. Pazienti apparentemente simili sul piano clinico possono però presentare caratteristiche biologiche differenti e rispondere diversamente al trattamento. È proprio in questo spazio che si inserisce la parodontologia di precisione. L'obiettivo non è sostituire l'esame clinico e radiografico, ma aggiungere informazioni capaci di migliorare la stratificazione del rischio e, in prospettiva, personalizzare prevenzione, terapia e mantenimento. La review prende in considerazione microbioma subgengivale, genetica ed epigenetica, biomarcatori della risposta dell'ospite e imaging tridimensionale, oltre al possibile contributo dell'intelligenza artificiale.

Biomarcatori, cosa possono aggiungere?

Tra gli ambiti più studiati figurano i biomarcatori associati alla risposta infiammatoria dell'ospite. La loro misurazione potrebbe offrire informazioni sull'attività biologica della malattia che non sempre possono essere ricavate dai soli parametri clinici. Particolare attenzione è dedicata alla metalloproteinasi di matrice-8 attiva, o aMMP-8. Questo enzima è coinvolto nella degradazione del collagene e può essere rilevato attraverso test point-of-care, utilizzando campioni di fluido orale. Secondo gli autori, l'aMMP-8 rappresenta uno dei biomarcatori più studiati in parodontologia e potrebbe fornire informazioni aggiuntive in alcune situazioni, comprese quelle relative al monitoraggio della salute parodontale e peri-implantare. Le evidenze disponibili non sono tuttavia ancora sufficienti per raccomandarne l'impiego diagnostico routinario. Un biomarcatore, infatti, diventa realmente utile non soltanto quando può essere misurato in modo affidabile, ma quando il suo risultato è in grado di modificare concretamente una decisione clinica.

Microbioma e genetica, applicazioni ancora limitate

Anche l'analisi del microbioma subgengivale rappresenta uno dei possibili strumenti della parodontologia di precisione. I test microbiologici possono fornire informazioni sulla composizione della comunità batterica, ma il loro impiego clinico rimane circoscritto a indicazioni specifiche. Ancora più prudente è la valutazione dei test genetici. Le associazioni tra alcune varianti genetiche e suscettibilità alla parodontite hanno alimentato un'intensa attività di ricerca, ma i test basati su singoli polimorfismi non hanno finora dimostrato un'utilità clinica tale da giustificarne un impiego sistematico. La complessità della parodontite, determinata dall'interazione tra predisposizione individuale, risposta dell'ospite, microbiota e fattori ambientali, rende infatti difficile ricondurre il rischio a un singolo indicatore.

Dalla CBCT all'intelligenza artificiale

La personalizzazione della terapia non passa soltanto attraverso i dati biologici. Anche l'imaging tridimensionale può contribuire a una valutazione più precisa del singolo caso. In situazioni selezionate, la CBCT permette di caratterizzare meglio la morfologia di un difetto parodontale e può fornire informazioni capaci di modificare la pianificazione chirurgica. Più proiettato verso il futuro è il ruolo dell'intelligenza artificiale. L'AI potrebbe consentire di integrare grandi quantità di dati clinici, radiografici e biologici, individuando profili di rischio e modelli di risposta difficilmente riconoscibili attraverso la valutazione tradizionale. Anche in questo campo, tuttavia, servono ulteriori validazioni prospettiche prima che questi strumenti possano entrare stabilmente nella pratica quotidiana.

Il test serve soltanto se cambia la decisione

Uno degli aspetti più interessanti di questa review, pubblicata su Clinical Oral Investigations, è proprio l'invito a non identificare la parodontologia di precisione con una semplice moltiplicazione degli esami diagnostici. Gli autori propongono invece un modello basato su soglie decisionali: un test aggiuntivo dovrebbe essere richiesto soprattutto quando il suo risultato può modificare la gestione del paziente. Staging e grading rimangono quindi il riferimento clinico. Biomarcatori, microbiologia, genetica e imaging avanzato possono aggiungere informazioni, ma il loro valore dipende dalla capacità di tradurle in una decisione realmente utile. La parodontologia di precisione appare dunque come un percorso ancora in evoluzione. Alcuni strumenti sono già vicini alla clinica, mentre altri necessitano di evidenze più solide. La sfida sarà capire non soltanto quali dati sia possibile raccogliere, ma soprattutto quali possano aiutare il professionista a scegliere una strategia preventiva o terapeutica più appropriata per il singolo paziente.

Impianti zigomatici: quanto è accurata la chirurgia guidata?

Impianti zigomatici

Impianti zigomatici e chirurgia guidata, quanto è fedele il risultato finale rispetto alla pianificazione digitale? A rispondere è uno studio retrospettivo condotto da un gruppo internazionale di ricercatori. Tra gli autori figurano Giovanni Battista Menchini-Fabris, Paolo Toti, Saverio Cosola e Tommaso Grandi, affiancati da Young Min Park e Frank Leusink. Il gruppo italiano fa riferimento, tra le altre realtà, all’Università Pegaso di Napoli, alla San Rossore Dental Unit di Pisa, alla Saint Camillus International University of Health and Medical Sciences di Roma e a strutture cliniche di Modena. Lo studio ha valutato l’accuratezza del posizionamento degli impianti zigomatici mediante guide chirurgiche statiche. Il confronto tra posizione pianificata e posizione effettivamente ottenuta mostra scostamenti contenuti, inferiori nel complesso a 2 mm e 2°.

Una chirurgia che richiede precisione

Gli impianti zigomatici rappresentano una possibilità riabilitativa nei pazienti con grave atrofia del mascellare. Le loro caratteristiche anatomiche e la notevole lunghezza rendono tuttavia particolarmente importante un’attenta pianificazione della traiettoria implantare. La chirurgia guidata può offrire un aiuto in questa fase, trasferendo sul campo operatorio il progetto elaborato digitalmente. Rimane però fondamentale stabilire quanto la posizione ottenuta nella realtà corrisponda a quella prevista. È proprio questo l’obiettivo dello studio, che ha analizzato l’accuratezza della chirurgia guidata statica nel posizionamento degli impianti zigomatici.

Il confronto tra progetto e risultato

Lo studio retrospettivo ha preso in considerazione 14 pazienti, nei quali erano stati posizionati complessivamente 21 impianti zigomatici mediante guide chirurgiche stereolitografiche statiche a supporto osseo. Per verificare l’accuratezza del procedimento, i ricercatori hanno confrontato la posizione implantare pianificata prima dell’intervento con quella realmente ottenuta, rilevata mediante CBCT postoperatoria. Il confronto è stato effettuato attraverso una registrazione voxel-based delle immagini. Sono stati quindi misurati gli scostamenti verticali e orizzontali a livello del collo e dell’apice dell’impianto, insieme alla deviazione angolare.

Impianti zigomatici, scostamenti contenuti

I risultati mostrano una deviazione orizzontale mediana di 1,18 mm a livello del collo implantare e di 1,98 mm a livello dell’apice. La deviazione angolare mediana è risultata pari a 1,05°. Lo scostamento orizzontale è risultato significativamente maggiore all’apice rispetto al collo. Un dato da considerare alla luce della lunghezza degli impianti zigomatici: anche piccole variazioni della traiettoria possono infatti tradursi in uno spostamento più evidente nella porzione apicale. Nel complesso, le deviazioni osservate nello studio sono rimaste al di sotto di 2 mm e 2°.

Un modello di deviazione ricorrente

L’analisi ha permesso agli autori di osservare anche una certa regolarità nel modo in cui la posizione finale tendeva a discostarsi da quella pianificata. Circa il 71% degli impianti mostrava infatti uno schema di deviazione classificato come Q4. Questo modello era caratterizzato da una profondità di inserimento assiale leggermente inferiore rispetto a quella prevista e da un progressivo aumento dello spostamento laterale verso l’apice. L’osservazione suggerisce che non sia importante considerare soltanto l’entità complessiva dell’errore, ma anche il modo in cui questo può svilupparsi lungo la traiettoria di impianti particolarmente lunghi.

Chirurgia guidata, risultati promettenti

Secondo gli autori, i risultati indicano che la chirurgia guidata statica basata sulla CBCT può consentire un’elevata accuratezza spaziale nel posizionamento degli impianti zigomatici. Lo studio evidenzia tuttavia una variabilità maggiore rispetto a quella osservata nei siti implantari convenzionali. Un elemento da tenere presente nella pianificazione e nell’esecuzione dell’intervento. I dati devono inoltre essere interpretati considerando la natura retrospettiva dello studio e la dimensione relativamente contenuta del campione, costituito da 14 pazienti e 21 impianti. Tuttavia, nel complesso, la ricerca, pubblicata su rivista scientifica Oral and Maxillofacial Surgery, fornisce indicazioni favorevoli sull’impiego della chirurgia guidata statica negli impianti zigomatici, mostrando una buona corrispondenza tra pianificazione digitale e posizione implantare effettivamente ottenuta.

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