Autori

Claudio Boschin
Medico Odontoiatra, libero professionista
Portogruaro (VE)

Corrispondenza: info@claudioboschin.it

Turbo bite anteriore e dimensione verticale in dentizione decidua: caso clinico
- Ultima modifica: 2022-09-09T08:58:23+02:00
da Paola Brambilla

Abstract

Obiettivi. La gestione della dimensione verticale è un passaggio critico della terapia ortodontica intercettiva, poiché condiziona rapporti incisali, equilibrio occlusale e morfologia facciale. I turbo bite anteriori sono rialzi occlusali diretti in composito applicati sul settore frontale, che determinano un contatto anteriore stabile e la disclusione dei settori latero-posteriori. La letteratura disponibile riguarda prevalentemente adolescenti e adulti in dentizione permanente trattati con apparecchiature fisse, mentre i dati in dentizione decidua sono scarsi. Obiettivo del lavoro è descrivere le modificazioni occlusali, cefalometriche e cranio-cervicali osservate a otto mesi dall’applicazione in un paziente in dentizione decidua trattato con turbo bite diretti sugli incisivi centrali superiori decidui, discutendone il razionale funzionale, il significato clinico e i limiti interpretativi.
Materiali e metodi. Paziente maschio di 6 anni, in dentizione decidua, con occlusione di Classe I, morso profondo dentale (overbite 5,4 mm), masticazione unilaterale sinistra con angolo funzionale masticatorio di Planas asimmetrico (minore a sinistra); assenti abitudini viziate. Nel settembre 2025 sono stati applicati rialzi occlusali anteriori diretti, realizzati in bocca con stampi in silicone preformati e composito ibrido fotopolimerizzabile ad alto contenuto di riempitivo, sugli incisivi centrali superiori decidui 5.1 e 6.1, ottenendo una disclusione dei settori latero-posteriori di circa 1,5 mm, secondo il razionale della Riabilitazione Neuro-Occlusale. I rialzi sono stati rimossi al termine degli otto mesi di terapia, prima della rivalutazione. Sono state confrontate due teleradiografie latero-laterali (T0: 27/08/2025, eseguita 29 giorni prima dell’applicazione; T1: 25/05/2026, eseguita dopo la rimozione dei rialzi), analizzate secondo Ricketts e Steiner; sono state inoltre misurate cinque variabili cranio-cervicali secondo Solow. La documentazione fotografica frontale è stata impiegata come riscontro clinico, non come strumento di misura.
Risultati. L’overbite si è ridotto da 5,4 mm a 2,8 mm (-2,6 mm), rientrando nell’intervallo di riferimento (2,5 ± 2 mm). Il dato è stato rilevato a rialzi rimossi: la nuova dimensione verticale risulta quindi sostenuta dai settori posteriori e non dal dispositivo. Sul piano cefalometrico si è osservato un aumento dell’altezza facciale inferiore (ANS–Xi–Pm 46,0° → 52,3°; +6,3°), con incremento del piano mandibolare (35,4° → 39,1°), riduzione dell’arco mandibolare (28,3° → 25,4°) e rotazione posteriore dell’asse facciale (89,7° → 85,4°). L’ANB è aumentato di 1,9° con mantenimento della Classe I occlusale. I quattro angoli cranio-cervicali si sono modificati in direzioni discordanti e di ampiezza contenuta (da -2,6° a +2,6°), tutte comprese entro l’errore del metodo riportato per queste variabili; la curvatura cervicale è rimasta su valori di rettilineizzazione a entrambi i tempi (2,9° → 0,9°).
Conclusioni. Nel caso descritto i turbo bite anteriori diretti si sono associati a una riduzione dell’overbite di 2,6 mm, persistente dopo la rimozione del dispositivo e quantitativamente compatibile con l’estrusione compensatoria dei settori latero-posteriori consentita dalla disclusione di 1,5 mm. Le variabili cranio-cervicali si sono modificate in direzioni discordanti e per ampiezze inferiori all’errore del metodo: il caso non fornisce alcun elemento a favore di un effetto posturale della terapia. Trattandosi di un singolo caso non controllato, in un soggetto in crescita attiva, i dati descrivono un’associazione temporale; l’incremento della dimensione verticale in un pattern già iperdivergente rappresenta un elemento di attenzione, non un risultato favorevole in sé.
Implicazioni cliniche. I turbo bite diretti rappresentano una metodica semplice, poco invasiva e reversibile per la gestione precoce del morso profondo in dentizione decidua. Il loro impiego richiede una selezione accurata del paziente – la letteratura ne suggerisce l’indicazione elettiva nei soggetti con altezza facciale inferiore ridotta – e un monitoraggio del pattern verticale, che nei quadri iperdivergenti può muoversi in direzione indesiderata.

Anterior bite turbos and vertical dimension in the primary dentition: a case report

Objectives. Management of the vertical dimension is a critical step in interceptive orthodontic therapy, since it affects incisal relationships, occlusal balance and facial morphology. Anterior bite turbos are direct composite occlusal risers bonded to the anterior segment, producing a stable anterior contact and disclusion of the posterior sectors.
Available evidence mainly concerns adolescents and adults in the permanent dentition treated with fixed appliances, whereas data in the primary dentition are scarce. This paper describes the occlusal, cephalometric and craniocervical changes observed eight months after placement in a patient in the primary dentition treated with direct bite turbos bonded to the deciduous maxillary central incisors.
Materials and methods. A 6-year-old male patient in the primary dentition, with a Class I occlusion, a dental deep bite (overbite 5.4 mm), left-sided unilateral chewing with an asymmetric Planas masticatory functional angle (smaller on the left) and a canted occlusal plane, higher on the left.
In September 2025 direct anterior bite risers were bonded to the deciduous maxillary central incisors 5.1 and 6.1, built intraorally with preformed silicone moulds and a highly filled light-curing hybrid composite, achieving approximately 1.5 mm of posterior disclusion.
The risers were removed at the end of the eight-month treatment period, before reassessment. Two lateral cephalograms (T0: 27 August 2025, taken 29 days before placement; T1: 25 May 2026, taken after riser removal) were analysed according to Ricketts and Steiner; five craniocervical variables were also measured according to Solow. The frontal photographic records were used as clinical corroboration, not as a measurement tool.
Results. Overbite decreased from 5.4 mm to 2.8 mm (−2.6 mm), returning within the reference range (2.5 ± 2 mm). The measurement was taken after riser removal: the new vertical dimension is therefore supported by the posterior sectors and not by the appliance. Cephalometrically, lower facial height increased (ANS–Xi–Pm 46.0° → 52.3°; +6.3°), with an increase in the mandibular plane angle (35.4° → 39.1°), a decrease in the mandibular arc (28.3° → 25.4°) and a posterior rotation of the facial axis (89.7° → 85.4°). ANB increased by 1.9° while the Class I occlusion was maintained. The four craniocervical angles changed in discordant directions and by small amounts (from −2.6° to +2.6°), all within the method error reported for these variables; cervical curvature remained at straightened values at both time points (2.9° → 0.9°).
Conclusions. Direct anterior bite turbos were associated with a 2.6 mm reduction of overbite that persisted after appliance removal and is quantitatively compatible with the compensatory extrusion of the posterior sectors permitted by the 1.5 mm disclusion. The craniocervical variables changed in discordant directions and by amounts below the method error: the case provides no evidence of a postural effect. As this is a single uncontrolled case in an actively growing subject, the data describe a temporal association; the increase in vertical dimension in an already hyperdivergent pattern is a point of caution rather than a favourable outcome in itself.
Clinical significance. Direct bite turbos are a simple, minimally invasive and reversible method for the early management of deep bite in the primary dentition. Their use requires careful patient selection — the literature suggests their elective indication in subjects with reduced lower facial height — and monitoring of the vertical pattern, which in hyperdivergent cases may move in an undesirable direction.

Turbo bite anteriore e dimensione verticale in dentizione decidua: caso clinico
- Ultima modifica: 2022-09-09T08:58:23+02:00
da Paola Brambilla

Si descrivono le modificazioni occlusali, cefalometriche e cranio-cervicali osservate dopo otto mesi di trattamento con turbo bite anteriore in un paziente in dentizione decidua, discutendone il razionale funzionale, le implicazioni cliniche e i limiti interpretativi.

La gestione della dimensione verticale è uno degli aspetti più delicati della terapia ortodontica e gnatologica, poiché influenza l’estetica del sorriso, i rapporti occlusali e l’equilibrio neuromuscolare. Nei quadri con tendenza al morso profondo, un incremento controllato dell’altezza verticale anteriore può favorire la normalizzazione dei rapporti incisali e il riposizionamento funzionale della mandibola. È tuttavia opportuno premettere che il livello di evidenza a sostegno del trattamento precoce del morso profondo nel paziente in crescita rimane basso: la revisione sistematica Cochrane dedicata all’argomento conclude che, allo stato attuale, non esistono prove sufficienti per raccomandare o sconsigliare uno specifico approccio ortodontico nei bambini con morso profondo (1). Tra le metodiche disponibili, i turbo bite – rialzi diretti in composito, riconducibili al concetto di piste dirette – applicati sul settore frontale creano un contatto anteriore che disclude i settori posteriori, guidando la funzione e favorendo l’adattamento verticale.
La valutazione cefalometrica di Elbarnashawy et al., condotta su trenta pazienti in crescita trattati con turbo bite in associazione ad apparecchiatura fissa preregolata e confrontati con un gruppo di controllo non trattato, ha documentato che la correzione dell’overbite avviene prevalentemente a carico dell’arcata inferiore e si accompagna a un aumento dell’altezza facciale anteriore inferiore; gli autori ne suggeriscono l’indicazione elettiva nei soggetti con morso profondo e altezza facciale inferiore ridotta (2).
Studi randomizzati hanno confrontato i turbo bite con altre metodiche di apertura del morso, come gli archi con curva di Spee invertita (3) e i rialzi su canini (4), e con gli archi di utilità e i piani di svincolo anteriori (5, 6), evidenziando efficacia comparabile, ma meccanismi d’azione differenti. Questa evidenza è però stata prodotta quasi esclusivamente in adolescenti e adulti in dentizione permanente trattati con apparecchiature fisse, mentre i dati relativi all’impiego dei rialzi diretti in dentizione decidua sono scarsi. Sul piano funzionale, l’impiego dei rialzi anteriori nel paziente in dentizione decidua si inscrive nel quadro concettuale della Riabilitazione Neuro-Occlusale (RNO) di Planas (7), che attribuisce alla stimolazione funzionale un ruolo determinante nello sviluppo dento-alveolare, e nelle metodiche di intercettazione precoce fondate sulla riorganizzazione della masticazione (8). In tale prospettiva è stata formalizzata la legge della minima dimensione verticale, secondo cui la mandibola raggiunge la massima intercuspidazione riducendo al minimo la dimensione verticale, con implicazioni sull’eziologia della malocclusione e sulla stabilità dei risultati (9). L’approccio funzionale considera infine la relazione tra occlusione e postura cranio-cervicale.
L’ipotesi dello stiramento dei tessuti molli formulata da Solow e collaboratori postula che l’assetto cranio-cervicale possa influenzare lo sviluppo delle strutture dento-facciali (10), e diversi studi hanno descritto associazioni tra postura del capo e malocclusione (11).
Le revisioni sistematiche più recenti confermano correlazioni tra morfologia craniofacciale, classe scheletrica e postura cranio-cervicale, pur segnalando un’elevata eterogeneità metodologica (12-14), e sottolineano come tali rapporti varino con il periodo di crescita (15). Alcuni lavori hanno osservato modificazioni dell’assetto cranio-cervicale dopo trattamento ortodontico (16, 17). Va tuttavia ricordato che le rassegne critiche sul tema concludono che la relazione tra occlusione e postura corporea non è supportata da evidenze solide e non può essere assunta come nesso causale nella pratica clinica (18, 19). Nel presente lavoro si descrive un caso trattato con turbo bite diretti sul gruppo frontale superiore, documentando l’evoluzione occlusale, cefalometrica e cranio-cervicale e discutendone in modo esplicito il significato e i limiti.

Materiali e metodi

Caso clinico

Paziente maschio, 5 anni alla prima visita (aprile 2025) e 6 anni al controllo finale del trattamento (maggio 2026). Anamnesi medica generale negativa per patologie sistemiche, in assenza di terapie farmacologiche in atto e di allergie note.
All’esame funzionale non sono state rilevate abitudini viziate: la deglutizione risultava fisiologica e la respirazione nasale. La valutazione funzionale secondo i criteri della Riabilitazione Neuro-Occlusale ha documentato un quadro di masticazione unilaterale. L’angolo funzionale masticatorio di Planas (AFMP) risultava asimmetrico, di ampiezza minore a sinistra, e il lato masticatorio abituale era il sinistro: il reperto è coerente con la legge della minima dimensione verticale, secondo cui il soggetto
mastica dal lato che richiede il minor spostamento verticale nei movimenti di lateralità, cioè quello con AFMP minore (7, 9). Si rilevavano inoltre una maggiore ampiezza dell’emipalato sinistro rispetto al destro (24,53 mm contro 22,37 mm; Figura 1) e, alla valutazione posturale, un pattern di side bending rotation sinistro. I due reperti sono riportati come elementi descrittivi del quadro iniziale e non sono posti in rapporto causale fra loro. All’esame clinico iniziale (documentazione dell’aprile 2025) si rilevava un’occlusione di Classe I con morso profondo dentale in dentizione decidua (Figura 2).

Turbo bite anteriore
1. Asimmetria trasversale a T0: maggiore ampiezza dell’emipalato sinistro (24,53 mm) rispetto al destro (22,37 mm). Punti di repere: parte mediana del palato e fossa centrale del 1° molare deciduo
Turbo bite anteriore
2. Documentazione fotografica iniziale (T0): A, lato destro; B, frontale; C, lato sinistro

L’analisi cefalometrica di partenza (teleradiografia latero-laterale del 27/08/2025, T0) mostrava un overbite di 5,4 mm, nettamente al di sopra del valore di riferimento (2,5 ± 2 mm), altezza facciale inferiore nei limiti della norma (ANS–Xi–Pm 46,0°) e un piano mandibolare superiore ai valori normativi per l’età (FH/Go–Me 35,4°). I valori completi sono riportati nella Tabella 1.

Metodica di trattamento

Il trattamento è consistito nell’applicazione, nel settembre 2025, di rialzi occlusali anteriori
diretti (turbo bite) sugli incisivi centrali superiori decidui 5.1 e 6.1 (Figura 3), con l’obiettivo di ottenere un contatto anteriore stabile, aumentare temporaneamente la dimensione verticale dento-alveolare e determinare la disclusione dei settori latero-posteriori.

Turbo bite anteriore
3. Turbo bite in composito applicati sugli incisivi centrali superiori decidui 5.1 e 6.1. Il colore blu del composito da core build-up impiegato consente di distinguere il rialzo dai tessuti dentari ai controlli

Dopo isolamento del campo, mordenzatura con acido ortofosforico e applicazione di un sistema adesivo smalto-dentinale, i rialzi sono stati realizzati direttamente in bocca con la tecnica dello stampo preformato: la punta in silicone dedicata ai bite turbo è stata riempita di composito, posizionata sulla superficie palatina dell’elemento e fotopolimerizzata in situ, quindi rimossa lasciando in sede il rialzo già conformato. Sono stati impiegati stampi preformati in silicone del sistema Mini-Mold™, punta Bite Turbo da 3 mm, traslucidi, flessibili e sterilizzabili a freddo. Il composito impiegato è stato un ibrido fotopolimerizzabile per la ricostruzione di monconi (DEI® Clever Diamond Blu; DEI® Italia S.r.l.), con carica di riempitivo inorganico dell’83% ed elevata resistenza alla compressione.
La scelta di un materiale da core build-up di colore blu, in luogo dei compositi fluidi abitualmente indicati per questa tecnica, è stata motivata dalla necessità di resistenza all’usura sotto carico occlusale e dal contrasto cromatico, che agevola l’ispezione del rialzo ai controlli e ne consente la rimozione integrale a fine terapia. I rialzi, di 3 mm di altezza, hanno determinato un contatto anteriore stabile con gli incisivi inferiori e una disclusione dei settori latero-posteriori di circa 1,5 mm (Figura 4).

Turbo bite anteriore
4. Veduta frontale e laterale (A, B, C) con evidenza della disclusione dei settori latero-posteriori, pari a circa 1,5 mm

I rialzi sono stati mantenuti in sede per otto mesi e rimossi al termine della terapia, prima della rivalutazione clinica, fotografica e radiografica del 25/05/2026 (circa quattro settimane prima).
Tutte le misure di esito riportate si riferiscono pertanto alla condizione occlusale a dispositivo rimosso. Il razionale funzionale dell’intervento è riconducibile alla seconda legge di sviluppo di Planas, relativa allo sviluppo verticale di premolari e molari. Secondo i principi della Riabilitazione Neuro-Occlusale, la stimolazione funzionale esercitata sui denti e sui rispettivi tessuti parodontali produce una risposta di sviluppo verticale nei settori dento-alveolari appartenenti alla stessa unità embriologica; tale risposta viene normalmente limitata dal contatto con i denti antagonisti.
La temporanea eliminazione dei contatti posteriori, ottenuta mediante i rialzi anteriori, è stata pertanto finalizzata a ridurre il vincolo occlusale sui settori latero-posteriori e a favorirne l’eruzione e l’adattamento verticale (7-9).

Valutazione occlusale e documentazione fotografica

L’overbite è stato misurato sulle due teleradiografie latero-laterali come distanza verticale fra i margini incisali superiore e inferiore (is-ii), con la medesima costruzione a T0 e a T1. L’overbite è stato misurato sulle due teleradiografie latero-laterali come distanza verticale fra i margini incisali superiore e inferiore (is-ii), con la medesima costruzione a T0 e a T1.
La modificazione occlusale è inoltre documentata dal confronto fotografico frontale (Figura 5), acquisito con divaricatori e in occlusione abituale, che ne fornisce il riscontro clinico diretto.

Turbo bite anteriore
5. Riscontro clinico della riduzione dell’overbite. Caso in T0 e T1 con riduzione dell’overbite

La documentazione fotografica non è stata impiegata per misurazioni metriche. Le due riprese non sono state standardizzate per distanza, ingrandimento e orientamento del capo, e non erano disponibili modelli in gesso né scansioni intraorali: qualunque misura ricavata dal loro confronto sarebbe pertanto priva di riferimento dimensionale. Le osservazioni tratte dalle immagini sono di conseguenza riportate come reperti clinici qualitativi.

Analisi cefalometrica e cranio-cervicale

Le due teleradiografie latero-laterali (T0: 27/08/2025; T1: 25/05/2026) delimitano un intervallo di 241 giorni. I rialzi sono stati applicati nel settembre 2025, la teleradiografia T0 precede di 29 giorni l’inizio della terapia, e tolti 4 settimane prima della teleradiografia T1: l’intervallo radiografico comprende quindi un mese di crescita senza dispositivo, mentre la durata effettiva del trattamento è di sette mesi. Entrambi gli esami sono stati eseguiti presso il medesimo studio, con il medesimo apparecchio radiologico (Carestream; 87 kV, 10 mA, 9994 ms; dose 25,81 mGy·cm²) e da operatore esperto.
I tracciati sono stati eseguiti da un singolo operatore con il software CS Imaging 8.0.32 (Carestream Dental) e le misure rilevate secondo le analisi di Ricketts e Steiner. Il software restituisce l’arco mandibolare come angolo supplementare (Pm–Xi–DC); nella Tabella 1 il valore è riportato secondo la convenzione di Ricketts (180° - valore restituito). I parametri relativi agli assi incisivi – angolo interincisivo, inclinazione e protrusione dell’incisivo inferiore rispetto ad A–Pog – non sono stati riportati. In dentizione decidua l’asse lungo degli incisivi non è determinabile con affidabilità sulla teleradiografia latero-laterale: le radici sono corte, in fase di riassorbimento fisiologico e scarsamente distinguibili per la sovrapposizione dei due lati, e il tracciato dell’asse ne risulta arbitrario. Le variazioni angolari restituite dal software per questi parametri non sono pertanto interpretabili come movimenti dentali e sono state escluse dall’analisi. Per la stessa ragione non è stata riportata la posizione del piano occlusale rispetto al punto Xi, la cui costruzione dipende dai medesimi reperi. Le variabili cranio-cervicali sono state costruite secondo Solow (20), impiegando tre punti di repere vertebrali:

  • cv2ip, punto più postero-inferiore del corpo della seconda vertebra cervicale;
  • cv2tg, punto di tangenza sul contorno posteriore del processo odontoideo;
  • cv4ip, punto più postero-inferiore del corpo della quarta vertebra cervicale.

Da essi derivano due rette: OPT (odontoid process tangent), condotta per cv2ip e cv2tg, che rappresenta il tratto cervicale superiore, e CVT (cervical vertebrae tangent), condotta per cv4ip e cv2tg, che rappresenta il tratto cervicale medio. Gli angoli cranio-cervicali sono stati misurati incrociando le due rette cervicali con la base cranica anteriore (NSL) e con il piano palatale (NL), ottenendo NSL/OPT, NSL/CVT, NL/OPT e NL/CVT. La curvatura cervicale è stata misurata come angolo a tre punti cv2ip–cv2tg–cv4ip (OPT/CVT). La costruzione dei punti e delle rette è illustrata in Figura 6.

6. Punti di repere e linee di riferimento per l’analisi cranio-cervicale secondo Solow. Punti craniali: N, S, ANS, PNS. Punti cervicali: cv2tg, cv2ip, cv4ip. Linee: NSL, NL, OPT, CVT. Angoli: NSL/OPT, NSL/CVT, NL/OPT, NL/CVT e curvatura cervicale OPT/CVT. Lo schema è illustrativo e non riproduce il tracciato del paziente

Entrambe le teleradiografie sono state acquisite con cefalostato e olive auricolari.
La posizione del cranio era pertanto determinata dall’apparecchio e non dalla postura abituale del paziente, e sulle immagini non è presente alcun riferimento verticale extracraniale.
Ne consegue che i quattro angoli cranio-cervicali, che hanno un braccio costruito su reperi craniali, descrivono la configurazione geometrica tra un cranio orientato dall’apparecchio e un rachide cervicale libero di adattarvisi: non sono quindi interpretabili come misure della postura del paziente e vengono riportati a scopo esclusivamente descrittivo.
La curvatura cervicale (OPT/CVT), costruita interamente su reperi vertebrali, è l’unica variabile della serie non condizionata dal vincolo del cefalostato. L’errore del metodo non è stato calcolato su questo campione; come riferimento, Siersbaek-Nielsen e Solow hanno stimato per queste variabili un errore di 3,4° sull’angolazione cranio-cervicale (NSL/OPT) e di 3,1° sull’inclinazione cervicale (21), ampiezza assunta come soglia interpretativa.

Risultati

Rapporti occlusali

L’overbite si è ridotto da 5,4 mm a 2,8 mm (−2,6 mm): il valore di partenza era nettamente al di sopra del limite superiore del range di riferimento (2,5 ± 2 mm), quello finale si colloca al centro dell’intervallo. Il morso profondo risultava quindi risolto al termine dell’osservazione. Il dato è stato rilevato dopo la rimozione dei rialzi: la riduzione non è imputabile alla presenza del dispositivo, che al momento della misurazione non era più in bocca.
La Classe I occlusale è stata mantenuta; la posizione del molare superiore rispetto al piano pterigoideo è aumentata di 2,7 mm (U6/PTV: 9,7 → 12,4 mm), passando da un valore in norma per l’età a uno lievemente superiore.

Riscontro clinico e osservazioni sulla documentazione fotografica

La riduzione dell’overbite trova riscontro diretto nel confronto fotografico frontale (Figura 5): a T0 gli incisivi inferiori risultavano quasi interamente coperti dai superiori, mentre a T1 sono ampiamente visibili.
L’immagine di T1 è stata acquisita dopo la rimozione dei rialzi e in dentizione decidua.

Dimensione verticale

L’altezza facciale inferiore è aumentata da 46,0° a 52,3° (+6,3°), passando da un valore centrale a un valore superiore al limite alto del range di riferimento (47° ± 4°). L’incremento è confermato dalla misura lineare corrispondente (ANS–Pm: 41,0 → 45,2 mm; +4,2 mm). Coerentemente, il piano mandibolare è aumentato da 35,4° a 39,1° (+3,7°), l’arco mandibolare si è ridotto da 28,3° a 25,4° (−2,9°) e l’asse facciale è passato da 89,7° a 85,4° (−4,3°): le misure indicano, in modo concorde, una rotazione mandibolare posteriore. L’altezza del ramo è aumentata di 2,0 mm (Pt–Go: 51,6 → 53,6 mm).

Rapporti sagittali

L’ANB è aumentato da 3,5° a 5,4° (+1,9°). L’incremento deriva dalla riduzione di SNB (76,4° → 72,3°; −4,1°), più marcata di quella di SNA (79,9° → 77,7°; −2,2°); la convessità è rimasta sostanzialmente invariata (2,3 → 2,8 mm) e la Classe I occlusale si è mantenuta La riduzione di SNB è coerente con la rotazione mandibolare posteriore documentata dai parametri verticali.

Misure cranio-cervicali

I quattro angoli cranio-cervicali si sono modificati in direzioni discordanti: NSL/OPT è aumentato di 2,6° (90,4° → 93,0°) e NL/OPT di 1,2° (81,0° → 82,2°), mentre NSL/CVT si è ridotto di 1,3° (93,4° → 92,1°) e NL/CVT di 2,6° (83,9° → 81,3°). Nessuna delle quattro variazioni raggiunge l’errore del metodo riportato in letteratura per queste variabili (3,4°). La curvatura cervicale (OPT/CVT), unica variabile indipendente dalla posizione del cranio, è risultata di 2,9° a T0 e di 0,9° a T1 (−2,0°, anch’essa entro l’errore del metodo): il rachide cervicale superiore era rettilineo in entrambe le rilevazioni.

Discussione

Il risultato occlusale e la sua coerenza quantitativa

Il dato principale del caso è la riduzione dell’overbite di 2,6 mm, con rientro nell’intervallo di riferimento. Due circostanze ne rafforzano il significato. La prima è che la misurazione è stata effettuata a rialzi rimossi: non si tratta quindi di un morso mantenuto aperto dal dispositivo, ma di una nuova dimensione verticale sostenuta dai settori posteriori, che si è conservata dopo la rimozione. È la prima obiezione che si pone a qualunque terapia con rialzi anteriori, ed è qui documentalmente esclusa. La seconda è la coerenza quantitativa con il meccanismo ipotizzato. La disclusione ottenuta era di circa 1,5 mm: è questo lo spazio entro cui i settori latero-posteriori potevano estrudere, e dunque il limite superiore dell’incremento verticale posteriore attribuibile al dispositivo. Poiché la rotazione mandibolare avviene attorno al condilo e gli incisivi ne distano circa una volta e mezza più dei molari decidui, un incremento verticale posteriore entro tale limite si traduce, al settore incisivo, in una riduzione dell’overbite dell’ordine di 2-2,5 mm. La riduzione osservata (-2,6 mm) è di questo ordine di grandezza: il risultato non richiede di postulare meccanismi ulteriori, ed è delimitato superiormente da una grandezza nota, misurata e dichiarata al momento dell’applicazione.

Il meccanismo: estrusione compensatoria e auto livellamento

Il termine “eruzione” richiede una precisazione. A sei anni gli elementi decidui hanno completato la propria eruzione attiva e si trovano nella fase di stabilità occlusale che precede la permuta dentale: non è quindi all’eruzione fisiologica che va ricondotta la discesa osservata. Il fenomeno in gioco è l’estrusione dento-alveolare compensatoria, ossia la migrazione in direzione occlusale del dente insieme al proprio osso alveolare di supporto, che si verifica in assenza di un antagonista e prosegue fino al ripristino del contatto. È il medesimo meccanismo che produce la sovraeruzione degli elementi privi di antagonista, osservabile a qualunque età. La precisazione non è terminologica ma sostanziale. L’estrusione compensatoria è, per definizione, una risposta all’assenza di contatto antagonista – e in questo caso l’assenza di contatto antagonista è stata prodotta dal dispositivo. Il rapporto fra intervento ed effetto non richiede pertanto di essere postulato: è il meccanismo stesso a definirlo. È questa, del resto, la formulazione operativa della seconda legge di sviluppo di Planas, secondo cui la risposta di sviluppo verticale dei settori dento-alveolari è normalmente limitata dal contatto con gli antagonisti (7, 8).
Ne discende il carattere autolimitante e autolivellante della metodica. I rialzi anteriori non applicano alcuna forza ai settori latero-posteriori: ne rimuovono soltanto il vincolo occlusale. Ciascun settore è quindi libero di estrudere fino a ristabilire il contatto, e non oltre. L’entità dell’estrusione è delimitata superiormente dallo spazio creato – 1,5 mm nel caso descritto – e, all’interno di quel limite, è determinata dal deficit verticale che ciascun settore presentava. Il dispositivo non impone una posizione: permette un adattamento, la cui misura è dettata dalla condizione di partenza di ogni settore.

La dimensione verticale scheletrica

L’aumento della dimensione verticale anteriore è documentato in modo concorde da quattro parametri indipendenti (altezza facciale inferiore, misura lineare ANS–Pm, piano mandibolare, arco mandibolare) e corrisponde alla direzione attesa dall’applicazione di rialzi anteriori (2-4). L’aumento dell’ANB va letto in questa cornice: è in larga parte una conseguenza geometrica della rotazione mandibolare posteriore – con lo spostamento in basso e indietro del punto B e la conseguente riduzione di SNB – più che l’espressione di un reale peggioramento del rapporto sagittale, come suggerito dall’invarianza della convessità e dal mantenimento della Classe I. Va però osservato che un’estrusione posteriore di 1,5 mm non può da sola produrre i +4,2 mm di ANS–Pm misurati: una quota non trascurabile dell’incremento verticale è attribuibile alla crescita fisiologica – cui si aggiunge il mese di intervallo radiografico precedente all’applicazione dei rialzi – oltre a un possibile contributo dell’errore di misurazione. Il punto clinicamente più rilevante è però un altro. La letteratura indica i turbo bite anteriori come opzione elettiva nei soggetti con morso profondo e altezza facciale inferiore ridotta, ossia nei pattern ipodivergenti, proprio perché il loro meccanismo d’azione tende ad aumentare l’altezza facciale anteriore (2). Nel caso descritto il paziente presentava a T0 un piano mandibolare superiore ai valori normativi per l’età; a T1 l’altezza facciale inferiore si colloca al di sopra del limite superiore del range e la rotazione mandibolare posteriore è aumentata. L’incremento verticale osservato, che in un pattern ipodivergente costituirebbe l’effetto desiderato, in questo paziente si è prodotto in una direzione già sfavorevole sul piano scheletrico. Il rilievo non invalida il risultato occlusale ottenuto, ma definisce il perimetro di applicabilità della metodica e impone un follow-up prolungato con monitoraggio del pattern verticale.

Assenza di controllo ed evoluzione spontanea attesa

L’assenza di un gruppo di controllo impedisce di stabilire quale sarebbe stata l’evoluzione di questo paziente in assenza di trattamento. L’incertezza è reale, ma non è simmetrica rispetto ai due esiti principali del caso, e va discussa separatamente per ciascuno.
Per l’overbite, l’evoluzione spontanea attesa non è ignota. Keski-Nisula et al. hanno seguito 104 bambini non trattati dalla permuta dentale del primo incisivo deciduo (età media 5,1 anni) fino alla completa eruzione degli incisivi permanenti e dei primi molari (età media 8,4 anni): in quel gruppo l’overbite non si è corretto spontaneamente, ma è aumentato, passando da 3,3 a 4,1 mm (22). Nello stesso senso depone la valutazione longitudinale di soggetti non trattati con morso profondo, selezionati con un overbite superiore a 4,5 mm – criterio soddisfatto dal presente paziente, che a T0 presentava 5,4 mm – nei quali l’overbite peggiora significativamente durante la fase prepuberale e migliora soltanto in corrispondenza del picco puberale (23). La tendenza naturale, nella fascia di età qui considerata, è dunque all’approfondimento del morso, non alla sua risoluzione spontanea. La riduzione di 2,6 mm osservata si muove in direzione opposta a quella attesa: la crescita fisiologica, in questo caso, non può spiegare il risultato e semmai ne ha ridotto l’entità apparente. Per la dimensione verticale scheletrica il ragionamento si rovescia. L’incremento fisiologico dell’altezza facciale anteriore inferiore, in un soggetto di sei anni, agisce nella stessa direzione dell’effetto atteso dal dispositivo: qui la crescita non maschera il risultato, lo amplifica. La quota di incremento attribuibile ai rialzi non è pertanto separabile da quella dovuta alla crescita, e i +6,3° di ANS–Xi–Pm vanno letti con la cautela corrispondente. Le due variabili di esito hanno quindi uno statuto probatorio diverso: la riduzione dell’overbite risulta rafforzata dal confronto con l’evoluzione spontanea attesa, perché la crescita avrebbe agito contro di essa; l’incremento verticale ne risulta indebolito, perché la crescita avrebbe agito a suo favore. Resta il limite del ricorso a controlli storici: le popolazioni citate differiscono per durata dell’osservazione, entità iniziale del morso profondo e metodo di misurazione, e stabiliscono pertanto la direzione della tendenza spontanea, non un valore atteso quantitativo per questo paziente.

Razionale funzionale e suoi limiti

L’impiego dei rialzi diretti in dentizione decidua trova il proprio inquadramento teorico nella Riabilitazione Neuro-Occlusale, che interpreta lo sviluppo dento-alveolare come risposta adattativa alla stimolazione funzionale e attribuisce alla rimozione dei vincoli occlusali un ruolo permissivo nei confronti dell’eruzione dei settori posteriori (7, 8). È tuttavia necessario distinguere il razionale dalla dimostrazione: la RNO costituisce una cornice interpretativa clinicamente coerente, ma le evidenze sperimentali che ne sostengono i singoli meccanismi in dentizione decidua sono limitate e di livello metodologico modesto.

Postura cranio-cervicale

La relazione tra occlusione e postura cranio-cervicale è oggetto di un dibattito consolidato. Studi cefalometrici hanno documentato associazioni tra postura del capo, morfologia craniofacciale e tipo di malocclusione (10, 11), e le revisioni sistematiche più recenti confermano correlazioni tra classe scheletrica, curvatura cervicale e posizione del capo (12-15). Questi dati sono però nella quasi totalità di natura associativa e trasversale; le rassegne critiche sull’argomento concludono che non esistono evidenze sufficienti a sostenere un rapporto causale tra occlusione e postura (18, 19). Nel caso qui descritto, le cinque variabili di Solow non documentano alcuna modificazione posturale. Il dato è duplice. In primo luogo, nessuna delle cinque variazioni raggiunge l’errore del metodo riportato in letteratura per le stesse misure: sono tutte comprese entro un’ampiezza che, per definizione, non è distinguibile dal rumore di misurazione. In secondo luogo – ed è il rilievo dirimente – le quattro variabili cranio-cervicali si muovono in direzioni discordanti: quelle riferite al tratto cervicale superiore aumentano, quelle riferite al tratto medio diminuiscono. Una modificazione posturale reale si esprimerebbe in modo coerente sui due segmenti del rachide, che sono meccanicamente accoppiati; un movimento discordante e sotto-soglia è invece la firma della variabilità di individuazione dei punti di repere. Trattandosi inoltre di teleradiografie acquisite con cefalostato, la posizione del cranio era imposta dall’apparecchio e non riflette la postura abituale del paziente. La curvatura cervicale – unica variabile costruita interamente su reperi vertebrali, e quindi non condizionata dal vincolo del cefalostato – è risultata di 2,9° a T0 e di 0,9° a T1: il rachide cervicale superiore era rettilineo prima del trattamento e lo è rimasto dopo. Non vi è quindi alcun recupero della lordosi cervicale da rivendicare. Il rilievo è utile proprio perché negativo: dimostra che l’incremento della dimensione verticale dento-alveolare, documentato in modo solido, non si è accompagnato ad alcuna modificazione misurabile della curvatura del rachide. Un caso singolo non può escludere l’esistenza di un rapporto tra occlusione e postura, ma nemmeno lo sostiene, e questo lavoro non fornisce elementi a suo favore.

Limiti dello studio

  • Disegno. Si tratta di un singolo caso clinico, privo di gruppo di controllo e di randomizzazione; il livello di evidenza è conseguentemente il più basso della gerarchia e i risultati non sono generalizzabili.
  • Crescita fisiologica. Il paziente si trovava in una fase di crescita attiva. Una quota non quantificabile dell’incremento verticale osservato è verosimilmente attribuibile alla crescita e non al dispositivo, mentre – come discusso – la crescita non può spiegare la riduzione dell’overbite né la riduzione dell’inclinazione del piano occlusale.
  • Parametri incisivi non valutabili. In dentizione decidua l’asse lungo degli incisivi non è tracciabile con affidabilità sulla teleradiografia latero-laterale, per la brevità e il riassorbimento fisiologico delle radici e per la sovrapposizione dei due lati.
    Angolo interincisivo, inclinazione e protrusione dell’incisivo inferiore sono stati pertanto esclusi dall’analisi: il caso non documenta l’eventuale contributo di movimenti incisivi al risultato occlusale.
  • Riproducibilità dei tracciati ed errore del metodo. L’angolo della base cranica N–S–Ba, utilizzato come controllo interno, si è modificato di 2,6° tra le due rilevazioni: variazione contenuta e compatibile con la normale variabilità di individuazione dei punti S e Ba. Le lunghezze effettive mascellare (Co–A: −0,3 mm) e mandibolare (Co–Gn: +0,7 mm) risultano coerenti con la crescita attesa in un soggetto di sei anni nell’arco di nove mesi. Non è stato tuttavia calcolato un errore del metodo specifico mediante ripetizione cieca dei tracciati: poiché la variazione dell’overbite (−2,6 mm) costituisce l’esito primario del lavoro, la determinazione dell’errore casuale secondo Dahlberg su tracciati ripetuti rafforzerebbe in misura sostanziale la solidità del risultato e resta l’integrazione metodologica più opportuna.
  • Misure cranio-cervicali. Le teleradiografie sono state acquisite con cefalostato e olive auricolari: la posizione del cranio era imposta dall’apparecchio, e sulle immagini non è presente alcun riferimento verticale extra craniale. I quattro angoli cranio-cervicali non riflettono pertanto la postura abituale del paziente e sono riportati a scopo descrittivo.
    Follow-up assente. Non è disponibile alcun controllo successivo alla rivalutazione: non è quindi possibile valutare la stabilità del risultato, aspetto particolarmente rilevante nel paziente in crescita, in un quadro con rotazione mandibolare posteriore e in vista della permuta del gruppo incisivo.

Conclusioni

Nel caso descritto, l’impiego di turbo bite diretti sul gruppo frontale superiore in dentizione decidua si è associato, a otto mesi, a una riduzione dell’overbite da 5,4 a 2,8 mm, con rientro nell’intervallo di riferimento e persistenza dopo la rimozione del dispositivo. L’entità della correzione è quantitativamente compatibile con l’estrusione compensatoria dei settori latero-posteriori consentita dalla disclusione di 1,5 mm, e la direzione del cambiamento è opposta a quella dell’evoluzione spontanea attesa in questa fase di sviluppo. Le cinque variabili cranio-cervicali si sono modificate in direzioni discordanti e per ampiezze inferiori all’errore del metodo, e la curvatura cervicale è rimasta su valori di rettilineizzazione: il caso non fornisce alcun elemento a favore di un effetto posturale della terapia. Il lavoro documenta un’associazione clinica, non un rapporto causale: il disegno a caso singolo, la crescita fisiologica, l’assenza di un errore del metodo misurato e l’assenza di follow-up impongono cautela.

Implicazioni cliniche

I turbo bite diretti in composito costituiscono una metodica semplice, poco invasiva, reversibile e a basso costo per la gestione precoce del morso profondo in dentizione decidua.
L’entità della disclusione ottenuta all’applicazione definisce il limite superiore dell’effetto atteso: è una grandezza che il clinico controlla e che va misurata e dichiarata.
La metodica è autolimitante: i rialzi non spingono i settori latero-posteriori, ne rimuovono il vincolo occlusale. Estrude soltanto il settore che presenta un deficit verticale, e soltanto fino al ripristino del contatto.
La selezione del paziente è determinante: poiché il meccanismo d’azione aumenta l’altezza facciale anteriore, la letteratura ne suggerisce l’indicazione elettiva nei soggetti con altezza facciale inferiore ridotta. Nei pattern iperdivergenti l’incremento verticale va monitorato e può costituire un effetto indesiderato.
Le variazioni cranio-cervicali rilevate su teleradiografia acquisita con cefalostato non costituiscono un indicatore di miglioramento posturale e non devono essere presentate al paziente come tale.

Conflitto di interessi e aspetti etici

L’autore dichiara l’assenza di conflitti di interesse di ordine economico o di altro tipo in relazione all’articolo presentato. Lo studio è stato condotto in accordo con gli standard etici della Dichiarazione di Helsinki. Gli esercenti la potestà genitoriale hanno fornito il consenso informato scritto all’esecuzione del trattamento e alla pubblicazione della documentazione clinica e radiografica in forma anonima. Le immagini extra-orali che includono la regione periorale/nasale sono state anonimizzate.

Finanziamenti allo studio

Lo studio non ha ricevuto alcun finanziamento.

 

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Turbo bite anteriore e dimensione verticale in dentizione decidua: caso clinico - Ultima modifica: 2022-09-09T08:58:23+02:00 da Paola Brambilla
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