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Endocrown nei molari compromessi: meglio il composito diretto o il disilicato di litio?

Endocrown

Endocrown nei molari trattati endodonticamente e gravemente compromessi: meglio affidarsi a un restauro diretto in composito oppure a una soluzione indiretta in disilicato di litio? Un trial clinico randomizzato condotto da ricercatori dell’University Medical Center Groningen, nei Paesi Bassi, ha confrontato le due strategie con un follow-up di due anni. Lo studio mostra tassi di sopravvivenza molto elevati per entrambe le soluzioni. Alcune differenze sono emerse invece nella qualità clinica dei restauri, senza tuttavia tradursi in una diversa soddisfazione dei pazienti.

Endocrown, due strategie restaurative

La ricostruzione dei molari trattati endodonticamente può diventare particolarmente complessa quando la perdita di tessuto coronale è estesa. La scelta del restauro deve garantire una sufficiente resistenza alle sollecitazioni masticatorie, cercando al tempo stesso di preservare quanto più possibile la struttura dentale residua. In questo contesto, le endocrown rappresentano un’opzione restaurativa che sfrutta la camera pulpare per ottenere ritenzione, evitando il ricorso a perni endocanalari. Possono essere realizzate con differenti materiali e tecniche, ma rimane aperto il confronto tra procedure dirette e restauri indiretti. I ricercatori hanno quindi messo a confronto un approccio diretto in composito con endocrown indirette in disilicato di litio.

Oltre cento molari sotto osservazione

Lo studio prospettico randomizzato ha incluso 102 molari trattati endodonticamente, asintomatici e gravemente compromessi, appartenenti a 85 pazienti. I denti sono stati suddivisi casualmente in due gruppi. Cinquantuno molari sono stati restaurati direttamente con un composito microibrido, mentre gli altri 51 hanno ricevuto un’endocrown indiretta in disilicato di litio. Per queste ultime è stata utilizzata anche la tecnica dell’immediate dentine sealing. I controlli sono stati effettuati dopo una settimana e successivamente a 3, 6, 12 e 24 mesi. L’endpoint principale era rappresentato dalla sopravvivenza dei restauri, valutata secondo i criteri FDI. Sono stati inoltre analizzati la sopravvivenza dei denti, il successo del dente trattato, la qualità clinica dei restauri e la soddisfazione dei pazienti.

Sopravvivenza elevata con entrambe le soluzioni

Dopo due anni, i risultati hanno mostrato differenze minime nella sopravvivenza dei restauri. Nel gruppo trattato con composito diretto, la sopravvivenza cumulativa è stata del 98%, contro il 100% registrato per le endocrown in disilicato di litio. La differenza non è risultata statisticamente significativa. Ancora più rilevante è il dato relativo alla permanenza dei denti: la sopravvivenza dentale a 24 mesi è stata del 100% in entrambi i gruppi. Nel periodo considerato, quindi, sia il composito diretto sia il disilicato di litio hanno mostrato prestazioni cliniche molto elevate nei molari endodonticamente trattati e fortemente compromessi.

Il disilicato mostra alcuni vantaggi

L’assenza di differenze significative nella sopravvivenza non significa però che i restauri si siano comportati allo stesso modo sotto ogni aspetto. A 24 mesi, le endocrown in disilicato di litio hanno ottenuto valutazioni migliori per alcuni parametri clinici. In particolare, sono emerse differenze a favore del materiale ceramico per quanto riguarda la lucentezza superficiale e l’usura. Risultati migliori sono stati osservati anche nella valutazione della salute dei tessuti mucosi. Il disilicato sembra quindi offrire alcuni vantaggi qualitativi, pur in presenza di un comportamento complessivamente favorevole anche dei restauri diretti in composito.

Cosa ne pensano i pazienti?

Lo studio ha preso in considerazione anche un aspetto che non sempre trova spazio nei trial dedicati ai materiali restaurativi: la percezione del paziente. Nonostante le differenze cliniche osservate tra i materiali, la soddisfazione è risultata elevata in entrambi i gruppi e non sono emerse differenze significative tra composito diretto e disilicato di litio. Il risultato suggerisce che alcuni vantaggi rilevabili attraverso la valutazione professionale del restauro non necessariamente corrispondano a differenze altrettanto evidenti dal punto di vista del paziente.

Endocrown, la scelta non dipende soltanto dal materiale

A due anni, entrambe le strategie hanno mostrato risultati molto favorevoli, senza differenze significative nella sopravvivenza dei restauri. Il disilicato di litio ha però ottenuto risultati migliori per alcuni parametri qualitativi, mentre il composito offre il vantaggio di una procedura diretta. Lo studio, pubblicato sull’International Endodontic Journal, non indica quindi la superiorità complessiva di una soluzione sull’altra. La scelta deve essere valutata in relazione alle caratteristiche del singolo caso. Saranno inoltre necessari follow-up più lunghi per verificare nel tempo i risultati osservati.

Ricerca endodontica, come leggere e interpretare i risultati

Ricerca endodontica

Ricerca endodontica e statistica sono strettamente legate. Eppure, leggere correttamente i risultati di uno studio scientifico non è sempre semplice. Un articolo firmato da Mehran Farajollahi e colleghi, con ricercatori afferenti a diverse istituzioni internazionali, tra cui la University of Queensland in Australia, affronta proprio questo problema. L’obiettivo è fornire all’endodontista strumenti pratici per interpretare le evidenze scientifiche senza fermarsi alla sola significatività statistica. Il lavoro non presenta quindi i risultati di un nuovo trial clinico. È una guida biostatistica costruita utilizzando esempi tratti dalla letteratura endodontica per trasformare concetti statistici spesso complessi in informazioni utili nella pratica clinica.

Ricerca endodontica, attenzione al p-value

Per molto tempo il p-value ha rappresentato uno dei principali punti di riferimento per interpretare i risultati della ricerca. In estrema sintesi, valori inferiori a una determinata soglia, spesso fissata a 0,05, vengono comunemente considerati statisticamente significativi. Il problema nasce quando questa distinzione viene interpretata in modo troppo rigido. Gli autori ricordano che il test dell’ipotesi nulla valuta quanto i dati osservati siano compatibili con una determinata ipotesi statistica. Non dimostra, invece, che un’ipotesi sia vera o falsa. Il p-value, inoltre, non indica direttamente quanto sia importante un risultato. Di conseguenza, due trattamenti possono presentare una differenza statisticamente significativa senza che questa abbia necessariamente un peso rilevante nella pratica clinica.

Significativo non significa clinicamente importante

È questo uno dei messaggi centrali del lavoro. Nella ricerca endodontica bisogna distinguere la significatività statistica dalla rilevanza clinica. Un campione molto numeroso può rendere statisticamente significativa anche una differenza di dimensioni modeste. Al contrario, uno studio condotto su pochi pazienti può non raggiungere la significatività statistica anche in presenza di una differenza potenzialmente interessante. Per questo motivo, classificare semplicemente i risultati come “significativi” o “non significativi” può fornire al lettore un quadro incompleto. Secondo gli autori, l’interpretazione dovrebbe prendere in considerazione anche la dimensione e la direzione dell’effetto osservato.

Quanto è grande l’effetto?

Entra così in gioco l’effect size, o dimensione dell’effetto. Questo parametro permette di capire quanto sia grande la differenza osservata tra due gruppi o quanto sia forte un’associazione. È un’informazione essenziale per passare dalla statistica alla clinica. Sapere che due procedure endodontiche producono risultati statisticamente differenti, infatti, non basta. Il clinico deve poter valutare anche l’entità di questa differenza e stabilire se sia abbastanza importante da modificare una scelta terapeutica. Gli autori suggeriscono quindi di affiancare sistematicamente alla verifica della significatività statistica una valutazione della dimensione dell’effetto.

Il valore degli intervalli di confidenza

Un altro strumento fondamentale è rappresentato dagli intervalli di confidenza. Questi aiutano a comprendere la precisione con cui è stato stimato un effetto. Un intervallo relativamente ristretto indica una maggiore precisione della stima. Un intervallo molto ampio segnala invece una maggiore incertezza e suggerisce prudenza nell’interpretazione. Dimensione dell’effetto e intervallo di confidenza permettono quindi di ottenere informazioni che il solo p-value non può fornire. Consentono di valutare insieme grandezza, direzione e precisione dell’effetto e contribuiscono a stabilire la sua possibile rilevanza clinica.

Superare la logica del sì o del no

Il problema è anche culturale. La ricerca biomedica ha utilizzato a lungo una lettura binaria dei risultati: un dato viene considerato significativo oppure non significativo. Secondo gli autori, questa impostazione rischia di semplificare eccessivamente informazioni che sono per loro natura più complesse. Un risultato con p=0,049 e uno con p=0,051, per esempio, si trovano ai lati opposti della tradizionale soglia di 0,05, ma non per questo devono essere considerati radicalmente differenti sul piano dell’evidenza. L’obiettivo dovrebbe essere piuttosto comprendere l’insieme delle informazioni prodotte dallo studio e la loro effettiva utilità per il paziente.

Dalla statistica alla decisione clinica

Questa impostazione assume particolare importanza nella ricerca endodontica. Il professionista consulta la letteratura per rispondere a domande molto concrete: un trattamento aumenta le probabilità di successo? Una tecnica riduce il dolore postoperatorio? Un determinato protocollo offre un vantaggio rispetto a un altro? La risposta non dovrebbe dipendere esclusivamente dal superamento di una soglia statistica. Occorre considerare l’entità del beneficio, l’incertezza che circonda la stima e, soprattutto, il significato clinico del risultato. In questo senso, la biostatistica non rappresenta soltanto uno strumento destinato ai ricercatori. Diventa parte integrante dell’evidence-based dentistry perché aiuta il professionista a valutare quanto le conclusioni di uno studio possano realmente essere trasferite alla pratica.

Ricerca endodontica, leggere oltre le conclusioni

L’articolo in questione dunque, pubblicato sul Journal of Endodontics, lancia un chiaro messaggio: nella ricerca endodontica sarebbe opportuno abbandonare progressivamente una lettura basata soltanto sulla dicotomia “statisticamente significativo/non significativo”. Il p-value mantiene una sua funzione, ma dovrebbe essere interpretato insieme alla dimensione dell’effetto e agli intervalli di confidenza. Per l’endodontista significa sviluppare una lettura più critica della letteratura scientifica. Non basta sapere se uno studio ha trovato una differenza. Occorre chiedersi quanto sia grande, quanto sia precisa la stima e, soprattutto, se quella differenza possa avere un significato concreto per il paziente. È proprio questo passaggio dalla significatività statistica alla rilevanza clinica che può rendere la ricerca realmente utile nelle decisioni quotidiane.

La paralisi facciale in chirurgia orale Premium

paralisi facciale

Autori

Federico Biglioli
Professore Ordinario di Chirurgia Maxillo-Facciale dell’Università degli Studi di Milano;
Direttore dell UO Complessa di Chirurgia Maxillo-Facciale dell’Ospedale San Paolo di Milano;
Direttore del Centro Regionale di Cura della Paralisi Facciale e delle Lesioni Nervose del Cavo Orale – Ospedale San Paolo di Milano.

Corrispondenza: federico.biglioli@unimi.it

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Vincenzo Quinzi: «La diagnosi conta più dello strumento»

Vincenzo Quinzi

L’evoluzione delle tecnologie digitali, gli allineatori trasparenti e l’automazione dei workflow clinici trasformano anche l’ortodonzia, ma non bisogna perdere di vista i principi che guidano la disciplina: diagnosi precoce, comprensione della crescita cranio-facciale, intercettazione delle malocclusioni e capacità di integrare innovazione tecnologica e competenza biologica. Il professor Vincenzo Quinzi, ortodontista e docente universitario, esorta a un approccio fondato sull’evidenza scientifica e sull’attenzione alle dinamiche di crescita del paziente in età evolutiva. Un’occasione per approfondire gli obiettivi del nuovo Master universitario di II livello in Ortognatodonzia, in partenza a ottobre: un percorso formativo nato per rispondere alle nuove esigenze e offrire strumenti avanzati per l’ortodonzia contemporanea.

Vincenzo Quinzi
Prof. Vincenzo Quinzi, ortodontista e docente universitario
Professor Quinzi, lei sostiene da anni il valore dell’ortodonzia intercettiva. Nell’era degli allineatori, dei workflow digitali e della richiesta di trattamenti rapidi, c’è il rischio che il concetto di crescita cranio-facciale venga sottovalutato?

Assolutamente sì, ed è uno dei rischi più importanti dell’ortodonzia contemporanea. Oggi abbiamo strumenti straordinari: scanner intraorali, software di pianificazione, allineatori trasparenti, protocolli digitali sempre più sofisticati. Tuttavia, nessuna tecnologia può sostituire la comprensione della crescita cranio-facciale. Nel paziente in età evolutiva non trattiamo semplicemente denti da allineare, ma un sistema biologico in crescita. Il timing terapeutico è spesso più importante del dispositivo utilizzato. Intervenire troppo tardi significa perdere finestre biologiche preziose; intervenire troppo presto, o senza indicazione, significa invece medicalizzare inutilmente il bambino.
Il vero punto non è scegliere tra apparecchio tradizionale, funzionale o allineatore. Il punto è fare una diagnosi corretta e capire quando, perché e se intervenire. L’ortodonzia intercettiva non deve essere confusa con il “fare qualcosa presto”, ma con il riconoscere precocemente ciò che, se non trattato, può peggiorare la crescita, la funzione o la stabilità futura.

Spesso i pediatri rappresentano la prima “sentinella” dello sviluppo del bambino. Ritiene che vi sia una comunicazione efficace tra pediatra e ortodontista, oppure è proprio su questo asse che si perde il momento ideale per intercettare molte malocclusioni?
Il pediatra ha un ruolo fondamentale, perché vede il bambino molto prima e molto più spesso rispetto all’ortodontista. In molti casi può intercettare segnali precoci: respirazione orale, abitudini viziate, morso crociato, alterazioni della funzione linguale, discrepanze scheletriche, perdita precoce di elementi decidui, affollamento importante o alterazioni del profilo. Credo però che la comunicazione tra pediatria e ortodonzia possa e debba essere migliorata. Non sempre il bambino arriva all’ortodontista nel momento giusto. A volte arriva troppo tardi, quando la crescita ha già espresso parte del problema; altre volte arriva senza una reale indicazione terapeutica.

Serve una cultura condivisa della diagnosi precoce. Il pediatra non deve diventare ortodontista, ma deve sapere quali segnali meritano un invio specialistico. Allo stesso modo, l’ortodontista deve comunicare in modo chiaro, evitando eccessi terapeutici e spiegando quando osservare, quando intercettare e quando rimandare il trattamento.

Al di là dello scanner intraorale, quanto l’integrazione tra software CAD, imaging tridimensionale e CBCT ha cambiato la gestione dei casi complessi in età evolutiva?
Ha cambiato moltissimo, soprattutto nei casi complessi. Penso, per esempio, ai canini inclusi, alle agenesie, alle asimmetrie, ai pazienti con alterazioni trasversali importanti, ai casi in cui è necessario programmare ancoraggi scheletrici o dispositivi individualizzati. L’integrazione tra impronta digitale, CBCT e progettazione CAD consente oggi una visione tridimensionale molto più precisa. Possiamo valutare i rapporti radicolari, la posizione degli elementi inclusi, la quantità di osso disponibile, i limiti anatomici e la fattibilità biomeccanica del trattamento.

Questo però va sempre inserito in un ragionamento clinico. La CBCT non deve diventare un esame di routine indiscriminato, soprattutto nel bambino. Deve essere prescritta quando aggiunge informazioni realmente utili alla diagnosi e alla pianificazione. Il digitale è uno strumento potentissimo, ma va governato dal clinico, non subito passivamente.

La tecnologia rende i workflow sempre più automatizzati. Quale segnale clinico rischia maggiormente di sfuggire ai giovani ortodontisti quando si affidano troppo agli strumenti digitali?

Il rischio maggiore è guardare il setup digitale e dimenticare il paziente. Un software può mostrare denti perfettamente allineati, ma non può sostituire la valutazione della crescita, della funzione, della postura linguale, della respirazione, del profilo, della muscolatura, della compliance e dei limiti biologici del movimento dentale.
Il giovane clinico rischia di concentrarsi sul risultato virtuale e non sulle condizioni che rendono quel risultato possibile, stabile e biologicamente corretto. Il movimento dentale non è un’animazione: avviene dentro un parodonto, in un sistema neuromuscolare, in un paziente con una storia biologica e funzionale.
Un altro segnale spesso sottovalutato è il timing. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è clinicamente indicato in quel momento. La vera competenza ortodontica sta nel distinguere tra ciò che si può fare e ciò che si deve fare.

Quale esigenza formativa vede meno soddisfatta nei percorsi tradizionali e come avete cercato di colmarla attraverso il Master Universitario di II livello in Ortognatodonzia della Università LINK di Roma?

Oggi c’è una grande offerta formativa su singole tecniche: corsi sugli allineatori, sui brackets, sul digitale, sugli ancoraggi scheletrici. Il problema è che spesso manca una visione integrata. Si insegna il mezzo, ma non sempre il processo decisionale che porta a scegliere quel mezzo. Con il Master Universitario di II livello in Ortognatodonzia della Università Link di Roma, che partirà il 30 ottobre, abbiamo voluto costruire un percorso diverso: non un corso centrato su un dispositivo, ma un percorso che si articola in 10 mesi di attività didattica ed è fondato sulla diagnosi, sul timing, sulla crescita, sulla biomeccanica e sull’integrazione intelligente delle tecnologie. L’obiettivo è formare clinici capaci di ragionare. Professionisti che sappiano utilizzare il digitale, gli allineatori, gli apparecchi funzionali, gli ancoraggi scheletrici e le metodiche tradizionali, ma sempre partendo dalla domanda più importante: qual è il problema reale di questo paziente e qual è il momento migliore per trattarlo? Credo che l’ortodonzia del futuro non sarà semplicemente più digitale. Sarà più diagnostica, più biologica, più personalizzata e, soprattutto, più etica.

Se dovesse sintetizzare in una frase il messaggio che vorrebbe trasmettere ai giovani colleghi?

Direi: non innamoratevi dello strumento, innamoratevi della diagnosi. La tecnologia cambia, i materiali cambiano, i protocolli cambiano. Ma la capacità di osservare un bambino, comprendere la crescita, riconoscere una funzione alterata, scegliere il momento giusto e proporre una terapia realmente utile resta il cuore della nostra disciplina. L’ortodonzia non è mai stata solo allineare denti. È guidare la crescita, migliorare la funzione, rispettare la biologia e costruire salute nel tempo.

Prof. Vincenzo Quinzi

È ortodontista e Professore Associato presso l’Università degli Studi LINK di Roma. La sua attività clinica, scientifica e didattica è dedicata in particolare alla diagnosi precoce, all’ortodonzia intercettiva, alla crescita cranio-facciale, alla biomeccanica ortodontica e all’integrazione delle tecnologie digitali nei percorsi terapeutici.
È membro certificato della European Board of Orthodontics e Associate Editor della European Journal of Paediatric Dentistry.
È autore di numerose pubblicazioni scientifiche e testi di riferimento in ambito ortodontico. Dirige il Master Universitario di II livello in Ortognatodonzia della Università degli Studi LINK, un percorso formativo orientato a integrare diagnosi, crescita, biomeccanica, digitale ed etica clinica.

Robot odontoiatrico, verso la visita automatizzata

Robot odontoiatrico

Robot odontoiatrico capace di eseguire autonomamente buona parte dell’esame del cavo orale, combinando intelligenza artificiale, sistemi di imaging e sensori tattili. È lo scenario delineato da un gruppo di ricercatori cinesi, coordinato dalla Jilin University di Changchun, che ha analizzato lo stato attuale della robotica applicata all’esame odontoiatrico e le possibili evoluzioni future. L’obiettivo non è semplicemente affidare all’intelligenza artificiale l’interpretazione di fotografie o radiografie. Il progetto è molto più ambizioso: creare sistemi capaci di interagire fisicamente con il paziente, raccogliere informazioni cliniche e integrare dati visivi e tattili.

Una review su oltre mille pubblicazioni

Gli autori hanno condotto una revisione della letteratura consultando PubMed e ScienceDirect fino a settembre 2025. La ricerca iniziale ha individuato circa 1.027 articoli. Dopo la selezione ne sono stati inclusi 134. L’analisi si è concentrata sulle tecnologie robotiche per il cavo orale, sull’intelligenza artificiale applicata alla diagnosi e sui sistemi di navigazione. Particolare attenzione è stata dedicata ad architettura hardware, software, percezione multimodale e sistemi di feedback della forza. I ricercatori individuano alcuni elementi fondamentali per costruire un robot odontoiatrico destinato all’esame orale: imaging intraorale ad alta risoluzione, integrazione di dati provenienti da fonti differenti, sensori di forza, navigazione automatizzata e algoritmi di intelligenza artificiale.

Un braccio robotico dentro la bocca

Uno dei componenti centrali sarebbe un braccio robotico a sei gradi di libertà. Questa configurazione permetterebbe movimenti lungo tre assi e rotazioni nelle tre direzioni, consentendo allo strumento di muoversi con precisione nello spazio ristretto del cavo orale. All’estremità del braccio potrebbero essere installati diversi strumenti intercambiabili. Tra questi, telecamere, sistemi di illuminazione, sonde, strumenti per la percussione e dispositivi per valutare la mobilità dentale. I sensori tattili permetterebbero inoltre di controllare in tempo reale la forza esercitata sui tessuti. Il sistema potrebbe così modificare automaticamente velocità e ampiezza dei movimenti in funzione delle informazioni raccolte.

Occhi artificiali per individuare le lesioni

Un ruolo fondamentale spetterebbe ai sistemi di imaging. Il modello di robot odontoiatrico delineato dagli autori prevede telecamere ad alta risoluzione e un endoscopio grandangolare. I dispositivi dovrebbero acquisire immagini in tempo reale con una risoluzione 4K e almeno 60 fotogrammi al secondo. L’obiettivo sarebbe identificare alterazioni difficili da osservare, come microfratture dello smalto, lesioni cariose iniziali e anomalie dei tessuti molli e duri. A queste tecnologie potrebbero aggiungersi sistemi nel vicino infrarosso o basati sulla fluorescenza. Questi strumenti aumenterebbero il contrasto tra tessuti sani e patologici, facilitando in particolare l’individuazione della placca e dei margini delle lesioni cariose.

L’intelligenza artificiale interpreta le immagini

Le immagini raccolte dal robot odontoiatrico verrebbero analizzate attraverso algoritmi di deep learning. Il software potrebbe segmentare denti, gengiva e tartaro e successivamente ricercare caratteristiche associate a carie iniziali, difetti dello smalto o recessioni gengivali. Il sistema potrebbe quindi confrontare le immagini con database di tessuti sani e patologici e formulare indicazioni diagnostiche preliminari, lasciando al clinico la valutazione finale. L’intelligenza artificiale potrebbe anche occuparsi del colloquio iniziale. Attraverso sistemi di riconoscimento vocale e comprensione del linguaggio, il robot potrebbe raccogliere informazioni sui sintomi e sulla storia clinica e trasferirle automaticamente nella cartella elettronica.

Robot odontoiatrico alla ricerca della carie

Gli autori descrivono nel dettaglio come potrebbe svolgersi un esame automatizzato per individuare una carie. Dopo aver costruito un modello tridimensionale della bocca, il sistema analizzerebbe le zone maggiormente esposte al rischio, come solchi, fossette, superfici prossimali e regioni cervicali. L’algoritmo cercherebbe alterazioni cromatiche, aree biancastre e cavitazioni. In presenza di una lesione dubbia, il robot odontoiatrico potrebbe utilizzare fluorescenza o vicino infrarosso. Successivamente entrerebbe in azione una sonda dotata di microsensori di pressione, utilizzata con una forza controllata. Se i dati suggerissero un interessamento profondo della dentina o una vicinanza alla polpa, il robot odontoiatrico potrebbe effettuare anche un test al freddo. Tutte le informazioni verrebbero infine integrate dall’intelligenza artificiale per fornire un supporto alla classificazione della lesione.

Dal sondaggio parodontale alla vitalità pulpare

Le possibili applicazioni non riguardano soltanto la carie. Un robot odontoiatrico potrebbe eseguire anche un sondaggio parodontale standardizzato, misurando la profondità delle tasche in diversi siti e confrontando i valori con parametri di riferimento. Il sistema potrebbe inoltre valutare la mobilità dentale. Telecamere e braccio meccanico misurerebbero gli spostamenti del dente nelle diverse direzioni, mentre l’intelligenza artificiale assegnerebbe automaticamente il grado di mobilità secondo criteri prestabiliti. Un’altra possibile applicazione riguarda i test di vitalità pulpare. Stimoli termici o elettrici potrebbero essere erogati con intensità e durata controllate, rendendo la procedura maggiormente standardizzata.

Il robot odontoiatrico osserva anche il paziente

La sicurezza rappresenta uno degli aspetti più delicati. Durante l’esame, telecamere esterne potrebbero analizzare microespressioni facciali, movimenti oculari e gesti del paziente per riconoscere eventuali segnali di dolore o ansia. Il sistema dovrebbe inoltre combinare riconoscimento delle espressioni, analisi della voce e osservazione dei movimenti. Quando identifica segnali di disagio, il braccio robotico dovrebbe interrompere immediatamente la manovra e allontanarsi dalla zona esaminata.

Il dentista mantiene la decisione finale

Lo scenario descritto può sembrare vicino, ma gli stessi autori invitano alla prudenza. Al momento non è stato ancora descritto un robot odontoiatrico completamente autonomo capace di eseguire l’intero esame orale. Gran parte delle tecnologie analizzate si trova ancora a livello sperimentale, concettuale o prototipale. Soprattutto, automazione non significa eliminazione del professionista. Nel modello proposto il robot potrebbe diventare l’esecutore materiale di alcune procedure, mentre l’odontoiatra manterrebbe la supervisione del processo, l’interpretazione delle informazioni e la responsabilità della decisione clinica finale.

Una tecnologia ancora da validare

Secondo gli autori dello studio, pubblicato sull’International Dental Journal, questi sistemi potrebbero in futuro ridurre il carico di lavoro del clinico, aumentare la standardizzazione degli esami e migliorare la qualità della raccolta dei dati. Restano però ostacoli importanti. Integrazione tra hardware e software, sicurezza, rapidità di risposta e validazione clinica richiedono ancora importanti progressi prima di poter pensare a un impiego su larga scala. Il robot odontoiatrico, quindi, non sembra destinato a sostituire il dentista. La prospettiva delineata dai ricercatori è piuttosto quella di trasformare alcune attività ripetitive e standardizzabili, affidandole a sistemi capaci di raccogliere dati in modo uniforme. Al professionista resterebbe ciò che difficilmente può essere automatizzato: integrare le informazioni, interpretarle nel contesto del singolo paziente e assumere la decisione clinica.

Materiali da restauro e risposta della mucosa orale

materiali da restauro

Materiali da restauro diversi sembrano associarsi a differenti risposte dei tessuti della mucosa orale quando il contatto si protrae nel tempo. È quanto emerge da uno studio condotto in Romania da un gruppo di ricercatori dell'Università “Dunărea de Jos” di Galati. Gli autori hanno confrontato amalgama, compositi, ceramiche integrali e restauri metallici o metallo-ceramici. L’obiettivo era verificare se il contatto prolungato con questi materiali si associasse a differenti forme di rimodellamento dell’epitelio orale.

Materiali da restauro, il confronto su 150 campioni

Lo studio retrospettivo ha preso in esame 150 campioni di mucosa orale fissati in formalina e inclusi in paraffina. I ricercatori li hanno suddivisi in cinque gruppi, ciascuno composto da 30 campioni. Un gruppo fungeva da controllo. Gli altri quattro comprendevano tessuti posti in prossimità o in contatto ripetuto con materiali da restauro differenti: amalgama dentale, compositi a base di metacrilato, restauri completamente ceramici e restauri metallici o metallo-ceramici. Per entrare nello studio, il contatto documentato con il materiale doveva essersi protratto per almeno cinque anni. I ricercatori hanno quindi valutato le caratteristiche istopatologiche dei tessuti e l’espressione di alcuni marcatori: CK19, Ki67, p53 e COX-2.

Un indice per misurare il rimodellamento

Per confrontare gli effetti associati ai diversi materiali da restauro, gli studiosi hanno utilizzato anche il MAERS, un indice che integra diversi parametri del rimodellamento epiteliale. Le differenze tra i gruppi sono risultate statisticamente significative. I valori più elevati sono stati registrati nei tessuti associati ai restauri metallici o metallo-ceramici, con un punteggio medio di 10,3. Subito dopo si collocava l’amalgama, con un valore di 9,7. I compositi presentavano invece un valore intermedio, pari a 7,1. Molto più contenuti erano i risultati osservati con le ceramiche integrali, che raggiungevano un valore medio di 5,0, molto vicino a quello di 4,8 registrato nei campioni di controllo. Il dato suggerisce quindi che la mucosa possa rispondere in modo differente alla vicinanza prolungata con diversi materiali da restauro.

Materiali da restauro metallici e risposta cellulare

L’analisi immunoistochimica ha fornito ulteriori indicazioni. La redistribuzione sovrabasale della citocheratina CK19 è stata osservata nel 73,3% dei campioni associati ai restauri metallici o metallo-ceramici e nel 66,7% di quelli associati all’amalgama. Anche Ki67, marcatore utilizzato per valutare l’attività proliferativa cellulare, mostrava valori più elevati nei due gruppi. L’aumento interessava il 73,3% dei campioni associati a metallo o metallo-ceramica e il 63,3% di quelli esposti all’amalgama. Un andamento simile emergeva per COX-2, molecola coinvolta nei processi infiammatori. Un’espressione da moderata a forte è stata rilevata nel 70% dei campioni associati ai restauri metallici o metallo-ceramici e nel 63,3% di quelli a contatto con amalgama. Nel complesso, quindi, questi materiali da restauro risultavano associati alle modificazioni tissutali più evidenti tra quelle analizzate.

Ceramiche più vicine al gruppi di controllo

Un risultato particolarmente interessante riguarda le ceramiche integrali. Tra i materiali da restauro considerati, erano quelli associati al profilo tissutale più simile al gruppo di controllo. I compositi occupavano invece una posizione intermedia. Il quadro complessivo delineava così una sorta di gradiente: maggiore rimodellamento nei tessuti associati a metallo, metallo-ceramica e amalgama, modificazioni intermedie per i compositi e valori più bassi per le ceramiche integrali. Questi risultati non permettono tuttavia di stabilire una gerarchia assoluta di biocompatibilità tra i diversi materiali da restauro. Lo studio è infatti retrospettivo e dimostra associazioni, non rapporti diretti di causa ed effetto. Inoltre, la risposta della mucosa può dipendere da numerosi elementi. Tra questi rientrano le caratteristiche superficiali del restauro, la presenza di biofilm, l’usura, l’irritazione meccanica e le condizioni locali dei tessuti.

Nessun segno di displasia

Il risultato forse più importante per una corretta interpretazione clinica riguarda l’assenza di displasia epiteliale. L’espressione di p53 è risultata eterogenea e i ricercatori non hanno rilevato una sovraespressione forte e diffusa. Le modificazioni osservate non devono quindi essere interpretate automaticamente come segnali di una trasformazione precancerosa. Secondo gli autori, i risultati indicano piuttosto una forma di plasticità e adattamento dell’epitelio, associata a uno stato infiammatorio cronico. Anche la redistribuzione di CK19 deve essere letta in questo contesto. L’aumento o la diversa localizzazione di un biomarcatore non costituiscono, da soli, una prova di trasformazione neoplastica.

Materiali da restauro e biocompatibilità

La ricerca aggiunge un elemento interessante al tema della biocompatibilità dei materiali da restauro. La valutazione clinica di un materiale non riguarda infatti soltanto le sue proprietà meccaniche, la resistenza all’usura o la durata del restauro. Anche l’interazione a lungo termine con i tessuti circostanti può avere un ruolo. Questo aspetto assume particolare importanza per restauri destinati a rimanere nel cavo orale per molti anni. I risultati suggeriscono che i materiali da restauro non siano necessariamente associati allo stesso tipo o alla stessa intensità di risposta della mucosa. La vicinanza dei valori rilevati per le ceramiche integrali a quelli del gruppo di controllo appare interessante. Non consente però di concludere che la ceramica sia sempre biologicamente superiore agli altri materiali. Per stabilirlo sarebbero necessari studi prospettici capaci di controllare le numerose variabili cliniche coinvolte.

Materiali da restauro, servono nuove conferme

I risultati dello studio, pubblicato su Medicina, mostrano che il contatto prolungato con differenti materiali da restauro si associa a profili diversi di rimodellamento della mucosa orale. Metallo e metallo-ceramica hanno mostrato il carico di rimodellamento maggiore, seguiti dall’amalgama. I compositi hanno presentato valori intermedi, mentre le ceramiche integrali sono rimaste più vicine ai controlli. Il dato va comunque interpretato con prudenza. Lo studio descrive associazioni tra materiali da restauro e risposta tissutale e non dimostra che il materiale sia, da solo, responsabile delle modificazioni osservate. Soprattutto, in nessuno dei gruppi sono emerse evidenze di displasia epiteliale. Il messaggio clinico riguarda quindi la diversa risposta adattativa e infiammatoria della mucosa, non un presunto rischio di trasformazione maligna.

Atrofia alveolare e rischio di fallimento implantare

Atrofia alveolare

Atrofia alveolare e riabilitazione implantoprotesica rappresentano un binomio che richiede un’attenta valutazione clinica. La quantità di osso disponibile può infatti condizionare la scelta dell’impianto e, più in generale, la strategia terapeutica. Un gruppo di ricercatori del Department of Stomatology del Nanjing First Hospital, Nanjing Medical University, in Cina, ha analizzato i risultati delle riabilitazioni implantoprotesiche nei pazienti con atrofia alveolare. L’obiettivo era individuare i fattori maggiormente associati all’insuccesso e alla sua comparsa nel tempo.

Due anni di osservazione

Lo studio ha coinvolto 150 pazienti con atrofia alveolare sottoposti a terapia implantare tra il 2021 e il 2022. I ricercatori li hanno seguiti per due anni e, al termine del periodo di osservazione, li hanno suddivisi in due gruppi sulla base dell'esito del trattamento. Il gruppo considerato di successo comprendeva 97 pazienti, pari al 64,7% del campione. I restanti 53 pazienti, il 35,3%, rientravano invece nel gruppo degli insuccessi. Gli autori hanno quindi confrontato numerose variabili. Tra queste figuravano età, sesso, abitudine al fumo, caratteristiche dell'atrofia ossea, lunghezza dell'impianto e tipologia di protesi. L'analisi statistica ha permesso di valutare sia i fattori associati al fallimento complessivo sia quelli in grado di influenzare il tempo necessario perché questo si verificasse.

Il ruolo della lunghezza implantare

Dalla prima analisi sono emerse associazioni significative per età, sesso, fumo, lunghezza dell'impianto e tipo di protesi. Tuttavia, quando gli autori hanno inserito le diverse variabili in un modello di regressione multivariata, il quadro è cambiato. La lunghezza implantare è risultata l'unico fattore di rischio indipendente significativamente associato all'insuccesso. In particolare, gli impianti di lunghezza inferiore a 10 mm presentavano una probabilità di fallimento circa 4,4 volte superiore rispetto agli impianti più lunghi. Il dato merita però un'interpretazione prudente. Non significa che un impianto corto sia destinato a fallire, né consente di mettere in discussione in termini generali l'utilizzo di questa soluzione. Il risultato riguarda infatti una specifica popolazione di pazienti caratterizzata da atrofia dell'osso alveolare e deriva da uno studio retrospettivo.

Atrofia alveolare severa e scelta terapeutica

La ridotta disponibilità ossea rappresenta una delle principali difficoltà nella pianificazione implantare. Quando l'atrofia alveolare è importante, il clinico può scegliere strategie differenti. Tra queste rientrano gli impianti di dimensioni ridotte oppure le procedure di incremento del volume osseo che consentono, quando indicate, di utilizzare impianti di lunghezza convenzionale. I risultati dello studio suggeriscono di considerare con particolare attenzione questa scelta. Gli autori ritengono che, nei pazienti con grave atrofia, il ricorso a procedure di aumento osseo possa rappresentare un'opzione preferibile rispetto all'impiego di impianti corti. Anche in questo caso, tuttavia, la decisione non può basarsi esclusivamente sulla lunghezza implantare. Deve tenere conto delle condizioni anatomiche, della qualità e quantità di osso residuo, delle caratteristiche del paziente e delle esigenze della futura riabilitazione protesica.

Anche l'età può incidere

Un altro risultato interessante riguarda l'età. Nell'analisi multivariata utilizzata per individuare i fattori associati al fallimento complessivo, avere 60 anni o più non raggiungeva la significatività statistica. La situazione cambiava quando i ricercatori consideravano il tempo che intercorreva prima dell'insuccesso. In questa analisi, un'età pari o superiore a 60 anni risultava associata a un fallimento più precoce. Il rischio era circa 2,6 volte superiore rispetto ai pazienti più giovani. Il dato non indica quindi necessariamente che l'età avanzata determini un maggior numero complessivo di insuccessi. Suggerisce piuttosto che, quando l'insuccesso si verifica, potrebbe manifestarsi più precocemente nei pazienti più anziani. Si tratta di una distinzione importante anche dal punto di vista clinico. L'età anagrafica, da sola, non rappresenta infatti una controindicazione alla terapia implantare. Può però inserirsi in una valutazione più ampia che comprende condizioni sistemiche, caratteristiche dell'osso e capacità di mantenere nel tempo un'adeguata igiene orale.

Un'indicazione per il follow-up

I risultati possono avere implicazioni anche nell'organizzazione dei controlli successivi al trattamento. Identificare i pazienti potenzialmente più esposti a un fallimento precoce permette infatti di programmare un follow-up più attento. Il controllo periodico consente di verificare la stabilità dell'impianto e della riabilitazione protesica, monitorare i tessuti peri-implantari e individuare precocemente eventuali alterazioni. Questo aspetto assume particolare importanza nei pazienti che partono da condizioni anatomiche meno favorevoli, come avviene nei quadri di atrofia alveolare avanzata.

Risultati da interpretare con cautela ma comunque utili

Lo studio, pubblicato su Acta Odontologica Scandinavica, presenta alcuni limiti. Prima di tutto, si tratta di un'analisi retrospettiva condotta in un unico centro e su un numero relativamente contenuto di pazienti. Inoltre, il periodo di osservazione di due anni non permette di conoscere il comportamento delle riabilitazioni nel lungo periodo. Non per niente, gli stessi autori sottolineano la necessità di compiere altri studi prospettici, multicentrici e con campioni più ampi. Tuttavia, nel complesso, i risultati richiamano l'attenzione sulla pianificazione implantare nei pazienti con atrofia alveolare. In questa popolazione la lunghezza dell'impianto potrebbe rappresentare un elemento importante nella valutazione del rischio, mentre l'età sembra incidere soprattutto sulla precocità dell'eventuale insuccesso. Più che fornire una regola valida per ogni situazione clinica, lo studio ribadisce quindi l'importanza di una scelta terapeutica individualizzata, fondata sulle caratteristiche anatomiche e cliniche del singolo paziente.

Manicotto di guarigione e peri-implantite: è possibile riscrivere il destino degli impianti considerati persi?

Manicotto di guarigione

Manicotto di Guarigione (Healing Sleeve®)

Un nuovo dispositivo medico per la gestione della superficie implantare contaminata nei casi complessi di peri-implantite. Attualmente, la terapia chirurgica ricostruttiva per la peri-implantite avanzata presenta esiti incerti. La difficoltà principale rimane nascosta negli anfratti della rugosità dell’impianto.
Nonostante i trattamenti di decontaminazione superficiale, i residui batterici e il rilascio di particelle di titanio ionizzate possono continuare a sostenere una risposta infiammatoria difficile da controllare, poiché è il risultato di un doppio stimolo, sia su base infettiva sia da corpo estraneo.
In tale contesto, è stato inoltre osservato che le superfici a bassa rugosità risultano maggiormente predisposte a una guarigione e a una re-osteointegrazione rispetto alle superfici ad elevata rugosità.
Alla luce di queste osservazioni, e considerando la moltitudine di impianti dentali già installati che presentano diversi gradi di rugosità superficiale, la gestione della peri-implantite avanzata rimane complessa e l’esito delle terapie non è sempre prevedibile.
Inoltre, nei casi in cui la malattia sia complicata da una perdita importante di osso (oltre al 50% della lunghezza dell’impianto) e da sanguinamento o suppurazione al sondaggio, la possibilità di conservare l’impianto può diventare particolarmente complessa e la sua rimozione può rendersi necessaria.
Da qui nasce l’idea di intervenire anche nei casi più complessi cercando di “resettare” lo spazio peri-implantare, favorendo l’eliminazione di placca, tartaro e tessuto infiammatorio e isolando le caratteristiche superficiali dell’impianto che possono aver facilitato la progressione dell’invasione batterica e ostacolato le terapie.
Si propone quindi un dispositivo che si collochi come rivestimento esterno all’impianto e che offra ai tessuti peri-implantari una superficie nuova, sterile e ottimizzata per favorire condizioni compatibili con la guarigione, la rigenerazione ossea e la re-osteointegrazione.

Le caratteristiche del Manicotto di Guarigione (Healing Sleeve®)

Il Manicotto di Guarigione (Healing Sleeve®) rappresenta una barriera fisica e biologica che ha come obiettivo quello di isolare la superficie implantare contaminata dai tessuti circostanti e ridurre gli stimoli infiammatori di origine batterica e da corpo estraneo.
Le superfici lisce e tornite in titanio e zirconio sono risultate, sulla base delle evidenze disponibili, particolarmente favorevoli nel creare condizioni compatibili con la guarigione dei tessuti peri-implantari; il trattamento superficiale e il processo di sterilizzazione sono stati progettati con cura e brevettati.
Il Manicotto di Guarigione Healing Sleeve®, presenta una conformazione caratterizzata da un margine coronale regolare per l'interfaccia con l'impianto e da un margine apicale dal profilo variabile, modellato sull'anatomia specifica del difetto.
Tale personalizzazione configura il Manicotto di Guarigione Healing Sleeve®come dispositivo custom-made, in piena conformità con l'Allegato XIII del Regolamento Europeo sui Dispositivi Medici (MDR 2017/745); ciò attribuisce al clinico sia la facoltà di prescrizione sia la responsabilità d'impiego.
Si tratta di un approccio che mira a offrire, nei casi selezionati, un’alternativa terapeutica alla rimozione dell’impianto e al rifacimento integrale del complesso impianto-protesico.

Guarda il video dedicato al Manicotto di Guarigione Healing Sleeve®

La sperimentazione sui pazienti con peri-implantite

Il Manicotto di Guarigione Healing Sleeve® è già stato oggetto di una prima sperimentazione clinica su 12 pazienti consecutivi, ormai prossimi a un follow-up di un anno. Tutti hanno mostrato un rapido miglioramento dei parametri clinici; nei casi trattati con strategia rigenerativa, sono stati osservati considerevoli incrementi di osso.
Parallelamente, è in corso uno studio prospettico longitudinale, già approvato dal Comitato Etico Scientifico dell’Università di Genova, mentre è in fase di organizzazione uno studio animale presso l’Università di Guangxi, in Cina.

 

In sintesi, il Manicotto di Guarigione Healing Sleeve® è stato sviluppato con l’obiettivo di intervenire su diversi fattori coinvolti nella progressione della peri-implantite e di supportare la gestione dei casi selezionati.

  • Rinnovo completo dell’ambiente peri-implantare infetto.
  • Riduzione dell’ampiezza del difetto, favorendo la rigenerazione ossea.
  • La superficie liscia ostacola l’accumulo del biofilm e semplifica e velocizza la terapia di mantenimento.

Tutti questi fattori possono apportare benefici sia per il paziente sia per il clinico:

  • possibilità di preservare l’impianto nei casi selezionati;
  • possibilità di posticipare, quando clinicamente appropriato, il rifacimento del complesso impianto-protesico;
  • potenziale riduzione dell’impatto economico associato alla sostituzione dell’impianto e della componente protesica.

Come si utilizza il Manicotto di Guarigione

Il dispositivo è già disponibile e può essere applicato su richiesta. Per un utilizzo appropriato del dispositivo è consigliata la partecipazione a un corso teorico-pratico dedicato. L’applicazione richiede un’accurata pianificazione prechirurgica e la personalizzazione del dispositivo da parte di un odontotecnico qualificato. In laboratorio vengono realizzate dime in PMMA, che fanno parte di uno specifico kit di applicazione: consentono di verificare la compatibilità del dispositivo con l’impianto e il difetto da trattare e fungono da driver per il suo corretto posizionamento, evitando il contatto con strumenti che potrebbero alterarne le caratteristiche fisico-chimiche.
Quando possibile, le protesi devono essere rimosse prima dell’intervento. In caso contrario, si utilizza un dispositivo a guscio a due componenti, assemblato intorno all’impianto, bypassando la protesi sovrastante.
Una volta posizionato il dispositivo, si procede alla rigenerazione del difetto peri-implantare mediante moderne tecniche di GBR, che prevedono l’impiego di tessuto autologo prelevato con frese dedicate, membrane riassorbibili e un’accurata gestione dei lembi.
Infine, particolare attenzione viene dedicata alla fase di mantenimento, attraverso un programma personalizzato di richiami e sedute di igiene professionale. La gestione dei dispositivi prevede una strumentazione delicata, rapida e semplice, basata principalmente sull’impiego di Airflow. Il protocollo propone sedute brevi, di circa 15-20 minuti, con richiami frequenti, indicativamente 4-6 volte l’anno, modulati in base alle esigenze del singolo paziente.

Il corso affronta non solo gli aspetti tecnici, ma anche quelli gestionali che riguardano l’addestramento del personale dello studio. Sia l’igienista sia la segreteria verranno istruite su come organizzare le sedute d’igiene professionale con le specifiche riguardanti i pazienti trattati con i manicotti di guarigione, ottimizzando i tempi e le modalità.

Bibliografia

  1. Peri-Implant Surface Reset with Titanium or Zirconia Sleeves in the Surgical Treatment of severe Peri-Implantitis: An Animal Study. Davide Sala, Giovanni Serino, Daniele Botticelli, Gennaro Calviati, Karol Ali Apaza Alccayhuaman, et al.
  2. Creating a New Peri-Implant Interface in Severe Peri-Implantitis: A Proof-of-Concept Case Series. Davide Sala, Karol Apaza Alccayhuaman, Daniele Botticelli, Rino Calviati, Giovanni Serinos.
  3. Peri-Implant Surface Reset with Titanium or Zirconia Sleeves in the Surgical Treatment of severe Peri-Implantitis: A Retrospective single cohort study. Davide Sala, Giovanni Serino, Daniele Botticelli, Gennaro Calviati, Karol Ali Apaza Alccayhuaman, Stefano Benedicenti.
  4. Trattamento della peri-implantite avanzata: prime evidenze su un manicotto di guarigione come scudo fisico e biologico. Davide Sala. Il Dentista Moderno https://www.ildentistamoderno.com/trattamento-della-peri-implantite/

 

Dolore ortodontico: l’effetto analgesico del laser allo studio

Dolore ortodontico

Dolore ortodontico e disagio possono influenzare la collaborazione del paziente e, di conseguenza, l’aderenza al trattamento. Un gruppo internazionale di ricercatori, coordinato principalmente dal Brazilian Centre for Evidence-Based Research e dal Dipartimento di Odontoiatria dell’Università Federale di Santa Catarina, in Brasile, ha messo a punto il protocollo di una nuova revisione sistematica con meta-analisi. L’obiettivo è valutare l’efficacia della terapia laser a bassa intensità, o Low-Level Laser Therapy (LLLT), nel controllo del dolore durante il trattamento ortodontico.

Quando e perché compare

Il cosiddetto dolore ortodontico rappresenta uno degli effetti indesiderati più frequenti della terapia ortodontica. Può manifestarsi dopo il posizionamento degli apparecchi, la loro attivazione, l’inserimento dei separatori interprossimali o l’applicazione di altre forze necessarie allo spostamento dentale. Secondo gli studi richiamati dagli autori, il dolore ortodontico tende a raggiungere la massima intensità nelle prime 24-48 ore dopo l’attivazione e può interessare fino al 95% dei pazienti.

La fotobiomodulazione contro il dolore ortodontico

La terapia laser a bassa intensità utilizza fotoni a bassa energia per modulare l’attività cellulare senza produrre un significativo aumento della temperatura dei tessuti. Questo processo, generalmente indicato come fotobiomodulazione, viene già studiato in odontoiatria per i possibili effetti sulla riparazione dei tessuti e sul controllo del dolore.  In ortodonzia l’interesse riguarda soprattutto la capacità della LLLT di attenuare la risposta dolorosa che accompagna il movimento dentale. Le forze ortodontiche inducono infatti una risposta infiammatoria nella quale intervengono mediatori come citochine, prostaglandine e neuropeptidi. La conseguente stimolazione delle terminazioni nervose contribuisce alla comparsa del dolore percepito dal paziente. La fotobiomodulazione potrebbe interferire con alcuni di questi meccanismi e produrre un effetto analgesico. Il trattamento presenta inoltre caratteristiche interessanti dal punto di vista clinico: è non invasivo e, secondo la letteratura disponibile, comporta pochi effetti indesiderati.

Evidenze ancora poco uniformi

Gli studi condotti finora hanno prodotto risultati promettenti, ma non consentono ancora di formulare conclusioni definitive. Alcuni trial clinici hanno osservato una diminuzione del dolore dopo l’attivazione ortodontica nei pazienti trattati con LLLT. Tuttavia, altri studi hanno fornito risultati meno convincenti. Uno dei principali problemi riguarda la forte eterogeneità dei protocolli. I ricercatori hanno utilizzato differenti lunghezze d’onda, potenze, dosaggi, tempi e modalità di applicazione. Anche le procedure ortodontiche considerate non sono sempre confrontabili. A queste differenze si aggiungono la diversa qualità metodologica degli studi e il possibile effetto placebo. Di conseguenza, non è ancora possibile stabilire con sufficiente certezza quale sia la reale efficacia clinica della LLLT, né definire parametri di utilizzo standardizzati. Proprio questi limiti hanno spinto gli autori a programmare una nuova revisione sistematica specificamente dedicata al problema.

Solo studi clinici randomizzati

La revisione prenderà in considerazione studi clinici randomizzati condotti su pazienti sottoposti a trattamento ortodontico. Non saranno previste restrizioni relative all’età dei partecipanti, alla lingua degli articoli o alla data di pubblicazione. Gli studi dovranno confrontare la terapia laser a bassa intensità utilizzata da sola con un trattamento laser simulato, nessun intervento oppure altre strategie terapeutiche. Saranno invece escluse alcune condizioni ortodontiche particolari, come i trattamenti ibridi che prevedono ancoraggio scheletrico o l'impiego di elastici intermascellari. L’esito principale preso in considerazione sarà naturalmente il dolore ortodontico. Gli autori valuteranno anche due outcome secondari: la qualità di vita dei pazienti e gli eventuali effetti avversi associati al trattamento.

Una ricerca ad ampio raggio

La ricerca bibliografica comprenderà Cochrane, Embase, LILACS, MEDLINE attraverso PubMed e Scopus. Gli autori analizzeranno inoltre la cosiddetta letteratura grigia attraverso fonti come Google Scholar e ProQuest. Saranno consultati anche ClinicalTrials.gov, le bibliografie degli studi selezionati e alcuni esperti del settore. La selezione degli articoli verrà effettuata in due fasi. I ricercatori analizzeranno prima titoli e abstract e successivamente valuteranno il testo completo degli studi potenzialmente idonei. Gli studi inclusi saranno sottoposti a una sintesi narrativa. Quando le caratteristiche metodologiche e cliniche lo consentiranno, gli autori procederanno anche con una meta-analisi. Il rischio di bias verrà valutato attraverso lo strumento RoB 2, mentre il livello di certezza complessivo delle evidenze sarà definito con il sistema GRADE.

Verso indicazioni cliniche più solide

Il protocollo, pubblicato su PLOS ONE, non fornisce ancora i risultati della revisione sistematica. Descrive invece il metodo con cui i ricercatori intendono raccogliere, confrontare e valutare le evidenze disponibili. La revisione è stata inoltre registrata prospetticamente su PROSPERO e il protocollo segue le indicazioni PRISMA-P. Il suo interesse clinico risiede proprio nella possibilità di superare alcuni limiti delle revisioni precedenti. Gli autori intendono analizzare specificamente la LLLT, considerando differenti fasi del trattamento ortodontico e valutando anche l’influenza dei diversi parametri del laser. La terapia laser a bassa intensità appare una possibilità interessante per migliorare il comfort del paziente ortodontico, ma le evidenze disponibili restano ancora eterogenee. Saranno quindi i risultati della futura revisione e della relativa meta-analisi a chiarire se la fotobiomodulazione possa rappresentare una strategia realmente efficace e riproducibile per il controllo del dolore ortodontico.

Bibliografia

  1. Peri-Implant Surface Reset with Titanium or Zirconia Sleeves in the Surgical Treatment of severe Peri-Implantitis: An Animal Study. Davide Sala, Giovanni Serino, Daniele Botticelli, Gennaro Calviati, Karol Ali Apaza Alccayhuaman, et al.
  2. Creating a New Peri-Implant Interface in Severe Peri-Implantitis: A Proof-of-Concept Case Series. Davide Sala, Karol Apaza Alccayhuaman, Daniele Botticelli, Rino Calviati, Giovanni Serinos.
  3. Peri-Implant Surface Reset with Titanium or Zirconia Sleeves in the Surgical Treatment of severe Peri-Implantitis: A Retrospective single cohort study. Davide Sala, Giovanni Serino, Daniele Botticelli, Gennaro Calviati, Karol Ali Apaza Alccayhuaman, Stefano Benedicenti.
  4. Trattamento della peri-implantite avanzata: prime evidenze su un manicotto di guarigione come scudo fisico e biologico. Davide Sala. Il Dentista Moderno https://www.ildentistamoderno.com/trattamento-della-peri-implantite/

Nutrigenomica e salute orale: quando il cibo dialoga con i geni

Nutrigenomica
Luigi Paglia, Direttore Scientifico de Il Dentista Moderno

Nella pratica clinica quotidiana spesso ci si confronta con casi di difficile interpretazione. Un esempio: due fratelli, abitudini alimentari simili, un’igiene orale apparentemente sovrapponibile. Eppure, a distanza di pochi anni, uno presenta quattro lesioni cariose, mentre l’altro nessuna; uno sviluppa incisivi con le caratteristiche della molar-incisor hypomineralization (MIH), fragili e suscettibili a perdita post-eruttiva di smalto; l’altro mantiene uno smalto integro.
Quanto conta ciò che possiamo osservare e quanto, invece, dipende da ciò che non vediamo?
Per decenni la prevenzione odontoiatrica ha costruito le proprie raccomandazioni intorno a fattori di rischio ben definiti: igiene orale, esposizione al fluoro, frequenza di assunzione degli zuccheri, stile di vita. È un modello solido, fondato su evidenze robuste e tuttora imprescindibile, ma è sufficiente a spiegare tutta la variabilità individuale che osserviamo nella pratica clinica?
È proprio da questa domanda che può partire il dialogo tra odontoiatria e nutrigenomica.
La nutrigenomica propone un cambio di prospettiva: non considera soltanto l’alimento come esposizione, ma si interroga sulla risposta individuale a quella esposizione.

In altre parole, è importante non soltanto che cosa mangiamo, ma anche come il nostro organismo risponde a ciò che mangiamo

Nel campo della salute orale, questa prospettiva è particolarmente interessante. La dieta interagisce con il biofilm orale, con i processi infiammatori e metabolici e, più in generale, con l’ambiente biologico nel quale si sviluppano e progrediscono le principali patologie del cavo orale. Nel caso della carie, il ruolo degli zuccheri liberi e dei carboidrati fermentabili è ampiamente documentato. La loro frequente assunzione favorisce condizioni ecologiche che selezionano un biofilm maggiormente acidogeno e contribuisce, insieme ad altri fattori, allo sviluppo della malattia. Sul versante parodontale, l’interesse si sposta anche verso la qualità complessiva della dieta e la sua capacità di modulare infiammazione e stress ossidativo. Il modello alimentare mediterraneo, ricco di alimenti vegetali, fibre, polifenoli e acidi grassi insaturi, rappresenta in questo senso un paradigma particolarmente interessante. Il suo possibile effetto favorevole sulla salute orale non dovrebbe essere interpretato semplicemente come il risultato della riduzione degli zuccheri, ma come l’espressione di una più ampia interazione tra nutrienti, metabolismo, risposta immunitaria e microbiota. Ed è qui che la genetica entra in gioco: non tutti rispondiamo allo stesso modo.

La risposta biologica a un nutriente non è necessariamente identica in tutti gli individui

Varianti genetiche coinvolte nel metabolismo, nella risposta infiammatoria e nei sistemi di difesa antiossidante possono contribuire a determinare differenze nella risposta individuale alla dieta. Questo non significa, però, che siamo già in grado di prescrivere una dieta sulla base del genotipo del paziente. Siamo ancora lontani da questo scenario. Significa piuttosto che la domanda sta cambiando. Se due individui, esposti a condizioni alimentari simili, possono sviluppare risposte biologiche differenti, quanto della variabilità clinica che attribuiamo genericamente allo “stile di vita” è in realtà il risultato dell’interazione tra dieta, genetica, microbiota e ambiente?
È una domanda affascinante, ma anche metodologicamente complessa.
La nutrigenomica rischia infatti di diventare una parola di moda se viene utilizzata per trasformare associazioni preliminari in certezze cliniche. Oggi non disponiamo di evidenze sufficienti per sostenere l’impiego routinario di test genetici nutrizionali nella pratica odontoiatrica, né per formulare protocolli dietetici personalizzati su base genetica che possano essere considerati standard di cura. E questo punto merita di essere ribadito.

La ricerca in nutrigenomica orale è ancora in una fase relativamente precoce

Gli studi disponibili suggeriscono relazioni interessanti tra alimentazione, infiammazione, metabolismo, microbiota e suscettibilità individuale, ma la loro traduzione in raccomandazioni cliniche richiede studi prospettici, trial adeguatamente progettati e una validazione indipendente dei risultati. Il rischio, altrimenti, è quello di anticipare la pratica alla scienza. Ma esiste anche il rischio opposto: considerare l’assenza di applicazioni cliniche immediate come una ragione per ignorare una direzione di ricerca potenzialmente rilevante. La nutrizione, del resto, accompagna la salute orale lungo tutto l’arco della vita. Dalla formazione e mineralizzazione dei tessuti dentali durante lo sviluppo, fino al mantenimento dell’osso alveolare, alla modulazione della risposta infiammatoria e ai processi di riparazione tissutale nell’adulto, lo stato nutrizionale rappresenta una componente biologica che l’odontoiatria non può più considerare marginale. La questione, quindi, non è se sostituire le raccomandazioni di prevenzione tradizionali con una “dieta genetica”. Non siamo a questo punto. La questione è se, accanto ai fattori di rischio che già conosciamo, sia arrivato il momento di studiare con maggiore attenzione ciò che rende ogni paziente biologicamente diverso.
Per molto tempo abbiamo chiesto: qual è la dieta migliore per la salute orale?
La nutrigenomica suggerisce una domanda più complessa: qual è la risposta di questo paziente a quella dieta?
La differenza non è soltanto semantica. È il passaggio da un modello prevalentemente generalista a una prospettiva di medicina preventiva sempre più personalizzata, nella quale genetica, nutrizione, microbiota, età, condizioni cliniche e stile di vita potrebbero essere considerati come componenti di un unico sistema. È una prospettiva ancora da dimostrare, non una realtà clinica consolidata.
Proprio per questo, il compito della ricerca non dovrebbe essere quello di promettere una personalizzazione che ancora non possediamo, ma di stabilire se, quando e per quali pazienti essa possa realmente migliorare gli esiti clinici.
Forse il futuro della prevenzione orale non consisterà semplicemente nel sapere cosa mangiare, ma comprendere perché, a parità di ciò che mangiamo, non tutti rispondiamo allo stesso modo

Spazzolare i denti, un gesto personale difficile da cambiare

Spazzolare i denti

Spazzolare i denti è un comportamento individuale, caratterizzato da schemi motori che tendono a ripetersi nel tempo. È quanto emerge da uno studio condotto in Germania dalle Università di Marburg e Giessen. I ricercatori hanno analizzato il modo in cui giovani adulti utilizzano lo spazzolino manuale, scoprendo differenze marcate tra le persone, ma una notevole stabilità nel comportamento del singolo individuo. L’obiettivo era verificare se il modo di spazzolare i denti potesse rappresentare una sorta di “firma” personale. Non soltanto, quindi, quanto a lungo una persona usa lo spazzolino, ma anche come distribuisce il tempo tra le diverse superfici dentali e con quale sequenza passa da una zona della bocca all’altra.

Il modo di spazzolare i denti sotto osservazione

Lo studio ha coinvolto 65 giovani adulti sani, con un’età media di circa 25 anni. I partecipanti sono stati osservati in due differenti sessioni, durante le quali il loro abituale modo di spazzolare i denti manualmente è stato videoregistrato e successivamente analizzato. I ricercatori hanno preso in considerazione diversi parametri. Tra questi figuravano la durata dello spazzolamento, il tempo dedicato alle singole superfici dentali, gli spostamenti dello spazzolino tra le diverse zone della bocca e il ritmo dei movimenti. L’analisi ha permesso così di ricostruire non soltanto la durata complessiva dell'igiene orale, ma anche la sequenza con cui ciascun partecipante affrontava le diverse aree della dentatura.

Tre diversi comportamenti

Dai risultati sono emersi tre principali modelli, o “fenotipi”, di spazzolamento. Un primo gruppo mostrava un comportamento più sistematico, caratterizzato da una permanenza relativamente lunga sulle diverse aree. Un secondo gruppo effettuava invece numerosi spostamenti tra zone vicine della bocca. Nel terzo modello prevalevano passaggi più ampi, con frequenti cambiamenti tra aree anche distanti tra loro. I tre gruppi comprendevano rispettivamente 13, 23 e 29 partecipanti. Le differenze osservate indicano quindi che le modalità con cui le persone utilizzano lo spazzolino possono essere molto diverse, anche quando vengono considerate persone della stessa fascia di età.

Un comportamento che si ripete

Il dato più interessante riguarda però la stabilità individuale. Confrontando le registrazioni effettuate nelle diverse sessioni, i ricercatori hanno rilevato che ciascun partecipante tendeva a riprodurre il proprio particolare schema di spazzolamento. Le sequenze registrate nella stessa persona risultavano infatti più simili tra loro rispetto a quelle ottenute confrontando individui differenti. Anche il ritmo dei movimenti dello spazzolino mostrava una notevole stabilità. Per verificare quanto questi comportamenti fossero radicati, i ricercatori hanno introdotto anche differenti condizioni prima dello spazzolamento. In una situazione i partecipanti dovevano masticare una gomma, mentre in un’altra guardavano un video con immagini di paesaggi. Questi stimoli non hanno modificato in maniera significativa la distribuzione del tempo dedicato alle diverse superfici dentali. Il comportamento individuale sembra quindi resistere anche a variazioni del contesto immediatamente precedente all'igiene orale.

Le abitudini contano

I risultati suggeriscono che lo spazzolamento non rappresenta semplicemente l’applicazione consapevole di una tecnica. Con il passare del tempo può trasformarsi in una vera e propria routine motoria, eseguita in larga parte automaticamente. Questo aspetto assume particolare importanza nella prevenzione. Il paziente può conoscere perfettamente le indicazioni ricevute dal professionista e, allo stesso tempo, continuare a riprodurre movimenti consolidati nel corso degli anni. Spiegare una tecnica corretta, quindi, potrebbe non essere sempre sufficiente per ottenere un cambiamento stabile. Le vecchie abitudini possono riaffiorare e portare il paziente a trascurare sistematicamente alcune superfici dentali.

Verso istruzioni più personalizzate

Lo studio apre così una prospettiva interessante per odontoiatri e igienisti dentali. Osservare direttamente come il paziente utilizza lo spazzolino potrebbe aiutare a individuare gli errori specifici e, soprattutto, le routine che li determinano. Le indicazioni per l’igiene orale potrebbero quindi essere maggiormente personalizzate. Invece di limitarsi a insegnare una tecnica standard, il professionista potrebbe intervenire sugli schemi motori già presenti, aiutando il paziente a modificarli progressivamente. L'obiettivo non sarebbe soltanto spiegare come spazzolare correttamente i denti, ma favorire la sostituzione di un'abitudine consolidata con una nuova routine più efficace. Una distinzione importante, soprattutto quando alcuni settori della dentatura vengono ripetutamente trascurati.

Una “firma” personale dello spazzolino

Secondo gli autori dello studio, pubblicato su Clinical Oral Investigations, la forte stabilità degli schemi individuali e le marcate differenze tra persone possono contribuire a spiegare perché migliorare l’igiene orale attraverso le sole istruzioni sia talvolta difficile. I risultati rafforzano quindi l’idea che l’educazione del paziente debba tenere conto non soltanto delle sue conoscenze, ma anche delle sue abitudini. Il modo in cui una persona impugna e muove quotidianamente lo spazzolino può diventare un automatismo profondamente radicato. E proprio per questo, per ottenere un cambiamento duraturo, potrebbe essere necessario partire dalla sua personale “firma” di spazzolamento.

Usura dentale, la riabilitazione passa dalla stampa 3D

usura dentale

Usura dentale severa trattata attraverso una riabilitazione completa realizzata con resine composite stampate in 3D. È l’approccio descritto da un gruppo di ricercatori della State University of Ponta Grossa, nello Stato brasiliano del Paraná, con la collaborazione dell’Universidad UTE di Quito, in Ecuador. Gli autori hanno documentato il trattamento di un giovane adulto con grave erosione e attrito dentale associati a bruxismo, utilizzando un flusso di lavoro completamente digitale e restauri definitivi prodotti mediante stampa 3D.

Usura dentale e perdita della dimensione verticale

L’usura dentale è una condizione multifattoriale. Erosione, abrasione, attrito e bruxismo possono concorrere alla progressiva perdita dei tessuti duri e, nei casi più avanzati, compromettere estetica, funzione masticatoria e dimensione verticale di occlusione. La riabilitazione dei pazienti con usura dentale severa rappresenta quindi una sfida complessa. Il clinico deve ripristinare la funzione senza sacrificare inutilmente ulteriore tessuto dentale sano. Negli ultimi anni, proprio per questo motivo, l’odontoiatria restaurativa ha progressivamente privilegiato procedure additive e minimamente invasive rispetto alle preparazioni convenzionali per corone complete. Parallelamente, l’evoluzione delle tecnologie digitali ha ampliato le possibilità nella scelta dei materiali. Accanto alla ceramica e ai compositi fresati CAD/CAM stanno infatti emergendo resine composite destinate alla produzione di restauri definitivi attraverso tecniche additive.

Il caso di un paziente con bruxismo

Il caso descritto dagli autori riguarda un uomo di 34 anni che si è rivolto alla clinica universitaria lamentando insoddisfazione estetica, denti consumati e difficoltà nella masticazione. L’esame clinico ha evidenziato una grave usura dentale generalizzata, con caratteristiche riconducibili sia all’erosione sia all’attrito. Il paziente riferiva un consumo quotidiano di alimenti e bevande acide e una precedente diagnosi di bruxismo, che non era stato trattato. Erano presenti anche gengive edematose e lesioni cariose cervicali su diversi elementi. Due premolari inferiori necessitavano inoltre di ritrattamento endodontico per la presenza di lesioni periapicali e otturazioni canalari inadeguate. Particolarmente rilevante risultava la perdita della dimensione verticale di occlusione. I ricercatori hanno inizialmente rilevato una differenza di 8 mm rispetto alla dimensione verticale a riposo.

La progettazione completamente digitale

Il piano terapeutico prevedeva una riabilitazione completa delle arcate con aumento della dimensione verticale di occlusione. Il trattamento è stato pianificato attraverso un workflow digitale. Dopo la scansione intraorale sono stati ottenuti i modelli digitali e montati su un articolatore virtuale. Gli autori hanno quindi realizzato un wax-up diagnostico digitale, utilizzato successivamente per produrre un mock-up estetico e funzionale. Questo passaggio ha avuto un ruolo importante. Prima di realizzare i restauri definitivi, il mock-up ha infatti permesso di verificare clinicamente la nuova relazione maxillo-mandibolare, i contatti centrici, le guide nei movimenti eccentrici, l’esposizione degli incisivi e il piano occlusale. La fase provvisoria ha consentito inoltre di valutare l’adattamento neuromuscolare del paziente alla nuova dimensione verticale.

Preparazioni conservative su 24 denti

L’aumento della dimensione verticale ha permesso di creare lo spazio necessario per i restauri senza ricorrere a preparazioni particolarmente aggressive. Il trattamento ha coinvolto 24 elementi dentari. Le preparazioni sono state guidate dal wax-up precedentemente verificato e hanno cercato di preservare il più possibile smalto e dentina. In base alle condizioni dei singoli denti, gli autori hanno progettato restauri differenti, comprendenti overlay, onlay, vonlay, faccette e corone. Le preparazioni sono state limitate principalmente alla regolarizzazione delle superfici e all’eliminazione dei sottosquadri. La conservazione dello smalto assume particolare importanza nelle riabilitazioni adesive. Una maggiore quantità di smalto disponibile può infatti favorire l’adesione e contribuire alla distribuzione delle sollecitazioni funzionali.

I restauri prodotti con stampa 3D

Per la riabilitazione definitiva è stato scelto un composito nanibrido altamente caricato destinato alla stampa 3D. I restauri sono stati progettati digitalmente e prodotti mediante una stampante 3D a resina. Dopo la stampa, i manufatti sono stati sottoposti alle procedure di lavaggio e post-polimerizzazione. Le superfici sono state successivamente caratterizzate e preparate per la cementazione adesiva. Gli autori hanno adottato protocolli di cementazione differenti in funzione della sede e della tipologia dei restauri, utilizzando cementi resinosi e procedendo alla silanizzazione delle superfici stampate. Il ricorso alla produzione additiva ha permesso di ottenere restauri con spessori ridotti e geometrie adattate alle condizioni dei singoli elementi dentari. Questo aspetto ha contribuito a mantenere l’approccio complessivo il più possibile conservativo.

Perché utilizzare le resine stampate

Le ceramiche rappresentano tradizionalmente una delle principali soluzioni nelle riabilitazioni estese grazie alle loro caratteristiche meccaniche ed estetiche. I compositi possono tuttavia offrire alcuni vantaggi nei casi in cui si voglia limitare la preparazione dei tessuti dentali. Secondo gli autori, le resine composite stampate in 3D possono inoltre rendere più accessibili economicamente riabilitazioni particolarmente complesse. Il materiale impiegato nel caso clinico presentava una resistenza flessionale compatibile con i requisiti previsti per i materiali destinati a restauri definitivi. Le sue caratteristiche meccaniche possono essere interessanti anche quando gli spessori disponibili sono limitati. Questo elemento assume particolare rilevanza in un paziente con bruxismo, nel quale i restauri sono sottoposti a carichi elevati e multidirezionali.

Buoni risultati, ma soltanto a breve termine

Dopo la cementazione, gli autori hanno valutato i restauri utilizzando i criteri della World Dental Federation (FDI), considerando gli aspetti funzionali, estetici e biologici. I risultati iniziali sono stati giudicati eccellenti. La riabilitazione ha permesso di recuperare la dimensione verticale di occlusione, ricostruire la morfologia dentale e ristabilire l’equilibrio occlusale. Il controllo effettuato a un mese non ha mostrato variazioni rispetto alla valutazione iniziale. Al termine del trattamento, il paziente è stato inoltre indirizzato alla realizzazione di una placca occlusale Michigan fresata digitalmente per la gestione del bruxismo. Il periodo di osservazione rimane però estremamente breve. Non è quindi possibile ricavare dal caso informazioni sulla durata dei restauri nel medio e lungo periodo.

La stampa 3D tra opportunità e limiti

La produzione additiva offre nuove possibilità per l’odontoiatria restaurativa, ma presenta ancora diversi aspetti da approfondire. Le caratteristiche finali delle resine stampate possono dipendere dalla composizione del materiale, dall’orientamento di stampa, dallo spessore degli strati e dalle procedure di post-polimerizzazione. Anche materiali appartenenti alla stessa categoria possono quindi presentare comportamenti differenti. La standardizzazione delle procedure rappresenta un elemento importante per ottenere risultati clinici prevedibili. Gli stessi autori sottolineano inoltre che molte delle conoscenze sulle proprietà della resina utilizzata derivano ancora da studi in vitro. Sono necessari dati clinici più consistenti per stabilire l’affidabilità a lungo termine di questi materiali nelle riabilitazioni estese.

Una possibile alternativa nelle riabilitazioni complesse

Nel caso descritto, pubblicato su Case Reports in Dentistry, l’integrazione tra pianificazione digitale, approccio minimamente invasivo e resine composite stampate in 3D ha consentito di riabilitare un paziente con grave usura dentale e perdita della dimensione verticale ottenendo risultati funzionali ed estetici favorevoli nel breve periodo. Il lavoro mostra soprattutto la fattibilità clinica di un approccio ancora relativamente recente. Trattandosi di un singolo paziente e di un follow-up molto breve, non permette invece di stabilire la superiorità delle resine stampate in 3D rispetto ai materiali restaurativi tradizionali. La possibilità di produrre restauri definitivi attraverso tecniche additive appare comunque promettente, soprattutto nell’ambito delle riabilitazioni minimamente invasive. Saranno gli studi longitudinali e le casistiche cliniche più ampie a chiarire se le prestazioni osservate a breve termine potranno essere mantenute anche negli anni.

Lidocaina: una possibile alleata in parodontologia

Lidocaina

La lidocaina è uno degli anestetici locali più utilizzati nella pratica odontoiatrica. Da decenni viene impiegata per controllare il dolore durante le procedure cliniche, ma potrebbe avere anche un'altra proprietà finora poco considerata. Secondo uno studio condotto presso l'Amsterdam University Medical Centers (Amsterdam UMC), nei Paesi Bassi, la lidocaina sarebbe in grado di ridurre l'attività degli osteoclasti, le cellule responsabili del riassorbimento osseo. Sebbene la ricerca sia stata condotta esclusivamente in laboratorio, i risultati aprono prospettive interessanti per la comprensione dei meccanismi biologici coinvolti nella parodontite e in altre malattie caratterizzate dalla perdita di tessuto osseo.

Oltre l'effetto anestetico

L'azione della lidocaina è ben nota. Il farmaco blocca temporaneamente la conduzione degli impulsi nervosi e permette di eseguire le cure odontoiatriche senza dolore. Negli ultimi anni, tuttavia, diversi studi hanno evidenziato che questa molecola possiede anche proprietà antinfiammatorie. In particolare, è stato osservato che la lidocaina può ridurre la produzione di alcune citochine pro-infiammatorie, tra cui interleuchina-1 (IL-1), interleuchina-6 (IL-6) e TNF-α. Gli stessi mediatori sono coinvolti nella patogenesi della parodontite e dell'osteoporosi, due condizioni accomunate da un aumento del riassorbimento osseo. Da questa osservazione è nata l'ipotesi che la lidocaina possa influenzare direttamente anche il comportamento degli osteoclasti.

Lo studio

Per verificare questa ipotesi, i ricercatori hanno sviluppato un modello sperimentale in vitro utilizzando fibroblasti gengivali prelevati da soggetti sani sottoposti all'estrazione dei terzi molari e cellule mononucleate del sangue periferico, capaci di differenziarsi in osteoclasti. Le colture cellulari sono state esposte a differenti concentrazioni di lidocaina e successivamente analizzate per valutare diversi parametri biologici. In particolare, gli autori hanno misurato la formazione degli osteoclasti, l'espressione di geni coinvolti nell'osteoclastogenesi e nell'infiammazione, come RANKL, IL-1β, TNF-α e MCP-1, oltre alla reale capacità delle cellule di riassorbire il tessuto osseo.

Due concentrazioni, effetti differenti

La ricerca ha previsto due protocolli sperimentali. Nel primo, le cellule sono state esposte a una concentrazione relativamente elevata di lidocaina per ventiquattro ore. In queste condizioni i ricercatori hanno osservato la comparsa di grandi vacuoli intracellulari sia nei fibroblasti sia nei precursori degli osteoclasti, segno di un'importante alterazione cellulare. Dopo tre settimane di coltura, il numero complessivo di osteoclasti risultava significativamente inferiore rispetto ai controlli. Anche l'espressione di RANKL e di numerosi mediatori infiammatori era diminuita in modo significativo. Gli autori sottolineano però che questi risultati potrebbero essere influenzati dalla tossicità associata a un'esposizione prolungata e ad alte concentrazioni di lidocaina.

L'aspetto più interessante

Per avvicinarsi maggiormente alle condizioni cliniche reali, i ricercatori hanno quindi ripetuto gli esperimenti utilizzando una concentrazione più bassa di lidocaina e un tempo di esposizione molto più breve. In questo caso il numero degli osteoclasti non diminuiva in maniera significativa. Le cellule continuavano infatti a formarsi normalmente. Il dato più importante riguardava però la loro funzione. Quando gli osteoclasti venivano coltivati direttamente su sezioni di osso, la loro capacità di riassorbire il tessuto osseo risultava significativamente ridotta. In altre parole, gli osteoclasti rimanevano presenti ma diventavano meno attivi. Questo effetto potrebbe rappresentare un vantaggio biologico, perché consentirebbe di limitare il riassorbimento osseo senza bloccare completamente il normale rimodellamento dello scheletro.

Le possibili applicazione in parodontologia

Gli autori ritengono che questi risultati possano avere un interesse particolare per la parodontologia. La perdita di osso alveolare che caratterizza la parodontite è infatti determinata dall'attivazione degli osteoclasti in risposta all'infiammazione cronica. Se futuri studi confermassero questi dati anche nell'uomo, la lidocaina potrebbe contribuire a ridurre la distruzione dell'osso alveolare attraverso un duplice meccanismo: da una parte attenuando la risposta infiammatoria e dall'altra limitando direttamente l'attività degli osteoclasti. Lo studio propone anche un interessante confronto con i bisfosfonati. Questi farmaci rappresentano oggi uno dei principali strumenti terapeutici contro il riassorbimento osseo, ma riducono anche il fisiologico rimodellamento dell'osso. La lidocaina, almeno nelle condizioni sperimentali utilizzate, sembra invece preservare la presenza degli osteoclasti limitandone soprattutto la funzione riassorbitiva.

Un'ipotesi da verificare

Gli stessi autori invitano comunque alla prudenza. La ricerca è stata condotta esclusivamente in laboratorio e non dimostra che lo stesso effetto possa verificarsi durante la normale pratica clinica odontoiatrica. Saranno necessari ulteriori studi su modelli sperimentali più complessi e successivamente studi clinici sull'uomo per comprendere se la lidocaina possa davvero trovare nuove applicazioni nella prevenzione della perdita di osso associata alla parodontite o ad altre patologie infiammatorie dello scheletro. Inoltre, dovranno essere chiarite le concentrazioni efficaci e le modalità di somministrazione più sicure.

Una prospettiva che merita attenzione

Pubblicato sulla rivista Bone Reports, questo studio offre una nuova chiave di lettura su uno dei farmaci più utilizzati quotidianamente negli studi odontoiatrici. La ricerca suggerisce che la lidocaina potrebbe esercitare effetti biologici ben più ampi della semplice anestesia locale, influenzando i meccanismi cellulari che regolano il riassorbimento osseo. Sebbene l'applicazione clinica sia ancora lontana, il lavoro apre una linea di ricerca promettente che potrebbe contribuire, in futuro, allo sviluppo di strategie innovative per il controllo della perdita di osso in ambito odontoiatrico.

Odontoiatria pubblica, come coinvolgere gli odontoiatri

Odontoiatria pubblica

Odontoiatria pubblica e libera professione possono collaborare per garantire l’accesso alle cure alle fasce economicamente più vulnerabili. Perché questo modello funzioni occorre che i dentisti privati trovino conveniente e sostenibile partecipare ai programmi finanziati dallo Stato. Uno studio condotto in Irlanda da ricercatori del Trinity College Dublin, con la collaborazione della Queen Mary University of London, ha cercato di capire quali fattori favoriscano o ostacolino questa partecipazione. Ne emerge un quadro complesso, nel quale gli aspetti economici rappresentano soltanto una parte del problema.

Odontoiatria pubblica, il caso irlandese

Il sistema irlandese offre un interessante terreno di osservazione perché una parte delle cure odontoiatriche destinate agli adulti a basso reddito viene fornita attraverso dentisti privati che accettano di operare nell’ambito di programmi finanziati dallo Stato. La capacità dell’odontoiatria pubblica di raggiungere questa popolazione dipende quindi anche dalla disponibilità dei professionisti a stipulare e mantenere rapporti contrattuali con il sistema sanitario. Gli autori hanno affrontato il problema attraverso uno studio qualitativo basato su interviste. L’obiettivo non era semplicemente stabilire quanti dentisti partecipassero ai programmi pubblici, ma comprendere i meccanismi che influenzano le loro decisioni.

Non è soltanto una questione economica

Il compenso riconosciuto ai professionisti rappresenta inevitabilmente uno dei punti centrali. Se le tariffe non riflettono i costi sostenuti dallo studio o il tempo necessario per fornire le prestazioni, la partecipazione ai programmi di odontoiatria pubblica può diventare poco interessante. Dalle interviste emerge però un problema più ampio. Gli odontoiatri devono confrontarsi anche con il numero e il tipo di prestazioni rimborsabili, con le procedure amministrative e con le modalità attraverso le quali vengono definiti e modificati i programmi. La sostenibilità economica, in altre parole, non dipende esclusivamente dal valore del rimborso. Conta anche la quantità di tempo e di risorse che il professionista deve destinare alla gestione burocratica del paziente.

Odontoiatria pubblica e burocrazia

Gli adempimenti amministrativi possono rappresentare un deterrente. Procedure considerate complesse aumentano infatti il carico di lavoro non clinico e possono ridurre la disponibilità dei professionisti a entrare o rimanere nel sistema. Per uno studio privato ogni attività amministrativa comporta un costo, anche quando non è immediatamente visibile. Occorre impiegare personale, dedicare tempo alla compilazione della documentazione e gestire i rapporti con gli organismi pubblici. Lo studio suggerisce quindi che, per aumentare la partecipazione dei dentisti all’odontoiatria pubblica, non sia sufficiente intervenire sui compensi. Anche la semplificazione delle procedure può avere un ruolo importante.

Quel divario tra “noi” e “loro”

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca è già racchiuso nel titolo scelto dagli autori: Us and them, “noi e loro”. Dalle interviste emerge infatti una distanza tra i professionisti e il sistema sanitario. Non si tratta soltanto di una divergenza di interessi economici. Il problema riguarda anche il modo in cui le due parti comunicano e la percezione dei dentisti di poter realmente contribuire alle decisioni. Lo studio descrive una disconnessione che attraversa diversi aspetti del funzionamento dell’assistenza odontoiatrica primaria irlandese. Gli autori indicano proprio nel superamento di questa distanza e nella costruzione di una relazione basata sulla fiducia e sull’apprendimento reciproco una delle possibili strade per migliorare il sistema.

Odontoiatria pubblica, serve coinvolgere i professionisti

Da questo punto di vista emerge un’indicazione che va oltre il caso irlandese. Un programma di odontoiatria pubblica difficilmente può funzionare in modo efficace se chi deve concretamente erogare le prestazioni percepisce le regole come qualcosa di imposto dall’alto. Consultare i professionisti durante la progettazione e la revisione dei programmi può invece favorire una maggiore condivisione degli obiettivi. Può inoltre aiutare le istituzioni a comprendere quali difficoltà organizzative si presentano nella pratica quotidiana. Non significa naturalmente che le esigenze dei professionisti debbano prevalere su quelle del sistema sanitario o dei pazienti. Il punto è trovare un equilibrio capace di rendere sostenibile la partecipazione dei dentisti e, allo stesso tempo, garantire un uso appropriato delle risorse pubbliche.

Quando a pagare è il paziente

La questione assume una dimensione ancora più rilevante se osservata dal punto di vista del paziente. Quando diminuisce il numero dei professionisti disponibili a fornire cure attraverso programmi pubblici, può diventare più difficile trovare un dentista al quale rivolgersi. Il problema interessa soprattutto le persone con minori risorse economiche, proprio quelle per le quali il costo delle cure private può rappresentare una barriera. La partecipazione dei dentisti ai programmi di odontoiatria pubblica diventa così un elemento che può influenzare concretamente l’accesso alle prestazioni. Un sistema formalmente disponibile, ma con un numero insufficiente di professionisti disposti a erogare le cure, rischia infatti di non garantire una reale accessibilità.

Un problema di fiducia

La ricerca porta quindi a una conclusione interessante: incentivi economici e tariffe adeguate sono importanti, ma potrebbero non essere sufficienti. Occorre costruire un rapporto di maggiore fiducia tra sistema sanitario e professionisti. Secondo gli autori, proprio la distanza tra queste due realtà sembra influenzare diversi meccanismi che regolano il funzionamento dell’assistenza odontoiatrica primaria irlandese. In questa prospettiva, l’odontoiatria pubblica non può essere considerata soltanto come un insieme di prestazioni e relativi rimborsi. È anche il risultato di una relazione tra istituzioni, professionisti e comunità.

Dall’Irlanda una riflessione più ampia

Le conclusioni dello studio, pubblicato su Plos One, riflettono esperienze, opinioni e atteggiamenti degli intervistati e non possono essere considerate una rappresentazione definitiva di tutti i professionisti. Inoltre, i pazienti non sono stati direttamente inclusi nel campione dello studio. Il lavoro offre comunque uno spunto interessante anche per il nostro Paese per riflettere sul rapporto tra odontoiatria pubblica e professionisti privati. Rendere adeguati i compensi, ridurre il peso burocratico e aggiornare l’offerta delle prestazioni sono interventi importanti. Ma altrettanto importante sembra essere la costruzione di un rapporto nel quale i dentisti non percepiscano il sistema sanitario come una controparte distante. La questione, alla fine, riguarda direttamente l’accesso alle cure. Se l’odontoiatria pubblica vuole raggiungere realmente le persone con minori risorse economiche, deve riuscire anche a coinvolgere in modo stabile i professionisti chiamati a fornire quelle cure. Il caso irlandese mostra che la sostenibilità di questo rapporto non dipende da un solo fattore, ma da un insieme di condizioni economiche, organizzative e relazionali.

Salute orale e social media: fake news e informazioni a metà

salute orale

Salute orale sempre più presente sui social media, ma non sempre accompagnata da informazioni affidabili e complete. Una scoping review condotta in Australia da ricercatori della University of Sydney e del Sydney Dental Hospital ha analizzato la letteratura scientifica dedicata alla disinformazione e alla qualità delle informazioni odontoiatriche disponibili online. L'obiettivo era capire come il fenomeno sia stato studiato, quali piattaforme e argomenti siano maggiormente coinvolti e, soprattutto, quali prove esistano sulle possibili conseguenze per i pazienti. Un tema diventato particolarmente attuale con la crescita dei social media come fonte di informazioni sulla salute.

Una ricerca in rapida crescita

Gli autori hanno condotto una ricerca su Scopus, Web of Science e Ovid Medline. Inizialmente hanno individuato 864 pubblicazioni. Dopo il processo di selezione, 61 studi sono entrati nella revisione. La crescita dell'interesse scientifico è evidente. Ben 45 dei 61 lavori, pari al 74%, sono stati pubblicati tra il 2022 e il 2025. Gli autori precisano però che questo aumento indica una maggiore attenzione della ricerca e non dimostra necessariamente una crescita della disinformazione odontoiatrica online. La maggior parte degli studi ha analizzato i contenuti sulla salute orale presenti sulle piattaforme, valutandone qualità, affidabilità, leggibilità, provenienza e capacità di generare interazioni.

YouTube è la piattaforma più studiata

YouTube occupa il primo posto. È stato analizzato in 21 dei 61 studi inclusi nella review, pari al 34,4%. Seguono Instagram, presente in 17 studi, i siti web in 13 e Facebook in 11. TikTok e la piattaforma cinese Douyin sono comparsi complessivamente in cinque studi. In questi casi, l'attenzione si è concentrata soprattutto sull'ortodonzia, sugli allineatori e sui video brevi che propongono soluzioni dentali non professionali. Anche le applicazioni di messaggistica sono state prese in considerazione, seppure in misura minore. WhatsApp, Telegram e WeChat sono comparsi in quattro studi.

Dal fluoro alle cure canalari

La disinformazione e la scarsa qualità dei contenuti sulla salute orale riguardano numerosi argomenti odontoiatrici. Il fluoro e la fluorazione dell'acqua rappresentano uno dei temi maggiormente studiati. In questo ambito sono state osservate narrazioni contrarie al fluoro che attribuiscono alla sostanza rischi sistemici e che, in alcuni casi, si inseriscono in contenuti legati a teorie complottistiche o a concezioni della salute definite come “naturali”. Un altro argomento ricorrente è il trattamento canalare. Diversi studi hanno valutato l'affidabilità dei video dedicati all'endodonzia, soffermandosi in particolare sul modo in cui vengono presentati rischi e possibili complicanze.

Estetica e rimedi fai-da-te

Un terreno particolarmente favorevole alla diffusione di informazioni discutibili è quello dell'odontoiatria estetica. I social media attribuiscono grande visibilità alle immagini prima e dopo il trattamento e alla promozione commerciale del sorriso. Gli autori hanno individuato anche studi dedicati ai rimedi fai-da-te. Tra gli esempi figurano lo sbiancamento domiciliare con metodi non convenzionali e altri “trucchi” per migliorare l'aspetto dei denti diffusi attraverso TikTok e YouTube. Anche implantologia e ortodonzia risultano coinvolte. Gli studi sugli impianti hanno evidenziato problemi relativi alla scarsa affidabilità di alcuni contenuti, alla descrizione incompleta dei rischi e alla presenza di messaggi con una forte componente promozionale.

Qualità e popolarità non coincidono

Uno dei risultati più interessanti riguarda il rapporto tra qualità dell'informazione e successo dei contenuti. Le fonti professionali o istituzionali hanno ottenuto generalmente valutazioni migliori negli strumenti utilizzati per misurare la qualità. Tuttavia, essere più affidabili non significa necessariamente essere più popolari. All'interno di diversi studi, contenuti prodotti da utenti non professionali, commerciali o di qualità inferiore hanno ottenuto talvolta più visualizzazioni, like o condivisioni. Si tratta di un aspetto importante per la comunicazione odontoiatrica. L'informazione scientificamente più corretta rischia infatti di non essere quella che raggiunge il pubblico con maggiore facilità.

Un like non significa crederci

Gli autori invitano però a interpretare questi risultati con cautela. Visualizzazioni, like, commenti e condivisioni misurano la visibilità di un contenuto e la capacità di generare interazione. Non permettono invece di sapere se una persona abbia creduto a quell'informazione, se abbia cambiato opinione o se abbia modificato una decisione terapeutica. La distinzione è fondamentale. Un contenuto scorretto può raggiungere milioni di persone, ma questo dato, da solo, non dimostra che abbia provocato comportamenti dannosi.

Non tutto ciò che è scadente è una fake news

La review insiste anche su un'importante questione terminologica. Disinformazione e informazione di bassa qualità non sono sinonimi. Un contenuto può essere incompleto, scarsamente documentato, promozionale o difficile da comprendere senza necessariamente contenere affermazioni false. Molti degli studi analizzati hanno valutato proprio questi aspetti, utilizzando strumenti come DISCERN e Global Quality Score. Per questo gli autori invitano le future ricerche a definire con maggiore precisione che cosa venga considerato misinformation e a distinguerlo dalla semplice scarsa qualità dell'informazione.

Cosa succede davvero alla salute orale dei pazienti?

È proprio qui che emerge uno dei principali limiti della letteratura disponibile. Gli studi descrivono abbastanza bene ciò che viene pubblicato online, ma molto meno ciò che accade alle persone che entrano in contatto con questi contenuti. Ventinue dei 61 studi hanno fatto riferimento a comportamenti dei pazienti o a possibili conseguenze sulla salute. Alcuni hanno riportato danni, riduzione della fiducia nella fluorazione dell'acqua, ritardi nelle cure o comportamenti di evitamento. Nella maggior parte dei casi, però, le prove erano indirette, basate su dichiarazioni degli interessati o formulate come possibili conseguenze. Sono ancora limitati i dati che collegano direttamente l'esposizione online al rifiuto di un trattamento, al ritardo nel rivolgersi al dentista o a un effettivo danno clinico.

Più spazio alle fonti professionali

Tra le indicazioni che emergono dagli studi analizzati ricorre la necessità di aumentare la presenza online di informazioni chiare, facilmente reperibili e basate sulle evidenze scientifiche. Undici studi hanno raccomandato una maggiore partecipazione di professionisti, università e organismi regolatori alla comunicazione online. Ventotto hanno invece richiamato l'attenzione sulla necessità di migliorare regolamentazione e controllo. Non basta però pubblicare informazioni corrette. I contenuti scientifici devono riuscire anche a competere, per linguaggio e modalità di comunicazione, con quelli che dominano le piattaforme social.

La sfida per l'odontoiatria

La scoping review è stata pubblicata nel luglio 2026 su BDJ Open. Gli autori sottolineano come la ricerca sulla disinformazione odontoiatrica online sia aumentata rapidamente negli ultimi anni, ma rimanga ancora dominata dall'analisi descrittiva dei contenuti disponibili sulle diverse piattaforme. Il passaggio successivo sarà capire quanto questi messaggi incidano realmente sulla fiducia dei pazienti, sulle decisioni terapeutiche e sui comportamenti relativi alla salute orale. Serviranno inoltre studi capaci di verificare quali strategie possano contrastare più efficacemente le informazioni scorrette. Per odontoiatri e istituzioni la sfida non consiste quindi soltanto nel produrre contenuti scientificamente corretti. Occorre renderli comprensibili, interessanti e sufficientemente visibili da raggiungere il pubblico proprio negli ambienti digitali in cui le informazioni meno affidabili riescono spesso a trovare terreno fertile.

Impianti dentali, cosa succede dopo 25 anni?

Impianti dentali

Impianti dentali ancora in funzione nel 94% dei casi dopo 25 anni, ma con un aumento progressivo della perimplantite. È quanto emerge da uno studio prospettico che offre una rara fotografia dell’evoluzione delle riabilitazioni implantari nell’arco di un quarto di secolo. La ricerca è stata condotta da un gruppo di ricercatori della School of Dental Medicine dell’Università di Berna, in Svizzera. Gli autori hanno valutato nel tempo non soltanto la sopravvivenza degli impianti dentali, ma anche le condizioni dei tessuti perimplantari, confrontando i risultati ottenuti a 10 e 25 anni.

Impianti dentali seguiti per un quarto di secolo

La ricerca ha riguardato pazienti parzialmente edentuli riabilitati con protesi supportate da impianti in titanio tissue-level con superficie ibrida. Al controllo dei 10 anni erano disponibili i dati di 303 pazienti con 511 impianti. Dopo 25 anni, il gruppo sottoposto a valutazione comprendeva 159 pazienti e 252 impianti. Il primo dato riguarda la longevità delle riabilitazioni. La sopravvivenza implantare, pari al 98,8% dopo 10 anni, si attestava ancora al 94% dopo 25 anni. Anche il tasso di successo si manteneva elevato, pur mostrando una riduzione nel tempo: dal 97% registrato a 10 anni al 90,8% dopo un quarto di secolo.

La perimplantite aumenta nel tempo

Il quadro diventa più articolato quando si considerano le condizioni dei tessuti che circondano gli impianti dentali. A livello dei singoli impianti, la prevalenza della perimplantite è aumentata significativamente, passando dal 3,5% a 10 anni al 9,1% a 25 anni. La stessa tendenza emerge considerando i pazienti. In questo caso la percentuale di soggetti interessati dalla perimplantite è salita dal 10% al 18,1%. I risultati suggeriscono quindi che, anche in presenza di un’elevata sopravvivenza implantare, con il trascorrere degli anni aumenta la quota di pazienti che presenta una condizione infiammatoria associata a perdita di tessuto osseo perimplantare.

Mucosite molto frequente

Diverso è l’andamento della mucosite perimplantare. Questa condizione è risultata molto frequente durante l’intero periodo di osservazione, ma senza mostrare l’aumento rilevato per la perimplantite. A livello implantare, la mucosite è passata dall’82,1% a 10 anni al 76,5% a 25 anni. Considerando i pazienti, la prevalenza è diminuita dall’80% al 71,6%. La percentuale di salute perimplantare è invece rimasta sostanzialmente stabile nel tempo.

Perché gli impianti possono fallire

A 25 anni il tasso complessivo di fallimento implantare era pari al 6%. Un dato particolarmente interessante riguarda le ragioni che hanno portato alla perdita degli impianti. Circa il 60% dei fallimenti era infatti attribuibile alla perdita di osteointegrazione. Tutti questi episodi riguardavano impianti collocati nelle regioni premolari o molari. Secondo gli autori, la perdita tardiva dell’osteointegrazione potrebbe rappresentare una causa di fallimento a lungo termine degli impianti dentali che merita maggiore attenzione.

Il ruolo dei tessuti e della storia parodontale

Lo studio ha analizzato anche alcuni fattori potenzialmente associati alle condizioni perimplantari. Una storia di parodontite è risultata associata alla presenza di mucosite perimplantare. Un maggiore spessore della mucosa vestibolare era invece associato a una minore prevalenza sia di mucosite sia di perimplantite. Sono elementi che contribuiscono a sottolineare come la prognosi degli impianti dentali nel lunghissimo periodo dipenda da un insieme di fattori e non soltanto dalle caratteristiche dell’impianto.

Risultati da interpretare con prudenza

La straordinaria durata del follow-up rappresenta uno dei principali punti di forza della ricerca, ma i risultati devono essere letti considerando alcune caratteristiche dello studio. La coorte comprendeva infatti impianti appartenenti a uno specifico sistema, inseriti da specialisti in un contesto universitario. Inoltre, quasi tutti i pazienti partecipavano ad almeno una seduta annuale di mantenimento perimplantare. Tra il controllo a 10 anni e quello a 25 anni si è verificata anche una consistente riduzione del numero dei partecipanti disponibili per la rivalutazione. Non è quindi possibile estendere automaticamente le percentuali osservate a tutte le popolazioni di pazienti implantari. Nel complesso, però, lo studio, pubblicato su Clinical Implant Dentistry and Related Research, restituisce un quadro favorevole sulla longevità degli impianti dentali: dopo 25 anni il 94% era ancora in funzione. Parallelamente, l’aumento della perimplantite nel corso del tempo richiama l’attenzione sull’importanza del controllo e del mantenimento perimplantare anche molti anni dopo la riabilitazione.

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