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 60 anni di ricerca sul chewing gum: l’innovazione al servizio della salute orale

chewing gum salute orale

Dalla sua introduzione negli anni ’80 del secolo scorso, il chewing gum senza zucchero è diventato un prodotto sempre più di supporto complementare al benessere del cavo orale. Un'evoluzione resa possibile dalla continua attività di ricerca che ha accompagnato lo sviluppo delle formulazioni e che oggi trova conferma in una letteratura scientifica sempre più ampia. I primi studi sulle funzionalità del chewing gum senza zucchero risalgono agli anni ’60 negli Stati Uniti e in Europa agli anni ’70, con i famosi Turku Sugar Studies del Prof. Kauko K. Mäkinen

In Italia a guidare questa evoluzione è l’azienda leader di mercato Perfetti Van Melle, che quest’anno celebra 80 anni dalla fondazione. In Italia il chewing gum nasce nel 1956 quando Perfetti lancia Brooklyn, il primo chewing gum made in Italy: da allora questo prodotto ha fatto tantissimi progressi, passando dal formato lastrina al confetto, da versioni con zucchero a quelle senza zucchero fino alle attuali formulazioni con ingredienti funzionali sviluppate attraverso un costante lavoro di innovazione.
Un'attività che continua ancora oggi nel centro di Ricerca e Sviluppo di Lainate, in provincia di Milano, sede storica del Gruppo e punto di riferimento internazionale per lo sviluppo del chewing gum, dove da decenni vengono studiate nuove formulazioni e ingredienti funzionali. Il Centro di Ricerca si avvale anche della collaborazione di importanti Università e centri di ricerca in Italia, proprio per assicurare che i benefici funzionali siano sostenuti da ricerche cliniche.

chewing gum Per favorire la diffusione di informazioni corrette e basate sulle evidenze scientifiche, Perfetti Van Melle promuove Chewing Gum Reloaded, il progetto educational rivolto sia ai professionisti della salute orale sia al grande pubblico, che raccoglie e valorizza le principali evidenze disponibili sul ruolo del chewing gum senza zucchero.

Chewing gum e stimolazione salivare: il primo meccanismo d'azione

Tra gli effetti più documentati vi è la stimolazione del flusso salivare indotta dalla masticazione. L'aumento della saliva contribuisce alla neutralizzazione degli acidi prodotti dal metabolismo batterico, favorisce la remineralizzazione dello smalto e sostiene i fisiologici processi di detersione del cavo orale. A questo si associa l'azione meccanica della masticazione, che facilita la rimozione dei residui alimentari dalle superfici dentali. Un recente studio ha dimostrato che tre minuti di masticazione consentono di eliminare circa il 50% dei detriti alimentari residui1.

Controllo del biofilm e prevenzione della carie

Quando il chewing gum è senza zucchero e contiene xilitolo, i benefici risultano ulteriormente potenziati. Lo xilitolo contribuisce al controllo del biofilm dentale, al mantenimento di un pH orale favorevole e alla capacità di interferire con il metabolismo dei principali batteri cariogeni2. Una ricerca pubblicata nel 2025 ha inoltre evidenziato che un chewing gum contenente xilitolo e fluoro è in grado di ridurre significativamente l'indice di placca già dopo 15 minuti di masticazione3. Le più recenti revisioni della letteratura confermano inoltre l'associazione tra consumo regolare di xilitolo e riduzione della progressione delle lesioni cariose2.

chewing gum

Accanto agli effetti sul biofilm, alcune formulazioni contenenti ingredienti funzionali come calcio carbonato, esametafosfato di sodio o tripolifosfati possono contribuire a limitare la formazione di pigmentazioni estrinseche, mentre lo xilitolo favorisce la caratteristica sensazione di alito fresco4-5

L'evoluzione del chewing gum senza zucchero dimostra come la ricerca possa trasformare un prodotto di largo consumo in uno strumento complementare alle strategie di prevenzione, con benefici riconosciuti e documentati dalla comunità scientifica. Scopri tutti i benefici.

Bibliografia

  1. Ashkenazi M. et al. Effectiveness of Chewing Gum After Water Rinsing in Removing Remnants of Sticky Cookies From Posterior Teeth. Int J Dent Hyg. 2025.
  2. Söderling E., Pienihäkkinen K. Xylitol and dental caries prevention: updated evidence. BMC Oral Health. 2025.
  3. Levrini L. et al. Effects of Chewing Gum on Plaque Index: A 3-Dimensional Colorimetric Analysis. Dentistry Journal. 2025.
  4. Porciani PF et al. Whitening effect by stain inhibition from a chewing gum with sodium hexametaphosphate.
  5. Porciani PF et al. Effect on dental stain occurrence by chewing gum containing sodium tripolyphosphate.

 

Bambini ricoverati e salute orale trascurata: i dati dell’IRCCS Gaslini

bambini ricoverati e salute orale

Bambini ricoverati e salute orale, un aspetto dell’assistenza che rischia di passare in secondo piano, soprattutto quando il paziente presenta condizioni cliniche complesse. A richiamare l’attenzione sul problema è uno studio osservazionale prospettico condotto presso l’Unità di Neuropsichiatria Infantile dell’IRCCS Giannina Gaslini di Genova. I dati mostrano una presenza diffusa di placca e infiammazione gengivale e indicano che durante la degenza alcune abitudini di igiene orale possono ulteriormente ridursi. La ricerca, divenuta una tesi di laurea, è stata realizzata da Asja Re nell’ambito del corso di laurea magistrale in Odontoiatria e Protesi Dentaria dell’Università di Genova, con Nicola Laffi e Claudia Capurro come relatori. L’obiettivo era valutare lo stato di salute orale dei giovani pazienti neuropsichiatrici ospedalizzati e osservare eventuali cambiamenti durante il ricovero.

Salute orale valutata al ricovero e alla dimissione

Lo studio ha coinvolto pazienti di età inferiore ai 18 anni ricoverati per almeno tre notti. La prima valutazione odontoiatrica è stata effettuata entro 24 ore dall’ingresso in ospedale e ripetuta alla dimissione. I ricercatori hanno raccolto informazioni sulle abitudini alimentari e sulle pratiche di igiene orale. L’esame clinico ha previsto inoltre l’utilizzo di diversi indicatori odontoiatrici, tra cui dmft/DMFT per l’esperienza di carie, Modified Gingival Index (MGI) per le condizioni gengivali, Plaque Index (PI) per la presenza di placca e IOTN per la valutazione della necessità di trattamento ortodontico. Complessivamente sono stati valutati 37 pazienti al momento del ricovero. Di questi, 34 hanno effettuato anche il controllo previsto alla dimissione.

Placca e infiammazione gengivale molto diffuse

La valutazione iniziale ha evidenziato un’esperienza media di carie relativamente contenuta. Più evidente era invece il problema delle condizioni gengivali e dell’igiene orale. L’infiammazione gengivale era infatti presente nella quasi totalità dei pazienti e anche l’accumulo di placca risultava rilevante. A completare il quadro contribuivano le abitudini alimentari, con un consumo frequente di alimenti e bevande potenzialmente cariogeni. I dati suggeriscono quindi la presenza di diversi fattori di rischio già all’ingresso in ospedale, in una popolazione che, per le proprie caratteristiche cliniche e assistenziali, può incontrare maggiori difficoltà nel mantenimento quotidiano della salute orale.

Durante il ricovero diminuisce l’igiene orale

Dal confronto tra ingresso e dimissione non sono emerse variazioni statisticamente significative degli indici clinici considerati. Un risultato che deve essere letto anche alla luce della durata relativamente breve del periodo di osservazione. Durante la degenza è però cambiato il comportamento relativo all’igiene orale. Quattro pazienti che inizialmente eseguivano le normali pratiche di pulizia hanno smesso di farlo durante il ricovero. È diminuito significativamente anche l’impiego dello spazzolino elettrico. Il ricovero può dunque rappresentare un momento critico per la continuità delle abitudini di igiene orale. Quando l’attenzione di pazienti, familiari e personale sanitario è inevitabilmente concentrata sulla condizione che ha determinato l’ospedalizzazione, la cura quotidiana della bocca rischia di essere considerata secondaria.

La prevenzione entra nel percorso assistenziale

Proprio le criticità osservate hanno portato all’elaborazione di un protocollo operativo dedicato alla salute orale dei pazienti neuropsichiatrici ricoverati. Il modello prende in considerazione le diverse fasi del percorso ospedaliero, dal pre-ricovero alla degenza fino alla dimissione, e prevede valutazioni strutturate, supervisione delle pratiche di igiene orale e attività formative rivolte al personale sanitario e ai caregiver. L’obiettivo è evitare che la salute orale rimanga separata dalla gestione complessiva del giovane paziente e favorire invece il suo inserimento all’interno di una presa in carico multidisciplinare.

Bambini ricoverati e salute orale

I risultati vanno interpretati considerando le dimensioni contenute del campione e il particolare contesto clinico nel quale è stata svolta la ricerca. Lo studio riguarda infatti bambini e adolescenti ricoverati in Neuropsichiatria Infantile e non consente di estendere automaticamente i risultati a tutta la popolazione pediatrica ospedalizzata. Il lavoro di tesi mette comunque in luce un problema concreto: durante un ricovero le normali pratiche di igiene orale possono diventare più difficili da mantenere proprio in pazienti particolarmente vulnerabili. Integrare la prevenzione odontoiatrica nell’assistenza ospedaliera potrebbe quindi contribuire a evitare che denti e gengive vengano trascurati durante la degenza.

Impianti in zirconia, il primo anno è decisivo

Impianti in zirconia

Impianti in zirconia sotto osservazione nei primi mesi dopo l’inserimento. Un gruppo di ricercatori della Charité – University Medical Center Berlin, in Germania, ha valutato per 36 mesi il comportamento clinico di un sistema implantare in zirconia a due componenti. I risultati mostrano un elevato numero di fallimenti precoci. Tuttavia, gli impianti che hanno superato il primo anno hanno mantenuto una buona stabilità nel periodo successivo.

Impianti in zirconia seguiti per tre anni

Lo studio prospettico monocentrico ha coinvolto inizialmente 24 pazienti, con un’età media di 48,4 anni. I ricercatori hanno inserito altrettanti impianti singoli CERALOG Hexalobe in zirconia a due componenti, destinati alla sostituzione di premolari e molari. Un paziente non ha partecipato ai controlli successivi. L’analisi della sopravvivenza ha quindi riguardato 23 impianti. Dopo l'inserimento, gli impianti hanno seguito un periodo di guarigione sommersa di sei mesi. Successivamente, i ricercatori hanno applicato prima una corona provvisoria avvitata e poi una corona definitiva in disilicato di litio. Le corone erano supportate da abutment in PEKK e fissate mediante viti in titanio. L'obiettivo principale era valutare la sopravvivenza degli impianti in zirconia fino a 36 mesi. Gli autori hanno inoltre esaminato i tessuti peri-implantari, i livelli ossei marginali, le complicanze e la soddisfazione dei pazienti.

Nove fallimenti nel primo anno

Il dato più rilevante riguarda proprio la fase iniziale. Dei 23 impianti valutabili, nove sono andati incontro a fallimento entro i primi 12 mesi. Sei non hanno raggiunto un'osteointegrazione adeguata, mentre tre si sono fratturati nella porzione coronale. Sei fallimenti si sono verificati prima del carico definitivo. Altri tre sono avvenuti entro quattro mesi dall'applicazione della corona definitiva. La probabilità cumulativa di sopravvivenza degli impianti in zirconia si è così fermata al 60,9% a 12 mesi. Si tratta di un risultato decisamente inferiore rispetto a quello riportato complessivamente in letteratura per altri sistemi implantari in zirconia a due componenti. Gli stessi autori sottolineano però che i risultati non devono essere generalizzati a tutti gli impianti in zirconia. Le prestazioni cliniche possono infatti dipendere dalle caratteristiche dello specifico sistema, dalla superficie implantare, dalla connessione impianto-abutment e dal protocollo protesico.

Dopo il primo anno la situazione cambia

Il dato interessante emerge proseguendo l'osservazione. Tra il dodicesimo e il trentaseiesimo mese non si è verificata nessun'altra perdita. La sopravvivenza è quindi rimasta invariata al 60,9%. Secondo i ricercatori, questo andamento suggerisce che la fase iniziale rappresenti il momento più critico. Una volta ottenuta una corretta osteointegrazione e superato il primo periodo successivo al carico, gli impianti sopravvissuti hanno mostrato un comportamento stabile nel medio termine. Anche i livelli ossei marginali sono rimasti sostanzialmente stabili dopo il rimodellamento iniziale. La distanza media tra la spalla implantare e il primo contatto osseo era di 1,9 mm al momento del carico definitivo, 1,6 mm a 24 mesi e 1,5 mm a 36 mesi.

Tessuti peri-implantari e mucosite

Gli autori hanno valutato anche le condizioni dei tessuti molli. La profondità media di sondaggio è passata da 2,7 mm a 12 mesi a 1,9 mm a 36 mesi. Anche il sanguinamento al sondaggio è diminuito, passando dal 26% al 18% dei siti nello stesso periodo. Resta però un elemento da considerare. A 36 mesi, sette dei 13 impianti sottoposti all'esame clinico presentavano mucosite peri-implantare, pari al 53,8%. La mucosite era definita dalla presenza di sanguinamento al sondaggio senza perdita ossea progressiva. Durante l'intero periodo di osservazione non è stato invece diagnosticato alcun caso di perimplantite. Il dato conferma comunque la necessità di controlli e di una corretta manutenzione anche negli impianti in zirconia.

Risultati legati allo specifico sistema

Gli autori dedicano particolare attenzione alle possibili ragioni dell'elevato numero di fallimenti precoci. Tra le ipotesi considerate figurano le caratteristiche della superficie degli impianti, ottenuti mediante ceramic injection molding, e alcuni aspetti biomeccanici della connessione protesica. I ricercatori invitano però alla prudenza. Lo studio riguarda infatti un campione ridotto e uno specifico sistema implantare. Inoltre, altre ricerche condotte su differenti impianti in zirconia a due componenti hanno ottenuto percentuali di sopravvivenza decisamente superiori. Non sarebbe quindi corretto estendere il tasso di fallimento osservato in questo studio a tutti gli impianti in zirconia.

Il periodo iniziale resta quello più delicato

Pubblicato sull’International Journal of Implant Dentistry, lo studio indica dunque nel primo anno il periodo decisivo per gli impianti in zirconia esaminati. Il tasso di fallimento precoce ha raggiunto il 39,1%, ma nessun ulteriore impianto è stato perso tra 12 e 36 mesi. Gli elementi sopravvissuti hanno inoltre mantenuto livelli ossei marginali stabili e hanno ottenuto un'elevata soddisfazione da parte dei pazienti. I risultati suggeriscono quindi che, per questo specifico sistema, il raggiungimento di una corretta osteointegrazione rappresenti un passaggio fondamentale per la prognosi successiva. Allo stesso tempo, la frequenza della mucosite ricorda che anche dopo il successo iniziale rimangono indispensabili igiene orale, controlli periodici e manutenzione dei tessuti peri-implantari. Lo studio proseguirà fino a 60 mesi, permettendo di verificare se la stabilità osservata dopo il primo anno verrà confermata anche nel più lungo periodo.

Arco facciale virtuale e meccanico a confronto

arco facciale

L'arco facciale virtuale, una tecnologia che punta a sostituire il tradizionale arco facciale meccanico, è uno degli strumenti più emblematici della moderna odontoiatria digitale. Una revisione sistematica condotta da un gruppo di ricercatori della University of Alabama at Birmingham, della University of Pittsburgh e del MD Anderson Cancer Center di Houston, negli Stati Uniti, ha analizzato le evidenze scientifiche disponibili per valutare l'accuratezza di questo sistema digitale. I risultati mostrano prospettive incoraggianti, ma invitano anche alla prudenza.

Il ruolo dell'arco facciale

L'arco facciale rappresenta da decenni uno strumento fondamentale nella riabilitazione protesica. Il suo compito consiste nel registrare la posizione spaziale del mascellare superiore rispetto al cranio e trasferire queste informazioni all'articolatore. In questo modo il laboratorio odontotecnico può riprodurre in modo più fedele i movimenti mandibolari e progettare restauri che richiedano il minor numero possibile di correzioni cliniche. Con l'introduzione dei flussi di lavoro digitali, questo passaggio può essere eseguito anche attraverso strumenti virtuali. L'obiettivo rimane lo stesso, ma cambiano le tecnologie impiegate per acquisire e integrare le informazioni anatomiche del paziente.

Dalla meccanica al digitale

Negli ultimi anni sono state sviluppate numerose soluzioni per sostituire l'arco facciale convenzionale. Alcuni sistemi utilizzano la scansione tridimensionale del volto, altri si basano su fotografie digitali o sulla combinazione tra scanner intraorale e scansione facciale. Esistono inoltre software dedicati, applicazioni per smartphone, tecniche di stereofotogrammetria e protocolli che integrano immagini CBCT con i dati delle impronte digitali. L'obiettivo comune è creare un modello virtuale del paziente che permetta di posizionare con precisione il mascellare all'interno dell'articolatore digitale, riducendo il numero dei passaggi clinici e semplificando il flusso operativo.

Una revisione delle evidenze disponibili

Per comprendere quanto queste tecnologie siano realmente affidabili, gli autori hanno eseguito una revisione sistematica della letteratura scientifica. La ricerca ha preso in esame gli studi pubblicati tra il 2014 e il 2025 nelle principali banche dati internazionali. Inizialmente sono stati individuati quasi duemila lavori scientifici. Dopo un'attenta selezione metodologica, soltanto dieci studi sono risultati idonei all'analisi finale. La revisione ha incluso studi in vitro, trial clinici, case report e descrizioni di tecniche cliniche riguardanti prevalentemente pazienti dentati sottoposti a riabilitazioni protesiche fisse. Gli autori sottolineano come il numero limitato di studi e l'eterogeneità dei protocolli rappresentino uno dei principali limiti delle evidenze oggi disponibili.

Accuratezza generalmente soddisfacente

L'analisi dei lavori selezionati mostra che il trasferimento virtuale del mascellare raggiunge, nella maggior parte dei casi, un livello di accuratezza considerato clinicamente accettabile. Le differenze rispetto all'arco facciale tradizionale risultano spesso contenute e non tali da compromettere la qualità della riabilitazione protesica. Alcuni studi hanno evidenziato risultati particolarmente interessanti. In determinate condizioni, il trasferimento basato su fotografie digitali ha mostrato un'accuratezza persino superiore rispetto ad alcune metodiche convenzionali e ad alcuni sistemi di scansione del volto. Tuttavia, questi risultati non sono stati confermati in modo uniforme da tutte le ricerche disponibili. La precisione dei sistemi digitali dipende infatti da numerosi fattori. La qualità della scansione facciale, la risoluzione delle immagini, gli algoritmi di allineamento e la corretta acquisizione dei riferimenti anatomici possono influenzare significativamente il risultato finale.

I vantaggi del workflow digitale

Secondo gli autori, uno dei principali punti di forza dell'arco facciale virtuale è la sua perfetta integrazione con il workflow digitale. Tutte le informazioni raccolte possono essere gestite all'interno dello stesso ambiente software, limitando il ricorso a passaggi analogici. Questo approccio offre diversi vantaggi pratici. Riduce la manipolazione dei modelli fisici, facilita la comunicazione tra studio e laboratorio odontotecnico e permette di archiviare facilmente tutti i dati del paziente. Inoltre, consente di ripetere alcune procedure senza dover necessariamente richiamare il paziente per una nuova registrazione. Anche dal punto di vista organizzativo, il flusso completamente digitale può contribuire a migliorare l'efficienza operativa dello studio, soprattutto nei casi complessi che richiedono una stretta collaborazione tra clinico e odontotecnico.

Le criticità ancora aperte

Nonostante le prospettive favorevoli, la review invita a evitare conclusioni affrettate. Le tecnologie oggi disponibili utilizzano principi di acquisizione differenti e vengono valutate attraverso metodologie spesso non confrontabili tra loro. Anche le popolazioni studiate, le tipologie di restauri e i criteri utilizzati per misurare l'accuratezza risultano molto eterogenei. Questa variabilità rende difficile stabilire quale sistema sia realmente superiore e impedisce di formulare raccomandazioni definitive. Gli autori evidenziano quindi la necessità di realizzare studi clinici prospettici con protocolli standardizzati, in grado di confrontare direttamente le diverse tecnologie disponibili e di valutarne le prestazioni anche nel lungo periodo.

Verso una protesi sempre più digitale

Pubblicata sul BMC Oral Health, questa revisione sistematica conferma che l'arco facciale virtuale rappresenta una delle evoluzioni più interessanti della moderna odontoiatria digitale. Le evidenze disponibili indicano che queste tecnologie possono offrire un'accuratezza clinicamente soddisfacente e integrarsi efficacemente nei flussi CAD/CAM. Tuttavia, il tradizionale arco facciale non può ancora essere considerato definitivamente superato. Prima di modificare in modo sostanziale la pratica clinica sarà necessario disporre di studi più robusti e omogenei, capaci di definire con precisione indicazioni, limiti e vantaggi delle diverse soluzioni digitali oggi disponibili.

IAO International Congress 2026. Contributi e prospettive dal programma scientifico

In vista del Congresso della Italian Academy of Osseointegration, che si svolgerà a Padova, una voce autorevole nel panorama implantare internazionale propone una riflessione sui contenuti e sugli orientamenti culturali dell’evento. Un’occasione per approfondire le tematiche che caratterizzano l’evoluzione dell’implantologia contemporanea.

1. Guto Giordani “on stage” durante una relazione sull’ottimizzazione del risultato estetico nelle riabilitazioni implanto-protesiche

Tra i relatori di spicco dell’IAO International Congress 2026, in programma a Padova Fiere dall’8 al 10 ottobre 2026, figura il Dr. Gustavo “Guto” Giordani, clinico e relatore internazionale con una solida esperienza in chirurgia orale, parodontologia e implantologia, ampiamente apprezzato per il suo approccio interdisciplinare e per la capacità di integrare biologia, estetica e tecnologie digitali nella pratica clinica quotidiana.
Nel programma congressuale allegato, la sua relazione è inserita nella sessione di venerdì mattina dedicata all’esecuzione del piano di trattamento, con un intervento focalizzato sul workflow digitale in protesi implantare nel paziente parzialmente edentulo.

Dr. Giordani, cosa significa per lei partecipare come relatore all’IAO International Congress 2026 di Padova?

È un grande onore. IAO rappresenta una comunità scientifica prestigiosa e ricevere l’invito a contribuire al suo Congresso internazionale ha per me un significato importante sia sul piano professionale sia su quello personale. Eventi di questo livello sono fondamentali perché creano un contesto in cui conoscenza, esperienza clinica e visione scientifica possono essere condivise al massimo livello.

Qual è la sua opinione su IAO, che molti considerano la principale società scientifica italiana nel campo dell’implantologia?

IAO si è senza dubbio affermata come una delle società scientifiche più autorevoli nel panorama implantologico italiano. La sua forza risiede nella capacità di coniugare rigore scientifico, formazione di alto livello e un autentico impegno nella crescita professionale dei clinici. Ciò che apprezzo particolarmente è il suo ruolo nel promuovere un dialogo culturale serio attorno all’implantologia, mantenendo sempre la rilevanza clinica al centro.

Il tema del congresso ruota attorno all’implantologia digitale. Perché questo argomento è oggi così centrale?

La tecnologia digitale non è più un supporto opzionale: è diventata una componente essenziale del processo diagnostico e terapeutico. Imaging, pianificazione virtuale, scansione intraorale, progettazione protesica e chirurgia guidata stanno trasformando in profondità il modo in cui diagnostichiamo, pianifichiamo e trattiamo i nostri pazienti. Tuttavia, il vero valore della tecnologia digitale non risiede nell’innovazione fine a sé stessa, bensì nella sua capacità di migliorare precisione, predicibilità e controllo clinico.

La sua relazione sarà focalizzata sul workflow digitale nel paziente parzialmente edentulo. Quale messaggio desidera trasmettere?

Vorrei mostrare come un workflow digitale ben strutturato possa migliorare la comunicazione tra clinico e odontotecnico, ottimizzare una pianificazione protesicamente guidata e rendere l’intero percorso riabilitativo più coerente ed efficiente. Gli strumenti digitali sono straordinariamente potenti, ma richiedono metodo, comprensione biologica e solidità di giudizio clinico. La tecnologia acquista significato solo quando è guidata da un chiaro razionale terapeutico.

Nella sua pratica clinica, come integra biologia, estetica e pianificazione digitale nel trattamento implantare del settore estetico?

Nel settore estetico, il successo del trattamento implantare dipende dalla capacità di integrare biologia, estetica e pianificazione digitale in un’unica strategia clinica. La biologia resta il fondamento, perché la stabilità dei tessuti duri e molli è essenziale per il successo a lungo termine.
L’estetica richiede non solo la sopravvivenza dell’impianto, ma anche una naturale integrazione della riabilitazione nel sorriso. La pianificazione digitale rende questa integrazione più precisa e prevedibile, perché consente al clinico di partire dal risultato protesico desiderato e procedere a ritroso per definire la posizione implantare, la gestione dei tessuti e il disegno restaurativo.
In questo modo, gli strumenti digitali non sostituiscono l’esperienza clinica, ma aumentano la nostra capacità di ottenere risultati che siano al tempo stesso biologicamente solidi ed esteticamente raffinati.

Qual è il ruolo della chirurgia guidata e del Digital Smile Design nel migliorare i risultati estetici in implantologia?

La chirurgia guidata e il Digital Smile Design svolgono un ruolo centrale nel migliorare i risultati estetici in implantologia, perché aumentano precisione, prevedibilità e comunicazione durante tutto il percorso terapeutico.
La chirurgia guidata aiuta a garantire un corretto posizionamento tridimensionale dell’impianto in funzione delle esigenze protesiche e anatomiche, un aspetto cruciale nel settore estetico.
Il Digital Smile Design, d’altra parte, aiuta a definire il risultato restaurativo ideale in relazione al volto del paziente, alle labbra e alla dinamica del sorriso. Insieme, questi strumenti permettono al clinico di coordinare meglio le fasi chirurgiche e protesiche, ridurre i possibili errori e realizzare restauri più armoniosi, naturali e personalizzati.
Il loro vero valore risiede nel supportare un approccio terapeutico in cui l’eccellenza estetica viene pianificata fin dall’inizio, e non semplicemente corretta alla fine.

Ha avuto modo di visionare il panel dei relatori? Nel programma figurano diversi nomi di grande prestigio.

Sì, e ritengo che il panel scientifico sia uno dei grandi punti di forza di questo congresso. Il programma riunisce relatori di riconoscimento internazionale con aree di competenza differenti, e questo crea un contesto estremamente stimolante.
La presenza di illustri speaker provenienti da differenti background clinici e accademici garantisce una visione ampia ed equilibrata dell’implantologia contemporanea.
È proprio questa diversità di competenze a elevare un congresso da momento informativo a esperienza realmente formativa.

Perché un collega dovrebbe iscriversi a IAO e partecipare al congresso 2026?

Entrare a far parte di una società scientifica come IAO significa inserirsi in una rete professionale e culturale che promuove formazione, rigore e sviluppo continuo. Partecipare al congresso non significa semplicemente ascoltare delle relazioni, ma prendere parte a un più ampio processo di crescita, confronto e riflessione.
Padova 2026 sarà un’importante occasione per cogliere da vicino la direzione verso cui si sta muovendo l’implantologia.

2. Gestione della mucosa peri-implantare in una riabilitazione in zona estetica su impianti singoli, mediante chirurgia computer guidata, gestione dei tessuti molli, e ottimizzazione dell’estetica finale mediante digitalizzazione del progetto protesico

 

Allergie ai farmaci e patologie respiratorie in età pediatrica

Allergie ai farmaci

Seppur rare, le allergie ai farmaci richiedono particolare attenzione nella gestione odontoiatrica dei bambini, così come le patologie respiratorie più comuni, tra cui rinite allergica e asma, che possono influenzare la respirazione, lo sviluppo craniofacciale e la salute orale. Un approccio integrato tra odontoiatra, allergologo pediatrico e otorinolaringoiatra consente di prevenire complicanze, garantire trattamenti sicuri e promuovere una crescita armonica del bambino.

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Nicolò Carugo, specialista in ortognatodonzia

Marco Ugo Andrea Sartorio, specialista in allergologia pediatrica

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Allergie ai farmaci in età pediatrica e odontoiatria

Negli ultimi decenni le allergie in età pediatrica hanno registrato un costante aumento, diventando una delle condizioni croniche più diffuse tra bambini e adolescenti. Questo scenario ha inevitabilmente un impatto anche sull’odontoiatria materno-infantile, che si trova oggi a gestire pazienti con bisogni complessi e talvolta delicati. L’odontoiatra non può limitarsi a considerare la salute orale in senso stretto, ma deve integrare nel proprio approccio clinico la valutazione del profilo allergologico del bambino, collaborando in maniera sempre più stretta con l’allergologo e il pediatra.

Un primo aspetto centrale riguarda le manifestazioni orali che possono essere correlate a condizioni allergiche sistemiche, come la rinite e l’asma allergiche. Alterazioni della mucosa, respirazione orale cronica, secchezza delle fauci o disturbi del sonno possono rappresentare segnali da non sottovalutare e che spesso richiedono un’attenta interpretazione interdisciplinare.
In questi casi, l’odontoiatra pediatrico può avere un ruolo chiave non solo nella cura del cavo orale, ma anche nel favorire un inquadramento diagnostico precoce, orientando la famiglia verso valutazioni specialistiche mirate.

Un secondo ambito di grande interesse riguarda invece la gestione dei farmaci. Anestetici locali, antibiotici e analgesici sono strumenti quotidiani nella pratica odontoiatrica, ma rappresentano anche potenziali cause di reazioni avverse. Conoscere i possibili rischi, saper raccogliere un’anamnesi accurata e instaurare un dialogo con lo specialista permette di ridurre i rischi e di personalizzare le scelte terapeutiche, garantendo la massima sicurezza delle cure.
Approfondire le connessioni tra odontoiatria pediatrica e allergologia significa quindi andare oltre la semplice gestione del cavo orale e contribuire a una visione più ampia e integrata della salute del bambino. È in questo dialogo tra discipline che si costruisce un percorso di cura realmente efficace, capace di rispondere ai bisogni complessi del piccolo paziente e di offrire non solo trattamenti sicuri, ma anche strumenti di prevenzione e benessere a lungo termine.

Gengiviti, placca e respirazione orale: il ruolo di rinite e asma nei bambini

Rinite allergica e asma sono tra le condizioni croniche più comuni nei bambini e, oltre a determinare sintomi respiratori che possono impattare la qualità di vita e richiedere terapie croniche, possono avere effetti anche sulla salute orale.
La rinite allergica si manifesta con ostruzione nasale, starnuti e secrezione mucosa, indotti da allergeni stagionali, come pollini di graminacee o di alberi, o perenni, come acari e peli di animali. L’asma, che interessa milioni di persone nel mondo, comporta episodi ricorrenti di difficoltà respiratoria, respiro sibilante e tosse che spesso riconoscono una causa allergologica. Queste patologie condividono basi infiammatorie e fattori di rischio, tanto da essere considerate espressioni di una stessa patologia (United Airways Disease).
Recentemente un gruppo di ricerca italiano dell’Università di Pavia ha condotto uno studio osservazionale su 100 bambini, metà dei quali affetti da rinite allergica e/o asma, valutando parametri clinici odontoiatrici standardizzati e confrontandoli con un gruppo di controllo sano.
L’analisi ha evidenziato che i bambini con patologie respiratorie presentavano:

  • indici di placca (PCR) significativamente più alti rispetto ai controlli (64% contro 37%);
  • maggiore infiammazione gengivale (PSR), con differenze statisticamente rilevanti;
  • assenza di differenze significative nell’indice DMFT, quindi nella prevalenza di carie, denti mancanti e restaurati;
  • più alta frequenza di respirazione orale (40% dei casi contro il 22% dei controlli).

L’analisi statistica ha inoltre mostrato che la respirazione orale influenzava in modo diretto l’accumulo di placca nei bambini con rinite o asma, mentre età e gravità della patologia non modificavano in maniera sostanziale i valori degli indici orali.

Questi risultati mettono in luce come rinite allergica e asma, pur non aumentando il numero di carie, incidano in modo evidente sulla salute parodontale e sull’igiene orale. La respirazione orale, favorita dall’ostruzione nasale o dalla compromissione respiratoria, riduce la salivazione e rende più difficile il naturale controllo della placca, predisponendo a gengiviti e infiammazione cronica dei tessuti di supporto. Il dato più rilevante, quindi, non è tanto la carie quanto la tendenza a un peggior controllo della placca e a una maggiore suscettibilità gengivale.
Per questo motivo, è fondamentale che l’odontoiatra pediatrico riconosca i segni tipici della respirazione orale e ne consideri le implicazioni, rinforzi le misure di igiene orale nei bambini affetti, promuova controlli ravvicinati e strategie preventive personalizzate, mantenendo un dialogo costante con gli altri specialisti coinvolti nella cura del bambino.
In ambito odontoiatrico materno-infantile assume poi particolare rilevanza l’effetto dei farmaci inalatori, come corticosteroidi e β2-agonisti, che possono ridurre la salivazione e aumentare la suscettibilità a carie e difetti dello smalto. Nonostante questi farmaci, insieme ad altri fattori pre- e postnatali precoci, siano stati indicati come possibili fattori di rischio, mancano però studi prospettici che ne confermino l’effetto. A tal proposito, uno studio condotto su 588 bambini, reclutati quando la madre era alla 24esima settimana di gestazione e seguiti fino ai 6 anni, non ha evidenziato alcuna associazione tra l’asma o l’uso di farmaci inalatori e la comparsa di carie o difetti dello smalto, un dato rassicurante per genitori e medici. Va tuttavia ricordato che la terapia corticosteroidea inalatoria, comunemente utilizzata per la prevenzione o il trattamento delle bronchiti asmatiche, può aumentare il rischio di candidosi orale, motivo per cui è fondamentale fornire alla famiglia istruzioni chiare sul corretto utilizzo dei device inalatori e sull’importanza di mantenere una buona igiene orale dopo ogni somministrazione, come abitualmente indichiamo ai nostri pazienti.

Adenoidi e tonsille: gli architetti nascosti del volto in crescita

L’ipertrofia adenotonsillare (ATH) rappresenta una delle cause più comuni di ostruzione delle vie aeree superiori nei bambini, con conseguenze non solo respiratorie, ma anche sullo sviluppo craniofacciale. L’abitudine al respiro orale e le alterazioni funzionali dei muscoli maxillo-facciali sono stati infatti ipotizzati come meccanismi in grado di influenzare la crescita ossea e dentale. Nella pratica clinica capita frequentemente di incontrare piccoli pazienti che si presentano con il tipico quadro di “facies adenoidea”: labbra socchiuse, palato stretto e alto, mandibola retrusa, voce nasale e posture compensatorie della lingua. La Tabella 1 riassume le caratteristiche peculiari dei soggetti con ATH.
Spesso sono i genitori stessi a riferire che l’otorinolaringoiatra ha già suggerito l’intervento di adenotonsillectomia, ma cercano un confronto per comprendere meglio le possibili ricadute sullo sviluppo del volto e sulla funzione masticatoria o fonatoria. Talvolta i bambini, anche molto piccoli oppure in età pre-scolare, arrivano alla nostra attenzione anche perché a scuola si rilevano difficoltà articolatorie del linguaggio o di attenzione legate al sonno disturbato. Questi scenari quotidiani mettono in evidenza come l’ATH non sia solo una condizione medica legata alla respirazione, bensì un fenomeno che coinvolge più discipline, richiedendo valutazioni integrate tra otorinolaringoiatri, ortodontisti e logopedisti, al fine di sostenere una crescita armonica del bambino.
Nonostante la significatività statistica, però, tali differenze risultano di entità contenuta e spesso inferiori alle variazioni fisiologiche riscontrabili nella popolazione generale, sollevando dubbi sulla loro reale rilevanza clinica. È inoltre emerso che gli effetti possono variare a seconda che l’ostruzione sia dovuta a ipertrofia delle adenoidi o delle tonsille: le prime sembrano favorire una crescita mandibolare retro-posizionata e un aumento della dimensione verticale, mentre le seconde possono spingere la mandibola in posizione più anteriore.
In sintesi, i bambini con ipertrofia adenotonsillare mostrano una maggiore predisposizione a modifiche dento-scheletriche, ma l’impatto clinico di tali differenze rimane incerto.

Dal respiro alla bocca: la tonsillectomia come fattore di rischio parodontale

La tonsillectomia rappresenta un intervento piuttosto diffuso nell’età pediatrica ed è indicata soprattutto nei casi di infezioni ricorrenti delle vie alte vie respiratorie (faringo-tonsilliti) o di apnee del sonno. I benefici a breve termine sono ben documentati, ma negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione sugli effetti che la rimozione delle tonsille – strutture fondamentali del sistema immunitario – potrebbe avere sul lungo periodo, in particolare sulla salute orale. Tra le possibili complicanze a distanza è stata individuata la parodontite, malattia infiammatoria cronica dei tessuti di sostegno del dente. Diversi dati suggeriscono che i pazienti sottoposti a tonsillectomia presentino un rischio maggiore di sviluppare questa patologia negli anni successivi, soprattutto se operati in età pediatrica. Le forme più spesso osservate sono quelle acute e aggressive, a conferma del possibile ruolo di un’alterazione delle difese immunitarie locali nella predisposizione alla malattia.

Allergie ai farmaci in età pediatrica fra percezione e realtà

La gestione farmacologica rappresenta un aspetto fondamentale e complesso della pratica odontoiatrica pediatrica. L’impiego di farmaci come anestetici locali, antibiotici e analgesici è quotidiano nel paziente pediatrico e indispensabile per garantire trattamenti efficaci, sicuri e privi di dolore. Tuttavia, nonostante la loro utilità, questi stessi farmaci possono comportare rischi significativi, tra cui reazioni avverse di varia gravità, che richiedono particolare attenzione da parte del professionista. La variabilità individuale dei pazienti pediatrici, legata all’età, al peso, alle condizioni di salute preesistenti e alla presenza di allergie o sensibilità particolari, rende essenziale un approccio personalizzato nella terapia farmacologica.
Per ridurre al minimo i rischi di reazione avversa alla somministrazione, è cruciale raccogliere un’anamnesi dettagliata, comprendente informazioni su eventuali reazioni precedenti ai farmaci, condizioni sistemiche, terapie in corso e fattori genetici o ambientali che possano influenzare la risposta del bambino ai farmaci. Solo attraverso la combinazione di conoscenza scientifica, esperienza clinica e attenzione alle specificità del singolo paziente è possibile, infatti, garantire cure odontoiatriche sicure, efficaci e personalizzate, riducendo al minimo i rischi e promuovendo un’esperienza positiva per il bambino e per la famiglia.

Le allergie agli anestetici locali nei bambini sono sopravvalutate?

Gli anestetici locali sono ampiamente utilizzati durante le procedure odontoiatriche per il controllo del dolore e, nonostante alcune reazioni siano sempre più frequentemente osservate in ambulatorio, le vere reazioni allergiche, mediate da IgE e comprese le anafilassi, sono fortunatamente molto rare, rappresentando meno dell’1% di tutti gli eventi avversi segnalati. La maggior parte delle reazioni, infatti, non è allergica ed è causata da sensibilità a eccipienti, conservanti o altre sostanze.
Il clinico deve sempre prestare molta attenzione a questi episodi perché classificare erroneamente una reazione come allergia può comportare l’evitamento ingiustificato degli anestetici e causare ritardi in interventi chirurgici che ne richiedono l’uso. In media, infatti, circa il 10% dei genitori riferisce una ipersensibilità ad almeno un farmaco nei propri figli, ma dopo il percorso diagnostico allergologico solo poche di queste reazioni vengono confermate come vere ipersensibilità farmacologiche. Il primo passo fondamentale è raccogliere un’anamnesi dettagliata delle reazioni pregresse; le reazioni sospette di ipersensibilità immediata possono poi essere valutate tramite test cutanei (prick test e intradermici), mentre quelle sospette di ipersensibilità ritardata possono essere investigate tramite patch test. In taluni casi si richiede poi l’esecuzione di un test di provocazione, in cui il farmaco sospetto viene somministrato in ospedale sotto la stretta sorveglianza di personale medico ed infermieristico dedicato ed esperto nella gestione delle reazioni allergiche.

Classificazione degli anestetici locali

Gli anestetici locali sono composti chimici formati da una parte lipofila (anello aromatico) e una parte idrofila (gruppo amminico) unite da una catena che ne determina la classificazione in esteri o amidi. Essi producono un effetto analgesico completo, ma temporaneo, bloccando i canali del sodio dei nervi. Gli esteri vengono degradati principalmente nel plasma grazie alla pseudo-colinesterasi in un metabolita chiamato acido p-aminobenzoico (PABA), mentre gli amidi sono metabolizzati a livello del fegato tramite enzimi microsomiali.

Reazioni agli anestetici locali

Reazioni di ipersensibilità immediata

Le reazioni immediate agli anestetici locali sono rare e documentate principalmente come casi isolati di anafilassi o reazioni anafilattoidi confermate da test cutanei positivi. I sintomi tipici compaiono entro pochi minuti dall’esposizione e includono orticaria, ipotensione, broncospasmo, angioedema e anafilassi. La cross-reattività tra anestetici locali non è chiara: chi reagisce a un estere o a un’amide può spesso tollerare altri farmaci della stessa classe o di classi diverse.

Reazioni di ipersensibilità ritardata

Le reazioni ritardate agli anestetici locali sono le più frequenti tra quelle di tipo immunologico, ma restano rare. Si manifestano tipicamente con arrossamento, gonfiore, indurimento e prurito locali, ore o giorni dopo l’esposizione, e talvolta con rash eczematoso.
La cross-reattività è stata osservata tra gli esteri a causa del PABA, mentre tra gli amidi i risultati sono meno prevedibili. Alcuni anestetici (lidocaina, mepivacaina, bupivacaina) possono reagire tra loro, mentre l’articaina può rappresentare un’alternativa. Non ci sono prove di cross-reattività tra esteri e amidi. Infine, un patch test positivo non implica rischio di anafilassi e non sempre corrisponde a risultati positivi nei test cutanei immediati.

Reazioni non allergiche

Le reazioni non allergiche agli anestetici locali possono manifestarsi con sudorazione, vertigini, formicolii o svenimenti da stimolo vasovagale, talvolta accompagnati da bradicardia. La loro distinzione dalle vere reazioni allergiche non è sempre semplice, poiché i sintomi – capogiri, nausea, difficoltà respiratoria, ipotensione o sincope – possono sovrapporsi. In molti casi la causa non è chiaramente identificabile e si parla di reazioni idiosincratiche.
Le principali forme non allergiche comprendono la tossicità da farmaco, le reazioni vasovagali, l’ansia e gli effetti collaterali dei vasocostrittori aggiunti agli anestetici locali, come l’epinefrina, che se assorbita sistemicamente può provocare palpitazioni, cefalea o disturbi cardiaci.
La tossicità sistemica si osserva soprattutto in caso di dosi elevate o iniezione intravascolare, con una fase iniziale di ipereccitazione del sistema nervoso centrale seguita da convulsioni e da depressione cardiaca e respiratoria. La somministrazione sottocutanea o sottomucosa di routine, invece, non raggiunge generalmente livelli tossici.
Nei pazienti con carenza di pseudo-colinesterasi, infine, aumenta il rischio di tossicità da anestetici esterici.

Diagnosi di allergia agli anestetici locali

La diagnosi di ipersensibilità agli anestetici locali nei bambini può essere complicata e richiede una raccolta anamnestica dettagliata. Quando i sintomi suggeriscono una possibile allergia, è consigliabile usare il termine “reazione avversa” fino a conferma diagnostica, coinvolgendo anche allergologi e dermatologi nel percorso diagnostico.
Gli elementi chiave che indicano la necessità di una valutazione specialistica includono sintomi compatibili con allergia e il rapporto temporale tra esposizione al farmaco e comparsa dei sintomi. Non è invece solitamente necessaria la valutazione allergologica in assenza di correlazione o in soggetti atopici senza storia clinica indicativa.
È poi fondamentale considerare diagnosi alternative: ad esempio, alcune infezioni virali possono causare rash cutaneo o orticaria confondendo la valutazione (ad esempio nell’orticaria parainfettiva tipica dell’età pediatrica). Inoltre, durante procedure invasive, altri agenti (lattice, nichel, eccipienti dei farmaci) possono provocare reazioni; quindi, la tolleranza a questi agenti deve essere valutata insieme alla possibile ipersensibilità agli anestetici locali.
Come per altre allergie farmacologiche, si raccomanda di raccogliere le seguenti informazioni.

  • Quali erano le caratteristiche del farmaco (nome, classificazione chimica, dose e via di somministrazione)?
  • Quali sintomi si sono manifestati e quali apparati corporei sono stati coinvolti?
  • Quando sono comparsi i sintomi e quanto tempo hanno impiegato a risolversi?
  • Quale trattamento è stato somministrato e qual è stata la risposta?
  • Nel caso in cui la reazione sia stata gestita a livello ospedaliero, è stata dosata la triptasi sierica e, in tal caso, era elevata?
  • Vi è stata esposizione ad altri farmaci o sostanze (inclusa epinefrina o conservanti presenti negli anestetici locali)?
  • Vi è stata una precedente esposizione ad anestetici locali o ad altre procedure simili?
  • Il paziente ha una storia personale o familiare di atopia?
  • Il paziente ha tollerato anestetici locali successivamente?

La Tabella 2 riassume i segni di maggiore sospetto per una reazione di ipersensibilità immediata.

Gestione delle reazioni agli anestetici locali

La gestione delle reazioni agli anestetici locali per l’odontoiatra si basa principalmente sul riconoscimento di farmaci sicuri da usare in futuro mentre per il trattamento immediato di eventuali reazioni gravi come la tossicità sistemica da anestetico locale (LAST), si rimanda alla check-list aggiornata periodicamente dalla American Society of Regional Anesthesia and Pain Medicine (ASRA).

Conclusioni

Nei bambini, rinite allergica e asma non aumentano direttamente le carie, ma favoriscono accumulo di placca e gengiviti, soprattutto in caso di respirazione orale; per questo l’odontoiatra deve saper riconoscere questi segnali e collaborare con gli specialisti per proteggere la salute orale.
Allo stesso modo, l’ipertrofia adenotonsillare e interventi come la tonsillectomia possono influenzare la crescita del volto e aumentare il rischio di problemi parodontali, rendendo necessari controlli regolari e strategie preventive mirate.
Anche quando si utilizzano anestetici locali, è importante ricordare che le vere allergie nei bambini sono rare e che molte reazioni osservate hanno origine non allergica; raccogliere un’anamnesi accurata e confrontarsi con l’allergologo permette di offrire cure sicure senza rinunce ingiustificate.
In sintesi, l’odontoiatra pediatrico non si limita alla cura dei denti, ma svolge un ruolo chiave nel seguire il bambino in modo integrato, considerando respirazione, allergie e sviluppo craniofacciale e promuovendo così salute, prevenzione e benessere a lungo termine.

 

Take Home Message
  • Rinite allergica e asma nei bambini aumentano il rischio di gengiviti e accumulo di placca, soprattutto in caso di respirazione orale, senza però influenzare significativamente la carie.
  • Respirazione orale e ipertrofia adenotonsillare possono influenzare lo sviluppo craniofacciale e la funzione masticatoria; il monitoraggio interdisciplinare è fondamentale.
  • Tonsillectomia può aumentare il rischio di parodontite a lungo termine: controlli periodici e strategie preventive mirate sono raccomandati.
  • Allergie agli anestetici locali nei bambini sono rare e la maggior parte delle reazioni è non allergica.
  • Raccolta anamnestica accurata e collaborazione con l’allergologo riducono rischi e false diagnosi.
  • Bruxismo e dolore nella regione testa-collo

    Bruxismo

    Il bruxismo può associarsi a manifestazioni dolorose che vanno ben oltre la cavità orale. A confermarlo è uno studio condotto presso la Necmettin Erbakan University di Konya, in Turchia. I ricercatori hanno utilizzato mappe del dolore per individuare le regioni anatomiche maggiormente interessate nei pazienti con probabile bruxismo. I risultati mostrano una netta prevalenza delle manifestazioni dolorose nella regione testa-collo e indicano inoltre una maggiore intensità del dolore nelle donne e nelle persone che riferiscono un sonno irregolare.

    Il dolore oltre la cavità orale

    Il bruxismo è caratterizzato da un'attività dei muscoli masticatori che può manifestarsi durante il sonno oppure durante la veglia. La sua valutazione clinica può risultare complessa e non può basarsi esclusivamente sulla presenza di usura dentale. Anche il dolore associato al bruxismo può assumere caratteristiche differenti e interessare distretti anatomici diversi. Proprio per questo gli autori hanno cercato di rappresentarne la distribuzione attraverso uno strumento visivo: le heat map, o mappe di calore. Questa metodologia consente di trasformare le indicazioni fornite direttamente dai pazienti in una rappresentazione grafica della distribuzione del dolore. Le zone maggiormente segnalate emergono così con maggiore evidenza, permettendo di osservare eventuali pattern ricorrenti.

    Lo studio su 200 pazienti

    La ricerca ha coinvolto 200 pazienti con probabile bruxismo, dei quali 123 donne e 77 uomini. L'età era compresa tra 18 e 70 anni, con una media di 34,9 anni. I dati sono stati raccolti tra il 2024 e il 2025. Gli autori hanno definito il probabile bruxismo attraverso la combinazione di due elementi: l'autovalutazione positiva del paziente e l'evidenza clinica di usura o attrito dentale non funzionale. La classificazione non derivava quindi da una registrazione strumentale dell'attività muscolare durante il sonno. I ricercatori hanno inoltre raccolto diverse informazioni sociodemografiche e comportamentali. Hanno considerato età, sesso, presenza di patologie sistemiche, livello di istruzione, professione, stato civile, abitudini del sonno, fumo e consumo di alcol.

    Disegnare il dolore

    Ai partecipanti sono stati forniti modelli che rappresentavano sette regioni anatomiche. Le immagini comprendevano la regione intraorale, le aree destra e sinistra e anteriori e posteriori della testa e del collo, oltre alle regioni anteriori e posteriori degli arti superiori. Ogni paziente doveva colorare le zone nelle quali percepiva dolore. I ricercatori hanno successivamente calcolato la frequenza delle aree contrassegnate e utilizzato questi dati per realizzare le mappe di calore. L'intensità del dolore è stata invece misurata attraverso una Numerical Rating Scale (NRS) a 11 punti, strumento comunemente utilizzato per quantificare la percezione soggettiva del sintomo doloroso.

    Testa e collo sono le zone più interessate

    I risultati mostrano una distribuzione piuttosto evidente. Il dolore si concentrava soprattutto nella regione testa-collo. La parte destra di questo distretto ha registrato 700 aree contrassegnate, mentre quella sinistra ne ha totalizzate 610. La regione intraorale, al contrario, ha presentato la frequenza più bassa, con 143 segnalazioni. Il dato assume particolare interesse dal punto di vista odontoiatrico. Nel paziente con probabile bruxismo, infatti, la sintomatologia dolorosa non sembra concentrarsi necessariamente dove potrebbe essere più intuitivo cercarla, cioè all'interno della bocca. Il distretto cranio-cervicale emerge invece come la principale sede del dolore riferito. La valutazione clinica del paziente dovrebbe quindi considerare una distribuzione più ampia dei sintomi e non limitarsi esclusivamente alle strutture dentali e intraorali.

    Dolore più intenso nelle donne

    Lo studio ha evidenziato anche alcune differenze nell'intensità del dolore. Le donne presentavano punteggi NRS significativamente superiori rispetto agli uomini. L'associazione risultava statisticamente significativa. Il dato, tuttavia, deve essere interpretato come una caratteristica del campione analizzato e non permette di stabilire da solo le ragioni della differenza osservata. Non sono invece emerse associazioni significative tra intensità del dolore ed età, consumo di alcol, fumo, istruzione, professione, stato civile o presenza di patologie sistemiche.

    Anche il sonno entra in gioco

    Un altro risultato riguarda le abitudini del sonno. I pazienti che riferivano un ritmo del sonno irregolare mostravano un'intensità del dolore significativamente maggiore, con una differenza statisticamente rilevante rispetto a chi dichiarava un sonno regolare. Il risultato merita attenzione, ma non permette di stabilire un rapporto di causa-effetto. Lo studio ha infatti un disegno trasversale e fotografa le caratteristiche dei pazienti in un determinato periodo. Non è quindi possibile concludere che l'irregolarità del sonno provochi una maggiore intensità del dolore nei soggetti con probabile bruxismo. Allo stesso modo, i risultati non dimostrano che sia il dolore a determinare un sonno irregolare. Lo studio evidenzia semplicemente un'associazione tra i due fenomeni, che dovrà essere approfondita con ricerche specifiche.

    Le mappe come possibile strumento clinico

    L'utilizzo delle heat map rappresenta uno degli aspetti più interessanti del lavoro. Il dolore è per sua natura un'esperienza soggettiva e può risultare difficile descriverne con precisione distribuzione ed estensione. Consentire al paziente di indicare direttamente le aree interessate permette invece di raccogliere informazioni spaziali che possono integrare la tradizionale anamnesi. Le mappe del dolore potrebbero quindi contribuire a una valutazione più completa della sintomatologia, soprattutto quando questa coinvolge più regioni anatomiche. Lo studio non dimostra comunque che le heat map possano essere utilizzate per diagnosticare il bruxismo. Il loro interesse riguarda piuttosto la caratterizzazione e la visualizzazione del dolore riferito dal paziente.

    Una valutazione che non si ferma ai denti

    I risutati dello studio, pubblicato su BMC Oral Health, indicano dunque che nei pazienti con probabile bruxismo il dolore interessa prevalentemente la regione testa-collo, mentre la zona intraorale risulta meno frequentemente segnalata. Sesso femminile e irregolarità del sonno risultano inoltre associati a una maggiore intensità dolorosa. Il disegno trasversale dello studio e la definizione di probabile bruxismo basata su autovalutazione e segni clinici impongono comunque prudenza nell'interpretazione. Il lavoro offre però un'indicazione utile per la pratica odontoiatrica: quando si valuta un paziente con possibile bruxismo, l'attenzione al dolore dovrebbe estendersi oltre la cavità orale e comprendere l'intero distretto cranio-cervicale, insieme ad alcuni aspetti comportamentali come le abitudini del sonno.

    Rigenerazione della polpa, nuove prospettive dall’ipossia

    Rigenerazione della polpa

    Rigenerazione della polpa e ipossia potrebbero avere un legame più stretto di quanto si possa immaginare. La ridotta disponibilità di ossigeno, infatti, non rappresenta soltanto una condizione sfavorevole per le cellule, ma può attivare meccanismi biologici utili alla riparazione e alla rigenerazione dei tessuti. A fare il punto su questo campo di ricerca è un gruppo di ricercatori dell’Applied Oral Sciences and Community Dental Care, Faculty of Dentistry della University of Hong Kong. Gli autori dello studio hanno analizzato le conoscenze disponibili sul ruolo dell’ipossia e, in particolare, del fattore HIF-1α nella rigenerazione della polpa dentale.

    Un ambiente naturalmente povero di ossigeno

    La polpa dentale presenta caratteristiche anatomiche particolari. È racchiusa all’interno di pareti rigide di dentina e comunica con i tessuti circostanti principalmente attraverso il forame apicale. La disponibilità di ossigeno può quindi diventare limitata, soprattutto in presenza di infiammazione, danno vascolare o durante i processi rigenerativi. In questo ambiente entra in gioco HIF-1α, acronimo di Hypoxia-Inducible Factor 1-alpha. Si tratta di un fattore di trascrizione fondamentale per la capacità delle cellule di adattarsi alla carenza di ossigeno. La sua attivazione modifica numerose funzioni cellulari e può contribuire a creare condizioni favorevoli alla rigenerazione. L’ipossia, quindi, non deve essere considerata esclusivamente come un ostacolo. Se opportunamente controllata, potrebbe diventare uno stimolo biologico da sfruttare nelle strategie di endodonzia rigenerativa.

    Il ruolo delle cellule staminali della polpa

    Una parte importante delle ricerche riguarda le cellule staminali della polpa dentale, le cosiddette Dental Pulp Stem Cells (DPSC). Queste cellule possiedono capacità proliferative e possono differenziarsi in cellule coinvolte nella formazione dei tessuti dentali. Le evidenze analizzate dagli autori indicano che l’ipossia e l’attivazione di HIF-1α possono favorire la proliferazione delle DPSC e influenzarne la differenziazione odontogenica. Alla base di questi effetti vi sarebbero diversi meccanismi, tra cui la riprogrammazione metabolica e l’autofagia, un processo attraverso il quale le cellule degradano e riciclano alcuni dei propri componenti. La risposta, tuttavia, dipende dalle condizioni sperimentali. Concentrazione di ossigeno, durata dell’esposizione e caratteristiche delle cellule possono modificare gli effetti osservati. Per questo motivo, l’obiettivo non è semplicemente creare ipossia, ma comprenderne e controllarne con precisione l’intensità e la durata.

    Ipossia, angiogenesi e risposta immunitaria

    Uno dei problemi centrali della rigenerazione della polpa è la formazione di una nuova rete vascolare. Un tessuto rigenerato deve infatti ricevere rapidamente ossigeno e nutrienti per poter sopravvivere. Proprio in questo ambito l’ipossia potrebbe svolgere un ruolo favorevole. L’attivazione di HIF-1α influenza diversi segnali coinvolti nella neoangiogenesi e può quindi favorire la formazione di nuovi vasi sanguigni. Gli effetti riguardano anche il secretoma delle cellule staminali, cioè l’insieme delle molecole che queste cellule rilasciano nell’ambiente circostante. Tra queste figurano le vescicole extracellulari, capaci di trasportare proteine, lipidi e altre molecole biologicamente attive e di partecipare alla comunicazione tra cellule. L’azione dell’ipossia si estende inoltre alla modulazione della risposta immunitaria. Angiogenesi, infiammazione e rigenerazione sono infatti fenomeni strettamente collegati e il successo della rigenerazione della polpa dipende dall’equilibrio tra questi diversi processi.

    Come controllare HIF-1α

    La possibilità di intervenire sulla via HIF-1α apre diverse prospettive sperimentali. Una consiste nel precondizionamento ipossico, cioè nell’esporre le cellule a una quantità ridotta di ossigeno prima del loro utilizzo a fini rigenerativi. Un’altra strategia prevede l’impiego di sostanze capaci di imitare alcuni effetti biologici dell’ipossia. Tra quelle studiate figurano la deferoxamina (DFO) e il dimetilossalilglicina (DMOG). Questi agenti possono contribuire alla stabilizzazione di HIF-1α interferendo con i meccanismi che normalmente ne determinano la degradazione. Sono allo studio anche interventi di modulazione genica rivolti alle prolyl hydroxylase domain enzymes (PHD), enzimi coinvolti nella regolazione di HIF-1α. Agire su questi sistemi potrebbe consentire di prolungare o modulare l’attività del fattore inducibile dall’ipossia. Si tratta, tuttavia, di approcci che richiedono ancora approfondimenti prima di poter trovare una concreta applicazione clinica.

    Biomateriali per controllare l’ossigeno

    Una prospettiva apparentemente opposta, ma in realtà complementare, riguarda i biomateriali capaci di rilasciare ossigeno in maniera controllata. L’ipossia può infatti favorire alcuni processi rigenerativi, ma una carenza eccessiva o prolungata di ossigeno può compromettere la sopravvivenza cellulare. Il problema diventa quindi trovare un equilibrio. I biomateriali a rilascio controllato potrebbero contribuire a modulare il microambiente pulpare, evitando condizioni di ipossia eccessiva e, allo stesso tempo, permettendo di sfruttare i segnali biologici associati alla ridotta disponibilità di ossigeno. La regolazione temporale e spaziale dell’ossigenazione potrebbe così diventare una componente importante delle future strategie di ingegneria tissutale applicate alla polpa dentale.

    Dalla ricerca alla futura endodonzia rigenerativa

    Il lavoro, pubblicato sul Journal of Endodontics, analizza dunque le evidenze disponibili e le possibili strategie per sfruttare le vie biologiche associate all’ipossia nella rigenerazione della polpa. Il quadro che emerge mostra quanto il microambiente sia determinante per il successo delle procedure rigenerative. L’obiettivo futuro potrebbe non essere soltanto fornire cellule, scaffold o molecole bioattive, ma creare all’interno dello spazio pulpare condizioni biologiche capaci di guidare il comportamento delle cellule. La via HIF-1α rappresenta, in questo senso, un bersaglio particolarmente interessante. Precondizionamento ipossico, agenti che simulano l’ipossia, modulazione genica e biomateriali capaci di controllare la disponibilità di ossigeno costituiscono strategie ancora prevalentemente sperimentali, ma potrebbero contribuire allo sviluppo di nuovi approcci farmacologici e biomateriali per l’endodonzia rigenerativa. La sfida sarà trasformare questi meccanismi biologici in protocolli prevedibili e sicuri. L’ipossia, tradizionalmente considerata soprattutto una conseguenza negativa del danno tissutale, potrebbe così diventare, se adeguatamente modulata, uno degli strumenti attraverso cui favorire la rigenerazione della polpa dentale.

    Masticazione e attività cerebrale: un legame da approfondire

    Masticazione e attività cerebrale

    La masticazione e l'attività cerebrale sono strettamente correlate. Masticare infatti non coinvolge solo denti e muscoli, ma produce stimoli che raggiungono il cervello. Un gruppo di ricercatori della Meiji University di Kawasaki e della Niigata University, in Giappone, insieme ad altri centri universitari, ha studiato gli effetti cerebrali di un aumento abituale e consapevole degli atti masticatori. I risultati mostrano che modificare per un mese il proprio modo di masticare durante i pasti può aumentare l'attività di alcune aree della corteccia cerebrale durante la masticazione.

    Masticazione e attività cerebrale

    Diversi studi hanno suggerito una relazione tra funzione masticatoria e attività del sistema nervoso centrale. La masticazione determina infatti una serie di stimoli sensoriali e motori che raggiungono il cervello e può produrre, almeno temporaneamente, un aumento dell'attività della corteccia prefrontale. Rimaneva però da chiarire un altro aspetto. Gli effetti cerebrali si manifestano soltanto durante o immediatamente dopo la masticazione oppure è possibile modificare la risposta del cervello intervenendo in modo più stabile sulle abitudini masticatorie? I ricercatori hanno cercato di rispondere a questa domanda valutando gli effetti di un intervento finalizzato ad aumentare consapevolmente il numero degli atti masticatori durante i pasti.

    Un mese per modificare l'abitudine

    Lo studio ha coinvolto 41 giovani adulti di età compresa tra 21 e 31 anni, assegnati casualmente a due gruppi. I partecipanti del gruppo sperimentale hanno utilizzato per un mese un dispositivo indossabile che li aiutava ad aumentare consapevolmente il numero degli atti masticatori durante i pasti. Il gruppo di controllo non ha invece utilizzato il dispositivo e non ha ricevuto lo stesso intervento. Gli studiosi hanno valutato l'attività corticale durante la masticazione di chewing gum sia all'inizio sia immediatamente dopo il periodo sperimentale. Per effettuare le misurazioni hanno utilizzato la spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso (fNIRS), una tecnica non invasiva che permette di rilevare variazioni dell'ossigenazione cerebrale associate all'attività neuronale.

    Contare gli atti masticatori

    I ricercatori non si sono limitati a osservare il cervello. Hanno anche verificato se l'intervento fosse realmente riuscito a modificare il comportamento dei partecipanti. Per farlo hanno registrato il numero degli atti masticatori compiuti per consumare una porzione standardizzata di riso. La misurazione è stata effettuata prima dell'intervento, subito dopo il mese di sperimentazione e a distanza di tre mesi. Nel gruppo sperimentale il numero degli atti masticatori è aumentato significativamente al termine dell'intervento. Il dato più interessante riguarda però il follow-up: l'aumento risultava ancora presente tre mesi dopo. Nel gruppo di controllo non sono state invece osservate variazioni significative. Il risultato suggerisce quindi che un intervento relativamente breve, basato sull'attenzione consapevole alla masticazione, possa modificare un'abitudine e che il cambiamento possa persistere anche dopo la conclusione dell'esperimento.

    Una maggiore attività nella corteccia prefrontale

    Le misurazioni mediante fNIRS hanno mostrato anche differenze nell'attività cerebrale. Dopo l'intervento, il gruppo sperimentale presentava durante la masticazione una maggiore attivazione della corteccia prefrontale dorsolaterale e della corteccia premotoria rispetto al gruppo di controllo. Gli autori hanno inoltre rilevato una correlazione positiva tra l'aumento del numero degli atti masticatori e l'attività registrata in queste regioni. In altre parole, nei partecipanti che avevano modificato maggiormente il comportamento masticatorio si osservava anche una maggiore attività delle aree cerebrali considerate.

    Perché è interessante la corteccia prefrontale

    La corteccia prefrontale dorsolaterale svolge un ruolo importante in diverse funzioni cognitive superiori. Partecipa, tra l'altro, ai processi attentivi, alla memoria di lavoro e alle funzioni esecutive. La corteccia premotoria interviene invece nella preparazione e nel controllo del movimento. I risultati indicano quindi che un cambiamento del comportamento masticatorio può associarsi a modificazioni oggettivamente misurabili dell'attività di queste regioni durante la masticazione. Questo dato non consente però di concludere che masticare più a lungo migliori automaticamente le capacità cognitive. Lo studio ha misurato l'attività corticale durante un compito masticatorio, non un miglioramento generale di memoria, attenzione o altre prestazioni cognitive. La distinzione è importante per evitare di attribuire ai risultati un significato superiore a quello effettivamente dimostrato.

    Un possibile interesse anche nell'invecchiamento

    Il rapporto tra masticazione e funzione cerebrale assume particolare interesse considerando il progressivo invecchiamento della popolazione. La ricerca sta infatti studiando comportamenti quotidiani che possano contribuire al mantenimento delle funzioni cognitive senza richiedere attività particolarmente impegnative. La masticazione rappresenta da questo punto di vista un comportamento interessante perché fa parte della vita quotidiana. Tuttavia, i partecipanti allo studio avevano soltanto tra 21 e 31 anni. I risultati non possono quindi essere automaticamente trasferiti alla popolazione anziana, nella quale possono intervenire perdita dei denti, riduzione dell'efficienza masticatoria, protesi, condizioni sistemiche e modificazioni neurologiche legate all'età. Saranno necessari studi specifici per verificare se interventi analoghi possano determinare effetti comparabili anche negli anziani e, soprattutto, se le modificazioni dell'attività cerebrale possano associarsi a benefici cognitivi misurabili.

    Un legame da approfondire

    Lo studio, pubblicato sul Journal of Prosthodontic Research, offre però un dato già di per sé  interessante: un mese di masticazione intenzionale, sostenuta da un dispositivo indossabile, ha aumentato il numero degli atti masticatori e ha determinato una maggiore attivazione della corteccia prefrontale dorsolaterale e della corteccia premotoria durante la masticazione. Il lavoro aggiunge quindi un nuovo elemento allo studio delle relazioni tra funzione orale e sistema nervoso centrale. La capacità di modificare stabilmente un'abitudine masticatoria e di rilevarne contemporaneamente gli effetti a livello corticale apre prospettive interessanti. Resta però ancora da dimostrare il passaggio più importante: capire se queste modificazioni cerebrali possano produrre benefici cognitivi duraturi e clinicamente significativi. Fino ad allora, il risultato va interpretato come una nuova evidenza del fatto che masticazione e attività cerebrale sono strettamente connesse, non come la prova che masticare di più renda il cervello più efficiente.

    Micobatteri nelle linee idriche degli studi odontoiatrici

    Micobatteri

    Micobatteri presenti nella quasi totalità dei campioni analizzati nelle unità odontoiatriche di simulazione. È quanto emerge da uno studio condotto in Germania presso il Department for Operative Dentistry, Periodontology and Preventive Dentistry del Saarland University Hospital. I ricercatori hanno concentrato l'attenzione sui micobatteri non tubercolari (NTM), microrganismi ambientali che possono colonizzare gli impianti idrici e che, in determinate condizioni, possono causare infezioni.

    Il problema delle linee idriche

    Le linee idriche dei riuniti odontoiatrici rappresentano un ambiente particolarmente favorevole alla formazione del biofilm. Le tubazioni hanno infatti un diametro ridotto e un'ampia superficie interna rispetto al volume d'acqua che contengono. A questo si aggiungono periodi di ristagno, durante i quali i microrganismi possono aderire alle superfici e proliferare. Il problema assume particolare importanza perché l'acqua che attraversa questi circuiti viene utilizzata durante le procedure odontoiatriche. L'impiego di turbine e altri strumenti può trasformarla in aerosol, con una possibile esposizione sia per il paziente sia per gli operatori.

    Sotto esame 24 unità di simulazione

    Lo studio ha preso in considerazione 24 unità odontoiatriche di simulazione, distribuite in due sale collocate in edifici differenti. Quindici unità si trovavano nella prima sala e nove nella seconda. Tutte erano collegate alla rete idrica municipale. Le postazioni di simulazione vengono utilizzate dagli studenti durante la formazione preclinica e presentano caratteristiche simili a quelle dei normali riuniti. Esiste però una differenza importante: le unità analizzate non disponevano di un programma di disinfezione e venivano utilizzate con minore frequenza rispetto ai riuniti clinici. Questa condizione può determinare periodi più lunghi di stagnazione dell'acqua.

    Analizzati acqua e biofilm

    I ricercatori hanno prelevato campioni d'acqua dalle siringhe aria-acqua delle 24 postazioni. Hanno inoltre raccolto campioni dai normali rubinetti presenti nelle due sale. Prima del prelievo, le unità non sono state sottoposte a flushing, così da poter valutare le condizioni effettive dell'acqua presente nei circuiti. Nella seconda sala sono stati analizzati anche campioni di biofilm prelevati dalle tubazioni in silicone e dagli ingressi dell'acqua delle nove unità. I campioni sono stati sottoposti a coltura su terreni liquidi e solidi per otto settimane. Successivamente, specifici test molecolari hanno permesso di identificare le specie di micobatteri presenti.

    Contaminati 43 campioni su 44

    I risultati mostrano una contaminazione estremamente diffusa. I micobatteri sono stati rilevati in 43 dei 44 campioni esaminati. Anche 23 delle 24 unità di simulazione sono risultate positive, così come i campioni provenienti dai normali rubinetti. In totale, i ricercatori hanno registrato 48 rilevamenti e identificato tre diverse specie. Mycobacterium gordonae è risultato il più frequente, con 24 rilevamenti. Seguono Mycobacterium chelonae, individuato 17 volte, e Mycobacterium chimaera, rilevato in tre occasioni. In quattro casi non è stato possibile identificare con precisione la specie.

    Specie diverse nelle due sale

    La contaminazione complessiva dell'acqua non ha mostrato differenze statisticamente significative tra le due sale. Sono emerse, invece, alcune differenze nella distribuzione delle specie. M. gordonae è stato rilevato con maggiore frequenza nella prima sala, mentre M. chelonae è risultato più comune nella seconda. M. chimaera è stato identificato soltanto nei campioni della prima sala. Anche l'analisi del biofilm ha fornito indicazioni importanti. Tutti i 18 campioni prelevati nella seconda sala hanno mostrato crescita di micobatteri. Il dato conferma la capacità di questi microrganismi di colonizzare stabilmente le superfici interne dei circuiti idrici.

    Non tutti i micobatteri hanno la stessa rilevanza

    I micobatteri non tubercolari sono ampiamente diffusi nell'ambiente, soprattutto in quello acquatico. La loro presenza non equivale automaticamente a un rischio clinico elevato. Le diverse specie presentano infatti livelli differenti di patogenicità. M. gordonae, la specie più frequentemente individuata nello studio, viene generalmente considerato un micobatterio a bassa patogenicità. Altre specie richiedono maggiore attenzione. Gli autori ricordano, per esempio, che M. chimaera è stato associato in passato a infezioni correlate alla contaminazione di dispositivi utilizzati in ambito cardiochirurgico. Particolare interesse presenta anche M. chelonae, appartenente al gruppo dei micobatteri a crescita rapida. In generale, gli NTM possono causare infezioni soprattutto nei soggetti immunocompromessi. Inoltre, alcune specie riescono a sopravvivere anche in ambienti poveri di nutrienti e possono mostrare resistenza a diversi disinfettanti.

    Il ruolo della stagnazione dell'acqua

    Uno degli aspetti che meritano ulteriori approfondimenti riguarda proprio il ristagno dell'acqua. Le unità di simulazione vengono utilizzate meno frequentemente rispetto ai riuniti clinici. L'acqua può quindi restare all'interno delle tubazioni per periodi più lunghi, favorendo la formazione e la maturazione del biofilm. I ricercatori non hanno invece osservato differenze complessive significative riconducibili alle caratteristiche strutturali dei due ambienti. L'età differente degli edifici e delle relative tubazioni non sembra quindi sufficiente, sulla base di questi risultati, a spiegare il livello di contaminazione.

    Un problema che riguarda anche la pratica clinica

    Lo studio ha analizzato unità destinate alla formazione degli studenti e non normali riuniti utilizzati sui pazienti. Tuttavia, le caratteristiche dei circuiti idrici sono comparabili. Gli stessi ricercatori ricordano inoltre che una precedente indagine condotta presso il Saarland University Medical Centre aveva rilevato contaminazione da micobatteri nell'83% dei riuniti clinici esaminati. Il dato invita quindi a mantenere alta l'attenzione sulla gestione microbiologica delle dental unit waterlines. La formazione del biofilm, il ristagno dell'acqua e l'efficacia dei sistemi di disinfezione rappresentano aspetti centrali per limitare la contaminazione.

    Servono nuovi protocolli di prevenzione

    Lo studio, pubblicato su BMC Microbiology, suona dunque come un monito per gli studi odontoiatrici. Gli autori infatti sottolineano che, mentre esistono indicazioni specifiche per microrganismi come Legionella pneumophila e Pseudomonas aeruginosa, la contaminazione delle linee idriche odontoiatriche da micobatteri non è stata ancora studiata in modo altrettanto sistematico. Mancano quindi raccomandazioni specifiche per la prevenzione delle infezioni da NTM in questo contesto. E i risultati della ricerca qui descritti non permettono di stabilire direttamente il rischio di infezione per pazienti e operatori. Mostrano però quanto facilmente questi microrganismi possano colonizzare le linee idriche e il biofilm di cui queste infrastrutture sono dotate.

    Ozono nei siti implantari potrebbe favorire la stabilità secondaria

    Ozono e impianti dentali

    Ozono applicato direttamente nel sito implantare potrebbe favorire lo sviluppo della stabilità secondaria degli impianti dentali. È quanto suggerisce uno studio clinico randomizzato condotto presso la Facoltà di Odontoiatria dell'Adıyaman University, in Turchia. I ricercatori hanno valutato gli effetti dell’applicazione intraoperatoria di ozono gassoso nell’osteotomia, immediatamente prima del posizionamento implantare. I risultati mostrano un piccolo vantaggio nella stabilità a tre mesi, che gli stessi autori invitano però a interpretare con prudenza.

    Ozono applicato prima del posizionamento implantare

    Lo studio prospettico ha coinvolto 40 pazienti, equamente distribuiti tra uomini e donne, con un’età media di 46 anni. Complessivamente sono stati inseriti 106 impianti in siti edentuli bilateralmente simmetrici. Tutti gli impianti sono stati inclusi nell’analisi finale. I ricercatori hanno adottato un disegno split-mouth. In ogni paziente, un sito è stato assegnato al trattamento con ozono, mentre il sito controlaterale è stato utilizzato come controllo. I due gruppi comprendevano quindi 53 impianti ciascuno. Questo approccio permette di limitare l’influenza delle differenze individuali. Qualità dell’osso, capacità di guarigione e numerose altre caratteristiche biologiche sono infatti condivise dai due siti appartenenti allo stesso paziente. Dopo aver preparato l’osteotomia secondo il normale protocollo chirurgico, gli operatori hanno applicato ozono gassoso per 60 secondi nel sito destinato al trattamento. Il gas è stato erogato mediante uno specifico generatore e la sonda è stata mantenuta a circa un millimetro dalle pareti dell’osteotomia. Subito dopo è stato inserito l’impianto. Nei siti di controllo è stata eseguita la stessa procedura chirurgica, ma senza applicare ozono.

    La stabilità implantare misurata attraverso l’ISQ

    L’obiettivo principale consisteva nel valutare la variazione della stabilità implantare tra il momento dell’inserimento e il controllo a tre mesi. Gli autori hanno utilizzato l’analisi della frequenza di risonanza. Questa metodica permette di ottenere l’Implant Stability Quotient, o ISQ, un parametro utilizzato per valutare in maniera non invasiva la stabilità dell’impianto. Le misurazioni sono state effettuate immediatamente dopo il posizionamento e a distanza di tre mesi. I ricercatori hanno inoltre registrato il torque di inserimento e il dolore postoperatorio riferito dai pazienti.

    Nessuna differenza nella stabilità implantare primaria

    Al momento del posizionamento non sono emerse differenze significative tra gli impianti trattati con ozono e quelli di controllo. Anche il torque di inserimento è risultato sostanzialmente sovrapponibile. Questo dato appare particolarmente interessante nell’interpretazione dei risultati. L’ozono non sembra infatti modificare la stabilità primaria, che dipende soprattutto dalle caratteristiche meccaniche dell’inserimento, dalla qualità dell’osso e dalla geometria implantare. La differenza tra i due gruppi è comparsa invece durante il periodo di guarigione. In entrambi si è osservato un aumento significativo della stabilità nei tre mesi successivi alla chirurgia, ma l’incremento è risultato maggiore negli impianti trattati con ozono.

    Con l’ozono aumenta maggiormente l’ISQ

    Nel gruppo di controllo l’aumento medio dell’ISQ tra il posizionamento e il controllo a tre mesi è stato di 5,52 punti. Nel gruppo trattato con ozono ha invece raggiunto 7,92 punti. L’analisi principale ha quindi rilevato una differenza nell’incremento dell’ISQ di circa 2,4 punti a favore dell’ozono. Anche il valore assoluto dell’ISQ misurato dopo tre mesi è risultato significativamente superiore negli impianti sottoposti al trattamento. L’entità dell’effetto è stata comunque classificata come piccola-moderata. Gli autori sottolineano inoltre che una differenza di circa due punti ISQ difficilmente può essere considerata, da sola, determinante nelle decisioni cliniche.

    Un possibile effetto sulla stabilità secondaria

    Il fatto che i due gruppi mostrassero condizioni iniziali comparabili, per poi differenziarsi durante la guarigione, suggerisce secondo gli autori un possibile effetto dell’ozono sui processi biologici che portano alla stabilità secondaria. L’ozono è noto soprattutto per le sue proprietà antimicrobiche. Alcune ricerche sperimentali gli attribuiscono però anche possibili effetti sui processi di guarigione, sull’attività osteoblastica e sull’angiogenesi. Nel caso degli impianti dentali, queste caratteristiche potrebbero teoricamente contribuire alle prime fasi dell’osteointegrazione. Lo studio turco, tuttavia, ha misurato la stabilità implantare e non ha esaminato direttamente i processi biologici attraverso analisi istologiche. Non permette quindi di stabilire il meccanismo responsabile della differenza osservata. Anche la letteratura disponibile rimane limitata. Una precedente revisione sistematica aveva individuato soltanto cinque studi interventistici sull’ozono in implantologia e concludeva che le evidenze disponibili non permettevano ancora di raggiungere conclusioni definitive.

    Nessuna differenza nel dolore

    L’applicazione di ozono non ha invece prodotto differenze significative per quanto riguarda il dolore postoperatorio. I punteggi rilevati attraverso la scala VAS sono risultati simili nei due gruppi. Non sono stati inoltre registrati eventi avversi legati al trattamento. Nel contesto dello studio, l’applicazione intraoperatoria di ozono gassoso è risultata quindi ben tollerata.

    L’ozono resta per ora un possibile trattamento aggiuntivo

    Pubblicato sul Journal of Functional Biomaterials, lo studio indica dunque un possibile ruolo dell’ozono come trattamento aggiuntivo nelle prime fasi dell’osteointegrazione. L’applicazione intraoperatoria è stata associata a un incremento leggermente maggiore della stabilità implantare nei primi tre mesi. Le evidenze non sono però sufficienti per raccomandare l’impiego routinario dell’ozono nella chirurgia implantare. Il campione è relativamente limitato, l’entità dell’effetto è modesta e il risultato statistico varia in funzione del metodo di analisi utilizzato. Saranno quindi necessari studi clinici randomizzati più ampi e multicentrici. Resta soprattutto da stabilire se il piccolo vantaggio osservato nell’ISQ possa tradursi in benefici clinicamente rilevanti, come una migliore osteointegrazione, la possibilità di anticipare il carico o una maggiore sopravvivenza implantare nel lungo periodo.

    Eucalipto, una pianta destinata anche all’odontoiatria

    Eucalipto

    L'eucalipto, pianta nota soprattutto per il suo impiego in ambito medico nel trattamento delle lievi affezioni respiratorie, è divenuta oggetto di studi anche nel settore dentale. Una recente review realizzata da ricercatori di diverse istituzioni internazionali ha analizzato le conoscenze disponibili su questa specie vegetale, Eucalyptus globulus, mettendo in evidenza le sue possibili applicazioni in medicina e in odontoiatria, ma anche nel settore delle nanotecnologie. Il lavoro offre una panoramica delle evidenze scientifiche raccolte finora e suggerisce nuovi scenari per la prevenzione e il trattamento delle patologie del cavo orale.

    Un patrimonio di molecole bioattive

    L'eucalipto contiene numerosi composti biologicamente attivi. Tra questi spicca l'1,8-cineolo, conosciuto anche come eucaliptolo, insieme a flavonoidi, tannini e altri metaboliti secondari. Queste sostanze conferiscono alla pianta proprietà antimicrobiche, antinfiammatorie e antiossidanti già documentate in diversi ambiti della medicina. Secondo gli autori della review, proprio questa combinazione di attività biologiche rende l'eucalipto particolarmente interessante anche per l'odontoiatria. L'obiettivo non è sostituire le terapie consolidate, ma individuare nuovi agenti naturali che possano affiancare le strategie preventive e terapeutiche già disponibili.

    Un aiuto contro i batteri del cavo orale

    Uno degli aspetti più promettenti riguarda l'azione antibatterica dell'eucalipto. Diversi studi sperimentali hanno dimostrato che gli estratti della pianta e il suo olio essenziale sono in grado di limitare la crescita di alcuni tra i principali microrganismi coinvolti nelle patologie orali. Tra questi figura Streptococcus mutans, considerato uno dei principali responsabili dello sviluppo della carie. L'attività antimicrobica è stata osservata anche nei confronti di batteri strettamente associati alle malattie parodontali, come Porphyromonas gingivalis e Fusobacterium nucleatum. Gli autori sottolineano che questi risultati derivano soprattutto da studi di laboratorio. Tuttavia, le evidenze disponibili indicano che i composti dell'eucalipto potrebbero contribuire a ridurre la carica batterica e a rendere meno favorevole l'ambiente per la proliferazione dei microrganismi patogeni.

    Biofilm e infiammazione nel mirino

    L'efficacia dell'eucalipto non sembra limitarsi all'azione diretta contro i batteri. Un altro meccanismo di interesse riguarda la capacità di interferire con la formazione del biofilm orale. Questo rappresenta uno dei principali fattori alla base della comparsa e della progressione sia della carie sia delle malattie parodontali. La review evidenzia inoltre che alcuni componenti dell'eucalipto sono in grado di modulare la risposta infiammatoria dell'organismo. In particolare, l'eucaliptolo sembra ridurre la produzione di mediatori coinvolti nei processi infiammatori, contribuendo così a limitare il danno tissutale. Questa duplice azione, antimicrobica e antinfiammatoria, potrebbe spiegare il crescente interesse verso formulazioni destinate all'igiene orale, come dentifrici, collutori e gel ad uso topico.

    Possibili benefici per la guarigione dei tessuti

    La review prende in esame anche le proprietà antiossidanti dell'eucalipto. Lo stress ossidativo svolge infatti un ruolo importante nello sviluppo di molte patologie infiammatorie croniche, comprese quelle che interessano il parodonto. Alcuni studi suggeriscono che gli estratti della pianta possano favorire la riparazione dei tessuti molli e sostenere i processi di guarigione dopo un danno. Sebbene le prove disponibili siano ancora limitate, questi risultati aprono la strada a possibili applicazioni nella gestione post-operatoria e nel trattamento delle lesioni della mucosa orale. Gli autori invitano comunque alla prudenza. Le evidenze cliniche sono ancora insufficienti per formulare raccomandazioni terapeutiche definitive.

    Dalla fitoterapia alle nanotecnologie

    Uno degli aspetti più innovativi della review riguarda l'impiego dell'eucalipto nello sviluppo di nuovi biomateriali. I ricercatori descrivono infatti l'utilizzo degli estratti vegetali nella cosiddetta sintesi "green" di nanoparticelle metalliche. Questo approccio consente di ottenere nanoparticelle, in particolare di argento, attraverso processi più sostenibili rispetto ai metodi tradizionali. Le nanoparticelle così prodotte conservano proprietà antibatteriche che potrebbero essere sfruttate nello sviluppo di materiali dentali innovativi. Le possibili applicazioni comprendono rivestimenti implantari con maggiore resistenza alla colonizzazione batterica, materiali restaurativi dotati di attività antimicrobica e sistemi di rilascio controllato di principi attivi. Si tratta però di un settore ancora in fase sperimentale, che richiederà ulteriori studi prima dell'introduzione nella pratica clinica.

    Molte prospettive, ma servono studi clinici

    La review in oggetto, pubblicata sulla rivista internazionale Plants, rappresenta una sintesi aggiornata delle conoscenze disponibili sulle applicazioni dell'Eucalyptus globulus. Il quadro è incoraggiante, soprattutto per quanto riguarda il controllo del biofilm, la riduzione dell'infiammazione e lo sviluppo di nuovi biomateriali destinati all'odontoiatria. Gli stessi autori ricordano però che gran parte delle evidenze deriva da studi in vitro o da modelli sperimentali. Prima che queste applicazioni possano trovare spazio nella pratica clinica saranno necessari studi clinici controllati, capaci di confermare efficacia, sicurezza, dosaggi ottimali e modalità di utilizzo. Se tali risultati arriveranno, l'eucalipto potrebbe affiancare i protocolli tradizionali come risorsa naturale per la prevenzione e il trattamento delle principali patologie del cavo orale.

    Headgear cervicale, l’impiego precoce costa solo di più

    headgear cervicale

    Headgear cervicale adottato precocemente oppure in una fase più avanzata della dentizione mista? Uno studio condotto in Finlandia ha confrontato le due strategie, valutando non soltanto i risultati ortodontici, ma anche i costi, il numero di appuntamenti e il tempo alla poltrona. La ricerca ha coinvolto studiosi dell’University of Oulu e dell’Oulu University Hospital, con la partecipazione di ricercatori di altre istituzioni finlandesi. I risultati indicano che anticipare il trattamento ortodontico comporta un maggiore impiego di risorse senza produrre, sulla base degli indici considerati, un risultato clinico significativamente migliore. Un dato che riporta al centro dell’attenzione il momento più opportuno per intervenire nelle malocclusioni di Classe II.

    Due diversi momenti per iniziare con l'headgear cervicale

    Lo studio ha coinvolto 67 pazienti con malocclusione di Classe II, suddivisi in modo randomizzato in due gruppi. Nel gruppo sottoposto al trattamento precoce, composto da 33 partecipanti, l’headgear cervicale è stato applicato dopo l’eruzione dei primi molari permanenti superiori. Nel secondo gruppo, formato da 34 partecipanti, il trattamento è iniziato quasi due anni più tardi. L’età media all'inizio della terapia era rispettivamente di 7,8 e 9,7 anni. Il protocollo terapeutico era analogo nei due gruppi e il trattamento veniva proseguito fino al raggiungimento di una relazione molare di Classe I. Gli autori hanno quindi confrontato i risultati ottenuti nei due gruppi. Per la valutazione dell'outcome ortodontico hanno utilizzato il Peer Assessment Rating (PAR) e il Little’s Irregularity Index (LII).

    Più appuntamenti iniziando prima

    Le differenze più evidenti hanno riguardato l'impegno richiesto dal trattamento. Durante la terapia con headgear cervicale, i pazienti del gruppo precoce hanno effettuato in media 13,3 visite programmate, contro 10,4 nel gruppo trattato successivamente. La differenza è risultata statisticamente significativa. Il trattamento headgear cervicale precoce ha richiesto anche maggiori risorse professionali. I costi del personale durante la terapia sono stati infatti superiori nel primo gruppo. Anche il tempo complessivamente trascorso alla poltrona è aumentato quando il trattamento è stato avviato in età più precoce. Gli autori ipotizzano che il maggior numero di appuntamenti possa dipendere, almeno in parte, dalla necessità di prolungare l'utilizzo ridotto dell'apparecchio durante il follow-up. Iniziare quando rimane ancora una quota maggiore di crescita, quindi, può allungare il percorso terapeutico senza necessariamente migliorare il risultato finale.

    Costi superiori per il trattamento precoce

    La differenza emerge chiaramente anche sul piano economico. Considerando personale e materiali, durante il trattamento con headgear cervicale il costo medio è stato di 346 euro nel gruppo precoce e di 265 euro in quello trattato più tardi. Se si considera l'intero periodo preso in esame, i costi medi complessivi sono stati rispettivamente di 416 e 364 euro. La differenza è risultata statisticamente significativa. Gli autori sottolineano che la distanza economica tra le due strategie può apparire contenuta quando si considera il singolo paziente. Su una popolazione più ampia, però, l'impatto può diventare rilevante per il sistema sanitario. La valutazione economica, naturalmente, non può rappresentare l'unico criterio nella scelta del momento in cui iniziare una terapia ortodontica. Tuttavia, secondo i ricercatori, anche il consumo di risorse dovrebbe entrare nella pianificazione del trattamento.

    Risultati ortodontici comparabili

    Il dato clinicamente più interessante emerge dal confronto degli outcome. Alla fine del follow-up non sono state osservate differenze statisticamente significative tra i due gruppi nei punteggi PAR. Lo stesso risultato è emerso utilizzando il Little’s Irregularity Index, impiegato per quantificare l'irregolarità degli incisivi inferiori. Sulla base di questi due parametri, quindi, iniziare prima l'headgear cervicale non ha prodotto un risultato ortodontico complessivo migliore. Lo studio non mette però in discussione in termini assoluti l'utilità del trattamento precoce. Gli stessi autori ricordano che la letteratura ha individuato alcuni possibili vantaggi dell'intervento anticipato nelle malocclusioni di Classe II, tra cui la riduzione del rischio di trauma degli incisivi. La decisione clinica deve quindi tenere conto delle caratteristiche e delle necessità del singolo paziente.

    I limiti della ricerca

    Gli autori segnalano alcuni limiti. Lo studio sull'headgear cervicale non rappresenta una valutazione economica completa e, di conseguenza, non consente da solo di formulare indicazioni sulla distribuzione delle risorse sanitarie. Nel calcolo, per esempio, non sono stati considerati i costi indiretti sostenuti dalle famiglie, come l'eventuale perdita di ore lavorative dei genitori per accompagnare i figli agli appuntamenti. Sono stati esclusi anche i costi relativi a strutture, attrezzature e manutenzione, che possono variare sensibilmente tra differenti realtà sanitarie. Inoltre, l'effettivo utilizzo dell'headgear cervicaleda parte dei partecipanti non è stato monitorato. Non è quindi possibile conoscere con certezza il livello di aderenza alle indicazioni ricevute. Gli autori ricordano anche che i dati sono stati raccolti tra il 2004 e il 2012, mentre la pubblicazione dei risultati è avvenuta molti anni dopo.

    Il timing può fare la differenza sui costi

    I risutati dello studio, pubblicato su Acta Odontologica Scandinavica, suggeriscono comunque che, quando si prende in considerazione il trattamento con headgear cervicale durante la dentizione mista, posticiparne l'inizio verso la fase tardiva può rappresentare una scelta economicamente più efficiente. Il trattamento precoce ha infatti aumentato i costi, il numero degli appuntamenti e il tempo alla poltrona, senza determinare differenze significative nell'outcome ortodontico misurato attraverso PAR e LII. Il timing della terapia diventa così un elemento da valutare non soltanto sotto il profilo clinico, ma anche nell'ottica di un impiego più razionale delle risorse.

    Etica odontoiatrica: la proposta di un modello decisionale

    Etica odontoiatrica

    Etica odontoiatrica significa rispettare principi e regole professionali, ma questo potrebbe non essere sufficiente per affrontare le situazioni che caratterizzano l'odontoiatria contemporanea. È la riflessione proposta da Carlos S. Smith, del Department of Dental Public Health and Policy della Virginia Commonwealth University, negli Stati Uniti. L'autore invita a superare una concezione dell'etica basata prevalentemente sull'applicazione di principi astratti e propone un modello nel quale assumono maggiore importanza la relazione con il paziente, il contesto sociale, la fiducia e le condizioni nelle quali vengono realmente erogate le cure.

    Etica odontoiatrica, dai principi alla relazione

    L'etica odontoiatrica tradizionale si fonda su principi ormai consolidati. Tra questi rientrano autonomia, beneficenza, non maleficenza, giustizia e veridicità. Sono riferimenti essenziali per orientare il comportamento professionale e tutelare il paziente. Il problema, secondo Smith, nasce quando questi principi vengono considerati separatamente dalla realtà nella quale opera il professionista. L'odontoiatria è infatti cambiata. Nuovi modelli organizzativi, grandi strutture, pressioni economiche e obiettivi di produttività possono creare situazioni nelle quali il dentista deve conciliare le esigenze del paziente con quelle dell'organizzazione. Anche le disuguaglianze nell'accesso alle cure e le condizioni sociali ed economiche dei pazienti possono condizionare le decisioni. L'etica odontoiatrica, sostiene l'autore, deve riuscire a tenere conto anche di questi elementi.

    Che cos'è l'etica relazionale

    La proposta prende il nome di “relational ethics”, cioè etica relazionale. In questo modello, l'etica non rappresenta soltanto un insieme di principi che il professionista deve applicare. Nasce anche dalle relazioni che si creano tra odontoiatri, pazienti, collaboratori, istituzioni e comunità. Fiducia e reciprocità acquistano quindi un ruolo centrale. Lo stesso vale per la capacità di comprendere il contesto nel quale si trova il paziente. L'etica odontoiatrica diventa così qualcosa che si realizza concretamente durante l'incontro clinico. La decisione corretta non dipende soltanto dal trattamento indicato, ma anche dal modo in cui quella decisione viene costruita insieme alla persona.

    Etica odontoiatrica e rifiuto delle cure

    L'autore utilizza alcuni scenari clinici per mostrare la differenza tra i due approcci. Il primo riguarda un paziente con una grave malattia parodontale al quale vengono consigliate diverse estrazioni. Il paziente rifiuta. Un'applicazione essenziale dei principi dell'etica odontoiatrica porterebbe il professionista a spiegare rischi e benefici, verificare la comprensione delle informazioni e rispettare l'autonomia del paziente, documentandone il rifiuto. L'etica relazionale aggiunge però una domanda: perché quella persona non vuole sottoporsi alle estrazioni? Nello scenario proposto dall'autore emergono precedenti esperienze odontoiatriche traumatiche e una storia familiare segnata da cure vissute come coercitive. Il rifiuto non rappresenta più soltanto una decisione da registrare nella cartella clinica. Diventa il risultato di un'esperienza che condiziona la fiducia verso il dentista. Il professionista può allora procedere gradualmente, iniziando eventualmente con trattamenti non invasivi e costruendo nel tempo un rapporto che permetta di arrivare a una decisione condivisa.

    Estrarre un dente perché costa meno?

    Un secondo esempio porta l'etica odontoiatrica direttamente nella scelta terapeutica. Uno studente osserva un docente proporre l'estrazione di un elemento dentale che potrebbe essere restaurato. La motivazione è apparentemente pragmatica: estrarre il dente costa meno, richiede meno tempo e il paziente ha poche risorse economiche. Si presume inoltre che difficilmente riuscirà a mantenere il restauro nel tempo. Per Smith il problema non riguarda soltanto la scelta tra estrazione e terapia conservativa. Riguarda il presupposto sul quale viene presa la decisione. Il rischio è stabilire anticipatamente quale trattamento meriti un paziente sulla base delle sue condizioni socioeconomiche, limitandone di fatto la possibilità di partecipare alla scelta. L'etica odontoiatrica relazionale richiede invece di spiegare apertamente possibilità e limiti, discutere le alternative e conoscere preferenze e obiettivi della persona prima di decidere.

    Etica odontoiatrica e barriere linguistiche

    Un altro scenario riguarda una paziente che non parla fluentemente la lingua del dentista e arriva nello studio accompagnata dalla figlia, che assume informalmente il ruolo di interprete. Il professionista deve ottenere il consenso per un intervento parodontale. Ha poco tempo e affida alla figlia la traduzione delle informazioni. La paziente sembra acconsentire, ma successivamente manifesta paura e confusione e non si presenta all'appuntamento. Da un punto di vista formale, il consenso potrebbe sembrare acquisito. Secondo l'etica odontoiatrica relazionale, invece, bisogna domandarsi se siano state realmente create le condizioni necessarie perché la paziente potesse comprendere. La soluzione proposta passa anche attraverso il ricorso a un interprete qualificato. L'obiettivo non è soltanto trasferire correttamente le informazioni, ma permettere alla persona di partecipare consapevolmente alle decisioni sulla propria salute.

    Quando la produttività condiziona il dentista

    Smith affronta anche un aspetto particolarmente attuale: le pressioni legate alla produttività. In un sistema ad alto volume di prestazioni, obiettivi economici, tempi ridotti e necessità di contenere i costi possono entrare in conflitto con le esigenze dei professionisti e dei pazienti. L'autore non sostiene che produttività ed etica odontoiatrica siano incompatibili. Il problema nasce quando gli obiettivi organizzativi diventano predominanti e finiscono per modificare le decisioni cliniche o la qualità delle relazioni all'interno del team. L'etica relazionale allarga infatti il campo anche ai rapporti tra colleghi e collaboratori. Un ambiente professionale rispettoso delle esigenze di chi vi lavora contribuisce, secondo questa prospettiva, anche alla qualità dell'assistenza offerta ai pazienti.

    Etica odontoiatrica, un modello per decidere

    L'articolo non si limita alla riflessione teorica. Smith propone un modello decisionale di etica odontoiatrica relazionale pensato per studenti, professionisti e istituzioni. Il modello invita a considerare non soltanto il problema clinico, ma anche il contesto dell'incontro. Occorre ascoltare l'esperienza del paziente, riconoscere eventuali squilibri nelle relazioni e individuare i fattori sociali e organizzativi che possono influenzare la decisione. Professionista e paziente possono quindi costruire insieme le possibili soluzioni, valutandone anche le conseguenze sul piano dell'equità e della fiducia. Non si tratta, precisa l'autore, di una nuova checklist da applicare meccanicamente. È piuttosto uno strumento di riflessione che sposta l'attenzione dalle sole regole alla relazione nella quale nasce la decisione clinica.

    Dalla teoria alla pratica quotidiana

    L'articolo, pubblicato su Frontiers in Dental Medicine, propone quindi un modello teorico-pratico che dovrà essere ulteriormente valutato e sviluppato attraverso la ricerca. Il messaggio centrale riguarda però direttamente la pratica quotidiana. L'etica odontoiatrica non dovrebbe esaurirsi nel rispetto formale di principi e codici professionali. Autonomia, beneficenza, non maleficenza, giustizia e veridicità restano fondamentali, ma devono confrontarsi con persone che hanno storie, possibilità economiche, paure e aspettative differenti. In questa prospettiva, una buona etica odontoiatrica non si misura soltanto dalla correttezza della decisione clinica. Perché conta anche il percorso attraverso il quale odontoiatra e paziente arrivano a quella decisione. Ascolto, fiducia, trasparenza e partecipazione diventano così parte integrante della qualità della cura.

    Crioterapia intracanalare, meno dolore dopo la terapia endodontica

    crioterapia endocanalare

    Crioterapia intracanalare per ridurre il dolore nelle ore successive alla terapia canalare. Una revisione sistematica con meta-analisi ha valutato l’efficacia dell’impiego di soluzioni irriganti fredde come supporto al trattamento endodontico. Lo studio è stato realizzato da un gruppo di ricercatori afferenti allo Shaoxing People's Hospital, nella provincia cinese dello Zhejiang. I risultati indicano un possibile vantaggio soprattutto nelle prime 48 ore dopo il trattamento.

    Il dolore dopo il trattamento endodontico

    Il dolore postoperatorio rappresenta una delle complicanze più comuni della terapia canalare. La sua incidenza varia considerevolmente tra gli studi e può compromettere il comfort del paziente, oltre ad aumentare ansia e necessità di assumere farmaci analgesici. La risposta dolorosa dipende da diversi fattori. Tra questi rientrano la condizione pulpare e periapicale iniziale, le procedure di strumentazione e irrigazione e la risposta infiammatoria individuale. Il controllo farmacologico si basa principalmente sull'impiego di analgesici e farmaci antinfiammatori. Negli ultimi anni, tuttavia, la ricerca ha rivolto maggiore attenzione anche a strategie non farmacologiche. Tra queste figura la crioterapia intracanalare.

    Come funziona la crioterapia intracanalare

    La tecnica prevede l'impiego, durante le procedure endodontiche, di soluzioni irriganti portate a basse temperature. Il raffreddamento locale può esercitare un'azione sulla risposta infiammatoria e sui meccanismi coinvolti nella trasmissione del dolore. Secondo gli autori della revisione, il freddo determina vasocostrizione, riduce l'attività metabolica cellulare e limita il rilascio di mediatori proinfiammatori, tra cui prostaglandine e bradichinina. Può inoltre interferire con l'attività dei canali TRPV1 e rallentare la trasmissione degli stimoli dolorosi attraverso le fibre nervose. Negli studi considerati sono state utilizzate soluzioni a temperature generalmente comprese tra 1,5 e 4 °C. Il protocollo più frequente prevedeva soluzione fisiologica raffreddata a 2,5 °C.

    Sedici studi e quasi 1.500 pazienti

    I ricercatori hanno effettuato una ricerca sistematica su PubMed, Web of Science, Cochrane Library ed Embase, prendendo in considerazione gli studi disponibili fino al 10 marzo 2025. La selezione finale ha incluso 16 studi clinici randomizzati, pubblicati tra il 2016 e il 2024, per un totale di 1.479 pazienti. Sei studi erano stati condotti in India, quattro in Turchia, due in Arabia Saudita, due in Iran, uno in Messico e uno negli Stati Uniti. La maggior parte dei partecipanti era costituita da adulti con pulpite irreversibile, sintomatica o asintomatica, oppure con parodontite apicale. In 14 studi il dolore è stato valutato mediante Visual Analog Scale (VAS), mentre due studi hanno utilizzato la Numerical Rating Scale (NRS).

    Crioterapia intracanalare e rischio di dolore

    Quattro degli studi inclusi hanno permesso di valutare direttamente l'incidenza del dolore postoperatorio. L'analisi combinata mostra una riduzione significativa nei pazienti sottoposti a crioterapia intracanalare. Il rischio relativo è risultato pari a 0,72 rispetto all'irrigazione convenzionale a temperatura ambiente. Il dato corrisponde a una riduzione relativa del rischio di dolore postoperatorio di circa il 28%. La meta-analisi ha inoltre considerato l'intensità del dolore a differenti intervalli di tempo. A sei ore dal trattamento la crioterapia intracanalare ha prodotto una riduzione significativa del dolore rispetto ai gruppi di controllo. Il beneficio è rimasto statisticamente significativo anche dopo 24 e 48 ore. Proprio questo intervallo temporale coincide con la fase nella quale la risposta infiammatoria acuta successiva al trattamento tende a essere maggiormente evidente.

    Un effetto soprattutto nelle prime 48 ore

    A 72 ore la meta-analisi ha rilevato ancora un effetto analgesico, ma il risultato appare meno solido. L'analisi di sensibilità ha infatti mostrato che, eliminando uno degli studi, la differenza rispetto ai controlli non risultava più statisticamente significativa. La crioterapia intracanalare sembra quindi esercitare il proprio effetto soprattutto sul dolore postoperatorio precoce. Questo dato appare coerente con il suo possibile meccanismo d'azione, legato principalmente alla modulazione dell'infiammazione acuta e della trasmissione periferica del dolore. Dal punto di vista clinico, la tecnica presenta inoltre un elemento interessante: può essere integrata nelle procedure endodontiche senza ricorrere necessariamente a un'ulteriore terapia farmacologica. Gli autori ipotizzano anche una possibile riduzione del ricorso agli analgesici, anche se questo aspetto richiede ulteriori conferme.

    Mancano ancora protocolli standardizzati

    I risultati devono comunque essere interpretati con prudenza. Gli studi inclusi presentavano differenze per caratteristiche dei pazienti, tipologia dei denti trattati, sintomatologia iniziale e modalità di applicazione della crioterapia intracanalare. Non esiste inoltre un protocollo universalmente condiviso. La temperatura di 2,5 °C è stata quella maggiormente utilizzata, ma altri studi hanno adottato temperature differenti. Variavano anche il tipo di irrigante e le modalità di applicazione. Gli autori segnalano inoltre alcuni limiti metodologici. Diversi studi comprendevano campioni relativamente piccoli e in alcuni casi mancavano informazioni dettagliate sul mascheramento dei partecipanti e degli operatori e sull'occultamento dell'assegnazione ai gruppi. Questi elementi potrebbero aver influenzato la stima dell'effetto.

    Una strategia promettente in endodonzia

    Nel complesso, i risultati di questo studio, pubblicato su Lasers in Medical Science, indicano che la crioterapia intracanalare può rappresentare una strategia aggiuntiva promettente per ridurre l'incidenza e l'intensità del dolore nelle prime 48 ore dopo la terapia canalare. Prima di arrivare a indicazioni cliniche definitive serviranno però studi randomizzati più ampi e metodologicamente rigorosi. Sarà soprattutto necessario definire protocolli condivisi per temperatura, durata dell'applicazione e tipo di soluzione irrigante. La crioterapia intracanalare appare quindi una soluzione interessante e relativamente semplice, ma la sua integrazione sistematica nei protocolli endodontici richiede ancora una migliore standardizzazione delle evidenze disponibili.

    Adempimenti e scadenze del mese di settembre

    Adempimenti e scadenze

    A settembre le date da tenere d’occhio sono soprattutto tre: il 10, il 16 e il 30.
    Entro il 10 settembre è ancora possibile controllare e correggere l’elenco predisposto dall’Agenzia delle Entrate delle fatture elettroniche del secondo trimestre sulle quali risulta dovuta l’imposta di bollo. Il pagamento dovrà poi essere effettuato entro il 30 settembre. L’adempimento riguarda, in particolare, i dentisti e gli igienisti dentali che fatturano prestazioni a colleghi o strutture e gli odontotecnici.
    Il 16 settembre si concentrano i consueti versamenti mensili relativi a dipendenti, collaboratori, ritenute, contributi e IVA, oltre alle rate delle imposte risultanti dalle dichiarazioni. Per i datori di lavoro con non più di cinque dipendenti che hanno scelto il nuovo sistema facoltativo, scade anche l’invio del prospetto mensile delle ritenute e trattenute, utilizzato in alternativa al modello 770 annuale.
    A fine mese torna inoltre la LIPE, ossia la comunicazione della liquidazione IVA relativa al secondo trimestre, per i contribuenti interessati.
    Sul fronte Enpam, il 30 settembre scade una rata della Quota A per chi ha scelto il pagamento rateale mediante domiciliazione bancaria. Nella stessa data le società che operano nel settore odontoiatrico devono versare il contributo dello 0,5% sul fatturato odontoiatrico prodotto nel 2025. È una contribuzione da sempre poco gradita ai soci di queste società e che ha suscitato proteste e iniziative di contestazione, rimaste però senza risultati concreti: l’obbligo è tuttora pienamente in vigore.

    Agenzia delle Entrate

    Giovedì 10 settembre

    Comunicazioni

    • Imposta di bollo sulle fatture elettroniche del trimestre aprile-giugno: scade oggi il termine per modificare, nell’area riservata del portale “Fatture e Corrispettivi”, l’elenco delle fatture elettroniche inviate tramite SDI che, pur non riportando l’indicazione dell’assolvimento dell’imposta di bollo, sono state individuate dall’Agenzia delle Entrate come soggette al tributo. Il contribuente che ritenga insussistenti i presupposti per l’applicazione dell’imposta relativamente a una o più fatture integrate dall’Agenzia può eliminarle dall’elenco entro la data odierna.

    Martedì 15 settembre

    Adempimenti contabili

    • Fatture emesse: termine ultimo per annotare nell’apposito registro IVA, secondo l’ordine della numerazione, le fatture relative alle operazioni effettuate nel mese precedente nei confronti dei clienti;
    • Fatture differite: termine ultimo per emettere le fatture differite relative alle operazioni effettuate nel mese precedente. Per gli importi incassati dal medesimo paziente e non ancora fatturati, purché adeguatamente documentati e tracciabili, è possibile emettere entro oggi questa particolare fattura;
    • Acquisti intracomunitari, annotazione: termine ultimo per annotare nel registro delle vendite e in quello degli acquisti, previa integrazione, le fatture ricevute nel mese precedente, con riferimento al medesimo mese

    Comunicazioni

    • “Esterometro”: scade oggi il termine per inviare tramite lo SDI, il servizio pubblico per l’invio delle fatture elettroniche, la comunicazione dei dati delle operazioni transfrontaliere passive, relative ad acquisti di beni e servizi da operatori: UE la cui fattura è stata ricevuta nel mese precedente; extra UE, se l’operazione è stata effettuata nel mese precedente;

    Regolarizzazioni

    • Acquisti intracomunitari, mancanza di fattura: termine entro il quale i soggetti che, nel terzo mese precedente a quello cui si riferisce lo scadenziario, hanno effettuato acquisti intracomunitari di beni o servizi senza ricevere la relativa fattura devono emettere autofattura per regolarizzare l’operazione;
    • Acquisti intracomunitari, fattura di importo inferiore: termine entro il quale i soggetti che hanno ricevuto una fattura recante un corrispettivo inferiore a quello reale devono emettere autofattura integrativa, con riferimento alle fatture annotate nel mese precedente.

    Mercoledì 16 settembre

    Comunicazioni “dati aggiuntivi”

    • Datori di lavoro con non più di cinque dipendenti al 31 dicembre dell’anno precedente: per coloro che si avvalgono del regime facoltativo, scade oggi il termine per trasmettere, unitamente al modello F24 utilizzato per il versamento delle ritenute mensili, il modello denominato “Prospetto delle ritenute/trattenute operate”, contenente i dati relativi alle ritenute e alle trattenute operate nel mese precedente sui redditi di lavoro dipendente o autonomo e sui redditi assimilati. La trasmissione mensile del prospetto sostituisce la presentazione del modello 770 annuale per i dati così comunicati

    Versamenti

    • Conguagli addizionali regionale e comunale all’Irpef, versamento della rata delle addizionali relative ai conguagli di fine anno dei redditi di lavoro dipendente e assimilati;
    • Acconto addizionale comunale all’Irpef, versamento della rata dell’addizionale relativa ai redditi di lavoro dipendente e assimilati;
    • Ritenuta d’acconto Irpef lavoro autonomo e lavoro dipendente. Versamento delle ritenute operate sui compensi di lavoro autonomo e dipendente corrisposti nel mese precedente;
    • Irpef e addizionali, regionali e comunali. Versamento delle ritenute operate sui compensi di lavoro autonomo corrisposti nel mese precedente e sui compensi per lavoro dipendente del mese precedente;
    • Imposta sostitutiva, dell’Irpef e addizionali regionali e comunali, sulle somme erogate ai dipendenti, nel mese precedente, in relazione a incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione;
    • Iva mensile, contribuenti mensili non forfetari, i forfetari per le operazioni di cui risultano debitori dell’imposta, versamento dell'Iva dovuta relativa al mese precedente;
    • Versamento rateale delle imposte risultanti dalle dichiarazioni dei redditi del 2026: (IRPEF e relative addizionali regionali e comunali, imposta sostitutiva dovuta dai contribuenti forfetari, IVIE, IVAFE, IRES delle società di capitali con esercizio coincidente con l’anno solare e IRAP per i soggetti tenuti al pagamento): scade la quarta, la terza oppure la seconda rata, in base alla data dalla quale è iniziata la rateazione. La scadenza riguarda i contribuenti che hanno scelto di versare a rate le imposte dovute a saldo per il 2025 e in acconto per il 2026;
    • IVA versamento rateale del saldo relativo al 2025 risultante dalla dichiarazione IVA 2026, l’eventuale saldo Iva risultante dalla dichiarazione annuale presentata, può essere versato anche in forma rateale. In tal caso il termine odierno riguarda la settima rata per i soggetti che hanno versato la prima rata entro il 16/3/2026; la quarta rata per i soggetti che hanno versato la prima rata entro il 30/6/2026; la terza rata per i soggetti che hanno versato la prima rata entro il 30/7/2026.

    Mercoledì 30 settembre

    Comunicazioni

    • Liquidazione trimestrale IVA, relativa al secondo trimestre del 2026, obbligo l’invio telematico per i contribuenti non forfetari. Sono esonerati da questo adempimento i soggetti passivi IVA che abbiano registrato esclusivamente operazioni esenti ai fini IVA; i soggetti che si avvalgono del regime forfetario;

    Versamenti

    • Imposta di bollo sulle fatture elettroniche - Trimestre aprile-giugno. Versamento dell’imposta di bollo per le fatture elettroniche emesse nel trimestre aprile 2026-giugno 2026. L’ammontare dell’imposta dovuta, anche a seguito dell’integrazione delle fatture trasmesse, è reso noto dall’Agenzia delle Entrate nell’area riservata del portale “Fatture e Corrispettivi”. In data odierna scade anche il termine per il versamento dell’imposta di bollo relativa al trimestre gennaio – marzo, qualora l’ammontare dovuto fosse stato inferiore a 5.000 euro. Si ricorda che nel caso in cui l’ammontare dell’imposta di bollo dovuta per i trimestri gennaio-marzo e aprile-giugno sia complessivamente inferiore a 5.000,00 euro, il versamento può essere effettuato per entrambi i trimestri entro il 30/11/2026.

    Inps

    Mercoledì 16 settembre

    Versamenti

    • Contributi previdenziali obbligatori a carico del datore e del dipendente e oneri sociali sugli stipendi dei dipendenti del mese precedente;
    • Contributi della “Gestione separata”, versamento delle quote a carico dei committenti di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa e alle società che corrispondono compensi agli amministratori relative ai compensi corrisposti nel mese precedente;
    • Contributi della “Gestione artigiani”, (interessa gli odontotecnici), versamento seconda, terza o quarta rata a seconda della data di inizio della rateazione dei contributi dovuti a saldo per il 2025 e in acconto per il 2026.

    Enpam

    Mercoledì 30 settembre

    Versamenti

    • Quota A, scade una rata per chi avesse scelto questa modalità di versamento del contributo obbligatorio tramite la domiciliazione bancaria.
    • 0,5% del fatturato 2025 per le società, le società che operano nel settore odontoiatrico le cui strutture siano dotate di un direttore sanitario iscritto all'albo degli odontoiatri devono versare alla Quota B del Fondo di previdenza generale dell’Enpam un contributo dello 0,5% del fatturato. Sono tenute a questo versamento contributivo anche le strutture polispecialistiche solo per il fatturato prodotto con le prestazioni odontoiatriche. Nel fatturato imponibile va considerato anche il trattamento di igiene dentale, perché è un’attività svolta sotto la vigilanza e la direzione sanitaria dell’odontoiatra.

     

     

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