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Adempimenti e scadenze del mese di settembre

Adempimenti e scadenze

A settembre le date da tenere d’occhio sono soprattutto tre: il 10, il 16 e il 30.
Entro il 10 settembre è ancora possibile controllare e correggere l’elenco predisposto dall’Agenzia delle Entrate delle fatture elettroniche del secondo trimestre sulle quali risulta dovuta l’imposta di bollo. Il pagamento dovrà poi essere effettuato entro il 30 settembre. L’adempimento riguarda, in particolare, i dentisti e gli igienisti dentali che fatturano prestazioni a colleghi o strutture e gli odontotecnici.
Il 16 settembre si concentrano i consueti versamenti mensili relativi a dipendenti, collaboratori, ritenute, contributi e IVA, oltre alle rate delle imposte risultanti dalle dichiarazioni. Per i datori di lavoro con non più di cinque dipendenti che hanno scelto il nuovo sistema facoltativo, scade anche l’invio del prospetto mensile delle ritenute e trattenute, utilizzato in alternativa al modello 770 annuale.
A fine mese torna inoltre la LIPE, ossia la comunicazione della liquidazione IVA relativa al secondo trimestre, per i contribuenti interessati.
Sul fronte Enpam, il 30 settembre scade una rata della Quota A per chi ha scelto il pagamento rateale mediante domiciliazione bancaria. Nella stessa data le società che operano nel settore odontoiatrico devono versare il contributo dello 0,5% sul fatturato odontoiatrico prodotto nel 2025. È una contribuzione da sempre poco gradita ai soci di queste società e che ha suscitato proteste e iniziative di contestazione, rimaste però senza risultati concreti: l’obbligo è tuttora pienamente in vigore.

Agenzia delle Entrate

Giovedì 10 settembre

Comunicazioni

  • Imposta di bollo sulle fatture elettroniche del trimestre aprile-giugno: scade oggi il termine per modificare, nell’area riservata del portale “Fatture e Corrispettivi”, l’elenco delle fatture elettroniche inviate tramite SDI che, pur non riportando l’indicazione dell’assolvimento dell’imposta di bollo, sono state individuate dall’Agenzia delle Entrate come soggette al tributo. Il contribuente che ritenga insussistenti i presupposti per l’applicazione dell’imposta relativamente a una o più fatture integrate dall’Agenzia può eliminarle dall’elenco entro la data odierna.

Martedì 15 settembre

Adempimenti contabili

  • Fatture emesse: termine ultimo per annotare nell’apposito registro IVA, secondo l’ordine della numerazione, le fatture relative alle operazioni effettuate nel mese precedente nei confronti dei clienti;
  • Fatture differite: termine ultimo per emettere le fatture differite relative alle operazioni effettuate nel mese precedente. Per gli importi incassati dal medesimo paziente e non ancora fatturati, purché adeguatamente documentati e tracciabili, è possibile emettere entro oggi questa particolare fattura;
  • Acquisti intracomunitari, annotazione: termine ultimo per annotare nel registro delle vendite e in quello degli acquisti, previa integrazione, le fatture ricevute nel mese precedente, con riferimento al medesimo mese

Comunicazioni

  • “Esterometro”: scade oggi il termine per inviare tramite lo SDI, il servizio pubblico per l’invio delle fatture elettroniche, la comunicazione dei dati delle operazioni transfrontaliere passive, relative ad acquisti di beni e servizi da operatori: UE la cui fattura è stata ricevuta nel mese precedente; extra UE, se l’operazione è stata effettuata nel mese precedente;

Regolarizzazioni

  • Acquisti intracomunitari, mancanza di fattura: termine entro il quale i soggetti che, nel terzo mese precedente a quello cui si riferisce lo scadenziario, hanno effettuato acquisti intracomunitari di beni o servizi senza ricevere la relativa fattura devono emettere autofattura per regolarizzare l’operazione;
  • Acquisti intracomunitari, fattura di importo inferiore: termine entro il quale i soggetti che hanno ricevuto una fattura recante un corrispettivo inferiore a quello reale devono emettere autofattura integrativa, con riferimento alle fatture annotate nel mese precedente.

Mercoledì 16 settembre

Comunicazioni “dati aggiuntivi”

  • Datori di lavoro con non più di cinque dipendenti al 31 dicembre dell’anno precedente: per coloro che si avvalgono del regime facoltativo, scade oggi il termine per trasmettere, unitamente al modello F24 utilizzato per il versamento delle ritenute mensili, il modello denominato “Prospetto delle ritenute/trattenute operate”, contenente i dati relativi alle ritenute e alle trattenute operate nel mese precedente sui redditi di lavoro dipendente o autonomo e sui redditi assimilati. La trasmissione mensile del prospetto sostituisce la presentazione del modello 770 annuale per i dati così comunicati

Versamenti

  • Conguagli addizionali regionale e comunale all’Irpef, versamento della rata delle addizionali relative ai conguagli di fine anno dei redditi di lavoro dipendente e assimilati;
  • Acconto addizionale comunale all’Irpef, versamento della rata dell’addizionale relativa ai redditi di lavoro dipendente e assimilati;
  • Ritenuta d’acconto Irpef lavoro autonomo e lavoro dipendente. Versamento delle ritenute operate sui compensi di lavoro autonomo e dipendente corrisposti nel mese precedente;
  • Irpef e addizionali, regionali e comunali. Versamento delle ritenute operate sui compensi di lavoro autonomo corrisposti nel mese precedente e sui compensi per lavoro dipendente del mese precedente;
  • Imposta sostitutiva, dell’Irpef e addizionali regionali e comunali, sulle somme erogate ai dipendenti, nel mese precedente, in relazione a incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione;
  • Iva mensile, contribuenti mensili non forfetari, i forfetari per le operazioni di cui risultano debitori dell’imposta, versamento dell'Iva dovuta relativa al mese precedente;
  • Versamento rateale delle imposte risultanti dalle dichiarazioni dei redditi del 2026: (IRPEF e relative addizionali regionali e comunali, imposta sostitutiva dovuta dai contribuenti forfetari, IVIE, IVAFE, IRES delle società di capitali con esercizio coincidente con l’anno solare e IRAP per i soggetti tenuti al pagamento): scade la quarta, la terza oppure la seconda rata, in base alla data dalla quale è iniziata la rateazione. La scadenza riguarda i contribuenti che hanno scelto di versare a rate le imposte dovute a saldo per il 2025 e in acconto per il 2026;
  • IVA versamento rateale del saldo relativo al 2025 risultante dalla dichiarazione IVA 2026, l’eventuale saldo Iva risultante dalla dichiarazione annuale presentata, può essere versato anche in forma rateale. In tal caso il termine odierno riguarda la settima rata per i soggetti che hanno versato la prima rata entro il 16/3/2026; la quarta rata per i soggetti che hanno versato la prima rata entro il 30/6/2026; la terza rata per i soggetti che hanno versato la prima rata entro il 30/7/2026.

Mercoledì 30 settembre

Comunicazioni

  • Liquidazione trimestrale IVA, relativa al secondo trimestre del 2026, obbligo l’invio telematico per i contribuenti non forfetari. Sono esonerati da questo adempimento i soggetti passivi IVA che abbiano registrato esclusivamente operazioni esenti ai fini IVA; i soggetti che si avvalgono del regime forfetario;

Versamenti

  • Imposta di bollo sulle fatture elettroniche - Trimestre aprile-giugno. Versamento dell’imposta di bollo per le fatture elettroniche emesse nel trimestre aprile 2026-giugno 2026. L’ammontare dell’imposta dovuta, anche a seguito dell’integrazione delle fatture trasmesse, è reso noto dall’Agenzia delle Entrate nell’area riservata del portale “Fatture e Corrispettivi”. In data odierna scade anche il termine per il versamento dell’imposta di bollo relativa al trimestre gennaio – marzo, qualora l’ammontare dovuto fosse stato inferiore a 5.000 euro. Si ricorda che nel caso in cui l’ammontare dell’imposta di bollo dovuta per i trimestri gennaio-marzo e aprile-giugno sia complessivamente inferiore a 5.000,00 euro, il versamento può essere effettuato per entrambi i trimestri entro il 30/11/2026.

Inps

Mercoledì 16 settembre

Versamenti

  • Contributi previdenziali obbligatori a carico del datore e del dipendente e oneri sociali sugli stipendi dei dipendenti del mese precedente;
  • Contributi della “Gestione separata”, versamento delle quote a carico dei committenti di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa e alle società che corrispondono compensi agli amministratori relative ai compensi corrisposti nel mese precedente;
  • Contributi della “Gestione artigiani”, (interessa gli odontotecnici), versamento seconda, terza o quarta rata a seconda della data di inizio della rateazione dei contributi dovuti a saldo per il 2025 e in acconto per il 2026.

Enpam

Mercoledì 30 settembre

Versamenti

  • Quota A, scade una rata per chi avesse scelto questa modalità di versamento del contributo obbligatorio tramite la domiciliazione bancaria.
  • 0,5% del fatturato 2025 per le società, le società che operano nel settore odontoiatrico le cui strutture siano dotate di un direttore sanitario iscritto all'albo degli odontoiatri devono versare alla Quota B del Fondo di previdenza generale dell’Enpam un contributo dello 0,5% del fatturato. Sono tenute a questo versamento contributivo anche le strutture polispecialistiche solo per il fatturato prodotto con le prestazioni odontoiatriche. Nel fatturato imponibile va considerato anche il trattamento di igiene dentale, perché è un’attività svolta sotto la vigilanza e la direzione sanitaria dell’odontoiatra.

 

 

Dentsply Sirona World Italy 2026 – Formazione, innovazione e futuro dell’odontoiatria

Dentsply Sirona World 2026

Formazione clinica all’avanguardia, visione strategica e ispiratrice, preziose opportunità di networking e uno sguardo al futuro dell’odontoiatria connessa vi attendono al Dentsply Sirona World Italy 2026. L’evento si svolgerà il 2 e 3 ottobre 2026 presso il Palazzo dei Congressi di Bologna.

Sarà possibile incontrare oltre 40 relatori nazionali e internazionali e seguire master class pratiche, workshop interattivi e sessioni tenute da esperti su argomenti quali odontoiatria restaurativa, endodontica, implantologia, ortodonzia e odontoiatria digitale.

Il programma di quest’anno mette in evidenza come le tecnologie digitali, l’intelligenza artificiale, le soluzioni basate sul cloud e i flussi di lavoro connessi stiano rivoluzionando gli studi odontoiatrici moderni, plasmando al contempo il futuro dell’assistenza ai pazienti.

I punti salienti del Dentsply Sirona World Italy 2026
  • Sessioni plenarie stimolanti incentrate sulla trasformazione digitale e sull’esperienza del paziente.
  • Sessioni tenute da esperti clinici nei settori dell’endodonzia, dell’odontoiatria restaurativa, dell’implantologia, dell’ortodonzia e dell’odontoiatria digitale.
  • Master class pratiche dedicate a CEREC, MIS e OSSIX.
  • Workshop interattivi e dimostrazioni dal vivo nell’area espositiva.
  • Opportunità di networking con professionisti del settore odontoiatrico provenienti da tutta Italia.
  • Una mostra che presenta le ultime innovazioni, tecnologie e soluzioni di Dentsply Sirona.

Impronta digitale: una nuova tecnica migliora la precisione

Impronta digitale

Impronta digitale significa velocità, comfort e semplificazione del flusso di lavoro. Tuttavia, quando si devono realizzare protesi fisse molto estese, la precisione delle scansioni intraorali rappresenta ancora una sfida. Un gruppo di ricercatori della Charles University di Praga e del Military University Hospital Prague, nella Repubblica Ceca, ha proposto una modifica della Reverse Scan Technique (RST) che punta a ridurre gli errori delle impronte digitali e ad aumentare l'accuratezza delle riabilitazioni protesiche su denti naturali. La metodica integra scanner intraorale, scanner da laboratorio e stampa 3D all'interno di un workflow completamente digitale.

Il limite dell'impronta digitale estesa

Negli ultimi anni gli scanner intraorali hanno rivoluzionato la protesi dentale. Consentono di eliminare le impronte tradizionali, migliorano il comfort del paziente e velocizzano la comunicazione con il laboratorio odontotecnico. Nonostante questi vantaggi, la loro precisione tende a diminuire quando la scansione interessa arcate molto estese. Il motivo è legato al principio di funzionamento di questi dispositivi. Lo scanner acquisisce numerose piccole immagini tridimensionali che il software ricompone progressivamente in un unico modello virtuale. Ogni fase di sovrapposizione può introdurre minime imprecisioni che, sommandosi lungo il percorso di scansione, generano deformazioni sempre più evidenti. Il problema diventa particolarmente rilevante nella realizzazione di ponti lunghi e riabilitazioni protesiche complesse.

Una modifica della Reverse Scan Technique

Per superare questi limiti, gli autori hanno sviluppato una versione modificata della Reverse Scan Technique, metodica già utilizzata in implantologia. L'obiettivo è trasferire la maggiore precisione dello scanner da laboratorio anche alle riabilitazioni supportate da denti naturali. Il protocollo inizia con una scansione intraorale eseguita prima e dopo la preparazione dei denti pilastro. Successivamente viene progettata una protesi provvisoria mediante software CAD e realizzata con una stampante 3D. La protesi viene quindi sezionata, riposizionata in bocca, "solidarizzata" direttamente sui denti e acquisita sia con lo scanner intraorale sia con uno scanner da laboratorio. Le diverse acquisizioni vengono poi elaborate con un software gratuito che permette di allineare i modelli tridimensionali e ottenere un modello virtuale definitivo più preciso rispetto a quello ricavato dalla sola scansione intraorale.

Più precisione senza complicare il workflow

Secondo gli autori, il principale punto di forza della metodica consiste nell'utilizzare la superficie esterna della protesi provvisoria come riferimento per il riallineamento dei modelli digitali. In questo modo si riducono gli errori di fusione delle immagini che possono verificarsi nelle scansioni di lunga estensione. Un altro aspetto interessante riguarda la praticità della procedura. Pur introducendo alcuni passaggi aggiuntivi, il protocollo rimane completamente digitale e sfrutta strumenti già presenti in molti laboratori odontotecnici. Inoltre, la fase di elaborazione finale richiede pochi minuti e utilizza un software liberamente disponibile, con un impatto contenuto sui costi operativi.

Il caso clinico

Per dimostrare il funzionamento della tecnica, gli autori descrivono il trattamento di un paziente di 73 anni sottoposto a una riabilitazione protesica estesa dell'arcata superiore. Il confronto tra la scansione iniziale e il modello corretto ha evidenziato uno spostamento superiore a 0,5 millimetri nella posizione di uno dei denti pilastro. Una differenza apparentemente minima, ma sufficiente, secondo gli autori, a compromettere l'adattamento della protesi definitiva se non fosse stata corretta durante il workflow digitale. Gli stessi ricercatori precisano però che si tratta di un'osservazione preliminare. La validazione quantitativa della metodica richiederà studi specifici in vitro e clinici, destinati a misurarne con precisione accuratezza, ripetibilità e limiti applicativi.

Verso una protesi digitale sempre più accurata

Pubblicato sulla rivista Dentistry Journal, il lavoro rappresenta soprattutto una proposta tecnica destinata ai professionisti che operano nella protesi digitale. Più che introdurre nuove apparecchiature, gli autori suggeriscono un diverso modo di utilizzare le tecnologie già disponibili per migliorare la precisione delle impronte digitali nelle riabilitazioni di ampia estensione. Se i futuri studi confermeranno i risultati preliminari, questa evoluzione della Reverse Scan Technique potrebbe contribuire a rendere ancora più affidabili i flussi CAD/CAM applicati alla protesi fissa. Un passo ulteriore verso un'odontoiatria digitale che punta non solo alla velocità e al comfort, ma anche alla massima precisione clinica.

5 minuti con Stefano Daniele. L’odontoiatria conservativa mini invasiva

Stefano Daniele
Luigi Paglia
Luigi Paglia, direttore scientifico de Il Dentista Moderno

La cariologia clinica ha conosciuto, negli ultimi anni, un cambiamento di paradigma che ha spostato il fulcro dell’attenzione dall’approccio chirurgico-restaurativo tradizionale verso la prevenzione, l’intercettazione precoce e la gestione personalizzata del rischio.
Da questo presupposto si sono sviluppate strategie diagnostiche per l’identificazione delle lesioni cariose nelle fasi iniziali, quando ancora reversibili o trattabili in modo non invasivo.
Particolare attenzione è dedicata all’impiego clinico delle tecnologie complementari all’esame visivo-tattile tradizionale: la transilluminazione, utile soprattutto nella valutazione delle superfici interprossimali;
la fluorescenza, che consente di apprezzare le variazioni strutturali del tessuto dentale anche in assenza di cavitazione manifesta.
Per il clinico diventa importante l’integrazione di questi strumenti nella pratica quotidiana: come selezionarli in funzione del quadro clinico, come interpretarne criticamente i risultati alla luce delle evidenze disponibili e come tradurre il dato diagnostico in una strategia terapeutica conservativa, predicibile ed efficace.
Ne parliamo con Stefano Daniele, da anni appassionato e competente cultore di questa affascinante materia.

 

 

Stefano Daniele
Stefano Daniele, Odontoiatra libero professionista, Master in Odontoiatria Clinica con Minimo Intervento, fa parte del Board Scientifico di OMI Benefit
Dott. Daniele, può spiegare cosa si intende con il termine odontoiatria conservativa minimamente invasiva?

Le rispondo dicendo quello che non si intende, vale a dire generare una cavità conservativa più piccola possibile. Il minimo intervento non significa generare cavità conservative minimali, ma piuttosto mettere in pratica procedure, a volte anche semplici, atte a prevenire l’insorgenza della lesione cariosa, arrestare la sua progressione negli stadi iniziali oppure, per le lesioni cariose francamente cavitate, operare in maniera selettiva per mantenere in situ il tessuto dentale passibile di riparazione.

Qual è l’obiettivo clinico principale della odontoiatria minimamente invasiva?

Il minimo intervento richiede, in primo luogo, una corretta diagnosi della lesione cariosa nel suo stadio iniziale, anche attraverso dispositivi tecnologici ausiliari all’ispezione visiva (ICDAS); il passo successivo è il trattamento con procedure cliniche dedicate.

L’odontoiatria conservativa minimamente invasiva considera diversi gradi di invasività?

Certamente, nell’ambito del minimo intervento secondo Schwendicke et al.2019 si distinguono: un approccio non invasivo, un approccio micro invasivo e un approccio definito invasivo, restando sempre nei principi del minimo intervento.

Ci può spiegare brevemente in cosa consiste l’approccio non invasivo a cui fa riferimento?

L’approccio non invasivo consiste in una forma di prevenzione primaria volta a contrastare lo sviluppo della lesione cariosa.
Il significato di questo approccio risiede nella gestione del paziente a elevato rischio carie al fine di ridurre il suo rischio individuale ed evitare che possano insorgere lesioni cariose ex novo o lesioni cariose secondarie al restauro conservativo.
Questi interventi comprendono la detersione professionale e periodica delle superfici dentali attraverso polveri delicate per rimuovere il biofilm cariogeno della placca, favorire il naturale e fisiologico processo di remineralizzazione dello smalto dentale (formazione del cristallo di fluoroapatite più acido resistente) attraverso l’impiego di fluoruri topici a elevata biodisponibilità e, in ultimo, enfatizzare al paziente norme dietetiche comportamentali finalizzate a ridurre il consumo degli zuccheri aggiunti.

A proposito, invece dell’approccio microinvasivo?

Consiste nell’infiltrazione resinosa delle aree di smalto dentale demineralizzato con l’obiettivo di arrestare la progressione della lesione cariosa verso la dentina.
Anche la lesione cariosa che ha minimamente interessato la giunzione smalto dentina DEJ può essere trattata e arrestata nella sua progressione con procedure minimamente invasive attraverso una detersione della lesione cariosa stessa con polveri mediamente aggressive come il bicarbonato morbido, a cui fa seguito un procedimento di sigillatura resinosa.

In conclusione, l’approccio invasivo nel minimo intervento in che cosa consiste?

Il senso non è tanto quello di realizzare una cavità più piccola possibile, ma, ad esempio, operare una rimozione selettiva del tessuto cariato.
La rimozione selettiva della dentina affetta da carie sul fondo cavitario delle lesioni cariose profonde e in prossimità degli spazi pulpari è una procedura comprovata dalla letteratura scientifica in grado di ridurre il rischio, in queste situazioni cliniche, di complicanze pulpari post-operatorie.

Qualsiasi odontoiatra può cimentarsi nella conservativa minimamente invasiva?

Mi sento di dire sì, ed è auspicabile che questo tipo di operatività possa concretizzarsi.
Come in ogni branca della Medicina e dell’Odontoiatria, è indispensabile un percorso formativo che fornisca una solida conoscenza dei principi biologici alla base delle procedure, degli strumenti diagnostici e dei materiali utilizzabili, nonché una
precisa e rigorosa padronanza delle corrette procedure cliniche necessarie
per l’applicazione dei principi dell’odontoiatria a minimo intervento.

Alveolite post-estrattiva: meno rischi con la clorexidina

Alveolite post-estrattiva

L'alveolite post-estrattiva rappresenta una grave complicanza che il chirurgo orale cerca in tutti i modi di scongiurare. Allo stesso tempo, cresce l'attenzione verso un uso più appropriato degli antibiotici, considerato il continuo aumento dell'antimicrobico-resistenza. In questo contesto si inserisce una meta-analisi realizzata dai ricercatori del Dipartimento di Chirurgia Orale e Maxillo-Facciale della Universitas Gadjah Mada di Yogyakarta, in Indonesia, che ha valutato l'efficacia della clorexidina nella prevenzione dell'alveolite dopo l'estrazione dei terzi molari in assenza di antibiotici sistemici. I risultati indicano che questo antisettico può ridurre in modo significativo il rischio della complicanza post-operatoria, favorendo al tempo stesso un impiego più razionale degli antibiotici.

L'alveolite e il problema dell'antibiotico-resistenza

L'alveolite post-estrattiva, nota anche come dry socket, è una delle complicanze più frequenti dopo la rimozione chirurgica dei denti del giudizio inferiori. Si manifesta generalmente pochi giorni dopo l'intervento ed è caratterizzata dalla perdita o dalla disgregazione del coagulo ematico all'interno dell'alveolo. Il paziente avverte un dolore intenso, spesso irradiato verso orecchio e mandibola, che può richiedere ulteriori visite e trattamenti. Per molti anni la prescrizione di antibiotici dopo questo tipo di intervento è stata una pratica diffusa. Tuttavia, le evidenze scientifiche dimostrano che il loro impiego routinario offre benefici limitati nella prevenzione delle complicanze nei pazienti sani, mentre contribuisce ad alimentare il fenomeno dell'antibiotico-resistenza. Per questo motivo cresce l'interesse verso strategie preventive alternative, tra cui l'utilizzo della clorexidina, già ampiamente impiegata in odontoiatria per il controllo della placca batterica e delle infezioni del cavo orale.

Una revisione della letteratura con criteri rigorosi

Gli autori hanno condotto una revisione sistematica e una meta-analisi seguendo le linee guida PRISMA. La ricerca bibliografica ha interessato PubMed, Cochrane Library e Scopus, prendendo in considerazione gli studi pubblicati dal 1971 al 2023. Il criterio più originale del lavoro riguarda la selezione degli studi. Sono stati inclusi esclusivamente trial clinici randomizzati nei quali, dopo l'estrazione del terzo molare, non era prevista alcuna terapia antibiotica sistemica. In questo modo è stato possibile valutare l'effetto della sola clorexidina, evitando che i risultati fossero influenzati dall'azione degli antibiotici. Alla fine del processo di selezione sono stati inclusi dodici studi clinici, realizzati in diversi Paesi tra il 1990 e il 2018. Complessivamente sono stati analizzati oltre 2.600 pazienti.

Diverse modalità di utilizzo della clorexidina

Nei diversi studi la clorexidina è stata impiegata con modalità differenti. Alcuni ricercatori hanno utilizzato un collutorio nel periodo perioperatorio, altri hanno irrigato l'alveolo subito dopo l'estrazione, mentre altri ancora hanno applicato un gel o una medicazione intra-alveolare. Anche i gruppi di controllo erano eterogenei. In alcuni casi veniva utilizzata soluzione fisiologica, in altri placebo, acqua distillata, spugne di gelatina oppure nessun trattamento locale. Nonostante queste differenze metodologiche, l'obiettivo rimaneva lo stesso: verificare se la clorexidina fosse realmente in grado di ridurre l'incidenza dell'alveolite.

Una riduzione significativa del rischio

L'analisi aggregata dei dati ha evidenziato un risultato clinicamente rilevante. L'alveolite si è verificata in circa il 9,9% dei pazienti trattati con clorexidina, contro il 16,8% osservato nei gruppi di controllo. Nel complesso, l'impiego della clorexidina ha determinato una riduzione del rischio di alveolite del 42,9%. L'effetto favorevole è emerso sia con il collutorio sia con il gel intra-alveolare, mentre per l'irrigazione erano disponibili meno dati ma con risultati comunque positivi. Non tutti gli studi hanno raggiunto una significatività statistica individuale. Tuttavia, la meta-analisi, che combina i risultati delle diverse ricerche, ha confermato un beneficio complessivo statisticamente significativo.

Perché la clorexidina funziona

Secondo gli autori, il beneficio deriva dall'azione antimicrobica della clorexidina. La molecola aderisce ai tessuti orali e mantiene la propria attività per diverse ore, riducendo la carica batterica presente nella ferita chirurgica. In questo modo limita la risposta infiammatoria indotta dai microrganismi, protegge il coagulo ematico e favorisce una guarigione più regolare dell'alveolo. Inoltre, la sua efficacia risulta paragonabile a quella osservata con la profilassi antibiotica nella prevenzione di alcune complicanze post-operatorie, ma senza esporre il paziente agli effetti indesiderati tipici degli antibiotici, come nausea, disturbi gastrointestinali o il possibile sviluppo di resistenze batteriche.

Implicazioni per la pratica clinica

Gli autori sottolineano che la clorexidina non deve essere considerata un sostituto degli antibiotici quando questi sono realmente indicati. Nei pazienti con particolari condizioni mediche o con un rischio elevato di infezioni sistemiche, la terapia antibiotica continua ad avere un ruolo preciso. Nei pazienti sani sottoposti a estrazione chirurgica del terzo molare, invece, i risultati della meta-analisi suggeriscono che l'impiego della clorexidina può rappresentare una strategia preventiva efficace, contribuendo a limitare le prescrizioni antibiotiche non necessarie. Si tratta di un approccio coerente con i principi della antimicrobial stewardship, oggi sempre più raccomandati anche in odontoiatria. Gli stessi autori invitano comunque a realizzare ulteriori studi per individuare la formulazione, la concentrazione e il protocollo di utilizzo più efficaci nelle diverse situazioni cliniche.

Un contributo alla gestione responsabile degli antibiotici

Pubblicata sullo Swiss Dental Journal, questa meta-analisi rafforza le evidenze a favore dell'impiego della clorexidina come supporto nella prevenzione dell'alveolite dopo l'estrazione dei denti del giudizio. Il messaggio principale non è soltanto che l'antisettico riduce il rischio della complicanza, ma anche che una corretta selezione dei pazienti può consentire di evitare molte prescrizioni antibiotiche inutili. In un periodo in cui la lotta all'antimicrobico-resistenza rappresenta una priorità della sanità pubblica, anche l'odontoiatria è chiamata a contribuire attraverso scelte terapeutiche sempre più appropriate e basate sulle evidenze scientifiche.

Ipersensibilità dentinale, elettrico e manuale a confronto

ipersensibilità dentinale

Ipersensibilità dentinale e recessioni gengivali sono condizioni spesso associate. Ma il tipo di spazzolino utilizzato può influire sull’evoluzione della sensibilità nel lungo periodo? Uno studio clinico condotto presso la Kiel University, in Germania, ha confrontato per tre anni l'uso di uno spazzolino elettrico oscillante-rotante con uno manuale in soggetti con recessioni gengivali di tipo RT1. I risultati indicano un piccolo vantaggio dello spazzolino elettrico, ma gli stessi ricercatori invitano a interpretarli con cautela.

Ipersensibilità dentinale e recessioni gengivali

Le recessioni gengivali determinano uno spostamento apicale del margine gengivale e possono esporre la superficie radicolare. L’apertura dei tubuli dentinali favorisce così la comparsa di ipersensibilità dentinale, che può interferire con attività quotidiane come mangiare, bere e mantenere una corretta igiene orale. Le cause della recessione sono molteplici. Accanto ai fattori infiammatori entrano in gioco quelli meccanici, tra cui il trauma provocato da uno spazzolamento scorretto. Anche abitudini alimentari erosive possono contribuire all’ipersensibilità dentinale, facilitando l’esposizione dei tubuli. I ricercatori si sono concentrati sulle recessioni RT1, caratterizzate dall’assenza di perdita di attacco interprossimale. In queste condizioni i fattori meccanici e le modalità di spazzolamento possono assumere particolare importanza.

Un confronto durato 36 mesi

Lo studio rappresenta un’analisi secondaria di un trial clinico randomizzato. Sono stati valutati 90 partecipanti con recessioni RT1, suddivisi in due gruppi. Quarantasette hanno utilizzato uno spazzolino elettrico oscillante-rotante, mentre 43 hanno utilizzato uno spazzolino manuale raccomandato dall’American Dental Association. Tutti i partecipanti hanno spazzolato i denti due volte al giorno per due minuti utilizzando lo stesso dentifricio contenente 1.450 ppm di fluoro. Le istruzioni iniziali erano standardizzate e non prevedevano una specifica tecnica di spazzolamento. I controlli sono stati effettuati all’inizio dello studio e dopo 12, 24 e 36 mesi. Per l’analisi dell’ipersensibilità dentinale sono stati esaminati complessivamente 180 denti, due per ciascun partecipante.

Due diversi test per la sensibilità

I ricercatori hanno utilizzato due metodi. Nel primo, uno stimolo tattile veniva applicato facendo scorrere delicatamente una sonda sulla superficie radicolare esposta. Nel secondo test veniva diretto sulla superficie un getto d’aria della durata di un secondo, da circa un centimetro di distanza. Dopo ogni stimolo, il partecipante indicava l’intensità del dolore attraverso una scala analogico-visiva. Questa distinzione si è rivelata importante, perché i risultati ottenuti con i due sistemi non sono stati sovrapponibili.

Spazzolino elettrico, un vantaggio dopo tre anni

Dopo 36 mesi, l’ipersensibilità dentinale provocata dal getto d’aria si era ridotta maggiormente nel gruppo che utilizzava lo spazzolino elettrico. La differenza rispetto al gruppo manuale è risultata statisticamente significativa. Nel dettaglio, il 60% degli utilizzatori dello spazzolino elettrico ha registrato una diminuzione della sensibilità al getto d’aria. Il 6,4% è rimasto stabile, mentre circa il 33% ha mostrato un aumento. Tra gli utilizzatori dello spazzolino manuale, invece, la riduzione ha riguardato il 36% dei partecipanti. Il 18,6% è rimasto stabile e il 45,5% ha mostrato un aumento dell’ipersensibilità dentinale.

Nessuna differenza nei primi due anni

Il risultato deve però essere letto nel suo contesto. A 12 mesi non erano emerse differenze significative tra i due gruppi. Lo stesso è avvenuto dopo 24 mesi. La differenza è comparsa soltanto considerando l’intero periodo di 36 mesi. Inoltre, lo stimolo tattile con la sonda non ha mostrato differenze significative tra spazzolino elettrico e manuale in nessuno dei momenti considerati. Gli autori ipotizzano quindi un possibile effetto progressivo nel tempo piuttosto che una risposta rapida. Tuttavia, proprio il fatto che la differenza sia comparsa soltanto nell’ultima rilevazione impone prudenza nell’interpretazione.

Il controllo della pressione può fare la differenza

Una possibile spiegazione riguarda le caratteristiche dello spazzolino elettrico impiegato. Il dispositivo utilizza movimenti oscillanti-rotanti associati a microvibrazioni e dispone di un sistema per controllare la pressione esercitata durante lo spazzolamento. Una pressione eccessiva può infatti contribuire al trauma meccanico dei tessuti gengivali e delle superfici radicolari esposte. Il feedback fornito dallo spazzolino potrebbe aiutare il paziente a limitare questo comportamento. I risultati sono inoltre coerenti con quelli dell’analisi principale dello stesso trial, che aveva mostrato effetti favorevoli dello spazzolino elettrico sulla stabilizzazione delle recessioni gengivali. La minore progressione della recessione potrebbe quindi contribuire anche al controllo dell’ipersensibilità dentinale.

Un risultato statisticamente significativo, ma modesto

È soprattutto l’entità della differenza a richiedere cautela. Dopo tre anni, lo scarto medio tra i due gruppi nella sensibilità provocata dal getto d’aria è stato di appena 0,52 punti sulla scala VAS. Gli stessi autori sottolineano che questa differenza è probabilmente inferiore a una soglia clinicamente rilevante e potrebbe quindi non tradursi in un beneficio chiaramente percepibile dal paziente. Inoltre, lo studio originale era stato progettato per valutare principalmente l’evoluzione delle recessioni gengivali. L’ipersensibilità dentinale rappresentava un outcome secondario e non era stata effettuata una specifica stima della numerosità del campione per questo parametro. I risultati devono quindi essere considerati esplorativi.

Ipersensibilità dentinale, servono nuove conferme

Lo studio, pubblicato sul Journal of Dentistry, suggerisce dunque che lo spazzolino elettrico oscillante-rotante testato sia sicuro nei pazienti con recessioni RT1 e possa contribuire alla stabilizzazione dell’ipersensibilità dentinale nel lungo periodo. I dati, tuttavia, non permettono ancora di raccomandare lo spazzolino elettrico specificamente come strumento per ridurre l’ipersensibilità dentinale. Gli autori chiedono nuovi trial progettati appositamente per verificare questo effetto e determinarne la reale rilevanza clinica. Il messaggio che emerge appare comunque interessante: nei pazienti con recessioni gengivali non conta soltanto l’efficacia nella rimozione della placca. Anche il controllo della pressione e del trauma meccanico durante lo spazzolamento potrebbe contribuire, nel tempo, alla protezione dei tessuti e al controllo della sensibilità.

Resezione radicolare, quando è possibile salvare il dente

Resezione radicolare

Resezione radicolare per conservare un molare che altrimenti potrebbe essere destinato all’estrazione. È una possibilità terapeutica conosciuta da tempo, ma che l’affermazione dell’implantologia ha progressivamente relegato in secondo piano. Una recente revisione della letteratura, condotta presso l'Università di Toronto, in Canada, torna però a esaminare questa procedura, valutandone indicazioni, prognosi e principali fattori di successo. Il principio è conservativo. Se la patologia interessa soltanto una delle radici di un dente pluriradicolato, in casi selezionati è possibile eliminare la struttura compromessa e mantenere il resto dell’elemento dentale. L’obiettivo è preservare il dente naturale e consentirgli di continuare a svolgere la propria funzione.

Che cos’è la resezione radicolare

La resezione radicolare, o amputazione radicolare, prevede la rimozione completa di una delle radici di un dente pluriradicolato. La corona viene invece mantenuta e continua a essere sostenuta dalle radici residue. La procedura va distinta dall’emisezione. In quest’ultimo caso, insieme alla radice viene rimossa anche la corrispondente porzione della corona. Entrambe le tecniche appartengono a un approccio terapeutico che punta a conservare quanto più possibile l’elemento dentale. La resezione viene eseguita soprattutto sui molari. La conformazione anatomica di questi denti permette infatti, in determinate situazioni, di sacrificare una radice mantenendo le altre funzionalmente valide.

Quando può essere indicata

Le indicazioni possono essere di natura parodontale, endodontica o restaurativa. Una delle situazioni classiche riguarda il coinvolgimento della forcazione associato a una perdita di supporto concentrata prevalentemente attorno a una singola radice. Anche alcune problematiche endodontiche possono rendere utile la procedura. È il caso, per esempio, di una patologia apicale limitata a una radice quando le altre possono essere mantenute. La letteratura contempla inoltre perforazioni, riassorbimenti e altre condizioni localizzate che rendono sfavorevole la prognosi della singola radice. La presenza di un’indicazione, tuttavia, non basta. Il successo dipende soprattutto dalla corretta selezione del caso e dalla possibilità di ottenere un elemento dentale stabile, restaurabile e facilmente mantenibile nel tempo.

La selezione del caso è decisiva

Prima di procedere occorre valutare attentamente il supporto parodontale delle radici che dovranno rimanere. Contano anche la loro lunghezza, la morfologia, la mobilità del dente e la quantità di tessuto dentale residuo. Un altro elemento determinante riguarda l’endodonzia. Il trattamento canalare delle radici conservate deve offrire una prognosi favorevole. Eventuali difficoltà anatomiche o tecniche possono infatti compromettere il risultato dell’intera terapia. A tutto questo si aggiunge la possibilità di realizzare una riabilitazione restaurativa adeguata. Dopo la resezione cambia la biomeccanica del dente e le radici residue devono sostenere carichi che prima venivano distribuiti su una superficie maggiore.

Il ruolo della riabilitazione protesica

La fase restaurativa rappresenta quindi uno dei passaggi più delicati. Dopo l’intervento occorre ridisegnare correttamente i profili coronali e creare condizioni che consentano al paziente di mantenere una buona igiene orale. La nuova anatomia non deve favorire l’accumulo di placca. Allo stesso tempo, la ricostruzione deve distribuire correttamente le forze occlusali e limitare il rischio di sovraccaricare le radici rimaste. La resezione radicolare va quindi considerata una terapia multidisciplinare. Parodontologia, endodonzia e protesi concorrono tutte al risultato finale.

Perché la terapia può fallire

Gli studi analizzati nel tempo mostrano risultati molto variabili. Una parte di questa eterogeneità dipende dalle differenze nella selezione dei pazienti, nelle tecniche utilizzate e nella durata dei follow-up. Tra le possibili cause di fallimento rientrano la progressione della malattia parodontale, le complicanze endodontiche e lo sviluppo di carie. A queste si aggiungono fratture radicolari e problemi restaurativi o protesici. Il mantenimento nel tempo richiede inoltre un buon controllo della placca e richiami periodici. La terapia non termina quindi con la resezione, ma necessita di un programma di mantenimento adeguato.

Conservare o estrarre?

L’affermazione degli impianti ha inevitabilmente modificato il ruolo di queste procedure. Di fronte a un molare gravemente compromesso, l’estrazione seguita dalla riabilitazione implantare rappresenta oggi una possibilità terapeutica consolidata. Questo non significa, però, che ogni dente con una radice compromessa debba essere estratto. La disponibilità di una soluzione implantare non elimina il valore biologico della conservazione del dente naturale quando esistono condizioni favorevoli. La decisione deve quindi derivare da una valutazione complessiva. Occorre confrontare prognosi, invasività, condizioni parodontali, possibilità restaurative e capacità del paziente di mantenere nel tempo l’elemento trattato.

Evidenze ancora limitate

Su questo punto è necessaria una certa cautela. Le attuali evidenze scientifiche non consentono di stabilire con certezza la superiorità della resezione radicolare rispetto alle altre strategie disponibili. Le linee guida della European Society of Endodontology sottolineano, in particolare, l’assenza di solide evidenze comparative sull’efficacia delle tecniche di resezione rispetto al ritrattamento canalare non chirurgico o alla chirurgia apicale nei denti permanenti con parodontite apicale. I dati disponibili derivano soprattutto da studi retrospettivi, caratterizzati da protocolli differenti e numerosi possibili fattori confondenti. Questo rende difficile ottenere indicazioni prognostiche valide per ogni situazione clinica.

Una tecnica da non dimenticare

La revisione, pubblicata su Cureus Journal of Medical Science, riporta dunque l’attenzione su una tecnica che conserva ancora un possibile spazio nell’odontoiatria contemporanea, purché venga utilizzata con indicazioni precise. La resezione radicolare non deve essere considerata un’alternativa generalizzata all’impianto, né una soluzione adatta a tutti i molari compromessi. Può invece rappresentare una possibilità conservativa nei pazienti correttamente selezionati. Il punto centrale resta quindi la diagnosi. Quando il danno è circoscritto a una sola radice e le strutture residue presentano condizioni parodontali, endodontiche e restaurative favorevoli, sacrificare una parte del dente può consentire di preservare il resto. In un’odontoiatria sempre più orientata verso procedure predicibili e personalizzate, anche una tecnica tradizionale come la resezione radicolare può dunque mantenere la propria utilità. Non come soluzione di routine, ma come strumento da valutare all’interno di una strategia realmente conservativa.

Preservazione alveolare con biomateriale sintetico β-TCP/CS e riabilitazione implantare precoce con protesi avvitata Premium

Autori

Jason Motta Jones
Adjunct Professor Humanitas University

Niccolò Motta Jones
Masterizzando Università
degli Studi Padova

DOI: 10.61018/DM.2026.12

Abstract

Obiettivi. Valutare l’efficacia della preservazione alveolare mediante biomateriale sintetico β-tricalcio fosfato/solfato di calcio (β-TCP/CS), associato a sigillo con collagene, ai fini del mantenimento dei volumi ossei e della riabilitazione implantare precoce.
Materiali e metodi. È stata eseguita estrazione atraumatica di un elemento mandibolare posteriore non recuperabile, seguita da debridement alveolare e inserimento di biomateriale sintetico β-tricalcio fosfato/solfato di calcio (β-TCP/CS) (EthOss®).
Il sito è stato sigillato con spugna di collagene e lasciato guarire per seconda intenzione. Dopo 10 settimane, è stato effettuato l’inserimento implantare e la successiva riabilitazione protesica avvitata.
Risultati. La guarigione è risultata priva di complicanze. Alla riapertura si osservava tessuto osseo neoformato con adeguato mantenimento volumetrico. L’impianto ha mostrato buona stabilità primaria. Il controllo radiografico finale ha evidenziato il corretto accoppiamento protesico.
Conclusioni. La tecnica ha dimostrato efficacia nel preservare il volume alveolare e nel consentire un inserimento implantare precoce in condizioni biologiche favorevoli.

Alveolar ridge preservation using a synthetic β-TCP/CS biomaterial and early implant rehabilitation with a screw-retained prosthesis

Objectives. To evaluate the effectiveness of socket preservation using a synthetic β-tricalcium phosphate/calcium sulfate (β-TCP/CS) biomaterial combined with a collagen seal in maintaining alveolar bone volume and facilitating early implant rehabilitation.
Materials and Methods. An atraumatic extraction of a non-restorable posterior mandibular tooth was performed, followed by socket debridement and grafting with a synthetic β-tricalcium phosphate/calcium sulfate (β-TCP/CS) biomaterial (EthOss®).
The socket was sealed with a collagen sponge and left to heal by secondary intention. After 10 weeks, a dental implant was placed, followed by screw-retained prosthetic rehabilitation.
Results. Healing was uneventful. At re-entry, newly formed bone was observed, with satisfactory preservation of the alveolar ridge volume. The implant achieved good primary stability. Final radiographic evaluation confirmed proper prosthetic fit.
Conclusions. Within the limitations of this clinical case, the technique proved effective in preserving socket volume and facilitating early implant placement under favorable biological conditions.

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PMSP – Prevenzione delle malocclusioni e del soffocamento pediatrico Premium

PMSP

Autori

Sabina Saccomanno
Department of Life Science, Health and Health Professions, Link Campus University, Roma

Michela Paglia
Dipartimento Materno Infantile Istituto Stomatologico Italiano (Milano)

Giuseppe Marzo
Università degli Studi L’Aquila Direttore Scuola Specializzazione Ortognatodonzia

Cinzia Maspero
Università degli Studi di Milano Statale Dipartimento Scienze biomediche, chirurgiche e odontoiatriche – Direttore della Scuola di Specializzazione in Odontoiatria Pediatrica

Gianni Gallusi
Dipartimento di scienze Cliniche e Medicina Traslazionale – Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

Luigi Paglia
Presidente di Odontoiatria Materno Infantile (OMI Benefit)

DOI: 10.61018/DM.2026.09

Abstract

La prevenzione delle malocclusioni pediatriche rappresenta oggi un obiettivo prioritario non soltanto in ambito odontoiatrico, ma anche nel contesto più ampio della salute e dello sviluppo del bambino.
Respirazione, deglutizione, funzione masticatoria, crescita cranio-facciale e sicurezza alimentare costituiscono aspetti strettamente interconnessi che influenzano il benessere generale dell’età evolutiva. In questo contesto nasce il PMSP (Prevenzione delle Malocclusioni e del Soffocamento Pediatrico), uno strumento educativo e clinico ideato per favorire il riconoscimento precoce delle alterazioni funzionali e scheletriche che richiedono una valutazione specialistica tempestiva.

PMPS – Prevention of Malocclusions and Pediatric Choking. A New Tool for Oral Prevention

The prevention of pediatric malocclusions is now recognized as a priority objective not only in dentistry but also within the broader context of child health and development. Breathing, swallowing, masticatory function, craniofacial growth, and food safety are closely interconnected factors that significantly influence overall well-being during childhood. Within this framework, PMPS (Pediatric Malocclusion and Choking Prevention) was developed as an educational and clinical tool designed to facilitate the early identification of functional and skeletal abnormalities requiring timely specialist assessment.

 

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Malposizione implantare, iperplasia mucosa da innesto connettivale e profilo di emergenza protesico in zona estetica Premium

Malposizione implantare

Autori

Carlo Coiana
Diplomate American Academy of Periodontology
già Professore a contratto di Parodontologia clinica – Università di Cagliari

Corrispondenza: ccdental@tiscali.it

DOI: 10.61018/DM.2026.08

Abstract

Scopo: questo caso clinico descrive la presenza di una iperplasia della mucosa peri-implantare diagnosticata 24 anni dopo l’innesto di tessuto connettivo eseguito nel tentativo di compensare la migrazione apicale dello zenit mucoso, manifestatasi sei mesi dopo l’applicazione del restauro protesico in metallo-ceramica.
Materiali e metodi: All’esame clinico, la paziente presentava un aumento di volume della mucosa in corrispondenza dell’elemento 22 (secondo la nomenclatura FDI) che alterava profondamente il profilo estetico e una modesta mucosite. La rimozione della corona evidenziava un impianto stabile ma posizionato lievemente vestibolare, come confermato dall’esame CBCT, unitamente a un riassorbimento della cresta buccale per circa 2 mm. La morfologia della corona appariva pure incongrua nel suo profilo di emergenza. Pertanto, la deformità mucosale veniva trattata mediante abrasione/riduzione tissutale, mentre un nuovo restauro in ziconio-ceramica veniva eseguito secondo gli standard e le conoscenze attuali riguardanti il profilo di emergenza e il suo sviluppo nel cono mucoso.
Conclusioni: l’utilizzo di innesti di tessuto molle prevalentemente utilizzati per motivi estetici, può esitare in deformazioni tissutali peggiorative per l’estetica. Tali eventi, seppur non frequenti, necessitano di un intervento correttivo per il ripristino di un’estetica gradevole. Il paziente dovrebbe essere informato su questa possibile evoluzione e della possibilità di una sua correzione. Infine, i restauri protesici dovrebbero essere rivalutati attentamente per favorire lo sviluppo e l’adattamento dei tessuti molli in assenza di infiammazione.

Implant malposition, mucosal hyperplasia from connective tissue graft, and prosthetic emergency profile in the esthetic zone

Purpose: This case report describes peri-implant mucosal hyperplasia diagnosed 24 years after a connective tissue graft performed to correct the apical migration of the mucosal zenith. The apical migration had occurred six months after placement of a metal-ceramic prosthetic restoration.
Materials and Methods: Clinical examination revealed an increased volume of the peri-implant mucosa at site #22 (FDI notation), resulting in a marked alteration of the esthetic profile, together with moderate peri-implant mucositis. Removal of the crown revealed a stable implant with slight buccal positioning, as confirmed by CBCT, and approximately 2 mm of crestal bone resorption. In addition, the crown exhibited an inappropriate emergence profile. The mucosal deformity was therefore corrected by soft tissue reduction, and a new zirconia-ceramic restoration was fabricated according to current concepts regarding the design and development of the emergence profile within the peri-implant mucosal contour.
Conclusions: The use of soft tissue grafts primarily for esthetic purposes may result in excessive tissue volume that compromises the final esthetic outcome. Although uncommon, this complication may require corrective intervention to restore an acceptable esthetic result. Patients should be informed of this potential long-term complication and the possible need for corrective treatment. In addition, prosthetic restorations should be carefully reevaluated to promote optimal soft tissue adaptation and maturation in a healthy, inflammation-free peri-implant environment.

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Nuovo design in implantologia zigomatica: riabilitazione full-arch mascellare Premium

Implantologia zigomatica

Autori

Andrea Enrico Borgonovo
Specialista in Chirurgia Maxillo Facciale, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Loris Erlicher
Medico Frequentatore, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Laura Martinalli
Studentessa V anno
Corso di laurea in odontoiatria e protesi dentaria, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi
di Milano

Simone Galbiati
Specialista in Chirurgia Orale, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

DOI: 10.61018/DM.2026.11

La riabilitazione full-arch di …

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Gestione di un elemento 16 con lesione periapicale associata a missed anatomy Premium

lesione periapicale

Autori

Giulio Arnaboldi
Odontoiatra libero professionista a Colverde, Como, Sesto San Giovanni, Somma Lombardo, Mendrisio

Corrispondenza: giulio.arnaboldi@outlook.com

DOI: 10.61018/DM.2026.07

Il caso proposto prevede il ri …

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Zirconia, a 5 anni i restauri posteriori sopravvivono tutti

Zirconia

Zirconia monolitica sempre più protagonista nelle riabilitazioni dei settori posteriori. Uno studio condotto in Germania, presso il Department of Prosthodontics and Biomaterials dell’University Hospital RWTH Aachen, ha valutato l’adattamento marginale e le prestazioni cliniche a cinque anni di restauri posteriori realizzati in zirconia parzialmente stabilizzata con il 5% molare di ittria (5Y-PSZ). Alla ricerca hanno partecipato anche studiosi dell’University Medicine Greifswald. L’obiettivo era verificare il comportamento nel tempo di questo materiale e, per quanto riguarda l’adattamento marginale, confrontarlo con il disilicato di litio.

Un materiale particolare

La zirconia 5Y-PSZ presenta caratteristiche differenti rispetto alle zirconie tradizionali. Il maggiore contenuto di ittria consente infatti di ottenere una maggiore traslucenza, caratteristica che amplia le possibilità di impiego nelle riabilitazioni monolitiche. Tuttavia, accanto alle proprietà estetiche e meccaniche, il successo di una restaurazione dipende anche dalla precisione marginale e dalla sua capacità di mantenersi clinicamente stabile nel tempo.

Sessantacinque restauri seguiti nel tempo

I ricercatori hanno coinvolto 38 pazienti e hanno posizionato complessivamente 65 restauri posteriori. Il campione comprendeva 32 corone in zirconia, 17 corone in disilicato di litio e 16 restauri a copertura parziale in zirconia. Una parte della ricerca è stata impostata secondo un disegno randomizzato appaiato. Diciassette pazienti hanno ricevuto una corona in zirconia e una corona in disilicato di litio. In questo modo i ricercatori hanno potuto confrontare direttamente l’adattamento marginale dei due materiali. Altre 15 corone e 16 restauri a copertura parziale in zirconia sono stati invece inseriti in una coorte prospettica osservazionale.

Valutazioni fino a 60 mesi

L’adattamento marginale e interno è stato misurato mediante la tecnica della replica. I ricercatori hanno inoltre valutato le prestazioni cliniche attraverso i criteri della California Dental Association. L’analisi ha considerato anche i parametri parodontali, la registrazione delle complicanze e gli outcome riferiti direttamente dai pazienti. I controlli sono stati effettuati al momento iniziale e successivamente dopo 12, 24, 36, 48 e 60 mesi.

Adattamento marginale comparabile

Il confronto tra zirconia e disilicato di litio non ha evidenziato differenze statisticamente significative nell’adattamento marginale. Le corone in disilicato di litio hanno mostrato un gap marginale medio di 46 ± 33 μm. Per le corone in zirconia il valore medio è risultato pari a 50 ± 32 μm. La differenza tra i due gruppi non ha raggiunto la significatività statistica. Il risultato indica quindi che, nelle condizioni analizzate dallo studio, le corone posteriori in zirconia 5Y-PSZ hanno raggiunto livelli di precisione marginale paragonabili a quelli ottenuti con il disilicato di litio. L’adattamento marginale rappresenta un parametro importante nella valutazione dei restauri indiretti. Una discrepanza eccessiva può infatti favorire nel tempo il deterioramento del cemento e creare condizioni favorevoli allo sviluppo di complicanze biologiche.

Nessun restauro sostituito dopo cinque anni

Il risultato più significativo emerge però dal follow-up a lungo termine. Dopo un periodo mediano di osservazione di 60 mesi, con un intervallo compreso tra 57 e 64 mesi, nessuno dei 65 restauri ha richiesto la sostituzione. La sopravvivenza complessiva dei restauri è stata quindi del 100% a cinque anni. Il dato assume particolare interesse per la zirconia 5Y-PSZ, perché le zirconie più traslucenti presentano caratteristiche strutturali differenti rispetto alle generazioni precedenti. L’aumento della componente cubica migliora infatti le proprietà ottiche, ma modifica contemporaneamente alcune caratteristiche meccaniche. Disporre di dati clinici a medio-lungo termine diventa quindi importante per valutarne l’affidabilità nella pratica quotidiana. Lo studio mostra inoltre risultati favorevoli non soltanto per le corone complete, ma anche per i restauri a copertura parziale in zirconia.

Sopravvivenza sì, ma non senza complicanze

Il 100% di sopravvivenza non deve però essere interpretato come completa assenza di eventi avversi. Durante il periodo di osservazione sono state infatti registrate alcune complicanze. La probabilità di sopravvivenza libera da complicanze, calcolata con il metodo Kaplan-Meier, è risultata pari al 76,4% per le corone in zirconia, al 66,7% per quelle in disilicato di litio e all’87,5% per i restauri a copertura parziale in zirconia. La maggior parte degli eventi osservati era però di natura biologica o funzionale. I ricercatori hanno registrato complicanze endodontiche e parodontali, problemi occlusali e alterazioni dei contatti prossimali.

Poche complicanze legate al materiale

Le complicanze direttamente riconducibili al materiale restaurativo sono state invece limitate. Un solo restauro a copertura parziale in zirconia ha mostrato una piccola frattura della ceramica. Il problema è stato risolto mediante lucidatura e non ha reso necessaria la sostituzione del restauro. Questa distinzione risulta importante nella lettura dei risultati. Un restauro può infatti rimanere in situ e continuare a svolgere la propria funzione anche quando, nel corso degli anni, si rende necessario un intervento clinico per gestire una complicanza.

Risultati promettenti per la zirconia 5Y-PSZ

Secondo questo studio, pubblicato sul Journal of Dentistry, le corone in zirconia 5Y-PSZ hanno mostrato valori di gap marginale simili a quelli delle corone in disilicato di litio. Inoltre, tutti i restauri sono rimasti in situ durante l’intero periodo di osservazione. I risultati sostengono quindi l’impiego clinico della zirconia monolitica 5Y-PSZ nei settori posteriori. Il follow-up di cinque anni rappresenta un elemento particolarmente interessante, perché permette di affiancare alle valutazioni sulle caratteristiche del materiale dati provenienti direttamente dalla pratica clinica. Occorre comunque considerare le dimensioni relativamente contenute del campione e distinguere con attenzione la sopravvivenza del restauro dalla sopravvivenza libera da complicanze. Proprio quest’ultimo dato mostra che, anche quando il materiale mantiene la propria integrità, nel lungo periodo possono comparire eventi biologici o funzionali che richiedono attenzione clinica. Nel complesso, però, l’adattamento marginale comparabile al disilicato di litio e l’assenza di sostituzioni a cinque anni forniscono indicazioni favorevoli sull’affidabilità della zirconia 5Y-PSZ per i restauri posteriori.

Antibiotici in endodonzia, un nuovo sistema di rilascio

Antibiotici

Antibiotici iniettati direttamente all’interno del canale radicolare, attraverso un dispositivo flessibile capace di adattarsi alla sua anatomia e rilasciare localmente il farmaco. È la strategia sperimentale sviluppata da un gruppo di ricercatori tedeschi dell'Università Martin Lutero di Halle-Wittenberg, che ha realizzato sottili impianti polimerici caricati con antibiotico. L’obiettivo è contrastare i microrganismi che possono persistere nel sistema canalare dopo le procedure di disinfezione e contribuire all’insuccesso del trattamento. Il lavoro apre così una prospettiva interessante nel campo del rilascio locale e controllato dei farmaci applicato all’endodonzia.

Antibiotici direttamente nel canale

Il successo della terapia endodontica dipende in larga misura dalla capacità di ridurre la contaminazione microbica presente nel sistema dei canali radicolari. Preparazione meccanica e irrigazione rappresentano quindi passaggi fondamentali del trattamento. L’anatomia endodontica può però essere molto complessa. Istmi, ramificazioni, canali laterali e tubuli dentinali possono offrire ai microrganismi aree difficili da raggiungere con gli strumenti e le soluzioni irriganti. Proprio da questa difficoltà nasce l’idea di utilizzare antibiotici in endodonzia attraverso un sistema capace di portare il principio attivo direttamente dove serve e di mantenerne l’azione per un periodo prolungato. I ricercatori hanno quindi sviluppato sottili dispositivi polimerici caricati con antibiotico e sufficientemente flessibili da poter essere introdotti all’interno del canale radicolare.

Flessibilità per adattarsi al canale

Uno dei problemi da risolvere riguardava proprio le caratteristiche fisiche del dispositivo. Un sistema destinato all’impiego intracanalare deve infatti poter essere manipolato e inserito anche in presenza di anatomie non perfettamente rettilinee. Gli autori hanno perciò lavorato sulla formulazione del materiale per ottenere impianti dotati di elevata flessibilità. Questa caratteristica permette al dispositivo di piegarsi e adattarsi meglio allo spazio disponibile. La flessibilità non rappresenta quindi un semplice requisito tecnologico, ma un elemento essenziale per immaginare un futuro utilizzo degli antibiotici in endodonzia attraverso questo tipo di sistema.

Antibiotici a rilascio locale

Il secondo elemento innovativo riguarda il modo in cui viene somministrato il farmaco. L’impianto funziona infatti come un sistema di drug delivery: una volta collocato nel canale, rilascia localmente il principio attivo. L’obiettivo è ottenere un’elevata concentrazione dell’antibiotico nel sito interessato senza ricorrere necessariamente a una corrispondente esposizione sistemica. La possibilità di utilizzare antibiotici in endodonzia in maniera localizzata assume particolare interesse anche alla luce della crescente attenzione verso l’uso appropriato degli antimicrobici. L’approccio proposto dagli autori è però ancora sperimentale e non deve essere interpretato come un’alternativa già disponibile alla terapia convenzionale. Il trattamento endodontico continua infatti a basarsi sulla preparazione, sulla disinfezione e sulla successiva otturazione del sistema canalare. Il dispositivo studiato punta piuttosto ad aggiungere un’azione antimicrobica locale nei casi in cui questa possa risultare utile.

La prova contro Enterococcus faecalis

Per valutare l’attività antibatterica dei dispositivi, i ricercatori hanno utilizzato Enterococcus faecalis, uno dei microrganismi maggiormente studiati nell’ambito delle infezioni endodontiche persistenti. Questo batterio presenta caratteristiche che gli consentono di sopravvivere in condizioni ambientali difficili e viene frequentemente utilizzato nei modelli sperimentali dedicati alla disinfezione canalare. Gli impianti antibiotici hanno mostrato attività antibatterica nei confronti di E. faecalis. Le sperimentazioni hanno permesso agli autori di valutare anche il comportamento del dispositivo in condizioni biologiche più complesse rispetto alle sole prove iniziali di laboratorio. I risultati rappresentano quindi una prima indicazione sulle potenzialità del sistema, ma non permettono ancora di trasferire automaticamente l’approccio alla pratica clinica.

Antibiotici a rilascio prolungato

Un ulteriore vantaggio potenziale riguarda la durata dell’azione. Un farmaco applicato localmente può infatti essere rapidamente eliminato o vedere diminuire la propria concentrazione. Il dispositivo è stato invece progettato per ottenere un rilascio controllato nel tempo. Gli antibiotici in endodonzia potrebbero così mantenere un’attività locale più prolungata all’interno del sistema canalare. È proprio l’integrazione tra caratteristiche meccaniche e farmacologiche a rappresentare uno degli aspetti più interessanti della ricerca. Il dispositivo deve essere abbastanza flessibile da poter essere posizionato nel canale, ma nello stesso tempo deve mantenere caratteristiche adeguate per veicolare e rilasciare il principio attivo. Il lavoro si colloca quindi all’incrocio tra endodonzia, scienza dei biomateriali e tecnologia farmaceutica.

Un’alternativa agli antibiotici sistemici?

È su questo punto che occorre maggiore cautela. Parlare di antibiotici in endodonzia a rilascio locale non significa proporre la somministrazione routinaria di antibiotici all’interno di ogni canale radicolare. Allo stesso modo, i risultati non dimostrano che questi dispositivi possano già sostituire gli antibiotici sistemici nelle situazioni cliniche in cui questi ultimi sono realmente indicati. Il vantaggio teorico del rilascio locale consiste nella possibilità di concentrare l’azione del farmaco nel sito da trattare, riducendo l’esposizione del resto dell’organismo. Ma questo potenziale beneficio dovrà essere valutato attentamente anche in relazione al problema dell’antibiotico-resistenza. Qualsiasi nuovo sistema che impieghi antibiotici in endodonzia dovrà infatti dimostrare non soltanto efficacia, ma anche sicurezza e appropriatezza microbiologica.

Una tecnologia ancora sperimentale

La ricerca, pubblicata sul Journal of Controlled Release, mostra come un impianto polimerico altamente flessibile possa rappresentare un possibile veicolo per utilizzare antibiotici direttamente all’interno del canale radicolare. La combinazione tra adattabilità meccanica, rilascio locale del principio attivo e attività antibatterica apre una prospettiva interessante soprattutto nel controllo delle infezioni persistenti. La strada verso l’applicazione clinica resta però ancora lunga. Sarà necessario stabilire in quali situazioni un simile approccio possa offrire un reale vantaggio, valutarne la sicurezza e verificare il comportamento del dispositivo nelle condizioni cliniche reali. Gli antibiotici in endodonzia a rilascio locale rappresentano quindi, almeno per ora, una tecnologia sperimentale. Il valore dello studio sta soprattutto nell’aver mostrato la possibilità di trasformare un farmaco antimicrobico in un dispositivo flessibile progettato specificamente per l’ambiente canalare. Una strategia che, se confermata da ulteriori ricerche, potrebbe aggiungere in futuro un nuovo strumento alla gestione delle infezioni endodontiche.

Rigenerativa ossea con griglia customizzata in mandibola atrofica Premium

Rigenerativa ossea

Autori

Andrea Enrico Borgonovo
Specialista in Chirurgia Maxillo Facciale, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Loris Erlicher
Medico Frequentatore, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Simone Galbiati
Specialista in Chirurgia Orale, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Abstract

DOI: 10.61018/DM.2026.04

 

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Gestione dell’ansia in odontoiatria: il ruolo della realtà virtuale immersiva Premium

Autori

Nicola Barabanti
DDS, Libero professionista in Coccaglio
Responsabile scientifico Master in Odontoiatria Digitale, Università degli Studi di Brescia

Emanuela Redolfi
DDS, Libera professionista in Coccaglio

Francesco Vedove
MD, DDS, Libero professionista in Bassano del Grappa

Antonio Cerutti
MD, DDS, Professore Associato, Università degli Studi di Brescia Direttore – Master in Odontoiatria Digitale

DOI: 10.61018/DM.2026.05

Abstract

Obiettivo. Valutare l’impatto della realtà virtuale immersiva (VR) sulla riduzione dell’ansia durante prestazioni odontoiatriche.
Materiali e metodi. Studio osservazionale condotto su 30 pazienti consecutivi trattati in uno studio odontoiatrico privato. L’ansia è stata valutata mediante Visual Analogue Scale (VAS) analogica prima e dopo la prestazione.
Sono stati registrati età, tipologia di prestazione e durata della seduta.
Risultati. La VAS media pre-trattamento è risultata pari a 5,8, mentre la VAS media post- trattamento è risultata 2,07, con una riduzione media di 3,73 punti.
Nel 96,7% dei pazienti è stata osservata una riduzione dell’ansia.
L’analisi statistica ha evidenziato una differenza altamente significativa tra i valori pre e post trattamento (t-test appaiato, p < 0,001). L’effect size calcolato mediante Cohen’s dz = 2,31 indica un effetto estremamente elevato.
Conclusioni. L’utilizzo della realtà virtuale immersiva durante le prestazioni odontoiatriche è associato a una significativa riduzione dell’ansia percepita e rappresenta uno strumento non farmacologico facilmente integrabile nella pratica clinica quotidiana.

Objective. To evaluate the impact of immersive virtual reality (VR) on reducing anxiety during dental procedures.
Materials and methods: Observational study conducted
on 30 consecutive patients treated in a private dental practice.
Anxiety was assessed using a Visual Analogue Scale (VAS) before and after the procedure.
Age, type of procedure, and duration of the session were recorded.
Results. The mean pre-treatment VAS was 5.8, while the
mean post-treatment VAS was 2.07, with an average reduction of 3.73 points. An anxiety reduction was observed in 96.7% of patients. Statistical analysis showed a highly significant difference between pre- and post-treatment values ​​(paired t-test, p < 0.001).
The effect size calculated using Cohen’s dz = 2.31 indicates an extremely large effect.
Conclusions. The use of immersive virtual reality during
dental procedures is associated with a significant reduction
in perceived anxiety and represents a non-pharmacological tool that can be easily integrated into daily clinical practice.

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