Resezione radicolare per conservare un molare che altrimenti potrebbe essere destinato all’estrazione. È una possibilità terapeutica conosciuta da tempo, ma che l’affermazione dell’implantologia ha progressivamente relegato in secondo piano. Una recente revisione della letteratura, condotta presso l'Università di Toronto, in Canada, torna però a esaminare questa procedura, valutandone indicazioni, prognosi e principali fattori di successo. Il principio è conservativo. Se la patologia interessa soltanto una delle radici di un dente pluriradicolato, in casi selezionati è possibile eliminare la struttura compromessa e mantenere il resto dell’elemento dentale. L’obiettivo è preservare il dente naturale e consentirgli di continuare a svolgere la propria funzione.

Che cos’è la resezione radicolare

La resezione radicolare, o amputazione radicolare, prevede la rimozione completa di una delle radici di un dente pluriradicolato. La corona viene invece mantenuta e continua a essere sostenuta dalle radici residue. La procedura va distinta dall’emisezione. In quest’ultimo caso, insieme alla radice viene rimossa anche la corrispondente porzione della corona. Entrambe le tecniche appartengono a un approccio terapeutico che punta a conservare quanto più possibile l’elemento dentale. La resezione viene eseguita soprattutto sui molari. La conformazione anatomica di questi denti permette infatti, in determinate situazioni, di sacrificare una radice mantenendo le altre funzionalmente valide.

Quando può essere indicata

Le indicazioni possono essere di natura parodontale, endodontica o restaurativa. Una delle situazioni classiche riguarda il coinvolgimento della forcazione associato a una perdita di supporto concentrata prevalentemente attorno a una singola radice. Anche alcune problematiche endodontiche possono rendere utile la procedura. È il caso, per esempio, di una patologia apicale limitata a una radice quando le altre possono essere mantenute. La letteratura contempla inoltre perforazioni, riassorbimenti e altre condizioni localizzate che rendono sfavorevole la prognosi della singola radice. La presenza di un’indicazione, tuttavia, non basta. Il successo dipende soprattutto dalla corretta selezione del caso e dalla possibilità di ottenere un elemento dentale stabile, restaurabile e facilmente mantenibile nel tempo.

La selezione del caso è decisiva

Prima di procedere occorre valutare attentamente il supporto parodontale delle radici che dovranno rimanere. Contano anche la loro lunghezza, la morfologia, la mobilità del dente e la quantità di tessuto dentale residuo. Un altro elemento determinante riguarda l’endodonzia. Il trattamento canalare delle radici conservate deve offrire una prognosi favorevole. Eventuali difficoltà anatomiche o tecniche possono infatti compromettere il risultato dell’intera terapia. A tutto questo si aggiunge la possibilità di realizzare una riabilitazione restaurativa adeguata. Dopo la resezione cambia la biomeccanica del dente e le radici residue devono sostenere carichi che prima venivano distribuiti su una superficie maggiore.

Il ruolo della riabilitazione protesica

La fase restaurativa rappresenta quindi uno dei passaggi più delicati. Dopo l’intervento occorre ridisegnare correttamente i profili coronali e creare condizioni che consentano al paziente di mantenere una buona igiene orale. La nuova anatomia non deve favorire l’accumulo di placca. Allo stesso tempo, la ricostruzione deve distribuire correttamente le forze occlusali e limitare il rischio di sovraccaricare le radici rimaste. La resezione radicolare va quindi considerata una terapia multidisciplinare. Parodontologia, endodonzia e protesi concorrono tutte al risultato finale.

Perché la terapia può fallire

Gli studi analizzati nel tempo mostrano risultati molto variabili. Una parte di questa eterogeneità dipende dalle differenze nella selezione dei pazienti, nelle tecniche utilizzate e nella durata dei follow-up. Tra le possibili cause di fallimento rientrano la progressione della malattia parodontale, le complicanze endodontiche e lo sviluppo di carie. A queste si aggiungono fratture radicolari e problemi restaurativi o protesici. Il mantenimento nel tempo richiede inoltre un buon controllo della placca e richiami periodici. La terapia non termina quindi con la resezione, ma necessita di un programma di mantenimento adeguato.

Conservare o estrarre?

L’affermazione degli impianti ha inevitabilmente modificato il ruolo di queste procedure. Di fronte a un molare gravemente compromesso, l’estrazione seguita dalla riabilitazione implantare rappresenta oggi una possibilità terapeutica consolidata. Questo non significa, però, che ogni dente con una radice compromessa debba essere estratto. La disponibilità di una soluzione implantare non elimina il valore biologico della conservazione del dente naturale quando esistono condizioni favorevoli. La decisione deve quindi derivare da una valutazione complessiva. Occorre confrontare prognosi, invasività, condizioni parodontali, possibilità restaurative e capacità del paziente di mantenere nel tempo l’elemento trattato.

Evidenze ancora limitate

Su questo punto è necessaria una certa cautela. Le attuali evidenze scientifiche non consentono di stabilire con certezza la superiorità della resezione radicolare rispetto alle altre strategie disponibili. Le linee guida della European Society of Endodontology sottolineano, in particolare, l’assenza di solide evidenze comparative sull’efficacia delle tecniche di resezione rispetto al ritrattamento canalare non chirurgico o alla chirurgia apicale nei denti permanenti con parodontite apicale. I dati disponibili derivano soprattutto da studi retrospettivi, caratterizzati da protocolli differenti e numerosi possibili fattori confondenti. Questo rende difficile ottenere indicazioni prognostiche valide per ogni situazione clinica.

Una tecnica da non dimenticare

La revisione, pubblicata su Cureus Journal of Medical Science, riporta dunque l’attenzione su una tecnica che conserva ancora un possibile spazio nell’odontoiatria contemporanea, purché venga utilizzata con indicazioni precise. La resezione radicolare non deve essere considerata un’alternativa generalizzata all’impianto, né una soluzione adatta a tutti i molari compromessi. Può invece rappresentare una possibilità conservativa nei pazienti correttamente selezionati. Il punto centrale resta quindi la diagnosi. Quando il danno è circoscritto a una sola radice e le strutture residue presentano condizioni parodontali, endodontiche e restaurative favorevoli, sacrificare una parte del dente può consentire di preservare il resto. In un’odontoiatria sempre più orientata verso procedure predicibili e personalizzate, anche una tecnica tradizionale come la resezione radicolare può dunque mantenere la propria utilità. Non come soluzione di routine, ma come strumento da valutare all’interno di una strategia realmente conservativa.

Resezione radicolare, quando è possibile salvare il dente - Ultima modifica: 2026-08-27T16:19:20+02:00 da Pierluigi Altea
Resezione radicolare, quando è possibile salvare il dente - Ultima modifica: 2026-08-27T16:19:20+02:00 da Pierluigi Altea