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Odontoiatra pediatrico e pediatra

Odontoiatra pediatrico e pediatra

Autori

a cura di Matteo Beretta e Michela Paglia

DOI: 10.61018/DM.2026.10

Il pediatra rappresenta il primo e più costante punto di riferimento sanitario per il bambino
fin dalla nascita. Attraverso i periodici bilanci di salute ha il privilegio di monitorare la crescita della quasi totalità dei nuovi nati nei loro anni più cruciali (Figura 1). Per questo motivo, il pediatra è l’interlocutore chiave e il partner strategico dell’odontoiatra pediatrico nella prevenzione delle patologie del cavo orale (1, 3).

Odontoiatra pediatrico e pediatra
1. Il pediatra come partner strategico per la salute orale e lo sviluppo del bambino nell’ambito dei bilanci di salute
I bilanci di salute costituiscono un’occasione di monitoraggio del benessere della popolazione pediatrica e forniscono momenti utili di dialogo con i genitori

Le evidenze scientifiche parlano chiaro: la maggior parte delle malattie odontostomatologiche dell’infanzia può essere efficacemente prevenuta. Interventi tempestivi, educazione dei genitori (Figura 2) e promozione di corretti stili di vita sono le armi più efficaci a nostra disposizione (4-6).

Odontoiatra pediatrico e pediatra
2. Educazione dei genitori per la promozione di corretti stili di vita e abitudini anche per la salute del cavo orale del bambino e del suo sviluppo cranio-facciale

I primi anni di vita costituiscono la finestra temporale ideale per guidare le famiglie su:
• manovre corrette di igiene orale domiciliare;
•alimentazione ed educazione nutrizionale acariogena;
•protocolli di fluoroprofilassi;
•intercettazione di abitudini viziate (uso prolungato del ciuccio, respirazione orale, dito in bocca) che possono compromettere lo sviluppo delle arcate dentarie.

Nonostante la centralità di questa sinergia, nella pratica clinica quotidiana si riscontra ancora un divario: molti pediatri non eseguono un’ispezione sistematica del cavo orale durante le visite di routine. Di conseguenza, il rinvio allo specialista avviene spesso solo in presenza di sintomi evidenti o patologie conclamate. Se il bambino non manifesta dolore o problematiche macroscopiche, la prima visita odontoiatrica viene frequentemente posticipata, perdendo così una preziosa opportunità di prevenzione primaria e intercettiva, consultando l’odontoiatra solo in caso di emergenza.
Questa gestione “in emergenza e tardiva” ancora oggi può rappresentare anche un problema importante sotto il profilo dei costi da sostenere per la salute pubblica.
I programmi di prevenzione orale nei bambini riducono significativamente la carie e, nella grande maggioranza degli studi, riducono anche i costi sostenuti dai sistemi sanitari (7). La carie dentale e le altre patologie orali dell’età pediatrica rappresentano un rilevante problema di salute pubblica, associato a un considerevole impatto economico per i sistemi sanitari. Le evidenze disponibili dimostrano che gli interventi preventivi precoci sono clinicamente efficaci e, nella maggior parte dei casi, risultano costo-efficaci o addirittura in grado di generare risparmi per il servizio sanitario.
È sempre più necessaria una stretta collaborazione tra il pediatra di famiglia e l’odontoiatra pediatrico. Un approccio multidisciplinare condiviso tra i diversi professionisti coinvolti nella tutela della salute del bambino aumenta le opportunità di realizzare interventi educativi orientati alla prevenzione fin dalla prima infanzia (8).

La Early Childhood Caries (ECC) è una patologia multifattoriale in cui le abitudini alimentari dei primi anni di vita svolgono un ruolo determinante nello sviluppo della malattia e nella colonizzazione di batteri cariogeni.
Le principali società scientifiche raccomandano di evitare zuccheri aggiunti nei primi due anni di vita e di limitare il consumo di succhi di frutta, promuovendo un’alimentazione sana fin dalla prima infanzia.
Poiché la ECC condivide numerosi fattori di rischio con altre malattie croniche non trasmissibili, la prevenzione deve coinvolgere l’intero nucleo familiare.
Un approccio multidisciplinare, con la collaborazione di pediatri, nutrizionisti e professionisti della salute, è fondamentale per favorire cambiamenti duraturi nelle abitudini alimentari e migliorare la salute generale e orale del bambino, che sarà l’adulto di domani (9).
Negli anni, la comunità scientifica ha promosso congressi interdisciplinari, corsi di formazione e pubblicazioni editoriali per incentivare la collaborazione tra le due figure. Tuttavia, queste iniziative faticano a tradursi in un cambiamento concreto e sistematico nella routine ambulatoriale.
Per superare questi ostacoli, una soluzione concreta potrebbe risiedere nella creazione di linee guida odontoiatriche destinate in modo specifico ai pediatri. Uno strumento sintetico, strutturato per fasce d’età, progettato per aiutare il medico a individuare rapidamente le principali condizioni odontoiatriche meritevoli di attenzione.
Per ciascuna fascia d’età, il vademecum si articola su tre punti chiave:
1. cosa osservare durante la visita pediatrica di routine;
2. quali condizioni richiedono un monitoraggio nel tempo;
3. quali situazioni necessitano di un invio tempestivo all’odontoiatra pediatrico.

L’obiettivo di questo strumento non è trasformare il pediatra in un odontoiatra, bensì fornirgli le competenze cliniche essenziali per prevenire al meglio le problematiche più frequenti (9) e riconoscere tempestivamente quelle che richiedono un approccio di cura da parte dell’odontoiatra pediatrico, facilitando il corretto e tempestivo referral specialistico per tutte quelle condizioni che non sono prevenibili o che richiedono un intervento tempestivo per evitarne il peggioramento. Una collaborazione strutturata e fluida tra pediatra e odontoiatra pediatrico permette di intercettare precocemente carie, lesioni dei tessuti molli, alterazioni dello sviluppo dento-scheletrico e malocclusioni (Figura 3).

Odontoiatra pediatrico e pediatra
3. Non solo ciuccio o dito: spesso anche la coperta preferita può essere utilizzata dal bambino nell’ambito del suo “vizio orale”

Questo approccio non solo migliora la qualità della vita e la salute generale del piccolo paziente, ma riduce drasticamente la necessità di trattamenti terapeutici complessi e invasivi in età successiva, migliorando la qualità di vita complessiva per le famiglie e allo stesso tempo riducendo i costi per le stesse e per la sanità pubblica, con le problematiche ad essa connesse come per esempio la antibiotico-resistenza (10).Odontoiatra pediatrico e pediatra

La prevenzione non è un atto isolato: è efficace solo quando tutti i professionisti coinvolti parlano lo stesso linguaggio e condividono un percorso assistenziale comune. In questa visione d’insieme, il pediatra è il primo, fondamentale anello di una rete di salute che vede nell’odontoiatra pediatrico il suo naturale alleato (Figura 4).

4. Un bambino per il quale la prevenzione ha funzionato è anche un bambino con un benessere emotivo positivo, fiducioso nei confronti di chi si prende cura della sua salute orale… sin dalla nascita
L’obiettivo deve essere promuovere la salute e non inseguire la patologia. Ancora una volta il desiderio che ci deve accomunare è fare in modo che i bambini non siano sani perché siamo bravi a curarli, ma perché facciamo in modo che non si ammalino… e questo non si riferisce solo alla salute orale, ma anche al loro benessere emotivo.

 

Bibliografia
  1. Dinkevich E, Ozuah PO. Well-child care: effectiveness of current recommendations. Clin Pediatr (Phila). 2002 May;41(4):211-7.
  2. Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per le politiche della famiglia. Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva 2025-2027 (https://famiglia.governo.it/media/2iyajw21/6-piano-nazionale-infanzia-ed-adolescenza.pdf).
  3. Federazione Italiana Medici Pediatri, 2026.
  4. American Academy of Paediatric Dentistry. Policy on Early Childhood Caries (ECC): Consequences and Preventive Strategies, 2025 (https://www.aapd.org/globalassets/media/policies_guidelines/p_eccconsequences.pdf).
  5. World Health Organization, Ending Childhood Dental Caries: WHO Implementation Manual, 2020 (https://www.who.int/publications/i/item/ending-childhood-dental-caries-who-implementation-manual).
  6. Cortez-Gaeta M, Martínez-Nieto M, González-Alvarez GE, et al. Prevention of Early Childhood Caries from the First Level of Care: An Interdisciplinary Approach and Motivational Communication. Sage Open Pediatr. 2025 Dec 9;12:30502225251401699.
  7. Fraihat N, Madae’en S, Bencze Z, Herczeg A, Varga O. Clinical Effectiveness and Cost-Effectiveness of Oral-Health Promotion in Dental Caries Prevention among Children: Systematic Review and Meta-Analysis. Int J Environ Res Public Health. 2019 Jul 25;16(15):2668.
  8. American Academy of Pediatrics. The Role of Pediatrics in Medical-Dental Integration, 2023
  9. Paglia L. Early Childhood Caries: a Family-Centred Disease. Eur J Paediatr Dent. 2025 Jun 1;26(2):87.
  10. Leroy R, Bourgeois J, Verleye L, et al. Are systemic antibiotics indicated in children presenting with an odontogenic abscess in the primary dentition? A systematic review of the literature. Clin Oral Investig. 2021 May;25(5):2537-2544

Impianti dentali negli adolescenti: esiti a lungo termine

Impianti negli adolescenti

Impianti dentali negli adolescenti: è possibile ottenere risultati prevedibili anche quando la crescita cranio-facciale non è ancora completamente terminata? Uno studio condotto a Münster, in Germania, in collaborazione con l’Università di Bonn e l’Università di Berna, ha valutato gli esiti a lungo termine di un protocollo implantare adattato al modello di crescita individuale. I risultati indicano una buona sopravvivenza implantare e risultati estetici favorevoli, ma confermano anche la necessità di considerare attentamente la crescita residua.

Il problema della crescita cranio-facciale

L’inserimento di impianti negli adolescenti rappresenta ancora oggi un tema controverso. Un impianto osteointegrato, infatti, non segue lo sviluppo dento-alveolare come un dente naturale. Si comporta piuttosto come un elemento anchilosato. Di conseguenza, la crescita dei mascellari e la continua eruzione dei denti adiacenti possono modificare nel tempo i rapporti tra la corona implantare e la dentatura naturale. Il problema assume particolare importanza nella regione anteriore del mascellare superiore, dove anche piccole discrepanze possono compromettere l’estetica. L’infraocclusione rappresenta una delle conseguenze più note. La crescita verticale del volto, inoltre, può proseguire fino a 17-18 anni nelle ragazze e ancora più a lungo nei ragazzi. Tuttavia, l’età anagrafica non descrive da sola il processo di maturazione. Anche il modello di crescita cranio-facciale può influenzare il risultato.

Un protocollo adattato al singolo paziente

Lo studio ha analizzato un particolare concetto terapeutico sviluppato a Münster oltre 25 anni fa. Il protocollo prevede di modificare la posizione dell’impianto in funzione del modello di crescita individuale, valutato attraverso un’analisi cefalometrica ortodontica. Gli operatori adattano quindi la posizione vestibolo-palatale, l’angolazione e il livello apico-coronale dell’impianto. L’obiettivo è anticipare, per quanto possibile, gli effetti della crescita successiva e ottenere una maggiore simmetria con il dente controlaterale al termine dello sviluppo. Il paziente viene inoltre informato della possibile necessità di modificare o sostituire in futuro la riabilitazione protesica, proprio per compensare i cambiamenti determinati dalla crescita.

Oltre 600 impianti negli adolescenti analizzati

I ricercatori hanno esaminato retrospettivamente i dati relativi a 305 pazienti che avevano ricevuto impianti tra i 12 e i 20 anni. Complessivamente sono stati valutati 612 impianti. Di questi, 441 erano stati inseriti per agenesia dentale congenita e 171 in seguito alla perdita di un elemento dentario. La sopravvivenza implantare primaria complessiva ha raggiunto il 93,8%. Il valore è risultato pari al 97,7% negli impianti posizionati in seguito alla perdita di un dente e al 92,3% nei casi di agenesia. I 38 fallimenti osservati erano tutti precoci e dovuti alla mancata osteointegrazione. Dopo la rimozione, gli impianti sono stati nuovamente inseriti circa dodici settimane più tardi. I secondi interventi hanno ottenuto una sopravvivenza implantare del 100%.

Il controllo degli impianti anteriori

Una parte dello studio si è concentrata specificamente sull’area estetica. Gli autori hanno richiamato 50 pazienti portatori di 68 impianti singoli nella regione anteriore del mascellare superiore. L’età media al momento dell’inserimento era di 16,2 anni, con un intervallo compreso tra 12 e 20 anni. Il follow-up medio ha superato i sette anni e mezzo, ma in alcuni casi ha raggiunto i 24 anni. I risultati estetici sono stati valutati attraverso il Pink Esthetic Score, che prende in considerazione diversi parametri relativi ai tessuti molli perimplantari. Il punteggio medio è stato di 12 su un massimo di 14, un risultato considerato favorevole e paragonabile a quelli riportati nelle popolazioni adulte. Anche la salute perimplantare si è mantenuta stabile. Nel gruppo sottoposto a controllo clinico non sono stati rilevati casi di perimplantite. La soddisfazione dei pazienti è risultata inoltre elevata: il 94% ha dichiarato che sceglierebbe nuovamente il trattamento implantare.

Le discrepanze verticali restano frequenti

I dati confermano però che la crescita non può essere ignorata. Nel 41,2% degli impianti anteriori è stata osservata una discrepanza verticale tra la corona implantare e il dente controlaterale. Nel 32,4% dei casi era presente un’infraocclusione, mentre nell’8,8% si rilevava una supraocclusione. Le differenze erano generalmente contenute e non hanno compromesso in modo significativo il Pink Esthetic Score. Tuttavia, la loro comparsa era associata ad alcuni fattori specifici. L’età al momento dell’intervento ha mostrato un ruolo importante. Tra gli impianti inseriti prima dei 15 anni e mezzo, il 76% presentava una differenza verticale. La percentuale scendeva al 15% tra quelli inseriti dopo questa età.

La selezione del paziente diventa centrale

Lo studio non suggerisce quindi di anticipare sistematicamente la terapia implantare negli adolescenti. Indica piuttosto che la scelta del momento più appropriato non dovrebbe basarsi esclusivamente sull’età. Occorre valutare il modello di crescita, il completamento dell’eruzione dentale, le condizioni anatomiche e la capacità del giovane paziente di mantenere una corretta igiene orale. Anche l’indicazione clinica può influenzare il risultato. Il dato sulle discrepanze verticali resta particolarmente significativo. Dimostra che, anche con una pianificazione adattata alla crescita, i cambiamenti cranio-facciali possono continuare a modificare la relazione tra impianto e denti naturali. Per questo motivo il follow-up a lungo termine e la possibilità di intervenire sulla componente protesica mantengono un ruolo fondamentale.

Impianti negli adolescenti: una possibilità terapeutica da valutare con cautela

I risultati dello studio, pubblicato sul Journal of Functional Biomaterials, suggeriscono che un posizionamento implantare pianificato in funzione del modello di crescita può offrire buoni risultati estetici e una buona stabilità a lungo termine anche nei pazienti adolescenti. Gli stessi autori sottolineano però alcuni limiti della ricerca. Lo studio è retrospettivo, manca un gruppo di controllo e il campione sottoposto al follow-up clinico è relativamente contenuto rispetto alla casistica iniziale. Serviranno quindi studi prospettici più ampi per confermare questi risultati. Il lavoro offre comunque uno spunto clinico importante. Nei pazienti più giovani la domanda potrebbe non essere soltanto a quale età inserire un impianto, ma soprattutto quanto sviluppo cranio-facciale rimane e quale traiettoria seguirà. La valutazione individuale della crescita potrebbe così diventare uno degli elementi decisivi nella pianificazione implantare dell’adolescente.

Riabilitazione settoriale con impianti post-estrattivi Premium

Riabilitazione settoriale con impianti post-estrattivi

Autori

Ines Cataldo
Odontoiatra, Perfezionamento in chirurgia implanto-protesica.
Libero professionista (SA);(PZ)

Corrispondenza: cataldoines@gmail.com

 

Abstract

Gli impianti dentali post-estrattivi rappresentano nell’odontoiatria moderna una soluzione affidabile, rapida e sempre più richiesta. Questa tecnica prevede l’inserimento degli impianti contestualmente all’estrazione degli elementi dentali, con l’obiettivo di preservare l’estetica e la funzionalità del sito trattato. Una corretta pianificazione e una diagnosi sia clinica che radiografica permettono al chirurgo di accelerare il processo riabilitativo, contribuendo all’integrità della cresta alveolare e dei tessuti molli circostanti qualora il sito da trattare non sia compromesso da granulomi o cisti, e la riduzione dei tempi completi della riabilitazione protesica. Mentre per il paziente si riducono il numero di interventi chirurgici, quindi lo “stress” alla poltrona e soprattutto anche l’uso degli antibiotici; tema oggi molto discusso dell’antibiotico-resistenza.

Sector Rehabilitation with post-extraction implants

Post-extraction dental implants represent a reliable, rapid, and increasingly popular solution in modern dentistry. This technique involves placing implants simultaneously with tooth extraction, with the goal of preserving the aesthetics and functionality of the treated site. Proper planning and both clinical and radiographic diagnosis allow the surgeon to accelerate the rehabilitation process, contributing to the integrity of the alveolar ridge and surrounding soft tissues, provided the treated site is not compromised by granulomas or cysts, and reducing the overall prosthetic rehabilitation time. For the patient, this reduces the number of surgical procedures, thus reducing chair time and, most importantly, the use of antibiotics; a hotly debated topic today, antibiotic resistance.

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Mantenitore di spazio estetico e funzionale: tecnica semplificata per il paziente pediatrico

Mantenitore di spazio

Il mantenitore di spazio classico, impiegato nei trattamenti ortodontici, offre vantaggi, ma presenta anche limiti. Come mostra uno studio condotto in Brasile, in un contesto universitario, sulla perdita precoce dei molari decidui. Questa condizione si osserva spesso nei bambini molto piccoli e rappresenta una criticità rilevante per lo sviluppo dell’occlusione. La perdita anticipata di un dente da latte non è mai un evento isolato. Produce infatti conseguenze progressive. I denti adiacenti tendono a migrare. Lo spazio si riduce. L’eruzione del dente permanente può risultare alterata. Nel tempo, il paziente può sviluppare malocclusioni complesse. Per questo motivo, la gestione dello spazio rappresenta una fase fondamentale della terapia intercettiva.

Limiti delle soluzioni tradizionali

Gli autori partono da un limite noto nella pratica clinica. Il mantenitore di spazio classico, come il band-and-loop, funziona bene nel preservare la lunghezza dell’arcata. Tuttavia presenta debolezze evidenti. Non ripristina la funzione occlusale. Non riproduce l’anatomia del dente perso. Non contribuisce all’estetica. In alcuni casi può favorire l’estrusione del dente antagonista. Questo può influenzare la stabilità verticale e la qualità della masticazione. Per superare questi limiti sono state proposte varianti più complesse. Alcune richiedono saldature metalliche. Altre necessitano di fili ortodontici modellati con precisione. Più recentemente sono stati introdotti sistemi digitali con CAD-CAM e stampa 3D. Tuttavia queste soluzioni aumentano i costi e riducono l’accessibilità, soprattutto nei contesti pubblici o con risorse limitate.

La tecnica proposta dagli autori

Il cuore dell’articolo è una tecnica semplificata per la costruzione di un mantenitore di spazio estetico-funzionale. L’approccio è completamente analogico. Non utilizza fili ortodontici complessi. Non richiede saldature. Non impiega tecnologia digitale avanzata. Il principio è intuitivo. Il dispositivo riproduce la forma del dente deciduo estratto. In questo modo si mantiene non solo lo spazio, ma anche la morfologia naturale dell’arcata. La ricostruzione anatomica avviene usando il dente del bambino come riferimento guida. Il mantenitore viene costruito partendo da un’impronta e da un modello di lavoro. L’elemento protesico viene modellato in resina acrilica e adattato a un ancoraggio ortodontico semplice. La struttura viene poi stabilizzata con materiali adesivi e rifinita per garantire comfort e igiene.

Caso clinico e applicazione pratica

Il caso riguarda un bambino di 4 anni con grave compromissione cariosa di un molare deciduo inferiore. La situazione clinica includeva distruzione coronale avanzata e coinvolgimento della forcazione. L’estrazione è risultata inevitabile. La valutazione radiografica ha mostrato un successore permanente in fase iniziale di sviluppo. Questo ha reso necessario l’inserimento immediato di un mantenitore di spazio. Dopo l’estrazione, gli operatori hanno realizzato il dispositivo seguendo la tecnica proposta. Il mantenitore è stato posizionato dopo la guarigione dei tessuti molli. Il follow-up a 12 mesi ha mostrato risultati stabili. Lo spazio è rimasto preservato. L’occlusione non ha subito alterazioni. Il dente permanente ha continuato il suo sviluppo fisiologico.

Vantaggi clinici e implicazioni pratiche

La tecnica presenta diversi vantaggi pratici. Prima di tutto riduce la complessità operativa. Il clinico lavora con materiali disponibili nella maggior parte dei laboratori odontotecnici. Inoltre si riduce il tempo di lavorazione rispetto ai sistemi tradizionali con saldature. Un altro punto importante riguarda la componente funzionale. Il dispositivo non si limita a mantenere lo spazio. Ripristina anche il contatto occlusale. Questo riduce il rischio di sovraeruzione del dente antagonista e contribuisce a una maggiore stabilità del sistema stomatognatico in crescita. L’aspetto estetico, spesso trascurato nei mantenitori tradizionali, diventa invece parte integrante della soluzione. Nei pazienti pediatrici questo può facilitare l’accettazione del dispositivo da parte dei genitori e migliorare la collaborazione.

Limiti e prospettive future

Come ogni caso clinico, anche questo approccio presenta limiti evidenti. Si tratta di una singola osservazione clinica. Non consente generalizzazioni definitive. Inoltre mancano confronti diretti con altre tecniche consolidate. Servono studi più ampi e follow-up più lunghi. Sarebbe utile valutare anche parametri funzionali oggettivi, oltre alla semplice stabilità dello spazio. Tuttavia il valore principale del lavoro è l’introduzione di una soluzione semplice, riproducibile e potenzialmente utile in contesti con risorse limitate.

Considerazioni finali

La proposta qui descritta, pubblicata sul Journal of Esthetic and Restorative Dentistry, si inserisce nel filone delle tecniche minimamente complesse ma clinicamente efficaci. L’idea centrale è chiara: semplificare senza perdere funzione. In odontoiatria pediatrica questo equilibrio è spesso decisivo, soprattutto quando si lavora con pazienti molto giovani. Il mantenitore di spazio non è solo un dispositivo meccanico. È uno strumento di guida dello sviluppo occlusale. Per questo ogni innovazione che ne migliora accessibilità e funzionalità ha un impatto clinico rilevante. L’articolo evidenzia come anche approcci non digitali possano ancora oggi offrire risultati clinici affidabili, soprattutto in odontoiatria pediatrica, dove la tempestività e la praticità restano elementi centrali nella gestione terapeutica.

I nuovi compositi BPA-free superano il test di resistenza

Nuovi compositi BPA-free

Nuovi compositi più performanti e più sicuri: sono queste le finalità della ricerca sui nuovi materiali restaurativi. Tra gli obiettivi più ambiziosi c'è lo sviluppo di resine composite prive di bisfenolo A (BPA) o di suoi derivati, nuovi materiali BPA-free capaci di garantire elevati standard di biocompatibilità senza compromettere le prestazioni cliniche. In questo contesto, un gruppo di ricercatori, guidati dall'Academic Centre for Dentistry Amsterdam (ACTA), ha confrontato le proprietà di usura di diversi compositi BPA-free con quelle di un composito tradizionale a base di Bis-GMA, considerato un riferimento per la sua elevata resistenza. I risultati forniscono indicazioni utili per orientare la scelta dei materiali restaurativi.

I nuovi compositi BPA-free tra le alternative al Bis-GMA

Negli ultimi anni è cresciuto l'interesse verso materiali restaurativi privi di monomeri derivati dal BPA. Sebbene i compositi tradizionali abbiano dimostrato ottime prestazioni cliniche, la disponibilità di formulazioni alternative ha spinto ricercatori e aziende a verificare se sia possibile ottenere la stessa affidabilità meccanica con matrici resinose differenti. La vera sfida consiste nel mantenere inalterate caratteristiche fondamentali come la resistenza all'usura, la durezza superficiale e la stabilità nel tempo. Se questi requisiti non vengono soddisfatti, infatti, il rischio è quello di restauri che perdono rapidamente la propria anatomia occlusale o sviluppano superfici più ruvide, favorendo l'accumulo di placca e la pigmentazione.

Due modalità per simulare l'usura clinica dei nuovi compositi BPA-free

Per valutare il comportamento dei materiali, gli autori hanno preso in esame nove compositi BPA-free e li hanno confrontati con un composito convenzionale a base di Bis-GMA, utilizzato come controllo. I campioni sono stati sottoposti a due differenti prove di usura mediante la macchina ACTA, secondo la norma ISO/TS 14569-2. La prima simulava il contatto diretto tra due superfici, come avviene durante la masticazione o il serramento. La seconda riproduceva invece una situazione più vicina alla realtà clinica, nella quale tra le superfici sono presenti particelle abrasive, come residui alimentari. Al termine delle prove i ricercatori hanno misurato la profondità dell'usura, la rugosità superficiale e la durezza Vickers. Hanno inoltre osservato la morfologia delle superfici mediante microscopia elettronica a scansione per identificare le alterazioni prodotte dall'abrasione.

Prestazioni molto diverse tra i nuovi compositi

Lo studio ha evidenziato che non tutti i compositi BPA-free si comportano allo stesso modo. Alcuni materiali hanno mostrato una resistenza all'usura inferiore rispetto al controllo, mentre altri hanno ottenuto risultati molto simili. Questi risultati indicano che l'assenza di Bis-GMA non comporta necessariamente una riduzione delle prestazioni meccaniche. Alcuni compositi di nuova generazione sono infatti già in grado di offrire una resistenza all'usura molto vicina a quella dei materiali considerati oggi il riferimento clinico.

Non conta solo la quantità di riempitivo

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca sui nuovi materiali riguarda i fattori che influenzano l'usura dei restauri. Gli autori hanno osservato una correlazione moderata tra la resistenza all'usura a tre corpi, il volume dei riempitivi e la durezza del materiale. Tuttavia, questa relazione non è sufficiente a spiegare da sola il comportamento dei compositi. Entrano infatti in gioco anche la composizione della matrice resinosa, le caratteristiche dei filler e l'interazione tra le diverse componenti del materiale. In altre parole, aumentare semplicemente la quantità di riempitivo non garantisce automaticamente una migliore resistenza all'usura. È l'equilibrio complessivo della formulazione a determinare le prestazioni finali del restauro.

Cosa accade sulla superficie del restauro

Le osservazioni al microscopio elettronico hanno permesso di comprendere meglio i meccanismi di deterioramento. Dopo le prove di usura sono emersi fenomeni di degradazione della matrice resinosa, esposizione delle particelle di riempitivo e comparsa di microfratture superficiali. Inoltre, la rugosità aumentava soprattutto dopo la prova di usura a tre corpi, in particolare nei compositi microibridi. Dal punto di vista clinico questo dato è rilevante perché una superficie più ruvida può favorire la ritenzione di biofilm e compromettere nel tempo l'estetica e la durata del restauro.

Implicazioni per la pratica clinica

Lo studio suggerisce che alcuni compositi BPA-free rappresentano già oggi un'alternativa credibile ai materiali tradizionali. Tuttavia, le differenze osservate tra le varie formulazioni confermano che non è possibile considerare tutti i prodotti equivalenti. Il clinico deve saper valutare le caratteristiche specifiche del materiale, soprattutto nei restauri posteriori sottoposti a elevati carichi masticatori. La scelta non dovrebbe basarsi esclusivamente sull'assenza di BPA, ma anche sulle proprietà meccaniche documentate dalla letteratura scientifica. Nello stesso tempo, gli autori sottolineano la necessità di ulteriori studi clinici a lungo termine, indispensabili per verificare se i risultati ottenuti in laboratorio trovino conferma nella pratica quotidiana. Pubblicato sulla rivista Dental Materials, questo lavoro rappresenta uno dei primi confronti sistematici tra numerosi compositi BPA-free e un materiale convenzionale ad alta resistenza. I risultati mostrano che alcune nuove formulazioni sono già in grado di raggiungere prestazioni molto vicine a quelle dei compositi tradizionali, aprendo prospettive interessanti per lo sviluppo di restauri sempre più sicuri, durevoli e performanti.

Il futuro dell’odontoiatria è già qui. Sei pronto?

Nutrigenomica
Luigi Paglia, Direttore Scientifico de Il Dentista Moderno

L’odontoiatria sta cambiando più velocemente di quanto molti vogliano ammettere. E questa non è una minaccia — è un’opportunità enorme per chi ha la mentalità giusta.
Per anni è bastato essere bravi con le mani. Oggi non basta più.
La competenza clinica è ancora il fondamento – non si discute – ma da sola non costruisce più una carriera solida. Il dentista del futuro è anche organizzatore, comunicatore, stratega. E sì, anche un po’ imprenditore di sé stesso. Scanner intraorali, workflow digitali, intelligenza artificiale: non sono gadget per chi vuole stare al passo. Stanno diventando il minimo sindacale. La buona notizia? Chi inizia giovane ha un vantaggio enorme nell’adottarli – e soprattutto nel farli diventare parte del proprio metodo di lavoro, non semplici acquisti costosi.
Il tuo paziente, nel frattempo, è arrivato allo studio dopo aver letto, visto video, confrontato prezzi e chiesto a ChatGPT. Sta a te diventare il riferimento autorevole che merita fiducia –non solo il tecnico che esegue.
L’estetica cresce, il mercato si affolla, la concorrenza spinge verso il basso. La differenza non la farà chi “fa estetica” – la farà chi la fa bene, con basi cliniche solide e un’identità professionale chiara.
Quindi la vera domanda non è quale tecnica studiare prima.
È: che tipo di professionista vuoi essere tra dieci anni?
Chi aspetta di capire come va a finire, inseguirà sempre il cambiamento. Chi costruisce oggi la propria visione – clinica, organizzativa, umana – sarà chi guida il settore domani.
Il futuro dell’odontoiatria non va subìto. Va progettato.
Ecco perché abbiamo costruito per voi il nostro decalogo essenziale.
Buon lavoro – e buona costruzione.

 

 

10 AZIONI PER ORIENTARE IL CAMBIAMENTO

1. Costruisci competenze, non solo titoli

I corsi professionali servono se creano direzione, non accumulo.

2. Impara a leggere i numeri

Gestione economica e sostenibilità fanno parte della professione.

3. Non acquistare tecnologia senza strategia

Il digitale ha valore solo se migliora processi e risultati.

4. Cura la comunicazione quanto la clinica

Saper spiegare è ormai una competenza clinica.

5. Specializzati senza chiuderti

Avere un focus è utile. Perdere visione globale è pericoloso.

6. Allenati a lavorare in team

L’odontoiatria moderna è sempre meno individuale.

7. Proteggi credibilità e reputazione

Nel lungo periodo contano più della visibilità immediata.

8. Studia management e organizzazione

Il professionista del futuro dovrà comprendere sistemi complessi.

9. Sviluppa pensiero critico

Non tutto ciò che è nuovo rappresenta progresso reale.

10. Costruisci una visione professionale

La tecnica evolve rapidamente. L’identità professionale resta il vero differenziale.

 

 

 

Riassorbimento radicolare distale di elemento 16: trattamento canalare Premium

Autori

Giulio Arnaboldi

Odontoiatra libero professionista a Colverde, Como, Sesto San Giovanni, Somma Lombardo, Mendrisio

Corrispondenza: giulio.arnaboldi@outlook.com

DOI: 10.61018/DM.2026.03

Si descrive la gestione di un …

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Adesivi universali: semplificazione reale o marketing?

Adesivi universali
Occlusal laminate treatment known as inlay, onlay, and overlay in cosmetic dental dentistry. Porcelain filling treatment. Composite laminate veneer.

Negli ultimi quindici anni il mercato dei materiali adesivi ha assistito a una progressiva trasformazione: dalla complessità dei sistemi multistep alla ricerca di protocolli clinici sempre più rapidi, intuitivi e “universali”. L’introduzione degli adesivi universali rappresenta probabilmente il punto culminante di questa evoluzione.
Questi materiali vengono proposti come sistemi in grado di aderire efficacemente a smalto, dentina, metalli, zirconia e ceramiche vetrose, utilizzabili con tecnica self-etch (automordenzante), etch-and-rinse (mordenzatura e risciacquo) o selective enamel etching (mordenzatura selettiva dello smalto), spesso in un unico flacone. Il messaggio commerciale è chiaro: un solo adesivo per tutte le situazioni cliniche.
Tuttavia, la domanda che molti clinici continuano a porsi è se questa “universalità” rappresenti una reale evoluzione biologica e clinica oppure una sofisticata operazione di marketing.
La risposta, come spesso accade in odontoiatria restaurativa, non è netta. Gli adesivi universali costituiscono certamente un progresso significativo rispetto ai sistemi precedenti, ma le evidenze scientifiche mostrano come la semplificazione non elimini la necessità di comprendere profondamente i meccanismi adesivi, le caratteristiche dei substrati e le limitazioni operative dei diversi materiali.

Evoluzione dei sistemi adesivi: perché sono nati gli universali?

Per comprendere il successo degli adesivi universali è necessario ripercorrere brevemente l’evoluzione dei sistemi adesivi. I sistemi etch-and-rinse a tre passaggi di quarta generazione hanno rappresentato per anni il gold standard dell’adesione dentinale grazie alla loro elevata affidabilità clinica. Tuttavia, la sensibilità tecnica, il tempo operativo e il rischio di errori clinici hanno spinto l’industria verso sistemi progressivamente più semplici.
I self-etch hanno successivamente ridotto il numero di passaggi clinici integrando primer e mordenzante. Sebbene abbiano migliorato la gestione della dentina umida e ridotto la sensibilità post-operatoria, hanno spesso mostrato limiti nell’adesione allo smalto non mordenzato. Gli adesivi universali nascono quindi con l’obiettivo di combinare i vantaggi dei due approcci: semplicità operativa e versatilità clinica. La loro caratteristica principale è la presenza di monomeri funzionali capaci di creare un legame chimico stabile con l’idrossiapatite residua.

Cosa rende “universale” un adesivo?

Universalità: realtà chimica o definizione commerciale?

Il termine “universale” è, di fatto, una definizione commerciale e non scientifica. Non esiste infatti una classificazione ISO che definisca rigorosamente cosa sia un adesivo universale.
Nella pratica, un adesivo viene definito universale quando:
• può essere utilizzato con differenti strategie adesive;
• aderisce a molteplici substrati;
• è compatibile con procedure dirette e indirette;
• può essere impiegato con cementi duali o autopolimerizzanti.
Questa versatilità è reale, ma non implica che tutte le modalità applicative siano equivalenti.
Di conseguenza, l’idea di “un solo adesivo per tutto” rischia di semplificare eccessivamente una realtà clinica molto più complessa.

Cosa contiene realmente un adesivo universale?

Uno degli aspetti più sottovalutati nella pratica clinica riguarda la composizione chimica degli adesivi universali.
Nonostante vengano spesso percepiti come una categoria omogenea, presentano differenze compositive significative che ne influenzano comportamento clinico, stabilità e performance adesive (Tabella 1).

Comprendere queste differenze è fondamentale perché la scelta dell’adesivo non dovrebbe dipendere soltanto dalla popolarità commerciale del prodotto, ma soprattutto dalla situazione clinica e dalla tecnica operativa utilizzata.

10-MDP e GPDM: non tutti i monomeri funzionali son uguali

Gran parte delle performance cliniche degli adesivi universali deriva dalla presenza di monomeri funzionali capaci di creare interazioni chimiche con i substrati dentali.
Il più studiato è il 10-MDP (10-metacriloilossidecil diidrogeno fosfato), introdotto originariamente da Kuraray nei sistemi Clearfil.
Il 10-MDP possiede una duplice funzione:
• la porzione metacrilica polimerizza con la matrice resinosa;
• il gruppo fosfato interagisce chimicamente con il calcio dell’idrossiapatite.
Questa interazione determina la formazione di sali di calcio stabili che sembrano contribuire alla maggiore stabilità idrolitica dell’interfaccia adesiva.
A differenza dei tradizionali sistemi etch-and-rinse, più aggressivi, i sistemi contenenti 10-MDP consentono di preservare parte dell’idrossiapatite attorno alle fibrille collagene, favorendo una zona ibrida potenzialmente più stabile nel lungo termine.
Anche il GPDM (glicerolo fosfato dimetacrilato) è un monomero funzionale fosfatato sviluppato per favorire l’interazione con calcio e substrati dentali. Tuttavia, rispetto al 10-MDP, sembra formare legami chimici meno stabili nel tempo (Tabella 2).

Dal punto di vista clinico, questa differenza è importante:
• il 10-MDP è generalmente associato a migliore stabilità idrolitica;
• il GPDM sembra offrire una maggiore aggressività iniziale ma minore stabilità del legame chimico.
Non sorprende quindi che molti degli adesivi universali con migliori evidenze cliniche a lungo termine siano basati prevalentemente sul 10-MDP.

Monomeri metacrilici: la matrice resinosa dell’adesivo

Oltre ai monomeri funzionali, gli adesivi universali contengono diversi monomeri metacrilici responsabili della formazione della matrice resinosa polimerizzata. Tra i più utilizzati vi sono:
• Bis-GMA (bisfenolo A glicidil metacrilato), monomero ad alta viscosità che conferisce rigidità e buone proprietà meccaniche;
• UDMA (uretano dimetacrilato), caratterizzato da viscosità inferiore rispetto al Bis-GMA e da una maggiore flessibilità della matrice resinosa;
• TEGDMA (trietilenglicole dimetacrilato), monomero a bassa viscosità utilizzato per migliorare fluidità e capacità infiltrativa dell’adesivo.
La combinazione tra questi componenti influenza numerosi aspetti clinicamente rilevanti, tra cui:
• viscosità dell’adesivo;
• capacità di infiltrazione;
• grado di conversione;
• proprietà meccaniche della matrice polimerizzata;
• assorbimento d’acqua e stabilità nel tempo.
In linea generale, monomeri più viscosi come il Bis-GMA tendono a migliorare la stabilità meccanica, mentre componenti più fluidi come il TEGDMA facilitano la penetrazione nei substrati dentali, pur potendo aumentare idrofilia e contrazione da polimerizzazione.
Dal punto di vista clinico, l’equilibrio tra questi monomeri contribuisce in maniera significativa a determinare maneggevolezza, performance adesiva e durabilità dell’interfaccia nel lungo termine.

Il pH dell’adesivo: quanto “morde” davvero?

Il pH rappresenta uno dei parametri più importanti perché determina il grado di aggressività verso smalto e dentina. Gli adesivi universali sono generalmente classificati come:
• ultra-mild (pH ≥ 2,5);
• mild (pH ≈ 2);
• intermediately strong (pH 1-2);
• strong self-etch (pH ≤ 1).
Dal punto di vista clinico, un pH più basso aumenta la capacità mordenzante e la demineralizzazione superficiale.
Tuttavia, un’eccessiva aggressività può:
• ridurre l’idrossiapatite residua;
• diminuire il potenziale legame chimico del 10-MDP;
• aumentare permeabilità e degradazione.
Al contrario, adesivi ultra-mild preservano maggiormente l’idrossiapatite favorendo il legame chimico, ma richiedono quasi sempre mordenzatura selettiva dello smalto.
Si tratta di un apparente paradosso clinico: gli adesivi più aggressivi non sono necessariamente quelli più stabili nel lungo termine.

Solventi: perché il sistema solvente influenza il comportamento clinico

Il sistema solvente rappresenta uno degli elementi più importanti nella formulazione degli adesivi universali.
La sua funzione è quella di trasportare i monomeri all’interno della dentina demineralizzata favorendone la penetrazione tra le fibrille collagene.
Negli adesivi universali l’acqua è generalmente sempre presente, poiché necessaria alla ionizzazione dei monomeri funzionali acidi e al corretto funzionamento della componente self-etch. A questa si associano, in proporzioni variabili, co-solventi quali etanolo e acetone, che influenzano volatilità, evaporazione, infiltrazione e sensibilità tecnica del sistema adesivo.
Dal punto di vista clinico, le differenti combinazioni solventi possono contribuire a modificare la maneggevolezza del materiale e la tolleranza agli errori operativi (Tabella 3).

Acqua

Gli adesivi con elevato contenuto acquoso tendono a:
• essere più stabili dal punto di vista chimico;
• favorire l’attivazione dei monomeri funzionali;
• risultare meno sensibili all’eccessiva disidratazione dentinale.
Tuttavia, richiedono un’accurata evaporazione. Se l’acqua residua non viene adeguatamente eliminata, possono infatti aumentare:
• permeabilità dell’interfaccia;
• nanoinfiltrazione;
• degradazione idrolitica.

Etanolo

L’etanolo migliora la volatilità del sistema e facilita l’evaporazione del solvente. Gli adesivi etanolici risultano spesso:
• più semplici da asciugare;
• meno suscettibili a residui acquosi;
• più tolleranti nella pratica clinica quotidiana.
Per questo motivo molti clinici li considerano particolarmente indicati nei restauri diretti di routine.

Acetone

L’acetone possiede elevata volatilità e forte capacità di trasporto dei monomeri.
Tuttavia, gli adesivi acetone-based risultano:
• più sensibili alla disidratazione dentinale;
• più dipendenti dal corretto grado di umidità;
• tecnicamente più sensibili.
Pur offrendo elevate performance immediate, richiedono generalmente maggiore esperienza operativa.

HEMA: vantaggio clinico o limite biologico?

Tra gli acronimi più frequentemente citati nella letteratura adesiva vi è HEMA, abbreviazione di 2-idrossietil metacrilato.
Si tratta di un monomero idrofilo storicamente utilizzato nei sistemi adesivi per migliorare:
la bagnabilità della dentina;
la penetrazione dei monomeri nelle fibrille collagene;
la miscibilità tra componenti idrofile e idrofobe.
Dal punto di vista clinico, la presenza di HEMA rende generalmente l’adesivo più semplice da utilizzare e meno soggetto a separazione di fase.
Tuttavia, la sua elevata idrofilia comporta anche alcuni svantaggi (Tabella 4).

Negli ultimi anni sono comparsi adesivi universali HEMA-free, progettati per migliorare la stabilità dell’interfaccia adesiva.
Anche in questo caso, però, non esiste una soluzione perfetta:
• gli adesivi con HEMA risultano spesso più semplici da utilizzare;
• quelli HEMA-free potrebbero offrire maggiore stabilità chimica, ma essere più sensibili alla tecnica operativa (Tabella 5).

Riempitivi nanometrici: adesivo più fluido o più resistente?

Alcuni adesivi universali contengono filler nanometrici in grado di modificare viscosità, spessore del film adesivo e comportamento meccanico.
Gli adesivi più riempiti tendono a:
• creare film adesivi più spessi;
• migliorare l’assorbimento degli stress;
• aumentare la resistenza meccanica.
Tuttavia, un eccesso di viscosità potrebbe ridurre la capacità infiltrativa nelle aree profonde.
Dal punto di vista clinico:
• adesivi più fluidi risultano spesso vantaggiosi nelle cavità profonde;
• adesivi maggiormente riempiti possono essere utili nei restauri indiretti o in situazioni ad alto stress occlusale.
Silano incorporato: reale vantaggio o limite chimico?
Molti adesivi universali dichiarano la presenza di silano nella formulazione, con l’obiettivo di migliorare l’adesione alle ceramiche vetrose.
Tuttavia, il silano presenta una limitata stabilità chimica in ambiente acquoso e acido.
Di conseguenza:
• il silano incorporato potrebbe degradarsi nel tempo all’interno del flacone;
• le performance adesive potrebbero risultare inferiori rispetto all’utilizzo di un silano dedicato separato.
Per questo motivo, nelle procedure indirette più complesse molti clinici continuano a preferire protocolli tradizionali con silanizzazione separata.

Compatibilità con cementi duali e autopolimerizzanti

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda la compatibilità degli adesivi universali con cementi dual-cure o autopolimerizzanti.
Alcuni adesivi particolarmente acidi possono interferire con i sistemi redox dei materiali duali compromettendo la polimerizzazione chimica.
Questo aspetto assume particolare importanza in:
• cementazione di perni endodontici;
• restauri indiretti profondi;
• overlay e onlay;
• aree con limitata penetrazione luminosa.
Per questo motivo è importante verificare:
compatibilità dichiarata dal produttore;
eventuale necessità di attivatori dual-cure;
comportamento clinico documentato in letteratura.

Implicazioni cliniche

Smalto: la mordenzatura selettiva resta il riferimento

Uno dei punti più discussi riguarda l’adesione allo smalto. Sebbene gli adesivi universali possano essere applicati in modalità self-etch pura, numerose revisioni sistematiche confermano che la mordenzatura selettiva dello smalto migliora significativamente la forza adesiva e la stabilità marginale.
Il motivo è legato al pH relativamente moderato della maggior parte degli adesivi universali. Un’acidità troppo lieve non produce infatti un pattern di mordenzatura dello smalto paragonabile a quello ottenuto con l’acido ortofosforico.
Clinicamente, questo si traduce in:
• maggiore rischio di discolorazioni marginali;
• aumento del microleakage;
• possibile riduzione della longevità restaurativa.
Per questo motivo, molti autori suggeriscono oggi il selective enamel etching come approccio preferenziale quando si utilizzano adesivi universali.
In altre parole, l’adesivo “universale” funziona meglio quando non viene utilizzato in maniera completamente universale.

Dentina: minore sensibilità e maggiore tolleranza clinica

Se sullo smalto persistono alcune criticità, sulla dentina gli adesivi universali hanno mostrato vantaggi clinici concreti.
L’approccio self-etch consente infatti di ridurre il rischio di collasso delle fibre collagene, riduce la sensibilità tecnica legata al controllo dell’umidità dentinale e si associa, generalmente, a una minore incidenza di sensibilità post-operatoria. Inoltre, la preservazione di una quota di idrossiapatite residua favorisce l’interazione chimica dei monomeri funzionali, in particolare del 10-MDP, contribuendo potenzialmente alla stabilità dell’interfaccia adesiva nel tempo. Numerosi trial clinici randomizzati hanno confermato basse percentuali di sensibilità post-operatoria e buoni risultati clinici nei restauri diretti in composito, rendendo gli adesivi universali una soluzione prevedibile e ampiamente utilizzabile nella pratica quotidiana.

Adesivi universali

Evidenze cliniche di durabilità

Negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi studi clinici prospettici e diverse revisioni sistematiche che hanno consentito di valutare con maggiore accuratezza la durabilità clinica degli adesivi universali.
Le evidenze più solide derivano dai restauri cervicali non cariosi (NCCL), considerati un modello clinico particolarmente sensibile per l’analisi della stabilità dell’interfaccia adesiva nel tempo. In questo contesto, gli adesivi universali hanno mostrato tassi di ritenzione generalmente compresi tra l’80% e il 95% a 3-5 anni di follow-up, con performance complessivamente sovrapponibili a quelle dei migliori sistemi adesivi etch-and-rinse e self-etch tradizionali.
Le più recenti meta-analisi non hanno evidenziato differenze clinicamente rilevanti nella sopravvivenza restaurativa tra adesivi universali e sistemi adesivi convenzionali. Le differenze osservate riguardano prevalentemente parametri qualitativi, quali integrità e discolorazione marginali, che continuano a favorire gli approcci che prevedono la mordenzatura dello smalto.
I dati attualmente disponibili con follow-up più prolungati, fino a circa 7-8 anni, riportano tassi di ritenzione indicativamente compresi tra il 73% e l’80%, suggerendo una sostanziale stabilità clinica nel medio-lungo termine indipendentemente dalla strategia adesiva adottata, purché il protocollo applicativo venga eseguito correttamente. Un recentissimo studio con follow-up di 7,5 anni ha inoltre evidenziato performance cliniche sovrapponibili tra modalità self-etch, selective-etch ed etch-and-rinse, con tassi di ritenzione compresi tra il 72,7% e il 79,4%.
Nel complesso, le evidenze cliniche oggi disponibili supportano l’impiego degli adesivi universali come sistemi affidabili e prevedibili nel medio-lungo termine, senza evidenze di inferiorità clinicamente significativa rispetto ai sistemi adesivi convenzionali. Rimangono tuttavia necessari ulteriori studi prospettici per confermarne la durabilità oltre questo intervallo temporale (Tabella 7).

Adesivi universali

Adesivi universali e restauri indiretti

Gli adesivi universali hanno avuto un forte impatto anche nell’odontoiatria indiretta.
La possibilità di utilizzare lo stesso materiale per restauri diretti, cementazione adesiva, riparazioni intraorali e adesione a zirconia e metalli rappresenta indubbiamente un vantaggio logistico e operativo.
Molti adesivi universali contengono silano o monomeri fosfatici capaci di interagire con zirconia e metalli. Tuttavia, anche in questo ambito i risultati non sono uniformi.
Le revisioni sistematiche mostrano che:
• sulle ceramiche vetrose il protocollo convenzionale con acido fluoridrico e silano separato rimane spesso superiore;
• sulla zirconia il 10-MDP migliora significativamente l’adesione;
• la presenza di silano incorporato nell’adesivo può avere stabilità limitata nel tempo.
Pertanto, anche nelle procedure indirette l’approccio “one bottle fits all” deve essere interpretato con cautela.

Tutti gli adesivi universali sono davvero equivalenti?

Uno degli errori più frequenti consiste nel considerare tutti gli adesivi universali come una categoria omogenea.
In realtà, come abbiamo visto le differenze compositive sono rilevanti:
• alcuni contengono HEMA, altri ne sono privi;
• i solventi possono essere acqua, etanolo o acetone;
• il pH varia considerevolmente;
• il contenuto di riempitivo è molto eterogeneo.
Uno studio clinico randomizzato pubblicato nel 2025 ha evidenziato differenze significative nelle performance cliniche tra adesivi universali con differente solvente e contenuto di HEMA.
Anche recenti meta-analisi confermano che non esiste ancora un “gold standard” universale condiviso.
Di conseguenza, il clinico non dovrebbe scegliere un adesivo universale soltanto in base alla semplicità d’uso o alla popolarità commerciale, ma considerando:
• qualità delle evidenze cliniche;
• follow-up disponibili;
• compatibilità con il proprio protocollo operativo;
• prevedibilità nel medio-lungo termine.

Marketing e futuro

Marketing e percezione clinica

L’industria odontoiatrica ha certamente contribuito alla diffusione degli adesivi universali attraverso strategie comunicative molto efficaci.
Termini come “all-in-one”, “zero sensitivity”, “no waiting”, “universal compatibility” e “one bottle system” hanno creato l’idea di materiali quasi privi di limiti operativi.
In realtà, la letteratura scientifica è molto più prudente. Le performance cliniche degli adesivi universali appaiono generalmente buone, ma dipendenti dal protocollo utilizzato e dall’esperienza dell’operatore.
Il marketing ha quindi enfatizzato la versatilità reale del materiale, ma talvolta ha trasmesso il messaggio implicito che la tecnica adesiva fosse diventata meno importante.
È probabilmente questo il principale equivoco generato dagli adesivi universali.

Il futuro dell’adesione: non solo semplificazione

La ricerca contemporanea sta cercando di superare il vero limite dell’adesione moderna: la degradazione dell’interfaccia nel tempo.
Le nuove linee di sviluppo includono:
• nanoparticelle bioattive;
• rilascio controllato di agenti antibatterici;
• inibitori delle metalloproteinasi;
• sistemi auto-riparanti;
• miglioramento della resistenza idrolitica.
Il futuro degli adesivi potrebbe quindi non essere legato a una maggiore semplificazione, ma piuttosto a una maggiore stabilità biologica dell’interfaccia adesiva.

Conclusioni

Gli adesivi universali rappresentano una reale evoluzione dell’odontoiatria adesiva contemporanea. Hanno semplificato i protocolli clinici, aumentato la versatilità operativa e migliorato la gestione clinica della dentina.
Tuttavia, il concetto di “universale” non deve essere interpretato come sinonimo di equivalenza clinica in tutte le situazioni operative.
Le evidenze disponibili indicano chiaramente che:
• la mordenzatura selettiva dello smalto rimane consigliabile;
• le prestazioni variano tra i diversi prodotti;
• la tecnica operativa continua a essere determinante;
• la semplificazione non elimina la necessità di conoscenza biologica e clinica.
La vera innovazione degli adesivi universali non consiste nell’aver eliminato la complessità dell’adesione, ma nell’averla resa più gestibile nella pratica clinica quotidiana.
In conclusione, gli adesivi universali non sono soltanto marketing, ma la comunicazione commerciale ne ha talvolta semplificato eccessivamente la lettura clinica.

La semplificazione riduce davvero gli errori?

Uno dei principali argomenti commerciali a favore degli adesivi universali è la riduzione degli errori clinici grazie alla semplificazione operativa. Il concetto è plausibile: meno passaggi clinici significano teoricamente meno possibilità di contaminazione o di errore procedurale. Tuttavia, la realtà clinica mostra che gli adesivi universali non sono materiali forgiving in senso assoluto. Al contrario, rimangono fondamentali:

  • tempo di strofinamento attivo (“active scrubbing”);
  • evaporazione completa del solvente;
  • corretto controllo dell’umidità;
  • adeguato spessore del film adesivo;
  • polimerizzazione efficace;
  • rispetto dei tempi applicativi.

Molti fallimenti clinici derivano proprio dalla falsa percezione che questi sistemi siano semplici da utilizzare indipendentemente dal protocollo operativo. Le discussioni tra clinici mostrano chiaramente come la tecnica operativa continui a essere considerata il fattore determinante del successo adesivo. In numerose esperienze condivise da odontoiatri esperti emerge un concetto ricorrente: “technique is more important than the bonding agent”. In altre parole, la semplificazione del materiale non sostituisce il rigore clinico.

Take home message
  • Gli adesivi universali garantiscono risultati clinici affidabili, confermati anche nel medio-lungo termine.
  • Le differenze tra adesivi universali e sistemi convenzionali riguardano soprattutto parametri qualitativi, mentre la sopravvivenza restaurativa risulta generalmente sovrapponibile.
  • La mordenzatura selettiva dello smalto rimane la strategia preferibile per ottimizzare integrità marginale e durabilità restaurativa.
  • I sistemi contenenti 10-MDP offrono le evidenze più solide in termini di stabilità chimica e clinica dell’interfaccia adesiva.
  • Il successo clinico dipende dalla corretta selezione della strategia adesiva, dall’adesivo utilizzato e dal rigoroso rispetto del protocollo applicativo.
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Trattamento della peri-implantite avanzata: prime evidenze su un manicotto di guarigione come scudo fisico e biologico Premium

Autori

Davide Sala
Odontoiatra specializzato in parodontologia ed implantoprotesi presso la Göteborg University

Corrispondenza: davidesaladentista@gmail.com

DOI: 10.61018/DM.2026.02

Abstract

Background: la peri-implantite avanzata rappresenta una delle principali cause di fallimento implantare, con prognosi particolarmente sfavorevole nei casi caratterizzati da elevata perdita ossea e superfici implantari ad alta rugosità. La persistenza di contaminazione batterica e il rilascio di particelle di titanio contribuiscono al mantenimento di una risposta infiammatoria cronica, limitando l’efficacia delle attuali terapie rigenerative.

Obiettivo: valutare preliminarmente un innovativo dispositivo (Healing Sleeve®) progettato per isolare la superficie implantare contaminata dai tessuti peri-implantari, creando condizioni biologiche favorevoli alla guarigione e alla possibile re-osteointegrazione.

Materiali e Metodi: sono stati analizzati due casi clinici di peri-implantite avanzata trattati mediante installazione del dispositivo dopo debridement e rimozione del tessuto di granulazione. Il principio terapeutico consiste nella creazione di una nuova superficie liscia e biocompatibile, in grado di interrompere gli stimoli infiammatori associati alla superficie implantare contaminata.

Risultati: entrambi i casi hanno mostrato una guarigione clinicamente stabile e mantenuta a 12 mesi di follow-up. L’approccio ha consentito di evitare procedure demolitive quali espianto implantare, rigenerazione ossea e sostituzione protesica, con una significativa riduzione dei costi terapeutici e dell’impatto psicologico sul paziente. La superficie liscia del dispositivo ha inoltre facilitato le procedure di mantenimento, riducendo l’accumulo di biofilm e la complessità delle sedute di richiamo.

Conclusioni: i risultati preliminari suggeriscono che l’impiego dell’Healing Sleeve® potrebbe rappresentare una promettente alternativa conservativa nella gestione della peri-implantite avanzata. Sebbene siano necessari studi clinici controllati, indagini istologiche e follow-up a lungo termine per confermarne l’efficacia e la predittività, questa tecnologia potrebbe offrire un’evoluzione significativa rispetto agli approcci convenzionali basati sull’espianto implantare.

Treatment of advanced peri-implantitis: first evidence of a healing sleeve as a physical and biological shield

Background: advanced peri-implantitis is one of the leading causes of implant failure, with a particularly poor prognosis in cases characterized by extensive bone loss and highly rough implant surfaces. Persistent bacterial contamination and the release of titanium particles contribute to a chronic inflammatory response, thereby limiting the effectiveness of current regenerative treatment approaches.

Objective: to provide a preliminary evaluation of an innovative device (Healing Sleeve®) designed to isolate the contaminated implant surface from the surrounding peri-implant tissues, thereby creating biological conditions conducive to healing and potential re-osseointegration.

Materials and Methods: two cases of advanced peri-implantitis were treated using the Healing Sleeve® following surgical debridement and removal of granulation tissue. The therapeutic concept is based on the creation of a new smooth and biocompatible surface capable of interrupting the inflammatory stimuli associated with the contaminated implant surface.

Results: both cases demonstrated stable clinical healing maintained throughout a 12-month follow-up period. This approach enabled the avoidance of invasive procedures such as implant explantation, bone regeneration, and prosthetic replacement, resulting in a substantial reduction in treatment costs and psychological burden for the patients. Furthermore, the smooth surface of the device facilitated maintenance therapy by reducing biofilm accumulation and simplifying professional hygiene procedures.

Conclusions: preliminary findings suggest that the Healing Sleeve® may represent a promising conservative alternative for the management of advanced peri-implantitis. Although controlled clinical trials, histological investigations, and long-term follow-up studies are required to confirm its efficacy and predictability, this technology has the potential to provide a significant advancement over conventional treatment strategies based on implant removal. The preservation of existing implant-supported rehabilitations may offer meaningful clinical, economic, and patient-centered benefits.

 

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Fumo e sigarette elettroniche: allo studio l’impatto sulla salute parodontale

Fumo

Negli ultimi anni, l'uso di sigarette elettroniche, vaping e narghilè si è diffuso rapidamente, soprattutto tra i giovani adulti. E molti considerano queste forme di esposizione alla nicotina meno dannose rispetto alle sigarette convenzionali. Le evidenze scientifiche disponibili non consentono ancora di trarre conclusioni definitive. Partendo da questa premessa, un gruppo di ricercatori della University of Jordan di Amman, in Giordania, ha analizzato gli effetti del fumo tradizionale e delle sue alternative sulla salute dei tessuti parodontali. Gli autori hanno confrontato alcuni parametri biologici e clinici in fumatori e non fumatori, con l'obiettivo di comprendere meglio il possibile impatto delle diverse abitudini di fumo sul parodonto.

Il legame tra fumo e malattia parodontale

Da tempo la letteratura scientifica riconosce il fumo come uno dei principali fattori di rischio per la malattia parodontale. Le sostanze tossiche contenute nel tabacco alterano la risposta immunitaria dell'organismo e compromettono i processi di guarigione dei tessuti. Inoltre, il fumo favorisce la colonizzazione batterica e modifica il microambiente orale. Questi cambiamenti possono accelerare la distruzione dei tessuti di supporto del dente e aumentare il rischio di perdita dentale. Sebbene gli effetti delle sigarette tradizionali siano ormai ben documentati, restano ancora molti interrogativi sulle conseguenze delle sigarette elettroniche e del narghilè. Per questo motivo cresce l'interesse verso studi che confrontano direttamente le diverse modalità di consumo.

Biomarcatori per valutare l'infiammazione

Per valutare lo stato di salute dei tessuti parodontali, i ricercatori hanno analizzato il fluido crevicolare gengivale. Questo liquido rappresenta una fonte preziosa di informazioni biologiche perché riflette i processi infiammatori che avvengono a livello dei tessuti parodontali. Lo studio si è concentrato su due marcatori particolarmente importanti: l'interleuchina-1 beta (IL-1β) e la metalloproteinasi della matrice 8 (MMP-8). L'IL-1β svolge un ruolo centrale nella risposta infiammatoria e contribuisce alla distruzione dei tessuti parodontali. La MMP-8, invece, partecipa alla degradazione del collagene e viene spesso utilizzata come indicatore dell'attività della malattia parodontale. L'analisi di questi biomarcatori permette di individuare eventuali alterazioni biologiche anche quando i segni clinici risultano poco evidenti.

Nessuna differenza significativa nei marcatori analizzati

I risultati hanno mostrato un dato interessante. I livelli di IL-1β e MMP-8 non hanno evidenziato differenze statisticamente significative tra i gruppi esaminati. In altre parole, nei soggetti inclusi nello studio, le diverse abitudini di fumo non sembrano aver determinato variazioni rilevanti di questi due marcatori infiammatori. Questo risultato suggerisce che, almeno nei soggetti con salute parodontale o con forme lievi di infiammazione gengivale, il tipo di esposizione al fumo potrebbe non influenzare in modo sostanziale alcuni processi biologici associati all'infiammazione. Tuttavia, gli autori invitano alla cautela nell'interpretazione dei dati. La salute parodontale è infatti il risultato di numerosi fattori biologici, ambientali e comportamentali che possono interagire tra loro.

Le differenze emergono nell'esame clinico

Se i biomarcatori non hanno mostrato variazioni significative, alcuni parametri clinici hanno invece evidenziato differenze tra i gruppi. In particolare, i ricercatori hanno osservato variazioni nel sanguinamento al sondaggio, noto anche come Bleeding on Probing (BOP). Questo parametro rappresenta uno degli indicatori più utilizzati per valutare la presenza di infiammazione gengivale. Il sanguinamento al sondaggio riflette la risposta dei tessuti all'accumulo di placca batterica e fornisce informazioni utili sullo stato di salute del parodonto. Le differenze osservate suggeriscono che le varie modalità di fumo potrebbero influenzare la manifestazione clinica dell'infiammazione, anche quando i livelli dei biomarcatori risultano simili.

Cosa significano questi risultati per il clinico?

I risultati dello studio offrono alcuni spunti di riflessione per la pratica quotidiana. Molti pazienti ritengono che sigarette elettroniche e narghilè rappresentino alternative più sicure rispetto al fumo tradizionale. Tuttavia, le conoscenze attuali non consentono di confermare questa convinzione. L'assenza di differenze nei biomarcatori analizzati non significa necessariamente che queste abitudini siano prive di effetti sul parodonto. Al contrario, le variazioni osservate nei parametri clinici indicano che potrebbero esistere meccanismi biologici ancora poco compresi. Per questo motivo l'odontoiatra dovrebbe continuare a considerare qualsiasi forma di esposizione al fumo come un potenziale fattore di rischio per la salute orale.

La necessità di ulteriori ricerche

Gli autori sottolineano la necessità di condurre studi longitudinali con campioni più ampi. Solo ricerche di lunga durata potranno chiarire gli effetti reali delle diverse forme di fumo sui tessuti parodontali. Inoltre, sarà importante valutare altri biomarcatori infiammatori e approfondire il ruolo della durata dell'esposizione, della frequenza di utilizzo e delle caratteristiche individuali dei pazienti.

Un tema sempre più attuale per la prevenzione

Pubblicato sull'International Journal of Dentistry, questo studio contribuisce ad ampliare le conoscenze sugli effetti delle nuove modalità di consumo di nicotina sulla salute orale. Sebbene i risultati non abbiano evidenziato differenze significative nei livelli di IL-1β e MMP-8, le variazioni osservate nel sanguinamento gengivale suggeriscono che il rapporto tra fumo e salute parodontale sia più complesso di quanto si pensasse. Per gli odontoiatri il messaggio è chiaro: la prevenzione e il counselling antifumo devono continuare a occupare un ruolo centrale nella pratica clinica. Solo attraverso una corretta informazione sarà possibile aiutare i pazienti a comprendere i rischi associati non soltanto alle sigarette tradizionali, ma anche alle alternative che oggi vengono spesso percepite come innocue.

Parodontologia e ricerca: serve maggior integrità scientifica

Parodontologia

La parodontologia è finita sotto i riflettori dell'evidence-based dentistry. Un gruppo di ricercatori afferenti al Dipartimento di Parodontologia e Odontoiatria Conservativa presso l'Ospedale Universitario di Münster, Germania, ha analizzato alcuni dei principali aspetti etici che influenzano oggi la ricerca in parodontologia. Il lavoro non presenta nuovi dati clinici, ma offre una riflessione approfondita sullo stato dell'integrità scientifica nel settore, prendendo in esame temi come le ritrattazioni degli articoli, le riviste predatorie, i conflitti di interesse, la condivisione dei dati e le pratiche di attribuzione della paternità scientifica. Lo studio è stato condotto attraverso una revisione narrativa della letteratura internazionale, integrata da analisi bibliometriche effettuate principalmente tramite PubMed.

Aumentano le ritrattazioni

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la crescita del numero di articoli ritirati dalla letteratura scientifica. Gli autori evidenziano che le pubblicazioni in ambito parodontale sono aumentate costantemente negli ultimi anni, ma parallelamente è cresciuto anche il numero di ritrattazioni. Una ricerca svolta su PubMed ha individuato oltre 107mila pubblicazioni legate alla parodontologia, delle quali 117 risultavano ritirate. Sebbene la percentuale sia contenuta, circa lo 0,11%, il fenomeno merita attenzione perché molti studi ritrattati possono continuare a essere citati e inclusi nelle revisioni sistematiche, influenzando le conclusioni scientifiche e le decisioni cliniche. Secondo gli autori, l'incremento osservato soprattutto dopo il 2020 potrebbe essere collegato alla diffusione di pratiche fraudolente come le cosiddette “paper mills”, organizzazioni che producono articoli scientifici falsificati o manipolati.

La parodontologia e il problema delle riviste predatorie

L'articolo affronta anche il tema delle riviste predatorie, una realtà che continua a rappresentare una minaccia per la qualità della ricerca. Queste pubblicazioni sfruttano spesso il modello open access, chiedono agli autori il pagamento di commissioni e garantiscono processi di revisione superficiali o inesistenti. Gli autori hanno esaminato diversi periodici odontoiatrici presenti nelle liste di Beall e hanno identificato numerosi segnali d'allarme. Tra questi figurano siti web poco professionali, promesse di pubblicazione estremamente rapide, informazioni editoriali incomplete e dichiarazioni fuorvianti sull'indicizzazione nelle banche dati scientifiche. Il rischio non riguarda soltanto gli autori. Gli articoli pubblicati su queste riviste possono infatti essere successivamente citati in lavori legittimi, contribuendo alla diffusione di informazioni poco affidabili.

Conflitti di interesse e finanziamenti

Un altro argomento centrale riguarda la trasparenza sui conflitti di interesse e sulle fonti di finanziamento. Gli autori sottolineano che la dichiarazione di eventuali rapporti economici o professionali rappresenta un elemento fondamentale per valutare correttamente i risultati di uno studio. Le analisi disponibili mostrano che le dichiarazioni sui conflitti di interesse sono relativamente frequenti nelle revisioni sistematiche di parodontologia, mentre le informazioni sui finanziamenti risultano meno complete. Inoltre, solo una minoranza degli studi discute il possibile impatto delle fonti di finanziamento sui risultati ottenuti. Particolare attenzione viene riservata anche ai membri dei comitati editoriali delle riviste scientifiche. Secondo gli autori, una maggiore trasparenza sulle collaborazioni con aziende e organizzazioni private contribuirebbe a rafforzare la fiducia nella letteratura scientifica.

Consenso informato, dati e paternità scientifica

La revisione analizza anche altri aspetti etici spesso meno visibili. Tra questi emerge il consenso informato, che in alcuni studi clinici non viene descritto in modo sufficientemente dettagliato. Una documentazione più chiara permetterebbe di verificare meglio il rispetto dei diritti dei pazienti. Anche la condivisione dei dati resta limitata. Molti studi non rendono disponibili i dati originali né dichiarano la volontà di condividerli. Questa situazione riduce le possibilità di verificare i risultati e ostacola la riproducibilità della ricerca. Infine, gli autori richiamano l'attenzione sui problemi legati all'attribuzione della paternità scientifica. In alcuni casi possono comparire tra gli autori persone che non hanno fornito un contributo sostanziale al lavoro, una pratica che compromette la correttezza del processo scientifico.

La necessità di una cultura dell'integrità

Secondo questo articolo, pubblicato sul Journal of Evidence-Based Dental Practice, la qualità della ricerca parodontale dipende non solo dal rigore metodologico, ma anche dal rispetto di solidi principi etici. Per questo motivo gli autori raccomandano una maggiore formazione sull'integrità scientifica, controlli editoriali più efficaci e una più ampia diffusione delle pratiche di trasparenza. L'obiettivo è garantire che le evidenze utilizzate nella pratica clinica siano affidabili, verificabili e realmente utili per la salute dei pazienti.

Implantologia, allo studio nuovi impianti in PEEK per i pazienti anziani

Impianti in PEEK paziente anziano

I nuovi impianti in PEEK per le riabilitazioni dei pazienti anziani sono stati progettati per ottenere un'osteointegrazione prevedibile e contrastare l'invecchiamento dei tessuti. Un gruppo di ricercatori cinesi della Southern University of Science and Technology e dello Shenzhen University General Hospital, a Shenzhen, ha sviluppato un nuovo biomateriale per affrontare una delle principali sfide della pratica clinica contemporanea: ottenere una prevedibile osteointegrazione nei pazienti anziani. Con l’aumento dell’aspettativa di vita cresce infatti il numero di persone che richiedono una riabilitazione implantare. Parallelamente aumentano anche le difficoltà biologiche legate all’invecchiamento dei tessuti. Per questo motivo i ricercatori hanno progettato una nuova superficie implantare basata sul polietereterchetone, meglio conosciuto come PEEK, arricchito con zinco e metformina.

L’invecchiamento modifica la risposta dell’osso

L’età avanzata influenza numerosi processi biologici. Le cellule perdono progressivamente efficienza e diminuisce la loro capacità rigenerativa. Inoltre aumentano lo stress ossidativo e l’infiammazione cronica di basso grado. Questi fenomeni compromettono la guarigione ossea e possono ostacolare l’osteointegrazione. Negli anziani si osserva spesso una ridotta attività degli osteoblasti e una minore capacità di formazione di nuovo tessuto osseo. Anche la risposta immunitaria tende a modificarsi. Di conseguenza l’ambiente biologico che circonda l’impianto diventa meno favorevole alla guarigione e può condurre al fallimento dell'impianto. Secondo gli autori, molti biomateriali oggi disponibili sono stati sviluppati senza considerare in modo specifico questi cambiamenti fisiologici. Da qui nasce l’idea di progettare una superficie implantare capace di contrastare direttamente alcuni dei meccanismi responsabili dell’invecchiamento cellulare.

I vantaggi e i limiti del PEEK

Negli ultimi anni il PEEK ha attirato un interesse crescente nel settore odontoiatrico. Questo polimero possiede infatti caratteristiche meccaniche particolarmente interessanti. Il suo modulo elastico è più vicino a quello dell’osso rispetto ai tradizionali materiali metallici. Questa proprietà consente una distribuzione più equilibrata delle forze masticatorie. Il materiale presenta inoltre una buona stabilità chimica e un’elevata biocompatibilità. Tuttavia il PEEK possiede anche un limite importante. La sua superficie risulta biologicamente poco attiva. Per questa ragione tende a favorire meno l’adesione cellulare e la formazione di nuovo osso rispetto ad altre soluzioni implantari. I ricercatori hanno quindi cercato di superare questo problema attraverso una modifica della superficie. L’obiettivo era trasformare il PEEK in un materiale capace di interagire attivamente con il microambiente osseo.

Il ruolo dello zinco e della metformina

Per raggiungere questo risultato gli autori hanno scelto due molecole con proprietà differenti ma complementari. Lo zinco svolge un ruolo fondamentale nel metabolismo osseo. Numerosi studi hanno dimostrato che questo elemento favorisce la proliferazione e la differenziazione delle cellule coinvolte nella formazione dell’osso. Inoltre contribuisce alla regolazione della risposta immunitaria locale. La metformina è nota soprattutto per il trattamento del diabete di tipo 2. Negli ultimi anni, tuttavia, diversi lavori hanno evidenziato effetti biologici che vanno oltre il controllo della glicemia. In particolare la molecola sembra ridurre lo stress ossidativo e limitare i fenomeni di senescenza cellulare. I ricercatori hanno quindi combinato zinco e metformina sulla superficie del PEEK. In questo modo hanno creato un sistema in grado di agire contemporaneamente su più meccanismi biologici.

Impianti in PEEK: risultati promettenti sul piano biologico

Le analisi condotte dagli autori hanno evidenziato risultati incoraggianti. La nuova superficie ha favorito l’adesione e la proliferazione delle cellule ossee. Inoltre ha stimolato i processi di differenziazione osteogenica, elementi essenziali per la formazione di nuovo tessuto osseo attorno all’impianto. Parallelamente i ricercatori hanno osservato una riduzione dei marcatori associati alla senescenza cellulare. Questo dato suggerisce una maggiore capacità del materiale di contrastare alcuni effetti biologici legati all’invecchiamento. Anche il microambiente infiammatorio ha mostrato segnali positivi. La presenza di zinco e metformina ha contribuito a modulare la risposta immunitaria locale. Tale effetto potrebbe favorire condizioni più stabili durante le fasi iniziali dell’osteointegrazione. Nel complesso il materiale ha dimostrato una migliore capacità di sostenere la rigenerazione ossea rispetto al PEEK non modificato.

Verso impianti personalizzati per la popolazione anziana

Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda il concetto di implantologia orientata all’età del paziente. Tradizionalmente i biomateriali vengono progettati per adattarsi a un’ampia gamma di situazioni cliniche. Gli autori propongono invece un approccio differente. Secondo questa visione, le caratteristiche biologiche dell’anziano richiedono materiali specificamente progettati per contrastare i processi degenerativi associati all’età. L’obiettivo non consiste soltanto nel sostituire un elemento dentario mancante. Il materiale deve anche contribuire attivamente a creare un ambiente favorevole alla guarigione. Questo approccio potrebbe aprire nuove prospettive nel settore della medicina rigenerativa e dell’implantologia orale. In futuro potrebbero essere sviluppate superfici implantari capaci di adattarsi alle caratteristiche biologiche di differenti categorie di pazienti.

Possibili ricadute cliniche

Sebbene siano necessari ulteriori studi prima di un’applicazione clinica estesa, i risultati ottenuti appaiono particolarmente interessanti. La possibilità di migliorare l’osteointegrazione nei soggetti anziani rappresenta infatti una priorità crescente per la professione odontoiatrica. Una migliore risposta biologica potrebbe tradursi in una maggiore prevedibilità terapeutica e in una riduzione delle complicanze associate alla guarigione ossea. Inoltre la modulazione della risposta infiammatoria potrebbe contribuire a migliorare la stabilità dell’interfaccia osso-impianto nelle fasi più delicate del trattamento. Se confermati da ulteriori ricerche, questi risultati potrebbero favorire l’introduzione di una nuova generazione di biomateriali intelligenti, capaci di svolgere un ruolo attivo nel processo di osteointegrazione.

Le prospettive future

Pubblicato sul Journal of Advanced Research, questo studio propone una strategia innovativa per affrontare le problematiche implantologiche associate all’invecchiamento. I ricercatori hanno dimostrato che la combinazione di PEEK, zinco e metformina può migliorare il comportamento biologico del materiale e promuovere un ambiente più favorevole alla formazione ossea. La ricerca suggerisce inoltre un cambiamento di prospettiva. Invece di adattare il paziente al biomateriale, i futuri sviluppi potrebbero portare alla progettazione di biomateriali specificamente adattati alle caratteristiche biologiche del paziente. In un contesto caratterizzato da un progressivo invecchiamento della popolazione, questa strategia potrebbe rappresentare una delle direzioni più promettenti per l’implantologia del prossimo futuro.

Paziente o cliente? Questo è il problema per molti odontoiatri

Paziente o cliente

Stephanie Yeung, odontoiatra londinese, ha recentemente pubblicato un interessante articolo che affronta una questione linguistica con importanti implicazioni etiche e deontologiche: definire chi riceve cure odontoiatriche “paziente” o “cliente” porta a conseguenze differenti? L’autrice osserva che la scelta del termine non è neutra, perché condiziona il modo in cui le due parti interpretano la relazione terapeutica. In altre parole, è una scelta tutt'altro che secondaria e per certi versi radicale. Simile a quella di chi, di fronte a un bivio, deve decidere se prendere una strada anziché l'altra, ignaro però del fatto che poi, una volta imboccata la via, non potrà più tornare indietro, se non dopo aver fatto un lungo tragitto.

Etimologia e significato

Yeung ricorda che la parola “paziente” deriva dal latino patiens, cioè “colui che sopporta”. Un’origine che potrebbe sembrare limitante, perché trasmette l’idea di passività. Tuttavia, nel contesto contemporaneo, il termine ha assunto un valore diverso. Non indica più soltanto chi subisce un trattamento, ma chi partecipa a un percorso di cura in cui il professionista fornisce competenza e guida. Al contrario, l’uso dei termini “cliente” o “consumatore” trasferisce la relazione nel campo delle transazioni economiche. In questa prospettiva, la salute rischia di ridursi a un servizio acquistabile, svuotato della sua dimensione terapeutica.

Il valore della relazione

Continuare a usare il termine “paziente”, secondo Yeung, consente di mantenere centrale l’identità professionale del dentista e il carattere fiduciario del rapporto di cura. D'altro canto, l’odontoiatria vive costantemente l’equilibrio tra dimensione clinica ed esigenze di mercato, e per questo la scelta lessicale diventa ancora più rilevante. Definire chi riceve cure “paziente”, significa riconoscere la vulnerabilità e la necessità di protezione che caratterizzano la condizione di chi si affida al professionista. Allo stesso tempo, non esclude un ruolo attivo nella decisione terapeutica, anzi lo rafforza, perché la partnership si costruisce a partire dal riconoscimento di bisogni e responsabilità reciproche.

Una posizione chiara

L’adozione del termine “paziente”, dunque, non è soltanto una questione stilistica, ma un modo per difendere la dimensione etica della professione odontoiatrica. Usare altre espressioni significherebbe rischiare una progressiva commercializzazione della pratica clinica, con la perdita di quella componente di empatia e di responsabilità che costituisce la vera essenza della cura. Il commento di Stephanie Yeung, pubblicato sul British Dental Journal, diventa così un invito a riflettere sul linguaggio quotidiano, su come l'uso di una singola parola possa influenzare la percezione e in ultima istanza anche la sostanza dell'odontoiatria contemporanea.

Chirurgia endodontica microscopica e realtà aumentata

Chirurgia endodontica microscopica

La chirurgia endodontica microscopica ha un nuovo alleato nella realtà aumentata (AR). Un gruppo di ricercatori afferenti al Dipartimento di Odontoiatria Conservatrice ed Endodonzia dello Shetty Memorial Institute of Dental Sciences, Deralakatte, India, ha raccolto e analizzato gli studi disponibili sul tema con l’obiettivo di capire se questa tecnologia possa migliorare la precisione operatoria e supportare il clinico durante le procedure chirurgiche. Lo studio ha preso in esame soprattutto gli interventi di endodonzia chirurgica guidata, come osteotomie e apicectomie, ambiti nei quali l’accuratezza rappresenta un fattore decisivo per il successo terapeutico.

Come funziona la realtà aumentata in endodonzia

La realtà aumentata sovrappone immagini virtuali tridimensionali al campo operatorio reale. In chirurgia endodontica il sistema utilizza generalmente dati ottenuti tramite CBCT. Le immagini vengono poi integrate con visori, display o software dedicati che consentono all’operatore di visualizzare strutture anatomiche e traiettorie chirurgiche direttamente durante l’intervento. Questo approccio permette al clinico di mantenere il controllo visivo del campo operatorio senza dover spostare continuamente l’attenzione verso monitor esterni. La tecnologia punta quindi a migliorare orientamento spaziale, precisione del gesto chirurgico e pianificazione dell’accesso osseo. Secondo gli autori della revisione, la realtà aumentata potrebbe anche ridurre il rischio di errori intraoperatori, soprattutto in presenza di anatomie difficili o di lesioni localizzate in aree posteriori.

I risultati emersi dalla revisione

Gli autori hanno identificato un numero ancora limitato di studi scientifici. Solo tre lavori hanno soddisfatto i criteri di inclusione della revisione sistematica. Nonostante il campione ridotto, i dati raccolti mostrano alcuni risultati interessanti. La realtà aumentata ha evidenziato una buona accuratezza nella localizzazione dell’apice radicolare e nella preparazione dell’osteotomia. Diversi studi hanno registrato una riduzione delle deviazioni lineari e angolari rispetto alle tecniche tradizionali. In pratica, il sistema sembra aiutare il clinico a seguire con maggiore precisione il piano chirurgico programmato. Anche l’esperienza dell’operatore appare positiva. Gli utilizzatori hanno riferito un miglioramento nella percezione spaziale e una maggiore sicurezza durante le procedure. Alcuni studi hanno inoltre sottolineato una buona usabilità dei dispositivi AR impiegati. I risultati relativi al tempo operatorio sono invece meno chiari. Alcuni autori hanno osservato una riduzione dei tempi chirurgici, mentre altri non hanno rilevato differenze significative rispetto alle tecniche convenzionali. Questa variabilità dipende probabilmente dal tipo di sistema utilizzato e dall’esperienza dell’operatore.

I possibili vantaggi clinici

La chirurgia endodontica richiede spesso accessi minimamente invasivi e una gestione estremamente precisa dei tessuti. In questo contesto la realtà aumentata potrebbe offrire diversi vantaggi pratici. Una maggiore precisione chirurgica può infatti limitare l’estensione dell’osteotomia e ridurre il trauma operatorio. Di conseguenza, il paziente potrebbe beneficiare di una guarigione più rapida e di un minore discomfort post-operatorio. La tecnologia potrebbe inoltre facilitare la gestione di casi complessi. Lesioni profonde, radici con anatomia irregolare o vicinanza a strutture anatomiche delicate rappresentano situazioni nelle quali il supporto digitale può diventare particolarmente utile. Un altro aspetto interessante riguarda la formazione clinica. I sistemi AR potrebbero infatti migliorare l’apprendimento delle procedure chirurgiche grazie a una visualizzazione più intuitiva delle strutture anatomiche.

I limiti attuali della tecnologia

Nonostante i risultati promettenti, gli autori invitano alla prudenza. Le evidenze scientifiche disponibili restano ancora limitate. Il numero di studi è ridotto e molti lavori presentano campioni piccoli oppure metodologie differenti. Anche le tecnologie utilizzate variano sensibilmente tra uno studio e l’altro. Alcuni sistemi si basano su display ottici, altri utilizzano visori dedicati o software di navigazione differenti. Questa eterogeneità rende difficile confrontare direttamente i risultati. Esistono poi alcuni limiti pratici. I dispositivi AR possono avere costi elevati e richiedere una curva di apprendimento specifica. Inoltre, l’integrazione tra immagini digitali e campo operatorio reale deve essere estremamente accurata per evitare errori di navigazione. Secondo gli autori, saranno quindi necessari ulteriori studi clinici controllati per confermare i benefici osservati e definire protocolli standardizzati.

Una tecnologia da osservare con attenzione

La revisione, pubblicata su BMC Oral Health, conferma che la digitalizzazione sta modificando progressivamente anche la chirurgia endodontica. La realtà aumentata rappresenta una delle evoluzioni più interessanti in questo processo. La possibilità di integrare informazioni tridimensionali direttamente nel campo operatorio apre infatti nuove prospettive per la precisione chirurgica e la pianificazione clinica. Al momento, tuttavia, la tecnologia deve ancora superare diverse criticità prima di entrare stabilmente nella pratica quotidiana. I dati disponibili indicano un potenziale concreto, ma non consentono ancora di definire la realtà aumentata come uno standard clinico consolidato. Gli autori concludono che la realtà aumentata potrebbe diventare un valido supporto per la chirurgia endodontica microscopica, soprattutto nei casi ad alta complessità anatomica, ma sottolineano la necessità di ulteriori evidenze scientifiche prima di una diffusione su larga scala.

La salute si mantiene in bocca

Salute

Le ricerche sulle relazioni tra salute orale, in particolare parodontale, e salute generale continuano a suggerire connessioni terapeutiche che potrebbero avere impatti rivoluzionari e globali, se si considera che circa il 12% della popolazione mondiale è affetto da parodontite grave. I primi indizi forniti da studi di tipo epidemiologico e clinico non sperimentale risalgono a più di vent’anni fa con il riscontro di associazione tra parodontite grave, concentrazione di proteina C reattiva e disfunzione dell’endotelio arterioso (Amar S, Gokce N, Morgan S, et al. Periodontal disease is associated with brachial artery endothelial dysfunction and systemic inflammation. Arterioscler Thromb Vasc Biol. 2003 Jul 1;23(7):1245-9).
A essi seguirono le prime ricerche sperimentali in cui si osservarono risultati incoraggianti: la riduzione dell’infiammazione conseguente al trattamento parodontale migliorava, sia pur di poco, la funzione endoteliale (Tonetti MS, D’Aiuto F, Nibali L et al. Treatment of periodontitis and endothelial function. N Engl J Med. 2007 Mar 1;356(9):911-20). La strada, tuttavia, è ancora lunga anche perché, come sempre, non tutti la percorrono con le medesime attenzioni metodologiche generando risultati e conclusioni di scarsa solidità scientifica (v. l’articolo di Polizzi A et al.). Quelle di uno studio clinico pubblicato pochi mesi fa (Orlandi M et al.) sono tra le prove finora più convincenti che la salute orale e quella cardiovascolare sono collegate dai mediatori flogistici e che il trattamento delle parodontopatie può essere efficace nella prevenzione delle patologie cardio e cerebrovascolari.

Progressione dell’ispessimento della tonaca carotidea intima e media nel trattamento della parodontite

Orlandi M, Masi S, Lucenteforte E, et al. Periodontitis treatment and progression of carotid intima-media thickness: a randomized trial. Eur Heart J. 2025 Aug 19:ehaf555. doi: 10.1093

Proseguendo sulla linea di precedenti ricerche, in questo studio randomizzato i ricercatori hanno misurato i parametri indicatori dell’elasticità carotidea e della funzione endoteliale di importanza critica per la risposta adattativa alle variazioni di flusso ematico. In particolare, per due anni consecutivi sono stati misurati lo spessore della tonaca carotidea intima e media, la dilatazione indotta dal flusso (indicatore della salute endoteliale che misura la dilatazione mediata dal rilascio di ossido nitrico in seguito all’aumento della velocità del sangue), la pressione arteriosa e la velocità dell’onda sfigmica (indicatore della salute cardiovascolare in quanto riflette spessore e funzione delle pareti arteriose).
Come parametri secondari figuravano mediatori dell’infiammazione, radicali liberi e metaboloma (i metaboliti presenti al momento della rilevazione dei parametri); completavano il quadro una serie di indicatori parodontali e tabagismo.
Il campione comprendeva 135 soggetti (età media 54 anni) esenti da malattie cardiovascolari e patologie infiammatorie casualmente ripartiti in gruppo sperimentale (trattato con detartrasi + levigatura radicolare ed eventuali correzioni chirurgiche) e gruppo controllo (detartrasi sopragengivale e lucidatura).
A due anni di distanza, dopo che le sedute di terapia parodontale si susseguivano ogni tre mesi, lo spessore delle tonache era inferiore di 0,02 mm nel gruppo sperimentale pari a una differenza di -3,86% (si consideri che lo spessore normale massimo è di  0,9mm).
La dilatazione indotta dal flusso era più alta del 2,7% nel gruppo sperimentale già dopo due mesi, mentre non sono emerse differenze significative per la velocità dell’onda sfigmica e la pressione arteriosa. Si sono invece apprezzabilmente ridotti gli indicatori di stress ossidativo e GlycA (catena glucidica presente sulla proteina C reattiva), importante marcatore di infiammazione sistemica e segno prognostico di rischio cardiovascolare.
Gli autori concludono affermando che la terapia parodontale può rimodellare favorevolmente la struttura dell’endotelio contribuendo a ridurre il rischio di eventi avversi cardio e cerebrovascolari.

Revisione sistematica e metanalisi della relazione tra parodontite, edentulia e rischio di morte

Romandini M, Baima G et al. Periodontitis, Edentulism, and Risk of Mortality: A Systematic Review with Meta-analyses. J Dent Res. 2021 Jan;100(1):37-49

Impatto della terapia parodontale non chirurgica sui parametri di elasticità arteriosa collegati con la disfunzione endoteliale

Polizzi A, Nibali L, Tartaglia GM, Isola G. Impact of nonsurgical periodontal treatment on arterial stiffness outcomes related to endothelial dysfunction: A systematic review and meta-analysis. J Periodontol. 2025 Apr;96(4):330-345.

Questa revisione sistematica, apparsa pochi mesi prima di quella di Orlandi et al., fornisce un’immagine purtroppo nota a chi segue la ricerca, con quasi metà degli studi esclusi in base ai criteri di selezione e un’altra metà a rischio più o meno elevato di errori metodologici (quelli che possono conseguire a errori di scelta del campione oppure di misurazione o a fattori di confondimento non adeguatamente soppesati). Più in dettaglio, di otto studi a coorte solo uno era quasi indenne da rischi di errore, tre erano ad alto rischio e gli altri suscitavano qualche dubbio. Le conclusioni non possono che spegnere gli entusiasmi di chi ha appena letto lo studio di Orlandi et al.: “nonostante qualche effetto benefico sui parametri considerati (come lo spessore della tonaca intima e media della carotide), non si può affermare che la terapia parodontale non chirurgica sia efficace nel migliorare l’elasticità arteriosa a causa della grande eterogeneità delle ricerche (studi clinici randomizzati e non randomizzati) e del rischio di errori metodologici”.

Uno studio prospettico durato 20 anni sulla relazione tra parodontite, edentulia e mortalità

Antonoglou GN, Romandini M et al. Periodontitis and edentulism as risk indicators for mortality: Results from a prospective cohort study with 20 years of follow-up. J Periodontal Res. 2023 Feb;58(1):12-21

La parodontite si associa in modo indipendente con una serie di patologie croniche non trasmissibili che sono tra le principali cause di morte a livello globale. Gli autori hanno cercato di capire se chi è affetto da parodontite o edentulia è più esposto al rischio di morte per una qualsiasi o una specifica causa; hanno pertanto selezionato 57 ricerche, di cui 48 a coorte, per un totale di quasi sei milioni di individui. L’elaborazione cumulativa dei dati attraverso la metanalisi ha permesso di concludere che la parodontite si associa a un maggior rischio di morte per qualsiasi causa con un rischio relativo (RR) di 1,46 (RR = rapporto tra incidenza di una malattia negli esposti e incidenza nei non esposti al medesimo fattore di rischio; misura il maggior rischio dei primi rispetto ai secondi); Quasi uguale il RR per mortalità da cause cardivascolari, pari a 1,47, che sale a 2,58 per malattia coronarica e raddoppia per malattie cerebrovascolari (3,11); non trascurabile pure il valore di 1,38 per le neoplasie. Anche l’edentulia, che può considerarsi l’impronta della parodontite, si associa a un aumento del RR di 1,66 per  morte da qualsiasi causa, di 2,03 per le malattie cardiovascolari, 2.74 per neoplasie, 3,18 per malattie cerebrovascolari e 2,98 per malattia coronarica.
I risultati del secondo studio confermano che l’edentulia, indicatore di cattiva salute orale, è fortemente associato al rischio di morte per qualsiasi causa (RR = 1,6) e, in particolare, per quella da cause cardiovascolari (1,9). Non è emersa la stessa associazione con la parodontite probabilmente anche per la ridotta composizione del campione (250 soggetti con malattia coronarica).

Efficacia della terapia parodontale nel controllo della glicemia

Di Domenico GL, Minoli M et al. Effectiveness of periodontal treatment to improve glycemic control: an umbrella review. Acta Diabetol. 2023 Jan;60(1):101-113

Tra le modalità per riassumere i risultati di ricerche eseguite con obiettivi uguali, le revisioni a ombrello sono quelle che raccolgono le conclusioni di revisioni sistematiche e metanalisi, ponendosi quindi come il massimo dell’evidenza. È perciò una buona notizia sapere che per la stabilità della glicemia nel diabete tipo 2 la terapia parodontale non chirurgica è efficace, quanto meno a distanza di tre e sei mesi. Nel dettaglio si tratta di 26 studi clinici randomizzati e uno controllato ma non randomizzato, cioè basato su un gruppo sperimentale e uno campione senza ripartizione casuale dei partecipanti. Il risultato è che l’emoglobina glicata (HbA1c), cioè il valore medio di glicemia dei due mesi precedenti, è mediamente inferiore di 0,49% e 0,38%, rispettivamente a tre e sei mesi di distanza, in chi si sottopone a terapia parodontale non chirurgica. Tali percentuali superano la soglia di significato statistico, mentre la stessa cosa non si può affermare per terapie coadiuvanti mediante laser e antibiotici.

L’AI entra in sala operatoria. Cosa vede che tu non vedi ancora

AI entra n sala operatoria

Una radiografia, tre secondi: una segnalazione che il tuo occhio clinico non aveva ancora colto. Non è una promessa tecnologica: è ciò che succede ogni giorno in migliaia di studi odontoiatrici europei che hanno integrato sistemi AI nel flusso diagnostico. La domanda non è se l'AI cambierà la pratica clinica. Lo sta già facendo.

Parliamo di casi concreti. Un paziente adulto, 46 anni, si presenta per un controllo di routine. La panoramica sembra nella norma. Il software AI sovrapposto alla workstation evidenzia un'area di riassorbimento osseo parodontale iniziale in zona 35-36, a 2 mm sotto la soglia di rilevabilità a occhio nudo in quell'ortopantomografia specifica. Il clinico verifica con il sondaggio. La lesione c'è. È il secondo caso del mese.

Questo non è un episodio isolato. I sistemi di analisi radiografica AI — da Diagnocat a Pearl AI, da Videa Health a Dental Monitoring — lavorano su pattern statistici costruiti su milioni di immagini annotate da specialisti. Riconoscono carie interprossimali incipienti a bassa densità radiografica, perdite ossee precoci, riassorbimenti radicolari, calcoli salivari, asimmetrie condilari. Non sempre meglio del clinico esperto. Ma senza fatica, senza cali di attenzione, senza l'effetto fine giornata.

L'AI non sostituisce il giudizio clinico. Amplifica la capacità di rilevazione
nei casi in cui la stanchezza, l'angolazione o la densità radiografica
rendono il margine di errore più alto.

C'è poi la pianificazione implantare. La sovrapposizione di CBCT e modelli digitali con guida AI per il posizionamento degli impianti non è più una funzionalità di nicchia: è ormai lo standard in molti studi strutturati. Il sistema propone l'asse, la profondità, la distanza dalle strutture nobili. Il chirurgo valuta, modifica, decide. Il tempo di pianificazione si riduce. La documentazione per il consenso informato si arricchisce di visualizzazioni tridimensionali che il paziente comprende immediatamente.

In ambito ortodontico, la cefalometria digitale automatica riduce il tempo di analisi da 30 minuti a meno di due. Il clinico verifica i punti di riferimento, corregge se necessario, produce il report. L'analisi è la stessa. Il tempo è diverso. E il paziente che aspetta in sala d'attesa non aspetta più.

Massimo Bosetti lavora da anni sull'integrazione dell'AI nella pratica clinica odontoiatrica. «La resistenza che incontro più spesso non è tecnologica, è culturale», racconta. «Il clinico pensa che accettare l'output AI significhi ridimensionare il proprio ruolo. È esattamente il contrario: significa alzare l'asticella della qualità diagnostica senza cambiare il flusso di lavoro di un millimetro.»

Il corso FAD di Accademia Tecniche Nuove sull'AI in odontoiatria guida il professionista dalla comprensione degli strumenti disponibili all'integrazione pratica nello studio: come sceglierli, come validarli clinicamente, come presentarli al paziente, come mantenersi aggiornati in un mercato che si muove velocemente. Un percorso costruito sul caso clinico reale, non sulla teoria.

Chi usa l'AI in modo consapevole oggi ha già un vantaggio clinico.
Chi aspetta, recupera in condizioni di svantaggio.

 

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