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L’approccio “Spa Inspired Oral Care”. Quando la cura diventa una esperienza di comfort

Portare un bambino dal dentista è, ancora oggi, un momento carico di emozioni. Per molti piccoli pazienti rappresenta un’esperienza sconosciuta, talvolta vissuta con timore, spesso influenzata dalle ansie degli adulti. Eppure, cosa succederebbe se la visita odontoiatrica (Figura 1) diventasse un’esperienza positiva, accogliente, quasi piacevole?

spa inspired oral care
1. Spa inspired oral care in prima visita: mettiamoci a misura di bambino

Negli ultimi anni, l’odontoiatria pediatrica sta attraversando una profonda trasformazione: non si tratta più soltanto di curare i denti, ma di prendersi cura del bambino nella sua interezza. È in questo contesto che nasce il concetto di Spa Inspired
Oral Care, un approccio innovativo che ridefinisce tempi, spazi e modalità della cura (1-2).

La prima visita: non un’emergenza, ma un percorso

Uno dei cambiamenti più significativi riguarda appunto il momento della prima visita. Troppo spesso avviene in condizioni di urgenza, quando il dolore è già presente e il bambino associa immediatamente il dentista a un’esperienza non positiva.
L’approccio moderno suggerisce invece di inserire la prima visita all’interno di un percorso preventivo. La preparazione inizia già prima dell’ingresso in studio: le famiglie ricevono materiali informativi, video e indicazioni pensate non tanto per spiegare le cure, quanto per raccontare l’esperienza che il bambino vivrà (3). Un dettaglio non trascurabile riguarda il linguaggio: si consiglia ai genitori di evitare di “preparare” il bambino con spiegazioni potenzialmente ansiogene. Meglio favorire aspettative positive, lasciando spazio alla scoperta (Figure 2-3).

Lo studio cambia volto: un ambiente a misura di bambino

Nel modello Spa Inspired, anche lo spazio fisico gioca un ruolo fondamentale. Lo studio dentistico abbandona la sua connotazione tradizionale per trasformarsi in un ambiente accogliente, multisensoriale e rassicurante. Non è raro che la prima visita si svolga lontano dalla classica poltrona odontoiatrica: su un divano, in una sala dedicata o persino in uno spazio ludico. Luci soffuse, musica rilassante, cartoni animati e profumi naturali contribuiscono a creare un’atmosfera che richiama quella di una spa più che quella di un ambulatorio medico.
Anche il rapporto tra professionista e bambino cambia: il “dottore” diventa una figura amichevole, chiamata per nome, capace di instaurare una relazione autentica e il tell-show-do si fa contemporaneamente sul genitore e sul bambino, con modi e gesti dedicati (Figura 4).

spa inspired oral care
4. Tell show do su genitori e bambini: linguaggi e modi a loro misura.

Relazione e comunicazione: strumenti di cura

Alla base di questo approccio c’è una consapevolezza sempre più condivisa: la componente emotiva è parte integrante della terapia. Il bambino non è solo un paziente, ma una persona con emozioni, percezioni e vissuti che influenzano direttamente la collaborazione e l’esito delle cure.
Parole, gesti, tono della voce e atteggiamento diventano veri e propri strumenti terapeutici. Prima ancora di intervenire clinicamente, si costruisce un clima di fiducia. Questo è particolarmente importante nei bambini che hanno già vissuto esperienze negative: in questi casi, il compito dell’équipe odontoiatrica è quello di “riscrivere” il ricordo, offrendo un’esperienza completamente diversa.

Tecnologie al servizio del comfort

L’innovazione tecnologica contribuisce in modo determinante a rendere le cure più accettabili e meno invasive.
Tra le soluzioni più utilizzate troviamo:
• ozonoterapia (in gas e in gel), che consente di iniziare a trattare le carie senza strumenti rotanti e senza generare aerosol;
• scanner intraorale, che elimina il disagio delle impronte tradizionali (Figura 5);

spa inspired oral care
5. Utilizzo di uno scanner intraorale wireless su un bambino di 3 anni, coinvolgendo attivamente tutta la famiglia attraverso una comunicazione innovativa e per testare la sua buccalità in modo confortevole, ovvero come la sua bocca ci accoglie

• analgesia relativa, utile per ottimizzare comfort e benessere del bambino (Figura 6);

6. L’analgesia relativa secondo Langa come ausilio fondamentale per il comfort del bambino durante il percorso di cura

• materiali da restauro bioattivi, che favoriscono processi di remineralizzazione contestuali alla effettuazione dei restauri con un approccio ultraconservativo.
Queste tecnologie non rappresentano solo un progresso tecnico, ma diventano strumenti per migliorare l’esperienza del bambino, adattando le cure alle sue esigenze specifiche (4-6).
Oltre la cura: una visione globale della prevenzione
Il vero cuore dello Spa Inspired Oral Care è la prevenzione (7-9), intesa in senso ampio. Non si tratta solo di evitare le patologie dentali, ma di promuovere il benessere complessivo del bambino e della famiglia, a partire dalla gravidanza (10).
Questo significa considerare:
• la dimensione emotiva;
• il ruolo della famiglia;
• le abitudini alimentari;
• l’educazione all’igiene orale.

In questa prospettiva, il dentista assume un ruolo educativo e relazionale, accompagnando il bambino in un percorso di crescita e consapevolezza.

Una nuova cultura della cura

Il termine Spa Inspired richiama l’idea di benessere, equilibrio e attenzione alla persona. Applicato all’odontoiatria pediatrica, rappresenta un cambio di paradigma: non più solo cura, ma “prendersi cura”.
È una filosofia che può essere adottata in qualsiasi contesto, anche nelle situazioni più complesse, e che invita i professionisti a riconsiderare le priorità: prima il bambino, poi la patologia; prima la prevenzione, poi la cura. In definitiva, il futuro dell’odontoiatria pediatrica non sarà definito solo dalle tecnologie, bensì dalla capacità di creare esperienze positive, costruire relazioni e mettere davvero al centro il benessere del piccolo paziente e della sua famiglia.

In collaborazione con

 

 

 

 

Ipofosfatasia lieve e ortodonzia: uno studio sui rischi per l’osso alveolare

Ipofosfatasia

L'ipofosfatasia è una malattia ereditaria causata da mutazioni del gene che codifica la fosfatasi alcalina tessuto-non-specifica. La patologia compromette la mineralizzazione dei tessuti duri e può interessare ossa e denti. Uno studio condotto presso la Tokyo Dental College, in Giappone, ha analizzato gli effetti delle forze ortodontiche in un modello murino di ipofosfatasia lieve (HPP). L'obiettivo era comprendere come i tessuti di supporto del dente reagiscano agli stimoli meccanici tipici del trattamento ortodontico in presenza di questa rara patologia genetica. Le forme più severe vengono generalmente diagnosticate durante l'infanzia. Al contrario, le forme lievi possono passare inosservate per molti anni. Proprio questa difficoltà diagnostica ha spinto gli autori a indagare le possibili conseguenze dell'applicazione di forze ortodontiche nei soggetti affetti da HPP lieve.

Una malattia probabilmente sottodiagnosticata

Le forme lievi di ipofosfatasia comprendono la variante infantile tardiva, quella adulta e la forma odontologica. Molti pazienti presentano sintomi poco specifici. Alcuni manifestano dolori articolari o fratture ricorrenti. Altri mostrano soltanto problematiche dentali. La perdita precoce dei denti decidui rappresenta uno dei segni più caratteristici della malattia. Tuttavia, questo sintomo non sempre viene associato all'ipofosfatasia. Di conseguenza, numerosi casi rimangono non diagnosticati. Secondo gli autori, il numero reale di soggetti affetti potrebbe essere molto più elevato rispetto alle stime tradizionali. Questo aspetto assume particolare rilevanza per gli odontoiatri, che potrebbero essere i primi professionisti a intercettare la patologia.

Come è stato realizzato lo studio

I ricercatori hanno utilizzato topi eterozigoti Akp2+/−, considerati un modello sperimentale di ipofosfatasia lieve. Su questi animali è stata applicata una forza ortodontica mediante una molla in nichel-titanio posizionata tra gli incisivi superiori e il primo molare. Il dispositivo ha generato uno spostamento mesiale del molare per un periodo di 14 giorni. Al termine dell'esperimento, gli autori hanno analizzato il movimento dentale, la qualità dell'osso alveolare e diversi parametri biologici. Le valutazioni hanno incluso esami micro-CT, analisi istologiche e misurazioni di marcatori associati al metabolismo osseo.

Il movimento dentale appare normale

Uno dei risultati più interessanti riguarda proprio lo spostamento del dente. La distanza percorsa dal molare sottoposto alla forza ortodontica non ha mostrato differenze significative tra gli animali affetti da HPP lieve e quelli sani. Anche i livelli sierici della fosfatasi alcalina e del marcatore di riassorbimento osseo CTX-1 sono risultati simili nei due gruppi. A una prima osservazione, quindi, il comportamento biologico dei topi con ipofosfatasia sembrava sovrapponibile a quello degli animali di controllo. Questo dato potrebbe indurre il clinico a ritenere che il trattamento ortodontico non comporti rischi particolari. Tuttavia, l'analisi approfondita dei tessuti ha raccontato una realtà differente.

L'osso alveolare reagisce in modo diverso

Le immagini ottenute mediante microtomografia hanno evidenziato importanti alterazioni a livello dell'osso alveolare sottoposto a compressione. Nei topi con ipofosfatasia lieve, il volume osseo risultava ridotto rispetto agli animali sani. Inoltre, la struttura trabecolare appariva meno compatta e più rarefatta. Gli autori hanno osservato una diminuzione dello spessore delle trabecole ossee e un aumento degli spazi presenti tra di esse. Queste modificazioni indicano una perdita di qualità dell'osso alveolare nelle aree interessate dalle forze ortodontiche. Il fenomeno risultava particolarmente evidente sul lato sottoposto a compressione durante il movimento dentale.

Aumenta il riassorbimento osseo

Le analisi istologiche hanno confermato i risultati ottenuti con la micro-CT. Nelle aree sottoposte a compressione, i ricercatori hanno osservato ampie zone di riassorbimento osseo. Queste aree erano significativamente più estese nei topi affetti da HPP lieve. I siti di riassorbimento risultavano occupati da tessuto fibroso ricco di fibre collagene. Inoltre, il numero di osteoclasti era nettamente superiore rispetto agli animali sani. Gli osteoclasti sono le cellule responsabili della demolizione del tessuto osseo. Un loro aumento suggerisce quindi una maggiore attività di riassorbimento. Le indagini immunoistochimiche hanno inoltre evidenziato un incremento delle cellule positive per il recettore RANK, un importante regolatore della differenziazione osteoclastica.

Perché questi risultati sono importanti

Lo studio evidenzia un aspetto clinicamente rilevante. Nei soggetti con ipofosfatasia lieve possono verificarsi alterazioni localizzate dell'osso alveolare che non emergono attraverso le comuni valutazioni cliniche. Il movimento dentale può apparire normale. Anche gli esami ematochimici possono non evidenziare anomalie significative. Tuttavia, a livello locale l'osso potrebbe andare incontro a un processo di riassorbimento più marcato. Questo scenario potrebbe favorire complicanze difficili da prevedere durante il trattamento ortodontico. Gli autori ricordano che in letteratura sono stati descritti casi di pazienti ai quali l'ipofosfatasia è stata diagnosticata soltanto dopo episodi di perdita dentale verificatisi durante o dopo la terapia ortodontica.

La diagnosi differenziale diventa fondamentale

Alla luce dei risultati ottenuti, i ricercatori sottolineano l'importanza di distinguere l'ipofosfatasia lieve da altre condizioni metaboliche dell'osso, come l'osteoporosi. Una diagnosi corretta permette infatti di pianificare trattamenti più sicuri e di monitorare con maggiore attenzione la risposta dei tessuti parodontali alle forze ortodontiche. Particolare cautela dovrebbe essere adottata nei pazienti che presentano anamnesi di perdita dentale precoce, fratture ricorrenti o bassi livelli di fosfatasi alcalina.

Nuove prospettive per l'ortodonzia nei pazienti con HPP

Pubblicato sul Journal of Oral Biosciences, questo studio fornisce nuove informazioni sul comportamento dell'osso alveolare in presenza di ipofosfatasia lieve. I risultati mostrano che le forze ortodontiche possono indurre un aumento localizzato del riassorbimento osseo attraverso una maggiore attività degli osteoclasti, anche quando i parametri clinici tradizionali sembrano normali. Per gli odontoiatri il messaggio è chiaro. Prima di iniziare un trattamento ortodontico è fondamentale identificare eventuali patologie metaboliche non diagnosticate. Una maggiore attenzione verso l'ipofosfatasia lieve potrebbe contribuire a prevenire complicanze e a migliorare la sicurezza delle terapie ortodontiche nei pazienti più vulnerabili.

Primary Bite Method™ – Craniodonzia

Primary Bite Method™ - Craniodonzia

È possibile comprendere pienamente il sistema cranio-masticatorio osservando solo denti e ATM?

La funzione cranio-masticatoria viene tradizionalmente interpretata a partire dai denti, dall’ATM e dalle strutture immediatamente correlate.

Ma è possibile che una parte della sua origine si sviluppi ancora prima, durante le ultime fasi della vita intrauterina e il parto?

Il Primary Bite Method™ nasce da oltre quarant’anni di osservazione clinica in bambini e adulti, ricerca e sviluppo di originali modelli anatomici e fisiologici da parte di José Luis Pérez Batlle.

Cambia il punto di osservazione. E con esso cambia anche la comprensione della fisiologia cranio-masticatoria, l’interpretazione delle disfunzioni e la pianificazione terapeutica.

Questa prospettiva amplia la visione tradizionale dell’odontoiatria e permette di comprendere l’origine di numerosi problemi ortodontici, occlusali, masticatori, neurologici e funzionali che spesso causano frustrazione terapeutica.

Primary Bite Method™ è un approccio causale che nasce per integrare il lavoro craniale e intrabuccale primario all’odontoiatria moderna, offrendo al professionista nuovi strumenti di valutazione e di trattamento per affrontare casi clinici complessi, migliorare la risposta terapeutica, la sua velocità e la stabilità dei risultati nel tempo.

Nella pratica clinica questo può tradursi in:

  • Migliore funzione cranio-masticatoria a qualsiasi età.
  • Minore resistenza biologica al movimento dentario.
  • Trattamenti ortodontici più rapidi ed efficienti.
  • Riduzione significativa del rischio di recidive.
  • Minor sintomatologia locale e sistemica del paziente.

Cambiamenti clinici documentati e oggettivabili

Uno degli aspetti distintivi del Primary Bite Method™ è la documentazione oggettiva dei cambiamenti terapeutici attraverso l’analisi occlusale digitale.

Ogni trattamento viene valutato mediante esami strumentali eseguiti prima e dopo la seduta, consentendo di osservare le modificazioni della distribuzione delle forze occlusali e dell’equilibrio funzionale del sistema cranio-masticatorio.

Primary Bite Method™ - Craniodonzia

" José Luis Pérez Batlle

Oltre 40 anni di ricerca clinica.
Sviluppo di nuovi modelli anatomici e fisiologici
Autore del Primary Pull Method™ e del Primary Bite Method™.
Oltre 10.000 professionisti sanitari formati.

Prima Edizione Europea in Primary Bite Method™

Programma annuale in presenza - Verona
50 Crediti ECM
Docenza diretta dell’autore José Luis Pérez Batlle

Il Primary Bite Method™ è dedicato a odontoiatri, ortodontisti, gnatologi, specialisti dell’ATM, fisioterapisti, osteopati e professionisti sanitari interessati ad ampliare il proprio approccio clinico attraverso una nuova interpretazione funzionale dell’anatomia cranio-masticatoria.

Webinar clinico gratuito

Il webinar rappresenta il punto di partenza per comprendere la visione clinica che ha dato origine al Primary Bite Method™.

Nel webinar verranno presentati:

  • il nuovo modello anatomico e fisiologico sviluppato da José Luis Pérez Batlle;
  • il ruolo della vita intrauterina e del parto nello sviluppo delle disfunzioni cranio-masticatorie;
  • casi clinici documentati con cambiamenti oggettivati mediante analisi occlusale digitale;
  • collaborazione clinica con il Dr. Fernando Jaén, riferimento dell’odontoiatria moderna in America Latina
  • i principi clinici del Primary Bite Method™ e della Prima Edizione Europea del programma formativo.

Riassorbimento radicolare: con l’AI la diagnosi è più facile

riassorbimento radicolare

Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale sta assumendo un ruolo sempre più importante anche nella diagnostica. Gli algoritmi di deep learning analizzano grandi quantità di immagini radiografiche. In questo modo possono riconoscere segni patologici che talvolta sfuggono alla valutazione visiva. Una recente revisione sistematica, con meta-analisi, ha studiato proprio questo tema. I ricercatori, afferenti alla University of São Paulo e alla Federal University of Minas Gerais, Belo Horizonte (Brasile), hanno valutato l’uso dell’intelligenza artificiale nella diagnosi del riassorbimento radicolare associato ai trattamenti ortodontici. Una complicanza che, se non identificata precocemente, può causare una perdita irreversibile del tessuto radicolare.

Il riassorbimento radicolare in ortodonzia

Il riassorbimento radicolare esterno rappresenta una delle complicanze più note dei trattamenti ortodontici. La condizione può svilupparsi durante il movimento dentale. Nelle fasi iniziali spesso non provoca sintomi. Il clinico basa la diagnosi soprattutto sull’analisi delle immagini radiografiche. Utilizza radiografie periapicali, ortopantomografie o esami tridimensionali come la CBCT. Tuttavia l’interpretazione delle immagini non è sempre semplice. Le alterazioni radicolari iniziali possono essere difficili da individuare. Per questo motivo cresce l’interesse per strumenti digitali in grado di supportare l’analisi delle immagini.

Come è stata condotta la revisione

Gli autori hanno realizzato una revisione sistematica della letteratura, con meta-analisi, sull’accuratezza diagnostica. Hanno analizzato gli studi che utilizzano modelli di intelligenza artificiale per individuare il riassorbimento radicolare nelle immagini ortodontiche. Molti studi utilizzano algoritmi di deep learning. In particolare impiegano reti neurali convoluzionali, progettate per riconoscere pattern nelle immagini mediche. I ricercatori hanno confrontato le prestazioni dei sistemi di AI con la diagnosi effettuata dagli operatori o con standard diagnostici di riferimento.

Accuratezza diagnostica promettente

I risultati mostrano che i sistemi di intelligenza artificiale possono raggiungere un’elevata accuratezza diagnostica. Gli algoritmi riescono spesso a individuare alterazioni radicolari precoci nelle immagini radiografiche. Le prestazioni dei modelli variano però in base al tipo di imaging e alla struttura dell’algoritmo utilizzato. E alcuni sistemi mostrano risultati particolarmente promettenti quando analizzano immagini tridimensionali o dataset di grandi dimensioni.

Un supporto per il clinico

Secondo gli autori dello studio, l’intelligenza artificiale non sostituisce il giudizio clinico. Può però diventare uno strumento di supporto nella pratica quotidiana. L’AI può infatti aiutare l’ortodontista a individuare più rapidamente i segni iniziali di riassorbimento radicolare e a monitorare le radici durante il trattamento. Secondo questo studio, pubblicato sul Journal of the World Federation of Orthodontists, queste tecnologie potrebbero migliorare la diagnosi precoce e la gestione delle complicanze ortodontiche. Tuttavia servono ulteriori studi clinici e protocolli standardizzati. Solo nuove ricerche potranno confermare l’affidabilità dei sistemi e favorire la loro integrazione nei flussi di lavoro digitali.

Una nuova linea di integratori alimentari per la salute orale

Integratori alimentari per la salute orale

Sempre più persone scelgono di affiancare a uno stile di vita sano l'assunzione di integratori alimentari come supporto alla salute: 30 milioni di italiani assumono questi prodotti e circa l'85% li ha utilizzati nell'ultimo anno, riconoscendone i benefici (1). Oggi la ricerca si concentra anche sulla salute orale: secondo evidenze recenti, probiotici e postbiotici possono contribuire a modulare l'equilibrio microbico del cavo orale (2).

Accanto alle strategie basate su controllo del biofilm orale, terapia parodontale non chirurgica e prevenzione, l’uso di integratori specifici per il cavo orale, insieme a probiotici e postbiotici, emerge come approccio complementare per contribuire all’equilibrio del microbiota orale e supportare la salute e la resilienza dei tessuti orali. Specifici ceppi probiotici e micronutrienti selezionati possono influenzare positivamente la composizione del microbiota, ridurre la presenza di batteri patogeni e modulare la risposta infiammatoria locale (3). I postbiotici mostrano potenzialità nel rafforzare le barriere mucosali e nel favorire un ambiente orale meno suscettibile a disbiosi.
Alla luce di queste evidenze, la ricerca Curasept ha sviluppato una linea di integratori alimentari per accompagnare il paziente nelle diverse fasi di prevenzione e mantenimento della salute orale.
«Abbiamo dedicato un’attenzione speciale all’età dello sviluppo, con formulazioni specifiche per le necessità di protezione della prima infanzia e dell’adolescenza, tappe importanti nella costruzione della salute orale anche in età adulta», commenta Marta Giovannardi, Clinical Affairs & Quality Manager di Curasept.

6 integratori alimentari per 6 esigenze diverse

Le formulazioni sviluppate ponderando la selezione e i dosaggi dei micronutrienti in relazione a specifiche esigenze cliniche agiscono direttamente sul cavo orale, contribuendo alla salute di denti, smalto e mucose e sostenendo le naturali difese dell'organismo. Soluzioni mirate che permettono di rispondere ai principali bisogni di salute orale nelle diverse fasi della vita.

Proteggere lo smalto dei pazienti adulti

Formulazioni a base di prebiotici, probiotici e postbiotici, arricchite con calcio e vitamina D, contribuiscono al mantenimento della eubiosi, della salute del cavo orale e al normale assorbimento dei minerali coinvolti nella struttura dello smalto. Un supporto nutrizionale che può aiutare a contrastare i processi associati a carie, erosione dentale e problematiche gengivali.

Favorire denti sani e forti dai 13 anni in su

L'adolescenza rappresenta una fase cruciale per la salute dei denti permanenti. Accanto a una corretta igiene orale, calcio e magnesio contribuiscono al mantenimento di una dentatura sana, mentre la vitamina D favorisce il normale assorbimento di calcio e fosforo, nutrienti essenziali per la mineralizzazione dei denti.

Sostenere lo sviluppo dei denti permanenti fin dai 3 anni

Durante la crescita, il corretto apporto di nutrienti contribuisce allo sviluppo e al benessere della dentatura. La vitamina D favorisce il normale assorbimento di calcio e fosforo, mentre la vitamina C contribuisce alla formazione del collagene necessario alla normale funzione di denti e gengive. Un utile contributo è rappresentato da formulazioni arricchite  con probiotici, zinco e vitamina B12.

Contrastare le afte ricorrenti

Le afte possono essere causate da diversi fattori, tra cui alterazioni delle difese immunitarie e carenze nutrizionali. Una combinazione mirata di vitamine, minerali e postbiotici supporta il normale funzionamento del sistema immunitario grazie all'apporto di vitamine C, A, B6, B12, D, acido folico, zinco e selenio.

Mantenere il benessere delle gengive

Condizioni come fumo, diabete, sindrome metabolica o la presenza di impianti dentali possono influenzare l'equilibrio del microbiota orale. Formulazioni a base di prebiotici, probiotici e postbiotici aiutano a sostenere l'eubiosi del cavo orale, mentre una combinazione di vitamine selezionate contribuisce al mantenimento di mucose sane.

Alleviare i sintomi della bocca secca

Specifiche compresse orodispersibili con tecnologia brevettata FizzFRAPTech®. Essa sfrutta l'interazione tra componenti carbonatici, che in presenza di un veicolo acquoso come la saliva determinano la liberazione di anidride carbonica. Questo fenomeno genera un effetto effervescente che esercita una stimolazione delicata della mucosa orale, provocando il rilassamento delle giunzioni tissutali con trasporto per gradiente di acqua e macromolecole da aree interne a maggior concentrazione a zone più asciutte. Inoltre, la vitamina E contribuisce alla protezione delle cellule dallo stress ossidativo, mentre la vitamina D supporta il normale funzionamento del sistema immunitario e il mantenimento di denti sani.

Integratori alimentari per la salute orale

Curasept linea integratori si inserisce nella visione di Curasept, da sempre orientata a sviluppare soluzioni innovative per accompagnare il paziente in tutte le fasi della vita e in tutte le diverse esigenze di prevenzione e cura.
Fonti

1. NewLine, gennaio-febbraio 2026
2. Nutrients 2023, Dietary and Nutriceutical Interventions as an Adjunct to Non-Surgical Periodontal Therapy – A Systematic Review
3. J. Clin. Med. 2021, Nutrition as a Key Modifiable Factor for Periodontitis and Main Chronic Diseases – Journal of Clinical Medicine

Stabilità implantare: l’ISQ ha davvero valore prognostico?

stabilità implantare

La stabilità implantare è importante. Un gruppo di ricercatori afferenti all’Università di Foggia ha analizzato il ruolo dell’Implant Stability Quotient (ISQ) nella pratica implantologica contemporanea. Lo studio, una revisione sistematica della letteratura, ha valutato criticamente le prove scientifiche disponibili per comprendere se l’ISQ possa rappresentare un indicatore affidabile non solo della stabilità implantare, ma anche del successo clinico a lungo termine. Negli ultimi anni la Resonance Frequency Analysis (RFA) ha assunto un ruolo sempre più importante nella valutazione della stabilità degli impianti dentali. Grazie a questa metodica, il clinico può ottenere un valore numerico, espresso come ISQ, che riflette la rigidità del complesso osso-impianto. Tuttavia, nonostante l’ampia diffusione della tecnica, il reale significato prognostico dell’ISQ continua a essere oggetto di dibattito.

Perché valutare la stabilità implantare

La stabilità rappresenta uno dei requisiti fondamentali per il successo dell’osteointegrazione. Subito dopo il posizionamento dell’impianto prevale la stabilità primaria, che deriva dall’ancoraggio meccanico tra impianto e tessuto osseo. Nelle settimane successive entra invece in gioco la stabilità secondaria, legata ai processi biologici di guarigione e formazione di nuovo osso. Durante questa fase di transizione la stabilità complessiva può subire variazioni significative. Per questo motivo i clinici utilizzano diversi strumenti di valutazione. Tra questi, il torque d’inserimento (Insertion Torque, IT) e la RFA sono oggi i metodi più diffusi. Il torque misura la resistenza incontrata dall’impianto durante l’inserimento. L’ISQ, invece, valuta la risposta vibratoria del sistema osso-impianto e può essere rilevato ripetutamente nel tempo senza interferire con il processo di guarigione.

Una revisione basata su 48 studi

Gli autori hanno condotto una revisione sistematica e una meta-analisi seguendo le linee guida PRISMA. La ricerca bibliografica ha coinvolto i database MEDLINE, Scopus e Web of Science. Dopo il processo di selezione sono stati inclusi 48 studi pubblicati tra il 2007 e il 2025. Complessivamente, le ricerche analizzate hanno coinvolto oltre 3.600 pazienti e più di 8mila impianti dentali. L’obiettivo principale consisteva nel verificare l’esistenza di una relazione tra i valori di ISQ e alcuni parametri clinici considerati rilevanti. In particolare, i ricercatori hanno esaminato il rapporto tra ISQ e torque d’inserimento, perdita ossea marginale, sopravvivenza implantare e successo implantare.

Correlazione moderata con il torque d’inserimento

Il risultato più solido emerso dalla meta-analisi riguarda il rapporto tra ISQ e torque d’inserimento. Venti studi hanno fornito dati sufficienti per l’analisi quantitativa. I risultati hanno mostrato una correlazione positiva moderata tra i due parametri. Il coefficiente di correlazione aggregato è risultato pari a 0,44, con significatività statistica. Questo dato indica che, in generale, valori più elevati di torque tendono ad associarsi a valori più elevati di ISQ. Tuttavia, la correlazione non è abbastanza forte da consentire di considerare i due parametri equivalenti. Secondo gli autori, torque e ISQ descrivono aspetti differenti della stabilità implantare. Il torque riflette soprattutto l’interazione meccanica iniziale tra impianto e osso. L’ISQ, invece, sembra essere maggiormente influenzato dalla rigidità complessiva del sistema e dalle caratteristiche biologiche del sito implantare. Di conseguenza, i due strumenti dovrebbero essere considerati complementari e non intercambiabili.

Nessuna conferma sul valore prognostico

Un aspetto particolarmente interessante riguarda il possibile utilizzo dell’ISQ come predittore del successo implantare. La revisione ha identificato alcuni studi che confrontavano i valori di ISQ tra impianti sopravvissuti e impianti falliti. In generale, gli impianti che hanno avuto esito negativo presentavano valori medi di ISQ inferiori. Tuttavia, quando i dati sono stati aggregati nella meta-analisi, la differenza non ha raggiunto la significatività statistica. Inoltre, i risultati hanno mostrato una notevole variabilità tra gli studi. Gli autori sottolineano quindi che le prove disponibili non consentono di considerare il valore iniziale di ISQ come un predittore indipendente e affidabile della sopravvivenza implantare. Anche per quanto riguarda il successo implantare, le evidenze risultano limitate e non permettono conclusioni definitive.

Relazione debole con la perdita ossea marginale

La perdita ossea marginale rappresenta uno degli indicatori più importanti per valutare il mantenimento dei risultati nel tempo. Otto studi hanno esaminato il rapporto tra ISQ e marginal bone loss. Tuttavia, le metodologie utilizzate erano molto diverse tra loro. Per questo motivo gli autori non hanno potuto effettuare una meta-analisi. Nel complesso, i risultati suggeriscono una relazione debole o assente tra il valore assoluto dell’ISQ e la perdita ossea marginale. Alcune osservazioni indicano però che le variazioni dell’ISQ nel tempo potrebbero fornire informazioni più utili rispetto al singolo valore registrato al momento dell’inserimento. In altre parole, il monitoraggio dinamico della stabilità potrebbe avere un interesse clinico maggiore rispetto alla semplice misurazione iniziale.

Implicazioni per la pratica clinica

Dal punto di vista operativo, il messaggio dello studio appare chiaro. L’ISQ rappresenta uno strumento utile per monitorare l’evoluzione della stabilità implantare durante il processo di osteointegrazione. Tuttavia, il clinico non dovrebbe attribuire a questo parametro un valore prognostico assoluto. Le decisioni relative al carico implantare, alla prognosi e alla gestione del paziente devono continuare a basarsi su una valutazione complessiva che includa qualità ossea, condizioni sistemiche, tecnica chirurgica e altri indicatori clinici. L’ISQ può quindi contribuire al processo decisionale, ma non può sostituire il giudizio clinico né essere interpretato come un indicatore autonomo del successo futuro dell’impianto.

Conclusioni

Pubblicato sulla rivista scientifica Clinical Implant Dentistry and Related Research, questo studio offre una delle analisi più complete disponibili sul significato clinico dell’ISQ. I risultati confermano una correlazione moderata tra ISQ e torque d’inserimento, ma non dimostrano una capacità predittiva affidabile nei confronti della sopravvivenza implantare, del successo clinico o della perdita ossea marginale. Gli autori invitano pertanto a interpretare l’ISQ come uno strumento di monitoraggio longitudinale della stabilità implantare piuttosto che come un indicatore prognostico indipendente. Nuovi studi, caratterizzati da protocolli più omogenei e da una migliore qualità metodologica, saranno necessari per definire con maggiore precisione il ruolo della RFA nella pratica implantologica quotidiana.

Dolore ortodontico, come trattarlo per migliorare l’esperienza del paziente

Dolore ortodontico

Il dolore ortodontico, se non trattato adeguatamente, può inficiare la terapia. Per questa ragione, un gruppo di ricercatori dello State Key Laboratory of Oral Diseases e del West China Hospital of Stomatology della Sichuan University, a Chengdu (Cina) ha pubblicato un'ampia revisione della letteratura dedicata ai meccanismi biologici del dolore ortodontico e alle possibili strategie non farmacologiche per ridurlo. Il lavoro prende in esame le conoscenze più recenti sull'origine del dolore associato ai trattamenti ortodontici, confronta l'esperienza dei pazienti trattati con apparecchi fissi e con allineatori trasparenti e analizza le tecniche che possono migliorare il comfort durante la terapia. L'obiettivo è offrire agli odontoiatri una panoramica aggiornata utile per personalizzare il trattamento e favorire la collaborazione del paziente.

Perché il trattamento ortodontico provoca dolore

Il dolore rappresenta uno degli effetti collaterali più frequenti della terapia ortodontica. Molti pazienti lo sperimentano già poche ore dopo l'applicazione dell'apparecchio o dopo la sua attivazione periodica. Questa condizione, se intensa, può compromettere la qualità della vita e ridurre l'aderenza al trattamento. Gli autori spiegano che il dolore nasce dalla risposta biologica dei tessuti alle forze ortodontiche. Quando il dente viene sottoposto a una forza controllata, il legamento parodontale subisce fenomeni di compressione e trazione. Questi cambiamenti attivano una cascata infiammatoria che permette il rimodellamento dell'osso alveolare, processo indispensabile per lo spostamento dentale. Durante questa risposta vengono rilasciati numerosi mediatori chimici, tra cui prostaglandine, interleuchine, fattori di crescita e neuropeptidi. Queste sostanze sensibilizzano le terminazioni nervose e determinano la comparsa della sintomatologia dolorosa.

L'andamento del dolore ortodontico nel tempo

La revisione conferma che il dolore segue un andamento abbastanza prevedibile. In genere compare entro le prime ore dall'attivazione dell'apparecchio, aumenta progressivamente e raggiunge il picco tra le 24 e le 48 ore. Successivamente tende a diminuire e, nella maggior parte dei casi, si risolve nell'arco di cinque-sette giorni. Naturalmente esistono differenze individuali. Alcuni pazienti riferiscono soltanto un lieve fastidio, mentre altri descrivono un dolore più intenso che può rendere difficile la masticazione o interferire con le normali attività quotidiane. Questa variabilità dipende sia dalle caratteristiche biologiche sia da fattori psicologici.

Non conta solo la forza applicata

Uno degli aspetti più interessanti evidenziati dagli autori riguarda proprio la natura multidimensionale del dolore ortodontico. La sua intensità non dipende esclusivamente dall'entità della forza esercitata sui denti. Entrano infatti in gioco numerosi elementi individuali. L'età del paziente, il sesso, la soglia personale del dolore, il livello di ansia, le precedenti esperienze odontoiatriche e persino le aspettative nei confronti della terapia possono modificare in modo significativo la percezione della sintomatologia. Per questo motivo gli autori sottolineano l'importanza di un approccio centrato sul paziente. Una corretta comunicazione prima dell'inizio del trattamento permette di ridurre l'ansia e di preparare il paziente ad affrontare le prime fasi della terapia con maggiore serenità.

Apparecchi fissi e allineatori a confronto

La revisione dedica ampio spazio al confronto tra apparecchi ortodontici tradizionali e allineatori trasparenti. I dati disponibili mostrano una tendenza abbastanza costante. I pazienti trattati con allineatori riferiscono generalmente livelli inferiori di dolore, soprattutto nelle prime settimane di trattamento. Gli autori attribuiscono questo risultato a diversi fattori. Gli allineatori distribuiscono le forze in modo più graduale, provocano meno irritazioni dei tessuti molli e possono essere rimossi durante i pasti e le procedure di igiene orale. Anche la qualità della vita appare spesso migliore nei pazienti che utilizzano questa tecnologia. Essi riportano minori difficoltà durante l'alimentazione, una migliore percezione dell'estetica e una più facile gestione della vita sociale. Tuttavia gli autori invitano alla prudenza nell'interpretazione dei risultati. Le differenze non sono sempre statisticamente significative e dipendono dal tipo di malocclusione, dal piano di trattamento e dalle caratteristiche del singolo paziente. Di conseguenza, la scelta dell'apparecchio non dovrebbe basarsi esclusivamente sul comfort iniziale.

Le strategie non farmacologiche per il dolore ortodontico

Una parte consistente della revisione analizza gli interventi che possono limitare il dolore senza ricorrere ai farmaci. L'obiettivo è migliorare il benessere del paziente riducendo il consumo di analgesici. Tra le tecniche più studiate figura la laserterapia a bassa intensità. Diversi studi suggeriscono che questa metodica possa attenuare il dolore e, in alcuni casi, favorire anche il movimento dentale. Tuttavia gli autori evidenziano che i protocolli disponibili sono ancora molto eterogenei e richiedono ulteriori conferme. Anche i dispositivi che producono microvibrazioni hanno attirato l'interesse della ricerca. Alcuni lavori riportano un miglioramento del comfort, mentre altri non evidenziano benefici significativi. Le prove scientifiche risultano quindi ancora contrastanti. La revisione prende in considerazione anche semplici interventi comportamentali. La masticazione controllata di gomme senza zucchero o di dispositivi elastici può alleviare temporaneamente il fastidio in alcuni pazienti. Analogamente, l'applicazione di caldo o freddo può offrire un beneficio limitato in situazioni specifiche.

Il ruolo della comunicazione

Secondo gli autori, uno degli strumenti più efficaci rimane la comunicazione tra odontoiatra e paziente. Informare in modo chiaro sull'origine del dolore, sulla sua durata e sulla sua normale evoluzione riduce l'ansia e migliora l'accettazione della terapia. Anche il supporto psicologico assume un ruolo importante, soprattutto nei pazienti più giovani o particolarmente ansiosi. Un paziente consapevole affronta con maggiore tranquillità le prime fasi del trattamento e sviluppa una migliore adesione alle indicazioni dell'ortodontista. La personalizzazione delle informazioni rappresenta quindi una componente essenziale della gestione clinica. Comprendere le aspettative del paziente e rispondere ai suoi dubbi permette di instaurare un rapporto di fiducia che facilita il percorso terapeutico.

Una gestione sempre più personalizzata

Lo studio evidenzia come il dolore ortodontico non debba essere considerato un semplice effetto inevitabile della terapia, ma un fenomeno biologico complesso, influenzato da fattori meccanici, infiammatori e psicologici. Una conoscenza approfondita di questi meccanismi consente al clinico di pianificare interventi mirati e di scegliere le strategie più appropriate per ogni paziente. Gli autori sottolineano anche la necessità di sviluppare ulteriori studi clinici di elevata qualità metodologica. Molte tecniche promettenti richiedono infatti protocolli standardizzati e campioni più numerosi prima di poter essere raccomandate nella pratica quotidiana.

Le prospettive della ricerca

La revisione in questione, pubblicata sulla rivista iScience, rappresenta un aggiornamento completo sulle attuali conoscenze riguardanti il dolore ortodontico. Il lavoro conferma che la gestione del disagio del paziente richiede un approccio multidisciplinare, nel quale biologia, tecnologia e comunicazione si integrano per migliorare l'esperienza terapeutica. Per l'odontoiatra il messaggio è chiaro: comprendere i meccanismi che regolano il dolore significa non solo trattarlo meglio, ma anche aumentare la soddisfazione del paziente e favorire il successo a lungo termine della terapia ortodontica.

Salute orale, siglato un Manifesto per promuovere la prevenzione

Salute orale

Anche una malattia metabolica come il diabete può essere legata alla cattiva salute orale. Non curare la propria bocca, infatti, può comportare complicazioni cliniche che hanno un impatto sui costi sia per la persona sia per la spesa pubblica. Un’analisi delle ricadute economiche è stata compiuta dall’Università Bocconi, basata su 106 studi pubblicati negli ultimi dieci anni, e contenuta nella review Salute orale: scenari globali e prospettive. L’indagine è stata presentata a Roma durante il Congresso internazionale della salute orale (Ciso), promosso da Curasept in occasione dei suoi 25 anni, e nella cerimonia conclusiva alla Camera dei deputati.

Il primo Manifesto della salute orale per aumentare gli investimenti

Nel corso del Congresso, le società scientifiche European federation of periodontology (Efp), Società italiana di parodontologia e implantologia (SIdP), Associazione igienisti dentali italiani (Aidi), Associazione chirurghi ospedalieri italiani (Acoi), Federazioni delle Associazioni dirigenti ospedalieri interni (Fadoi), Società italiana di chirurgia (Sic), Società Italiana Odontoiatria Infantile (SIOI), Società italiana di patologia e medicina orale (Sipmo), Società italiana unitaria di endocrinochirurgia (siuec), Unione nazionale igienisti dentali (Unid) hanno siglato il primo Manifesto della salute orale che vuole spingere sull’investimento nella prevenzione e promozione delle cure.

L’iniziativa è stata accolta dal ministro della Salute, Orazio Schillaci: “La salute orale è parte integrante della salute della persona, per questo deve essere pienamente inserita nelle strategie di prevenzione e promozione della salute. Questa visione è coerente con l’impegno del Ministero della Salute per una sanità che metta al centro la persona nella sua interezza e che consideri la prevenzione come il più importante investimento per il futuro, per migliorare la salute dei cittadini e garantire la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale”.

Diseguaglianze in Italia e in Europa

I numeri confermano l’urgenza del fenomeno. In Europa, i casi di diabete tra i 20 e i 79 anni sono passati da 22,4 milioni nel 2000 a 65,6 milioni nel 2024. In Italia sono aumentati da 3,1 a 5 milioni di persone, raggiungendo una prevalenza del 7% della popolazione adulta. Una crescita che rende sempre più necessaria l’integrazione della salute orale nei percorsi di gestione delle cronicità. Inoltre, in Europa persistono disuguaglianze significative nell’accesso alle cure odontoiatriche: nel 2024 le persone a rischio povertà rinunciano alle cure quasi tre volte più spesso rispetto al resto della popolazione. La salute orale si configura quindi anche come questione di equità, accessibilità e sostenibilità dei sistemi sanitari.

“Le evidenze dimostrano che investire in prevenzione, educazione e diagnosi precoce significa migliorare gli esiti clinici, ma anche contribuire alla sostenibilità dei sistemi sanitari. Per questo abbiamo voluto promuovere il Congresso e favorire la nascita del Manifesto della Salute Orale: un impegno condiviso per diffondere una nuova cultura della prevenzione e rafforzare l’integrazione della salute orale nei percorsi di cura delle patologie croniche”, ha dichiarato Stefano Giovannardi, presidente di Curasept.

Rafforzare ricerca e interventi per anziani e cronici

L’analisi dell’Università Bocconi, inserendosi nella strategia globale dell’OMS 2023-2030, che considera la salute orale una componente essenziale della salute generale, evidenzia che gli interventi più efficaci sono quelli multicomponente, capaci di combinare educazione sanitaria, prevenzione clinica, coinvolgimento di famiglie e caregiver, programmi scolastici e strumenti di supporto comportamentale. In particolare, le evidenze risultano solide per bambini e adolescenti, mentre emerge la necessità di rafforzare la ricerca e gli interventi rivolti ad anziani, persone fragili e pazienti cronici.

Secondo lo studio, il contesto europeo richiede oggi un cambio di paradigma: superare una visione limitata alla cura specialistica, integrare la salute orale nelle strategie di prevenzione, nell’assistenza territoriale e nella gestione delle cronicità, e indica la necessità di sviluppare modelli assistenziali capaci di valutare non solo gli effetti clinici degli interventi, ma anche il loro impatto economico, sociale e organizzativo.
“Con questo studio, il Cergas, Centro di Ricerca, afferente al dipartimento di economia aziendale dell’Università Bocconi, conferma il valore della ricerca applicata nel mettere a disposizione di istituzioni, professionisti e cittadini evidenze utili per orientare le politiche pubbliche”, ha commentato Francesco Billari, rettore dell’Università Bocconi.
I dati e le riflessioni condivisi inoltre “confermano l’idea basilare che una stretta cooperazione e un dialogo costante tra istituzioni, università, imprese d’eccellenza e società scientifiche rappresentino l’unica via per individuare le migliori soluzioni politiche a tutela della salute pubblica”, ha detto in video collegamento Annarita Patriarca, segretario dell’Ufficio di presidenza della Camera.

Trasformare il Manifesto della salute orale in un dossier per la Commissione Lea

Infine, Luciano Ciocchetti, vicepresidente della commissione Affari sociali, ha lanciato un appello alle società scientifiche che hanno partecipato all’organizzazione del Congresso:
“La nostra normativa prevede un meccanismo istituzionale specifico presso il Ministero della Salute, ovvero la Commissione Livelli essenziali di assistenza (Lea). È fondamentale che il manifesto programmatico nato da queste giornate si trasformi in un dossier scientifico rigoroso da presentare ufficialmente a tale Commissione, la quale rappresenta l’unico organo competente a introdurre aggiornamenti ai livelli essenziali di assistenza. Su alcuni degli aspetti che avete posto al centro del dibattito odierno, infatti, il Servizio sanitario nazionale deve esprimere un concreto progresso in termini di copertura delle prestazioni. Il pensiero va, in modo particolare, alle fasce di popolazione più fragili e in condizione di marginalità, come gli anziani, i bambini, i giovani e, soprattutto, le persone con disabilità”.

Il legame della salute orale con le prestazioni sportive

La crescente attenzione verso la salute orale trova conferma anche a livello internazionale. The Economist Enterprise ha dedicato una pubblicazione al titolo “Winning margins, The impact of oral health on athlete performance” al rapporto tra salute orale e prestazioni sportive, ulteriore testimonianza di come lo stato di salute di denti e gengive venga oggi considerato un fattore rilevante per il benessere generale della persona. Come dimostrato nel servizio della divisione del giornale che si occupa di ricerca, una scarsa salute orale contribuisce a una ridotta capacità di recupero dopo l’esercizio fisico, all’affaticamento cronico e a una minore prontezza agonistica e di allenamento, mentre una buona salute orale può favorire una maggiore forza fisica, resistenza ed equilibrio.

 

Adempimenti e scadenze del mese di luglio 

Adempimenti e scadenze

La “campagna versamenti” 2026 entra nel vivo nel mese di luglio, portando con sé numerose scadenze di rilievo sia in ambito fiscale che contributivo. Una novità significativa riguarda i soggetti che esercitano attività economiche per cui sono stati approvati gli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale (ISA) – come dentisti, igienisti dentali e odontotecnici – che potranno beneficiare della proroga al 20 luglio 2026 per effettuare i primi versamenti delle imposte e dei contributi relativi al 2025 e degli acconti per il 2026 senza alcuna maggiorazione. Il mese si articola in tre principali blocchi di adempimenti:

1) il 15 luglio scadono i consueti obblighi contabili e comunicativi, come l’annotazione delle fatture emesse e ricevute, l’invio dell’“esterometro” e la regolarizzazione degli acquisti da operatori non residenti, cose da monitorare attentamente vista la sempre maggiore quantità di questi acquisti attraverso Internet;

2) il 16 luglio è la giornata più intensa per versamenti e trattenute: Irpef, Iva, imposta sostitutiva forfetari, addizionali regionali e comunali, nonché contributi previdenziali Inps per lavoratori dipendenti e collaboratori. In questa data rientrano anche i versamenti rateali per chi ha optato per il pagamento dilazionato delle imposte sui redditi e dei contributi previdenziali da dichiarazione iniziando a versare la prima rate di sette il 30 giugno scorso e il versamento della ritenuta del 26% sui dividendi erogati dalle società di capitali nel secondo trimestre;

3) il 20 luglio, per quanto già anticipato.

A fine mese, il 31 luglio, sono attesi: il versamento della tredicesima rata su diciotto della “rottamazione quater” delle cartelle (con tolleranza fino al 5 agosto); il debutto della “rottamazione quinquies”; la scadenza della quarta rata su otto della Quota A Enpam; l’invio del modello D Enpam con i redditi 2025 da libera professione e, per le società di capitali che approvano il bilancio entro 180 giorni dalla chiusura dell’esercizio, gli ultimi adempimenti. Last but not least, dal primo luglio scatta la nuova disciplina del “silenzio assenso” per l’accettazione del conferimento del TFR alla previdenza complementare da parte dei lavoratori di prima assunzione. Un mese molto denso, dunque, in cui particolare attenzione va posta alla gestione dei numerosi termini per i versamenti rateizzati e non.

Agenzia delle Entrate

Mercoledì 15 luglio

Adempimenti contabili

  • Fatture emesse, termine ultimo per l’annotazione delle fatture emesse nell'apposito registro tenuto ai fini Iva, nell'ordine della loro numerazione, in relazione alle operazioni effettuate nel mese precedente;
  • Fatture differite, termine ultimo per l’emissione delle fatture differite riferite alle operazioni del mese precedente (anche per un solo importo incassato dallo stesso cliente e non fatturato nei termini, purché “tracciato”, è possibile emettere la fattura riepilogativa entro la data odierna);
  • Acquisti intracomunitari, annotazione. Termine ultimo per l’annotazione nel registro degli acquisti e in quello delle vendite delle fatture di acquisto ricevute nel mese precedente, con riferimento a tale mese.

Comunicazioni

  • “Esterometro”, scade oggi il termine per inviare tramite lo SDI, il servizio pubblico per l’invio delle fatture elettroniche, la comunicazione dei dati delle operazioni transfrontaliere passive, relative ad acquisti di beni e servizi da operatori: UE la cui fattura è stata ricevuta nel mese precedente; extra UE, se l’operazione è stata effettuata nel mese precedente. La comunicazione non riguarda le operazioni per le quali è stata ricevuta una bolletta doganale o una fattura elettronica; gli acquisti di beni e servizi non rilevanti territorialmente ai fini IVA in Italia ai sensi degli artt. 7 - 7-octies del DPR 633/72, qualora siano di importo non superiore a 5.000,00 euro per singola operazione.

Regolarizzazioni

  • Acquisti intracomunitari, mancanza di fattura. Termine entro il quale i soggetti che hanno effettuato acquisti intracomunitari di beni o servizi nel terzo mese che precede quello oggetto di questo scadenziario, e che non avessero ricevuto la relativa fattura devono emettere autofattura relativa alle operazioni effettuate;
  • Acquisti intracomunitari, fattura con importo inferiore. Termine entro il quale i soggetti che hanno effettuato acquisti intracomunitari di beni o servizi, se hanno ricevuto una fattura indicante un corrispettivo inferiore a quello reale, devono emettere autofattura integrativa in relazione alle fatture registrate nel mese precedente.

Giovedì 16 luglio

Comunicazioni “dati aggiuntivi”

  • Datori di lavoro con massimo cinque dipendenti al 31 dicembre dell’anno precedente, termine entro il quale il sostituto d’imposta deve trasmettere in allegato al modello F24 il nuovo modello denominato “PROSPETTO DELLE RITENUTE/TRATTENUTE OPERATE” sui redditi di lavoro dipendente o autonomo, ovvero a questi assimilati, relative al mese precedente; si tratta di una scelta facoltativa, in alternativa alla presentazione del consueto “modello 770” annuale.

Versamenti periodici

  • Conguagli addizionali regionale e comunale all’Irpef, versamento della rata delle addizionali relative ai conguagli di fine anno dei redditi di lavoro dipendente e assimilati;
  • Acconto addizionale comunale all’Irpef, versamento della rata dell’addizionale relativa ai redditi di lavoro dipendente e assimilati;
  • Ritenute alla fonte operate ai fini Irpef e addizionali regionali e comunali. Versamento delle ritenute operate sui compensi di lavoro autonomo corrisposti nel mese precedente, sui compensi per lavoro dipendente e assimilato del mese precedente;
  • Imposta sostitutiva, dell’Irpef e addizionali regionali e comunali, sulle somme erogate ai dipendenti, nel mese precedente, in relazione a incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione, aumenti per effetto di rinnovi contrattuali sottoscritti dall’1/1/2024 al 31/12/2026 corrisposti nel 2026;
  • Iva mensile, contribuenti mensili versamento dell'Iva dovuta relativa al mese precedente; se l’imposta da versare non è superiore a 100 euro, complessiva di eventuali differimenti precedenti, il versamento può essere effettuato insieme a quello relativo al mese successivo.

Versamenti da dichiarazione

  • Iva annuale, versamento della quinta rata del saldo IVA relativo al 2025, risultante dalla dichiarazione IVA 2026, qualora la prima rata sia stata versata entro il termine del 17/3/2026. La rateazione avviene in rate mensili di pari importo e si deve completare entro il 16 dicembre;
  • Irpef, Ires, Irap quando dovuta, imposta sostitutiva dei “forfetari”, Ivie e Ivafe, versamento della seconda rata del saldo per il 2025 e della prima rata dell’acconto per il 2026 risultanti dalla dichiarazione dei redditi, per i soggetti che hanno deciso di versare ratealmente e hanno versato la prima rata di massimo sette entro il 30 giugno 2026.

Lunedì 20 luglio

Proroga versamenti iniziali da dichiarazione, senza alcuna maggiorazione

  • Irpef, Ires, Irap quando dovuta, imposta sostitutiva dei “forfetari”, Ivie e Ivafe, nuovo termine riservato ai soggetti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare e che esercitano attività per le quali sono stati approvati gli ISA, a seguito di proroga legale ex DL 89/2026, per effettuare il primo versamento del saldo per il 2025 e della prima rata dell’acconto per il 2026, inizialmente previsto per il 30 giugno, senza la maggiorazione dello 0,4%, in unica soluzione o della prima rata di massimo sei delle imposte indicate. Si noti che la proroga dei versamenti sposta anche la decorrenza della prescrizione del diritto a riceverli da parte del creditore pubblico.

Giovedì 30 luglio

Termine dei versamenti iniziali da dichiarazione, con maggiorazione dello 0,4%

  • Irpef, Ires, Irap quando dovuta, imposta sostitutiva dei “forfetari”, Ivie e Ivafe. I contribuenti che non hanno versato o iniziato a versare entro il 30 giugno, possono iniziare entro questa data con la maggiorazione dello 0,4%, in unica soluzione o della prima rata di massimo sei delle imposte indicate.

Agenzia delle Entrate riscossione

 Venerdì 31 luglio

Versamenti

  • “Rottamazione quater” delle cartelle esattoriali, per chi ha aderito alla definizione agevolata e scelto il pagamento rateale del dovuto, versamento della tredicesima rata. La norma prevede comunque una tolleranza nel pagamento di cinque giorni, per cui il pagamento verrà considerato tempestivo se effettuato entro il 5 agosto 2026.
  • “Rottamazione quinquies” delle cartelle esattoriali, per chi ha aderito alla nuova definizione agevolata, termine per il versamento in unica soluzione o della prima rata bimestrale su un massimo di cinquantaquattro. La norma non prevede tolleranze e ritardi nel pagamento.

Inps

Giovedì 16 luglio

Versamenti periodici

  • Contributi previdenziali obbligatori a carico del datore e del dipendente e oneri sociali sugli stipendi dei dipendenti del mese precedente;
  • Contributi della “Gestione separata”, versamento delle quote a carico dei committenti di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa e alle società che corrispondono compensi agli amministratori relative ai compensi corrisposti nel mese precedente.

Versamenti da dichiarazione

  • Soggetti che hanno scelto di versare ratealmente i contributi previdenziali all’INPS alle scadenze previste per il versamento delle imposte dovute in base alla dichiarazione dei redditi: artigiani odontotecnici e igienisti dentali, seconda rata termine entro il quale effettuare il versamento del saldo eventualmente dovuto per il 2025 e della prima rata di acconto per il 2026, da parte di chi ha versato la prima rata entro il 30 giugno.

Lunedì 20 luglio

Versamenti da dichiarazione iniziali in proroga

  • Artigiani odontotecnici e igienisti dentali che intendono avvalersi della proroga legale ex DL 89/2026, per effettuare il primo versamento del saldo per il 2025 e della prima rata dell’acconto per il 2026, inizialmente previsto per il 30 giugno, dell’intero importo, o della prima rata in caso di pagamento rateale, senza la maggiorazione dello 0,4%, del: saldo dei contributi per l’anno precedente e del primo acconto dei contributi per l’anno in corso, calcolati sul reddito dichiarato per l’anno precedente.

Giovedì 30 luglio

Termine dei versamenti iniziali da dichiarazione, con maggiorazione dello 0,4%

  • Artigiani odontotecnici e igienisti dentali. I contribuenti che non hanno versato o iniziato a versare entro il 30 giugno, possono iniziare entro questa data con la maggiorazione dello 0,4%, in unica soluzione o della prima rata di massimo sei del saldo dei contributi per l’anno precedente e del primo acconto dei contributi per l’anno in corso, calcolati sul reddito dichiarato per l’anno precedente.

Enpam

Venerdì 31 luglio

Comunicazioni

Modello D redditi da libera professione prodotti nel 2025, entro questa data vanno dichiarati direttamente dall’area riservata del sito Internet dell’Enpam, attraverso il “modello D”, i redditi professionali conseguiti nel 2025 e dichiarati nel Modello Redditi 2026, al netto delle eventuali agevolazioni e adeguamenti fiscali presenti nella dichiarazione, al fine del calcolo dei contributi dovuti per lo stesso anno e da versare a partire dal mese di ottobre.

Versamenti

  • Quota A Enpam, il contributo annuale minimo obbligatorio per i medici e gli odontoiatri per il 2026, scadenza quarta di otto rate per chi ha scelto questa modalità di versamento con domiciliazione bancaria;

Società di capitali

Giovedì 16 luglio

Versamenti

  • Dividendi erogati dalle società di capitali, versamento della ritenuta a titolo di imposta del 26%, sugli utili in denaro o in natura corrisposti ai soci non imprenditori nel secondo trimestre dell’anno;

Mercoledì 29 luglio

Adempimenti

  • Deposito del bilancio e degli allegati presso il Registro delle imprese. Termine ultimo, per i soggetti con esercizio sociale coincidente con l’anno solare che, ai sensi dell’art. 2364 co. 2 c.c., approvano il bilancio chiuso al 31.12.2025 entro 180 giorni invece che entro gli ordinari 120 giorni, per depositare il bilancio e gli allegati presso il Registro delle imprese;
  • Registrazione del verbale presso l'Agenzia delle Entrate. Termine ultimo, per i soggetti con esercizio sociale coincidente con l’anno solare che, ai sensi dell’art. 2364 co. 2 c.c., approvano il bilancio chiuso al 31.12.2025 entro 180 giorni invece che entro gli ordinari 120 giorni, per registrare il verbale di approvazione del bilancio, qualora contenga anche la delibera di distribuzione degli utili.

Affollamento dentale: sintomi e trattamenti per migliorare la qualità di vita dei pazienti

Affollamento dentale

L'affollamento dentale rappresenta una delle malocclusioni più frequenti nell'età adolescenziale. Questa condizione, caratterizzata dalla mancanza di spazio nell'arcata dentale, può compromettere l'allineamento degli elementi dentari, influenzare la funzione orale, l'estetica del sorriso e il benessere psicologico del paziente. Per questo motivo, negli ultimi anni la ricerca in ortodonzia ha rivolto crescente attenzione non solo agli esiti clinici del trattamento, ma anche all’esperienza soggettiva dei pazienti. Un gruppo di ricercatori della Malmö University, Svezia, ha recentemente analizzato questi aspetti in uno studio multicentrico randomizzato condotto in quattro cliniche ortodontiche. L’obiettivo era valutare l’impatto del trattamento ortodontico fisso sulla qualità di vita correlata alla salute orale e sul grado di soddisfazione dei pazienti adolescenti con affollamento dentale.

Affollamento dentale e trattamenti ortodontici: caratteristiche dei partecipanti

Lo studio ha coinvolto 132 adolescenti di età compresa tra 12 e 17 anni. Tutti i partecipanti presentavano affollamento dentale e necessitavano di trattamento ortodontico senza estrazioni. I ricercatori hanno assegnato casualmente i pazienti a due diversi protocolli terapeutici. Un gruppo ha ricevuto apparecchiature fisse con bracket convenzionali, mentre l’altro è stato trattato con bracket autoleganti passivi. Gli autori hanno raccolto i dati relativi all'affollamento dentale in tre differenti momenti: prima dell’inizio della terapia, durante la fase di allineamento dentale e al termine del trattamento. Per la valutazione hanno utilizzato questionari validati e specificamente progettati per misurare la qualità di vita correlata alla salute orale, la percezione del trattamento, le aspettative iniziali e il grado di soddisfazione finale.

La qualità di vita cambia durante il trattamento

I risultati mostrano che il percorso terapeutico non segue un andamento lineare. Nelle prime fasi del trattamento i pazienti hanno riportato un peggioramento temporaneo di alcuni parametri legati alla salute orale. Questo dato non sorprende. L’applicazione dell’apparecchiatura fissa può infatti provocare dolore, sensibilità dentale, difficoltà nella masticazione e fastidi a carico delle mucose. Inoltre, la presenza di bracket e fili ortodontici rende più complessa l’igiene orale quotidiana. Di conseguenza, molti adolescenti percepiscono inizialmente una riduzione del comfort orale e delle proprie capacità funzionali. Tuttavia, questa fase risulta transitoria. Con il progredire della terapia, i pazienti riferiscono un progressivo miglioramento della propria condizione. Al termine del trattamento, la qualità di vita correlata alla salute orale risulta significativamente migliore rispetto ai valori registrati prima dell’inizio della terapia.

Benefici psicologici e sociali

Uno degli aspetti più interessanti emersi dallo studio riguarda la sfera emotiva e sociale. I ricercatori hanno osservato un miglioramento costante degli indicatori psicologici durante tutto il percorso terapeutico. L’allineamento progressivo dei denti sembra infatti influenzare positivamente la percezione della propria immagine. Molti adolescenti acquisiscono maggiore sicurezza nelle relazioni interpersonali e mostrano una migliore accettazione del proprio sorriso. Questi risultati confermano che il trattamento dell’affollamento dentale non produce esclusivamente benefici clinici. La terapia può infatti contribuire al benessere generale del paziente, con effetti che coinvolgono autostima, fiducia in sé stessi e qualità delle relazioni sociali. Per l’ortodontista, tali evidenze rappresentano un importante richiamo alla necessità di considerare il paziente nella sua globalità e non limitarsi alla sola valutazione degli aspetti occlusali.

Bracket convenzionali e autoleganti: differenze minime

Lo studio ha inoltre confrontato due sistemi ortodontici ampiamente utilizzati nella pratica clinica: bracket convenzionali e bracket autoleganti passivi. L’analisi dei dati non ha evidenziato differenze clinicamente significative tra i due gruppi in termini di qualità di vita percepita o di soddisfazione finale. Entrambe le soluzioni hanno prodotto miglioramenti comparabili. Questo risultato suggerisce che, almeno nei pazienti con affollamento dentale trattati senza estrazioni, la tipologia di bracket utilizzata non rappresenta un fattore determinante per l’esperienza soggettiva del paziente.

Aspettative e soddisfazione finale

Un ulteriore elemento emerso dall’indagine riguarda il ruolo delle aspettative. I pazienti che hanno iniziato il trattamento con aspettative positive hanno generalmente espresso livelli più elevati di soddisfazione al termine della terapia. Nel complesso, il grado di soddisfazione registrato è risultato molto elevato. La maggior parte degli adolescenti ha attribuito punteggi estremamente favorevoli sia all’esperienza terapeutica sia ai risultati ottenuti. Parallelamente, il livello di rimpianto per aver intrapreso il trattamento è risultato molto basso. Questo dato conferma che i benefici percepiti superano ampiamente i disagi temporanei associati alla terapia ortodontica.

Le implicazioni per la pratica clinica

Lo studio sottolinea l’importanza di informare adeguatamente i pazienti e le loro famiglie prima dell’inizio del trattamento. Una corretta comunicazione consente infatti di preparare l’adolescente ai possibili disagi iniziali e di favorire aspettative realistiche. Inoltre, i risultati evidenziano il valore delle misure riferite direttamente dai pazienti. Strumenti come i questionari sulla qualità di vita permettono di integrare i tradizionali indicatori clinici e di valutare in modo più completo l’efficacia della terapia. Pubblicato sull’European Journal of Orthodontics, questo studio conferma che il trattamento dell’affollamento dentale negli adolescenti offre benefici che vanno oltre il semplice allineamento dentale. Nonostante una fase iniziale caratterizzata da fastidi e limitazioni funzionali, la terapia determina un miglioramento significativo della qualità di vita e del benessere psicologico. Per il clinico, questi risultati rafforzano l’importanza di un approccio centrato sul paziente, capace di considerare sia gli obiettivi ortodontici sia l’esperienza complessiva vissuta durante il trattamento.

Fluoro: verità scientifiche contro timori diffusi

Luigi Paglia
Luigi Paglia, direttore scientifico de Il Dentista Moderno

La fluoroprofilassi rappresenta da decenni uno degli strumenti più efficaci e consolidati nella prevenzione della carie dentale lungo tutto l’arco della vita.
Quando utilizzato nel rispetto dei dosaggi raccomandati e delle corrette modalità di somministrazione, il fluoro garantisce benefici preventivi ampiamente documentati in letteratura e presenta un elevato profilo di sicurezza, contribuendo in modo significativo al mantenimento nel tempo della salute dentale. In questa prospettiva, esso può essere considerato uno dei pilastri della prevenzione primaria e della cosiddetta “long life” dei denti.
Accanto alla comprovata efficacia nella riduzione dell’incidenza della carie, è tuttavia necessario considerare anche il potenziale rischio di fluorosi dentale in caso di esposizione eccessiva ai fluoruri, soprattutto durante le fasi precoci dello sviluppo dentale. Per questo motivo, nella pianificazione delle strategie preventive risulta fondamentale stimare il quantitativo complessivo di fluoro assunto dal singolo individuo.
Tale valutazione non è sempre agevole. Il contenuto di fluoro negli alimenti solidi, nelle acque potabili e nei prodotti destinati alla prima infanzia non è infatti sempre chiaramente riportato. Di conseguenza, diventa essenziale adottare approcci preventivi personalizzati, che tengano conto di diversi fattori: età del paziente, livello individuale di rischio cariogeno, condizioni sistemiche, contesto socio-economico, abitudini alimentari, presenza di placca e qualità delle pratiche di igiene orale.
Particolare attenzione deve essere rivolta ai primi anni di vita, fase in cui la formazione dello smalto dentale è particolarmente sensibile all’esposizione ai fluoruri. La finestra di suscettibilità alla fluorosi degli incisivi permanenti — elementi dentari di grande rilevanza estetica — si estende infatti dalla nascita fino ai quattro anni di età, con un periodo di maggiore vulnerabilità nei primi due/tre anni di vita.
In questo quadro assume rilievo anche il tema dell’alimentazione infantile. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, l’allattamento al seno interessa circa il 46% dei neonati nei primi due mesi di vita, percentuale che si riduce al 30% tra il quarto e il sesto mese. È quindi plausibile ipotizzare che, nei bambini alimentati con latte formulato, la preparazione con acque caratterizzate da un elevato contenuto di fluoro possa contribuire in modo significativo all’esposizione complessiva ai fluoruri nei primi mesi di vita. Successivamente, un’ulteriore fonte di assunzione da considerare è rappresentata dal dentifricio, il cui contributo dipende sia dalla concentrazione di fluoro sia dalle modalità di utilizzo.
Alla luce di queste considerazioni risulta particolarmente interessante il dibattito scientifico avviato dalle professoresse Maria Grazia Cagetti (Milano) e Patrizia De Fabianis (Torino) in seguito a un contributo pubblicato sul numero di febbraio di Il Dentista Moderno.
Questo confronto, che riportiamo qui, offre l’opportunità di riflettere sull’appropriatezza delle attuali raccomandazioni e sull’eventuale necessità di riconsiderare, almeno nei primissimi anni di vita, i livelli di assunzione di fluoro suggeriti. Il tema riveste un’evidente rilevanza per la salute dei pazienti pediatrici e per il ruolo della professione odontoiatrica nel promuovere strategie preventive sempre più efficaci, sicure e basate sulle evidenze scientifiche.
Del resto, siamo spesso portati a pensare che la scienza esista per fornire risposte; in realtà, il suo compito principale è formulare le domande giuste.
Da queste pagine vorremmo porre questa domanda:

“La concentrazione di fluoruri aggiunti (ppm) nei dentifrici dedicati ai bambini di età 2-3 anni può essere modulata, rispetto alle linee guida ministeriali, al fine di ridurre il rischio di fluorosi dentale”.

Crediamo che questo sia  un argomento che sta particolarmente a cuore ai genitori dei nostri piccoli pazienti e su cui vogliamo promuovere una informazione sicura e scientificamente validata. Voi cosa ne pensate?

 

Gentile Direttore

Fluoro prevenzione
Maria Grazia Cagetti, docente di odontoiatria pediatrica presso l’Università degli Studi di Milano

ho letto con grande interesse il recente articolo pubblicato sul numero 2 del 2026 di Il Dentista Moderno dal titolo Fluoroprofilassi cosa è cambiato? riguardante la prevenzione della carie in età pediatrica. Pur apprezzandone l’impianto generale e l’attenzione alla sicurezza del paziente, ritengo opportuno richiamare l’attenzione dei lettori su alcuni aspetti di rilevanza clinica e di sanità pubblica. La carie dei denti decidui è tutt’altro che un problema superato. L’Early Childhood Caries (ECC) continua a rappresentare una delle patologie croniche più diffuse a livello globale, con un impatto sproporzionato nei gruppi socio-economicamente fragili e nelle popolazioni con scarso accesso a cure e prevenzione (1,2). In questi contesti, qualsiasi riduzione dell’efficacia preventiva può tradursi in un aumento significativo dell’incidenza e della gravità della malattia. Alla luce delle evidenze disponibili, la raccomandazione di utilizzare un dentifricio contenente 500 ppm di fluoro nei bambini piccoli non appare coerente con le linee guida delle principali società scientifiche internazionali (AAPD, EAPD, ADA) oltre che alle “nostre” linee guida ministeriali, che indicano l’uso di dentifrici contenenti almeno 1.000 ppm di fluoro fin dall’eruzione del primo dente, modulando la quantità e non la concentrazione (3-5). Le revisioni sistematiche dimostrano chiaramente che l’efficacia anticarie del dentifricio è dose-dipendente e che concentrazioni inferiori a 1.000 ppm mostrano benefici limitati o non clinicamente rilevanti (6), specialmente nei bambini ad alto rischio.
Per quanto riguarda il dibattito sugli effetti neurotossici del fluoro, è importante sottolineare che le associazioni osservate in alcuni studi “epidemiologici” riguardano prevalentemente esposizioni sistemiche elevate, spesso superiori ai livelli raccomandati nelle politiche di salute pubblica. Le revisioni più recenti evidenziano eterogeneità metodologica e assenza di una dimostrazione causale robusta per esposizioni entro i limiti raccomandati (7, 8). I dati disponibili risultano, ad oggi, non conclusivi e talora addirittura contrastanti (9).
Pertanto, la strategia preventiva corretta non consiste nella riduzione della concentrazione di fluoro nel dentifricio, bensì nell’educazione dei genitori alla quantità appropriata:

  • “chicco di riso” fino ai 3 anni
  • “pisello” dai 3 ai 6 anni

Questa raccomandazione consente di massimizzare l’efficacia carioprotettiva minimizzando il rischio di fluorosi lieve, mantenendosi pienamente entro i margini di sicurezza documentati in letteratura. In un contesto in cui le disuguaglianze di salute orale sono ancora marcate, l’odontoiatria deve continuare a fondare le proprie raccomandazioni sull’evidenza scientifica consolidata, evitando modifiche preventive basate su rischi che, allo stato attuale, non risultano confermati con solidità metodologica comparabile a quella che sostiene l’efficacia del fluoro nella prevenzione della carie.
Ringraziando per l’attenzione e per l’opportunità di contribuire al dibattito scientifico, porgo cordiali saluti.
Maria Grazia Cagetti

Bibliografia

  1. Peres MA, Macpherson LMD, Weyant RJ, et al. Oral diseases: a global public health challenge. Lancet. 2019;394(10194):249-260.
  2. Tinanoff N, Baez RJ, Diaz Guillory C, et al. Early childhood caries epidemiology, aetiology, risk assessment, societal burden, management, and public health policy. Adv Dent Res. 2019;30(2):3-11.
  3. American Academy of Pediatric Dentistry. Fluoride therapy. The Reference Manual of Pediatric Dentistry. Chicago, IL:American Academy of Pediatric Dentistry; 2025:372-8.
  4. Toumba KJ, Twetman S, Splieth C, Parnell C, van Loveren C, Lygidakis NΑ. Guidelines on the use of fluoride for caries prevention in children: an updated EAPD policy document. Eur Arch Paediatr Dent. 2019;20(6):507-516.
  5. Linee guida nazionali-Ministero della Salute. Available on http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_867_allegato.pdf.
  6. Walsh T, Worthington HV, Glenny AM, Marinho VC, Jeroncic A. Fluoride toothpastes of different concentrations for preventing dental caries. Cochrane Database Syst Rev. 2019;3(3):CD007868. National Toxicology Program. NTP monograph on the state of the science concerning fluoride exposure and neurodevelopment and cognition: a systematic review. NTP Monogr. 2024;(8):NTP-MGRAPH-8.
  7. Johnston NR, Strobel SA. Principles of fluoride toxicity and the cellular response: a review. Arch Toxicol. 2020;94(4):1051-1069.
  8. Warren JR, Rumore G, Kim S, et al. Childhood fluoride exposure and cognition across the life course. Sci Adv. 2025;11(47):eadz0757.

 

Gentile collega

Patrizia Defabianis, Dipartimento di Scienze Chirurgiche, C.I.R. Dental School – Sezione di Odontoiatria Pediatrica, Università di Torino, Torino (Italy)

ho letto con interesse le osservazioni relative al mio articolo pubblicato sul n.2 del 2026 di Il Dentista Moderno intitolato Fluoroprofilassi cosa è cambiato inerente alla prevenzione della carie in età pediatrica e desidero sottolineare alcuni rilevanti aspetti emersi di recente in letteratura.
Mi trovo in perfetta sintonia sul fatto di considerare la carie un problema tutt’altro che superato e il fluoro un pilastro della moderna odontoiatria nel prevenirla, ma, allo stesso tempo, l’uso del fluoro richiede un’attenta valutazione per bilanciarne i benefici con i potenziali rischi. È noto che il fluoro è il metodo più efficace e sicuro per prevenire la carie nei pazienti pediatrici. Si tratta di informazioni basate sull’evidenza, adattate alle linee guida internazionali che rappresentano comunque sempre un riferimento importante, ma non assoluto, in quanto queste possono sempre essere modificate secondo le nuove indicazioni riferite in letteratura dalla comunità scientifica internazionale.
Una considerazione importante relativa alla fluoroprofilassi sistemica riguarda l’impossibilità di valutare in modo preciso i livelli di fluoro presenti nell’organismo stante la mancanza di biomarcatori in grado di stimarli; un altro problema è rappresentato dalla carenza di segnalazione dei contenuti di fluoro presenti in alimenti e bevande (ad esempio in alcune acque minerali) assunti dal soggetto.
Queste considerazioni suggeriscono cautela nel valutare i livelli ottimali di integrazione nei singoli casi e hanno indubbiamente favorito un aumento dell’attenzione nei confronti delle formulazioni topiche, in quanto considerate meno rischiose. Tuttavia, anche le somministrazioni topiche sono divenute oggetto di attenzione. Indubbiamente la fonte più diffusa di fluoro topico per i bambini è rappresentata dai dentifrici fluorati.
I dati della letteratura confermano che indubbiamente l’utilizzo di dentifrici al fluoro è in grado di ridurre l’incidenza di carie in modo significativo, ma parallelamente sono emersi altri fattori meritevoli di attenzione. Infatti, secondo una recensione pubblicata per la prima volta nel 2010 e aggiornata nel 2024 ( Wong MC et al,2024) i bambini di età compresa tra 1-2 e 5-6 anni che utilizzano dentifrici al fluoro con 1.000 ppm sembrano maggiormente esposti al rischio di sviluppare fluorosi dentale in dentatura permanente. Altri Autori avevano in precedenza segnalato il problema secondo cui i bambini di età inferiore ai 5 anni tendevano ad ingerire il dentifricio durante lo spazzolamento (Buzalaf MA, Levy SM, 2011 ), potendo arrivare ad ingerire fino al 25–33% del dentifricio al fluoro utilizzato in ogni manovra di spazzolamento, poiché lo sviluppo del riflesso della deglutizione a questa età è incompleto (Munteanu A et al, 2022); al contrario i bambini più grandi sono in grado di sputare il dentifricio regolarmente. Secondo Stookey quando un dentifricio al fluoro da 1.000 ppm viene utilizzato due volte al giorno, la quantità di fluoro che può essere ingerita dai bambini può essere stimata in circa 0,5 mg il che ne potrebbe confermare il significativo potenziale come fonte di sovradosaggio (Stookey GK, 1994).
Per tutti questi motivi le quotidiane manovre d’igiene orale andrebbero sempre effettuate sotto diretto controllo di genitori e caregivers e nelle quantità consigliate (“chicco di riso” fino ai 3 anni, “pisello” dai 3 ai 6 anni) per ridurre al massimo il rischio di ingestione accidentale (ADA, 2014).
In ogni caso secondo alcuni autori (Wright, J.T et al.; 2014 ) l’ingestione di quantità di fluoro pari o superiori a un pisello può causare una lieve fluorosi.
Pertanto, oggi tutti questi aspetti stanno aprendo il dibattito sulle modalità di controllo e supervisione a scuola, visto che, con i moderni stili di vita, la maggior parte dei bambini, anche piccoli, pranza fuori casa.
Il problema è che nonostante l’utilizzo del dentifricio al fluoro sia raccomandato da oltre 50 anni per prevenire la carie, pochi studi in letteratura ne hanno valutato l’impatto sulla dentatura permanente in relazione alle differenti concentrazioni presenti nei prodotti disponibili sul mercato. La scelta della concentrazione ottimale di fluoro presente nel dentifricio da utilizzare deve essere attentamente calibrata sulla tipologia del paziente (fascia di età, paziente collaborante/non collaborante, presenza e tipologia di eventuali concomitanti patologie ecc).
Le proposte volte a ridurre il rischio di fluorosi da ingestione di dentifrici sono state di due tipologie:

  1. ridurre la quantità di dentifricio erogata sullo spazzolino (metodo che implica in ogni caso una attenta e costante supervisione);
  2. ridurre la concentrazione di fluoro nei dentifrici utilizzati dai bambini in modo da limitare i danni in caso di ingestione (Beltran ED, Szpunar SM, 1988; Divya Reddy, 2021).

Considerando il potenziale rischio di sovradosaggio tossico di fluoro, è urgente identificare principi attivi con un’efficacia simile a quella del fluoro ma senza la sua potenziale tossicità soprattutto nei gruppi di pazienti giovani e vulnerabili e nei pazienti sottoposti a cure speciali (ad esempio, nefropatici). Pertanto, è essenziale sviluppare un dentifricio sicuro ed efficace, adatto ai bambini piccoli (Kubra Tonguc-Altin, 2024).
Una formulazione ideale di dentifricio per bambini dovrebbe quindi mirare a massimizzare la disponibilità di fluoro (rendendone quindi possibile una riduzione della concentrazione nei prodotti al fine di ridurre i potenziali rischi associati), ridurne al minimo l’abrasività e utilizzare livelli e tipologie di aromi e tensioattivi che riducano al minimo l’interferenza con l’assorbimento del fluoro e offrano un’esperienza di spazzolamento piacevole. La scelta dei gusti di dentifricio per bambini di diverse età dovrebbe idealmente basarsi direttamente sui dati di preferenza dei bambini stessi, a causa delle differenze nella percezione del gusto legate all’età (Alex G Stovell, 2013). Queste indicazioni sono state recepite anche dall’industria (David Churchle and Bruce R. Schemehorn, 2013). Nel mercato sono reperibili prodotti con concentrazioni di fluoro inferiori (500 ppm) da destinare ai piccoli pazienti; nei bambini molto piccoli, in cui il rischio di fluorosi è preoccupante, le formulazioni senza fluoro possono essere considerate alternative sicure alle formulazioni con fluoro (Divya Reddy et al, 2021). Esistono inoltre da tempo formulazioni a contenuto antimicrobico (lattoferrina, lattoperossidasi, lisozima, probiotici, aloe vera, propoli e arginina) (Aden EA et al 2018).
Ringrazio tutti per l’attenzione e per l’opportunità che mi è stata offerta di partecipare a questo dibattito: queste esperienze di confronto e discussione tra professionisti che hanno a cuore il benessere dei bambini sono fondamentali.
Colgo l’occasione per porgere distinti saluti.
Patrizia Defabianis

Bibliografia

  1. Wong MC, Zhang R, Luo BW, Glenny AM, Worthington HV, Lo ECM. Topical fluoride as a cause of dental fluorosis in children. Cochrane Database Syst Rev. 2024 Jun 20;6(6):CD007693.
  2. Buzalaf MA, Levy SM. Fluoride intake of children: considerations for dental caries and dental fluorosis. Monogr Oral Sci 2011;22:1-19
  3. Munteanu A, Holban AM, Păuna MRet al. Review of professionally applied fluorides for preventing dental caries in children and adolescents. Applied Sciences. 2022; 12:1054.
  4. Stookey GK. Review of fluorosis risk of self-applied topical fluorides: dentifrices, mouthrinses and gels. Community Dent Oral Epidemiol 1978;6(5):222–226.
  5. Stookey GK. Review of fluorosis risk of self-applied topical fluorides: dentifrices, mouthrinses and gels. Community Dent Oral Epidemiol. 1994 Jun;22(3):181-6.
  6. American Dental Association Council on Scientific Affairs. Fluoride toothpaste use for young children. J. Am. Dent. Assoc. 2014,145, 190-191.
  7. Wright JT, Hanson N, Ristic H, et al. Fluoride toothpaste efficacy and safety in children younger than 6 years: A systematic review. J. Am. Dent. Assoc. 2014 Feb;145(2):182-9.
  8. Beltran ED, Szpunar SM. Fluoride in toothpastes for children: suggestion for change. Pediatr Dent 1988;10(3):185-188.
  9. Reddy D, Selvan A, Paul ST, Azher U. Antimicrobial Efficacy of Commercially Available Low-fluoride and Fluoride-free Dentifrices for Children. Int J Clin Pediatr Dent. 2021 Mar-Apr;14(2):183-186.
  10. Tonguc-Altin K, Selvi-Kuvvetli S, Topcuoglu N, Kulekci G. Antibacterial effects of dentifrices against Streptococcus mutans in children: a comparative in vitro study. J Clin Pediatr Dent. 2024 Mar;48(2):72-81.
  11. Churchley D, Schemehorn BR. In vitro assessment of a toothpaste range specifically designed for children. Int Dent J. 2013 Dec;63 Suppl 2(Suppl 2):48-56.
  12. Stovell AG, Newton BM, Lynch RJ. Important considerations in the development of toothpaste formulations for children. Int Dent J. 2013 Dec;63 Suppl 2(Suppl 2):57-63.
  13. Aden EA, Altun C, Ozmen B, Basak F. Antimicrobial effect of toothpastes containing Fluoride, Xylitol, or Xylitol-probiotic on salivary Streptococcus mutans and Lactobacillus in children. Nigerian Journal of Clinical Practice. 2018; 21:134-138.
Le Raccomandazioni Ministeriali

Le raccomandazioni del Ministero della Salute Italiano riguardo all’utilizzo del fluoro nei dentifrici si concentrano sulla prevenzione della carie attraverso l’uso topico (diretto sui denti) considerando il fluoro lo strumento più efficace per remineralizzare lo smalto e inibire la demineralizzazione.
Ecco i punti chiave delle linee guida per la salute orale:
nei bambini (6 mesi-6 anni) Il Ministero raccomanda l’uso di un dentifricio contenente almeno 1000 ppm (parti per milione) di fluoro, due volte al giorno.
Per quanto riguarda la quantità di dentifricio:

  • da 6 mesi a 2-3 anni: una quantità “pea-size” (pari a un pisello) o una “spennellata” (dose traccia)
  • da 3 a 6 anni: una quantità pari a un pisello.

 

La resistenza alla frattura dei premolari e dei molari trattati endodonticamente

resistenza alla frattura dei premolari devitalizzati

La resistenza alla frattura dei premolari trattati endodonticamente è un parametro degno di grande attenzione. Un gruppo di ricercatori dell'Università di Suez Canal, in Egitto, ha valutato il comportamento alla frattura di premolari mascellari devitalizzati e successivamente restaurati con diverse tecniche adesive. L'obiettivo era identificare la soluzione in grado di offrire la migliore resistenza meccanica nei casi caratterizzati da una significativa perdita di tessuto dentale. I premolari sottoposti a terapia endodontica presentano infatti una maggiore vulnerabilità alle fratture. La perdita di struttura coronale, associata all'accesso endodontico e alla preparazione cavitaria, riduce la capacità del dente di sopportare i carichi masticatori. Per questo motivo la scelta del restauro rappresenta una fase cruciale del trattamento.

Quattro approcci restaurativi a confronto

I ricercatori hanno selezionato 44 premolari mascellari estratti. Tutti gli elementi dentari sono stati sottoposti a trattamento endodontico standardizzato e preparati con una cavità mesio-occluso-distale (MOD). Successivamente i campioni sono stati suddivisi in quattro gruppi di uguale dimensione. Nel primo gruppo gli operatori hanno utilizzato Stela, un composito bulk-fill autoadesivo di nuova generazione. Nel secondo gruppo hanno impiegato una combinazione costituita da EverX Flow, composito rinforzato con fibre corte, e Filtek Z250 XT come rivestimento superficiale. Nel terzo gruppo hanno restaurato i denti esclusivamente con il composito nanoriempito Filtek Z250 XT. Nel quarto gruppo hanno realizzato endocrown CAD/CAM in disilicato di litio. Dopo il completamento delle procedure restaurative, tutti i campioni sono stati sottoposti a test di compressione mediante una macchina universale per prove meccaniche, al fine di testarne la resistenza alla frattura.

Le endocrown mostrano la miglior resistenza alla frattura

L'analisi dei risultati ha evidenziato differenze significative tra i gruppi esaminati. Le endocrown in disilicato di litio hanno registrato la più elevata resistenza alla frattura, con un valore medio pari a 1.427,7 Newton. Questo risultato è apparso nettamente superiore rispetto a quello ottenuto dagli altri restauri. Il gruppo restaurato con EverX Flow e Filtek Z250 XT ha raggiunto una resistenza media di 619,9 Newton. Il gruppo restaurato con Stela ha mostrato un valore medio di 561,8 Newton. Infine, il gruppo trattato con il solo Filtek Z250 XT ha registrato la resistenza più bassa, pari a 452,2 Newton. Le differenze tra i tre materiali diretti non hanno raggiunto la significatività statistica. Al contrario, il vantaggio delle endocrown rispetto a tutte le altre soluzioni è risultato altamente significativo.

Il ruolo dei compositi rinforzati con fibre

Sebbene le endocrown abbiano ottenuto la miglior resistenza alla frattura, lo studio ha fornito indicazioni interessanti anche sui restauri diretti. L'utilizzo di un composito rinforzato con fibre corte come EverX Flow ha mostrato una tendenza verso prestazioni meccaniche superiori rispetto al composito convenzionale. Le fibre agiscono infatti come elementi di rinforzo all'interno della massa restaurativa. Esse contribuiscono a distribuire le sollecitazioni e a rallentare la propagazione delle microfratture. Questo meccanismo potrebbe migliorare la capacità del restauro di assorbire i carichi funzionali. Inoltre, potrebbe aumentare la longevità clinica dei denti trattati endodonticamente. Anche il nuovo composito autoadesivo Stela ha evidenziato risultati promettenti. Il materiale ha mostrato valori di resistenza comparabili a quelli ottenuti con il sistema rinforzato con fibre, pur senza raggiungere differenze statisticamente significative.

Implicazioni cliniche per il professionista

I risultati confermano l'importanza della quantità di tessuto residuo e della scelta del materiale restaurativo nei premolari devitalizzati. Nei casi caratterizzati da una marcata perdita di sostanza dentale, le endocrown in disilicato di litio sembrano offrire la migliore resistenza alla frattura dei premolari. Questo approccio consente inoltre di preservare una quantità maggiore di tessuto rispetto alle tradizionali corone supportate da perni. I restauri diretti mantengono comunque un ruolo importante nella pratica clinica quotidiana. Essi richiedono procedure meno invasive, riducono i costi e permettono di completare il trattamento in tempi più rapidi. I moderni materiali adesivi e i compositi rinforzati con fibre potrebbero rappresentare una valida alternativa in molte situazioni cliniche.

Limiti dello studio e prospettive future

Gli autori dello studio, pubblicato sulla rivista BMC Oral Health, sottolineano che i risultati derivano da una sperimentazione in vitro e devono quindi essere interpretati con cautela. Le condizioni di laboratorio non riproducono completamente l'ambiente orale, dove intervengono fattori biologici, funzionali e comportamentali che possono influenzare la sopravvivenza dei restauri. Saranno pertanto necessari studi clinici a lungo termine per verificare se le differenze osservate in laboratorio si traducano in un reale vantaggio in termini di resistenza alla frattura. Nonostante questo limite, la ricerca fornisce indicazioni utili per orientare la scelta del restauro nei premolari trattati endodonticamente e conferma il potenziale delle endocrown come soluzione conservativa e altamente resistente.

Accogliere il bimbo-famiglia nello studio odontoiatrico: parole, spazi, relazioni

Webinar 2026

8 luglio ore 19:00-20:00

Accogliere il bimbo-famiglia nello studio odontoiatrico: parole, spazi, relazioni

Relatore
Chiara Palmieri
Pedagogista & interior designer

Moderatori
Luigi Paglia
Matteo Beretta

 

 

 

L’esperienza di cura inizia dal primo contatto con il bimbo-famiglia e si sviluppa attraverso tutti i momenti dei successivi incontri. Per costruire un’esperienza positiva intervengono diversi fattori, una comunicazione efficace, un ambiente a misura di bimbo-famiglia, un’équipe formata sulle loro esigenze.
Durante il webinar verrà analizzato tutto ciò alla luce di una lettura pedagogica e verranno suggeriti strumenti operativi e concreti per rendere l’esperienza più comprensibile, prevedibile e sostenibile per il piccolo paziente.

Webinar gratuito, iscrizione obbligatoria

Per informazioni
Segreteria OMI - Stefania Garancini

info@odontoiatriamaternoinfantile.it

+39 0239090477

Iscrizioni: https://www.odontoiatriamaternoinfantile.it/accoglienza-pedagogia-palmieri/

 

 

Protesi dentaria: 3 fattori che aumentano la soddisfazione del paziente

Protesi dentaria

La protesi dentaria deve soddisfare parametri clinici e tecnici, ma soprattutto le aspettative del paziente. Un gruppo internazionale di esperti, afferenti all'Università di Hong Kong, invita a riflettere su un aspetto spesso sottovalutato: la soddisfazione del paziente. Il contributo, un editoriale realizzato nell'ambito di una raccolta di studi dedicati alla protesi e alla qualità delle cure, evidenzia come il risultato clinico e la percezione del paziente non coincidano sempre. Gli autori sottolineano che una riabilitazione protesica tecnicamente impeccabile può non soddisfare le aspettative del paziente. Al contrario, una protesi dentaria che presenta alcuni limiti clinici può essere percepita come pienamente soddisfacente se migliora la qualità della vita e risponde alle esigenze individuali.

Oltre i parametri clinici tradizionali

Per molti anni gli odontoiatri hanno valutato il successo delle terapie protesiche attraverso indicatori oggettivi. Tra questi figurano la precisione marginale dei restauri, la stabilità funzionale, la sopravvivenza dei manufatti e l'assenza di complicanze biologiche o meccaniche. Questi parametri restano fondamentali. Tuttavia, secondo gli autori, non sono sufficienti per descrivere l'effettivo impatto del trattamento sul paziente. La funzione masticatoria, il comfort, l'estetica e la fiducia in sé stessi influenzano profondamente il giudizio finale sulla terapia. Per questo motivo, la moderna odontoiatria sta adottando un approccio sempre più centrato sulla persona. L'obiettivo non consiste soltanto nel ripristinare denti e tessuti, ma anche nel migliorare il benessere generale del paziente.

Il contributo delle tecnologie digitali

Negli ultimi anni le tecnologie digitali hanno trasformato il settore protesico. I sistemi CAD-CAM, la scansione intraorale, la stampa 3D e i software di progettazione avanzata consentono di ottenere restauri sempre più precisi e personalizzati. Queste innovazioni offrono numerosi vantaggi. Riducono i tempi operativi, migliorano la precisione dei manufatti e facilitano la comunicazione tra clinico, laboratorio e paziente. Inoltre, permettono di simulare il risultato finale e di coinvolgere maggiormente il paziente nelle scelte terapeutiche. Nonostante questi progressi, gli autori evidenziano un aspetto importante. La tecnologia, da sola, non garantisce la soddisfazione del paziente. Anzi, la possibilità di visualizzare in anticipo il risultato finale può talvolta generare aspettative irrealistiche. Di conseguenza, il dialogo tra professionista e paziente rimane un elemento essenziale del percorso terapeutico.

L'importanza dei PROMs e dei PREMs

Per comprendere meglio l'esperienza del paziente, la ricerca odontoiatrica utilizza sempre più spesso strumenti specifici di valutazione. Tra questi assumono particolare rilevanza i PROMs (Patient-Reported Outcome Measures), che misurano gli esiti riportati direttamente dal paziente, e i PREMs (Patient-Reported Experience Measures), che analizzano l'esperienza vissuta durante il trattamento. Questi questionari consentono di raccogliere informazioni che spesso sfuggono alla valutazione clinica tradizionale. Ad esempio, permettono di conoscere il grado di comfort percepito, la soddisfazione estetica, le difficoltà quotidiane e il livello di fiducia instaurato con il professionista. Secondo gli autori, l'integrazione sistematica di questi strumenti potrebbe contribuire a migliorare la qualità delle cure e a personalizzare maggiormente i trattamenti protesici.

Comunicazione e aspettative: due fattori decisivi

La soddisfazione del paziente dipende anche dalla qualità della comunicazione. Gli autori sottolineano che il professionista deve fornire informazioni chiare e realistiche fin dalle prime fasi del trattamento. È importante spiegare i benefici attesi, ma anche i possibili limiti della terapia. Allo stesso modo, occorre discutere tempi, costi, necessità di manutenzione e possibili complicanze. Una corretta gestione delle aspettative favorisce un rapporto di fiducia e riduce il rischio di insoddisfazione. Questo aspetto assume particolare rilevanza nei trattamenti complessi, dove il risultato finale dipende da numerosi fattori clinici e biologici.

I fattori psicologici e sociali influenzano il giudizio finale

La percezione del trattamento non dipende soltanto dalle caratteristiche della protesi dentaria. Anche aspetti psicologici, culturali e sociali possono influenzare il livello di soddisfazione. Età, stato di salute, esperienze pregresse e aspettative personali contribuiscono a determinare il giudizio finale. Per questo motivo, gli autori invitano gli odontoiatri ad adottare un approccio sempre più personalizzato. Particolare attenzione dovrebbe essere riservata ai pazienti anziani e fragili, nei quali il miglioramento della qualità della vita rappresenta spesso l'obiettivo terapeutico principale.

Verso una protesi dentaria realmente centrata sul paziente

Pubblicato sulla rivista scientifica BMC Oral Health, l'articolo propone dunque una riflessione importante sul futuro della protesi dentaria. Gli autori sostengono che l'eccellenza clinica rimanga indispensabile, ma non sia più sufficiente per definire il successo di una terapia. La moderna soddisfazione del paziente nasce dall'integrazione di competenze cliniche, innovazione tecnologica, comunicazione efficace e attenzione agli aspetti umani della cura. In questo scenario, il paziente non rappresenta più un semplice destinatario del trattamento, ma diventa il vero protagonista del percorso terapeutico. La sfida dei prossimi anni sarà quindi quella di coniugare precisione tecnica e qualità dell'esperienza, affinché ogni riabilitazione protesica possa essere considerata un successo non solo dal punto di vista clinico, ma anche da quello personale e sociale.

Lesioni radicolari, allo studio un nuovo composito bioattivo

Lesioni radicolari

Le lesioni radicolari richiedono grande attenzione. Un gruppo di ricercatori della School of Dentistry dell'Università di Birmingham, nel Regno Unito, ha valutato le potenzialità di un nuovo materiale composito contenente biovetro sostituito con stronzio per il trattamento delle lesioni radicolari. L'obiettivo dello studio era verificare se questo materiale fosse in grado di favorire l'adesione delle cellule epiteliali gengivali e, di conseguenza, contribuire al ripristino del sigillo biologico attorno ai denti restaurati. L'interesse per questo tema nasce dalla crescente diffusione delle lesioni della superficie radicolare, una condizione che interessa soprattutto la popolazione anziana e i pazienti con recessione gengivale.

Un problema clinico ancora aperto

Le lesioni radicolari possono avere origine multifattoriale. Carie, abrasione da spazzolamento, erosione chimica e abfraction rappresentano le cause più comuni. In molti casi questi difetti si sviluppano in prossimità dei tessuti gengivali e richiedono restauri che rimangano a stretto contatto con l'epitelio. I materiali oggi utilizzati consentono generalmente di ripristinare forma e funzione dell'elemento dentario. Tuttavia, il loro rapporto con i tessuti molli rimane poco compreso. Alcuni studi hanno suggerito che il rilascio di sostanze provenienti dai materiali restaurativi possa influenzare negativamente la risposta biologica locale. Inoltre, la difficoltà di ottenere una stabile adesione dei tessuti gengivali alle superfici restaurate potrebbe contribuire all'insorgenza di infiammazione, recessione e recidiva della patologia. Per questo motivo i ricercatori hanno cercato di sviluppare un materiale capace non solo di restaurare il difetto, ma anche di favorire una migliore integrazione biologica con i tessuti circostanti.

Le caratteristiche del nuovo materiale

Il materiale sperimentale analizzato nello studio era costituito da una matrice resinosa idrofila caricata con un biovetro contenente stronzio. Lo stronzio è un elemento che negli ultimi anni ha attirato l'attenzione della ricerca biomedica grazie alle sue proprietà biologiche. Diversi lavori hanno infatti evidenziato la sua capacità di sostenere l'attività cellulare, favorire la formazione di nuovi tessuti e contribuire ai processi di guarigione. Gli autori hanno confrontato il nuovo composito con tre materiali già presenti sul mercato: un cemento vetroionomerico modificato con resina e due compositi restaurativi di uso clinico. Per ogni materiale sono state esaminate le caratteristiche chimiche, il rilascio di ioni e monomeri e la capacità di supportare l'adesione cellulare.

Analisi di laboratorio e risposta biologica

I ricercatori hanno utilizzato una linea cellulare di cheratinociti orali per simulare il comportamento dell'epitelio gengivale a contatto con i materiali. Le cellule sono state poste direttamente sulle superfici restaurative e successivamente analizzate mediante test quantitativi e microscopia elettronica. I risultati hanno mostrato differenze significative tra i materiali esaminati. Il composito contenente biovetro sostituito con stronzio ha favorito l'adesione del maggior numero di cellule vitali. Inoltre, le cellule hanno evidenziato una morfologia più espansa e una maggiore capacità di stabilire contatti reciproci. Le osservazioni al microscopio hanno confermato questi dati. Sulle superfici del materiale sperimentale i cheratinociti apparivano ben distribuiti, appiattiti e dotati di strutture cellulari compatibili con una forte adesione al substrato. Al contrario, sulle superfici degli altri materiali le cellule mostravano spesso una forma più tondeggiante e segni di minore interazione biologica.

Il ruolo di stronzio, silicio e pH

L'analisi del profilo di rilascio ha fornito indicazioni interessanti sui possibili meccanismi responsabili di questi risultati. Il nuovo composito ha rilasciato quantità superiori di ioni stronzio e silicio rispetto ai materiali di confronto. Parallelamente, ha determinato un aumento del pH dell'ambiente di coltura. Gli autori hanno osservato una correlazione positiva tra adesione cellulare, rilascio di ioni stronzio e silicio e incremento del pH. Questi fattori sembrano creare condizioni favorevoli alla sopravvivenza e alla diffusione dei cheratinociti. Lo stronzio potrebbe contribuire a migliorare le interazioni tra le cellule e a sostenere l'integrità dei tessuti epiteliali. Il silicio, invece, è stato associato in precedenti studi alla regolazione di processi cellulari coinvolti nella migrazione e nella proliferazione. Anche un ambiente leggermente più alcalino potrebbe favorire la risposta biologica e i processi di guarigione.

Prospettive cliniche per la gestione delle lesioni radicolari

Lo studio, pubblicato su Dental Materials, apre prospettive interessanti per la restaurativa e la parodontologia. Tradizionalmente la ricerca sui materiali bioattivi si è concentrata soprattutto sulla remineralizzazione dei tessuti duri. In questo caso, invece, l'attenzione si sposta sull'interazione con i tessuti molli. Un miglior sigillo biologico potrebbe infatti contribuire a limitare la penetrazione batterica e a preservare la salute parodontale nel lungo periodo.

Periomedicine: il lungo percorso dalle cure antiche ai modelli predittivi

Periomedicine

La Periodontal Medicine, o periomedicine, considera la parodontite una malattia sistemica, strettamente collegata a diabete, malattie cardiovascolari e altre patologie croniche, evidenziando come la salute orale influenzi il benessere generale. Dati storici, sperimentali ed epidemiologici hanno consolidato questo legame, mentre tecnologie avanzate e intelligenza artificiale aprono nuove possibilità per approcci terapeutici personalizzati e integrati. 

Negli ultimi quattro decenni, il riconoscimento del campo della Periodontal Medicine ha rappresentato uno dei più grandi cambiamenti di paradigma nel settore della parodontologia. La crescente quantità di studi scientifici sugli effetti sistemici della parodontite e sui percorsi fisiopatologici correlati ha dimostrato come la salute orale non possa più essere considerata separata dal resto dell’organismo.

Questo ha portato a comprendere la parodontite non solo come malattia del cavo orale, ma come vera e propria condizione medica, capace di influenzare numerosi sistemi e organi, con associazioni ormai consolidate con diabete, malattie cardiovascolari, artrite reumatoide e alcune neoplasie. Questo insieme di evidenze, pubblicate sia su riviste odontoiatriche sia mediche, ha progressivamente dissolto la storica separazione tra odontoiatria e medicina e ha consolidato una visione olistica della salute: prendersi cura della bocca significa prendersi cura dell’intero organismo.
Proprio da questa consapevolezza nasce la Periodontal Medicine, un ambito clinico e di ricerca dedicato a studiare le interconnessioni tra la malattia parodontale e le patologie sistemiche. Le sue radici risalgono alla fine del XIX secolo, quando Miller WD, nel celebre lavoro The Human Mouth as a Focus of Infection pubblicato su The Lancet nel 1891, ipotizzò per la prima volta che la bocca potesse rappresentare un focolaio di infezione per l’intero organismo.
Da allora, in oltre 130 anni di ricerca, la visione della bocca come parte integrante della salute sistemica si è progressivamente consolidata, fino a definire la Periodontal Medicine come disciplina strutturata e centrale nella pratica clinica moderna.

Un viaggio tra salute orale, rimedi e stili di vita

Dalla mirra all’asafetida: strategie antiche contro le malattie gengivali

Le tre civiltà più antiche – Sumeri, Babilonesi e Assiri – svilupparono pratiche mediche profondamente influenzate dalla religione.
Già intorno al 5000 a.C., un testo rivela che i Sumeri soffrivano di malattie parodontali e cercavano di curarle mediante l’igiene orale, combinando massaggi gengivali e l’uso di varie erbe medicinali. Le conoscenze sulla medicina babilonese e assira ci sono invece giunte principalmente dalle tavolette di argilla conservate nella grande biblioteca di Assurbanipal, re di Assiria.
Tra i rimedi descritti per la parodontite troviamo l’applicazione sui denti di miscele di mirra, asafetida, opoponax e trementina di pino, da strofinare fino a provocare sanguinamento per favorire la guarigione.
Questi reperti mostrano chiaramente che le prime civiltà non solo riconoscevano le malattie gengivali, ma sviluppavano strategie terapeutiche che combinavano pratiche igieniche e rimedi farmacologici, dimostrando una sorprendente consapevolezza della salute orale.

Parodontite nell’Italia preromana: il caso di Etruschi e Sanniti

Un recente studio condotto dall’Università di Pisa, in collaborazione con le Università di Zurigo e Basilea e pubblicato sul Journal of Proteomics, ha dimostrato che anche le popolazioni etrusche e sannite dell’Italia preromana soffrivano diffusamente di parodontite già tra il VII e il IV secolo a.C.
L’analisi di resti osteodentari appartenenti a 63 individui provenienti da sei necropoli, tra cui Volterra e Tarquinia, ha evidenziato segni di infiammazione parodontale in oltre il 20% della dentizione esaminata. Lo studio ha integrato l’osservazione paleopatologica con l’applicazione innovativa della paleoproteomica del tartaro dentario, che ha permesso di identificare proteine riconducibili a Porphyromonas gingivalis, il principale patogeno associato alla parodontite.
I risultati suggeriscono che la diffusione della malattia non fosse legata esclusivamente alla scarsa igiene orale, ma anche alle abitudini alimentari e alle differenze socioeconomiche.
Diete ricche di proteine animali o, al contrario, basate su carboidrati fermentabili consumati con elevata frequenza avrebbero infatti favorito squilibri del microbiota orale, contribuendo all’insorgenza di stati infiammatori cronici.

Il mistero delle gengive più sane nell’Inghilterra romana

Uno studio condotto dal King’s College di Londra ha analizzato oltre 300 crani romano-britannici provenienti dal cimitero di Poundbury, in Cornovaglia, rivelando un dato sorprendente: tra il 200 e il 400 d.C. la parodontite era molto meno diffusa rispetto all’Inghilterra moderna.
Solo il 5% dei resti analizzati presentava segni di malattia gengivale moderata o grave, contro circa il 15% della popolazione britannica contemporanea. Questo risultato ha sorpreso gli esperti, considerando che gli antichi abitanti non disponevano di spazzolini da denti né di cure odontoiatriche come quelle moderne.
La popolazione romano-britannica era geneticamente simile a quella odierna e non vi erano differenze significative nell’incidenza del diabete, principale fattore di rischio endogeno per la parodontite.
Ciò ha portato i ricercatori a individuare nel tabacco il principale fattore responsabile della maggiore diffusione della malattia oggi.
Gli antichi cittadini, infatti, non fumavano e questo spiega in parte la loro minore predisposizione alle malattie gengivali. Lo studio ha però confermato la presenza di altre problematiche orali: oltre il 50% dei crani mostrava carie estese e segni marcati di usura dentale, già presenti in giovane età.
Tali problemi erano legati a una dieta ricca di cereali interi e poco cotti, tipica di una comunità rurale e romanizzata nello stile di vita.
La scoperta evidenzia come le malattie gengivali non siano necessariamente legate a scarsa igiene, ma siano fortemente influenzate da fattori ambientali, in particolare dal fumo.
Inoltre, lo studio mette in luce un peggioramento della salute orale tra epoca romana e Inghilterra moderna, suggerendo che la riduzione del numero di fumatori potrebbe contribuire a diminuire la diffusione della parodontite.

Dal concetto di infezione focale alla medicina parodontale moderna

All’inizio del XX secolo la teoria dell’“infezione focale” considerava le malattie orali la causa di molte patologie sistemiche, arrivando a suggerire l’estrazione completa dei denti; nei decenni successivi questa visione cadde in disuso, fino a quando negli anni ’80-’90 si dimostrò che bocca e corpo sono strettamente interconnessi. Studi epidemiologici, microbiologici e immunologici, insieme all’uso della biostatistica, permisero di chiarire il ruolo della parodontite nella salute sistemica, incluso il legame con le malattie cardiovascolari.
Nel 1996 Steven Offenbacher introdusse il termine “medicina parodontale”, proponendo di considerare la parodontite tra le principali malattie croniche non trasmissibili. Il simposio di Chapel Hill del 1997 consolidò queste evidenze, mostrando associazioni con diabete, aterogenesi, disfunzioni renali, complicanze in gravidanza, infezioni respiratorie e osteoporosi. Studi successivi ampliarono le connessioni anche a cancro, obesità, sindrome metabolica, artrite reumatoide, deficit cognitivi, prostatite e disfunzione erettile, delineando un quadro sempre più completo. Infine, nel 2016 furono identificate 57 condizioni sistemiche potenzialmente legate alla parodontite, confermando quanto la salute orale sia fondamentale per il benessere generale.

Periomedicine

 

La periomedicine come modello di cura integrata

Approcci sperimentali avanzati, studi su modelli animali e analisi a livello delle singole cellule hanno oggi notevolmente ampliato la comprensione dei processi attraverso cui la parodontite può influenzare altre patologie sistemiche. Sono infatti almeno sei i principali meccanismi che sembrano spiegare come la parodontite possa impattare su organi e sistemi distanti. Tra questi, la migrazione di microrganismi orali dalle lesioni parodontali verso altri tessuti tramite sangue, vie respiratorie o gastro-intestinali è ormai documentata con precisione.
In pazienti con patologie intestinali o cancro colorettale sono stati infatti rilevati migliaia di geni batterici provenienti dalla bocca, confermando la traslocazione microbica sistemica. Sperimentazioni controllate nell’uomo hanno poi dimostrato come un’infiammazione gengivale localizzata possa indurre un aumento dell’attività dei neutrofili nel sangue e come, parallelamente, la terapia parodontale si associ a una riduzione dei principali biomarcatori dell’infiammazione sistemica.
Altri percorsi patogenetici coinvolgono invece alterazioni della produzione dei precursori ematici e lo sviluppo di risposte autoimmuni, indicando disfunzioni immunitarie specifiche nei pazienti parodontali. Infine, sul piano clinico, la perdita dentale può compromettere la masticazione e determinare cambiamenti dietetici e nutrizionali che aumentano a loro volta il rischio di malnutrizione.
Non sorprende, dunque, che la parodontite si inserisca in schemi di multimorbidità più ampi: chi soffre di parodontite mostra una maggiore probabilità di sviluppare ulteriori patologie sistemiche rispetto a chi non ne è affetto.

Storia, numeri e prospettive cliniche: l’esperienza italiana

In Italia, una importante tappa del percorso della periomedicine si è realizzata diciassette anni fa, quando alcune iniziative di informazione scientifica hanno portato all’attenzione il legame tra salute orale e salute generale.
Durante questo processo, promosso dalla Società Italiana di Parodontologia, è stato lanciato il Progetto Periomedicine (2008-2009), che ha contribuito a diffondere il concetto di una stretta correlazione tra parodontite e patologie sistemiche di grande impatto sociale, come le malattie cardiovascolari e il diabete. Già allora, i dati epidemiologici evidenziavano la rilevanza del problema: oltre 8 milioni di italiani risultavano affetti da parodontite, mentre le malattie cardiovascolari interessavano circa 3,5 milioni di persone e il diabete oltre 2,6 milioni. A questi numeri si aggiungeva la sindrome metabolica, stimata in almeno 10 milioni di cittadini, delineando uno scenario in cui le patologie infiammatorie croniche risultavano largamente diffuse e spesso coesistenti.
Le evidenze scientifiche hanno suggerito che le malattie parodontali potessero contribuire a condizioni sistemiche sia attraverso meccanismi diretti, come la diffusione ematica di batteri patogeni, sia attraverso meccanismi indiretti legati all’infiammazione sistemica cronica. Un ulteriore elemento di forza di questo nuovo approccio è stata l’identificazione di fattori di rischio comuni, quali fumo, scorretta alimentazione, sedentarietà e scarsa igiene orale, oltre alla predisposizione genetica.
Su queste basi, tra il 2010 e il 2011, è stato avviato un ampio progetto di divulgazione sugli stili di vita, che ha coinvolto decine di migliaia di professionisti sanitari e numerosi incontri formativi distribuiti su tutto il territorio nazionale. Questo percorso ha segnato l’inizio di un cambiamento culturale, favorendo una visione integrata della salute e ponendo le fondamenta della periomedicine in Italia.
Negli ultimi anni poi questo percorso ha conosciuto un’accelerazione significativa, passando progressivamente dalla divulgazione scientifica all’applicazione clinica concreta dei suoi principi. Ne è un esempio emblematico la recente apertura al Policlinico Gemelli di Roma di un ambulatorio di periomedicine, interamente dedicato alla gestione della malattia parodontale secondo una visione integrata della salute.
Questa iniziativa rappresenta un passaggio chiave: la parodontite non viene più considerata esclusivamente una patologia del cavo orale, ma una condizione cronica capace di influenzare in modo sostanziale l’equilibrio sistemico dell’organismo.
La rilevanza clinica di questo approccio è supportata da dati epidemiologici solidi: la parodontite interessa circa un adulto su due nella popolazione italiana, mentre le forme gravi colpiscono circa il 10% dei soggetti, con un impatto significativo sulla qualità della vita e sulla spesa sanitaria. L’ambulatorio di periomedicine si colloca quindi come punto di incontro tra odontoiatria e medicina, proponendo un modello di presa in carico globale del paziente.
L’integrazione di terapie convenzionali con approcci più avanzati, orientati anche alla rigenerazione dei tessuti parodontali, riflette il superamento di una visione puramente sintomatica della malattia. Particolare importanza assume l’utilizzo di strumenti diagnostici innovativi, come il profiling del microbiota orale, che consente una valutazione più precisa del rischio, una diagnosi più circostanziata e un monitoraggio più efficace della risposta terapeutica.
Questo modello operativo rafforza il concetto che il trattamento della parodontite possa contribuire non solo alla conservazione dei denti, ma anche al miglioramento degli esiti clinici di alcune malattie croniche sistemiche.
In tale prospettiva, la cura parodontale tende a diventare parte integrante della gestione complessiva del paziente, soprattutto nei soggetti affetti da diabete, patologie cardiovascolari e nelle donne in gravidanza.
La recente apertura di un ambulatorio dedicato esclusivamente alla periomedicine rappresenta dunque un segnale concreto di maturazione culturale e scientifica: ciò che circa diciassette anni fa era soprattutto un ambito di ricerca e sensibilizzazione è oggi una realtà clinica strutturata, capace di tradurre le evidenze scientifiche in pratica quotidiana.

Predizione, prevenzione e personalizzazione: il futuro della parodontologia

L’avanzamento tecnologico sta ridisegnando profondamente la medicina, con l’intelligenza artificiale (AI) che emerge come strumento centrale per l’analisi dei dati e la predizione dei rischi sanitari. Modelli di machine learning e sistemi di linguaggio avanzati consentono oggi di prevedere con grande precisione l’insorgenza di numerose malattie e, in campo odontoiatrico, di stimare l’evoluzione della parodontite, la stabilità parodontale da radiografie e la risposta individuale ai trattamenti. Questi strumenti aprono nuove prospettive per una diagnosi precoce, terapie più mirate e miglioramento complessivo degli esiti clinici. In prospettiva, si delinea il concetto di Precision Periodontal Medicine, un approccio personalizzato che integra valutazioni sistemiche e cure specifiche per ciascun paziente.
In futuro, l’uso di dispositivi indossabili potrebbe ampliare ulteriormente questa strategia, monitorando quotidianamente igiene orale, dieta, parametri metabolici e livelli di infiammazione, favorendo così tempestivi interventi preventivi. Parallelamente, grandi database e biobanche internazionali potrebbero raccogliere informazioni su milioni di pazienti, permettendo lo sviluppo di modelli predittivi sofisticati e piani di prevenzione e terapia su misura.
Tuttavia, questo approccio innovativo comporta sfide significative: la protezione dei dati, l’equità nell’accesso alle cure, l’aggiornamento dei percorsi formativi per medici e odontoiatri e la sensibilizzazione dei pazienti restano elementi fondamentali. Inoltre, le politiche di sanità pubblica dovranno riconoscere l’importanza della salute orale nel contesto della salute generale.

In conclusione, la combinazione tra conoscenze scientifiche consolidate e strumenti innovativi potrebbe accelerare l’arrivo di un nuovo paradigma clinico.
Dopo l’epoca della dottrina dell’infezione focale e quella della separazione tra bocca e corpo, la medicina parodontale è destinata a evolvere verso un modello integrato, in cui odontoiatria e medicina convergono per una gestione globale del paziente.

 

Take home message
  • La parodontite è una malattia infiammatoria cronica sistemica, strettamente interconnessa con diabete, malattie cardiovascolari e altre condizioni croniche.
  • Le evidenze storiche, biologiche ed epidemiologiche dimostrano da oltre un secolo che la salute orale è parte integrante della salute generale.
  • Il fumo, insieme a dieta e sedentarietà, rappresenta uno dei principali determinanti modificabili del rischio di parodontite e delle sue complicanze sistemiche.
  • La periomedicine propone un modello di cura integrato, in cui il trattamento parodontale può migliorare anche gli esiti di malattie sistemiche.
  • Intelligenza artificiale e medicina di precisione stanno aprendo la strada a una Periodontal Medicine predittiva, preventiva e personalizzata.

 

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