Ozono applicato direttamente nel sito implantare potrebbe favorire lo sviluppo della stabilità secondaria degli impianti dentali. È quanto suggerisce uno studio clinico randomizzato condotto presso la Facoltà di Odontoiatria dell'Adıyaman University, in Turchia. I ricercatori hanno valutato gli effetti dell’applicazione intraoperatoria di ozono gassoso nell’osteotomia, immediatamente prima del posizionamento implantare. I risultati mostrano un piccolo vantaggio nella stabilità a tre mesi, che gli stessi autori invitano però a interpretare con prudenza.
Ozono applicato prima del posizionamento implantare
Lo studio prospettico ha coinvolto 40 pazienti, equamente distribuiti tra uomini e donne, con un’età media di 46 anni. Complessivamente sono stati inseriti 106 impianti in siti edentuli bilateralmente simmetrici. Tutti gli impianti sono stati inclusi nell’analisi finale. I ricercatori hanno adottato un disegno split-mouth. In ogni paziente, un sito è stato assegnato al trattamento con ozono, mentre il sito controlaterale è stato utilizzato come controllo. I due gruppi comprendevano quindi 53 impianti ciascuno. Questo approccio permette di limitare l’influenza delle differenze individuali. Qualità dell’osso, capacità di guarigione e numerose altre caratteristiche biologiche sono infatti condivise dai due siti appartenenti allo stesso paziente. Dopo aver preparato l’osteotomia secondo il normale protocollo chirurgico, gli operatori hanno applicato ozono gassoso per 60 secondi nel sito destinato al trattamento. Il gas è stato erogato mediante uno specifico generatore e la sonda è stata mantenuta a circa un millimetro dalle pareti dell’osteotomia. Subito dopo è stato inserito l’impianto. Nei siti di controllo è stata eseguita la stessa procedura chirurgica, ma senza applicare ozono.
La stabilità implantare misurata attraverso l’ISQ
L’obiettivo principale consisteva nel valutare la variazione della stabilità implantare tra il momento dell’inserimento e il controllo a tre mesi. Gli autori hanno utilizzato l’analisi della frequenza di risonanza. Questa metodica permette di ottenere l’Implant Stability Quotient, o ISQ, un parametro utilizzato per valutare in maniera non invasiva la stabilità dell’impianto. Le misurazioni sono state effettuate immediatamente dopo il posizionamento e a distanza di tre mesi. I ricercatori hanno inoltre registrato il torque di inserimento e il dolore postoperatorio riferito dai pazienti.
Nessuna differenza nella stabilità implantare primaria
Al momento del posizionamento non sono emerse differenze significative tra gli impianti trattati con ozono e quelli di controllo. Anche il torque di inserimento è risultato sostanzialmente sovrapponibile. Questo dato appare particolarmente interessante nell’interpretazione dei risultati. L’ozono non sembra infatti modificare la stabilità primaria, che dipende soprattutto dalle caratteristiche meccaniche dell’inserimento, dalla qualità dell’osso e dalla geometria implantare. La differenza tra i due gruppi è comparsa invece durante il periodo di guarigione. In entrambi si è osservato un aumento significativo della stabilità nei tre mesi successivi alla chirurgia, ma l’incremento è risultato maggiore negli impianti trattati con ozono.
Con l’ozono aumenta maggiormente l’ISQ
Nel gruppo di controllo l’aumento medio dell’ISQ tra il posizionamento e il controllo a tre mesi è stato di 5,52 punti. Nel gruppo trattato con ozono ha invece raggiunto 7,92 punti. L’analisi principale ha quindi rilevato una differenza nell’incremento dell’ISQ di circa 2,4 punti a favore dell’ozono. Anche il valore assoluto dell’ISQ misurato dopo tre mesi è risultato significativamente superiore negli impianti sottoposti al trattamento. L’entità dell’effetto è stata comunque classificata come piccola-moderata. Gli autori sottolineano inoltre che una differenza di circa due punti ISQ difficilmente può essere considerata, da sola, determinante nelle decisioni cliniche.
Un possibile effetto sulla stabilità secondaria
Il fatto che i due gruppi mostrassero condizioni iniziali comparabili, per poi differenziarsi durante la guarigione, suggerisce secondo gli autori un possibile effetto dell’ozono sui processi biologici che portano alla stabilità secondaria. L’ozono è noto soprattutto per le sue proprietà antimicrobiche. Alcune ricerche sperimentali gli attribuiscono però anche possibili effetti sui processi di guarigione, sull’attività osteoblastica e sull’angiogenesi. Nel caso degli impianti dentali, queste caratteristiche potrebbero teoricamente contribuire alle prime fasi dell’osteointegrazione. Lo studio turco, tuttavia, ha misurato la stabilità implantare e non ha esaminato direttamente i processi biologici attraverso analisi istologiche. Non permette quindi di stabilire il meccanismo responsabile della differenza osservata. Anche la letteratura disponibile rimane limitata. Una precedente revisione sistematica aveva individuato soltanto cinque studi interventistici sull’ozono in implantologia e concludeva che le evidenze disponibili non permettevano ancora di raggiungere conclusioni definitive.
Nessuna differenza nel dolore
L’applicazione di ozono non ha invece prodotto differenze significative per quanto riguarda il dolore postoperatorio. I punteggi rilevati attraverso la scala VAS sono risultati simili nei due gruppi. Non sono stati inoltre registrati eventi avversi legati al trattamento. Nel contesto dello studio, l’applicazione intraoperatoria di ozono gassoso è risultata quindi ben tollerata.
L’ozono resta per ora un possibile trattamento aggiuntivo
Pubblicato sul Journal of Functional Biomaterials, lo studio indica dunque un possibile ruolo dell’ozono come trattamento aggiuntivo nelle prime fasi dell’osteointegrazione. L’applicazione intraoperatoria è stata associata a un incremento leggermente maggiore della stabilità implantare nei primi tre mesi. Le evidenze non sono però sufficienti per raccomandare l’impiego routinario dell’ozono nella chirurgia implantare. Il campione è relativamente limitato, l’entità dell’effetto è modesta e il risultato statistico varia in funzione del metodo di analisi utilizzato. Saranno quindi necessari studi clinici randomizzati più ampi e multicentrici. Resta soprattutto da stabilire se il piccolo vantaggio osservato nell’ISQ possa tradursi in benefici clinicamente rilevanti, come una migliore osteointegrazione, la possibilità di anticipare il carico o una maggiore sopravvivenza implantare nel lungo periodo.



