A più di 60 anni dall’inizio delle moderne ricerche sull’osseointegrazione degli impianti (i primi articoli di Branemark e colleghi furono pubblicati nei primi anni ‘60 ma meritano una citazione anche pionieri a lui precedenti come Formiggini) e dopo più di 30 dalla comparsa dei primi articoli sull’argomento, la perimplantite rimane ancora un argomento clinico molto dibattuto. Basti dire che, nonostante tale definizione sia ufficialmente entrata in uso nel 1994, fu solo nel 2017 che si arrivò a un Consensus internazionale sui criteri diagnostici condiviso dai massimi esperti (Berglundh T et al. J Clin Periodontol 2018). Applicando i criteri così previsti, la perimplantite si rivela un problema di non poco conto: secondo una metanalisi apparsa lo scorso anno, colpisce un paziente su quattro e il 18% degli impianti (Reis INRD, Huamán-Mendoza AA, Ramadan D, et al. The prevalence of peri-implant mucositis and peri-implantitis based on the world workshop criteria: A systematic review and meta-analysis. J Dent. 2025 Sep;160:105914). Uno degli ultimi contributi sul tema è arrivato recentemente per opera di Chen S, Roccuzzo A et al. (Peri-implantitis-Is it mainly a clinician-initiated complication of implant therapy? Periodontology 2000. 2026;00:1-32) dove si riassumono le conoscenze disponibili insieme con una revisione critica dell’evoluzione strutturale della superficie implantare.
Più complicanza che malattia autonoma?
Dagli anni Novanta in poi, la perimplantite veniva prevalentemente considerata una patologia indotta da fattori di rischio legati al paziente, forse anche per la tendenza a considerarla una variante della parodontite, con la quale ha molto in comune (Meffert RM. Periodontitis and periimplantitis: one and the same? Pract Periodontics Aesthet Dent. 1993 Dec;5(9):79-80, 82). Le ricerche successive misero in luce una seconda, ma non secondaria, famiglia eziologica, portando a considerare la perimplantite come una complicanza conseguente a errori tecnici; negli ultimi anni questa ipotesi di natura iatrogena ha ricevuto il sostegno di importanti studi, secondo i quali la perimplantite causata dall’operatore sarebbe quella più frequente, potendo superare il 70% dei casi nei quali gli errori chirurgici prevalgono sugli errori protesici.
Chen e Roccuzzo individuano come primum movens l’esposizione della superficie implantare rugosa che viene colonizzata dai microrganismi presenti nel solco, scatenando una reazione flogistica più o meno intensa a seconda della suscettibilità del paziente. In particolare, citano uno studio in vitro in cui è stato dimostrato che gli impianti con superfici sabbiate aumentano la biomassa batterica e la gravità della risposta infiammatoria. L’indagine evidenzia che la mordenzatura con acido solforico riduce l’induzione di citochine, suggerendo la necessità di superfici più lisce per prevenire la perimplantite. In uno studio in vivo (cane) con un protocollo split-mouth in cui un’emiarcata funge da controllo e l’altra da sito sperimentale, si è dimostrato il ruolo aggravante svolto dalla presenza di una deiscenza sulla risposta infiammatoria e sulla perdita di osso. I dubbi sulla superficie rugosa e sul pericolo di sovrapposizione microbica risalgono a più di 30 anni fa, quando alcuni autori proposero una struttura superficiale ibrida con la parte endossea microrugosa per favorire l’integrazione degli impianti e la parte transmucosa liscia. In seguito, questa impostazione fu largamente seguita dai produttori.
I dati del Registro Skapa svedese (vedi box) e quelli di altri studi di lunga durata confermarono in seguito che negli impianti ibridi la percentuale di fallimenti era inferiore del 50% e che in quelli non ibridi tra fallimenti e perimplantite si arrivava al 17,1% di complicanze nei primi 10 anni di vita dell’impianto (rispettivamente 5,3% e 11,8%).
Fattori di rischio della perimplantite
Quanto esposto sopra si aggiunge ai ben noti fattori che predispongono alla perimplantite: il primo è la collaborazione del paziente, che deve capire l’importanza non solo dell’igiene accurata e regolare ma anche dei controlli periodici programmati in base alle sue caratteristiche (cioè ai suoi punti deboli). Un altro fattore è la presenza di alcune malattie come il diabete che, se non ben curato, può aumentare il rischio di perimplantite anche del 50% Anche il paziente diabetico ben compensato resta comunque un soggetto più a rischio per le alterazioni della risposta immunitaria e di quella flogistica oltre alla ridotta capacità riparativa. La presenza di abitudini non salutari come il fumo è particolarmente rischiosa; secondo una recente revisione sistematica con metanalisi (Reis INRD, do Amaral GCLS, Hassan MA, et al. The influence of smoking on the incidence of peri-implantitis: a systematic review and meta-analysis. Clin Oral Implants Res. 2023 Jun;34(6):543-554) che ha riassunto i dati di sette ricerche comprendenti 702 pazienti e 1.959 impianti, è più che certa l’associazione tra fumo e perimplantite. Altra patologia di cui è fondamentale tenere conto è la parodontite, tanto più se il controllo di placca è insufficiente e coesistono tasche maggiori di 5 mm. Passando dai fattori sistemici a quelli locali, il primo da considerare è la quantità di gengiva cheratinizzata, che dovrebbe raggiungere almeno 2 mm; in caso di difetto, la tecnica elettiva per compensare la sua mancanza è l’innesto autologo. Nei controlli a distanza, pertanto, lo stato di salute dei tessuti molli perimplantari dovrà essere sempre attentamente valutato.
Esauriti gli aspetti chirurgici, si devono considerare quelli protesici, in testa ai quali c’è la tenuta della protesi, che deve essere quanto più solida e precisa per evitare micromovimenti durante la masticazione. Questi, infatti, alterando la trasmissione del carico possono dare inizio a effetti negativi come l’allentamento della vite e usura precoce. A tutto ciò possono aggiungersi gli errori del laboratorio odontotecnico che possono contribuire a danneggiare la connessione, fino a interrompere il sigillo protesi/moncone, con la formazione di un vuoto che sarà quanto prima colonizzato dai microrganismi orali. Da qui alla perimplantite il passo sarà breve. Sempre in laboratorio possono originarsi errori di progettazione, come un imperfetto profilo di emergenza, che ostacolano le manovre di igiene e favoriscono l’accumulo di placca. Attualmente l’orientamento degli esperti è concorde nel ritenere il profilo concavo come quello più biologico, poiché offre un volume idoneo alla maturazione dei tessuti molli e alla loro migrazione coronale. Dal punto di vista istologico, inoltre, questo profilo si associa a un sigillo mucoso caratterizzato da epitelio giunzionale continuo e tessuto connettivo denso; alcune ricerche confermano come un corollario che il profilo convesso si associa a maggiore frequenza di sanguinamento al sondaggio e rende meno agevoli i controlli a distanza (González-Martín O, Lee E, Weisgold A, Veltri M, Su H. Contour management of implant restorations for optimal emergence profiles: guidelines for immediate and delayed provisional restorations. Int J Periodontics Restorative Dent. 2020 Jan/Feb;40(1):61-70) Infine, ricordano gli autori, è bene preferire gli impianti avvitati a quelli cementati, con i quali il rischio di perimplantite aumenta.
Indice di massa corporea e rischio di perimplantite
Uno studio retrospettivo svolto negli Usa su 325 pazienti ha evidenziato che l’aumento dell’indice di massa corporea (BMI pari al prodotto del peso per il quadrato dell’altezza) si associa a un maggior rischio di perimplantite nel quinquennio successivo all’inserimento degli impianti (Selznick H et al. Is Body Mass Index an Independent Risk Factor for Peri-Implantitis? J Oral Maxillofac Surg. 2026 May;84(5):710-719).
Il tessuto adiposo non è un semplice deposito di energia, ma agisce come un organo dotato di un proprio metabolismo; quando è in eccesso porta al rilascio di mediatori flogistici che inducono uno stato di infiammazione subclinica e permanente che può ridurre le difese immunitarie. Dai risultati di questa ricerca, questo rischio si manifesta al superamento del valore di BMI 30, che identifica i soggetti obesi; per loro il rischio di perimplantite nei primi cinque anni era pari al 34% contro il 23% dei pazienti con BMI inferiore a 23. Anche tenendo conto di altri importanti fattori di rischio (fumo, età e diabete), l’obesità restava un fattore indipendente che aumentava il rischio del 56%.




