Parodontologia di precisione significa integrare i tradizionali parametri clinici con informazioni biologiche capaci di descrivere meglio le caratteristiche del singolo paziente. Ma quanto siamo vicini a utilizzare biomarcatori, microbioma e dati genetici per orientare concretamente le decisioni terapeutiche? A fare il punto è una review condotta da un gruppo di ricercatori italiani guidati da Simone Sevi dell'Università dell'Insubria. Gli autori hanno analizzato le principali evidenze disponibili sulla precision periodontology, cercando soprattutto di distinguere gli strumenti promettenti da quelli già potenzialmente utili nella pratica clinica.
Oltre staging e grading
L'attuale classificazione della parodontite attraverso staging e grading consente di definire gravità, complessità e rischio di progressione della malattia. Pazienti apparentemente simili sul piano clinico possono però presentare caratteristiche biologiche differenti e rispondere diversamente al trattamento. È proprio in questo spazio che si inserisce la parodontologia di precisione. L'obiettivo non è sostituire l'esame clinico e radiografico, ma aggiungere informazioni capaci di migliorare la stratificazione del rischio e, in prospettiva, personalizzare prevenzione, terapia e mantenimento. La review prende in considerazione microbioma subgengivale, genetica ed epigenetica, biomarcatori della risposta dell'ospite e imaging tridimensionale, oltre al possibile contributo dell'intelligenza artificiale.
Biomarcatori, cosa possono aggiungere?
Tra gli ambiti più studiati figurano i biomarcatori associati alla risposta infiammatoria dell'ospite. La loro misurazione potrebbe offrire informazioni sull'attività biologica della malattia che non sempre possono essere ricavate dai soli parametri clinici. Particolare attenzione è dedicata alla metalloproteinasi di matrice-8 attiva, o aMMP-8. Questo enzima è coinvolto nella degradazione del collagene e può essere rilevato attraverso test point-of-care, utilizzando campioni di fluido orale. Secondo gli autori, l'aMMP-8 rappresenta uno dei biomarcatori più studiati in parodontologia e potrebbe fornire informazioni aggiuntive in alcune situazioni, comprese quelle relative al monitoraggio della salute parodontale e peri-implantare. Le evidenze disponibili non sono tuttavia ancora sufficienti per raccomandarne l'impiego diagnostico routinario. Un biomarcatore, infatti, diventa realmente utile non soltanto quando può essere misurato in modo affidabile, ma quando il suo risultato è in grado di modificare concretamente una decisione clinica.
Microbioma e genetica, applicazioni ancora limitate
Anche l'analisi del microbioma subgengivale rappresenta uno dei possibili strumenti della parodontologia di precisione. I test microbiologici possono fornire informazioni sulla composizione della comunità batterica, ma il loro impiego clinico rimane circoscritto a indicazioni specifiche. Ancora più prudente è la valutazione dei test genetici. Le associazioni tra alcune varianti genetiche e suscettibilità alla parodontite hanno alimentato un'intensa attività di ricerca, ma i test basati su singoli polimorfismi non hanno finora dimostrato un'utilità clinica tale da giustificarne un impiego sistematico. La complessità della parodontite, determinata dall'interazione tra predisposizione individuale, risposta dell'ospite, microbiota e fattori ambientali, rende infatti difficile ricondurre il rischio a un singolo indicatore.
Dalla CBCT all'intelligenza artificiale
La personalizzazione della terapia non passa soltanto attraverso i dati biologici. Anche l'imaging tridimensionale può contribuire a una valutazione più precisa del singolo caso. In situazioni selezionate, la CBCT permette di caratterizzare meglio la morfologia di un difetto parodontale e può fornire informazioni capaci di modificare la pianificazione chirurgica. Più proiettato verso il futuro è il ruolo dell'intelligenza artificiale. L'AI potrebbe consentire di integrare grandi quantità di dati clinici, radiografici e biologici, individuando profili di rischio e modelli di risposta difficilmente riconoscibili attraverso la valutazione tradizionale. Anche in questo campo, tuttavia, servono ulteriori validazioni prospettiche prima che questi strumenti possano entrare stabilmente nella pratica quotidiana.
Il test serve soltanto se cambia la decisione
Uno degli aspetti più interessanti di questa review, pubblicata su Clinical Oral Investigations, è proprio l'invito a non identificare la parodontologia di precisione con una semplice moltiplicazione degli esami diagnostici. Gli autori propongono invece un modello basato su soglie decisionali: un test aggiuntivo dovrebbe essere richiesto soprattutto quando il suo risultato può modificare la gestione del paziente. Staging e grading rimangono quindi il riferimento clinico. Biomarcatori, microbiologia, genetica e imaging avanzato possono aggiungere informazioni, ma il loro valore dipende dalla capacità di tradurle in una decisione realmente utile. La parodontologia di precisione appare dunque come un percorso ancora in evoluzione. Alcuni strumenti sono già vicini alla clinica, mentre altri necessitano di evidenze più solide. La sfida sarà capire non soltanto quali dati sia possibile raccogliere, ma soprattutto quali possano aiutare il professionista a scegliere una strategia preventiva o terapeutica più appropriata per il singolo paziente.




