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Gli aligner rispettano il microbioma orale più degli apparecchi fissi

allineatori trasparenti
Invisible modern plastic aesthtic dentistry dental brackets teeth aligner straighteners.

Un gruppo di ricercatori afferenti alla London Dental School della University of Greater Manchester, UK, ha condotto una revisione sistematica per valutare l’impatto dei dispositivi ortodontici sul microbioma orale. Gli autori hanno selezionato nove studi comparativi su oltre 480 pubblicazioni iniziali. I criteri di inclusione prevedevano l’analisi di campioni batterici prelevati in più momenti durante il trattamento. Tutti i partecipanti erano pazienti in buona salute generale, trattati con apparecchi fissi o con aligner trasparenti. Le analisi batteriche includevano tecniche molecolari avanzate, come il sequenziamento del 16S rRNA, la PCR e il test BANA.

Aligner più compatibili con la salute orale

La revisione ha confermato che entrambi i trattamenti ortodontici alterano il microbioma orale. Tuttavia, gli aligner sembrano causare modifiche meno profonde e potenzialmente meno dannose. Essendo rimovibili, questi dispositivi consentono una pulizia più accurata dei denti e delle gengive. I pazienti con aligner mostrano una minore incidenza di batteri anaerobi associati a infiammazione e parodontopatie. Inoltre, l’accumulo di placca risulta inferiore rispetto a chi porta brackets tradizionali.

Gli apparecchi fissi favoriscono la disbiosi

Gli studi inclusi nella revisione segnalano un aumento di specie patogene nei pazienti con apparecchi fissi. I brackets e gli archi metallici creano aree difficili da pulire. Questo favorisce la crescita di batteri come Porphyromonas gingivalis e Treponema denticola. Tali specie sono strettamente legate alla parodontite. Anche il pH della placca può cambiare, creando un ambiente favorevole alla proliferazione di microrganismi cariogeni. Il risultato è un rischio aumentato di complicanze orali durante e dopo il trattamento.

Implicazioni cliniche e prospettive

Sebbene servano nuove ricerche randomizzate e controllate per definire con maggiore precisione il legame tra ortodonzia e microbioma, il microbioma orale sta emergendo come un nuovo parametro da considerare nella pianificazione ortodontica. E gli aligner offrono vantaggi clinici importanti: facilitano l’igiene, riducono l’infiammazione e mantengono più stabile la flora batterica. Come sembra indicare lo studio di revisione pubblicato sul Journal of Oral Microbiology e il commento critico ai risultati, apparso su Evidence-Based Dentistry, rivista del gruppo Nature.

Salute orale e prestazioni sportive, un legame sottovalutato

Negli ultimi anni sta crescendo l’attenzione verso il ruolo della salute sistemica sulle prestazioni sportive. Tuttavia, il contributo dell’apparato stomatognatico è spesso trascurato. A colmare questa lacuna è un studio condotto presso la School of Dental Science del Trinity College di Dublino, che analizza i risultati di una meta-analisi pubblicata nel 2024. L’articolo, di grande interesse e non solo per gli odontoiatri, esplora la relazione tra malattia parodontale e calo delle prestazioni negli atleti.

Gli studi osservazionali sotto la lente

La revisione sistematica ha incluso 8 studi osservazionali (su 793 iniziali) condotti su atleti di età compresa tra 16 e 47 anni, praticanti discipline come calcio, atletica e sport di squadra. L’obiettivo era confrontare le performance sportive percepite in soggetti con e senza malattia parodontale, utilizzando parametri soggettivi e indicatori di salute orale. La qualità degli studi è stata valutata con la checklist JBI. Mentre l’analisi statistica si è basata sul modello ad effetti casuali, con odds ratio e intervalli di confidenza al 95%.

I risultati: un rischio aumentato del 55%

In 6 degli 8 studi inclusi è emersa una correlazione significativa tra malattia parodontale e decremento delle prestazioni. Gli atleti con parodontite, questo il dato più rilevante, presentavano una probabilità aumentata di 1,55 volte di percepire un calo nelle proprie capacità sportive rispetto ai coetanei sani. Questo effetto, sebbene modesto, è clinicamente rilevante e suggerisce l’impatto sistemico dell’infiammazione parodontale sulla resa fisica e sulla fatica.

L’igiene orale come strategia sportiva

Gli autori dello studio evidenziano come i sintomi della malattia parodontale — dolore, sanguinamento gengivale, infiammazione — possano ostacolare la qualità dell’allenamento e il recupero. Proponendo un cambio di paradigma, così da includere la salute orale nella preparazione atletica, ma anche controlli regolari e trattamenti tempestivi a beneficio della salute degli atleti, oltre che dei loro risultati sportivi.

Quando è il parodontologo a scendere in campo

Lo studio in questione, pubblicato su Evidence-Based Dentistry, sottolinea dunque che, pur trattandosi di dati osservazionali, la connessione tra parodontite e calo delle prestazioni è sufficientemente robusta da meritare attenzione. Il messaggio è chiaro: l’odontoiatria sportiva dovrà diventare parte integrante dell’approccio multidisciplinare alla performance atletica. E la prevenzione parodontale non sarà più solo un tema di salute generale, ma una risorsa strategica per raggiungere, e mantenere, l’eccellenza sportiva.

La conoscenza ortodontica sui denti traumatizzati è piuttosto lacunosa

Un gruppo internazionale di ricercatori ha di recente condotto una revisione sistematica per analizzare la conoscenza ortodontica sui denti traumatizzati. Lo studio ha rivelato importanti lacune nella preparazione degli ortodontisti a livello globale nella gestione clinica di pazienti con storia di trauma dentale. Sollevando il problema che potrebbe interessare gran parte degli specialisti dell'ortodonzia, a qualsiasi latitudine.

Un approccio sistematico all’analisi delle competenze

La revisione ha innanzitutto seguito un protocollo registrato su PROSPERO, dopodiché incluso sei studi selezionati da una ricerca estesa in database come PubMed, EMBASE, Scopus e Cochrane Library, oltre a fonti di letteratura grigia. Gli articoli considerati valutavano le conoscenze, così come le attitudini e le pratiche degli ortodontisti riguardo al trattamento dei denti traumatizzati. La qualità metodologica degli studi è stata invece analizzata tramite la checklist del Joanna Briggs Institute. Tre degli studi inclusi sono risultati a basso rischio di bias.

Conoscenze insufficienti su diverse lesioni traumatiche

I risultati di questa revisione mostrano che meno del 40% degli ortodontisti ha familiarità con le corrette modalità di trattamento ortodontico in presenza di denti traumatizzati. Per esempio, nei casi di fratture radicolari, coronali e corono-radicolari, ma anche di lesioni parodontali gravi e moderate. Oppure nei casi di denti precedentemente trattati con rivascolarizzazione o terapia canalare. Per contro, la consapevolezza relativa a rischi ben noti, come il riassorbimento radicolare infiammatorio o la presenza di anchilosi, ha superato il 90% tra gli intervistati.

Distanza dalle evidenze scientifiche attuali

Uno dei punti critici evidenziati dalla revisione è la variabilità nei protocolli adottati, spesso in disaccordo con le evidenze scientifiche attuali. Questo disallineamento potrebbe derivare da una formazione non aggiornata o da una mancanza di accesso a linee guida standardizzate.

Implicazioni cliniche e necessità di aggiornamento

Lo studio sottolinea la necessità di promuovere percorsi formativi più efficaci per gli ortodontisti, con un focus specifico sulla gestione post-traumatica. Una maggiore consapevolezza dei protocolli evidence-based è cruciale per prevenire complicanze e garantire risultati clinici ottimali. Come peraltro evidenzia bene lo studio in questione, pubblicato su Evidence-Based Dentistry.

Cementi bioceramici, efficaci nella pulpotomia pediatrica

bioceramici pulpotomia pediatrica

L’impiego dei cementi bioceramici in odontoiatria pediatrica ha rivoluzionato la gestione conservativa della polpa dentaria nei denti decidui. Una recente revisione sistematica con meta-analisi, condotta dal Centro di Ricerca Interdisciplinare Egas Moniz (CiiEM) della Scuola di Scienze della Salute Egas Moniz, Almada, Portogallo, ha messo a confronto l’efficacia clinica e radiografica dei cementi bioceramici di prima generazione, come il Mineral Trioxide Aggregate (MTA), con quelli di seconda generazione. I ricercatori hanno così selezionato studi clinici condotti tra il 2011 e il 2023, fornendo un aggiornamento solido sull’evoluzione dei materiali da polpa utilizzati nella pulpotomia dei molari decidui.

Obiettivo dello studio

Lo scopo dell’analisi era determinare se i cementi bioceramici di seconda generazione offrissero risultati clinici paragonabili o superiori rispetto al MTA. Quest'ultimo è considerato da tempo il gold standard, ma è pure noto per alcuni limiti come la decolorazione coronale, la difficoltà di manipolazione e il tempo di presa prolungato.

Materiali e metodi

I ricercatori hanno incluso 14 studi randomizzati controllati per un totale di 1128 molari primari trattati in 637 bambini. Dopo aver applicato rigorosi criteri PRISMA per la selezione degli articoli, hanno eseguito un’analisi a effetti casuali e valutato il rischio di bias con lo strumento Cochrane RoB 2. I parametri analizzati includevano il successo clinico e radiografico a vari intervalli temporali post-trattamento.

I risultati osservati

L’analisi ha dimostrato che i cementi bioceramici di seconda generazione presentano tassi di successo clinico e radiografico sovrapponibili a quelli del MTA. Le differenze osservate non hanno infatti raggiunto la significatività statistica. Ciò indica che i nuovi materiali, pur nati per risolvere criticità pratiche, non compromettono l’efficacia terapeutica.

Le principali implicazioni cliniche

Per l’odontoiatra pediatrico, questi risultati rappresentano un’ulteriore conferma dell’affidabilità dei cementi bioceramici di seconda generazione. Le loro proprietà migliorate li rendono più maneggevoli in ambito clinico, senza sacrificare la predicibilità dell’esito terapeutico.

Una scelta valida

La revisione pubblicata su Scientific Reports conferma dunque che i cementi bioceramici in odontoiatria pediatrica rappresentano una scelta valida, anche nella loro versione più recente. L’equilibrio tra semplicità d’uso e prestazione clinica ne favorisce infatti l’adozione nella pratica quotidiana, soprattutto nelle pulpotomie dei denti decidui. Tuttavia, secondo i ricercatori restano comunque auspicabili ulteriori studi clinici a lungo termine, per rafforzare le attuali evidenze e trovarne di nuove.

Aumento orizzontale della cresta alveolare con la TST

aumento cresta alveolare TST

L’aumento orizzontale della cresta alveolare rappresenta una sfida quotidiana in chirurgia implantare, specialmente nella zona estetica del mascellare. Tradizionalmente, la Bone Shell Technique (BST), che prevede l'uso di frammenti di osso autologo, è considerata il metodo standard. Recentemente, tuttavia, la Tooth Shell Technique (TST), basata sull’impiego di "gusci dentali", ha guadagnato crescente attenzione. Un nuovo studio clinico condotto da Javed et al. ha confrontato direttamente queste due tecniche.

Obiettivi dello studio

Lo studio mirava a confrontare la stabilità implantare e il riassorbimento del materiale innestato valutando Tooth Shell Technique e Bone Shell Technique in pazienti sottoposti a estrazione dentale e successivo aumento della cresta alveolare nella regione estetica.

Materiali e metodi

I ricercatori hanno arruolato 28 pazienti, suddivisi in due gruppi distinti. Un gruppo ha ricevuto l'innesto secondo la Tooth Shell Technique, mentre l'altro è stato trattato con guscio di osso autologo secondo la Bone Shell Technique. Successivamente i ricercatori hanno posizionato gli impianti in modalità immediata o differita, a seconda della situazione clinica. Per poi misurare la stabilità implantare a 0, 4 e 8 mesi tramite valori ISQ (Implant Stability Quotient), e il riassorbimento del materiale innestato mediante CBCT.

Risultati

Entrambe le tecniche hanno portato a un’elevata percentuale di successo nell'osteointegrazione. Tuttavia, i pazienti trattati con la Tooth Shell Technique hanno mostrato un minore riassorbimento volumetrico rispetto a quelli trattati con Bone Shell Technique. La stabilità implantare è risultata comparabile nei due gruppi durante tutto il follow-up. Gli autori attribuiscono i migliori risultati della Tooth Shell Technique alla composizione della dentina, simile a quella dell'osso corticale, caratterizzata dalla presenza naturale di collagene e fattori di crescita che supportano la rigenerazione tissutale.

Considerazioni cliniche

Dal punto di vista clinico, l’utilizzo del "guscio dentale" offre vantaggi significativi. La maggiore stabilità dimensionale ottenuta riduce il rischio di perdita di volume dell'innesto nel tempo. Inoltre, la Tooth Shell Technique evita il prelievo di osso autologo, riducendo la morbidità associata al sito donatore. È fondamentale però prestare attenzione alla corretta disinfezione e preparazione del materiale dentinale per garantire la sicurezza del paziente.

Conclusioni

Lo studio di Javed et al., pubblicato su BMC Oral Health, conferma che la Tooth Shell Technique rappresenta una valida alternativa al Bone Shell Technique per l'aumento orizzontale della cresta alveolare nel mascellare. Questa tecnica consente di ottenere un'ottima stabilità del volume rigenerato e di ridurre il riassorbimento, mantenendo elevati tassi di successo implantare. In futuro, la TST potrebbe dunque affermarsi come una soluzione preferenziale per la gestione dei casi estetici in chirurgia implantare.

I pilastri della rigenerazione ossea: la chiave per il successo della chirurgia implantare

rigenerazione ossea

La rigenerazione ossea è oggi un elemento cruciale nell’odontoiatria moderna, soprattutto per i clinici che hanno la necessità di praticare la chirurgia implantare e le terapie di ricostruzione ossea e tissutale. Ripristinare il volume osseo perso a causa di estrazioni dentali, malattie parodontali o traumi è fondamentale sia per garantire la stabilità a lungo termine degli impianti dentali sia per offrire risultati funzionali ed estetici ottimali ai pazienti.

Rigenerazione ossea guidata (GBR): il ruolo fondamentale in implantologia

La tecnica di rigenerazione ossea guidata (GBR), insieme alla rigenerazione tissutale guidata (GTR), è oggi un protocollo standard per trattare difetti ossei di varie dimensioni. L’utilizzo di membrane riassorbibili e di innesti ossei crea un ambiente biologico ideale per la formazione di nuovo osso, favorendo la crescita cellulare e la riparazione del tessuto danneggiato. Questo approccio permette di mantenere o ricostruire la cresta alveolare, migliorando la predicibilità e il successo della chirurgia implantare. A patto però che i materiali utilizzati siano biocompatibili e sicuri, frutto di ampi studi scientifici che ne certifichino la qualità. 

 

I pilastri della rigenerazione ossea in Odontoiatria

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Il collagene e le tecnologie per la rigenerazione ossea e tissutale

Tra le membrane per GBR a base di polimeri naturali, le più utilizzate sono quelle in collagene, una molecola chiave per le sue numerose qualità biologiche e meccaniche. Numerosi studi hanno dimostrato come le membrane in collagene favoriscano la guarigione delle ferite e la rigenerazione ossea, grazie alle loro proprietà di biocompatibilità, bassa immunogenicità e capacità di modulare la risposta cellulare.

La funzione principale del collagene è garantire resistenza meccanica e supporto strutturale ai tessuti biologici. Dal punto di vista molecolare, il collagene è costituito da tre catene polipeptidiche avvolte a formare una tripla elica compatta e altamente resistente alla trazione. Questa struttura fibrosa, detta fibrilla di collagene, si organizza in fibre più grandi attraverso legami covalenti cross-linked, che conferiscono resistenza meccanica e stabilità chimica essenziali per il supporto tissutale.

Un aspetto importante riguarda la parte terminale della molecola di collagene, il telopeptide, responsabile della maggior parte dell’antigenicità del collagene. La sua rimozione mediante processi enzimatici genera l’atelocollagene, caratterizzato da bassa immunogenicità e maggiore resistenza alla degradazione; entrambe queste caratteristiche lo rendono particolarmente adatto alla produzione di membrane implantabili per la rigenerazione.

Biomateriali innovativi: membrane riassorbibili e innesti ossei collagenici

Le membrane in collagene disponibili in commercio derivano da tessuti bovini o suini e presentano tempi di degradazione variabili a seconda della loro origine. Per garantire che la degradazione della membrana coincida con i tempi biologici necessari alla rigenerazione, sono state sviluppate tecniche di cross-linking fisico e chimico al fine di potenziare la stabilità meccanica e ritardare il riassorbimento.
Tuttavia, il cross-linking chimico con sostanze come aldeidi o ammidi può indurre una risposta infiammatoria locale, compromettendo l’esito clinico.
Per questo motivo, sono state introdotte sostanze naturali come la genipina o il D-ribosio come agenti di cross-linking sicuri, atossici e non immunogenici. Questi agenti permettono di ottenere membrane in collagene con elevata resistenza meccanica e basso grado di riassorbimento, anche in caso di esposizione, migliorando così la prevedibilità clinica.

Le membrane collageniche sottoposte a cross-linking con ribosio si sono dimostrate capaci di mantenere la funzione barriera estremamente a lungo, supportando in modo ottimale il processo di rigenerazione

Gli innesti ossei collagenici rappresentano un’altra frontiera importante nella rigenerazione ossea. Grazie alla loro struttura tridimensionale che facilita l’angiogenesi e la neoformazione ossea, offrono una valida alternativa agli innesti sintetici o eterologhi, riducendo la necessità di procedure chirurgiche aggiuntive e migliorando il comfort per il paziente.  L’innesto ideale per una rigenerazione ossea naturale dovrebbe essere un biomateriale che vada incontro a riassorbimento lento e completo, senza lasciare residui esogeni alla fine del processo di guarigione e in grado di mantenere il volume per tutto il tempo necessario.


Le membrane e gli innesti ossei collagenici, grazie alla loro biocompatibilità e alla degradazione controllata, consentono di semplificare i protocolli chirurgici e di abbreviare i tempi di guarigione, mantenendo alta la predicibilità dei risultati in contesti di difetti ossei di varie dimensioni.

Indicazioni cliniche per la rigenerazione ossea: soluzioni per ogni tipo di difetto

La scelta del materiale rigenerativo più indicato deve essere guidata dal tipo di difetto osseo — che può essere post-estrattivo, orizzontale, verticale o misto — e dalle caratteristiche specifiche del sito chirurgico. La corretta indicazione e combinazione di membrane e innesti ossei, secondo linee guida cliniche aggiornate, è essenziale per ottimizzare ogni intervento di rigenerazione ossea. I principali ambiti clinici dove l'utilizzo è indicato sono: 

  • rigenerazione ossea in implantologia
  • trattamento dei difetti ossei post-estrattivi (preservazione dell’alveolo)
  • aumento orizzontale/laterale della cresta ossea
  • rigenerazione tissutale parodontale
  • rialzo di seno transcrestale

Una conoscenza approfondita dei materiali e dei protocolli clinici consente risultati predicibili e massima sicurezza nell'affrontare con successo anche i casi più complessi.

I pilastri della rigenerazione ossea in Odontoiatria

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Protesi & adesivi: una relazione imperfetta

Protesi e adesivi

La ricerca di un adesivo ideale per le protesi totali tiene impegnati i ricercatori da più di cent’anni. Nella banca dati PubMed si trovano citazioni risalenti al 1913 e l’ADA li incluse tra i prodotti medici nel 1935 ma, ancora oggi, i dentisti e, soprattutto, i pazienti non possono dirsi soddisfatti. Ritenzione e stabilità rimangono poco prevedibili in molti casi e, per di più, sembrano indipendenti dallo schema occlusale seguito nel montaggio dei denti. Recentemente è stata intrapresa una strada alternativa, capovolgendo la prospettiva dalla quale si è finora affrontato il problema e cioè si sta cercando di produrre protesi dotate di una innovativa superficie ritentiva invece di sintetizzare nuovi materiali adesivi. Alcuni ricercatori del King’s College di Londra ( E. Dzinovic e S. Elsharkawy - https://www.kcl.ac.uk/news/octopus-suckers-fix-dentures) si sono ispirati alle ventose presenti sui tentacoli del polipo e hanno iniziato a riprodurli sulla base delle protesi totali grazie alle tecniche di stampa 3D, creando così tante microcavità che potenziano l’adesione alla mucosa. Per aumentarla ulteriormente si sta sperimentando anche l’aggiunta di un sottile strato di cheratina che potrebbe legarsi a quella presente sull’epitelio orale. Gli studi sono appena iniziati e tutti speriamo di ricevere presto buone notizie; nel frattempo diamo conto delle più recenti conoscenze in materia.

Effetti dell’adesivo per protesi sulla capacità masticatoria

Kimoto S, Kawai Y, Suzuki A, et al Effect of denture adhesives on masticatory performance: Multicenter randomized controlled trial. J Prosthodont Res. 2024 Jan 16;68(1):132-138.

La ricerca, uno studio controllato multicentrico e randomizzato, si è svolta nell’arco di tre anni in dieci centri clinici universitari del Giappone su tre gruppi di pazienti riabilitati con nuove protesi totali: uno di controllo che usava un placebo (soluzione acquosa di NaCl 0,9%), uno che utilizzava adesivo in polvere (applicato due volte al giorno) e uno che usava adesivo in crema (prodotto dalla stessa azienda dell’adesivo in polvere) applicandolo una volta al giorno. I tre gruppi erano composti rispettivamente da 67, 69 e 64 soggetti di età inferiore a 90 anni ed esenti da patologie sistemiche e invalidità. Per valutare la capacità masticatoria gli autori si sono serviti di una particolare chewing-gum che cambia colore in base alla compressione subita dopo un ciclo di 100 atti masticatori ripetuti al ritmo di uno per secondo. I dati raccolti hanno dimostrato che l’adesivo ha un effetto paragonabile al placebo per quanto riguarda la capacità masticatoria, confermando solo i dubbi sulla sua utilità. Gli autori evidenziano, tuttavia, due punti in comune con ricerche precedenti: la prima è che la capacità masticatoria risulta potenziata solo nei pazienti con condizioni anatomiche più sfavorevoli; la seconda è che l’adesivo è un buon sostegno psicologico per i soggetti meno propensi a usare le protesi; tale effetto si è manifestato anche nel gruppo placebo.

L’effetto dei parametri fisiologici orali sul rendimento degli adesivi per protesi

Koehler J, Ramakrishnan AN, Ludtka C et al. The influence of oral cavity physiological parameters: temperature, pH, and swelling on the performance of denture adhesives - in vitro study. BMC Oral Health. 2024 Feb 9;24(1):206.

Si suppone che il meccanismo d’azione più importante degli adesivi risieda in alcuni ingredienti (tra cui carbossimetilcellulosa sodica, gomma di karaya e polimeri di sintesi come il glicole polietilenico) che aumentano di volume e viscosità a contatto con la saliva e di conseguenza acquisiscono proprietà adesive verso le proteine della mucosa.
Pertanto, le variazioni chimico-fisiche di quest’ultima possono influenzare il comportamento degli adesivi: si sa, ad esempio, che un aumento del pH orale ne riduce la forza a causa dei legami ionici che si formano tra le catene polimeriche.
Gli autori hanno quindi valutato le modificazioni indotte dalle variazioni di pH (ai valori di 2, 7 e 10) in campioni di saliva artificiale per un periodo di tempo di 2,5 ore.
Nelle loro conclusioni gli autori affermano che il pH non ha grande importanza, mentre ne ha molta di più la temperatura, che influisce notevolmente sulla velocità dei cambiamenti dimensionali degli adesivi.

Proprietà antimicrobiche

An S, Yaparathna N, Evans JL, Love RM. Antimicrobial properties of denture adhesives: A scoping review. J Prosthet Dent. 2024 Dec 3:S0022-3913(24).

Molti adesivi contengono composti a base di zinco o di argento con funzione antimicrobica e antimicotica per prevenire infezioni opportuniste, in particolar modo quelle da Candida albicans. Nel tempo i produttori hanno inserito nelle loro formulazioni altre molecole, tra cui clorexidina, chitosano, zirconia, farmaci antimicotici e polimeri di sintesi ma la loro effettiva utilità non è ancora ben definita mentre si sono accumulati dubbi sulla loro sicurezza e sulle possibili alterazioni della flora orale. Gli autori hanno quindi analizzato le evidenze disponibili per riassumerle in un unico articolo partendo da 40 pubblicazioni selezionate in base ai loro criteri. Alla fine, come spesso capita, la domanda rimane senza risposta: in questo caso, rimane indefinita l’effettiva capacità antimicrobica degli adesivi in commercio e, per quanto tale capacità sia documentata da non pochi studi, non è chiaro se essa dipenda dagli antimicrobici presenti nella formulazione o dalla loro interazione con gli altri ingredienti. Ad aggiungere ulteriore confusione, stanno i risultati di alcuni studi nei quali adesivi con composizione simile mostrano effetti molto diversi. Una promettente evoluzione sembra, anche in questo settore, provenire dalle nanoparticelle: in particolare quelle di ossido di zinco e di zirconia si sono dimostrate più efficaci delle loro omologhe “macro”, probabilmente per il maggior rapporto superficie/volume che aumenta la la superficie di contatto con le specie fungine presenti sulla mucosa. Interessanti anche i buoni risultati micostatici ottenuti in vivo dall’aggiunta di un 30% di olio di oliva agli adesivi in crema e quelli osservati aggiungendo polvere di cemento vetroionomero che rilascia ioni come fluoro e alluminio, dotati di nota capacità antimicrobica.

Potenziale tossicità

Costa RTF, Barbirato DDS, Santiago Junior JF, et al.Toxicity potential of denture adhesives: A scoping review. J Prosthet Dent. 2022 Dec;128(6):1239-1244.

Gli autori hanno rintracciato 33 ricerche (19 di tipo clinico e 14 svolte in vitro) nella letteratura antecente il 2020. Gli adesivi risultano tossici in vitro su fibroblasti e cheratinociti, con un’azione particolarmente nociva per i fibroblasti meno giovani. Tale effetto risulta proporzionale alla dose. Gli studi clinici, invece, hanno rivelato un’associazione tra uso eccessivo degli adesivi e alterazioni neurologiche e ematologiche. Molto interessante e da tenere presente nella pratica è il rischio che l’uso esagerato dell’adesivo provochi un eccessivo assorbimento di zinco attraverso la mucosa orale. In tal caso, questo metallo compete con il rame e lo spiazza da alcuni recettori di vitale importanza come quelli nel midollo osseo. La letteratura riporta casi di mieloneuropatia acuta, anemia macrocitica e neutropenia con gravi alterazioni motorie (v per esempio Cathcart SJ, Sofronescu AG. Clinically distinct presentations of copper deficiency myeloneuropathy and cytopenias in a patient using excessive zinc-containing denture adhesive. Clin Biochem. 2017 Aug;50(12):733-736 e Carroll LS, Abdul-Rahim AH, Murray R. Zinc containing dental fixative causing copper deficiency myelopathy. BMJ Case Rep. 2017 Aug 8;2017, dove viene descritto il caso di un sessantaduenne colpito da mielopatia causata da ipocupremia dopo aver usato per anni da 2 a 4 tubetti di crema adesiva per ogni settimana).

Prevenzione del ristagno di bolo mediante adesivi nei portatori di protesi rimovibili parziali

Grender J, Klukowska M, Milleman K, Milleman J. A randomized crossover trial assessing denture adhesive for prevention of food infiltration among partial denture wearers. Am J Dent. 2024 Aug;37(4):216-220.

Gli adesivi possono migliorare l’accettazione delle protesi rimovibili evitando il ristagno di bolo tra i denti, i ganci e la base della protesi. Gli autori lo hanno evidenziato in questa ricerca in doppio cieco su 30 edentuli parziali che lamentavano i fastidi derivanti dal ristagno di cibo al di sotto della base protesica durante i pasti.
Dopo avere applicato uno dei due prodotti (adesivo con polimero + calcio+ zinco oppure polimero + calcio + sodio), i partecipanti mangiavano una porzione di dolce con semi di papavero; in seguito, uno dei ricercatori contava quanti semi erano rimasti sulla protesi. I risultati hanno dimostrato la superiorità del primo tipo di adesivo capace di ridurre di più dell’80% la quantità di semi intrappolati dalla protesi.

L’influenza degli adesivi per protesi sui parametri individuali

Swelem AA, Mesallum EE et al. Influence of different denture adhesives on patient-based outcomes: A crossover randomized controlled trial. J Prosthet Dent. 2025 Jan;133(1):169-177

Se il dato oggettivo della capacità masticatoria non mostra grandi variazioni, quello soggettivo della soddisfazione dei pazienti si rivela, invece, più influenzabile dagli adesivi. Gli autori ne hanno sperimentati tre tipi (polvere, crema e cuscinetti) su 30 edentuli dopo tre mesi dalla consegna delle protesi, misurando il grado di soddisfazione con una scala analogico-visiva e il questionario OHRQoL dopo tre mesi di uso dell’adesivo. I risultati hanno dimostrato un alto gradimento per i cuscinetti seguiti dalla crema, mentre la polvere ha ottenuto il punteggio peggiore. In particolare, i pazienti hanno riferito maggiore ritenzione e stabilità funzionale con i cuscinetti

 

 

 

 

 

Telemedicina in odontoiatria: il futuro è adesso

Remote Dental

Innovazione vera, concreta, pronta all’uso. Tra le molte soluzioni presentate a Expodental 2025, la piattaforma digitale Remote Dental Solution - Telemedicina in Odontoiatria si è distinta per visione e immediatezza.

Creata e sviluppata da HEALTHIA SRL per portare la relazione dentista-paziente nel futuro, senza perdere nulla dell’efficacia clinica, è un ecosistema per la teleodontoiatria che consente di gestire in modo completo ed efficace la relazione a distanza tra odontoiatra e paziente e permette di effettuare diagnosi preliminari e monitoraggi terapeutici muovendosi all’interno di un protocollo strutturato, sicuro e conforme alle normative.

«Parlare di teleodontoiatria senza considerare la cybersecurity o la protezione dei dati personali è un errore», hanno spiegato gli sviluppatori. «È fondamentale adottare sistemi che rispettino direttive europee come la NIS 2, che impongono requisiti stringenti per la sicurezza delle infrastrutture digitali».

Guarda la video intervista e scopri perché Remote Dental è la risposta concreta alla sfida della cura odontoiatrica a distanza.

 

 

La piattaforma Remote Dental è composta da più elementi integrati

  • una Web App per il clinico, che permette di comunicare, raccogliere dati, pianificare terapie e monitorare l’andamento del trattamento;
  • un’App mobile per il paziente, con cui è possibile inviare immagini (anche tramite telecamera intraorale), rispondere a questionari, ricevere indicazioni e restare in contatto con il proprio dentista.
  • Uno degli elementi chiave di questo approccio è l’uso, da parte del paziente, di un device domiciliare che incorpora una telecamera intraorale integrata in uno spazzolino da denti sonico. Utilizzato sotto la guida del professionista, consente di raccogliere e condividere informazioni preziose per la salute del cavo orale.

«È uno strumento che sta trasformando l’esperienza di cura», spiegano gli sviluppatori. «Permette al paziente di visualizzare e comprendere in modo diretto le proprie condizioni orali, favorendo una comunicazione più chiara e una maggiore adesione ai piani terapeutici».

Grazie a questa tecnologia, il servizio diventa più trasparente, interattivo e orientato alla prevenzione. La possibilità di gestire a distanza molte attività consente al clinico di ottimizzare il tempo in studio e liberare ore poltrona, con un impatto diretto sull’efficienza organizzativa.

Un nuovo standard per la cura a distanza

Remote Dental non è solo tecnologia: è una nuova modalità operativa che ridisegna i confini della professione odontoiatrica, aprendo a una gestione più smart, sostenibile e accessibile. A patto, naturalmente, che si sappia integrare correttamente nella pratica quotidiana.
Non sostituisce la visita in studio, ma la completa e la potenzia. Offre un'esperienza di cura continua, trasparente e sostenibile, riducendo gli accessi inutili in studio e liberando tempo per i casi realmente complessi.

 

 

 

 

Asarum sieboldii: un potenziale fitoterapico per l’odontoiatria

Asarum sieboldii
a green nanotechnology research lab, biodegradable nanoparticles under a microscope, scientific realism, isolated on white background

Asarum sieboldii è una pianta officinale asiatica, tradizionalmente impiegata nella medicina cinese e coreana, che presto potrebbe trovare applicazione anche in odontoiatria. Una recente review, infatti, curata da Kenneth Happy della University of Science and Technology di Daejeon, Corea del Sud, e colleghi, ne ha analizzato le potenzialità nel trattamento di diverse patologie orali. Lo studio, che ha coinvolto diversi Istituti di ricerca specializzati in fitoterapia e scienze convergenti, evidenzia come questa specie, nota anche come Seshin, presenti una ricca composizione di composti bioattivi con proprietà antinfiammatorie, antimicrobiche e analgesiche, tali da renderla promettente per l’applicazione clinica in ambito odontoiatrico.

Proprietà farmacologiche dei composti attivi

L’Asarum sieboldii contiene numerosi metaboliti secondari come eugenolo, safrolo, metileugenolo, sesamina, asaricina, asaroni ed elemicina. Tali composti agiscono attraverso meccanismi differenti: eugenolo e metileugenolo offrono effetti anestetici locali e antinfiammatori; sesamina e asaricina modulano le vie infiammatorie coinvolte nella parodontite; mentre asaroni e kakuol mostrano effetti antimicrobici e antiossidanti, potenzialmente utili nella prevenzione della carie e del biofilm dentale. Alcuni di questi componenti inibiscono il rilascio di ossido nitrico (NO), riducendo l’infiammazione e favorendo la rigenerazione dei tessuti gengivali.

Indicazioni terapeutiche in odontoiatria

La revisione elenca diverse indicazioni potenziali per l’A. sieboldii nella salute orale: trattamento del dolore dentale, gengivite, parodontite, carie, ulcere orali e alitosi. In alcuni casi, si osservano anche effetti antitumorali su cellule di carcinoma orale. L’azione combinata di metaboliti come sesamina e asaricina suggerisce un ruolo nell’angiogenesi e nella rigenerazione parodontale, aprendo prospettive per l’impiego di estratti naturali in odontoiatria rigenerativa.

Sicurezza d’uso e necessità di standardizzazione

Il profilo fitoterapico della pianta è promettente, sebbene lo studio segnali criticità tossicologiche legate a composti come safrolo e metileugenolo, noti per potenziali effetti genotossici. Per fortuna, attraverso procedure di detossificazione tradizionali (come la decottazione) è possibile ridurre le concentrazioni di tali sostanze, migliorando la sicurezza d’uso. Serviranno però altri studi per approfondire i profili farmacocinetici e le eventuali interazioni con farmaci odontoiatrici convenzionali.

Conclusioni e prospettive

L’Asarum sieboldii rappresenta dunque una risorsa fitoterapica promettente per l’odontoiatria, grazie ai suoi composti bioattivi dotati di proprietà antinfiammatorie, analgesiche e antimicrobiche. Tuttavia, l’applicazione clinica richiede valutazioni rigorose di sicurezza e standardizzazione dei preparati. Lo studio, pubblicato sull’International Dental Journal, organo ufficiale della FDI World Dental Federation, sottolinea l’importanza di future ricerche che integrino approcci come la nanomedicina, la farmacologia di rete e l’intelligenza artificiale per sviluppare formulazioni dentali naturali efficaci e sicure.

Il laser nel trattamento del russamento

Laser russamento OSAS
3b. Irradiazione della porzione laterale del palato molle

Autori

Rolando Crippa
Medico Chirurgo Odontoiatra Specialista in Chirurgia Maxillo Facciale Master II livello Medicina del sonno Odontoiatrica Prof. a c. Master Internazionale II Livello Laser Dentistry Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma

Sabrina De Michele
Odontoiatra, Libera professionista, ISI Milano Luisa Parma Medico Chirurgo Specialista in Medicina Generale Master II Livello in Patologia Orale chirurgica e terapia

Francesca Angiero
Medico Chirurgo Specialista in Anatomia Patologica e Odontostomatologia Prof. Associato Università degli Studi di Genova

Corrispondenza: rolcrip@gmail.com

Abstract

Il russamento, spesso considerato una “malattia sociale”, può rappresentare un campanello d’allarme per la Sindrome delle Apnee Ostruttive del Sonno (OSAS), una patologia sottodiagnosticata che compromette la qualità del sonno e la salute generale. L’OSAS colpisce milioni di persone, con prevalenza significativa negli adulti, ma anche nei bambini, dove può influenzare il rendimento scolastico e il comportamento. La malattia è un fattore di rischio per gravi patologie cardiovascolari e metaboliche, aumentando la probabilità di ictus, ipertensione, fibrillazione atriale e diabete. Inoltre, la mancata e tardiva diagnosi ha un elevato costo socio-sanitario, in termini di cure, incidenti stradali e riduzione della qualità della vita. Le linee guida nazionali sottolineano il ruolo cruciale dell’odontoiatra nella diagnosi precoce e nel trattamento attraverso dispositivi intraorali. L’implementazione di strategie diagnostiche e terapeutiche più efficaci è essenziale per ridurre la morbilità e la mortalità associate all’OSAS. Negli ultimi anni, l’uso del laser in ambito orofaringeo è stato rivalutato grazie ai progressi tecnologici e agli studi clinici, offrendo nuove prospettive nel trattamento del russamento e delle OSAS lievi e moderate in pazienti selezionati.

Laser in the treatment of snoring

Snoring, often considered a “social disease”, can represent a warning sign for Obstructive Sleep Apnea Syndrome (OSAS), an underdiagnosed pathology that compromises the quality of sleep and general health. OSAS affects millions of people, with a significant prevalence in adults, but also in children, where it can influence academic performance and behavior. The disease is a risk factor for serious cardiovascular and metabolic diseases, increasing the likelihood of stroke, hypertension, atrial fibrillation and diabetes. Furthermore, missed and late diagnosis has a high socio-health cost, in terms of treatments, road accidents and reduction in quality of life. National guidelines underline the crucial role of the dentist in early diagnosis and treatment through intraoral devices. The implementation of more effective diagnostic and therapeutic strategies is essential to reduce the morbidity and mortality associated with OSAS. In recent years, the use of laser in the oropharyngeal area has been re-evaluated thanks to technological advances and clinical studies, offering new perspectives in the treatment of snoring and mild and moderate OSAS in selected patients.

 

Il russamento viene ormai considerato una “malattia sociale”, poiché disturba, spesso gravemente, il sonno dei conviventi di chi ne è affetto e pu. provocare nel tempo danni diretti alla salute. Infatti, il russamento abituale (tutte le notti) e persistente (da almeno sei mesi) predispone allo sviluppo dell’OSAS (Obstructive Sleep Apnea Syndrome-Sindrome delle apnee ostruttive del sonno). Non dormire o dormire poco e male durante la notte può incidere sulle capacità di veglia diurne perché dopo un riposo frammentato si è inevitabilmente stanchi, assonnati, incapaci di concentrarsi.

Le OSAS: una patologia diffusa e sottostimata

La sindrome delle apnee ostruttive del sonno (OSAS) è una condizione seria che compromette significativamente la salute e la qualità della vita. Secondo le stime più recenti, ne soffrono oltre 12 milioni di italiani tra i 40 e gli 85 anni, pari a circa il 50% degli uomini e il 23% delle donne, ma solo il 20% ne è consapevole (1).

In età pediatrica, la prevalenza oscilla tra il 2% e il 3%. I bambini affetti da OSAS possono manifestare iperattività, irritabilità e disturbi neuro-comportamentali che influiscono negativamente sul rendimento scolastico e sulle capacità relazionali (2,3,4,5,6). Inoltre, il 14,3% dei piccoli pazienti presenta anomalie epilettiformi intercritiche (EDs) all’elettroencefalogramma (EEG), spesso localizzate nelle regioni centro-temporali, in modo simile a quelle osservate nell’epilessia benigna (7,8). Sebbene si tratti di una condizione molto diffusa, la sindrome delle apnee ostruttive è spesso sottodiagnosticata. Anche nei Paesi più avanzati dal punto di vista medico, una percentuale significativa di individui sintomatici rimane senza diagnosi. Si stima che oltre il 5% degli adulti nei Paesi occidentali sia affetto da OSAS non diagnosticata e potrebbe beneficiare di un trattamento.

Fattori di rischio e classificazione

La letteratura scientifica identifica diversi fattori di rischio per le OSAS, tra cui (9):

  • sesso maschile;
  • deprivazione ormonale post-menopausale;
  • età compresa tra i 45 e i 65 anni;
  • obesità;
  • alterazioni dello scheletro cranio-facciale;
  • anomalie anatomiche in età infantile.

La gravità delle OSAS viene classificata in base all’Indice di Apnea Ipopnea (AHI - Apnea Hypopnea Index) e suddivisa in tre livelli: lieve, moderata e severa.

 

Implicazioni sulla salute cardiovascolare

Le OSAS rappresentano uno dei principali fattori di rischio per malattie cardiovascolari e cerebrovascolari. Chi soffre di questa sindrome ha un rischio quadruplicato di ictus e il doppio delle probabilità di sviluppare ipertensione, diabete e aritmie1. Le conseguenze emodinamiche delle OSAS derivano da diversi fattori, tra cui:

  • aumento della pressione intratoracica negativa 63 (causata dallo sforzo respiratorio contro le vie aeree chiuse);
  • progressiva ipossiemia ipercapnica;
  • risvegli improvvisi che interrompono le apnee.

Questi meccanismi possono spiegare l’aumento della morbilità e mortalità cardiovascolare nei pazienti affetti. L’iperattivazione del sistema nervoso simpatico, le ripetute crisi ipertensive e gli effetti emodinamici della depressione intratoracica rendono i pazienti più suscettibili a ischemia miocardica, aritmie e riduzione della contrattilità cardiaca. Questi eventi si verificano decine o centinaia di volte per notte, con conseguenze potenzialmente gravi nei pazienti con coronaropatia o insufficienza cardiaca. Oltre agli effetti emodinamici, l’OSAS è associata a importanti alterazioni biochimiche e immunitarie, tra cui:

  • aumento dell’aggregazione piastrinica e della fibrinogenemia;
  • alterazioni del sistema renina-angiotensinaaldosterone;
  • aumento dei livelli di endotelina e riduzione di ossido nitrico;
  • down-regulation dei recettori adrenergici;
  • aumento dei mediatori infiammatori.

Queste modifiche non solo compromettono la funzionalità vascolare, ma possono causare alterazioni strutturali a livello del sistema cardiovascolare, contribuendo all’elevata morbilità associata alla sindrome (10, 11).

OSAS e mortalità: i dati scientifici

Studi retrospettivi indicano una chiara associazione tra OSAS e mortalità12. Secondo un’analisi condotta da He et al., su un campione di 385 pazienti con OSAS, il tasso di mortalità era significativamente più alto nei soggetti con AHI > 20 non trattati rispetto ai controlli (37% contro il 4%). Tuttavia, nei pazienti sottoposti a trattamento (CPAP, uvulo-plastica, tracheostomia), la mortalità risultava nulla, dimostrando l’efficacia delle terapie disponibili (13).

Impatto economico e ruolo dell’odontoiatra

Il costo delle OSAS per il Sistema Sanitario Nazionale ammonta a circa tre miliardi di euro all’anno. Tuttavia, solo il 6% di questa spesa è destinato a diagnosi e trattamento, mentre il resto deriva dai costi diretti e indiretti legati alla mancata diagnosi, tra cui 800 milioni di euro per incidenti stradali evitabili1. Il Ministero della Salute, nelle Linee guida nazionali per la prevenzione e il trattamento odontoiatrico delle OSAS (2014), sottolinea il ruolo fondamentale dell’odontoiatra nella diagnosi precoce e nella terapia della sindrome. L’uso di dispositivi intra-orali specifici pu. rappresentare un’opzione efficace per la gestione della patologia. Data la rilevanza del tema, il Ministero promuove inoltre l’integrazione di una formazione specifica in materia di disturbi respiratori del sonno nei percorsi universitari di odontoiatria. Le raccomandazioni principali sono riassunte nella Tabella 1 (14).

 

OSAS e patente di guida

Più di recente, l’OSAS non riconosciuta o non trattata è stata riportata essere causa frequente di morte per incidenti stradali (la mortalità per incidenti risulta tre o quattro volte più elevata negli automobilisti con OSAS rispetto alla popolazione generale), per incidenti sul lavoro, nonché possibile causa di morte perioperatoria durante induzione o risveglio da anestesia (12,15,16). Uno degli aspetti più preoccupanti di questa patologia è il rischio aumentato di colpi di sonno alla guida, che espone il paziente e gli altri utenti della strada a gravi conseguenze, talvolta fatali. Basta un attimo di disattenzione per mettere a rischio la sicurezza: a 50 km/h, due secondi senza attenzione equivalgono a percorrere 28 metri a occhi chiusi. Secondo un recente studio, i colpi di sonno causati dall’OSAS sarebbero responsabili del 7% dei 175.791 incidenti stradali registrati ogni anno in Italia, con un bilancio di 12.305 sinistri, 250 vittime e oltre 12.000 feriti.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che, se non si interverrà per risolvere questo problema, entro il 2030 gli incidenti stradali saranno la quinta causa di morte più comune del Pianeta. La diagnosi delle OSAS è strumentale, sia ambulatoriale che ospedalizzata. In ambulatorio vengono utilizzati apparecchi diagnostici che il paziente gestisce autonomamente sotto il controllo medico per l’intera durata della notte in modo e con un apposito monitoraggio.

Alla valutazione diagnostica strumentale deve essere associata la ricerca dei sintomi e segni specifici. Il Poliambulatorio Belvedere srl offre un progetto di screening per la diagnosi e il trattamento delle OSAS, rivolto a bambini, adolescenti e adulti. In particolare, in linea con le iniziative governative, pone un’attenzione specifica sui soggetti con patente di guida, con l’obiettivo di individuare situazioni potenzialmente a rischio. Infatti “in base al decreto del Ministero dei Trasporti in vigore dal 28/01/2016, recependo la direttiva 2014/85/UE, la patente di guida non deve essere rilasciata né rinnovata a chi soffre di disturbi del sonno dovuti ad apnee notturne che provocano sonnolenza diurna e che riducono le capacità di attenzione, se non adeguatamente corretti” (17).

Diagnosi e trattamento delle OSAS

I disturbi respiratori del sonno (RDS) e il russamento notturno vengono trattati con varie metodiche. Queste si dividono essenzialmente in tre categorie; la scelta del trattamento dipende dalla severità del disturbo e dalla tolleranza del paziente riguardo alla cura proposta. Metodo conservativo Riguarda la correzione del BMI (Body Mass Index) attraverso:

  • dieta bilanciata, che riducendo l’accumulo di massa grassa nel collo e nell’orofaringe migliora la risposta respiratoria;
  • controllo della posizione assunta durante il sonno (si possono adottare sia la posizione supina sia quella sul fianco);
  • terapie farmacologiche che possono influire sul grado e sulla qualità del sonno.

Metodo strumentale

Prevede un intervento meccanico basato su:

  • C-PAP (Pressione continua positiva nelle vie aeree);
  • apparecchi per l’avanzamento mandibolare (Mandibular Advanced Devices);
  • elettrostimolazione nervosa.

Metodo chirurgico

Una volta escluse le cause extra faringee (disfunzioni neurologiche, problemi polmonari, malattie cardiologiche) vari metodi chirurgici sono stati proposti per risolvere le cause che portano al russamento prima e poi allo sviluppo di una sindrome da ostruzione delle vie aeree. L’intervento si impone quando difetti congeniti, inefficacia dei farmaci, intolleranza alla C-PAP e impossibilità di posizionamento dei MAD lo rendono improcrastinabile. In questi casi, dopo l’identificazione del livello di ostruzione (cavità nasali, orofaringe, ipofaringe), si procede alla scelta terapeutica chirurgica (18).

Laser e OSAS

Negli ultimi anni, l’uso del laser in ambito orofaringeo è stato rivalutato grazie ai progressi negli studi sperimentali e clinici, alle nuove soluzioni tecniche e all’implementazione di software avanzati per il controllo dell’emissione di energia. Questi sviluppi hanno aperto nuove prospettive per il trattamento delle OSAS in pazienti selezionati (19).
L’intervento di Uvulopalatofaringoplastica (UPPP) fu introdotto nel 1964 da Ikematsu per trattare il russamento. Nel 1981, Fujita e colleghi ne svilupparono una variante meno invasiva. La procedura coinvolge diverse strutture anatomiche, tra cui ugola e tonsille, e prevede la rifilatura e il riorientamento dei pilastri tonsillari. Tuttavia, le complicanze postoperatorie possono essere significative, variando dal dolore intenso al reflusso nasale, fino alla stenosi faringea e alla disfonia.
A partire dagli anni Novanta, il laser CO2 è stato introdotto per ridurre l’invasività della UPPP, con i primi studi pubblicati nel 1993 (Ellis et al.). Nel 1986, Kamani svilupp. la metodica LAUP (Laser Ugola Palatoplastica), poi ripresa da altri autori (20,21,22). Questa tecnica, basata sulla rimozione parziale o totale dell’ugola, si è dimostrata meno aggressiva rispetto alla chirurgia tradizionale.
Il laser CO2 agisce ablativamente, irrigidendo e contraendo il tessuto palatale con un impatto minimo sul danno termico, evitando necrosi e carbonizzazione. Tuttavia, nel 2003 Krespi pubblic. uno studio critico sui risultati a lungo termine della LAUP con laser CO2. Sebbene inizialmente i dati mostrassero un miglioramento del russamento e delle OSAS, ricerche successive evidenziarono casi di peggioramento e complicanze come la stenosi rinofaringea, dovute anche a un uso indiscriminato della tecnica. Questi risultati hanno portato a una selezione più rigorosa dei pazienti, migliorando gli esiti terapeutici (23, 24). Dagli anni Duemila, il progresso nella tecnologia laser ha portato allo sviluppo di lunghezze d’onda più specifiche per il trattamento delle OSAS, ampliando l’impiego oltre il laser CO2 a dispositivi a stato solido e semiconduttori. Un confronto tra cinque diversi laser (CO2, diodo, KTP, ErCr:YSGG, Nd:YVO4) condotto da Pavelec et al. ha evidenziato che il laser Erbio Cromo (ErCr:YSGG) garantisce il miglior comfort postoperatorio (25, 26).
Negli anni successivi, numerosi studi hanno approfondito le proprietà e gli effetti dei laser ad Erbio e Nd:YAG sulle mucose orali. La ricerca si è sempre più focalizzata sull’equilibrio tra efficacia terapeutica e benessere del paziente, mirando a soluzioni che migliorino il trattamento delle apnee notturne. Analogamente a quanto avvenuto per i dispositivi di avanzamento mandibolare (MAD), rivalutati alla luce delle più recenti evidenze scientifiche, anche il ruolo del laser è in continua evoluzione.

Gli studi sulla meccanica del russamento indicano che il flutter palatale è uno dei principali responsabili del disturbo, spesso aggravato dall’edema orofaringeo causato dall’ostruzione delle vie aeree. Il laser, grazie alla sua azione fototermica, agisce sulla superficie del palato molle, riducendo l’edema e migliorando la funzionalità dei tessuti. La domanda principale rimane: quando il laser è indicato nel trattamento delle OSAS e quale tipologia è più efficace? I laser ad Erbio, molto diffusi in odontoiatria ma ancora poco utilizzati per le OSAS, hanno una lunghezza d’onda compresa tra 2780 e 2940 nm e condividono il principio di costruzione con i laser a Neodimio:YAG.
Offrono un’ampia versatilità terapeutica su tessuti molli e duri, ma il costo elevato ne limita la diffusione. Durante il trattamento, il tessuto si riscalda, contraendosi e irrigidendosi, riducendo così la vibrazione del palato molle e attenuando il russamento e l’apnea notturna.

Distribuzione della temperatura. L’energia del laser viene depositata nel tessuto attraverso la generazione e l’accelerazione degli elettroni liberi. Questi trasferiscono l’energia alle particelle più pesanti del plasma (atomi, molecole e ioni) tramite collisioni e processi di ricombinazione non radiativi, provocando un riscaldamento localizzato.

Generazione di onde fotoacustiche. L’aumento della temperatura genera stress termoelastici che si propagano nel tessuto. L’impatto del laser provoca onde fotoacustiche, che inducono sollecitazioni sia di compressione sia di trazione. Se l’energia viene rilasciata molto rapidamente, si può verificare una frattura da sforzo anche con lievi aumenti di temperatura, senza alcun danno termico associato. Studi hanno dimostrato che l’irradiazione con laser Er:YAG, utilizzando un manipolo collimato rispetto a uno frazionale focalizzato, determina un restringimento temporaneo della mucosa orofaringea per alcune settimane. Questo ha spostato l’attenzione dagli effetti della sola lunghezza d’onda alla modalità con cui l’energia viene applicata al tessuto, influenzando il tipo di risposta ottenuta (27, 28, 29). Secondo uno studio di T. Unver e colleghi (2015), la contrazione tessutale si riduce gradualmente ma resta visibile fino alla quinta settimana. Questo trattamento è considerato sicuro, poiché non provoca carbonizzazione, necrosi o sanguinamento (30, 31).

Effetti istologici sulle fibre collagene

Il collagene, una proteina fibrosa essenziale nel tessuto connettivo e nella struttura dei vasi sanguigni, è formato da fibrille di tropocollagene disposte in una struttura organizzata. Quando la temperatura aumenta, l’organizzazione delle catene macromolecolari di tropocollagene viene compromessa, con una distribuzione casuale delle fibre e significativi cambiamenti negli spettri di assorbimento e diffusione della radiazione ottica. Questa alterazione è accompagnata da una contrazione strutturale delle fibre collagene, che si manifesta con lo sbiancamento del tessuto irradiato e una riduzione macroscopica del volume, aumentando lo spazio aereo dell’orofaringe. Gli effetti fototermici si verificano generalmente con laser a emissione continua (densità di potenza > 10 W/cmÇ) o con laser a impulsi con durate superiori ai microsecondi. La risposta termica del tessuto varia in base ai parametri laser utilizzati. Alcuni studi hanno confrontato il laser Er:YAG con il Nd:YAG, evidenziando differenze significative. Il Nd:YAG penetra più in profondità nella mucosa, ma genera un minore effetto termico, riducendo la capacità di contrarre il tessuto.

Parametri del laser Nd:YAG

Il laser Nd:YAG viene utilizzato con parametri sub-ablativi.

  • Potenza: 10 W con spot beam da 8 mm;
  • Frequenza d’impulso: 8 Hz;
  • Durata impulso: 25 ms.

Il trattamento viene eseguito con un movimento orizzontale avanti e indietro sul palato molle e l’ugola, con cinque passaggi completi per linea. Questo approccio permette un assorbimento in profondità con un effetto coagulativo marcato e un impatto minimo sul tessuto osseo. Tuttavia, l’effetto termico del neodimio è inferiore rispetto all’erbio, con una conseguente ridotta efficacia nella contrazione dei tessuti.

Gli effetti sul tessuto possono essere così riassunti:

  • riduzione della densità delle fibre di collagene;
  • aumento relativo delle fibre di collagene di tipo III;
  • redistribuzione spaziale delle fibre collagene con contrazione dei tessuti;
  • possibile aumento delle fibre elastiche.

 

Un nuovo approccio: Nightlase®

Recentemente, la ricerca ha evidenziato un nuovo approccio alla LAUP con il protocollo “walk-in, walkout” (NightLase® FOTONA), una tecnica non invasiva ed efficace per il trattamento del russamento e delle apnee notturne. Il trattamento non richiede anestesia locale ed è ben tollerato (29, 32, 33). Tuttavia, gli effetti istologici sull’uomo non sono ancora stati documentati in letteratura. L’utilizzo di un manipolo collimato (Fotona® PS04) garantisce un’energia uniforme sul tessuto bersaglio, indipendentemente da piccole variazioni nella distanza di applicazione, migliorando la distribuzione del calore e la risposta tessutale. Il protocollo del trattamento prevede:

  • selezione del paziente attraverso una visita odontoiatrica iniziale, una polisonnografia, una visita specialistica ORL (o di altri specialisti, se necessario), una valutazione del rischio secondo le linee guida AASM (American Academy of Sleep Medicine);
  • utilizzo del laser Er:YAG 2940 nm;
  • nessuna anestesia locale;
  • tre sessioni da 20 minuti, a intervalli di 20 giorni, nell’arco di due mesi.

Il trattamento è indicato per tutti i pazienti, con alcune eccezioni. Le controindicazioni principali riguardano i pazienti in terapia con farmaci fotosensibilizzanti e le donne in gravidanza. In caso di assunzione di farmaci FANS, si consiglia la sospensione (se possibile) prima della procedura. La Tabella 2 riporta le reazioni avverse potenzialmente associate all’uso di specifici farmaci (34). Nelle donne in gravidanza bisogna tener conto del fatto che l’aumento ponderale e le modificazioni anatomiche possono essere transitorie per cui si preferisce un atteggiamento di attesa e una rivalutazione post-partum.

 

Il laser ad Erbio viene utilizzato con i seguenti parametri:

Trattamento

• Energia 560 mJ - 750 mJ con spot beam di 7 mm.
• Fluenza energetica 1,46 J / cm2 - 1,95 J / cm2.
• Frequenza 10 Hz.
• Durata dell’impulso LP. Questo tipo di impulso fa parte di un brevetto Fotona® e si basa sulla tecnologia VSP (Variable Square Pulse). In questo caso, gli impulsi della lampada flash che stimola la produzione di luce laser dalla barretta di Erbio, vengono controllati elettronicamente ottenendo delle emissioni energetiche che mantengono un livello di potenza costante per quasi tutta la durata dell’impulso stesso. Questo garantisce un effetto termico più marcato rispetto ai sistemi tradizionali.
• La metodica prevede 7-8 passaggi per area per un totale di 20-30 secondi ciascuna a seconda del biotipo tessutale (più quattro passaggi aggiuntivi per terminare la sessione). Lo schema dei passaggi è illustrato nelle Figure 1-6;

 

1. Zone 1 e 3: pilastro anteriore palatino con estensione verso la faccia esterna fino alla regione retromolare e al terzo posteriore della guancia. Zone 2 e 4: palato molle e ugola compresa la parte inferiore del palato duro Zone 5 e 6: pilastri posteriori palatini e zone tonsillari. Zone 7 e 8: porzioni laterali e inferiori della lingua

 

 

 

 

Laser russamento OSAS
4. Schema del trattamento laser dei margini linguali destro e sinistro

 

 

 

 

• Sessioni giorno 0, poi al 20Æ e 40Æ giorno. Post trattamento Non è necessaria alcuna terapia o cura speciale dopo il trattamento laser e il paziente può ricominciare immediatamente la sua vita di routine, compresa l’alimentazione solida o liquida.

 

Discussione

L’impiego del laser nel trattamento della LAUP è strettamente legato alla selezione dei pazienti secondo le linee guida e i criteri dell’AASM. In particolare, i candidati ideali sono i soggetti a basso rischio di OSAS (AHI < 5) e i russatori abituali.
Negli ultimi anni, la letteratura scientifica ha evidenziato un’evoluzione significativa nel trattamento delle OSAS, con una particolare rivalutazione dei dispositivi di avanzamento mandibolare (MAD35). Questi dispositivi rappresentano spesso l’unica alternativa non chirurgica efficace nei pazienti che rifiutano o non tollerano la terapia con C-PAP. Parallelamente, gli interventi specialistici in ambito ORL si stanno orientando verso approcci sempre più microinvasivi e selettivi, come la Barbed Snore Surgery (BBS) di M. Mantovani (2008) o la Transoral Robotic Tongue Base Surgery di C. Vicini e collaboratori. Questo cambiamento è dovuto alle numerose complicanze sensoriali, motorie e funzionali associate a procedure più invasive su aree altamente sensibili.
Un ulteriore cambiamento riguarda l’approccio farmacologico alle varie forme di disordini del sonno. Oggi viene enfatizzato il ruolo adiuvante che l’esercizio fisico regolare potrebbe svolgere insieme alle terapie consolidate, come una valida alternativa quando l’approccio farmacologico è limitato da effetti collaterali, interazioni o inefficacia (36).
Anche il laser, inizialmente utilizzato con approcci chirurgici piuttosto invasivi nonostante la sua fama di tecnica meno aggressiva, ha subito una profonda evoluzione. Oggi il suo utilizzo è più chiaro e mirato, con una maggiore attenzione all’efficacia e alla selezione dei pazienti.

Quando il laser ad Erbio è indicato?

Pur sapendo che le indicazioni possono evolvere rapidamente, possiamo delineare alcune situazioni in cui l’applicazione del laser ad Erbio risulta consigliata:
• pazienti con russamento semplice e AHI ≤ 5;
• pazienti con russamento e AHI ≤ 15, in associazione al MAD.

Poiché tutti i pazienti con OSAS tendono a sviluppare edema orofaringeo di diversa intensità, l’associazione del laser ad Erbio con altre terapie strumentali può essere una strategia efficace.

Tra le combinazioni possibili troviamo:
• laser Erbio + MAD;
• laser Erbio + C-PAP;
• laser Erbio + C-PAP + MAD di mantenimento;
• laser Erbio + intervento ORL.

Questo approccio multidisciplinare permette di superare l’idea del laser come trattamento isolato, integrandolo invece nelle strategie terapeutiche già consolidate. Nei russatori semplici, il laser ad Erbio offre ottimi risultati, con il vantaggio di poter essere ripetuto nel tempo senza alterare l’anatomia funzionale (37).
L’obiettivo è inserirlo come primo step terapeutico nei pazienti selezionati secondo le linee guida dell’AASM. Tuttavia, il principale ostacolo alla sua diffusione rimane il costo elevato, sia per l’acquisto del dispositivo sia per le prestazioni.

Conclusioni

La terapia con laser ad Erbio NightLase®, eseguita con un manipolo focalizzato dedicato, rappresenta una soluzione mininvasiva, sicura e indolore per il trattamento del russamento semplice e dell’OSAS lieve (AHI ≤ 5). La procedura è ben tollerata, non richiede anestesia ed è semplice da eseguire. Inoltre, trattandosi di una tecnica “walk-in walk-out”, non necessita di un campo operatorio sterile né di materiali di consumo, rendendola una scelta pratica ed efficiente per il paziente.

 

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Gli studi sulla meccanica del russamento indicano che il flutter palatale è uno dei principali responsabili del disturbo, spesso aggravato dall’edema orofaringeo causato dall’ostruzione delle vie aeree.

 

 

Il fluoro? È efficace, ma per la vera prevenzione non basta

Fluoro prevenzione

L’importanza del fluoro nella prevenzione della carie è nota fin dagli anni Cinquanta, quando si scoprì una correlazione tra la sua elevata concentrazione nelle acque e la fluorosi dentale.

Fluoro prevenzione
Maria Grazia Cagetti, docente di odontoiatria pediatrica presso l’Università degli Studi di Milano

«Dalle ricerche condotte a cavallo di quegli anni, emerse che le popolazioni con denti macchiati dal fluoro in eccesso erano quasi completamente esenti da carie», spiega Maria Grazia Cagetti, docente di odontoiatria pediatrica presso l’Università degli Studi di Milano, «sino a comprendere che il fluoro, in dosaggi adeguati, poteva essere un potente alleato nella prevenzione della carie». Oggi, la ricerca ha confermato che il fluoro è efficace non solo nel prevenire la carie, ma anche nel trattare le lesioni iniziali. «Il fluoro è in grado di remineralizzare il tessuto dentale demineralizzato. Se la lesione è ancora nelle prime fasi, senza cavità, il fluoro può invertire il processo carioso». Il suo utilizzo è quindi fondamentale non solo nella prevenzione quotidiana, ma anche come strumento terapeutico, in particolare nei pazienti che non collaborano alle cure tradizionali. «Nei bambini molto piccoli o nei soggetti con disabilità, l’uso del fluoro può aiutarci a controllare la progressione della lesione, evitando dolore e complicazioni in attesa di poter intervenire con trattamenti più strutturati». Il fluoro è presente nella maggior parte dei prodotti per l’igiene orale, principalmente nei dentifrici, ma anche in collutori, gel e mousse. «A livello domiciliare il suo utilizzo è soprattutto preventivo, mentre in ambito professionale esistono formulazioni ad alta concentrazione, tra 20.000 e 40.000 ppm, che vengono applicate periodicamente nei pazienti ad alto rischio di sviluppare carie». Le applicazioni professionali possono essere eseguite con frequenza trimestrale o semestrale, in base alla valutazione del rischio effettuata dall’odontoiatra o dell’igienista dentale.

Scongiurare il rischio di fluorosi

Un aspetto fondamentale è il corretto dosaggio del fluoro, per evitare il rischio di fluorosi dentale, una condizione che si verifica quando il fluoro viene assunto in eccesso durante la formazione dello smalto, ovvero fino ai 7-8 anni. «Un’assunzione eccessiva può determinare alterazioni strutturali dello smalto, che vanno da semplici macchie opache fino a difetti più gravi» spiega la professoressa. Tuttavia, in Italia il rischio di fluorosi è basso, poiché il fluoro è presente nell’acqua potabile solo in piccole quantità. «Le uniche eccezioni si trovano nelle aree vulcaniche, come quelle intorno al Vesuvio e all’Etna, dove il terreno è naturalmente più ricco di fluoro e l’acqua può contenerne quantità maggiori». In questi casi, un consumo elevato e continuativo di acqua del rubinetto, combinato con dentifrici fluorati e integratori, può portare a un sovradosaggio. «Per il resto della popolazione, il rischio è trascurabile, a patto che si rispettino le dosi consigliate». Le linee guida ministeriali italiane, in linea con quelle internazionali, stabiliscono che la concentrazione ottimale nei dentifrici sia di 1000 ppm per quelli destinati ai bambini e fino a 1500 ppm per i prodotti impiegati dagli adulti. «Concentrazioni inferiori potrebbero non essere sufficientemente efficaci nella prevenzione della carie», nota Cagetti.
Anche la quantità di dentifricio utilizzata deve essere adeguata all’età. «Nei bambini fino a tre anni si consiglia un quantitativo pari a un chicco di riso, tra i tre e i sei anni a un pisello, mentre dopo i sei anni si può utilizzare una dose piena, pari a circa due centimetri di prodotto sullo spazzolino». Dopo questa età, infatti, la formazione dello smalto è completata e il rischio di fluorosi si riduce notevolmente. Un tema spesso dibattuto è il risciacquo dopo lo spazzolamento. «Subito dopo l’applicazione del dentifricio, gli ioni fluoro precipitano legandosi al calcio presente nella saliva, formando fluoruro di calcio, un sale che funge da riserva di fluoro» spiega la professoressa Cagetti. «Se ci si sciacqua subito dopo con molta acqua, una parte del fluoro viene eliminata, ma una quantità significativa rimane comunque nel cavo orale». Alcuni studi hanno suggerito che evitare il risciacquo o utilizzare poca acqua potrebbe aumentare l’efficacia del fluoro, ma l’evidenza scientifica su questo punto non è ancora definitiva.
A livello internazionale, esistono approcci diversi alla fluoroprofilassi. «Negli Stati Uniti, ad esempio, il fluoro viene aggiunto direttamente all’acqua potabile, in modo che l’intera popolazione ne benefici», spiega Cagetti. Questo sistema permette di sfruttare sia l’effetto topico, attraverso il contatto diretto con i denti, sia quello sistemico nei denti in via di formazione. Tuttavia, oggi la comunità scientifica concorda sul fatto che l’azione principale del fluoro sia topica. «Per questo, nei Paesi europei si preferisce puntare sull’applicazione diretta attraverso dentifrici e trattamenti professionali, piuttosto che sulla somministrazione sistemica». Dopo i sei-otto anni, infatti, quando la mineralizzazione dello smalto è completata, l’assunzione di fluoro per via sistemica perde di significato, mentre il suo utilizzo topico rimane efficace per tutta la vita. L’uso del fluoro nella prevenzione della carie ha suscitato anche controversie, con movimenti contrari alla fluoroprofilassi che ne hanno messo in discussione la sicurezza. Tuttavia, la ricerca scientifica ha dimostrato che i benefici nella prevenzione della carie superano di gran lunga i rischi, se il fluoro viene utilizzato correttamente. «Non si può godere appieno della protezione contro la carie senza accettare un rischio seppure minimo di fluorosi lieve», conclude Cagetti. «Si tratta di un effetto estetico spesso impercettibile, che però garantisce una protezione significativa contro la carie. L’importante è seguire le linee guida e utilizzare il fluoro in modo consapevole. Di recente sono stati introdotti sul mercato dentifrici senza fluoro arricchiti con idrossiapatite, un composto di calcio e fosfato, ossia gli stessi elementi che costituiscono la struttura dentale. I primi studi sulla sua efficacia nella prevenzione della carie hanno mostrato risultati promettenti; tuttavia, questi prodotti non hanno ancora ottenuto un pieno riconoscimento dalla comunità scientifica, a differenza del fluoro, il cui ruolo preventivo è ampiamente riconosciuto».

La prevenzione pediatrica, prima della fluoroprofilassi

Fluoro prevenzione
Gualtiero Mandelli, laureato in Medicina e Chirurgia, specializzato in Pediatria e successivamente in Odontoiatria e Ortodonzia.

Il legame tra pediatria e odontoiatria è più stretto di quanto si immagini, soprattutto nell’ambito della prevenzione. A suggerirlo è Gualtiero Mandelli, laureato in Medicina e Chirurgia, specializzato in Pediatria e successivamente in Odontoiatria e Ortodonzia. «Ho scelto di dedicarmi interamente all’ortodonzia» spiega, «ma il mio percorso pediatrico ha influenzato profondamente il mio approccio clinico, soprattutto nei confronti dei più piccoli». Da 34 anni esercita a Verano Brianza, dove ha uno studio odontoiatrico multidisciplinare, e a Monza, in una struttura dedicata esclusivamente all’odontoiatria pediatrica e all’ortodonzia. Secondo il dottor Mandelli, il pediatra è il primo riferimento per la salute del bambino e ha un ruolo chiave nella prevenzione della carie. «Oltre a occuparsi delle patologie acute e croniche, deve educare i genitori sulle corrette pratiche di igiene orale». Tuttavia, il suo ruolo nella prevenzione non è sempre valorizzato. «Spesso il carico di lavoro elevato non gli permette di dedicare abbastanza tempo a questo aspetto». Per migliorare la situazione, secondo Mandelli andrebbe rafforzata la collaborazione tra pediatri e odontoiatri. «La prevenzione orale dovrebbe iniziare fin dai primi giorni di vita, perché oggi sappiamo che i primi 1000 giorni, come insegnano recenti pubblicazioni curate da Luigi Paglia, Roberto Gatto e Matteo Beretta, sono fondamentali per la salute orale futura».
Di qui anche la necessità di chiarire i termini sulle pratiche relative all’uso del fluoro, non sempre facili da comprendere. «Per anni, i pediatri si sono trovati in difficoltà tra pareri contrastanti e protocolli poco chiari», osserva Mandelli. «Oggi la fluoroprofilassi non è ancora ben definita e bisognerebbe riportare l’attenzione non solo sul fluoro, ma su tutte le pratiche preventive, implementando anche le strategie di prevenzione primaria complementari all’uso del fluoro, come l’educazione all’igiene orale precoce e la limitazione dei contatti promiscui tra caregiver e bambino». Attualmente, la scienza conferma che il fluoro topico è la soluzione più efficace per prevenire la carie. «Va introdotto fin dalla comparsa del primo dentino, con prodotti adatti all’età», spiega Mandelli. L’uso sistemico, invece, dovrebbe essere riservato solo a casi specifici. «Spesso i bambini arrivano dallo specialista troppo tardi, quando il danno è già avanzato». Un aspetto critico è il rischio di fluorosi dentale, dovuto all’ingestione accidentale di dentifricio nei bambini più piccoli. «È essenziale monitorarne le quantità e insegnare ai genitori come dosarlo correttamente». L’informazione è la chiave per una prevenzione efficace. «Dobbiamo aggiornare il pediatra su ciò che può fare per la salute orale e dargli strumenti pratici per aiutare le famiglie: solo così possiamo ridurre l’incidenza della carie e garantire ai bambini un futuro con denti sani».

Dalla fluoroprofilassi al rafforzamento dell’odontoiatria pubblica

Fluoro prevenzione
Luciano Zaffarano specialista in Odontoiatria Pediatrica e professore a contratto presso l’Università degli Studi di Cagliari Gualtiero Mandelli laureato in Medicina e Chirurgia, specializzato in Pediatria e successivamente in Odontoiatria e Ortodonzia

Il passaggio sembra quasi obbligato, secondo Luciano Zaffarano, specialista in Odontoiatria Pediatrica e professore a contratto presso l’Università degli Studi di Cagliari. Membro della International Association of Pediatric Dentistry (IADP) e del board OMI (Odontoiatria Materno Infantile), Zaffarano è anche autore di numerosi articoli scientifici e revisore per riviste indicizzate, nonché relatore internazionale, avendo partecipato a congressi in diversi Paesi, tra cui Messico, Romania, Turchia, Egitto e Belgio.

Dottor Zaffarano, l’impiego del fluoro in odontoiatria è ampiamente consigliato ormai da anni: rispetto a ciò che avviene in Italia, all’estero come stanno le cose?

«Il fluoro è uno degli strumenti più efficaci per la prevenzione della carie ed è stato ampiamente adottato a livello globale attraverso diverse strategie, tra cui la fluorizzazione delle acque potabili e l’uso di dentifrici fluorati. In Italia, la fluorizzazione dell’acqua non avviene, ma i dentifrici con fluoro sono ampiamente utilizzati. In altri Paesi, come Stati Uniti, Australia e Regno Unito, la fluorizzazione dell’acqua è una misura di sanità pubblica consolidata, mentre in Europa questa pratica è meno diffusa. Anche il Giappone ha adottato un approccio simile, con livelli di fluoro più bassi rispetto agli Stati Uniti, questo sulla base di diversi studi che hanno evidenziato come, con la crescente diffusione del dentifricio fluorato, la differenza in termini di efficacia preventiva tra chi è esposto ad acque fluorate e chi non lo è si sia progressivamente ridotta. Questo suggerisce che il focus preventivo debba essere rivolto sempre più all’uso corretto e personalizzato dei dentifrici fluorati, piuttosto che alla fluorizzazione sistemica dell’acqua».

Come rispondono i pazienti?

«La risposta dei pazienti alle raccomandazioni sull’uso del fluoro è influenzata da diversi fattori, tra cui il livello di conoscenza, l’accesso alle cure e la diffusione di informazioni spesso fuorvianti. In Italia, la non fluorizzazione delle acque rende i pazienti generalmente più aperti all’uso del dentifricio fluorato. Tuttavia, nei Paesi in cui l’acqua è fluorizzata, si osserva un atteggiamento diverso: chi è già esposto al fluoro attraverso l’acqua tende a essere più riluttante nell’utilizzare dentifrici fluorati per timore di un sovradosaggio. Per questo motivo, gli odontoiatri in quei contesti valutano il livello di fluoro nelle acque prima di consigliare una determinata concentrazione di fluoro nel dentifricio, adattando la prescrizione alle necessità specifiche del paziente. Un altro aspetto critico è la diffusione sempre più “subdola” della disinformazione: sebbene il fluoro sia sostenuto da solide evidenze scientifiche, il dibattito pubblico è spesso inquinato da fake news che mettono in discussione la sua sicurezza ed efficacia. Questo porta molti pazienti a diffidare delle raccomandazioni della maggior parte degli odontoiatri, rendendo ancora più necessaria un’educazione basata su dati concreti e comprensibili».

Qual è dunque il migliore approccio?

«La prevenzione della carie richiede una strategia che operi su due livelli distinti: l’individuo e la comunità. Oggi si parla prevalentemente di strategie di prevenzione mirate all’individuo, basate su informazione e responsabilizzazione. Tuttavia, sebbene questo approccio sia efficace, non è sempre immediato né facilmente applicabile su larga scala. L’individuo che avrebbe maggiore necessità di ricevere informazioni e supporto, spesso è proprio quello che dal dentista non arriva: secondo gli ultimi dati ISTAT, circa una persona su due non si reca dall’odontoiatra almeno una volta all’anno, limitandosi a chiedere cure solo in caso di urgenza. Per questi soggetti, l’unico livello di azione possibile è quello comunitario, che richiede strategie e risorse ben diverse da quelle adottate per chi già accede alle cure odontoiatriche. Si potrebbe discutere per ore su quali siano le migliori strategie di salute pubblica, ma la realtà è che senza un rafforzamento dell’odontoiatria pubblica, qualsiasi piano rimane teorico. Da troppo tempo ormai il settore odontoiatrico pubblico è sempre più messo alla prova e si regge spesso sulla buona volontà di pochi “resistenti”. Un Paese come il nostro, fondato sul diritto alla salute, meriterebbe un sistema odontoiatrico pubblico dotato delle risorse e delle competenze necessarie per garantire prevenzione e cura a tutti i cittadini. Perché la prevenzione funziona solo se è accessibile a tutti».

 

Riabilitazione combinata con impianti e faccette seguendo un flusso interamente digitale Premium

riabilitazione impianti con faccette
13. Previsualizzazione del risultato finale delle faccette

Autori

Lucia Pini
igienista dentale

Andrea Cristini
odontoiatra

Andrea Lombardo
odt digitale

Andrea Toffali
odt

Abstract

Ogni branca dell’odontoiatria moderna si avvale sempre di più delle nuove tecnologie digitali. Queste si possono riassumere in due categorie: strumentazioni per l’acquisizione dei dati biometrici del paziente in formato digitale (Tac Cone Beam, scanner intraorali, fotografia digitale) e software dedicati alla progettazione del caso clinico. L’integrazione di queste due risorse permette la creazione di un paziente interamente digitale.
Allo stato attuale tutte le principali discipline odontoiatriche traggono beneficio dal progettare virtualmente un piano di cura per poterlo poi condividere più agevolmente con il paziente e avere inoltre la possibilità di pre visualizzare con relativa facilità delle procedure chirurgiche o delle riabilitazioni protesiche.
In particolare le tecnologie sono più sviluppate quando parliamo di implantologia computer guidata (1), di protesi fissa ed estetica con faccette e ortodonzia, specialmente di tipo “invisibile” per mezzo degli allineatori trasparenti.
Complessivamente gli step digitali richiedono minor tempo alla poltrona rispetto il tradizionale lavoro in analogico, ottimizzando il numero di sedute alla poltrona e i relativi costi economici. La finalizzazione di questi protocolli termina con la produzione dei manufatti protesici per mezzo di stampanti digitali 3D e fresatori, anch’essi migliorati negli ultimi anni in termini di velocità e precisione.

Combined rehabilitation with implants and veneers following an entirely digital flow

Every branch of modern dentistry is making increased use of new digital technologies. These can be summarized in two categories: instrumentation for capturing the patient’s biometric data in digital format (Cone Beam CT, intraoral scanners, digital photography) and software dedicated to clinical case design. The integration of these two resources allows the creation of a fully digital patient. At the present time, all major dental disciplines benefit from virtual design treatment plan so, that it can then be shared more easily with the patient and also have the ability to pre visualize surgical procedures or prosthetic rehabilitations with relative ease.
In particular, the technologies are more developed when we talk about computer guided implantology, fixed and esthetic prosthetics with veneers, and orthodontics, especially of the “invisible” type by means of transparent aligners.
Overall, digital steps require less chairside time than traditional analog work , optimizing the number of chairside sessions and related economic costs.
Finalization of these protocols ends with the production of prosthetic artifacts by means of digital 3D printers and milling machines, which have also improved in recent years in terms of speed and precision

 

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Impact Factor: tre conferme per Tecniche Nuove

Il Gruppo Editoriale Tecniche Nuove è felice di annunciare la presenza di tutte e tre le testate scientifiche odontoiatriche edite dalla casa editrice all'interno del Journal Citation Reports 2024 (JCR).

Nello specifico, si conferma la crescita dell'l’indicizzazione in Impact Factor (IF) per EJPD-European Journal of Paediatric Dentistry, GIE-Giornale Italiano di Endodonzia e JO-Journal of Osseointegration.

EJPD - European Journal of Paediatric Dentistry (IF 2,7; Q1)

Organo ufficiale della Società Italiana di Odontoiatria Infantile (SIOI).
Con un’ indicizzazione IF di 2.7, European Journal of Paediatric Dentistry si posiziona nel primo quartile (top 25%) del Journal Citation Reports. Lo scopo della rivista è promuovere la ricerca in tutti gli aspetti della pedodonzia, comprendendo ortodonzia intercettiva e studi su bambini e giovani adulti con particolari necessità.

JO - Journal of Osseointegration (IF 0,8)

A seguito della crescente progressione in Scopus, si rafforza l’indicizzazione IF con un punteggio di 0,8. L'obiettivo del Journal of Osseointegration nel campo dell'odontoiatria implantare e protesica è quello di pubblicare informazioni di alta qualità, contemporanee, tempestive, innovative, interessanti e clinicamente rilevanti che saranno utilizzate per migliorare la cura dei pazienti.

GIE - Giornale Italiano di Endodonzia (IF 0,8)

Organo ufficiale della Società Italiana di Endodonzia (SIE).
La rivista scientifica conferma la propria autorialità con una progressione di indicizzazione IF che raggiunge lo 0,8.
GIE pubblica articoli originali sulla ricerca clinica e/o sulla metodologia clinica, nonché case report relativi all'endodonzia.

A fronte di questi risultati, il Gruppo Editoriale Tecniche Nuove si congratula con i rispettivi Comitati Scientifici per l’importante e costante lavoro profuso nel raggiungimento di questi obiettivi.

 

 

Terapia parodontale e implantologia: cosa vogliono davvero i pazienti

Terapia parodontale

Uno studio coordinato da Maria Clotilde Carra dell’Université Paris Cité ha esplorato il ruolo delle preferenze dei pazienti nella scelta dei trattamenti parodontali e implantari. I ricercatori hanno condotto una revisione esplorativa, analizzando otto studi pubblicati tra il 2003 e il 2019, condotti in paesi come Italia, Cina, Brasile, Francia e Stati Uniti. L’obiettivo era comprendere cosa guida realmente le decisioni dei pazienti e come questi elementi possano essere integrati nella pratica clinica quotidiana.

Denti naturali prima di tutto

I dati raccolti mostrano una tendenza netta: i pazienti preferiscono i trattamenti conservativi. La conservazione degli elementi dentari naturali è vista come la soluzione ideale. Solo quando il dente non è più recuperabile, la scelta ricade sull’impianto, preferibilmente fisso e supportato da protesi. Soluzione percepita come meno invasiva rispetto ai ponti tradizionali, che richiedono la limatura dei denti sani adiacenti.

La sicurezza conta più del prezzo

Ciò che conta di più, secondo i pazienti, è la predicibilità dell’esito clinico. Rispetto a fattori come costo e durata della terapia, i pazienti sembrano privilegiare la certezza del risultato. La fiducia nella riuscita del trattamento, infatti, condiziona più di ogni altro elemento la disponibilità ad accettare un determinato piano terapeutico.

L’influenza del profilo sociodemografico

Nell'ambito della parodontologia, le preferenze non sembrano dipendere da età, sesso o livello di istruzione. Diversamente, nella riabilitazione implantare, questi fattori contano. I pazienti più giovani, di sesso femminile, con un elevato grado di istruzione e una buona percezione della propria salute orale sono più inclini a scegliere soluzioni su impianto e a sostenerne economicamente i costi.

Un nuovo approccio alla pianificazione del trattamento

Secondo gli autori dello studio, le preferenze individuali dovrebbero diventare parte integrante del piano terapeutico. Non si tratta solo di offrire opzioni clinicamente valide, ma anche di costruire scelte condivise che aumentino la compliance del paziente e migliorino gli esiti a lungo termine. La revisione, pubblicata sul Journal of Periodontal Research, segnala tuttavia una scarsità di studi sull’argomento e sottolinea la necessità di ricerche longitudinali più ampie e strutturate. Solo così si potrà avere un quadro più completo e preciso, sebbene sia comunque già chiaro un fatto: l’ascolto attivo del paziente, sempre più centrale nella moderna odontoiatria, non può mancare e va anzi rafforzato, sempre e comunque.

La ricerca sulle terapie endodontiche rigenerative punta molto in alto

Terapie endodontiche

Le terapie endodontiche rigenerative rappresentano un’evoluzione cruciale nell’ambito della conservativa avanzata. Un gruppo di ricercatori della Huazhong University of Science and Technology di Wuhan, Cina, ha condotto un’analisi completa delle strategie attuali e future per la rigenerazione del complesso polpa-dentina. Con l’obiettivo di sostituire la tradizionale terapia canalare con soluzioni biologicamente attive capaci di ripristinare la vitalità del dente.

Le strategie di ingegneria tissutale

Attualmente si stanno affermando due approcci. Il cell-transplant, che prevede l’inserimento di cellule staminali all’interno del canale radicolare. Il cell-homing, che punta a reclutare cellule endogene mediante segnali biochimici. Entrambe le strategie si basano su tre pilastri fondamentali: la presenza di cellule staminali mesenchimali (in particolare quelle derivate dalla papilla apicale); l’utilizzo di scaffold biocompatibili capaci di supportare la crescita cellulare; la creazione di microambienti bioattivi favorevoli alla differenziazione cellulare.

L’applicazione clinica attuale

Alcune tecniche rigenerative hanno già trovato spazio nella pratica clinica, come il direct pulp capping nei casi di esposizione pulpare e la rivascolarizzazione nei denti immaturi necrotici. Questi protocolli clinici sfruttano la capacità del coagulo di sangue di fungere da scaffold naturale e rilasciano fattori di crescita in grado di attrarre cellule staminali.

L’innovazione biomimetica: esosomi e aggregati cellulari

Una delle sfide principali è ottenere una rigenerazione che non sia solo istologicamente simile alla polpa dentale, ma anche funzionalmente attiva. In quest’ottica, la ricerca sta esplorando nuove vie. Come l'utilizzo di esosomi, piccoli vescicoli extracellulari capaci di veicolare segnali biochimici, e di aggregati cellulari tridimensionali, più vicini alla fisiologia naturale del tessuto pulpare.

Le criticità da superare

Permangono però numerosi ostacoli, come la gestione delle infezioni persistenti, il controllo della risposta immunitaria e l’integrazione efficace dei materiali usati con i tessuti residui. Inoltre, il microambiente locale deve essere modulato per favorire la rigenerazione, evitando infiammazioni croniche o riassorbimenti indesiderati.

Verso un’endodonzia rigenerativa personalizzata

Le terapie endodontiche rigenerative  tracciate nel presente studio, nonostante le difficoltà evidenziate, non sono solo una speranza teorica, ma una concreta direzione di sviluppo per il futuro dell’endodonzia. La sfida è ora traslare i risultati ottenuti in laboratorio verso protocolli clinici efficaci e riproducibili, come auspicano gli autori stessi della ricerca, pubblicata sul Journal of Advanced Research. 

Orientarsi in un dente. Tips and tricks

Autori

Silvia Di Felice

Odontoiatra, libera professionista, divulgatrice scientifica su piattaforme social

Affrontare il passaggio dalla teoria alla pratica clinica è una delle sfide più delicate e formative del percorso di studi in odontoiatria. Questa nuova rubrica nasce per accompagnare gli studenti del quinto e sesto anno in quel momento decisivo: quando, indossati guanti e mascherina, ci si siede davvero alla poltrona, davanti a un paziente reale.
Ogni articolo offrirà indicazioni operative chiare, dettagliate e aggiornate, per affrontare con sicurezza le procedure più comuni e imparare a riconoscere – e prevenire – gli errori più frequenti. Non solo il “come fare”, ma soprattutto il “perché farlo in un certo modo”, per sviluppare un approccio consapevole, critico e responsabile alla clinica.

 

Una delle prime difficoltà di uno studente o un neolaureato è capire la quantità di tessuto da rimuovere anche nelle semplici e prime procedure che ci si accinge a eseguire. Durante un’otturazione, come capire quando la carie è stata completamente rimossa? La polpa sarà in prossimità? Come appare la dentina sana? Sono solo alcune delle domande che insorgono durante le terapie. Sicuramente ciò che aiuta molto è l’esperienza clinica che si acquisisce dopo molto tempo di pratica e che renderà queste domande scontate e ovvie. Se però si è agli albori della carriera e questa esperienza clinica deve ancora consolidarsi come facciamo? Potremmo servirci di alcuni stratagemmi.

Riconoscere: smalto, dentina, composito

Durante le procedure conservative sarà necessario creare un accesso e rimuovere il tessuto cariato. Molto semplice se il dente non ha mai subito trattamenti, più difficile se è invece un reintervento in cui dovremo andare a rimuovere non solo tessuto dentinale e smalto ma anche il vecchio restauro. Come fare quindi a riconoscere questi tessuti e non rimuovere troppo? A livello clinico, la distinzione tra smalto, dentina e materiali restaurativi come il composito si basa su caratteristiche visive e tattili.
• Lo smalto appare liscio, duro, lucido e di colore bianco traslucido; è spesso più brillante rispetto agli altri tessuti ed emette un suono netto quando sondato.
• La dentina, al contrario, ha un aspetto più opaco, giallognolo, ed è meno dura al sondaggio. È altresì un tessuto più morbido e elastico che conviene rimuovere con una fresa a lame.
• Il composito, invece, può somigliare molto allo smalto come colorazione ma, quando rimosso con una fresa diamantata, dà una sensazione tattile molto morbida. Se abbiamo difficoltà nel suo riconoscimento possiamo servirci di una lampada UV, come la lampada di Wood. ¬Il composito quando illuminato da da questa fonte luminosa risulterà fluorescente.

Tessuto scuro ma duro: mi fermo? Ho rimosso tutto il tessuto cariato?

Durante la rimozione della carie, è comune imbattersi in dentina di colore scuro ma di consistenza dura. La domanda che sorge spontanea è: devo continuare a rimuoverla o posso fermarmi? Per rispondere, è fondamentale comprendere le differenze tra dentina infetta, dentina affetta e riconoscere segni empirici che possono darci una grande mano.
• Dentina infetta: è la porzione più esterna della lesione cariosa, caratterizzata da una struttura morbida, elevata contaminazione batterica e perdita irreversibile della matrice collagenica. Questo tessuto non è remineralizzabile e deve essere completamente rimosso durante la preparazione cavitaria.
• Dentina affetta: si trova al di sotto della dentina infetta e presenta una parziale demineralizzazione con una struttura collagenica ancora intatta. Sebbene possa apparire scura, la sua consistenza è più dura rispetto alla dentina infetta. Studi hanno dimostrato che, se adeguatamente sigillata, la dentina affetta può essere lasciata in sede senza compromettere la salute pulpare, riducendone il rischio di esposizione durante la rimozione della carie (1). È importante notare che la presenza di dentina affetta non compromette necessariamente l’efficacia dell’adesione dei materiali restaurativi. Tuttavia, la sua rimozione può essere considerata se si ritiene che possa interferire con la longevità della restaurazione.
Un segno empirico ma molto affidabile per il clinico è il “cri dentinale”, ovvero il sottile suono “stridulo” che si ottiene al sondaggio della dentina sana con l’escavatore o con la fresa. Questo suono cambia notevolmente quando la fresa attraversa dentina demineralizzata o cariata, diventando più smorzato. Altro segno importante: quando si usa una fresa multilama, e questa non produce più trucioli, ma semplicemente scivola sulla superficie dentinale senza asportare materiale, è un’indicazione che si è raggiunta la dentina sana o affetta.
In conclusione, la decisione di rimuovere o conservare la dentina scura ma dura deve basarsi su una valutazione clinica attenta, considerando la consistenza del tessuto, i segni empirici, la profondità della lesione e il rischio di esposizione pulpare.

 

A destra lesione cariosa completamente rimossa; la dentina appare opaca, di colore giallo. A sinistra la dentina infetta, morbida e con alta contaminazione batterica

 

Conoscere gli spessori tessutali

Conoscere gli spessori dei tessuti dentali è fondamentale per numerosi aspetti:
• pianificazione conservativa e prevenzione delle esposizioni pulpari. Comprendere lo spessore medio dello smalto e della dentina può ridurre il rischio di esposizione involontaria della polpa;
• ottimizzazione delle preparazioni protesiche. Conoscere lo spessore dei tessuti può guidare nella scelta della preparazione;
• miglioramento delle tecniche adesive. La conoscenza della struttura e dello spessore della dentina e dello smalto è fondamentale per l’adesione. Questa è generalmente più forte quando si lavora su smalto rispetto alla dentina, influenzando la scelta dei materiali e dei protocolli adesivi;
• supporto nella diagnosi e nel trattamento ortodontico. Conoscere lo spessore dello smalto è utile anche in ortodonzia, specialmente durante le procedure di stripping interprossimale;
• guida nelle procedure endodontiche.

Spessore medio dello smalto dentale

Lo spessore dello smalto varia in base all’età dei pazienti, alle eventuali parafunzioni, e alla tipologia di denti che stiamo prendendo in considerazione.
Per tutti i denti nello stesso quadrante, lo spessore medio dello smalto aumenta gradualmente dagli incisivi ai molari con valori mediani medi (2):

• incisivi centrali (1,96 mm),
• incisivi laterali (2,04 mm) e canini (2,24 mm)
• premolari è di 2,44 mm
• per i molari è di 2,59 mm.

Da questi valori potremo fare delle considerazioni. Conoscere lo spessore ci aiuta sicuramente a valutare la preparazione per faccette e corone, riuscendo a prevedere il substrato su cui sarà poi necessario fare adesione o a determinare la quantità massima di smalto interprossimale da rimuovere in ortodonzia.

Distanza superficie occlusale – Tetto della camera pulpare/pavimento/biforcazione

Importante conoscere questi valori nelle procedure di apertura di camera pulpare e devitalizzazione. Non sempre, infatti, i principali punti di repere sono presenti ma i denti che ci troviamo a trattare sono spesso reduci da vecchi restauri, parafunzioni e portano con sé i segni dell’età.
• La distanza tra il solco centrale e il tetto della camera pulpare nei primi molari ha un valore di 3,87±0,29;
• dal solco centrale al pavimento misura 6,34 ± 0,29 mm;
• 8,37 ± 0,33 mm è invece la distanza media tra il solco centrale della fossa centrale e la biforcazione3.
Conoscere questi valori permette di evitare alcuni dei più comuni errori che si commettono durante le procedure conservative o endodontiche, come perforazioni o errori durante la localizzazione degli orifizi canalari.

Età del paziente

La camera pulpare tende negli anni a ridursi a seguito della produzione di dentina secondaria. La camera pulpare di un soggetto giovane sarà quindi molto più rappresentata all’interno del dente rispetto a quella di un soggetto adulto (4-5-6).

Strumenti dalla nostra parte

Per capire quanto tessuto abbiamo rimosso potremo ricorrere alla sonda parodontale e alla conoscenza della lunghezza della parte lavorante della fresa. In relazione agli spessori tessutali, da ciò risulta logico che, facendo lavorare una fresa da 6 mm a tutto spessore ci troveremo già in camera, a livello del pavimento. Superare questa misura (8 mm) potrebbe quindi generare una perforazione o una scalfitura del pavimento della camera pulpare. Avere quindi coscienza delle misure dei nostri strumenti può ridurre notevolmente l’incidenza di errori come la perforazione.

Riferimenti esterni

Un riferimento esterno importante di cui possiamo usufruire è la CEJ. In uno studio di Deutsch e Musikant, il tetto della camera pulpare è stato trovato allo stesso livello della CEJ in circa il 98% dei casi (7). Quando saremo proiettivamente a livello dell’uncino ci troveremmo quindi in prossimità della camera pulpare.

Osservazione dell’RX

L’osservazione dell’RX endorale è fondamentale prima di iniziare qualsiasi terapia. Questa offre una visione in scala 1:1 del nostro dente ed è utile per osservare la profondità di una lesione cariosa e lo spessore dei tessuti. Tuttavia, è essenziale ricordare che si tratta di un’immagine bidimensionale di una struttura che non lo è, il che comporta alcune limitazioni diagnostiche. In particolare, la sovrapposizione dei tessuti vestibolari e palatali può celare lesioni che potrebbero essere rilevate attraverso l’esame obbiettivo. Da sola non è infatti sufficiente per fare diagnosi di carie. Lo smalto è inoltre un tessuto più duro e più radiopaco rispetto alla dentina. Da queste considerazioni la sottostima delle dimensioni reali delle lesioni è una cosa che dobbiamo tenere presente.

Segni di essere in polpa e pavimento della camera pulpare. Come appare?

Sicuramente abbiamo moltissimi modi per capirlo: sensazione di caduta nel vuoto della fresa (per denti che hanno una camera ben rappresentata), sanguinamento, colore. Il pavimento della camera ha un colore più scuro, tendente al grigio. Una volta identificato quello che dovremmo fare è allargare il disegno cavitario, e cercare i canali in quanto questi saranno posizionati agli estremi del nostro disegno. Una volta trovato il pavimento non sarà più necessario approfondirci con la fresa ma spostarci in lateralità (8-9).

 

Bibliografia
  1. Thompson V, Craig RG, Curro FA, Green WS, ShipJA. Treatment of deep carious lesions by completeexcavation or partial removal: a critical review. J AmDent Assoc. 2008 Jun;139(6):705-12. doi: 10.14219/jada.archive.2008.0252. PMID: 18519994; PMCID:PMC2692285.
  2. Yu, W., Wang, X. & Yang, H. Clinically oriented automaticthree-dimensional enamel segmentation via deeplearning. BMC Oral Health 25, 133 (2025). https://doi.org/10.1186/s12903-024-05385-13.
  3. Gaba C, Gurtu A, Bansal R, Kumar P. Morphologicalmeasurements of anatomical landmarks in humanmaxillary first molar pulp chambers and evaluation ofnumber of pulp canal orifices using spiral computedtomography: An in vitro study. J Conserv Dent. 2019 May-Jun;22(3):233-236. doi: 10.4103/JCD.JCD_568_18.PMID: 31367104; PMCID: PMC6632619.
  4. Ahmed HMA, Wolf TG, Rossi-Fedele G, Dummer PMH.The Study and Relevance of Pulp Chamber Anatomyin Endodontics – A Comprehensive Review. EurEndod J. 2024 Jan 1;9(1):18-34. doi: 10.14744/eej.2023.76598. Epub 2023 Nov 22. PMID: 37990569;PMCID: PMC10777087.
  5. Shaw L, Jones AD. Morphological considerations of thedental pulp chamber from radiographs of molar and premolar teeth. J Dent. 1984 Jun;12(2):139-45. doi:10.1016/0300-5712(84)90048-4. PMID: 6589252.
  6. Effects of Function on Healthy Teeth: The Evidence of Ancient Athenian Remains Philippas, George G. TheJournal of the American Dental Association, Volume 45,Issue 4, 443 – 453.
  7. Stambaugh RV, Wittrock JW. The relationship of the pulpchamber to the external surface of the tooth. J ProsthetDent. 1977 May;37(5):537-46. doi: 10.1016/0022-3913(77)90168-8. PMID: 265407.
  8. Krasner P, Rankow HJ. Anatomy of the pulp-chamber floor.J Endod. 2004;30(1):5–16. doi: 10.1097/00004770-200401000-00002
  9. Acosta Vigouroux SA, Trugeda Bosaans SA. Anatomy ofthe pulp chamber floor of the permanent maxillary firstmolar. J Endod. 1978 Jul;4(7):214-9. doi: 10.1016/S0099-2399(78)80186-1. PMID: 283185.

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