Come noto, l’impianto viene inserito all’interno dell’osso alveolare rispettando un range ottimale di torque, corrispondente alla stabilità primaria, per poi andare incontro al processo di osteointegrazione, corrispondente alla stabilità secondaria.

L’osso nativo rappresenta sempre il gold standard per il posizionamento degli impianti. Volendo però recuperare a fini implantari mascellari soggetti ad atrofie gravi, diventa spesso sistematica la necessità di implementare la struttura scheletrica presente. A questo proposito, sono state studiate e validate numerose tecniche di bone augmentation basate sull’inserimento di innesto osseo. A questo proposito, il tessuto autologo costituisce a sua volta lo standard di riferimento, trovandosi tuttavia gravato da indaginosità operativa e morbilità per il paziente. Un valido compromesso può essere rappresentato dall’aggiunta di sostituti ossei: i più largamente usati in campo odontoiatrico sono quelli xenogenici.

È chiaro che lo xenoinnesto presenta caratteristiche diverse dall’innesto autologo, che pure è differente dall’osso natio: è auspicabile che tali differenze siano le più ridotte possibile. Pare comunque logico attendersi che il comportamento dell’impianto possa variare, in termini di stabilità, a seconda del substrato osseo.

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A questo proposito, pare interessante considerare lo studio recentemente condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Granada, in Spagna, e pubblicato sul Journal of Clinical Medicine.

Il lavoro si è proposto di confrontare i valori delle frequenze di risonanza negli impianti inseriti in osso rigenerato con quelli relativi a impianti inseriti in osso natio.

Lo studio ha coinvolto un totale di 31 pazienti, in cui sono stati inseriti complessivamente 60 impianti. 30 di questi impianti sono stati inseriti, dopo un periodo di guarigione di 2 anni dall’estrazione, in osso non sottoposto a rigenerazione. La seconda metà è rappresentata da impianti inseriti in osso rigenerato: nello specifico, a una distanza di 6 mesi da un trattamento di bone augmentation con xenoinnesto osseo.

L’analisi della frequenza di risonanza è stata condotta al baseline, quindi a 8 settimane, infine a 12. L’analisi statistica ha evidenziato differenze significative, tra i due gruppi, a tutti i controlli. Ricavati i quozienti di stabilità ISQ, l’analisi ha evidenziato come questi siano stati significativamente influenzati dalla qualità ossea al tempo zero, ma non a 8 né a 12 settimane.

In altre parole, lo studio ha evidenziato come la qualità ossea – ovvero la ricostruzione con innesto osseo xenogenico – possa influenzare la stabilità primaria ma non quella secondaria. Va ricordato come questo dato faccia, comunque, riferimento a un confronto con il gold standard dell’osso natio. Ciò supporta la necessità di una maggiore attenzione nei protocolli di carico protesico immediato contestuale a innesto osseo, il quale comunque non viene controindicato in assoluto.

Riferimenti bibliografici su stabilità implantare
Stabilità implantare in relazione alla qualità ossea - Ultima modifica: 2021-08-20T06:35:55+00:00 da redazione

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