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Le barriere architettoniche: vincoli e soluzioni

L’accesso agli studi odontoiatrici e ai relativi locali da parte dei portatori di handicap viene regolamentato in modo diverso da regione a regione, ma qualche regola è comunque valida per tutte: vediamone alcune.

Quando ci si accinge a progettare uno studio, uno dei primi problemi da affrontare riguarda la rispondenza alla normativa vigente relativa al superamento delle barriere architettoniche. In Italia, la legislazione di riferimento è costituita dalla Legge n° 13 del 9 gennaio 1989, «Disposizioni per favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati», e dal successivo Decreto Ministeriale n° 236 del 14 giugno 1989 «Prescrizioni tecniche necessarie a garantire l’accessibilità, l’adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata e agevolata».

Tali testi prescrivono come e in quali misure tutti gli edi ci debbano essere adeguati all’accessibilità, alla visitabilità o all’adattabilità, alla fruizione degli spazi da parte di persone portatrici di handicap. Nel caso di uno studio odontoiatrico le normative emanate dalle Regioni e recepite dalle A.S.L. richiedono che l’accessibilità allo studio venga garantita nel rispetto della normativa vigente, e che i locali destinati alle funzioni minime dello studio siano accessibili da parte di persone in sedia a rotelle.

Questo vuol dire che ogni unità immobiliare destinata a studio sdontoiatrico deve essere raggiungibile da parte del particolari. Il tipico esempio lo troviamo nelle palazzine costruite nel periodo anteguerra, nelle quali si era soliti realizzare al posto del piano terreno un piano ammezzato, ovvero l’androne condominiale era rialzato rispetto al livello stradale di alcuni gradini. Soluzione che nobilitava l’ambiente a livello di importanza dello stabile. Diversamente, nel dopoguerra, in seguito alla promulgazione di normative urbanistiche che imponevano dei limiti volumetrici differenti, si sono progettati molti condomini con il piano terreno a un livello inferiore rispetto a quello stradale, creando gradonate o vialetti in discesa per accedere agli androni dello stabile.

In entrambi i casi il dislivello di accesso ci obbliga spesso oggi ad adottare svariati sistemi di superamento da parte delle persone in carrozzella. Quando ci troviamo a un piano superiore, invece, il problema risiede solitamente nella larghezza della cabina dell’ascensore: in passato, infatti, il dimensionamento degli impianti di risalita verticale difficilmente consentiva l’accesso di una sedia a rotelle. In questi casi la soluzione più adottata, e quasi sempre accettata dalle A.S.L., consiste nel dotare lo studio di una sedia a rotelle di dimensioni ridotte, in modo da poter far accedere il portatore di handicap alla cabina utilizzando la sedia dello studio anziché la propria. Un altro sistema consiste nell’installare un servoscala, ovvero una pedana motorizzata che sollevi la carrozzella dal piano terreno lungo la rampa delle scale.

Tale soluzione, però, oltre che costosa, trova l’ostracismo da parte degli altri condomini, in quanto esteticamente poco gradevole e ingombrante. Solitamente questo sistema viene adottato per far superare un dislivello ridotto, costituito dai pochi gradini presenti nell’androne dello stabile, e qualora l’installazione si limiti solo a questa zona, senza estendersi alle rampe delle scale, si riesce più facilmente a farla accettare dall’assemblea del condominio. Un’altra soluzione consiste nel dotare lo studio di un trattorino motorizzato, ovvero di un carrello sollevatore, dotato di cingoli, che permette di far salire i gradini delle scale alla carrozzella. È un apparecchio simile a quello utilizzato dai facchini, e di solito ne viene consentito l’uso da parte delle A.S.L. fino al primo piano.

In alternativa all’acquisto, sempre qualora l’A.S.L lo accetti, si può optare per un contratto di abbonamento a un’associazione di trasporto disabili, che, a fronte di un canone annuo, si rende disponibile a intervenire su prenotazione portando il trattorino presso lo studio abbonato. Un’ulteriore alternativa all’acquisto del carrello elevatore è data dalla condivisione di tale apparecchio in società con altri professionisti; dla momento che il lavoro del dentista si svolge su appuntamento, è possibile quindi prenotare la disponibilità di tale apparecchio insieme ad altri colleghi. Ovviamente, anche in questo caso sarebbe utile verificare con l’A.S.L. la reale accettabilità della formula.

Infine, per far superare pochi gradini in modo semplice e soprattutto economico, qualora le caratteristiche dello stabile lo consentano, si può prevedere l’installazione fissa o mobile di una pedana inclinata, ma è necessario rispettare una specifica tabella che norma le pendenze massime realizzabili e che di solito non possono superare il 10-12%. Di conseguenza lo sviluppo in lunghezza di tale pedana ne rende difficile l’installazione nella maggior parte dei casi.

È interessante notare però come nel Decreto Ministeriale di riferimento, il succitato 236/89, sia presente un articolo completamente disatteso dalla quasi totalità delle A.S.L.: Art. 5.7. Visitabilità condizionata: negli edifici, unità immobiliari o ambientali aperti al pubblico esistenti, che non vengano sottoposti a ristrutturazione e che non siano in tutto o in parte rispondenti ai criteri per l’accessibilità contenuti nel presente decreto, ma nei quali esista la possibilità di fruizione mediante personale di aiuto anche per le persone a ridotta o impedita capacità motoria, deve essere posto in prossimità dell’ingresso un apposito pulsante di chiamata al quale deve essere affiancato il simbolo internazionale di accessibilità di cui all’art. 2 del decreto del Presidente della Repubblica 384-78.

Questo articolo consentirebbe a quegli edifici, ove non sia ragionevolmente ed economicamente possibile intervenire con opere che ne mutino le caratteristiche di accessibilità, di poter rientrare nella norma, qualora in studio vi siano due operatori capaci di sollevare la carrozzella e farle superare i gradini che la separano dall’ingresso dello studio. Come accennato in precedenza, nella quasi totalità dei casi le A.S.L. non consentono l’applicazione di tale norma, ma, prima di procedere con più costosi sistemi alternativi, vale la pena interrogare il funzionario di zona.

Gli ambienti dello studio

A questo punto, arrivati all’ingresso dello studio, dobbiamo prendere in considerazione i locali interni. Le normative che regolano le autorizzazioni sanitarie, pur variando da regione a regione, di solito richiedono che il paziente possa accedere a tutte le funzioni svolte nello studio, ma non a tutti i locali. Il paziente dovrebbe, quindi, poter accedere agli spazi di attesa, amministrazione, a uno studio di visita, al locale raggi (se presente) e, ovviamente, a un servizio igienico. Sul dimensionamento di quest’ultimo ambiente sono state date numerose interpretazioni errate, e la prova ne è che la maggior parte di servizi igienici che si trovano nei locali pubblici (ristoranti, autogrill, uffici pubblici ecc.) quasi sempre non ottempera alla normativa per dimensionamento o allestimento.

Il D.M. 236 è molto chiaro in materia e le prescrizioni da seguire sono abbastanza semplici. L’accesso al locale deve essere garantito da una porta scorrevole o apribile verso l’esterno, che garantisca un passaggio netto di 90 cm, se si tratta di edificio di nuova costruzione, o di 80 cm in caso di ristrutturazione di un edificio esistente. Internamente, le misure da rispettare sono le seguenti:

Art. 8.1.6 …….

  • lo spazio necessario all’accostamento e al trasferimento laterale dalla sedia a ruote alla tazza w.c. e al bidet, ove previsto, deve essere minimo 100 cm misurati dall’asse dell’apparecchio sanitario; 
  • lo spazio necessario all’accostamento frontale della sedia a ruote al lavabo deve essere minimo di 80 cm misurati dal bordo anteriore del lavabo; 
  • i lavabi devono avere il piano superiore posto a cm 80 dal calpestio ed essere sempre senza colonna con sifone preferibilmente del tipo accostato o incassato a parete; 
  • i w.c. e i bidet preferibilmente sono di tipo sospeso, in particolare l’asse della tazza w.c. o del bidet deve essere posto a una distanza minima di cm 40 dalla parete laterale, il bordo anteriore a cm 75-80 dalla parete posteriore e il piano superiore a cm 45-50 dal calpestio. Qualora l’asse della tazza w.c. o bidet sia distante più di 40 cm dalla parete, si deve prevedere, a cm 40 dall’asse dell’apparecchio sanitario, un maniglione o corrimano per consentire il trasferimento. Nei servizi igienici dei locali aperti al pubblico è necessario prevedere e installare il corrimano in prossimità della tazza w.c., posto ad altezza di cm 80 dal calpestio, e di diametro cm 3-4; se fissato a parete deve essere posto a cm 5 dalla stessa… 

Inoltre, all’interno del locale deve essere garantita la rotazione della carrozzella, ovvero deve essere graficamente disegnabile un cerchio avente diametro di 150 cm, al di fuori dell’ingombro del wc, anche passante sotto il lavabo. Tali obblighi dimensionali, se correttamente applicati, rendono il canonico bagno di 180 cm x 180 cm fuori norma. Le dimensioni minime del locale, come riportate nel disegno, sono quindi di 150 cm x 210 cm, se sviluppate nel minor ingombro possibile.

L’installazione dei maniglioni, infine, è obbligatoria sulla parete dal lato opposto a quello dell’accostamento della sedia, ma non deve essere realizzata da quest’ultimo lato per non precludere l’avvicinamento della carrozzella. Dall’analisi di queste norme si evince quindi che, per una corretta realizzazione di un bagno a norma per i disabili, non è necessario ricorrere all’installazione di quegli «orrendi» sanitari solitamente utilizzati nei bagni pubblici: sarà sufficiente utilizzare sanitari normali, installati con accorgimenti dimensionali tali da rispondere ai requisiti richiesti, creando degli ambienti gradevoli e sicuramente meno inquietanti di quanto si vede in alberghi, ospedali o autogrill.

Autorizzazione all’apertura: il modello lombardo

L’apertura e/o l’adeguamento normativo di uno studio odontoiatrico rappresentano senza dubbio un impegno importante e gravoso non solo dal punto di vista economico ma sicuramente anche nell’ottica degli adempimenti organizzativi e strutturali. A fronte di riferimenti nazionali (DPR 14/01/97 e D.g.r. 38133/98) ci sembra opportuno fornire un quadro complessivo descrivendo il modello lombardo che rappresenta, quantomeno per numero e importanza degli insediamenti, un interessante riferimento per tutti. Tutti i riferimenti normativi e procedurali riportano a normative regionali e/o regolamenti sanitari reperibili in siti pubblici e di libero accesso.

 

La normativa lombarda si riferisce principalmente alla LR n31 del 1997, alla LR n.1515 del 1999 e alla DGR n.VII/3312 del 2001.

L'attività odontoiatrica monospecialistica (AOM)

La riclassificazione

L’attività odontoiatrica, svolta all’interno di realtà organizzative monospecialistiche e definita da requisiti propri (D.G.R. VII° n. 5724 del 27 luglio 2001), prevedeva la possibilità di riclassificazione per gli ambulatori odontoiatrici già autorizzati e in esercizio. L’istanza di riclassificazione doveva essere presentata entro il 15.3.2002. Hanno potuto produrre istanza di riclassificazione, ai sensi della delibera n. 7839 del 25.1.2002 tutte le attività odontoiatriche, anche quelle non autorizzate ai sensi della Legge Regionale 5/86 ma comunque legittimamente in esercizio, provvedendo ad adeguarsi ai requisiti previsti, nei tempi definiti in cinque anni a partire dal 15 marzo 2002.

Tale possibilità è stata riservata esclusivamente ai soggetti già in esercizio alla data di pubblicazione della delibera citata e che svolgevano solamente attività odontoiatrica, indipendentemente dal numero di specialisti odontoiatri presenti nella sede e dal numero di riuniti utilizzati, purché non vi fosse la presenza di altre attività riconducibili ad altre branche specialistiche, pena la necessità di un’autorizzazione per struttura poliambulatoriale. La mancata richiesta di riclassificazione dei soggetti già autorizzati all’esercizio dell’attività odontoiatrica ha comportato il mantenimento del regime autorizzativo previsto per le strutture ambulatoriali.

L’autorizzazione

La Legge Regionale n. 8 del 02/04/2007 ha abolito l’obbligo dell’autorizzazione sanitaria per tutte le attività sanitarie, le quali, fermo restando il possesso dei requisiti minimi stabiliti dalle disposizioni vigenti, devono presentare una denuncia di inizio attività alla ASL competente per territorio tramite consegna diretta o raccomandata RR. Tale denuncia, per le attività sanitarie, in attesa dell’aggiornamento delle procedure regionali, dovrà essere presentata utilizzando il software regionale per le istanze di autorizzazione all’esercizio unitamente alla documentazione già prevista, in particolare l’autocertificazione del possesso dei requisiti minimi previsti.

La ASL provvederà alle verifiche di competenza entro sessanta giorni dal ricevimento della denuncia.

Tipologia dei requisiti

I requisiti cui è necessario rispondere per ogni Istanza si distinguono in base alla loro tipologia, al livello organizzativo cui fanno riferimento e al contesto di applicazione (per l’ Accreditamento).

Lo schema è il seguente:

  • tipologia: • Organizzativi e funzionali (O); • Strutturali e tecnologici (S);
  • livello: • Generali (G), facenti riferimento alla intera struttura/edificio; • Specifici (S), facenti riferimento al livello di macroattività. Le combinazioni possibili generano quattro tipi di requisiti: • OG: Organizzativi Generali; • S: Specifici; • SG: Strutturali Generali per edificio; • SS: Strutturali Specifici.

Le domande relative ai requisiti organizzativi generali (OG) sono poste a livello di struttura, mentre quelle relative ai requisiti strutturali generali (SG) sono poste a livello di edificio; nel caso quindi di più edifici, è necessario rispondere a tali requisiti tante volte quante sono gli edifici. Le domande relative ai requisiti specifici sono poste a livello di Macroattività. La tipologia di Istanza, la tipologia di struttura e il contesto di applicazione (per l’ Accreditamento) influenzano la visualizzazione dei requisiti.

L’utente quindi ha la certezza che i requisiti cui sta rispondendo sono solo e tutti quelli necessari per la struttura per cui si sta presentando Istanza. Le risposte date ai requisiti hanno valore di autocertificazione di possesso degli stessi e di assunzione di responsabilità per le risposte date. Le domande sono poste in modo che si possa rispondere solo in modo affermativo o negativo (sì/no). Nel caso di risposta negativa, in alcune fattispecie è prevista la possibilità di inserire un numero di giorni entro i quali si ritiene di poter soddisfare il requisito (piano di adeguamento, vedi tabella 1).

I requisiti per AOM

Le griglie sulle quali si sviluppano i requisiti richiesti, per una AOM, sono reperibili facilmente sul sito della regione. Ci soffermeremo qui sui capitoli «master» da rispettare e verificare e cominceremo quindi a porci le domande fondamentali cui dare risposta. Ogni punto di questi requisiti, in particolare quelli generali, è poi suddiviso in una serie piuttosto consistente di particolarità di cui dobbiamo necessariamente tener conto ma che qui omettiamo per ragioni di brevità (tabelle 2 e 3).

Nuova struttura

Per «Nuova struttura» si intende sia un nuovo soggetto, sia un nuovo presidio, ovvero un nuovo fabbricato in un’area ove non esiste una precedente struttura sanitaria. In particolare, nella Circolare 26/SAN si definisce «Nuova struttura»:

  • un nuovo fabbricato su lotto ove non esista alcuna struttura di Ricovero e Cura;
  • fabbricato derivante da demolizione e ricostruzione anche se in area dove esiste già una struttura sanitaria;
  • un nuovo fabbricato, adibito ad attività sanitaria, non in aderenza con un fabbricato preesistente adibito a struttura di Ricovero e Cura, anche se collegato, entro o fuori terra, a un fabbricato preesistente adibito a struttura di Ricovero e Cura;
  • cambio di destinazione di un fabbricato non originariamente adibito ad attività sanitaria;
  • cambio di destinazione di parte di un fabbricato, qualora nessuna parte dello stesso sia originariamente adibita ad attività sanitaria. Ovviamente, in questo caso, la nuova struttura dovrà rispondere a tutti i requisiti strutturali e organizzativi, generali e specifici, richiesti dalla normativa in vigore.

La trasformazione

Per «Trasformazione» di una struttura già in esercizio si intende una nuova destinazione o modifica d’uso degli edifici o di parti di essi, con o senza interventi edili, mantenendo le funzioni sanitarie già svolte. In particolare, sono eccezioni alla fattispecie «Trasformazione» i seguenti casi:

  • trasferimenti di attività;
  • adeguamento in materia di sicurezza;
  • adeguamento ai requisiti strutturali e/o tecnologici generali;
  • adeguamento ai requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi specifici;
  • manutenzione ordinaria.

Un esempio tipico, in una AOM, è la trasformazione di un locale studio privato in sala medica. In un tale caso, o in casi assimilabili, è richiesta la presentazione di una istanza di trasformazione.

L’ampliamento

Per «Ampliamento» di una struttura già in esercizio si intendono sia l’aumento del numero dei posti letto sia l’attivazione di funzioni sanitarie non precedentemente svolte. Sono, queste, evenienze non disponibili per una AOM.

L’accreditamento

I soggetti individuati come realtà odontoiatriche monospecialistiche non potranno accedere all’accreditamento, che rimane riservato alle strutture autorizzate come ambulatori. Per potervi accedere, o lo studio odontoiatrico non si è riclassificato come AOM, al momento della presentazione delle istanze di riclassificazione, rimanendo classificato come ambulatorio, altrimenti necessita di riclassificazione verso una struttura ambulatoriale.

Teniamo sempre ben presente un insegnamento fondamentale: una corretta e attenta valutazione iniziale, l’adozione di criteri di scelta ponderati e lungimiranti, sono presupposto fondamentale non solo per l’iter autorizzativo, ma anche per una serena gestione dell’attività.

Sindrome della poltrona vuota: è l’occasione per cambiare bene

Medico dentista laserterapia perimplantite

La crisi dell’economia italiana conferma il crollo dei consumi odontoiatrici e la grande incertezza che pervade la clientela e gli Odontoiatri come imprenditori. Nell’articolo si affronta il tema del crollo delle presenze negli studi con la crescente competizione sulle tariffe. Si procede con un’analisi dei comportamenti di acquisto e dei fattori economici che governano il settore dell’odontoiatria, quindi si spiegano le fondamentali azioni competitive per affrontare la crisi e sfruttarla a proprio vantaggio per un migliore posizionamento dello studio.

 

Si fa un gran parlare di pazienti in fuga, di telefono che non squilla e di poltrone vuote, se è vero che c’è stato un crollo del 25% delle sedute e degli introiti in tre mesi. Anche alla televisione nazionale si racconta di ventimila pazienti che ogni anno emigrano all’est, dei sei italiani su dieci che un dentista nel 2008 non l’hanno visto proprio per risparmiare e dei 2 milioni che hanno rinunciato a curarsi. Nella percezione degli italiani e anche secondo alcuni confronti tra le nazioni europee il servizio odontoiatrico italiano costa troppo.

Le reazioni più note a questo fenomeno sono i gruppi di acquisto per risparmiare su materiale e strumenti e continuare a offrire qualità a prezzi ridotti (iniziativa Ansoc) o gli accordi tra Ministero e professionisti dell’Andi per offrire tariffe “sociali”. Al di là del metterci una pezza indispensabile, non si può reagire in modo scoordinato alla crisi. E’ il momento giusto per fare riflessioni strategiche e reagire più forti e determinati di prima.

Non tutti i dentisti supereranno la crisi illesi:

  • i più anziani cercheranno di chiudere o vendere lo studio per uscire dal mercato;
  • i più sprovveduti “terranno botta” riducendo il proprio reddito, ma uscendone indeboliti;
  • i più giovani cercheranno di aggregarsi, ma rinunciando all’autonomia professionale.

Una breve analisi micro economica

Vi sono diversi elementi economicamente oggettivi che ci devono portare a riflettere su come affrontare il futuro; le ricerche di Dentista Moderno, le verifiche fatte da Dental Academy negli studi e la (sparuta) ricerca disponibile sull’economia delle attività mediche professionali1 ci confermano alcune cose:

1. debole trigger d’acquisto:
i pazienti possono permettersi di aspettare a fare un intervento alla bocca fino a che questo non diventa strettamente necessario, poiché molte patologie hanno una sintomatologia sopportabile.

2. Elevata elasticità al prezzo:
le ricerche disponibili sul rapporto tra prezzi e consumi di servizi odontoiatrici ci dicono che il mercato risponde bene (in modo più che proporzionale) alle riduzioni di prezzo.

3. Elevata elasticità al reddito:
anche in questo caso sembra proprio che al migliorare delle condizioni economiche della famiglia aumentino i consumi di servizi odontoiatrici.

4. Scarso incremento della produttività alla poltrona, all’aumentare delle dimensioni dello studio:
questo significa che non ci sono efficaci curve di esperienza o di specializzazione all’interno dello studio, semmai incrementi di efficacia dovuti alla maggiore destrezza clinica del medico.

5. Elevate economie di scala sui costi fissi, all’aumentare delle dimensioni dello studio:
come già discusso molte altre volte in questa rubrica, le efficienze di uno studio associato o di un titolare con molti dipendenti sono molto interessanti. Si può apprezzare un miglioramento del 25% rispetto agli studi singoli, grazie a economie di scala dovute a migliori standard procedurali, maggiore capacità di sfruttamento del personale ausiliario e amministrativo, maggiore efficienza nell’utilizzo degli spazi dello studio, maggiore facilità di ammortamento di apparecchiature e di finanziamento dell’acquisto. Senza contare la maggiore capacità competitiva in termini di prezzo!

6. Maggiore attrattività degli studi di grandi dimensioni:
gli studi con tre o più dentisti hanno un volume di visite 20% superiore agli studi con uno o due operatori, grazie alla migliore organizzazione, servizio al cliente e maggiore pianificazione dei contatti.

Le azioni concrete

In Italia i prezzi comunque variano moltissimo, anche di duemila euro per la stessa prestazione, testimonia una ricerca di Altroconsumo. La nostra idea è che ci può stare benissimo, se vi sono differenti livelli di servizio. E’ altrettanto ineluttabile che un dentista ceco o sloveno abbia costi (e redditi) più bassi, legislazioni meno “stringenti” e che abbia una capacità di attrazione su ampie fasce di clientela. Se pensiamo che dopo questa crisi si possa continuare a guadagnare bene, lavorare poco e non avere concorrenza, è meglio chiudere subito l’articolo e mandare a quel paese Zamagni. Se invece pensiamo che l’attività Odontoiatrica sia un’impresa, certo di natura medica ed etica, ma un’attività economica a tutti gli effetti, allora accettiamo tutte le razionali conseguenze:

1. si possono diminuire i prezzi (non solo scaricando sui fornitori il taglio effettuato, come fanno i supermercati) se si aumentano le dimensioni dello studio, grazie alle economie di scala sopra citate.

A patto che:

a. l’odontoiatra diventi un manager, per gestire un’organizzazione più complessa con un maggiore numero di dipendenti.

b. Lo studio agisca in modo programmato dal punto di vista della comunicazione e della gestione della base clienti, per mantenere elevati volumi di pazienti.

2. Si può mantenere un livello di prezzi più alto se ci si posiziona su patologie di nicchia (strategia ampiamente esplorata) o su un target di clientela ad alta capacità di reddito.

A patto che:

a. la qualità percepita sia elevata (attenzione alla variabile relazionale con il personale, la bellezza dello studio è solo una componente), per giustificare il delta prezzo.

b. Ci si specializzi su servizi ad alto valore aggiunto (estetica, ad esempio), per lavorare su un’utilità percepita come elevata per il paziente.

c. Si operi un marketing attivo di posizionamento dello studio sul target, per aumentare la penetrazione nel segmento di mercato prescelto, lavorando sistematicamente sui nuclei famigliari. Non basta pavoneggiarsi da dentista della nobiltà per fare arrivare i clienti.

3. Si può compensare la diminuzione di margine - causata dalla riduzione di prezzo - con un aumento dei volumi se:

a. si fa comunicazione della propria promozione per aumentare il traffico e il numero di preventivi.

b. Si “vincono” preventivi, dimostrando al cliente i benefici con trasparenza ed empatia.

c. Si fidelizza il cliente in modo attivo con piani di assistenza, per stabilizzare la base clienti e ridurre il costo di interventi massivi con la prevenzione.

d. Si sensibilizza il cliente, durante un piano di assistenza programmato, sulle conseguenze di un rimando degli interventi (particolarmente importante per gli studi sulle piazze di piccolo potenziale).

e. Si usano strumenti di finanziamento, per affrontare la crisi di liquidità delle famiglie.

1 Cost and competition in American medicine: theory, policy, and institutions - Les Seplaki - University Press of America, 1994 – Capitolo 18: cost and competition in dentistry Balancing dental excellence and business success - C Values, V Formation - Dental Abstracts, 2007 Competition and dental services - . J. Grytten, R. Sørensen - Health economics 9: 447-461, 2000

Studio odontoiatrico: tra sogno e realtà

Studio odontoiatrico: tra sogno e realtà

Vorrei raccontare di un caso e di una situazione ricorrente nella nostra professione: risulteranno entrambi utili per sgombrare il campo da diversi equivoci che circondano l’attività di progettazione e di realizzazione di ambienti sanitari. Per dirla molto chiaramente: per separare ciò che per ogni progettista è quasi sempre un sogno da ciò che è quasi sempre la realtà.  Qual è il sogno? Che il nostro cliente si rivolga allo studio di progettazione ancor prima di aver pianificato la propria attività, vale a dire nel momento dell’acquisizione dell’unità immobiliare nella quale realizzare la struttura ambulatoriale o poliambulatoriale che sia. La cui scelta verrebbe così effettuata anche con l’opinione dell’architetto, rendendolo quantomeno corresponsabile nel definire la metratura, le difficoltà tecniche della ristrutturazione, la valutazione di mercato della tipologia dei pazienti e le analisi delle funzioni esercitate.

L’ubicazione: i perché della scelta                                       

Magari fosse così! Magari potessimo disporre di tanta influenza noi progettisti. In trent’anni, mi è quasi sempre capitato il contrario. Per aprire l’attività il cliente valuta la scelta dell’immobile da affittare o da acquistare, sulla base di precise caratteristiche, e cioè:

  • la zona. Normalmente tende a scegliere quella dove è conosciuto, dove ha delle relazioni, dove in buona sostanza presuppone di mantenere o conquistarsi un più ampio “parco pazienti”;
  • le opportunità di parcheggio e il servizio offerto dai mezzi pubblici affinché i suoi futuri pazienti possano raggiungerlo comodamente;
  • la tipologia dello stabile e l’ubicazione dell’appartamento all’interno dello stesso;
  • il costo dell’affitto o dell’acquisto.

Di conseguenza, è condizionato a scegliere quello che il mercato offre. E abitualmente i vincoli strutturali o impiantistici vengono risolti dal progettista con un particolare occhio di riguardo alle soluzioni che garantiscono il miglior risultato nel rapporto costi/benefici.

Nel seminterrato di casa

Fine della premessa. Eccoci a un caso concreto da noi recentemente affrontato. Si tratta di uno studio monospecialistico odontoiatrico realizzato nei primi anni Novanta. Il titolare è stato uno dei primi laureati in odontoiatria presso l’Università degli Studi di Milano. La famiglia di origine abitava in una villetta monofamiliare nell’hinterland milanese, costituita da un piano seminterrato e da un piano rialzato. Quando il nostro Committente fu in grado di poter esercitare la professione, i familiari trasformarono il piano seminterrato in studio odontoiatrico, assolvendo a tutte le norme di legge in vigore in quegli anni.

Perché proprio li? Perché lì erano conosciuti e poi costava meno adattare quei locali che acquisirne di nuovi.  A distanza di circa 18 anni, nasce nel professionista l’esigenza di voler esercitare la propria professione in un ambiente più consono alle proprie esigenze e ai dettami attuali.

Ristrutturare o trasferirsi?                                                        

Il professionista decide quindi di valutare se riprogettare lo spazio a disposizione o, in alternativa, cercare una nuova collocazione. La ricerca di una nuova collocazione risulta però vana, in quanto:

  • nella zona non sono disponibili appartamenti da ristrutturare che rispondano alle caratteristiche desiderate;
  • ciò che è disponibile sul mercato è attualmente in costruzione, ma è distante dall’attuale ubicazione e, di conseguenza, c’è il timore che i pazienti non gradiscano lo spostamento;
  • i tempi di consegna di uno stabile in costruzione non sono mai brevi;
  • i costi di acquisizione dell’appartamento e di realizzazione dell’ambulatorio, per quanto in linea con il mercato, significano un esborso significativo rispetto alla ristrutturazione dei locali esistenti;

l’affezione per una proprietà di famiglia, la piacevolezza del giardino privato sul quale affacciano due lati dello studio, l’abitudine a una certa indipendenza (il piano superiore è attualmente abitato dal fratello), convincono a optare per la ristrutturazione radicale dell’unità esistente. Anche le residue perplessità vengono superate, come quella relativa al fermo tecnico dello studio, risolta affrontando i lavori a cavallo della pausa delle vacanze estive, con una rigorosa programmazione, poi mantenuta.

Nuovi e diversi ambienti                                              

Lo studio, in origine, comprendeva ingresso, due sale operative, la zona sterilizzazione collocata in una nicchia del corridoio, l’ufficio privato, un bagno e un locale adibito a spogliatoio. Il nuovo progetto prevede:

  • nella zona extra-clinica, ingresso, sala d’attesa, reception, bagno e antibagno per i pazienti;
  • nella zona clinica, tre sale operative, locale sterilizzazione e un piccolo vano adibito a banco ritocchi, nonché l’ufficio privato;
  • nella zona personale, spogliatoio e bagno;
  • nella zona tecnica, una sala macchine contenente: compressore, aspiratori, caldaia a basamento, addolcitore, filtri, boiler ad accumulo.

La nuova progettazione ha consentito dunque un migliore utilizzo degli spazi a disposizione, ricavando una terza sala operativa, un locale sterilizzazione con uno sviluppo lineare di ben 4,60 metri lineari di piano di lavoro, un localino banco ritocchi collocato di fronte alla sala protesi e, non ultimo, una reception e un bagno per i pazienti.

L’importanza della luce

Un’importante verifica da effettuare in un ambiente seminterrato è la presenza di un vespaio areato. In questo caso, è stato riscontrato che una porzione dell’ambiente non ne era dotata. Si è provveduto anche a questa realizzazione mantenendo comunque invariati i tempi di consegna e con una non rilevante incidenza sui costi preventivati. Trattandosi di un seminterrato si è data particolare importanza alla progettazione illuminotecnica, al fine di conferire all’ambiente una luminosità che non facesse percepire la particolare collocazione dell’ambulatorio. Sono state impiegate lampade a basso consumo energetico e ad alta resa con un ottimo rapporto qualità/costo. La scelta delle pavimentazioni, delle porte, dei rivestimenti, degli arredi - con l’utilizzo di colori chiari che non assorbono luce, ma anzi la riflettono - hanno contribuito alla realizzazione di un ambiente luminoso.

In conclusione                                   

Quasi mai l’ubicazione della struttura (acquisto o affitto che sia) viene scelta unicamente in funzione del progetto. Al contrario, spetta al progettista saper trarre il massimo da quello che ha a disposizione, dando al proprio cliente uno strumento di lavoro adeguato e prestando particolare attenzione ai costi e ai tempi di realizzo. Vale a dire a ottenere un risultato che rispecchi e ripaghi il corretto investimento effettuato.

 

 

Il dentista sicuro

Un testo legislativo molto discutibile (il D.Lgs. 81/2008, per l’appunto, in vigore dal 15 maggio 2008), emesso in fretta e furia da un governo uscente in un momento in cui molti, troppi lavoratori cadevano vittime di infortuni (nei cantieri, però, mai in studi odontoiatrici!) è il nuovo tormento del libero professionista (sia esso dentista, medico, avvocato…) che si vede ancora una volta obbligato a rivolgersi a consulenti esperti per adeguare non solo la propria persona e il proprio personale ma anche l’ambiente di lavoro (lo studio, quindi) a disposizioni che ben poco, in tutta evidenza, si conciliano con i limitati rischi che un ambiente quale quello professionale in realtà minaccia.

Cercheremo di seguito di offrire un sunto molto mirato della normativa, evidenziando gli obblighi e le responsabilità individuate in capo ai protagonisti di questo nuovo testo Unico sulla Sicurezza.

DdL, ovvero il datore di lavoro

Ai sensi dell’art. 2 D.Lgs. 81/2008 il Datore di Lavoro è «…il soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, il soggetto che, secondo il tipo e l’assetto dell’organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività, ha la responsabilità dell’organizzazione stessa o dell’unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa.…». Per il lettore, Datore di Lavoro è quindi l’odontoiatra titolare di studio con anche un solo assistente/segretario/collaboratore a carico, indipendentemente dal tipo di contratto su cui si basa il rapporto (il Lavoratore è – sempre secondo il succitato articolo – «…persona che, indipendentemente dalla tipologia contrattuale, svolge un’attività lavorativa nell’ambito dell’organizzazione di un Datore di Lavoro.…»). Si spazia, quindi, dall’assunzione a tempo indeterminato al lavoratore a progetto, dall’allievo degli istituti di istruzione e universitari al volontario!

Invitiamo a leggere con attenzione e per intero l’art. 18 D.Lgs. 81/2008, troppo lungo per essere qui integralmente riportato ma troppo importante per essere richiamato solo in parte: sappia – in sintesi – il professionista/Datore di Lavoro che, in quanto tale, è obbligato dal suddetto articolo, tra le altre incombenze, a:

  • designare preventivamente i lavoratori incaricati dell’attuazione delle misure di prevenzione incendi e lotta antincendio ben tenendo in considerazione, nell’affidamento di tali compiti, le capacità e le condizioni degli stessi;
  • fornire ai lavoratori dispositivi di protezione individuale;
  • richiedere l’osservanza da parte di ciascun singolo lavoratore delle norme vigenti;
  • consentire agli stessi per il tramite del nominato Rappresentante di verificare l’applicazione delle misure di sicurezza e di protezione della salute e consegnare tempestivamente a quest’ultimo copia del Documento di Valutazione Rischi;
  • valutare i rischi della propria realtà lavorativa e a elaborare il Documento di Valutazione Rischi (DVR);
  • prendere e adottare ogni e più appropriata misura per controllare e tamponare eventuali situazioni a rischio;
  • istruire e a informare tutti i lavoratori circa i rischi e la possibilità di ovviare agli stessi;
  • comunicare all’INAIL il nominativo del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza;
  • curare la formazione degli incaricati tramite corsi appositamente concepiti;

procurare all’RLS un corso, a proprie spese e senza oneri per il lavoratore, di minimo 32 ore per poter al meglio svolgere il ruolo assunto all’interno della realtà lavorativa.

E a fronte di cotanti obblighi, il legislatore ha previsto altrettante e ben pesanti sanzioni: la brevità richiesta nello scritto non consente di entrare nello specifico della singola violazione ma appare importante riferire che sono ipotizzati in capo al Datore di Lavoro l’arresto da un minimo di due mesi a un massimo di un anno e sei mesi e l’ammenda da un minimo di 100 euro a un massimo di 15 mila euro.

RSPP, ovvero il responsabile del servizio di prevenzione e protezione

Recita l’art. 2 D.Lgs. 81/2008: «…persona in possesso delle capacità e dei requisiti professionali di cui all’art. 32 (diploma di istruzione secondaria superiore e attestato di frequenza – con verifica di apprendimento – a specifici corsi di formazione adeguati alla tipologia dei rischi presenti sul luogo di lavoro, ndr) designata dal Datore di Lavoro, a cui risponde, per coordinare il Servizio di Prevenzione e Protezione dai rischi.…».

L’art. 34 viene però in soccorso del professionista (e del suo portafoglio!) consentendo allo stesso di assumere personalmente il ruolo di Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione purché segua un corso di formazione di minimo 16 ore adeguato «alla natura dei rischi presenti sul luogo di lavoro e relativo alle attività lavorative».

Corsi d’aggiornamento dovranno essere seguiti con cadenza almeno quinquennale non solo dagli RSPP di recente formazione ma anche da quelli già formati con corsi istituiti ai sensi dell’art. 3 D.M. 16.1.1997 e dagli esonerati dalla frequenza dei corsi ex art. 95 D.Lgs. 626/1994 (che, per inciso, il D.Lgs. 81/2008 all’ art. 304 abroga in toto). Il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione provvederà a:

  • individuare e a valutare i fattori di rischio offrendo l’individuazione di misure per la sicurezza e la salubrità degli ambienti;
  • elaborare misure preventive e protettive oltre a sistemi di controllo di tali misure;
  • proporre programmi d’informazione e formazione dei lavoratori;
  • partecipare alle consultazioni in materia di tutela della salute e sicurezza;

informare i lavoratori in merito ai rischi per la salute e per la sicurezza sul lavoro oltre che alle procedure che riguardano il primo soccorso, ai nominativi dei lavoratori incaricati di applicare le misure di primo soccorso e di prevenzione incendi e del Medico Competente, se nominato.

RLS, ovvero il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza

Il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza è «…persona eletta o designata per rappresentare i lavoratori per quanto concerne gli aspetti della salute e della sicurezza durante il lavoro.…».  Secondo accordi interconfederali di categoria la durata dell’incarico è di tre anni rinnovabile, e ai sensi dell’art. 47 comma 6 D.Lgs. 81/2008 l’election day «…avviene di norma in corrispondenza della giornata nazionale per la salute e sicurezza sul lavoro individuata nell’ambito della settimana europea per la salute e sicurezza sul lavoro, con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale di concerto con il Ministro della salute, sentite le confederazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.…».

Come già poc’anzi ricordato, dovrà essere il Datore di Lavoro a procurare il corso da RLS al lavoratore nominato. Si metta già quindi il cuore in pace il titolare dello studio, perché per almeno quattro giorni (le 32 ore «di base») non potrà fare affidamento sul prezioso aiuto del proprio dipendente, con conseguente ulteriore appesantimento della gestione dello studio professionale, già non certo semplice sotto innumerevoli altri aspetti.

In assenza di accordo tra i lavoratori per la scelta del proprio Rappresentante, le unità lavorative devono appoggiarsi a un Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza Territoriale (art. 48 D.Lgs. 81/2008) nominato dalle associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori, partecipando (spese a carico del Datore di Lavoro!) a un Fondo di sostegno alla piccola e media impresa, ai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza territoriali e alla pariteticità costituito presso l’INAIL. Questo potrà e dovrà accedere al luogo di lavoro senza impedimenti, dietro preavviso, per verificare la salubrità e la sicurezza della struttura.

MC, ovvero il medico competente

Si discute, invero, se uno Studio Odontoiatrico debba o meno essere sottoposto a sorveglianza sanitaria, atteso che gli unici rischi esistenti potrebbero essere quelli correlati all’esposizione di agenti cancerogeni o biologici. Anche in questi casi, però, si riconosce essere il rischio in uno studio dentistico assai basso e soprattutto casuale. Per valutare quindi la necessità della presenza o meno della sorveglianza sanitaria all’interno dei locali ci si dovrebbe affidare al Documento di Valutazione Rischi (DVR), e alla prefigurazione ivi fatta dal Datore di Lavoro in merito ai rischi effettivamente esistenti e al modo di arginare gli stessi rendendoli innocui. Preme comunque sottolineare che, ove il lavoratore ne faccia richiesta, il Datore di Lavoro è obbligato a nominare il Medico Competente il quale, ove ritenga esservi una correlazione con rischi professionali o con le condizioni di salute suscettibili di peggioramento a causa dell’attività svolta e al fine di esprimere giudizio di idoneità alla mansione specifica, sottoporrà il lavoratore alla visita medica.

Il Lavoratore

Dulcis in fundo, non sono previsti obblighi solo in capo al Datore di Lavoro ma anche in capo ai Lavoratori. Questi devono prendersi cura della propria salute e sicurezza, e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, devono contribuire, in uno al datore di lavoro, all’adempimento degli obblighi previsti dal decreto e osservare le disposizioni e le istruzioni impartite ai fini della protezione collettiva e individuale, devono utilizzare correttamente le attrezzature di lavoro, le sostanze e i preparati pericolosi e segnalare immediatamente eventuali anomalie o mancanze dei mezzi e dei dispositivi di sicurezza, oltre che qualsiasi altra situazione di pericolo venga a crearsi nell’ambiente lavorativo, partecipare ai programmi di formazione e comunque attenersi scrupolosamente alle disposizioni impartite, senza andare al di là del richiesto né compromettere con manovre non autorizzate la sicurezza propria e degli altri lavoratori. E anche per il Lavoratore agli obblighi corrispondono – ove contravvenuti – le sanzioni, previste nell’arresto fino a un massimo di un mese e nell’ammenda da un minimo di 50 euro a un massimo di 600 euro. È immaginabile ipotizzare, vista la breve ma già tormentata esistenza del D.Lgs. 81/2008, nuovi interventi normativi volti – ci si augura – a semplificarne il testo (seppur senza nulla concedere dal punto di vista della sicurezza) e a restituire sonni tranquilli.

Cambiamenti di colore dei restauri eseguiti con resine composite

Influenza di differenti bevande sulla stabilità del colore delle resine composite                                           

Influence of different drinks on the color stability of dental resin composites

Topcu FT, Sahinkesen G, Yamanel K, Erdemir U, Oktay EA, Ersahan S. Eur J Dent 2009 Jan;3(1):50-6.

Il seguente studio mette in evidenza come la decolorazione dei restauri possa essere di origine estrinseca o intrinseca. In questo caso viene studiata l’azione di sette bevande consumate comunemente nei confronti di restauri eseguiti in composito. 

Il fallimento estetico è una delle più comuni cause per il rifacimento di un restauro. Una buona combinazione tra colore del dente e il colore iniziale del materiale prima di iniziare il restauro è un importante fattore che determinerà il successo del lavoro. La combinazione tra i colori deve però rimanere stabile anche dopo che il materiale è stato posizionato in sede e per tutto il tempo di permanenza del restauro.

Lo studio, eseguito da Topcu et al., si propone di valutare gli effetti di discolorazione delle resine composite comunemente usate nell’odontoiatria restaurativa da parte di saliva artificiale, succo di limone, caffè, coca cola, succo di ciliegia, succo di carota e vino rosso. Per il lavoro sono stati utilizzate quattro differenti marche di compositi: Filtek Z 250, Filtek supreme, Quadrant e Charisma di tipo A2, testati dopo essere stati immersi un giorno nelle sostanze sopraelencate. Le misurazioni della decolorazione sono state eseguite mediante XL-20 Trismus Colourimeter. Nella diagnosi statistica, gli autori si sono avvalsi della metodica ANOVA per l’analisi della varianza; il test di Dunnet e Tukey è stato utilizzato con un livello di significatività pari a 0,05.

I risultati ottenuti hanno mostrato come, tra le quattro marche di compositi testati, la differenza di colore più bassa sia stata rilevata con la saliva artificiale, mentre la differenza maggiore si è osservata nei campioni immersi nel vino rosso. Inoltre, tra i quattro compositi, Filtek Supreme è risultato essere il meno soggetto a variazione di colore, mentre Filtek Z 250 è il composito con la stabilità di colore minore. Gli autori hanno, quindi, dimostrato come i compositi e le bevande siano dei fattori significativi che possono influenzare la stabilità del colore del restauro. Dopo un’immersione di un giorno nelle bevande, tutti i materiali mostrano visibili variazioni di colore: in particolare il gruppo immerso nel vino rosso.

Consiglio clinico                   

Occorre tenere presente che tutte le bevande colorate, con l’andare del tempo, incidono sui cambiamenti di colore di tutte le resine composite utilizzate per i restauri.

Stabilità del colore delle resine composite dopo averle immerse in differenti bevande       

Color stability of resin composites after immersion in different drinks   

Erta E, Güler AU, Yücel A, Köprülü H, Güler E. Dent Mat J 2006;25(2):371-376.

Il seguente articolo propone un’analisi dei cambiamenti di colore di cinque materiali da restauro, immersi in bevande colorate (quali tea, caffè, coca cola e vino rosso) registrati mediante colorimetro CIELab.

Gli autori si propongono di valutare la stabilità del colore di resine composite dopo l’immersione di queste in differenti bevande. Il loro scopo, più precisamente, è di valutare la discolorazione di due nano ibridi (Grandio, Voco, Cuxhaven, Germany e Filtek Supreme, 3M/Espe), due microibridi (Filtek Z250, 3M/Espe e Quadrant LC, Cavex, Haarlem, Netherlands) e di un materiale da restauro posteriore costituito da resina composita (Filtek P60, 3M ESPE, Seefeld, Germany) dopo l’esposizione a differenti bevande; quali tea, caffè, coca cola, acqua e vino rosso. Sono stati esaminati 25 campioni cilindrici, costituiti da resina composita e, successivamente, suddivisi in cinque gruppi da cinque. Il colore dei campioni analizzato prima e dopo l’immersione nelle bevande è stato misurato mediante un colorimetro basato sul sistema CIELab e, in tal modo, è stato possibile calcolare la differenza di colore di ogni campione prima e dopo essere stato immerso nella soluzione colorata.

Il tempo di immersione nelle bevande è stato stimato essere di 24 ore. I dati raccolti sono stati conseguentemente analizzati, mediante due metodiche di analisi della varianza (ANOVA) e Tukey HSD test. Il metodo ANOVA ha dimostrato come il materiale da restauro, l’agente mordenzante utilizzato, e la loro interazione costituisca un importante fattore nel determinare la variazione di colore (p = 0,0001). Tra gli agenti utilizzati, l’acqua ha dimostrato il Delta E (ossia la differenza di colore del materiale prima e dopo l’immersione negli agenti colorati) con il valore più basso per tutti i tipi di materiali compositi utilizzati, mentre il vino rosso risulta essere l’agente con il Delta E maggiore. In altre parole, per tutti i materiali testati, il colore cambia a seconda degli agenti a cui sono esposti, nel seguente modo: acqua, coca cola, tea, caffè e vino rosso. In termini di paragone tra i cinque materiali esaminati il Filtek P60 e Z 250 hanno mostrato una minore tendenza al cambiamento di colore rispetto ai nanobridi e al Quadrant LC.

Consiglio clinico                             

Si consiglia l’utilizzo di compositi il meno possibile soggetti a cambiamenti di colore con l’andare del tempo, quali per esempio i Filtek.   

Effetti degli sciacqui sulla stabilità del colore delle resine composite
Effects of mouth rinses on color stability of resin composites

Celik C, Yuzugullu B, Erkut S, Yamanel K. Eur J Dent 2008 Oct;2:247-253.

Da questo studio emerge come l’utilizzo dei collutori possa incidere sul cambiamento di colore, anche se non visibilmente percettibile, di restauri eseguiti con resine composite.  

Il presente studio, eseguito da Celik e Yuzugullu, si propone di valutare gli effetti di tre tipi di collutori presenti sul mercato sulla stabilità del colore di quattro tipi di resine composite utilizzate nell’odontoiatria restaurativa. In accordo con i risultati del corrente studio, l’ipotesi nulla testata è stata accettata parzialmente, da quando si è visto che l’uso quotidiano di collutori aumenta la capacità di macchiare le resine composite, nonostante il cambiamento di colore non sia percepibile. Sono stati preparati 40 campioni costituiti da: Filtek Supreme XT (3M/Espe, St. Paul, MN, USA), AeliteLS Packable (BISCO Inc., Shaumburg, IL, USA), la nano ceramica Ceram-X (Dentsply, Konstanz, Germany) e il composito microibrido Aelite All-Purpose Body (BISCO).

I campioni sono poi stati immersi in acqua distillata a 37 °C per 24 ore. Il valore del colore di base è stato registrato mediante un colorimetro utilizzando la scala colori del CIELAB (L*, a*, b*). Dopo aver registrato il colore di base di ogni campione, 10 campioni provenienti da ciascun gruppo sono stati immersi in uno dei tre collutori, più uno in acqua distillata come campione di controllo. I collutori utilizzati sono stati: Listerine Tooth Defense Anticavity Fluoride Rinse, Oral-B Alcohol-free e Klorhex. I campioni sono stati lasciati immersi nei collutori per 12 ore; dopodiché il valore del colore dei campioni è stato rimisurato e calcolata la variazione di colore (delta E). I metodi utilizzati per l’analisi della varianza hanno un livello di significatività di 0,5. Il risultato emerso dallo studio ha evidenziato come tutti i campioni hanno mostrato una variazione di colore dopo l’immersione in collutori, sebbene il cambiamento di colore non sia visibilmente percepibile (delta E* ab < 3,3). L’interazione tra gli effetti del collutorio e il tipo di materiale di restauro utilizzato non è statisticamente significativo avendo riportato p > 0,05. Gli autori hanno quindi dimostrato come, anche se non percepibile, tutte le resine da restauro testate hanno manifestato un cambiamento di colore dopo l’immersione in differenti tipi di collutori.

Consiglio clinico

Istruire il paziente riguardo all’uso dei collutori e al loro potere di influire sui cambiamenti di colore dei restauri in composito e consigliare di utilizzarli per brevi periodi.

Un professionista con l’anima del ricercatore

La storia di Enzo Vaia nel mondo dell’odontoiatria inizia per caso, come capita sovente quando è il destino a chiamare. Era iscritto al secondo anno di Medicina presso la II Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Napoli, città nella quale aveva trascorso la sua infanzia e conseguito la maturità scientifica, quando accadde qualcosa di inaspettato. Nel corso di una vacanza con un gruppo di amici a Palinuro, in campeggio, conobbe una giovane che si stava preparando al concorso per l’ammissione al corso di laurea in Odontoiatria. Si lasciò convincere ad accompagnarla per cercare di aiutarla all’esame, quasi fosse un gioco. Un gioco che si rivelò invece fatale per il suo futuro. Al concorso arrivò infatti secondo. Il risultato del tutto inaspettato, racconta Vaia, glielo comunicò il fratello: il giorno in cui furono esposte le graduatorie, infatti, una forte bronchite lo aveva costretto a restare casa. Dopo un’attenta riflessione, maturò la decisione di interrompere gli studi di medicina per iniziare la nuova avventura.

L’idea di conseguire una laurea professionalizzante lo rassicurò: il padre era un agente di pubblica sicurezza e l’iter di studio per un medico era forse troppo lungo e incerto per chi, come lui, volesse al più presto rendersi autonomo economicamente. Si impegnò così in maniera totalizzante nello studio, manifestando presto grande interesse per la patologia parodontale e la chirurgia orale, gli ambiti di ricerca del professor Sergio Matarasso titolare della cattedra di Parodontologia nell’Istituto di Discipline Odontostomatologiche della II Facoltà di Medicina e Chirurgia di Napoli con cui si laureò e con il quale iniziò una collaborazione che è durata circa vent’anni. Enzo Vaia, dopo la laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria conseguita nel 1986, due anni più tardi si perfeziona in Chirurgia Parodontale Ricostruttiva. In seguito viene nominato professore a contratto di Parodontologia presso la scuola di specializzazione in Odontostomatologia dell’Università de L’Aquila. Nel 1996 consegue il titolo di dottore di ricerca in «Chirurgia Oro-Maxillo-Facciale» presso la I° Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Napoli. Nello stesso ateneo, dal 1995 sino al 1999, è Professore a contratto di «Parodontologia» presso la Scuola di Specializzazione in Ortognatodonzia. Nel frattempo partecipa attivamente a corsi di perfezionamento, tavole rotonde, conferenze, seminari di studio oltre che a congressi nazionali e internazionali della specialità.

Iscritto alle più prestigiose società scientifiche nazionali, dal 1994 è membro Fellow dell’ITI (International Team of oral Implantology) e dal 2002 è Socio Attivo della Società Italiana di Parodontologia e della Società Italiana di Implantologia Osteointegrata. È autore di oltre novanta lavori scientifici pubblicati sulle più importanti e diffuse riviste nazionali e internazionali su argomenti di parodontologia, implantologia, chirurgia orale e patologia odontostomatologica ed è co-autore del volume «Implantologia orale» (1995, Edizioni Martina). Nell’attività clinica si occupa esclusivamente di parodontologia, chirurgia orale e implantologia osteointegrata mediante impianti ITI.

Dottor Vaia, qual è stato il suo rapporto con lo studio e la ricerca?

Ho sempre puntato molto sulla mia formazione. Non essendo figlio d’arte, avevo una sola arma per entrare nel mondo della professione odontoiatrica: la cultura. D’altronde anche uno dei miei maestri, il prof. Giancarlo Valletta, sosteneva che la conoscenza paga sempre. È stato un insegnamento prezioso che ha dato i suoi frutti e che oggi cerco di trasmettere anche ai miei figli. Credo sia doveroso per chiunque abbia a che fare con la salute delle persone saper rispondere correttamente alle domande e alle esigenze che oggi sono poste con una frequenza sempre maggiore. L’incontro con il professor Matarasso e il quotidiano rapporto che si è venuto a creare nel ventennale periodo di collaborazione è stato il più significativo per la mia formazione umana e professionale. In questo lunghissimo periodo l’Università mi ha visto dapprima studente, poi perfezionando e dottorando, successivamente cultore della parodontologia e infine collaboratore: un rapporto costruttivo e appagante che continua ancora oggi, seppur in modo in po’ diverso rispetto a un tempo.

Perché, a un certo punto, decise di interrompere la sua carriera universitaria? 

Perché purtroppo quando si presentò l’occasione per entrare definitivamente nel mondo universitario reputai che fosse ormai troppo tardi per me. Mi ero nel frattempo sposato ed erano già nati due figli: forse mi sono sentito un po’ vecchio per iniziare un percorso che in Italia è molto difficile. Per di più, in quel periodo c’era grande incertezza sull’evoluzione che la legge Bindi, quella sull’incompatibilità tra la libera professione e l’impiego pubblico, avrebbe avuto. Così, con un dispiacere immenso, decisi di fare un passo indietro. Oggi continuo la mia attività di ricerca clinica nel mio studio privato, documentando i casi con quel rigore scientifico che mi è stato insegnato. Un impegno per il quale sono chiamato spesso dalle Società Scientifiche e dalle Università a tenere lezioni su argomenti specifici sui quali ho maturato grandi competenze ed esperienza.

Il suo, per alcuni versi, è comunque un punto di vista privilegiato: a cavallo tra università e mondo della professione. Cosa è cambiato in questo ultimo ventennio nel mondo dell’università? 

Sono sempre stato grato all’Università per gli insegnamenti che mi ha trasmesso. Cultura, passione, ma anche esperienza, metodo e tecniche che non avrei mai potuto acquisire nel privato. L’Università mi ha formato come clinico e mi ha molto influenzato come uomo. Come studente ho avuto la fortuna di frequentare il Corso di Laurea di Odontoiatria subito dopo la sua istituzione e beneficiare del grande «entusiasmo» formativo di quei giovani docenti. Oggi le cose sono cambiate: gli spazi formativi e professionali si sono ridotti e a volte sembra venir meno anche la motivazione di alcuni docenti alla didattica, forse a causa della crescita smisurata delle incombenze burocratiche che caratterizzano gran parte del lavoro universitario. Forse anche per questi motivi è mutata la figura del maestro che, un tempo centrale nella formazione culturale, negli ultimi tempi ha avuto un netto ridimensionamento. Oggi accade spesso che gli studenti non abbiano più quel rapporto così diretto con il professore che ho avuto la fortuna di avere io: spesso a lezione è infatti sostituito dai suoi assistenti.

D’altronde sono cambiate molte cose anche nel mondo della professione: quale dovrebbe essere, a suo avviso, il ruolo dell’università nell’odontoiatria di oggi?

Il ruolo dell’Università deve espletarsi a più livelli: nell’assistenza, nella ricerca, oltre che ovviamente nella didattica. In quest’ultimo ambito, l’Università non può più limitarsi alla formazione di primo livello, ma deve occuparsi anche di quella di secondo livello, oggi troppo spesso demandata al privato, alle società scientifiche o a organizzazioni che se ne occupano a vario titolo. Io credo che l’Università debba mantenere un ruolo centrale nella diffusione di tecniche e metodiche di trattamento per il ruolo istituzionale che ricopre che permette di identificarla come entità garante «super partes».

Dove sta andando invece l’odontoiatria?

È una disciplina sempre più complessa, più tecnologica e più costosa rispetto a un tempo. Anche il paziente lo ha compreso. Difficile invece è spiegargli che a differenza di altri settori, dove il costo della tecnologia si è ridotto progressivamente (basti pensare al mondo dell’informatica e alla diffusione dei personal computer oggi alla portata di tutti) la strumentazione, i materiali e le apparecchiature in uso in uno studio odontoiatrico e utilizzati per i trattamenti terapeutici e/o riabilitativi non hanno subito la medesima sorte. I costi per la formazione e quelli dei materiali sono elevati, la qualità richiesta dai pazienti è sempre più alta, dunque i costi a carico dei pazienti non si sono ridotti, come in altri ambiti. Ciò ha contribuito a portare ulteriore discredito alla nostra categoria che è vista, come ha detto provocatoriamente Pierluigi Celli, ex amministratore delegato della RAI e oggi AD della LUISS, al congresso internazionale di due anni fa della Società Italiana di Parodontologia, come quella di «quelli della doppia e: esosi ed evasori».

È questo dunque il tallone d’Achille dell’odontoiatria privata?

È l’incapacità abbastanza diffusa nella nostra categoria di comunicare con il paziente. La preparazione e la qualità hanno un costo molto elevato e non sempre siamo capaci di spiegarlo ai nostri pazienti. Anche perché in odontoiatria i problemi legati alla scarsa qualità dei trattamenti, proposta a mio avviso da chi sta cercando di entrare sul mercato con offerte economicamente troppo competitive (come per esempio quelle di alcune catene di studi odontoiatrici in franchising ), emergono solo nel medio-lungo periodo e questo non tutti i cittadini lo sanno. Dobbiamo puntare di più su una formazione di qualità e sulla sua diffusione, percezione e comunicazione se vogliamo superare i problemi di cui soffre la nostra odontoiatria.

La conformità ce

Se il Codice Penale infierisce – e a ragione – contro gli abusivismi commessi nei confronti di qualsivoglia professione protetta, vi sono a ben vedere altre normative che, restringendo il proprio campo di applicazione, intendono colpire solo l’abusivismo odontoiatrico e, ancor più specificamente, solo l’odontotecnico che opera in difformità con le direttive Europee. È questo il caso – per esempio – del Decreto Legislativo n° 46/1997 emesso in attuazione della Direttiva 93/42/CEE concernente i dispositivi medici.

L’ambito di applicazione

Recita l’art. 1: «…Ai fini del presente decreto s’intende per: … d) dispositivo su misura: qualsiasi dispositivo fabbricato appositamente, sulla base della prescrizione scritta di un medico debitamente qualificato e indicante, sotto la responsabilità del medesimo, le caratteristiche specifiche di progettazione del dispositivo e destinato a essere utilizzato solo per un determinato paziente; … f) fabbricante: la persona fisica o giuridica responsabile della progettazione, della fabbricazione, dell’imballaggio e dell’etichettatura di un dispositivo in vista dell’immissione in commercio a proprio nome, indipendentemente dal fatto che queste operazioni siano eseguite da questa stessa persona o da un terzo per suo conto; … i) messa in servizio: fase in cui il dispositivo è stato reso disponibile all’utilizzatore finale in quanto pronto per la prima utilizzazione sul mercato comunitario secondo la sua destinazione d’uso; …». È quindi fuori di ogni dubbio che il manufatto dell’odontotecnico (sia esso protesi, scheletrato, corona…) sia dispositivo su misura a termine di legge e che il fabbricante alias l’odontotecnico non possa esulare da una prescrizione medica per procedere alla sua fabbricazione.

L’immissione in commercio, o meglio, la messa in servizio nel territorio italiano del manufatto deve poi seguire particolari e precise modalità (tutte queste descritte negli allegati del D.Lgs. 46/97) per ottenere la prevista e richiesta conformità CE, pur senza recarne la marcatura (art. 11 D.Lgs. 46/97). Sono procedure lunghe e laboriose, ideate anch’esse a maggior tutela non solo dell’utente finale ma anche del fabbricante che potrà così valorizzare e veder riconosciuto il proprio operato. E tra i presupposti necessari per ottenere la dichiarazione di conformità compare anche l’indicazione del medico, o della struttura ospedaliera, che ha prescritto il dispositivo oggetto di esame di conformità CE. È inoltre categoricamente vietata, ma questo appare abbastanza ovvio, la pubblicità di dispositivi che possano essere creati e venduti solo dietro prescrizione medica, come ben afferma il D.Lgs. 46/97 che, all’art. 21, dispone: «È vietata la pubblicità verso il pubblico dei dispositivi che, secondo disposizioni adottate con decreto del Ministero della Sanità, possono essere venduti soltanto su prescrizione medica o essere impiegati eventualmente con l’assistenza di un medico o di altro professionista sanitario.»

Le sanzioni

Ai sensi del terzo comma dell’art. 23 D.Lgs. 46/97: «Chiunque immette in commercio o mette in servizio dispositivi medici privi della marcatura CE o dell’attestato di conformità è punito, salvo che il fatto sia previsto come reato, con la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da euro quindicimilaquattrocentonovantatre/71 a euro novantaduemilanovecentosessantadue/24 (da € 15.493,71= a € 92.962,24=, ndr). La stessa pena si applica a chi appone la marcatura CE indebitamente o in maniera tale da violare il divieto di cui all’articolo 16, comma 3, o di cui all’articolo 17, comma 8-bis.» Se ne desume quindi che, al di là dell’abusivo esercizio della professione punito, dall’art. 348 del Codice Penale con la reclusione fino a sei mesi e la multa da € 103,00= a € 516,00=, l’odontotecnico che si trovi a fabbricare un dispositivo medico su misura senza la dovuta prescrizione (e quindi – come lecito ritenere – dopo aver da solo accertato lo stato dentale del malcapitato e diagnosticato eventuali interventi), ponga in essere il comportamento illegittimo sanzionato dal succitato articolo e possa, per l’effetto, essere destinatario delle gravi sanzioni sopra indicate.

Là ove il potere legislativo provvede però il potere esecutivo omette, impedendo al potere giudiziario di esprimersi. Uno dei compiti per l’appunto del potere esecutivo è quello di far rispettare ordine e leggi attraverso la gestione delle forze di polizia e dei penitenziari. L’endemica carenza di personale delle forze dell’ordine costringe a effettuare distinzioni tra le diverse tipologie di violazioni, preferendo perseguire le più gravi a scapito delle meno socialmente pericolose. E di questo aver fatto di necessità virtù noi semplici cittadini siamo riconoscenti. Forse, a ben vedere, basterebbero anche solo pochi interventi mirati per ricordare agli odontotecnici che la normativa esiste e che esistono obblighi la cui inosservanza – come abbiamo letto – potrebbe costar loro molto cara.

La terapia implantare nell’atrofia del mascellare posteriore

Tasso di sopravvivenza degli impianti nel rialzo del seno mascellare

Implant survival rates after maxillary sinus augmentation

Del Fabbro M, Rosano G, Taschieri S. Eur J Oral Sci 2008;116(6):497-506.

Questa revisione sistematica della letteratura analizza la sopravvivenza degli impianti in caso di rialzo del pavimento del seno mascellare con tecnica laterale, valutandone il successo in funzione del tipo di materiale da innesto, del trattamento della superficie implantare e del timing chirurgico. 

L’intervento di rialzo del pavimento del seno mascellare è una procedura ormai entrata nella routine clinica per consentire il posizionamento di impianti dentali in mascellari superiori atrofici con ridotta altezza di osso residuo. Inizialmente, questa tecnica prevedeva l’utilizzo di osso autologo prelevato dalla cresta iliaca come materiale da riempimento. Il protocollo iniziale è stato successivamente perfezionato per migliorare la predicibilità dei risultati clinici e ridurre la morbidità del sito donatore, minimizzando il disagio post-operatorio del paziente. Per ovviare al problema del sito donatore, nel corso degli anni sono stati utilizzati numerosi biomateriali, da soli o in combinazione con l’osso autologo. L’osso autologo è considerato il materiale d’innesto di riferimento per via delle sue proprietà osteoinduttive e osteoconduttive, mentre i biomateriali alternativi (idrossiapatite, osso eterologo, matrice ossea demineralizzata, fosfato tricalcico ecc.) non hanno, in generale, capacità osteoinduttive, ma solo osteoconduttive, costituendo un’impalcatura per la colonizzazione ossea.

Uno dei fattori che determinano il successo delle procedure di rialzo del pavimento del seno mascellare è la capacità del materiale innestato di provvedere al supporto ottimale degli impianti endossei nel lungo termine. È, quindi, interessante determinare se il tasso di sopravvivenza degli impianti differisce a seconda del tipo di materiale in cui vengono collocati. Un’altra variabile che potrebbe influenzare l’osteointegrazione è il tipo di superficie dell’impianto, se ruvida o macchinata. È, inoltre, interessante investigare la relazione tipo di innesto-tipo di superficie implantare. Altra variabile da considerare dettata dalla quantità di osso residuo presente a livello del mascellare posteriore è il tipo di procedura chirurgica applicata. Se l’altezza della cresta ossea residua non consente di ottenere la stabilità primaria dell’impianto si ricorre a una tecnica chirurgica in due fasi (innesto in un primo tempo e inserimento degli impianti in un secondo tempo), altrimenti si procede al posizionamento degli impianti dentali in concomitanza con il rialzo del seno mascellare.
Questa revisione della letteratura si è proposta, pertanto, di analizzare il ruolo dei seguenti fattori sulla predicibilità del risultato clinico e sulla percentuale di successo della terapia: materiale da innesto, trattamento della superficie implantare, tecnica chirurgica in una o due fasi. Sono stati considerati conformi ai criteri prescelti 59 articoli pubblicati tra gli anni 1993 e 2007, ovvero circa il 10% dei lavori identificati nella ricerca, per un totale di circa 13.000 impianti. È stata riscontrata una grande variabilità tra gli studi, in termini di metodologia impiegata, tipologia dei pazienti selezionati, tipo di risultati ottenuti e relativa statistica, rendendo impossibile una perfetta comparazione. Per rendere più omogenei i dati, nella presente analisi sono stati presi in considerazione solo gli studi in cui è stata utilizzata la tecnica chirurgica di rialzo del seno mascellare con approccio laterale.

È risultato che gli impianti inseriti in siti chirurgici innestati con sostituti ossei, da soli o in associazione con osso autologo, possono raggiungere tassi di sopravvivenza più alti di impianti inseriti in innesti di solo osso autologo. Questa affermazione può essere considerata fuorviante, in quanto la superiorità di un dato materiale su un altro va confermata da studi randomizzati controllati, a tutt’oggi scarsi in letteratura. Inoltre, bisogna correlare i risultati riscontrati al tipo di superficie implantare utilizzata. In questa revisione è stato rilevato che oltre il 90% degli impianti inseriti in innesti eseguiti con i sostituti ossei avevano una superficie ruvida, mentre gli impianti usati con innesti di osso autologo avevano, soprattutto, una superficie liscia-macchinata (circa il 60%). Il tasso di sopravvivenza degli impianti con superficie ruvida-testurizzata era costante, indipendentemente dal materiale da innesto utilizzato (range 94,9-96,7%), mentre la sopravvivenza degli impianti macchinati era inferiore per qualsiasi tipo di materiale da innesto utilizzato (specialmente se osso autologo) (figura 1).

Dai dati emersi si può sottolineare come il successo degli impianti non sia strettamente dipendente dalla superficie in caso di osso di buona qualità, mentre in pazienti anziani l’utilizzo di superfici testurizzate potrebbe influenzare positivamente il risultato del trattamento. Per quanto riguarda l’utilizzo della tecnica chirurgica a una fase oppure a due fasi, sembra che il tasso di sopravvivenza della vite implantare non dipenda dal tipo di protocollo, ovvero con inserimento dell’impianto simultaneo al rialzo del seno mascellare con innesto o con quello post-posto. In accordo con studi precedenti, sono stati riportati tassi simili di successo implantare con entrambe le tecniche (tabella 1).

Il fattore primario utilizzato dai clinici nella scelta della tecnica è la quantità di osso crestale residuo. Se l’osso mascellare residuo è tale da garantire un’adeguata stabilità primaria all’impianto, può essere raccomandato il protocollo simultaneo. Al contrario, nei casi in cui l’altezza di osso crestale residuo è estremamente ridotta (tanto da non fornire stabilità) è raccomandato ritardare il posizionamento degli impianti. In quest’ultimo caso, alcuni autori suggeriscono l’utilizzo di biomateriali in associazione all’osso autologo al fine di migliorare le proprietà osteogenetiche e l’osteoconduttività dell’innesto.

Concludendo, le procedure di rialzo del seno sono altamente predicibili con un tasso di successo di oltre il 95% con tutti i materiali da riempimento. D’altra parte, in letteratura, sono ancora scarsi lavori a lungo termine sul rialzo del pavimento del seno mascellare con materiali sostitutivi d’innesto, data la loro relativamente recente introduzione. Pertanto, per confermare questi dati sono necessari ulteriori studi con un elevato livello di evidenza scientifica.

Implicazioni cliniche                      

Il rialzo del seno mascellare con antrostomia laterale risulta, a tutt’oggi, una tecnica predicibile. Gli impianti con superficie a texture possono essere indicati in pazienti a rischio (fumatori e diabetici non compensati) o con osso residuo di bassa qualità (anziani), in associazione a qualunque tipo di materiale da innesto.

Revisione sistematica della letteratura sul successo del rialzo del pavimento del seno mascellare e degli impianti in esso inseriti
A systematic review of the success of sinus floor elevation and survival of implants inserted in combination with sinus floor elevation   

Pjetursson BE, Tan WC, Zwahlen M, Lang NP.J Clin Periodontol 2008;35:216-240.

In questa metanalisi della letteratura viene analizzato il tasso di sopravvivenza degli impianti inseriti nel seno mascellare con osso residuo inferiore a 6 millimetri. Per valutare il successo della terapia implantare sono stati presi in considerazione la tecnica di antrostomia laterale (a 1 o due fasi), la superficie degli impianti, la tipologia di materiale da innesto e l’utilizzo di membrane.

L’intervento del rialzo del pavimento del seno mascellare può essere svolto tramite tecnica con approccio trans-alveolare oppure con approccio laterale (figura 1). L’indicazione che fa propendere per un intervento dalla finestra laterale è l’altezza limitata dell’osso residuo. Recenti studi hanno dimostrato che la ridotta altezza dell’osso crestale nativo influenza significativamente la sopravvivenza degli impianti dopo il rialzo del seno mascellare. Pertanto, questa revisione ha voluto indagare il tasso di sopravvivenza degli impianti inseriti nel seno mascellare dopo rialzo del pavimento con antrostomia laterale, escludendo gli studi che presentavano un’altezza residua media superiore a sei millimetri. Gli articoli che rispettavano i criteri di inclusione sono risultati 48 (su 830 iniziali), per un totale di 12.020 impianti. Tutti i lavori selezionati presentavano impianti con un periodo di carico funzionale di almeno un anno. L’incidenza del fallimento degli innesti variava da 0 a 17,9%, con una media di 1,9%.

L’osso autologo, sia in forma particolata sia in blocchi, presentava un tasso di fallimento maggiore rispetto ai sostituti ossei da soli, anche se la differenza non è risultata statisticamente significativa. Sembra che l’associazione sostituti ossei-osso autologo fornisca i risultati migliori. Questa metanalisi, in accordo con le precedenti revisioni, ha riscontrato un tasso di fallimento annuale degli impianti del 3,8%, che si traduce in una sopravvivenza dell’impianto a 3 anni del 90,1% (tabella 1) .

Circa il 2,6% degli impianti falliti analizzati era stato perso durante la fase di guarigione o prima del carico funzionale. Considerando il tasso di fallimento implantare per paziente, il valore stimato saliva al 6,04%, ovvero il 16,6% dei pazienti aveva perso un impianto a distanza di 3 anni. Nel presente studio, l’incidenza della perdita della vite implantare prima del carico funzionale appare significativamente più alta per impianti a superficie macchinata (8,1%) rispetto a quelli a quella a superficie ruvida (1,1%). Se si considerano i lavori svolti solo con impianti a superficie ruvida, il tasso di sopravvivenza a tre anni risultava simile per tutti i tipi di materiali di innesto (autologhi e non) con un range variabile dal 96,3 al

99,8% (tabella 2). Non è stata riscontrata alcuna differenza statisticamente significativa tra il protocollo di rialzo del pavimento del seno a una fase chirurgica e quello a due fasi. Inoltre, sembra che la perforazione della membrana del seno (complicazione più frequentemente occorsa durante l’intervento di rialzo) non influenzi la sopravvivenza dell’impianto. Se si utilizza una membrana a protezione dell’innesto durante l’intervento, si ottiene un ulteriore miglioramento del tasso di sopravvivenza al 98,3%. La presente revisione ha dimostrato la carenza nella letteratura internazionale di studi longitudinali che prendano in considerazione periodi di osservazione di dieci o più anni.

Mancano quasi completamente studi randomizzati e controllati con un sufficiente potere statistico in grado di comparare i diversi materiali da innesto. Inoltre, i lavori inclusi in questa metanalisi sono stati condotti principalmente in ambienti istituzionali quali università e cliniche specialistiche. I risultati qui ottenuti potrebbero, quindi, non essere generalizzati alla realtà degli studi privati. L’analisi dei dati ha rivelato numerosi difetti presenti nel protocollo dei lavori clinici considerati.  Da quest’analisi emerge che l’inserzione di impianti dentali associati al rialzo del pavimento del seno mascellare è un metodo di trattamento predicibile che mostra un alto tasso di sopravvivenza degli impianti stessi e una bassa incidenza di complicazioni chirurgiche. Gli studi presenti in letteratura presentano ancora molti bias e le differenze di metodologia applicate in questi spesso non permettono una corretta lettura dei dati.

Implicazioni cliniche                        

Questa revisione della letteratura suggerisce l’utilizzo di impianti a superficie ruvida in associazione a qualunque tipo di materiale da riempimento e di una membrana per la ricopertura della finestra laterale a protezione dell’innesto durante le procedure di rialzo del seno mascellare.

Dalla ricerca, l’insegnamento per la clinica e la didattica

Carlo Prati è nato a Forlì, nel 1960. Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia, conseguita nel 1985 presso l’Università degli Studi di Bologna, nello stesso ateneo consegue anche la specializzazione in Odontostomatologia. Nel 1992, sotto la direzione di Carel Davidson, porta a termine un PhD in Dental Materials alla ACTA University di Amsterdam, in Olanda. Presso la Alma Mater Studiorum Università degli Studi di Bologna è dapprima professore a contratto di Chirurgia Endodontica e di Odontoiatria Conservativa con materiali compositi, poi ricercatore e, nfine, nel 2000, professore ordinario. Nel 2003 diviene Direttore del Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche dell’Università Alma Mater Studiorum di Bologna di cui assume la direzione nel 2003. Dirige il Master in Endodonzia Clinica e il reparto di Endodonzia del Dipartimento.

È membro di IADR, AIC e presidente per il 2008-2010 della SIDOC (Società Italiana di Odontoiatria Conservativa). Carlo Prati è anche Editor del Giornale Italiano di Odontoiatria Conservativa e membro dell’editorial board di European Journal of Oral Sciences, Journal of Adhesive Dentistry, Journal of Applied Biomaterials and Biomechanics e dell’European Journal für Zahnmedizin. Autore di oltre 300 pubblicazioni, è relatore a congressi nazionali e internazionali.

Professor Prati, quando è nata in lei l’idea di avvicinarsi all’odontoiatria?

In realtà, la mia prima grande passione è stata la gastroenterologia. Una disciplina che amavo molto. I miei maestri di allora, quando ero ancora giovane studente in Medicina, per meriti accademici si trasferirono altrove: chi a Londra, chi a Pavia e chi a Roma. Per seguirli, avrei dovuto lasciare anch’io Bologna, ma non mi fu possibile per ragioni familiari. Così decisi che mi sarei iscritto alla scuola di specializzazione in Odontostomatologia, l’altra mia passione. Tuttavia, c’è un filo rosso che unisce queste due discipline così diverse tra loro: è la ricerca, il mio vero grande amore.

Oggi, oltre alla direzione del Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche, qual è il suo contributo specifico all’interno dell’Alma Mater Studiorum Università degli Studi di Bologna?

Nell’ambito didattico sono titolare dell’Insegnamento di Endodonzia presso il Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria (CLOPD) e dell’insegnamento di Odontoiatria Conservatrice III. Poi, dell’Insegnamento di Materiali Dentari e Odontoiatria Conservativa relativo al Corso di Laurea di Igienista Dentale (CLID) e dell’Insegnamento di Odontostomatologia per il Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia. Dal 2002 sono anche direttore del Master Universitario di Endodonzia Clinica. Un master per certi versi unico in Italia, come unico è il modello adottato dalla nostra Università e dal quale anche altre sedi universitarie hanno tratto ispirazione. Al master arrivano giovani colleghi laureati presso altre università e con altre formazioni. È un interessante scambio di esperienze.

Quali sono invece gli argomenti principali di cui si occupa nell’ambito della ricerca?

È da circa vent’anni che il mio interesse è incentrato sull’adesione in odontoiatria. Da anni tuttavia i miei principali filoni di ricerca si sono differenziati verso argomenti più vicini alla endodonzia e che ci hanno portato a risultati importanti: la microbiologia endodontica, per esempio, e lo sviluppo dei biomateriali endodontici innovativi. Un altro grande interesse del Dipartimento, seppur ancora allo stato nascente, è quello sulle cellule staminali pulpari su cui stiamo investendo molto. Certamente la ricerca sia clinica che di base costituisce uno dei nostri punti di forza. Lo sviluppo di nuovi materiali permette sempre di introdurre nuove tecniche operative e di verificare le tecniche utilizzate fino a quel momento, nonché di perseguire un costante miglioramento.

Com’è strutturato il Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche di cui è direttore?

Consta di 12 reparti e quasi 70 riuniti attraverso i quali offriamo tutte le tipologie di prestazioni odontoiatriche. L’assistenza ovviamente è erogata in funzione della didattica e della ricerca, i nostri due principali compiti istituzionali. All’interno del dipartimento lavorano circa 120 odontoiatri, di cui una ventina strutturati, oltre a dottorandi, assegnisti, borsisti e specializzandi. Altre cinquanta persone circa prestano servizio a vario titolo, tra cui infermieri e impiegati amministrativi. La nostra clinica è prettamente universitaria: in altre parole non lavoriamo in convenzione con il Sistema Sanitario Nazionale, ma in regime di solvenza diretta, eccetto che per i pazienti disabili e con patologie rare, oltre che per i pazienti cardiopatici trapiantati/trapiantandi di cuore, per i quali abbiamo stipulato una convenzione con il Policlinico Sant’Orsola.

Come si esplica di fatto l’assistenza al paziente?

Il paziente si presenta nel reparto di Prima Visita, senza impegnativa, dove viene poi indirizzato a seconda del trattamento di cui necessita. Abbiamo molti casi complessi, spesso con patologie sistemiche e con trattamenti che richiedono l’intervento di più reparti, come, per esempio, il reparto di parodontologia ed endodonzia che collaborano strettamente con il reparto protesi. Ovviamente le possibilità sono infinite e tutte le patologie, dalle più semplici (per esempio una prima classe) alle più complesse rappresentano un’ottima occasione per i giovani laureandi e laureati che frequentano i reparti per imparare e avere una visione globale della loro futura professione. L’importante, per un giovane, è vivere in reparto e frequentare con passione e con voglia di apprendere e di lavorare. Se lo vive in questo modo, sarà sicuramente un grande professionista.

Che vantaggi hanno i pazienti nel rivolgersi a una struttura universitaria?

Innanzitutto quello di poter contare su professionisti con grandi competenze cliniche e con una grande esperienza. L’Università, in ogni ambito della medicina, è sinonimo di qualità clinica ampliata e arricchita dalla costante valutazione critica dei risultati ottenuti dalla ricerca.

In quanto punto di riferimento per la preparazione dei futuri professionisti, l’università deve costantemente aggiornare le metodiche di diagnosi, le terapie, il «modo» di fare odontoiatria e medicina. Il continuo contatto con il mondo della ricerca, (per esempio con i genetisti, i biologi, i fisici ecc.) stimola poi a migliorare continuamente anche le nostre aree di ricerca e di lavoro, quello con il mondo della grande chirurgia, invece (cito solo quella dei trapianti), permette di avere scambi e progressi continui.

Presso la vostra clinica universitaria offrite cura e assistenza anche a pazienti particolarmente fragili…. 

Sì, in particolare il reparto diretto dalla professoressa Piana è dedicato al trattamento dei pazienti disabili e con patologie rare, per i quali non è sempre facile trovare professionisti in ambito privato in grado, ma anche disposti, di prendersi cura di questi casi che richiedono esperienza e competenze specifiche. Il professor Montebugnoli, invece, si occupa dei pazienti cardiopatici trapiantati/trapiantandi di cuore. Per queste due tipologie di pazienti abbiamo stipulato una convenzione che assicura l’erogazione delle cure a prezzi molto contenuti.

Qual è la ricetta che ha permesso di attuare questo modello dove ricerca, didattica e assistenza sono divenute una sola cosa? 

Il successo del nostro Dipartimento sta tutto nelle persone: quelle che vi operano all’interno, ma anche nei colleghi delle altre specialità coinvolte. Senza il nefrologo, il microbiologo e il cardiologo o il pediatra non potremmo lavorare. A dire il vero, a supporto del Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche di cui sono direttore, c’è una grande Facoltà di Medicina senza la quale il nostro modello non potrebbe funzionare.
Per questo, non finirò mai di essere grato alle persone che a vario titolo concorrono al nostro lavoro e in particolare ai giovani che con il loro entusiasmo rappresentano il motore propulsivo di tutte le nostre iniziative. In particolare è importante, soprattutto per la didattica, avere il costante supporto dei Corsi di Laurea di Odontoiatria (prof. Nadir Maraldi) e di Igienisti Dentali (Prof. Luigi Checchi) che giuocano un grande ruolo nel portare avanti i rispettivi corsi di Laurea.

Per concludere, quale dovrebbe essere, a suo avviso, il ruolo dell’Università nella formazione post-laurea e in che modo si esplica nel vostro Ateneo?

L’Università svolge un ruolo centrale in questo ambito. La ricerca condiziona la clinica, ma anche la didattica e la grande didattica si trova solo laddove vi sia un’attività di ricerca, dunque in Università. L’offerta formativa all’interno del nostro Ateneo è ampia e permette al giovane laureato, così come al professionista con qualche anno di esperienza alle spalle, di approfondire le conoscenze in ambito odontoiatrico in funzione delle proprie esigenze.

Già da tempo, coordinati dal professor Scotti, abbiamo un’ampia offerta formativa di didattica clinica post-laurea. I nostri Master annuali e biennali (abbiamo 5 master nel nostro dipartimento) prevedono l’obbligo di frequenza: un aspetto che certo scoraggia le persone meno motivate, ma che rappresenta anche la forza della nostra proposta formativa rispetto ad altre realtà. Tutti i partecipanti al master vivono in reparto, lavorano in equipe e collaborano assieme. Per chi volesse invece orientarsi verso i corsi di perfezionamento di alta formazione, il nostro Ateneo assicura percorsi più flessibili studiati per chi non vuole rinunciare alla formazione permanente, ma non può dedicare il tempo richiesto al conseguimento di un Master.

Microinfiltrazione dei materiali da restauro: una caratteristica da non sottovalutare

Microinfiltrazione di due sistemi adesivi in denti umani e bovini                                          

Influence of human and bovine substrate on the microleakage of two adhesive systems

Guará Brusaca Almeida K, Guará Brusaca Almeida Scheibe K, Figuerêdo Oliveira AE, Coêlho Alves CM, Costa JF. J Appl Oral Sci 2009;17(2):92-6.

Da questo studio emerge che i sistemi adesivi self-etching (automordenzanti) dimostrano un’infiltrazione significativamente maggiore se paragonati ai sistemi adesivi non self-etching su tessuto sia umano sia bovino. Non si evidenziano invece differenze statisticamente significative nel meccanismo di adesione su un tessuto umano o bovino.

In questo studio sono stati considerati otto premolari umani estratti per motivi ortodontici e sedici incisivi bovini conservati in soluzione fisiologica a 8 °C. Sulle superfici buccali e linguali dei denti umani e solo buccali dei denti bovini sono state disegnate delle cavità di V classe rettangolari con margini in smalto di 4 mm di larghezza, 2 mm di altezza e 2 mm di profondità.  I denti umani e bovini sono stati assegnati in modo random a uno dei quattro gruppi.  Due sono stati i sistemi adesivi utilizzati in questo studio: Prime & Bond 2.1 (Dentsply Ind. e Com. Ltda, Petrópolis, RJ, Brazil) sistema adesivo a due step (mordenzatura, risciacquo e applicazione di primer e adesivo in un’unica soluzione) e Adhese (Ivoclar/Vivadent, AG, Germany) sistema adesivo automordenzante a due step.  I gruppi considerati nello studio sono stati quattro di otto cavità ciascuno:

G1 – Prime & Bond 2.1 (Dentsply)/denti umani;

G2 – Adhese (Ivoclar/Vivadent)/denti umani;

G3 – Prime & Bond 2.1 (Dentsply)/denti bovini;

G4 – Adhese (Ivoclar/Vivadent)/denti bovini.

Le cavità sono state riempite con un composito microibrido (Fillmagic) e, dopo le fasi di rifinitura e lucidatura, i denti sono stati sottoposti alla fase di termociclaggio (500 cicli di 1 min di immersione in acqua a 55 ± 2 °C e 5 ± 2 °C). La microinfiltrazione è stata valutata con uno stereomicroscopio a 25 ingrandimenti e i valori registrati con un punteggio a quattro livelli (tabelle 1-3). In tutti i campioni analizzati nello studio è stata rilevata infiltrazione. Gli adesivi self etching hanno mostrato una maggior microinfiltrazione rispetto all’adesivo non self etching su entrambi i tessuti (umano: p = 0,0001 e bovino: p = 0,0031).

Consiglio clinico   

Il clinico deve tenere in considerazione che tutti i sistemi adesivi sono soggetti a microinfiltrazione e che particolare attenzione va rivolta verso quelli automordenzanti. Per ridurre l’infiltrazione e la carie secondaria a distanza è bene preferire adesivi non self etching. 

Valutazione in vivo dell’infiltrazione a carico di alcuni sistemi adesivi su una superficie camerale pretrattata con diverse soluzioni irriganti       

Ex vivo evaluation of dye penetration associated with various dentine bonding agents in conjunction with different irrigation solutions used within the pulp chamber   

Bansal S, Tewari S. Int Endod J 2008;41:950-957.

Questo studio ha valutato l’infiltrazione marginale di due recenti sistemi adesivi dentinali a livello della camera pulpare, pretrattata con alcuni dei più comuni irriganti canalari utilizzati per i trattamenti endodontici.

In questo studio sono stati presi in considerazione 116 molari inferiori privi di carie e conservati in acqua sterile. Prima di includerli nello studio, gli elementi dentali sono stati esaminati allo stereomicroscopio ed è stato attentamente verificato che non vi fossero crack dentinali o microfratture, in tal caso gli elementi venivano esclusi dallo studio. A questo punto sono stati resecate le radici: 2 mm cervicalmente la biforcazione e il pavimento della camera pulpare. I denti sono stati divisi in modo random in otto gruppi di dodici denti l’uno. Un gruppo di venti denti è stato utilizzato come gruppo controllo.

Gruppo 1 (Prime & Bond NT e NaOCl 5,25%): in questo gruppo la camera pulpare è stata irrigata con ipoclorito di sodio al 5,25% per 1 minuto, risciacquata con acqua distillata per 1 minuto, asciugata ed è stato quindi applicato il sistema adesivo Prime& Bond NT (PBNT).

Gruppo 2 (Prime & Bond NT e clorexidina 0,2%): in questo gruppo la camera pulpare è stata irrigata con clorexidina allo 0,2% per 1 minuto, risciacquata e asciugata e quindi applicato il sistema adesivo PBNT.

Gruppo 3 (Prime & Bond NT e betadine 5%): in questo studio il tessuto dentale è stato pretrattato per 1 minuto con betadine al 5% prima dell’applicazione del sistema adesivo PBNT.

Gruppo 4 (Xeno III con NaOCl 5,25%): pretrattamento con ipoclorito di sodio nelle sesse modalità del gruppo 1 e applicazione del sistema adesivo Xeno III.

Gruppo 5 (Xeno III con clorexidina 0,2%): pretrattamento con clorexidina 0,2% come nel gruppo 2 e applicazione del sistema adesivo Xeno III.

Gruppo 6 (Xeno III con betadine 5%): pretrattamento con betadine per 1 minuto, risciacquo e applicazione di Xeno III come sistema adesivo.

Gruppo 7 (Prime & Bond NT con NaOCl 5,25% e ascorbato di sodio 10%): in questo gruppo la camera pulpare è stata irrigata con ipoclorito di sodio al 5,25% per 1 minuto, quindi risciacquata e irrigata nuovamente con ascorbato di sodio per 1 minuto, asciugata e quindi applicato il sistema adesivo PBNT.

Gruppo 8 (Xeno III con NaOCl 5,25% e ascorbato di sodio 10%): in questo gruppo i denti sono stati trattati analogamente al gruppo 7 solo che come sistema adesivo è stato applicato Xeno III.

Dieci denti in ogni gruppo sono stati immersi nel blu di metilene per valutare l’infiltrazione, i rimanenti due campioni per ogni gruppo sono stati invece analizzati al microscopio elettronico a scansione per valutare l’interfaccia tessuto dentale/adesivo.  Nel gruppo controllo non sono stati usati irriganti prima dell’applicazione dei sistemi adesivi.  Non si sono registrate differenze statisticamente significative nel grado di infiltrazione tra il gruppo controllo e i due gruppi pretrattati con ipoclorito di sodio e restaurati con Prime & Bond NT e Xeno III (tabella 1). I campioni pretrattati con clorexidina e betadine e restaurati con Xeno III hanno mostrato minor infiltrazione rispetto ai gruppi restaurati con Prime & Bond NT. I gruppi pretrattati con ascorbato di sodio e ipoclorito di sodio hanno mostrato notevole riduzione della microinfiltrazione in entrambi i sistemi adesivi.

Consiglio clinico

Il clinico non deve sottovalutare il fatto che l’utilizzo dei irriganti endocanalari interferisce nella capacità adesiva e nella successiva microinfiltrazione dei sistemi adesivi utilizzati per i restauri e, in particolar modo, deve sapere che l’ascorbato di sodio associato all’ipoclorito di sodio ne riduce notevolmente l’infiltrazione.

Influenze degli stress termici sull’integrità marginale dei materiali da restauro
Influence of thermal stress on marginal integrity of restorative materials   

Cenci MS, Pereira-Cenci T, Donassollo TA, Sommer L, Strapasson A, De Marco FF.   J Appl Oral Sci 2008;16(2):106-10.

In questo lavoro si è indagata l’influenza che gli stress termici possono arrecare ai restauri eseguiti con diversi materiali inficiandone il sigillo marginale e portando a microinfiltrazione secondaria.

In questo studio sono stati presi in considerazione 160 denti incisivi bovini estratti, puliti e conservati in soluzione salina a 37 °C. Di ogni dente sono state preparate delle cavità standardizzate di V classe sulle superfici buccali e linguali. Successivamente, i denti sono stati assegnati in modo random a uno dei tre tipi di trattamento: gruppo ricostruito con composito microibrido, gruppo ricostruito con cemento vetroionomero e gruppo ricostruito con amalgama. Nello studio sono stati formati 18 gruppi di 20 denti ciascuno, a seconda del materiale da restauro utilizzato (come detto sopra), del numero di cicli di termociclaggio a cui i campioni sono stati sottoposti (500 o 1.000 cicli) o della lunghezza del tempo del ciclo (30 o 60 secondi). I campioni, dopo il termociclaggio, sono stati immersi nella soluzione basica di fucsina 1% per 24 ore, quindi sono stati sezionati ed è stato osservato il grado di microinfiltrazione a un ingrandimento di 40X. I dati sono stati analizzati con i test Kruskal-Wallis e Mann-Whitney. Dai risultati evidenziati in questo studio si nota che il termociclaggio ha aumentato l’infiltrazione in tutti i campioni restaurati con amalgama e nei campioni restaurati con composito e vetroionomero, ma solo nei gruppi in cui il tempo di termociclaggio sia stato a intervalli di 60 sec (tabelle 1 e 2).

Consiglio clinico       

Il clinico deve sempre tenere presente che qualsiasi restauro eseguito nel cavo orale è continuamente soggetto a stress e sbalzi termici; di conseguenza, nella scelta del materiale da utilizzare, deve considerare quale presenti la minore infiltrazione secondaria a cicli di termociclaggio.

«Integriamo le esperienze per far crescere la ricerca»

Marco Ferrari è nato a Carrara nel 1959. Ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia nel 1983, quattro anni più tardi la specializzazione in Odontostomatologia. Una scelta, racconta, in parte maturata dopo avere frequentato per alcune settimane, nel periodo estivo e ancora da studente, lo studio odontoiatrico di un parente del babbo, ma anche condizionata dal desiderio di intraprendere la libera professione in ambito medico. Poi, l’incontro con la sua futura moglie, con cui condivide gli studi, segna definitivamente la strada intrapresa. Dopo la specializzazione, insieme, si recano a Boston, negli Stati Uniti, presso la Tufts University, per circa un anno. Poco più tardi conoscono Carel Davidson, professore di materiali dentali ad Amsterdam: è qui che decidono di iscriversi a un dottorato di ricerca. Nel frattempo Ferrari inizia le sue collaborazioni con la Tufts University di Boston (dove è ancora Research Professor di Protesi), ma anche con l’Università di Siena, dove dal 1997 diviene professore a contratto.

Nel 2000 vince il concorso come Professore Associato e subito dopo fonda il Ph D Program in Dental Biomaterials. Nel 2002 assume l’incarico di Professore Straordinario e di Presidente del Corso di Laurea in Odontoiatria, sino a divenire nel 2006 Professore Ordinario. Marco Ferrari dal 2003 al 2006 è stato «Delegato del Rettore per le Relazioni Internazionali», e dall’agosto del 2008 direttore del Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche e Oftalmologiche dell’Università di Siena. È socio attivo dell’Accademia di Conservativa, della SIOPI e della Società di Odontoiatria Conservatrice. Nel 2005 è stato nominato «Visiting Professor of Prosthodontics» alla Xi’an University e nel 2006 alla Rochester University, negli USA. È Segretario della Conferenza Permanente dei Presidenti dei Corsi di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria, dal 2007 membro del board dello IADR Continental European Division. Attualmente ricopre la carica di Presidente dell’Accademy of Dental Materials ed è stato President (2005-06) della European Federation of Conservative Dentistry. Fa parte dell’editorial board di numerose riviste con fattore di impatto come Journal Dental Research, Dental Materials, International Journal of Prosthodontics, Journal of Adhesive Dentistry, American Journal of Dentistry, Journal of Dentistry. È Editor dell’International Dentistry South Africa e referee di numerose altre riviste di carattere scientifico.

Professor Ferrari, 50 anni: è tempo di bilanci personali e professionali?

Certo, i 50 anni sono un traguardo che spinge a qualche riflessione. Gli anni passano e sono in molti a ricordarmelo: mia moglie, i nostri figli, ma anche gli amici. Scherzi a parte, al di là delle ambizioni, dei meriti e delle aspettative, il bilancio è positivo, anche grazie alla fortuna che non mi ha mai abbandonato. Non solo perché la mia carriera universitaria, seppur iniziata relativamente tardi, a 40 anni, è stata poi molto rapida, anche grazie a una serie di coincidenze favorevoli, ma soprattutto per le persone che ho incontrato e con cui lavoro da tempo nel nostro dipartimento. Sono ricercatori, insegnanti e clinici giovani e meno giovani, di altissima qualità: ci divertiamo insieme a fare ricerca di base e clinica e condividiamo la passione dell’insegnamento; questo gruppo si è formato nel tempo grazie alla lungimiranza del professor Bertelli, che ha diretto il nostro dipartimento per quasi 20 anni e che mattone dopo mattone con dedizione e capacità manageriale ha creato l’ambiente e il gruppo che ora vi lavora.

Quanto è importante il coordinamento delle risorse umane e la capacità di leadership nel suo lavoro?

È un aspetto fondamentale. Il mio scopo è aiutare le persone a capire se hanno le qualità per diventare non solo buoni clinici, ma anche buoni ricercatori. E in questo, lo ripeto, sono fortunato, perché gestire le risorse umane non basta, è necessario disporre di vere risorse umane, come quelle che fanno capo al nostro dipartimento, per esempio. L’Università di Siena, seppur piccola dal punto di vista numerico, gode di una buona reputazione, grazie al valore dei ricercatori che vi operano. Senza il loro contributo, da solo, non potrei far nulla.

Qual è il vostro filone di ricerca?

Ci siamo sempre occupati dei materiali da restauro, di conservativa, di protesi, ma anche di ortodontia e chirurgia. Più di recente abbiamo dato vita a un nuovo filone sugli impianti, orientato anche alla ricerca clinica.

Com’è organizzato il dipartimento di Odontostomatologia dell’Università di Siena?

È un dipartimento eterogeneo che comprende al suo interno anche la scuola di oftalmologia, una delle più prestigiose d’Italia. Vi operano 25 ricercatori, di cui sette, oculisti, 15 odontoiatri, un anatomo-patologo, un clinico medico e un anestesista. Il motore del dipartimento è il dottorato di ricerca internazionale che siamo riusciti a creare, ancora una volta, devo dire, con un po’ di fortuna. Ospita ogni anno circa 5-6 studenti, di cui uno o due, stranieri. Provengono da tutto il mondo, quelli italiani, invece, da ogni angolo del Paese. Una risorsa importante per noi, ma anche un modello che mi piacerebbe poter mettere a disposizione delle altre sedi universitarie per potenziare la forza della ricerca italiana. Ricordo che i nostri dottorandi per conseguire il titolo devono produrre almeno 5 lavori impattati come primo nome su riviste internazionali. È questa la garanzia sulla qualità del lavoro che intraprendono: la loro tesi viene approvata dai referee ed editor delle riviste internazionali, stimolandoli a lavorare ad alto livello e ricevendo in cambio grande soddisfazione e visibilità.

Un suggerimento prezioso quello dell’integrazione tra le esperienze…

Ci sono molte realtà di grande valore in Italia, a Milano, a Bari, a Bologna, a Chieti, a Trieste, a Firenze, a Torino e in molte altre sedi, la cui integrazione purtroppo è lasciata a iniziative spontanee. Sarebbe bello se il Collegio dei Docenti si facesse carico di coordinare i dottorati di ricerca, così come coordina altre attività della nostra accademia. La nostra ricerca è finanziata solo da pochi privati o sostenuta da autofinanziamenti, mentre i governi, già cronicamente e storicamente avari con la ricerca in generale, non supportano quasi per niente l’attività scientifica del nostro settore. Non dimentichiamo che nell’ambito della ricerca odontoiatrica, l’Italia, tanto vituperata in altri settori, gode di grande prestigio. Rispetto alla qualità e alla quantità dei lavori pubblicati su riviste impattate, l’Italia odontoiatrica è la VII potenza al mondo. Un risultato che andrebbe ulteriormente valorizzato. Penso, per esempio, come sarebbe bello organizzare un incontro dove tutte le Scuole di Dottorato di area ‘odontoiatrica’ si possano incontrare e confrontare dando spazio ai propri studenti e magari a qualche relatore di prestigio invitato a parlare su tematiche comuni alla maggior parte. D’altronde il coordinamento dei lavori di ricerca è una realtà consolidata in altri Paesi del mondo: in Germania, in Svizzera, ma anche negli Stati Uniti è una pratica che avviene abitualmente.

Sul versante della professione, invece, qual è la situazione? I pazienti stanno riscoprendo l’odontoiatria pubblica?

In effetti, forse anche a causa della crisi economica sopraggiunta, sono sempre di più i pazienti che si rivolgono al servizio pubblico per riabilitazioni importanti. Un fenomeno che però non deve preoccupare i liberi professionisti, che di norma ricevono pazienti di diversa situazione economica-sociale, ma solo gratificare chi opera nel pubblico. L’affluenza dei cittadini nelle cliniche universitarie permette anche di poter attuare una migliore preparazione dei nostri studenti che oltre alla teoria possono così cimentarsi in una pratica complessa e più articolata di un tempo. Comunque l’offerta pubblica resta sempre molto limitata, nell’ordine del 3-5% del totale delle prestazioni odontoiatriche erogate.

Un fenomeno che comunque riporta all’attenzione una questione non ancora risolta: qual è il punto di equilibrio tra clinica e sostenibilità delle cure?

È un tema centrale questo, la madre di tutti gli argomenti. Basti pensare che in Italia, solo meno del 30% della popolazione frequenta con regolarità uno studio dentistico. Non ci si sottopone alle cure odontoiatriche soprattutto per ragioni economiche: e questa è una realtà sotto gli occhi di tutti. È un problema per il quale non ho una soluzione immediata da proporre, ma credo sia una questione che debba interessare tutti noi operatori del settore. Trovare il modo per spingere negli studi odontoiatrici almeno la metà dei cittadini che oggi non accede alle cure dentali significherebbe migliorare la salute orale di una buona fetta della popolazione, ma anche contribuire alla risoluzione del problema della piena occupazione degli operatori odontoiatrici.

Cosa si aspetta nei prossimi 50 anni dal suo lavoro e dall’odontoiatria in Italia?

Personalmente spero di poter continuare a lavorare nell’ambito universitario, insieme alle persone con cui lavoro, per crescere insieme: non potrei augurarmi di meglio. Per l’odontoiatria, più in generale, invece mi aspetto che i giovani colleghi sappiano realizzare un’odontoiatria un poco diversa da quella di cui siamo stati testimoni o protagonisti sino a oggi con un marketing più agile e nell’ottica del contenimento dei costi, sia per l’odontoiatra, sia per il paziente, in grado di soddisfare le esigenze di lavoro di tutti i nostri colleghi. Forse ci si dovrà orientare più verso la prevenzione, l’igiene, la conservativa e i piccoli trattamenti riabilitativi che sono sufficienti ad assicurare una buona qualità della vita dei pazienti. Parte importante in questo riequilibrio della professione la giocheranno le aziende che dovranno anch’esse accettare un virtuoso contenimento dei costi. Sono ottimista perché credo ci siano ampi margini per questo tipo di evoluzione della nostra professione con una comunione di intenti di tutti gli operatori del settore.

Studio odontoiatrico: l’ora giusta

Studio odontoiatrico: l’ora giusta

Cosa fanno i pazienti in questo momento di crisi, quando proprio «non ce la fanno più»? A volte si rivolgono al «supermercato» odontoiatrico, uno di quei siti che stanno sorgendo un po’ ovunque da noi sull’esempio di quanto è successo all’estero. Oppure si recano appena oltre confine per unire «l’utile al dilettevole»: gita turistica e protesi implantare a costi stracciati.

Per passare «dall’altra parte della barricata», studi e laboratori vivono quotidianamente sulla propria pelle la condizione frustrante di chi nota che «lavorare bene e con professionalità non basta più» e che non è semplice neppure mantenere la clientela acquisita.  E allora: se non ora, quando scommettere sul fatto che il paziente possa cambiare aspettative? Che possa «passare» un nuovo concetto di salute orale allargata al benessere dell’intera persona? Che proprio ora sia il momento giusto per investire sulle proposte giuste? Nessuno ha la bacchetta magica. Ma certo il caso che vi illustriamo una possibile, efficace soluzione la indica. E in questo senso è esemplare.

Benessere: una nuova frontiera 

Ne è protagonista uno studio dentistico con quasi un quarto di secolo di attività alle spalle, situato in una delle zone più suggestive e caratteristiche del centro di Milano, da cui è passata (e passa ancora, per quanto l’attualità incolore che viviamo lo consenta) tanta parte della storia cittadina. Sorto negli anni Ottanta con due sale operative, dispone ora di dieci postazioni, una ventina di dipendenti fra area clinica e amministrazione, una decina di collaboratori.

La sua crescita costante si deve alla capacità imprenditoriale del titolare – un valente professionista non più giovanissimo ma certo molto «fresco» di idee – di diversificare i settori di sviluppo, ampliandoli oltre il campo odontoiatrico propriamente detto, verso attività parallele quali servizi integrati medicina e benessere, terapie anti-invecchiamento, alimentazione biologica, prevenzione, cure di bellezza. In poche parole: dedicato a chi in buona salute lo è già, ma punta a una migliore qualità del proprio quotidiano.E, dunque, perché non ampliare l’offerta professionale proponendo la medicina estetica, sull’onda di una richiesta forte del pubblico, sostenuta da accattivanti campagne giornalistiche, alimentata da una scala di valori in cui al top ci sono i rapporti interpersonali, il sorriso  smagliante, il bel modo di porsi e di apparire, la cura del corpo e dell’organismo nel suo insieme?

L’ubicazione della struttura

Così è stato, anche se la collocazione nel centro storico milanese da opportunità si è trasformata in problema, in termini di esiguità di spazi disponibili e di necessità di sfruttare al massimo e al meglio quelli esistenti. Il che ci induce a un’osservazione quasi lapalissiana, ma spesso non tenuta nel giusto conto: una delle prime difficoltà che gli studi di progettazione incontrano, preliminare ai lavori stessi, è che quasi sempre non sono loro a scegliere l’unità immobiliare da adibire ad ambulatorio. Il più delle volte vengono contattati dal cliente ad acquisizione dei locali avvenuta. Ma quand’anche fossero contattati in via preventiva, non sempre nella scelta dell’unità immobiliare potrebbero far prevalere le necessità di ordine tecnico. I fattori che determinano l’acquisizione sono infatti le cosiddette caratteristiche estrinseche: la zona, la vicinanza ai punti di interesse per il cliente, la visibilità, il costo.

Conversione all’estetica

L’ubicazione in questo caso è stata individuata al piano soprastante lo studio dentistico, adibito ad abitazione civile. L’incarico di trasformare quell’appartamento di 92 metri quadrati – ingresso, cucina, soggiorno, due camere da letto e bagno – in struttura per i trattamenti di medicina estetica è stato affidato a uno studio professionale di progettazione e ristrutturazione di interni, specializzato nella realizzazione di ambulatori sanitari. Con una profonda conoscenza, cioè, dei canoni architettonici, dei principi ergonomici, della normativa, dell’impiantistica, dei materiali di questi ambienti di lavoro.

Il recupero degli spazi

L’opera fornita è stata del tipo «chiavi in mano», vale a dire comprensiva di progettazione e consulenza, interventi di edilizia, impiantistica, finitura e arredamento. Anche se a livello operativo il poter disporre di uno staff di tecnici ed esecutori esperto e coordinato rappresenta un notevole vantaggio, la soluzione del «caso» si è rivelata particolarmente laboriosa, tesa come ha dovuto essere al recupero spasmodico degli spazi e al loro adattamento nei minimi particolari alla funzione a cui sono destinati. Che è davvero particolare, nel senso che mai come in un luogo dedicato all’estetica la cura di ambienti e soluzioni fa già parte della strategia terapeutica.

Sottofondi da modificare

Una difficoltà supplementare che si presenta molto spesso è data dallo spessore dei sottofondi esistenti. A pavimento c’è, infatti, la necessità di far transitare almeno le tubazioni idrauliche convogliandole alla braga, curando con la dovuta attenzione che tutti gli scarichi abbiano pendenze corrette. Nel caso specifico, ci si è ritrovati con un sottofondo di spessore minimo (circa tre centimetri), per di più in presenza di un sistema condominiale di riscaldamento a pannelli. La soluzione tecnica adottata è stata quella di applicare il principio dei vasi comunicanti, associata a un rialzo del sottofondo di altri tre centimetri, e di realizzare uno scivolo di pendenza adeguata al raccordo della quota del pianerottolo con quella interna.

La trasformazione dei locali

Dal punto di vista progettuale si è puntato a mediare l’ergonomia di lavoro dello studio con l’ubicazione delle utenze, realizzando complessivamente due sale visite e tre box di estetica. L’ingresso dell’appartamento è stato adibito ad accogliente reception e sala d’attesa con bagno (particolari le colorazioni e le boiserie che ricoprono le pareti), quindi le due sale visita complete di lettino, mobile, scrivania e doppio lavabo, i tre box operativi per massaggi e trattamenti (tutti con lavandino, due dotati di doccia), spogliatoi per il personale, armadi per riporre il materiale, una zona ristoro (tisaneria, caffè).

Il bagno esistente è stato invece lasciato nella collocazione originaria, ma si è dovuto comunque – per ottemperare alla normativa – prevedere un secondo bagno destinato ai pazienti e attrezzato anche per i disabili.

Percorsi e arredi razionali

Gli arredi costituiti da elementi realizzati su misura sono stati finalizzati allo sfruttamento ottimale degli spazi e alla razionale suddivisione degli ambienti. Sono stati, cioè, pensati e collocati secondo precisi criteri logistici in funzione della specifica attività del Centro. Si tratta, con tutta evidenza, di un passaggio fondamentale della progettazione quando, come in questo caso, ci si trovi a operare su volumetrie limitate: è essenziale, infatti, che i percorsi di ospiti e personale non si intralcino a vicenda e gli spostamenti permangano fluidi in ogni circostanza. L’impegno che ne deriva non è indifferente, presuppone la definizione di ogni minimo particolare operativo: dalla collocazione dell’appendiabiti alla creazione dell’angolo relax.

Lo studio ergonomico

È necessario, inoltre, stabilire preventivamente quali materiali d’uso e consumo è bene restino all’interno dei box e quali invece debbano essere stoccati e nell’uno e nell’altro caso di quali spazi e mobilia necessitino. Preliminare a tutto è rendere razionali nella forma e nei tempi gli spostamenti del personale nell’esercizio delle proprie funzioni cliniche o amministrative al fine di evitare intralci o attese eccessivamente lunghe, che potrebbero trasmettere una sensazione di scarsa efficienza della struttura. Oltre che risultare frustranti per lo stesso personale, obbligato a una serie di movimenti inutili e ripetitivi...

L’efficienza non basta

È intuitivo, comunque, che nel nostro caso l’efficienza è una condizione necessaria ma non sufficiente. Lo abbiamo già ribadito: qui nulla deve essere lasciato al caso, l’ambiente è parte integrante del piano di trattamento. Non è necessario giungere agli eccessi del «fattore wow» (cliente da stupire a ogni costo) o dell’»effetto party» (cliente accolto come se fosse un ospite d’onore) di certo marketing americano. Però un centro di estetica «deve» trasmettere fin sulla porta d’ingresso sensazioni gradevoli, un’accoglienza accattivante, il piacere di soggiornare in un luogo moderno e affidabile votato al miglioramento della nostra immagine e della nostra persona, ove siamo ospiti importanti e «coccolati».

Tocchi di classe

Quello che trascorriamo al suo interno è un tempo che dedichiamo totalmente alla cura esteriore di noi stessi e quindi il «setting» deve parlare di relax e di tempo libero. Già la sala d’attesa dove è collocata la reception trasmette la percezione del benessere: le pareti interamente rivestite di rovere sbiancato, nelle quali sono ritagliate le porte di accesso ai diversi ambienti; l’arredamento essenziale e al tempo stesso elegante, con tocchi di classe come le candele e i

cosmetici dal profumo delicato e le piante sempreverdi; l’illuminazione che da calda e accogliente nell’ingresso – i punti luce sono inseriti nelle travi della controsoffittatura – diviene soffusa e tenue come si conviene alle sale adibite a massaggi e trattamenti. E ancora: in tutto l’ambiente vengono diffusi in sottofondo i rumori della natura come il «respiro» dei boschi o la risacca marina e brani di musica distensiva. Non manca, né poteva mancare, uno schermo al plasma per la trasmissione di programmi tv o informative sui trattamenti. Funziona? Spetterà allo studio dirlo. Certo lo meriterebbe per come ha dimostrato di credere nel proprio lavoro.

Il danno e la beffa

La Signora K.H. chiedeva al Tribunale di Roma di condannare il Dott. S.C. al pagamento di Lit. 74.100.000 a tacitazione dei danni morali già patiti e delle spese mediche future invece ancora da sostenere, oltre – ovviamente – a rivalutazione, interessi e spese di lite.

Riferiva essersi affidata tra il 1994 e il 1997 alle cure dello specialista (estrazioni, cure canalari, otturazioni, ricostruzioni dentali con protesi…) ma di avere accusato, solo dopo la cementazione provvisoria dei manufatti protesici, una sindrome algico–disfunzionale delle articolazioni temporo–mandibolari. Dopo vari e vani tentativi posti in essere dal professionista per porre fine ai dolori e ai disagi sofferti dalla paziente, a seguito delle reiterate rimostranze di quest’ultima interveniva l’assicuratore offrendo l’incongrua somma di Lit. 2.500.000 a fronte del complessivo importo di Lit. 38.150.000 versato al dentista come compenso per le sue prestazioni.

Si costituiva in giudizio l’odontoiatra, contestando integralmente – come ovvio – le affermazioni proferite dalla paziente asserendo come, non solo questa fosse già portatrice di una disfunzione dell’articolazione temporo–mandibolare per la cui correzione si era avvalso della collaborazione anche di uno specialista gnatologo (sin dalla prima volta che si era affidata alle sue cure, quindi), ma anche come non avesse consentito la conclusione dei lavori, non terminando la cura e rivolgendosi ad altro specialista.

Il Tribunale di Roma accoglieva solo parzialmente la domanda della Signora e condannava il medico alla restituzione in favore della stessa della complessiva somma di Lit. 20.200.000 oltre interessi, nonché al rimborso delle spese processuali. Respingeva invece la domanda avanzata da quest’ultimo nei confronti della Compagnia Assicuratrice di essere manlevato da qualsivoglia responsabilità nei confronti della paziente in forza della polizza di responsabilità professionale regolarmente stipulata tra le parti.

La paziente allora censurava la sentenza di primo grado che avrebbe – a suo dire – erroneamente disatteso le risultanze della CTU, ritenendo non sussistente la prova del nesso di causalità tra la sindrome algico disfunzionale della articolazione temporo-mandibolare e il lavoro eseguito dal dottore, e ciò solo sulla base delle contraddittorie deduzioni di quest’ultimo, quando invece dall’esame delle fatture descrittive delle prestazioni rese dal sanitario non risultava eseguito alcun trattamento per la cura di quella particolare disfunzione. Da ciò la Signora deduceva fosse chiaro ed evidente come in realtà non soffrisse di alcuna patologia al momento in cui si era rivolta al professionista.

«Il danno»

La Corte d’Appello di Roma riteneva il motivo di gravame infondato. Reputava infatti che correttamente il Tribunale avesse rilevato la chiara contraddizione in cui era incorso il CTU che, dopo aver dichiarato di non essere in grado di stabilire se la disfunzione articolare presente fosse o meno preesistente all’operato del sanitario, concludeva affermando che la sindrome algico disfunzionale della articolazione temporo-mandibolare, da cui risultava essere affetta la paziente, fosse stata senza ombra di dubbio scatenata dall’applicazione delle protesi fisse realizzate presso lo studio dello specialista. Sembrava infatti più convincente e applicabile la tesi del Consulente Tecnico di Parte convenuta (il medico, per l’appunto) il quale, riportando il parere di uno gnatologo, riferiva fosse la disfunzione articolare in atto ascrivibile a un atteggiamento posturale e antifisiologico adottato per il raddrizzamento della normale curvatura fisiologica del tratto cervicale con conseguente sindrome cranio-cervico-mandibolare comunemente chiamata cefalea muscolo tensiva.

Si riteneva, quindi, non dimostrato con il richiesto e necessario rigore il nesso di causalità tra le cure praticate e l’insorgenza della sindrome da cui risultava essere affetta la paziente, sulla quale incombeva peraltro l’onere della prova.

Ricordava la Corte d’Appello come già la Suprema Corte avesse chiaramente statuito sulla natura contrattuale della responsabilità del medico: al paziente il compito di dimostrare anzitutto il nesso causale tra l’evento lesivo e la condotta del professionista e successivamente la facilità o comunque l’esecuzione routinaria dell’operazione, al professionista invece l’onere di provare la propria estraneità all’insuccesso dell’operazione, non causato da difetto della propria diligenza.

Le lamentele della Signora, poi, in merito a una sottovalutazione da parte del professionista della disfunzione dell’articolazione temporo–mandibolare venivano disattese dalla dimostrata consegna di un byte, rimedio idoneo per affezioni del genere.

Ciò detto, la Corte d’Appello respingeva però anche le domande avanzate dal dentista, saldo nella sua convinzione di aver correttamente realizzato le protesi, come riconosciuto anche dal CTU che ravvisava nella paziente la colpa/responsabilità di aver interrotto i rapporti con il curante e di non aver quindi permesso al professionista stesso di perfezionare i manufatti protesici.

Riteneva, infatti, che a fronte di una patologia preesistente della Signora le cure approntate, seppur in astratto idonee alla risoluzione della patologia stomatognatica, fossero state carenti nell’esecuzione o comunque non migliorative. Senza voler infatti affermare essere l’obbligazione del dentista «di risultato», ricordava che per consolidato indirizzo giurisprudenziale (Cass. 233918/2006) «…l’inadempimento del professionista non può essere desunto, ipso facto, dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti allo svolgimento dell’attività professionale e, in particolare, del dovere della diligenza, per il quale trova applicazione il parametro della diligenza professionale fissato dall’art. 1176 secondo comma c.c. da commisurarsi alla natura dell’attività esercitata».

Veniva, quindi, confermata la valutazione del primo giudice, che ravvisava inadempimento del professionista, per essere stata in tutta evidenza la terapia praticata in nessun modo foriera di concreti benefici per la paziente.

Di poi la Corte, non avendo il dentista curato di dimostrare come l’inadempimento non fosse dipeso da causa non allo stesso imputabile limitandosi a riferire essersi rivolto a uno specialista gnatologo (senza però nulla dimostrare in proposito), giudicava non fosse – la patologia della paziente – di particolare difficoltà tanto da poter invocare l’esimente di cui all’art. 2236 c.c. («Responsabilità del prestatore d’opera: se la prestazione implica problemi tecnici di particolare difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o colpa grave.»).

Quanto alla monetizzazione vera e propria delle richieste veniva respinta la domanda generica volta a ottenere un non meglio specificato rimborso di spese odontoiatriche future, che nel tempo ben avrebbero potuto essere meglio quantificate dalla paziente, e condannato il professionista a rendere solo e unicamente quella parte di onorario già ricevuto non riconducibile a effettive prestazioni eseguite, e con esito positivo, a favore della Signora. Cure canalari e otturazioni potevano e dovevano quindi essere retribuite.

«La beffa»

Veniva respinta, infine, altra domanda avanzata dal dottore, che chiedeva alla propria Compagnia Assicuratrice di tenerlo indenne dalla richiesta di restituzione dell’onorario percepito, e ciò in forza della polizza di responsabilità professionale sottoscritta tra le parti. Come poteva, infatti, evincersi dal contratto di assicurazione prodotto agli atti «…La Società si obbliga… a tenere indenne l’assicurato di quanto questi sia tenuto a pagare, quale civilmente responsabile, ai sensi di legge, a titolo di danni involontariamente cagionati a terzi per morte, per lesioni personali, e per danneggiamenti a cose…». Tra gli impegni assunti dall’assicurazione, quindi, non poteva annoverarsi la restituzione dell’onorario professionale, riconducibile invece ai normali effetti restitutori della risoluzione per inadempimento. Concludeva la Corte d’Appello specificando che l’onorario professionale rappresentava in realtà solo il guadagno sperato dalla attività svolta e che quindi, ai sensi dell’art. 1905 c.c. («Limiti al risarcimento: L’assicuratore è tenuto a risarcire, nei modi e nei limiti stabiliti dal contratto, il danno sofferto dall’assicurato in conseguenza del sinistro. L’assicuratore risponde del profitto sperato solo se si è espressamente obbligato.») non poteva essere ricondotto nella garanzia assicurativa richiamata in quanto non espressamente pattuito.

Come se non bastasse, il dottore veniva condannato a pagare le spese giudiziali dei due gradi del giudizio sostenute dalla propria Compagnia Assicuratrice, illegittimamente interessata della questione.

Odi et Amo

Questo struggente rapporto di odio e amore provato da Catullo verso la sua Lesbia ben può prosaicamente ravvisarsi oggi tra il libero professionista e l’assicuratore, che ammalia e stordisce con le sue parole la vittima porgendo guanciali di fiori che, al momento opportuno, si trasformano in rovi contorti e spinosi. Purtroppo la questione – grave e complessa – non può trovare neanche una pur minima soluzione in questa sede, coinvolgendo interessi a livello nazionale la cui importanza tramortisce il singolo e la sua minima visione del problema.

Suggerire di operare sempre nel pieno rispetto dei dettami deontologici, in piena scienza e coscienza, perizia e diligenza, è offensivo se rivolto a professionisti seri e consapevoli così come consigliare di leggere attentamente ogni singola clausola dei contratti di assicurazione è superfluo e pleonastico in un momento di accanimento quale quello che i medici e gli odontoiatri oggi stanno vivendo. Sottoscrivere una polizza assicurativa viene sentito come un’imposizione cui obtorto collo si deve sottostare, e ciò con grande gioia da parte delle Compagnie Assicuratrici che, invece di approfittare degli eventi, dovrebbero forse pensare ad ampliare le coperture assicurative (includendo quindi restituzioni di onorari, risarcimento di qualsivoglia danno a prescindere dalla sua natura se ovviamente derivato dall’evento lesivo ecc.) in modo da rendere meno gravosa la firma al professionista.

Malattie sistemiche croniche e parodontite: quale relazione?

Interazioni tra malattie croniche renali e parodontopatie     

Interactions between chronic renal disease and periodontal disease

Craig RG. Oral Dis 2008;14:1-7.

Questo articolo analizza l’associazione tra le malattie croniche renali e lo stato parodontale, sottolineando l’effetto della riduzione della funzionalità renale e della sua terapia farmacologica sulla salute dei tessuti parodontali. Viene, inoltre, indagato il ruolo delle parodontopatie sul decorso clinico dell’insufficienza renale cronica.

L’incidenza dell’insufficienza renale cronica terminale (ESRD) è in aumento nei Paesi industrializzati; il numero di pazienti che subiscono trapianto di reni, emodialisi e dialisi peritoneale sta, quindi, aumentando anche negli studi dentistici privati.  I reni svolgono quattro funzioni essenziali: l’escrezione dei prodotti del metabolismo, come l’urea, la regolazione del volume sanguigno e della concentrazione degli elettroliti, la regolazione della produzione degli eritrociti, attraverso la secrezione di eritropoietina, e la partecipazione all’omeostasi del calcio tramite l’idrossilazione della vitamina D3. Qualsiasi processo patologico che porta alla diminuzione della funzione renale comporta, di conseguenza, seri effetti pleiotrofici.  Lo stadio finale della malattia renale è fatale senza terapia sostitutiva della funzione renale (dialisi o trapianto di rene) che richiede l’utilizzo di farmaci immunosoppressori, associando corticosteroidi, inibitori della calcineurina (ciclosporina A, tacrolimus) e inibitori della proliferazione leucocitaria (azatioprina). La malattia e il suo trattamento possono causare frequenti manifestazioni a carico dei tessuti molli e duri del cavo orale quali: xerostomia, una tardiva eruzione dentale, calcificazioni dell’endodonto, ipoplasia dello smalto, aumentato tasso di carie, alterazione del pH salivare, accumuli di placca e tartaro e gengiviti. Le alterazioni dell’omeostasi del calcio possono indurre un iperparatiroidismo secondario con conseguente infiammazione gengivale e atrofie dell’osso alveolare. Inoltre, i farmaci immunosoppressori possono accelerare la distruzione dei tessuti parodontali già affetti da parodontite e determinare l’insorgenza di gravi forme di iperplasia gengivale.

L’iperplasia gengivale indotta dagli inibitori della calcineurina e dai calcio antagonisti può essere severa e potrebbe richiedere una terapia di tipo chirurgico. In caso di ciclosporina si stima che questo effetto insorga nel 22-58% dei casi, e che sia direttamente proporzionale al dosaggio e alla presenza di tartaro e placca, ma che un’igiene orale corretta e scrupolosa ne riduca l’incidenza. Più rara (0-15%) è l’iperplasia gengivale indotta da tacrolimus. Inoltre, l’associazione tra inibitori della calcineurina e farmaci calcio antagonisti, soprattutto la nifedipina, è in grado di aumentare e aggravare questo effetto collaterale. Un recente studio ha suggerito che alla base di questa forma di iperplasia gengivale vi sia una predisposizione genetica mediata dal fattore TGF-ß1. L’infiammazione gengivale è anche conseguenza dell’uremia che comporta un difetto della funzione dei linfociti e dei monociti, anche se il peggioramento della salute orale sembra essere associato prevalentemente alla scarsa priorità che questi soggetti danno al mantenimento di una buona igiene orale. A tutt’oggi, gli studi effettuati non sono riusciti a dimostrare se la parodontite sia più prevalente e più severa nei pazienti ERSD in dialisi, ma hanno comunque evidenziato un’associazione tra le due condizioni.

Tra le più frequenti cause di morte in questa popolazione di pazienti, soprattutto se giovani, vi sono le complicanze aterosclerotiche come l’infarto miocardico, l’arresto cardiaco, le aritmie ecc. La mortalità è altamente associata al grado di infiammazione, rilevato da specifici marker quali la proteina C reattiva (CRP), implicata nella patogenesi delle complicazioni aterosclerotiche. In soggetti con parodontopatie di grado da moderato a severo sono stati rilevati alti livelli serici di questi marker; inoltre, è stata scoperta un’associazione tra valori di CPR e severità della malattia parodontale. Elemento importante emerso da queste ricerche è che i pazienti sottoposti a terapia parodontale presentavano una diminuzione dei livelli di CPR. Sembra, pertanto, che il trattamento parodontale, abbassando i valori di questi marker, possa ridurre il rischio di complicazioni cardiache. Nonostante a tutt’oggi non esistano studi clinici controllati randomizzati che provino la reale efficacia della terapia parodontale nel prevenire le malattie cardiovascolari, è consigliabile un attento monitoraggio delle condizioni parodontali dei pazienti affetti da insufficienza renale cronica, prescrivendo un’adeguata profilassi antibiotica e tenendo conto del tempo di sanguinamento prolungato e delle possibili alterazioni nel metabolismo dei farmaci.

Implicazioni cliniche

Numerosi studi epidemiologici hanno dimostrato l’incremento dei livelli di placca, di tartaro e di infiammazione gengivale nei soggetti affetti da insufficienza renale cronica terminale, ma resta ancora aperta la questione se questi pazienti presentino aumentate incidenza e severità della malattia parodontale e se questa possa, a sua volta, compromettere lo stato di salute generale. Tuttavia, dato il potenziale contributo della parodontite all’infiammazione sistemica e alla comparsa di complicazioni cardiovascolari, si suggerisce un continuo e attento monitoraggio dello stato parodontale dei pazienti con malattie renali croniche.

Il legame tra la malattia parodontale e le malattie cardiovascolari è probabilmente l’infiammazione        

The link between periodontal disease and cardiovascular disease is probably inflammation  

Davé S, Van Dyke T. Oral Dis 2008;14:95-101.

Questo articolo valuta l’esistenza di una relazione tra malattia parodontale e problemi cardiovascolari, indagando il contributo dell’infiammazione cronica parodontale sull’eziopatogenesi dei disturbi circolatori. 

Recenti studi epidemiologici hanno stabilito l’esistenza di una significativa associazione tra la malattia parodontale e le malattie cardiovascolari (CVD), che rappresentano circa il 50% delle cause annue di morte nei Paesi industrializzati. Tradizionali fattori di rischio di queste patologie sono: l’ipercolesterolemia, il fumo, l’ipertensione, la dislipidemia, l’obesità, il diabete mellito, la sindrome metabolica e gli elevati livelli di indici di infiammazione sistemica. Attualmente, si ritiene che la patogenesi delle malattie cardiovascolari (in particolar modo dell’aterosclerosi) e anche della parodontite sia di tipo infiammatorio, nonostante sia riconosciuta l’eziologia batterica di quest’ultima. I marker e/o i mediatori dell’infiammazione più importanti nella patogenesi delle CVD sono: l’interleuchina 1β (IL-1β), l’interleuchina 6 (IL-6), l’omocisteina, l’e-selectina, le lipoproteine aterogeniche, la proteina C-reattiva (CPR) e il fibrinogeno. Questi marker sono stati utilizzati per valutare l’impatto della parodontite e del suo trattamento sulle dimensioni delle lesioni aterosclerotiche nell’uomo e nell’animale. Nel modello animale, è stata osservata una proporzionalità diretta tra la gravità della perdita di osso parodontale e la grandezza delle placche aterosclerotiche, la cui formazione risulta accelerata dalla distruzione dei tessuti parodontali.

Al contrario, la prevenzione della parodontite si traduce in una diminuita dimensione delle placche aterosclerotiche. Nonostante la presenza in circolo di batteri patogeni, come il Porfiromonas gingivalis, induca un’accelerazione nello sviluppo delle lesioni aterosclerotiche per colonizzazione batterica diretta, probabilmente alla base di questi effetti vi è un meccanismo di tipo infiammatorio. Questi studi hanno, inoltre, dimostrato che la predisposizione gioca un ruolo fondamentale nella patogenesi e nella progressione sia della malattia parodontale sia delle malattie cardiovascolari.

A tutt’oggi, non vi sono lavori clinici che abbiano investigato direttamente l’effetto del trattamento della terapia parodontale sul rischio di malattie sistemiche cardiovascolari, ma solo numerosi studi sulle correlazioni tra la parodontite (e il suo trattamento) e i fattori di rischio delle CVD.  Pazienti affetti da un severo grado di parodontite presentano livelli serici più alti di CPR e di IL-6 rispetto a soggetti sani. Inoltre, i pazienti che mostrano una migliore risposta alla terapia parodontale, presentano una maggiore riduzione dei livelli serici di CPR e IL-6 rispetto al gruppo controllo. Le infezioni croniche, causando incrementi nei livelli dei marker dell’infiammazione sistemica possono causare un aumento dell’attività infiammatoria nelle cellule endoteliali con conseguente accelerato sviluppo delle lesioni aterosclerotiche.  Un recente studio randomizzato e controllato ha rilevato che una terapia parodontale intensiva porta a un miglioramento della funzione endoteliale a sei mesi. In particolare, dopo trattamenti di scaling e root planing associati a terapia antibiotica locale, i livelli plasmatici di e-selectina sono risultati più bassi nei pazienti trattati rispetto a quelli sottoposti alla sola detartrasi sopragengivale.

I dati epidemiologici hanno dimostrato che la malattia parodontale risulta in una up-regolazione dei marker serici dell’infiammazione, specialmente della CRP e della e-selectina, il cui valore prognostico è riconosciuto anche dall’American Heart Association. Non è ancora chiaro, tuttavia, se le terapie volte alla riduzione dell’infiammazione sistemica e della disfunzione endoteliale risultino in una riduzione del rischio di CVD.

Implicazioni cliniche

Gli studi scientifici analizzati suggeriscono che la malattia cronica parodontale può aggravare i disturbi cardiovascolari, contribuendo all’infiammazione sistemica e non per diretta colonizzazione batterica delle placche aterosclerotiche da parte dei patogeni parodontali. Si evince l’importanza del mantenimento di uno stato di salute parodontale indipendentemente dall’eradicazione di specifici batteri parodontopatogeni.

Dalla stomatologia, le idee per una nuova odontoiatria

Francesco Spadari è nato a Milano nell’Aprile del 1956. All’età di 13 anni capitò per caso in un laboratorio di odontotecnica. Rimase affascinato dai calchi di gesso, dalla cera, dai denti, in una parola, dall’atmosfera che si respirava in quel luogo. Pensò che sarebbe stato conveniente per lui, figlio di operai, acquisire un diploma facilmente spendibile sul mercato del lavoro e intraprendere dunque la professione di odontotecnico. Una conclusione, ricorda, a cui giunse da solo, in piena autonomia. Così, iniziò il suo percorso formativo: la scuola, per conseguire il diploma, e il lavoro, sul campo. Le ripetute visite negli studi odontoiatrici, per consegnare i manufatti realizzati nel laboratorio, lo convinsero che forse un giorno avrebbe potuto fare anche un altro mestiere, il dentista.

Così, giunto alla maturità odontotecnica, si recò in via Festa del Perdono, dove ha sede l’Università degli Studi di Milano, e prese informazioni dagli studenti sparsi qua e là nei chiostri dell’ateneo. Si confrontò anche con i genitori, rassicurandoli sulle sue intenzioni, sulle sue motivazioni: avrebbe studiato di giorno e lavorato la sera. Così, nel 1975, si iscrisse al Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia, con l’obiettivo poi di intraprendere la specializzazione in Odontostomatologia, l’unica strada allora praticabile per poter esercitare la professione odontoiatrica. I primi anni di studio furono duri, ricorda Spadari: «Ero carente in Chimica e Fisica e nelle materie di base», racconta, «così decisi di prender lezioni private per colmare le numerose lacune». Alla fine del terzo anno, Francesco si accorse che gli sforzi non erano stati vani: molti suoi compagni, infatti, provenienti dai licei, anche da quelli più prestigiosi della città, non avevano raggiunto i suoi stessi risultati, forse anche perché non sufficientemente motivati. Nel novembre del 1977 il giovane studente, per un caso fortuito, incontrò il professor Oscar Hoffer, l’allora direttore della Clinica Odontoiatrica.

Questi, pubblicamente, nel corso di un congresso, dichiarò che avrebbe aperto le porte della struttura ai giovani studenti desiderosi di diventare odontoiatri. «Ero l’unico studente di Milano presente a quel congresso», ricorda Spadari, «con timido entusiasmo mi rivolsi al Prof. Hoffer e gli dissi che mi sarebbe piaciuto frequentare la sua Clinica e...». In quell’ambiente, conobbe i nomi più noti e accreditati dell’odontoiatria di quegli anni. Proseguendo negli studi universitari, iniziò ad apprezzare anche e sempre più la medicina e a curare l’aspetto scientifico, biologico e della ricerca in ambito odontoiatrico. Ebbe la fortuna di seguire gli insegnamenti del professor Ennio Giannì: «Un maestro», afferma Spadari, «un odontoiatra, un vero insegnante, un medico soprattutto, dalla grande cultura che mi ha stimolato e ha incoraggiato tutti noi nel credere che la bocca non è da considerare un organo accessorio e di secondario livello: ci ha fatto comprendere la differenza che esiste tra il dente e le strutture che lo circondano e che l’organo bocca può essere considerato lo specchio della salute del corpo umano, come recita anche un vecchio detto popolare». Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia, conseguita nel 1982, Spadari frequenta la scuola di specializzazione in Odontostomatologia presso la Clinica Odontoiatriaca e Stomatologica dell’Università di Milano. Nel 1986 consegue la sua prima specializzazione, due anni più tardi quella in Ortognatodonzia. Nel frattempo, la sua curiosità per il sapere lo aveva spinto ad avvicinarsi all’Istituto di Anatomia Patologica dello stesso ateneo. Lì, Spadari conobbe studenti, colleghi e ricercatori che lo convinsero di quanto fosse importante lo studio di questa disciplina di cui lui stesso aveva intravisto il valore anche per l’odontoiatria. «Ho conosciuto la fatica del medico che lavora tutto il giorno al microscopio a contatto con problematiche complesse e di primaria importanza», prosegue Spadari, «mi ha incuriosito e piacevolmente stimolato l’impostazione dottrinale del patologo, assai diversa dall’odontoiatra, e sorpreso e affascinato il livello medio di preparazione e di cultura medica di base dei patologi, ovviamente necessario per affrontare diagnosi isto-patologiche». È in questo ambiente che si consolida il suo interesse per la patologia orale e matura la scelta di intraprendere un’altra specializzazione. «Quando comunicai la mia decisione», ricorda Spadari, «il professor Giannì fu entusiasta, approvò quanto stessi facendo.

Ci presentammo in pochi al concorso e io ero l’unico medico di matrice odontoiatrica». D’altronde, ricorda Spadari, l’anatomia patologica non è mai stata una meta sognata e particolarmente ambita per i giovani laureati, né tantomeno argomento di interesse per l’odontoiatra. «Mi è sempre piaciuto andare dove gli altri non vanno», spiega, «e quella giusta fatica, consapevole, formativa e necessaria a raggiungere qualsiasi obiettivo, quella di cui parla anche Sant’Agostino, non mi ha mai spaventato». In quegli anni si recò più volte in India, dove trascorse lunghi periodi presso le principali università del Paese. Un’esperienza significativa, una scuola di vita, come lui stesso l’ha definita. Nel 1992 consegue la specializzazione in Anatomia Patologica. Nello stesso anno diviene Medico dell’Ambulatorio di Patologia Orale presso l’Istituto Scientifico Ospedale «San Raffaele» di Milano. L’anno seguente, sempre all’interno della medesima struttura, assume anche l’incarico nell’Ambulatorio Odontostomatologico presso la Divisione di Malattie Infettive, ospedale per la ricerca clinica delle patologie HlV-correlate, Centro «San Luigi». Dal 1994 al 1999 è Medico Frequentatore presso la Divisione di Dermosifilopatia all’Ospedale San Gerardo di Monza. Dal 1999 è Responsabile dell’Ambulatorio di Medicina e Patologia Orale presso l’Istituto di Clinica Odontoiatrica e Stomatologia dell’Università degli Studi di Milano diretta da Professor Franco Santoro. Dal 2001 entra in servizio come Professore Associato. Relatore a congressi nazionali e internazionali, Francesco Spadari è anche autore di pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali e internazionali.

Professor Spadari, in che rapporto sta la stomatologia con l’odontoiatria?

Bisogna innanzi tutto definire i campi delle due discipline. L’odontoiatria considerata nella sua veste più pura, si occupa di denti e dei tessuti di sostegno dentari. La stomatologia si occupa delle problematiche relative alle patologie che colpiscono i tessuti molli e quelli di rivestimento. La differenza apparirebbe minima, anche perché vari organi convivono necessariamente nell’organo bocca. La vera differenza sta nell’approccio diagnostico e nelle diversità palesi delle terapie. Nell’odontoiatria, assistiamo a una diagnostica tutto sommato semplice e immediata, ma finalizzata a complesse problematiche riabilitative, dove l’abilità manuale e chirurgica dell’operatore risulta di primaria importanza. La stomatologia, invece, richiede un’impostazione diagnostica e terapeutica completamente diversa, su stampo puramente medico. Essa si affianca necessariamente a discipline come l’anatomia patologica, l’immunologia, la dermatologia, la neurologia e la medicina interna. Occuparsi di stomatologia significa studiare sì le singole malattie del cavo orale, ma anche avere una visione e una cultura strutturata delle patologie sistemiche che in qualche modo possono interferire con la bocca.

 

L’odontoiatra medio possiede questa capacità, questa sensibilità?

Poco, purtroppo. L’odontoiatria, sempre più affascinante e travolta dalle evoluzioni merceologiche e tecnico-operative, distoglie naturalmente gli operatori da problematiche organo-sistemiche e dai concetti puramente medici. L’ideale sarebbe che l’odontoiatra di base maturasse certamente una professionalità finalizzata alla riabilitazione ottimale della masticazione ma non dimenticasse che ha a che fare quotidianamente con un paziente e con una sua condizione fisica più o meno normale o patologica. Ricordiamoci che il dentista, è il medico della bocca e non solo dei denti. In ogni caso, a mio modesto avviso, l’odontoiatria, senza l’anello che l’avvicina alla medicina di base, finirà per trovarsi sempre più settorializzata e, forse, sminuita nei confronti delle discipline mediche in generale. Certamente, una maggior interazione con la medicina valorizzerebbe l’odontoiatria e il lavoro del libero professionista.

La nascita del corso di laurea in odontoiatria può aver rappresentato un problema in questo senso o è ancora prematuro dare un giudizio?

In effetti la facoltà di Odontoiatria in Italia è ancora da considerarsi giovane. La laurea in odontoiatria, pur rientrando nell’area medica, risulta essere sempre più specialistica. Come ho già accennato, le problematiche dell’odontoiatria aumentano costantemente, così come le nuove metodiche e le nuove impostazioni. L’odontoiatria di oggi è concettualmente molto diversa rispetto a quella di trent’anni fa. Lo scotto di una super-specializzazione è quello di perdere inevitabilmente la corretta e necessaria visione generale.

Sono molti, infatti, i giovani odontoiatri che sembrano essere più orientati ad apprendere metodiche avanzate nell’ambito dell’implantologia, per esempio, piuttosto che a consolidare il loro sapere di base...

Molti giovani odontoiatri, entrando nel turbinio delle complesse realtà lavorative, perdono precocemente i valori e la giusta cultura di base. Mi accorgo che persino gli studenti dell’ultimo anno, spesso dimenticano i concetti della medicina appresi durante il biennio propedeutico. Dimenticano precocemente lo studio ragionato, la ricerca e concentrano tutta la loro attenzione su problematiche terapeutiche con un riscontro immediato nel mondo del lavoro. Forse questo fa parte dei costumi e dei modi di pensare della nostra società moderna, dove è ormai in disuso il concetto di cultura o di seminare bene per poi raccogliere ancora meglio. Ed è anche un po’ la storia naturale dell’odontoiatria. I nostri odontoiatri, spinti anche dal desiderio di realizzare maggiori risultati economici, puntano ad acquisire gli aspetti tecnici della professione, a discapito invece dei concetti teorici, i più formativi.

È quello che accade anche in India?

In India le università seguono un modello anglosassone. I loro docenti ricordano quelli di altri tempi, per così dire: hanno una grande formazione dottrinale e scientifica. L’Università non dispensa solo cultura, ma suggerisce anche un’impostazione di vita. Un po’come accade nei seminari dove i giovani acquisiscono le nozioni teoriche, ma anche valori e costumi.

E nelle nostre università, invece, che valori si respirano?

Assistiamo a tentativi di rinnovamento, di grandi innovazioni, di imitazioni di modelli didattici anche lontani dal nostro modo di pensare e agire. L’Università è fatta anch’essa di uomini e purtroppo sta risentendo della cultura che si respira nella società di oggi: sempre più tecnologica, con tempi spesso ristretti e non condivisibili con un pensiero semplice e strutturato. Per contrastare questa tendenza, a mio avviso dannosa per le nuove generazioni, siamo noi docenti che dobbiamo dedicare alla didattica concreta e alla vita di ateneo, un impegno particolare, animato anche da modelli costruttivi e motivazionali seri.

In futuro, il nostro Paese, a suo avviso, potrà contare sulla crescita delle cliniche odontoiatriche di rilevanza pubblica?

È una questione che riguarda le scelte politiche. La gestione di una clinica odontoiatrica è una realtà molto complessa. Ma al di là di quello che potrà essere il futuro, dove pubblico e privato potranno avere pesi differenti, è importante sapere quale debba essere il compito di una clinica odontoiatrica universitaria sul territorio. Personalmente credo che la sua presenza dovrebbe assicurare pratiche odontoiatriche non disponibili altrove: dunque, un’odontoiatria avanzata, un’assistenza attenta e destinata al disabile o al paziente «a rischio» con problematiche sistemiche. In questo modo la clinica universitaria diventa davvero e comunque un punto di riferimento per i pazienti e per gli odontoiatri liberi professionisti che operano sul territorio.

Quali sono le patologie orali più diffuse e quali quelle emergenti?

Le patologie su base immuno-reattiva, legate per esempio alle problematica riguardanti la presenza di metalli nel cavo orale: un aspetto che non aveva alcun risvolto 30-40 armi fa. Oggi si presta molta attenzione alle leghe che possono creare in alcuni soggetti reazioni immunitarie da ipersensibilità ritardata, che preannunciano lo sviluppo di patologie degenerative e a volte cancerogene.  Anche le neoplasie, come il carcinoma del cavo orale, tipiche di persone di una certa età che avevano particolari abitudini di vita e che facevano uso di tabacco, per esempio, oggi colpiscono anche soggetti relativamente giovani e nella terza o quarta decade di vita e che non hanno mai fumato ed hanno uno stile di vita corretto.

Per concludere, nella stomatologia, c’è forse la chiave per risolvere almeno alcuni dei problemi di cui soffre oggi l’odontoiatria?

L’indice di maturazione e di cultura di un popolo o di una società, si misura seguendo innumerevoli evenienze ed evidenze. Tra queste, ha un ruolo importante la qualità della medicina e dei servizi assistenziali. Quanto le discipline mediche siano attente e sufficientemente all’altezza delle esigenze e delle problematiche sociali. Nel campo dell’odontoiatria abbiamo avuto certamente una grande crescita, anche se la super specializzazione della disciplina ha portato con sé alcuni effetti negativi. C’è il rischio di perdere qualcosa e forse varrebbe la pena di compiere una revisione critica dei contenuti, di arrivare al giusto compromesso. Un aumento della cultura generale dei professionisti in ambito odontoiatrico potrebbe portare certamente a grossi vantaggi in termini di prevenzione delle patologie orali, ma anche di nuovi strumenti per contrastare i momenti di crisi come quelli che si stanno vivendo oggi.

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