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Dentisti e igienisti dentali: per 8 italiani su 10 contano molto per la salute

Secondo un sondaggio condotto da YouGov per Curasept, il 78% degli italiani riconosce dentisti e igienisti dentali come figure sanitarie di riferimento fondamentali. Non solo per le cure cliniche, ma anche per la prevenzione e la promozione di stili di vita corretti. Questo dato riflette l’elevata fiducia che la popolazione ripone nei professionisti della salute orale, considerati sempre più alleati del benessere generale.

Il ruolo guida nelle scelte quotidiane

Marta Giovannardi, Biostatistician and Quality Assurance Specialist di Curasept

Lo studio mostra come i consigli di dentisti, igienisti e farmacisti influenzino significativamente le decisioni d’acquisto dei pazienti. Il 40% degli intervistati, per esempio, si affida al loro parere per scegliere lo spazzolino e il 38% per il dentifricio. «Riteniamo che questo ruolo fondamentale di guida sia di grande valore e un riconoscimento per tutti i professionisti della salute orale», afferma Marta Giovannardi, Biostatistician and Quality Assurance Specialist di Curasept. Secondo l’esperta, la responsabilità del clinico non si esaurisce nel trattamento delle patologie. Si estende anche alla divulgazione e alla promozione della consapevolezza sui concetti chiave della prevenzione. D'altro canto, dentisti e igienisti hanno la possibilità concreta di orientare il cambiamento culturale. Sensibilizzando i pazienti a considerare la salute orale come parte integrante del benessere generale.

Prevenzione e consapevolezza ancora limitate

Nonostante la fiducia nei professionisti, il sondaggio evidenzia un deficit informativo. Quasi la metà degli italiani (49%) non conosce o non riconosce il legame tra salute orale e salute sistemica. Pochi, ad esempio, sono consapevoli che i batteri presenti nel cavo orale possano diffondersi all’organismo e contribuire a malattie sistemiche.

«Proprio in questo contesto emerge la funzione educativa del professionista, chiamato a trasformare la visita odontoiatrica in un’occasione di prevenzione e informazione», sottolinea Giovannardi.

Comunicazione in studio: le parole che rassicurano

Un altro dato significativo riguarda la comunicazione medico-paziente. «Il linguaggio usato durante i trattamenti si rivela determinante nel modulare l’ansia del paziente e nel favorire l’adesione alle cure», spiega l'esperta di Curasept.

Le frasi più rassicuranti sono quelle che trasmettono positività e controllo: «Stai andando benissimo, ancora pochi minuti e abbiamo finito» riduce l’ansia per il 67% dei pazienti, mentre «Se senti dolore, alza la mano» è rassicurante per il 52%. Al contrario, espressioni che minimizzano il dolore o invitano a “resistere” generano ansia e incertezza.

La prima visita: un ricordo che segna le generazioni

Il sondaggio indaga anche il ricordo della prima visita dal dentista. La maggioranza degli italiani (32%) dichiara di essersi recata tra i 7 e gli 11 anni. Mentre oggi cresce la tendenza a portare i bambini in età prescolare. Le esperienze variano a seconda della generazione: la GenZ conserva ricordi per lo più positivi (11% molto positivi e 41% abbastanza positivi), mentre tra Baby Boomer e Silent Generation prevalgono memorie negative.

Dentisti e igienisti dentali, più che professionisti

Dal sondaggio emerge un dato chiaro. Dentisti e igienisti dentali non sono percepiti solo come tecnici, ma come guide di fiducia che influenzano le scelte quotidiane, sostengono la prevenzione e migliorano l’esperienza in studio. «Il loro contributo va oltre la cura delle patologie: rappresenta un pilastro essenziale per diffondere la cultura della salute orale come parte integrante del benessere complessivo», conclude Marta Giovannardi.

Disgiunzione palatale con C-Expander in pazienti tardo-adolescenziali Premium

Disgiunzione palatale C-Expander

Autori

Roberto Rossi

Medico chirurgo, specialista in Odontostomatologia, Master in Parodontologia, Master in Ortodonzia, Rho (Mi)

Corrispondenza: dr.rossi@sorriderho.it

Abstract

Scopo del lavoro: l’introduzione dei mini impianti ortodontici ha cambiato molti paradigmi in ortodonzia, spostando i limiti di utilizzo di molte apparecchiature. La disgiunzione rapida del palato (RPE) è sempre stata utilizzata nella prima fase della crescita; oggi, con l’avvento di questi strumenti e lo sviluppo delle apparecchiature ibride o esclusivamente ad ancoraggio scheletrico, la disgiunzione palatale può essere utilizzata anche in pazienti adulti (MARPE). Questo lavoro vuole mostrare come l’utilizzo del C-Expander può essere utilizzato in pazienti tardo adolescenziali senza dare luogo agli effetti collaterali spesso associati all’utilizzo della disgiunzione ancorata solamente agli elementi dentari (RPE).

Materiali e metodi: sono stati selezionati due pazienti con problematiche completamente differenti; entrambi per caratteristiche dento scheletriche necessitavano di una disgiunzione palatale, ma le fasi di crescita e le condizioni dentali non erano consone all’utilizzo di apparecchiature ad ancoraggio solo dentale. La metodica utilizzata è quella del singolo appuntamento, ossia si prepara l’apparecchiatura e, nella stessa seduta, si applicano il disgiuntore e i mini impianti, in modo da poter ottenere un ancoraggio primario importante, che garantisca il perfetto funzionamento dell’apparecchiatura.

Discussione: l’utilizzo di questa apparecchiatura offre molti vantaggi, riassumibili in alcuni punti fondamentali, primo fra tutti il fatto di non avere bisogno della dima chirurgica e, quindi, la possibilità di ridurre le radiazioni poiché non si ha l’obbligo di eseguire la CBCT. Il secondo grande vantaggio consiste nel fatto che, se non si riesce a ottenere la ritenzione primaria corretta, è possibile riposizionare il mini impianto senza la necessità di riprendere il lavoro dall’inizio.

Conclusioni: all’interno della famiglia dei disgiuntori con ancoraggio scheletrico (MARPE) il C-Expander appartiene alla categoria Bone-Borne, riduce gli effetti collaterali legati all’ancoraggio ibrido o solo dentale, risulta essere meno costoso in quanto non necessita obbligatoriamente di CBCT e dima chirurgica. La facilità di utilizzo è decisamente la caratteristica fondamentale di questa apparecchiatura.

Palatal disjuntion by C-Expander in late adolescent patients

Aim of the work: the introduction of orthodontic mini-implants has changed many paradigms in orthodontics, shifting the limits of the use of many devices. Rapid palatal disjunction (RPE) has always been used in the early phase of growth, with the advent of these instruments and the development of hybrid or exclusively skeletally anchored devices, palatal disjunction can also be used in adult patients (MARPE). This work aims to show how the C-Expander can be used in late adolescent patients without giving rise to the side effects often associated with disjunction anchored only to the teeth (RPE).

Materials and methods: two patients were selected with completely different problems but both due to dental-skeletal characteristics required a palatal disjunction but the growth phases and dental conditions were not suitable for the use of dental-only anchorage devices. The method used is that of the single appointment, that is, the device is prepared and in the same session, the disjunctor and mini implants are applied to obtain an important primary anchorage and to guarantee the perfect functioning of the device.

Discussion: the use of this device has many advantages, which can be basically summarized in some fundamental points, first of all the fact that it does not need the surgical template, therefore the possibility of reducing radiation as it is not necessary to perform the CBCT. The second major advantage is that if the correct primary retention is not achieved, it is possible to reposition the mini implant without having to restart the work from the beginning. Conclusions: within the family of skeletal anchorage disjunctors (MARPE), the C-Expander belongs to the Bone-borne category, reduces the side effects related to hybrid or dental-only anchorage, and is less expensive as it does not necessarily require a CBCT and surgical template. Ease of use is the fundamental characteristic of this device

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Cinzia Maspero. La centralità della diagnosi

Cinzia Maspero

Ortodontista, docente e ricercatrice, la professoressa Cinzia Maspero ha dedicato i suoi studi e le sue ricerche alla comprensione profonda delle dismorfosi cranio-facciali e all’approccio multidisciplinare ai casi complessi. In questa intervista racconta la sua visione clinica e formativa, dove l’accuratezza diagnostica, l’approccio etico al paziente e la collaborazione tra specialisti sono i tre pilastri cruciali.

Professoressa Maspero, qual è stata l’intuizione che l’ha spinta a dedicarsi all’ortodonzia e, in particolare, allo studio delle dismorfosi craniofacciali?

La motivazione più profonda che mi ha portata a dedicarmi a questo ambito dell’odontoiatria nasce dalla possibilità di poter intervenire sulla crescita dei piccoli pazienti in fase evolutiva, adottando approcci terapeutici volti a prevenire dismorfosi importanti che, se trascurate, richiederebbero in futuro trattamenti ortodontici complessi. Tra le varie discipline odontoiatriche, l’ortodonzia mi ha affascinata proprio perché, se si interviene al momento opportuno, consente di agire sulla crescita delle ossa mascellari, offrendo ai bambini un’estetica armonica del volto e un’occlusione corretta. Significa, per me, aiutarli a convivere serenamente fin dalla giovane età con il proprio aspetto e a favorire lo sviluppo fisiologico delle funzioni dell’apparato masticatorio e del cavo orale, elementi fondamentali per il benessere complessivo.

Nella sua esperienza, quali sono oggi gli errori di impostazione più frequenti nei piani di trattamento ortodontico complessi?

L’errore più comune che riscontro riguarda la diagnosi. Una interpretazione errata delle dismorfosi cranio-facciali conduce spesso ad attuare terapie prolungate e complesse, che purtroppo poi non risolvono definitivamente il problema e comportano costi sanitari elevati sia per il paziente sia per l’odontoiatra. Solo a partire da una diagnosi precisa è possibile pianificare e attuare terapie efficaci, basate sulle più recenti evidenze scientifiche, che garantiscano un trattamento appropriato e risultati duraturi.

La diagnosi digitale ha rivoluzionato l’ortodonzia: qual è, secondo lei, l’innovazione che ha cambiato più radicalmente la qualità clinica delle scelte terapeutiche?

Le tecnologie digitali hanno trasformato il processo diagnostico in ortodonzia, rendendolo più approfondito, efficiente e preciso. Strumenti come gli scanner facciali, gli scanner intraorali e la possibilità di integrare le immagini TAC cone beam con le scansioni del volto permettono oggi di formulare diagnosi cliniche molto più dettagliate, riducendo in modo significativo i tempi necessari per completare l’analisi. Oltre a potenziare l’efficacia del singolo professionista, queste tecnologie favoriscono una reale integrazione multidisciplinare: ortodontista e chirurgo maxillo-facciale possono collaborare fin dalle fasi iniziali, valutare con precisione la relazione tra occlusione e posizione delle basi ossee e dei tessuti molli, e simulare digitalmente gli eventuali spostamenti chirurgici o ortodontici prima dell’inizio della terapia combinata. Si tratta di innovazioni che hanno migliorato sensibilmente l’accuratezza diagnostica, semplificando al tempo stesso il percorso clinico.

Che ruolo giocano oggi l’intelligenza artificiale e la modellazione 3D nella previsione dei risultati ortodontici?

Ci stiamo lavorando, ma non siamo ancora in grado di fornire risposte precise. Sono strumenti promettenti, dei quali è però necessario ancora comprendere appieno il potenziale clinico, ricordando che l'intelligenza artificiale riveste un ruolo di supporto importante ma le decisioni rimangono del medico.

È favorevole all’uso sistematico di aligners anche nei casi scheletrici? Dove, secondo lei, si deve ancora fare chiarezza?

Gli aligners possono essere usati per gli spostamenti dentali o dento-alveolari, così come per la preparazione ortodontica pre-chirurgica. Tuttavia, non sono convinta che i soli allineatori possano risolvere discrepanze scheletriche importanti, se non utilizzati in combinazione con altri strumenti terapeutici come, ad esempio, le miniviti o altre procedure aggiuntive.

Quando e come decide che un caso richiede una valutazione chirurgica?

Quando il paziente ha terminato la crescita e presenta grosse discrepanze scheletriche che non siano compatibili con lo consentono svolgimento delle multifunzioni orali e che non possono essere risolte con la sola ortodonzia. In questi casi, la valutazione chirurgica è sempre indispensabile.

Come si costruisce un dialogo efficace tra ortodontista, chirurgo maxillo-facciale e logopedista?

Quando un paziente richiede un trattamento, fin dall’inizio programmiamo tutto nei dettagli con l’intera équipe: la prima figura che entra in gioco è l’igienista dentale, perché nessun paziente può essere candidato a una terapia ortodontica o chirurgica se ha un cavo orale affetto da malattia. La procedura comporta la rimozione di placca, tartaro e di tutti i focolai infiammatori. Altro professionista cruciale è il chirurgo maxillo-facciale, con cui si stabilisce fin da subito il tipo di chirurgia che dovrà essere effettuata e si concordano i relativi spostamenti ortodontici. Il tecnico si occupa invece di realizzare le dime chirurgiche. Infine, qualora vi siano anche grossi difetti di pronuncia o problemi legati alla deglutizione, viene coinvolto il logopedista, perché se una funzione è sempre stata svolta dal paziente in maniera anomala, non è certo che questa torni a essere automaticamente fisiologica una volta corretto il problema scheletrico. In alcuni casi è indicato, inoltre, chiedere anche un supporto psicologico.

La chirurgia ortognatica può migliorare anche aspetti come la qualità del sonno e la funzione respiratoria: quanto è consapevole oggi il paziente di questi benefici?

A volte è proprio per questi problemi che i pazienti richiedono il nostro supporto. Penso alla sindrome delle apnee ostruttive notturne: in questi casi le persone spesso arrivano da noi già molto informate. Sanno che possono ottenere dei benefici e sono anche consapevoli dei possibili rischi. A livello ortodontico, nei pazienti in crescita abbiamo molte possibilità di migliorare la funzione respiratoria con l'espansione mascellare e/o avanzamento mandibolare. Una volta terminata la crescita, invece, è indicato collaborare con il chirurgo maxillofacciale. Nei casi di OSAS possiamo anche prendere in considerazione l'utilizzo dei MAD, dispositivi che mantengono la mandibola in posizione avanzata: sono utili, ma non rappresentano una terapia definitiva e vanno portati con costanza.

Lei è attiva nella ricerca accademica: quali studi recenti ritiene particolarmente significativi per il futuro dell’ortodonzia?

Tutto quello che riguarda l’ortodonzia minimamente invasiva, ossia terapie quanto più conservative, molto più efficaci ed efficienti e in grado di offrire risultati più prevedibili nel minor tempo possibile. Le tecnologie ci stanno aiutando molto a procedere in questa direzione.

Nella sua attività didattica, quali sono le lacune più comuni nella preparazione dei giovani odontoiatri? E quali competenze cerca di trasmettere con più convinzione?

Molti giovani hanno fretta, vorrebbero apprendere tutto fin da subito e, per riuscirci, sono portati a cercare scorciatoie. Io li esorto a procedere per gradi e cerco soprattutto di trasmettere l’importanza dell’etica nella nostra professione. Abbiamo a che fare con pazienti che, prima di tutto, sono esseri umani. Dobbiamo considerare ciascuno di loro alla stregua di una persona cara, proponendo solo quello che consiglieremmo a un nostro familiare. È indispensabile avvicinarsi con empatia. Per questo cerco di trasmettere agli studenti l’importanza del dialogo con il paziente, al quale bisogna parlare sempre con onestà, studiando per lui quella che è la cura migliore. Soprattutto, occorre comprendere l’importanza della diagnosi, che è la base di tutta la medicina e anche l’atto più squisitamente medico. Strumenti di cura ne abbiamo tanti, di tutti i tipi, e possiamo impiegarli diversamente per ogni singolo caso, ma la diagnosi deve essere univoca e va effettuata con molta cura.

Dopo tanti anni di attività, qual è l’aspetto del lavoro che continua ad appassionarla di più?

Vedere i pazienti felici al termine delle terapie, quando li sento dire: “sono contento, ora vivo bene con la mia faccia e con i miei denti”. Ricordo il caso di una paziente disabile, che presentava una terza classe mandibolare importante e molti denti inclusi. Abbiamo lavorato con un approccio multidisciplinare ortodontico chirurgico. Fu molto commovente l’incontro dopo la chirurgia. Aveva sentito per la prima volta le arcate toccare tra loro e poteva finalmente sorridere vedendo i suoi denti. Mi ha abbracciata e mi ha detto: “Riesco a masticare!”. Ecco, è questo il momento più nobile e gratificante del nostro lavoro.

Che consiglio darebbe oggi a una giovane ortodontista all’inizio del suo percorso?

Esorterei i colleghi più giovani a non chiudersi subito negli studi privati, ma di continuare a frequentare gli ambienti ospedalieri e universitari per crescere nel proprio percorso formativo. I neolaureati devono comprendere l’importanza di restare a contatto con le istituzioni che li hanno formati per migliorare il loro sviluppo professionale

 

Cinzia Maspero
Laureata in Medicina e Chirurgia, ha conseguito il diploma post-universitario in Ortognatodonzia alla New York University College of Dentistry (1995). Specializzata in Odontostomatologia e Ortognatodonzia, dal 1998 ha collaborato alle attività di insegnamento per i corsi di Laurea e Specializzazione dell’Università degli Studi di Milano. Dal 2000 al 2009 ha svolto attività assistenziale ospedaliera in Odontostomatologia presso gli Istituti Clinici di Perfezionamento di Milano, con il ruolo di Dirigente Medico di I livello. Dal 2009 opera presso la Clinica Odontoiatrica della Fondazione IRCCS Cà Granda, Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. Ha un ruolo di responsabilità nei reparti di Ortognatodonzia, Gnatologia, Odontoiatria conservativa e Odontoiatria pediatrica. È professore associato presso l’Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Scienze Biomediche, Chirurgiche ed Odontoiatriche-Malattie Odontostomatologiche. Dal 2022 è uno dei referenti responsabili per il Dipartimento di Scienze Biomediche, Chirurgiche ed Odontoiatriche dell’internazionalizzazione dell’Università degli Studi di Milano. Direttore della Scuola di Specializzazione in Odontoiatria Pediatrica per il triennio accademico 2024-2027 presso l’Università degli Studi di Milano. È autrice di numerose pubblicazioni su riviste nazionali e internazionali. Il rapporto interdisciplinare è essenziale.

Remineralizzazione dello smalto con ultrasuoni focalizzati e cluster ionici

remineralizzazione smalto

Le lesioni “white spot” (White Spot Lesions, WSL) rappresentano una delle più comuni complicanze post-ortodontiche e costituiscono un segnale precoce di demineralizzazione. Poiché queste lesioni sono clinicamente reversibili, i protocolli tradizionali di remineralizzazione dello smalto si basano prevalentemente su applicazioni di fluoro o di calcio-fosfato. Tuttavia, tali trattamenti richiedono tempi lunghi e spesso non riescono a ricostruire in modo completo l’architettura cristallina originaria dello smalto. Per superare questi limiti, un gruppo di ricercatori dell’University of Western Australia ha proposto un approccio innovativo che combina ultrasuoni focalizzati ad alta intensità (HIFU, High-Intensity Focused Ultrasound) con cluster ionici di fosfato di calcio (CPICs, Calcium Phosphate Ion Clusters).

Il razionale biologico della ricerca sperimentale

Lo smalto demineralizzato perde la sua organizzazione cristallina, diventando vulnerabile agli attacchi acidi. In questo contesto, i CPICs, che si presentano inizialmente in forma amorfa (ACP, Amorphous Calcium Phosphate), forniscono un serbatoio di ioni calcio e fosfato pronti a riorganizzarsi in idrossiapatite (HAP). Tuttavia, poiché la transizione da ACP a HAP risulta lenta e incompleta, occorre un fattore di stimolo. Ecco perché l’uso del HIFU diventa cruciale. Infatti, le onde ultrasoniche ad alta intensità accelerano il processo di nucleazione e favoriscono l’allineamento dei cristalli lungo l’asse c. Di conseguenza, la struttura che si forma rispecchia quella naturale dei cristalliti dello smalto.

Risultati sperimentali

Gli autori hanno condotto una serie di esperimenti in vitro. In primo luogo, hanno trattato campioni di smalto artificiale con CPICs; successivamente, li hanno irradiati con HIFU per intervalli variabili. Inoltre, hanno verificato la trasformazione dei cluster in idrossiapatite ben organizzata attraverso microscopia elettronica e diffrazione a raggi X. I risultati hanno mostrato che la combinazione HIFU + CPICs produce una ricostruzione più rapida e più efficace rispetto all’uso isolato degli agenti remineralizzanti. In particolare, già dopo pochi minuti di esposizione si è osservata la riformazione di una rete cristallina stabile e orientata, del tutto comparabile a quella dello smalto sano.

Implicazioni cliniche

Questi risultati aprono prospettive cliniche significative. Infatti, grazie all’effetto sinergico tra stimolazione fisica e supporto chimico, diventa possibile pensare a trattamenti non invasivi, biomimetici e soprattutto più rapidi rispetto alle metodiche tradizionali. Inoltre, l’approccio potrebbe ridurre il ricorso a restauri invasivi e, parallelamente, abbassare il rischio di progressione cariosa. Pertanto, se futuri studi clinici in vivo confermeranno questi dati, gli ultrasuoni focalizzati in combinazione con i cluster di calcio-fosfato potrebbero rappresentare una strategia terapeutica innovativa nella gestione delle lesioni post-ortodontiche e delle prime fasi di carie.

Una tecnica che fa ben sperare

In conclusione, secondo questa ricerca sperimentale, pubblicata sul Journal of Dental Research, la remineralizzazione dello smalto tramite HIFU e CPICs si configura come un’innovazione promettente. Da un lato, l’energia ultrasonica accelera e indirizza la crescita dei cristalli di idrossiapatite; dall’altro, i cluster di fosfato di calcio forniscono i precursori chimici necessari. In questo modo, la tecnica riproduce i meccanismi naturali di mineralizzazione e restituisce allo smalto una struttura funzionale.

Empatia, come migliorare la relazione con i pazienti

empatia con il paziente

Un recente studio condotto presso il College of Dentistry dell'Università dell'Iowa, USA, propone una classificazione sistematica delle strategie di comunicazione empatica utilizzate dai dentisti. Gli autori hanno analizzato le interazioni cliniche con l’obiettivo di comprendere come i professionisti riescano, attraverso l'empatia, a trasmettere sostegno, fiducia e sicurezza ai loro pazienti. Il tema non è marginale: la comunicazione empatica rappresenta infatti una delle basi della relazione terapeutica e influisce in modo diretto sia sull’esperienza del paziente, sia sulla qualità della cura.

Cinque modalità di empatia

La ricerca individua cinque principali modalità di espressione empatica. La prima riguarda la disponibilità emotiva, cioè la capacità di confortare il paziente in situazioni di ansia o dolore. La seconda consiste nella convalida, che implica il riconoscimento esplicito delle emozioni espresse dal paziente. La terza modalità si lega alla simpatia, intesa come condivisione di uno stato d’animo che permette di creare un terreno comune. La quarta è l’incoraggiamento, fondamentale per sostenere la motivazione e favorire l’adesione ai trattamenti. Infine, la quinta modalità riguarda l’ispirazione della fiducia, elemento che si costruisce con coerenza, trasparenza e rassicurazioni credibili.

Implicazioni per la formazione

Secondo gli autori, riconoscere e classificare queste strategie non ha solo valore descrittivo. Offre anche strumenti concreti per la formazione dei futuri odontoiatri. Inserire moduli specifici di comunicazione empatica nei curricula universitari significa preparare professionisti più attenti alle dimensioni psicologiche della cura. Un dentista in grado di validare un’emozione o di infondere fiducia non si limita a migliorare la percezione del trattamento, ma contribuisce a rafforzare l’alleanza terapeutica e, in ultima analisi, a ottenere risultati clinici migliori. La ricerca sottolinea inoltre che l’empatia non va intesa come una dote innata, ma come una competenza che si può sviluppare e affinare con l’esperienza e con la pratica guidata.

Qualche esempio concreto

Tradurre queste strategie nella pratica significa adottare comportamenti semplici ma incisivi. La convalida può emergere da frasi come “Capisco che questa situazione possa metterla in ansia, è del tutto normale sentirsi così”, che riconoscono apertamente l’emozione del paziente. L’incoraggiamento si può esprimere con affermazioni brevi, ad esempio “Sta collaborando molto bene, continui così”, che rinforzano la motivazione. La simpatia si manifesta anche con piccoli gesti di condivisione, come raccontare un episodio personale simile per ridurre la distanza percepita. Infondere fiducia significa dare spiegazioni chiare e comprensibili: “Questo trattamento ha tempi precisi, e la guiderò passo dopo passo”. Anche la disponibilità emotiva può passare da un semplice contatto visivo, da un tono di voce calmo e da pause che lasciano spazio alle domande. Dettagli apparentemente minori che, però, costruiscono un clima di sicurezza e collaborazione.

Verso una pratica più consapevole

La tipologia proposta dall’articolo apre una strada interessante per il futuro. Permette di osservare la relazione dentista-paziente con un linguaggio più preciso e di individuare le aree di miglioramento nella comunicazione clinica. In un contesto in cui i pazienti sono sempre più informati e spesso ansiosi, la capacità di offrire un supporto empatico diventa un requisito essenziale della pratica quotidiana. Lo studio, pubblicato sull’European Journal of Dental Education, mostra che l’empatia, lungi dall’essere un concetto astratto, è un insieme di comportamenti concreti e misurabili che il dentista può apprendere, esercitare e rendere parte integrante della propria identità professionale.

Il profilo ideale dell’odontoiatra pediatrico secondo i bambini

odontoiatra pediatrico
Parents and child girl in meeting with doctor orthodontist, dental examination and dentist consultation. The girl is holding her favorite bear.

Un recente studio condotto dal Dipartimento di Odontoiatria Pediatrica della Mersin University, Turchia, ha indagato un aspetto spesso sottovalutato, ma fondamentale per la pratica clinica: le preferenze visive dei bambini nei confronti dell'odontoiatra pediatrico. L’indagine ha coinvolto 250 piccoli pazienti, con età compresa tra i 3 e i 10 anni, selezionati tra coloro che si recavano per la prima volta in clinica. Per superare i limiti di comprensione tipici di questa fascia d’età, i ricercatori hanno utilizzato un questionario illustrato composto da dieci domande. Le immagini sono state generate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, così da renderle più immediate e comprensibili anche ai più piccoli.

I risultati più interessanti

Dall’analisi è emerso che i bambini tendono a preferire dentisti dello stesso sesso, dettaglio che sottolinea l’importanza dell’identificazione durante la fase di primo approccio. Un altro elemento ricorrente riguarda l’età del professionista: la figura di un dentista giovane suscita maggiore fiducia e simpatia. I bambini apprezzano inoltre il camice bianco, la postura accogliente di chi saluta da seduto e la presenza dei dispositivi di protezione individuale, percepiti come segno di sicurezza e professionalità. Queste preferenze variano in parte con l’età. I più piccoli, quelli tra tre e  sei anni, per esempio hanno mostrato scelte differenti rispetto ai bambini più grandi. Quelli dai sette ai dieci anni prediligono infatti uniformi colorate e brillanti. Anche il genere ha un ruolo: le bambine tendono a preferire tonalità vivaci già in età prescolare, mentre i maschi piccoli mostrano inizialmente inclinazioni per colori più sobri.

Implicazioni pratiche per il clinico

Il messaggio per l'odontoiatra pediatrico è chiaro. L’aspetto esteriore e il modo in cui ci si presenta non sono elementi marginali, ma parte integrante della relazione terapeutica. Creare un ambiente visivamente rassicurante, curare l’abbigliamento e adottare un linguaggio del corpo empatico sono attenzioni che aiutano a ridurre ansia e diffidenza. Non si tratta di inseguire mode o tendenze, ma di riconoscere il valore che i bambini attribuiscono a segnali immediati e concreti. La possibilità di adattare piccoli dettagli – come il colore delle divise o la modalità di saluto – rappresenta un’opportunità semplice ed efficace per facilitare la collaborazione.

Uno spunto per il futuro

Lo studio, pubblicato sull’European Journal of Paediatric Dentistry, mostra con chiarezza come il primo impatto visivo condizioni l’esperienza odontoiatrica in età pediatrica. Nonostante i limiti legati al numero del campioni e al contesto locale, la ricerca apre la strada a nuove riflessioni sulla comunicazione non verbale in odontoiatria. In un’epoca in cui la personalizzazione delle cure è al centro del dibattito clinico, anche l’attenzione a questi aspetti può fare la differenza.

Indagine sulle pratiche cliniche nel trattamento pulpare dei denti decidui

trattamento pulpare denti decidui

La gestione della polpa nei denti decidui rappresenta un ambito dell’odontoiatria pediatrica ancora poco esplorato e scarsamente documentato nella letteratura scientifica, soprattutto per quanto riguarda le reali abitudini cliniche dei professionisti. Nonostante le linee guida internazionali suggeriscano protocolli specifici per il trattamento della polpa nei denti decidui, nella pratica quotidiana questa tematica risulta talvolta trascurata o affrontata con approcci non uniformi.

Con l’introduzione della figura dello specialista in odontoiatria pediatrica e l’aumento della sensibilità verso un approccio conservativo anche in età evolutiva, è ipotizzabile che il panorama clinico stia cambiando e che la terapia pulpare dei denti decidui stia progressivamente guadagnando maggiore attenzione e diffusione.

Per contribuire a una maggiore comprensione delle attuali pratiche in questo ambito, l’Università degli Studi di Milano con la prof.ssa Maria Grazia Cagetti, docente di Odontoiatria e Pediatrica, e in collaborazione con Il Dentista Moderno,  promuove la compilazione di un breve questionario composto da circa quindici domande a risposta multipla. Il tempo stimato per la compilazione è di pochi minuti e i dati raccolti verranno anonimizzati.

La tua partecipazione sarà preziosa per raccogliere dati utili a delineare le abitudini cliniche correnti e per individuare eventuali bisogni formativi o aree di miglioramento.
A tutti i partecipanti che lo desidereranno, verrà inviata una sintesi dei risultati ottenuti.

 

I dati raccolti saranno trattati in modo aggregato nel rispetto della legge sulla privacy e utilizzati soltanto per fini statistici ai sensi del Regolamento UE 679/2016 e successive modifiche ed integrazioni in materia di trattamento dei dati personali.

 

 

Parodontologia, lo stato dell’arte in un nuovo consensus europeo

parodontologia

Il 20° Workshop Europeo di Parodontologia ha recentemente pubblicato un consensus report che rappresenta un passaggio fondamentale nell’evoluzione delle metodiche diagnostiche per la malattia parodontale. Il documento è frutto del lavoro congiunto di 70 esperti provenienti da 21 Paesi, Italia inclusa con un numero anzi importante di rappresentanti esperti di questa materia. Il documento in questione aggiorna il quadro delle evidenze scientifiche alla luce della classificazione del 2018 e delle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

La sonda manuale rimane lo standard

Il report ribadisce che la sonda parodontale manuale continua a rappresentare il gold standard nella diagnosi clinica. È uno strumento insostituibile per la valutazione della profondità di sondaggio e della perdita di "attacco clinico", grazie alla sua affidabilità e alla possibilità di standardizzazione. Tuttavia, emerge con chiarezza che la sola misurazione clinica non è sufficiente a descrivere la complessità della malattia parodontale.

Imaging: un supporto sempre più rilevante

Le tecniche di imaging 2D e 3D (radiografie digitali, CBCT, scansioni intraorali) stanno acquisendo un ruolo complementare. Queste metodiche consentono una visione più dettagliata della perdita ossea e delle variazioni morfologiche, migliorando la capacità diagnostica e la pianificazione terapeutica. Non sostituiscono la valutazione clinica tradizionale, ma ne ampliano la portata, offrendo alla parodontologia un'arma in più.

Biomarcatori: potenzialità e limiti attuali

L’analisi dei biomarcatori – microbici, genetici e derivati dai fluidi orali – costituisce un campo in rapido sviluppo. Il consenso evidenzia tuttavia come, allo stato attuale, tali strumenti presentino risultati ancora troppo eterogenei per un impiego routinario. La prospettiva è promettente, ma si rende necessario un ulteriore consolidamento dell’evidenza scientifica prima di un’adozione diffusa nella pratica clinica.

Questionari e intelligenza artificiale: la nuova frontiera

Nel tracciare lo stato dell'arte della parodontologia, particolare attenzione è stata riservata agli strumenti digitali e all’intelligenza artificiale. L’integrazione di dati clinici, radiografici e anamnestici mediante modelli predittivi potrebbe consentire un’identificazione precoce dei pazienti a rischio e una maggiore personalizzazione del trattamento. Si tratta di un ambito emergente, destinato a incidere in modo significativo sulla diagnosi nei prossimi anni.

Implicazioni per la pratica clinica

Il messaggio emerso dal consensus report, pubblicato sul Journal of Clinical Periodontology, è chiaro: la diagnosi, in parodontologia, non può più basarsi esclusivamente sulla valutazione clinica tradizionale. Il futuro sarà caratterizzato da un approccio integrato, nel quale la sonda manuale rimane centrale, ma viene affiancata da imaging avanzato, biomarcatori e strumenti digitali supportati dall’intelligenza artificiale. In conclusione, il nuovo consenso europeo definisce un quadro diagnostico ampio e dinamico, che invita il clinico a coniugare competenze tradizionali e nuove tecnologie. La sfida sarà adottare questi strumenti in maniera critica e progressiva, trasformando la diagnosi parodontale in un processo sempre più preciso, predittivo e personalizzato.

Cellule staminali e altre strategie rigenerative in odontoiatria

CELLULE STAMINALI
Embryonic stem cell, abstract medical illustration, Repairing damaged cells by reducing inflammation and modulating the immune system. Stem cell therapy

Un recente studio sulle cellule staminali condotto dal Thai Moogambigai Dental College and Hospital di Chennai (India), in collaborazione con l’Ajman University degli Emirati Arabi Uniti e con il supporto dello Sree Balaji Dental College and Hospital di Chennai, analizza nel dettaglio le più recenti strategie rigenerative in odontoiatria. Gli autori descrivono il passaggio da un approccio riparativo a uno realmente rigenerativo, con l’obiettivo di ricostruire i tessuti orali in maniera biologica e stabile.

CELLULE STAMINALI
Giulia Gori, ingegnere biomedico, Coordinatore Nazionale Arianto Consulting

«Questo nuovo paradigma nasce dall’integrazione di cellule staminali, biomateriali intelligenti e segnali molecolari capaci di guidare la guarigione», spiega Giulia Gori, ingegnere biomedico, Coordinatore Nazionale Arianto Consulting.

«Si tratta di un cambio di prospettiva che avvicina l’odontoiatria alla medicina rigenerativa in senso ampio e che offre nuove prospettive all’odontoiatria. Tra i professionisti di questa disciplina, chi saprà cogliere le novità con competenza, nel prossimo futuro, neppure troppo lontano, potrà contare su strumenti terapeutici potenti e sofisticati che offriranno ai pazienti una nuova esperienza di cura».

Cellule staminali e potenzialità cliniche

Le cellule staminali mesenchimali rappresentano il nucleo delle terapie rigenerative. I ricercatori sottolineano come sia possibile isolarle dalla polpa dentale, dal legamento parodontale e dall’osso alveolare. Queste cellule possono differenziarsi in odontoblasti, cementoblasti e osteoblasti, aprendo la strada a nuove applicazioni cliniche. Tra quelli analizzati dai ricercatori, diversi studi preclinici e clinici mostrano risultati promettenti nella rigenerazione della dentina, nel recupero di polpe necrotiche e nella ricostruzione parodontale.

«Il potenziale clinico di queste particolari cellule è enorme», spiega Gori. «Il loro valore non è solo nella capacità di trasformarsi in cellule specializzate, ma anche nella possibilità di sviluppare terapie personalizzate e nella loro azione paracrina: rilasciano fattori bioattivi che stimolano rigenerazione tissutale e angiogenesi e inoltre modulano i processi immunitari e infiammatori. I limiti però restano importanti: c’è il rischio di crescita tumorale, la difficoltà di controllarne la differenziazione, problemi di disponibilità e costi di produzione, oltre a possibili risposte immunitarie»

Biomateriali avanzati e scaffold tridimensionali

Gli autori pongono grande attenzione al ruolo dei biomateriali. Gli scaffold tridimensionali biocompatibili non si limitano a fungere da supporto, ma ricreano microambienti favorevoli all’adesione e alla proliferazione cellulare. Alcuni scaffold sono arricchiti con idrogel intelligenti o nanoparticelle bioattive in grado di rilasciare in modo controllato fattori biologici. Queste soluzioni tecnologiche simulano le condizioni fisiologiche e sostengono la formazione di osso alveolare e tessuti molli funzionali, rendendo più prevedibili gli esiti clinici.

«Oggi biomateriali e scaffold non sono più soltanto in fase sperimentale, ma hanno già applicazioni consolidate», ricorda Gori. «In odontoiatria, parodontologia e implantologia sono utilizzati con successo nella rigenerazione ossea e parodontale. Grazie a membrane riassorbibili, innesti a base di collagene, idrossiapatite o fosfati di calcio offrono buoni esiti in termini di osteointegrazione e stabilità implantare. In ortopedia e traumatologia vengono impiegati per colmare difetti ossei e cartilaginei. Riducendo i tempi di guarigione anche se la rigenerazione completa della cartilagine resta una sfida. Anche in chirurgia plastica e dermatologia ci sono applicazioni. Matrici dermiche e scaffold polimerici hanno migliorato notevolmente la gestione di ustioni ed ulcere croniche».

Fattori di crescita e ingegneria dei tessuti

La ricerca sottolinea l’importanza dei fattori di crescita come BMP, VEGF e PDGF che guidano angiogenesi e differenziazione cellulare. L’integrazione di cellule staminali, scaffold e segnali biochimici viene indicata come la vera chiave dell’ingegneria tissutale. Senza questa sinergia, i processi rigenerativi non raggiungono la stabilità necessaria per garantire la funzionalità a lungo termine.

«Le tecniche rigenerative con fattori di crescita e ingegneria tissutale offrono grandi opportunità anche in odontoiatria, ma richiedono cautela», avverte però Gori. «Alcuni fattori, come il BMP-2, infatti, possono causare infiammazione, ossificazione in sedi anomale e, ad alte dosi, un aumento del rischio di proliferazioni indesiderate. Gli scaffold e i biomateriali, sebbene fondamentali per guidare la rigenerazione, possono scatenare reazioni da corpo estraneo, problemi di biocompatibilità o integrazione incompleta. I costrutti di ingegneria tissutale avanzata aggiungono complessità con possibili risposte immunitarie o rischi oncologici se non adeguatamente controllati».

Applicazioni cliniche e sfide future

Le applicazioni cliniche discusse riguardano la rigenerazione parodontale nei difetti complessi, l’endodonzia rigenerativa come alternativa ai trattamenti canalari convenzionali e la ricostruzione ossea in implantologia. I risultati riportati sono incoraggianti, ma non mancano i problemi. Difficoltà legate alla vascolarizzazione, limiti nell’approvvigionamento delle cellule e problematiche etiche e regolatorie sono i principali punti deboli, come sottolinea anche Giulia Gori.

«Le problematiche etiche e regolatorie restano uno dei principali ostacoli all’uso diffuso delle terapie rigenerative. Sul piano etico, l’impiego di cellule staminali embrionali continua a sollevare dibattiti sulla liceità della loro origine. Mentre le cellule autologhe o indotte (iPSC) pongono meno questioni morali ma richiedono comunque valutazioni di sicurezza a lungo termine. Dal punto di vista regolatorio, i prodotti di ingegneria tissutale rientrano tra le Advanced Therapy Medicinal Products (ATMPs) con iter autorizzativi complessi e costosi. A ciò si aggiunge l’assenza di protocolli clinici standardizzati e la disomogeneità delle normative tra Paesi che rallentano la traduzione dalla ricerca alla pratica clinica».

Verso una nuova odontoiatria

Secondo gli autori dello studio, il futuro sarà segnato da protocolli personalizzati e da biomateriali adattati al profilo biologico dei singoli pazienti. L’odontoiatria rigenerativa offrirà ai pazienti soluzioni biologiche, meno invasive e più vicine ai processi naturali di guarigione. «Lo studio, pubblicato su Biomolecules, ne è un esempio concreto», conclude Giulia Gori. «Sicuramente restano alcune criticità come la vascolarizzazione dei tessuti complessi, la disponibilità e standardizzazione delle cellule staminali. Ma anche la biocompatibilità a lungo termine dei biomateriali, la variabilità dei risultati tra i pazienti e soprattutto le questioni etiche e regolatorie. Il futuro si giocherà sulla capacità di integrare cellule, biomateriali, fattori di crescita e tecnologie digitali in protocolli sicuri e riproducibili, con il supporto di linee guida chiare e di una regolamentazione internazionale condivisa. Solo così l’odontoiatria rigenerativa potrà trasformarsi da promessa affascinante a pratica clinica consolidata, rivoluzionando la cura dei pazienti».

La CBCT in odontoiatria, tra indicazioni e raccomandazioni

CBCT
Patient undergoing dental cone-beam computed tomography carried out by experienced radiographic technologist

Una recente pubblicazione scientifica fa il punto sull’impiego della tomografia computerizzata a fascio conico (CBCT) in odontoiatria. L’obiettivo dello studio, una ricerca universitaria condotta tra Brasile, Belgio e Svezia, è chiarire potenzialità, limiti e implicazioni cliniche di una tecnologia ormai diffusa nella pratica quotidiana. A differenza delle radiografie bidimensionali, com'è noto la CBCT, strumento di imaging 3D, fornisce immagini tridimensionali prive di sovrapposizioni, consentendo una valutazione più fedele dell’anatomia dento-maxillo-facciale. Il principio di acquisizione, basato su un fascio conico che ruota attorno al paziente, permette di raccogliere in un’unica scansione un volume completo, successivamente ricostruito in immagini multiplanari ad alta definizione.

Diagnosi più precisa e pianificazione più sicura

Gli autori evidenziano come la CBCT trovi applicazioni consolidate in diversi ambiti clinici. In implantologia consente di valutare altezza e spessore dell’osso alveolare, determinare la densità ossea e pianificare l’inserimento guidato degli impianti riducendo i rischi chirurgici. In endodonzia migliora la rilevazione di canali accessori, perforazioni o fratture radicolari che sfuggono alle radiografie convenzionali. Anche in ortodonzia la CBCT ha un ruolo crescente, offrendo immagini tridimensionali delle basi scheletriche e della posizione dei denti inclusi e di quelli sovrannumerari. In chirurgia orale è uno strumento essenziale per localizzare i terzi molari in rapporto al nervo alveolare inferiore, prevenendo complicanze iatrogene.

Dose radiogena e parametri tecnici

Il lavoro sottolinea però che il vantaggio diagnostico deve essere bilanciato con la gestione della dose. Parametri come kilovoltaggio (kV), milliampere (mA), tempo di esposizione, ampiezza del field of view (FOV) e dimensione del voxel (equivalente 3D del pixel) incidono in modo diretto sia sulla qualità dell’immagine sia sull’esposizione del paziente. Gli autori richiamano al rispetto del principio ALADA, “as low as diagnostically acceptable”, che implica l’uso della dose più bassa compatibile con una diagnosi affidabile. La scelta consapevole delle impostazioni diventa quindi un atto clinico a tutti gli effetti, che richiede formazione specifica e conoscenza approfondita dei limiti della tecnologia.

Verso linee guida condivise

Un aspetto critico emerso dalla revisione è la mancanza di standardizzazione tra i diversi apparecchi CBCT. Ogni sistema propone impostazioni e algoritmi di ricostruzione differenti, rendendo difficile confrontare i risultati degli studi clinici e stabilire protocolli universali. Per questo motivo gli autori invocano la definizione di linee guida più chiare. Linee guida che permettano al clinico di orientarsi e di applicare la tecnologia in modo sicuro ed efficace. Lo studio, pubblicato sul Journal of Dentistry, conferma che la CBCT rappresenta un passaggio chiave verso un’odontoiatria sempre più guidata dall’imaging, ma sottolinea con forza la responsabilità del dentista nell’adottarla con competenza e consapevolezza.

Antimicrobico-resistenza: gli odontoiatri chiamati a raccolta

antimicrobico resistenza

L’antimicrobico-resistenza (AMR) è oggi una delle principali minacce per la salute pubblica mondiale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), si stima che entro il 2050 le infezioni resistenti agli antibiotici possano causare fino a 10 milioni di decessi ogni anno. Questa emergenza non riguarda soltanto la medicina generale. Coinvolge in modo diretto anche l’odontoiatria, settore che rappresenta una quota rilevante delle prescrizioni antibiotiche a livello globale. Un dato che ha spinto un gruppo di ricercatori afferenti a diverse Università sparse tra Regno Unito, Germania, Australia e Stati Uniti a redigere un documento. Un editoriale che ha però tutto il sapore di un manifesto per chiamare a raccolta gli odontoiatri di tutto il mondo su questo tema.

Il peso delle prescrizioni in odontoiatria

Studi recenti dimostrano che una parte significativa delle prescrizioni antibiotiche odontoiatriche non è sempre clinicamente giustificata. In molti casi, vengono somministrati antimicrobici in situazioni che potrebbero essere gestite con interventi locali o procedure chirurgiche. Tale comportamento, spesso dettato da abitudini consolidate o dalla pressione dei pazienti, contribuisce alla diffusione di ceppi batterici resistenti, rendendo sempre più difficile trattare infezioni comuni del cavo orale.

Prevenzione e linee guida come strumenti chiave

Per invertire questa tendenza, secondo i ricercatori è cruciale adottare linee guida evidence-based e promuovere programmi di stewardship antibiotica anche nello studio odontoiatrico. La prevenzione primaria delle patologie orali, attraverso corretta igiene e controlli periodici, riduce la necessità di trattamenti farmacologici. Nei casi in cui l’uso di antibiotici sia realmente indicato, la scelta deve ricadere su molecole appropriate, nel dosaggio e nella durata corretta, evitando trattamenti empirici o prolungati.

L’educazione del professionista e del paziente

Il dentista ha una doppia responsabilità: aggiornarsi costantemente sulle migliori pratiche cliniche e informare i pazienti sull’uso razionale degli antimicrobici. Spiegare in modo chiaro perché, in molte situazioni, un antibiotico non sia necessario, rappresenta un atto di cura e di tutela della salute collettiva. Parallelamente, è importante sensibilizzare l’opinione pubblica sulla prevenzione. La gestione chirurgica delle infezioni orali è spesso più efficace e sicura rispetto a una terapia antibiotica indiscriminata.

Odontoiatria come presidio salvavita

Come sottolineato nell’editoriale pubblicato sul Journal of Dental Research, l’odontoiatria può svolgere un ruolo salvavita nella lotta globale contro l’AMR. Ogni decisione terapeutica, anche nello studio odontoiatrico, incide sul quadro più ampio della resistenza antimicrobica. L’adozione di protocolli rigorosi, la collaborazione con medici e igienisti, e la partecipazione a campagne di sensibilizzazione internazionali sono strumenti essenziali per rafforzare il contributo del settore.

Adempimenti e scadenze del mese di settembre

Adempimenti e scadenze

Settembre è un mese con adempimenti fiscali rilevanti, ma anche con un’assenza che si farà notare. Tra i primi spicca la scadenza di fine mese per comunicare all’Agenzia delle Entrate l’adesione al “Concordato preventivo biennale”, una decisione di grande importanza che i contribuenti soggetti agli ISA dovrebbero valutare con la massima attenzione insieme al proprio consulente fiscale di fiducia L’assenza riguarda invece il termine semestrale per l’invio al Sistema Tessera Sanitaria dei dati delle fatture emesse verso i pazienti: dall’anno in corso, infatti, a seguito dell’art. 12 del D.lgs. n. 1/2024, l’invio diventa annuale, con una scadenza che deve ancora essere fissata dal ministero competente. Chi desidera, potrà comunque continuare a trasmettere i dati durante l’anno.

Continua la “stagione dei versamenti” delle imposte dovute a saldo per il 2024 e in acconto per l’anno in corso, per qualcuno con l’incognita della giusta quantificazione dell’importo da anticipare in caso di adesione al “concordato preventivo biennale” per il 2025 se non ancora decisa. Nel mese sono in scadenza i versamenti connessi alla gestione dell’imposta di bollo, la “marca” digitalizzata, sia per chi la applica in “modo virtuale” in base ad apposita autorizzazione, sia per chi emette fatture elettroniche soggette al bollo: i dentisti e gli igienisti dentali che operano in favore di colleghi e strutture, gli odontotecnici. A fine mese si ripresenta infine la scadenza per l’invio telematico della “LIPE”, la comunicazione della liquidazione trimestrale relativa alle operazioni soggette a Iva. Sul “fronte Enpam” sono in scadenza le rate di “Quota A”.

 

Agenzia delle entrate

 

Lunedì 1° settembre

Versamenti

  • Rata bollo virtuale, Versamento della quarta rata bimestrale dell'imposta liquidata in via provvisoria, da parte dei soggetti autorizzati ad assolvere in modo virtuale l'imposta di bollo;

 

Mercoledì 10 settembre

Comunicazioni

  • Imposta di bollo sulle fatture elettroniche dovuta per il trimestre aprile-giugno, eventuale integrazione o variazione dei dati proposti con l’”Elenco B” dall'Agenzia delle Entrate visibile nell’area riservata del sito “Fatture e corrispettivi” e relativi al versamento da effettuare entro la fine del mese. Il contribuente, qualora riscontrasse degli errori in questi dati, li può variare entro oggi;

 

Lunedì 15 settembre

Adempimenti contabili

  • Fatture emesse, termine ultimo per l’annotazione delle fatture emesse nell'apposito registro tenuto ai fini Iva, nell'ordine della loro numerazione, in relazione alle operazioni effettuate nel mese precedente;
  • Fatture differite, termine ultimo per l’emissione delle fatture differite riferite alle operazioni del mese precedente (per gli importi incassati dallo stesso paziente e non ancora fatturati, purché “tracciati”, è possibile emettere una sola fattura riepilogativa entro la data odierna);
  • Acquisti intracomunitari, annotazione. Termine ultimo per l’annotazione nel registro degli acquisti e in quello delle vendite delle fatture di acquisto ricevute nel mese precedente, con riferimento a tale mese.

Comunicazioni

  • “Esterometro”, scade oggi il termine per inviare tramite lo SDI, il servizio pubblico per l’invio delle fatture elettroniche, la comunicazione dei dati delle operazioni transfrontaliere passive, relative ad acquisti di beni e servizi da operatori: UE la cui fattura è stata ricevuta nel mese precedente; extra UE, se l’operazione è stata effettuata nel mese precedente;

Regolarizzazioni

  • Acquisti intracomunitari, mancanza di fattura. Termine entro il quale i soggetti che hanno effettuato acquisti intracomunitari di beni o servizi nel terzo mese che precede quello oggetto di questo scadenziario, e che non avessero ricevuto la relativa fattura devono emettere autofattura relativa alle operazioni effettuate;
  • Acquisti intracomunitari, fattura con importo inferiore. Termine entro il quale i soggetti che hanno effettuato acquisti intracomunitari di beni o servizi, se hanno ricevuto una fattura indicante un corrispettivo inferiore a quello reale, devono emettere autofattura integrativa in relazione alle fatture registrate nel mese precedente.

 

Martedì 16 settembre

Comunicazioni “dati aggiuntivi”

  • Datori di lavoro con massimo cinque dipendenti al 31/12/2024, termine entro il quale il sostituto d’imposta deve trasmettere in allegato al modello F24 con il quale versa le ritenute fiscali mensili dei suoi dipendenti il nuovo modello denominato “PROSPETTO DELLE RITENUTE/TRATTENUTE OPERATE” sui redditi di lavoro dipendente o autonomo, ovvero a questi assimilati, relative al mese precedente; si tratta di una scelta facoltativa, in alternativa alla presentazione del consueto “modello 770” annuale.

 

Versamenti

  • Conguagli addizionali regionale e comunale all’Irpef, versamento della rata delle addizionali relative ai conguagli di fine anno dei redditi di lavoro dipendente e assimilati;
  • Acconto addizionale comunale all’Irpef, versamento della rata dell’addizionale relativa ai redditi di lavoro dipendente e assimilati;
  • Ritenuta d’acconto Irpef lavoro autonomo e lavoro dipendente. Versamento delle ritenute operate sui compensi di lavoro autonomo e dipendente corrisposti nel mese precedente;
  • Irpef e addizionali, regionali e comunali. Versamento delle ritenute operate sui compensi di lavoro autonomo corrisposti nel mese precedente e sui compensi per lavoro dipendente del mese precedente;
  • Imposta sostitutiva, dell’Irpef e addizionali regionali e comunali, sulle somme erogate ai dipendenti, nel mese precedente, in relazione a incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione;
  • Iva mensile, contribuenti mensili non forfetari, i forfetari per le operazioni di cui risultano debitori dell’imposta, versamento dell'Iva dovuta relativa al mese precedente;
  • Versamento rateale delle imposte da modelli dichiarativi 2025 (IRPEF e addizionali regionali e comunali, imposta sostitutiva contribuenti forfetari, IVIE e IVAFE, IRES delle società di capitali “solari”, IRAP per chi è soggetto a questa imposta), scade la quarta, la terza o la seconda rata, a seconda della data di versamento della prima, per i contribuenti che hanno scelto questa modalità di versamento delle imposte indicate a saldo del 2024 e in acconto del 2025 ove dovuto;
  • IVA versamento rateale del saldo relativo al 2024 risultante dalla dichiarazione IVA 2025, l’eventuale saldo Iva risultante dalla dichiarazione annuale presentata, può essere versato anche in forma rateale. In tal caso il termine odierno riguarda la settima rata per i soggetti che hanno versato la prima rata entro il 17/3/2025; la quarta rata per i soggetti che hanno versato la prima rata entro il 30/6/2025; la terza rata per i soggetti che hanno versato la prima rata entro il 30/7/2025.

 

Martedì 30 settembre

Comunicazioni

  • Liquidazione trimestrale IVA, relativa al secondo trimestre del 2025, obbligo l’invio telematico per i contribuenti non forfetari. Sono esonerati da questo adempimento i soggetti passivi IVA che abbiano registrato esclusivamente operazioni esenti ai fini IVA; i soggetti che si avvalgono del regime forfetario;
  • Concordato preventivo biennale per il 2025 e il 2026, eventuale adesione. Per i contribuenti che applicano gli ISA scade oggi il termine per aderire alla proposta di “Concordato preventivo biennale” elaborata dall’Agenzia delle entrate. Con l’accettazione della proposta il contribuente si impegna a dichiarare gli importi concordati nelle dichiarazioni dei redditi e Irap, ove dovuta, relative ai periodi d’imposta oggetto di concordato. L’adesione può essere comunicata in due modalità: o attraverso l’invio telematico del “Modello CPB”, oppure compilando l’apposita sezione del modello ISA allegato alla dichiarazione dei redditi, in tale ultimo caso entro il termine odierno andrà inviata all’Agenzia anche l’intera dichiarazione dei redditi.

 

Versamenti

  • Imposta di bollo sulle fatture elettroniche - Trimestre aprile-giugno. Versamento dell’imposta di bollo per le fatture elettroniche emesse nel trimestre aprile 2025-giugno 2025. L’ammontare dell’imposta dovuta, anche a seguito dell’integrazione delle fatture trasmesse, è reso noto dall’Agenzia delle Entrate nell’area riservata del portale “Fatture e Corrispettivi”. In data odierna scade anche il termine per il versamento dell’imposta di bollo relativa al trimestre gennaio – marzo, qualora l’ammontare dovuto fosse stato inferiore a 5.000 euro. Si ricorda che nel caso in cui l’ammontare dell’imposta di bollo dovuta per i trimestri gennaio-marzo e aprile-giugno sia complessivamente inferiore a 5.000,00 euro, il versamento può essere effettuato per entrambi i trimestri entro il 1/12/2025.

 

Inps

Martedì 16 settembre

Versamenti

  • Contributi previdenziali obbligatori a carico del datore e del dipendente e oneri sociali sugli stipendi dei dipendenti del mese precedente;
  • Contributi della “Gestione separata”, versamento delle quote a carico dei committenti di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa e alle società che corrispondono compensi agli amministratori relative ai compensi corrisposti nel mese precedente;
  • Contributi della “Gestione artigiani”, (interessa gli odontotecnici), versamento seconda, terza o quarta rata a seconda della data di inizio della rateazione dei contributi dovuti a saldo per il 2024 e in acconto per il 2025.

 

Enpam

 

Martedì 30 settembre

Versamenti

  • Quota A, scade la rata per chi avesse scelto questa modalità di versamento del contributo obbligatorio tramite la domiciliazione bancaria.

 

Gestione manageriale dello Studio di Ortodonzia e Odontoiatria Pediatrica

OMI

Webinar online
mercoledì 24 settembre
Relatore: dr. Nunzio Cirulli

OMI Odontoiatria Materno Infantile

 

 

 

La sfida più grande oggi per il dentista pediatrico è di accettare le logiche che regolano il sistema di domanda e offerta senza snaturare il rapporto medico-paziente, un tempo cardine della Professione.

In questo contesto, lo studio dentistico pediatrico deve assolutamente iniziare a pensare e agire come un’impresa e fare suoi concetti come pianificazione, controllo di gestione, logiche di budgeting ed elaborazione di strategie di marketing etico che diano valore.

I pazienti e i genitori dei piccoli pazienti non sono più interessati solo alla qualità della prestazione in sé, ma ricercano qualcosa di più completo, come una vera e propria esperienza di accoglienza, valutando non solo la qualità effettiva, ma anche i servizi accessori e relazionali che ne derivano.

Coniugare prestazioni di qualità, marketing di prossimità ed esperienza di benessere per il bambino e la famiglia sono la chiave per uno studio ortodontico e pedodontico di successo, che deve promuovere sempre più la prevenzione primaria sul territorio stimolando un accesso all’odontoiatria infantile in condizioni di salute da mantenere e migliorare, piuttosto che solo in caso di emergenza.

 

Webinar gratuito con iscrizione obbligatoria

 

Cinque minuti con Silvia Di Felice

Silvia Di Felice
Luigi Paglia
Luigi Paglia, direttore scientifico de Il Dentista Moderno

Uno degli obiettivi che come Il Dentista Moderno ci poniamo è quello di favorire i giovani odontoiatri nell’ingresso nel mondo della professione.

Di fronte a un sempre più evidente invecchiamento della popolazione odontoiatrica, appare chiara la necessità di un ricambio generazionale nella nostra categoria. Personalmente mi piacerebbe che l’attuale modello di Odontoiatria basato sulla libera professione potesse nel futuro continuare a trovare il suo spazio a tutela del paziente e della salute orale degli italiani, a cui abbiamo provveduto negli ultimi decenni.
Una certa preoccupazione in questo passaggio generazionale esiste e se ne è occupato anche il CED, che ha emanato una serie di raccomandazioni in proposito.
In sostanza, il documento sensibilizza le associazioni di categoria a informare i giovani odontoiatri a perseguire la professione in etica e autonomia professionale; in caso di scelta di lavoro nell’odontoiatria commerciale, fornisce utili suggerimenti su quali sono le situazioni da cui “rifuggire” e promuove le azioni necessarie all’apertura di nuovi studi e al passaggio generazionale di quelli già esistenti. Insomma, tante azioni da mettere in campo a favore dei giovani dentisti.
Per verificare quanto promosso dal documento del CED, questo mese intervistiamo Silvia Di Felice, nostra collaboratrice e giovane dentista che si distingue per entusiasmo e innovazione nell’interpretare la professione.
Silvia ha creato un blog per stabilire un ponte tra il mondo universitario e mondo lavorativo e utilizza i social come opportunità per conoscere e imparare dagli errori.
Ci è piaciuto il suo approccio e in 6 domande cerchiamo di entrare nell’odontoiatria dei giovani dentisti per confrontarci positivamente con l’odontoiatria che verrà……o che forse è già arrivata!

Buona lettura e buona ripresa!

 

 

 

Silvia Di Felice Odontoiatra, libera professionista, divulgatrice scientifica su piattaforme social
Quali i punti di forza e quali quelli di debolezza della tua formazione universitaria?

L’università fornisce un’ottima formazione dal punto di vista teorico: aggiornamento delle tecniche e delle ultime scoperte ed evidenze scientifiche. Un punto sul quale bisogna lavorare è, invece, l’insegnamento pratico della professione. L’università, infatti, fatica ancora a colmare il divario tra la teoria e la realtà professionale, che si presenta spesso molto diversa e più complessa.

Cosa consiglieresti a un tuo futuro collega per prepararsi al meglio?

Date queste lacune possiamo adottare degli stratagemmi. Quello che personalmente mi ha aiutata di più è stato iniziare a frequentare regolarmente uno studio già dal secondo anno, quando si cominciano ad affrontare le materie di indirizzo. Questo mi ha permesso di vedere subito l’applicazione pratica di ciò che studiavo e di arrivare alla laurea con una preparazione più completa e concreta.

Come è nata l’idea di fare divulgazione scientifica sui social?

È nata proprio dall’esigenza di creare un ponte tra il mondo universitario e mondo lavorativo. Dalla voglia di mettersi in gioco utilizzando i social come opportunità di conoscere e imparare dagli errori. Dalla voglia di integrare uno strumento che solitamente si usa per uno svago come parte attiva e dirimente del percorso professionale.

Cosa consiglieresti a uno studente in odontoiatria del primo anno?

Di mettersi in gioco e di affrontare il percorso con le proprie capacità e talenti. Soprattutto dagli studenti più giovani mi sento dire che: “la media non è abbastanza alta”. Ma ricordiamoci che la differenza non si fa sulla media e che il nostro valore non è dato da un numero. Prepararsi a una professione non significa solo studiare per l’esame, ma approfondire autonomamente, darsi da fare anche e soprattutto al di fuori.

Quali passi stai facendo per prepararti al meglio al tuo futuro lavorativo?

Una volta usciti dall’università ci si trova di fronte a tante realtà e trovare quella in cui qualcuno è disposto a investire nella tua formazione di qualità non è semplice. Il goal è trovare queste realtà, partecipare a corsi di formazione che ad oggi rappresentano forse la via più semplice per acquisire conoscenze pratiche, credere in se stessi.

Ricordi le tue emozioni di fronte al tuo primo paziente?

Assolutamente sì. Il mio primo paziente è stata una signora anziana, per una seduta di igiene. Ricordo benissimo il momento: non sapevo nemmeno come si montasse un ablatore, ho dovuto chiedere aiuto a un collega. Ero agitata, ma ho cercato di trasmettere calma e sicurezza. A fine seduta, la paziente mi ha ringraziata per la delicatezza e l’accuratezza. Ho finto bene.

Il trattamento endodontico nei pazienti con parodontite e diabete

Trattamento endodontico

L’intersezione tra diabete mellito (DM) e patologie orali è ben documentata, soprattutto per quanto riguarda la parodontite. Meno chiaro, però, è il legame tra diabete e necessità di trattamento endodontico. In ambito clinico, è diffusa l’ipotesi che i pazienti diabetici, in quanto più soggetti a infezioni e infiammazioni croniche, presentino anche un rischio maggiore di sviluppare lesioni endodontiche. Un recente studio condotto presso l'Academic Centre for Dentistry Amsterdam (ACTA) ha cercato di chiarire proprio questo punto. Indagando se il diabete incida o meno sul numero di denti trattati endodonticamente in pazienti già affetti da parodontite.

Studio retrospettivo e metodologia

Lo studio ha analizzato le radiografie full-mouth di 180 pazienti con diagnosi di parodontite, suddivisi in due gruppi: diabetici e non diabetici, appaiati per età, sesso e anno di accesso alla struttura clinica. L’obiettivo era verificare se vi fosse una differenza significativa nella percentuale di denti trattati endodonticamente (RCT) tra i due gruppi. L’approccio retrospettivo caso-controllo ha consentito di ridurre i bias legati alla selezione e di confrontare direttamente l’impatto del diabete sul quadro endodontico.

I risultati sul trattamento endodontico

Contrariamente a quanto spesso ipotizzato, i risultati non hanno mostrato differenze statisticamente significative tra i due gruppi: i pazienti diabetici presentavano in media il 6,88% di denti sottoposti a trattamento endodontico, contro il 7,34% dei non diabetici (p = 0,60). Anche la perdita dentale non è risultata associata in modo significativo alla presenza del diabete. Gli autori concludono quindi che, in presenza di parodontite, il diabete non costituisce un fattore di rischio aggiuntivo per il ricorso al trattamento endodontico.

Implicazioni cliniche

I dati di questo studio, pubblicato sull'International Dental Journal, suggeriscono che, nei pazienti con parodontite, la gestione del rischio endodontico non deve necessariamente essere modulata sulla base dello stato diabetico. Sebbene il diabete resti un importante fattore sistemico da monitorare, le sue ripercussioni sembrano più rilevanti sulla progressione della parodontite che sull’incidenza di lesioni endodontiche. Per il clinico, dunque, questo significa che l’indicazione a un trattamento endodontico dovrebbe basarsi su criteri clinico-radiografici oggettivi, piuttosto che su presupposti sistemici generali.

Salute orale, una questione clinica, ma anche sociale

Salute orale

La salute orale sta acquisendo un ruolo sempre più rilevante nel dibattito internazionale sui determinanti sociali della salute. In questo contesto si inserisce uno studio condotto da Stefan Listl e Till Bärnighausen dell'Ospedale Universitario di Heidelberg, Germania, che propone una rilettura della salute orale come indicatore di progresso sociale. La loro analisi parte da una constatazione semplice, ma spesso trascurata. Lo stato di salute del cavo orale riflette in modo diretto non solo la condizione clinica del singolo paziente, ma anche fattori socio-economici più ampi. Come il livello di istruzione, l’accesso alle cure, le abitudini alimentari e lo stile di vita, che lo studio in questione, infatti, ha voluto prendere in esame.

Misurabilità e rilevanza degli indicatori orali

Una delle argomentazioni centrali dello studio è la facilità con cui è possibile rilevare indicatori orali validi e significativi. Tra questi, il numero di denti naturali, la presenza di bisogni odontoiatrici non soddisfatti e la percezione soggettiva della salute orale rappresentano parametri semplici da raccogliere. Comparabili tra diversi contesti geografici e socio-culturali, e in grado di offrire informazioni importanti sul benessere complessivo di una popolazione. Tali indicatori, sostengono gli autori, potrebbero essere inclusi accanto ai tradizionali indici economici o ambientali per una valutazione più articolata dello sviluppo umano.

Esperienze istituzionali e prospettive operative

A supporto della proposta, Listl e Bärnighausen citano il recente inserimento della salute orale nel Social Progress Index regionale della Commissione Europea. Si tratta di un segnale rilevante che conferma l’interesse crescente verso una sanità pubblica più integrata e sensibile alle disuguaglianze. Allo stesso modo, il Piano d’azione globale per la salute orale 2023–2030 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità incoraggia l’adozione di sistemi di monitoraggio. Sistemi che includano appunto anche parametri odontoiatrici, da considerare strategici nella pianificazione delle politiche sanitarie a lungo termine.

Un ruolo attivo per la professione

Questa prospettiva invita la comunità odontoiatrica a superare una visione puramente clinica della propria attività, per abbracciare un approccio più sistemico e orientato alla salute pubblica. Il contributo di Listl e Bärnighausen, pubblicato sul Journal of Dental Research, sollecita dunque i professionisti a partecipare attivamente alla raccolta e alla promozione di dati standardizzati sulla salute orale. Secondo gli autori, integrare questi indicatori nei sistemi di sorveglianza sociale non solo rafforzerebbe il ruolo dell’odontoiatria nella sanità globale. Ma contribuirebbe anche a una maggiore consapevolezza del suo impatto sul benessere e sull’equità sociale.

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