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Impiego di gel subgengivale o microchip a base di clorexidina nella terapia parodontale: implicazioni clinico-microbiologiche

Riassunto
La clorexidina (CLR) è la molecola antisettica per uso orale con il più largo impiego e successo nel mondo per il controllo della placca batterica e il trattamento delle gengiviti. Obiettivo del presente studio è stato quello di compiere una revisione dei lavori scientifici internazionali sull’impiego clinico di gel o periochip, entrambi a base di clorexidina, in aggiunta all’igiene orale professionale (IOP) al fine di valutare la loro reale efficacia e utilità. Da tale revisione è emerso che l’IOP non sembra possa trarre benefici dalla somministrazione subgengivale aggiuntiva di un gel alla CLR. Anche nel caso del periochip, nonostante questo assicuri alti livelli subgengivali di CLR mantenuta per un tempo prolungato, l’esito del trattamento rimane chiaramente deludente, se paragonato alla sola IOP. Ipoteticamente, il gel o il chip di CLR potrebbero fare la differenza laddove la detartrasi meccanica fosse eseguita con minor efficacia, compensando così le insufficienze tecniche e apportando una differenza rilevante a livello clinico e microbiologico, ma questo non si verifica. Pertanto, sia i veicoli di gel che i chip non sembrano adatti come sussidi compensatori quando l’IOP diviene meno efficace a causa dell’accesso limitato. A queste si aggiungono ulteriori considerazioni di carattere biologico (possibilità di interferenza del veicolo con il processo di guarigione parodontale) ed economico (ulteriori costi aggiuntivi a carico del paziente a fronte di vantaggi clinici non chiaramente provati). Tutti gli studi hanno confermato l’importanza primaria dell’igiene orale professionale (se eseguita da operatori qualificati e di esperienza con strumentario adeguato ed efficiente) nel trattamento delle parodontiti croniche. 

Summary
Use of chlorhexidine gel or periochip with scaling and root planing: microbiological and clinical findings
Chlorhexidine (CLR) is the oral antiseptic molecule with the most widely used and success in the world for the control of plaque and treatment of gingivitis. The aim of this study was to perform a review of international clinical scientific works on the use of gel or periochip, both based chlorhexidine, in addition to scaling and root planing (SPR) in order to assess their real effectiveness and usefulness. From this review showed that the SPR does not seems to benefit from additional subgingival administration of a a CLR gel. Even in the case of periochip, despite this ensures high subgingival CLR maintained for an extended time, the outcome of treatment is clearly disappointing compared to the single SPR. Hypothetically, the CLR gel or chip could make a difference where the scaling mechanics was performed less effectively, thereby compensating for the shortcomings and
technical making a significant difference in clinical and microbiological testing,
but does not occur. Therefore, both the vehicle gel that the chips do not seem suitable as subsidies cleared when the SPR becomes less effective because of access limited.
To these are added further considerations of biological (possibility of interference of the vehicle with the periodontal healing process) and loss (additional charge payable by the patient against clinical advantages not clearly shown). All studies have confirmed the primary importance Oral hygiene training (if done by qualified and experienced with appropriate and efficient instruments) in the treatment of periodontitis chronic.

La placca batterica costituisce il fattore eziologico primario delle manifestazioni patologiche parodontali.
La riduzione della carica batterica periorale, attraverso un miglioramento o un rinforzo dell’igiene orale domiciliare (IOD) e sedute di igiene orale professionali (IOP), sono punti di partenza essenziali per un corretto trattamento delle patologie parodontali1,2.

Diversi sono i fattori che contribuiscono a rendere efficace la terapia, tra questi evidenziamo la capacità dell’operatore nel motivare il paziente e nel saper gestire le tasche parodontali, la risposta dell’ospite e la capacità di mantenimento da parte
del paziente (corretto uso di strumentazione adeguata e di qualità elevata, eradicazione della noxa patogena).
In aiuto all’IOP sono stati proposti diversi agenti antimicrobici, come l’applicazione topica di antibiotici o di clorexidina.
L’utilità dell’applicazione topica di antibiotici non è stata chiaramente provata, mentre è stata dimostrata l’insorgenza di resistenze batteriche a seguito del loro uso3-7; per tanto, l’opinione generale più diffusa è contraria a un loro impiego prolungato o regolare.

La clorexidina (CLR) è la molecola antisettica per uso orale con il più largo impiego e successo nel mondo per il trattamento delle gengiviti causate da placca batterica8-10. Dopo l’IOP l’irrigazione subgengivale con soluzioni di clorexidina non ha prodotto benefici clinici aggiuntivi, probabilmente a causa di concentrazioni e tempi di contatto inadeguati10-15.
Tra i diversi veicoli sono stati sviluppati i gel, «dispositivi a rilascio prolungato» che liberano il farmaco per 24 ore, disponibili con concentrazioni di CLR circa 5-15 volte superiori rispetto alle soluzioni di CLR, e i «dispositivi a rilascio controllato» che liberano l’agente per un lungo periodo di tempo16, tra cui un periochip bioassorbibile contenente 2,5 mg di CLR in una matrice gelatinosa idrolizzata a legame incrociato.

Il periochip, una volta introdotto in una tasca isolata, va incontro a biodegradazione e lentamente rilascia la CLR per un periodo di oltre 7-10 giorni a una concentrazione media di < 125 µg/ml nel liquido crevicolare17, ritenuta efficace nell’inibire al 99% i batteri isolati dalle tasche parodontali18,19.  Obiettivo del presente studio è stato quello di valutare l’efficacia e l’utilità clinica di un gel o di un chip, entrambi a base di clorexidina, in aggiunta a sedute di igiene orale professionale.           

Metodi                                    

Selezione degli studi
Sono stati presi in considerazione studi controllati randomizzati su pazienti con diagnosi clinica di parodontite cronica.
I protocolli di studio dovevano includere: un confronto tra le somministrazioni subgengivali di gel clorexidina, come monotrattamento, e applicazioni di gel placebo, o nessun tipo di terapia; l’efficacia di applicazioni di gel subgengivali di clorexidina in aggiunta all’IOP; confronto tra la sola IOP e l’IOP seguita dall’applicazione del microchip di clorexidina.         

Variabili di esito
Le principali variabili tenute sotto controllo sono stati i cambiamenti del sondaggio (S), del livello di attacco clinico (LAC) e dell’indice di sanguinamento al sondaggio (SAS). Sono stati esaminati anche gli effetti microbiologici.                      

Strategie di ricerca
La ricerca è stata condotta su MedLine e Cochrane Oral Health Group Specialized Trials Register, ponendo giugno 2005 come data finale. L’analisi è avvenuta tra una combinazione di tipi di studio, malattia e terapia.

I tipi di studio: longitudinali, comparativi, clinici, o studi controllati randomizzati; la malattia: parodontite o malattia parodontale; la terapia: prevedeva l’utilizzo di clorexidina o clorexidina gluconata in gel o chip in aggiunta a IOP.                     

Risultati                         

Gel a base di clorexidina
Nel 1986, Lander et al.20 hanno studiato l’impatto di una singola applicazione random di gel a base di CLR 0,2%, soluzione di CLR 0,2% o sali fisiologici in tasche non sottoposte a IOP sui parametri clinici e microbiologici di queste, lasciando un sito come controllo. Tutti i metodi, seppur in modo meno marcato l’irrigazione di sali fisiologici, contribuivano a una significativa variazione microbiologica, con un aumento dei cocci a spese delle spirochete, fino a quattro mesi dall’applicazione, insieme a una significativa riduzione del sanguinamento, indicativo di un importante effetto lavaggio (washing effect). S e LAC non hanno subito cambiamenti significativi.

Un altro gruppo di ricerca olandese21 ha testato, su tasche sottoposte a IOP tre mesi prima, l’effetto battericida a breve termine sulla microflora subgengivale di un gel di CLR 2%, di un gel placebo e di due gel al fluoro riportando che il gel di CLR e il gel di fluoro stannoso 4% riducevano i microrganismi del 99% e il gel placebo fin quasi dell’85%.
Nel 1993, Kalaitzakis et al.22 applicando un gel di CLR 1% o placebo, una volta al giorno per due giorni consecutivi su tasche già sottoposte a IOP, non alterava significativamente la composizione della microflora subgengivale.

Applicazioni subgengivali settimanali per quattro settimane di un gel di CLR, uno di metronidazolo 1% e uno placebo in tasche precedentemente trattate con IOP23 riducevano in maniera simile dopo 26 settimane il sondaggio. Comunque, i gel di CLR e metronidazolo producevano risultati superiori rispetto al placebo nel ridurre S, SAS e LAC e una notevole riduzione della frequenza dei periopatogeni dopo 13 settimane.

Nel 1991, Oosterwaal et al.24, valutando gli effetti dell’applicazione di un gel di CLR al 2% per tre volte in 10 minuti, confrontato con un gel placebo e due gel al fluoro, usati in aggiunta all’IOP, osservarono con tutte le modalità di trattamento un’analoga riduzione della tasca, tendenza del SAS e composizione della microflora subgengivale. Hanno concluso che l’irrigazione topica con gel di CLR o al fluoruro non produce miglioramenti significativi rispetto alla sola IOP o applicazioni di gel placebo.

L’applicazione di gel di CLR 1% per tre volte in 10 minuti e una quarta volta 8 giorni dopo l’IOP non ha prodotto alcun rilevante beneficio clinico e microbiologico rispetto alla sola IOP25.  In un altro studio26 è stato dimostrato che una singola applicazione di gel di CLR all’1% o di una pasta di tetraciclina al 40% in aggiunta all’IOP determinava un minor miglioramento del LAC rispetto a quello ottenuto con la sola IOP, probabilmente per una possibile interferenza meccanico-biologica con le prime fasi della guarigione27.
Nel 2001, Vinholis et al.28 hanno osservato che i siti trattati con irrigazioni subgengivali settimanali con un gel collagene con CLR 1% e uno senza per 4 settimane dopo IOP non producevano miglioramenti di S e LAC rispetto alla sola IOP.                           

Chip a base di clorexidina                             

In Europa e negli Stati Uniti sono stati condotti studi multicentrici su larga scala, nei quali è stata valutata l’efficacia clinica e la sicurezza del chip di CLR29,30. Nei soggetti trattati con chip di CLR in aggiunta all’IOP il sondaggio, a 6-9 mesi, è stato ridotto in maniera più significativa di 0,46 mm nello studio di Soskolne et al.29, e di 0,30 mm nello studio di Jeffcoat et al.30 rispetto ai soggetti trattati con la sola IOP.
Analogamente il LAC è risultato superiore di 0,16 mm nei gruppi trattati con chip di CLR in aggiunta all’IOP rispetto a quelli trattati con sola IOP29,30. Anche confrontando l’impiego del chip di CLR con un chip placebo in aggiunta all’IOP, il primo gruppo otteneva una maggior riduzione del S di 0,26 mm e un maggior aumento del LAC di 0,20 mm rispetto al secondo30.

Per consolidare la rilevanza clinica di questi risultati, è stata calcolata la proporzione di tasche che presentavano una riduzione maggiore di 2 mm dopo 6-9 mesi: 34,5% vs 21,3%29 e 19,1% vs 8,0%30, rispettivamente IOP + chip di CLR vs IOP. Considerando la sicurezza, gran parte degli effetti avversi era di natura minore, di breve durata e, generalmente, si verificavano con un’incidenza simile nei diversi gruppi di trattamento29,30.
Nel 2002, Daneshmand et al.31 non hanno rilevato alcuna differenza microbiologica tra siti parodontali trattati con chip di CLR e quelli senza dopo 2-4 settimane dall’IOP.
Nel 2002, anche Grisi et al.32 hanno confermato, nel loro studio a 3 e 9 mesi dal trattamento con IOP, una simile riduzione dei siti positivi al test BANA sia con sia senza l’impiego del chip di CLR, e addirittura ottenendo una più alta riduzione, fino al 25% in più, a 6 mesi senza l’impiego del chip di CLR. Inoltre, sono state osservate maggiori riduzioni della tasca e aumento maggiore del LAC (fino a più di 1 mm) nel gruppo controllo a 3 e 9 mesi rispetto al gruppo trattato con l’aggiunta del chip di CLR.                           

Discussione                               

Considerato il costante efflusso di fluido dal solco crevicolare (20 µlitri/ora), pari a un tasso di sostituzione del fluido della tasca di 40 volte all’ora33, la vita media di un gel all’interno di una tasca è stata stimata intorno a un solo minuto34,35 e la sua viscosità non sembra essere un dato importante. Inoltre, è stata osservata una scarsa persistenza subgengivale della CLR, causata dalla sua bassa aderenza alla superficie radicolare36 e/o dalla sua elevata affinità verso il sangue e le proteine di saliva e siero37.

Di conseguenza, per ottenere una concentrazione minima inibitoria (MIC) all’interno dell’area subgengivale anche la CLR, con il suo tempo di azione relativamente breve, richiede ripetute applicazioni quando viene scelto un gel come suo veicolo: le tasche dovrebbero essere irrigate tre volte in 10 minuti con un gel di CLR 2%, per ottenere una riduzione significativa della microflora subgengivale24. Inoltre, per quanto sia stato riportato38 che la CLR può inibire le proteasi microbiche di potenti parodontopatogeni come Bacteroides gingivalis, Treponema denticola e Actinobacillus actinomycetemcomitans, esiste qualche prova che Porphyromonas gingivalis rilasci delle vescicole che si legano e disattivano la CLR, proteggendo se stesse e altri batteri39.
I dati disponibili non sembrano indicare che l’IOP possa trarre benefici dalla somministrazione subgengivale aggiuntiva di un gel di CLR. Anche nel caso del chip, nonostante questo assicuri alti livelli subgengivali di CLR mantenuta per un tempo prolungato, l’esito del trattamento rimane chiaramente deludente se paragonato alla sola IOP.

Ipoteticamente, il gel o il chip di CLR potrebbero fare la differenza laddove la detartrasi meccanica fosse eseguita con minor efficacia, compensando così le insufficienze tecniche e apportando una differenza rilevante a livello clinico e microbiologico, ma questo non si verifica. Pertanto, sia i veicoli di gel sia i chip non sembrano adatti come sussidi compensatori quando l’IOP diviene meno efficace a causa dell’accesso limitato.
A queste si aggiungono ulteriori considerazioni di carattere biologico (possibilità di interferenza del veicolo con il processo di guarigione parodontale) ed economico (ulteriori costi aggiuntivi a carico del paziente a fronte di vantaggi clinici non chiaramente provati).
Tutti gli studi hanno confermato l’importanza primaria delle sedute di igiene orale professionale nel trattamento delle parodontiti croniche.     

                                       

Corrispondenza
Prof. Matteo Piemontese Dipartimento di Scienze Cliniche Specialistiche e Odontostomatologiche
Direttore: Prof. Luigi Tranquilli
Università Politecnica delle Marche
via Tronto 10
60020 – Ancona Torrette

• Simone Domenico Aspriello1
• Roberto Gatto2
• Renato Rasicci2
• Paolo Rasicci2
• Salvatore Sauro3
• Eugenio Tosco1
• Matteo Piemontese1
1 Università Politecnica delle Marche, Polo Ospedaliero-Universitario Ancona Torrette, Dipartimento di Scienze Cliniche Specialistiche e Odontostomatologiche,
Direttore  Prof. Luigi Tranquilli
2 Università degli Studi di L’Aquila CLMOPD,
Presidente Prof. Roberto Gatto
3 King’s College London Dental Institute at Guy’s, King’s College and St Thomas’s Hospitals Dental Biomaterials Science, Biomimetics & Biophotonics

Bibliografia

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Accorgimenti nel trattamento di pazienti che si sottopongono a radioterapia

1. Mucosite della lingua.

Riassunto
La radioterapia nelle neoplasie della testa e del collo è una possibilità di trattamento. In questo articolo vengono analizzate le possibili complicanze che insorgono a livello del cavo orale. Scopo del lavoro è quello di identificare una metodologia e dei criteri diagnostico-terapeutici che aiutino l’odontoiatra nella preparazione del paziente che si deve sottoporre a un trattamento radiante.
È stato rilevato come solo l’11,2% dei pazienti che devono essere sottoposti al trattamento non necessitano di cure odontoiatriche. L’efficacia dello screening dentale pre radioterapia è ben documentato. Il compito dello stomatologo si è nel tempo modificato se infatti qualche anno fa la sua attenzione era rivolta unicamente all’eliminazione dei foci odontogeni, che con la loro presenza potevano interferire con il decorso postoperatorio, oggi l’obbiettivo è posto anche alla conservazione degli elementi dentari che risulteranno poi determinanti per una corretta riabilitazione protesica.  L’eliminazione delle cause e la gestione delle complicanze durante e dopo il trattamento sono oggetto di valutazione e discussione. Particolare attenzione viene posta alla gestione della xerostomia e alle indicazioni per le terapie odontoiatriche. Anche se la gestione delle complicanze più gravi impone l’utilizzo di strutture protette, la prevenzione e il controllo trova nel dentista di fiducia un valido alleato spesso insostituibile.

Summary
Head and neck tumors radiotherapy is an efficacious and reliable treatment nowadays. Only 11,2% of patients does not need dental treatment before multymodality therapy of head and neck cancer. Aim of this study is to evaluate guidelines and protocols to prepare patients scheduled for radiotherapy. Dental management is performed throughout atraumatic extraction procedures and meticulous follow up.
Prevention and careful strategies are available to the dental practitioner to stave off the dental side effect. Particular attention is given to the management of xerostomia, that is often seen in this patients, beside an indication of dental care treatment plane.
A variety of dental complications may occur in these patients therefore an oral examination is strongly recommended.
The nature and impact of these complications are analizated. 

Nel corso degli ultimi anni, il sempre maggior interesse verso terapie meno mutilanti e più orientate alla conservazione d’organo ha portato all’utilizzo di una chirurgia conservativa alla quale spesso viene associato un protocollo radio- e chemio-terapico2.
In particolare, la radioterapia nel distretto oro-facciale viene utilizzata sia come terapia complementare nel trattamento delle neoplasie in stadio avanzato sia come prima scelta in associazione a protocolli chemioterapici.
Presso un esiguo numero di Centri ad alta specializzazione e di fronte a piccole neoplasie della lingua, in assenza di metastasi linfonodali laterocervicali, è possibile eseguire la brachiterapia, ovvero una radioterapia che prevede l’infissione di aghi all’interno del tumore.
La radioterapia, solitamente, si articola nell’arco di 2-3 mesi continuando il suo effetto (inteso come capacità di modificare la struttura irradiata) per circa 24 mesi. L’efficacia dello screening dentale pre-radioterapia è ben documentato46.
Nel tempo, il compito dello stomatologo si è modificato; infatti, se qualche anno fa la sua attenzione era rivolta unicamente all’eliminazione dei foci odontogeni, che con la loro presenza potevano interferire con il decorso post-operatorio, oggi l’obiettivo è posto anche alla conservazione degli elementi dentali che risulteranno poi determinanti per una corretta riabilitazione protesica.
L’importanza di un approccio multidisciplinare, anche in questo ambito, ha pertanto una sua logica: infatti, è importante che l’odontoiatra conosca in quale sede verrà eseguita una mandibulotomia o una mandibulectomia così da preparare adeguatamente il paziente all’atto chirurgico.
È altresì basilare che si individuino dei criteri che permettano allo specialista di identificare quali elementi presentino patologie che, se adeguatamente trattate, non aumentino il rischio di complicanze precoci o tardive.                            

Complicanze della radioterapia                              

Il paziente sottoposto a terapia radiante può andare incontro a complicanze sia acute sia croniche. Le complicanze acute sono principalmente rappresentate da alterazioni infiammatorie (mucositi) (figure 1 e 2) e infettive (da aumentata patogenicità della flora saprofitica).
Quelle a lungo termine sono, invece, correlate ad alterazione della vascolarizzazione e del trofismo cellulare, soprattutto dei tessuti duri. I cambiamenti indotti dalle radiazioni, determinando ipovascolarizzazione e ipocellularità, riducono le capacità rigenerative e di rimodellamento, aumentando proporzionalmente il rischio di infezioni e necrosi.
Diventa così evidente come una visita (correlata da eventuali terapie) debba essere eseguita presso uno stomatologo prima dell’inizio dell’irradiazione; infatti, risulta chiaro come numerose patologie e un’igiene scadente facilmente si tramutino in complicanze durante e dopo il trattamento4.
La conseguenza sicuramente più temibile è l’osteoradionecrosi (ORN)3,12,13,24,27, fenomeno causato dall’azione diretta delle radiazioni che, provocando una riduzione della vascolarizzazione, determina un’alterazione del trofismo osseo associato a una riduzione dall’attività osteoblastica e osteoclastica. 

2. Mucosite del cavo orale.
2. Mucosite del cavo orale.

Scopo del lavoro                            

Scopo del lavoro è stato quello di identificare una metodologia e dei criteri diagnostico-terapeutici che aiutino l’odontoiatra nella preparazione del paziente che si deve sottoporre a un trattamento radiante.
Analizzando la salute orale dei pazienti che devono essere sottoposti a trattamento radiante si nota come, in quasi tutti, sia necessario un trattamento odontoiatrico e come la compliance verso le cure sia spesso stata, fino a quel momento, scarsa o inesistente.
È stato rilevato che solo l’11,2%1 dei pazienti che devono essere sottoposti al trattamento non necessita di cure odontoiatriche. Le possibili infezioni odontogene che intercorrono durante e dopo la radioterapia possono richiedere procedure chirurgiche invasive che determinano un aumento della morbilità.

È utile ricordare come questi trattamenti, per loro specifica natura, determinano sempre, per un buon periodo, una grave difficoltà all’alimentazione e, se a questa si associa una ridotta funzionalità dell’apparato stomatognatico, si intuisce facilmente il disagio provato dal paziente. I protocolli adottati, oltre a preservare l’integrità della mucosa orale e delle labbra, prevengono le carie e le problematiche parodontali considerando nel contempo il dolore, il disagio e la prevenzione delle infezioni47,48.

La visita viene effettuata anticipatamente, al fine di terminare le cure almeno 20 giorni prima dell’inizio del trattamento radiante. L’obiettivo della valutazione è di:                

  • identificare i fattori di rischio che portano all’insorgenza di complicanze;                 
  • programmare le terapie necessarie;                 
  • adottare un protocollo di igiene orale e prevenzione delle complicanze;            
  • pianificare i controlli periodici.                

Sia per motivi descrittivi sia considerando un criterio temporale è sembrato opportuno articolare il protocollo attraverso i seguenti passaggi (tabella 1):                     

  • visita pre-trattamento;                       
  • igiene orale e motivazione;                    
  • terapia chirurgica;                            
  • terapia conservativa;                           
  • accorgimenti durante la terapia radiante;                       
  • controlli periodici e valutazione a lungo termine.

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Visita pre-trattamento                           

La visita deve essere sempre accompagnata da un’ortopantomografia e, qualora sussistano dubbi diagnostici, da radiogrammi endorali. L’esame obiettivo, oltre a valutare lo stato dei tessuti duri dentali, non deve tralasciare eventuali alterazioni dei tessuti molli.
Scopo primario è quello di ridurre il più possibile gli interventi odontoiatrici nei 24 mesi successivi al termine della terapia radiante21,22.
Utile, in questa sede, è sia l’identificazione del campo di irradiazione sia la determinazione della prognosi quod vitam, al fine di una corretta applicazione delle indicazione terapeutiche.   

Dentizione
La valutazione degli elementi dentali deve essere rivolta all’identificazione di eventuali patologie dei tessuti duri, oltre al rifacimento di trattamenti incongrui. Fondamentale è l’individuazione di potenziali foci della mucosa orale o del parodonto.     

Parodonto
Nei pazienti parodontalmente compromessi una valutazione iniziale con il monitoraggio della profondità delle tasche e l’interessamento della forcazione risulta significativo, soprattutto per una rivalutazione a distanza.      

Mucosa orale
È importante considerare condizioni che potrebbero interferire con una futura protesizzazione rimovibile quali ulcere, fibromi, iperplasie mucose e spicole ossee.

Il fine è principalmente quello di anticipare eventuali interventi di chirurgia pre-protesica.    

tab1

Funzionalità stomatognatica
La valutazione della massima apertura deve essere annotata, soprattutto se il campo di irradiazione coinvolge, oltre ai muscoli masticatori, anche l’articolazione temporo mandibolare (ATM), in quanto è predicibile l’insorgenza di trisma.
La visita preliminare termina con la stesura del piano di cura.

I principi guida che devono orientare nella sua compilazione sono:

  • il mantenimento del maggior numero di denti possibile;
  • evitare estrazioni dopo la radioterapia;                     
  • la prevenzione di complicanze durante il trattamento radiante, che ne potrebbero inficiare la prosecuzione; 
  • tutti gli elementi con prognosi non prevedibile dovrebbero essere estratti a priori. La conservazione degli elementi dovrebbe, inoltre, essere direttamente proporzionale sia alla motivazione sia alla capacità di attuare i protocolli di igiene orale richiesti;

il tipo di radiazione, il campo di esposizione e la dose sono, altresì, criteri per determinare l’avulsione, infatti, la probabilità di insorgenza dell’osteoradionecrosi è massima se la dose irradiata supera 65 Gy.

Igiene orale                                  

Oltre a valutare il livello di placca e il sanguinamento, risulta importante considerare le tecniche di spazzolamento, la motivazione e le capacità del paziente nel poter effettuare una corretta igiene orale, riducendo le complicanze che possono originare da situazioni permanenti (iposalivazione) o temporanee (mucositi).
Utile ricordare come l’associazione alcol-tabacco (principale fattore eziologico del carcinoma orale) abbia un effetto deleterio a livello del cavo orale.

È determinante che prima dell’inizio della terapia, con l’ausilio di varie procedure (scaling, root-planing, curettage) si ottenga la miglior salute parodontale possibile. Un periodo di tre settimane dall’ultimo trattamento è da considerarsi sufficiente
per l’ottenimento di una buona guarigione dei tessuti.

L’istruzione e la motivazione a una corretta igiene sono, insieme all’utilizzo di gel fluorati (principalmente fluoruro di sodio al 1%), la principale arma nella prevenzione dei processi cariosi post-trattamento9,37.
L’utilizzo di una mascherina in acetato personalizzata è consigliata per praticità ed efficacia avendo l’accortezza di estendere il bordo 3 mm oltre il margine gengivale, assicurandosi così un’adeguata copertura cervicale.

Lo spazzolamento dei denti deve avvenire con spazzolino morbido 2-3 volte al dì per circa 3 minuti sciacquando frequentemente la bocca con acqua tiepida.
Se possibile utilizzare 2 volte al dì un collutorio antisettico senza alcol.                       

Terapia chirurgica                 

Considerando che, secondo molti autori, l’estrazione post radioterapia è uno dei principali fattori di osteoradionecrosi8
si comprende come le indicazioni a una terapia chirurgica preventiva devono prevedere, oltre a un programma terapeutico risolutivo nel medio termine (2-3 anni), anche il mantenimento di un’adeguata capacità funzionale.

Le principali indicazioni alla terapia chirurgica sono:            

  • evidenti lesioni periapicali;                  
  • residui radicolari non completamente in inclusione ossea o che presentano aree di radiotrasparenza;                      
  • elementi con gravi compromissione parodontale (tasche > di 5mm, interessamento di III grado della formazione, mobilità di III grado);           
  • elementi in prossimità di masse tumorali;                
  • cisti odontogene e non;                             
  • elementi, soprattutto ottavi, che in passato abbiano, per la loro non completa inclusione ossea o mucosa, presentato episodi di pericoronarite.                  

Alcuni autori consigliano una politica estrattiva verso tutti quegli elementi che presentano una significativa compromissione parodontale46.
Nel caso di estrazioni chirurgiche, particolare attenzione deve essere posta all’utilizzo di presidi che accelerino la guarigione delle ferite, cercando di evitare soprattutto l’esposizione dell’osso o la rimanenza di spicole.

Infatti, a causa del trattamento radiante, non c’è da aspettarsi un normale rimodellamento osseo, necessario per una corretta guarigione.
In generale, viene considerato sufficiente un periodo di tre settimane per l’ottenimento di un buon sigillo mucoso.
L’utilizzo di antibiotico terapia non è necessario se non specificatamente indicato.

Nel caso che alcuni elementi fondamentali per la riabilitazione protesica presentino modeste reazioni apicali può trovare indicazione l’endodonzia chirurgica a patto, che non sia presente compromissione parodontale.                    

Terapia conservativa e protesica                                 

Oltre al trattamento delle lesioni cariose esistenti e alle eventuali terapie canalari, particolare attenzione va posta ai restauri conservativi e protesici incongrui che determinano il ristagno di cibo e di placca. La concomitante presenza di iposalivazione, conseguente al trattamento, riduce il potere di autodetersione e disinfezione salivare facilitando l’insorgenza di infezioni parodontali o carie secondarie. La ribasatura di protesi mobili, parziali o totali, è indicata per ridurre compressioni locali cercando di evitare ribasature morbide che aumentano la frizione mucosa oltre a determinare un maggior ristagno di placca.
La costituzione di nuovi manufatti protesici deve essere comunque rimandata ad almeno sei mesi dalla fine del trattamento radiante.                    

Accorgimenti durante il trattamento radioterapico               

Durante la radioterapia risulta importante sia il mantenimento di una corretta igiene orale sia la riduzione del disagio che progressivamente insorge durante la terapia.
La pulizia del cavo orale deve essere frequente (ogni 4 ore) ed effettuata utilizzando spazzolini morbidi, coadiuvata da sciacqui per rimuovere frequentemente residui organici, batteri e frustoli epiteliali. Vari autori hanno utilizzato diverse tipologie di collutori ottenendo risultati confortanti e sovrapponibili:             

  • perossido d’idrogeno e acqua (1:4)49;
  • bicarbonato di sodio (un cucchiaino in una tazza d’acqua o in 500 ml);           
  • mezzo cucchiaino di sale e un cucchiaino di bicarbonato diluiti in un litro d’acqua;             
  • mezzo cucchiaino di sale e due cucchiaini di bicarbonato diluiti in quattro tazze d’acqua.        

Il bicarbonato viene utilizzato per aumentare il pH e rendere più efficace la capacità tampone intraorale. È consigliato evitare collutori in sospensione alcolica che, potendo irritare le mucose, aumentano i disagi del paziente50.

La clorexidina, pur essendo un potente antisettico attivo sui batteri Gram positivi, negativi, funghi e lieviti, non risulta efficace contro spore, virus e batteri acid-fast 49,51.
È stata dimostrata, inoltre, la sua inefficacia in pazienti xerostomici (a causa del trattamento radiante)52.
La mucosite è l’evento che sempre si associa durante e dopo il trattamento e la cui intensità è correlabile con la dose impiegata23,25,26.
Solitamente si protrae per 6-8 settimane dalla fine della terapia ma già dopo 4 settimane il 90-95% dei pazienti mostra una completa risoluzione della malattia40,41,11.

La guarigione dipende, oltre che dalla gravità, anche dal numero di globuli bianchi presenti.
Il ghiaccio tritato, utile nel trattamento sintomatologico può essere abbinato alla capsicina nel trattamento del dolore.
Alcuni autori consigliano, al fine di prevenire l’insorgenza di mucositi gravi, l’assunzione, quattro volte al giorno, di PTA, soprattutto se la maggior parte della mucosa orale è esposta al campo radiante.

Il composto che tende a eliminare selettivamente i bacilli Gram negativi contiene polimixin E, tobramicina e anfotericina B (una compressa di PTA da 1 grammo contiene 2 mg polimyin E, 1,8 mg tobramicina e 10 mg di anfotericina)9,52.
Una volta che la mucosite si è sviluppata, al fine di alleviare il dolore, è indicata una sospensione di sucralfato (1 g in 5 ml). In caso di dolenzia allo spazzolamento (determinato dalla mucosite) sono utili:             

  • sedute di igiene orale professionale;                     
  • utilizzo di clorexidina in soluzione acquosa allo 0,1% due volte al giorno;                   
  • utilizzo di anestetici topici (come lidocaina in crema) prima dello spazzolamento.             

La concomitante presenza di leucopenia facilita una sovrainfezione che può essere batterica, virale o fungina45.
La candidosi è l’infezione di più frequente riscontro30 e spesso ricorre per la presenza di xerostomia.
La forma acuta va distinta dalla mucosite e se ne differenzia per la simmetria e bilateralità delle lesioni.
La terapia si avvale dell’uso per almeno di due settimane di una sospensione contenete nystatina, mentre la terapia sistemica con ketaconazolo è consigliata solo nei casi resistenti.

Le ulcere orali sono frequenti e spesso trovano come causa patogenetica una riattivazione dell’herpes simplex (HSV). L’aclicovir è il trattamento di scelta e può essere usato in via profilattica solo nei pazienti che presentano un’alta reattività (sieropositivi, trapiantati, leucopenici).
Facilmente, i pazienti troveranno difficoltà ad alimentarsi sia per l’iposalivazione sia per la presenza di mucositi46.

È preferibile evitare cibi acidi, con alto potere cariogeno ed effettuare pasti piccoli e frequenti. L’astensione da alcol e tabacco è fortemente raccomandata. I lubrificanti sono richiesti per il mantenimento dell’integrità delle labbra; i più comunemente usati sono la vaselina e gli oli naturali.
Se la perdita di peso eccede il 10% è utile valutare supplementi nutrizionali, onde evitare eccessiva defedazione del paziente.
È consigliato settimanalmente, anche in assenza di sintomatologia, un controllo odontoiatrico.

La presenza di disgeusia è di frequente riscontro e la causa trae origine, oltre che da alterazione dei recettori gustativi, anche dalla concomitante presenza di xerostomia, infezioni locali e problematiche dentali.
La disgeusia insorge rapidamente, quando la dose radiante supera i 30 Gy, ma nella maggior parte dei casi viene riacquistata nei quattro mesi successivi44.
È opportuna l’astensione dall’utilizzo di protesi mobile durante tutto il ciclo radioterapico, qualora il campo irradiato interessi buona parte della mucosa orale.

La prevenzione del trisma impone preposti esercizi finalizzati al mantenimento di un’adeguata mobilità articolare.
Presidi come cunei di gomma, tappi di sughero, bite con molla trovano indicazione nei pazienti in cui l’uso delle dita (indice e pollice che incrociandosi divaricano le arcate) risulta difficoltosa.   

Controlli periodici e valutazione a lungo termine                  

Le patologie che insorgono in questa fase sono principalmente le carie da radiazione, le problematiche parodontali e l’osteoradionecrosi. Poco si conosce sull’effetto diretto delle radiazioni ionizzanti sui denti maturi42. Si concorda sulla progressiva atrofia pulpare associata a una minor reattività agli insulti esterni. Anche il dolore risulta meno severo in presenza di patologie che determinano atrofia pulpare. Le carie dentali presentano un aspetto caratteristico, associate a una rapida progressione.

Tramite controlli periodici si può ravvivare la motivazione all’igiene orale e programmare l’applicazione topica di fluoro. Il successo nella prevenzione della carie è determinato dalla concentrazione di fluoro e dalla sua frequenza di applicazione36. Si consiglia di utilizzare paste dentifricie fluorate modicamente diluite in acqua34.

tab2

Non esiste un protocollo comune per i trattamenti a base di fluoro né per la tipologia di composto fluorato da utilizzare (tabella 2). Più concordanza è stata trovata sull’utilizzo di una maschera preformata in acetato, sul tempo di permanenza in bocca (5-10 minuti) e sull’applicazione a lungo termine del trattamento.

Per le otturazioni, i materiali da prediligere sono quelli a base di cemento vetroionomerico per la loro capacità di rilasciare fluoro e che con l’aggiunta di composito (compomeri) consentono anche un buon risultato estetico. In caso di elevato carico occlusale, l’amalgama d’argento (previo sottofondo in cemento vetroionomerico) è da preferire alle resine composite per la sua capacità di mantenere un buon sigillo marginale.

Anche la ricopertura preventiva con capsule si è dimostrata inefficace, in quanto i margini di chiusura rimangono ugualmente esposti al rischio di carie.
In caso di irradiazione a denti in formazione si può avere un arresto dello sviluppo che solitamente si concretizza con un’anomalia smalto-dentinale42.
La periodicità dei richiami dovrebbe essere quindicinale per i primi due mesi e mensile per il primo anno.

L’attesa di almeno sei mesi (meglio un anno)10 per un’eventuale protesizzazione mobile deve combinarsi a una scrupolosa igiene del manufatto oltre che con l’astensione dal suo utilizzo notturno.
Particolarmente insidiosi possono risultare eventuali decubiti che devono essere precocemente trattati e corretti.
Il livello di iposalivazione è strettamente collegato alla dose radiante massima ricevuta dalle ghiandole salivari maggiori28. Solitamente diventa severo, non mostrando anche successivamente segni di remissione, se la dose supera i 40 Grey. Si è notato che è maggiore la funzionalità residua delle ghiandole non totalmente irradiate29,44.
Se le parotidi determinano la maggior parte del flusso salivare stimolato; le ghiandole sottomandibolari sono fondamentali per il flusso basale.

L’estrema sensibilità delle ghiandole al trattamento radiante porta ad alterazioni quantitative e qualitative della saliva32,33. L’irradiazione di 2,25 Gy ha dimostrato essere sufficiente a causare una riduzione del flusso del 50% entro le 24 ore40,41,42. Il bicarbonato è il principale sistema tampone che la saliva utilizza con gli acidi prodotti dalla placca, ma è efficace solo se presente in alte dosi. Nel paziente xerostomico di verifica una diminuzione del pH salivare e un aumento della concentrazione di sali43.

La strategia terapeutica è rivolta sia alla stimolazione della capacità residua sia alla risoluzione della secchezza orale, ricordando che spesso non esiste correlazione lineare tra sensazione di secchezza e reale riduzione del flusso salivare35,53.
Trattamenti sintomatici come frequenti sciacqui (camomilla, acqua, tea ecc.) sono consigliati anche se palliativi.

Utile è una valutazione clinica diretta del grado di iposalivazione che viene attuata attraverso la valutazione delle mucose (secchezza, atrofia), la qualità salivare e la produzione dopo stimolo38,39.
La stimolazione della funzionalità residua ghiandolare può avvenire attraverso presidi tattili-gustativi (chewing-gum sugarfree, cibi acidi)31 o farmacologici (pilocarpina). I sostituti salivari a base di mucina o carbossimetilcellulosa sono risultati efficaci e particolarmente utili nelle ore notturne.

L’applicazione topica di fluoro dovrebbe essere inversamente proporzionale al flusso salivare ed essere anche parzialmente mantenuta fino a che quest’ultimo non rientra nella normalità. Diversi studi dimostrano l’utilità dell’applicazione, a giorni alterni, di NaF all’1%. La diagnosi di ORN avviene allorquando l’esposizione dell’osso alveolare all’ambiente orale è superiore a 3-6 mesi anche con la sospensione dell’uso di alcol e tabacco e con l’utilizzo di sciacqui con collutori antisettici.
L’incidenza dell’ORN nei siti estrattivi post-radioterapici è di circa il 23%14,15,16,18.

I fattori che contribuiscono all’insorgenza dell’ORN nei mascellari sono:                      

  • la dose irradiata;                   
  • il tipo di radiazioni utilizzate;                   
  • la sede del tumore;                      
  • l’estrazione di elementi dentali nella zona di irradiazione;
  • la tecnica chirurgica utilizzata;
  • la presenza di lesioni periapicali.                      

Circa un terzo dell’ORN avviene spontaneamente e dei rimanenti due terzi l’avulsione è la principale causa traumatica6,7,54. La necessità di tale terapia post-trattamento è determinata sia da errata programmazione sia da mancata compliance del paziente.

Anche se non vi è una stretta correlazione fra ORN e distanza della terapia radiante si è rilevato che il suo decremento è direttamente correlabile alle misure adottate. Importante risulta l’attenzione per i tessuti molli, la «delicatezza» chirurgica, la chiusura per prima intenzione della ferita e l’assenza di osteotomia. L’uso indiscriminato e prolungato di antibioticoterapia (in presenza di ORN conclamata) è ingiustificato e dovrebbe essere limitato solo ai casi con infezione in atto. Consigliato è invece il trattamento locale della ferita con antisettici e pulizia dei detriti di cibo e di osso necrotico (debridment).

La profilassi antibiotica pre- e post-intervento è consigliata utilizzando molecole ad ampio spettro (amoxicillina + acido clavulanico o cefalosporine) e coprendo un intervallo temporale ampio (da alcuni giorni prima a dieci giorni dopo). L’ossigeno-terapia è spesso utilizzata per la terapia dell’ORN in quanto determina un’accelerazione dei processi di guarigione5,17,19,20,54.

Nonostante l’evidente utilità profilattica, la sua difficoltà applicativa ne limita l’utilizzo a pazienti sottoposti a forte dose radiante (> 65 Gy). La comparsa di trisma è correlata all’irradiazione dei muscoli masticatori e può avvenire anche tardivamente (dopo 3-6 mesi), insorgendo in maniera inaspettata; si consiglia, pertanto, il continuo monitoraggio dell’apertura massima.                 

Conclusioni                              

L’individuazione di un protocollo per il trattamento dei pazienti sottoposti a terapia radiante trova la sua indicazione nelle numerose sequele conseguenti la terapia.
Il ruolo del dentista libero-professionista risulta determinante per la cronica carenza di strutture pubbliche o convenzionate.
Anche se la gestione delle complicanze più gravi impone l’utilizzo di strutture protette, la prevenzione e il controllo trova nel dentista di fiducia un valido alleato spesso insostituibile.
Infatti, l’età media dei pazienti è elevata rendendo credibile la presenza di in un’odontoiatra di fiducia.

Il fatto di poter permettere allo stesso professionista di integrare o completare le terapie da lui precedentemente svolte, oltre a garantire una continuità terapeutica, risulta clinicamente efficace.
Obiettivo di questo scritto è quello di dare un pratico aiuto al professionista, al fine di poter affrontare tematiche che, spesso a causa della loro scarsa frequenza, risultano poco trattate nei nostri studi monoprofessionali.                      

Corrispondenza
dottor Lorenzo Damia
via Mauro Macchi, 59
20124 Milano
e-mail: lorenzodamia@katamail.com

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Rialzo del seno mascellare e impianti endossei. Risultati clinici a distanza di tempo e proposta di classificazione dei difetti iniziali del mascellare superiore atrofico

Riassunto

Scopo di questo studio è presentare una classificazione dei difetti ossei mascellari che necessitano di procedure di elevazione del seno mascellare con due obiettivi: proporre una standardizzazione delle procedure chirurgiche in base al tipo iniziale di atrofia e permettere una valutazione del tasso di successo/sopravvivenza degli impianti inseriti nelle aree ricostruite in relazione alla situazione iniziale. Su un totale di 692 pazienti trattati consecutivamente dal 1992 al 2004 sono stati effettuati 952 rialzi del seno mascellare. I difetti iniziali sono stati catalogati secondo una nuova classificazione che considera non solo l’altezza ossea residua al di sotto del seno, ma anche lo spessore della cresta alveolare e il rapporto intermascellare orizzontale e verticale. I risultati sono stati differenziati in base alle differenti classi di appartenenza. L’elevazione del seno è stata effettuata con osso autologo prelevato da siti intraorali o extraorali. Per correggere concomitanti difetti alveolari, 579 rialzi sono stati associati a innesti onlay orizzontali e/o verticali. Un totale di 2037 impianti è stato inserito nei seni rialzati, immediatamente o a distanza di 4-6 mesi dalla ricostruzione. Gli impianti sono stati caricati dopo 3-6 mesi. Il follow-up medio è stato di 59 mesi (12-144 mesi). Il tasso di successo delle procedure ricostruttive varia tra il 93,2% e il 100%, in base alla classe di atrofia; i tassi di sopravvivenza e di successo complessivi degli impianti corrispondono rispettivamente al 95,8% e al 92,5%, mentre il tasso di sopravvivenza e di successo a seconda della classe di atrofia varia tra il 90% e il 97,6%, e tra l’85,4% e il 95,5% rispettivamente. I tassi di successo più bassi sono associati alle classi caratterizzate da un’atrofia più grave. I risultati ottenuti hanno dimostrato che l’elevazione del seno mascellare, associata o meno a procedure ricostruttive con innesti ossei autologhi, è una procedura affidabile che consente l’inserimento di impianti in mascelle edentule atrofiche, indipendentemente dalla situazione clinica iniziale. Tuttavia, deve essere sottolineato che la percentuale di successo delle procedure ricostruttive e degli impianti differisce a seconda delle classi di atrofia, mostrando tassi di successo più bassi nei casi di atrofia più grave.

Summary

Sinus floor elevation and oral implants. Long term clinical outcomes and a proposal
of classification according to initial defects of the edentulous posterior maxilla

Objective of the study: To present a classification of maxillary defects necessitating sinus floor elevation procedures (SFEPs) with two objectives: (a) to propose a standardization of surgical procedures according to initial type of atrophy and (b) to allow the evaluation of the success/survival rates of implants place din the grafted areas according to the initial situation. Materials and methods: Nine-hundred and fifty-two consecutive SFEP were performed on 692 patients. Initial defects were classified according to a new classification, which considered not only residual bone height below the sinus but also the width of the alveolar crest and horizontal/vertical intermaxillary relationship. Results were evaluated according to the different classes. The sinuses were grafted with autogenous bone taken from intraoral or extra-oral sites: 579 SFEP were associated with vertical and/or horizontal onlay grafts to correct concomitant alveolar ridge deficits. A total of 2037 implants were inserted into the grafted sinuses either immediately or 4–6 months later. Three to 6 months afterwards, implants were loaded. The mean follow-up was 59 months (range: 12–144 months). Results: The success rate of the reconstructive procedures varied between 93.2% and 100%, according to class of atrophy; the overall survival and success rates of implants were 95.8% and 92.5%, respectively, whereas the survival and success rates according to class of atrophy varied between 90% and 97.6%, and between 85.4% and 95.5%, respectively. Lower success rates were found in classes presenting with more severe atrophy. Conclusion: The results obtained demonstrated that sinus floor elevation, alone or in association with reconstructive procedures with autogenous bone grafts, is a reliable procedure to allow implant placement in atrophic edentulous maxillae, irrespective of the initial clinical situation. However, it must be underlined that the success rates of reconstructive procedures and implants differ according to class of atrophy, showing lower success rates in classes presenting with more severe atrophy.

La riabilitazione di pazienti parzialmente o totalmente edentuli con protesi supportate da impianti è diventata una pratica comune negli ultimi decenni, con risultati a lungo termine predicibili1-9. Tuttavia, le condizioni locali delle creste alveolari edentule possono essere sfavorevoli per il posizionamento di impianti. In particolare, la mascella posteriore edentula ha frequentemente rappresentato una sfida per il chirurgo orale a causa della mancanza di osso, dovuta al riassorbimento alveolare e all’espansione del seno mascellare. Inoltre, la bassa qualità dell’osso residuo può compromettere ulteriormente il successo degli impianti. L’elevazione del seno mascellare e l’inserimento di materiale da innesto mediante un’osteotomia mascellare laterale sono diventati procedure molto comuni negli ultimi anni, con risultati predicibili10-40. Tuttavia, i risultati sono difficilmente valutabili e comparabili in quanto: sono stati usati materiali di riempimento differenti; in molte pubblicazioni mancano frequentemente criteri ben definiti per quel che riguarda i tassi di successo delle procedure ricostruttive e degli impianti; mancano sovente parametri ben definiti a proposito della situazione clinica iniziale.  Gli Autori ritengono molto importante quest’ultimo aspetto poiché la diversa quantità di osso residuo prima delle procedure di rialzo del seno e, in particolare, la modalità di riassorbimento osseo della mascella edentula possono influenzare considerevolmente sia il tipo di procedura d’innesto che il successo degli impianti inseriti in aree ricostruite. Una recente revisione della letteratura su questo argomento14 ha dimostrato che la maggior parte delle pubblicazioni suggeriva procedure di elevazione del seno mascellare quando l’osso residuo tra la cresta e il pavimento del seno mascellare era inferiore a 8-10 mm, ma non specificava se l’insufficiente altezza ossea fosse dovuta all’espansione del seno o al riassorbimento verticale della cresta alveolare. Al contrario, è stato dimostrato che l’atrofia della mascella edentula si sviluppa tridimensionalmente, e non dipende solamente dall’espansione del seno41.

In caso di espansione può essere indicato il rialzo del seno mascellare, mentre in caso di atrofia verticale dovuta a riassorbimento della cresta alveolare, questa procedura potrebbe non essere necessaria, se mediante la ricostruzione verticale si riuscisse a ripristinare, oltre alla corretta distanza interarcata, anche un adeguato supporto osseo per l’inserimento implantare. Inoltre, il riassorbimento osseo della cresta edentula potrebbe portare a una discrepanza orizzontale tra mascellare superiore e mandibola. Se venisse eseguito solo il rialzo del seno, gli impianti sarebbero inseriti in una posizione troppo palatale, ottenendo una riabilitazione protesica inadeguata. Infatti, la mascella posteriore atrofica dovrebbe essere valutata e classificata non solo in base all’altezza e allo spessore dell’osso residuo, ma anche in base alla relazione intermascellare verticale e orizzontale. Di conseguenza, l’elevazione del seno mascellare rappresenta solo parte della ricostruzione necessaria per ristabilire un adeguato volume osseo e un corretto rapporto intermascellare, al fine di ottimizzare il posizionamento degli impianti e il risultato protesico finale dal punto di vista sia funzionale che estetico.
Lo scopo di questo studio è duplice:

  • presentare una nuova classificazione dei difetti iniziali dei mascellari edentuli e proporre protocolli chirurgici ben definiti per la correzione di tali deficit;
  • valutare i risultati a lungo termine relativi all’elevazione del seno mascellare e i tassi di sopravvivenza/successo degli impianti inseriti negli innesti a seconda del volume osseo residuo preoperatorio.

Pazienti e metodi

Tra il 1992 e il 2004, 692 pazienti in buone condizioni di salute generale, 326 maschi e 366 femmine, di età compresa tra i 20 e i 76 anni (età media 47,5 anni), con mascelle parzialmente o totalmente edentule e con vari gradi di atrofia ed espansione del seno che non consentivano il posizionamento di impianti di adeguate dimensioni, sono stati selezionati per la correzione chirurgica dei deficit al fine di migliorare il supporto implantare, il rapporto corona-impianto e l’estetica della riabilitazione protesica finale.
I pazienti sono stati dapprima visitati per una valutazione e la raccolta dei dati iniziali. La visita includeva: (a) una valutazione dello stato di salute generale; (b) un’analisi delle condizioni orali, della dentizione residua a livello dell’arcata opposta e del rapporto interarcata; (c) un’indagine radiografica preoperatoria con ortopantomografia, cefalometria laterale e tomografia computerizzata della mascella per valutare la condizione clinica dei seni mascellari e per misurare l’altezza e lo spessore dell’osso residuo nella mascella latero-posteriore; (d) impronte studio e ceratura diagnostica; (e) spiegazione al paziente del piano di trattamento, inclusi i rischi e le possibili complicanze dello stesso, i potenziali benefici e le opzioni terapeutiche alternative. Un consenso informato è stato firmato da tutti i pazienti prima dell’inizio del trattamento.
I criteri d’inclusione dei pazienti erano: (a) buono stato di salute generale al momento della chirurgia; (b) assenza di segni e sintomi indici di patologie sinusali; (c) insufficiente volume osseo a livello del mascellare latero-posteriore per l’inserimento di impianti endossei di lunghezza di almeno 8 mm e di diametro di almeno 3,3 mm.
I criteri di esclusione dei pazienti erano: (a) abuso di tabacco (più di 20 sigarette al giorno); (b) patologie gravi a carico di rene e/o fegato; (c) radioterapia pregressa a livello di testa e collo; (d) chemioterapia per il trattamento di tumori maligni al momento dell’intervento chirurgico; (e) diabete non compensato; (f) parodontopatia attiva interessante la dentatura residua; (g) problemi mucosi come il lichen planus nell’area da trattare; (h) scarsa igiene orale; (i) paziente non collaborante.
581 pazienti presentavano edentulia parziale del mascellare (428 monolaterale, 153 bilaterale), mentre 111 soggetti erano completamente edentuli. Di questi ultimi, 107 individui avevano difetti bilaterali e 4 unilaterali.
La dentatura dell’arcata opposta era naturale in 364 pazienti, consisteva in protesi fisse supportate da elementi naturali in 90 pazienti, in protesi parziali rimovibili in 28 pazienti, in protesi complete rimovibili in 3 pazienti, in elementi dentari e protesi fisse supportate da impianti in 118 pazienti, solo in protesi fisse supportate da impianti in 63 pazienti e in overdenture su impianti in 26 pazienti.

I difetti della mascella latero-posteriore sono stati classificati in base allo spessore e all’altezza della cresta alveolare residua e al rapporto verticale interarcata verticale e orizzontale nelle seguenti classi.

Classe A: (a) altezza della cresta alveolare residua compresa tra 4 e 8 mm; (b) spessore alveolare residuo ≥5 mm (assenza di riassorbimento orizzontale significativo con mantenimento di un accettabile rapporto intermascellare orizzontale); (c) assenza di riassorbimento verticale della cresta alveolare con mantenimento di un accettabile rapporto intermascellare verticale.
Classe B: (a) altezza della cresta alveolare residua compresa tra 4 e 8 mm; (b) spessore alveolare residuo <5 mm (presenza di riassorbimento orizzontale e rapporto intermascellare orizzontale sfavorevole); (c) assenza di riassorbimento verticale della cresta alveolare con mantenimento di un’accettabile distanza verticale interarcata.
Classe C: (a) altezza della cresta alveolare residua <4 mm; (b) spessore alveolare residuo ≥5 mm (assenza di riassorbimento orizzontale significativo con mantenimento di un accettabile rapporto intermascellare orizzontale); (c) assenza di riassorbimento verticale della cresta alveolare con mantenimento di un’accettabile distanza verticale interarcata.
Classe D: (a) altezza della cresta alveolare residua <4 mm; (b) spessore alveolare residuo <5 mm (presenza di riassorbimento orizzontale e rapporto intermascellare orizzontale sfavorevole); (c) assenza di riassorbimento verticale della cresta alveolare con mantenimento di un’accettabile distanza verticale interarcata.
Classe E: stesse caratteristiche della classe A, ma con distanza verticale interarcata aumentata.
Classe F: stesse caratteristiche della classe B, ma con distanza verticale interarcata aumentata.
Classe G: stesse caratteristiche della classe C, ma con distanza verticale interarcata aumentata.
Classe H: stesse caratteristiche della classe D, ma con distanza verticale interarcata aumentata.
Classe I: grave atrofia tridimensionale della mascella edentula con distanza verticale interarcata aumentata, riassorbimento orizzontale, discrepanza intermascellare sagittale con retrusione mascellare dovuta a riassorbimento osseo in direzione centripeta.

L’altezza residua di 4 mm è stata scelta arbitrariamente dagli Autori come misura «cut-off» tra le differenti classi perché questa altezza, se associata a spessore e qualità ossei adeguati, può essere considerata sufficiente per ottenere la stabilità primaria degli impianti inseriti contestualmente all’intervento di elevazione del seno mascellare. Lo spessore osseo di 5 mm è stato arbitrariamente scelto come misura «cut-off» tra le differenti classi perché questa larghezza o valori superiori di spessore sono sufficienti per il posizionamento di impianti di diametro adeguato, mentre in presenza di spessore inferiore è generalmente necessario ricostruire/rigenerare il difetto orizzontale. Poiché differenti gradi di atrofia sono spesso presenti nella stessa area della mascella posteriore, è stato scelto il valore più basso in termini di altezza e spessore per classificare i difetti. La distribuzione dei pazienti sulla base della classe di atrofia è riportata nella tabella 1.

DM_2010_005_Chiapasco_TAB1

Protocolli chirurgici

Il tipo di correzione chirurgica delle mascelle atrofiche è stato determinato a seconda della valutazione clinica e radiografica iniziale; differiva quindi in base alla classe di atrofia di appartenenza. Le principali procedure chirurgiche sono rappresentate dall’elevazione del seno mascellare con approccio laterale, come descritto da Boyne e James12 e dall’inserimento di un innesto con osso autologo particolato prelevato da siti intraorali (ramo mandibolare e/o sinfisi, tuber mascellare) o extraorali (calvaria e/o cresta iliaca anteriore). La scelta dei siti intra- o extraorali è stata dettata dalla quantità di osso necessaria per un’appropriata ricostruzione della mascella edentula. I pazienti sono stati trattati in anestesia locale (238 pazienti), in anestesia locale con sedazione endovenosa (118 pazienti) o in anestesia generale con intubazione naso-tracheale (336 pazienti). La scelta è stata effettuata in base alla complessità della procedura ricostruttiva, alla sede del prelievo osseo (intra- o extraorale) e alla compliance del paziente. Tutte le ricostruzioni effettuate con prelievi ossei extraorali sono state eseguite in anestesia generale.
Per evitare ripetizioni in seguito, verranno qui descritte brevemente le procedure di elevazione del seno mascellare e di ricostruzione ossea mediante innesti. Gli ulteriori interventi chirurgici effettuati sulla base delle indicazioni dettate dalle diverse classi di atrofia saranno descritte in ogni specifica sezione.
L’approccio alla parete laterale del seno mascellare è stato ottenuto mediante scollamento di un lembo mucoperiostale dopo l’esecuzione di un’incisione crestale e di due incisioni verticali di rilascio, di cui una mesiale e l’altra distale. Con una fresa a pallina diamantata montata su un manipolo diritto a bassa velocità è stata creata una finestra ossea sulla parete laterale del seno mascellare, facendo attenzione a non perforare la mucosa antrale. Una volta mobilizzata la finestra ossea, la membrana di Schneider è stata delicatamente scollata inferiormente, anteriormente e posteriormente fino al livello di elevazione desiderato. La finestra ossea è stata delicatamente spinta verso l’interno e verso l’alto e lo spazio così ottenuto è stato riempito con osso particolato autologo prelevato in blocchi cortico-spongiosi da siti intra- o extraorali mediante l’utilizzo di un microtomo (The R. Quétin Bone-Mill®, Roswitha Quétin Dental Produkte, Leimen, Germany). A seconda della classe di atrofia, l’elevazione del seno mascellare con inserimento di un innesto poteva rappresentare la sola procedura chirurgica o parte della ricostruzione della mascella posteriore atrofica, consistente in innesti ossei onlay orizzontali e/o verticali, con lo scopo non solo di ripristinare un adeguato volume osseo che consentisse il posizionamento di impianti, ma anche di ricreare un corretto rapporto intermascellare al fine di ottimizzare i risultati dal punto di vista sia funzionale che estetico. Nel caso fosse indicata la ricostruzione della mascella atrofica, i blocchi ossei autologhi prelevati da siti intra- o extraorali sono stati fissati all’osso residuo con microviti in titanio (Gebrüder Martin GmbH & Co. KG, Tuttlingen, Germany). I blocchi ossei venivano modellati per essere adattati alla morfologia del difetto e per ottenere una minima ipercorrezione del deficit. Ogni spazio vuoto tra i blocchi e il sito ricevente veniva riempito con osso autologo particolato al fine di prevenire la crescita di connettivo al suo interno. L’osso particolato veniva stabilizzato con membrane riassorbibili di cellulosa rigenerata ossidata (Tabotamp®, Ethicon, Neuchatel, Switzerland).

I lembi a livello del sito ricevente sono stati accuratamente suturati con seta o polietilene 4-0 dopo l’esecuzione di incisioni di rilascio periostali per ottenere una chiusura ermetica senza tensione. L’accesso chirurgico ai siti donatori intraorali è stato chiuso con suture in seta o polietilene 4-0. L’accesso chirurgico alla cresta iliaca anteriore e alla calvaria è stato chiuso con una sutura multistrato.
La profilassi antibiotica è stata prescritta a tutti i pazienti (ampicillina, amoxicillina o amoxicillina con clavulanato, iniziando circa un’ora prima della chirurgia e continuando per i 6 giorni successivi) insieme ad analgesici non steroidei postoperatoriamente. Le istruzioni postoperatorie includevano una dieta morbida per 2 settimane e un’igiene orale accurata mantenuta anche grazie a sciacqui con clorexidina 0,2%. In caso di sedazione endovenosa o di anestesia generale, gli antibiotici sono stati somministrati endovena al momento dell’induzione e proseguiti per os per 6 giorni dopo l’intervento chirurgico.
Le suture sono state rimosse 7-10 giorni dopo l’operazione. I pazienti di classe A e C, sottoposti alla sola procedura di rialzo del seno, sono stati autorizzati a indossare protesi rimovibili ribasate con materiale morbido dopo la rimozione della sutura. Quando al rialzo del seno è stato associato un intervento di innesto onlay (classi B-D-E-F-G-H), ai pazienti non è stato, invece, permesso di indossare protesi rimovibili per almeno 8 settimane, al fine di consentire la guarigione indisturbata degli innesti e di evitare il rischio di deiscenza. In seguito a questo periodo di guarigione, i pazienti hanno potuto indossare le protesi rimovibili ma solo dopo la ribasatura delle stesse con materiali morbidi e dopo aver loro suggerito di seguire una dieta soffice fino al posizionamento degli impianti.
I ponti preesistenti supportati da dentatura residua mesiali o distali ai siti d’intervento sono stati ricementati dopo la rimozione delle suture per ridurre il disagio del paziente, facendo però molta attenzione a evitare contatti tra gli stessi e i tessuti molli al di sopra delle aree di innesto. I protocolli chirurgici attuati sulla base delle classi di atrofia sono stati riportati nella tabella 2.
Un totale di 952 procedure di rialzo del seno è stato eseguito in 692 pazienti. In 432 pazienti, è stata effettuata una procedura di innesto unilaterale, mentre nei rimanenti 260 l’intervento è stato bilaterale. Il numero di procedure chirurgiche sulla base della classe di atrofia è riportato nella tabella 1. Un caso appartenente sia alla classe A (lato destro) che alla classe G (lato sinistro) trattato mediante rialzo di seno mascellare e innesti ossei di apposizione è presentato nelle figure 1-7.

1. Radiografia panoramica preoperatoria che evidenzia edentulia parziale dei settori mascellari posteriori destro e sinistro: il lato destro presenta espansione del seno ma senza riassorbimento verticale e orizzontale rilevante della cresta alveolare (classe A secondo Chiapasco); il lato sinistro presenta invece espansione del seno associata ad atrofia verticale con aumento della distanza interarcata (classe G secondo Chiapasco) (la cisti mucosa del seno mascellare destro è stata rimossa). Il piano di trattamento prevede un semplice rialzo del seno mascellare a destra e un rialzo di seno associato a innesto di apposizione verticale a sinistra.
1. Radiografia panoramica preoperatoria che evidenzia edentulia parziale dei settori mascellari posteriori destro e sinistro: il lato destro presenta espansione del seno ma senza riassorbimento verticale e orizzontale rilevante della cresta alveolare (classe A secondo Chiapasco); il lato sinistro presenta invece espansione del seno associata ad atrofia verticale con aumento della distanza interarcata (classe G secondo Chiapasco) (la cisti mucosa del seno mascellare destro è stata rimossa). Il piano di trattamento prevede un semplice rialzo del seno mascellare a destra e un rialzo di seno associato a innesto di apposizione verticale a sinistra.

Inserimento di impianti e riabilitazione protesica

Gli impianti endossei sono stati posizionati contestualmente alle procedure di rialzo del seno nei pazienti di classe A, in cui l’osso residuo garantiva un’adeguata stabilità primaria degli impianti stessi. Nei pazienti rimanenti (classi B-C-D-E-F-G-H), gli impianti sono stati inseriti in seguito all’attecchimento degli innesti, 4-6 mesi dopo la chirurgia ricostruttiva. Quando necessario, la rimozione delle viti di fissazione è stata effettuata contestualmente all’inserimento degli impianti. Un totale di 2675 impianti è stato posizionato in 692 pazienti. Di questi, 2037 sono stati inseriti in seni rialzati e i rimanenti 638 nella mascella anteriore. Sono stati utilizzati quattro sistemi implantari: (a) Brånemark System (Nobel Biocare, Götenborg, Sweden); (b) Friadent (Friatec, Mannheim, Germany); (c) ITI Implant System (Straumann, Basel, Switzerland); (d) ScrewVent (Zimmer Dental Inc., Carlsbad, CA,USA). La connessione dell’abutment e il carico protesico degli impianti sono stati effettuati 3-6 mesi dopo l’intervento implantare. Il numero di impianti inseriti in relazione alla classe di atrofia è riportato nella tabella 1.
I pazienti sono stati riabilitati con protesi supportate da impianti sia fisse che mobili. Il tipo di riabilitazione in base alla classe di atrofia è riportato nella tabella 2.

DM_2010_005_Chiapasco_TAB2

I pazienti sono stati seguiti clinicamente
1, 3, 6 mesi dopo la procedura ricostruttiva;
1, 3, 6 mesi dopo l’inserimento implantare;
1 e 3 mesi dopo il carico protesico; e in seguito annualmente.
I controlli radiografici con ortopantomografie sono avvenuti immediatamente dopo la procedura ricostruttiva, al momento del posizionamento degli impianti, del carico protesico, e poi annualmente. Inoltre, sono state eseguite radiografie endorali subito dopo l’inserimento implantare, al momento della connessione dell’abutment e annualmente.

Sono stati analizzati i seguenti parametri: (1) complicanze del sito donatore; (2) complicanze intraoperatorie del sito ricevente; (3) complicanze postoperatorie del sito ricevente; (4) sopravvivenza e successo implantare a seconda della classe di atrofia.


I criteri per determinare il successo implantare sono stati i seguenti: (a) assenza di dolore persistente; (b) assenza di infezione suppurante perimplantare; (c) assenza di mobilità; (d) assenza di radiotrasparenza perimplantare; (e) riassorbimento osseo perimplantare <1,5 mm durante il primo anno di carico funzionale e <0,2 mm negli anni successivi2. Gli impianti che soddisfacevano i criteri a-b-c-d, ma con un riassorbimento osseo perimplantare superiore ai valori sopra riportati, rientravano invece nella definizione di sopravvivenza.

Le variazioni del livello osseo perimplantare sono state registrate confrontando radiografie periapicali standardizzate eseguite perpendicolarmente all’asse maggiore del dente (utilizzando i convenzionali centratori), e in modo che la piattaforma e la filettatura fossero chiaramente visibili.

5. Radiografia panoramica postoperatoria.
5. Radiografia panoramica postoperatoria.
6. Inserimento di due impianti 4 mesi dopo nel mascellare sinistro precedentemente ricostruito: grazie alla ricostruzione verticale a sinistra le corone protesiche sono di dimensioni normali e paragonabili al lato destro che non presentava atrofia verticale.
6. Inserimento di due impianti 4 mesi dopo nel mascellare sinistro precedentemente ricostruito: grazie alla ricostruzione verticale a sinistra le corone protesiche sono di dimensioni normali e paragonabili al lato destro che non presentava atrofia verticale.

Queste indagini radiografiche sono state eseguite immediatamente dopo il posizionamento degli impianti, al momento del carico protesico e poi annualmente. Il valore delle variazioni del livello osseo è stato valutato mesialmente e distalmente a ogni impianto mediante un righello millimetrato trasparente misurando la distanza tra il top della spalla implantare e il livello più coronale della BIC (Bone-to-Implant Contact). Il livello osseo rilevato sulle radiografie periapicali eseguite immediatamente dopo l’inserimento degli impianti è stato considerato come valore baseline per le misurazioni successive. Le misurazioni sono state approssimate a 0,5 mm.

Analisi statistica

Nelle Life Table (standard actuarial method), sono stati riportati i tassi di sopravvivenza e di successo calcolati per tutte le classi di atrofia. È stata utilizzata la regressione di Cox per stimare l’influenza del tipo di atrofia e del tipo di ricostruzione sul tasso di successo implantare.
L’odds ratio relativo al fallimento implantare stabilito sulla base dei criteri di Albrektsson è stato calcolato utilizzando la stessa analisi.
Un valore-P pari a 0,05 è stato considerato statisticamente significativo.

Risultati

Complicanze del sito donatore
Dei 99 pazienti sottoposti a prelievo osseo dalla sinfisi, 63 sono guariti completamente; 28 pazienti hanno riportato una parestesia transitoria a carico di mento, labbro inferiore, e/o dentatura mandibolare anteriore, che è sparita spontaneamente in un periodo compreso tra 1 e 24 settimane.
In 8 pazienti (8%), la parestesia della dentatura mandibolare anteriore è ancora presente, 1-13 anni dopo la chirurgia. Il prelievo osseo dal ramo mandibolare è stato seguito da una completa guarigione in 320 dei 340 pazienti; 18 soggetti hanno riferito una parestesia transitoria a livello del mento, del labbro inferiore, e/o della dentatura mandibolare anteriore, che è sparita spontaneamente in un periodo compreso tra 1 e 20 settimane. In 2 pazienti (0,5%), la parestesia della dentatura mandibolare anteriore e del labbro inferiore/mento è ancora presente, rispettivamente 3 e 5 anni dopo la chirurgia. Il prelievo osseo dalla cresta iliaca (223 pazienti) è stato seguito nella maggior parte dei pazienti da disturbi temporanei nelle prime 2-3 settimane successive all’intervento. Un dolore prolungato, di durata variabile dalle 4 alle 12 settimane, è stato registrato in 9 pazienti (4%), in particolare quando, per necessità chirurgiche, la quantità di osso prelevato era stata maggiore (ricostruzioni di difetti bilaterali di classe H) (vedi tabella 2 per dettagli). La frattura spontanea postoperatoria della spina iliaca è stata osservata in 2 pazienti appartenenti alla classe H (0,9%), rispettivamente 2 e 3 settimane dopo l’intervento chirurgico; non sono stati eseguiti trattamenti chirurgici, ma è avvenuta la guarigione spontanea della frattura iliaca dopo 4 settimane di riposo. Un paziente (classe E) ha riportato una temporanea riduzione della sensibilità a livello della porzione laterale della coscia, innervata dalle branche nervose sensitive del femore laterale. 17 soggetti hanno sviluppato un sieroma sottocutaneo in seguito alla rimozione del drenaggio iliaco, che si è risolto senza ulteriori complicanze dopo aspirazione. La guarigione è stata completa in tutti i pazienti sottoposti a prelievo osseo da calvaria.m La distribuzione delle complicanze dei siti donatori è riportata nella tabella 3.

Complicanze intraoperatorie del sito ricevente

La complicanza intraoperatoria più frequente è rappresentata dalla perforazione della membrana del seno mascellare. Perforazioni individuabili clinicamente sono state osservate nel 3% delle procedure di elevazione del seno (28 casi su 952 interventi di rialzo), ma nessuna è stata così importante da compromettere il completamento dell’intervento chirurgico ricostruttivo. Le perforazioni sono state trattate sia incrementando lo scollamento della mucosa del seno, per consentirne la detensione, il ripiegamento e una chiusura più facile della lacerazione, sia con l’ausilio di membrane riassorbibili in collagene (Bio-Gide®, Geistlich Biomaterials, Wolhusen, Switzerland) o di fogli di cellulosa ossidata rigenerata (Tabotamp®, Ethicon). La distribuzione delle perforazioni della membrana del seno in relazione alla classe di atrofia è riportata nella tabella 3.

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Complicanze postoperatorie dei siti riceventi

La guarigione postoperatoria è stata completa in 926 dei 952 interventi ricostruttivi (97,2%). La deiscenza della ferita chirurgica è stata riportata in 19 pazienti, di cui 5 trattati con la sola procedura di rialzo del seno e i rimanenti 14 con rialzo del seno associato a innesti onlay. In 6 di questi pazienti, l’innesto osseo esposto è stato trattato solo con un cauto curettage, una terapia antibiotica, sciacqui con clorexidina e applicazioni topiche di gel alla clorexidina, registrando così una guarigione spontanea per seconda intenzione. Non sono stati osservati segni clinici di infezione e i pazienti sono stati riabilitati con impianti come previsto dal piano di trattamento preoperatorio. Gli impianti si sono integrati normalmente ed è stato quindi possibile completare la riabilitazione protesica con successo. I rimanenti 13 pazienti hanno riportato un’infezione nonostante questo trattamento ed è stato necessario rimuovere l’innesto parzialmente o totalmente.
In 13 procedure, l’infezione dell’innesto è insorta nonostante l’assenza di deiscenze clinicamente individuabili, e l’innesto è stato rimosso in parte o completamente. La distribuzione delle complicanze postoperatorie del sito ricevente è riportata nella tabella 3. L’incidenza più alta di fallimento parziale o totale della procedura d’innesto è stata registrata nella classe H (6,8%), in cui l’intervento di rialzo del seno è stato associato a innesti onlay verticali e orizzontali (vedi tabella 2 per dettagli). Questa complicanza si è presentata in ordine decrescente nella classe B (3,6%), nella classe G (3,2%), nella classe A (2,3%), nella classe C (1,9%), nella classe D (1,6%) e nelle classi E e F (0%). Complessivamente, 26 pazienti hanno riportato un’infezione a carico dell’innesto osseo. A ogni modo, in 22 pazienti è stato possibile completare la riabilitazione protesica modificando le dimensioni, la posizione e/o il numero degli impianti previsti preoperatoriamente, mentre solo in 4 pazienti appartenenti alla classe H (0,4%), l’inserimento degli impianti è stato impossibile a causa della totale perdita dell’innesto osseo. È da sottolineare che il numero delle complicanze non corrisponde al numero di pazienti perché in alcuni casi negli stessi pazienti è stata osservata più di una complicanza.

Tassi di sopravvivenza e di successo implantare in relazione alla classe di atrofia

Il periodo medio di follow-up degli impianti dopo l’inizio del carico protesico è stato di 59 mesi (range: 12-144 mesi). Dei 2037 impianti inseriti in seni rialzati, 76 impianti in 70 pazienti sono stati rimossi, a causa della perdita d’integrazione, di perimplantiti non trattabili o dolore cronico. Di questi, 33 sono stati rimossi prima della connessione dell’abutment, mentre 43 sono stati rimossi dopo l’inizio del carico protesico (vedi tabella 4 per dettagli).

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60 impianti posizionati in seni rialzati, nonostante ancora in funzione, non hanno soddisfatto i criteri di successo, poiché l’entità del riassorbimento osseo perimplantare era superiore a quella prevista da Albrektsson (1986). I tassi di sopravvivenza e successo implantare inseriti in seni rialzati sono stati pari al 96,6% (classe A), 97,6% (classe B), 97,3% (classe C), 96,8% (classe D), 95,8% (classe E), 97,6% (classe F), 95,6% (classe G), e 90% (classe H). Il tasso di successo degli impianti a seconda della classe di atrofia corrispondeva al 94,4% (classe A), 94,8% (classe B), 95,5% (classe C), 92,8% (classe D), 92,4% (classe E), 92,6% (classe F), 90,2% (classe G), e 85,4% (classe H). La distribuzione e il momento del fallimento in relazione alla classe di atrofia sono stati riportati nelle tabelle 6-13.

I dati relativi alla regressione di Cox che correlano il successo implantare con la classe di atrofia sono descritti nella tabella 14; le rappresentazioni grafiche dei tassi di successo implantare e del tasso di rischio sono riportati nelle figure 8 e 9.

8. Tasso cumulativo di successo degli impianti in relazione alla classe di atrofia.
8. Tasso cumulativo di successo degli impianti in relazione alla classe di atrofia.
9. Tasso cumulativo di rischio in relazione alla classe di atrofia.
9. Tasso cumulativo di rischio in relazione alla classe di atrofia.

Questa analisi ha consentito di dimostrare che il successo implantare dipende significativamente dalla procedura chirurgica (p<0,001). Gli impianti posizionati nei pazienti appartenenti alle classi A-C hanno registrato i migliori tassi di successo, così come confermato dai significativi valori dell’odds ratio.
La regressione di Cox, invece, non ha rivelato nessuna differenza nel tasso di rischio atteso se si considerano solo gli impianti rimossi (tasso di sopravvivenza), probabilmente a causa dei pochi casi. Complessivamente, in 4 pazienti su 692 non è stato possibile inserire impianti a causa del precedente fallimento dell’innesto (tutti i soggetti appartenevano alla classe H di atrofia). Dei 688 pazienti sottoposti a intervento implantare, 667 sono stati riabilitati con successo così come previsto dal piano di trattamento protesico iniziale. Due pazienti (uno della classe A e l’altro della classe E) hanno perso l’unico impianto posizionato prima della connessione dell’abutment e quindi non è stato possibile riabilitarli. Un paziente appartenente alla classe H ha riportato la perdita dei 4 impianti inseriti successivamente al carico protesico, a causa del riassorbimento progressivo dell’innesto: è stato quindi necessario rimuovere la protesi.
In 18 pazienti, le protesi sono ancora in funzione, ma è risultato indispensabile modificarle a causa del fallimento di parte degli impianti posizionati nei seni mascellari rialzati.

Discussione

I risultati di questo studio hanno dimostrato che l’elevazione del seno mascellare con inserimento di innesto osseo autologo particolato mediante approccio laterale è una procedura sicura e predicibile, che consente il posizionamento di impianti anche in mascelle posteriori gravemente riassorbite. I tassi di sopravvivenza e successo relativi agli impianti inseriti in seni rialzati sono comparabili sia a quelli riportati in altre pubblicazioni circa lo stesso argomento11,13,15,21,23,25,30,31,33,37,42-49 sia ai tassi di sopravvivenza di impianti posizionati in osso nativo, non ricostruito1-9. È stato inoltre dimostrato che la procedura di rialzo del seno può rappresentare solo parte della ricostruzione, nei casi in cui l’insufficienza di osso è dovuta non solo all’espansione del seno, ma anche al riassorbimento verticale e/o orizzontale della cresta alveolare residua. In queste condizioni, è indicata una ricostruzione verticale e/o orizzontale dell’osso riassorbito, per ottimizzare i risultati dal punto di vista funzionale ma anche estetico.
L’associazione dell’intervento di rialzo del seno con innesti onlay non è certamente innovativa così come dimostrato dal numero di pubblicazioni presenti in letteratura1,24,50-54, ma la novità di questo articolo sta nella presentazione di protocolli ben definiti circa le procedure di innesto osseo in relazione alle differenti situazioni cliniche. La classificazione dei difetti ossei iniziali proposta in questo studio può offrire quindi i seguenti vantaggi: suggerire precisi protocolli chirurgici a seconda della situazione clinica iniziale e permettere una valutazione più accurata dei tassi di sopravvivenza e successo implantare in relazione al tipo iniziale di atrofia. Per quanto riguarda il secondo punto, deve essere sottolineato che se la quantità di osso residuo non è riportata, come succede in un numero rilevante di pubblicazioni, potrebbe essere difficile verificare se la sopravvivenza e il successo degli impianti inseriti nei seni rialzati sono correlati al supporto fornito dal volume osseo residuo o alla porzione ricostruita del seno. Inoltre, se la quantità iniziale di osso residuo non è specificata, potrebbe essere problematico valutare l’efficacia dell’osso autologo o degli altri materiali d’innesto, omologhi28,36,56-61, eterologhi17,32,34,62-64,
o materiali alloplastici come l’idrossiapatite, il tri-calcio-fosfato e il calcio solfato65,66.
In mancanza di dati relativi alla condizione clinica iniziale, è inoltre difficile affermare che tali materiali possono sostituire l’osso autologo in tutte le situazioni. In particolare, in base alla conoscenza degli Autori, non esistono in letteratura pubblicazioni a proposito dell’utilizzo di questi materiali per correzioni simultanee di deficit ossei verticali e/o orizzontali associati ad espansione del seno. Dunque, attualmente, i materiali non autologhi sembrano essere indicati quando il rialzo del seno è l’unica procedura necessaria (classi A-C della classificazione proposta).
Se è richiesto anche un intervento ricostruttivo di aumento verticale e/o orizzontale (classi B-D-E-F-G-H), l’osso autologo sembra essere il materiale di scelta. Queste procedure non solo consentono di ripristinare un volume osseo sufficiente per l’inserimento di impianti, ma anche di correggere il rapporto intermascellare, permettendo una riabilitazione adeguata dal punto di vista sia funzionale che estetico.
Gli Autori sono consapevoli che l’uso di innesti ossei autologhi aumenta la morbilità postoperatoria, a causa della necessità di prelevare l’osso da siti intra- o extraorali. A ogni modo, l’osso autologo è l’unico materiale ben documentato che consente il rialzo del seno e la contestuale correzione dei difetti verticali/orizzontali della mascella atrofica1,24,50-55.

Per quanto riguarda i siti donatori, il prelievo osseo dalla sinfisi è seguito da una morbilità maggiore (8% di parestesia permanente a carico degli elementi dentari mandibolari anteriori) rispetto al prelievo dal ramo mandibolare (0,5% di parestesia permanente). Per quanto riguarda i siti donatori extraorali, il prelievo osseo dall’ileo è stato seguito da una non trascurabile, sebbene temporanea, incidenza di complicanze (12,5%), principalmente rappresentate da dolore prolungato e sieroma. Il prelievo osseo dalla calvaria, invece, non ha presentato complicanze. I risultati di questo studio sembrano indicare che il ramo mandibolare e la calvaria sono i siti donatori di scelta per ricostruzioni rispettivamente limitate ed estese, così come dimostrato anche da altri Autori51,53,67-71.
Riassumendo, si dovrebbe considerare che gli svantaggi degli innesti ossei autologhi (confrontati con i materiali non autologhi), quali un’aumentata morbilità e il prolungamento dei tempi operatori, sono compensati da vantaggi da non ignorare, principalmente rappresentati da una più ampia varietà di indicazioni, con la possibilità di ricostruire nello stesso tempo deficit dovuti all’espansione del seno mascellare e al grave riassorbimento delle creste mascellari edentule. In questo articolo, la valutazione del tasso di sopravvivenza e di successo in relazione alla classe di atrofia ha dimostrato che i risultati variavano a seconda del volume osseo iniziale, riportando risultati peggiori in modo statisticamente significativo per le classi caratterizzate da un’atrofia più grave (il tasso di successo era pari all’85,4% e il tasso di sopravvivenza corrispondeva al 90% nella classe H mentre era pari al 94,4% e al 96,6%, rispettivamente, nella classe A) (vedi tabella 4 per i dati relativi alle altre classi). Inoltre, i risultati di questo studio sembrano dimostrare che la situazione più critica è rappresentata dall’associazione dell’espansione del seno mascellare con il riassorbimento verticale della cresta alveolare, condizione caratterizzata dal tasso di complicanze postoperatorie più alto dopo ricostruzioni ossee e dal più basso tasso di successo di impianti inseriti in aree ricostruite.

Conclusioni

I risultati di questo studio dimostrano che il rialzo del seno mascellare mediante approccio laterale, associato o meno a procedure ricostruttive della mascella latero-posteriore atrofica con innesti ossei autologhi prelevati da siti intra- o extraorali, è una procedura affidabile e predicibile che consente di inserire impianti in mascelle edentule atrofiche, indipendentemente dalla situazione clinica iniziale. Tuttavia, deve essere sottolineato che i tassi di successo delle procedure ricostruttive e degli impianti inseriti in aree ricostruite differiscono a seconda della classe di atrofia, mostrando tassi di successo inferiori per le classi che presentano un’atrofia più grave.

Corrispondenza
Matteo Chiapasco
Clinica Odontoiatrica, Via Beldiletto 1/3, 20142, Milano
e-mail: matteo.chiapasco@unimi.it

• Matteo Chiapasco
• Marco Zaniboni
• Maurizio Boisco
• Francesca Di Leo

Università degli Studi di Milano
Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Odontoiatria, Ospedale San Paolo
Clinica Odontoiatrica
Unità di Chirurgia Orale (Direttore: Prof. Matteo Chiapasco)

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Effetti dei probiotici sull’infiammazione parodontale

La parodontite è una patologia infiammatoria conseguente all’esposizione prolungata dei tessuti parodontali ai batteri patogeni. I probiotici sono batteri in grado di esercitare effetti benefici sull’organismo. Tali benefici sono stati dimostrati in diverse patologie del tratto gastro-intestinale (morbo di Crohn, coliti ulcerative ecc.) e sono stati imputati a due meccanismi: da un lato, la capacità dei probiotici di regolare e riequilibrare i meccanismi infiammatori; dall’altro, il meccanismo di competizione che si instaura tra i probiotici e i batteri patogeni e che diminuisce la prevalenza dei secondi. Diversi studi hanno dimostrato un effetto benefico dei probiotici sulla salute del cavo orale, in particolare sulla diminuzione dei parametri infiammatori della parodontite. Tali studi hanno valutato l’effetto di diversi ceppi di probiotici, somministrati con diverse modalità. I tre abstract proposti sono un esempio della letteratura più recente riguardo a questo argomento.

L’influenza di una bevanda al latte con aggiunta di probiotici nello sviluppo della gengivite: studio pilota
The influence of a probiotic milk drink on the development of gingivitis: a pilot study
Staab B, Eick S, Knöfler G, Jentsch, H. J Clin Periodontol 2009;36(10):850-6.

Da questo studio clinico emerge che la somministrazione di Lactobacillus casei può avere effetti immuno-modulatori reversibili sull’infiammazione gengivale indotta da placca.

In questo studio sono stati reclutati 50 studenti volontari sani senza malattia parodontale. I soggetti sono stati destinati in modo randomizzato a uno dei due gruppi (T0).

Nel gruppo controllo non è stato effettuato alcun trattamento, mentre nel gruppo test i pazienti hanno assunto una volta al giorno per 8 settimane una bevanda a base di latte contenente Lactobacillus casei (Yakult®). Dopo 8 settimane (T1) è stato chiesto ai pazienti di entrambi i gruppi di astenersi per 4 giorni (T2) da ogni manovra di igiene orale, al fine di indurre una gengivite sperimentale.
Ai tempi T0, T1 e T2 sono stati rilevati i seguenti parametri clinici: indice di sanguinamento papillare (PB) e indice di placca (PI); inoltre, dopo aver raccolto il fluido crevicolare, sono stati rilevati: la PMN-elastasi (NE), la mieloperossidasi (MPO) e la metalloproteinasi-3 (MMP3). 

Dai risultati (tabella 1) emerge che al T2, ovvero dopo l’induzione della gengivite sperimentale, PB era incrementato in entrambi i gruppi e che, comunque, PB e PI non mostravano differenze significative tra il gruppo test e il controllo.

Dall’analisi del fluido crevicolare risulta che la NE era diminuita di poco al T1, mentre al T2 era incrementata in entrambi i gruppi, ma senza differenze significative.

La MPO al T2 era significativamente maggiore nel gruppo controllo.

La MMP-3 risultava significativamente ridotta nel gruppo test al T1.

In conclusione, da questo studio è possibile affermare che il probiotico Lactobacillus casei esercita un effetto immuno-modulatorio sui soggetti sani e che, quindi, può avere effetti benefici sull’infiammazione gengivale.     

Implicazioni cliniche

La gengivite e la malattia parodontale si verificano come conseguenza della presenza di batteri patogeni e determinano un’aumentata espressione di citochine pro-infiammatorie. L’applicazione di batteri probiotici può modulare questa risposta infiammatoria e, quindi, migliorare i parametri clinici della malattia parodontale.

Miglioramento delle condizioni parodontali con Lactobacillus salivarius WB21: studio randomizzato,
doppio-cieco, placebo-controllato
Improvement of periodontal condition by probiotics with Lactobacillus salivarius WB21: a randomized, double-blind, placebo-controlled study
Shimauchi H, Mayanagi G, Nakaya S, Minamibuchi M, Ito Y, Yamaki K, Hirata H. J Clin Periodontol 2008;35(10):897-905.   

In questo studio viene osservato l’effetto di un batterio probiotico nel trattamento di pazienti ad alto rischio di malattia parodontale.  In particolare, è stato valutato il cambiamento dei parametri clinici del tessuto parodontale e l’espressione di marker infiammatori salivari.  

In questo studio, sono stati reclutati 66 volontari che non presentavano malattia parodontale severa (con tasche < 6 mm) o ascessi parodontali.  Al tempo zero (baseline BL), tutti i pazienti sono stati visitati e sono stati raccolti campioni di saliva e di placca sopra e sotto gengivale; inoltre, sono stati rilevati i parametri clinici parodontali (PI.I: indice di placca, GI: indice di gengivite, PPD: profondità di sondaggio, BOP: sanguinamento al sondaggio).  A 34 soggetti sono, quindi, state somministrate tavolette contenenti Lactobacillus salivarius WB21 (test) da sciogliere in bocca tre volte al giorno, mentre a 32 soggetti è stato dato un placebo. La somministrazione di probiotico/placebo è durata otto settimane.

1. Valori clinici dei pazienti fumatori del gruppo test (pallini neri) e del gruppo controllo (pallini bianchi).

Le valutazioni cliniche e la raccolta di campioni di saliva sono stati ripetuti dopo 4 e 8 settimane dell’inizio della sperimentazione. I campioni di saliva e placca sopra e sotto gengivale sono stati analizzati al fine di quantificare la persistenza del probiotico nel cavo orale e i livelli di lactoferrina. In studi precedenti, la lactoferrina è stata correlata ai parametri clinici della parodontite.  Dai risultati di questo studio emerge che dopo otto settimane i parametri clinici parodontali erano migliorati sia nel gruppo test sia nel gruppo controllo.

2. Valori di lattoferrina riscontrati in tutti i soggetti, nei soli soggetti fumatori e nei soggetti non fumatori. Si noti la differenza statisticamente significativa presente tra i fumatori-test e i fumatori-controllo.

Tuttavia, dividendo ulteriormente i pazienti in fumatori e non fumatori era risultato che nei pazienti fumatori che avevano assunto il probiotico si verificavano miglioramenti clinici significativamente superiori rispetto ai fumatori del gruppo controllo (figura 1). Inoltre, nel gruppo test-fumatori anche i livelli salivari di lactoferrina erano significativamente inferiori a quelli riscontrati nel gruppo controllo-fumatori (figura 2). In conclusione, i dati di questo studio indicano che i probiotici potrebbero essere utili nel mantenimento e miglioramento della salute orale di soggetti con un alto rischio di malattia parodontale.

Implicazioni cliniche 

I pazienti fumatori sono particolarmente suscettibili allo sviluppo della malattia parodontale. In tale studio emerge che il potenziale terapeutico dei probiotici si esplica maggiormente in situazioni patologiche critiche. Al contrario, in condizioni che si discostano poco dalla normalità, il vantaggio dei probiotici risulta meno evidente.

Effetto a breve termine di un chewing gum contenente il probiotico Lactobacillus reuteri sui livelli dei mediatori dell’infiammazione nel fluido crevicolare
Short-term effect of chewing-gums containing probiotic Lactobacillus reuteri on the levels of inflammatory mediators in gingival crevicular fluid
Twetman S, Derawi B, Keller M, Ekstrand K, Yucel-Lindberg T, Stecksen-Blicks C. Acta Odontol Scand 2009;67:1:19-24.    

In questo studio viene valutata l’espressione di alcune citochine pro-infiammatorie (IL-1β, TNF-α, IL-6, IL-8 e IL-10), particolarmente attive nello sviluppo dell’infiammazione parodontale, dopo somministrazione di probiotico Lactobacillus reuteri per mezzo di chewing-gum. 

In questo studio sono stati reclutati 42 pazienti adulti sani che presentavano livelli moderati di infiammazione gengivale (sondaggio < 4 mm). I pazienti sono stati suddivisi in modo randomizzato in tre gruppi:

  • A/P (active/placebo) a cui sono state date quotidianamente, per 4 settimane, una compressa di probiotico e una di placebo;          
  • A/A (active/active) a cui sono state date quotidianamente, per 4 settimane, due compresse di probiotico;       
  • P/P (placebo/placebo) a cui sono state date quotidianamente, per 4 settimane, due compresse di placebo.        

Le compresse di chewing-gum venivano tutte masticate per circa 10 minuti. La raccolta delle informazioni cliniche (sanguinamento al sondaggio, BOP) e dei campioni di fluido crevicolare sono avvenuti 1, 2 e 4 settimane dopo il baseline. I mediatori dell’infiammazione parodontale (IL-1β, TNF-α, IL-6, IL-8 e IL-10) sono stati quantificati nel fluido crevicolare.

Dai risultati dello studio è emerso che il BOP e il volume di fluido crevicolare erano diminuiti in tutti i gruppi durante il periodo di studio. Il miglioramento dei livelli del sanguinamento al sondaggio era risultato significativo a due settimane solo nei gruppi A/P e A/A (tabella 1).

I livelli di TNF-(e IL-8 erano significativamente ridotti nel gruppo A/A, rispettivamente a 1 e 2 settimane, quando comparati con il baseline, mentre alterazioni non significative si riscontravano nel gruppo A/P e P/P. Una tendenza simile alla riduzione dell’IL-1(si riscontrava nel gruppo A/A, ma senza raggiungere la significatività. Le concentrazioni di IL-6 e IL-10 non subivano variazioni a 2 settimane nei vari gruppi. La concentrazione di IL-6 era invece significativamente ridotta nel gruppo A/A al controllo a 4 settimane (tabella 2).

In conclusione, solo il gruppo con la doppia somministrazione di probiotico (A/A) raggiungeva dei livelli significativi di riduzione delle citochine pro-infiammatorie. L’utilizzo anche a breve termine del Lactobacillus reuteri induce una riduzione nell’espressione delle citochine pro-infiammatorie nel fluido crevicolare.

Implicazioni cliniche     

I lattobacilli sono tra i batteri più studiati come probiotici. In questo studio è stato valutato un ceppo di Lactobacillus diverso dai quello esaminato nei due studi precedenti. È stato, inoltre, utilizzato un veicolo innovativo (chewing-gum). I risultati di questo studio mostrano che l’effetto benefico del probiotico è dose-dipendente. Il chewing-gum è un veicolo che può essere utilizzato per la somministrazione di tali batteri. Infine, considerando i risultati degli studi precedentemente illustrati, emerge che ceppi batterici differenti hanno diversi effetti immuno-modulatori sulle specifiche citochine pro-infiammatorie esaminate.

Valutazione clinica di un nuovo materiale per ricostruzioni dentali a lungo termine. Dati preliminari di uno studio prospettico

Riassunto
I cementi vetroionomerici rappresentano dei materiali di introduzione piuttosto recente in odontoiatria, essendo comparsi sul mercato solo negli anni Settanta. Essi sono stati impiegati negli anni come materiali da ricostruzione, da cementazione, da otturazione temporanea, da sigillatura. Obiettivo di questo studio è stato quello di valutare possibilità di utilizzo, resistenza, efficacia, aspetto estetico ed eventuali problematiche di un cemento vetroionomerico ad alta viscosità, quando utilizzato per restauri a lungo termine di elementi dentali. Sono stati selezionati pazienti che richiedevano l’esecuzione di ricostruzioni dentali di tutte le classi di Black. Sono stati inclusi denti sia vitali sia non vitali, mentre sono stati esclusi dalle valutazioni le ricostruzioni temporanee di tipo pre-endodontico e l’applicazione di cemento vetroionomerico come fondino di protezione. È stato predisposto un questionario in modo da rilevare direttamente dai pazienti eventuali problematiche come sensibilità, dolore alla masticazione o intolleranze al materiale. Alla data di aprile 2009, sono stati arruolati 125 pazienti, per un totale di 184 ricostruzioni. Il follow-up medio è stato di 6,9 mesi (massimo 17,9 mesi, minimo 2,1 mesi). Nell’arco dello studio sono andate perse, rotte o seriamente alterate quattro ricostruzioni, per un totale di sopravvivenza del 99,5% a 3 mesi, 98,4% a 6 mesi, e del 97,9% a 12 e ancora del 97,9% a 15 mesi. Alla luce dei parametri analizzati e della percentuale di sopravvivenza, un sistema basato su un cemento vetroionomerico ad alta viscosità e un rivestimento acrilico fotopolimerizzabile sembra possedere tutte le caratteristiche per rappresentare una possibile alternativa nelle ricostruzioni dentali a lungo termine. 

Summary
Clinical evaluation of a new dental material for  long-term reconstructions. Preliminary data from a prospective trial
Glassionomer cements are dental materials recently introduced in dentistry, because they appeared into the market just in the Seventies. They have been used for many years as reconstruction materials, as fixing cement or as temporary fillings. The aim of the study was to present a summary of the main characteristics and possible indications of the use of a new high-viscosity glassionomer cement and to evaluate its clinical efficacy for dental reconstructions. A group of patients has been selected among those requiring dental reconstructions belonging to all Black’s classes. Both vital and non-vital teeth were included, but all temporary pre-endodontic reconstructions and applications of glassionomer cement as protection for sandwich technique were excluded from evaluations. A questionnaire has been prepared for patients in order to detect any problems hypothetically related to the reconstruction material, as sensitivity, pain on chewing or intolerance to the material itself. At the date of April 2009, 125 patients were enrolled, for a total of 184 reconstructions. The medium follow-up was 6.9 months, with up to 17.9 months and a minimum of 2.1. Over the study were lost, broken or seriously altered four reconstructions, defining a general survival rate of 99.5% at 3 months, 98.4% at 6 months, 97.9% at 12 months and still 97.9% at 15 months. In light of the analyzed parameters and the percentage of survival, a system based on a high-viscosity glassionomer cement and an acrylic light-cured coating seems to possess all the characteristics to be a possible alternative for dental reconstruction in the medium-long term. 

I cementi vetroionomerici (CVI) sono materiali di recente introduzione in odontoiatria, essendo comparsi sul mercato a metà degli anni Settanta1,2. Le prime formulazioni, pur mantenendo caratteristiche simili alle formulazioni attuali, erano tuttavia limitate dalla scarsa resistenza all’abrasione e alle forze tensili e dalla durezza non elevata3,4. Quando il materiale di riferimento era rappresentato prevalentemente dall’amalgama, tali cementi rappresentavano comunque una valida alternativa, utili nelle cavità di piccole e medie dimensioni, ma fondamentali soprattutto per restauri cervicali e sigillature.

In commercio sono reperibili CVI con molte formulazioni diverse. Tuttavia, a prescindere dalla Casa produttrice, la composizione chimica riconosce sempre tre costituenti fondamentali: la silice (SiO2), l’allumina (Al2O3) e la fluorite1,2,4. Essi formano un materiale vetroso che, ridotto in polvere, rappresenta la componente solida delle formulazioni. La polvere contiene anche quantità minori di ossido di calcio (CaO), ossido di sodio (Na2O) e piccole percentuali di composti fosforici e ossido di zinco. Deve essere miscelata secondo precisi rapporti a un liquido, che è costituito dalla soluzione acquosa di un omopolimero e/o di un copolimero di diversi acidi carbossilici insaturi. I copolimeri fungono da acceleratori della reazione. Il tempo di presa dei CVI varia da 3 a 5 minuti, trascorsi i quali normalmente il materiale è già lavorabile con l’ausilio di frese o abrasivi. Il loro indurimento prosegue ancora per svariate ore e, in alcuni casi, la durezza continua ad aumentare per oltre 10 giorni5. Una volta induriti diventano idrofobi.

I principali vantaggi riconosciuti ai comuni CVI sono:            

  • la possibilità di essere mordenzati e offrire una buona resistenza alla compressione (circa 30 MPa);
  • il fatto che si leghino chimicamente sia allo smalto sia al collagene dentinale;
  • il loro coefficiente di dilatazione termica è praticamente uguale a quello dei tessuti dentali: questo rende meno probabile che lungo il bordo del restauro si crei un gap, in cui l’infiltrazione continua di fluidi e batteri creerebbe i presupposti per l’instaurarsi di condizione sfavorevoli che andrebbero irrimediabilmente a inficiare il restauro stesso;
  • il fatto che rilascino i fluoruri contenuti nella matrice attraverso scambi ionici duraturi nel tempo6,7. Il ruolo di questi materiali dentali nella prevenzione dell’insorgenza8-10 e della progressione11-13 della carie è stato ampiamente descritto in letteratura, ed è valso loro il nome di materiali «bioattivi». Alte concentrazioni di fluoro e di altri ioni sono state rinvenute nella dentina adiacente a restauri realizzati con cementi vetroionomerici6,7. In più, è stato dimostrato che posizionando uno strato di cemento vetroionomerico sulla dentina ormai demineralizzata si ottiene una remineralizzazione della dentina stessa14.

Nonostante queste vantaggiose proprietà, negli anni Ottanta, con il perfezionamento delle resine composite, l’utilizzo dei CVI è progressivamente diminuito per la netta inferiorità dei cementi dell’epoca a livello del sigillo marginale e nella resistenza all’usura15. Proprio per questa ragione, da quel momento, i cementi vetroionomerici hanno acquistato l’etichetta di materiale economico, di qualità non elevata, utili soprattutto per restauri rapidi e idonei per un’odontoiatria più rivolta agli aspetti di assistenza sociale che all’effettiva qualità dei restauri.
Negli ultimi anni, l’avvento delle nanotecnologie ha però permesso di modificare strutturalmente molti materiali odontoiatrici, dai materiali da impronta ai compositi e, naturalmente, anche ai vetroionomeri, permettendo, in alcuni casi, di superare limiti fisici che si pensavano insormontabili. Grazie a questo, non solo sono stati superati i limiti di durezza e resistenza agli stress, ma è stato possibile conferire ai cementi vetroionomerici anche un aspetto di traslucenza e colorazione che, in molte aree del cavo orale, rappresentano anche una valida soluzione estetica.

1. Distribuzione della tipologia delle ricostruzioni.
1. Distribuzione della tipologia delle ricostruzioni.

Obiettivo di questo studio è valutare possibilità di utilizzo, resistenza, efficacia, aspetto estetico ed eventuali problematiche di un moderno sistema da ricostruzione a base di un cemento vetroionomerico ad alta viscosità rivestito da una resina fotopolimerizzabile, quando utilizzato per restauri a lungo termine di elementi dentali.                                  

Materiali e metodi                                        

Sono stati inclusi in questo studio pazienti che dovevano essere sottoposti a ricostruzioni dentali di tutte le classi di Black, presso la Clinica Odontoiatrica dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano e presso tre centri di sperimentazione esterni.
Nello studio, sono stati esclusi pazienti che presentavano allergia a componenti specifici dei prodotti utilizzati, terapie antibiotiche in atto, gravidanza, allattamento, malattie locali o sistemiche che riducano la salivazione, neoplasie, pazienti scarsamente collaboranti o pazienti che facevano uso frequente di chewing-gum durante il periodo dello studio. Sono state, inoltre, escluse dallo studio le ricostruzioni per tecnica a sandwich e le ricostruzioni pre-endodontiche, che non sono state concepite come definitive.

Prima dell’esecuzione delle procedure ricostruttive, i pazienti arruolati sono stati inquadrati, tramite un apposito modulo, sul loro stato di salute orale, su problematiche dolorose a livello oro-facciale, sulla presenza di manufatti protesici e su alcune abitudini particolari, come il vizio del fumo.
Il materiale prescelto per le ricostruzioni dentali è stato un cemento vetroionomerico ad alta viscosità e ad alto rilascio di fluoro rivestito da una resina acrilica fotopolimerizzabile.

2. Distribuzione delle ricostruzioni in base agli elementi dentali.
2. Distribuzione delle ricostruzioni in base agli elementi dentali.

Il sistema utilizzato denominato Equia® (GC Europe, Belgium), è costituito da un cemento vetroionomerico (Fuji IX GP Extra®) disponibile nelle colorazioni Vita® A1, A2, A3, A3,5, B1, B2, B3, C4 e da una resina di rivestimento fotopolimerizzabile denominata G-Coat®.
Nel sistema Equia®, la resina di rivestimento fotopolimerizzabile (G-Coat®) è utile a superare i limiti di resistenza all’abrasione e le microfratture marginali che accadevano spesso coi materiali vetroionomerici più vecchi.

La resina utilizzata in questo studio contiene:                

  • nanoriempitivo inorganico, che rappresenta il 15% del peso e l’80% del volume;      
  • monomero adesivo;                          
  • metacrilato funzionale;                   
  • metilmetacrilato (MMA);                
  • iniziatore fotochimico.                  

Le particelle di riempitivo, costituite da polvere di silice, hanno mediamente dimensioni di 40 nm ed essendo uniformemente disperse all’interno della soluzione conferiscono al restauro un’elevata resistenza all’usura. Questo tipo di resine differiscono, quindi, in maniera sostanziale dai prodotti frutto della tecnologia convenzionale, nei quali, al contrario, le particelle di nanofiller tendono ad agglutinarsi nel contesto della matrice resinosa.

L’obiettivo di questa resina di rivestimento è formare uno strato con spessore medio di 35-40 µm, che sigilli e protegga sia le superfici del restauro sia l’interfaccia adesiva tra il restauro e la struttura dentale.
Il metilmetacrilato (MMA), che conferisce a tali resine un odore caratteristico, serve principalmente a ottimizzarne la viscosità ed evapora dopo la fotopolimerizzazione.

La formulazione prescelta in questo studio per utilizzare il CVI da ricostruzione è quella delle capsule predosate, da applicare previa agitazione in apposito mixer elettrico e tramite uso di un applicatore in dotazione. Le capsule predosate permettono di evitare gli errori di miscelazione e la scorretta calibrazione delle proporzioni tra i due componenti (generalmente polvere e liquido) che devono essere miscelati per quasi tutti i CVI. Una scorretta miscelazione potrebbe, infatti, pregiudicare le caratteristiche meccaniche del prodotto.

I pazienti sono stati sottoposti alle procedure di ricostruzione dentale secondo un protocollo standardizzato, corrispondente alle indicazioni di utilizzo date dal fabbricante del materiale, e seguito in maniera identica da tutti i centri di sperimentazione coinvolti nello studio.  Dopo l’esecuzione delle ricostruzioni sono state programmate rivalutazioni dei pazienti a 3, 6, 9, 12, 15, 18 e 24 mesi, durante le quali venivano valutati vitalità dentale, problematiche riferite dal paziente, perdita o rottura della
ricostruzione, cambiamenti di colore e di tessitura di superficie.
Il periodo di valutazione minimo previsto per ogni paziente incluso nello studio è stato fissato a 24 mesi.                          

Risultati                           

Alla data di aprile 2009 sono state eseguite 184 ricostruzioni in 125 pazienti. Il dettaglio della tipologia e della  distribuzione delle ricostruzioni eseguite è riportato nei grafici delle figure 1 e 2.

Le ricostruzioni eseguite sono state classificate in base al tipo di dente trattato (tabella 1), alla vitalità del dente, all’applicazione del rivestimento G-Coat®, all’uso della diga di gomma (tabella 2).

tab1

tab.2

Le ricostruzioni più vecchie sono state eseguite nel mese di novembre 2007; pertanto, alla data di aprile 2009 le ricostruzioni più vecchie presentano poco meno di 18 mesi di sopravvivenza.
Nel corso di queste valutazioni preliminari sullo studio in atto, sono state registrate quattro rotture, fallimenti o perdite irrimediabili delle ricostruzioni. 

La relativa tabella di sopravvivenza complessiva è presentata nei grafici delle figure 3 e 4.

3. Tasso di sopravvivenza percentuale.
3. Tasso di sopravvivenza percentuale.
4. Confronto tra sopravvivenza delle ricostruzioni e incidenza dei fallimenti.
4. Confronto tra sopravvivenza delle ricostruzioni e incidenza dei fallimenti.

Non sono stati riportati fenomeni di ipersensibilità allergica nei confronti del cemento vetroionomerico né della resina acrilica fotopolimerizzabile, dopo la loro applicazione. Nel questionario, i pazienti non hanno, altresì, riferito fenomeni di ipersensibilità dentinale, nemmeno dopo sostituzione di precedenti amalgame dentali. Di fatto, è riscontrabile con discreta frequenza una certa ipersensibilità dentinale quando, invece, si utilizzano le resine composite per sostituire le amalgame.

La superficie delle ricostruzioni in vetroionomerico, normalmente ruvida e difficile da lucidare, è stata percepita dai pazienti molto liscia, quando è stato applicato il rivestimento fotopolimerizzabile previsto. L’unico aspetto riferito come sgradevole è stato il sapore pungente all’applicazione della resina fotopolimerizzabile di rivestimento (G-Coat®), dovuto alla presenza della resina metacrilica, che, comunque, evapora rapidamente dopo pochi istanti dall’applicazione.

5. Traslucenza di Fuji IX GP extra (per gentile concessione di GC Corp., Japan).
5. Traslucenza di Fuji IX GP extra (per gentile concessione di GC Corp., Japan).

Nel complesso, i pazienti si dichiarano generalmente soddisfatti della ricostruzione sia dal punto di vista meccanico-funzionale sia dal punto di vista estetico e della resa colore del materiale (figura 5).  Una valutazione più complessa sugli aspetti meccanici ed estetici percepiti dai pazienti è prevista al compimento dei 24 mesi di follow-up.

Discussione                                      

Da quanto descritto, si sottolinea come alcuni nuovi cementi vetroionomerici hanno, in sostanza, cambiato molte caratteristiche e le nuove proprietà meccaniche ed estetiche aumentano le loro possibilità di utilizzo4,16. Sebbene i materiali compositi rappresentano, a oggi, il materiale da ricostruzione di riferimento, un sistema vetroionomerico, specie se basato sulle nanotecnologie, può rappresentare una valida alternativa o, in alcune condizioni, anche la scelta migliore se si valutano le caratteristiche chimiche e il costante rilascio di fluoro.                

Facilità di utilizzo                       

Le nuove caratteristiche di durata, maneggevolezza e risultati estetici aumentano le possibilità di utilizzo dei cementi vetroionomerici.
In primo luogo, il CVI tollera bene l’umidità1,2,5 e, pertanto, non richiede necessariamente l’uso della diga di gomma, che rappresenta attualmente il più efficace metodo di isolamento del campo operativo. Occorre tenere presente che non sempre è possibile lavorare in condizioni ideali: non tutti i pazienti, infatti, tollerano l’uso della diga di gomma. Coi bambini o nei soggetti psicologicamente deboli, soprattutto, è spesso improponibile l’applicazione di questo dispositivo, che richiede, tra l’altro, appositi ganci con una conformazione tale da adattarsi alla corona degli elementi dentali decidui o a quella degli elementi permanenti solo parzialmente erotti. I bambini inoltre, specie se molto piccoli, sono generalmente diffidenti verso tutti gli strumenti odontoiatrici.

Velocità di esecuzione                                

I moderni cementi vetroionomerici possono essere applicati in un’unica fase ed è sufficiente un solo strato di resina nano riempita di rivestimento. Il tempo stimato per completare un restauro è solo di 3 minuti circa, di cui un minuto e 15 secondi sono necessari per la lavorazione e due minuti per l’indurimento del cemento nel cavo orale. Risultano decisamente vantaggiosi, quindi, rispetto ai cementi vetroionomerici tradizionali, il cui indurimento richiede anche più di 5 minuti1,2,4,5.

Caratteristiche meccaniche                             

L’infiltrazione e la dispersione delle particelle di nano-riempimento, contenute in alcuni resine di rivestimento, garantiscono una duratura protezione del restauro e dei margini, aumentandone la resistenza sia alla flessione sia all’usura17-19. Esse, infatti, riempiono le porosità che, inevitabilmente, si creano sulla superficie dell’otturazione realizzata con CVI, consentendo così una distribuzione uniforme del carico meccanico a cui il dente è naturalmente sottoposto (figure 6 e 7).

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6-7. Sostituzione di amalgame dentali con restauri in vetroionomero e applicazione di resina di rivestimento protettiva.
6-7. Sostituzione di amalgame dentali con restauri in vetroionomero e applicazione di resina di rivestimento protettiva.

In assenza di tale strato protettivo, invece, lo stress masticatorio si scaricherebbe su una superficie irregolare, provocando la formazione di numerose rime di frattura al suo interno. Al vantaggio dato dalla resina di rivestimento si aggiunge l’adesione chimica che il materiale mostra nei confronti dei tessuti dentali1,3,14.
Resistenza e adesione chimica fanno, probabilmente, dei cementi vetroionomerici un materiale ottimale per i restauri di V classe20, proprio dove molti restauri adesivi realizzati con compositi tradizionali falliscono (figure 8 e 9).
Inoltre, il trattamento finale con resine nanoriempite mantiene lucida la superficie del restauro anche a lungo termine, perché impedisce la disgregazione e la dissoluzione dello strato più esterno del materiale19.

DM_2010_005_Basso@008

8-9. Ricostruzioni di V classe di 3.2 – 3.1 – 4.1.
8-9. Ricostruzioni di V classe di 3.2 – 3.1 – 4.1.

Alcune ricerche mostrano che la resistenza all’usura di un restauro protetto da uno strato uniforme di un cemento vetroionomerico con caratteristiche moderne e rivestito da resina nanoriempita è praticamente sovrapponibile a quella di un restauro in composito19. È stato dimostrato infine che, con il tempo, la durezza di cementi vetroionomerici aumenta e tale incremento è molto più significativo a contatto con la saliva che con l’acqua distillata utilizzata da alcuni test in vitro5.

Tale proprietà è chiaramente attribuibile all’acquisizione degli ioni sodio, calcio e potassio dalla saliva.
Con il passare del tempo, il restauro acquisisce una durezza paragonabile a quella dei moderni materiali compositi e questo, insieme all’elevato rilascio di fluoro, rende il cemento vetroionomerico un materiale bioattivo, aumenta la durata del restauro stesso.          

Estetica                                    

I moderni cementi vetroionomerici vantano proprietà ottiche superiori rispetto a quelle dei cementi vetroionomerici tradizionali: la traslucenza è stata notevolmente incrementata e così anche la capacità di creare delle ombreggiature sulla superficie del restauro (figura 7).
La resa estetica è ottimizzata con l’applicazione finale di resine nanoriempite, che conferiscono all’otturazione la stessa lucentezza di un dente naturale.                         

Conclusioni                           

Alla luce dei risultati ottenuti, un sistema di ricostruzione dentale costituito da un cemento vetroionomerico ad alta viscosità e da una resina acrilica fotopolimerizzabile di rivestimento sembra rappresentare una valida alternativa: rapida, esteticamente soddisfacente e anche economica per ricostruzioni dentali a medio-lungo termine. È necessario, tuttavia, attendere il completamento dello studio a 24 mesi per tutti i casi selezionati, al fine di avere una conferma supportata da una casistica più ampia sulla validità del sistema in esame.
Va, comunque, sottolineato che la realtà dei cementi vetroionomerici è negli ultimi anni profondamente cambiata. I materiali si sono evoluti e i pesanti limiti che hanno caratterizzato i CVI negli anni Ottanta sono stati superati. Vale, quindi, la pena ribadire quelle che sono le principali indicazioni all’utilizzo dei moderni cementi vetroionomerici1,2,4,20-33.                   

Ricostruzioni di classe I e II in denti decidui                         

La minore collaborazione dei bambini, l’impossibilità di isolare sempre correttamente il campo operatorio con la diga di gomma e la struttura stessa del dente deciduo rendono il bambino un candidato non sempre idoneo alla realizzazione di restauri in composito eseguiti lege artis.
Le cavità nei settori posteriori, soprattutto se ampie, sono generalmente le più critiche, sia per la minore accessibilità sia per le difficoltà pratiche legate all’isolamento.
In queste condizioni, è sempre indicata una tecnica ART (Atraumatic Restorative Dentistry21) rimuovendo i tessuti patologici e limitando al massimo l’invasività. Tutto ciò espone il restauro a un maggior rischio di infiltrazione marginale.              

Ricostruzioni di I e II classe in denti permanenti non sottoposti a carico                 

Dopo l’asportazione del tessuto carioso (con tecnica ART o convenzionale) o la preparazione di una cavità, può essere necessario attendere del tempo prima di procedere con l’otturazione definitiva per:             

  • verificare lo stato clinico dell’elemento dentale e, in particolare, del sistema pulpo-dentinale;        
  • stimolare la neoapposizione di dentina da parte della polpa, come avviene nel caso dell’incappucciamento indiretto pulpare.                 

In questo lasso di tempo, di durata variabile, non si può lasciare vuota o con il solo medicamento la cavità, ma occorre riempirla con un materiale che soddisfi precisi requisiti meccanici.
A tutte queste esigenze sono chiamati a rispondere i materiali da otturazione provvisoria, in cui rientrano, spesso per tradizione, anche i cementi vetroionomerici.

Inoltre, i CVI trovano indicazione per:

  • chiudere provvisoriamente una cavità in cui è stata introdotta una sostanza medicata (come l’idrossido di calcio);  
  • evitare l’estensione della lesione cariosa e ridurre la carica batterica, qualora tutta la dentatura sia affetta da carie multiple. Il trattamento definitivo potrà essere procrastinato al momento in cui, nel cavo orale, si sarà instaurato un equilibrio microbico più favorevole, frutto di una terapia attiva sui diversi agenti eziologici;
  • chiudere una cavità che non può essere otturata in modo definitivo con un materiale plastico e che necessita del posizionamento di una corona;
  • trattare pazienti non collaboranti o compromessi da un punto di vista generale e, quindi, impossibilitati a sopportare la terapia. Questo risulta particolarmente vero per i bambini, la cui collaborazione, nella maggior parte dei casi, non va al di là di qualche minuto, imponendo all’odontoiatra la scelta di un trattamento rapido e, purtroppo, anche approssimativo;
  • eseguire un trattamento in tempi rapidi.

Ricostruzioni di I e II classe con sollecitazioni elevate         

Il cemento vetroionomerico può essere il materiale intermedio per ricostruzioni e il materiale di base per situazioni con sollecitazioni elevate in cavità di classe I e classe II con l’uso della tecnica di stratificazione a sandwich descritta da Mount et al.34.
Consiste nella combinazione di due materiali da restauro «con l’obiettivo di sfruttare al massimo le proprietà biologiche, fisiche ed estetiche di ciascuno e di realizzare una ricostruzione monolitica in virtù delle caratteristiche adesive dei materiali stessi». Questa tecnica viene applicata, soprattutto, nei casi in cui sono richieste sia un’estetica naturale sia una buona resistenza ai carichi. Uno strato di cemento vetroionomerico copre il pavimento della cavità, su questo primo strato viene posizionato il materiale da restauro definitivo (amalgama d’argento o composito): il composito crea un legame micromeccanico con il cemento vetroionomerico sottostante34; pertanto, prima di procedere con la stratificazione del composito, è necessario mordenzare sia lo smalto sia lo strato di cemento vetroionomerico con acido ortofosforico al 37%. Nella tecnica sandwich si distinguono una variante completa e una parziale: nella prima il cemento viene sommerso dal materiale da restauro; nella seconda, invece, la copertura non è omogenea.                    

Ricostruzioni di V classe e di superfici radicolari                  

I pazienti con retrazioni dei tessuti parodontali lamentano spesso un fastidioso aumento della sensibilità. Inoltre, con l’andare del tempo, sulle superfici radicolari erose o abrase tendono a svilupparsi lesioni cariose cervicali20.
Qualora all’esame obiettivo si riscontrino lesioni cariose «secche», ossia non più in fase attiva, è possibile procedere alla realizzazione di un’otturazione utilizzando un cemento vetroionomerico, anche con tecnica ART. Esso forma uno strato ben aderente alla superficie radicolare da trattare e si comporta come una barriera meccanica, impedendo l’accumulo di placca batterica. Inoltre, rilascia una quantità di fluoro nettamente superiore rispetto ai cementi vetroionomerici tradizionali.
La tecnica di esecuzione del restauro è assolutamente non invasiva, indolore e rapida, motivo per cui può essere adottata anche per la terapia di pazienti non collaboranti.
Date le caratteristiche meccaniche dei cementi vetroionomerici rivestiti da resine nanoriempite, la terapia delle V classi vede tali materiali come validi sostituti dei compositi e, vista l’adesione chimica che dimostrano, probabilmente sono anche superiori ai compositi stessi.               

Ricostruzione di monconi e sigillature                                 

Il CVI è indicato nella ricostruzione di monconi e nelle sigillature di solchi dentali, di fessurazioni e di solchi di sviluppo29.
Va ricordato che un cemento vetroionomerico non è indicato, invece, per l’incappucciamento pulpare diretto, per il quale è sempre preferibile un cemento all’idrossido di calcio o, ultimamente, anche cementi evoluti come i derivati dell’MTA®.
In conclusione, pur rimanendo i compositi i materiali da ricostruzione di riferimento, i moderni cementi vetroionomerici rappresentano una possibile alternativa ai classici materiali da ricostruzione, e possono acquistare un’importante collocazione nella pratica quotidiana.
Avendo superato i già noti problemi di resistenza, estetica limitata e possibilità di applicazione, per le loro proprietà chimiche e di antagonismo alla placca batterica, i CVI sono, in alcuni casi, da ritenersi equiparabili ai compositi nella risoluzione delle problematiche di salute orale dei pazienti.       

Corrispondenza
dottor Matteo Basso
Università degli Studi di Milano Dipartimento di Tecnologie per la Salute IRCCS Istituto Ortopedico R. Galeazzi Clinica Odontoiatrica Centro di Riabilitazione Orale Mininvasiva ed Estetica (CROME)
via Galeazzi 4, 20161 Milano
e-mail: matteo.basso@unimi.it
Website: www.odontoiatriagaleazzi.it

• Matteo Basso
• Joanna Nowakowska
• Cristiano Boggian
• Stefano Corbella
Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Tecnologie per la Salute, IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi, Clinica Odontoiatrica,
Direttore: professor Roberto L. Weinstein
Centro di Riabilitazione Orale Mininvasiva
ed Estetica (CROME),
Responsabile: dottor Matteo Basso

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Il futuro, nella prevenzione dentale e nell’odontoiatria pediatrica

È questo lo scenario tratteggiato da Roberto Ferro, bassanese d’adozione, 54 anni, direttore del Centro Regionale Veneto specializzato per lo studio,

la prevenzione e la terapia delle malattie oro-dentali e dell’U.O.A.
di Odontostomatologia dell’Ulss 15 dell’Alta Padovana, nonché Presidente della S.I.O.I. per il biennio 2010-2011.

«Da piccolo volevo diventare uno scienziato, da grande ho imparato ad amare la scienza che del dubbio si nutre e per la gente è il fine».

Queste parole sono di Roberto Ferro, presidente della Società Italiana di Odontoiatria Infantile per il biennio 2010-2011, tratte dalla prima pagina di un libro che nel 2003 scrisse insieme a Laura Strohmenger: «Odontoiatria di comunità. Dalla prevenzione della carie alla promozione della salute orale». Un pensiero che bene sintetizza il suo approccio all’odontoiatria, ma anche la sua filosofia di vita.  Nato nel 1956 a Cittadella, in provincia di Padova, Ferro giunge a occuparsi di odontoiatria dopo una lunga riflessione, iniziata al quarto anno del corso di studi in medicina. Dopo avere frequentato da studente tutti i reparti, capisce che la specializzazione in Odontostomatologia gli avrebbe permesso di costruirsi una professione autonoma, di continuare a respirare quell’aria di libertà che conosceva bene, essendo figlio di imprenditori. Così, dopo la laurea, il servizio militare come sottoufficiale medico, la specializzazione, il tirocinio pratico in chirurgia maxillo-facciale dal Professor Camillo Curioni a Vicenza, spinto dalla sfida di veder nascere proprio nella sua cittadina un’Unità Operativa di Odontostomatologia, inizia proprio da Cittadella la sua avventura professionale dove, nel locale nosocomio, gli viene affidato il compito di fare qualcosa di originale, di utile per la collettività.

Fu così che Ferro, a partire dalla metà degli anni ‘80, inizia a occuparsi di prevenzione della carie nei bambini delle scuole elementari.

Le scolaresche, ricorda Ferro, passavano un’intera mattinata negli ambulatori del servizio odontoiatrico: i bambini venivano visitati, sottoposti all’applicazione del sigillante occlusale sui primi molari permanenti sani e formati sulle pratiche di igiene orale quotidiana. Un lavoro complesso, articolato, unico in Italia che portò buoni frutti.

Tuttavia, se è vero che la scienza si deve nutrire del dubbio, Ferro non si accontenta dei risultati entusiasmanti ottenuti nel tempo. I dati riferiti alla popolazione sottoposta ai programmi di prevenzione, ricorda Ferro, erano infatti sovrapponibili a quelli dei gruppi che non avevano beneficiato di alcun trattamento.

Questo significava che il miglioramento della salute dentale tra i bambini era imputabile soprattutto al cambiamento degli stili di vita e in particolare all’abitudine all’igiene orale quotidiana: cioè agli stili di vita promossi su larga scala dai mass-media che lavorando per l’industria del settore (cioè dei dentifrici e degli spazzolini) hanno funzionato come amplificatore del messaggio preventivo di solito confinato tra le pareti dello studio odontoiatrico.

Nel frattempo, Ferro diviene direttore del Centro Regionale Veneto specializzato per lo studio, la prevenzione e la terapia delle malattie oro-dentali e dell’Unità Operativa Autonoma di Odontostomatologia dell’Ulss 15 dell’Alta Padovana di cui oggi cura, in qualità di direttore e relatore, anche i Corsi Pratici di Ortodonzia Clinica. Nel biennio 2001-2002 è stato Presidente dell’European Association Dental Public Health (EADPH), poi, cofondatore della SOOCMFOT (Sodalizio degli odontoiatri, degli odontostomatologi, dei chirurghi maxillo-facciali ospedalieri del Triveneto) di cui è stato Segretario, cofondatore e co-presidente dello steering group della IADPH (Italian Association Dental Public Health).

Roberto Ferro è anche coautore e autore di numerose pubblicazioni scientifiche, oltre che di una monografia e di un testo scientifico su argomenti di cariologia, epidemiologia della carie, odontoiatria preventiva e di comunità e ortodonzia.

Titolare dell’insegnamento di Cariologia al CLOPD e di Odontoiatria Preventiva e di Comunità presso il CLID dell’Università di Padova, ha ricoperto più volte il ruolo di professore a contratto di Odontoiatria Infantile e di Comunità in diverse sedi universitarie italiane. Relatore a congressi nazionali e internazionali e autore di numerose comunicazioni scientifiche in Italia e all’estero, ha partecipato alla stesura delle linee-guida italiane per la prevenzione della carie in qualità di membro della Società Italiana di Odontoiatria Infantile (SIOI), di cui è presidente per il biennio 2010-2011.

Dottor Ferro, cos’è per lei oggi la prevenzione?

È insegnare e motivare i bambini a lavarsi i denti due volte al giorno impiegando un dentifricio al fluoro. 

È questa la prevenzione: nulla di più. L’ho capito nel mio Veneto con il progetto «Città murata»: un’iniziativa che ha coinvolto genitori e bambini in età scolare e che mi ha insegnato molto su come affrontare la carie. L’ho anche scritto in un libro di cariologia per l’odontoiatra pediatrico di prossima pubblicazione, «Quante, quali e come cureremo la carie nei prossimi anni».

Ho voluto scrivere un testo agile e breve che spiega perché la carie sta scomparendo.

Il libro contempla anche una seconda parte, consultabile online, che sarà aggiornata costantemente.

Perché dunque sta scomparendo la carie?

Nella storia la carie è stata innanzitutto una malattia che si è manifestata in modo molto diverso da come l’abbiamo conosciuta in questi ultimi decenni. Era una patologia poco diffusa. Poi, con l’introduzione nell’alimentazione dei carboidrati raffinati, si sviluppò quella che io ho chiamato la «pandemia cariosa» e che ha avuto il suo apice nel mondo industrializzato negli anni ‘60.

A partire dagli anni ‘70, è incominciata a diminuire, sino a essere oggi nei bambini del mondo occidentale, specie tra quelli appartenenti a classi sociali medio-alte, quasi scomparsa grazie ai nuovi stili di vita e all’uso dei dentifrici al fluoro. 

Come sarà l’odontoiatria di domani?

Il domani è già qui perché lo stiamo intravedendo sempre più chiaramente giorno dopo giorno. Solo 10 anni fa il nostro mondo era completamente diverso da quello attuale, quando eravamo in pieno boom «implantologico».

Già oggi tra la popolazione possiamo distinguere due gruppi: un primo gruppo costituito da pazienti di età superiore ai 40 anni che si sottopone a riabilitazioni estremamente sofisticate e costose; un secondo gruppo rappresentato dalle nuove generazioni, invece, che conosce a mala pena la carie e che si limita, vieppiù, a semplici controlli periodici e al miglioramento dell’estetica dentale e facciale.

Lo scorso febbraio, in qualità di presidente per il biennio 2010-2011, ha aperto l’ultimo congresso della S.I.O.I.. Di cosa si è parlato? 

Il 5 e 6 febbraio abbiamo accolto, a Cittadella, ben 540 odontoiatri. È stato un successo.

Il professore Damaso Caprioglio, per me uno dei padri dell’odontoiatria infantile italiana, ha tenuto una bellissima Lectio Magistralis sulla traumatologia dentale e l’etica.

La professoressa Alessandra Majorana ha parlato delle lesioni delle mucose orali del bambino. Nel pomeriggio, abbiamo affrontato argomenti pratici, come l’anestesia locale nel bambino, grazie alla relazione del professore Edoardo Stellini, ma anche una riflessione su «Quante e quali carie cureremo nel bambino nei prossimi anni» curata dal dottor Gugliemo Campus. Il dottor Sergio Mazzoleni ha parlato dell’ozono-terapia nel bambino, mentre il dottor Maurizio Bossù ha trattato il tema dell’Endopedodonzia del dente deciduo e del permanente immaturo. 

Abbiamo concluso la giornata con una splendida relazione del dottor Dott. Enzo Di Vera: «Essere specialisti per esseri «speciali», l’approccio psicologico al bambino e ai genitori da parte del dentista e del proprio staff».

Il giorno seguente si sono tenuti 5 workshop: la dottoressa Claudia Caprioglio, insieme ai dottori Luigi Paglia, Marina Vitale e Giovanni Olivi, hanno trattato l’odontoiatria minimamente invasiva. «L’ergonomia dell’approccio nel paziente in età evolutiva» è stato l’oggetto di intervento del dottor Domenico Tripodi, «La sedazione cosciente inalatoria nel bambino», invece, quello della dottoressa Sara Arcari. 

Il dottor Piero Altieri ha parlato della «Riabilitazione protesica in odontoiatria infantile», mentre il sottoscritto del «fare odontoiatrico in dentatura decidua».

Qual è la principale lezione che ha imparato dalla sua esperienza professionale? E di questo sapere, cosa desidererebbe trasmettere oggi ai giovani? 

In Italia ci sono regioni come il Veneto, dove gli indici di salute dentale sono del tutto sovrapponibili a quelli del nord Europa, dove esiste un’Odontoiatria pubblica radicata da oltre mezzo secolo che si dedica precipuamente alla prevenzione delle malattie dentali del bambino.

Questo dato deve farci riflettere su come destinare le risorse nel futuro. Parlare di prevenzione è giusto, ma è anche spesso una moda culturale autoreferenziale.

Sembra infatti che la prevenzione ci regali l’immortalità, ma ahimè non è così.

A me piace ricordare quanto insegna il Prof. Umberto Veronesi quando scrive «Non siamo colpevoli delle nostre malattie, ma siamo, almeno in parte, responsabili della nostra salute; la chiave della moderna prevenzione sta negli stili di vita, ovvero nelle scelte che compiamo ogni giorno per salvaguardare il nostro benessere fisico (e psichico)».  Riguardo alla carie è un consolidato scientifico come essa sia una malattia sociale, la cui prevalenza cioè dipende dalla classe sociale di appartenenza dell’individuo.

La carie, infatti, si sta concentrando nel mondo infantile in un sottogruppo della popolazione, rappresentato da soggetti a reddito basso-bassissimo (spesso nei bambini immigrati di prima generazione) dove, al contrario che nel resto della popolazione, viene praticata una scarsa igiene orale.

Come anche incoraggiato dall’OMS in una prospettiva pubblica c’è una grande opportunità istituzionale per diffondere nella popolazione stili di vita utili alla salute orale attraverso la scuola e in particolare quella dell’infanzia. Sono convinto che un coinvolgimento del mondo della scuola sia di gran lunga più fattibile, vantaggioso ed economico che investire in strutture sanitarie di odontoiatria pubblica.

Insegnare ai bambini a «lavarsi i denti due volte al giorno con dentifricio al fluoro», fin dai primi anni di vita, è la via maestra per crescere e mantenere una popolazione sana da un punto di vista odontoiatrico. Sigillanti occlusali resinosi, integratori al fluoro valgono quel che valgono se non sono preceduti e confortati dall’acquisizione di stili di vita congrui e coerenti.

Questo è il mio credo nell’ambito della prevenzione dentale, confortato non solo dalla letteratura scientifica internazionale, ma anche dalla mia esperienza diretta sul campo che data 5 lustri.

Vorrei finire con una battuta: della scienza che del dubbio si nutre e per la gente è il fine, questo mio modo di fare prevenzione, sia per il singolo che la comunità intera, è invece una salda certezza. 

Contenzioso giudiziario e odontoiatria


Una buona notizia, finalmente, dalla Suprema Corte che, interessata di un problema di responsabilità professionale odontoiatrica, convalida il pensiero dei Giudici di secondo grado confermando l’assoluzione del dentista per aver ben agito nel rispetto dei protocolli seppur in assenza di manifesto consenso del paziente.

La IV Sezione Penale della Corte di Cassazione, con sentenza del 17 dicembre 2009 (la n. 48322), mandava assolto un medico dentista rinviato a giudizio per il reato di lesioni personali gravi, consistenti nella demolizione degli incisivi superiori con indebolimento permanente della funzione masticatoria. Il professionista, condannato dal Tribunale ma assolto già in Corte d’Appello, aveva eseguito sul paziente, parte civile che ha poi sottoposto il caso alla Suprema Corte, un intervento terapeutico ed estetico demolitorio anziché conservativo, e ciò in assenza di un espresso consenso, eccedendo così colposamente nell’esercizio della sua attività.

Se il Tribunale riteneva il dentista colpevole, anche sulla scorta di una perizia che non forniva elementi relativi alla circostanza se fossero o meno state fornite al paziente informazioni complete ed effettive sulla terapia medica, la Corte d’Appello evidenziava essere in realtà stato raccolto chiaro consenso in modo più che lecito, avendo il dentista descritto al paziente il pessimo stato dei suoi denti (tanto da impedire che fossero ripristinate le otturazioni) e prospettato quale unica strada praticabile la protesizzazione degli stessi.Il paziente interessava la Cassazione della questione non tanto perché non fosse stato soddisfatto dal risultato dell’atto quanto perché l’intervento richiesto e acconsentito era dichiaratamente conservativo, e non estetico-demolitorio quale quello poi posto in essere dal professionista.

La decisione

In realtà riteneva la Suprema Corte aver palesemente l’odontoiatra ottenuto il consenso ad agire, e ciò dopo aver eliminato le vecchie otturazioni e mostrato al paziente, con l’aiuto di uno specchio, l’effettivo stato dei denti. Abbracciando le conclusioni della Corte d’Appello, che aveva attentamente valutato le dichiarazioni rese dallo stesso paziente, appariva in realtà come l’originaria intenzione volta a limitare le spese fosse stata poi superata dalla visione dei propri denti, corrosi oltre ogni limite dalle carie.

Richiamata, infine, nella decisione una precedente sentenza della Corte stessa (confermandone quindi l’indirizzo) secondo la quale «non integra il reato di lesione personale, né quello di violenza privata la condotta del medico che sottoponga il paziente a un trattamento chirurgico diverso da quello in relazione al quale era stato prestato il consenso informato, nel caso in cui l’intervento, eseguito nel rispetto dei protocolli e delle leges artis, si sia concluso con esito fausto, essendo da esso derivato un apprezzabile miglioramento delle condizioni di salute del paziente, in riferimento anche alle eventuali alternative ipotizzabili e senza che vi fossero indicazioni contrarie da parte dello stesso», la Cassazione mandava assolto l’odontoiatra con buona pace del paziente cui un «si» taciuto aveva regalato un bel sorriso.

Il contenzioso e l’odontoiatra

La situazione ormai è questa, oggi medici e odontoiatri non solo devono prestare mille attenzioni sul lavoro (come peraltro giusto!), non solo devono attenersi a regole e nuove normative giudicate da molti burocratiche nonché inutili innovazioni ma devono anche temere che il buon esito di un atto medico venga sottoposto al vaglio della magistratura interessata della questione dal paziente che inizialmente aveva ben altre intenzioni e soprattutto (perché alla fine di questo solo si tratta!) ben altre previsioni di spesa. E il fatto che la Cassazione abbia richiamato altra precedente decisione lascia chiaramente intendere come il paziente «problematico» ormai spazi nei più disparati ambiti della medicina. Il «cambio di rotta» veniva operato dalla Cassazione all’incirca un anno fa (Sent. 21.1.2009 n. 2437) ove, a fronte di un’acconsentita laparoscopia e una conseguente seppur non prevista (e quindi non acconsentita) salpingectomia, si fondava l’assoluzione del professionista sulla convinzione che «l’attività sanitaria proprio perché destinata a realizzare in concreto il diritto fondamentale di ciascuno alla salute, e attuare – in tal modo – la prescrizione, … <omissis> … ha base di legittimazione … <omissis> … direttamente nelle norme costituzionali, che, appunto, tratteggiano il bene della salute come diritto fondamentale dell’individuo.»

Pochi giorni or sono, dal dentista, all’avvertimento: «Per un paio di giorni il dente sarà un po’ sensibile», ho risposto, ammiccando: «Tranquillo, non ti farò causa!». L’amaro sorriso di rimando mi ha fatto comprendere come oggi anche un’innocua boutade scambiata in allegria possa invece incupire e preoccupare, se non (ovviamente non nel mio caso!) essere letta come velata minaccia. Il contenzioso in campo odontoiatrico è – purtroppo – in costante fermento: insieme ad anestesisti, ginecologi e ortopedici, i dentisti sono obbligati protagonisti di lamentele e lagnanze che raramente trovano pace fuori dalle aule di tribunali, complici da un lato quella sgradevole espressione da «assalto alla diligenza» letta negli occhi del paziente, dall’altro quella pervicace convinzione che mai il dentista possa sbagliare.

Questo banchetto, che ben pochi commensali sazia (a eccezione, forse, degli avvocati!), lascia dissapore e amarezza anche a livello istituzionale: lo stesso legislatore ha pensato, per porre un freno a questa «moda», di rendere obbligatorio in campi tartassati quali, per l’appunto, quello sanitario un preventivo tentativo di conciliazione tra i questionanti. Ma a contrastare tale argine alcuni benpensanti hanno già immaginato di relegare il neonato istituto a pura formalità, come purtroppo e per prassi in altri settori del diritto è accaduto (si pensi all’obbligatorio preventivo e inutile tentativo di conciliazione tra coniugi in fase di separazione o tra datore di lavoro e dipendente, che quanto a litigiosità raggiungono se non forse superano gli estremi coniugali!).

L’insicurezza che una simile situazione genera in capo al professionista è profonda. Ogni appuntamento assurge al ruolo di «caso clinico», si tentenna, si studia, si approfondisce, si osserva, si discute di carie come di impianti, si paventano morbi indicibili quali possibili conseguenze di semplici e routinarie operazioni. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti, anamnesi sempre più accurate (ma, mi raccomando, non si chieda in prima battuta al paziente se sia sieropositivo perché il Garante non vuole!), consensi da leggere e sottoscrivere che poco si discostano nella struttura a tediosi contratti bancari dai caratteri minuscoli. L’odontoiatra è spaventato e sconcertato dall’acredine di cui è oggetto, non passa giorno che non si interroghi su quali siano le modalità migliori per dirottare le malevole intenzioni di quel paziente che vede nell’azione professionale un salvagente d’oro cui potersi poi aggrappare.

E seppur sia vero che ciò nel campo odontoiatrico accada in modo meno eclatante rispetto ad altre specializzazioni, e sicuramente in modo meno gravoso per il Sistema Sanitario Nazionale che di odontoiatria poco (purtroppo) si interessa, anche il dentista può decidere di prescrivere esami assolutamente inutili e/o superflui solo a mò di scudo da utilizzare in un futuro avanti a giudici purtroppo oggi la maggior parte delle volte ancora troppo censori. Da ultimo, come non bastasse, anche le Assicurazioni fanno la loro parte, rifiutando o comunque rendendo sempre più onerosa una copertura che difficilmente, peraltro, offrono. I consigli non possono che essere i soliti, tenendo comunque sempre in considerazione che la medicina difensiva è considerata da tutti come uno dei compromessi peggiori che il medico e l’odontoiatra possano raggiungere.

Per non provar più quel brivido freddo ogniqualvolta ci si commiata da un paziente è necessario operare sempre al massimo del rigore, nel pieno rispetto delle leges artis (così come rilevato dalla Cassazione nell’attività del professionista assolto) e senza chiudersi a riccio in caso di contestazione, rendendosi impenetrabili, ma comprendendo quale in effetti possa essere il vero motivo posto alla base della lagnanza del paziente (a volte il sorriso, altre il vil denaro) e trovare una soluzione accomodante e realmente conciliativa.

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I collutori come supporto nelle patologie parodontali

Effetti clinici e microbiologici dell’utilizzo
di un collutorio a base di olio essenziale secondo
il protocollo «disinfezione della bocca in unico stadio»: studio randomizzato preliminare in doppio cieco   

Clinical and microbiological effects of an essential-oil-containing
mouth rinse applied in the «one-stage full-mouth disinfection» protocol:
a randomized doubled-blinded preliminary study

Cavalca Cortelli S, Cavallini F, Faria Regueira Alves M, Alves Bezerra Jr. A, Silva Queiroz C, Cortelli JR. Clin Oral Invest 2009;13:189-194.

I lavori selezionati indagano gli effetti dell’uso di collutori nella lotta alle patologie parodontali.

Questo studio valuta gli effetti clinici e microbiologici a lungo termine dell’utilizzo di un collutorio a base di olio essenziale in ambito parodontale. 

In questo studio gli autori hanno reclutato 20 pazienti pervenuti alla clinica dell’Università di Taubatè, San Paolo, Brasile, affetti da parodontite cronica generalizzata moderata. Con un questionario sono stati registrati i dati medici e personali di ogni paziente e, al tempo zero, sono state eseguite tutte le rilevazioni parodontali complete. Queste misure sono state raccolte da un unico operatore e comprendevano: misurazione della profondità delle tasche parodontali, l’indice di placca e l’indice gengivale in sei siti per ogni dente (mesiobuccale, buccale, distobuccale, mesiolinguale, linguale, distolinguale). Sono stati raccolti anche dei campioni microbiologici in otto siti parodontali (due per ogni quadrante) per ogni paziente. La presenza di Aggregatibacter actinomycetemcomitans, Porphyromonas gingivalis e Tannerella forsythensis è stata rilevata mediante la reazione di polimerase inversa nella saliva non stimolata, sul dorso della lingua e nei siti sottogengivali prestabiliti. I pazienti, a questo punto, sono stati divisi a random in due gruppi: gruppo sperimentale in cui i pazienti si sottoponevano a sciacqui con un collutorio a base di olio essenziale e gusto menta (Listerine) gruppo controllo in cui i pazienti si sottoponevano a sciacqui con placebo.  Le terapie parodontali previste per ogni paziente sono state:

  • scaling e root planing di tutta la bocca in due visite a distanza di 24 ore in anestesia locale;
  • lucidatura con pasta abrasiva delle superfici trattate;
  • disinfezione del dorso della lingua per due volte per 1 minuto con un pellet di cotone sterile imbevuto di 0,2 ml di Listerine o placebo a seconda del gruppo in questione;
  • risciacquo della bocca per due volte (all’inizio e alla fine della visita) per 30 sec con 20 ml di Listerine o placebo;
  • irrigazione delle tasche sottogengivale per tre volte al termine delle sedute di scaling e root planing e dopo 8 giorni con Listerine o placebo;
  • risciacquo quotidiano da parte dei pazienti due volte al giorno per 30 secondi per le 2 settimane successive con 20 ml di Listerine o placebo;
  • igiene quotidiana da parte dei pazienti secondo un preciso protocollo di spazzolamento, utilizzo del filo interdentale e spazzolamento del dorso della lingua.

Gli autori hanno registrato i parametri clinici e microbiologici al tempo 0 (T0), a 45 giorni (T1) e a 180 giorni (T2) dalle terapie parodontali. Tra i due gruppi non vi alcuna differenza statistica significativa per quanto riguarda i parametri registrati al tempo 0, mentre ai tempi T1 e T2 il gruppo sperimentale ha sempre dimostrato una più elevata riduzione nella profondità delle tasche parodontali, dell’indice di placca e dell’indice gengivale, rispetto al gruppo controllo. Per le rilevazioni microbiologiche gli autori hanno riscontrato che nel gruppo sperimentale si riscontrava una più bassa presenza di Porphyromonas gingivalis nella saliva a tutti i tempi (T0, T1 e T2) in relazione al gruppo controllo.

Considerazioni cliniche

Il clinico deve considerare valido il supporto del collutorio a base di olio essenziale (Listerine) nei trattamenti parodontali dei casi di parodontiti croniche generalizzate modeste.  

Disinfezione in toto del cavo orale nel trattamento delle parodontiti croniche nell’adulto (revisione)


Full-mouth disinfection for the treatment of adult chronic periodontitis (review)

Eberhard J, Jepsen S, Jervøe-Storm PM, Needleman I, Worthington HV.. Cochrane Database of Systematic Reviews 2008, Issue 1.

Questa revisione sistematica ha lo scopo di valutare gli effetti clinici della disinfezione e dello scaling in toto del cavo orale comparandolo al canonico trattamento di scaling e root planing nei casi di parodontite cronica.

Gli autori hanno condotto questa revisione sistematica selezionando solo gli studi randomizzati controllati che comparassero, con almeno tre mesi di follow up, il trattamento tradizionale di scaling e root planing (gruppo controllo) con il trattamento full-mouth di scaling e root  planing, effettuato con un intervallo di tempo massimo di 24 ore, con (FDM) o senza (FMS) il supporto di un collutorio antisettico a base di clorexidina.  Dopo aver condotto la search strategy sui diversi database elettronici (The Cochrane Oral Health Group Trias Register, the Cochrane Central Register of Controlled Trials (CENTRAL), MedLine e EMBase) gli autori sono approdati a 216 abstract.

Questi abstract sono stati analizzati da due revisori distinti e indipendenti e, in ultima analisi, sono stati inclusi nella revisione sette studi che rispettavano i criteri di eleggibilità prestabiliti (tabella 1). Nessuno di questi studi riporta casi persi.  Tutte le modalità di trattamento hanno portato, dopo un follow up di tre mesi, a miglioramenti dei parametri clinici presi in considerazione. Come secondo outcome, gli autori della revisione hanno indagato la variazione della profondità delle tasche parodontali. Per le tasche profonde la differenza media tra FMD e il gruppo controllo è risultata 0,53 mm. Da questa revisione si è potuto evidenziare che il trattamento FMD nelle parodontiti croniche porta a una modesta riduzione delle profondità delle tasche parodontali paragonato al trattamento convenzionale (gruppo controllo) nei siti con iniziale profondità di tasca tra 5-6 mm negli elementi dentali monoradicolati. Nelle tasche che inizialmente erano considerate profonde, invece, il miglioramento apportato dal trattamento FMD è risultato praticamente inconsistente.

Considerazioni cliniche                          

Alla luce di questa revisione sistematica, il clinico deve considerare che il supporto della clorexidina nel trattamento di scaling e root planing nei casi di parodontite cronica è valido a un follow up di tre mesi solo nei casi di tasche parodontali modeste. Di fronte ai casi di parodontite grave con tasche profonde il clinico deve orientarsi, invece, verso un approccio chirurgico.

Studio clinico-prospettico che valuta il supporto a lunga distanza dell’utilizzo di clorexidina dopo il trattamento di scaling e root planing in un’unica fase


Prospective clinical study evaluating the long-time adjunctive use of chlorhexidine after one-stage full-mouth scaling e root planing

Stratul S-I, Rusu Didilescu D, Mesaros-Anghel M, Lala L Tion C, Sculean A, Jentsch H. Int J Dent Hyg 2010;8:35-40.

Questo aggiornamento indaga il supporto della clorexidina nel trattamento delle parodontiti croniche. 

Gli autori hanno incluso in questo studio 81 pazienti (33 donne e 48 uomini) affetti da parodontite cronica con tasche maggiori o uguali a 5 mm. L’esame parodontale, comprendente l’indice di placca, il sanguinamento delle tasche, la profondità delle tasche e il livello clinico dell’attacco parodontale, è stato condotto per ogni paziente al tempo 0, a distanza di uno e tre mesi. Tutti i pazienti sono stati sottoposti al trattamento in unica seduta di scaling e root planing con l’aggiunta di uno sciacquo con clorexidina allo 0,2%, irrigazione intrasulculare con 0,2% di clorexidina e spazzolamento del dorso della lingua con un gel, sempre a base di clorexidina, definito fullmouth disinfection da Quirynen et al. (1995).  Successivamente a questo trattamento parodontale completo, i pazienti del gruppo test hanno condotto degli sciacqui con clorexidina allo 0,2% due volte al giorno per i tre mesi successivi. Gli autori hanno ottenuto i seguenti risultati: nel gruppo test tutti i parametri indagati hanno avuto un miglioramento significativo a uno e a tre mesi (tabella 1 e figure 1 e 2).

Considerazioni cliniche

Nel trattamento delle parodontiti croniche il clinico deve ritenere la clorexidina un supporto importante per il successo a lungo termine di questo tipo di terapie.

 

2. Eziopatogenesi e prevenzione delle lesioni traumatiche dento-alveolari

Riassunto
In questo lavoro vengono analizzate le cause più frequenti che determinano l’insorgenza di traumi dento-alveolari. In ragione delle variabili eziologiche ed epidemiologiche vengono presentate le possibili azioni preventive in grado di limitare il numero di tali eventi ma soprattutto attenuare i gravi e frequenti esiti a esse ricollegabili. I traumi derivanti alle attività sportive paiono gli eventi che potrebbero maggiormente beneficiare di attività preventive primarie e secondarie soprattutto qualora venissero largamente utilizzati i protettori orali (mouthguard). Questi dispositivi allo stato attuale hanno raggiunto un semplificato e ottimale modulo di realizzazione e adattamento ai vari stadi di maturazione ed evoluzione della cavità orale e per tale ragione possono essere utilizzati anche precocemente. È quindi necessario promuovere nei vari ambiti sportivi e scolastici la conoscenza e il vantaggioso utilizzo di tali dispositivi nell’ottica della preservazione del patrimonio dentario dei giovani atleti e di una non trascurabile riduzione dei costi sociali sempre connessi al ristoro dei danni permanenti derivanti ai gravi esiti traumatici orali.

Summary
Aetiopathogenesis and prevention of traumatic dental-alveolar injuries
This paper analyses the most frequent causes of dento-alveolar traumas.
In particular traumas caused by sport related activities are considered and the possible ways in which such traumas could be prevented are analysed. In conclusion the work emphasises the importance and the need of methods of prevention so to avoid immediate and persistent damages to young sportsmen.

Le lesioni traumatiche dento-alveolari sono eventi molto frequenti in dentatura sia decidua sia permanente; mediamente, si calcola che 3 soggetti ogni 10 subiscano una lesione orale1 e almeno uno di tali soggetti veda riconosciuta nell’attività sportiva la causa di tale evento2.  Sono soprattutto le fasce d’età pre-adolescenziali in dentatura permanente (8-12 anni) e i soggetti nella fascia d’età 1-3 anni, in dentatura decidua, quelle particolarmente esposte a tali lesioni, con l’aggravante che, in entrambe tali fasce d’età, nell’apparato dentale leso possono determinarsi degli esiti particolarmente severi, con diminuita possibilità di completa restituito a integrum e costi di ripristino sociale assolutamente elevati che, generalmente, non sono assorbiti dal sistema Sanitario Nazionale3.  Per tali motivi, risulta fondamentale che tutti gli operatori sanitari odontoiatrici e, in particolare, gli specialisti in odontoiatria pediatrica ricevano un training formativo che li avvicini a tali patologie e fornisca loro informazioni utili alla corretta gestione delle situazioni di urgenza terapeutica e, ovviamente, all’attivazione di protocolli atti al dispiegamento di un’efficace attività di prevenzione mirata.                      

Epidemiologia                   

Le variabili utili alla caratterizzazione epidemiologica delle lesioni traumatiche dento-alveolari sono principalmente:                     

  • sesso ed età;                      
  • localizzazione;                     
  • fattori predisponenti.

Sesso ed età
I soggetti di sesso maschile presentano traumi dento-alveolari (TDA) con maggiore frequenza rispetto alle coetanee di sesso femminile (rapporto di incidenza M:F = 3:2).
Tale differenza, dopo i 10 anni d’età, tende gradualmente a diminuire, fino quasi ad annullarsi nell’età adulta. Tale tendenza è caratteristica dell’evoluzione degli usi e costumi della nostra società, dove da parte delle ragazze vi è un’emulazione delle attività perseguite dai coetanei maschi (si pensi all’incremento dell’abitudine al fumo) che porta, per esempio, a una loro maggiore partecipazione nell’ambito di sport solitamente di tipo maschile (calcio, sport violenti e/o acrobatici, sport estremi).
In letteratura, vengono anche riportati i picchi di incidenza dei traumi dento-alveolari che, per la dentatura decidua, sono tra 1 e 3 anni; mentre, per quella permanente, tra 8 e 11 anni (periodo riferibile all’inizio delle attività ludico-sportive singole e di gruppo) e, successivamente, tra 16 e 21 anni (periodo riferibile all’uso dei veicoli e alla maggior partecipazione agli sport agonistici).   

Localizzazione
I traumi dento-alveolari interessano più frequentemente l’arcata superiore, specie il settore anteriore, in particolare gli elementi incisivi centrali superiori (80-90% dei casi, a seconda delle statistiche).
Gli elementi laterali superiori sono interessati nel 10-18% dei soggetti. Nel restante 2-4%, sono coinvolti il gruppo incisivo inferiore o i gruppi latero-posteriori (questi ultimi in età solitamente più avanzata).
Non va dimenticato che le lesioni dento-alveolari sono solitamente singole, ma possono anche interessare più elementi dentali contemporaneamente (due, tre e più denti, solitamente adiacenti e/o antagonisti); le lesioni a interessamento plurimo sono più frequenti nei traumi sportivi e stradali rispetto ad altre cornici circostanziali. La loro gravità ed espressività dipende dall’oggetto contundente, come vedremo più avanti.         

Fattori predisponenti
Nel determinare le lesioni traumatiche dento-alveolari, un ruolo importante è rivestito dai fattori anatomici. Grande rilievo rivestono le anomalie dei rapporti scheletrici intermascellari e dei rapporti occlusali tra le arcate dentali (in particolare, la II classe di Angle).  Ugualmente rilevante e preminente è il ruolo di un aumentato overjet (OVJ) dentale. Si è visto che i soggetti con OVJ maggiore di 4-6 mm riportano lesioni traumatiche più frequentemente dei soggetti con OVJ normale. L’aumento dell’OVJ produce, infatti, un esponenziale aumento del rischio. In uno studio svolto nel 2004, Bauss et al.4  confermano che ben il 10,3% del loro campione di studio (1.367 pazienti ortodontici) aveva riportato traumi dentali durante il trattamento, con un’incidenza massima nella fascia d’età tra 11 e 15 anni, prevalentemente a carico degli incisivi centrali superiori (79,6%) e con maggiore frequenza nei pazienti con OVJ aumentato e incompetenza del labbro superiore (tale binomio è il più delle volte associato).
Anche Shulman e Peterson5, sempre nel 2004, riferiscono di aver riscontrato, su un campione di 13.057 pazienti (nell’ambito dello studio NHANES III), un aumento dell’odds ratio relativa alle lesioni traumatiche, direttamente proporzionale all’aumento dell’OVJ.

Anche l’overbite (OVB), se aumentato, può essere un fattore predisponente, benché in maniera meno rilevante rispetto all’OVJ aumentato, specie se l’OVB ha valore superiore a 5-6 mm. Anche in questo caso, l’aumento dell’OVB incrementa esponenzialmente il rischio. In età più avanzata contribuisce, inoltre, a determinare tipiche fratture corono-radicolari a carico dei settori premolari con meccanismo indiretto (trauma trasmesso attraverso la mandibola). Altri fattori che favoriscono l’insorgere di lesioni traumatiche dento-alveolari sono: il morso aperto anteriore, l’incompetenza labiale superiore e la macrodonzia degli incisivi centrali superiori. Queste situazioni sono spesso associate a forme sindromiche, tipicamente nei soggetti respiratori orali, che presentano spesso la tendenza al prognatismo superiore.

Nel determinare gli eventi traumatici, appaiono ugualmente importanti il mancato rispetto dei parametri di sicurezza degli ambienti in cui si svolgono le attività ludiche e sportive (palestre scolastiche, piscine, campi di gioco, cortili parrocchiali ecc.) e lo stato di conservazione e manutenzione di ambienti (pavimentazioni, presenza di ostacoli, ecc.) e attrezzature, sportive e/o ludiche (scivoli, giostre ecc.).

Nell’ultima decade, tra i fattori predisponenti i TDA va annoverato e tenuto sotto osservazione l’utilizzo di piercing orali (soprattutto nella popolazione giovanile), che di frequente presentano una localizzazione linguale o labiale.  In letteratura, sono presenti numerose osservazioni riguardo la presenza di fratture dentali e altre patologie orali (infezioni e recessione gengivale) nei portatori di tali piercing. In uno studio di prossima pubblicazione6, si è riscontrata, in un gruppo di 50 giocatrici di basket (età compresa tra 16 e 30 anni), la presenza di 40 soggetti portatrici di piercing, di cui 27 piercing orali; sempre nello stesso gruppo, 42 soggetti erano portatrici di uno o più tatuaggi cutanei; sembra, quindi, che l’abitudine all’utilizzo di piercing sia un trend molto più diffuso tra le atlete donne rispetto alla popolazione comune (dove si riscontrano valori del 10-12%).   

Eziologia dei traumi dento-alveolari                  

I fattori che influenzano il tipo e la gravità della lesione sono principalmente:         

  • l’intensità della forza (ovvero la forza d’impatto tra corpo contundente e soggetto);
  • la direzione di applicazione della forza;
  • la resilienza dell’oggetto contundente;             
  • la forma dell’oggetto contundente. 

Intensità della forza
Maggiore è la velocità dell’impatto sulle strutture dento-alveolari, maggiore sarà la probabilità che si verifichino lesioni a carico dei tessuti duri (fratture di corona). Se, invece, la velocità è minore, saranno relativamente più probabili lesioni a carico dei tessuti molli e parodontali (lussazioni ed exarticolazioni).         

Direzione della forza
La direzione di applicazione della forza risulta importante nel determinare l’estensione e la direzione delle linee di frattura con cui il trauma si manifesta a livello sia delle corone dentali sia delle radici (fratture orizzontali e/o verticali) e può motivare l’insorgenza di un determinato movimento lussativo (intrusione, estrusione) o la totale fuoriuscita del dente dall’alveolo osseo (exarticolazione).           

Resilienza dell’oggetto contundente
La gravità della lesione, nel caso delle fratture, sembra essere direttamente proporzionale al modulo di elasticità dell’oggetto contundente. Se il corpo contundente è piuttosto elastico si determineranno, più probabilmente, fratture di gravità minore o lussazioni.

Forma dell’oggetto contundente
Più l’oggetto contundente è piccolo, minore sarà l’area di applicazione della forza e, di conseguenza, maggiore risulterà la sua entità per unità di superficie. La probabilità di frattura risulterà dunque aumentata, a discapito di fenomeni lussativi.

Questo fattore è rilevante perché in alcune discipline sportive è possibile prevedere con molta precisione quali saranno gli esiti di eventuali traumi dento-facciali e, di conseguenza, predisporre adeguati mezzi di protezione.           

Classificazione delle lesioni traumatiche          

Le lesioni traumatiche dento-alveolari sono classificate secondo la gravità; si riportano tre tabelle esemplificative (tabelle 1-3).

tab1

tab2

tab3Frequenza delle cause
Nella distribuzione delle cause che determinano i traumi dento-alveolari si riconoscono:

  • nel 40% dei casi, cause accidentali (in ambito domestico, di gioco ecc.);       
  • nel 25-30% dei casi, incidenti stradali;             
  • nel 25% dei casi, incidenti sportivi;             
  • nel 5-10% dei casi, lesività colpose (aggressioni e infortuni sul lavoro).

Per gli scopi di questo elaborato, soffermeremo la nostra attenzione soprattutto sulle situazioni di rischio traumatico dento-alveolare che possono essere assoggettate a una, seppur parziale, riduzione quantitativa e qualitativa, se sottoposte a specifici protocolli di tipo preventivo.
Schematicamente, qualsiasi attività di tipo preventivo deve rispondere ai seguenti dettami di carattere generale:

  • analisi e presa di coscienza del problema;           
  • controllo dei fattori predisponenti generali;          
  • studio e realizzazione di metodiche o apparecchiature atte a ridurre gli effetti del trauma.

Tra le cause più rilevanti che determinano i traumi dento-alveolari vediamo subito che una larga quota avvengono per cause accidentali (circa il 40%); va precisato che, in letteratura, all’interno di tale gruppo sono comprese una serie innumerevole di situazioni e cause che spesso si intrecciano con svariate situazioni favorenti, tra queste le cadute accidentali, i giochi (tra bambini o tra adolescenti), gli stati patologici di handicap fisico (svenimenti, intubazioni tracheali, stati di ebbrezza ed epilessia ecc.), ma anche situazioni riconducibili a obesità e ipovedenza sono comprese in questo ambito.
È ovvio che gran parte di queste situazioni non sono prevenibili, se non con l’applicazione e il rispetto di rigidi regolamenti e un notevole dispiegamento di personale atto al controllo e alla limitazione del rischio, si pensi ai momenti ludici negli asili e nelle scuole con presenza di individui ipercinetici e l’inevitabile conseguente eterogenericità dei momenti eziologici. Ovviamente, in tale contesto, una notevole attenuazione del rischio può ottenersi con la verifica e il controllo dell’idoneità degli ambienti e la loro corretta destinazione d’uso.

Ben poco può essere fatto, invece, per quanto attiene atti di violenza o liti, poiché queste dipendono ovviamente dal fattore umano, dalle situazioni di disagio sociale giovanile (bullismo) o, ancora, da fattori eminentemente ambientali, si pensi a nazioni come Palestina, Iran, Iraq, Sudan e molte nazioni dell’America Latina, dove i TDA raggiungono, per tali fattori causali, incidenze di oltre il 60-70%, se confrontati con i traumi sportivi che non superano l’incidenza del 3-5%.
Di contro, per quanto riguarda i TDA da incidenti stradali, va ovviamente eseguita una disamina per quanto riguarda il tipo di mezzo di trasporto coinvolto e, di conseguenza, va tenuto conto che in questo dato rilevante (25-30% dei casi) sono compresi eventi che vedono il traumatizzato all’interno di autoveicoli, alla guida di motocicli e bicicli e, ancora, che lo vedono in qualità di pedone, cioè come vittima di investimenti.

Ovviamente, a seconda della situazione, differenti sono le metodologie che possono proteggere o meglio attenuare gli effetti dei traumi facciali che frequentemente portano a lesioni invalidanti molto gravi (maxillo-facciali) se non addirittura all’exitus.

Per quanto attiene gli autoveicoli, l’adozione delle cinture di sicurezza (ovviamente correttamente utilizzate) ha comportato (già singolarmente, ma soprattutto se accoppiate all’utilizzo degli airbag) una notevole attenuazione dei traumi, soprattutto nel merito degli eventi fatali, e tale risultato è motivato dal fatto che il leso, nell’incidente, viene trattenuto all’interno dell’abitacolo e anche la sua traslazione interna viene ridotta, così come l’urto con le strutture di supporto dell’abitacolo.
Ovviamente, benché si sia ridotta la genesi delle lesioni cranio-facciali fatali, non si sono eliminati i TDA che, percentualmente, sono rimasti numerosi, poiché vedono una genesi che spesso non è attenuabile dall’uso delle sole cinture di sicurezza (il busto e il capo possono essere proiettati in avanti e/o di lato) o, peggio, dei soli airbag (sono descritte lesioni molto gravi per l’esplosione di tali dispositivi), soprattutto per i passeggeri occupanti i posti posteriori.

Per quanto attiene i motoveicoli, i traumi facciali permangono numerosi e di gravità immutata, poiché pochissimi sono i portatori di casco integrale (cioè con protezione anteriore), soprattutto tra i giovani e giovanissimi; spesso, tali eventi sono determinati dalla caduta con urto al suolo (strisciamento) o contro ostacoli fissi e/o mobili, gli effetti determinano un interessamento costante frontale e/o mandibolare, con notevole coinvolgimento dento-alveolare.  Rimane, a questo punto, da affrontare l’ampio capitolo dei TDA provocati da incidenti verificatisi durante lo svolgimento di attività sportive.
Va subito precisato che, sotto tale voce, sono comprese numerose situazioni e tra queste, costantemente, si annoverano i traumi che si verificano durante lo svolgimento dell’educazione fisica scolastica; che è caratterizzata, in genere, da cause ricollegabili alla scarsa manutenzione e cura di impianti e attrezzature con cui e in cui tali attività si svolgono.

Vanno distinti, inoltre, gli incidenti in cui incorrono i praticanti amatoriali (non agonisti) da quelli in cui incorrono gli atleti professionisti. Di seguito, si espone un’approfondita disamina di tali avvenimenti che, allo stato dei dati della letteratura, interessano circa il 25% della popolazione.

Traumi sportivi            

I traumi occorsi durante la pratica sportiva oscillano, come visto, attorno a una percentuale del 25% del totale. Sono più frequenti tra 8 e 21 anni. La loro frequenza diminuisce con l’aumentare dell’età dei soggetti.
È innegabile che vi siano delle specialità sportive che predispongano ai traumi dento-facciali, di converso altre specialità possono essere ritenute solo potenzialmente a rischio.
In particolare, per quanto riguarda la possibilità di incorrere in traumi dento-alveolari, l’FDI World Dental Federation ha suddiviso le discipline sportive in due grandi gruppi:   

  • ad alto rischio (football americano, rugby, hockey su ghiaccio, su pista e su prato, arti marziali, skateboard e mountain bike);           
  • a medio rischio (basket, pallamano, calcio, squash, ginnastica, pallanuoto ecc.).

Occorre, però, rapportare l’incidenza dei traumi dento-alveolari nei diversi sport con il numero di individui che effettivamente lo praticano per ottenere la reale prevalenza dei traumi legati a ciascuna disciplina. Chiaramente, ai diversi tipi di sport è associato un diverso rischio di subire lesioni e di riportare traumi di gravità variabile, a seconda che sia previsto l’uso di oggetti contundenti (per esempio, bastoni, mazze, palline, dischetti come accade nell’hockey, nel baseball, nella pallamano ecc.), il raggiungimento di elevate velocità (pattinaggio, surfing, motociclismo e ciclismo), la necessità di contatto fisico tra i giocatori (pallanuoto, basket, arti marziali, rugby ecc.) o l’associazione – che, chiaramente, aumenta il rischio – di diversi di questi fattori (come nell’hockey, nell’equitazione, nel polo ecc.).

L’inesperienza dei giocatori, inoltre, principalmente quando si praticano sport a rischio in età infantile o adolescenziale, o l’atteggiamento aggressivo del gioco (insito in alcuni sport) contribuiscono ad aumentare la probabilità di subire traumi facciali e, di conseguenza, dento-alveolari. Da qui l’obbligo per alcuni sport (talora limitatamente alle fasce d’età più basse e/o al sesso femminile) di utilizzare apposite protezioni extra-orali (per esempio: caschi a protezione integrale nell’hockey su ghiaccio per le donne e gli under 16) o intra-orali (cioè i paradenti o mouthguard) come in tutte le specialità di combattimento. Va, comunque, subito rilevato che in molte attività agonistiche violente, anche a livello professionale, l’uso delle protezioni intra-orali è infrequente e legato alla libera iniziativa del singolo giocatore.

In tutte quelle discipline in cui le norme di protezione sono state rese obbligatorie, l’incidenza degli eventi con traumi dentali si è drasticamente ridotta (nel football americano, per esempio, le percentuali di traumi orali sono, attualmente, al di sotto del 2%). Ne deriva l’assoluta necessità di attuare dei completi programmi di prevenzione rivolti a coloro che praticano attività sportive potenzialmente e statisticamente pericolose7-10. Negli sportivi, la prevenzione dei traumi dento-alveolari dovrebbe essere attuata su tre livelli:   

  • analisi e presa di coscienza del problema (educazione degli operatori sportivi e delle figure responsabili degli atleti, quali genitori, insegnanti, medici sportivi e assistenti sociali);      
  • controllo e correzione dei fattori predisponenti generali (stato di manutenzione e organizzazione degli impianti sportivi) e anatomici (II classi dentali, OVJ > 6 mm, respirazione orale);      
  • studio e realizzazione di metodiche o apparecchiature atte a ridurre gli effetti del trauma.

Si insiste sulla necessità di realizzare tali precetti dato che l’ambito sportivo è realmente uno dei pochi in cui tale applicazione, laddove sia stata perseguita, ha portato a risultati rilevanti.      

Informare i soggetti e l’ambiente sportivo
Occorre informare i soggetti, che praticano attività sportive a rischio, sugli atteggiamenti e le precauzioni da adottare al fine di prevenire i traumi. Nel caso dei piccoli sportivi, l’informazione sarà, principalmente, rivolta ai genitori e al team delle società sportive alle quali i soggetti appartengono (dirigenti, allenatori, preparatori atletici, medici sportivi e societari, fisioterapisti ecc.) e che più direttamente sono chiamati alla conoscenza delle problematiche, tecniche e sanitarie, dei traumi sportivi. L’informazione dovrebbe interessare capillarmente anche gli istituti scolastici, dagli infantili ai superiori, in cui si svolgono quotidianamente, non solo attività ricreative e ludiche, ma anche sportive (in tale ambito andrebbero motivati e istruiti i direttori didattici e gli insegnanti). L’informazione dovrebbe attuarsi tramite l’attività dei Ministeri competenti e degli organismi nazionali (per esempio, CONI), così da stimolare l’organizzazione e l’attuazione di piani nazionali di prevenzione dei traumi oro-facciali.          

Correggere i fattori predisponenti
Dovrebbero essere riconosciute e trattate le patologie o le condizioni anatomiche predisponenti, essenzialmente, le anomalie di tipo occlusale e/o gnatologico, come:

  • le forme patologiche che aumentano il prognatismo superiore, favorendo l’impatto tra arcata dentale superiore e corpi contundenti;            
  • le seconde Classi scheletriche e dentali di Angle;         
  • l’aumento dell’OVJ e/o dell’OVB;         
  • le abitudini viziate che aumentano l’OVJ;       
  • la presenza di denti ritenuti e/o inclusi che determinano un locus minoris resistentiae delle ossa mascellari.

I soggetti portatori di tali fattori predisponenti andrebbero individuati prima dell’inizio della pratica di attività riconosciute tra le cause più frequenti di traumi oro-facciali.  Questo si dovrebbe attuare nelle visite di avviamento allo sport durante le quali, allo screening delle patologie generali, si dovrebbe integrare una valutazione della condizione orale. Il trattamento di tali fattori è chiaramente di tipo ortodontico tradizionale o intercettivo, mobile o fisso, mirato alla correzione delle eventuali discrepanze. Il trattamento, per quanto possibile, non dovrebbe ostacolare o ritardare l’inizio dell’attività sportiva prevista.

Proteggere per evitare lo sviluppo di patologie
La protezione degli elementi dentali viene effettuata tramite apparecchiature intra- o extra-orali. Gli sport che non richiedono protezioni facciali extra-orali dovrebbero prevedere, quantomeno, protezioni intra-orali, cioè paradenti o mouthguard adeguati all’età del soggetto e alla disciplina praticata. Tale argomento verrà approfondito nel capitolo dedicato alle protezioni orali.  Infine, oltre ai tre citati livelli di intervento, esiste un ulteriore livello, di seguito riportato, di utile applicabilità e che non dovrebbe essere mai trascurato dagli operatori.      

tab4  Curare per attenuare gli esiti del trauma e prevenire le recidive
Una volta che il trauma si è verificato (figura 1), per inosservanza dei precedenti livelli di prevenzione, occorre attenuare gli esiti delle lesioni che si sono sviluppate. Ciò riduce le conseguenze personali (in termini di invalidità) e i costi sociali dei traumi (con riduzione del costo di riabilitazione, tramite l’attuazione di terapie congrue, tempestive e appropriate). A tale riguardo si veda la tabella 4 che elenca tempi e priorità di intervento terapeutico. L’utilizzo di apparecchiature in grado di proteggere le strutture dento-facciali dal trauma che, ricordiamo, possono essere di tipo intra- e/o extra-orale, dovrebbe essere il livello di intervento più facilmente ed estensivamente praticabile.

1. Un esempio di severo trauma dento-alveolare.
1. Un esempio di severo trauma dento-alveolare.

Per l’operatore sanitario, in particolare, è fondamentale conoscere l’esistenza e il corretto utilizzo delle apparecchiature intra-orali e, possibilmente, avviare al loro utilizzo il maggior numero possibile di pazienti. Tali protezioni delle strutture dento-alveolari nei confronti dei traumi prendono il nome di paradenti o mouthguard.

2. Un esempio di paradenti pronto all’uso, stock mouthguard, acquistabile in un qualsiasi negozio di articoli sportivi.

Attualmente, i paradenti sono convenzionalmente suddivisi in tre classi11-13:         

  • paradenti pronti all’uso, stock mouthguard, acquistabili presso tutti i negozi di articoli sportivi e disponibili in varie misure standard, attualmente in disuso perché non facilmente adattabili e dimostratisi di scarsa utilità protettiva nelle reali condizioni di utilizzo. Propongono, infatti, un rialzo occlusale di 4-5 mm e ingombro sui fornici spesso insopportabile e presentano caratteristiche di ritenzione assolutamente insufficienti (figura 2);                 
  • paradenti semi-individuali, mouthguard self-made, preconfezionati, da modellarsi intra-oralmente, solitamente ritenuti poco efficienti. Comprendono i Boil and Bite classici e quelli di nuova generazione (NG) tra cui il ProGuard e modelli similari di nuova realizzazione (Boil and Bite NG) (figura 3);               
  • paradenti individuali, custom-made mouthguard, detti individuali perché costruiti in laboratorio sul modello delle arcate del paziente. Quest’ultima tipologia si suddivide inoltre in paradenti monolaminari e plurilaminari, a seconda del tipo e numero di strati protettivi di materiale utilizzato, e della tecnica di realizzazione con l’utilizzo di basse o alte temperature e pressioni di trattamento dei materiali (figure 4-5).                 
3. Un modello di paradenti semi-individuale, mouthguard self-made, fase di personalizzazione.
3. Un modello di paradenti semi-individuale, mouthguard self-made, fase di personalizzazione.

Motivazione all’uso dei protettori orali            

A scopo preventivo, nella pratica sportiva è ormai da anni consigliato, e in alcuni Paesi reso obbligatorio durante le competizioni ufficiali (nei cosiddetti sport di contatto e per certe categorie di praticanti), l’uso dei paradenti, avendo questi dimostrato di fornire una reale ed efficace protezione sia dei denti sia delle strutture orali.

4. Un esempio di paradenti individuale, custom-made mouthguard, del tipo monolaminato.
4. Un esempio di paradenti individuale, custom-made mouthguard, del tipo monolaminato.
5. Un esempio di paradenti individuali del tipo plurilaminato.
5. Un esempio di paradenti individuali del tipo plurilaminato.

Tali dispositivi consentono di attuare una prevenzione di tipo diretto: proteggono, infatti, gli incisivi superiori da impatti frontali diretti, forniscono una protezione nei confronti di lacerazioni dei tessuti molli distanziandoli dai denti (molto importante negli atleti portatori di apparecchi ortodontici fissi), proteggono tutti gli elementi dentali dal trauma indiretto derivante da un impatto violento che agisca con le arcate in occlusione, riducono i rischi di fratture della mandibola per colpi provenienti dal basso, riducono la forza con cui i traumi sulla mandibola possono trasmettersi, con meccanismo indiretto, a denti, cranio, collo e articolazione temporo-mandibolare (ATM).

Già Hickey14 ha dimostrato, sulla base di esperimenti effettuati su cadaveri, che l’applicazione di un paradenti tra le arcate dentali determina un’importante riduzione nelle variazioni di pressione intracranica e nella deformazione del cranio.

In questa sede, è importante sottolineare come l’uso del paradenti debba essere incoraggiato nei bambini che si dedicano a sport di contatto e questo, soprattutto, per due motivi: la maggiore gravità di alcuni traumi quando questi si verificano in soggetti in crescita (8-12 anni) e la più facile accettazione dei paradenti quanto più precocemente essi vengono applicati8,12,15.
È stato dimostrato che atleti più giovani manifestano una compliance maggiore nei confronti di tutti i tipi di paradenti rispetto ad atleti più anziani che abbiano precedentemente praticato sport senza indossarli. Inoltre, se i paradenti vengono indossati anche nelle fasi di allenamento, essi vengono meglio tollerati e utilizzati anche nelle competizioni o, comunque, quando si raggiungono elevati livelli di agonismo e, di conseguenza, quando il rischio di trauma è maggiore16.

Lieger e von Arx17, in un studio condotto su 267 atleti professionisti svizzeri, rilevano che il 45% degli atleti che non indossavano il paradenti avevano riportato traumi oro-facciali o cerebrali (con una percentuale maggiore nei praticanti di hockey su ghiaccio che nei calciatori), mentre il 68% di coloro che indossavano il paradenti non avevano mai riportato traumi oro-facciali o cerebrali. Dallo studio risultò, inoltre, una scarsa informazione di atleti e allenatori sull’uso del paradenti.
Nel 1999, Ranalli et al.18 appurarono, in un’indagine condotta su oltre 1.000 intervistati, che il 30% del campione aveva subito un trauma durante la pratica sportiva; di tali traumi, ben il 60% era a localizzazione dento-alveolare. Venne valutato, inoltre, il grado di conoscenza e applicazione, da parte degli atleti, delle norme generali di prevenzione nel riguardo degli eventi traumatici dentali. A tale proposito, solo il 2% del campione dichiarava di conoscere e utilizzare un paradenti e circa il 35% si dichiarava disposto a utilizzarne uno, se gli fosse stato fornito gratuitamente. Infine, ben il 40% del campione dichiarava di non conoscere l’utilità del paradenti e avrebbe gradito ricevere ulteriori informazioni.

Molto recentemente, Spinas19 ha condotto un’indagine su 300 giovani cestisti, mettendo in evidenza la scarsissima conoscenza dei paradenti (10% del campione) e l’ancor meno frequente loro utilizzo (solo tre soggetti, cioè, 1% del campione); tale utilizzo veniva motivato dal fatto di aver già subito un trauma.
Tutti i lavori citati mettono, comunque, sempre in evidenza la necessità di promuovere campagne informative e il necessario coinvolgimento dei Club sportivi, delle Federazioni e, soprattutto, la sensibilizzazione degli allenatori, principalmente quelli operanti nei settori giovanili.      

Caratteristiche dei paradenti             

Le più comuni giustificazioni, mosse dagli atleti al mancato utilizzo delle protezioni orali, sono: scarsa tenuta, eccessivo ingombro, difficile respirazione oro-nasale, bocca secca e fonazione difficoltosa. Molte di tali motivazioni sono reali e collegate alla cattiva qualità dei paradenti utilizzati; per tale ragione, sarebbe opportuno che il paradenti, per essere definito tale, rispondesse ai seguenti requisiti:             

  • essere di materiale resiliente, in quanto un materiale troppo rigido potrebbe causare lacerazioni dei tessuti molli non svolgendo, al tempo stesso, alcun effetto ammortizzante;
  • avere margini arrotondati;
  • essere inodore, insapore, non poroso e facilmente detergibile;       
  • non avere effetti ortodontici indesiderati né costringere la mandibola in posizione forzata;
  • essere aderente e ritentivo: per ottenere la ritenzione, infatti, non dovrebbe essere necessario che l’atleta mantenga le arcate in occlusione, in caso contrario, il paradenti, interponendosi, impedirebbe la respirazione a bocca aperta;
  • essere resistente ai fluidi salivari e non andare incontro a delaminazione;         
  • non essere ingombrante, né ridurre gli spazi respiratori o impedire all’atleta di parlare;     
  • presentare uno scudo vestibolare che si estenda di circa 5-6 mm al di sopra del bordo gengivale, al fine di fornire il massimo della protezione; mentre, palatalmente che si estenda per circa 1-2 mm; Yamada et al.20, in effetti, hanno dimostrato che la capacità di difesa dalle forze traumatiche non varia al variare della posizione del bordo palatale del paradenti rispetto al margine cervicale degli elementi dentali, purché la superficie palatale dei denti sia completamente coperta;      
  • lo spessore dovrebbe essere di almeno 3-4 mm sulle superfici vestibolari e di 3 mm sulla superficie occlusale; recentemente, infatti, Takeda et al.21 hanno confermato che l’efficienza del paradenti nel disperdere le forze traumatiche diminuisce con spessori occlusali inferiori a 3 mm;   
  • consentire il contatto tra le arcate dentali con l’interposizione di uno spessore occlusale di 2-3 mm, in modo tale che, qualora la mandibola subisca un trauma che ne determina la chiusura forzata, l’energia sia distribuita su tutta l’arcata mascellare. Occlusalmente, le impronte degli elementi dentali mandibolari e mascellari, benché non eccessivamente accentuate (si ridurrebbe il necessario spessore del paradenti e il suo effetto ammortizzante), devono essere registrate e riprodotte. Soprattutto negli sport dinamici non è, però, fondamentale che sia previsto il blocco dell’arcata antagonista in occlusione, ma deve essere garantito un certo grado di «area d’occlusione» in cui l’atleta possa entrare e uscire con facilità;             
  • avere una durezza Vickers di almeno 78 shore A;             
  • essere modificabile a seconda delle necessità;           
  • avere un costo contenuto. 

Tipologie di paradenti            

Esistono differenti dispositivi di protezione che, nel tempo, hanno subito notevoli cambiamenti, soprattutto per quanto attiene ai materiali utilizzati per la loro realizzazione e che, grazie all’avvento delle alte pressioni, sono diventati più stabili e duraturi. Essi si differenziano, principalmente, per la metodica di realizzazione, il numero e lo spessore degli strati utilizzati e per il tipo di materiale utilizzato per la costruzione22. Sia i paradenti individuali sia quelli preformati, possono essere di diverso tipo23, per esempio più o meno estesi, limitati alla sola arcata superiore, o interessanti anche l’inferiore, soprattutto in funzione dello sport per il quale vengono utilizzati e del grado di protezione richiesta.     

Paradenti preformati non adattabili (stock mouthguard)
Questi paradenti non rispondono ai requisiti di sicurezza già elencati. Essi erano molto utilizzati fino ai primi anni Settanta e sono stati soppiantati dai Boil and Bite classici, soprattutto per il grande utilizzo che è stato fatto di tali paradenti nel football americano, quando l’uso di tali protettori è stato collegato all’utilizzo di caschi e reso obbligatorio.      

Paradenti preformati adattabili o semi-individuali (Boil and Bite)
Anch’essi acquistabili nei negozi di articoli sportivi, sono attualmente i più utilizzati negli USA. Hanno costo ed efficienza superiori a quelli non adattabili perché vengono personalizzati con la tecnica della termoformazione nel cavo orale del paziente (solitamente dallo stesso atleta) e si suddividono, a loro volta, in:    

  • Boil and Bite classici, costituiti da un materiale termoplastico che consente un adattamento approssimativo agli elementi dentali. Tale adattamento viene realizzato immergendo il paradenti nell’acqua bollente per qualche secondo, in modo che il materiale termoplastico acquisti una consistenza morbida, e introducendolo ancora caldo in bocca; esso deve essere premuto sui denti del soggetto, invitandolo a mantenere le arcate in occlusione centrica e ben serrate fino a che il materiale si sia completamente raffreddato. Se, a un primo adattamento, non si raggiunge il risultato voluto, l’operazione si può ripetere. Questi paradenti anche se, grazie alle caratteristiche di termoplasticità del materiale che li costituisce, prendono la forma delle arcate dentali e dell’osso alveolare non vi aderiscono a sufficienza e non sono autoritentivi; quindi, per essere mantenuti in situ, richiedono che le arcate siano sempre in occlusione; inoltre, il più delle volte, presentano uno spessore inter-occlusale insufficiente (1-2 mm) e non controllabile durante la termoformazione24; sono ingombranti e porosi, hanno un sapore sgradevole e, nel tempo, si deformano e si induriscono per esposizione ai fluidi orali. La loro forma e le dimensioni sono standard e, di conseguenza, benché termoplastici, non si riesce ad adattarli a individui con malocclusioni di una certa gravità, cioè a coloro che ne avrebbero maggior bisogno, né a individui con arcate molto espanse o contratte o a bambini piccoli. D’altra parte, offrono il vantaggio di essere poco costosi e, quindi, facilmente sostituibili, caratteristica importante nei soggetti in crescita.    
  • Boil and Bite NG (nuova generazione), i paradenti semi-individuali di nuova generazione sono adattabili a tutte le situazioni orali. Sono personalizzabili più volte e, dunque, adatti all’utilizzo su individui in crescita. Presentano, inoltre, un costo contenuto, data la possibilità di evitare un rifacimento ex-novo e la realizzazione in studio (senza passaggi di laboratorio). Sono costituiti da un materiale termoplastico a bassa cristallinità, a base di etilene vinil acetato (EVA, etilene e acetato di vinile). La copolimerizzazione dei polimeri produce un composto trasparente, sufficientemente elastico, tale da assorbire le forze traumatiche che si esplicano nelle attività sportive. Data la sua notevole adattabilità alle diverse situazioni orali, risulta particolarmente indicato anche negli adolescenti sottoposti a trattamento ortodontico (figura 6).

Capostipite di tale tipologia di paradenti può essere considerato il sistema ProGuard (QuattroTi, Italia) e, più recentemente, i preformati PowerGuard della Myofunctional Research Co. (Isasan, Italia), che presentano un disegno anatomico basato sulle arcate dentali e sulle dimensioni degli elementi dentali in rapporto alla posizione della mandibola durante le prestazioni atletiche. Possiedono un sistema di controllo della dimensione verticale con stop occlusali bilaterali calibrati nella forchetta occlusale, vero fattore caratterizzante e innovativo di tale metodica, tale da garantire uno spessore occlusale minimo costante (2,5-3 mm) tra gli elementi delle due arcate. Sono presenti, inoltre, ampi fori anteriori, al fine di consentire la respirazione anche ad arcate chiuse. L’ottenimento di un paradenti di buona qualità con questa tecnica richiede la precisa e corretta esecuzione di tutti i passaggi del protocollo suggerito dal produttore e, dunque, una certa esperienza dell’operatore e un ottimale addestramento e collaborazione da parte del paziente.     

6. Un modello di paradenti semi-individuale di nuova generazione (Boil and Bite NG), che ben si adatta alle diverse situazioni orali; in questo caso ottimo per un paziente in terapia ortodontica.
6. Un modello di paradenti semi-individuale di nuova generazione (Boil and Bite NG), che ben si adatta alle diverse situazioni orali; in questo caso ottimo per un paziente in terapia ortodontica.

Paradenti individuali

Esistono due tipi di paradenti individuali:          

  • paradenti individuali monolaminari, tra i paradenti individuali, la Dreve Dentamid (Germania) realizza, con la tecnica di termoformazione di gusci preformati standard (di materiale EVA) sul modello delle arcate dentali del paziente, un paradenti personalizzato (Shell-Dreve). Si tratta, cioè, di una tecnica mista, che parte da un preformato, ma che prevede una personalizzazione con monolaminazione25; in tal modo, i paradenti vengono adattati e personalizzati, con costi contenuti e in tempi rapidi (15 minuti circa). Con questa tecnica, si ottengono spessori di circa 4 mm a livello anteriore, garantendo così una protezione ottimale anche per bambini e adolescenti. La forma anatomica delle placche (shell) assicura un’eccellente adattabilità e assorbimento degli urti. La placca è anatomicamente preformata e presenta già i rinforzi previsti nelle aree critiche e non si rende necessaria, quindi, una seconda laminazione;        
  • paradenti individuali (custom-made) plurilaminari sono, attualmente, quelli ritenuti più efficienti e adattabili a tutte le situazioni di utilizzo; sono costruiti in laboratorio utilizzando materiali termoplastici EVA, partendo da un’impronta delle arcate dentali del paziente e avendo determinato la posizione mandibolare rispetto all’arcata superiore (con rilievo del rapporto di occlusione funzionale). Tale posizione viene simulata invitando il soggetto a compiere un ciclo di inspirazioni ed espirazioni di diversa durata. Effettuata la registrazione occlusale i modelli del paziente vengono montati in articolatore. Esistono essenzialmente due metodiche di realizzazione: quella proposta dalla Dreve con il sistema Drufomat Signature e la tecnica Playsafe12,24, che risulta essenzialmente simile.
    Va sottolineato, però, che è necessario, per i tecnici di laboratorio, effettuare dei periodi di formazione prima di poter ottenere dei prodotti affidabili.

I paradenti individuali plurilaminari, secondo la classificazione della linea Playsafe sono così suddivisi, tenendo conto del numero e spessore degli strati protettivi utilizzati per la laminazione:

  • Light, doppio strato (2 + 2 mm), adatto ai bambini e negli sport che prevedono l’uso del casco; 
  • Medium, doppio strato (2 + 4 mm), per sport che prevedono la possibilità di urti contro superfici (per esempio, calcio, ciclismo, basket ecc.);       
  • Heavy, doppio strato (2 + 4 mm + tre liste di distribuzione), per sport di contatto a livello competitivo che non prevedono l’uso di bastoni o racchette (per esempio, boxe, rugby ecc.);    
  • Heavy pro, triplo strato (2 + 1 + 4 mm), per sport a livello competitivo che prevedono l’uso di bastoni o racchette (per esempio, sci, polo, squash, hockey ecc.).   

I paradenti individuali plurilaminari, secondo la classificazione della linea Signature Dreve sono suddivisi, tenendo conto del numero e spessore degli strati protettivi utilizzati per la laminazione, in:

  • Junior, due strati (3 + 2 mm);                 
  • Senior, due strati (3 + 3 mm);                
  • Elite, due strati (3 + 3 mm) + rinforzo vestibolare;           
  • Professional, due strati (3 + 3 mm) + rinforzo in policarbonato.            

Anche in questa metodica, le fasi di laboratorio prevedono che sui modelli vengano segnati i contorni del paradenti e, dopo aver spruzzato sulle superfici di gesso uno spray a base di silicone, vi si appoggia e adatta un certo spessore di EVA termoplasticizzato applicando una pressione di circa 6 bar o altra procedura sotto vuoto (figure 7 e 8).
Il paradenti viene, quindi, raffreddato, rifinito e i margini arrotondati (figura 9). Questo tipo di paradenti garantisce tutte le caratteristiche ideali sopra enunciate e, soprattutto, consente di fornire una protezione adeguata anche a soggetti con severe malocclusioni o in corso di terapia ortodontica fissa. Takeda et al.26, inoltre, hanno accertato una maggiore efficienza dei paradenti individuali (costruiti con tecnica Drufomat) quando questi presentano almeno tre strati con un inserto interno rigido e uno spazio (di circa 1 mm) che allontana la superficie interna del paradenti dalla superficie vestibolare dei denti. Questa tipologia di paradenti, nelle prove in vitro, ha dimostrato una maggiore efficacia, rispetto al semplice paradenti multilaminare, nel prevenire le lussazioni dentali.

Preparazione Paradenti Antonella Fig[1].(7)

7 e 8. Fasi di laboratorio nella costruzione di un paradenti individuale di tipo plurilaminato.
7 e 8. Fasi di laboratorio nella costruzione di un paradenti individuale di tipo plurilaminato.

Il paradenti individuale più frequentemente utilizzato (Junior) copre entrambe le arcate, integralmente la superiore, mentre inferiormente il materiale viene ridotto progressivamente fino a lasciare scoperte le superfici vestibolari degli incisivi inferiori27. Questo disegno offre un buon livello di protezione senza limitazioni alla respirazione o al linguaggio. Nei soggetti con malocclusione di III classe, la protrusione inferiore rende più adatto un paradenti che offra la copertura degli incisivi inferiori. La respirazione è resa possibile grazie alla presenza di piccoli fori tra le arcate. Il comfort offerto da questo protettore è, quindi, inferiore rispetto al precedente, la fonazione è comunque possibile, la protezione massima.     

9. Rifinitura del paradenti.
9. Rifinitura del paradenti.

   Protettori orali fisiologici
I protettori orali fisiologici (POF, tecnica Dentech- Italia) sono stati definiti come paradenti ad alta precisione e prodotti con sistema di muffolaggio ad alte pressioni per iniezione del materiale. Sono realizzati tramite un attento studio preliminare dell’occlusione e della dimensione verticale del paziente. In uno studio11, tali protettori sono stati utilizzati da circa 120 atleti, con un follow-up di due anni, dimostrando di possedere elevate caratteristiche di precisione ed efficacia clinica, da rapportarsi comunque alla difficoltà di poter far utilizzare tale dispositivo a un gran numero di atleti. Inoltre, tali paradenti (essendo individuali), presentano tempi e costi di realizzazione non sempre accettabili da tutti i pazienti.           

Discussione             

Da quanto esposto, risulta evidente come, attualmente, la scelta di un paradenti individuale risponda pienamente ai requisiti anatomo-funzionali e di sicurezza per l’atleta28,29. Si tratta, comunque, di un’apparecchiatura che andrebbe destinata a soggetti che abbiano completato l’eruzione e l’allineamento dentale (quindi di età non inferiore a 12 anni). In ogni caso, è un presidio specificamente studiato per soggetti che svolgono attività competitive e/o di alta precisione, a comprovato rischio traumatico (figura 10) e in cui tutte le varianti, ancor che legate alla corretta occlusione e conseguente equilibrio posturale dell’atleta, possono essere sufficientemente soddisfatte.

10. Un esempio di attività sportiva di contatto che richiede l’uso obbligatorio di un paradenti.
10. Un esempio di attività sportiva di contatto che richiede l’uso obbligatorio di un paradenti.

L’uso di tali dispositivi dovrebbe essere incentivato fin dalla più giovane età e dovrebbero essere gli stessi allenatori a convincere i propri giovani atleti a utilizzarli sia in allenamento sia durante i match o partite30, in tale maniera si eviterebbe, in età più avanzata, il difficoltoso training di adattamento, che può comunque ritenersi completo in circa tre-quattro settimane di uso continuativo. Come già ricordato, tra i più frequenti discomfort riferiti dagli atleti si annovera la secchezza della bocca, le difficoltà fonatorie e la scarsa estetica27. Gran parte di tali disagi vengono ridotti dall’uso di paradenti individuali ben rifiniti e con spessori adatti ai tempi di utilizzo continuativo prevedibili; la secchezza della bocca, invece, è evitabile, dopo aver rimosso il paradenti, solo attraverso il sorseggiamento di liquidi isotonici, peraltro sempre raccomandati durante l’attività sportiva per il mantenimento dei normali valori di idratazione e di glicemia dell’atleta31.

Tornando alla scelta razionale del protettore orale a seconda delle esigenze del singolo atleta, si è detto della possibilità di scegliere spessori protettivi adatti al rischio che le singole discipline sportive comportano (figure 11 e 12), ovviamente cresce lo spessore all’innalzarsi di questo valore, ma cercando di rimanere entro 4 mm per lo scudo anteriore e non scendendo mai al di sotto dei 2-3 mm per lo spessore occlusale interarcata, fattore ritenuto, da tutti gli autori, assolutamente non emendabile17,20-22. Il problema estetico non va sottovalutato, perché con un’attenta modellazione si può ottenere un ingombro periferico del dispositivo assolutamente accettabile e che non modifica i tratti somatici generali dell’atleta29, con questa attenzione e con ulteriori possibili personalizzazioni (colore, nome) si riesce a motivare all’uso anche atleti particolarmente esigenti e sensibili (figure 13-14).

Fig12

11 e 12. Un altro esempio di paradenti individuale a protezione di una dentatura perfetta.
11 e 12. Un altro esempio di paradenti individuale a protezione di una dentatura perfetta.

I paradenti semi-individuali di nuova generazione sembrano essere adatti all’utilizzo in adolescenti che svolgono attività sportive. Essi presentano ottimali caratteristiche costruttive e qualitative dei materiali e offrono l’innegabile vantaggio di essere adattabili a soggetti anche in dentatura mista (7-11 anni), potendo essere ripersonalizzati più volte18 per seguire l’evolversi della permuta dentale e la crescita alveolare del giovane atleta. I ridotti tempi di realizzazione e il costo assolutamente competitivo rispetto ai paradenti individuali, ne dovrebbero fare il paradenti di scelta nei pazienti pedodontici e/o in trattamento ortodontico.

Conclusioni               

I traumi dento-facciali sono eventi spesso accidentali, indipendenti dalla volontà del singolo e scarse sono le possibilità di prevenirli. Le attuali analisi eziopatogenetiche devono tenere conto di questa multifattorialità di cause e ciò non semplifica l’attuazione di strategie preventive che risultino efficaci. In Italia, esistono pochi esempi di odontoiatria pubblica che, operativamente, si ispirino ai principi dell’odontoiatria di comunità; nelle ultime due decadi, per esempio, il servizio pubblico odontoiatrico ha sviluppato saltuariamente e in maniera discontinua, nella popolazione pediatrica residente, interventi comunitari di promozione della salute orale con l’obiettivo primario di ridurre l’incidenza e la prevalenza della carie dentale. Se la carie, malattia fortemente legata agli stili di vita, è una malattia prevenibile, lo stesso principio non vale per i traumi che colpiscono l’apparato oro-dentale a tutte le età.

Fig14

13 e 14. Visione del profilo di un’atleta prima e dopo il posizionamento di un paradenti di tipo individuale, si noti la preservazione del profilo dei tessuti molli.
13 e 14. Visione del profilo di un’atleta prima e dopo il posizionamento di un paradenti di tipo individuale, si noti la preservazione del profilo dei tessuti molli.

Il quesito cruciale, in sanità pubblica, riguardo a questo tema, è se esistano o meno azioni efficienti e, cioè, se è possibile ridurre, nella comunità, l’incidenza dei traumi dentali, o, una volta occorsi, le loro gravi complicanze. Nella struttura pubblica, le scelte operate per la promozione della salute orale in traumatologia dentale, a differenza di malattie come la carie dentale che sono strettamente legate agli stili di vita, risentono della casualità dell’evento traumatico. Per cercare di ottenere questo obiettivo è possibile perseguire due strategie: da una parte cercare di coinvolgere la popolazione, diffondendo capillarmente un messaggio semplice e immediato, dall’altra, fornire, al personale sanitario odontoiatrico in formazione e a quello già operativo di pronto intervento, delle linee-guida per un congruo approccio terapeutico.

Attraverso una corretta informazione si può operare, soprattutto, in termini di prevenzione secondaria e nei riguardi della limitazione degli effetti negativi conseguenti al trauma, tale operatività può essere espletata anche con incontri formativi e con la distribuzione di pieghevoli informativi e poster esplicativi presso le scuole primarie, coinvolgendo il personale docente e i genitori. Con tale metodologia si può pensare di ottenere qualche buon risultato anche riguardo alla riduzione dei fattori anatomici predisponenti i traumi orali, laddove si intervenga motivando i pediatri, i pedodontisti e gli ortodontisti del territorio.

Il campo dove si ritiene possibile ottenere i migliori risultati nella prevenzione degli effetti dei TDA è quello della traumatologia sportiva. Si è evidenziato come la conoscenza delle norme di protezione sia scarsa negli atleti e l’uso dei paradenti sia minimo e, solitamente, limitato a quella parte di soggetti già traumatizzati e, quindi, stimolati dall’esperienza negativa vissuta. Tale informazione dovrebbe attuarsi sia nell’ambito scolastico sia in seno alle società sportive, con la corretta intermediazione del CONI e degli Ordini Federali, avendo come principali bersagli, in primo luogo, gli istruttori, i medici sportivi e i dirigenti sportivi (con opportuni stage formativi) e, in seconda istanza, gli atleti e le loro famiglie.

In quest’ottica, quindi, sarebbe opportuno che le Federazioni e le società sportive inserissero, di routine, la consulenza specialistica odontostomatologica nelle visite di idoneità fisica e, allo stesso tempo, che l’odontoiatra (pedo- e ortodontista) promuovesse, nei pazienti sportivi a rischio di TDA, l’uso dei paradenti come misura preventiva primaria. Si è evidenziato, anche, che andrebbe promosso l’uso dei paradenti individuali nei soggetti a fine crescita, lasciando la possibilità di utilizzo del tipo Boil e Bite di nuova generazione per gli adolescenti, stante anche il buon rapporto costi-benefici.             

Corrispondenza
Prof. Enrico Spinas
Corso Vittorio Emanuele 340
09123 – Cagliari
Tel 070669204
Enricospinas@tiscali.it

• Enrico Spinas1
• Luigi Paglia2
1 Università degli Studi di Cagliari, Dipartimento
di Chirurgia e Scienze Odontostomatologiche, Cattedra di Protesi Dentaria, Responsabile dott. Enrico Spinas 
Centro Studi di Odontoiatria e Sport
2 Istituto Stomatologico Italiano di Milano, Reparto di Odontoiatria Infantile, Responsabile dott. Luigi Paglia

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Paziente cardiochirurgico in odontoiatria: proposta di protocollo gestionale

Riassunto
Nella maggior parte dei casi, il paziente candidato alla cardiochirurgia è un soggetto ad alto rischio operatorio che implica, per l’odontoiatra, difficoltà nelle scelte terapeutiche e nella gestione ambulatoriale. La revisione della letteratura eseguita mira a stabilire un protocollo operativo per la gestione del paziente candidato alla chirurgia in ambito odontoiatrico. Sono stati rilevati i dati epidemiologici riguardanti le patologie cardiovascolari di interesse cardiochirurgico maggiormente incidenti. Sono stati analizzati gli studi, sia epidemiologici sia sperimentali, in merito alla correlazione tra patologie odontostomatologiche e patologie cardiovascolari ed è stata esaminata la letteratura più recente (risalente all’ultimo decennio) in merito alle problematiche gestionali, anestesiologiche e farmacologiche nel trattamento odontoiatrico del paziente cardiopatico, alle indicazioni di trattamento odontoiatrico nel paziente cardiotrapiantato e alle recenti linee guida per quanto riguarda la profilassi contro l’endocardite e il trattamento anticoagulante orale. Gli autori concludono che è sempre consigliabile, per i pazienti candidati alla cardiochirurgia, soprattutto se di tipo valvolare, una valutazione odontoiatrica preventiva, mirata all’individuazione e all’eventuale eliminazione di foci infettivi a livello del cavo orale, i quali potrebbero sostenere una batteriemia, con conseguenze importanti a livello endocardico e, secondo recenti studi, anche a livello vascolare. Dato l’alto rischio operatorio che caratterizza questi pazienti, in caso di necessità di terapie estrattive è indicata l’ospedalizzazione. Vengono riportati i recenti protocolli relativi all’impostazione della profilassi antibiotica e alla gestione della terapia anticoagulante orale che possono essere di aiuto all’odontoiatra nel trattamento di questi pazienti. 

Summary
Dental operative protocol for heart surgery patient
Patients who need heart surgery are characterized by a high operating risk, so choices about dental treatments could be difficult for the dentist. The aim of this study is to establish an operative protocol for dental treatment in patients who need heart surgery. We find epidemiologic studies about main heart surgery operation and about the relationship between dental pathologies and heart pathologies. Moreover we find the most recent guidelines about pharmacologic approach to heart surgery patients and about patients who undergo to heart transplant. In conclusion, we recommend for heart surgery patients to be submitted to dental examination and eventually to dental treatment before heart surgery operation. In this way, we can eliminate dental infections that could provoke serious infections, as endocarditis.

L’incremento della vita media della popolazione e delle patologie di natura cardiovascolare a eziologia prevalentemente ischemica, determinato dall’alta incidenza di abitudine al fumo, obesità e sedentarietà, che hanno caratterizzato la società occidentale dell’ultimo ventennio, ha portato a un incremento del numero di soggetti che, uniti ai pazienti affetti da valvulopatie di origine congenita o acquisita, vengono sottoposti a interventi cardiochirurgici. È inoltre necessario evidenziare come, nel corso dell’ultimo decennio, sia stato rilevato anche un aumento dell’incidenza delle patologie valvolari su base degenerativa, correlato proprio all’innalzamento dell’età media della popolazione.
Questo tipo di pazienti necessita, sempre più, di un’adeguata “preparazione all’intervento”, mediante terapie odontoiatriche che mirino all’eliminazione di foci infettivi contingenti o latenti e, quindi, in ogni caso, forieri di pericolose infezioni batteriche che possano diffondersi all’endocardio, vanificando l’efficacia dell’intervento cardiochirurgico e mettendo a rischio la vita del paziente.

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Dal punto di vista odontoiatrico, è sempre più frequente che la popolazione media giunga all’età anziana completamente o quasi completamente dentata, oppure dotata di riabilitazioni protesiche di tipo fisso. Di conseguenza, è sempre più frequente che l’odontoiatra si trovi a dover impostare un piano di trattamento, costituito da terapie di tipo sia conservativo sia estrattivo, al fine di poter certificare l’assoluta assenza di foci infettivi a livello oro-dentale, in vista dell’intervento cardiochirurgico programmato.
La capacità di portare a termine questo tipo di trattamenti implica, tuttavia, una complessità di gestione del caso clinico dal punto di vista della salute generale del paziente, che prevede una particolare attenzione alla valutazione del rischio operatorio, all’impostazione di una corretta profilassi antibiotica contro l’endocardite, alla gestione dell’eventuale terapia anticoagulante orale o antiaggregante e alla prevenzione e risoluzione delle complicanze post-operatorie.                                                               

Revisione della letteratura                                                                                      

Evoluzione ed epidemiologia della cardiochirurgia
La cardiochirurgia è la branca della medicina che si interessa della diagnosi e del trattamento delle malattie cardiovascolari in stretta collaborazione con la cardiologia, l’anestesia, la terapia intensiva cardiochirurgica, la chirurgia toracica e la chirurgia vascolare1.
L’evento considerato come inizio della cardiochirurgia risale al 1896, quando Ludwig Rehn suturò una ferita da taglio, localizzata in corrispondenza del ventricolo destro. Successivamente, il lavoro del premio Nobel Alexis Carrel diede origine alla moderna chirurgia cardiovascolare, dimostrando, nel 1904, la fattibilità di un bypass aorto-coronarico a cuore battente eseguito su modello animale1.
Gli anni Cinquanta furono caratterizzati da intenso sviluppo e sperimentazione in cardiochirurgia: è del 1954 la circolazione extracorporea di Lillehei, che ha permesso la chirurgia a cuore aperto; del 1950 e del 1951 la prima rivascolarizzazione dell’aorta addominale per occlusione e per aneurisma, rispettivamente da parte di Oudot e Dubost; negli stessi anni si ebbe la pubblicazione da parte di Alfred Blalock sul primo intervento di shunt succlavio-polmonare eseguito in pazienti con tetralogia di Fallot1. Negli anni Sessanta, la rapida crescita e le nuove applicazioni della cardiochirurgia portarono allo sviluppo della chirurgia protesica valvolare; vennero impiantati i primi pacemaker definitivi e venne confezionato il primo graft per bypass aorto-coronarico1,2. Nel 1967, Christian Barnard eseguì il primo trapianto cardiaco1.
Gli ultimi 15 anni hanno visto cambiare notevolmente la chirurgia cardiaca: le tecniche di fast-tracking, il bypass in monotermia, la perfusione cerebrale retrograda, gli accessi mininvasivi, la chirurgia coronaria off-pump, l’uso di valvole stentless e l’applicazione della robotica ne sono solo alcuni esempi1.
Nel 1998, sono stati pubblicati dalla STS (Society of Thoracic Surgeons) americana i risultati statistici degli interventi cardiochirurgici più frequenti. In questo studio, oltre agli interventi eseguiti con maggior frequenza, si riporta anche la mortalità operatoria1:

  • bypass aortocoronarico (mortalità globale: 2,8%);
  • sostituzione valvolare aortica (mortalità: 3,6%);                              
  • sostituzione valvolare mitralica (mortalità: 5,6%);                               
  • doppia sostituzione valvolare mitro-aortica (mortalità: 7,7%);                   
  • plastica valvolare mitrale (mortalità: 2,2%);                               
  • bypass più sostituzione valvolare aortica (mortalità: 5,9%);                       
  • bypass più sostituzione valvolare mitrale (mortalità: 12,7%);                     
  • bypass più plastica valvolare mitralica (mortalità: 7,5%). 

Per quanto riguarda la situazione nel nostro Paese, secondo dati forniti dall’Associazione Italiana di Cardiochirurgia, nel 2003 in Italia sono stati realizzati più di 50.000 interventi cardiochirurgici in pazienti adulti: la metà di tali procedure è costituita dall’intervento di by-pass aorto-coronarico (BAC), seguito da interventi di tipo valvolare e dalla combinazione dei primi due (tabella 1)3.

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La terapia medica ha portato a un aumento della sopravvivenza e un miglioramento della qualità della vita, ma la progressione della severità dello scompenso conduce a un elevato numero di pazienti per il quale il trapianto cardiaco rappresenta l’unica soluzione terapeutica definitiva. Purtroppo, questa efficace terapia è fortemente limitata dalla disponibilità di donatori1.
Negli Stati Uniti sono stati effettuati 2.016 trapianti di cuore nel 2004 e 2.125 nel 2005, il 19% dei pazienti trapiantati hanno un’età compresa tra 35 e 49 anni, mentre 45% hanno una età compresa tra 50 e 64 anni. Il tasso di sopravvivenza annuo nel 2006 era 86,1% nei maschi e 83,9% per le donne. Il tasso, invece, quinquennale di sopravvivenza era per i maschi del 71,2%, per le donne del 66,9%1.

L’Italia si colloca al terzo posto, dopo Stati Uniti e Spagna, per numero di trapianti eseguiti. Secondo quanto riferito dal Ministero della Salute, il dato di fine 2004 risulta molto positivo rispetto a 10 anni fa, quando il nostro Paese era tra gli ultimi posti4.          

Patologie di interesse cardiochirurgico
Le patologie che più frequentemente richiedono un trattamento cardiochirurgico sono riconducibili a: cardiopatia ischemica e infarto miocardico, patologie valvolari acquisite e congenite, insufficienza cardiaca e aneurisma aortico, cardiomiopatie, cardiopatie congenite complesse5.

La cardiopatia ischemica (CI), nelle sue diverse manifestazioni, rappresenta di gran lunga la maggior causa di mortalità in Italia e nel mondo, distanziando abbondantemente le malattie neoplastiche, che occupano il secondo posto. La cardiopatia ischemica è in genere conseguenza della localizzazione della malattia aterosclerotica a livello delle coronarie. Il trattamento chirurgico della cardiopatia ischemica è costituito dall’applicazione del by-pass aorto-coronarico, che può essere eseguito mediante innesto venoso o arterioso. Dal punto di vista tecnico, l’intervento si esegue previa messa in opera della circolazione extra-corporea e facendo ricorso all’ipotermia sistemica. Da alcuni anni è entrata nella pratica clinica un’altra metodica da impiegarsi in alternativa al by-pass aorto-coronarico: l’angioplastica coronarica percutanea con palloncino (PTCA), eseguita nei laboratori di emodinamica2.
L’infarto acuto del miocardio è la necrosi di una regione del muscolo cardiaco causata dall’occlusione acuta e perdurante di un’arteria coronarica. Il trattamento chirurgico può essere necessario in caso di insorgenza di complicanze quali l’aneurisma ventricolare sinistro, la perforazione del setto interventricolare e l’insufficienza mitralica su base ischemica2.

Le patologie valvolari che si manifestano in adulti possono essere: congenite, conseguenza di una malattia reumatica, su base degenerativa, su base involutivo-senile oppure su base ischemica. La presenza di calcificazioni è molto frequente e le manifestazioni cliniche sono progressive. Le più frequenti valvulopatie sono a carico della valvola mitralica e della semilunare aortica, per la loro maggiore sollecitazione meccanica2. La terapia chirurgica principalmente adottata nel caso delle stenosi è costituita dalla sostituzione valvolare, mediante valvole meccaniche o bioprotesi. L’alternativa può prevedere la riparazione della valvola mediante l’apertura delle commissure e l’escissione dei depositi di calcio2. Nel caso, invece, di insufficienza, prevale la terapia di tipo riparativo mediante risospensione delle cuspidi o chiusura dei difetti con patch, mentre il trattamento di tipo sostitutivo, con protesi meccaniche o biologiche, costituisce la terapia di seconda scelta. Va, inoltre, precisato che il trattamento di tipo riparativo viene preferito nel caso di valvulopatie mitraliche, rispetto alle valvulopatie aortiche2.

L’insufficienza cardiaca è una situazione fisiopatologia in cui il cuore, per cause diverse, non è più in grado di soddisfare le esigenze dell’organismo. Lo scompenso cardiaco congestizio è la fase successiva, dovuta all’inadeguatezza dei mezzi di compenso e si traduce in una sindrome clinica caratterizzata dalla congestione venosa (stasi polmonare, edemi periferici) e dall’insufficiente portata cardiaca (astenia, segni di ridotta perfusione periferica)6. Nella maggior parte dei casi, agisce un fattore precipitante che, aggiungendosi a una patologia di base fino ad allora in discreto equilibrio emodinamico, determina il manifestarsi o l’aggravarsi dello scompenso  cardiaco congestizio2.
I pazienti affetti da una malattia cardiaca cronica (per esempio, valvulopatie), da cardiomiopatia, o da altre patologie cardiache irreversibili, causate da CI oppure da infarti multipli, che non possono essere trattati attraverso altri mezzi sia medici sia chirurgici, possono essere candidati per un trapianto di cuore2.
Per aneurisma dell’aorta, si intende una dilatazione del vaso con perdita del parallelismo dei bordi, dovuta a un’alterazione della parete arteriosa, con interruzione parziale delle sue componenti elastica e muscolare. Il trattamento chirurgico prevede la sostituzione protesica della parte di aorta compromessa con un tubo di Dacron2.

Per cardiomiopatie, si definiscono tutte quelle affezioni del muscolo cardiaco associate ad alterazioni della funzione cardiaca2. Se ne distinguono tre forme cliniche: dilatativa, ipertrofica e restrittiva7.
Le cardiopatie congenite complesse producono un’ampia gamma di sintomi e segni associati ad alterazioni di circolo. Esse si classificano come: cardiopatie con ostruzione dell’efflusso ventricolare, cardiopatie con shunt sinistro/destro e cardiopatie con shunt destro/sinistro. La maggior parte delle lesioni congenite cardiache possono essere corrette definitivamente con un solo intervento. In genere, tuttavia, anche se l’intervento è fisiologicamente correttivo, un ritorno a un completo stato di normalità non è possibile. La comparsa di complicanze come aritmie, disfunzioni ventricolari e insufficienza valvolare, spesso rendono questi interventi solo parzialmente correttivi. Per altre cardiopatie congenite più complesse, il programma chirurgico può prevedere due o più tappe, costituite da interventi di tipo palliativo eseguiti già in età neonatale per ridurre o aumentare il flusso ematico polmonare2.                   

Correlazione tra patologie oro-dentali e patologie cardiovascolari
La correlazione universalmente riconosciuta come principale causa di patologie cardiache attribuibili a infezioni oro-dentali, riguarda l’insorgenza di valvulopatie su base endocarditica infettiva. Le endocarditi infettive (EI), considerate tra i processi infettivi più preoccupanti, sono dovute alla colonizzazione e all’invasione delle valvole cardiache, dell’endocardio parietale e delle protesi valvolari da parte di microrganismi, con formazione di vegetazioni infette, di consistenza friabile, composte di detriti trombotici e microrganismi, spesso associate con distruzione del sottostante tessuto cardiaco. Il primo evento nella patogenesi dell’endocardite batterica è la formazione di un danno endoteliale che può essere il risultato di una turbolenza emodinamica o di altri eventi traumatici o patologici. In corrispondenza del tessuto danneggiato si vengono a formare vegetazioni costituite da trombi piastrinici, di per sé sterili, ma che a causa della loro struttura e dei loro componenti (piastrine, fibrina, fibronectina) facilitano, in presenza di batteriemia, l’adesione di batteri e, quindi, l’insorgenza dell’endocardite.

Questo passaggio è facilitato, qualora i batteri circolanti siano dotati di strutture che ne facilitano l’adesione alle vegetazioni, quali per esempio la fibronectin-binding protein e fibrinogen-binding protein, due componenti batteriche la cui espressione in microrganismi quali Staphylococcus aureus e Streptococcus sanguis, facilita l’insorgenza di endocardite nel modello animale, mentre una loro inibizione può ridurre significativamente la virulenza batterica. La presentazione clinica dell’endocardite è il risultato della presenza delle vegetazioni infette e delle reazioni immunitarie all’infezione. Possono insorgere episodi trombotici dovuti alla frammentazione delle vegetazioni, così come perdita di funzionalità delle valvole dovuta alla loro distruzione o un’occlusione dell’orifizio, in seguito a una crescita eccessiva. L’infezione può estendersi al miocardio e determinare disturbi di conduzione o altre patologie cardiache8.

Ogni tipo di microrganismo, compresi i funghi, le Rickettsie e le Clamidie, possono essere responsabili di queste infezioni, ma nella maggior parte dei casi sono implicati i batteri: per questo motivo, si usa spesso il termine di endocarditi batteriche. Le EI possono svilupparsi su valvole precedentemente normali, ma numerose sono le anomalie cardiache che ne favoriscono l’insorgenza. Negli anni passati, la cardiopatia reumatica ha rappresentato la condizione patologica più frequente in rapporto con lo sviluppo di EI, ma, attualmente, questo ruolo è svolto in maniera più significativa dal prolasso della valvola mitrale, dalla stenosi valvolare calcifica degenerativa, dalla valvola aortica bicuspide (sia calcifica che non), dalle valvole artificiali (protesi) e dai trapianti vascolari. Ugualmente importanti sono la neutropenia, l’immunodeficienza, le terapie immunosoppressive, il diabete mellito, l’alcol e l’abuso di droghe per via endovenosa. Più della metà dei casi di EI sono da ascrivere a diversi ceppi di Streptococchi, soprattutto del gruppo viridans, non responsabile della febbre reumatica. Questi microrganismi, a virulenza relativamente bassa, costituiscono la causa principale delle EI subacute, in quanto attecchiscono in cuori predisposti o con lesioni pregresse. Lo Staphilococcus aureus, invece, altamente virulento e responsabile del 20-30% dei casi, si impianta su valvole non alterate e costituisce la causa principale dell’endocardite infettiva acuta. Altri agenti eziologici significativi sono: Enterococchi e il cosiddetto gruppo HACEK (Haemophilus, Actinobacillus, Cardiobacterium, Eikenella e Kingella), tutti commensali del cavo orale. L’endocardite su valvole protesiche è, frequentemente, causata da Staffilococchi coagulasi-negativi (per esempio, Staphilococcus epidermidis). Altri agenti che possono causare endocardite sono i bacilli Gram negativi e i funghi.

Il fattore più importante che predispone allo sviluppo di un’endocardite è la contaminazione microbica del sangue. Il punto di ingresso nel circolo ematico dei microrganismi, può essere evidente: un intervento chirurgico od odontoiatrico causa di una batteriemia, la sede di iniezione della droga nei tossicodipendenti oppure occulta, come un’infezione misconosciuta del tratto gastroenterico, della cavità orale o di una piccola ferita. Il riconoscimento dei substrati anatomici e delle condizioni cliniche predisponenti facilita la prevenzione della batteriemia, grazie all’utilizzo di un’appropriata profilassi antibiotica. Tra le complicanze cardiache dell’EI ricordiamo, principalmente: insufficienza o stenosi valvolare, con insufficienza cardiaca; ascessi anulari miocardici, con possibili perforazioni dell’aorta, del setto interventricolare e della parete libera dei ventricoli o il coinvolgimento del sistema di conduzione; pericardite suppurativa; deiscenza parziale di una valvola artificiale, spesso con rottura in sede paravalvolare7.

Considerata l’importanza delle potenziali conseguenze di un evento come l’EI, i trattamenti odontoiatrici, in quanto potenziali fattori di rischio, sono sempre stati al centro del dibattito riguardante la prevenzione di tale patologia. La particolare attenzione rivolta alle cure odontoiatriche è spiegata dal fatto che quasi la totalità degli interventi odontoiatrici è in grado di determinare, con diversa frequenza, una batteriemia transitoria, condizione necessaria, ma non sufficiente, all’instaurarsi dell’endocardite.
A questo dobbiamo aggiungere che, nella maggior parte degli studi microbiologici sull’eziologia dell’endocardite infettiva, una larga porzione dei batteri coinvolti sono di possibile origine orale8.

Per quanto riguarda, invece, la correlazione tra CI e infezioni del distretto oro-dentale, recentemente è stata ripresa e ulteriormente documentata la teoria, già proposta per la prima volta negli anni Settanta, di associazione tra malattia parodontale (MP) e patologie in distretti extraorali, avanzando, inoltre, l’ipotesi che l’insorgenza e la severità di tali patologie sembrino correlarsi all’estensione e alla gravità delle lesioni dei tessuti parodontali. Tale associazione troverebbe una spiegazione patogenica attraverso il passaggio in circolo di lipopolisaccaridi (LPS) o di altri prodotti solubili di origine batterica, oltre che attraverso l’effetto a distanza delle citochine pro-infiammatorie, quali IL-1β, IFN-γ, TNF-α, presenti in concentrazioni elevate nei tessuti parodontali in relazione al processo infiammatorio placca-associato9.
Il legame tra MP e aumentato rischio di malattie cardiovascolari (MC), comprese la CI e le cerebrovasculopatie, va visto nell’ambito della moderna interpretazione dell’aterogenesi, processo nel quale l’infiammazione occupa una posizione centrale e tra i cui meccanismi di innesco si prospetta il concorso di un processo infettivo9.

I primi studi che hanno dato esito positivo riguardo l’esistenza di una relazione tra patologia odontoiatrica e malattia aterosclerotica, risalgono agli anni Ottanta10. Fino al 2007, sono stati condotti numerosi studi di tipo sia epidemiologico sia sperimentale, che hanno rilevato relazioni significative tra malattia parodontale e patologia cardiovascolare11. Da un lato, infatti, batteri parodontopatogeni sono stati identificati all’interno delle placche aterosclerotiche (Haraszthy, et al. 1998)12. Dall’altro lato, studi condotti su animali hanno dimostrato la capacità, per esempio di Porphyromonas gingivalis, di incrementare la formazione dell’ateroma e la calcificazione delle placche aterosclerotiche13,14.

In un lavoro del 2002 di Montebugnoli et al.15, sono stati ipotizzati cinque diversi meccanismi patogenetici, che potrebbero spiegare le modalità mediante le quali la malattia parodontale può contribuire allo sviluppo della patologia aterosclerotica cardiovascolare: invasione batterica delle cellule del sistema cardiovascolare; induzione di una reazione infiammatoria sistemica; induzione di un’iperaggregazione piastrinica; alterazione del metabolismo lipidico; reazione autoimmune.
I suddetti meccanismi patogenetici sono stati tutti confermati da studi di tipo sia clinico sia sperimentale condotti soprattutto nell’ultimo decennio12-26.                                    

Problematiche gestionali nel trattamento odontoiatrico del paziente cardiochirurgico
Il paziente cardiochirurgico, nella maggior parte dei casi, è un paziente ad alto rischio operatorio a causa dell’alta incidenza di conseguenze e complicanze post-operatorie. Per questo motivo, è indicata una valutazione pre-operatoria approfondita: in questo modo, sarà possibile accertare la compatibilità delle condizioni del paziente con il trattamento ambulatoriale o, nel caso in cui questo non sia possibile, valutare la possibilità di eseguire l’intervento in anestesia generale o sedazione cosciente, in regime di ricovero ospedaliero27,28. Per la valutazione clinica e la quantificazione del rischio è, infatti, di fondamentale importanza un’anamnesi accurata, dove si eseguirà un’indagine approfondita sulle patologie pregresse, quelle esistenti e sui farmaci assunti dal paziente abitualmente o saltuariamente27. Il diffondersi di interventi chirurgici sempre più aggressivi in pazienti in età avanzata, cardiopatici e portatori di altre patologie concomitanti, ha comportato un’aumento del rischio di morbilità e mortalità peri-operatorie.

La valutazione del rischio cardiaco e un’adeguata condotta peri-operatoria risultano, pertanto, di fondamentale importanza29.
Il punto di partenza è sicuramente la stratificazione del rischio cardiaco e, a tal proposito, le linee guida formulate dalle due società americane, American College of Cardiology (ACC) e American Heart Association (AHA), individuano cinque fattori per stabilire se i pazienti necessitano di altre misure diagnostiche ed, eventualmente, terapeutiche prima dell’intervento29:                                               

  • tempo intercorso da un’eventuale rivascolarizzazione coronarica maggiore di sei anni;
  • ultima valutazione cardiaca (test da sforzo o coronarografia) effettuata risalente a meno di due anni; 
  • presenza di fattori clinici predittivi di rischio (maggiori, intermedi e minori) relativi al paziente (tabella 2);  
  • stato funzionale del paziente;                               
  • rischio cardiaco legato alla procedura chirurgica (nella chirurgia del capo e del collo, si prevede un rischio di grado medio < 5%).

In caso di procedure chirurgiche non urgenti e in assenza di una recente rivascolarizzazione coronarica o recente valutazione cardiaca, le indicazioni per ulteriori valutazioni cardiache, in accordo con le linee guida ACC/AHA sono:          

  • presenza di un fattore clinico predittivo maggiore;                             
  • presenza di un fattore clinico predittivo intermedio o stato funzionale scadente, se l’intervento è ad alto rischio;                                                     
  • presenza di un fattore clinico predittivo intermedio e di uno stato funzionale scadente, se l’intervento è a rischio intermedio29. 

Nel trattamento del paziente cardiochirurgico, come peraltro per tutti i pazienti cardiopatici in generale, deve essere data priorità assoluta alla valutazione della gravità della patologia, ricordando che il rischio operatorio non è soltanto legato alla patologia di base e al grado di compromissione cardiaca, ma anche alle ripercussioni che queste esercitano su altri organi, apparati e sistemi27,28.

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Se il paziente non possiede indagini di laboratorio eseguite di recente (entro tre mesi), queste possono essere richieste dall’odontoiatra.
Quando necessario, si possono effettuare accertamenti radiografici e altri esami strumentali27. In base al quadro patologico di base del paziente, sarà possibile formulare una valutazione numerica del rischio, che viene eseguita prevalentemente attraverso la classificazione ASA (American Society of Anesthesiologists) (tabella 3)28.

tab3

Nei casi più complessi, può essere richiesta, direttamente dall’odontoiatra, la consulenza del cardiologo e dell’anestesista, i quali esprimeranno le eventuali controindicazioni in merito all’indicazione a eseguire l’intervento e in merito al regime anestesiologico da preferire28.                                                    

Problematiche anestesiologiche e farmacologiche nel paziente cardiochirurgico
Diverse sono le tecniche di sedazione e anestesia descritte in letteratura, utilizzabili in corso di trattamenti odontostomatologici: ansiolisi, sedazione cosciente, sedazione profonda e anestesia generale27.

La scelta tra l’uno e l’altro genere di trattamento dovrà essere discussa con il paziente, sulla base di elementi di giudizio fisiologici, patologici e di risposte specifiche ai possibili farmaci impiegati; in alcuni casi è sufficiente una buona analgesia locale, in altri invece si dovrà ricorrere all’anestesia generale27.

Va precisato che, in ambito odontoiatrico-ospedaliero, sono principalmente utilizzate:      

  • sedazione cosciente per via orale, allo scopo di ottenere una blanda ansiolisi, in caso di procedure brevi e poco invasive;                                          
  • sedazione cosciente per via endovenosa, qualora ci sia la necessità di un effetto più rapido e di mantenere una via venosa per la gestione di eventuali emergenze;                          
  • anestesia generale, in caso di interventi maggiormente demolitivi e per avere un monitoraggio costante e un controllo completo dei parametri vitali del paziente.

La sedazione profonda non viene, praticamente, mai utilizzata per interventi in sede oro-dentale, a causa dell’alto rischio di inalazione, determinato dalla perdita di riflessi protettivi27.
Per quanto riguarda l’utilizzo di anestetici locali, dal punto di vista cardiovascolare, tutti gli anestetici locali compromettono la contrattilità, l’eccitabilità, l’automatismo e la conduzione miocardica, e attenuano il tono vasale. Le cellule più sensibili agli anestetici locali sono quelle pacemaker, il sistema di His-Purkinje, che ne risente maggiormente al nodo seno-atriale.
Questi effetti diretti, potenziati dalla concomitante compromissione autonomica centrale e periferica (da blocco simpatico) e da eventuali condizioni di ipercapnia, acidosi e ipossia, sono dose-dipendenti e direttamente correlati con la potenza.

Infine, gli anestetici locali bloccano la contrazione del muscolo liscio della parete vascolare, interferendo nell’accoppiamento eccitazione-contrazione e bloccano i canali del Ca++ voltaggio-dipendenti. Probabilmente, intervengono anche sul rilassamento mediato dall’ossido nitrico, ostacolando il release di tale mediatore. Il blocco dei canali del sodio, lo stesso meccanismo con il quale l’anestetico locale blocca le afferenze nocicettive dalla periferia al centro, comporta l’effetto dromotropo e inotropo negativo.
Tra gli anestetici locali, la bupivacaina è il farmaco che deve essere maggiormente temuto per le possibili interferenze a livello cardiaco (peraltro, la bupivacaina raramente viene utilizzata in ambiente odontoiatrico); comunque, è evidente che il pericolo sussiste solo in caso di somministrazione di dosi elevate di anestetico locale o per iniezioni endovasali accidentali, evento quindi eccezionale nella pratica odontoiatrica27.
I vasocostrittori più frequentemente usati in odontoiatria sono stati, e sono tutt’ora, l’epinefrina, la norepinefrina e, in qualche caso, la levonordefrina e la fenilefrina.

Questi sono derivati dalla beta-feniletilamina e sono composti adrenergici chiamati amine simpaticomimetiche o catecolamine27.
Le amine simpaticomimetiche vasocostrittrici interagiscono con molti differenti recettori adrenergici che comprendono i recettori α, β1 e β2 la cui attivazione determina specifiche risposte (tabella 4).

tab.4

Teoricamente quindi il vasocostrittore adrenergico ideale dovrebbe essere un α-agonista con scarsissima attività β27.
In caso di sovradosaggio da vasocostrittore, nel paziente compare ansietà, sudorazione, aumento della pressione arteriosa, della frequenza cardiaca, tachiaritmia, palpitazioni, cioè il quadro classico da sovradosaggio da amine simpaticomimetiche; in questi casi, accanto alla somministrazione, se possibile, si impone di ridurre questi effetti da sovradosaggio ricorrendo a un farmaco di largo impiego e di facile reperimento come il diazepam oppure, meglio ancora, con nifedipina per via sublinguale che consente di controllare la crisi ipertensiva indotta dal vasocostrittore18.
I dosaggi massimi consigliati di vasocostrittore da utilizzare nell’anestesia locale sono: non più di 4 ml di soluzione anestetica locale con concentrazione di vasocostrittore 1:100.000 (epinefrina) per una dose totale di 0,04 mg in un periodo di 30 minuti (tabella 5)18.

tab5

L’assunzione del vasocostrittore può causare, peraltro, interferenze con la terapia farmacologica che il paziente assume per patologie concomitanti: per esempio, in pazienti in trattamento con antidepressivi triciclici (amitriptilina, imipramina), la somministrazione di vasocostrittori può indurre effetti simpaticomimetici. Il ricorso al vasocostrittore deve essere eseguito con altrettanta cautela nei pazienti che siano in trattamento con beta-bloccanti o con bloccanti adrenergici, per le potenziali risposte ipertensive. Da ultimo, i pazienti che assumono farmaci di tipo neurolettico (fenotiazinici, butirrofenoni) possono manifestare risposte di carattere ipotensivo, essendo inibita l’attività vasocostrittrice18.

Per quanto riguarda le interazioni tra farmaci di competenza cardiologica e altri farmaci che possono essere prescritti dall’odontoiatra, si sono riscontrate in letteratura interazioni importanti soltanto per quanto riguarda i farmaci antinifiammatori non steroidei (FANS): infatti, l’inibizione della sintesi delle prostaglandine può provocare diminuzione dell’escrezione renale di sodio, alterata resistenza agli stimoli ipertensivi e ridotta escrezione renale di litio. La maggior parte dei FANS, inoltre, inibisce la funzionalità piastrinica e può aumentare la frequenza di emorragie dovute ad altri farmaci che inibiscono l’emostasi30.
In caso di utilizzo di FANS, le interazioni clinicamente documentate sono con:

  • ACE-inibitori: diminuzione della risposta antipertensiva;
  • furosemide: diminuzione dell’effetto diuretico, natriuretico e antipertensivo;
  • idralazina: diminuzione dell’effetto antipertensivo;
  • β-bloccanti: diminuzione dell’effetto di antagonismo β-adrenergico (indometacina);
  • anticoagulanti orali: aumento dell’effetto ipoprotrombinemico (meno frequente con ibuprofene, naproxene e diclofenac)30.

Gestione odontoiatrica del paziente cardiotrapiantato
Nei pazienti sottoposti a trapianto d’organo, il trattamento con immunosoppressori viene mantenuto, anche se a dosaggi minori, per tutta la vita e può avere conseguenze importanti come: leucocitopenia, piastrinopenia, effetti collaterali da ciclosporina e corticosteroridi, ma soprattutto deficit immunitario e, quindi, possibili infezioni da Pneumocystis carinii o Cytomegalovirus con grave pericolo di sepsi sistemica31.

Nonostante alcuni studi epidemiologici mettano in discussione la correlazione tra foci infettivi preesistenti al momento del trapianto ed episodi infiammatori estesi in concomitanza con il trattamento immunodepressivo32, la maggior parte delle fonti è concorde nell’affermare che foci infettivi a livello oro-dentale, che non vengano trattati prima del trapianto, possono rivelarsi fonte di gravi infezioni sistemiche nel momento in cui il paziente trapiantato viene sottoposto al trattamento immunosoppressivo33,34.
È per questo motivo che l’odontostomatologo viene chiamato a certificare l’assenza di foci infettivi effettivi o potenziali (per esempio, lesioni parodontali o periapiacali croniche) prima dell’inserimento del paziente in lista. In caso contrario, si dovrà provvedere a riportare il paziente a uno stato di salute orale stabile attraverso trattamento parodontale, dove necessario, terapie conservative di elementi cariati o trattamento “aggressivo” nei confronti di elementi che presentino lesioni periapicali, per le quali viene consigliata l’estrazione o il trattamento endodontico soltanto in casi eccezionali (per esempio, elementi frontali con particolare valore estetico)35.

Analogamente, il paziente che è già stato sottoposto a trapianto necessita di essere seguito con protocolli costituiti da controlli ravvicinati nel tempo, al fine di monitorare il suo stato di salute oro-dentale e garantire l’assoluta assenza di foci infettivi35.
Studi relativi alle variazioni pressorie di pazienti cardiotrapiantati suggeriscono che il trattamento odontoiatrico di questi pazienti, una volta stabilizzati, non presenta particolari complicazioni36,37 e presenti una gestione più semplice rispetto a quella del paziente con patologie cardiovascolari in atto38.

Profilassi dell’endocardite batterica
Avendo già approfondito gli aspetti inerenti la patogenesi dell’endocardite batterica e le sue temibili conseguenze, ci soffermeremo sulle ultime linee guida fornite dalla American Heart Association (AHA)39 e dalla British Society for Antimicrobial Chemotherapy (BSAC)8,40 in merito alla profilassi antibiotica da eseguirsi in caso di trattamento odontoiatrico. I nuovi protocolli forniti dalle due società nel 2006 e nel 2007 mirano, infatti, a una semplificazione degli schemi terapeutici per la profilassi, e possono essere riassunti nei seguenti punti.
Ottimali condizioni di igiene orale devono essere raggiunte sia prima di avviare il soggetto a interventi chirurgici cardiaci (sostituzione di valvole, autotrapianti di porzioni di aorta, ecc.) sia dopo, tramite richiami periodici, in modo da mantenere controllato lo stato di salute orale del paziente.

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La profilassi dell’endocardite nelle procedure odontoiatriche viene raccomandata soltanto per i pazienti con patologie cardiache associate a un elevato rischio di sviluppare un’endocardite batterica (tabella 6). Nei pazienti che rientrano in questa categoria, si raccomanda la profilassi antibiotica per tutte le procedure odontoiatriche  che coinvolgono il tessuto gengivale, la regione periapicale dei denti oppure perforano la mucosa orale.
Per quanto riguarda gli antibiotici per la profilassi e la loro posologia, non sono state eseguite delle modifiche e le raccomandazioni sono rimaste essenzialmente quelle dei precedenti protocolli (tabella 7). Va precisato, a tal riguardo, che sussistono notevoli diversità tra le indicazioni fornite dalle diverse Società.

I recenti protocolli sono concordi nel ribadire che, in casi di pazienti che devono essere sottoposti a un intervento di cardiochirurgia, sia raccomandabile una valutazione odontoiatrica e, nel caso in cui il paziente necessiti di cure, il trattamento debba essere completato, se possibile, prima dell’intervento: queste misure possono ridurre l’incidenza di endocardite a livello delle valvole protesiche.

tab7

Gestione della terapia anticoagulante orale (TAO)
La terapia con anticoagulanti orali è usata da più di 50 anni per diminuire il rischio di tromboembolie41. I progressi raggiunti nel controllo della malattia tromboembolitica hanno, infatti, permesso che un numero sempre maggiore di individui possa essere sottoposto a un trattamento anticoagulante41.
Le principali patologie che prevedono l’utilizzo di anticoacolanti orali sono: patologie cardiache (stenosi mitralica, fibrillazione atriale, protesi valvolari, infarto miocardico), patologie post-traumatiche e chirurgia vascolare (arteropatia periferica, trombosi venosa profonda, embolia polmonare, chirurgia vascolare ricostruttiva), e anomalie congenite o acquisite (carenza di inibitori fisiologici della coagulazione, alterazione della fibrinolisi, trombocitosi)6. Lo scopo di questa terapia è quello di deprimere, in modo controllato e reversibile, la coagulabilità del sangue, al fine di ottenere la massima protezione possibile dagli incidenti tromboembolici con il minimo rischio di emorragie6.
Sono quattro le classi di farmaci anticoagulanti: eparina, antiaggreganti piastrinici, fibrinolitici o trombolitici, e anticoagulanti orali.
Da quanto emerge finora è proprio il gruppo dei farmaci anticoagulanti orali (o dicumarolici) quello che pone problemi terapeutici più complessi, mentre la rapida azione e, per contro, il veloce annullamento dell’effetto anticoagulante dei derivati della eparina consentono al chirurgo orale di avere range temporali d’intervento sufficientemente definibili42.

Gli anticoagulanti orali, warfarina e acenocumarolo, sono farmaci che interferiscono con il metabolismo della vitamina K con conseguente modifica, dose-dipendente, della cascata coagulativa, provocando la formazione di fattori della coagulazione inattivi, in quanto incapaci di legare il calcio, essenziale per un loro assemblaggio come complesso catalitico efficiente6. Essi possono essere antagonizzati dalla somministrazione di vitamina K. Infatti, nei pazienti in terapia anticoagulante orale una maggiore introduzione di vitamina K con la dieta provoca una riduzione dell’effetto di questi farmaci e, viceversa, una minore introduzione dietetica provoca un aumento dell’effetto anticoagulante6.

A causa della grande variabilità del loro effetto, non esistono dei dosaggi fissi in terapia. La variabilità dell’effetto è data da diversi fattori quali: caratteristiche individuali, tipo di alimentazione, farmaci interferenti e patologie concomitanti.
È necessario, quindi, per raggiungere la stabilità dell’effetto terapeutico, personalizzare il dosaggio del farmaco. Per fare questo, è necessario un monitoraggio periodico dell’effetto anticoagulante del farmaco, attraverso la misurazione del tempo di protrombina o tempo di Quick (PT) che viene standardizzata nell’indice INR6.
Il rischio di complicanze tromboemboliche è presente in ogni tipo di cardiopatia anche se in percentuale variabile da caso a caso e la sospensione della terapia abituale con anticoagulanti aggrava questo rischio indipendentemente dall’esistenza o meno del cosiddetto effetto rebound, correlato alla drastica sospensione dei dicumarolici e che si estrinseca con un pericoloso stato di ipercoagulabiltà. È stato dimostrato, infatti, che la sospensione della TAO espone il paziente ad un rischio tromboembolico di circa tre volte superiore a quello di un’emorragia41.

Risulta, quindi, di fondamentale importanza preservare il paziente dal rischio tromboembolico, prima ancora che da eventuali sanguinamenti intra- o post-operatori, che possono essere controllati e gestiti adeguatamente mediante l’adozione di semplici misure locali: quali la sutura, l’utilizzo di emostatici locali (spugne o colle di fibrina, cellulosa ossidata ecc.) e l’utilizzo di acido tranexamico, che sono in grado di ottenere un ottimo controllo dell’emostasi anche senza ricorrere a presidi aggiuntivi (somministrazione di vitamina K, trasfusioni ecc.)6.

I protocolli più recenti concordano quindi nell’affermare che:

  • la terapia anticoagulante orale non deve mai essere sospesa arbitrariamente; 
  • esistono diversi atteggiamenti clinici da tenere, in base alla classificazione del rischio emorragico.

Negli interventi classificati a rischio basso (carie penetranti, estrazioni semplici o multiple, ablazione del tartaro, chirurgia minore o lembo mucoso-periostale), l’odontoiatra deve distinguere tre situazioni:     

  • se è possibile effettuare un’adeguata emostasi locale, allora il paziente può essere mantenuto nel suo range terapeutico con un intervallo di INR 2-3;   
  • nel caso, invece, non si possa ottenere un’accurata emostasi locale, occorre raggiungere un INR 1,5-2;                
  • se, infine, ci fosse la necessità di eseguire un intervento non programmato, si potrà comunque agire avendo valori di INR < 4 effettuando frequenti lavaggi e sciacqui con acido tranexamico e cercando di ottenere un’adeguata emostasi locale (sutura, spugna di fibrina e colle cianoacrilate).

Per quanto riguarda, invece, le classi di intervento ad alto rischio (chirurgia dei mascellari), la terapia anticoagulante dovrà essere sospesa in tutti i casi e, in particolare, nei portatori di valvole cardiache meccaniche oppure con trombosi endocavitaria cardiaca. La sospensione dovrà iniziare tre giorni prima dell’intervento programmato e verrà sostituita con eparina a basso peso molecolare (EBPM) a basso dosaggio terapeutico (due somministrazioni giornaliere sottocute), omettendo la somministrazione del mattino dell’intervento, ma riprendendola 12 ore dopo. Alla ripresa della TAO sono necessari dai tre ai cinque giorni per raggiungere un INR di almeno 2, pertanto, il periodo di insufficiente TAO deve essere protetto da eparina43. In casi estremamente impegnativi dal punto di vista chirurgico (come l’intervento cardiochirurgico stesso, per esempio su valvola mitrale), può essere indicata la sostituzione della TAO, con la sostituzione attraverso somministrazione di eparina per via endovenosa, implicando tuttavia la necessità di ospedalizzare il paziente almeno nei due giorni precedenti l’intervento.

Alla luce di quanto detto, l’odontoiatra, in previsione di interventi chirurgici odontostomatologici su pazienti in TAO, al fine di poter agire in modo controllato e sicuro, deve fare riferimento allo schema posologico programmato dai centri di sorveglianza medica (CSM) e rapportarlo al rischio emorragico correlato all’intervento stesso9:

  • INR < 3: non vengono modificati il dosaggi della TAO in modo da non alterare un equilibrio terapeutico che non sempre è facilmente raggiungibile. In questo modo, si evita di esporre il paziente a un reale rischio tromboembolico e, attraverso un’adeguata emostasi locale, si evita anche quello emorragico;                                            
  • INR > 3: si deve, invece, prendere in considerazione una riduzione della terapia. Per ridurre, in modo prudente, la dose della terapia anticoagulante orale, in modo da arrivare a valori di INR compatibili con l’intervento, non ci sono regole fisse, anche per la grande variabilità della risposta a una modifica del dosaggio.                                

Questa, di fatto, è una terapia empirica e non esistono dei protocolli da seguire, la si impara solo con la pratica clinica e, di conseguenza, i risultati ottenuti alla fine devono sempre essere verificati con il PT.
Il controllo del PT va eseguito quando la riduzione del farmaco ha verosimilmente completato l’effetto: se si usa la warfarina, il controllo va fatto almeno due giorni dopo la modifica del dosaggio e possibilmente il giorno stesso dell’intervento.
Se invece, per la mancanza di tempo, l’intervento deve essere eseguito il giorno dopo, si può ricorrere alla vitamina K: 1 mg di vitamina K per os, assunta  alla sera, riduce mediamente l’INR di poco più di 1 punto entro il mattino seguente. In questi casi, la terapia va ripresa al più presto, se possibile già il giorno dell’intervento, per evitare che si verifichi un’ulteriore riduzione dell’INR25.

Nel caso in cui sia necessario eseguire un intervento chirurgico odontoiatrico d’urgenza, in un paziente in terapia con anticoagulanti e valori di INR > 3, si dovrà neutralizzare la TAO attraverso una somministrazione di vitamina K per endovena lenta e procedere all’intervento dopo circa sei ore, previo controllo dei valori di INR.                  

Discussione e conclusioni                                                  

L’attuale paziente cardiochirurgico è caratterizzato da età media-avanzata e da un quadro pluripatologico di base piuttosto complesso. Tali caratteristiche implicano, per questi pazienti, un rischio operatorio medio-alto insieme alla necessità di gestire terapie farmacologiche che comprendono numerosi e diversi principi attivi, all’impostazione di una corretta profilassi antibiotica e alla prevenzione di complicanze intra-operatorie, sia emorragiche sia tromboemboliche, oltre alla prevenzione e gestione di eventuali complicanze post-operatorie.
L’indicazione, tuttavia, a intervenire con trattamenti odontostomatologici tutt’altro che conservativi deriva dalla presa di coscienza che la maggioranza degli studi scientifici esaminati ha confermato: l’esistenza di una correlazione tra la presenza di patologia odontostomatologica (soprattutto di tipo parodontale) e l’insorgenza di patologie cardiache e cardiovascolari. A questo proposito, la fascia di soggetti maggiormente a rischio è rappresentata dai pazienti valvulopatici, candidati a interventi di chirurgia valvolare, e dai pazienti che hanno già subito in passato questo tipo di interventi.

Considerato l’alto rischio di endocardite infettiva a cui sono soggetti questi pazienti, è infatti assolutamente necessario che essi vengano sottoposti a una valutazione odontoiatrica, con bonifica degli eventuali foci infettivi presenti, prima dell’intervento cardiochirurgico, e vengano successivamente seguiti nel tempo con un programma di controlli ravvicinati, al fine di prevenire situazioni di sepsi del cavo orale. Va, inoltre, sottolineato come un atteggiamento clinico di tipo conservativo da parte dell’odontoiatra (per esempio, la scelta di trattare endodonticamente elementi a rischio, che presentino lesioni periapicali, al fine di non estrarre tali elementi) possa rivelarsi potenzialmente pericoloso per un paziente candidato alla chirurgia cardiaca. Pertanto, è auspicabile che ogni valutazione odontoiatrica, basata su un esame clinico e su una recente ortopantomografia delle arcate dentali, insieme alle eventuali terapie consigliate o eseguite, preliminarmente all’intervento cardiochirurgico, venga adeguatamente certificata in forma scritta dall’odontoiatra e inviata al cardiochirurgo.

Per quanto concerne la gestione clinica del paziente cardiochirurgico nell’ambito del trattamento odontoiatrico, un importante problema organizzativo riguarda la ridotta disponibilità di tempo per eseguire le terapie necessarie.
A tal proposito, infatti, un normale ambulatorio odontoiatrico (sia esso privato o pubblico) difficilmente riesce a portare a termine un piano di trattamento completo in tempi ristretti (spesso inferiori a 60 giorni).
Il problema può essere quindi risolto mediante l’ospedalizzazione del paziente, attraverso ricoveri in regime di day surgery, presso servizi ospedalieri in cui venga di norma riservato uno spazio a questo tipo di interventi.
Nei casi più complessi, è possibile ospedalizzare il paziente in regime di ricovero ordinario, al fine di monitorarne per più giorni le condizioni generali.
Questo tipo di atteggiamento clinico non mira alla creazione di ricoveri impropri, bensì alla protezione del paziente da ogni eventuale complicanza ed è, pertanto, preferibile rispetto alla gestione presso semplici servizi ambulatoriali, nei quali non esista la possibilità di monitorare continuativamente le condizioni del paziente ed eventualmente porle all’attenzione di un professionista reperibile.

Anche i tempi operativi in corso di intervento devono essere brevi, data la fragilità sistemica del paziente e, quindi, elementi essenziali sono rappresentati da esperienza e manualità dell’operatore.  Per la gestione della profilassi antibiotica e dell’eventuale rischio emorragico in caso di terapia anticoagulante orale, l’odontoiatra potrà fare riferimento alle più recenti linee guida, che sono state decisamente semplificate rispetto al passato.

tab8

Nei pazienti sottoposti a terapia anticoagulante si dovranno valutare, prima dell’intervento, i valori di INR, che dovranno essere inferiori a 4, in accordo con i dati presenti in letteratura, in modo che l’intervento venga eseguito in sicurezza. In questo senso è raccomandabile che non venga modificato il regime terapeutico a cui il paziente è sottoposto, evitando di esporlo a inutili rischi tromboembolici; l’adozione di semplici misure locali quali la sutura, l’utilizzo di emostatici locali e di acido tranexamico  si sono, infatti, dimostrati sufficienti a ottenere un ottimo controllo dell’emostasi. Il concetto fondamentale è, quindi, riassumibile nell’assoluta controindicazione a sospendere arbitrariamente la terapia anticoagulante orale, in considerazione della possibilità di intervenire con interventi di chirurgia orale ambulatoriale su pazienti con INR < 4; e, ancora una volta, è necessario sottolineare come l’ospedalizzazione del paziente possa rendersi necessaria per gestire le eventuali complicanze peri-operatorie, soprattutto riguardanti l’assetto emocoagulativo.

Per quanto riguarda il pericolo di interazioni farmacologiche tra farmaci di competenza odontoiatrica e terapie croniche assunte dal paziente cardiopatico, si raccomanda la cautela nella prescrizione di farmaci antinfiammatori non steroidei, in quanto potenzialmente in grado di interferire con eventuali terapie antipertensive.
L’anestesia generale e loco-regionale, se correttamente applicate, non presentano differenze importanti in merito al rispetto della funzione cardiaca.

La scelta di una particolare tecnica deve essere effettuata, quindi, in base al tipo di procedura chirurgica, alle caratteristiche fisiche e psicologiche del paziente, alla familiarità dell’anestesista con la tecnica prescelta, all’ambiente in cui avrà luogo il decorso post-operatorio (con speciale riferimento alla possibilità di trasferire il paziente in un ambiente intensivo). L’impostazione del piano di trattamento del paziente cardiochirurgico si basa sulla quantificazione del rischio operatorio, che inizia al momento della valutazione pre-operatoria. I fattori che quantificano il rischio operatorio in questo tipo di pazienti sono rappresentati da: il tempo intercorso da un’eventuale rivascolarizzazione coronarica, l’ultima valutazione cardiaca effettuata, la presenza di fattori clinici predittivi di rischio, lo stato funzionale del paziente e il rischio legato alla procedura chirurgica.
La valutazione definitiva del rischio viene comunque eseguita dal cardiologo e dall’anestesista; quest’ultimo fornisce una stima quantitativa del rischio utilizzando l’indice ASA.

Dato l’alto rischio operatorio medio che caratterizza il paziente cardiopatico, sarebbe sempre opportuno che il trattamento pre- e peri-operatorio venisse messo in atto in ambiente ospedaliero, in modo da poter operare in regime di ricovero, e intervenire in tempo reale in caso di insorgenza di complicanze intra- e post-operatorie. Una volta superato l’immediato post-operatorio, il paziente può essere riaffidato al proprio odontoiatra di fiducia per le terapie conservative, le terapie di mantenimento ed eventuali riabilitazioni protesiche (tabella 8). 

Corrispondenza
dottor Claudio Gallo
ULSS 16 - Padova - U.O. di  Odontoiatria di Comunità
Ospedale “Immacolata Concezione”
Via San Rocco, 8
Piove di Sacco (PD)
e-mail: claudio.gallo@sanità.padova.it.it

• Claudio Gallo1
• Laura Borella1
• Silvia Gallo2
• Alessandro Giacomin2
• Marialuisa Valente3
1 ULSS 16 - Padova, Ospedale di Piove di Sacco (PD),
Servizio di Odontoiatria di Comunità, Responsabile dottor Claudio Gallo
2 ULSS 13, Ospedale di Mirano (VE), Reparto di Cardiochirurgia,
Responsabile dottor A. Giacomin
3 Università degli Studi di Padova, Corso di Laurea in Odontoiatria
e Protesi Dentaria, Presidente professoressa Marialuisa Valente

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Frattura corono-radicolare: gestione di un caso clinico

Riassunto
Per definizione, le fratture corono-radicolari coinvolgono lo smalto, la dentina e il cemento. Si presentano raramente, con una frequenza del 5% in dentizione permanente e del 2% in dentizione mista. Spesso, le fratture corono-radicolari degli elementi permanenti coinvolgono la polpa e, pertanto, necessitano di una terapia volta al mantenimento della vitalità dell’elemento e, quando possibile, al recupero del frammento coronale. Tuttavia, una guarigione con conservazione del frammento originario è difficoltosa, dal momento che il parodonto e la polpa entrano in contatto con i batteri del cavo orale. Di conseguenza, la letteratura, in genere, consiglia la rimozione del frammento e la ricostruzione dell’elemento previa esecuzione della terapia endodontica e il ripristino dell’ampiezza biologica. Nel caso clinico riportato, a una paziente di 13 anni è stata diagnosticata una frattura corono-radicolare a carico dell’elemento 1.2 a due mesi di distanza da un trauma facciale. La diagnosi è stata posta grazie all’esame obiettivo, che ha rilevato la mobilità dell’elemento, e radiografico, che ha rivelato la presenza di una linea di frattura sottogengivale ad andamento obliquo da vestibolare a palatale. Data la vitalità dell’elemento e poiché si trattava di una giovane paziente con ottimo supporto parodontale, si è optato per l’esposizione e la riduzione della rima di frattura con conservazione del frammento coronale. A due anni di distanza l’elemento conserva ancora la sua vitalità. Il clinico, pertanto, non dovrebbe basare le scelte terapeutiche esclusivamente sulle linee guida fornite dalla letteratura, ma dovrebbe adeguarle al caso specifico sulla base di valutazioni obiettive e strumentali. 

Summary
Crown-root fracture: a clinical case
Crown-root fractures involve enamel, dentin and cementum. They are rare, with a frequency of 5% in permanent dentition and of 2% in mixed dentition. Crown-root fractures of permanent teeth often involve pulp and, therefore, they need a therapy to preserve vitality and, if possible, to obtain repositioning of the coronal fragment. Nevertheless it’s hard to have healing with preservation of the authentic fragment since periodontal ligament and pulp come into contact with oral cavity bacteria. That’s why literature, generally, suggests fragment’s removal and restoration of the element after endodontic therapy and re-establishment of biological width. In this case report, a crown-root fracture was diagnosed in a thirteen-year-old patient charged to tooth 1.2 two months after a facial trauma. The diagnosis was made thanks to the clinical examination, that showed a mobility of 1.2, and X-ray examination that showed a subgingival fracture line with an oblique course. Due to the element’s vitality and since the patient was young and had a good periodontal support, the therapy chosen was exposition and reduction of the fracture line with preservation of the coronal fragment. Two years later the element still maintain its vitality. Therefore the clinician shouldn’t ground his therapeutic decisions on the guidelines of literature, but adjust them to the specific case on the basis of objective and instrumental evaluations.

Una frattura corono-radicolare è, per definizione, una frattura che coinvolge smalto, dentina e cemento. Secondo alcuni autori1, questo tipo di frattura rappresenterebbe il 5% dei traumi in dentizione permanente e il 2% di quelli in dentizione decidua.
A seconda dell’avvenuto o meno coinvolgimento pulpare, una frattura corono-radicolare viene classificata in complicata o non complicata. Le fratture corono-radicolari dei denti permanenti completamente erotti appartengono spesso alla prima categoria2.
Le cause che sovente provocano la frattura corono-radicolare di un elemento dentale sono le cadute, gli incidenti in bicicletta o in auto e l’impatto violento con corpi estranei o oggetti contundenti. Esula dalla trattazione di questo articolo, ma occorre ricordare che, spesso, fratture di questo genere possono essere anche iatrogene3.  Solitamente, nel caso dei traumi, i denti più colpiti sono quelli del gruppo anteriore superiore.
Dal punto di vista clinico, la linea di frattura decorre, in genere, da alcuni millimetri al di sotto del margine gengivale vestibolare e si dirige obliquamente in direzione palatale al di sotto della gengiva. Spesso i frammenti sono poco o per niente dislocati, perché tenuti in posizione dalle fibre del legamento parodontale ed, eventualmente, anche dalla polpa, ma la diagnosi clinica è comunque evidente e semplice in caso di mobilità del frammento coronale.  La sintomatologia è in genere caratterizzata da dolore lieve, legato al dislocamento del frammento durante l’esecuzione della funzione masticatoria1.

Più difficoltosa risulta, invece, la diagnosi radiografica, ed è per questo motivo che non è sufficiente fare affidamento sull’esecuzione di un’unica radiografia endorale.
Tale radiografia, infatti, se eseguita con la classica tecnica dei raggi paralleli, risulta poco chiara perché, spesso, in corrispondenza della superficie palatina (e, come prima accennato, in genere la frattura decorre da vestibolare a palatale e da incisale a coronale), la rima di frattura risulta perpendicolare al raggio radiografico. Pertanto, se si sospetta una possibile frattura di questo genere, occorre effettuare più lastre, con diverse angolazioni rispetto a quella standard4.
La guarigione delle fratture corono-radicolari risulta più difficoltosa, rispetto a quelle che coinvolgono esclusivamente la radice, dal momento che il legamento parodontale, e spesso anche la polpa, entrano in contatto con i batteri presenti nel cavo orale. Ciò genera, infatti, infiammazione e ipertrofia dei tessuti di provenienza parodontale o pulpare e impedisce la riparazione della frattura per deposizione di tessuto calcificato, evento, questo, assolutamente raro, soprattutto in caso di fratture complicate.

1. Visione intraorale iniziale: non si evidenzia alcun segno di frattura a carico dell’elemento 1.2.
1. Visione intraorale iniziale: non si evidenzia alcun segno di frattura a carico dell’elemento 1.2.

Nel caso di fratture non complicate, tuttavia, è anche possibile tentare di riunire il frammento, ricostruendo la rima di frattura con del materiale composito oppure decidere di toglierlo per eseguire un restauro diretto. In entrambi i casi potrebbe rendersi opportuno un incappucciamento indiretto della polpa, ponendo particolare attenzione, nel primo caso, a non staccare il frammento dal tessuto circostante.
Nel caso di fratture complicate, invece, la terapia d’urgenza si limiterà alla rimozione del frammento e alla valutazione pulpare (con conseguente incappucciamento o pulpotomia) e, solo successivamente, si procederà al restauro dell’elemento, previo completamento della terapia endodontica (se necessario e al momento opportuno) e previo ripristino della corretta ampiezza biologica mediante estrusione chirurgica o ortodontica o, ancora, mediante una procedura di allungamento di corona clinica1,5. Per quanto riguarda la prognosi degli elementi con frattura corono-radicolare non trattati con pulpectomia, occorre tenere presente che essi possono, nel 20-40% dei casi, andare incontro a necrosi pulpare e, nel 69% dei casi, a obliterazione pulpare o a riassorbimento radicolare6. Tali elementi devono indurre il clinico a intraprendere tempestivamente una terapia endodontica completa.                              

Caso clinico                               

Una paziente di 13 anni si è presentata alla nostra osservazione a distanza di circa due mesi da un trauma facciale avvenuto in seguito a un incidente in bicicletta, spinta dalla comparsa di ipersensibilità al freddo a carico di 2.1, uno degli elementi traumatizzati nella suddetta occasione (figura 1).
In questa seduta, sono stati eseguiti i test di vitalità su 1.2, 1.1, 2.1, 2.2.
Tutti gli elementi sono risultati vitali, con leggera ipersensibilità al criotest di 2.1 (che si è deciso di monitorare nel tempo). All’esame obiettivo intraorale, si è riscontrata, invece, una lieve mobilità di 1.2.

2. La radiografia endorale evidenzia una rima di frattura corono-radicolare a carico di 1.2.
2. La radiografia endorale evidenzia una rima di frattura corono-radicolare a carico di 1.2.

Si è deciso, quindi, di eseguire di una radiografia endorale del suddetto elemento, che ha rivelato la presenza di una rima di frattura corono-radicolare (figura 2).
Dato che l’elemento dentale risultava ancora vitale, si è deciso di tentare di esporre e ridurre la rima di frattura conservando il frammento coronale. Nella stessa seduta, previa anestesia locale con carbocaina 2% con vasocostrittore, è stato allestito un lembo a tutto spessore vestibolare e palatale in corrispondenza di 1.2.

3. Viene allestito un lembo a spessore totale per esporre la rima di frattura: si evidenzia la presenza di tessuto ipertrofico.
3. Viene allestito un lembo a spessore totale per esporre la rima di frattura: si evidenzia la presenza di tessuto ipertrofico.

È stato, quindi, eseguito un allungamento di corona clinica con ostectomia in regione vestibolo-mesiale al fine di esporre la rima di frattura; palatalmente, invece, nessuna linea si è resa evidente (figura 3).

4. Rimozione del tessuto granulomatoso con strumenti manuali e, successivamente, mediante fresa a pallina diamantata sotto irrigazione fisiologica (la freccia indica l’interessamento della frattura nella regione radicolare, in corrispondenza dell’area interprossimale).
4. Rimozione del tessuto granulomatoso con strumenti manuali e, successivamente, mediante fresa a pallina diamantata sotto irrigazione fisiologica (la freccia indica l’interessamento della frattura nella regione radicolare, in corrispondenza dell’area interprossimale).

Ottenuta l’esposizione, è stato necessario rimuovere il tessuto granulomatoso e ipertrofico che occupava la rima di frattura al fine di favorire la naturale riparazione biologica. La rimozione è avvenuta superficialmente con strumenti manuali (curette) e lungo la rima di frattura con fresa a pallina diamantata montata su moltiplicatore ad alto numero di giri e fatta agire sotto irrigazione di soluzione fisiologica (figura 4).

5. Posizionamento della diga di gomma dopo l’arresto del sanguinamento pulpare.
5. Posizionamento della diga di gomma dopo l’arresto del sanguinamento pulpare.

A questo punto, si è atteso l’arresto del sanguinamento della polpa (inevitabilmente esposta in seguito al lavoro eseguito con la fresa), che è avvenuto nel giro di pochi minuti, segno di una infiammazione pulpare assolutamente reversibile (figura 5).

6. Ricostruzione della rima di frattura con materiale composito.
6. Ricostruzione della rima di frattura con materiale composito.

Successivamente, è stata posizionata la diga di gomma al fine di ottenere l’isolamento del campo operatorio ed è stata così eseguita la ricostruzione della rima di frattura con l’ausilio di materiali compositi, previo incappucciamento della polpa con idrossido di calcio7-9 (figura 6).

Dopo aver eseguito la sutura del lembo, la paziente è stata dimessa prescrivendo una terapia farmacologica a base di amoxicillina 1 g (1 compressa ogni 12 ore per 6 giorni) e sciacqui a base di clorexidina collutorio 0,12% (1 sciacquo ogni 12 ore per 14 giorni) (figure 7 e 8).  A una settimana dall’intervento, è stata rimossa la sutura, la guarigione della ferita si presentava nella norma e la paziente non riferiva alcuna sintomatologia algica.

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7 e 8. Visioni, vestibolare e palatale, della sutura del lembo.
7 e 8. Visioni, vestibolare e palatale, della sutura del lembo.

Nel corso dell’anno successivo, ogni due mesi, sono stati effettuati periodici controlli, clinici e radiografici, al fine di monitorare la vitalità, la mobilità e l’eventuale comparsa di segni patologici a carico dell’elemento 1.2.
Ancora oggi, a distanza di due anni dal trauma, tale elemento risulta stabile e conserva la propria vitalità (figura 9).  

Discussione e conclusioni                            

La guarigione delle fratture corono-radicolari con conservazione del frammento originario è difficoltosa, dal momento che il legamento parodontale e, spesso, anche la polpa entrano in contatto con i batteri presenti nel cavo orale. Ciò genera, infatti, infiammazione e ipertrofia dei tessuti di provenienza parodontale o pulpare e impedisce la riparazione della frattura.  È per tale motivo che, soprattutto nel caso di fratture complicate, la letteratura suggerisce la rimozione del frammento e la ricostruzione dell’elemento previa esecuzione di un’adeguata terapia endodontica e ripristino della corretta ampiezza biologica1.

9. Controllo dell’elemento a due anni dal trauma.
9. Controllo dell’elemento a due anni dal trauma.

Nel caso qui descritto, si è scelto, nonostante il lungo tempo intercorso tra l’evento traumatico e la presentazione della paziente alla nostra osservazione, per la conservazione del frammento, previa rimozione del tessuto ipertrofico interposto tra le due porzioni e previo incappucciamento diretto della polpa.

Una simile scelta, non del tutto in linea con i protocolli standard stabiliti per i traumi dentali, è stata dettata dal fatto che l’elemento, al momento della diagnosi, risultava ancora vitale e dal fatto che si trattava di una paziente giovane, con un ottimo supporto parodontale.

La conservazione della vitalità di tale elemento a distanza di due anni dall’evento traumatico fa concludere che la scelta terapeutica non dovrebbe mai basarsi esclusivamente sulle linee guida fornite in letteratura. Il clinico deve conoscere le direttive standard in maniera adeguata, ma deve anche avere la capacità di saper adeguare le proprie scelte al caso specifico, sulla base delle proprie valutazioni, obiettive e strumentali.                                      

Corrispondenza
dottor Luca Mazzucchelli Università degli Studi di Milano
Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Odontoiatria
via Beldiletto 1/3
20142 Milano (Italia)
e-mail: lucamazzucchelli@yahoo.it

• Luca Mazzucchelli
• Laura Buccarella
• Nadia Fucci
• Paolo Longhi
• Elena Bosetto
• Chiara Malabarba
• Angela Malerba
Ospedale San Paolo di Milano,
Reparto di Odontoiatria Infantile
Responsabile: dott.ssa Angela Malerba

Bibliografia

1. Andreasen FM, Andreasen JO. Crown fractures: chapter 10. Andreasen FM, Andreasen JO, Tsukiboshi M. Crown-root fractures: chapter 11. In: Andreasen JO, Andreasen FM, Andersson L (eds). Textbook and color atlas of traumatic injuries to the teeth. 4th ed. Copenhagen: Blackwell Munksgaard, 2007:280-336.
2. Ingle JI, Bakland LK. Endodontics. 5th ed. Hamilton, Ontario, Canada: BC Decker Inc., 2002:809.
3. Andresen JO. Etiology and pathogenesis of traumatic dental injures. A clinical study of 1.298 cases. Scand J Dent Res 1970;78:329-42.
4. Nandini S, Velmurugan N, Kandaswamy D. Calcific healing of a crown root fracture of a maxillary central incisor evaluated with spiral computed tomography and hounsfield units: a case report. Dent Traumatol 2008;24(6):e96-100.
5. Tsukiboshi M. Treatment planning for traumatized teeth. Chicago: Quintessence Publishing 2000:48-57.
6. Cvek M, Andresen JO, Borum MK. Healing of 208 intra-alveolar root fractures in patients aged 7-17 years. Dent Traumatol 2001;17:53-62.
7. Andresen FM, Andresen JO, Cvek M. Root fractures: chapter 12. In: Andreasen JO, Andreasen FM, Andersson L (eds). Textbook and color atlas of traumatic injuries to the teeth. 4th ed. Copenhagen: Blackwell Munksgaard, 2007:337-71.                     8. Arhun N, Ungor M. Re-attachment of a fractured tooth: a case report. Dent Traumatol 2007;23:322-326.
9. Clyde JS. Transverse-oblique fractures of the crown with extension below the epithelial attachment. Br Dent J 1965;119:402-406.   

Rigenerazione ossea localizzata con osso suino: evidenze cliniche e istologiche


Riassunto

La presenza di difetti ossei, localizzati nei processi alveolari, può impedire l’uso di impianti, a causa dell’insufficiente volume osseo atto all’ottenimento dell’osteointegrazione. Il riassorbimento localizzato osseo può impedire anche un buon risultato estetico, a causa dello scarso supporto dei tessuti molli. L’innesto di osso autologo è considerato il gold standard, ma presenta svantaggi per il paziente quali un sito donatore e il rischio di morbilità. L’uso di innesti alloplastici, allogenici o xenogenici è diventato, quindi, un’alternativa attrattiva. Un recente studio, condotto nella mascella di conigli, ha dimostrato che l’innesto di osso suino ha una forte proprietà osteoconduttiva ed è, con il tempo, rimodellato e rimpiazzato con nuovo osso.
Scopo del presente studio è descrivere una tecnica studiata per ricostruire un volume osseo adeguato all’installazione di un impianto e atto a sostenere i tessuti molli al fine di ottenere un adeguato risultato estetico. L’aumento osseo è stato valutato anche da un punto di vista istologico. 

Summary

Localized bone regeneration with porcine bone graft: clinical and histological evidences

The presence of localized bone defects in the alveolar process can impede the use of implants because of insufficient bone volume for osseointegration. Localized resorption of bone can also prevent a good aesthetic result due to the scarce bone support of the gums. Autologous bone grafting is considered the gold standard, but it has disadvantages for the patient, such as the need of a donor site and the risk of morbility.
The use of alloplastic, allogeneic or xenogeneic grafts has become an attractive alternative. A recent study in the rabbit maxilla has demonstrated that porcine bone graft has strong osteoconductive properties and is remodelled and replaced with new bone over time.
The aim of the study is to describe a technique for reconstruction of localized defects to enable installation of implants and to support the gums in order to obtain a satisfactory aesthetic result. The augmentation of the bone is evaluated also from a histological point of view.

Un adeguato volume osseo alveolare è un requisito essenziale al fine di ottenere una riabilitazione protesica, funzionale ed estetica, utilizzando la terapia implantare. Studi clinici e istologici, condotti su animali ed esseri umani, hanno dimostrato che durante la guarigione spontanea dell’alveolo post-estrattivo si instaura un processo fisiologico che esita in un rimodellamento e riassorbimento osseo, che è significativamente maggiore sul lato vestibolare rispetto a quello linguale o palatino1-3, e che la riduzione di ampiezza della cresta alveolare mascellare è maggiore del riassorbimento in altezza4. Una parodontopatia, una patologia periapicale, un trauma o, ancora, un’estrazione complessa o l’assenza, parziale o completa, della corticale vestibolare sono tutti fattori che portano a un inadeguato volume osseo a guarigione avvenuta.
L’agenesia parziale o completa della dentizione esita in un’atrofia delle creste alveolari, che sappiamo essere dipendenti dalla presenza del legamento parodontale.
Nel 1996, Buser D. et al.5, al fine di ricostruire l’osso perduto, introdussero il concetto di rigenerazione ossea guidata (guided bone regeneration, GBR). L’obiettivo della GBR è promuovere la formazione di osso nelle deformità crestali, prima o contemporaneamente all’inserimento di impianti. La GBR crea un ambiente adatto, in cui il potenziale biologico può aumentare al massimo la naturale rigenerazione del tessuto osseo6-8.
I fattori coinvolti nella formazione di un ambiente adatto per la procedura GBR sono: la stabilità del coagulo, la prevenzione dell’infiammazione acuta derivante da infezione batterica e la creazione e il mantenimento di uno spazio riempito con il coagulo sanguigno9,10.
Le membrane barriera - riassorbibili e non riassorbibili - sono, da tempo, usate con successo per la rigenerazione di nuovo osso. La loro funzione è quella di escludere le cellule dei tessuti molli della mucosa, favorendo le cellule generanti osso provenienti dal tessuto circostante, al fine di ripopolare e rigenerare i difetti. Tuttavia, la maggior parte delle membrane, da sole, non sono in grado di creare uno spazio adeguato per la rigenerazione ossea. Sebbene, per l’incremento della cresta alveolare, l’uso di un innesto di osso autologo, utilizzato in blocco o in particelle11,12, rappresenti il gold standard, sono stati suggeriti e studiati materiali alternativi come xenoinnesti13,14, innesti di osso alloplastico15,16 e alloinnesti17. La ricerca di materiali alternativi nasce dalla necessità di evitare al paziente i disagi del secondo sito chirurgico, il sito donatore, riducendo così l’invasività della procedura e la morbilità del periodo post-operatorio.
Un recente studio, condotto in mascella di conigli, ha dimostrato che l’innesto di osso suino presenta una forte proprietà osteoconduttiva e, nel tempo, viene riassorbito e rimpiazzato con nuovo osso18.
Scopo del presente studio è stato quello di descrivere i risultati clinici, radiologici e istologici ottenuti tramite l’utilizzo di granuli di osso suino (OsteoBiol Gen-Os, Tecnoss, Italia) miscelati a gel di collagene e ricoperti con una lamina corticale.                            

Materiali e metodi 

Al fine di valutare l’efficacia del protocollo proposto, sono stati reclutati due pazienti che presentavano un difetto osseo a livello del primo premolare superiore di tipo orizzontale e, in parte, di tipo verticale. Dato che entrambi i difetti ossei si presentavano piuttosto estesi, si è preferito effettuare il procedimento di rigenerazione in due fasi: rigenerazione ossea e attesa di sei mesi, inserzione di impianti con un periodo di guarigione di almeno quattro mesi prima della riapertura e del posizionamento degli abutment. La zona da rigenerare è stata riempita con una miscela di gel collagene (OsteoBiol Gel 0, Tecnoss, Italia) amalgamato a osso collagenato di origine porcina (OsteoBiol Gen-Os, Tecnoss, Italia). Questa particolare miscela ha permesso un miglior controllo dell’innesto, grazie alle caratteristiche di maggior malleabilità del prodotto ottenuto e alla sua particolare adesività. Scopo principale del protocollo proposto è stato quello di mantenere uno spazio adeguato per la rigenerazione di nuovo osso; ciò è stato ottenuto utilizzando una vite di supporto al di sotto di una lamina corticale ossea (OsteoBiol Soft Cortical Lamina, Tecnoss, Italia). Quest’ultima è stata stabilizzata, sul lato vestibolare con due mini viti da osteosintesi (lunghezza 5 mm, diametro 1,2 mm; Graftek fixation screws, Roen); mentre, sul lato palatino, è stata riposizionata al di sotto del lembo mucoperiosteo.
Dopo sei mesi, alla fine del periodo di guarigione, si è proceduto a installare un impianto con superficie bimodale, geometria a tolleranza positiva e conicità di circa 1° (Neoss Italia)19. Dopo l’installazione dell’impianto, al momento della riapertura e prima del posizionamento dell’abutment definitivo è stato misurato il valore ISQ (implant stability quotient, Osstell Mentor), ossia il valore della frequenza di risonanza, che è correlato alla rigidezza del comparto osso-titanio20.  La preparazione del sito implantare è stata effettuata con una fresa Trephine (Maillefer), con diametro interno di 2 mm ed esterno di 3 mm. La fresa, con all’interno l’osso prelevato, è stata immersa in una soluzione tamponata al 4% di formaldeide e inviata al Dipartimento di Biomateriali presso l’Institute of Surgical Sciences, (Sahlgrenska Academy, Göteborg University, Sweden) per le valutazioni istologiche. I prelievi sono stati disidratati con passaggi successivi in differenti gradienti d’alcool e, successivamente, inclusi in resina fotopolimerizzabile. Con un seghetto e una smerigliatrice sono state tagliate delle sezioni di circa 10-15 µm, colorate con blu di toluidina e osservate al microscopio.                                                          

Primo caso                                                

Una paziente di sesso femminile di 56 anni, con edentulia in zona 1.4, presentava un inadeguato volume osseo, in senso sia verticale sia orizzontale, ai fini dell’inserimento di un impianto. Di conseguenza, si decideva di effettuare, prima dell’inserimento dell’impianto, una ricostruzione del difetto osseo tramite GBR (figure 1 e 2).

1. Visione clinica del difetto alveolare.
1. Visione clinica del difetto alveolare.
2. Radiografia pre-operatoria.
2. Radiografia pre-operatoria.

In anestesia locale  (lidocaina al 2% con 1:80.000 di epinefrina) si disegna un lembo vestibolare a spessore totale al fine di denudare completamente il difetto osseo. Ripulita attentamente la superficie ossea da qualsiasi residuo di periostio, si perfora la corticale vestibolare del sito ricevente con una fresa a pallina, al fine di indurre sanguinamento e promuovere l’incorporazione e la vascolarizzazione del materiale d’innesto. Si inserisce una vite di supporto sul lato occlusale del sito ricevente allo scopo di effettuare un effetto tenda ed evitare il collasso della lamina barriera. Successivamente, il sito viene  riempito con OsteoBiol Gen-Os miscelato con gel di collagene (OsteoBiol Gel 0) allo scopo di rendere il prodotto più denso e appiccicoso, facilitandone così il suo posizionamento; al di sopra del materiale d’innesto, si modella una lamina corticale fine (OsteoBiol Lamina Soft), che viene stabilizzata all’osso tramite due viti di fissazione in corrispondenza del versante vestibolare apicalmente al difetto; mentre, sul lato palatino, la lamina viene adattata alla superficie ossea al di sotto del lembo mucoperiosteo. Prima di chiudere la ferita, viene eseguita una fenestrazione del periostio, alla base del lembo vestibolare, al fine di ottenere un adattamento privo di tensione dei margini della ferita. Quest’ultima viene chiusa con suture orizzontali a materassaio e punti staccati. La paziente è stata richiamata per i controlli una volta la settimana. Alla fine della terza settimana, si nota una parziale esposizione della testa della vite di osteosintesi, che viene mantenuta consigliando alla paziente applicazioni giornaliere di clorexidina in gel.
Al rientro chirurgico, dopo sei mesi, non si rilevarono residui della lamina né presenza di granuli di biomateriale, ma una neoformazione ossea compatta e ben vascolarizzata. La parziale esposizione della testa superiore della vite di fissaggio indicava che si era verificato un minimo riassorbimento verticale del materiale di innesto (figura 3).

3. Al rientro chirurgico, cinque mesi dopo l’innesto del biomateriale, è possibile apprezzare come le particelle si siano ben incorporate nel sito ricevente.
3. Al rientro chirurgico, cinque mesi dopo l’innesto del biomateriale, è possibile apprezzare come le particelle si siano ben incorporate nel sito ricevente.

L’aumento della cresta era quantificabile in 5 mm in senso orizzontale e 4 mm in senso verticale. Rimossa la vite, con una fresa trafilatrice avente diametro esterno di 3 mm si preleva una piccola porzione dell’osso rigenerato per l’esame istologico (figura 4).

4. Risultati degli esami istologici eseguiti  nella zona d’inserzione dell’impianto:  (a) la biopsia a cinque mesi mostra osso maturo. Le particelle di sostituto osseo (*) sono difficilmente distinguibili dall’osso (bar = 200 µm). (b) Primo piano del centro del campione dove sono visibili particelle di sostituto osseo (*) ben integrate nel nuovo osso (NB = new bone) (bar = 100 µm). (c) si notino il rimodellamento e la formazione di osteoni (frecce) all’interno di una particella di sostituto osseo (BS). Colori invertiti (bar = 100 µm).
4. Risultati degli esami istologici eseguiti
nella zona d’inserzione dell’impianto:
(a) la biopsia a cinque mesi mostra osso maturo. Le particelle di sostituto osseo (*) sono difficilmente distinguibili dall’osso (bar = 200 µm).
(b) Primo piano del centro del campione dove sono visibili particelle di sostituto osseo (*) ben integrate nel nuovo osso (NB = new bone) (bar = 100 µm).
(c) si notino il rimodellamento e la formazione di osteoni (frecce) all’interno di una particella di sostituto osseo (BS). Colori invertiti (bar = 100 µm).

Successivamente, si completa la preparazione dell’alveolo implantare e inserendo un impianto di 13 mm di lunghezza e 4 mm di diametro (Neoss Ltd, Harrogate, UK) ottenendo una buona stabilità primaria (ISQ 71).  Una cappetta di guarigione transgengivale di 3 mm di altezza in PEEK (polyetheretherketone) viene immediatamente inserita per gestire i tessuti molli ed evitare un’ulteriore intervento21. Dopo un periodo di guarigione di cinque mesi è stata nuovamente valutata la stabilità implantare (ISQ 78) e il controllo radiografico eseguito mostra l’impianto ben integrato nell’osso basale. Successivamente, l’impianto è stato restaurato con una corona in oro-ceramica (figure 5 e 6).        

5. Controllo clinico a un anno dalla protesizzazione.
5. Controllo clinico a un anno dalla protesizzazione.
6. Controllo radiografico a 18 mesi dall’innesto osseo.
6. Controllo radiografico a 18 mesi dall’innesto osseo.

Secondo caso

Una paziente di anni 38 si è presentata alla nostra osservazione con un esito di avulsione traumatica dell’elemento 2.4 (figura 7).

7. Visione clinica del difetto alveolare.
7. Visione clinica del difetto alveolare.

La zona residua presenta un grave difetto orizzontale e verticale e, in particolare, una perdita di attacco di circa 7 mm, mesialmente all’elemento 2.5 (figura 8).

8. Visione intra-operatoria: si evidenzia la perdita di osso alveolare e anche la perdita di attacco mesialmente a 2.5.
8. Visione intra-operatoria: si evidenzia la perdita di osso alveolare e anche la perdita di attacco mesialmente a 2.5.

Come da protocollo, la zona è stata anestetizzata e scheletrizzata e, dopo aver praticato molti fori nell’osso da innestare, è stata posizionata una vite da rigenerazione (Memphix, Straumann) che presentava una parte liscia di 5 mm al di fuori dell’osso (figura 9).

9. Si notino i numerosi fori praticati nella corticale e il posizionamento di un pin al fine di favorire l’effetto tenda.
9. Si notino i numerosi fori praticati nella corticale e il posizionamento di un pin al fine di favorire l’effetto tenda.

Una lamina corticale soft (OsteoBiol Lamina, Tecnoss) è stata modellata e fissata con due mini viti (5 mm di lunghezza e 1,2 mm di diametro, Graftek fixation screws, Roen) vestibolarmente al difetto e, successivamente, al pin Memphix occlusalmente. Dopo aver ben adattato la lamina corticale, il difetto è stato riempito con una miscela di collagene e osso (OsteoBio Gen-Os e Ge 10, Tecnoss) e, successivamente, ricoperto con la lamina corticale (figura 10).

10. Lamina ossea corticale fissata vestibolarmente e occlusalmente, in modo da ricoprire e contenere l’innesto.
10. Lamina ossea corticale fissata vestibolarmente e occlusalmente, in modo da ricoprire e contenere l’innesto.

Il rilascio del lembo con un’incisione periostale e l’uso di suture a materassaio hanno permesso la chiusura del lembo e la copertura dell’innesto per tutto il periodo di guarigione. Dopo un’attesa di sette mesi, senza sintomi né segni di infiammazione o infezione, si è proceduto alla riapertura di un lembo, all’eliminazione delle viti e alla preparazione del sito implantare con una fresa Trephine per le valutazioni istologiche utilizzando una guida chirurgica.
Il sito è stato perfezionato utilizzando una fresa di diametro 3,2 mm e counterbore. È stato, quindi, inserito un impianto Neoss (lunghezza 13 mm e diametro 4 mm) ottenendo un’ottima stabilità primaria (ISQ 77). Le misurazioni ossee hanno rilevato un incremento di 5 mm in senso verticale e di 4 mm in senso orizzontale; inoltre, mesialmente al secondo premolare, si è notato un guadagno di attacco localizzato (figura 11).

11. Situazione al rientro chirurgico, a sei mesi. Si evidenzia un aumento di circa 5 mm in senso orizzontale e verticale e un aumento di attacco mesialmente a 2.5.
11. Situazione al rientro chirurgico, a sei mesi. Si evidenzia un aumento di circa 5 mm in senso orizzontale e verticale e un aumento di attacco mesialmente a 2.5.

Dopo cinque mesi, si è proceduto con la riapertura del sito, il posizionamento immediato di un abutment in zirconio e di una corona provvisoria ed è stato misurato un incremento nei valori della frequenza di risonanza (ISQ 81). Un lembo disepitelizzato, ribaltato vestibolarmente, ha contribuito a ristabilire un’adeguata quantità di gengiva aderente e riposizionare i livelli della linea muco gengivale.  Dopo quattro mesi è stata cementata una corona definitiva in zirconio e ceramica (figura 12).

12. Visione clinica della corona in zirconio e ceramica a un anno dall’innesto osseo.
12. Visione clinica della corona in zirconio e ceramica a un anno dall’innesto osseo.

Una radiografia endorale finale ha confermato l’aumento e la stabilità dell’incremento osseo (figure 13-15).

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13-15. Radiografie eseguite al tempo 0, a 6 e a 18 mesi.
13-15. Radiografie eseguite al tempo 0, a 6 e a 18 mesi.

L’esame istologico della biopsia ossea del sito mostra particelle del sostituto osseo ben incorporate e osso denso (figura 16).

16. Risultati degli esami istologici eseguiti  sul sito implantare: (a) si notino le particelle di sostituto osseo (*) e la presenza di osso maturo denso (bar = 200 µm). (b) A maggiore ingrandimento, si nota una particella di sostituto osseo (BS) incorporata in nuovo osso (NB). Colori invertiti (bar = 100 µm). (c) Si notino una particella di sostituto osseo (BS) e osso neoformato (NB) (bar = 100 µm).
16. Risultati degli esami istologici eseguiti
sul sito implantare:
(a) si notino le particelle di sostituto osseo (*) e la presenza di osso maturo denso (bar = 200 µm).
(b) A maggiore ingrandimento, si nota una particella di sostituto osseo (BS) incorporata in nuovo osso (NB). Colori invertiti (bar = 100 µm).
(c) Si notino una particella di sostituto osseo (BS) e osso neoformato (NB) (bar = 100 µm).

Conclusioni                                                                       

I risultati di questo studio, clinico e istologico, suggeriscono che l’utilizzo di una miscela di gel collagene (OsteoBiol Gel 0, Tecnoss) amalgamato a osso collagenato di origine suina (OsteoBiol Gen-Os, Tecnoss) come materiale riempitivo in combinazione con una lamina corticale ossea (OsteoBiol Lamina Corticale Soft, Tecnoss) possono aumentare l’osso di creste alveolari in difetti localizzati, in preparazione all’inserimento di impianti dentali. Questa particolare associazione di materiali permette una manipolazione resa agevole grazie alle proprietà adesive e contenitive che ne derivano.  Nei casi trattati, si è assistito a un incremento delle creste, sia verticale sia orizzontale, di circa 4-5 mm e a un aumento del volume del tessuto molle locale che ha permesso l’inserimento degli impianti in una posizione appropriata, tale da soddisfare criteri funzionali ed estetici. Non vi sono state complicanze, se non in uno dei due casi, quando, dopo circa tre settimane, si è assistito a una parziale esposizione della testa della vite di osteosintesi che non ha, peraltro, dato origine ad alcuna reazione infiammatoria o infettiva e senza, comunque, influire sulla guarigione ossea. Tali dati testimoniano l’ottimale biocompatibilità dei materiali utilizzati. La comparazione dei valori di ISQ, al momento dell’installazione degli impianti e al momento del posizionamento degli abutment, dopo dieci mesi, ha evidenziato, in entrambi i casi presentati, un aumento significativo (primo caso: da 71 a 78; secondo caso: da 77 a 81) e ciò indica che è in atto un evidente processo di rimodellamento osseo, tendente verso un maggior addensamento e maturazione del nuovo tessuto osseo. I risultati degli esami istologici, compiuti a sei mesi dalla GBR, hanno evidenziato la presenza di osso maturo nelle due biopsie (figure 4 e 15); le particelle di osso suino risultavano ben incorporate e difficilmente distinguibili con l’osso nativo e, in alcune zone, si poteva annotare rimodellamento con parziale riassorbimento delle particelle e la formazione di nuovo osso. Particelle senza contatto osseo potevano essere viste occasionalmente nelle zone più profonde della biopsia.  Dati simili sono stati riportati anche da Nannmark e Sennerby18 su un modello animale: gli autori hanno valutato le risposte del tessuto osseo al PCPB, con o senza gel di collagene, ricoperto con una membrana in collagene (OsteoBiol Evolution, Tecnoss). Gli esami istologici, compiuti a otto settimane, hanno mostrato un riassorbimento attivo dei materiali, presenza di osso maturo e rivascolarizzazione della parte mineralizzata e del tessuto molle e, infine, che la membrana in collagene stava subendo una degradazione attiva. È possibile concludere, quindi, che questo studio ha fornito evidenza clinica e istologica, negli esseri umani, del potenziale rigenerativo della combinazione dei tre materiali utilizzati (OsteoBiol Gel 0, Osteo Biol Gen-Os, OsteoBiol Soft Cortical Lamina, Tecnoss), ma per poter trarre maggiori  conclusioni sono necessari ulteriori studi clinici e, soprattutto, monitorare i risultati a lungo termine degli impianti inseriti dopo essere stati sottoposti a carico funzionale.                                

Corrispondenza
dottor Luca Pagliani
Via G. Mercalli, 11 - 20122 Milano
luca.pagliani@tin.it

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Sindrome da Iper-IgE: una patologia sistemica con importanti implicazioni odontostomatologiche

Riassunto

La sindrome da Iper-IgE (HIES, Hyper IgE syndrome) è un rara immunodeficienza sindromica caratterizzata da severa dermatite cronica, infezioni ricorrenti da Staphylococcus aureus della cute e dei polmoni, con formazione di pneumatoceli, livelli estremamente elevati di IgE nel siero e facies caratteristica. Dal punto di vista odontostomatologico, uno degli aspetti più evidenti di questa sindrome è la ritardata o mancata eruzione dei denti permanenti. Il presente studio ha analizzato l’aspetto odontostomatologico in sei pazienti affetti da HIES (tre maschi e tre femmine di età compresa tra 9 e 39 anni) giunti alla nostra osservazione tra il 1997 e il 2004, con un follow up variabile tra 4 e 22 anni (media 15 anni). Tutti i pazienti hanno presentato un notevole ritardo nell’eruzione dei denti permanenti e tipiche caratteristiche facciali con conseguente malocclusione. Un trattamento ortodontico precoce e specifico può facilitare l’eruzione dei denti permanenti e migliorare la masticazione. Questo studio evidenzia, per l’odontoiatra, l’importanza di conoscere le caratteristiche peculiari di tale sindrome.

Summary

The Hyper-IgE syndrome (HIES) is a complex immunological disorder characterized by severe chronic dermatitis, recurrent staphylococcal infections of the skin and lungs, pneumatocele formation, extremely elevated levels of IgE in serum and typical facial characteristics. From a stomatological point of view, one of the most evident aspects about this syndrome is the delayed or absent permanent teeth eruption. Our study analysed the dental development in six HIES patients (three male and three female, aged 9-39) who came under our observation between 1997 and 2004, with a follow up of 15 years (range 4-22 years). All patients showed a remarkable delay in permanent dental development and typical facial characteristics with malocclusions connected to it. An early and specific orthodontic treatment can help the eruption of permanent teeth in HIES patients so as to increase their masticatory efficiency. This study remarks the importance for the general dentist and the orthodontic specialist to know the particular features of the HIES.

La sindrome da Iper-IgE (Hyper-IgE syndrome, HIES) è una rara immunodeficienza sindromica descritta per la prima volta nel 1966 da Davis1, il quale riportò i casi di due bambine che presentavano eczema grave, molto pruriginoso e ascessi freddi recidivanti da Staphylococcus aureus. Rifacendosi al passo biblico tratto dal libro di Giobbe (2:7): «Satana si allontanò dal Signore e colpì Giobbe con una piaga maligna dalla pianta dei piedi alla cima del capo, Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere», Davis attribuì a tale malattia il nome di sindrome di Giobbe (Job’s syndrome) poiché le gravi sofferenze fisiche e le lesioni cutanee caratteristiche dei pazienti affetti, ricordavano quelle del personaggio biblico. Nel 1972, Buckley2 descrisse in altri pazienti un quadro clinico sovrapponibile al precedente a cui fu dato il nome di sindrome di Buckley. Solo successivamente, l’osservazione di elevati livelli sierici di IgE e il deficit della chemiotassi dei neutrofili, presenti in entrambi i casi, ha permesso di affermare che la sindrome di Giobbe e la sindrome di Buckley erano la stessa patologia definita quindi come sindrome da Iper-IgE3. Altri studi clinici e immunologici si sono susseguiti negli anni: il più importante è lo studio condotto da Grimbacher4 e pubblicato nel 1999, nel quale sono stati descritti 30 pazienti tra 3 e 58 anni con sindrome da Iper-IgE e 70 loro parenti, provenienti da diversi Paesi del mondo. Dalla casistica in esame è emerso che, oltre alle caratteristiche citate nelle casistiche precedenti, il 72% dei soggetti studiati mostrava anomalie dentali che consistevano nella ritardata perdita dei denti decidui e/o nella ritardata eruzione degli elementi permanenti. Lo scoring system ideato da Grimbacher3 può essere utile per individuare i soggetti con sospetta HIES. Scopo del nostro studio è stato valutare sei pazienti affetti da HIES, approfondendo in particolare le problematiche odontostomatologiche (figura 1).      

1. Facies caratteristica dei sei pazienti sottoposti a cure odontostomatologiche.
1. Facies caratteristica dei sei pazienti sottoposti a cure odontostomatologiche.

Caratteristiche cliniche, immunologiche e genetiche della malattia

Sin dai primi mesi di vita, i pazienti affetti da questa sindrome presentano grave dermatite eczematosa cronica, molto pruriginosa, accompagnata da frequente lichenificazione della cute (figura 2).

2. Dermatite eczematosa cronica nella paziente M.S.
2. Dermatite eczematosa cronica nella paziente M.S.

Le lesioni cutanee presentano spesso sovrainfezioni, sostenute principalmente da Staphylococcus aureus. Le infezioni possono raggiungere il sottocute e i linfonodi vicini con la formazione di ascessi freddi, cioè di ascessi in cui non sono evidenti i classici segni dell’infiammazione e che richiedono spesso drenaggio chirurgico e terapia antibiotica parenterale. Si manifestano già dai primi mesi di vita anche infezioni ricorrenti delle alte e basse vie respiratorie. Le polmoniti acute sono causate più frequentemente da S. aureus o H. influenzae e, se non curate tempestivamente, possono aggravarsi con pneumatoceli ed evolvere in broncopneumopatia cronica con presenza di bronchiectasie. Gli individui affetti da HIES, inoltre, presentano particolare suscettibilità a sviluppare infezioni da miceti5. Il quadro tipico è rappresentato dalla candidiasi muco-cutanea cronica del cavo orale e delle unghie, ma sono stati osservati anche casi di infezioni profonde.
I pazienti affetti da HIES presentano una facies caratteristica con fronte pronunciata, occhi infossati, radice del naso allargata con naso prominente, labbro inferiore pronunciato, cute di naso e orecchie ispessita6.
Inoltre, sono state descritte alterazioni a carico dell’apparato osteoarticolare: osteoporosi con fratture patologiche, scoliosi, iperestensibilità articolare, craniosinostosi. Infine, tali malati sembrano presentare una particolare suscettibilità a sviluppare forme tumorali e malattie autoimmuni5.
La caratteristica immunologica costante dei soggetti affetti da HIES è rappresentata dall’aumento marcato dei livelli di IgE sieriche (fino a 100.000 UI/ml) con presenza di IgE specifiche verso diversi allergeni inalanti e alimentari, ma anche verso agenti patogeni (S. aureus, C. albicans, A. fumigatus) soprattutto nei casi con bronco pneumopatia cronica.
La riduzione della chemiotassi dei granulociti neutrofili è stata frequentemente descritta e poteva spiegare la maggiore suscettibilità alle infezioni5. Successivamente, gli studi immunologici si sono focalizzati sull’equilibrio Th1/Th2 in quanto una risposta prevalentemente Th2 o una debole risposta Th1 potrebbero essere responsabili di una maggior produzione di IL4, IL10 e IL13 e ciò potrebbe facilitare lo switch verso la produzione di IgE5. Inoltre, la ridotta produzione di IFNgamma faciliterebbe le infezioni da S. aureus e C. albicans.
Per molto tempo, si è pensato che la HIES fosse una malattia a trasmissione genetica, per la presenza in una stessa famiglia di più casi, ma solo negli ultimi anni si sono ottenuti interessanti risultati che hanno confermato tale ipotesi. Nel 2007, Minegishi7 descrisse, in 8 di 15 pazienti affetti da HIES, mutazioni nel gene STAT3 (Signal Transducer and Activator of Transcription 3) localizzate sul cromosoma 17. Pochi mesi dopo, il gruppo di Grimbacher8 descrisse mutazioni di STAT3 in 50 casi di HIES familiare e sporadica. Il gene STAT3 regola l’attività delle cellule TH regolatorie (TH17) che svolgono un ruolo importante per l’eliminazione dei miceti e dei batteri extracellulari, attraverso la produzione di IL179. Tale mutazione, pertanto, causerebbe la mancata attivazione delle cellule TH17 con conseguente scarsa risposta infiammatoria contro tali patogeni. Oltre a questa forma autosomica dominante (AD-HIES) dovuta alla mutazione dello STAT3, è stata identificata anche una forma autosomica recessiva (AR-HIES) con caratteristiche cliniche in parte diverse, dovuta probabilmente a mutazione del gene TYK2 localizzato sul cromosoma 197.       

Implicazioni odontostomatologiche                                     

Il 72% dei pazienti affetti da sindrome da Iper-IgE, di età superiore a otto anni, presenta ritenzione degli elementi dentali decidui, mancata eruzione degli elementi permanenti o presenza di una dentizione doppia, caratterizzata da una fila di elementi decidui e una di elementi permanenti4.
Si è osservato che gli elementi permanenti sono solitamente riscontrabili radiologicamente e il loro sviluppo dentale è solitamente compatibile e in linea con l’età del paziente.
A differenza di altre patologie sistemiche, le quali determinano un ritardo o complicanze nello sviluppo della dentizione permanente, nella sindrome da Iper-IgE si ha esclusivamente un ritardo nell’eruzione dentale. Questa condizione sembra derivare, in realtà, da una mancata esfoliazione degli elementi decidui e non a un ritardo di eruzione degli elementi permanenti10. L’eziologia di questo fenomeno sembra essere associato a mancata stimolazione del processo di riassorbimento delle radici degli elementi decidui (figura 3).

3. Dente deciduo del paziente A.J.
3. Dente deciduo del paziente A.J.

Tuttavia, se viene eseguita l’estrazione degli elementi dentali decidui entro l’adolescenza si osserva la regolare eruzione degli elementi permanenti. La ritenzione degli elementi decidui è una condizione clinica riscontrabile solo nei soggetti affetti da Iper-IgE con forma autosomica dominante (AD-HIES); non sono stati riportati casi simili nei soggetti affetti dalla forma autosomica recessiva (AR-HIES), dove la permuta dentale risulta normale. Le uniche complicanze dentali riscontrate in una coorte di pazienti con AR-HIES sono relative alla presenza di severe carie dentali, le quali possono richiedere l’estrazione prematura degli elementi implicati11.
La presenza di una doppia fila di elementi dentali impedisce una corretta igiene orale, con conseguenti gengiviti e carie dentali. Dal punto di vista della crescita facciale, i pazienti con sindrome da Iper-IgE manifestano alterazioni della crescita dei mascellari da cui deriva una «facies tipica» (riconoscibile chiaramente dopo i 16 anni) caratterizzata da: cute ispessita e turgida, asimmetria facciale, fronte prominente, ali nasali larghe alla base e prognatismo. In uno studio condotto su una coorte di 28 pazienti, si è potuto osservare, nel 71% dei casi, un arco palatino molto accentuato, labiopalatoschisi e la separazione, a livello della linea mediana, dei due terzi anteriori della lingua, osservata in due sorelle4. Infine, di frequente, si possono osservare lesioni muco-membranose intraorali compatibili con eritemi, atrofia o lesioni delle mucose derivanti da sovrainfezioni prevalentemente micotiche (figura 4).

4. Lesioni muco-membranose al cavo orale nella paziente C.M.
4. Lesioni muco-membranose al cavo orale nella paziente C.M.

Descrizione della casisticaPazienti e metodi
Sono stati studiati sei pazienti (tre maschi e tre femmine), seguiti presso la Clinica Pediatrica II dell’Università di Milano, con un’età media, alla prima osservazione, di 9,3 anni (range: 1-25 anni); l’età alla diagnosi era compresa tra 2 e 12 anni con una media di 7,3 anni. La durata del follow up è stata variabile nei sei pazienti, con una media di 15 anni (range: 4-22 anni); in occasione dell’ultima osservazione i pazienti avevano un’età compresa tra 9 e 39 anni (media: 23,3 anni).
Tutti i pazienti sono stati sottoposti ad accurata valutazione clinica, ripetuta nel tempo, a esami imunologici e a indagini genetiche (queste ultime presso il Department of Immunology, al Royal Free Hospital di Londra). La valutazione odontostomatologica dei sei pazienti è stata effettuata presso l’ambulatorio di Ortognatodonzia dell’Istituto di Clinica Odontoiatrica e Stomatologica dell’Università degli Studi di Milano dal gennaio 2004 al dicembre 2007.
Tutti i pazienti sono stati sottoposti a iter indagativo preliminare che ha previsto:

  • esame obiettivo locale;
  • esami radiologici (ortopantomografia, teleradiografia in proiezione latero-laterale e postero-anteriore);
  • indagine parodontale (indice di placca, indice di sanguinamento e DMFT);
  • indagine fotografica (frontale, laterale destra e sinistra e intraorali).

L’iter terapeutico seguito presso il Reparto di Ortognatodonzia prevede, per i soggetti affetti da HIES, un’assistenza prolungata, al fine di monitorare costantemente il paziente e intervenire precocemente sulle complicanze che possono insorgere. Pertanto, si è provveduto a:

  • controllo dell’igiene orale e stato di salute gengivale;
  • trattamento degli elementi dentali cariati e loro monitoraggio;
  • estrazione degli elementi decidui nel periodo della permuta;
  • controllo delle sovrainfezioni a carico delle mucose orali con antimicotici e/o antibiotici;
  • trattamento delle disgnazie mediante terapie ortognatodontiche.

Risultati                                      

In tabella 1 sono riportate le principali caratteristiche cliniche, immunologiche e genetiche dei pazienti studiati. I valori di IgE variavano tra 9.298 e 90.700 UI/ml e in tutti era presente eosinofilia periferica. Tutti i pazienti presentavano facies tipica con tratti grossolani del volto più o meno marcata in relazione alla loro età. L’eczema si è manifestato in tutti i pazienti sin dal primo anno di vita e in alcuni casi è stato particolarmente grave e poco responsivo alle terapie. Durante gli anni di follow up tutti i pazienti hanno presentato infezioni respiratorie ricorrenti con formazione di pneumatoceli in quattro su sei pazienti. I caratteristici ascessi freddi a livello di cute e sottocute si sono verificati in cinque su sei pazienti. In tutti i pazienti è stata ricercata la mutazione di STAT3 ed è stata dimostrata in cinque su sei; è ancora in corso l’analisi nel sesto paziente. Il punteggio calcolato in base al NHI è risultato superiore a 60 in quattro su sei pazienti.                                 

DM_2010_004_Esposito_tab 1

Descrizione dei pazienti alla prima osservazione odontostomatologica                 

Le età riportate sono riferite alla data di prima osservazione, mentre le età attuali sono elencate in tabella 1.

Prima paziente (C.M., femmina, 30 anni)
Presentava un quadro clinico conclamato di HIES. L’esame obiettivo rivelava una diffusa candidosi eritematosa delle mucose orali e cutanee, si nota una notevole asimmetria facciale, dimorfismo osseo, slivellamento della linea bi-pupillare.
Erano evidenti segni di bruxismo e un’igiene orale insufficiente, alto indice di placca e di sanguinamento e processi cariosi attivi su numerosi elementi. Si individuavano radiologicamente numerosi elementi permanenti in inclusione (elementi 1.7,1.3, 2.3, 2.8 e 4.3) e agenesia di 1.8, 3.6, 3.7, 4.6 e 4.7. La paziente presentava una respirazione di tipo orale per completa obliterazione delle fosse nasali. Si osservava una III classe scheletrica deep-bite forma mista. La paziente ha riferito estrazioni seriate degli elementi decidui, eseguite presso altra struttura, durante l’infanzia. La riabilitazione orale è stata eseguita mediante protesi amovibile di tipo scheletrato con ganci (figura 5).

5. Quadro odontostomatologico della paziente C.M.
5. Quadro odontostomatologico della paziente C.M.

Secondo paziente (C.V., maschio, 12 anni)
Si evidenziavano i primi caratteri facciali, cute ispessita, distanza interalare aumentata ed emi-ipertrofia sinistra. L’indagine intraorale evidenziava un’igiene orale nella norma con assenza di processi cariosi in corso e assenza di lesioni muco-membranose; tuttavia, è stato rilevato un alto indice di sanguinamento gengivale. Dagli esami radiologici si è osservata la presenza di tutti gli elementi permanenti e un discreto grado di rizolisi delle radici dei denti decidui con permuta nella norma. Non sono state riscontrate asimmetrie delle ossa facciali; si diagnosticava una II classe scheletrica normovertibite forma composita.

Terzo paziente (A.J., maschio, 8 anni)
Si è presentato alla nostra osservazione con un quadro clinico poco riconoscibile; ancora non evidenti gli aspetti tipici del volto; si osservava ipertelorismo. Dall’indagine intraorale si osservava una dentizione mista, la permuta era avvenuta solo a livello degli incisivi inferiori, non presenti sovraffollamenti dentali e le condizioni di igiene orale erano nella norma, con un basso indice di placca. Non si rilevavano carie dentali o sovrainfezioni micotiche. Le indagini radiologiche mostravano un ritardo nella rizolisi degli elementi decidui, un diametro palatale trasverso contratto e dal tracciato cefalometrico, secondo Giannì, si è posta diagnosi di I classe scheletrica deep-bite forma dinamica-biotipologica. La previsione di crescita formulata: orizzontale e inferiore con possibilità di un aggravamento del problema sul piano verticale.

Quarto paziente (I.G., maschio, 25 anni)
Si rileva la presenza di diversi elementi decidui (5.3, 6.3, 7.2, 7.3 e 8.3) con conseguente ritenzione dei permanenti (1.3, 2.3, 3.3 e 4.3), distruzione coronale e residui radicolari con sospetta presenza di una cisti (2.6), inclusione dentale (1.8, 2.8, 3.8 e 4.8), una diffusa presenza di carie multiple e presenza di abbondante placca. Sono evidenti alcuni tratti somatici tipici della patologia (figure 6 e 7).

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6-7. Quadro odontostomatologico del paziente I.G.
6-7. Quadro odontostomatologico del paziente I.G.

Quinta paziente (M.S., femmina, 16 anni)
Erano visibilmente presenti le caratteristiche facciali (figure 8 e 9) che contraddistinguono i pazienti con sindrome da Iper-IgE e all’esame intraorale si osservava inclusione del 3.5, smalto displastico, processi cariosi attivi, scarso controllo dell’igiene orale e gengivite generalizzata.

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8-9. Quadro odontostomatologico della paziente M.S.
8-9. Quadro odontostomatologico della paziente M.S.

La presenza di lesioni eritematose sulla mucosa vestibolare inferiore hanno permesso di diagnosticare una candidosi eritematosa ed erano evidenti lesioni vescicolo/bollose sul vermiglio labiale compatibile con infezione erpetica. Si osservava, mediante supporto radiologico, l’agenesia di alcuni elementi dentali permanenti; la paziente era una respiratrice mista ed era evidente l’asimmetria facciale. Dal tracciato cefalometrico si evidenziava una I classe scheletrica deep-bite forma ipodontica; la previsione di crescita depone per uno sviluppo sfavorevole (angolo goniaco superiore aumentato che prospetta una crescita orizzontale). In anamnesi riferiva l’estrazione di elementi decidui durante il periodo di permuta per consentire l’eruzione dei permanenti.

Sesta paziente (B.L., femmina, 6 anni)
Il quadro clinico presentava ipoplasia palatale trasversa open bite con previsione di crescita tendente alla III classe scheletrica. Gli incisivi centrali permanenti avevano radici non completamente formate con presenza dei decidui 5.1 e 6.1.                         

Trattamenti                                              

Durante le visite di controllo, tutti i pazienti sono stati inizialmente sottoposti ad alcune sedute di igiene orale, al fine di controllare la placca e ridurre lo stato di gengivite evidenziato.
Nella paziente C.M. è stato effettuato il trattamento dei processi cariosi e quello endodontico degli elementi presenti (molti denti erano stati avulsi per processi infettivi precedenti).
Nel paziente C.V., dopo l’avulsione dei denti decidui ancora presenti, è stato applicato un monoblocco di Andresen al fine di guidare la crescita mandibolare in modo favorevole (figure 10 e 11).

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10-11. Quadro odontostomatologico del paziente C.V.
10-11. Quadro odontostomatologico del paziente C.V.

Per il paziente A.J., si è proceduto con le estrazioni degli elementi decidui ritenuti, eseguite in più sedute, al fine di permettere la normale eruzione degli elementi permanenti ancora in fase di permuta dentale e che presentava coesistenza di denti decidui e denti permanenti.
I denti decidui estratti presentavano radici lunghe (figura 3). In seguito, sempre per il paziente A.J., si è deciso di intervenire con un disgiuntore rapido, al fine di ristabilire il corretto diametro trasversale del mascellare e, successivamente, con l’impiego di un monoblocco di Andresen per sostenere la dimensione verticale anteriore.
Nel paziente I.G. si procedeva al trattamento del paziente con programmazione di ricoveri in day hostital odontoiatrico per eseguire: ablazione del tartaro, estrazioni dei decidui (53-63-73-83) e dei residui radicolari del 26. Il tutto veniva eseguito sotto copertura antibiotica ad ampio spettro.
Per i pazienti I.G. e C.M. non sono stati previsti trattamenti ortognatodontici a causa dell’età avanzata e del rischio di infezioni. Inoltre, la fragilità dello smalto dentinale e la forte cariorecettività hanno portato a escludere anche un possibile bandaggio per una terapia ortodontica fissa.
La paziente M.S., ancora nel V periodo di crescita, veniva trattata con un monoblocco per correggere il deep-bite. Tuttavia, a causa di una scarsa collaborazione, non è stato possibile attuare alcun trattamento.
Per la paziente B.L., si è preferito attendere 11 mesi prima di iniziare le terapie, al fine di favorire la maturazione delle radici degli elementi permanenti e solo successivamente sono sati avulsi gli elementi 5.1 e 6.1. La successiva terapia ortognatodontica ha previsto il posizionamento di un espansore trasversale rapido. All’ultima visita di controllo si riscontravano carie su alcuni elementi decidui, pertanto la paziente veniva inviata al reparto di conservativa.                        

Conclusioni                                                        

La HIES è una malattia estremamente complessa, infatti le manifestazioni cliniche sono molteplici e interessano molti organi e apparati. Il decorso clinico è differente nei diversi soggetti, per lo più è caratterizzato, oltre che dalla dermatite cronica, da infezioni recidivanti da S. aureus, a volte di notevole gravità. Pertanto, i pazienti affetti da HIES necessitano di una tempestiva diagnosi per essere sottoposti precocemente ad adeguati interventi terapeutici e di profilassi. Inoltre, anche le problematiche odontostomatologiche, presenti in tutti i pazienti, necessitano di intervento precoce, al fine di attuare i protocolli terapeutici per ridurre le complicanze dentali e disgnatiche che li caratterizzano. In particolare, nei pazienti in crescita, risulta fortemente indicato l’estrazione tempestiva degli elementi dentali decidui, che esfoliano con difficoltà e l’utilizzo di semplici apparecchiature ortopediche (disgiuntore palatale e apparecchi funzionali) che migliorano notevolmente le caratteristiche estetiche e funzionali del paziente Iper-IgE.
Risulta particolarmente importante, inoltre, sottolineare che l’odontoiatra può essere il primo operatore a porre diagnosi di questa rara sindrome, poiché il paziente affetto da sindrome da Iper-IgE manifesta delle caratteristiche peculiari in ambito orale e facciale (ritardo di permuta dentale e facies caratteristica). Da questa osservazione deriva l’importanza della conoscenza di questa sindrome in ambito odontoiatrico e ortognatodontico per la necessaria collaborazione tra gli specialisti odontoiatri e i pediatri immunologi nei processi di diagnosi, terapia e follow up di questa complessa patologia.

Corrispondenza
Luca Esposito
Clinica Odontoiatrica e Stomatologica
Via Commenda, 10 - 20122 Milano
luca.esposito@fastwebnet.it

• Luca Esposito1
• Bruno Colangelo1
• Paola Pavesi2
• Rosa Maria Dellepiane2
• Giampietro Farronato1
• Maria Cristina Pietrogrande2

1 Clinica Odontoiatrica e Stomatologica Università di Milano, Fondazione IRCCS Cà Granda, Milano
2 Clinica Pediatrica II Università di Milano, Fondazione IRCCS Cà Granda, Milano

Bibliografia

1. Davis SD, Schaller J, Wedgood RJ. Job’s syndrome: recurrent «cold» staphilococcical abscesses. Lancet 1966;1:1013-15.

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3. Grimbacher B, Schäffer AA, Holland SM, Davis J, Gallin JI, et al. Genetic linkage of Hyper-IgE syndrome to chromosome 4. Am J Hum Genet 1999;65:734-44.

4. Grimbacher B, Holland SM, Gallen JC, Greenberg F, Hill SC, Malech HL, et al. Hyper-IgE syndrome with recurrent infections: an autosomal dominant multysistem disorder. N Engl J Med 1999;340:692-702.

5. Grimbacher B, Holland SM, Puch JM. Hyper-IgE syndromes. Immunol Rev 2005;203:244-50.   

6. Borges JW, Hensley T, Carey G, Petrak AB, Hill RH. The face of Job. Pediatr 1998;133:303-5.   

7. Mineghishi Y, Saito M, Tsuchica S, et al. Dominant-negative mutations in the DNA-binding domain of STAT3 cause hyper-IgE syndrome. Nature 2007;448:1058-62.

8. Holland SM, Deleo FR, Elloumi HZ, et al. STAT3 mutations in the hyper IgE syndrome. N Engl J Med 2007;357:1608-19.

9. Dong C. TH17 cells in developement: un updated view of their molecular identity and genetic programming. Nat Rev Immunol 2008;5:337-48.

10. O’Connell AC, Puck JM, Grimbacher B, Facchetti F, Majorana A, Gallin JI, et al. Delayed eruption of permanent teeth in hyperimmunoglobulinemia E recurrent infection syndrome. Oral Surg Oral Med Oral Pathol Oral Radiol Endod 2000;89:177-85.

11. Renner ED, et al. Autosomal recessive Hyperimmunoglobulin E syndrome: a distinct disease entity. J Pediatrics 2004;144:93-9.

Quando l’acquisto non è un azzardo

State per acquistare  un’unità immobiliare in costruzione? Un consiglio: date al venditore tutti gli elementi di valutazione per inquadrare bene il progetto operativo dello studio. Se si vogliono evitare cattive sorprese, il preventivo dell’intera realizzazione deve essere trasparente e preciso.

 

Spesso si rivolgono a me professionisti per valutare l’opportunità dell’acquisto di un appartamento o di un negozio in uno stabile in costruzione per allestirvi il proprio ambulatorio (o poliambulatorio).

La consulenza che mi si chiede non è tanto sulle caratteristiche generali dello stabile in cui si pensa di acquistare l’unità immobiliare, perché queste vengono stimate a priori. Riguarda, invece, le caratteristiche «intrinseche», cioè la valutazione del progetto di trasformazione dei locali e l’aspetto economico. Perciò, nell’accettare l’incarico, cerco innanzitutto di capire se l’unità immobiliare prescelta è idonea a soddisfare le esigenze del professionista: non va dato affatto per scontato che lo sia «effettivamente», nonostante l’interesse di massima manifestato.

Infatti, se da un lato il potenziale acquirente è a conoscenza a grandi linee della metratura che gli necessita, dall’altro quasi sempre risulta che negli spazi che si intendono acquisire si vogliano realizzare tali e tante cose, per cui di solito manca sempre qualche metro quadrato indipendentemente dalla quantità di superficie che si è intenzionati ad acquistare.

Non di rado il problema lo si risolve rivolgendosi a un bravo professionista del settore. Come sosteneva il grande Le Corbusier, «progettare significa conoscere» e difatti il progettista specializzato conosce le dinamiche lavorative, le tecniche che rendono possibili i singoli processi operativi, la normativa e la legislazione sanitaria che riguardano l’ambulatorio medico e odontoiatrico.

E, dunque, da una corretta sinergia fra committente e progettista può scaturire un progetto soddisfacente.

Prima
Dopo

 

La conversione d’uso e i suoi costi

L’impresa di costruzioni o chi per essa vende le unità immobiliari in base alla specifica destinazione d’uso: ufficio, civile abitazione o negozio. E in base al progetto edilizio e al relativo capitolato viene fissato il costo.

Pertanto, se si richiede l’esecuzione di un progetto diverso da quello prestabilito, occorre prevedere un aggravio di costi per la «personalizzazione» dei lavori da realizzare.

Nello specifico, un appartamento di civile abitazione di circa 100 metri quadrati commerciali comprende:

  • un ampio soggiorno;
  • una cucina abitabile;
  • due bagni;
  • tre camere da letto.

Se si converte quello stesso appartamento in ambulatorio, di massima si riescono a ottenere:

  • una sala di attesa;
  • una reception;
  • un bagno pazienti;
  • uno spogliatoio e un bagno per il personale dello studio;
  • due/tre sale operative;
  • un vano sterilizzazione;
  • opt;
  • banco ritocchi;
  • un ufficio privato.

Rispetto al computo metrico originale significa che occorrono una maggiore metratura per le partizioni interne, una diversa e più ricca impiantistica e una serie di dettagli tipici della realizzazione di un ambulatorio. Si aggiunga il fatto che quasi sempre l’acquirente non si attiene ai materiali di allestimento proposti nel capitolato.

Abitualmente sceglie materiali «extra» (abilmente proposti dal venditore), come una porta di pregio o un pavimento di qualità più elevata, ad esempio.

Va tenuto conto, però, anche degli elementi da «detrarre», considerando che (di solito) negli ambulatori non vi sono vasche da bagno, si evitano i punti gas, le pavimentazioni in parquet e via dicendo.

I costi extra-capitolato già di per sé creano spesso disaccordo fra l’acquirente e il venditore al momento della chiusura dei conti. È facile intuire come opere realizzate in modo non corrispondente al progetto e al capitolato originale possano creare ulteriori dissapori fra le parti, se non pattuiti in via preventiva.

Chiarezza e trasparenza

È bene che questi conguagli vengano definiti prima della stipula del compromesso. È bene essere chiari sin da subito perché l’informazione corretta è premessa assoluta per ogni tipo di progettazione e di realizzazione: «Una cosa detta prima è una spiegazione, detta dopo è una giustificazione».

Al venditore va fornita una progettazione completa, in modo che possa determinare nel dettaglio il prezzo dell’unità immobiliare da adibire ad ambulatorio o poliambulatorio. Occorre che prima di stipulare il compromesso venga definito il costo complessivo di tutte le opere e delle forniture necessarie per la realizzazione dell’ambiente professionale.

Piccole aggiunte o modificate sono accettabili anche in un momento successivo ma non devono discostarsi in modo rilevante dall’importo pattuito.

Perciò: prima di tutto, trasparenza. È quanto serve al venditore per sapere cosa realizzare e all’acquirente per quantificare l’esborso necessario per la realizzazione.

Le procedure normative

Non rimane che affrontare la serie di adempienze relative alla normativa che il venditore deve espletare con la massima accortezza.  Tali documenti sono necessari al fine di ottenere l’agibilità sanitaria necessaria per l’apertura dell’ambulatorio o poliambulatorio.

Il cambio di destinazione d’uso da civile abitazione a ufficio va garantito entro la data del rogito, previa verifica che nel regolamento condominiale non siano contemplati divieti all’apertura di ambulatori o poliambulatori.

Sempre al momento del rogito deve essere prodotta la domanda di agibilità o abitabilità completamente evasa e con i tempi di silenzio-assenso scaduti. Occorre, inoltre, la relazione sul rispetto dei limiti di rumorosità ai sensi Legge 26/10/95 n. 447 dei D.P.C.M del 5/12/97 e del 01/03/1191.

Al venditore spetta, infine, la consegna delle dichiarazioni di conformità relative agli impianti, con i relativi allegati, il progetto dell’impianto elettrico, nonché la dichiarazione di conformità dell’impianto di terra condominiale.

Conclusione

Prima di impegnarsi con una promessa di acquisto di un’unità immobiliare in costruzione è bene fornire al venditore tutti gli elementi di valutazione per inquadrare correttamente il progetto operativo dello studio.  Se si vogliono evitare cattive sorprese, il preventivo deve essere sufficientemente trasparente e preciso sul costo dell’intera realizzazione.

Il significato e le potenzialità della conservativa

Cosa rappresenta questa disciplina per gli odontoiatri e com’è cambiata in questi ultimi decenni? Queste e altre questioni spiegate da Adamo Monari, 52 anni, emiliano, libero professionista e presidente dell’Accademia Italiana di Conservativa.

Adamo Monari

L’odontoiatria conservativa non è solo un’importante branca dell’odontoiatria o una disciplina meramente tecnica, ma è anche un sapere legato in qualche modo alla «filosofia dell’odontoiatria». Di questo ne è profondamente convinto Adamo Monari, 52 anni, emiliano, presidente per il triennio 2010-2012 dell’Accademia Italiana di Conservativa. Che la conservativa abbia a che fare con la filosofia, lo si capisce da come ne parla, dal significato che attribuisce a questa disciplina che ha iniziato ad amare, racconta, all’Università. Laureatosi in Odontoiatria, a Bologna, nel 1986, Monari si trasferisce a Verona dove inizia la sua carriera come libero professionista proprio abbracciando l’odontoiatria conservativa. Nel 1988 diviene Socio attivo dell’Accademia Italiana di Conservativa che frequenta assiduamente. È qui che entra in contatto, ricorda, con importanti esponenti di questa disciplina. Una materia che dal 1999 insegna all’Università di Parma in qualità di professore a contratto.

Dottor Monari, cos’è per lei l’odontoiatria conservativa?

È la branca dell’odontoiatra che più mi affascina, sin dai tempi dell’Università e che continua ad attrarmi ancora oggi. È quella disciplina esercitata da tutti gli odontoiatri che, tuttavia, non sempre pare ne colgano il valore intrinseco. Praticare ai bambini la conservativa in modo corretto e continuativo, per esempio, significa prevenire molte patologie. Quello che mi ha sempre affascinato di questa disciplina è infatti la sua potenzialità nell’ambito della prevenzione. Purtroppo, ancora oggi non si fa abbastanza, per molte ragioni: innanzitutto perché la prevenzione comporta la necessità di cambiare lo stile di vita delle persone, cosa tutt’altro che facile da attuare. Poi, anche perché l’informazione su queste tematiche non è ancora sufficientemente adeguata, né tanto meno si è riusciti a estenderla su ampia scala a tutti i cittadini.

A proposito d’informazione, di cosa si parlerà al vostro prossimo Congresso Nazionale, il XIV dell’Accademia Italiana di Conservativa? 

Cercheremo di tracciare un bilancio di questi ultimi 20 anni. «Il Cambiamento in Odontoiatria Conservativa», è questo il titolo del congresso che si terrà a Riva del Garda il 23 e 24 aprile. Come ho scritto anche nella lettera di invito pubblicata sul nostro sito Web (www.accademiaitalianadiconservativa.it), citando l’oscuro Eraclito di Efeso per il quale «Nulla è permanente tranne il cambiamento», ho pensato che in un epoca di opzioni terapeutiche multiple e in trasformazione continua come la nostra, valesse la pena fare il punto sull’unico aspetto che resta invariato: il «cambiamento»,  appunto. Quando le trasformazioni avvengono a velocità elevata, possono disorientare se non si ha la consapevolezza di cosa scegliere, di come cambiare insieme migliorando e costruendo qualcosa di più grande. I relatori spiegheranno quanto è cambiato nella ricerca e nella clinica negli ultimi 10-20 anni e con quali conseguenze per la nostra professione. Elementi che ci aiuteranno ad avere una visione più chiara del presente per prepararci alle sfide del futuro, come ho già detto, con la giusta dose di entusiasmo, indispensabile per superare le difficoltà.

Cosa rappresenta invece la conservativa per i giovani odontoiatri? È attrattiva come lo è per molti l’implantologia?

L’implantologia è una branca che sta divenendo sempre più importante per l’odontoiatria, ma che può nascondere anche aspetti poco nobili e pericolosi per la nostra professione. In effetti,  sono molti i giovani che si avvicinano all’implantologia per interesse scientifico, ma alcuni lo fanno anche per ragioni pratiche. Che senso ha arrabattarsi per salvare un dente quando è possibile sostituirlo con un impianto: un trattamento che oltretutto offre anche una maggiore remunerazione? È quello che pensano, purtroppo, alcuni giovani. La colpa di questa mentalità emergente è certamente anche nostra, cioè di chi ha qualche anno di esperienza alle spalle e dovrebbe insegnare ai giovani ad appassionarsi a questa professione, al di là dei numeri, delle cifre, dei risultati economici. Certo, soprattutto oggi, è necessario badare alla «sopravvivenza», ma non credo che questa la si persegua solo ed esclusivamente con l’implantologia.

L’Accademia vive questo disagio? In che modo cercate di affrontare il problema? 

Cerchiamo di stimolare i giovani portando esempi positivi, ma anche dati clinici. Le terapie conservative oggi sono sempre più mirate, meno invasive. Le terapie aggressive infatti non sono necessariamente le migliori nel tempo: ciò che conta è quanto dente resta dopo un trattamento. Per questo, si sta delineando anche un nuovo confine tra l’odontoiatria conservativa e la protesi su cui è giusto riflettere.

In Italia, quali sono le scuole più prestigiose dove è possibile imparare l’odontoiatria conservativa secondo i canoni più consolidati, condivisi anche dalla vostra Accademia?

È difficile dirlo. Non si tratta tanto e solo di luoghi, sono sempre le persone a fare la differenza. L’odontoiatria conservativa poi non è solo un fatto tecnico: c’è anche molta filosofia dietro questa disciplina e ciascuno ha la propria. Personalmente ho avuto la fortuna di formarmi all’Università di Bologna e dopo esser divenuto Socio attivo dell’Accademia Italiana di Conservativa di conoscere i grandi nomi della conservativa. All’interno dell’Accademia ho coltivato poi anche molte amicizie.

Qual è la fotografia di oggi dell’Accademia Italiana di Conservativa?

Attualmente i membri dell’A.I.C. sono circa novanta, in rappresentanza sia dell’area libero professionale sia di quella universitaria. All’Accademia Italiana di Conservativa si può accedere solo in qualità di socio attivo, uno status che si raggiunge presentando a una commissione casi clinici supportati da materiale iconografico, secondo rigorosi parametri di eccellenza. Il nostro scopo è divulgare i progressi dell’odontoiatria conservativa attraverso congressi, corsi di formazione e altre iniziative di carattere culturale. Lo scorso anno l’A.I.C. ha pubblicato anche un testo didattico, «Odontoiatria Restaurativa: procedure di trattamento e prospettive future» che ha avuto un grande successo, tanto che sarà presto tradotto in diverse lingue.

Cosa si augura per il futuro della società scientifica di cui è presidente e più in generale per l’odontoiatria conservativa?

Mi auguro che l’Accademia Italiana di Conservativa possa continuare a essere un punto di riferimento per molti professionisti e non solo per l’eccellenza clinica verso cui è da sempre orientata. Per noi sono importanti l’attenzione ai rapporti interpersonali e le qualità morali dei nostri soci: non a caso chiediamo ai soci presentatori di farsi garanti dei nuovi iscritti. Spero anche che in futuro si possa riuscire a fare più prevenzione, combattendo gli atteggiamenti e gli stili di vita che portano alle malattie del cavo orale. Anche se so che non sarà facile raggiungere questo obiettivo: in molti anni di odontoiatria non si è ancora riusciti a farlo pienamente.

La disciplina che pratica da così lungo tempo, a suo avviso, potrà servire a contrastare in qualche modo la crisi che sta attraversando oggi l’odontoiatria? 

In effetti, le crisi che ha conosciuto l’odontoiatria anche in passato non hanno poi fatto così male alla conservativa. Sono servite a riflettere sulle cose sostanziali: quando si ha poco denaro e poco tempo a disposizione, si punta agli aspetti fondamentali del problema, tralasciando il superfluo. Quello che, a dire il vero, bisognerebbe fare sempre. Se la crisi attuale servirà a far comprendere al paziente l’importanza della prevenzione, e i vantaggi biologici ed economici insiti in un intervento tempestivo, allora sarà servita a qualcosa.

Per concludere, dalla sua esperienza di docente presso l’Università di Parma, che idea si è fatto dei giovani? Chi porterà avanti con passione questa disciplina? 

L’insegnamento in Università e i corsi di aggiornamento mi mettono in contatto con almeno una cinquantina di giovani diversi ogni anno. Tra questi c’è sempre chi si distingue per abilità pratica, ma anche per carattere e l’odontoiatria conservativa è una disciplina che richiede, forse più di altre, grandi sacrifici e grande determinazione. Non credo, comunque, come sostengono alcuni, che in passato ci fossero migliori leve. Quello che conta per i giovani, da sempre, è l’esempio, un modello verso cui tendere: proprio quello che puntiamo a realizzare con le attività dell’Accademia Italiana di Conservativa.

Corone singole su impianti a connessione conometrica nei settori posteriori dei mascellari: carico dilazionato contro carico immediato. Studio prospettico, controllato e randomizzato

Riassunto
Questo studio prospettico, controllato e randomizzato intende valutare sopravvivenza e successo di 270 impianti a connessione conometrica, a sostegno di corone singole, inseriti nei settori posteriori di entrambi i mascellari, e divisi in base al protocollo di carico applicato (192 impianti con carico dilazionato e 78 con carico immediato). In un periodo di cinque anni, 270 impianti erano inseriti in 234 pazienti in quattro centri odontoiatrici. Gli impianti erano valutati clinicamente, protesicamente e radiograficamente a 12, 24, 36, 48 e 60 mesi dall’inserimento.  Al termine dello studio, la sopravvivenza cumulativa nel gruppo di impianti a carico dilazionato era del 98,4%, contro il 95,0% di quelli a carico immediato. La differenza tra i due gruppi non era statisticamente significativa. Le complicanze protesiche erano minime (0,5% di perdita di connessione in impianti con carico dilazionato contro 1,4% in impianti con carico immediato). La stabilità del tessuto osseo intorno agli impianti a cinque anni era elevata (DIB = 1,206 ± 0,206 mm nel gruppo a carico dilazionato contro DIB = 1,220 ± 0,341 mm nel gruppo a carico immediato). Tra gli impianti sopravvissuti, cinque non erano in grado di soddisfare i criteri di successo. Il successo riscontrato era del 96,5% nel gruppo a carico dilazionato, contro il 92,7% nel gruppo a carico immediato.  Gli impianti a connessione conometrica sono indicati per la sostituzione di elementi singoli nei settori posteriori. La stabilità meccanica della connessione conometrica riduce le problematiche protesiche. L’assenza di microgap interfacciale e il profilo di emergenza del moncone possono ridurre il riassorbimento osseo peri-implantare.

Summary
Single tooth morse taper connection implants in the posterior areas of maxillary bones: delayed versus immediate loading. A prospective, controlled and randomized study
This prospective, controlled and randomized study evaluated the survival and success rate of 270 Morse taper connection implants used for single tooth replacement, inserted in the posterior areas of both maxillary bones, and divided into two groups (192 conventionally versus 78 immediately loaded implants). Over a five-year period 270 implants were inserted in 234 patients in four clinical centres. Implants were clinically, prosthetically and radiographically evaluated at 12, 24, 36, 48 and 60 months after insertion. At the endpoint of the study, the cumulative survival rate was 98.4% with conventionally loaded implants, versus 95.0% with immediately loaded implants. This difference was not statistically significant. A few prosthetic complications, such as implant abutment loosening (0.5% with conventionally versus 1.4% with immediately loaded implants) were reported. Bone stability after five years was high (DIB = 1.206 ± 0.206 mm with conventionally versus DIB = 1.220 ± 0.341 mm with immediately loaded implants). Between survived implants, only five did not fulfil success criteria. The success rate was 96.5% with conventionally, versus 92.7% with immediately loaded implants. The use of Morse taper connection implants represents a successful procedure for single tooth replacement in the posterior areas of both maxillary bones. The high mechanical stability of this connection reduces prosthetic complications. The absence of microgap and the specific emergency profile can be associated with minimal crestal bone loss. 

Numerosi lavori hanno evidenziato come la mancanza di un singolo elemento dentale nei settori posteriori delle ossa mascellari sia frequente nella popolazione in ogni fascia di età1-2. La perdita di un dente nei settori posteriori è causa comune di occlusione non fisiologica, con migrazione e inclinazione degli elementi distali a esso, ed estrusione degli elementi antagonisti3. Gli impianti dentali rappresentano, da tempo, la migliore soluzione terapeutica per poter restaurare la funzione e l’estetica perdute in seguito a mancanza di un singolo dente4-5. Essi permettono, infatti, a differenza delle protesi convenzionali, di conservare pienamente l’integrità e la struttura dei denti adiacenti all’elemento mancante5. Diversi studi5-15, con follow-up da uno fino a otto anni, hanno documentato l’elevata predicibilità delle corone singole su impianti, con eccellenti tassi di sopravvivenza e di successo compresi tra 93,7% e 100%. Ciononostante, numerosi lavori hanno evidenziato un’alta incidenza di problematiche protesiche e meccaniche a carico di questi restauri, quali perdita di connessione tra moncone e impianto, tra corona e moncone o frattura del moncone stesso16-20. In uno studio16 a cinque anni su 107 corone singole impianto-supportate, l’incidenza riportata della perdita di connessione tra moncone e impianto era del 12,7%. In un altro lavoro17 a due anni e su 81 corone singole su impianti, inserite prevalentemente nei settori posteriori di entrambi i mascellari, la perdita di connessione descritta tra corona e moncone era del 22,2%. In un ulteriore studio18 su 80 corone singole su impianti, la complicanza protesica più frequente era l’allentamento della vite di connessione del moncone nell’impianto (28%). Percentuali più elevate di allentamento della vite tra moncone e impianto e conseguente perdita di connessione erano descritte e riportate da Balshi19 (48%) ed Ekfeldt20 (43%). Queste complicanze, naturalmente, caratterizzano in modo particolare gli impianti nelle regioni posteriori di entrambe le ossa mascellari, laddove il carico protesico è più elevato, e le percentuali di allentamento della vite di connessione tra moncone e impianto sono complessivamente descritte tra 6% e 48%8,16-25.

1. Impianto appena posizionato in zona 4.5.
1. Impianto appena posizionato in zona 4.5.
2. Radiografia di controllo.
2. Radiografia di controllo.

Una delle differenze principali tra i diversi sistemi implantari in commercio è data dalla tipologia di connessione tra moncone e impianto25-26. La tipologia più presente sul mercato è, ancora oggi, quella avvitata, nella quale la connessione tra moncone e impianto è ottenuta grazie a una vite. In tali sistemi, la connessione tra queste due componenti dipende essenzialmente dal pre-carico agente sulla vite, generato attraverso specifico torque di avvitamento durante l’applicazione26. Tuttavia, qualora i carichi occlusali superino il pre-carico è descritto come la vite di connessione possa deformarsi e quindi allentarsi o addirittura fratturarsi26-27.

Nonostante i miglioramenti tecnici introdotti dalle Case produttrici di sistemi avvitati possano in parte scongiurare questi problemi28, non è infrequente, purtroppo, che il paziente si presenti ancor oggi in studio lamentando la mobilità del proprio restauro protesico su impianto singolo, per perdita della connessione tra moncone e impianto. La necessità di re-intervenire più volte per ripristinare la connessione tra moncone e impianto rappresenta senz’altro un costo, sia per il professionista sia per il paziente.
L’introduzione sul mercato di sistemi a connessione conometrica tra moncone e impianto (che impiegano il principio del cono Morse) può senz’altro rappresentare una possibile soluzione a questo tipo di problematiche. La connessione conometrica è garantita dall’ampia superficie di contatto e dalla frizione generata all’interfaccia tra moncone e impianto. Levine29, in un lavoro su corone singole cementate su mono-impianti, riporta un ridotto tasso di complicanze protesiche (da 3,6% a 5,3%) impiegando una connessione conica tra moncone e impianto. Risultati simili vengono descritti da Sutter30, Norton31 e Felton32, che mostrano come l’impiego di una connessione conica tra moncone e impianto sia in grado di migliorare drasticamente la stabilità complessiva e l’abilità del sistema a resistere alle forze flettenti. Anche i lavori di Muftu33 e Morgan34 sembrano confermare questi rilievi e rinforzare il concetto che, con l’impiego di una connessione conometrica, i problemi a carico dell’interfaccia tra moncone e impianto risultano notevolmente ridotti. L’interessante riduzione delle problematiche di natura protesica, quali quelle legate alla connessione, suggeriscono pertanto l’impiego di impianti a connessione conometrica a sostegno di corone singole nelle aree posteriori delle ossa mascellari, aree soggette a carichi maggiori8,26-27.

3. Applicazione del provvisorio nelle prime 48 ore.
3. Applicazione del provvisorio nelle prime 48 ore.
4. Radiografia di controllo con la corona provvisoria in situ.

Scopo di questo lavoro prospettico, controllato e randomizzato era quello di studiare il tasso di sopravvivenza e di successo di 270 corone singole su impianti a connessione conometrica (Sistema Implantare Leone®, Firenze, Italia) inseriti nei settori posteriori di entrambe le ossa mascellari e caricati protesicamente con due differenti modalità: carico dilazionato (192 impianti, corone applicate 3-4 mesi dopo l’inserimento degli impianti) versus carico immediato (78 impianti, corone applicate entro e non oltre le 48 ore dall’inserimento degli impianti). Si intendevano valutare le percentuali di sopravvivenza e successo nei due gruppi, caratterizzati da differenti protocolli di carico; particolare attenzione era destinata a eventuali problematiche protesiche riscontrate.       

Materiali e metodi
Disegno dello studio
Questo studio prospettico, controllato e randomizzato intendeva valutare la sopravvivenza cumulativa e il successo clinico di 270 corone singole su impianti a connessione conometrica (Sistema Implantare Leone®, Firenze, Italia), inseriti nei settori posteriori di entrambi i mascellari (155 in mandibola, 115 nel mascellare superiore) in due diversi gruppi di 234 pazienti.
Nel primo gruppo di pazienti (156), gli impianti venivano caricati seguendo il protocollo convenzionale e i tempi di attesa prima del carico andavano da tre a quattro mesi; in tale gruppo venivano inseriti in tutto 192 impianti, 109 in mandibola e 83 nel mascellare superiore. Nel secondo gruppo di pazienti (78), invece, si optava per un protocollo di carico immediato. Le corone erano pertanto applicate entro e non oltre le prime 48 ore dall’inserimento degli impianti; appartenevano a questo gruppo un totale di 78 impianti, 46 in mandibola e 32 nel mascellare superiore.     

5. Corona definitiva al momento dell’applicazione, tre mesi dopo l’inserimento dell’impianto.
5. Corona definitiva al momento dell’applicazione, tre mesi dopo l’inserimento dell’impianto.
6. Radiografia di controllo con la corona definitiva.
6. Radiografia di controllo con la corona definitiva.

Selezione dei pazienti
Nel periodo compreso tra gennaio 2003 e dicembre 2007, un totale di 234 pazienti (131 maschi e 103 femmine, di età compresa tra 26 e 78 anni), e che presentavano mancanza di un singolo elemento dentale (monoedentulia) nei settori posteriori dei mascellari, venivano arruolati in modo consecutivo in questo studio clinico longitudinale e prospettico, in quattro diversi centri odontoiatrici specializzati. In 36 pazienti, la monoedentulia era multipla, con la necessità quindi di inserire più monoimpianti nello stesso soggetto, seppur in diverse sedi.  Le cause che avevano portato i pazienti alla perdita di un singolo elemento dentale erano classificate tra le seguenti: aplasia (2), inclusione e mancata eruzione (4), traumi (26), carie intrattabili (20), estese lesioni granulomatose peri-apicali (138) e lesioni parodontali gravi (80).
Tutti i pazienti erano in buone condizioni di salute generale. I criteri di inclusione nello studio erano rappresentati da presenza di adeguata altezza e spessore osseo, tale da poter garantire l’inserimento di un impianto di almeno 3,3 mm di diametro e 8,0 mm di lunghezza. I pazienti che presentavano un’igiene orale inadeguata, infezioni parodontali attive, parafunzioni (bruxismo), diabete non controllato e forte abitudine al fumo (più di 15 sigarette al giorno) erano esclusi dallo studio. I pazienti venivano divisi in due gruppi con procedura di randomizzazione a blocchi bilanciati, in base a liste precedentemente generate da specifico software, per cui a ogni paziente inserito nel protocollo di carico immediato dovevano corrispondere esattamente due pazienti inseriti nel protocollo di carico dilazionato. Si sono ottenuti così 78 pazienti (per un totale di 78 monoimpianti) inseriti nel gruppo con protocollo di carico immediato e 156 pazienti (per un totale di 192 monoimpianti, dato che 36 pazienti presentavano indicazioni multiple al posizionamento) inseriti nel gruppo con protocollo di carico dilazionato. Tutti i pazienti venivano informati riguardo alle diverse modalità del trattamento e firmavano un consenso informato.   

7. Corona definitiva a distanza di quattro anni.
7. Corona definitiva a distanza di quattro anni.
8. Radiografia di controllo a distanza di quattro anni.
8. Radiografia di controllo a distanza di quattro anni.

Studio preliminare
Un esame completo dei tessuti duri e molli veniva realizzato per ogni singolo paziente. Le ortopantomografie rappresentavano la base per lo studio preliminare, che veniva completato, ove necessario, da una moderna tomografia assiale computerizzata di tipo volumetrico (i-CatR, Imaging Sciences International, Hartfield, PA, USA). I dati derivanti dalla TAC volumetrica erano trasferiti immediatamente a uno specifico software di navigazione implantare (SimplantR, Materialise, Leuven, Belgium), allo scopo di realizzare una ricostruzione tridimensionale delle ossa mascellari.  Con l’ausilio di questo software, era possibile determinare precisamente l’altezza, lo spessore e l’angolazione della cresta ossea in corrispondenza di ciascun sito implantare, insieme con la densità della corticale e della midollare; veniva quindi simulato l’inserimento dell’impianto. Qualora necessario, inoltre, sulla base di queste informazioni, veniva realizzata una dima chirurgica stereolitografica (SurgiguideR, Materialise, Leuven, Belgium) per il corretto posizionamento degli impianti, «guidato» dal progetto tridimensionale precedentemente elaborato. Lo studio preliminare includeva naturalmente un esame dei modelli e un’accurata ceratura diagnostica.                

Posizionamento degli impianti
Il posizionamento degli impianti era programmato ad almeno tre mesi di distanza dall’estrazione dell’elemento dentale compromesso, se ancora presente. Gli impianti venivano posizionati da quattro diversi operatori esperti, nei quattro centri odontoiatrici partecipanti allo studio. L’anestesia locale era ottenuta con infiltrazione plessica di articaina con adrenalina 1:100.000 (UbistesinR, 3M Espe, St. Paul, MN, USA). Un’incisione era realizzata sulla cresta edentula ed estesa in senso intra-crevicolare ai denti adiacenti. Non venivano eseguite incisioni di rilasciamento. Venivano sollevati due lembi a spessore totale per poter esporre la cresta alveolare, e la preparazione del sito d’impianto era realizzata con frese a diametro incrementale (2,8 mm per posizionare un impianto di 3,3 mm di diametro; 2,8 e 3,5 mm per posizionare un impianto di 4,1 mm di diametro e 4,2 mm di diametro per preparare il sito per un impianto di 4,8 mm di diametro) sotto costante irrigazione. Gli impianti erano posizionati a livello della cresta ossea. A questo punto, in base all’assegnazione randomizzata dei pazienti ai due gruppi (gruppo con carico dilazionato e gruppo con carico immediato), si programmava un differente approccio all’impianto. Nel caso dei 78 pazienti (78 impianti) inseriti nel protocollo di carico immediato, si sceglieva una procedura chirurgica one step con immediato rilevamento dell’impronta, posizionamento della vite di guarigione, sutura intorno a essa e inserzione del moncone. Il carico protesico provvisorio veniva realizzato entro le prime 48 ore dall’inserimento dell’impianto (figure 1-8). Nel caso invece dei 156 pazienti (192 impianti) inseriti nel protocollo di carico dilazionato, si optava per una procedura chirurgica two step35, caratterizzata da suture (SupramidR, Novaxa Spa, Milano, Italia), guarigione sommersa per un periodo di 3-4 mesi dall’inserimento dell’impianto, successiva scopertura e posizionamento del moncone con provvisorio e carico protesico (figure 9-15).

9. Impianto posizionato in zona 4.6.
9. Impianto posizionato in zona 4.6.

Al termine dello studio, un totale di 192 impianti erano inseriti con approccio convenzionale (109 nella mandibola e 83 nel mascellare superiore), mentre 78 erano inseriti con carico immediato (46 nella mandibola e 32 nel mascellare superiore). Un totale di 155 impianti (57,5%) venivano inseriti nella mandibola posteriore, mentre 115 (42,5%) erano posizionati nel mascellare superiore posteriore. Il diametro dell’impianto più frequentemente utilizzato era di 4,1 mm per un totale di 154 impianti posizionati (57,2%), seguito dal diametro 4,8 mm utilizzato per 105 impianti (38,8%), e dal diametro 3,3 mm per i restanti 11 impianti (4,0%). Le lunghezze più frequentemente utilizzate erano 10 mm (125 impianti, 46,3%) e 12 mm (97 impianti, 35,9%), seguite da 8 mm (30 impianti, 11,1%) e 14 mm (18 impianti, 6,7%).

10. Il tappo di guarigione a tre mesi dall’inserimento dell’impianto.
10. Il tappo di guarigione a tre mesi dall’inserimento dell’impianto.
11. Corona provvisoria in situ.
11. Corona provvisoria in situ.

Post-operatorio
A tutti i pazienti veniva prescritto un antibiotico, 2 g al giorno per sei giorni complessivi di trattamento (AugmentinR, Glaxo-Smithkline Beecham, Brentford, UK). Il dolore post-operatorio era controllato somministrando 100 mg di nimesulide al bisogno (AulinR, Roche Pharmaceutical, Basel, Switzerland) per un massimo di due somministrazioni al giorno, nei soli due giorni immediatamente successivi all’intervento. Venivano fornite dettagliate informazioni riguardo all’igiene orale, con prescrizione di sciacqui con collutorio a base di clorexidina 0,12% per i sette giorni successivi all’intervento (Chlorexidine®, OralB, Boston, MA, USA).                  

Carico protesico
I restauri provvisori in resina acrilica erano utilizzati per valutare la stabilità degli impianti.
Nel protocollo di carico immediato i provvisori venivano inseriti entro 48 ore dal posizionamento dell’impianto.
Essi erano scaricati nei contatti in occlusione centrica, fino all’applicazione della corona definitiva, che avveniva circa tre mesi dopo. Nel caso del protocollo di carico convenzionale i provvisori erano posizionati tre mesi dopo l’inserimento dell’impianto e mantenuti in situ per un periodo di circa tre mesi, al termine del quale si provvedeva al posizionamento dei manufatti protesici definitivi. Le corone definitive erano in metallo-ceramica e venivano cementate con cemento al fosfato di zinco (Harvard®, Richter & Hoffmann, Berlin, Germany).  

12. Corona definitiva al momento dell’applicazione tre mesi dopo la scopertura dell’impianto.
12. Corona definitiva al momento dell’applicazione tre mesi dopo la scopertura dell’impianto.
13. Radiografia di controllo con corona definitiva appena applicata.
13. Radiografia di controllo con corona definitiva appena applicata.

Valutazione dei parametri critici per il successo
Il periodo di osservazione si estendeva da gennaio 2003 sino a maggio 2008. Un diverso operatore esperto era incaricato di effettuare le valutazioni di controllo annuali, in ciascuno dei quattro centri odontoiatrici partecipanti allo studio e per ogni impianto inserito. In ciascuna delle sessioni di controllo, programmate rispettivamente a 12, 24, 36, 48 e 60 mesi dall’inserimento di ciascun impianto, venivano valutati e riportati in cartelle elettroniche pre-configurate specifici parametri clinici e radiografici (endpoints dello studio). Inoltre, venivano valutate e segnalate eventuali problematiche protesiche. Per 25 impianti (15 con protocollo convenzionale e 7 con protocollo immediato, posizionati da maggio a dicembre 2007) non era possibile eseguire il primo controllo annuale programmato, dal momento che il termine del periodo di osservazione dello studio era fissato appunto per il maggio 2008; essi erano comunque seguiti scrupolosamente e tenuti in considerazione nel breve periodo, fino alla conclusione del lavoro, per escludere fallimenti.
Per tale ragione, al termine dello studio, era teoricamente possibile indagare nelle sessioni di controllo pre-stabilite i parametri clinici, radiografici e protesici di 245 impianti. Tali parametri venivano impiegati per poter determinare il successo o l’insuccesso della riabilitazione, secondo criteri stabiliti prima di dare inizio allo studio e di seguito riportati.  

Valutazione clinica
I parametri clinici considerati erano rappresentati da:                

  • indice di placca modificato (modified plaque index, mPI), rilevato sulla superficie mesiale, distale, vestibolare e palatale/linguale di ciascun impianto. Per ogni impianto, l’indice di placca era calcolato come media dei valori ottenuti nei quattro siti indagati. I seguenti punteggi venivano assegnati in base alla quantità di placca rilevata: punteggio 0, nessuna placca rilevata; punteggio 1, modesta quantità di placca evidenziabile, passando delicatamente una sonda parodontale lungo il margine gengivale intorno all’impianto; punteggio 2, discreta quantità di placca ben visibile a occhio nudo; punteggio 3, grande abbondanza di placca36-37;
  • indice di sanguinamento modificato (modified bleeding index, mBI), rilevato sulle stesse superfici, come indicatore di esistenza e grado di severità di eventuale infiammazione dei tessuti mucosi peri-implantari. Per ciascun impianto, l’indice di sanguinamento era calcolato come media dei valori ottenuti nei quattro siti indagati. I punteggi venivano assegnati nel modo seguente: punteggio 0, nessun sanguinamento visibile passando delicatamente una sonda lungo il margine gengivale intorno all’impianto; punteggio 1, isolate aree di sanguinamento evidenziabili; punteggio 2, sanguinamento evidente; punteggio 3, sanguinamento profuso36-37;
  • profondità di sondaggio (probing depth, PD), misurata in mm con una sonda parodontale (PGF-GFSRR, Hu-Friedy, Chicago, IL, USA) in corrispondenza delle stesse superfici. Per ciascun impianto, la profondità di sondaggio era calcolata come media dei valori ottenuti nei quattro siti indagati38;                               
  • distanza tra il margine della corona sull’impianto e la porzione più coronale della mucosa peri-implantare (distance from the implant crown margin to the coronal border of the peri-implant mucosa, DIM) misurata in mm in corrispondenza delle stesse superfici. Questo parametro era introdotto per poter eventualmente evidenziare e quantificare la presenza di recessioni a carico dei tessuti mucosi peri-implantari. Per ciascun impianto, il valore veniva calcolato dalla media dei valori ottenuti nei quattro siti indagati, venendo convenzionalmente assegnato come negativo in presenza di margine coronale sottogengivale e positivo in presenza di recessione dei tessuti mucosi peri-implantari38-39. 
14. Corona definitiva dopo quattro anni.
14. Corona definitiva dopo quattro anni.
15. Radiografia di controllo a quattro anni.
15. Radiografia di controllo a quattro anni.

Veniva valutata, infine, l’eventuale presenza delle sotto elencate condizioni cliniche sfavorevoli, perché generalmente associate a fenomeni negativi per la sopravvivenza e il successo degli impianti, quali peri-implantiti e patologie da sovraccarico:                       

  • presenza di dolore e/o suppurazione39;                                  
  • presenza di mobilità dell’impianto, mediante test manuale utilizzando i manici di due specchietti dentali40.                            

Valutazione protesica
Per valutare la funzione protesica, l’occlusione statica e dinamica veniva controllata con cartine occlusali standard (Bausch articulating paper®, Bausch Inc., Nashua, NH, USA). Eventuali complicanze protesiche, quali perdita della stabilità della corona sull’impianto per semplice de-cementazione o per perdita di connessione tra moncone e impianto, frattura del moncone e frattura della ceramica venivano opportunamente registrate.        

Valutazione radiografica
Per ciascun impianto, al momento del posizionamento e in occasione di ciascuno dei controlli programmati (a 12, 24, 36, 48 e 60 mesi rispettivamente, ove possibile), erano realizzate radiografie endorali peri-apicali con centratore di Rinn (Rinn®, Dentsply, Elgin, IL, USA).
Le radiografie erano in primo luogo analizzate per escludere la presenza di eventuale radiotrasparenza peri-implantare, segno evidente di peri-implantite o patologia da sovraccarico e, secondariamente, per poter misurare la distanza tra la spalla dell’impianto e il  primo contatto osseo visibile (distance between the implant shoulder and the first visible bone contact, DIB) in mm, nei siti mesiale e distale all’impianto38-40.
Grazie a questa valutazione, infatti, era possibile registrare eventuali modificazioni nella dimensione verticale dell’osso intorno all’impianto e procedere a una valutazione della stabilità del  tessuto osseo peri-implantare nel corso del tempo. Per potere correggere eventuali distorsioni dimensionali dovute alla radiografia, la lunghezza apparente (misurata direttamente sulla radiografia) veniva comparata alla reale lunghezza dell’impianto, già nota, introducendo la seguente proporzione:            

Lunghezza impianto misurato sulla radiografia: Lunghezza impianto reale (nota) = Difetto misurato sulla radiografia: Difetto reale (incognita)

attraverso la quale era possibile stabilire, con discreta precisione, l’eventuale entità della perdita ossea verticale attorno all’impianto, nei due siti di misurazione41.                   

Criteri di sopravvivenza e successo implantare
Sopravvivenza cumulativa: un impianto era classificato come «sopravvissuto» se ancora in bocca, in funzione e sotto carico, al termine dello studio. Gli impianti perduti e rimossi erano considerati come fallimenti. Le condizioni che venivano a determinare la rimozione di un impianto includevano peri-implantite con dolore persistente, suppurazione e radiotrasparenza continua a livello radiografico o patologia da sovraccarico con sostanziale riassorbimento osseo radiograficamente evidenziabile. La sopravvivenza cumulativa degli impianti al termine del periodo di osservazione rappresentava l’outcome primario di questo studio. Essa veniva calcolata nei due gruppi con l’analisi di Kaplan-Meier, grazie a uno specifico software di statistica (SPSS 10.0®, SPSS Inc., Chicago, IL, USA)42. Con lo stesso software si intendeva confrontare gli indici di sopravvivenza cumulativa nei due gruppi, attraverso un test Log Rank.                      

Successo clinico: una riabilitazione implanto-protesica era classificata come di successo se in grado di soddisfare, al termine del periodo di osservazione dello studio, i seguenti criteri clinici, radiografici e protesici:                          

  • assenza di dolore e suppurazione;                 
  • assenza di mobilità;                                   
  • assenza di radiotrasparenza peri-implantare continua;                      
  • profondità di sondaggio < 5 mm (per ciascun impianto, calcolata dalla media dei quattro valori misurati rispettivamente a livello mesiale, distale, vestibolare e palatale/linguale all’impianto);      
  • distanza tra la spalla dell’impianto e il primo contatto osseo visibile radiograficamente < 1,5 mm dopo i primi 12 mesi di carico funzionale, e non eccedente ulteriori 0,2 mm in ciascuno degli anni successivi43;                              
  • assenza di complicanze protesiche di sorta.                          

La valutazione del successo clinico nei due gruppi di impianti rappresentava l’outcome secondario di questo studio.                            

Risultati
Sopravvivenza implantare
Tra tutti i 270 impianti posizionati, sei fallivano e venivano rimossi, tre in pazienti trattati con protocollo di carico dilazionato e tre in pazienti con protocollo di carico immediato. Cinque di questi fallimenti si verificavano a carico del mascellare superiore, mentre soltanto uno in mandibola; in tutti i casi, i fallimenti si verificavano in corrispondenza della zona molare. Tra tutti i fallimenti, cinque si verificavano a poca distanza (due-quattro mesi al massimo) dall’inserzione dell’impianto, in tre casi addirittura prima del carico protesico, ed erano imputabili a peri-implantite. Questi fallimenti venivano classificati come «fallimenti precoci». Soltanto un fallimento si verificava a distanza di tempo maggiore (28 mesi) dall’inserimento dell’impianto, in un paziente trattato con protocollo di carico immediato e, pertanto, veniva definito «fallimento tardivo». Questo fallimento era riconducibile a sovraccarico protesico.

16. Sopravvivenza cumulativa al termine dello studio, con analisi di Kaplan-Meier. Impianti con protocollo di carico dilazionato, in verde: sopravvivenza cumulativa 0,983; errore standard 0,009. Impianti con protocollo di carico immediato, in rosa: sopravvivenza cumulativa 0,950; errore standard 0,028.
16. Sopravvivenza cumulativa al termine dello studio, con analisi di Kaplan-Meier. Impianti con protocollo di carico dilazionato, in verde: sopravvivenza cumulativa 0,983; errore standard 0,009. Impianti con protocollo di carico immediato, in rosa: sopravvivenza cumulativa 0,950; errore standard 0,028.

Quattro pazienti (quattro impianti) non potevano contribuire interamente allo studio, mancando l’ultimo degli appuntamenti di controllo programmati, per motivi personali (due pazienti) o di salute generale (due pazienti). Questi quattro pazienti venivano classificati, a fini statistici, come drops out. I dati estrapolati da questi pazienti, seppure parziali, erano comunque tenuti in considerazione nel lavoro. Al termine dello studio, 264 impianti in tutto erano ancora in funzione. Nel gruppo di impianti con protocollo di carico dilazionato, la sopravvivenza cumulativa era del 98,4% a cinque anni. Nel gruppo di impianti con protocollo di carico immediato, invece, la sopravvivenza cumulativa era del 95,0% a cinque anni (figura 16). Quest’ultimo dato risentiva, naturalmente, del maggior «peso» statistico dell’impianto perso a 28 mesi dall’inserimento. Ciononostante, la differenza di valori nella sopravvivenza cumulativa tra i due gruppi era valutata non statisticamente significativa attraverso un test di Log-Rank (tabella 1).

Successo implanto-protesico
Dati i cinque fallimenti precoci sopra descritti, 240 impianti, in tutto, potevano essere esaminati nei controlli annuali per la valutazione del successo implanto-protesico (171 caricati convenzionalmente e 69 caricati immediatamente). Nel corso delle diverse valutazioni cliniche eseguite, 210 impianti (87,5%) rivelavano un valore di indice di placca modificato compreso tra 0 e 1, mentre 30 impianti (12,5%) mostravano quantità di placca maggiore, con valori > 1. Allo stesso modo, 215 impianti (89,5%) non mostravano alcun segno di infiammazione a carico dei tessuti mucosi peri-implantari, con indice di sanguinamento modificato compreso tra 0 e 1, mentre 25 impianti (10,5%) rivelavano un indice > 1.

In tutte le valutazioni complessivamente eseguite, per 208 impianti (86,7%) la profondità di sondaggio non superava 3,0 mm; per 29 impianti (12,1%) il sondaggio era compreso tra 3,0 e 5,0 mm; soltanto tre impianti (1,2%) mostravano una profondità di sondaggio superiore a 5,0 mm, e quindi incompatibile con i criteri di successo fissati in questo studio. Due di questi appartenevano al gruppo con carico convenzionale.  Parimenti, in tutte le valutazioni, per 212 impianti (88,3%) la distanza tra il margine della corona dell’impianto e il punto più coronale della mucosa peri-implantare era compreso tra -1 e -2 mm; in 26 impianti (10,8%), questa distanza era compresa tra 0 e -1 mm; soltanto due impianti (0,9%) mostravano una minima recessione dei tessuti mucosi peri-implantari, con un valore di DIM > 0 mm. Due soli monconi, in zona molare e nel mascellare superiore, perdevano la loro connessione con l’impianto nel primo anno di funzione. La perdita di connessione si verificava rispettivamente in un impianto sottoposto a carico convenzionale e in un impianto sottoposto a carico immediato. Questi monconi venivano reinseriti e non presentavano più problemi, fino al termine dello studio; tuttavia, essi rappresentavano un insuccesso protesico. In tutto, perciò, l’incidenza di perdita di connessione tra moncone e impianto, descritta nel corso di questo studio, era dello 0,8%. Considerando i due gruppi, l’incidenza di problematiche protesiche era dello 0,5% nel carico convenzionale e dell’1,4% nel carico immediato. Nessun altro problema di natura protesica (come frattura di moncone o frattura della ceramica) era evidenziato nel corso di questo lavoro. La valutazione radiografica, infine, rivelava una distanza media tra la spalla dell’impianto e il primo contatto osseo rispettivamente di 0,949 mm, 0,971 mm, 1,069 mm, 1,134 mm e 1,206 mm a 12, 24, 36, 48 e 60 mesi dall’inserzione degli impianti nel gruppo a carico convenzionale; nel gruppo a carico immediato, invece, i valori riportati erano di 0,905 mm, 0,934 mm, 1,096 mm, 1,178 mm e 1,220 mm sempre rispettivamente a 12, 24, 36, 48 e 60 mesi (tabella 2). Tutti i 240 impianti esaminati radiograficamente rispettavano i criteri di successo pre-stabiliti.  In relazione a tutti questi dati, soltanto cinque impianti (tre nel gruppo di carico convenzionale e due in quello di carico immediato) non erano in grado di soddisfare pienamente i criteri di successo stabiliti nello studio (tre perché presentavano un sondaggio > 5,0 mm e due perché erano andati incontro a complicanza protesica, nella fattispecie perdita di connessione tra moncone e impianto). Per tale ragione, e considerando anche i sei fallimenti (tre impianti non sopravvissuti per gruppo), il successo clinico riportato era del 96,5% all’interno del gruppo con carico dilazionato, e del 92,7% all’interno del gruppo con carico immediato.   

Discussione                                    

L’elevata stabilità meccanica delle connessioni conometriche riduce la frequenza della perdita di connessione tra moncone e impianto, evento spesso descritto nei sistemi avvitati tradizionali (esagono esterno). Ciò determina, evidentemente, maggiori garanzie in applicazioni cliniche complesse quali la sostituzione di un dente singolo, in aree ove il carico protesico è elevato (settori posteriori di entrambi i mascellari)29-32,44-48.
In un lavoro47 a sei anni su 233 impianti a connessione conometrica, inseriti nelle aree posteriori di entrambi i mascellari, Weigl evidenziava un’incidenza molto bassa (1,3%) di perdita di connessione tra moncone e impianto. Nessun altra complicanza meccanica, quale frattura del moncone o frattura della ceramica, era descritta in questo studio47.
In un altro lavoro48 a otto anni, su 275 corone singole su impianti a connessione conometrica, Doring dimostrava l’assenza di complicanze di natura protesica (0% di perdita di connessione tra moncone e impianto e nessun altra problematica descritta).
In uno studio46 a tre anni, con 58 corone singole su impianti a connessione conometrica, Romanos evidenziava a sua volta un basso tasso di problematiche protesiche a carico del sistema (due soli monconi fratturati).

tab1

Tutti questi dati erano in linea con quanto evidenziato da un nostro precedente lavoro45 a tre anni su 80 impianti a connessione conometrica, inseriti principalmente nelle regioni posteriori di entrambi i mascellari a sostegno di corone singole, per cui il tasso di complicanze protesiche descritto era molto basso (3,75% in tutto con due monconi fratturati e una perdita di connessione).
Il presente lavoro, su 270 corone singole su impianti inseriti nei soli settori posteriori dei mascellari, sembra confermare tutti questi rilievi, con una bassa frequenza di problematiche protesiche riscontrate (0,8% di perdita di connessione complessivamente descritta per tutti gli impianti a cinque anni, con percentuali di 0,5% nel gruppo a carico convenzionale e 1,4% nel gruppo a carico immediato). Il sistema a connessione conometrica impiegato in questo studio, di tipo auto-bloccante e con un angolo di 1,5°, è in grado, pertanto, di ridurre l’incidenza di problematiche di natura protesica nelle riabilitazioni implantari su dente singolo nei settori posteriori. Lo scopo di questo lavoro, tuttavia, non era soltanto valutare il tasso di complicanze protesiche a carico del sistema, ma anche e soprattutto determinare la sopravvivenza cumulativa e il successo clinico nei due gruppi di impianti: quelli caricati con protocollo convenzionale (3-4 mesi di attesa dall’inserimento prima del carico) e quelli caricati con protocollo immediato (48 ore soltanto di attesa prima di posizionare il restauro provvisorio). Al termine dello studio, la sopravvivenza cumulativa a cinque anni con analisi di Kaplan-Meier era del 98,4% nel gruppo con protocollo dilazionato e del 95,0% nel gruppo con protocollo immediato. La leggera differenza nel tasso di sopravvivenza cumulativa tra i due gruppi era legata alla perdita di un impianto con carico immediato nel terzo anno dal posizionamento (28 mesi, unico fallimento tardivo descritto), ma comunque non statisticamente significativa.
Questi dati sono in linea con le più recenti evidenze della letteratura. Abboud49 ha evidenziato, infatti, una percentuale di sopravvivenza (95,0%) soddisfacente in uno studio su 20 impianti singoli, caricati immediatamente, e posizionati nei settori posteriori dei mascellari. L’applicazione di un carico controllato e progressivo sembra quindi poter permettere il posizionamento del manufatto protesico anche a sole 48 ore dall’inserzione dell’impianto. Per poter garantire la sopravvivenza dell’impianto, naturalmente, riveste grande importanza l’analisi scrupolosa di parametri come la quantità e la qualità (densità) dell’osso residuo, fattori che determinano la stabilità primaria dell’impianto; parimenti, fattori come la geometria superficiale dell’impianto e l’esperienza dell’operatore hanno grande rilievo nel determinare il risultato finale50. Certamente, esistono pochi studi controllati sull’argomento e ne occorreranno molti altri per poter esprimere valutazioni più precise sull’opportunità di caricare immediatamente impianti singoli nei settori posteriori dei mascellari50. Non ultimo, il successo implanto-protesico riportato dal nostro lavoro, in base ai criteri originariamente stabiliti, era del 96,5% e del 92,7%, rispettivamente, nei due gruppi con protocollo di carico convenzionale e immediato. Contributo essenziale a questo soddisfacente risultato è dato dalla notevole stabilità del tessuto osseo peri-implantare nel corso dello studio, con minima variazione nei valori di DIB (distanza tra la spalla dell’impianto e il primo contatto osseo verticale), in entrambi i gruppi, nelle valutazioni da uno a cinque anni. Infatti, i valori di DIB riportati sono di 0,949 e 1,206 per gli impianti a carico convenzionale, e di 0,905 e 1,220 negli impianti a carico immediato, rispettivamente a uno e cinque anni.

tab2

È generalmente riconosciuto come negli impianti con connessioni avvitate tradizionali, dopo un anno di carico funzionale, il primo contatto osseo sia posizionato 1,5-2,0 mm al di sotto della connessione tra moncone e impianto51. Benché il preciso meccanismo legato alla perdita di tessuto osseo peri-implantare sia ancora poco conosciuto52, alcuni autori hanno suggerito come eventuali micro-movimenti all’interfaccia tra moncone e impianto possano essere responsabili del riassorbimento osseo53. La connessione conometrica, come abbiamo visto, è caratterizzata da elevata stabilità meccanica27,28 e potrebbe, di conseguenza, prevenire il riassorbimento dell’osso crestale intorno agli impianti. È inoltre noto come in tutti gli impianti con connessioni avvitate esista un microgap di dimensioni variabili (40-100 µm) all’interfaccia tra moncone e impianto. Questo microgap può essere colonizzato da batteri, capaci di penetrare e stabilirsi nella porzione interna dell’impianto54-56. Laddove la connessione tra moncone e impianto è localizzata in prossimità della cresta alveolare, la colonizzazione batterica del microgap interfacciale può essere responsabile della genesi di uno stimolo chemotattico, in grado di iniziare e sostiene il reclutamento di cellule infiammatorie. Questo può determinare infiammazione dei tessuti peri-implantari, con conseguente perdita d’osso57-62. La connessione conometrica tra moncone e impianto, riducendo sensibilmente le dimensioni del microgap (1-3 µm) interfacciale, potrebbe rappresentare un efficiente sigillo contro la penetrazione microbica63,64. Questo potrebbe garantire livelli minimi di infiammazione dei tessuti peri-implantari, e determinare un’adeguata stabilità del tessuto osseo crestale63-64. Inoltre, è stato dimostrato come la stabilità dell’osso crestale intorno agli impianti dipenda largamente dalla formazione di un’ampiezza biologica (tessuti molli) adeguata all’interfaccia tra moncone e impianto65. Con la connessione conometrica, il profilo di emergenza del moncone è differente, e possiede tutte le caratteristiche vantaggiose descritte attraverso il moderno principio dello «spostamento della piattaforma» (platform switching). L’eventuale microgap all’interfaccia è infatti spostato verso l’interno e, conseguentemente, allontanato dalla cresta ossea66-68. Questo è un aspetto di grande importanza, per almeno due diverse ragioni. In primo luogo, i batteri eventualmente presenti e in grado di colonizzare gli spazi interfacciali tra moncone e impianto sono più distanti dalla cresta ossea68-70. Secondariamente, la guarigione dei tessuti molli è eccellente, con un tessuto connettivale più ampio e spesso. Questo sigillo trans-mucoso protegge la cresta ossea e previene, a sua volta, fenomeni di riassorbimento a carico della stessa71-75.
In questo lavoro, alla notevole stabilità della cresta ossea nel corso del tempo (perdita d’osso non superiore a 0,2 mm per ciascun anno successivo, al primo, per entrambi i protocolli di carico convenzionale e immediato) si accompagnava un’eccellente salute dei tessuti mucosi, con bassi livelli di infiammazione dei tessuti peri-implantari (215 impianti non presentavano alcun segno di infiammazione a carico dei tessuti mucosi peri-implantari, con indice di sanguinamento modificato compreso tra 0 e 1).  Questi rilievi erano confermati dagli ottimi e stabili valori di profondità sondaggio, con soli tre impianti con un sondaggio superiore a 5,0 mm.                                   

Conclusioni                                          

La connessione conometrica è caratterizzata da elevata stabilità meccanica, in grado di ridurre l’incidenza di problemi protesici tradizionalmente riscontrabili con connessioni avvitate, come la perdita di connessione tra moncone e impianto. Per tale ragione, gli impianti a connessione conometrica sono indicati per la sostituzione di corone singole nei settori posteriori di entrambi mascellari, laddove i carichi masticatori risultano maggiori.
In questo studio a cinque anni su 270 corone singole su impianti a connessione conometrica nei settori posteriori di entrambi i mascellari, l’incidenza di problematiche protesiche era limitata (0,8% sul totale degli impianti, 0,5% nel gruppo con protocollo di carico convenzionale e 1,4% nel gruppo con protocollo di carico immediato).  La sopravvivenza cumulativa era del 98,4% nel gruppo di impianti con protocollo di carico convenzionale e del 95,0% nel gruppo di impianti con protocollo di carico immediato (differenza statisticamente non significativa).
Il successo implanto-protesico era del 96,5% all’interno del gruppo con carico convenzionale e del 92,7% nel gruppo con carico immediato. La stabilità nel tempo del tessuto osseo crestale intorno agli impianti e la buona salute dei tessuti mucosi peri-implantari, dimostrate in questo studio, sono in accordo con le più recenti acquisizioni in letteratura, riguardanti i concetti di microgap e spostamento della piattaforma.                                    

Corrispondenza
professor Carlo Mangano
piazza Trento 4,  22015 Gravedona (Como)
e-mail: carlo@manganocarlo.191.it 

• Carlo Mangano1
• Francesco Mangano
• Michele De Franco
• Alberto Mangano2
• Luca La Colla2
• Adriano Piattelli3 

1 Professore a contratto presso l’Università dell’Insubria di Varese, Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria
2 Ricercatore presso l’Università «Vita e Salute» S. Raffaele di Milano, Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia
3 Professore ordinario presso l’Università degli Studi
«G. d’Annunzio» di Chieti, Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria, Cattedra di Patologia Speciale Odontostomatologia

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