Riassunto Scopo di questo lavoro clinico è stato quello di valutare a sensibilità post-operativa e le performance cliniche di restauri di II classe eseguiti mediante l’applicazione di G-Bond in combinazione con Kalore, un nuovo materiale resinoso composito per posteriori. A tal fine, sono stati eseguiti 40 restauri con Kalore e altri 40 con Gradia Posterior (quale gruppo controllo). I restauri sono stati tutti eseguiti tra settembre 2008 e ottobre 2008. Le procedure applicative del sistema adesivo G-Bond sono state seguite seguendo le istruzioni del fabbricante. Dei restauri sono stati valutati: la sensibilità post-operativa, la discolorazione dei margini, l’integrità marginale, le carie secondarie, mantenimento del contatto interprossimale e la presenza di fratture del restauro al baseline, dopo un mese, dopo 6 mesi e dopo un anno.
La sensibilità post-operativa si è dimostrata estremamente contenuta, quasi inesistente. I richiami a un anno hanno mostrato ottime performance di Kalore in combinazione con G-Bond quando usati per restauri di II classe.
Summary Post-operative sensitivity and clinical evaluation after one year follow-up of class II restorations with Kalore The aim of this clinical study was to evaluate the post-operative sensitivity and clinical performances of class II restorations executed G-Bond in combination with Kalore, a new resin composite. Patients were selected each receiving at least one and no more than two restorations. A total of 40 restorations were performed. The restorations were placed since September 2008 to October 2008. Adhesive procedures were performed following manufacturers’ instructions. The restorations were evaluated for post-operative sensitivity, marginal discoloration, marginal integrity, secondary caries, maintenance of interproximal contact and fracture at baseline, and after 1, 6 and 12 months. Post-operative sensitivity was extremely low and the 1-year follow-up data achieved good clinical performances when Kalore was used for restoring Class II cavities.
Con l’aumento della domanda estetica e il diffondersi delle tecniche adesive, i materiali resinosi compositi hanno assunto il ruolo di materiale d’elezione per i restauri diretti, anteriori e posteriori. Nonostante i molti riconosciuti vantaggi derivanti dal loro uso, la loro contrazione da polimerizzazione1 e il conseguente stress2 sono problemi ancora non risolti dal punto di vista clinico3.
La contrazione da polimerizzazione, infatti, può causare deflessioni delle cuspidi, distacco all’interfaccia adesiva, fratture dello smalto e determinare, quindi, microinfiltrazioni marginali, sensibilità post-operatoria e carie secondaria4. Recentemente, un nuovo composito universale a basso stress da contrazione è stato prodotto grazie alla tecnologia sui monomeri sviluppata della DuPont. La sua matrice contiene UDMA (urethane dimethacrylate) e DX-511, un nuovo monomero, ed è priva di Bis-GMA.
Il suo riempitivo è formato da particelle pre-polimerizzate di 17 µm, che conferiscono un’elevata lucidabilità e, nel contempo, un’elevata durezza di superficie, particelle di 100 nm di lanthanoid fluoride, che ne aumenta la radiopacità, particelle di vetro di stronzio e fuoroaluminosilicati in grado di riflettere la luce in modo naturale e, infine, particelle di silice di 16 nm che ne aumentano la resistenza all’usura (figura 1).
1. Interfaccia adesiva tra G-Bond e dentina coronale; si noti la composizione della nuova resina composita Kalore.
Questa nuova composizione del materiale dovrebbe portare chiari benefici clinici come una bassa contrazione da polimerizzazione, un ridotto stress da contrazione, un modulo di elasticità bilanciato, alta lucidabilità, buona resistenza alla flessione, alta resistenza all’usura, ottima radiopacità e un effetto camaleonte che dovrebbe determinare un apprezzabile risultato estetico. Nel mercato odontoiatrico vengono immessi, ogni anno, molti nuovi prodotti per restauri diretti, al fine di migliorarne le proprietà meccanico-fisiche, oppure la maneggevolezza, oppure quale prodotti economici. Tutti questi prodotti hanno delle indicazioni precipue e, solo raramente, sono proposti quali prodotti universali, cioè indicati per ogni tipo di restauro.
Per poter testare compiutamente un materiale resinoso composito di nuova formulazione dovrebbero essere eseguiti test clinico-longitudinali, così da validarlo clinicamente.
La sensibilità post-operativa è una frequente complicanza dei restauri diretti e indiretti e può essere determinata da inadeguata applicazione del sistema adesivo, inadeguata applicazione e/o polimerizzazione del materiale composito, vicinanza del fondo cavitario alla camera pulpare, eccessivo stress da contrazione volumetrica del materiale durante il suo indurimento5. Le caratteristiche fisico-meccaniche di Kalore, la sua limitata contrazione da polimerizzazione e il suo uso in combinazione con un sistema adesivo adeguato dovrebbero essere in grado di controllare la sensibilità post-operativa degli elementi dentali.
2 e 3. Quadro clinico e radiografico di un secondo molare inferiore prima dell’estrazione del terzo molare e successivamente all’estrazione stessa in previsione di eseguire un restauro OD in Kalore.
Scopo di questo lavoro clinico è stato quello di valutare l’evoluzione della sensibilità pre e post-operativa di elementi dentali vitali dei settori posteriori che necessitavano un restauro diretto e monitorare gli altri parametrici clinici essenziali, comparando i dati ottenuti utilizzando un nuovo prodotto (Kalore) a quelli riscontrabili usando un materiale resinoso composito già presente sul mercato (Gradia Posterior) della stessa Casa produttrice (GC Italia, Milano, Italy).
Materiali e metodi
È stato selezionato un gruppo di 80 pazienti presentatisi alla nostra attenzione per ricevere restauri di II classe. I pazienti hanno ricevuto uno o due restauri e firmato un consenso dopo aver ricevuto tutte le informazioni relative a quanto previsto nel protocollo e dopo l’approvazione del protocollo stesso da parte del Comitato Etico.
Le cavità sono state divise in due gruppi di 40 restauri ciascuno in modo randomizzato (gruppo test: Kalore e gruppo controllo: Gradia Posterior).Il materiale adesivo G-Bond è stato applicato seguendo strettamente le istruzioni del fabbricante in tutte le cavità. I restauri in resina composita sono stati eseguiti seguendo la stessa tecnica incrementale nei due gruppi. Ogni strato di composito è stato applicato in uno strato di circa 1,5-2 mm e polimerizzato per 20 secondi. Tutti i restauri sono stati eseguiti dallo stesso operatore, mentre i controlli clinici sono stati effettuati da un secondo operatore in doppio cieco.
4 e 5. Quadro clinico e radiografico del restauro eseguito a distanza di un anno. La proiezione radiografica sovrappone il restauro con la cavità pulpare distalmente.
Criteri di inclusione Uomini e donne di 18-60 anni, in apparente buona salute generale e senza problemi parodontali.
Criteri di esclusione Sono stati esclusi tutti i pazienti che presentavano le seguenti problematiche:
pazienti sotto trattamento con farmaci che potevano modificare la percezione del dolore;
donne gravide o che allattavano al seno;
pazienti con disordini alimentari;
pazienti recentemente sottoposti a interventi parodontali;
pazienti in trattamento ortodontico nei tre mesi precedenti;
denti con lesioni cariose (dopo esame clinico e radiografico) o restaurati nei tre mesi precedenti;
denti con vecchi restauri, di II e/o V classe, eccessivamente grandi;
pazienti allergici a farmaci o sostanze chimiche usate nel presente studio;
pazienti con patologia parodontale attiva;
denti spontaneamente sensibili;
pazienti che presentavano bruxismo.
Test di stimolo della sensibilità e sua esecuzione Prima di applicare l’adesivo, è stato quantificato il dolore spontaneo eventualmente presente usando una semplice scala del dolore basata sul metodo della risposta. La risposta era determinata dall’applicazione di un soffio d’aria per 1-2 secondi (a 40-65 psi e, approssimativamente, a 20 °C), diretto perpendicolarmente alla superficie della radice a una distanza di 2 cm e dallo stimolo tattile provocato dalla punta di uno specillo n. 5. Al paziente era chiesto di graduare la percezione della sollecitazione e la sensibilità percepita durante questi stimoli, tattile e termico, posizionando un segno su una scala predefinita da 0 a 10 (dove 0 = nessun dolore e 10 = dolore insopportabile). Per riportare i punteggi in valori facilmente capibili dai pazienti, si è dato valore 0 all’assenza di dolore, da 1-4 a un dolore modesto (provocato dal getto d’aria) e da 5-10 a un dolore forte (che era riportato come spontaneo dal paziente nel bere e/o nel mangiare).Solo i pazienti che riferivano un dolore modesto o nullo venivano selezionati per lo studio clinico, in quanto si è ritenuto che un forte dolore fosse dovuto a una patologia pulpare irreversibile. Lo stato dei tessuti gengivali adiacenti ai denti campione venivano osservati sia al tempo zero (baseline) sia a ogni richiamo. I pazienti erano richiamati per la valutazione della sensibilità post-operatoria e tutti gli altri parametri clinici dopo 1 e 7 giorni e dopo 1, 6 e 12 mesi.
Procedure cliniche Per standardizzare l’indagine, tutti i restauri sono stati eseguiti dallo stesso operatore. Dopo aver eseguito l’anestesia, è stata applicata la diga di gomma, la cavità era preparata usando frese diamantate, senza bisellare i margini cavitari. La forma cavitaria era determinata dalla presenza di vecchi restauri e dall’estensione della carie. I margini cervicali erano posizionati al di sotto della giunzione amelo-cementizia e i restauri erano eseguiti con tecnica incrementale dopo il posizionamento di diga di gomma, uncini e cunei. Tutti i restauri sono stati eseguiti tra l’inizio di settembre 2008 e la fine di ottobre 2008, e quindi esaminati per la sensibilità post-operativa dopo 1 e 7 giorni e un mese da un secondo operatore in doppio cieco.Un esempio dei restauri eseguiti viene proposto nelle immagini cliniche e radiografiche delle figure 2-5. A ogni richiamo, sono stati valutati i seguenti parametri clinici: sensibilità post-operativa, stabilità dimensionale, longevità del restauro secondo i criteri USPHS. Gli altri parametri clinici valutati sono stati: discolorazione e integrità dei margini, carie secondaria, frattura del restauro, vitalità pulpare, ritenzione del restauro e permanenza dei contatti interprossimali. È stata eseguita un’analisi statistica al fine di verificare le possibili differenze tra il gruppo test (Kalore) e il gruppo controllo (Gradia Posterior).
Risultati
I risultati dei primi richiami per la sensibilità post-operativa e degli altri parametri clinici più a distanza sono riportati nelle tabelle 1-14. Al tempo zero (baseline), 10 e 8 cavità dei due rispettivi gruppi presentavano sensibilità post-operativa spontanea di diverso grado (tabelle 1-4) e questa sensibilità diminuiva in modo importante seppur residuava dopo una settimana (tabelle 5-8); ma dopo un mese, e per tutti i mesi successivi, nel gruppo Kalore spariva completamente, mentre in un solo paziente del gruppo Gradia Posterior veniva riportata una sensibilità residua di entità minima (tabelle 9-14).
La valutazione degli altri parametrici clinici non mostrava differenze tra i due gruppi e nessun restauro necessitava di essere sostituito. Non sono state riscontrate differenze statisticamente significative tra i due gruppi.
Discussione
L’obiettivo finale di un restauro adesivo è quello di ottenere un intimo adattamento del materiale da restauro con le strutture dentali6.Questo obiettivo è a volte difficile da ottenere, in quanto il meccanismo di adesione e la conseguente efficacia è rispettivamente differente su smalto e dentina e dipende dal tipo di adesivo utilizzato. Quando l’interfaccia adesiva si oppone alla contrazione da polimerizzazione, il trasferimento dello stress prodotto può provocare una deflessione delle cuspidi e frattura dello smalto7.Inoltre, durante la masticazione, il carico occlusale produce una deformazione della resina composita, aumentando così la deflessione cuspale8,9. Come risultato, il paziente può percepire un importante disagio durante la masticazione.L’uso di una tecnica di apposizione del composito in modo incrementale è stato proposto per ridurre questi problemi correlati alla contrazione da polimerizzazione10-12.
Pertanto, in questo studio si è usata una tecnica incrementale che già in altri lavori clinici ha dato ottimi risultati13,14. Inoltre, come già riportato, la resina composita Kalore a bassa contrazione da polimerizzazione è stata utilizzata e testata in questo studio in combinazione con un sistema adesivo semplificato. Se la qualità dell’adattamento marginale non è ottimale, l’adesione tra restauro e pareti cavitarie andrà incontro a un processo di degradazione progressiva15,16; d’altra parte, un buon sigillo marginale riduce la sensibilità post-operativa e i pericoli di recidiva.
Il grado di sensibilità dei denti campione era stata rilevata prima di eseguire il restauro in ogni elemento e il suo monitoraggio ha mostrato come, in seguito anche a un’adeguata combinazione con un sistema adesivo all-in-one, si riduceva per poi scomparire, confermando indirettamente le aspettative riposte in questo materiale a basso stress da contrazione. Durante la sperimentazione clinica è stato subito evidente come fosse possibile sfruttare l’effetto camaleonte di poche masse dentinali di Kalore per riprodurre tutta la scala colori Vita Classic; in particolare, la massa dentinale A3 è risultata essere quella più ampiamente selezionata e in grado rendere naturali i restauri. Inoltre, la combinazione di una massa dentinale, usata per sostituire la dentina, e di una massa di smalto rendeva semplice la tecnica operativa e predicibile il suo risultato. Il materiale risultava avere anche una buona manegevolezza e un buon adattamento alle pareti cavitarie. Inoltre, la lucidabilità del prodotto è stata considerata buona. All’analisi comparativa, i due gruppi di restauri si ponevano in modo simile, anche se Gradia Posterior risultava più plastico e meno rigido di Kalore.
Questa considerazione pratica può essere motivo di scelta di un prodotto piuttosto che l’altro, ma ciò è legato alle preferenze del singolo operatore.
I dati clinici, seppure a breve termine, sono estremamente positivi e lasciano ben sperare per l’ottenimento di un risultato clinico a medio-lungo tempo in linea con le aspettative dei pazienti. La soddisfazione riscontrata nei pazienti che hanno ricevuto un restauro in Kalore e la completa assenza di sensibilità post-operatoria a distanza di un anno erano apprezzabili e lasciano ben sperare per i prossimi controlli a 2 e 3 anni dai quali ci si aspetta maggiori e più esaustive risposte sulla qualità e la durata di questi restauri.
Corrispondenza Prof. Marco Ferrari
Dipartimento Scienze Odontostomatologiche ed Oftalmologiche
Policlinico Le Scotte
V.le Bracci - 53100 Siena
e-mail: ferrarimar@unisi.it
• Marco Ferrari1 • Amerigo Cantoro1 • Alessio Casucci1 • Antonella Polimeni2 1 Università degli Studi di Siena,
Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche
e Oftalmologiche, Direttore professorMarco Ferrari 2 Università degli Studi di Roma «La Sapienza»,
Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche,
Direttore professoressa Antonella Polimeni
Bibliografia
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È bello scoprire come pachidermiche Istituzioni, create da pochi cervelli
in un’ottica politically correct e foriera di voti, diano ascolto
anche allo squittio di piccoli topolini.
Grazie all’operosità e all’intraprendenza di due odontoiatri, l’uno padovano l’altro milanese, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha saputo dimostrare – anche in questioni senza alcun apparente riscontro mediatico – la propria efficienza e incisività messe a disposizione del singolo cittadino.
Il Caso
Verso la fine dello scorso anno in rete brillava una nuova perla di saggezza che attirava l’attenzione di due «navigatori», di professione odontoiatri.
Su un sito appartenente a una società venditrice di prodotti per l’igiene orale veniva propagandato un contenitore innovativo che ben avrebbe potuto custodire e preservare per addirittura 48 ore, in quanto dotato di un particolare tipo di liquido di conservazione, un dente (o frammento di dente) traumatizzato. Il messaggio in particolar modo era rivolto ai genitori di oggi, divisi tra lavoro e famiglia, sempre con un occhio all’orologio e il cellulare all’orecchio, che avrebbero potuto posticipare la visita dal dentista, tranquillamente rispettare gli appuntamenti già fissati (di lavoro o di piacere) e programmare – agenda alla mano – il «reimpianto» del dente perso dal figlio in palestra o al parco entro le comode 48 ore dall’accaduto. Tanto, il magico scatolino manteneva le cellule dentali come fossero state in bocca!
Una notizia del genere non poteva passare inosservata allo sguardo attento dei due professionisti (di cui peraltro uno Past President della Società Italiana di Traumatologia Dentale) che, preoccupati di come potesse essere recepito da un genitore quel messaggio fuorviante, decidevano di intervenire presso l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.
Seguendo quindi le consuete e indicate procedure (molto snelle, prevedendo l’invio all’Autorità di una semplice raccomandata a. r.) chiedevano al Garante che fosse inibita la continuazione del messaggio pubblicitario diffuso in Internet sul sito della Società. Specificavano lo slogan pubblicitario («Il tuo figliolo ha perso un dente giocando? Non ti preoccupare, conservalo nella tua SOS box e vai dal tuo dentista. HAI 48 ORE DI TEMPO!!!») e motivavano la richiesta spiegando che «a prescindere dalla possibilità (remota) che il dente (intero o frammento di esso) possa non «deteriorarsi» per 48 ore nel liquido in questione, il messaggio non sottolinea la necessità di intervenire entro le prime due ore dal trauma per poter godere delle migliori possibilità di recupero funzionale ed estetico ma, al contrario, evidenzia la capacità di conservazione delle cellule dentali della soluzione per ben 48 ore, ingenerando così nel genitore del ragazzo infortunato la convinzione di poter anche ritardare (non oltre 48 ore, però) un concreto e fattivo interessamento all’accaduto.»
I denuncianti ricevevano allora una prima interlocutoria nota a neanche un mese dalla segnalazione, a mezzo della quale il Responsabile incaricato comunicava l’Ufficio interno designato all’istruttoria e il numero identificativo attribuito alla pratica.
Trascorsi poco più di tre mesi dall’assegnazione (quattro quindi dall’esposto), i dottori ricevevano un’ulteriore conclusiva comunicazione in merito alla rimozione da parte della Società proprietaria del sito di possibili scorrettezze inerenti la pratica commerciale oggetto di indagine.
L’Autorità garante riteneva quindi che la pratica non richiedesse ulteriori approfondimenti istruttori avendo la Società provveduto a rimuovere la pubblicità del prodotto dal sito. Una bella vittoria per gli odontoiatri, per i genitori ma soprattutto per i bambini che amano buttarsi nelle mischie a recuperar palloni o lanciarsi a tutta velocità su instabili rollerblade.
L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM)
Questa Autorità, da poco alle luci della ribalta, è in realtà una istituzione risalente al 1990, quando veniva approvato il testo dell’art. 10 L. 287/1990: «È istituita l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, denominata ai fini della presente legge Autorità, con sede in Roma. L’Autorità opera in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e di valutazione ed è organo collegiale costituito dal presidente e da quattro membri, nominati con determinazione adottata d’intesa dai Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Il presidente è scelto tra persone di notoria indipendenza che abbiano ricoperto incarichi istituzionali di grande responsabilità e rilievo. I quattro membri sono scelti tra persone di notoria indipendenza da individuarsi tra magistrati del Consiglio di Stato, della Corte dei conti o della Corte di Cassazione, professori universitari ordinari di materie economiche o giuridiche, e personalità provenienti da settori economici dotate di alta e riconosciuta professionalità. I membri dell’Autorità sono nominati per sette anni e non possono essere confermati. Essi non possono esercitare, a pena di decadenza, alcuna attività professionale o di consulenza, né possono essere amministratori o dipendenti di enti pubblici o privati, né ricoprire altri uffici pubblici di qualsiasi natura. I dipendenti statali sono collocati fuori ruolo per l’intera durata del mandato. …» … che proseguiva con rigore e severità a elencare nel dettaglio le procedure di nomina dei componenti, a sottolineare l’assoluta libertà organizzativa e funzionale oltre che la totale autonomia nella gestione delle spese per il suo funzionamento.
All’Autorità garante venivano attribuiti dall’art. 12 della legge costitutiva poteri di indagine per effettivamente verificare l’esistenza delle infrazioni imputate alla pratica commerciale ritenuta scorretta. Il successivo art. 14 concedeva altresì all’Autorità di richiedere spiegazioni e di esibire documentazione utile ai fini dell’istruttoria a chiunque ne fosse in possesso, di disporre ispezioni avvalendosi anche della collaborazione di altri organi dello Stato, di disporre perizie e analisi economiche e statistiche dando nel contempo garanzie di riservatezza, vincolando i dati e le notizie così ottenute e relative alle imprese oggetto di istruttoria al segreto d’ufficio («I funzionari dell’Autorità nell’esercizio delle loro funzioni sono pubblici ufficiali. Essi sono vincolati dal segreto d’ufficio.»).
Il successivo D.Lgs. 206/2005 (il cosiddetto Codice del consumo) cercava di svincolare l’Autorità dal ruolo di antitrust che con il tempo aveva assunto. Venivano allora ben prospettati i parametri – nell’interesse sempre del cittadino – dei messaggi pubblicitari, definendo così quando potesse la pratica commerciale definirsi scorretta («se è contraria alla diligenza professionale, ed è falsa o idonea a falsare in misura apprezzabile il comportamento economico, in relazione al prodotto, del consumatore medio che essa raggiunge o al quale è diretta o del membro medio di un gruppo qualora la pratica commerciale sia diretta a un determinato gruppo di consumatori» art. 20 D.Lgs. 206/2005), quando ingannevole («se contiene informazioni non rispondenti al vero o, seppur di fatto corretta, in qualsiasi modo, anche nella sua presentazione complessiva, induce o è idonea a indurre in errore il consumatore medio riguardo a uno o più … elementi … È considerata scorretta la pratica commerciale che, riguardando prodotti suscettibili di porre in pericolo la salute e la sicurezza dei consumatori, omette di darne notizia in modo da indurre i consumatori a trascurare le normali regole di prudenza e vigilanza. È considerata, altresì, scorretta la pratica commerciale che, in quanto suscettibile di raggiungere bambini e adolescenti, può, anche indirettamente, minacciare la loro sicurezza» art. 21 D.Lgs. 206/2005) o quando aggressiva (se «mediante molestie, coercizione, compreso il ricorso alla forza fisica o indebito condizionamento, limita o è idonea a limitare considerevolmente la libertà di scelta o di comportamento del consumatore medio in relazione al prodotto e, pertanto, lo induce o è idonea a indurlo ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso» art. 24 D.Lgs. 206/2005).
È solo però con la famosa Legge 248/2006, ovvero la legge di conversione del D.L. 223/2006 a tutti noto come «Decreto Bersani», che l’Autorità ha potuto accedere all’Olimpo delle Istituzioni: l’estensione del mercato in regime concorrenziale anche ai professionisti esercenti professioni protette (togliendo quindi poteri autorizzativi e preventivi ai rispettivi Ordini, obbligati a modificare i propri dettami deontologici per renderli coerenti con la modifica normativa) permetteva all’Autorità di non occuparsi più solo di cartelli tra Società ma di poter interessarsi, occuparsi e risolvere pratiche commerciali denunciate quali scorrette, ingannevoli o comparative anche tra singoli e «professionali» cittadini.
Con i D.Lgs. 145/2007 e 146/2007 (in recepimento a direttive comunitarie 2006/114/CE e 2005/29/CE) veniva infine attribuito all’Autorità il potere di agire d’ufficio, senza quindi più dover attendere nemmanco l’input da parte di chicchessia.
Ove invece si volesse seguire l’esempio dei due prodi odontoiatri il passo è semplice. Basta una raccomandata con ricevuta di ritorno e il gioco è fatto: l’Autorità garante aprirà adeguata istruttoria e, se riterrà fondate le rimostranze, diffiderà la Società/il professionista a proseguire nel proponimento del messaggio promozionale «fallato». Se sarà – questo – volontariamente rimosso o modificato nulla quaestio: la pratica si riterrà conclusa senza necessità di ulteriori approfondimenti. Se invece il destinatario dell’invito farà orecchie da mercante, l’Autorità non solo eleverà pesanti sanzioni a suo carico per non aver nell’immediatezza e dietro espresso «invito» provveduto (da duemila a ventimila euro!) ma anche proseguirà nell’istruttoria che, ove il responsabile non riuscisse a dimostrare l’infondatezza delle accuse rivoltegli, potrà concludersi con il divieto di diffusione o continuazione del messaggio pubblicitario e ulteriori sanzioni amministrative (stavolta da cinquemila a cinquecentomila euro).
Uno strumento per tutti
Dimostrando di prendere «sul serio» non solo temibili trust e potenti cartelli ma anche fondate (e su questo non si transiga!) segnalazioni di esperti e tecnici del settore, l’Autorità ha riacquistato il ruolo che sin da subito avrebbe dovuto detenere: garante di ogni cittadino che voglia, con serietà e cognizione di causa, segnalare scorrettezze su cui chi preposto da legge di stato possa meglio indagare. Volenti o nolenti, oggi così stanno le cose. E sapere che l’elefante protegge il topolino permette di affrontare con maggior serenità il mercato e la sua spietata concorrenza.
2. (a) figura di una sezione apicale preparata con punte a ultrasuono; (b) figura di una sezione apicale a C preparata con punte a ultrasuono; (c) figura di una sezione apicale preparata con il laser.
La chirurgia endodontica nel corso degli ultimi decenni ha fatto notevoli passi avanti nelle sue tecniche e nei materiali di cui si avvale. Con il supporto poi del microscopio operatorio il clinico può condurre un trattamento apicale nel modo più conservativo possibile. Ma quali strumenti sono meno traumatici per la porzione apicale? Le punte ultrasoniche o il laser?
Valutazione dell’integrità della sezione apicale dopo la preparazione endodontica retrograda effettuata con Er, Cr – YSGG laser a paragone con le punte ultrasoniche Comparison of the effect of Er, Cr – YSGG laser and ultrasonic retrograde root-end cavity preparation on the integrity of root apices Rahimi S, Yavari HR, Shahi S, Zand V, Shakoui S, Reyhani MF, Pirzadeh A. J Oral Sci. 2010;52(1):77-81.
Questo aggiornamento indaga la probabilità di generare crack o chips dentinali durante la preparazione della cavità apicale in ambito di un trattamento di chirurgia retrograda endodontica con laser e punte ultrasoniche.
Gli autori hanno preso in considerazione 60 centrali superiori monoradicolati con apici completi. I denti sono stati conservati in soluzione acquosa di timolo allo 0.2%. La superficie radicolare è stata curettata e disinfettata con immersione in ipoclorito di sodio all’1% per 30 minuti. I denti sono stati decoronati con una fresa diamantata a livello della giunzione amelo-cementizia. I campioni sono stati trattati endodonticamente secondo la tecnica step-back e otturati mediante tecnica di condensazione laterale a caldo. Dopo 48 ore l’otturazione canalare sono stati tagliati i 3 mm apicali con una fresa a fessura perpendicolarmente all’asse maggiore della radice. A questo punto gli autori hanno immerso i provini in blu di metilene allo 0.004% per 48 ore e li hanno analizzati allo stereomicroscopio sotto ingrandimento x40 per valutare la presenza in caso di crack dentinali. I denti che a questo punto mostravano crack sono stati esclusi dallo studio dagli autori. A questo punto i denti sono stati fotografati e divisi a random in due gruppi di 30 campioni l’uno. In un gruppo si è provveduto a disegnare la cavità apicale con punte a ultrasuono, nell’altro con Er, Cr – YSGG laser con una punta di 600 µm e potenza di 4 W. Quindi i campioni sono stati immersi nuovamente nel blu di metilene e analizzati allo stereomicroscopio a 40 ingrandimenti per esaminare la presenza di fratture (cracks) o scheggiature (chips). L’esame al microscopio è stato condotto da un operatore esperto in cieco. Gli autori hanno riscontrato solo un crack nel gruppo a ultrasuoni e nessuno nel gruppo in cui è stato utilizzo il laser; tra i due gruppi non vi è stata differenza statisticamente significativa. Per quanto riguarda invece la presenza di chips ne sono stati riscontrati 7 nel gruppo preparato con punte a ultrasuono e nessuno nel gruppo preparato con il laser; in questo caso, invece, la differenza statistica è significativa (P= 0,01).
Considerazioni cliniche
In accordo con questo studio il clinico deve considerare che la preparazione della sezione apicale con punte ultrasoniche, durante la chirurgia endodontica retrograda, può generare seppur minimamente dei chips o crack dentinali, cosa che invece non sembra succedere se la preparazione viene effettuata con Er,Cr – YSGG laser.
CO2, Er:YAG e Nd:YAG laser in endodonzia chirurgica CO2, Er:YAG and Nd:YAG lasers in endodontic surgery Pozza DH, Fregapani PW, Xavier CB, Weber JB, Oliveira MG. J Appl Oral Sci 2009 Nov-Dec;17(6):596-9.
Questo aggiornamento indaga la permeabilità dentinale apicale in seguito a trattamento di chirurgia endodontica retrograda eseguito mediante l’utilizzo di diverse tecniche e strumenti.
La permeabilità della dentina esposta in seguito ai trattamenti di apicectomia è una delle varie cause del fallimento della chirurgia retrograda endodontica dovuto al microlakeage e alla contaminazione batterica secondaria.
In questo studio in vitro gli autori hanno preso in considerazione 108 canini permanenti. I denti sono stati radiografati, sezionati con un disco abrasivo sotto irrigazione d’acqua, lasciati in ipoclorito di sodio allo 0.9%, e quindi sottoposti al trattamento endodontico convenzionale.
1. Foto di sezioni di gruppi A, B, C, D, E, F, G, H e I valutate mediante morfometria digitale a 4 ingrandimenti.
I campioni sono stati suddivisi in 9 gruppi di 12 denti ciascuno.
Gruppo A: apicectomia eseguita con la fresa a inclinazione di 90°, preparazione della parte apicale con ultrasuoni e otturazione con MTA.
Gruppo B: apicectomia eseguita con la fresa a inclinazione di 90°, preparazione della parte apicale con ultrasuoni, otturazione con MTA e trattamento della superficie apicale con CO2 laser (1 W, CW/CW).
Gruppo C: apicectomia eseguita con la fresa a inclinazione di 90° e trattamento della superficie apicale con Nd:YAG laser (150 Mj, 10 Hz).
Gruppo D: apicectomia eseguita con la fresa a inclinazione di 90° trattamento della superficie apicale con CO2 laser (1 W, CW/CW).
Gruppo E: apicectomia con Er:YAG laser (400 Mj, 10 Hz) preparazione della parte apicale con ultrasuoni e otturazione con MTA.
Gruppo F: apicectomia con Er:YAG laser (400 Mj, 10 Hz) e trattamento della superficie apicale con Nd:YAG laser (150 Mj, 10 Hz).
Gruppo G: apicectomia con CO2 laser (5W, CW/SP) preparazione della parte apicale con ultrasuoni e otturazione con MTA.
Gruppo H: irradiazione dell’apice con CO2 laser (1 W, CW/CW).Gruppo I: irradiazione dell’apice con Nd:YAG laser (150 Mj, 10 Hz).
I campioni sono stati isolati con due strati di smalto e quindi immersi in 1% di Rodamina B per 24 ore.
I provini sono stati fotografati e inserite in un software (IMAGE TOOLA) e sono stati analizzati i seguenti parametri: l’area totale di dentina e l’area di dentina che ha subito penetrazione del colorante. Kruskal- Wallis e Dunn post-hoc test è stato usato per valutare la differenza di penetrazione del colorante nei due diversi gruppi.
Gli autori nei risultati hanno riscontrato penetrazione di colorante in tutti i gruppi sebbene in livelli differenti.
La più bassa penetrazione è stata riscontrata nel gruppo C (16,20%), nel gruppo B (17,24%) e nel gruppo F (17,84%).
I più alti valori di penetrazione invece si sono avuti nei gruppi D, G, I.
Considerazioni cliniche
Il clinico deve tenere ben in considerazione che nessuna tecnica mediante laser o ultrasuoni di chirurgia endodontica retrograda garantisce una mancanza di penetrazione al colorante della superficie apicale e quindi una contaminazione batterica.
Le riflessioni e le idee di Marco Ferrari, direttore del Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche e Oftalmologiche, nonché Presidente del Corso di Laurea in Odontoiatria presso l’Università di Siena. «Valorizziamo la ricerca e la clinica», afferma, «guardando con fiducia al futuro», senza mai rinunciare alla qualità delle cure.
Lo sostiene da tempo Marco Ferrari, direttore del Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche e Oftalmologiche, nonché Presidente del Corso di Laurea in Odontoiatria presso l’Università di Siena: l’odontoiatria di domani dovrà essere diversa da quella che ha conosciuto e praticato lui stesso per oltre due decenni, da quando, dopo la laurea in medicina e chirurgia e la specializzazione in Odontostomatologia, iniziò la sua avventura nel mondo odontoiatrico.
I giovani, oggi, sostiene, dovranno realizzare un’odontoiatria capace di contenere i costi di gestione dello studio e al tempo stesso soddisfare le esigenze dei pazienti, senza mai rinunciare però alla qualità delle cure. Secondo Ferrari, sarà sulla prevenzione, oltre che sull’igiene, sulla conservativa e sui piccoli trattamenti riabilitativi, insieme sufficienti ad assicurare benessere ai pazienti, che si dovrà giocare la partita.
Anche le aziende del settore dentale, secondo il docente dell’Università di Siena, dovranno accettare un virtuoso contenimento dei prezzi: l’unico modo per assicurare una crescita al comparto che per la prima volta nella storia ha dato segnali di sofferenza, ma che, sempre secondo Ferrari, avrà comunque la possibilità di realizzare nuovi equilibri e nuove opportunità per gli odontoiatri e per i pazienti.
Prof. Ferrari, qual è la fotografia dell’odontoiatria di oggi?
Le statistiche apparse anche recentemente su diverse riviste specializzate ci dicono innanzitutto che l’Italia, rispetto al numero e alla qualità di pubblicazioni scientifiche realizzate in questi ultimi anni, si posiziona tra il quinto e il settimo posto al mondo. Se consideriamo il rapporto investimenti/risultati, la ricerca italiana in ambito odontoiatrico è ai primissimi posti, soprattutto grazie a quei centri che negli anni hanno consolidato la loro posizione conseguendo successi importanti.
Spesso si tratta di iniziative nate dalla volontà di colleghi che dopo aver trascorso qualche anno all’estero, hanno voluto valorizzare il loro bagaglio culturale dando vita a gruppi di ricerca che si sono poi sviluppati in modo autonomo.
E la peculiarità o forse il limite del modello italiano, qual è?
In Italia, la ricerca necessiterebbe di un maggior coordinamento, a partire dai dottorati di ricerca.
L’integrazione di molte realtà di grande valore presenti in Italia, a Milano, Torino, Firenze, Trieste, Bologna, Chieti, Napoli, ma anche in altre sedi, è lasciata ancora oggi alle iniziative spontanee, anche se si sta iniziando ad affrontare questo problema in sede istituzionale. Coordinare le risorse significherebbe innanzitutto dividere la ricerca di base da quella clinica, evitare di ripetere gli stessi lavori, ma soprattutto mettere a disposizione risultati, metodi e procedure al fine di realizzare ricerche multicentriche e validazione dei dati della ricerca di base anche sul paziente.
A proposito, come avviene oggi il trasferimento dei risultati della ricerca nel mondo della professione? Sono realtà queste che dialogano tra loro in modo proficuo?
Penso di sì, anche perché in Italia la ricerca odontoiatrica è finanziata in gran parte dalle aziende che hanno ovviamente interesse affinché i risultati ottenuti in un certo settore raggiungano l’ambito professionale. I prodotti che ne derivano vengono lanciati sul mercato e pubblicizzati. Non c’è dunque frattura tra questi due mondi, semmai esiste il problema contrario. Non sempre ciò che è disponibile sul mercato ha ottenuto una validazione scientifica, è passato al vaglio delle riviste e dei congressi internazionali. Per questo bisogna essere prudenti: il professionista attento alle novità non deve lasciarsi coinvolgere da ciò che non sia completamente documentato.
Sul versante economico, invece, la crisi attuale sembra avere acuito un problema strutturale: solo il 30% della popolazione circa frequenta assiduamente uno studio odontoiatrico. Perché a suo avviso e quali margini di incremento del mercato si possono immaginare per il futuro?
Si è calcolato che la crisi economica abbia indotto almeno il 20% delle famiglie italiane a rinunciare alle terapie odontoiatriche. D’altronde, se si escludono gli interventi d’urgenza che sono oltretutto i meno costosi, i pazienti si sono visti costretti a rinviare le cure riabilitative che sono le più costose, ma anche quelle ritenute non indispensabili, a volte anche a ragione.
C’è ancora molto da fare per raggiungere la quota di popolazione che non frequenta in modo continuativo lo studio odontoiatrico, anche se bisogna riconoscere che in questi anni i liberi professionisti hanno comunque migliorato la salute orale della popolazione anche attraverso le campagne pubblicitarie sulla prevenzione della carie.
Quale sarà dunque lo scenario nei prossimi anni?
È difficile dirlo senza una sfera di cristallo. Di certo, considerando l’andamento del mercato in genere nel suo complesso, credo che l’obiettivo da perseguire sia quello di cercare di mantenere le posizioni attuali, senza illudersi di poter tornare in breve tempo al periodo anteriore alla crisi. L’odontoiatria praticata dal libero professionista sarà meno remunerativa e questo comporterà la necessità di un riposizionamento sul mercato, anche nel modo di pensare dei professionisti. Solo una cosa non potrà cambiare: la qualità dei trattamenti che dovrà continuare a essere quella di sempre, cioè di alto livello.
I professionisti che operano in ambito privato dovranno proporre un’odontoiatria un po’ più sobria…
Sì, la sobrietà credo sia il concetto più vicino all’idea che ho in mente.
Non riesco a vederlo un mondo senza odontoiatria. Insomma, non sono pessimista: ci sarà ancora spazio per i giovani e per i professionisti che opereranno in modo corretto, con giusta cultura, aggiornamento costante e un impegno orientato alla salute del paziente.
Ci potranno essere novità anche sul fronte organizzativo e gestionale degli studi, ma le iniziative, che in parte sono già realtà, non potranno comunque prescindere dalla qualità dei trattamenti, il punto essenziale da cui dipenderà il futuro di questa professione.
E il settore pubblico, invece, quale contributo potrà offrire alla salute orale dei cittadini?
Oggi l’odontoiatria erogata dal servizio pubblico non supera il 6% dei trattamenti odontoiatrici.
Sarebbe auspicabile un aumento di questa quota per venire incontro alle esigenze dei cittadini meno abbienti. In alcune regioni in effetti si stanno facendo sforzi importanti. Tuttavia, non dimentichiamoci di un particolare: la sanità nel nostro Paese è a base regionale e questo ostacola qualsiasi progetto di carattere nazionale. Le regioni che possono contare su bilanci in attivo avrebbero margini per aumentare la quota destinata all’odontoiatria, mentre quelle con un disavanzo, prima di pensare di introdurre tra le prestazioni sanitarie anche le cure odontoiatriche, dovranno prima rientrare dal deficit e questo richiederà tempo.
Marco Ferrari
Marco Ferrari, nato a Carrara nel 1959, è direttore del Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche e Oftalmologiche, nonché Presidente del Corso di Laurea in Odontoiatria presso l’Università di Siena.
Prima di divenire professore supplente in questo ateneo nel 1997, Ferrari frequenta la Tufts University di Boston e Carel Davidson ad Amsterdam, città dove consegue il dottorato di ricerca
in materiali dentali. Socio attivo dell’Academy of Dental Materials, dell’Accademia di Conservativa, della SIOPI e della Società di Odontoiatria Conservatrice, è Presidente della Conferenza Permanente dei Presidenti dei Corsi di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria e dal 2007 membro del board dello IADR Continental European Division.
Attualmente ricopre la carica di Presidente dell’Academy of Dental Materials ed è stato President (2005-06) dell’European Federation of Conservative Dentistry.
Ferrari fa parte dell’editorial board di numerose riviste con fattore di impatto come Journal Dental Research, Dental Materials, International Journal of Prosthodontics, Journal of Adhesive Dentistry, American Journal of Dentistry e del Journal of Dentistry.
È editor dell’International Dentistry South Africa e referee di numerose altre riviste di carattere scientifico.
1. Rappresentazione delle diverse possibilità di trattamento per un dente immaturo necrotico.
Riassunto In questo articolo vengono esposti alcuni nuovi concetti di endodonzia rigenerativa nella gestione dei denti permanenti immaturi. La risoluzione di diversi case report ha mostrato che elementi dentali immaturi affetti da parodontite apicale e ascesso
possono guarire e subire un processo di apexogenesi (ispessimento delle pareti canalari, completa chiusura apicale e aumento della lunghezza radicolare) in seguito a un trattamento endodontico più conservativo della tradizionale apecificazione.
Un nuovo protocollo alternativo per trattare questi denti immaturi viene presentato in questa review. Tale protocollo prevede l’uso di una pasta poli-antibiotica e occorre disporre di una matrice costituita dal coagulo di sangue nella quale le cellule possano crescere e sigillare l’accesso coronale in modo efficace. Vantaggi e svantaggi di questa tecnica vengono discussi e viene presentato un caso clinico trattato secondo questo protocollo.
Summary Pulp revascularization as a new alternative protocol for immature necrotic teeth This article reviews the new concept of regenerative endodontics in the management of traumatized immature permanent teeth. Several clinical reports have demonstrated that severely infected immature teeth with apical periodontitis and abscess can undergo healing and apexogenesis (thickening of the canal walls, complete apical closure and increased root length) following a more conservative treatment than apexification.
The new alternative protocol established for treating these teeth is described in this review. It involves using a strong poly-antibiotic compound in the root canal system, providing a matrix of blood into which new cells could grow and tightly sealing the coronal access. Advantages and disadvantages of this alternative technique are discussed and a clinical case treated according to this protocol is presented.
Attualmente, nella gestione di elementi dentali permanenti immaturi che sono andati incontro a necrosi pulpare, spesso a causa di un trauma, esiste la possibilità di usare un approccio basato sui nuovi concetti dell’endodonzia rigenerativa1 come alternativa ai trattamenti tradizionali (figura 1).
Negli ultimi dieci anni, infatti, sono comparsi nella letteratura internazionale diversi case report che trattano della cosiddetta «rigenerazione pulpare» in denti permanenti immaturi che, a seguito di un trauma o di una carie penetrante, hanno sviluppato segni clinici e radiografici di parodontite apicale associata a presenza di gonfiore o fistole in zona peri-radicolare2-15 (tabella 1).
Questi case report sono stati raccolti ed esaminati in modo critico al fine di arrivare a supportare una modalità di trattamento alternativo per un elemento immaturo e permanente che è diventato necrotico e per poter formulare un protocollo clinico standard.Se il danno traumatico (o un semplice processo carioso) in un dente permanente immaturo porta alla perdita della vitalità pulpare ciò determina un arresto dello sviluppo della radice. Nei casi più estremi, si può anche arrivare alla perdita del dente con tutti i problemi che ne conseguono, vista la giovane età dei pazienti. L’interruzione dello sviluppo radicolare lascia il dente con uno sfavorevole rapporto corona-radice; una radice con pareti molto sottili (e quindi ad aumentato rischio di frattura) e un apice beante.
I trattamenti tradizionalmente usati per questi casi, chiamati trattamenti di apecificazione16-18, hanno la finalità di indurre, nel tempo, una chiusura calcifica dell’apice beante e consistono nell’effettuare un trattamento endodontico preliminare a carico dell’elemento immaturo (detersione, alesatura e disinfezione del canale) e nell’applicare una medicazione intracanalare a base di idrossido di calcio per un periodo che va da 6 a 18 mesi. Successivamente alla formazione della barriera calcifica e alla guarigione dei tessuti periapicali, si effettua l’otturazione del canale e il restauro del dente. L’apecificazione tradizionale presenta una buona predicibilità di successo16-18. Gli svantaggi legati a questa tecnica sono rappresentati dalla necessità di eseguire numerose visite di controllo per un periodo di tempo relativamente lungo (circa un anno) e dall’impossibilità di ottenere un ulteriore sviluppo del dente e il suo conseguente rafforzamento18,19.
Un’alternativa alle classiche tecniche di apecificazione consiste, dopo la fase preliminare di detersione e disinfezione del canale, nel posizionare una barriera artificiale biocompatibile all’apice del dente immaturo, al fine di ottenere un sigillo immediato della zona (per 3-5 mm) e favorire una futura apecificazione. Il materiale di scelta per questa tecnica è l’MTA (mineral trioxide aggregate) per le sue proprietà di sigillo e la sua biocompatibilità20. Questa tecnica può essere conveniente rispetto alla precedente, perché consente di finalizzare il caso entro due appuntamenti e di indurre comunque nel tempo la formazione della barriera di tessuto calcifico a ridosso dell’MTA20.
Anche quest’approccio, però, non offre la possibilità di rinforzo delle pareti dentinali e di un ulteriore sviluppo della radice. In un elemento dentale immaturo, affetto da parodontite apicale, il trattamento ideale per ottenere un ulteriore sviluppo della radice e un ispessimento delle pareti dentinali consisterebbe, quindi, nel trovare il modo di stimolare la rigenerazione del complesso polpa-dentina funzionale2-4.
Trattamento di rigenerazione pulpare
I primi risultati di rigenerazione pulpare, in un elemento dentale immaturo necrotico, erano stati osservati dopo il re-impianto di denti permanenti immaturi avulsi21.
In tali circostanze, era stato suggerito che il re-impianto di un dente con un apice aperto permettesse la sostituzione della polpa necrotica con un nuovo tessuto vascolare e, di conseguenza, il successivo continuo sviluppo di tale elemento21.
Come anticipato nell’introduzione, la letteratura clinico-scientifica, che si è sviluppata dal 2001 in poi, ha ripreso questo tema presentando case report sui trattamenti effettuati in denti necrotici immaturi con l’intento di ottenere la rigenerazione pulpare. Basandosi su questi casi clinici, è stato quindi formulato un protocollo di rigenerazione pulpare2-15. Il protocollo di scelta è quello descritto da Banchs e Trope3 in un lavoro del 2004:
in prima seduta, dopo aver accuratamente esaminato il caso e formulato la diagnosi di necrosi pulpare, previo isolamento con diga di gomma e anestesia locale si apre la cavità di accesso sul dente immaturo e si alesa delicatamente il canale per meno di un terzo della lunghezza della radice irrigando lo spazio con NaOCl al 5,25%;
si asciuga il tratto strumentato e vi si inserisce una pasta poli-antibiotica (preparato galenico di metronidazolo, minociclina e ciprofloxacina, in quantità uguali) usando un plugger di Schilder. Questo preparato, essendo in polvere, va precedentemente miscelato con soluzione fisiologica per ottenere la pasta. È importante posizionare la pasta bene all’interno del canale, al fine di evitare l’insorgere di decolorazione coronale dovuta alla minociclina. Sopra la medicazione si posiziona poi un pellet di cotone, seguito dall’otturazione con un cemento provvisorio;
in seconda seduta (2-3 settimane dopo), in assenza di sintomi obiettivi e soggettivi, si effettua un accurato lavaggio della pasta poli-antibiotica (con NaOCl al 5,25%) e con una sonda endodontica si procede alla stimolazione del sanguinamento sul tessuto che si trova a ridosso della pasta. Si attende poi che si formi un coagulo;
sopra il coagulo si posiziona uno strato di MTA (Pro-Root MTA; Dentsply Maillefer, Baillagues, Switzerland) a sigillare l’imbocco per circa tre millimetri usando un plugger di Schilder e una punta ultrasonica fatta vibrare per circa dieci secondi. Sull’MTA si applica un pellet di cotone umido seguito da cemento provvisorio;
quando l’MTA è completamente indurito (24 ore dopo) si rimuove il cotone e si esegue l’otturazione definitiva in resina composita;
entro circa due anni dal trattamento, in assenza di sintomi clinici e segni radiografici (valutati con controlli periodici), si dovrebbe assistere alla guarigione dei tessuti periapicali e allo sviluppo della radice.
Caso clinico
Un ragazzo di dieci anni si è presentato, due anni fa, nel reparto di Conservativa ed Endodonzia del Policlinico Universitario di Cagliari, accompagnato dalla madre.
Il paziente ha riferito una sintomatologia dolorosa localizzata a livello del primo molare inferiore di destra (4.6) stimolata dalla masticazione e dalla palpazione/percussione. All’esame obiettivo si è riscontrata un’otturazione a livello di tale elemento, che il genitore ha riferito essere stata eseguita due anni prima. Radiologicamente si è riscontrata una lesione periapicale a carico della radice distale dello stesso dente (figura 2).
2. Radiografia pre-operatoria in cui si evidenzia la lesione cariosa e la presenza di una lesione periapicale a livello della radice distale.
Il primo molare inferiore destro è risultato negativo ai normali test di vitalità pulpare. La diagnosi è stata di necrosi pulpare e parodontite apicale. Vista la presenza di apici non maturi e delle radici non completamente formate, si è deciso di programmare un trattamento di rigenerazione pulpare. Il genitore è stato avvisato che il trattamento sarebbe stato un tentativo di allungare la vita della radice e che, come tale, avrebbe potuto essere inefficace, a breve o lungo termine. A tale proposito si è fatto firmare al genitore uno specifico consenso informato.
3. Radiografia a sei mesi in cui si può notare una riduzione della lesione periapicale.
Il protocollo di scelta è stato quello sopra indicato3.Durante il controllo in cui si è stimolato il sanguinamento (a tre settimane dal posizionamento della pasta poli-antibiotica), il paziente non presentava sintomi, così come a tre mesi dal trattamento. A sei mesi era già scomparsa l’area di radiotrasparenza periapicale e il dente era totalmente asintomatico (figura 3). A nove mesi il dente era ancora asintomatico (figura 4). A un anno il dente si presentava sempre asintomatico e, oltre a un allungamento radicolare, era evidenziabile una maggiore chiusura apicale (figura 5).
4. Radiografia a nove mesi in cui è evidenziabile un ulteriore sviluppo delle radici.5. Radiografia a un anno. Si può notare un allungamento radicolare e una maggiore chiusura apicale.
All’ultimo controllo, a 17 mesi dal trattamento, sia la radice mesiale sia quella distale mostravano un’evidente riduzione del lume canalare, a dimostrazione di un aumento dello spessore radicolare e una netta riduzione dei diametri apicali (figura 6). In nessuno dei controlli si è evidenziata una risposta positiva ai test termici.
6. Radiografia a 17 mesi. Sia la radice mesiale sia quella distale mostrano un’evidente riduzione del lume canalare a dimostrazione di un aumento dello spessore radicolare e una netta riduzione dei diametri apicali.
Discussione
In tabella 1 sono elencati i case report sulla rigenerazione pulpare presenti in letteratura. Tra i primi casi pubblicati si colloca quello di Iwaya et al.2, che hanno riportato il caso di un dente immaturo con un apice aperto, radiotrasparenza periapicale e fistola, che ha risposto al trattamento di rigenerazione con un graduale sviluppo della radice durante un follow-up di trenta mesi. In questo caso, il canale non era stato pulito meccanicamente per tutta la sua lunghezza a causa della sensibilità del paziente all’inserimento di un piccolo tiranervi. Quest’osservazione suggerisce che qualche residuo di polpa vitale era presente nel canale. Nella prima visita il dente era stato lasciato aperto per permettere il drenaggio del sangue e dell’essudato purulento. Dalla seconda alla quinta visita settimanale, il canale era stato irrigato con NaOCl al 5% e H2O2 al 3% senza eseguire alcun tipo di strumentazione. Una pasta di metronidazolo e ciprofloxacina era stata utilizzata come medicazione.
Alla quinta visita era stato osservato tessuto vitale 5 millimetri al di sotto dell’orifizio canalare. Alla sesta visita, idrossido di calcio era stato collocato a contatto con il tessuto e la cavità d’accesso otturata. Quindici mesi più tardi, il canale era stato riaperto, e con una sonda era stata rilevata la formazione di un ponte di tessuto duro al livello dell’orifizio. Trenta mesi dopo si erano verificati la completa chiusura dell’apice e l’ispessimento delle pareti del canale. Banchs e Trope3 hanno condotto un trattamento simile in un dente immaturo con fistola in un ragazzo di undici anni. Gli autori avevano applicato un miscuglio di metronidazolo, ciprofloxacina e minociclina nel canale. Ventisei giorni dopo, una sonda endodontica era stata usata per provocare il sanguinamento a 15 mm di profondità. L’MTA era stato quindi posizionato sul coagulo e il dente restaurato.
A due anni di follow-up si erano rilevati la chiusura apicale e l’ispessimento delle pareti. È interessante il fatto che il dente rispondeva positivamente ai test termici. Chueh e Huang4 hanno descritto quattro casi clinici di denti immaturi con parodontite apicale o ascessi. I canali non erano stati strumentati, ma irrigati con NaOCl al 2,5% e riempiti con idrossido di calcio in pasta. Tutti e quattro i casi hanno presentato lo sviluppo della radice e la maturazione dell’apice in un periodo compreso tra sette mesi e cinque anni.
Thibodeau e Trope6 nel 2007 e Thibodeau12 nel 2009 hanno presentato il caso di un incisivo con polpa necrotica e ascesso. Il canale era stato abbondantemente irrigato con NaOCl e asciugato e medicato con una pasta di ciprofloxacina, metronidazolo e cefaclor. Undici settimane più tardi, sempre senza alcuna strumentazione dei canali, i tessuti al di là del forame apicale sono stati stimolati con un file per indurre il sanguinamento all’interno del canale. Sono stati necessari circa quindici minuti perché il coagulo di sangue raggiungesse il livello della giunzione smalto-cemento. L’MTA è stato applicato sopra il coagulo ed è stata eseguita un’otturazione in composito. A sei mesi, un anno e 16 mesi il dente è rimasto asintomatico con nessuna risposta ai test di vitalità. Le radiografie mostravano l’ulteriore sviluppo della radice. A 41 mesi il dente, asintomatico, è stato sottoposto a trattamento ortodontico. Dato che l’uso del termine rigenerazione si è basato sui risultati clinici e radiografici ottenuti e non su valutazioni istologiche, è possibile formulare un’interpretazione esclusivamente clinico-funzionale del fenomeno. Non sappiamo, infatti, se, sia effettivamente un complesso polpa-dentina quello che si è rigenerato nei casi descritti.
I risultati di tutti i casi presenti in letteratura possono avere diverse spiegazioni: a) la polpa era necrotica e la terapia ha prodotto la rigenerazione di un complesso pulpo-dentinale funzionale; b) l’ispessimento delle pareti del canale e la chiusura del forame apicale possono essere stati determinati dal legamento parodontale il quale, crescendo all’interno del dente, avrebbe dato luogo alla formazione di cemento a ridosso della dentina radicolare4,22; c) la polpa non era completamente necrotica e il trattamento ha prodotto una pulpotomia molto profonda con conseguente sviluppo della radice come risultato di un complesso pulpo-dentinale sano23,24. È possibile, infatti, che segni di patologia apicale si verifichino in presenza di polpa ancora parzialmente vitale2.
Se la prima ipotesi è corretta, questa può essere spiegata con il fatto che la polpa di un dente permanente contiene una popolazione di cellule staminali che possono costituire una fonte di nuovi odontoblasti differenziati1,25 e ricostruire il tessuto pulpare perduto. Nel caso di un dente immaturo poi, è stata dimostrata la presenza di cellule staminali della papilla apicale (apical papilla stem cells, SCAP), capaci di differenziarsi in cellule simili agli odontoblasti, come recentemente descritto da Sonoyama et al.25. I gruppi cellulari interessati possono essere anche rappresentati dalle cellule della guaina epiteliale di Hertwig (Hertwig’s epithelial root sheath, HERS)26. La papilla apicale ha il potenziale di non rimanere danneggiata dagli insulti batterici provenienti dalla polpa perché è lassamente legata a questa e possiede un enorme potenziale di rigenerazione tissutale25. La presenza di un coagulo di sangue può favorire questo processo fungendo da infrastruttura1. Nella seconda ipotesi, l’ispessimento dello spessore della radice può essere dovuto alla produzione di tessuto duro (cemento, osso) all’interno del canale22,27,28.
Questo risultato non può essere considerato come una reazione rigenerativa del complesso pulpo-dentinale. Studi eseguiti su scimmia Rhesus hanno dimostrato che, dopo la rimozione totale del tessuto pulpare da un dente maturo, o dopo il trattamento con idrossido di calcio o con gel di collagene, si ottiene la formazione di cemento all’apice e nel canale29-31. In un recente articolo, Thibodeau et al.32 hanno caratterizzato istologicamente i tessuti rigenerati nello spazio endodontico a seguito della procedura di rivascolarizzazione su denti immaturi con parodontite apicale nel cane effettuata in un loro precedente studio33. Essi hanno osservato che tre tipi di tessuto si erano generati nei canali:
cemento intra-canalare (IC), simile al cemento cellulare;
osso o tessuto simile all’osso, presente in alcuni casi e da loro nominato osso intra-canalare (IB);
tessuto simile al legamento parodontale, a volte presente nel canale attorno all’IC o all’IB.
La deposizione di osso e cemento potrebbe spiegare la graduale obliterazione dei canali osservata in alcuni case report2-4. Nella terza ipotesi, lo sviluppo della radice è semplicemente la conseguenza di una pulpotomia molto profonda e questo fatto porta a riconsiderare accuratamente la
nostra capacità di eseguire una diagnosi differenziale tra polpa vitale, non vitale e parzialmente vitale8.
Alla luce di queste considerazioni, nel caso di un elemento dentale immaturo che ha subito un trauma o un processo carioso, come sostenuto da Huang29 nel 2008, prima che un approccio clinico di rigenerazione possa essere attuato, è opportuno valutare attentamente la presenza o assenza di vitalità pulpare. Non soltanto nell’ovvio caso di una diagnosi di polpa vitale, ma anche in caso di diagnosi di necrosi pulpare non certa: sarebbe, infatti, opportuno optare per una procedura che preservi il tessuto pulpare vitale residuo fino all’ultimo al fine di permettere la completa formazione della radice e la maturazione apicale inducendo l’apexogenesi16,34,35. Nel caso di diagnosi certa di polpa necrotica, basata non soltanto sulla risposta ai test di vitalità, ma soprattutto sui sintomi obiettivi di ascesso o fistola in zona peri-radicolare e sui segni radiografici di lesione periapicale, anche se il trattamento d’elezione consiste nell’apecificazione18,34 si può evitare di sacrificare alcuni casi tentando la rigenerazione pulpare36-41. Esistono quattro elementi fondamentali per poter attuare un protocollo di rivascolarizzazione:
selezione del caso;
protocollo di disinfezione;
uso di una pasta antimicrobica;
formazione del coagulo sanguigno nello spazio canalare29.
Selezione del caso
Attualmente, non esistono linee guida, basate sull’evidenza, per aiutare i clinici a determinare in quali condizioni può esser utilizzato quest’approccio rigenerativo. Come abbiamo già avuto modo di dire, la mancata risposta ai test di vitalità e, forse, anche la presenza di radiotrasparenza nella regione peri-apicale non possono essere usati come fattori attendibili per la valutazione del reale stato pulpare. In entrambe le situazioni, una parte di tessuto pulpare nella zona apicale o la papilla apicale possono aver mantenuto una certa vitalità. Un’altra importante considerazione è valutare la durata dell’infezione. Teoricamente, più lunga è la durata dell’infezione meno probabilmente saranno sopravvissuti residui pulpari e/o cellule staminali apicali. Inoltre, è importante valutare il grado di maturazione della radice e, conseguentemente, le dimensioni dell’apice immaturo. Le possibilità di rivascolarizzazione di un dente re-impiantato, infatti, aumentano del 18% se l’apice ha un’apertura maggiore di 1,1 mm e il dente viene re-impiantato entro quarantacinque minuti21.
Protocollo di disinfezione
Un importante aspetto emerso dall’esame dei case report è l’uso di irriganti canalari3, come NaOCl al 2,5-5,25%, perossido di idrogeno al 3% o Peridex TM (Procter & Gamble, Cincinnati, OH), seguito dal posizionamento di una medicazione intra-canalare con potente azione antimicrobica. Questi sembrano essere passaggi critici per poter ottenere la rigenerazione. Anche una strumentazione molto limitata del canale si aggiunge al tentativo di conservare ogni tessuto vitale che possa essere rimasto nel sistema. Già nel 1988, Cooke e Rowbotham26 consigliavano di evitare di traumatizzare i tessuti vicino all’apice. Essi speculavano sul fatto che dei residui delle HERS sopravvissute all’apice dei denti immaturi, dopo la disinfezione, potessero riorganizzare il tessuto mesodermico apicale nei componenti della radice. Questo tessuto mesodermico è stato ora identificato come papilla apicale25. Se dopo diverse irrigazioni intracanalari e dopo la medicazione i sintomi clinici non mostrano miglioramenti (persistente presenza di fistola, tumefazione, e/o dolore) è opportuno passare a una procedura di apecificazione.
Uso di una pasta anti-microbica
La pasta anti-microbica può avere diverse composizioni; quella inserita nel protocollo è costituita da parti uguali di metronidazolo (battericida), minociclina (batteriostatico) e ciprofloxacina (battericida) alla concentrazione di 20 mg/ml33,42,43. Sato, Hoshino et al.42 sono stati i primi ha dimostrarne l’efficacia contro Escherichia coli in vitro. Lo stesso gruppo di ricercatori ne ha anche verificato l’azione battericida contro i batteri provenienti dalla dentina cariata e dalla polpa infetta43. L’efficacia clinica di questa pasta è stata osservata anche in denti immaturi con parodontite periapicale44. Il razionale per l’uso di un composto altamente battericida è quello di riportare il dente immaturo necrotico e infetto allo stesso punto di partenza di un dente immaturo avulso. Un canale libero dai batteri è il pre-requisito per la rigenerazione del tessuto. L’utilizzo della pasta antibiotica è preferito a quello dell’idrossido di calcio, che ha un pH molto basico: se nel canale residua tessuto pulpare vitale, il diretto contatto con l’idrossido di calcio indurrà la formazione di uno strato di tessuto calcificato nel terzo coronale che può occupare lo spazio e impedire al tessuto di rigenerarsi4,29. Andreasen et al.19 hanno inoltre dimostrato che trattamenti a lungo termine con l’idrossido di calcio possono lasciare il dente più debole e più suscettibile alla frattura, enfatizzando il bisogno per una migliore tecnica di trattamento. L’idrossido di calcio può anche danneggiare i tessuti della papilla apicale e le HERS3. Al di sopra della medicazione, al fine di ottenere un ottimo sigillo provvisorio, si consiglia il posizionamento di 2 mm di Cavit, come strato più interno, e 2 mm di un cemento resistente (un CVI), come strato più esterno.
Formazione del coagulo nello spazio endodontico
Il tessuto non si rigenera in uno spazio vuoto45,46, infatti, la presenza di un’infrastruttura risulta essenziale per aiutare la crescita di un nuovo tessuto nell’endodonto. Il coagulo di sangue, che si forma dopo stimolazione dei tessuti residui, consiste in una matrice di ponti di fibrina e può agire da infrastruttura per la crescita di nuovo tessuto nel dente immaturo. Esso serve come una sorta di sentiero per la migrazione delle cellule47,48, inclusi i macrofagi e i fibroblasti che derivano dall’area peri-apicale, capaci di iniziare nuovo tessuto simile alla polpa dentale. Nel coagulo di sangue sono presenti anche molti fattori di crescita e di differenziazione, importanti nel processo di guarigione delle ferite49-51. L’MTA viene collocato sopra il coagulo ed è usato per le sue alte proprietà di sigillo e per la sua biocompatibilità. Un cemento vetroionomero/resina sull’MTA assicura poi un ulteriore sigillo e l’integrità del restauro provvisorio.
L’induzione del sanguinamento per facilitare la guarigione è una comune procedura chirurgica. Già nel 1961, Nygaard-Ostby52 propose di indurre un sanguinamento affinché si formasse un coagulo di sangue nello spazio canalare di un dente maturo, nella speranza di guidare la riparazione dei tessuti. Nel 1978, Hørsted e Nygaard-Ostby53 riportavano la formazione di nuovo tessuto connettivo nel sistema radicolare dopo la totale pulpectomia e l’otturazione parziale delle radici.Nel 1974, Myers e Fountain54 tentarono di rigenerare la polpa dentale con il coagulo di sangue che riempiva il canale. La rigenerazione dei tessuti endodontici a partire dal coagulo evita la possibilità di un rigetto e la trasmissione di patogeni: è probabile che si arrivi a prelevare del sangue dal paziente, farlo condensare sotto forma di plasma ricco di piastrine (ricco di fattori di crescita) e iniettarlo nel canale al posto del coagulo.
Conclusioni
Il grande potenziale vantaggio di attuare una procedura di rigenerazione pulpare basata sulla biologia, che permette il proseguimento dello sviluppo della radice, deve essere bilanciato con la conoscenza precisa dei vantaggi relativi e dei potenziali rischi della procedura e con la cautela che deriva dalla mancanza di un numero sufficiente di lavori. L’intensità, la natura e la virulenza dell’infezione sono ancora un fattore determinante nel risultato della guarigione pulpare. Gli elementi dentali immaturi, avendo una polpa giovane e ampia e un apice beante che permette un buon apporto vascolare, mostrano potenziali di guarigione molto elevati. La scoperta e lo studio delle cellule staminali pulpari ha permesso una migliore conoscenza di questi potenziali di guarigione.
Qualora il nuovo tessuto dentale prodottosi in seguito alla rigenerazione non fosse un tessuto pulpare, ma un altro tessuto dentale, il fatto può avere poca importanza fintanto che il dente viene rinforzato18. Inoltre, se la procedura di rivascolarizzazione dovesse fallire (nessun segno di sviluppo della radice, persistenza di sintomi obiettivi e soggettivi) le tradizionali opzioni di trattamento rimangono. In questa fase, è molto importante che il paziente, e soprattutto i suoi genitori, siano informati sui potenziali vantaggi e sui rischi connessi a questo nuovo tipo di approccio. L’attuale protocollo necessita di essere migliorato con controlli a distanza di più anni e con riscontri di carattere istologico. In futuro, grazie alle tecniche di ingegneria tissutale, si arriverà, probabilmente, a sostituire la polpa irrimediabilmente danneggiata con costrutti pulpari creati in laboratorio a partire dagli elementi della cosiddetta triade: infrastruttura (fibrina, collagene ecc.), cellule staminali e fattori di crescita55.
• Alex Gillone • Corrado Sergi • Elisabetta Cotti Università degli Studi di Cagliari,
Cattedra di Conservativa e Endodonzia,
Titolare: professoressa Elisabetta Cotti
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Riassunto Sono sempre più numerosi i pazienti appartenenti alla fascia della terza età desiderosi di migliorare l’estetica e la funzionalità dell’apparato stomatognatico e disposti a intraprendere una terapia ortodontica. L’approccio terapeutico deve essere di tipo multidisciplinare e particolare attenzione deve essere posta alle condizioni di salute, locali e sistemiche. Nell’anziano, a differenza del bambino, i processi di rimodellamento avvengono più lentamente, in quanto si ha un aumentato spessore della corticale ossea con decremento della componente cellulare e della vascolarizzazione e aumento dell’attività osteoclastica rispetto a quella osteoblastica. Di fondamentale importanza è la motivazione ad adottare corrette norme di igiene orale e di alimentazione, in quanto in assenza di uno stato di salute parodontale è, infatti, controindicato qualsiasi approccio terapeutico ortodontico.Lo scopo di questo lavoro consiste nel presentare un caso clinico di paziente anziano riabilitato con terapia ortodontico-protesica. Vengono presentati il protocollo diagnostico-terapeutico utilizzato e i risultati ottenuti.
Summary Orthodontic treatment for elderly patients: a case reportThere is an increasing number of elderly patients who want to start an orthodontic therapy in order to improve oral aesthetics and function. Therapeutic approach might be multidisciplinary and a specific attention has to be concentrated on oral and systemic health.Remodelling process in elders, instead in children, are slow because the cortical bone is increased in thickness, the cellular components and the vascularization undergo a decrease, the osteoclastic activity can be more developed than the osteoblastic one. It is important to motivate and adopt correct oral hygienic and nutrition indications because when periodontal health is compromised every orthodontic treatment is contraindicated. The aim of this work consists in presenting a case of an elderly patient rehabilitated through an orthodontic-prosthetic therapy. Diagnostic and therapeutic protocol and results obtained are presented.
Al giorno d’oggi, sono sempre più numerosi i pazienti appartenenti alla fascia della terza età disposti a ricorrere a un trattamento di tipo ortodontico per migliorare l’estetica e la funzionalità dell’apparato stomatognatico con positive ripercussioni a livello delle relazioni sociali e del proprio tenore di vita. Negli ultimi anni, si è riscontrato un notevole incremento della popolazione ultrasessantenne. In particolare, secondo i dati ISTAT, dopo il censimento del 2001 la popolazione italiana al di sopra dei 65 anni corrisponde al 21% della popolazione totale, a fronte di una diminuzione dei soggetti di età inferiore a 20 anni1.
L’invecchiamento può essere definito come un insieme di processi involutivi parafisiologici che alterano, compromettendola, la funzionalità degli organismi viventi e si presenta con modalità e forme cliniche diverse nei vari sistemi e distretti dell’organismo2.
Anche il cavo orale, come tutti gli altri distretti, subisce modificazioni involutive che variano a seconda della presenza o assenza degli elementi dentali.
La condizione di edentulia, infatti, parziale o totale, porta alla perdita di funzione dell’osso alveolare e dei tessuti peridentali. In base al principio della matrice funzionale, quando le ossa mascellari perdono lo stimolo funzionale della masticazione, vanno incontro a processi di riassorbimento che possono condurre all’atrofia delle creste alveolari e all’interessamento dell’osso basale3,4.
A questo proposito, sono stati proposti diversi schemi classificativi delle atrofie dei mascellari. Attualmente, la classificazione di Cawood e Howell rappresenta lo schema descrittivo a cui più comunemente si fa riferimento. Essa propone cinque livelli di atrofia per il mascellare superiore e sei per la mandibola5.
Nell’anziano, la perdita ossea può essere di tipo post-estrattivo, post-traumatico, da malattie metaboliche e stress funzionali. Il riassorbimento, infatti, può seguire i normali schemi involutivi legati all’età o rappresentare il risultato di una sovrapposizione di fattori patologici.
La mandibola presenta una tipologia di riassorbimento orizzontale a livello anteriore e prevalentemente verticale a livello posteriore; ciò determina la superficializzazione del nervo alveolare inferiore, del forame mentoniero e delle inserzioni muscolari, con una maggiore predisposizione alle fratture dell’osso basale. Il mascellare superiore subisce un riassorbimento prevalentemente orizzontale; si ha appiattimento della volta palatina con creste fluttuanti6 e avvicinamento del pavimento del seno mascellare alla cresta alveolare. Anche i tessuti molli subiscono notevoli alterazioni in seguito al riassorbimento delle creste.
La tipica facies senile è caratterizzata da guance cadenti, con pieghe a livello del labbro superiore e dei lati del naso per perdita del tono muscolare e deterioramento dento-mascellare. Il naso appare di conseguenza ingrossato e, a volte, incurvato verso il mento2, le labbra appaiono introflesse e assottigliate, il mento si presenta più sporgente e curvo verso l’alto.
Caratteristica del paziente edentulo è la perdita di tono muscolare, che porta al collasso del modiolo verso l’indietro e verso il basso7. Con il passare degli anni, si possono verificare anche variazioni delle dimensioni lineari e angolari sul piano sagittale e verticale, con diminuzione dell’angolo
ANB e riduzione della dimensione verticale antero-inferiore del volto. L’invecchiamento determina anche alterazioni a carico degli elementi dentali, tra cui usura dello smalto, con viraggio del colore al giallo, disidratazione della dentina e apposizione di dentina secondaria con riduzione della cavità pulpare; a livello parodontale si ha diminuzione della vascolarizzazione e tendenza alla ialinizzazione.
I pazienti anziani richiedono un trattamento ortodontico per motivazioni che si discostano da quelle dei soggetti giovani e/o adulti. Alcuni vogliono migliorare il proprio aspetto, molti hanno la necessità di risolvere dolori di origine temporo-mandibolare o problemi disfunzionali e psicologici, altri ancora necessitano di un trattamento ortodontico pre-protesico.
Un importante fattore causale del dolore è rappresentato dalla perdita di dimensione verticale, spesso associata a una posizione mandibolare instabile, che determina la contrazione della muscolatura masticatoria. Grazie al trattamento ortodontico è possibile ripristinare la dimensione verticale e raggiungere un’armonia funzionale tra tutte le componenti stomatognatiche8-11. Si possono risolvere alterazioni della fonetica dovute a modificazioni di labbra e denti, nonché fenomeni di scialorrea provocata da alterata percezione dei riflessi nervosi o per processi irritativi e lesioni alla lingua con complicanze infettive.
Prima di intraprendere la terapia, occorre valutare attentamente anche l’aspetto psicologico di questi pazienti, in quanto, spesso, soffrono di depressione o insonnia e possono essere in terapia con ansiolitici o antidepressivi, i quali causano instabilità emotiva12. Nel soggetto anziano, a differenza dei pazienti in età evolutiva, l’approccio terapeutico deve essere di tipo multidisciplinare, con coinvolgimento di ortodontista, protesista, conservatore, chirurgo e igienista, al fine di ripristinare una corretta funzionalità dell’apparato stomatognatico.
Il trattamento ortodontico, nel soggetto anziano, non si discosta, dal punto di vista biomeccanico, da quello del soggetto in crescita. È presente, tuttavia, una sostanziale differenza rappresentata dall’impossibilità di ricorrere a un approccio ortopedico. Sebbene recenti studi abbiano dimostrato che anche a crescita terminata può permanere uno stato di sinartrosi fibrosa a livello delle suture palatina mediana e palatina trasversa, questi devono essere considerati casi limite12.
I risultati di tipo ortopedico sono quindi nulli, se si esclude la possibilità di modificare la dimensione verticale attraverso l’estrusione dentale; si possono eventualmente prendere in considerazione, qualora il piano terapeutico lo richieda, interventi di chirurgia ortognatodontica. A differenza del bambino, nell’anziano i processi di rimodellamento avvengono più lentamente, in quanto si ha un aumentato spessore della corticale ossea con decremento della componente cellulare e della vascolarizzazione e un aumento dell’attività osteoclastica rispetto a quella osteoblastica.
Tuttavia, la presenza di pregresse patologie parodontali se, da un lato, richiede una maggiore cautela in quanto non vi è una perfetta integrità dento-alveolare, dall’altro, un minore supporto osseo determina maggiore facilità di spostamento degli elementi dentali.
Come nel paziente in crescita, anche nel paziente adulto sono possibili tutti i movimenti dentali (mesializzazione, distalizzazione, vestibolarizzazione, lingualizzazione, estrusione, intrusione e rotazione) con l’utilizzo di forze leggere e continue per evitare rizolisi13. È opinione comune che il trattamento ortodontico in soggetti adulti e anziani debba essere limitato a spostamenti minori, quali il riposizionamento in asse dei denti pilastro, la correzione di morsi incrociati di singoli denti, la chiusura di piccoli diastemi14.
Nel programmare un trattamento ortodontico nel paziente anziano occorre prendere in considerazione lo stato di salute generale, ponendo particolare attenzione alla presenza di patologie dismetaboliche, disormonosi e osteoporosi15. In questi casi, il trattamento ortodontico deve essere posticipato al raggiungimento della guarigione clinica o di un compenso farmacologico stabile. Nel paziente anziano, il piano di trattamento deve prevedere non solo la correzione della malocclusione, ma anche il ripristino dell’integrità delle arcate dentali tramite un trattamento riabilitativo ortodontico-protesico. Il trattamento protesico definitivo si attua solo al termine della fase di contenzione, sebbene nella suddetta fase sia necessario ricorrere a manufatti protesici provvisori per stabilire dei validi rapporti occlusali e consentire la stabilizzazione dal punto di vista parodontale degli elementi pilastro.
1. Fotografia del volto all’inizio del trattamento.
Di fondamentale importanza nel trattamento ortodontico di questi pazienti è la motivazione ad adottare corrette norme di igiene orale e di alimentazione; in assenza di uno stato di salute parodontale, infatti, è controindicato qualsiasi approccio terapeutico ortodontico. Alla luce delle attuali conoscenze, la terapia ortodontica può essere effettuata senza danni ai tessuti parodontali, anche se il supporto risulta estremamente ridotto, a condizione che ci sia uno stato di salute parodontale.
Al contrario, la combinazione tra infiammazione e forze ortodontiche può portare a una più rapida distruzione dei tessuti parodontali rispetto a quella che si sarebbe verificata in seguito ai soli processi infiammatori16. A causa dell’alta incidenza di parodontopatie nei soggetti adulti, occorre valutare attentamente lo stato di salute parodontale prima di intraprendere il trattamento17. Presso il Reparto di Ortognatodonzia del Dipartimento di Scienze chirurgiche ricostruttive e diagnostiche dell’Università degli Studi di Milano tutti i pazienti candidati alla terapia ortodontica vengono inseriti in un preciso protocollo di prevenzione, presso il quale seguono un programma standardizzato di igiene e profilassi18.
Case report
Una paziente, di 63 anni, si è presentata alla nostra osservazione lamentando una duplice problematica: estetica e funzionale. In particolare, si evidenziava una progressiva vestibolarizzazione degli incisivi centrali superiori, con conseguenti diastemi plurimi, che occorrevano anche nell’arcata inferiore. Lamentava, inoltre, difficoltà alla masticazione e dolenzia durante i movimenti funzionali. All’anamnesi non si rilevava alcuna patologia sistemica che potesse controindicare una riabilitazione ortodontico-protesica. All’esame obiettivo non si sono registrate asimmetrie scheletriche e il volto appariva mesomorfo (figure 1 e 2).L’esame del cavo orale presentava la seguente formula dentale:1.7X1.51.41.31.21.12.12.22.32.42.52.62.7 X4.64.54.44.34.24.13.13.23.33.43.53.6 3.7.
2. Visione intraorale all’inizio del trattamento.
Gli elementi dentali 4.6, 3.6 e 3.7 apparivano mesio-inclinati, gli incisivi centrali superiori vestibolo inclinati e diastemati, così come il gruppo frontale inferiore. Si evidenziava, inoltre, una parodontopatia diffusa con perdita di attacco e conseguente esposizione dei colletti di alcuni elementi dentali. In particolare, a livello degli incisivi centrali superiori, si poteva valutare la perdita di tessuto di supporto e la loro mobilità.
I rapporti occlusali evidenziavano una I classe dentale canina e molare, sia a destra sia a sinistra, e si notava aumento dell’overjet per vestibolarizzazione degli incisivi.
All’esame radiografico su ortopantomografia delle arcate dentali, si sono evidenziate cure protesiche e conservative, in particolare a carico dei diatorici (figura 3).
3. Ortopantomografia all’inizio del trattamento ortodontico.
La teleradiografia latero-laterale e il relativo tracciato cefalometrico evidenziavano una I classe scheletrica con dimensione verticale posteriore diminuita.
La teleradiografia postero-anteriore e il relativo tracciato non mettevano in risalto nessuna particolare asimmetria.
Si è deciso quindi di inserire la paziente in un programma di igiene e prevenzione, allo scopo di eliminare i fattori infiammatori a livello parodontale e di rendere il cavo orale idoneo alla successiva terapia ortodontica. A stabilizzazione ottenuta, si è posizionata su entrambe le arcate una apparecchiatura ortodontica fissa utilizzando una metodica straight wire low friction e si è ricorso all’utilizzo combinato di una trazione extra-orale al fine di ricreare, per quanto possibile, i corretti rapporti tra le strutture ossee di supporto. La forte motivazione della paziente e la sua elevata compliance hanno consentito di proporre anche l’utilizzo di un’apparecchiatura poco confortevole e di ottenere i risultati desiderati (figure 4 e 5).
4. Visione durante il trattamento ortodontico con trazione extra-orale.5. Visione intra-orale durante il trattamento ortodontico.
La terapia è proseguita per un anno, al termine del quale si sono ottenuti adeguati rapporti occlusali mantenendo una I classe dentale, destra e sinistra, raggiungendo ottimali valori di overjet eoverbite, allineamento e livellamento di tutti gli elementi in arcata con chiusura dei diastemi, ripristino di un’adeguata dimensione verticale e miglioramento dei rapporti sagittali tra le basi ossee (figure 6 e 7).
6. Fotografia del volto a fine trattamento.7. Visione intra-orale a fine trattamento.
I controlli funzionali al termine del trattamento evidenziavano il ritorno a una funzionalità ottimale con scomparsa della sintomatologia algica e soddisfazione dell’estetica raggiunta, grazie anche a un miglioramento del sostegno labiale. È stata quindi iniziata la riabilitazione protesica, con sostituzione dei manufatti esistenti e incongrui.
La paziente è stata quindi inserita in un programma di mantenimento con richiami e controlli periodici, al fine di consentire il mantenimento di una corretta igiene orale e di un’occlusione ottimale con la definitiva scomparsa di sintomatologia algica e disfunzionale. Il controllo a 5 anni di distanza ha confermato la stabilità dei risultati, da un punto di vista sia estetico sia funzionale (figure 8-10).
8. Fotografia del volto al controllo a 5 anni di distanza.9. Visione intraorale al controllo a 5 anni di distanza.10. Ortopantomografia al controllo a 5 anni di distanza.
Discussione e conclusioni
Il caso clinico presentato ha consentito di evidenziare come, anche in un soggetto anziano, sia possibile eseguire delle riabilitazioni ortodontiche e ortodontico-protesiche tramite un approccio di tipo multidisciplinare. L’ortodontista si inserisce in questo contesto proponendo delle metodiche di riabilitazione del tutto sovrapponibili a quelle previste per pazienti più giovani, a condizione che non vi siano patologie sistemiche in atto e dopo avere riportato il cavo orale in ottime condizioni di salute.
In conclusione, nel trattamento ortodontico del paziente geriatrico, sebbene sia indispensabile porre particolare attenzione allo stato di salute generale ed essere a conoscenza dei meccanismi fisiologici di rimodellamento osseo di questa fascia d’età, è possibile sottolineare che non si deve temere nell’attuare tutte le manovre terapeutiche necessarie, cercando comunque di optare per il piano di trattamento più rapido e meno traumatico. Il paziente, infatti, è in genere molto collaborante e motivato e, pertanto, è facile ottenere in breve tempo i risultati desiderati.
Corrispondenza professor Giampietro Farronato Via Commenda 10, 20122 Milano giampietro.farronato@unimi.it
• Cinzia Maspero • Lucia Giannini • Floriana Iazzetti • Sara Tronca Università degli Studi di Milano,
Fondazione IRCCS Cà Granda
Ospedale Maggiore Policlinico,
Scuola di Specializzazione in Ortognatodonzia;
Direttore: prof. G. Farronato
Bibliografia
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Riassunto I tumori metastatici del cavo orale sono molto rari e ancora più rare sono le forme metastatiche con interessamento dei tessuti molli mascellari. I tumori maligni primitivi da cui hanno origine sono quelli di polmone, mammella, rene e colon. Le metastasi dei tessuti molli si presentano come una massa gengivale a rapida crescita, non facilmente distinguibile, per il suo aspetto clinico macroscopico, da altre lesioni benigne dei tessuti molli del cavo orale. Viene descritto l’approccio clinico mantenuto in un caso di metastasi gengivale di adenocarcinoma polmonare in un paziente di di 56 anni, la sua successiva escissione chirurgica ed esame istologico al fine di porre la diagnosi. Il caso esaminato sottolinea che, sebbene le metastasi dei tessuti molli orali siano rare, è necessario eseguire l’esame istologico al fine di porre una corretta diagnosi, dato che la lesione può presentarsi con un aspetto proliferativo apparentemente benigno. L’escissione chirurgica risulta comunque necessaria anche al fine di migliorare la funzione orale del paziente.
Summary Gingival metastasis of a bronchogenic adenocarcinoma: a case report Oral metastases are very uncommon and oral soft tissues metastases are rarer than the first. The oral metastases originate from primary malignant tumours of lung, breast, kidney and colon. Oral soft tissue metastases present like a gingival tumefaction, with a quick growth, that is not easily distinguishable, for its clinical macroscopic features, from other benign lesions of oral soft tissues. It is described the clinical approach to a case of gingival metastasis of a bronchogenic adenocarcinoma, in a male patient, of 56, and its excisional biopsy to have a diagnosis through the histopathologic examination. This case stresses, that even if the oral soft tissues metastases are rare, it’ s necessary a right diagnosis through the histopathological examination, because the lesion can appear with a benign proliferative aspect. The excisional approach is also necessary to improve the patient’s oral function.
Il carcinoma del polmone rappresenta la prima causa di morte nei Paesi industrializzati. Negli Stati Uniti è al primo posto delle morti per cancro per entrambi i sessi. L’incidenza varia a seconda delle diverse aree geografiche: è più alta in Nord Europa, Stati Uniti e Canada; si riduce in Giappone, Israele e Svezia. In Italia, il numero di nuovi casi per anno si aggira intorno a 35-40.000/100.000 abitanti, con un tasso di mortalità di 81/100.000 nei maschi e 12/100.000 nelle donne. Fino a non molto tempo fa, l’incidenza della neoplasia era maggiore nell’uomo rispetto alla donna con un rapporto di 5:1; oggi tale rapporto è 2,5:1, a causa della crescente abitudine al fumo nel sesso femminile. L’incidenza della neoplasia aumenta all’aumentare dell’età passando da 1/100.000 abitanti/anno prima dei 30 anni a 329/100.000 abitanti/anno tra 70 e 74 anni. Alla diagnosi, l’età media dei pazienti è 60 anni; oltre un terzo di nuovi casi è diagnosticato in soggetti di età superiore a 70 anni. Il carcinoma polmonare è, da sempre, la neoplasia più diffusa nella popolazione maschile di età superiore a 40 anni.
Ogni anno, in Italia, si ammalano oltre 28.000 persone e si stima che altrettante ne muoiano (il 20% di tutte le morti per cancro del nostro Paese). Le sedi più comuni di diffusione metastatica del cancro del polmone sono i linfonodi regionali, cervello, ossa, ghiandole surrenali e bronchi.
Le metastasi al cavo orale del carcinoma polmonare sono alquanto inusuali e, nello specifico, quelle gengivali sono estremamente rare.In generale, le lesioni metastatiche del cavo orale a distanza, a partenza da tumori maligni primitivi di altri organi e distretti, sono infrequenti e rappresentano l’1% delle forme maligne del cavo orale. Esse interessano principalmente le ossa mascellari (in particolare, la mandibola, colpendo il ramo e corpo mandibolare, eccezionalmente il condilo), mentre le metastasi primitive ai tessuti molli sono straordinariamente rare e rappresentano solo lo 0,1% delle lesioni maligne orali8,10,13. I siti più comuni di coinvolgimento dei tessuti molli sono gengiva, lingua, labbra, mucosa buccale e palatale. I tumori primitivi sono principalmente quelli di polmone, mammella, rene e colon: quest’ultimo rappresenta il 70% dei casi riportati in letteratura. Un caso di metastasi gengivale da carcinoma prostatico è stato recentemente riportato in India.
Una ricerca bibliografica avviata su PubMed, nella letteratura medica di lingua inglese e in tutto il mondo dal 1964 al 2005, ha identificato solo 17 casi certi di metastasi orali ai tessuti molli, confermati dalla diagnosi istologica. I soggetti colpiti sono tutti di sesso maschile e di età compresa tra 47 e 84 anni (tabella 1).
Le metastasi orali dei tessuti molli si presentano come una massa gengivale a crescita rapida (a testimonianza si osservi la figura 5: è possibile notare del materiale alimentare inglobato nella neoformazione che, a causa del veloce tempo di crescita, il flusso salivare non ha potuto detergere) che manifesta rapidamente una varietà di sintomi, quali un sanguinamento intermittente da trauma masticatorio e un decadimento della funzione masticatoria e dell’appetito in una tipologia di paziente già particolarmente provato a livello sistemico1,7,8.
In passato, il trattamento di scelta per le metastasi gengivali era controverso: la chemioterapia sistemica e la radioterapia venivano raccomandati come i trattamenti più efficaci. Attualmente, come dimostra il caso analizzato, in cui la lesione metastatica orale insorge come complicanza tardiva durante il trattamento, la terapia chemio-radioterapica non rappresenta un beneficio e, pertanto, il trattamento di scelta rimane l’escissione chirurgica da eseguirsi in anestesia locale13.
Il tempo che intercorre dalla comparsa della lesione metastatica gengivale alla morte è da poche settimane ad alcuni mesi. La comparsa è quindi indice di una prognosi infausta. L’asportazione della neoformazione, sebbene rappresenti un trattamento palliativo, consente la rapida risoluzione di sintomi con ripristino simultaneo della funzione orale e il miglioramento dello stato nutrizionale (figura 1).
Caso clinico
Storia generale
È pervenuto alla nostra attenzione un paziente di sesso maschile, di 56 anni, affetto da adenocarcinoma polmonare poco differenziato infiltrante il bronco con metastasi diffuse. Gli esami ematologici rilevano anemia normocitica normocromica, una marcata trombocitosi (836 x 109/L) e leucocitosi neutrofila (neutrofili = 9,3 x 109/L). Il paziente presenta una temperatura corporea anche fino a 39 °C, nonostante la terapia antibiotica ad ampio spettro. L’Eco Fnab alle parti molli del collo depone per metastasi di adenocarcinoma con coinvolgimento anche linfonodale. L’esame Pet-CT rileva numerose aree di intenso e patologico iper accumulo del tracciante di metabolismo glucidico a livello di ossa, strutture muscolari, stazioni linfonodali, surrene sinistro e in nodo polmonare sinistro (lesione primitiva).
2. Visione della neoformazione e rapporti con l’arcata dentale.3. Visione ravvicinata della neoformazione.
Il paziente è giunto alla nostra attenzione per una consulenza odontostomatologica a causa della comparsa di una neoformazione gengivale. Era in atto un ciclo di chemioterapia sistemica con cisplatino e gencitabina (figure 2 e 3).
Stato endorale
All’esame obiettivo endorale, si rileva una massa esofitica e nodulare con superficie lucida, iperemica nella gengiva vestibolare a livello del canino inferiore destro, di 18 mm di lunghezza x 15 mm di larghezza. Il paziente non accusa dolore, se non la difficoltà ad alimentarsi, visto che la lesione raggiunge il piano occlusale. Viene richiesta un’ortopantomografia che rivela bordi alveolari ossei retratti e assenza di grossolane disostosi mascellari e mandibolari. Le ipotetiche diagnosi principali sono metastasi orale di adenocarcinoma polmonare, epulide o granuloma piogenico.
Istologia
Si effettua la totale asportazione della massa e si invia il reperto per l’esame istologico. Il tessuto asportato viene fissato in formalina, disidratato nella serie scalare degli alcoli, chiarificato in xilolo e incluso in paraffina.
Sezioni di circa 5 µm di spessore vengono colorate con ematossilina-eosina e PAS. Il reperto istologico mette in evidenza, nel corion della mucosa orale, la presenza di nidi di cellule atipiche, per lo più a fisionomia epiteliale, ma talora anche fusate, dotate di nucleo irregolare macronucleolato e spesso in mitosi. Raramente tali cellule sono disposte a delimitare strutture di tipo tubulare. La diagnosi è di neoplasia maligna epiteliale poco differenziata. Resta da stabilire la natura primitiva o secondaria della neoplasia. La presenza di elementi atipici all’interno dei vasi linfatici del corion è suggestiva per una metastasi per via linfatica della neoplasia. Si esegue allora una reazione immunoistochimica con anticorpo monoclonale TTF-1 (DAKO), che risulta positivo nelle cellule neoplastiche, permettendo quindi di formulare la diagnosi definitiva di metastasi orale di adenocarcinoma poco differenziato del polmone.
Il fattore di trascrizione tiroideo-1 (TTF-1) è, infatti, una proteina nucleare normalmente espressa nell’adulto solo dall’epitelio tiroideo e polmonare. In campo di patologia neoplastica il TTF-1 è espresso nella maggior parte dei tumori tiroidei e in una considerevole quota di tumori polmonari, particolarmente adenocarcinomi, mentre non è praticamente espresso in alcuna altra neoplasia epiteliale di diversa istogenesi. La presenza, nell’anamnesi, di un adenocarcinoma del polmone e l’assenza obiettiva di patologia neoplastica a carico della tiroide depone quindi per la derivazione della metastasi dalla neoplasia polmonare (figure 4 e 5).
4. Aspetto istologico del prelievo della mucosa orale: nel corion mucoso è presente tessuto neoplastico con aspetti solidi e ghiandolari. Ematossilina eosina, ingrandimento originale 20X. Si noti, a destra, una cellula in mitosi (freccia). Close-up del riquadro di sinistra 60X.
La funzione orale del paziente, dopo l’exeresi, migliora, anche se, purtroppo, dopo due settimane il paziente viene a mancare per la progressione della malattia oncologica (figura 6).
I tumori metastatici del cavo orale sono molto rari e ancora più rare sono le forme metastatiche con interessamento dei tessuti molli dei mascellari, che rappresentano lo 0,1% delle forme maligne del cavo orale.
Sicuramente, le metastasi orali costituiscono un indice prognostico infausto, dal momento che la maggior parte dei pazienti che le manifestano ha già sviluppato metastasi in altre sedi dell’organismo, come il caso ivi preso in esame, in cui il paziente affetto da concomitanti metastasi linfonodali e cutanee viene a mancare dopo due settimane dall’intervento di exeresi.
La rapida crescita espansiva della massa è tipica della metastasi gengivale di carcinoma polmonare, ma il suo aspetto clinico macroscopico non la rende distinguibile da altre forme di iperplasia gengivale, tipo l’epulide, il granuloma piogenico, la cisti gengivale, le neoplasie benigne o maligne primitive.
6. Exeresi della neoformazione.
La biopsia escissionale e il conseguente esame istologico e immunoistochimico sono il metodo di inquadramento diagnostico e di trattamento terapeutico più idoneo per la corretta diagnosi e per un ripistino della normale funzione orale del paziente.
Il caso esaminato enfatizza il fatto che, anche se rara, la metastasi dei tessuti molli orali, pur presentandosi come lesione proliferativa apparentemente benigna, deve essere adeguatamente e tempestivamente valutata, soprattutto nei pazienti che presenano metastasi di cancro in altre sedi.
Corrispondenza dottor Claudio Gallo ULSS 14 – Servizio di Odontoiatria di Comunità Ospedale «Immacolata Concezione» Via San Rocco, 8 Piove di Sacco (PD) e-mail: cgallo@asl14chioggia.veneto.it
• Claudio Gallo1 • Marta Beghetto1 • Alice Marcato1 • Otello Daniele2 • Adriano Fornasiero2 • Marialuisa Valente3 1 ULSS 16 Padova - Regione Veneto, U.O. Odontoiatria di Comunità, Piove di Sacco (PD) Centro Regionale per la prevenzione, la diagnosi e la terapia delle patologie
odontostomatologiche nel paziente disabile, Responsabile Dott. Claudio Gallo 2 ULSS 16 Padova – U.O. Oncologia, Piove di Sacco (PD)
Responsabile Dott. Adriano Fornasiero 3 Università degli Studi di Padova, Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria, Presidente professoressa Marialuisa Valente; Docente di Anatomia Patologica
e Diagnostica isto-cito-patologica
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Riassunto La conservazione della vitalità pulpare è un trattamento di confine tra terapia conservativa ed endodontica che consente di mantenere l’integrità biomeccanica dell’elemento dentale; l’importanza di questo trattamento giustifica la ricerca di nuovi materiali e nuove tecniche mirate all’aumento di predicibilità e di successo di questa procedura. La tecnica proposta utilizza la luce laser della famiglia Erbium (2.780 nm e 2.940 nm) come strumento di preparazione della cavità, di decontaminazione, di coagulazione e di vaporizzazione della polpa esposta, poi trattata con idrossido di calcio autoindurente. Un’attenta diagnosi e la corretta scelta di terapia conservativa degli elementi dentali trattati per patologia cariosa con laser Erbium, con procedure di decontaminazione profonda, incappucciamento diretto e pulpotomia parziale è risultata efficace nel migliorare la prognosi delle procedure di incappucciamento pulpare e pulpotomia parziali.
Summary Vital pulp therapy: advantages of using laser technology as an adjunctive treatment. Pulp vitality may be compromised during the deep restorative treatment of a carious tooth cavity. Treatment that seeks to preserve pulp vitality and avoids the need for root canal therapy is considered of benefit in maintaining the biomechanical integrity of the tooth. The development of laser wavelengths such as the Erbium Yttrium Scandium Gallium Garnet (Er,Cr:YSGG) at 2780 nanometers and Erbium Yttrium Aluminium Garnet (Er:YAG) at 2940 nanometers, has delivered considerable evidence-based benefits for dental restorative procedures. These include laser-assisted cavity preparation and significant pathogen reduction at the irradiated tooth surface. Soft tissue benefits of laser use which may be of significance in vital pulp therapy include coagulation and vaporisation of target tissue. With accurate and appropriate diagnosis, the use of this group of laser wavelengths may allow the clinician to address the pathological effects of cariogenic bacteria on the deep dentine and pulp. Procedures such as vital pulp capping and vital pulpotomy, using laser energy and calcium hydroxide dressing may carry a better prognosis for the continued health and vitality of the tooth pulp.
La conservazione della vitalità pulpare è un trattamento di confine tra terapia conservativa ed endodontica che consente di mantenere l’integrità biomeccanica dell’elemento dentale; l’importanza di questo trattamento giustifica la ricerca di nuovi materiali e nuove tecniche mirate all’aumento di predicibilità e di successo di questa procedura. La terapia conservativa della polpa include la terapia della dentina profonda, l’incappucciamento diretto e la pulpotomia parziale della polpa esposta accidentalmente, in caso di carie profonda o di trauma smalto-dentinale complicato.
Dalla revisione della letteratura internazionale emerge come le diverse percentuali di successo delle procedure di terapia conservativa della polpa siano da mettere in relazione alle diverse situazioni cliniche che hanno portato alla sua esposizione. Alte percentuali di successo sono risultate nei trattamenti eseguiti per trauma ai denti anteriori1-3, o per esposizione accidentale4, dove la componente batterica è inferiore rispetto ai denti posteriori trattati per carie profonda2-5. Nel 2006, Al-Hiyasat4 in uno studio retrospettivo eseguito su 193 pazienti, per un totale di 204 incappucciamenti pulpari diretti, riportava un successo medio del 59,3%, con un’ampia variabilità associata, oltre al tipo di esposizione (92,2% per le esposizioni accidentali e 33,3% per le esposizioni per cavità cariose), anche al tipo di cavità cariosa (83,8% nelle I classi, 56,1% nelle II classi, 58,8% nelle III classi e 28,6% nelle cavità mesio-occluso-distali). Anche Auschill3 aveva documentato una percentuale di successo medio simile, del 61%, con differenza tra denti anteriori (83,3%) e posteriori (38,9%), con importanti correlazione con l’età.
Il grado di maturazione radicolare è stato considerato da Riccitiello6, nel 2005, come criterio di scelta per la procedura di pulpotomia parziale nelle esposizioni pulpare di denti permanenti immaturi, riservando la terapia endodontica a tutte le esposizioni avvenute in denti a formazione radicolare completata.
Materiali per incappucciamento pulpare diretto e indiretto
Diversi sono i fattori che contribuiscono alla riuscita di questo trattamento: una corretta diagnosi, il tipo di materiale usato e la tecnica operativa utilizzata. Il primo metodo di incappucciamento pulpare riportato in letteratura7 risale al 1756, ma è nel 1928-30 che Hermann studiò le reazioni del tessuto pulpare all’idrossido di calcio (CH) ed è dalla metà dello scorso secolo che l’utilizzo di questo materiale è raccomandato come gold standard per questo trattamento. Studi recenti hanno indagato la possibilità di utilizzare materiali alternativi nel tentativo di migliorare i risultati clinici della procedura.
L’utilizzo degli adesivi dentinali apposti sulla dentina profonda vicino o direttamente sull’esposizione pulpare, seppur talvolta ancor proposto8, si è dimostrato clinicamente inefficace nella maggior parte degli studi presentati, mostrando sempre una risposta infiammatoria pulpare cronica9,10. Anche l’utilizzo dei cementi vetroionomerici, in stretta vicinanza o in diretta apposizione sul tessuto pulpare, ha portato risultati controversi per la sua citotossicità e biocompatibilità come pulp capping agent11,12.
Negli anni Novanta, è stato introdotto il mineral trioxide aggregate (MTA), un cemento silicato bioattivo che, in oltre 15 anni di ricerca, si è affermato come materiale di scelta in molte applicazioni endodontiche per l’ottima biocompatibilità e la scarsa risposta infiammatoria13-17.
Anche negli incappucciamenti pulpari, in modelli sperimentali animali18-20, l’MTA si è mostrato efficace grazie alla sua formulazione in piccole particelle, al suo pH alcalino, al lento rilascio di ioni calcio: tutte caratteristiche fisiche che spiegano il suo successo clinico21. Diversi studi hanno riportato il suo effetto di induzione sulla proliferazione delle cellule pulpari22,23, sul rilascio di citochine24, sulla riparazione istologica con formazione di dentinal bridge21.
Il materiale indurisce in ambiente umido, ha una buona resistenza alla compressione, una trascurabile solubilità e non è riassorbibile25. Recenti studi hanno poi validato il suo uso clinico in vivo, con risultati a breve e medio termine favorevoli nelle procedure di incappucciamento diretto e di pulpotomia parziale26-31. Nel 2001, Faraco e Holland32 hanno enfatizzato i vantaggi del MTA versus l’idrossido di calcio nella procedura di pulp capping. Il gruppo trattato con idrossido di calcio presentava maggiori segni di infiammazione e minore formazione di dentinal bridge, maggiore riassorbimento di materiale e presenza di microinfiltrazione di microrganismi.
Molti studi, peraltro, continuano a sostenere l’assenza di citotossicità, la biocompatibilità e l’efficacia clinica dell’idrossido di calcio come liner negli incappucciamenti indiretti e diretti della polpa, sia quando paragonato ai cementi vetroionomerici e agli adesivi smalto dentinali12 sia quando paragonato all’MTA33.
Nuove tecniche per incappucciamento pulpare diretto e indiretto e pulpotomia
Altre tecniche e tecnologie innovative sono state proposte per bloccare il processo carioso e stimolare la riparazione del
tessuto contaminato, tra cui l’ozono-34 e la laser-terapia, che da più di dieci anni presenta un filone di ricerca alternativo, utilizzando diverse fonti di luce laser con differente lunghezze d’onda, responsabili di diversi effetti positivi durante la procedura di incappucciamento pulpare5,35-39. In uno studio clinico retrospettivo del 1999, Santucci36 ha ottenuto il 90,3% di successo a 54 mesi su 94 denti permanenti trattati con laser Nd:YAG e cemento vetroionomero (Vitrebond, 3M) contro il 43,5% del gruppo controllo trattato con idrossido di calcio autoindurente (Dycal, Caulk).
Nel 1998, Moritz37,38 ha presentato due studi clinici che utilizzavano l’emissione di energia laser CO2 in modalità continua o super-pulsata in comparazione all’utilizzo del solo idrossido di calcio. L’irradiazione in modalità continua a 1 W della polpa esposta ha prodotto elevate percentuali di successo del 89% a un anno, contro il 68% del gruppo controllo (solo idrossido di calcio). L’irradiazione in modalità superpulsata a 1 W con pulsazioni di 0,1 s con 1 s di intervallo, ha portato al 93% di successo dopo due anni, contro il 66% del gruppo controllo (solo idrossido di calcio).
Anche i laser medium infrared sono stati investigati per le procedure di incappucciamento diretto della polpa e pulpotomia parziale; studi istologici su modello animale di Jayawardena40 nel 2001, Kimura41 nel 2003 e, infine, di Hasheminia42 nel 2010 sono stati eseguiti con Erbium laser, con risultati istologici che hanno dimostrato buona capacità di guarigione del tessuto pulpare con la formazione di dentinal bridge e dentina di riparazione.
Nel 2006, Olivi39 ha presentato uno studio clinico eseguito su 25 pazienti con carie profonda con o senza esposizione pulpare, irradiando con Er,Cr:YSGG laser a diverse potenze: al termine della preparazione laser di cavità, il gruppo senza esposizione pulpare è stato irradiato con acqua per eseguire una decontaminazione profonda finale a 1 W 20 pps per 60 s e poi sempre a 1 W 20 pps, ma defocalizzando 4-5 mm per eseguire la fusione e chiusura dei tubuli dentinali (melting) con un successo del 84,6% a quattro anni. Il gruppo con esposizione pulpare è stato irradiato sempre a 1 W 20 pps per 60 s per la decontaminazione e poi a 0,5 W 20 pps, senz’acqua defocalizzando per 10 s il raggio per raggiungere l’emostasi e coagulazione della polpa esposta, con un successo del 83,3% a quattro anni.Nel 2007, Olivi5 ha presentato un altro studio, eseguito su 64 pazienti con esposizione pulpare (34 giovani: 11-18 anni e 30 adulti: 19-40 anni), comparando la tecnica tradizionale di incappucciamento pulpare con idrossido di calcio alla tecnica assistita con laser Er,Cr:YSGG e Er:YAG. La tecnica tradizionale ha ottenuto un successo del 63% nei soggetti giovani e del 50% nel gruppo adulti. La tecnica laser ha riportato risultati superiori: il gruppo trattato con Er,Cr:YSGG ha presentato un successo dell’80% in entrambe i gruppi, mentre il gruppo trattato con Er:YAG ha presentato un successo del 75% di successo nel gruppo giovani e del 70% nel gruppo adulti. Questi e altri studi presenti in letteratura esprimono chiaramente l’influenza positiva che le diverse lunghezze d’onda apportano alla procedura di pulp capping43,44.
Scopo del lavoro
Lo scopo di questo lavoro è stato quello di presentare l’evoluzione e l’affinamento della tecnica operativa laser-assistita nella terapia della dentina profonda e della polpa vitale che, nel corso degli anni, ha portato a un corrispondente aumento di successo clinico sia nelle procedure di incappucciamento pulpare indiretto sia nelle procedure sulla polpa esposta con incappucciamento diretto e pulpotomia parziale, eseguite su denti permanenti con patologia cariosa. In accordo con alcuni studi che hanno considerato il parametro dell’età non influente sulla prognosi del trattamento5,45 e contrariamente alle indicazioni tradizionali, il trattamento di incappucciamento diretto e di pulpotomia minimale è stato eseguito anche in pazienti adulti e in età avanzata.
La tecnica qui proposta è stata eseguita con diversi laser Erbium (2.780 nm e 2.940 nm), laser che permettono la rimozione di tessuto cariato, la preparazione di cavità, la decontaminazione profonda, il sigillo dentinale, la rimozione e la coagulazione della polpa esposta.I diversi trattamenti variano a seconda della presenza o meno di esposizione pulpare e del possibile grado di contaminazione del tessuto pulpare (tabella 1):
Il trattamento e la protezione della dentina profonda, a completamento di una preparazione di cavità conservativa, è un importante passaggio per il mantenimento della vitalità pulpare.Se l’applicazione di una base protettiva ha la funzione di promuovere la formazione di dentina terziaria, l’irradiazione laser sul fondo di cavità ha la duplice funzione di decontaminare la dentina in profondità46 (l’Erbium laser raggiunge i 300 µm di profondità) e di sigillare parzialmente il fondo di cavità (melting dentinale), procedura da eseguire con perizia e prudenza che permette anche di ridurre molto la sintomatologia post-operatoria39.
Tecnica operativa La decontaminazione della superficie dentinale avviene contestualmente alla preparazione di cavità e rimozione del tessuto cariato che vengono eseguite con acqua a energie variabili da 150 a 300 mJ (per dentina e smalto rispettivamente). Un’irradiazione finale a 75-80 mJ 10 Hz (puntale da 600 µm), sempre eseguita con acqua, in modalità focalizzata, garantisce l’adeguata detersione, rimozione di fango dentinale e decontaminazione.
La sigillatura delle aree dentinali profonde (melting) prossime alla camera pulpare, può essere eseguita con bassa energia di 25 > 30 mJ, 10 Hz emessa in modalità defocalizzata, con effetto termico controllato da un ridotto spray aria/acqua, per 5-10 secondi. L’apposizione di una base di idrossido di calcio sulla dentina profonda trattata è quindi opzionale, in quanto quest’area è fisicamente isolata dalla camera pulpare (figure 1 e 2).
1. Immagine intra-operatoria al microscopio di cavità laser preparata al termine della decontaminazione: sigillatura dei tubuli dentinali prospicenti il tetto della camera pulpare, eseguita a 50 mJ, 20 Hz (laser Er,Cr:YSGG 2.780 nm, Biolase Waterlase).
2. Immagine al SEM della dentina irradiata con laser Erbium a bassa energia e bassa percentuale dello spray aria/acqua (25 mJ, 20 Hz); il parziale melting e chiusura dei tubuli dentinali crea una barriera fisica tra tessuto pulpare e otturazione.
Incappucciamento diretto della polpa
L’indicazione al trattamento conservativo della polpa, include situazioni cliniche con diagnosi di polpa vitale o di pulpite reversibile. Queste patologie si instaurano per esposizione accidentale della polpa durante la preparazione cavitaria o per lesione traumatica o per patologia cariosa47,48.La strategia di intervento varierà a seconda dell’intervallo di tempo intercorso tra trauma e terapia, delle dimensioni e della sede dell’esposizione, del grado di sanguinamento, dell’anamnesi recente.
Gli interventi conservativi della polpa sono controindicati in presenza di sintomatologia dolorosa soggettiva, di negatività ai test di vitalità pulpare, di radiolucenza periapicale all’esame radiologico endorale e di mobilità dentale. In caso di esposizione accidentale durante una preparazione di cavità, l’intervento si limiterà alla decontaminazione superficiale e alla coagulazione dell’esposizione pulpare, da noi sempre eseguiti con laser Erbium. In caso di un’esposizione traumatica un intervento precoce, nelle prime 12 ore, ridurrà al minimo la contaminazione batterica: l’intervento, come nel caso precedente, si limiterà alla decontaminazione e coagulazione in luce laser della polpa esposta e l’incappucciamento pulpare potrà avere una prognosi favorevole, specialmente nei pazienti più giovani.
Pulpotomia parziale
Nei casi di esposizione per carie profonda (maggiore di 2 mm di diametro) o per trauma avvenuto oltre le 12 ore precedenti (ma entro le 48-72 ore) la maggiore contaminazione batterica prevede un intervento meno conservativo di pulpotomia parziale, la cui entità sarà valutata con un attento esame clinico pre- e intra-operatorio del paziente49, che considererà, oltre i dati anamnestici, l’aspetto e il colore della polpa esposta e il suo sanguinamento (l’entità e sua risoluzione in 1-2 minuti sono indicativi del grado di iperemia e, quindi, di infiammazione e contaminazione pulpare)5,39,45.
Tecnica operativa La diversa energia del laser Erbium viene utilizzata per le diverse procedure:
da 200 a 300 mJ per la rimozione dello smalto;
da 150 a 200 mJ per la rimozione della dentina;
da 100 a 150 mJ per la rimozione del tessuto cariato;
75-80 mJ per la decontaminazione della dentina profonda.
In caso di esposizione pulpare accidentale o minima, la più bassa energia utilizzabile, 25- 50 mJ, viene utilizzata in modalità defocalizzata (a 4-5 mm) per la coagulazione. La procedura viene eseguita mantenendo il raffreddamento ad aria, ma senz’acqua, per 5-10 secondi (figure 3 e 4). In caso di esposizione più ampia o secondo le indicazioni cliniche viene eseguita la pulpotomia in luce laser, con spray d’acqua. La polpa coronale viene vaporizzata dall’effetto termico del laser programmato a 100-120 mJ, 1,0-1,8 W, frequenza da 10 a 15 Hz; la procedura è ripetuta 3-4 volte per 15-20 secondi a intervalli di 30 secondi50. Quando la vaporizzazione pulpare è ottenuta alla profondità voluta, si procede al controllo del sanguinamento con la stessa procedura dell’incappucciamento pulpare (coagulazione) e l’area trattata può essere ricoperta con due strati di idrossido di calcio con indurente, il secondo brunito alla periferia (figura 5). A questo punto la ricostruzione adesiva garantirà il sigillo dentinale periferico (figure 6-8).
3. Immagine intra-operatoria al microscopio di cavità preparata con laser: esposizione pulpare di piccole dimensioni e con modico sanguinamento. Le indicazioni cliniche intra-operatorie e l’anamnesi dentale indicano il trattamento conservativo della polpa.4. Coagulazione della polpa esposta a 20 mJ, eseguita a 15 Hz (Er:YAG 2.940 nm, Fotona Fidelis plus AT).
Le immagini delle figure 9 e 10 schematizzano la procedura laser di irraggiamento e le modalità di pulp capping e ricostruzione utilizzate.
Discussione
La prognosi della terapia conservativa della polpa è strettamente legata alla quantità di contaminazione batterica e, di conseguenza, al grado di infiammazione pulpare. Se una corretta tecnica operatoria può condurre a un miglioramento del successo clinico della procedura, una corretta diagnosi di pulpite reversibile è altrettanto importante per selezionare il caso da trattare.
5. Incappucciamento della polpa con idrossido di calcio (Life, Kerr).
Oltre a un’attenta anamnesi, a un esame radiografico negativo, alla negatività dei test pulpari di routine, l’utilizzo di un’indagine diagnostica ripetibile e sensibile come la laser Doppler flowmetry (LDF) che monitorizza, attraverso lo studio della microcircolazione, lo stato di infiammazione della polpa, potrebbe essere utile non solo prima, in fase diagnostica, ma anche dopo la terapia, durante il periodo di follow up, al fine di verificarne il decorso clinico43.
6-7. Visione clinica prima e dopo il restauro.
Generalmente, i denti rimasti vitali, con condizioni di infiammazione completamente regredita, possono considerarsi guariti dopo almeno 22-24 mesi dall’esecuzione della terapia39,45.La tecnica di trattamento dentinale e pulpare assistita con laser Erbium, qui discussa, ha presentato notevoli vantaggi ed è importante sottolineare come le diverse lunghezze d’onda di differenti laser si comportino con modalità ed effetti diversi.
8. Controllo radiografico a un anno.
I vantaggi apportati dalla tecnica laser assistita possono essere riassunti come elencato in tabella 2 e qui di seguito commentato:
1. i laser Erbium presentano una specifica affinità con il tessuto cariato, più ricco d’acqua, che viene vaporizzato a energia di lavoro (mJ e W) inferiore rispetto al tessuto sano mineralizzato; questo consente una rimozione selettiva del tessuto cariato con risparmio di tessuto sano che, in cavità profonde, riduce la possibilità di overtreatment con esposizioni accidentali dei cornetti pulpari51;
2. i laser della famiglia Erbium presentano un’interazione molto superficiale con i tessuti dentinali (15-21 µm per Er,Cr:YSGG laser 2.780 nm e 5-7 µm Erbium:YAG 2.940 nm)52. L’utilizzo di laser Erbium, con spray aria/acqua modulabile, permette, inoltre, di controllare l’effetto termico sulla dentina profonda (riducendo la percentuale dello spray aria/acqua), ottenendo una parziale chiusura dei tubuli dentinali irradiati (melting) e creando una barriera fisicamente indotta agli stimoli chimico-fisici per il tessuto pulpare39;
3. il campo sterile è ottenuto grazie all’effetto battericida del laser, un effetto comune a tutti i laser, che si esplica però con modalità e profondità diverse a seconda delle lunghezze d’onda e della diversa profondità di penetrazione dei diversi raggi laser nel tessuto bersaglio: il CO2 e i laser della famiglia Erbium sono più superficiali (da 100 a 300 µm) dei laser a diodi e Nd:YAG, che penetrano più in profondità e hanno una maggiore capacità di diffusione laterale (scattering)53-55. Queste diverse modalità di interazione vanno opportunamente valutate nella gestione del protocollo operativo, quando si utilizzano diverse lunghezze d’onda.
4. l’utilizzo dei soli laser a Erbium (2.780-2.940 nm) permette la preparazione della cavità con rimozione del tessuto cariato: rispetto ai tradizionali strumenti rotanti, il laser Erbium limita il rialzo di temperatura in camera pulpare, grazie all’assenza di contatto e all’azione ablativa e raffreddante mediata dallo spray aria/acqua56,57;
5. l’utilizzo del laser a Erbium per la preparazione di cavità (2.780-2.940 nm) permette la riduzione di pressione endocavitaria che si sviluppa durante l’uso degli strumenti rotanti e meccanici,
riducendo così il rischio di dislocare chip dentinali infetti in camera pulpare, possibile causa di contaminazione accidentale e irreversibile del tessuto pulpare, in accordo con le ricerche di Cohen e Burns47;
6. la pulpotomia dei cornetti pulpari, usualmente eseguita meccanicamente con strumenti sterili manuali o rotanti, è qui eseguita con il laser, in maniera sterile, senza contatto, con raffreddamento con spray d’acqua, per vaporizzazione fototermica del tessuto. Il laser Erbium vaporizza il tessuto pulpare in maniera efficace, interagendo sulla sua componente acquosa, ma con minore effetto emostatico rispetto ai laser near o far infrared. Se il tessuto pulpare residuo è ancora francamente sanguinante, andrà ancora vaporizzato sino al raggiungimento di tessuto sano, più modicamente sanguinante; un sanguinamento persistente, indice di alterazione vascolare, sconsiglia il proseguo della terapia conservativa50;
7. le capacità emostatiche e coagulanti dei laser garantiscono un’area asciutta, senza sanguinamento, creando una sottile zona di necrosi superficiale e coagulazione, con una zona sottostante di danno reversibile, sede di migrazione delle cellule dell’infiammazione e dei fibroblasti per la formazione del dentinal bridge. Ancora una volta è importante sottolineare la differente efficacia emostatico-coagulante dei diversi laser dovuta al differente assorbimento dei cromofori bersaglio, emoglobina per i laser near infrared e acqua per i medium e far infrared;
8. tutti i laser possiedono, inoltre, un’azione biostimolante e l’utilizzo del laser a diodi in particolare (810-903 nm), risulta particolarmente favorevole nei processi di guarigione del tessuto pulpare interessato (effetto biostimolante a 50 Jcm2 7 cicli per 7 giorni – effetto antalgico a 35 Jcm2 in zona apicale 7 cicli per 7 giorni)58.
9. Rappresentazione schematica della coagulazione indotta dal laser Erbium: modalità defocalizzata, bassa energia, spray solo aria (no acqua) e tempo di irraggiamento ridotto a 5-10 secondi. N: zona di necrosi molto superficiale da irradiazione laser; C: zona di coagulazione proteica; W: zona sottostante di warming, danno reversibile.
10. L’idrossido di calcio, apposto in doppio strato, direttamente sulla zona di necrosi e coagulazione si interpone ai materiali adesivi, composito flowable, masse dentina e smalto.
Il fattore operatore è decisamente importante, in queste fasi critiche della procedura. L’utilizzo di mezzi di ingrandimento favorisce la precisione dell’interazione laser tessuto, che non avvenendo a contatto si avvale esclusivamente del controllo visivo; permettono di verificare la corretta focalizzazione (a fuoco o defocalizzato) del raggio e soprattutto l’effetto sul tessuto bersaglio (coagulazione o bruciatura).
Anche l’utilizzo di bassa frequenza di ripetizione dell’impulso, favorisce il migliore controllo.
Per quanto concerne la scelta di una base protettiva, occorre sottolineare come questa venga apposta su una zona di coagulo che riduce l’interfaccia tra polpa vitale e pulp capping agent, minimizzando la diversa azione dei diversi materiali (CH o MTA). Utilizzando l’idrossido di calcio autoindurente, applicato in due strati, il secondo strato brunito sui margini garantisce una maggiore aderenza alla dentina sottostante, minimizzando la contrazione da polimerizzazione degli adesivi smaltodentinali sulla base.La mordenzatura dentinale profonda è eseguita in tempi ridotti (10-15 s), mentre nei tempi tradizionali a livello coronale (20-30 s). Considerando che la preparazione con laser Erbium lascia una superficie dentinale pulita, priva di smear layer e con tubuli dentinali aperti, l’acido ortofosforico ha il solo scopo di rimuovere tessuto inorganico ed esporre il tessuto collagenico dentinale, che verrà impregnato di adesivo dentinale per la formazione dello strato ibrido. La ricostruzione viene eseguita in strati successivi, prima il composito flowable, poi le masse dentina a desaturazione progressiva e lo smalto o come build-up prima di un restauro indiretto. A conclusione della trattazione presentiamo un caso clinico.
Caso clinico
Un paziente maschio di 40 anni si presenta alla nostra osservazione per frattura della cuspide vestibolare del primo premolare superiore destro (figura 11). Rimossa una vecchia otturazione rimasta in sede, si esegue una radiografia endorale pre-operatoria (figura 12), che evidenzia la profondità della lesione e che richiede un trattamento dentinale profondo di decontaminazione e sigillatura dentinale.Prima del posizionamento della diga, si è resa necessaria una gengivectomia distale all’elemento fratturato per esporre i margini di cavità (figura 13).
11. Visione clinica pre-operatoria: frattura della cuspide vestibolare del primo premolare superiore destro.12. Radiografia endorale pre-operatoria: si evidenzia la profondità della lesione, che richiede un trattamento dentinale profondo di decontaminazione e sigillatura dentinale.13. Prima del posizionamento della diga si è resa necessaria una gengivectomia distale all’elemento fratturato, al fine di esporre i margini di cavità.14. Cavità preparata con il laser.
La cavità viene preparata con il laser (figura 14).Fase operativa: l’idrossido di calcio viene posizionato in due tempi. Il secondo strato di idrossido di calcio viene poi brunito sui margini (figura 15); si eseguono le procedure adesive total etch e viene applicato il composito flowable (figura 16). Si esegue il build up in composito e la preparazione è così ultimata prima dell’impronta per l’intarsio (figure 17 e 18).
Le ultime fasi prevedono la presa dell’impronta (figura 19), la preparazione e la cementazione dell’intarsio in composito (figura 20). Infine, il controllo radiografico eseguito a un anno di distanza (figura 21) conferma la riuscita dell’intervento.
19-21. Impronta, cementazione dell’intarsio e controllo radiografico a un anno.
Conclusioni
Nella nostra esperienza clinica, la tecnologia laser è risultata efficace nel migliorare la prognosi delle procedure di terapia vitale della polpa di denti affetti da patologia cariosa profonda. Esposizioni accidentali, traumatiche e/o contaminazioni superficiali del tessuto pulpare per carie profonda, responsabili di sofferenza vascolare reversibile, vedono aumentare il successo della loro prognosi con terapie che prevedono l’uso della luce laser come agente decontaminante, coagulante e biostimolante, anche in pazienti di non giovane età. La tecnica presentata, che utilizza il laser a Erbium, risulta efficace anche nella preparazione di cavità complesse, con il vantaggio di un ridotto rialzo termico sui tessuti dentinali profondi e pulpari.
Particolare attenzione va posta sia ai criteri diagnostici di selezione dei casi da trattare sia alla fase operativa, la cui tecnica è estremamente operatore-sensibile.
L’efficacia è infatti legata anche alla conoscenza dell’interazione laser-tessuto e al controllo microscopico dell’irradiazione, che condizionano la capacità dell’operatore di eseguire la tecnica più appropriata.
Corrispondenza dottor Giovanni Olivi P. za F. Cucchi, 3 - 00152 Roma olivi.g@tiscali.it
• Giovanni Olivi • Maria Daniela Genovese • Giuseppe Iaria • Steven Parker • Stefano Benedicenti Università degli Studi di Genova
Facoltà di Medicina e Chirurgia
Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria
Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biofisiche, Mediche e Odontostomatologiche (distbimo)
Direttore professor: Prof. Paolo Pera
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Riassunto Questo studio valuta gli effetti di tre differenti sistemi di lucidatura, attualmente in commercio (PoGopolishers, Enhance e VenusSupra), su sei differenti tipi di composito (GradiaDirect, Venus, VenusDiamond, Enamel Plus HFO, TetricEvoceram, Filtek Supreme XT). L’effetto della lucidatura, in termini di rugosità di superficie, è stato valutato mediante microscopia a forza atomica (AFM). Per ciascun composito, sono stati preparati 18 campioni (10 mm2, spessore=1,5 mm), realizzati compattando la resina composita contro una matrice di polietilene con un condensatore da amalgama. Ciascun gruppo di campioni è stato ulteriormente ripartito in 4 sottogruppi, sulla base del metodo di lucidatura utilizzato, mentre un gruppo di campioni non trattati è stato utilizzato come controllo best-case. L’area di spazzata delle immagini AFM era di 50×50 µm. I risultati sono stati analizzati mediante ANOVA. Nel complesso, i differenti compositi hanno mostrato una differente rugosità in relazione al sistema di lucidatura utilizzato. In particolare, il sistema Venus Supra è stato associato a un minor danno superficiale, anche se saranno necessari ulteriori studi per confermare queste osservazioni preliminari.
Summary Surface roughness of commercial composites after different polishing protocols: analysis with atomic force microscopy This study evaluates the effect of three different polishing systems (PoGo polishers, Enhance and Venus Supra) on six direct resin composites (Gradia Direct, Venus, Venus Diamond, Enamel Plus HFO, Tetric Evoceram, Filtek Supreme XT). The polishing effect was evaluated in terms of smoother surface roughness, as measured with atomic force microscopy (AFM). For each composite, eighteen square specimens (10 mm2, thickness = 1.5 mm) were prepared packing each uncured composite into a polytetrafluoroethylene square mold with an amalgam condenser. Each group of specimens was divided into four subgroups according to the polishing system: diamond-impregnated resin disc (PoGo polishers), polished with aluminium oxide impregnated resin cups (Enhance), polished with silicone-impregnated polishing points (Venus Supra). An unpolished resin polymerized on a glass surface was used as a best-case control. Surface roughness was determined with AFM by measuring root mean square (RMS) of average height in two dimensional ranges (50×50 µm2). Results were analyzed by Anova test. A p-value < 0.05 was considered significant. As measured with AFM, the different composite resins display variable roughness depending on the polishing system used. Overall, these preliminary results might suggest that Venus Supra polishing system could determine a smoother composite surface if compared to the other polishing systems tested.
Le procedure di rifinitura e lucidatura rappresentano fasi cliniche di fondamentale importanza nella realizzazione di un restauro diretto, concorrendo a migliorarne longevità e aspetto estetico. La rugosità di superficie che residua da una lucidatura non appropriata, può esitare in un’eccessiva adesione di placca con conseguente irritazione dei tessuti gengivali, oltre che in un’accresciuta suscettibilità del restauro alla pigmentazione superficiale e alla progressiva alterazione cromatica1,2. Una superficie non perfettamente levigata può condizionare, inoltre, la resistenza all’abrasione e l’integrità marginale dei restauri diretti, soprattutto nei settori latero-posteriori3.
A oggi, è possibile avvalersi di un’ampia varietà di protocolli di lucidatura, dai sistemi multiple-step che richiedono l’impiego di una successione ordinata di strumenti, come i dischetti abrasivi a granulometria decrescente, fino a sistemi one-step basati sul ricorso a un unico mezzo, come gli spazzolini al carburo di silicio o le coppette e le punte impregnate di polvere diamantata. Gli ultimi sembrerebbero mostrare un’efficacia superiore a quella dei sistemi che prevedono l’applicazione di molteplici passaggi4,5 e, come tali, potrebbero rappresentare una soluzione vantaggiosa nella pratica clinica, nell’ottica della riduzione delle fasi e della durata dell’intervento compatibilmente con il conseguimento di un risultato ottimale. Tuttavia, la stabilità cromatica, la resistenza all’usura e la levigatezza di restauri diretti realizzati in resina composita possono dipendere, oltre che dalla metodica di lucidatura adottata, dalle proprietà intrinseche del materiale impiegato. Le resine composite sono materiali eterogenei costituiti da un riempitivo inorganico disperso in una matrice resinosa. Tali componenti presentano un differente livello di durezza, da cui deriva un grado di abrasione non uniforme in seguito alla strumentazione della superficie del restauro6. Questo fenomeno determina la grande variabilità di risultati che si osserva con l’utilizzo di materiali compositi che presentano un differente rapporto matrice/riempitivo, seppure con il ricorso al medesimo protocollo di lucidatura. Nei compositi a grandi particelle, il distacco del macroriempitivo provoca una maggiore porosità del restauro, oltre a esporre una quantità di matrice maggiore, tale da renderne la superficie ulteriormente suscettibile all’usura. Una granulometria inferiore del riempitivo favorisce la lucidabilità del restauro a danno, tuttavia, delle prestazioni meccaniche del materiale, poiché al ridursi della granulometria diminuisce la possibilità di caricamento della matrice. L’evoluzione dei materiali ha reso disponibili i compositi microibridi, riempiti con particelle di diversa grandezza, comprese in un range medio inferiore al micrometro, in modo da ottenere il massimo volume di riempitivo pur consentendo la minore granulometria possibile. Questa formulazione di materiali compositi è in grado di offrire caratteristiche meccaniche superiori, in virtù del maggiore volume percentuale di riempitivo, e una lucidabilità sensibilmente più elevata, dovuta alla dimensione inferiore delle particelle7.
Nell’ultimo decennio, il grande entusiasmo suscitato dall’applicazione delle nanotecnologie in ambito biomedico ha condotto alla sintesi di nuovi materiali anche nel campo dell’odontoiatria conservativa. Questo rinnovato interesse si è tradotto nella formulazione di materiali compositi nanoibridi, le cui particelle di riempitivo sono comprese in un range di 5-10 nm.È pensabile che la nuova granulometria del riempitivo possa apportare ulteriori migliorie nelle prestazioni meccaniche delle resine composite. Tuttavia, le evidenze sperimentali a suffragio delle presunte performance cliniche dei materiali nanoibridi sono ancora piuttosto scarse8. In letteratura, sono stati descritti diversi approcci per la misurazione della rugosità di superficie, sia di tipo qualitativo, come la microscopia ottica o la microscopia elettronica a scansione, sia quantitativo, come la profilometria.
Attualmente, la microscopia a forza atomica (atomic force microscopy, AFM) trova largo impiego in odontoiatria per quello che concerne lo studio delle caratteristiche dei materiali9-11. La AFM permette di ottenere immagini tridimensionali di campioni di materiali a una risoluzione dell’ordine del nanometro, non necessita di lavorare in ambiente sotto-vuoto e non richiede alcuna preparazione del substrato da analizzare12. È da sottolineare, infine, come la AFM sia stata recentemente identificata come la tecnica più affidabile per descrivere la qualità superficiale delle resine composite9.
Sulla scorta di tali premesse, scopo del presente studio è stato quello di valutare, con l’ausilio della microscopia a forza atomica, la rugosità di superficie di differenti resine composite prima e dopo lucidatura, oltre che di confrontare l’efficacia di diversi sistemi di lucidatura disponibili in commercio.
Materiali e metodi
Le resine composite utilizzate (n = 6), così come i sistemi di lucidatura applicati (n = 3) sono descritti rispettivamente nelle tabelle 1 e 2. Sono stati allestiti sei gruppi, uno per ciascun materiale analizzato, ognuno dei quali costituito da quattro campioni. Tre di questi venivano sottoposti a lucidatura, ognuno con metodi differenti, mentre l’ultimo campione, intatto, fungeva da controllo. I campioni, tutti della medesima forma quadrangolare, misuravano 10 mm di lato e 1,5 mm in spessore, e sono stati realizzati compattando la resina composita contro una matrice di polietilene con un condensatore da amalgama.La superficie libera è stata coperta con una striscia di cellulosa trasparente e compressa con un vetrino copri-oggetto per rimuovere l’eccesso di materiale. I campioni sono stati polimerizzati per 40 s con una lampada fotopolimerizzatrice. Una volta rimosso il campione dalla matrice, il medesimo operatore ha condotto la fase di lucidatura applicando i diversi dispositivi montati su manipolo contrangolo a bassa velocità (6.000 rpm) per un intervallo di tempo complessivo di 15 s. I campioni ottenuti sono stati immersi in alcol per 24 h al fine di rimuovere i detriti prodotti dal procedimento di lucidatura e conservati in acqua distillata a 37 °C per 7 giorni al riparo da sorgenti luminose. Successivamente, sono stati estratti, asciugati con getto d’aria per 30 s e analizzati con un microscopio a forza atomica per studiarne la rugosità di superficie.La AFM è una metodica basata sull’interazione di una sonda (tip) con gli atomi del substrato da analizzare.
La forza di interazione della punta con la superficie del campione viene registrata misurando la deflessione di un raggio laser che viene fatto riflettere contro la leva (detta cantilever) che sostiene la sonda esaminatrice. Sono state acquisite immagini appartenenti a un unico range dimensionale (50 x 50 μm), e sono state collezionate cinque immagini che riproducessero sia la parte centrale sia i vertici del campione. È stato impiegato un dispositivo artigianale (Elbatech srl, Marciana, LI) nella modalità «non-contact»: con questa tecnica la sonda esploratrice viene portata a brevissima distanza dal substrato in esame e le deflessioni subite dal cantilever tradotte nei dettagli di un’immagine topografica che riproduce la texture di superficie del campione. La raccolta, la processazione e la successiva analisi dei dati sono state realizzate con i software SPMagic e WSxM (scaricabili gratuitamente dal sito http://www.nanotec.es). Con l’utilizzo della funzione dedicata del software WSxM è stato possibile ottenere un’analisi della rugosità per ogni immagine. Questa funzione permette di ottenere un grafico in cui in ascissa (asse x) è distribuita l’altezza dei picchi e in ordinata (asse y) il numero di punti che raggiungono quel valore. Assumendo come 0 il valore più basso registrato è stata calcolata la media quadratica delle diverse altezze (RMS). L’analisi della varianza (Anova) e il test di Tukey per i confronti multipli sono stati impiegati per comparare i valori di RMS, assunto come indice di rugosità superficiale. Il livello di significatività statistica è stato posto a p < 0,05. Per l’analisi statistica dei dati è stato utilizzato il software SPSS (SPSS 14, SPSS Inc, Chicago, IL).
Risultati
I valori medi di rugosità di superficie per ciascuno dei materiali analizzati in relazione al protocollo di lucidatura applicato sono presentati in tabella 3. Gradia Direct raggiungeva livelli di rugosità di superficie significativamente superiori rispetto al controllo con l’impiego di tutti i sistemi di lucidatura. In particolare, il sistema Enhance sembrava restituire valori di rugosità significativamente più elevati rispetto Venus Supra e PoGo, tra cui non si registravano differenze statisticamente significative.
1. Differente effetto di lucidatura con il protocollo PoGo polisher e con il protocollo Enhance, rispetto al controllo non trattato, su un composto Venus Diamond.
Per il composito Venus, i valori di rugosità di superficie raggiunti dopo applicazione di PoGo, Venus Supra ed Enhance risultavano significativamente superiori rispetto al campione intatto. Con i sistemi PoGo e Venus Supra si ottenevano valori di rugosità statisticamente superiori rispetto a Enhance, mentre non si registravano differenze significative tra i primi.Venus Diamond presentava una rugosità statisticamente superiore rispetto al controllo solo con l’impiego del sistema PoGo, il quale forniva valori statisticamente più elevati sia di Venus Supra che di Enhance (figura 1). Questi ultimi non presentavano differenze significative tra loro né rispetto al campione intatto.
Per Enamel Plus HFO, si registrano differenze statisticamente significative rispetto al controllo solo dopo applicazione del sistema Venus Supra, che offriva a sua volta valori di rugosità di superficie significativamente superiori rispetto a entrambi gli altri sistemi. Non si registravano differenze significative tra PoGo ed Enhance. Su Tetric EvoCeram il sistema PoGo offriva valori di rugosità di superficie statisticamente superiori rispetto al campione intatto e a gli altri sistemi impiegati. Non presentavano differenze significative i valori medi di rugosità di superficie ottenuti con Enhance e Venus Supra.
Infine, Filtek Supreme XT restituiva valori di rugosità di superficie più elevati rispetto al controllo con PoGo ed Enhance, ma non con l’impiego di Venus Supra. Il sistema PoGo forniva una rugosità superficiale statisticamente superiore rispetto anche a Venus Supra ed Enhance, tra cui non si registravano differenze statisticamente significative.
Discussioni e conclusioni
La fase di lucidatura assolve un’importanza critica nella realizzazione del restauro poiché condiziona sensibilmente l’integrità marginale dello stesso, l’usura della superficie occlusale e la salute dei tessuti parodontali1-3.
Nel presente studio è stata misurata la rugosità di superficie di diversi campioni di resina composita prima che fossero sottoposti a lucidatura. Ciò ha permesso di osservare che la superficie del campione intatto presenta una maggiore levigatezza rispetto a quanto si registra dopo lucidatura. Tuttavia, spesso si rende necessario rifinire con strumenti rotanti la superficie del restauro, al fine di rimuovere il materiale in eccesso e ridurre eventuali contatti prematuri. Questi procedimenti riducono la levigatezza del restauro e rendono necessaria la fase di lucidatura12.Dai valori ottenuti dopo l’applicazione delle procedure testate si evince che i differenti materiali presentano un comportamento non uniforme. Per Gradia Direct, la superficie più levigata si ottiene con l’impiego del sistema Venus Supra seguito dal sistema PoGo, mentre Enhance sembrava offrire risultati peggiori.
Al contrario, il composito Venus offre performance migliori, in termini di lucidabilità, con l’impiego del sistema Enhance, mentre i sistemi PoGo e Venus Supra non permetterebbero di ottenere risultati sovrapponibili.Venus Diamond fornisce risultati ottimali con l’applicazione di Venus Supra seguito da Enhance, mentre il sistema PoGo non permetterebbe di ottenere risultati analoghi. L’utilizzo di Enamel Plus HFO associato a lucidatura con Venus Supra non garantirebbe risultati paragonabili a quelli osservati con l’impiego di PoGo e di Enhance.
Al contrario, l’applicazione del sistema PoGo su Tetric EvoCeram forniva risultati peggiori rispetto a Enhance e Venus Supra. Analogamente, il sistema PoGo sembrerebbe essere meno efficace anche su Filtek Supreme XT, che offrirebbe performance ottimali in associazione all’impiego di Venus Supra. È pensabile che tali differenze siano da attribuire alle proprietà intrinseche della resina composita, (come la tipologia di riempitivo, la dimensione delle particelle e la loro quantità relativa, oltre che il tipo di matrice resinosa). Anche le caratteristiche del dispositivo impiegato per la lucidatura possono determinare gli effetti osservati (dalla geometria dello strumento alla durezza dell’abrasivo)13.
Venus Diamond mostrava i valori più elevati di rugosità superficiale, specie in associazione a un sistema di lucidatura one-step.Ciò potrebbe essere dovuto alla qualità del riempitivo di questo composito nanoibrido piuttosto che alla dimensione delle particelle. La granulometria del riempitivo risulta, infatti, inferiore agli altri materiali testati appartenenti alla categoria dei nanoibridi e non sembrerebbe, pertanto, influenzare i risultati ottenuti. Tuttavia, l’impiego dei sistemi multiple-step permetteva di ottenere la superficie più levigata, paragonabile a quella del controllo intatto, probabilmente per la capacità di tali sistemi di abradere efficacemente sia la matrice disperdente sia le particelle di riempitivo.Anche le altre resine composite, appartenenti alla medesima categoria, hanno fatto registrare risultati migliori in associazione ai sistemi multiple-step, mentre l’applicazione del sistema PoGo ha fornito valori di rugosità di superficie sorprendentemente elevati.Più in generale, i valori di rugosità superficiale riportati nel presente lavoro risultano essere superiori rispetto a quanto riportato in letteratura. Diversi studi hanno, infatti, dimostrato che un valore di rugosità superficiale pari a circa 0,17-0,2 μm rappresenta una soglia critica per la ritenzione della placca batterica14,15 e che una rugosità superiore a 0,3 μm può essere percepita direttamente dal paziente16. Tuttavia, gran parte degli studi compiuti sull’analisi delle caratteristiche di superficie delle resine composite sono stati realizzati con l’impiego di altri dispositivi (in particolare la microscopia elettronica a scansione per quello che concerne l’approccio qualitativo e la profilometria per quanto riguarda l’aspetto quantitativo); pertanto, non è possibile confrontare i risultati ottenuti a mezzo della microscopia a forza atomica con i dati riportati in letteratura.
1 Istituto Stomatologico Tirreno, Ospedale Unico Versilia,
Lido di Camaiore (LU) 2 Cattedra di Protesi dentaria, Università degli Studi di Pisa, Pisa (PI) 3Dottorandi di ricerca CIRSDNNOB, Università di Genova (GE) 4 Odontotecnico in Capannori (LU)
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Vediamo in dettaglio quali informazioni precontrattuali e contrattuali vengono rese dall’assicurato e in quale forma e la loro incidenza sul rapporto assicurativo. Analizziamo poi le vicende modificative ed estintive del rischio assicurato che possono intervenire durante il periodo di vigenza della polizza e la loro incidenza sul rapporto assicurativo.
Quali sono le informazioni precontrattuali e contrattuali che l’assicurato è tenuto a fornire all’assicuratore?
L’assicurato deve dichiarare ogni elemento, a sua conoscenza, utile a una veritiera rappresentazione del rischio che l’assicuratore va ad assumersi. Conseguentemente, tutti gli elementi atti a far supporre l’insorgere di un obbligo di risarcimento del danno, devono essere oggetto di fedele dichiarazione e rappresentazione, anche laddove trattasi di mere percezioni da parte dell’assicurato non ancora estrinsecatesi in fatti confermativi di una responsabilità professionale.
In concreto, pertanto, laddove l’odontoiatra sia a conoscenza di essere incorso, potenzialmente, in un errore professionale, a prescindere dal fatto che il paziente non abbia ancora raggiunto tale consapevolezza e il danno non si sia ancora effettivamente manifestato, ha comunque l’obbligo giuridico di informare la Compagnia di Assicurazione. Per le ragioni che vedremo nei quesiti che seguono, l’adempimento fedele di tale obbligo, in definitiva, viene a tutelare l’odontoiatra perché al momento della successiva trattazione del sinistro, l’assicuratore non potrà sottrarsi al pagamento dell’indennizzo invocando di essere stato tratto in inganno, mediante false o reticenti informazioni precontrattuali e/o contrattuali.
In quale forma solitamente vengono richieste le informazioni precontrattuali e contrattuali da parte dell’assicuratore?
Solitamente le Compagnie di assicurazione sottopongono agli assicurandi un questionario nell’ambito del quale vengono poste le domande ritenute più rilevanti ai fini di una corretta rappresentazione del rischio assicurativo. Nell’ambito di tale questionario viene richiesto specificatamente all’assicurato se sia a conoscenza di essere incorso in responsabilità professionali, se sia stato destinatario di una richiesta risarcitoria o lettera di contestazione ecc. In caso di risposta positiva dell’assicurato a uno di questi quesiti, la Compagnia può richiedere ulteriori specifiche informazioni relative a una o più specifiche circostanze.
Laddove l’assicurato sia a conoscenza di essere già incorso in un potenziale errore professionale, cosa deve fare?
L’assicurato ha l’obbligo giuridico di informare correttamente la Compagnia e quindi di dichiarare ogni circostanza a lui nota ed eventualmente, ove richiesto, fornire documentazione medica o giuridica (o di altra natura, a seconda del caso specifico) di supporto.
Che cosa accade laddove l’assicurato, pur a conoscenza di una sua condotta potenzialmente fonte di responsabilità risarcitoria verso terzi, ometta di dichiarare tale circostanza all’assicuratore ovvero renda una dichiarazione inveritiera?
Le dichiarazioni inesatte o le reticenze dell’assicurato relative alle circostanze che influiscono sulla valutazione del rischio, nel senso che l’assicuratore non avrebbe dato il suo consenso o non lo avrebbe dato alle medesime condizioni normative e tariffarie, laddove correttamente informato, possono comportare la perdita totale o parziale del diritto all’indennizzo (totale o parziale a seconda dell’elemento soggettivo di dolo oppure di colpa grave ravvisabile in capo all’assicurato) nonché la stessa cessazione del contratto assicurativo.
L’assicuratore al quale venga comunicata, in sede d’informazioni precontrattuali, per esempio, una richiesta risarcitoria ricevuta dall’assicurando, è tenuto ugualmente a stipulare la polizza?
No. L’assicuratore, valutate le informazioni precontrattuali rese dall’assicurando, può decidere se:
a) contrarre ugualmente la polizza, alla medesime condizioni normative e tariffarie standard;
b) non contrarre la polizza;
c) contrarre la polizza o modificando alcune clausole o, per esempio, escludendo il fatto potenzialmente originatore di un sinistro, dalla copertura assicurativa rilasciata, o ancora, aumentando il premio (in rapporto all’aumentare del rischio che si assume).
Durante il corso del rapporto assicurativo, è possibile modificare le condizioni di polizza?
Nulla vieta di apportare modifiche al contratto assicurativo originario, laddove l’assicurato ne faccia richiesta e la Compagnia acconsenta.
In quale forma devono essere apportate le suddette modifiche?
Solo le modifiche che vengano effettuate in forma scritta possono essere ritenute valide. Solitamente, la Compagnia di assicurazione provvede a redigere una specifica appendice di polizza nella quale sono contenute le clausole modificative, con la specificazione dell’eventuale deroga della nuova clausola rispetto a clausole già contenute nelle condizioni di polizza, nonché con l’indicazione della data di decorrenza della nuova clausola.
Che cos’è l’aggravamento del rischio?
Si definisce aggravamento del rischio la modificazione, intervenuta successivamente alla stipulazione del contratto di assicurazione, dovuta a cause sopravvenute e imprevedibili, tale da incidere in via stabile e durevole sulla gravità e intensità del rischio assicurativo. In altre parole, trattasi della modifica peggiorativa delle condizioni iniziali del rischio, con aumento delle probabilità di danno su cui si basa il calcolo del premio.
Quale situazione, in concreto, può integrare l’aggravamento del rischio di un odontoiatra?
Una generalizzazione è sempre difficile in questi casi. A solo titolo esemplificativo, possiamo ritenere che integrino l’aggravamento del rischio le seguenti situazioni: apertura da parte del professionista assicurato di nuovi studi professionali rispetto a quelli esistenti al momento della stipula della polizza; passaggio da uno studio individuale a uno studio associato; stipula di contratti di collaborazione che prevedano l’espletamento dell’attività professionale anche presso studi facenti capo ad altri professionisti (ovviamente, laddove tale situazione non fosse esistente al momento della stipula del contratto) ecc.
Che cosa deve fare l’assicurato allorquando si venga a trovare in una situazione di aggravamento del rischio?
L’assicurato ha l’obbligo di dare immediato avviso, in forma scritta, all’assicuratore di quei mutamenti che integrano aggravamento del rischio nei termini di cui sopra.
Cosa può fare l’assicuratore a fronte di tale comunicazione dell’assicurato?
L’assicuratore può recedere dal contratto, dandone comunicazione per iscritto all’assicurato entro un mese dal giorno in cui ha ricevuto l’avviso o ha avuto in altro modo conoscenza dell’aggravamento del rischio.
Che cos’è la diminuzione del rischio?
La diminuzione del rischio si verifica quando, nel corso del rapporto assicurativo, intervengano mutamenti che producono un minor rischio in capo all’assicuratore, tale che se gli stessi fossero stati conosciuti al momento della conclusione del contratto, avrebbero portato all’applicazione di un premio minore.
Quale situazione può integrare la diminuzione del rischio di un odontoiatra?
Possiamo affermare che la tipizzazione delle situazioni di aggravamento del rischio sia perfettamente speculare a quella in esame. Ragion per cui, le stesse vicende, a contrario, possono integrare una diminuzione del rischio.
Che cosa deve fare l’assicurato allorquando si venga a trovare in una situazione di diminuzione del rischio?
Nell’interesse dell’assicurato (per le ragioni meglio comprensibili all’esito della lettura del quesito che segue), egli deve farne immediata comunicazione all’assicuratore.
Cosa può fare l’assicuratore a fronte di tale comunicazione dell’assicurato?
L’assicuratore, a partire dalla scadenza del premio o della rata di premio successiva alla comunicazione suddetta, può esigere solo il minor premio. Alternativamente, può recedere dal contratto, entro due mesi dalla ricezione della comunicazione.
Laddove l’assicurato al momento della sottoscrizione della polizza dichiari di svolgere anche l’implantologia e, nel corso della polizza, tale attività non venga più svolta, oppure, nell’ipotesi inversa, tale situazione integra rispettivamente aggravamento o diminuzione del rischio nei termini di cui sopra?
Astrattamente, in applicazione dei principi esposti, potremmo ricadere nelle nozioni oggetto di esame. È infatti evidente come l’implantologia presenti rischi specifici e ulteriori rispetto a quelli tipici dell’attività di odontoiatra che non pratichi l’implantologia.
Tuttavia, nella pratica dei contratti assicurativi rivolti agli odontoiatri, l’implantologia viene «trattata» come garanzia ulteriore, oggetto di specifica estensione della polizza, il cui rischio è già predeterminato attraverso la previsione di un premio ad hoc.
Quali sono gli eventi che possono verificarsi durante la vigenza del contratto assicurativo e che portano alla cessazione anticipata del rapporto assicurativo?
A titolo esemplificativo e non esaustivo, nei contratti assicurativi di responsabilità civile professionale, la cessazione del rapporto assicurativo viene prevista:
a) in caso di decesso dell’assicurato;
b) in caso di cessazione da parte dell’assicurato dell’esercizio della professione, con conseguente cancellazione dall’Albo professionale;
c) in caso di radiazione o sospensione, per qualsiasi motivo, dall’Albo professionale.
È quella di Lars Gerhard Sennerby, 50 anni, Titolare della cattedra di Ricerca sui Biomateriali presso il Dipartimento Biomaterials and Handicap Research dell’Insitute for Surgical Sciences dell’Università di Goteborg, in Svezia. La sua passione per la ricerca clinica e sperimentale, e quella per la buona cucina.
In realtà, il mio interesse per la clinica è iniziato tardi, durante gli anni dell’università: ero più attratto dalla ricerca che non dalla professione odontoiatrica. Tuttavia, senza saperlo a quel tempo, ebbi la fortuna di trovarmi in una delle più famose e prestigiose scuole di odontoiatria, con insegnanti come il Prof. P-I Brånemark di Anatomia, il Prof; Bo Krasse di Cariologia, il Prof. Jan Lindhe di Parodontologia, il Prof. Gunnar E. Carlsson di Gnato-fisiologia e Protesi, e molti altri. In particolare, il periodo vissuto al Dipartimento di Parodontologia fu molto stimolante. Qui ho imparato a eseguire i piani di trattamento: eravamo abilitati a fare molta chirurgia sotto la supervisione dei più celebri professionisti come Jan Wennström, Lars Heijl, Jan Gottlow e Tord Berglundh.
Prof. Sennerby, quando è nata la sua passione per l’odontoiatria?
In realtà, il mio interesse per la clinica è iniziato tardi, durante gli anni dell’università: ero più attratto dalla ricerca che non dalla professione odontoiatrica. Tuttavia, senza saperlo a quel tempo, ebbi la fortuna di trovarmi in una delle più famose e prestigiose scuole di odontoiatria, con insegnanti come il Prof. P-I Brånemark di Anatomia, il Prof; Bo Krasse di Cariologia, il Prof. Jan Lindhe di Parodontologia, il Prof. Gunnar E. Carlsson di Gnato-fisiologia e Protesi, e molti altri. In particolare, il periodo vissuto al Dipartimento di Parodontologia fu molto stimolante. Qui ho imparato a eseguire i piani di trattamento: eravamo abilitati a fare molta chirurgia sotto la supervisione dei più celebri professionisti come Jan Wennström, Lars Heijl, Jan Gottlow e Tord Berglundh.
E la passione per l’implantologia, invece, quando è nata?
Anche questa è cresciuta col tempo. Credo che la combinazione di ricerca e di lavoro clinico, con cui possiamo realizzare nuove scoperte per aiutare i pazienti, sia un aspetto molto affascinante. La chirurgia, poi, è generalmente percepita come qualcosa di negativo: in fondo, la rimozione di processi patologici equivale a prendere qualcosa al paziente. Con la chirurgia implantare, invece, in realtà diamo qualcosa al paziente, vale a dire denti nuovi: è fantastico! Incontrare pazienti felici e grati è ovviamente molto stimolante. Per me tutto iniziò durante il corso di anatomia, nel 1981. Qui incontrai il Prof. Tomas Albrektsson, che poi è diventato il mio supervisore di dottorato. Era il nostro maestro in neuro-anatomia: invitò gli studenti con interessi per la ricerca a partecipare al Bone Research Group. Seguii i suoi consigli. Il capo del dipartimento era il Prof. P-I Brånemark: non avevo idea di chi fosse, né avevo mai sentito parlare di impianti dentali. Il gruppo aveva circa 16 anni di esperienze cliniche negli impianti osteointegrati. Il Prof. Albrektsson usava impianti in titanio per la microscopia vitale di tessuto osseo vivo: questo fu il modo in cui venni a contatto con la protesi. Ho imparato a usare la microscopia vitale nelle ossa e nei tessuti molli, con grandi opportunità di eseguire interventi chirurgici e imparare la biologia di base. Penso che ogni medico dovrebbe studiare la microcircolazione viva, dal momento che è il presupposto di tutto ciò che può essere definito chirurgia. Con il tempo sono stato maggiormente coinvolto nel progetto di osteointegrazione: ho ancora il ricordo di quando usavo il proiettore per diapositive durante gli incontri internazionali di osteointegrazione a Göteborg nel corso degli anni Ottanta. Mi sono laureato nel 1986 e ho lavorato per tre anni come odontoiatra generalista. In parallelo ho preparato la mia tesi di dottorato. Nel frattempo, nel 1988 il prof. Lekholm mi aveva offerto un posto nella Clinica Brånemark dove ho ricevuto la mia formazione in chirurgia implantare e ho lavorato part-time fino al 2002, quando ho iniziato la mia attività clinica in uno studio privato. Durante il periodo nella Clinica Brånemark ho incontrato colleghi italiani, con molti dei quali ho ancora oggi contatti proprio in Italia. In effetti, abbiamo fondato il Feltre – Fiera Di Primiero Implant Research Group e già completato alcuni studi clinici insieme. Quest’anno abbiamo aperto la Clinica Feltre: una nuova piattaforma per attività scientifiche, cliniche e didattiche.
A proposito, com’è considerata l’odontoiatria italiana nello scenario internazionale?
L’implantologia moderna si è sviluppata nelle cliniche italiane. Non a caso, se si ricerca su PubMed «carico immediato, impianti dentali», si possono trovare numerose pubblicazioni in Italia. Penso che l’Italia detenga una posizione importante nel mondo nella letteratura scientifica. Tuttavia, a causa della barriera linguistica, si vedono ancora pochi relatori italiani negli incontri internazionali e questo è un vero peccato.
Rispetto agli altri Paesi europei, come si posiziona invece la Svezia nella classifica generale e con quali peculiarità?
La Svezia ha una lunga e forte tradizione di ricerca, che per molti aspetti è stata possibile grazie al generoso sostegno del governo all’università. Inoltre, la maggior parte dei dentisti e dei medici era e è tuttora impiegata in ospedali pubblici e cliniche dove la laurea in medicina è stata importante per fare carriera e per ottenere posizioni di rilievo. Tutte queste attività di ricerca hanno portato a numerose scoperte e, naturalmente, a pubblicazioni scientifiche. Purtroppo, come a volte capita, le università sono finanziate sotto molti aspetti in modo discutibile. Oggi come oggi, la ricerca, ma anche lo stipendio dei professori, è sovvenzionata dai consigli di ricerca e dall’industria. Tuttavia, la mia sensazione è che la Svezia sia ancora oggi uno dei principali Paesi nell’ambito della ricerca sui biomateriali, e non solo per i risultati nel settore dell’implantologia.
Che beneficio ha tratto l’odontoiatria dalla ricerca sui?
Oggi impieghiamo biomateriali in ogni aspetto dell’odontoiatria quotidiana: otturazione dei denti e dei canali radicolari, corone e ponti, cementi, staffe e «wires», impianti e sostituti ossei sono possibili grazie ai nuovi materiali. Naturalmente, in questo ambito, la ricerca, multidisciplinare, è della massima importanza. Abbiamo visto numerosi sviluppi nel corso degli anni, non solo per quanto riguarda le otturazioni. Quando ero studente, l’amalgama e il silicato erano gli unici materiali di riempimento che oggi, 30 anni più tardi, non vengono più utilizzati. L’uso di metalli di memoria negli apparecchi ortodontici è un altro buon esempio del successo della ricerca interdisciplinare, così come quella sugli impianti osteointegrati i cui risultati clinici sono oggi più prevedibili. Tra il 1965 e il 1970, quando il prof. Brånemark eseguiva i primi trattamenti, il tasso di sopravvivenza di un impianto posizionato su una mandibola edentula era del 50%. Oggi, ci sorprenderemmo di perdere un solo impianto in una mandibola edentula: più in generale, i moderni studi di follow-up clinico mostrano un tasso di insuccesso intorno al 2%.
Quali sono le sfide future in questo settore?
Innanzitutto, rendere il trattamento implantare accessibile a tutti i pazienti. Questa è una sfida sia per i produttori, sia per i fornitori di terapia implantare, dentisti e odontotecnici. Da un punto di vista biologico, invece, il problema dell’aumento osseo è un aspetto che necessita ancora di ricerca: spero che in futuro si rendano disponibili materiali e procedure per realizzare in modo più semplice e prevedibile la ricostruzione delle parti mancanti.
Come sarà invece, più in generale, l’odontoiatra nei prossimi anni?
L’odontoiatria si sta trasformando in un mercato orientato al cliente. I pazienti saranno sempre più consapevoli della sicurezza e della prognosi delle procedure che utilizziamo e dei loro costi. Non è più come un tempo, quando il medico decideva cosa fare, senza consultare il paziente, per poi presentare il conto dei trattamenti eseguiti. Le parole «in codice» dovranno essere fruibili e accessibili a tutti. Questo significa che dovremo basare il concetto di salute e di cure dentali solo su prove scientifiche e di sicurezza a lungo termine.
Cosa consiglia ai giovani odontoiatri italiani e a quelli di mezza età?
La formazione odontoiatrica in Italia oggi è basata più sulla teoria che sulla pratica. Pertanto, il mio consiglio al giovane dentista italiano è quello di trovare un collega esperto che possa fargli da supervisore. Anche lavorare all’interno di un gruppo dove è possibile discutere i casi e le difficoltà con altri colleghi è molto utile, così come formarsi su tutti gli aspetti dell’odontoiatria, sui materiali disponibili e sulle nuove procedure. Dopo qualche anno di lavoro come odontoiatra generalista, può essere tempo di pensare a una specializzazione, proprio come ho fatto io. Ai colleghi italiani esperti, invece, raccomando dunque di prendersi cura dei giovani odontoiatri, soprattutto nei primi anni della loro professione.
Prof. Sennerby, per concludere, se non avesse intrapreso la carriera che l’ha portata sin qui, cos’altro le sarebbe piaciuto fare nella vita?
Da bambino ero molto interessato all’archeologia, passavo molto tempo nel museo locale. Appena trovavo anche solo un chiodo arrugginito per terra mi recavo subito al museo con la speranza di aver trovato qualcosa di importante, un reperto dell’età della pietra. «Probabilmente risale agli inizi degli anni ‘60» mi dicevano. Eravamo nel 1968. Io e un amico fondammo anche un club di etnologia da quanto eravamo interessati alla storia romana e italiana. Ricordo che scrivemmo anche un saggio sugli Etruschi. Da una prospettiva freudiana, penso che questo possa essere il motivo per cui trascorro così tanto tempo in Italia. In un modo o nell’altro ho scelto comunque il mondo della ricerca. Se dovessi cambiare carriera, oggi probabilmente lavorerei nel settore del cibo e del vino per trovare e provare nuove ricette: d’altronde, non è anche questa ricerca?
Effetto dei metodi di polimerizzazione e termociclaggio sulla stabilità del colore dei denti in resina dei manufatti protesici
Effect of polymerization methods and thermal cycling on color stability of acrylic resin denture teeth
W.G. Assuncao; V. A. Ricardo Barao; M. Sucena Pita; M. Coelho Goiato, Aracatuba Dental School, Sao Paulo State University (UNESP), Brazil, The J. of Prosth. Dent. 102, (6): 385-92.
In questo numero viene affrontato il problema del cambiamento di colore della resina acrilica utilizzata per i manufatti protesici con il passare del tempo considerando le fasi di polimerizzazione e termociclaggio. Risulta evidente che la resina a contatto con bevande colorate o nei fumatori accelera il processo di discolorazione.
Questo studio ha come scopo di ricercare gli effetti dei metodi di polimerizzazione e cicli termici che possono influenzare la discolorazione degli elementi in resina.
Elementi dentari in resina acrilica sono ampiamente utilizzati per la loro capacità di adesione alla resina stessa che costituisce la base del manufatto protesico.
Comunque il cambiamento di colore dei denti in resina, con l’andare del tempo, potrebbe costituire un problema.
Sono state analizzate 10 differenti marche di resina utilizzata per la realizzazione dei denti della protesi: Art plus (AP), Biolux (BX), Biotone IPN (BI), Magister (MG), Mondial 6 (MD), Premium (6), SR Vivodent PE (SR), Trilux (TR), Trubyte Biotone (TB) e Vipi Dent Plus (VP).
Per lo studio sono stati utilizzati 240 campioni.
Per ogni marca di resina 12 elementi sono stati sottoposti a una simulazione di polimerizzazione con micronde a 500 Wper 3 minuti, e gli altri 12 elementi sottoposti a polimerizzazione convenzionale mediante bagno in acqua a 74° C per 9 ore.
Una volta avvenuta la polimerizzazione gli elementi sono stati sottoposti a termociclaggio tra 5 e 55 °C con 30 secondi di pausa, per 5000 cicli.
Il colore dei denti in resina è quindi stato misurato mediante uno spettrofotometro, utilizzando il sistema CIE L*a*b*: con B viene indicato il colore di base, P il colore dopo la polimerizzazione e T il colore dopo il termociclaggio.
Le differenze di colore sono state calcolate nell’intervallo tra B e P, T e B, e T e P.
Una differenza < 3.3 può essere considerata accettabile. I dati raccolti sono stati valutati mediante la ripetizione di 3 misurazioni col metodo ANOVA e Turkey HSD.
I risultati ottenuti mostrano come valori nella variazione di colore siano entro limiti accettabili per tutte e 10 le marche di resina utilizzate, sia per i metodi di polimerizzazione sia per i differenti periodi di misurazione.
Implicazioni cliniche
La metodica di polimerizzazione non sembra incidere sulla stabilità del colore degli elementi dentari in resina. Sebbene il termociclaggio influenzi la stabilità del colore di ogni resina testata, il cambiamento di colore non si apprezza clinicamente.
Influenza dei solventi dentali sulla stabilità del colore di tre tipi di resina acrilica per i manufatti protesici Influence of dental cleansers on the color stability of three types of denture base acrylic resin
Guang Hong, Hiroshi Murata; YingAi Li, Sinshuke sadamori, Taizo Hamada, Graduate school of Biomedical Sciences, Hiroshima University,
apan; Graduate School of Dentistry, Tohoku University, Sendai, Japan, J. Prosthet 2009. Dent. 101 (3): 205- 13.
La stabilità del colore è una caratteristica importante dei manufatti protesici in resina. Il seguente studio si propone di determinare l’influenza di alcuni solventi dentali sulla stabilità del colore di tre differenti tipi di resina.
In questo studio sono stati considerati i seguenti tipi di resina: resina acrilica (Acron) polimerizzata con un solo passaggio di calore (HP), resina acrilica (Denture liner) direttamente auto polimerizzante (AP) e una resina acrilica (Tokuso Light-base) polimerizzata da luce visibile (VLP). Blocchetti delle dimensioni 5 x 5 x 2 di ciascun materiale sono stati polimerizzati secondo i consigli della casa produttrice e poi conservati in acqua distillata a 37 °C per 24 ore.
Sono stati quindi selezionati 8 diversi tipi di solventi dentari presenti sul commercio e il gruppo di controllo è rappresentato invece da acqua distillata. 5 campioni di ogni materiali sono stati immersi in ogni solvente per 12 ore a 23 °C e successivamente immersi in acqua distillata a 37 °C per 12 ore. La procedura è stata quindi ripetuta per 365 giorni; i cambiamenti di colore sono stati misurati a distanza di 90, 180 e 365 giorni mediante un colorimetro e i dati valutati con il sistema CIE L*a*b*.
L’analisi è invece stata eseguita con il metodo ANOVA e il test Student-Newman-Keuls. I risultati ottenuti dagli autori mostrano significative differenze tra le resine acriliche e i solventi utilizzati (P<.05) in termini di cambiamento di colore verificatisi dopo 365 giorni. La differenza di colore delle resine utilizzate aumenta, infatti, con il passare del tempo. Inoltre, la differenza di colore in resina AP mostra un valore maggiore rispetto alle altre resine utilizzate.
La discolorazione minore, invece, risulta evidente nei campioni trattati con il solvente ZTC, di origine acida.L’influenza dei solventi alcalini a base di perossido (Steradent) risulta particolarmente evidente in resine AP e HP, in contrapposizione agli altri solventi utilizzati.
Dai dati ottenuti si evince che la stabilità del colore di manufatti protesici resinosi risulta influenzata dal tipo di polimerizzazione e dal tipo di solvente dentale utilizzato.
Implicazioni cliniche
La polimerizzazione mediante luce visibile di manufatti in resina acrilica è da preferire all’autopolimerizzazione, in quanto influenza in misura minore i cambiamenti di colore della resina acrilica. Solventi alcalini a base di perossido sono da evitare nelle resine acriliche dei manufatti protesici.
Stabilità del colore di resine acriliche utilizzate nella protesi dentaria e materiale morbido di ribasatura nei confronti di thè, caffè e nicotina Color stability of denture acrylic resins and a soft lining material against tea, coffee and nicotine
P Imirzaliugw, O Karacaer, B Yilmaz, I Ozmen. Department of Prosthodontic, Gazi University Faculty of Dentistry, Ankara, Turkey. J. prosthod. 2010 (19): 118-24.
Lo scopo di questo studio è di indagare gli effetti provocati da 4 soluzioni sul cambiamento di colore di protesi dentarie costituite da materiale resinoso (auto polimerizzante, polimerizzato mediante calore e modellate mediante iniezione) e materiale morbido di rivestimento.
Sono stati allestiti 20 campioni delle dimensioni di 2,5 mm di diametro e 2 mm di spessore per ogni tipo di materiale utilizzato: resina auto polimerizzante, resina polimerizzante con il calore, resina acrilica modellata mediante iniezione e materiale morbido da ribasatura.
5 campioni di ogni materiale sono stati conservati a 37 °C in un ambiente privo di luce.
Le 4 soluzioni utilizzate sono rappresentate da saliva (gruppo di controllo), saliva e tè, saliva e caffè e saliva e nicotina.
Le misurazioni mediante colorimetro sono state effettuate il 1°, il 7° e il 30° giorno. Le differenze di colore tra il gruppo di controllo contenente solo saliva e le altre soluzioni sono state valutate col passare del tempo.
I dati raccolti sono stati sottoposti all’analisi della varianza mediante sistema ANOVA e successivamente sottoposti al Turkey test.
Significative variazioni di colore si sono verificate nei campioni di resina polimerizzata con il calore e resina modellata tramite iniezione nella
soluzione contenente caffè e saliva e nei campioni di materiale morbido da ribasatura a contatto con la soluzione di saliva e nicotina (p<0.05).
Il cambiamento di colore avvenuto nel campione costituito da materiale morbido da ribasatura a contatto con nicotina è risultato significativo
rispetto a quello ottenuto nelle altre resine a contatto sempre con la nicotina (p<0.05).
In generale, il cambiamento di colore registrato nelle soluzioni di tè e caffè non risulta sostanzialmente significativo nei diversi materiali testati (p>0.05).
In linea generale gli autori dello studio concludono che il cambiamento di colore di ogni materiale testato immerso nelle 4 differenti soluzioni è percepibile dall’occhio umano, anche se risulta accettabile (<3.7), fatta eccezione per il materiale da ribasatura a contatto con la nicotina.
Si consiglia comunque la riduzione dell’assunzione di bevande colorate e di tabacco, specialmente se presente materiale da ribasatura soffice, per preservare più a lungo la stabilità del colore del materiale.
Implicazioni cliniche
Diminuire il consumo di sostanze colorate aiuta a preservare più a lungo il colore originale della resina utilizzata nei manufatti protesici.
L’uso della tecnologia nell’ambulatorio
può rivelarsi più prezioso di quanto potremmo immaginare.
Vediamo alcune particolari applicazioni che fanno già parte del quotidiano di alcuni studi.
Se è vero che ogni progetto viene studiato in base alle esigenze e alle richieste del Committente, tuttavia alcune problematiche sono comuni a tutti i progetti. Fra le più significative vi sono senz’altro l’intercomunicazione interna e la realizzazione dei sistemi informatici. Trent’anni fa il sistema più avanzato di comunicazione interna era costituito da una serie di pannelli sinottici. Li avrete forse visti in studi un po’ datati: erano costituiti da una piastra in acciaio, di solito di forma rettangolare, su cui erano montati dei tasti in plexiglas colorati, retro-illuminati e con annesso cicalino.
Combinati fra loro fornivano messaggi codificati. Per esempio, per dire al medico “sei in ritardo”, bastava premere il codice colore prestabilito in una determinata successione. Lui recepiva e il paziente non si accorgeva di nulla. Questi sistemi si sono evoluti in continuazione e hanno portato all’integrazione della telefonia con la rete informatica computerizzata.
L’integrazione con Voip
Nel progetto che qui illustro la rete telefonica è gestita da un centralino Voip (Voice over Internet protocol). È in fase di sviluppo la sua integrazione con un programma gestionale che permette di chiamare direttamente dalla scheda paziente oppure, al contrario, di aprire la scheda paziente quando si riceve la sua chiamata telefonica. I medici sono dotati di auricolari Bluetooth di ridotte dimensioni in modo da ricevere le eventuali chiamate e rispondere senza utilizzare le mani.
Il sistema può essere utilizzato anche come interfono fra gli odontoiatri e il personale ausiliario (fornito di auricolare, naturalmente).
Le conversazioni sono opportunamente codificate al fine di non interferire con l’attività lavorativa, e per un’elementare esigenza di riservatezza, soprattutto nei riguardi del paziente. Un server dedicato sovraintende alla gestione della rete locale, degli spazi condivisi, delle comunicazioni Voip e dei contatti tramite Address Book.
Computer disc jockey
La gradevolezza del lavoro non è un dettaglio trascurabile e anche in uno studio odontoiatrico ha subito una notevole evoluzione nel corso degli anni.
In questo ambulatorio, per esempio, è stato realizzato un impianto stereo con diffusori di tipo classico ma gestiti dal sistema computerizzato. I brani possono essere scelti da una qualsiasi postazione all’interno dell’ambulatorio, ma cosa più interessane ogni locale può godere della musica prescelta.
Nel nostro caso ogni sala operativa è dotata di due schermi, uno posizionato alle spalle del riunito con funzione gestionale interna, uno di dimensioni maggiori di fronte alla poltrona per trasmettere immagini al paziente.
Il sistema è gestito dal computer che provvede a diffondere film o documentari anche con una programmazione diversa per ogni singolo schermo.
Il cuore negli impianti
L’ambulatorio è inoltre attrezzato con un microscopio HD. Le immagini visualizzate dall’odontoiatra possono essere riprodotte su uno o più schermi, compreso quello di grandi dimensioni collocato in sala d’attesa, che all’occorrenza è persino possibile trasformarla in sala corsi. Ma tutto lo studio del resto è attrezzato convenientemente con reception, angolo conversazione, antibagno e bagno pazienti, quattro sale operative, un vano sterilizzazione, un banco ritocchi, un ufficio privato, spogliatoio e bagno del personale.
La parte tecnologica è il suo cuore pulsante e la distribuzione impiantistica è stata curata in ogni dettaglio. I monitor sono stati incassati a filo muro con i cavi e le prese di alimentazione collocati posteriormente: il colpo d’occhio è nitido e pulito, senza antipatici ingombri (o grovigli) a vista.
La moltiplicazione
degli spazi
Lo studio qui descritto è anche un buon esempio di come spazi preziosi possano essere ricavati con una accurata progettazione e la realizzazione di arredi su misura.
Per esempio, nell’ufficio privato in un armadio di dimensioni non significative si è collocato il server, si è creato un vano personale per l’odontoiatra e anche un vano «break» con frigobar e macchina del caffè. Nel piano scrivania della reception è stato incassato il monitor del pc, protetto orizzontalmente da un vetro al fine di ottimizzare il piano d’appoggio a disposizione. Ne è stata inoltre studiata la corretta inclinazione per evitare il riverbero della luce e anche per riservare la lettura dello schermo esclusivamente alla receptionista.
Conclusione
L’efficienza di una struttura ambulatoriale può essere ottimizzata con l’ausilio della moderna tecnologia purché questa sia correttamente applicata. Così come è indispensabile che si crei una totale sinergia fra l’odontoiatra, il progettista e l’esperto di software per realizzare una adeguata logistica che porti a risultati operativi sostanziali.
La sentenza emessa dal Tribunale di Cassino vuole essere da monito per tutti quegli odontoiatri che, vuoi per leggerezza vuoi per inconsapevolezza, non… portano mai a termine quello che hanno iniziato.
Quando parliamo di abusivismo i nostri pensieri vanno a efferati delinquenti ripresi da telecamere nascoste con le mani nella bocca del paziente in appartamenti organizzati e attrezzati in guisa di veri e propri studi professionali. Difficilmente vediamo gli estremi di un reato quando, ancora seduti e intrattenuti amabilmente dall’odontoiatra al termine di un intervento, all’assistente viene lasciato il compito di porre in essere quelle minimalia che servono per «concludere» un lavoro che le mani del professionista avevano poc’anzi iniziato.
Il caso
Con decreto di citazione a giudizio il Pubblico Ministero del Tribunale di Cassino chiamava un’odontoiatra e la sua assistente alla poltrona per sentirle rispondere del reato di cui all’art. 348 c.p. (Abusivo esercizio di una professione) e di concorso nello stesso.
Gravavano sul capo delle imputate gravi elementi probatori quali le testimonianze degli assistiti che, concordi tutti nel ritenersi pazienti dell’odontoiatra, e forse non consapevoli di ciò di cui andavano raccontando, riferivano di pratiche, all’apparenza «innocue», poste in essere dall’assistente.
Riferivano quindi di come fosse professionale la dottoressa, e di come fosse competente nel suo piccolo anche l’assistente, che era solita terminare le sedute odontoiatriche eseguendo con grande sicurezza le ultime semplici disposizioni impartitele dalla titolare.
Chi ricordava di come questa le avesse posizionato gli elastici sull’apparecchio ortodontico, chi di come fosse stata brava a toglierle i punti messi dopo un’estrazione e a medicarla, chi di come le avesse praticato – quasi un angelo dal cielo – una bella iniezione di antibiotico nella gengiva dolente, chi di come si fosse applicata nel mettere e modellare composito sul dente dopo le accurate cure e disinfezioni ricevute dalla dottoressa, chi di come avesse alleviato le proprie sofferenze verificando la corretta funzionalità di una protesi dentaria, e quindi estraendola regolandola e riposizionandola con grande giovamento.
Insomma, lavori che un occhio inesperto e inconsapevole potrebbe ritenere – si passi il termine – di bassa manovalanza ma che invece a ben vedere rientrano in quanto disposto all’art. 2 della L. 409/85 istitutiva della professione odontoiatrica («Formano oggetto della professione di odontoiatra le attività inerenti alla diagnosi e alla terapia delle malattie e anomalie congenite e acquisite dei denti, della bocca, delle mascelle e dei relativi tessuti, nonché alla prevenzione e alla riabilitazione odontoiatrica.»).
Ed è proprio su questa specificità ed esclusività che il Tribunale di Cassino (ricordiamo, solo primo dei tre giudici cui gli imputati potranno rivolgersi) fonda la propria teoria assolutamente non priva di fondamento.
Seppur l’art. 348 c.p. usi il termine «esercitare» per identificare l’attività che il reo deve porre in essere per integrare gli estremi del reato, è indubbio essere tale norma una «norma penale in bianco», a carattere istantaneo, che si realizza con la semplice abusiva esplicazione, anche sporadica, di una professione protetta per l’esercizio della quale sia necessaria una speciale abilitazione.
La pratica abusiva di una professione non può essere limitata a un fattore temporale protratto nel tempo ma può perfettamente essere incarnata in un esercizio istantaneo ed episodico, ancorché sempre vietato dalla vigente legislazione.
Conclude il Tribunale che quindi ogni singola visita, ogni intervento terapeutico, ogni controllo espletato realizzano pienamente l’ipotizzata figura delittuosa.
Nel caso di specie, dopo ampie discussioni, si decideva come controllare la funzionalità di una protesi, togliere punti di sutura, iniettare antibiotico, modellare composito e posizionare elastici incarnassero attività assolutamente non escluse da quelle previste all’art. 2 L. 409/85.
È pacifico, infatti, ormai in giurisprudenza come qualsivoglia ispezione nel cavo orale comporti un abusivo esercizio della professione di odontoiatra.
Nulla da dire invece in merito al chiaro e lampante concorso nel reato della dottoressa, che a volte i pazienti riferivano intrattenersi con loro in piacevole, seppur univoca, conversazione mentre l’assistente sguazzava nel loro cavo orale.
La decisione
Quanto assunto dal Tribunale, se può apparire ovvio a un tecnico del diritto, così può invece non esserlo agli occhi di inesperti. Complici forse il fiorire di notizie in merito al fenomeno dell’abusivismo, che vedono essenzialmente un «non abilitato» professare la professione odontoiatrica con certosina costanza, oltre che con organizzazioni e strumentazioni proprie di un professionista, affiancato a volte anche da compiacenti direzioni sanitarie (a livello disciplinare severamente punite ove scoperte) di altrettanti compiacenti odontoiatri che si offrono di fare da prestanome all’abusivo, risulta difficile credere che cedere il posto all’assistente per la regolazione di due elastici sia reato, o che posizionare composito su un dente disinfettato sia esercizio abusivo di professione protetta. E più che agli assistenti, il monito odierno vuole essere per gli odontoiatri, regolarmente abilitati e iscritti all’Albo professionale, che ritengono pratiche simili innocue e delegabili attività, ignari di concorrere in un reato odioso quale quello previsto dall’art. 348 c.p.
1. Visualizzazione grafica della variazione media dell’indice di placca (PI) rilevata nel gruppo A.
Riassunto Scopo del presente lavoro è stato quello di valutare l’efficacia di due collutori nella riduzione dell’indice di placca (PI) e del sanguinamento al sondaggio (BOP). Sono stati selezionati 60 pazienti, di età compresa tra 18 e 50 anni, suddivisi, in modo random, in tre gruppi: Gruppo A e B cui venivano forniti rispettivamente i due collutori da testare (Colgate Plax Soft Mint e Colgate Plax Cool Mint), Gruppo C (controllo) cui veniva somministrato un placebo. Nel corso della prima visita, a ognuno dei pazienti sono state impartite corrette istruzioni di igiene orale, forniti spazzolini nuovi e sono stati valutati PI e BOP. Le stesse misurazioni sono state eseguite dopo 30 giorni. In tale occasione è stata altresì rilevata l’eventuale insorgenza di reazioni avverse a carico dei tessuti molli della bocca, la compliance (qualità organolettiche) e la comparsa di discromie dentali. I dati così ottenuti sono stati raccolti e analizzati statisticamente (paired t-test, p < 0,05). Dall’analisi dei valori ottenuti emerge come nei Gruppi A e B si siano registrate delle riduzioni maggiori per PI e BOP rispetto al Gruppo C (controllo). Si può, quindi, affermare come entrambi i collutori testati rappresentino, quando utilizzati in associazione a un adeguato controllo meccanico della placca (spazzolino), dei validi strumenti di igiene orale domiciliare senza peraltro provocare la comparsa di effetti collaterali quali: processi infiammatori dei tessuti molli della bocca, discromie dentali e cattivo sapore.
Summary Clinical effectiveness of two plaque removal mouthrinses The aim of the present study was to evaluate the effectiveness of two mouthrinses in the control of the formation of the supragingival plaque and as an aid for treatment of periodontitis. 60 patients, aged from 18 to 50 years, were selected for the study and randomly divided into 3 groups: Group A and B (test groups) were treated with the two mouthrinses (Colgate Plax Soft Mint e Colgate Plax Cool Mint), while Group C (control) assumed a placebo. During the first visit all patients received correct instructions of oral hygiene and PI and BOP indexes were recorded. After 30 days patients were re-evaluated for PI and BOP and for compliance to treatment and damage hard (dental stains) and soft oral tissues. Data were compared and statistically analysed (paired t-test, p < 0.05). Data showed a better results for PI and BOP in patients of Group A and B than Group C. In conclusion, the two tested mouthrinses proved to be clinically valid for oral hygiene and consequently it can be considered as an effective means for the removal of the supragingival plaque without any adverse reaction.
La placca dentale assume un ruolo fondamentale nell’insorgenza delle affezioni parodontali come ben testimoniato da studi presenti in letteratura, nei quali si rileva la stretta correlazione esistente tra presenza di placca e insorgenza di gengivite e/o parodontite1-3; più in particolare, è emerso come a un’adeguata rimozione della placca, sopra- e sotto-gengivale, faccia seguito la completa risoluzione del processo infiammatorio a carico delle strutture del parodonto4,5. La prevenzione e la terapia delle patologie parodontali devono, pertanto, necessariamente prevedere un idoneo controllo della formazione della placca sia sopragengivale, per la quale è fondamentale l’esecuzione di una sistematica e personalizzata igiene orale domiciliare, che preveda anche un’adeguata motivazione del paziente al corretto uso dei diversi presidi di igiene, meccanici (spazzolino, scovolino, filo interdentale ecc.) e chimici (dentifrici e collutori), sia di quella sottogengivale che, invece, necessita di trattamenti professionali quali la strumentazione meccanica (scaling eroot-planing) eventualmente associata a terapia farmacologica locale o sistemica6-9.
Tuttavia, è opportuno sottolineare il ruolo che la placca sopragengivale assume nell’insorgenza delle parodontopatie; difatti, qualora non venga controllata, comporta, come conseguenza della riduzione di ossigeno negli strati più profondi delle tasche parodontali, significativi cambiamenti (qualitativi e quantitativi) della popolazione microbica che costituisce la placca sottogengivale, causando una progressiva sostituzione dei batteri Gram-positivi aerobi in batteri Gram-negativi anaerobi e spirochete, entrambi caratterizzati da una più spiccata azione patogena1,3. Da quanto fin ora evidenziato, appare chiaro il ruolo cardine assunto dall’applicazione di idonei protocolli di igiene orale domiciliare al fine di impedire, o quantomeno ritardare, lo sviluppo di specie batteriche più pericolose. In tal modo, si favorisce non solo un’adeguata prevenzione nell’insorgenza della malattia parodontale, ma anche nel caso di trattamenti parodontali professionali (chirurgici e non) il raggiungimento del successo a breve e, soprattutto, a lungo termine6,10.
In questo contesto, fondamentale diviene il corretto impiego dello spazzolino dentale che, nel corso degli anni, è stato oggetto di numerose sperimentazioni atte a consentire una sempre più efficace azione di rimozione della placca anche nelle zone critiche (superfici interprossimali, zone di malposizionamento dentale ecc.) per le quali è comunque sempre consigliato l’utilizzo combinato di altri dispositivi come, per esempio, lo scovolino e il filo interdentale11-13. Tuttavia, non sempre i pazienti riescono ad assicurare un’adeguata rimozione della placca sopragengivale con le sole tecniche meccaniche a causa di molteplici variabili: errate tecniche di spazzolamento, tempistiche non adeguate (spazzolamento inferiore a due minuti e troppo spesso limitato a una sola volta al giorno), scarsa attenzione alla pulizia interdentale.
La difficoltà a ottenere e mantenere adeguati livelli di igiene orale domiciliare con le sole tecniche meccaniche ha condotto, quindi, la comunità scientifica a realizzare preparati chimici, come i collutori, in grado di migliorare il controllo della placca batterica. I collutori vengono classificati, in funzione della loro composizione, in due gruppi: cosmetici e terapeutici6,10,14. I primi sono costituiti per il 65-80% da acqua, 15-30% da alcol (necessario a migliorare la solubilità degli oli essenziali) e in minime percentuali da componenti aromatiche, per lo più rappresentate da prodotti di origine vegetale (oli di eucalipto, menta verde ecc.), da sostanze coloranti e da dolcificanti non cariogeni, quali lo xylitolo e il mannitolo, al fine di migliorarne le qualità organolettiche. I secondi, in aggiunta ai componenti di base dei collutori cosmetici, presentano principi attivi che ne caratterizzano l’indicazione clinica; per tale motivo vengono classificati come: antimicrobici, ossigenanti, calmanti, astringenti, deodoranti, antiacidi.
Attualmente, la maggior parte dei collutori presenti in commercio esplica prevalentemente un’azione antiplacca15; più in particolare, è in grado di migliorare e potenziare l’azione dei presidi meccanici (spazzolino, filo interdentale, scovolino ecc). I collutori, per poter trovare un sicuro ed efficace impiego clinico, devono possedere alcuni requisiti:
non sopprimere la flora microbica saprofita del cavo orale;
esercitare un’azione inibente essenzialmente sulle superfici degli elementi dentali;
essere di semplice e pratico impiego;
non arrecare effetti avversi a carico dei tessuti duri e/o molli del cavo orale.
Scopo del presente lavoro è stato quello di valutare l’efficacia di due collutori, Colgate Plax Soft Mint e Colgate Plax Cool Mint (Colgate-Palmolive Company, New York, USA), nella riduzione dell’indice di placca (PI) e del sanguinamento al sondaggio (BOP), quando associati a corrette tecniche di controllo meccanico della placca dentale.
Materiali e metodi
Per il seguente studio sono stati selezionati 60 pazienti, di età compresa tra 18 e 50 anni, che presentavano buone condizioni di salute sistemica e almeno 24 elementi dentali presenti in arcata. Sono stati esclusi dallo studio tutti quei soggetti affetti da grave malattia parodontale, portatori di apparecchi ortodontici, di protesi parziali rimovibili, in gravidanza, diabetici, immunodepressi e fumatori. Non sono stati altresì presi in considerazione pazienti che mostravano ridotte capacità motorie nell’esecuzione delle procedure di igiene orale.
I pazienti sono stati suddivisi, in modo random, in tre gruppi: Gruppo A (Colgate Plax Soft Mint), Gruppo B (Colgate Plax Cool Mint) e Gruppo C (controllo) cui veniva somministrato un placebo. Per ogni paziente sono stati prescritti tre sciacqui al giorno per l’intera durata dello studio (30 giorni). È necessario precisare che i due collutori testati presentano la stessa formulazione chimica e identico principio attivo antiplacca (cetilpiridinio cloruro) differenziandosi unicamente per l’aroma (menta dolce o menta forte).
Nel corso della prima visita, a ognuno dei pazienti appartenenti ai tre gruppi sono state impartite corrette istruzioni di igiene orale (tecnica di Bass modificata, tre volte al giorno per una durata di tre minuti), forniti spazzolini nuovi e sono stati inseriti in un’apposita cartella clinica, realizzata all’uopo, i valori relativi ai seguenti indici: di placca (PI) sulle quattro superfici dentali (mesiale – distale – vestibolare – orale) e di sanguinamento al sondaggio (BOP). Le stesse misurazioni sono state rilevate durante la visita di controllo eseguita dopo 30 giorni. In tale occasione, è stata altresì valutata l’insorgenza di eventuali reazioni avverse a carico dei tessuti molli della bocca, l’eventuale comparsa di discromie a carico dei tessuti duri degli elementi dentali, nonché la compliance, intesa come risposta alle qualità organolettiche del prodotto e/o alterazioni del gusto, riportando i giudizi riferiti dai singoli pazienti.I dati così ottenuti sono stati raccolti e analizzati statisticamente (paired t-test, p < 0,05).
1. Visualizzazione grafica della variazione media dell’indice di placca (PI) rilevata nel gruppo A.2. Visualizzazione grafica della variazione media del sanguinamento al sondaggio (BOP) rilevata nel gruppo A.3. Visualizzazione grafica della variazione media dell’indice di placca (PI) rilevata nel gruppo B.
Risultati
I dati relativi all’indice di placca (PI) e all’indice di sanguinamento al sondaggio (BOP) per i tre gruppi dopo 30 giorni sono i seguenti:
Gruppo A: riduzione media del PI pari al 10,6%, passando da valori medi iniziali del 15,6% a valori medi del 5% dopo il trattamento (figura 1); riduzione media del BOP pari al 7,7%, passando da valori medi iniziali del 12,8% a valori medi del 5,1% dopo il trattamento (figura 2).
Gruppo B: riduzione media del PI pari al 11%, passando da valori medi iniziali del 16,1% a valori medi del 5,1% dopo il trattamento (figura 3); riduzione media del BOP pari al 7%, passando da valori medi iniziali del 11,3% a valori medi del 4,3% dopo il trattamento (figura 4).
Gruppo C: riduzione media del PI pari al 9,2%, passando da valori medi iniziali del 15,7% a valori medi del 6,5% dopo il trattamento (figura 5); riduzione media del BOP pari al 5,9%, passando da valori medi iniziali del 12,7% a valori medi del 6,8% dopo il trattamento (figura 6).
Le riduzioni registrate sia per l’indice di placca sia per l’indice di sanguinamento al sondaggio si sono rivelate statisticamente significative (p < 0,05) in tutti e tre i gruppi.
Per quel che concerne la compliance, nessun paziente del Gruppo A ha lamentato la comparsa di cattivo sapore o alterazione del gusto, mentre per il Gruppo B quattro pazienti hanno riferito bruciore delle mucose, che comunque scemava in breve tempo dopo lo sciacquo. All’esame obiettivo non si è rilevata l’insorgenza di discromie dentali e di reazioni avverse a carico dei tessuti molli della bocca in nessuno dei soggetti appartenente ai Gruppi A e B.
Discussione
Dall’analisi dei risultati ottenuti nel presente studio emerge come nell’intero campione si sia registrata una significativa riduzione sia dell’indice di placca sia dell’indice di sanguinamento al sondaggio, anche se sono emerse delle differenze tra i tre gruppi: difatti, i suddetti indici hanno subito una maggiore riduzione nei Gruppi A e B, ai quali erano stati somministrati rispettivamente Colgate Plax Soft Mint e Colgate Plax Cool Mint, rispetto al Gruppo C (controllo) cui veniva fornito il placebo. Da ciò si evince l’efficacia dei due collutori testati, i quali hanno contribuito a un’ulteriore riduzione della placca coadiuvando l’azione meccanica ottenuta attraverso l’impiego dello spazzolino.
4. Visualizzazione grafica della variazione media del sanguinamento al sondaggio (BOP) rilevata nel gruppo B.5. Visualizzazione grafica della variazione media dell’indice di placca (PI) rilevata nel gruppo C.6. Visualizzazione grafica della variazione media del sanguinamento al sondaggio (BOP) rilevata nel gruppo C.
Tuttavia, è opportuno considerare come l’efficacia dei collutori sia condizionata da diversi fattori di difficile previsione e variabili da soggetto a soggetto, quali per esempio la diluizione del principio attivo nella saliva, gli effetti esercitati dalla presenza di alcune sostanze organiche presenti nella bocca e il tempo di permanenza dell’agente nel cavo orale14,16,17. Tale evidenza ben sottolinea come, in realtà, il controllo chimico della placca debba necessariamente associarsi a quello meccanico, il quale, se correttamente e sistematicamente eseguito (tecnica di Bass, tre volte al giorno per una durata di tre minuti), consente il mantenimento di un’adeguata igiene orale domiciliare, indispensabile non solo per la prevenzione dell’insorgenza delle gengiviti e della malattia parodontale, ma anche per il mantenimento dei risultati ottenuti attraverso trattamenti parodontali professionali. L’effetto antiplacca svolto dalle formulazioni testate è probabilmente da attribuire all’azione esercitata dai principi attivi presenti e, in particolare, al cetilpiridinio cloruro. Questo componente, presente in entrambi i collutori testati, è un agente antibatterico ad ampio spettro di azione, caratterizzato da un potente effetto battericida sui batteri Gram-positivi. È stato, infatti, dimostrato che un collutorio contenente lo 0,05% di cetilpiridinio cloruro determina una regressione batterica immediata compresa tra 90% e 99% dopo un ora dall’applicazione18.
Per quel che concerne le qualità organolettiche dei prodotti, nessun paziente ha riportato comparsa di cattivo sapore, anzi è opportuno sottolineare come, in gran parte dei casi, sia stata riferita una gradevole sensazione di freschezza della bocca senza peraltro registrare alterazione del gusto e/o fenomeni di irritazione gengivale. Tuttavia, in un numero limitato di pazienti (4/20), appartenenti al Gruppo B (Colgate Plax Cool Mint), è stata riferita una sensazione di bruciore di breve durata, di intensità decrescente a partire dal primo sciacquo fino a scomparire entro il secondo giorno e di modesta entità, tanto da non causare in nessun caso l’interruzione del trattamento. Non sono state, altresì, riscontrate discromie dentali dopo l’uso di entrambi i prodotti, nonostante la loro applicazione si sia protratta per un periodo di tempo relativamente lungo (30 giorni) a testimonianza di come i collutori testati possano essere utilizzati quotidianamente in associazione alle normali procedure di igiene orale domiciliare.
È altresì importante specificare come entrambi i prodotti possano esplicare anche un’azione di prevenzione nell’insorgenza delle lesioni cariose in relazione alla presenza di fluoruro di sodio, il cui effetto dipende dal parziale scambio degli ioni ossidrile (circa il 10%) dell’apatite dentale con gli ioni fluoro. La fluoroapatite risulta più resistente all’azione degli acidi carbossilici, formati biologicamente nel cavo orale a partire dai carbonati, conferendo così al dente maggiore resistenza nei confronti dei batteri cariogeni19,20.
Conclusioni
Da quanto emerso nel presente lavoro, si può affermare come entrambi i collutori testati rappresentino degli strumenti di igiene orale domiciliare che possono trovare un valido e sicuro impiego clinico nel controllo della formazione della placca sopragengivale e nella riduzione dello stato di infiammazione dei tessuti gengivali contribuendo così al mantenimento dello stato di salute parodontale. A fronte di ciò, è basilare precisare come l’utilizzo dei collutori debba essere sempre associato a un controllo meccanico domiciliare della placca, che preveda in primis un impiego sistematico, corretto e personalizzato dello spazzolino dentale e di altri presidi (scovolino e filo interdentale), in altre parole gli agenti chimici devono essere considerati complementi e non sostituti permanenti di quelli meccanici.
Corrispondenza professor Luca Testarelli Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche Via Caserta, 6 00161 Roma e-mail: lucatestarelli@yahoo.it.
• Nadia Zallocco1 • Gianluca Gambarini1 • Luca Testarelli2 • Valerio Milana2 Sapienza Università di Roma, I Facoltà di Medicina e Chirurgia, Corso di Laurea in Igiene Dentale 1 Insegnamento di Materiali Dentari, Titolare: professor Gianluca Gambarini 2 Insegnamento di Dispositivi dell’Unità Operativa Odontoiatrica, Titolare: professor Luca Testarelli
Bibliografia
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Riassunto I traumi dentali sono molto frequenti, possono essere degli eventi complessi e talvolta rappresentano vere e proprie emergenze. Benché la letteratura scientifica in campo internazionale riferita alla traumatologia laser-assistita sia molto scarsa e manchino linee guida ben codificate e specifiche per queste evenienze cliniche, scopo degli Autori è quello di proporre, attraverso la propria casistica, quelle situazioni in cui la terapia laser e in particolare i laser ad erbium possono offrire nuove possibilità di trattamento. Inoltre scopo degli Autori è stimolare ricerche più vaste in questo campo non solo per incrementare l’utilizzo di queste tecnologie, ma anche per migliorare i risultati e ridurre le possibili complicanze, specialmente nei soggetti pediatrici. Infine la terapia laser-assistita ha un provato effetto antalgico e antinfiammatorio. La tecnologia laser si è dimostrata particolarmente indicata per indurre analgesia e l’utilizzo delle basse potenze (basse percentuali di aria/acqua) è a tutt’oggi un vasto campo di ricerca.
Summary Dental traumas are frequent in children. They can be complex events and sometimes real emergencies. Since very little attention is devoted to this topic in the international literature and there are no well-coded guidelines for these specific clinical events, our aim is to consider those situations in which laser assisted therapy and in particular Erbium lasers can offer new treatment possibilities. The Authors aim is to stimulate more extensive scientific research in this area that might not only increase the use of these technologies, but also improve the outcomes and reduce the complications of dental trauma, particularly in children. Futhermore, laser-assisted therapies drastically reduce the need for analgesics and anti-inflammatory medications compared with conventional procedures. Using laser equipment to obtain anaesthesia is another challenge, while the use of low wattages for desensitising tissue and low percentage of air and water to obtain anaesthesia is also an open field.
La Traumatologia è una branca dell’Odontostomatologia che si occupa della prevenzione e del trattamento dei traumi dentali e deve il suo sviluppo alle scuole scandinave e in particolare a quella di Copenaghen, diretta dal professor Jens Andreasen. In Italia questa disciplina si diffonde a partire dagli anni 60-70 con la nascita concomitante della Società Italiana di Odontoiatria Infantile e il costituirsi successivo della Società Italiana di Traumatologia Dentale. In ambito internazionale dal 1989 l’International Association of Dental Traumatology si occupa di promuovere protocolli operativi, terapeutici e di ricerca basati sullo stato dell’arte1,2.
La traumatologia dentale rappresenta, per la sua frequenza e peculiarità, un settore odontoiatrico molto più complesso di quanto si possa credere poiché, essendo una branca multidisciplinare per eccellenza, richiede numerose e specifiche competenze che spaziano dalla conservativa all’endodonzia, dalla parodontologia alla chirurgia, dall’ortodonzia alla protesi; in queste patologie, l’urgenza pone sovente dilemmi e decisioni operative che vanno prese in poco tempo ma i cui effetti possono essere valutati solo a distanza di tempo. Il trauma dentario in pedodonzia rappresenta una patologia frequente e può corrispondere a una vera emergenza.
Benché la gestione di un traumatismo dentario in età infantile possa essere complicata da vari fattori (età e stato emotivo del paziente, non cooperazione, gravità dell’evento, ritardata tempestività di intervento ecc.), l’operatore deve mirare a formulare una diagnosi corretta, garantire la massima urgenza, applicare un protocollo terapeutico efficace nel controllo del dolore, avere una buona informazione del decorso clinico e delle possibili sequele e/o complicanze, al fine di ridurle e garantire una evoluzione armonica delle arcate. L’angoscia dei bambini e dei loro genitori per la sindrome dolorosa, l’ansia del paziente più adulto per le problematiche legate al futuro della propria estetica e della ridotta funzionalità rendono la terapia impegnativa.
L’approccio psicologico al paziente (ed eventualmente anche al genitore) è di fondamentale importanza, ma è essenziale una profonda conoscenza di questa materia, la precisione nella diagnosi, l’aggiornamento continuo e l’utilizzo di nuove tecnologie quali appunto i laser. Benché la letteratura in campo nazionale e internazionale riferita alla traumatologia laser-assistita sia molto scarsa e manchino linee guida ben codificate e specifiche per queste evenienze cliniche, lo scopo degli Autori è quello di proporre, attraverso la propria casistica e ricerca clinica, l’uso delle diverse lunghezze d’onda, senza mai dimenticare le linee guida convenzionali e i protocolli operativi descritti dalla letteratura specifica.
La tecnologia laser ben si applica alle problematiche traumatologiche, dalle semplici fratture coronali ai reimpianti, dalle fratture radicolari ai diversi tipi di lussazione, poiché sostituisce o completa le normali procedure odontoiatriche semplificandole, favorisce la riduzione della sensibilità postoperatoria, ha minima invasività, alta selettività e un positivo impatto psicologico; contribuisce, inoltre, a risolvere le problematiche estetiche post-trauma durante la procedura di sbiancamento. La terapia laser-assistita si è dimostrata particolarmente indicata anche nei soggetti disabili, non solo in ambito conservativo, ma anche negli interventi di piccola chirurgia ambulatoriale che spesso si associano alle problematiche traumatologiche.
Classificazione
Nel 1978 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha creato una classificazione, sottoposta a revisione e ampliamento nel 1992 e pubblicata su «Application of the International Classification of Diseases to Dentistry and Stomatology», che utilizza quali parametri la sede topografica e il tipo di tessuto in cui si localizza la lesione (tessuti mineralizzati del dente, tessuto pulpare, fibre del legamento alveolo-dentale, osso alveolare)1-3. I principali vantaggi di questa classificazione, nella quale vengono distinti traumi ai tessuti duri e traumi ai tessuti di sostegno (tabella 1), sono la completezza, la facilità di utilizzo e l’applicabilità sia ai denti decidui che ai permanenti.
Eziologia e fattori di rischio
Durante l’ultimo trentennio il numero dei fattori eziologici di un evento lesivo traumatico è stato riportato dalla letteratura come un dato in incremento, includendo un ampio spettro di variabili predisponenti, dalla condizione orale del paziente, all’ambiente circostante (esterno al paziente stesso), al comportamento umano. Inoltre si possono distinguere i traumi dentali in non-intenzionali e intenzionali. Le cause più frequenti sono rappresentate dal gioco (56%), dalla attività sportiva (21%), da incidenti stradali (11%) e da atti di violenza (12%), che comunque rimangono sottostimati4,5.
I soggetti più colpiti sono di sesso maschile (rapporto 2 a 1) e il tipo di lesione varia con il variare dell’età del soggetto. I denti più colpiti sono gli incisivi centrali superiori (50%), i laterali superiori (30%) sia decidui che permanenti. Raramente il trauma interessa un solo dente, ma più elementi dentali vengono coinvolti a volte in modo subdolo (trauma silente) per cui richiedono controlli radiografici attenti e controlli della vitalità pulpare nel tempo. Tra i fattori predisponenti prioritari e fra i primi descritti dalla letteratura e ascritti come evidenza si trova l’aumento della protrusione dentale (overjet) associata a incompetenza labiale; questa situazione in dentizione decidua raddoppia il rischio di trauma.
Molti lavori in letteratura riportano tra i maggiori fattori di rischio un incremento di overjet (>3-3,5 mm), ma pochissimi studi mettono in relazione fattori orali predisponenti (per esempio overjet e incompetenza labiale), con fattori ambientali (per esempio design architettonico, sicurezza dei materiali) e con fattori comportamentali (per esempio bambino iperattivo, sprezzante dei pericoli, esuberante ecc.). Fra le cause più frequenti di lesioni non intenzionali si trovano: cadute accidentali, collisioni, traumi diretti da oggetto; queste sono per lo più da riferire al contesto ambientale.
Prevenzione
In letteratura vi è un dibattito aperto sulla possibilità di prevenire un trauma dentale. La prevenzione dei traumi dovrebbe essere diffusa capillarmente in ambiente scolastico, sportivo e in ambito familiare, dove la competenza dei pediatri e dei dentisti di famiglia (specie dei pedodontisti) e l’attenzione dei genitori al problema potranno essere di grande ausilio.
1. Paziente di 4,6 anni. a. Frattura coronale complicata di 5.1. b. Radiografia iniziale.
Poiché l’eziologia è multifattoriale, la prevenzione va orientata verso una corretta campagna d’informazione (genitori, scuola, insegnanti, centri sportivi, allenatori) e la correzione precoce delle abitudini viziate orali e della protrusione dentale. Possiamo quindi ridurre il rischio attraverso lo studio e la creazione di attrezzature per un connubio tra praticità e standard di sicurezza; sensibilizzare gli operatori e i pazienti promuovendo l’uso di protettori orali; e infine regolamentare con grande disciplina ogni evento sportivo, in funzione dell’abilità, dell’allenamento del singolo atleta.
Esami clinici e strumentali
Durante la 1ª visita l’operatore, prima di procedere con l’esame clinico, deve raccogliere i dati del paziente e l’anamnesi, indicando chi riferisce. La cartella clinica specifica per la traumatologia sarà completata da una modulistica di stretta pertinenza medico-legale. Vengono raccolte le informazioni sulle modalità del trauma e sulle condizioni orali al momento del trauma, su precedenti traumi dentali (se possibile raccogliere la documentazione preesistente) e sulle condizioni di salute generale. Segue l’esame clinico.
Si procederà per ordine a:
esame delle ferite extraorali e palpazione dello scheletro facciale;
esame delle ferite della mucosa orale e gengivale;
esame dei singoli elementi dentari (presenza ed estensione delle fratture coronali, esposizione pulpare, discromia);
esame delle dislocazioni dentarie;
analisi cinematica (disturbi dell’occlusione);
mobilità dentaria;
palpazione alveolare;
reazione alla percussione;
reazione dei denti ai test di sensibilità6,7.
Prima di procedere a qualunque tipo di indagine diagnostica e manovra terapeutica, è necessario informare il paziente e/o (se minore) i genitori e/o l’accompagnatore; conseguentemente avere firmata la modulistica relativa al consenso informato. Vengono poi eseguiti gli esami radiografici e strumentali (tabella 2).
Interazione laser-tessuto
I laser dentali, utilizzando diversi mezzi attivi, emettono raggi di energia luminosa di differente lunghezza d’onda, la maggior parte dei quali appartiene alla porzione infrarossa invisibile e una parte alla porzione visibile dello spettro elettromagnetico. Le diverse lunghezze d’onda comportano interazioni differenti con i tessuti bersaglio, a seconda dell’affinità ottica, del coefficiente di assorbimento, del grado di idratazione e di vascolarizzazione dei differenti tessuti bersaglio (gengiva, mucosa, tessuto pulpare, smalto, dentina, tessuto cariato, osso). L’interazione della luce laser con i tessuti è responsabile degli effetti terapeutici: questi sono determinati dalla lunghezza d’onda della radiazione laser, dalle proprietà ottiche del tessuto (affinità, coefficiente di assorbimento e penetrazione, grado di idratazione, vascolarizzazione), e dall’operatore.
2. a. Gengivoplastica laser-assistita effettuata con Erbium:YAG. b. Nella stessa seduta si procede al riempimento canalare di 5.1 con Ca(OH)2.
I laser con lunghezza d’onda appartenente alla zona del visibile e alla prima porzione degli infrarossi dello spettro elettromagnetico vengono bene assorbiti dai pigmenti presenti nella emoglobina e nella melanina: sono i laser argon, KTP, diodo, Nd:YAG e Nd:YAP.
I laser appartenenti alla porzione medio e lontano infrarosso dello spettro elettromagnetico hanno invece spiccata affinità per acqua e idrossiapatite: laser Er,Cr:YSGG, Er:YAG e CO2.
I primi vengono utilizzati prevalentemente sui tessuti molli (incisione, vaporizzazione e coagulazione), mentre i secondi vengono utilizzati sia sui tessuti duri (ablazione) che sui tessuti molli (incisione e vaporizzazione del contenuto in acqua), ma con minore effetto emostatico, per la mancanza di affinità con l’emoglobina.
Le modalità di interazione di una lunghezza d’onda con un tessuto bersaglio sono determinate dalle proprietà ottiche del tessuto stesso.
A seconda dell’affinità ottica e del coefficiente di assorbimento e penetrazione specifico per ogni lunghezza d’onda, una radiazione luminosa diffonderà o verrà assorbita prevalentemente nel tessuto, una certa quota verrà riflessa e la restante quota verrà infine trasmessa più in profondità.
L’operatore può a sua volta determinare effetti diversi utilizzando differenti modalità operative (potenza, fluenza, focalizzazione ecc.).
3. a,b. Il restauro finale.
La porzione di energia della radiazione laser depositata sui tessuti che viene assorbita è responsabile della maggior parte degli effetti terapeutici: essa viene convertita localmente in energia fotochimica, energia fototermica, energia fotomeccanica e fotoacustica, a seconda della tipologia di laser in uso e della modalità di emissione8-10.
Considerando le diverse regioni dello spettro della luce possiamo identificare tre grandi gruppi per quanto riguarda la caratteristica interazione laser-tessuto:
radiazioni laser emesse nello spettro della luce visibile: il laser KTP (o neodimio duplicato a 532 nm) e il laser ad argon (488-514 nm), producono effetti di assorbimento e diffusione di entità sovrapponibile, con profondità di penetrazione tra 100 µm e 1 mm, quindi mediamente superficiale e uniforme;
radiazioni emesse nello spettro del rosso (600-700 nm visibile) e del vicino infrarosso (810-830-908-940-980 e 1064-1340 nm), presentano una diffusione (scattering) predominante sull’assorbimento, con una penetrazione variabile da 1 a 4 mm, quindi estremamente penetrante se paragonata alla precedente (laser a diodi e Nd:YAG/YAP).
radiazioni emesse nella finestra del medio e lontano infrarosso dello spettro (2780-2940-10 600 nm) presentano un assorbimento prevalente della radiazione estremamente superficiale, da 100 a 300 µm, con fenomeno di diffusione praticamente trascurabile (Er,Cr:YSGG, Er:YAG-CO2)
Queste semplici considerazioni di fisica ottica spiegano con quale modalità avvenga l’interazione delle diverse radiazioni laser sui tessuti e vanno sempre ricordate per meglio comprendere gli effetti biologici desiderati e indesiderati.
La tecnologia laser-assistita in traumatologia dentale
L’impiego della tecnologia laser in traumatologia orale pediatrica rappresenta un’importante possibilità di terapia, sia nell’urgenza del pronto soccorso che nella pratica quotidiana ambulatoriale, considerando che può essere utilizzata in tutte le situazioni successive a un trauma dentario.
Tutte le lunghezze d’onda in uso possono essere utili in queste circostanze.
Possiamo classificare i laser in: laser per il trattamento dei tessuti duri e molli, laser per il trattamento dei tessuti molli e laser per biostimolazione ed effetto antalgico (Low Level Laser Therapy, LLLT) (tabella 3).
I laser dentali presentano tre principali vantaggi che ben si applicano anche alle problematiche traumatologiche:
possono completare le normali procedure odontoiatriche, con un impatto psicologico positivo per il paziente11;
possono sostituire terapie convenzionali con risultati sovrapponibili o a volte migliori;
offrono nuove opportunità di trattamento, per esempio con l’utilizzo dei laser a effetto antalgico e biostimolante3.
L’azione del laser, priva di contatto, provoca un impatto delicato e confortevole sul paziente, favorendo la diffusione del suo uso come strumento alternativo alle tecniche tradizionali, soprattutto in pazienti fobici o pediatrici, o come strumento di complemento di terapie minimamente invasive eseguite con strumentario tradizionale (coagulazione della polpa esposta, gengivectomia, gengivoplastica, allungamento coronale, desensibilizzazione e sigillo dentinale, trattamento di lesioni infraossee post-traumatiche).
4. Paziente di 7 anni. a. Frattura smalto-dentinale profonda ma non complicata di 1.1 e 2.1 con concomitante concussione. b. La radiografia endorale mostra l’immaturità radicolare.
Il trattamento odontoiatrico laser-assistito si è dimostrato indicato anche nei soggetti disabili sia per la terapia conservativa che negli interventi di piccola chirurgia ambulatoriale. La terapia laser si basa su due concetti fondamentali: la conservazione dei tessuti (micro-odontoiatria) e la prevenzione della preparazione tessutale. L’utilizzo delle tecnologie laser è diventato un gold standard in molti campi della medicina, ma non è ancora il caso della traumatologia dentale.
L’utilizzo delle diverse lunghezze d’onda con parametri corretti permette di preservare i tessuti da alterazioni strutturali, evitare reazioni infiammatorie pulpari, lavorare a una temperatura intracamerale inferiore rispetto all’uso di strumenti rotanti convenzionali (riduzione delle complicanze pulpari e ridotta trasmissione termica), ridurre la sensibilità nel postoperatorio (per assenza di trauma meccanico), ridurre l’utilizzo di terapia farmacologia fruendo degli effetti antalgici, antidolorifici e antinfiammatori della terapia a bassa intensità.
La maggiore difficoltà che si incontra approcciandosi alla terapia laser è quella di dovere apprendere una scienza di base e una tecnica di lavoro che sono assolutamente diverse dalle tecniche tradizionali in uso: è facilmente comprensibile come uno strumento preciso per definizione come il laser, lavorando in odontoiatria (a contatto o non), possa perdere parte della sua caratteristica di precisione se non affiancato a una corretta tecnica di utilizzo.
5. a. Preparazione dei margini e decontaminazione della superficie dentinale esposta eseguita con laser Erbium. b. Il restauro finale.
La mancanza di applicazione nell’apprendimento della nuova tecnologia porta inevitabilmente all’insuccesso e all’accantonamento dello strumento e della tecnica, che potrebbe essere successivamente ritenuta inefficace e inefficiente. Il prezzo spesso elevato delle apparecchiature e il costo/tempo dell’apprendimento sono altresì importanti fattori sfavorevoli per chi si vuole avvicinare a queste tecniche.
Lesioni traumatiche dei tessuti duri e della polpa
Frattura complicata e non della corona Questo tipo di frattura coinvolge smalto e dentina e, se complicata, espone la polpa dentaria. È l’evenienza più frequente in traumatologia, spesso associata a traumi dei tessuti molli; va sempre investigata la possibilità di dislocazione del frammento nei tessuti molli e come in ogni situazione clinica è fondamentale il rilievo radiografico12.
6. a. Controllo a distanza. b. Controllo radiografico dopo la ricostruzione a 6 mesi.
L’utilizzo della tecnologia laser, la ricerca e l’evoluzione dei sistemi di restauro adesivi hanno cambiato notevolmente l’atteggiamento clinico. I laser della famiglia erbio garantiscono ottimi risultati riducendo le complicanze e la sensitività post-operatoria grazie alla loro minima invasività e al loro efficace effetto ablativo sui tessuti. I laser della famiglia erbio sono indicati per il trattamento delle fratture coronali complicate e non e/o reincollaggio del frammento. In questo primo decennio di ricerca molti Autori hanno studiato i parametri e le variabili di queste tecnologie, valutando gli effetti morfologici sui tessuti sia duri che molli: gli effetti della densità di energia, della frequenza di ripetizione dell’impulso e della percentuale di aria/acqua hanno portato a risultati non solo sovrapponibili alle tecniche convenzionali ma anche migliori in termini di riduzione della preparazione e migliore accettazione come tecnica operativa, da parte del paziente, specie se pediatrico13.
La preparazione laser è strettamente correlata a diverse variabili: densità di potenza e di energia (power density-fluence), modalità di emissione dell’energia (impulso singolo, continuo, pulsato, super-pulsato), angolazione del laser, distanza di applicazione, percentuale di aria/acqua, tempo di applicazione possono influenzare pesantemente i tessuti, procurando alterazioni e/o danni14. Il taglio eseguito con acqua risulta preciso, pulito, l’area preparata presenta una superficie microritentiva, priva di fango dentinale e altamente decontaminata per l’elevato potere battericida del laser.
7. a,b. Frattura smalto-dentinale non complicata di 2.1. (Per gentile concessione del professor Romano Grandini)
L’ablazione è prevalentemente a livello intertubulare, creando la caratteristica superficie laser-irradiata, irregolare, con orifizi tubulari a rilievo, ben aperti, mentre la matrice collagenica di superficie risulta assente; è necessaria la mordenzatura per determinare un aspetto di classe I di Silverstone a livello smalteo e permettere un ottimale adattamento delle resine composite15,16.
Grazie all’irradiazione sub-ablativa, irradiando in modo defocalizzato a bassa energia riducendo molto la percentuale di acqua dello spray e a bassa ripetizione di impulso si produce analgesia e si ottengono a livello smalto-dentinale le caratteristiche precedentemente descritte17,18.
La possibilità di lavorare senza o con una minore quantità di anestesia appare sicuramente un’arma vincente non solo in odontoiatria infantile, ma anche in traumatologia dentale19,20. I laser a erbio sfruttando il loro effetto termico sono in grado di agire sui tessuti duri dentali e sul complesso pulpo-dentinale e di essere utilizzati per:
1. preparazione e decontaminazione degli elementi dentari fratturati (figure 1-11);
2. trattamento dell’ipersensibilità dentinale;
3. coagulazione e decontaminazione pulpare nelle procedure di incappucciamento pulpare21-23 (figure 12-18);
4. pulpotomia24;
5. rimozione del fango dentinale e decontaminazione canalare a completamento del trattamento endodontico25-27.
La decontaminazione batterica ottenuta con la preparazione laser è estremamente elevata e, in caso di cavità profonde in contiguità con la camera pulpare, risulta efficace nel creare un campo decontaminato necessario per il mantenimento della
vitalità pulpare.
8. a. Preparazione dei margini con laser Erbium. b. la mordenzatura con acido ortofosforico.
Il trattamento della dentina profonda è estremamente importante anche per prevenire quei fenomeni di ipersensibilità che seguono ricostruzioni conservative profonde, specie nei denti traumatizzati. A questo scopo sono state proposte la fusione e la sigillatura dei tubuli dentinali, che si inducono con i laser che, «lavorando senz’acqua», sfruttano il loro effetto termico con evaporazione della matrice organica e la ricristallizzazione dell’idrossiapatite.
Questa procedura dà origine a una riduzione della permeabilità ai fluidi, ma comporta anche una riduzione assoluta dell’adesione dei materiali compositi: è una tecnica difficile da eseguire, consigliata ai soli operatori esperti. Il laser Nd:YAG e il laser a diodi hanno anch’essi una azione benefica nei traumi diretti; i loro tessuti bersaglio sono emoglobina e melanina e per una minima parte l’acqua.
9. a,b. L’applicazione di bonding precede l’apposizione incrementale di masse composito-dentina e smalto con desaturazione progressiva del croma.
L’effetto termico si diffonde nei tessuti molli con una profondità di penetrazione di 3-4 mm: questo permette un effetto coagulante eccellente nell’incisione e vaporizzazione dei tessuti molli e un potente effetto decontaminante anche dell’endodonto. L’utilizzo di fibre sottili e flessibili (200 µm) permette l’accesso ai canali radicolari al termine della strumentazione, per la decontaminazione prima dell’otturazione canalare: la diffusione laterale (scattering) e la sua penetrazione in profondità permettono una decontaminazione tridimensionale del sistema endodontico sino a 1 mm di distanza dal lume principale. L’energia dei laser a diodi viene emessa sia in modalità continua (continuous wave, cw), a singolo impulso, che in modalità pulsata e superpulsata (più precisamente si tratta di emissione di energia interrotta meccanicamente, «gated»). La durata degli impulsi è variabile, a partire da 0,1 ms, le frequenze sono variabili fino a 1000>10 000 Hz, permettendo di controllare bene l’erogazione termica della radiazione.
L’effetto termico dei laser a diodi si diffonde nei tessuti molli meno in profondità, intorno a 2 mm; l’utilizzo di fibre sottili (200 mm) permette una decontaminazione canalare tridimensionale del sistema endodontico sino a 750 µm di distanza dal lume principale28. Questi laser, sfruttando il loro effetto termico sono in grado di agire sul complesso pulpo-dentinale ed essere utilizzati per:
trattamento dell’ipersensibilità dentinale;
decontaminazione e sigillatura dentinale;
coagulazione e decontaminazione pulpare nelle procedure di incappucciamento pulpare;
pulpotomia;
decontaminazione canalare a completamento del trattamento endodontico (nei denti necrotici).
Il laser CO2 ha un effetto puramente termico, il 90-95% della sua radiazione viene assorbito negli strati più superficiali di tessuto (da 100 a 300 µm a seconda della modalità di emissione) sotto forma di energia termica.
0. a. Il risultato estetico al termine della ricostruzione è insoddisfacente. b. In una successiva seduta si procede a cosmetizzazione. Il materiale composito è fotoablato e sostituito con composito a cromaticità più bassa; l’utilizzo di compositi fluidi bianchi ad alta opacità migliora l’integrazione estetica del restauro.
Solo una piccola quota di energia viene diffusa ai tessuti adiacenti o dispersa per riflessione di superficie. L’effetto termico del laser CO2 ha la capacità di sigillare i vasi sanguigni e linfatici di piccolo calibro (0,3-0,5 mm di diametro) realizzando un effetto coagulante eccellente; per questo il laser CO2 ha una specifica indicazione nel campo traumatologico, nelle seguenti applicazione cliniche:
coagulazione e decontaminazione pulpare nelle procedure di incappucciamento pulpare laser-assistito;
pulpotomia;
taglio chirurgico (per esempio rimozione di un frammento dentale in area mucosa).
11. a. Dopo l’apposizione di materiale composito, successiva rifinitura e lucidatura, il restauro è completato. b. L’estestica è migliorata.
Esistono pochi studi indicizzati su PubMed sulla capacità di mantenere la vitalità pulpare a seguito di un incappucciamento.
Si consiglia l’uso del laser in modalità continua o superpulsata, poiché questo ha presentato elevate percentuali di successo (89% a 1 anno dopo emissione di 1 W in cw, contro il 68% del gruppo controllo (solo idrossido di calcio) e 93% 2 anni dopo emissione di 1 W con pulsazioni di 0,1 s con 1 s di intervallo, contro il 66% del gruppo controllo (solo idrossido di calcio) con l’applicazione superpulsata del laser CO2).
12. a,b. Frattura smalto dentinale complicata, con esposizione pulpare palatina e distacco di frammento di tutta la superficie palatale. (Per gentile concessione del professor Romano Grandini)
Appare evidente dal confronto dei due studi come la modalità di emissione superpulsata garantisca un maggiore controllo dell’emissione termica e un migliore risultato clinico29-31. I primi studi sulla pulpotomia eseguita con laser CO2, sono stati eseguiti su modello animale con valutazioni istologiche preliminari che hanno riportato risultati incoraggianti.I primi studi sulla pulpotomia eseguita in vivo con laser CO2, hanno confrontato l’utilizzo del laser CO2 al formocresolo in denti programmati per estrazione a scopo ortodontico e valutati clinicamente e radiologicamente. Studi successivi hanno riportato risultati favorevoli, con percentuale di sopravvivenza variabile dal 91% al 98%31. Altri studi hanno nuovamente sottolineato come l’utilizzo della modalità superpulsata comportasse un marcato incremento di successo rispetto alla modalità continua, mentre altri ricercatori hanno sottolineato anche la correlazione tra la guarigione e l’età e la grandezza-riassorbimento dell’apice dei denti decidui. Gli interventi di piccola chirurgia gengivale e mucogengivale possono essere eseguiti con estrema semplicità con tecnica laser. Il laser CO2 è estremamente efficace nell’azione di taglio e di coagulazione dei tessuti molli, con incisioni veloci, nette, pulite e con un controllo ottimale dell’emostasi.
13. Recuperato il frammento (a), dopo coagulazione della polpa esposta eseguita con laser a diodo e protezione con Ca(OH)2, si procede al trattamento con laser ad erbio della superficie del frammento (b
Frattura corono-radicolare e radicolare
La bassa frequenza di questo tipo di trauma e della sua varietà clinica rende difficoltosa la raccolta di un campione per uno studio a lungo termine. La guarigione della frattura corono-radicolare non è prevedibile quanto la frattura radicolare, che è interamente collocata all’interno dell’alveolo. Per quanto riguarda la prima, il frammento coronale viene generalmente rimosso e il trattamento dovrebbe essere focalizzato sulla possibilità di utilizzare ciò che rimane. La terapia può prevedere diverse opzioni:
può essere rimosso il frammento coronale;
può essere riattaccato il frammento coronale;
può essere attuata una estrusione ortodontica.
La terapia laser-assistita può essere utile non solo per il restauro del frammento coronale, ma anche per la piccola chirurgia dei tessuti di sostegno (gengivoplastica, gengivectomia, allungamento di corona clinica) e per la terapia canalare.I laser sono molto efficaci in queste situazioni cliniche per la loro capacità di taglio, ablazione, incisione, correzione dei tessuti, correzione dei difetti gengivali, con poco o assente sanguinamento, efficace emostasi indotta, capacità di decontaminazione, modesto disagio intra- e postoperatorio per il paziente, non necessità di sutura, buona e rapida guarigione per seconda intenzione.
14. a,b. Mordenzatura con acido ortofosforico di entrambe le superfici.
In queste situazioni cliniche i laser Nd:YAG e il diodo hanno un impiego elettivo per la loro capacità di penetrazione rispetto a quelli più superficiali (quelli a CO2 e a erbio)32,33.
Poiché nelle fratture radicolari la terapia prevede riposizionamento e splintaggio del frammento coronale, e il tempo intercorso fra la lesione e la terapia di emergenza (fissazione = splint) è indirettamente proporzionale alla possibilità di riduzione totale della frattura, questa va eseguita in anestesia locale.
15. a,b. Il reincollaggio del frammento, congruo a livello palatino, risulta incongruo a livello vestibolare, dove si reinterviene con bisello differenziato eseguito con laser Er:YAG.
È necessario calibrare la resistenza dello splintaggio in base al numero degli elementi traumatizzati e al tipo di filo relati naturalmente a immaturità radicolare, età, ridotto dislocamento. Poiché la fissazione va mantenuta in situ per 2-3 mesi possono essere utilizzati attacchi ceramici. Per ridurre il rischio di distacco di un bottone in resina (se la fissazione è costituita da filo + composito) o di un attacco ortodontico, può rivelarsi efficace laserizzare preventivamente al bondaggio con laser a erbio. Infine la procedura di distacco (debonding su attacco ceramico) potrà essere atraumatica, più sicura per l’elemento dentario e più confortevole per il paziente utilizzando un laser Nd:YAG.
16. Apposizione di composito smalto-opalescente (a) e visione del restauro al momento della rimozione della diga (b).
Lesioni traumatiche ai tessuti di sostegno
I traumi indiretti sono lesioni ai tessuti di sostegno, in particolare all’osso alveolare, al parodonto, alla mucosa orale e gengivale, ai legamenti, ai frenuli e alle labbra.
17. a. Visione palatale immediatamente successiva al reincollaggio. b. Visione a 6 mesi di distanza.
Il laser Nd:YAG e a diodo hanno un effetto benefico a livello parodontale34. Il loro potere battericida e di decontaminazione, l’effetto biostimolante e riparativo, l’attivazione dei sistemi proliferativi cellulari (già ottenuta con diodi semiconduttori λ 632,8 nm, 810 e 904), il controllo del dolore post-traumatico ben si applicano a queste situazioni cliniche:
decontaminazione dell’alveolo a seguito di avulsione traumatica;
trattamento di difetti parodontali a seguito di lussazioni o sub-lussazioni;
microchirurgia gengivale a seguito di trauma dentale;
gengivectomia e gengivoplastica;
taglio chirurgico35.
18. Controllo radiografico a 6 mesi.
Infine questo tipo di irraggiamento può controllare il dolore post-traumatico (effetto analgesico) sui tessuti sia duri che molli. Già alcuni lavori sono stati condotti, ma ulteriori studi clinici sarebbero necessari per definire le dosi ottimali. Nella chirurgia mucogengivale il diodo e il laser Nd:YAG vengono rispettivamente utilizzati il primo in modalità continua o pulsata, e il secondo in modo pulsato ma con differenti ampiezze d’impulso.
19. Paziente di 7,9 anni. a. Frattura parcellare di 1.1, lussazione intrusiva e frattura coronale di 2.1, lussazione laterale di 2.2, che è dislocato palatalmente. b. Ortopantomografia iniziale.
I laser utilizzati nella biostimolazione, e in particolare il diodo con la sua ottimale capacità di penetrazione, usati a potenze molto basse (inferiori a 0,1 W) sono in grado di esercitare effetti significativi sulla riduzione dell’edema postoperatorio, velocizzando i tempi di guarigione e attenuando gli eventuali disturbi algici. Oltre alle innegabili evidenze cliniche, sono stati eseguiti numerosi studi scientifici sia in vivo che in vitro per dimostrare come la radiazione laser, anche a bassissimi livelli energetici, possa determinare la produzione di fattori di crescita e trasformazione negli osteoblasti umani con elevati livelli di proliferazione, differenziazione e formazione di attacco.
20. a,b. Previa azione antalgica e biostimolante con laser Nd:YAG, è stato applicato uno splint di tipo ortodontico per guidare la rieruzione di 2.1 e per ridurre la dislocazione di 2.2.
Laser GaAlAs da 808 nm in range di fluenza tra 1,5 e i 3 J/cm2 sono stati testati in alcuni studi osteodepositivi; allo stesso modo l’irraggiamento con laser a diodo 808 nm a 10 mW in modalità continua, con fluenza compresa tra 1,96 e 7,84 J/cm2 ha dimostrato un notevole incremento di attività e di proliferazione su colture di fibroblasti, fino a oltre 72 ore dall’irradiazione. Queste evidenze testimoniano come l’uso di queste strumentazioni sia entrato a pieno e di diritto nei protocolli clinici post-chirurgici, sia in parodontologia come pure in implantologia ove soft laser e diodo vengono utilizzati con potenze dell’ordine dei 10 mW, in modalità continua e preferibilmente con manipoli defocalizzati.
21. a. L’occlusione dopo la rimozione dello splintaggio a 16 giorni dal trauma. b. Gli elementi fratturati sono irraggiati con Er:YAG.
La selettività d’azione, la precisione elevata di questi strumenti, disturbi postoperatori assenti o molto ridotti, la più rapida guarigione, la minore tendenza all’infezione, il controllo del sanguinamento che permette all’operatore di mantenere un perfetto controllo visivo (valido soprattutto non solo per tutte le lussazioni ma anche per i reimpianti immediati) grazie all’azione emostatica (Nd:YAG e diodo) ridisegnano tecniche, delineano nuovi confini, creano nuove possibilità riabilitative36,37. Nell’avulsione dentaria, spesso associata a traumi della mucosa labiale, può essere importante l’utilizzo di un laser a diodo o di un laser Nd:YAG per la loro efficace azione non solo di decontaminazione alveolare, ma anche per favorire la cicatrizzazione mucosa e ridurre l’algia (figure 19-22).
22. a. Particolare del margine incisale di 1.1. b. Visione frontale della arcata dopo la ricostruzione.
Infine, là dove può essere tentato un reimpianto dentale, si potrà procedere alla decontaminazione del sito ricevente con un manipolo a contatto di un laser a erbio più lungo rispetto a quello convenzionalmente utilizzato per la cura dentaria, e cioè un manipolo della lunghezza di 2 cm. Questa stessa manovra di decontaminazione è attuabile con un diodo o con un laser Nd:YAG.
È doveroso sottolineare da parte degli Autori che non esistono studi clinici e sperimentali su questo; in campo traumatologico vengono suggerite alcune procedure cliniche per promuovere la guarigione dei tessuti (effetto di biostimolazione), ridurre le possibili complicanze e migliorare il decorso operatorio del piccolo paziente (effetto antalgico).
Tuttavia i vantaggi che sono stati dimostrati nel trattamento non chirurgico laser-assistito delle tasche parodontali (ablazione, effetto battericida e detossinante) rappresentano una valida alternativa ai trattamenti convenzionali e ben si applicano in queste situazioni cliniche.
23. a,b. Displasie smalto-dentinali.
Gli studi effettuati sull’irraggiamento radicolare con Er:YAG con abbondante getto di raffreddamento ad acqua testimoniano che la superficie radicolare si presenta con microirregolarità, senza linee di frattura (cracks) e senza effetti termici collaterali (melting e microfratture), come invece è riportato dopo irraggiamento con laser CO2 o Nd:YAG38.
Lo strato superficiale e radicolare, se irraggiato con Er:YAG e utilizzando parametri corretti, si presenta senza significative alterazioni del cemento o della dentina; negli studi condotti in vitro39,40, si realizza una condizione più favorevole per l’adesione di fibroblasti, rispetto alle condizioni radicolari ottenute con il solo currettaggio meccanico convenzionale41,42. Inoltre l’irraggiamento, anche a bassa potenza, con Er:YAG risulta avere un effetto battericida efficace sui batteri responsabili della parodontopatia43,44.
24. a. Trattamento della superficie vestibolare con laser Er:YAG. b. Applicazione dell’adesivo e fasi della stratificazione del colore.
Basandosi sui risultati promettenti realizzati in vitro, si sono susseguite molte ricerche cliniche. Watanabe e collaboratori hanno dimostrato l’efficacia ablativa del laser a erbio, i suoi ridotti effetti collaterali e la riduzione della tasca parodontale dopo irraggiamento con parametri 11,3 J/cm2/pulse e 10 Hz), mentre Schwarz e collaboratori riportano risultati simili o anche migliori (14,5 o 18,8 J/cm2/pulse e 10 Hz) rispetto al currettaggio tradizionale, in termini di sanguinamento indotto, profondità delle tasche, miglioramento del livello di attacco clinico. La ricerca ha sottolineato come per avere un netto miglioramento sia importante la rimozione del tessuto di granulazione infetto dalle pareti dei tessuti molli: la terapia laser-assistita o la sola laser terapia in parodontologia sembra essere molto più efficace rispetto alla terapia meccanica convenzionale.
25. a,b. Il restauro finale.
In modo particolare il laser a erbio ottiene una rimozione efficace e sicura del tessuto di granulazione e una levigatura radicolare (10 J/cm2/pulse – 10 o 20 Hz) nelle procedure con lembo chirurgico; detto trattamento risulta efficace, sicuro e promettente anche in presenza di difetti ossei45-47. L’utilizzo di un laser a erbio con manipolo a contatto e testa allungata (2 cm), introdotto nell’alveolo, viene suggerito non solo per avere un effetto antibatterico ma anche per rimuovere tessuto di granulazione e indurre sanguinamento.È stata dimostrata anche la sua efficacia in chirurgia ossea: i laser della famiglia erbio possono asportare tessuto osseo con minimi effetti termici. È stato infine dimostrato dal punto di vista istologico che un osso microscopicamente irregolare, detossinato con laser a erbio (Er:YAG o Er,Cr:YSGG), promuove l’adesione di plasmaproteine nelle prime fasi riparative48,49.
OLYMPUS DIGITAL CAMERA26. Paziente di 15,6 anni. a,b. Grave trauma facciale a seguito di caduta accidentale. Lacerazioni cutanee diffuse con forte edema e tumefazione. (Per gentile concessione del dottor Vulzio Lazzarini)
In base alle seppur limitate ricerche a oggi condotte, anche l’Er:YAG, come pure l’Nd:YAG, il diodo e l’argon laser, sembrano offrire ottime possibilità terapeutiche, anche nella parodontologia per le loro caratteristiche di efficacia nel trattamento della superficie radicolare e dei tessuti gengivali nonché per la loro capacità di disinfezione; inoltre risulta molto interessante il potenziale effetto di biostimolazione dovuto alla diffusione e alla penetrazione di queste stesse lunghezze d’onda nei tessuti bersaglio circostanti. Infine l’uso degli effetti di biostimolazione e di controllo algico operati con LLLT fanno parte integrante della terapia postoperatoria del paziente.
Esiti a carico dei permanenti
I traumi dentari subìti in dentatura decidua possono causare esiti di varia entità ai denti permanenti. Esistono due principali meccanismi eziopatogenetici:
impatto traumatico diretto;
lesione indiretta.
I traumi ai tessuti di sostegno (lussazione intrusiva, laterale e avulsione) sono quelli che più frequentemente causano postumi ai denti permanenti. La terapia laser-assistita può essere utile in caso di:
displasia smalto-dentinale, trattabile con laser a erbio;
ipoplasia orizzontale dello smalto, trattabile con laser a erbio (figure 23-25);
eruzione ectopica, trattabile con interventi ai tessuti molli, gengivoplastiche, opercolectomie, frenulectomie che si possono eseguire con tutte le lunghezze d’onda del vicino-medio e lontano in infrarosso50.
Low level laser therapy
La Low Level Laser Therapy (LLLT), o soft laser therapy, è un trattamento atraumatico, non invasivo che coinvolge luci terapeutiche per l’irraggiamento dei tessuti e favorisce il processo riparativo. Vi è una vasta rassegna di lavori scientifici a questo riguardo, ma sussiste un ampio dibattimento scientifico dal punto di vista metodologico e dosimetrico. La maggior parte degli studi iniziali utilizzarono un laser a gas, elio-neon, come mezzo attivo (632,8 nm), mentre attualmente si utilizzano dei diodi semiconduttori (830 nm o 635). Il coefficiente di assorbimento dell’acqua di queste lunghezze d’onda è ridotto e la radiazione è in grado di penetrare sia tessuti molli che duri da 3 a 15 mm.
La LLLT ha molteplici applicazioni in odontoiatria: dall’applicazione sui tessuti molli (effetto biostimolante per stomatite aftosa ed erpetica, mucositi, pulpotomia), all’applicazione nella stimolazione della trasmissione nervosa (effetto antalgico per rigenerazione neuronale, dolore temporo-mandibolare, dolore post-chirurgico, dolore a seguito di movimento ortodontico), alla modificazione del flusso sanguigno e del drenaggio linfatico (effetto antinfiammatorio).
OLYMPUS DIGITAL CAMERA27. a,b. Disinfezione e analgesia con biostimolazione intra- ed extra-orale con laser a diodo.
Da 1 a 3 giorni dopo la biostimolazione è possibile osservare una riduzione dell’edema con una accelerazione nella fase di epitelizzazione, di formazione di tessuto di granulazione e di deposizione di collagene (figure 26-28).
28. a. Il paziente una settimana dopo il trauma. b. Applicazione di un mantenitore di spazio rimovibile.
Questa accelerazione nei processi riparativi ha grande valenza clinica specie nel caso in cui il sistema difensivo del paziente sia compromesso come nei giovani pazienti, ma anche pazienti di età più avanzata, con diabete insulino-dipendente o con disfunzioni valvolari o con malformazioni, con storia anamnestica di endocardite, pazienti con protesi valvolari cardiache o nei pazienti sottoposti a chemio-radioterapia (terapia antalgica e riparativa delle mucositi orali)8,10,13,14,34. La biostimolazione si applica alle seguenti situazioni cliniche:
eruzione dolorosa di elementi dentari decidui e/o permanenti (irradiazioni dei linfonodi nell’area);
effetto antalgico sulla mucosa prima di eseguire, ove necessario, anestesia loco-regionale per infiltrazione;
applicazione diretta a seguito di esposizione cavitaria per ridurre il dolore;
biostimolazione delle ferite post-traumatiche (mucose e labbra), stomatite aftosa, lesione erpetica, mucositi;
terapia postendodontica (dopo incappucciamento pulpare, dopo apexogenesi o apecificazione);
movimento ortodontico;
trattamento dei disordini maxillo-facciali51,52.
Conclusioni
La terapia laser è estremamente efficace nella traumatologia dentale, come pure dovrebbe rappresentare il gold standard in odontoiatria pediatrica. I laser in campo traumatologico permettono un trattamento ottimale, minimamente invasivo sia sui tessuti duri che su quelli di sostegno. Occorre conoscere bene l’utilizzo del laser senza mai dimenticare le linee guida in campo internazionale per non attuare manovre incaute e imprecise. È fondamentale per l’operatore conoscere le diverse lunghezze d’onda e la loro interazione con i tessuti biologici e aver effettuato un adeguato periodo di apprendimento e applicazione clinica in modo da garantire una azione selettiva e sicura per promuovere un uso ottimale di queste tecnologie, specie in campo pediatrico. Il futuro appare promettente.
Corrispondenza Claudia Caprioglio Via San Zeno, 1, 27100 Pavia Tel. 0382-32132 Fax 0382-34344 e-mail: ac.caprioglio@tin.it
• Claudia Caprioglio* • Giovanni Olivi** • Maria Daniela Genovese * Professore a contratto presso l’Università degli Studi di Parma
e all’European Master Degree on Oral Laser’s Applications ** Professore a contratto presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biofisiche, Mediche, Odontostomatologiche, Università degli Studi di Genova
Bibliografia
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