Home Blog Pagina 353

Problematiche odontoiatriche nel terzo mondo: epidemiologia, prevenzione e terapia in Kenya

Riassunto

Il presente lavoro è consistito in un rapporto collaborativo tra la componente scientifica keniota del «Consolata Hospital» di N’kubu e quella italiana rappresentata dai clinici dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e dagli studenti del Corso di laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria. Il programma è iniziato con la suddivisione della popolazione in due gruppi: uno di soggetti in età pediatrica (4-17 anni) e l’altro di soggetti adulti (> 18 anni). Tra i soggetti in età pediatrica si è scelto un campione randomizzato di 106 pazienti, mentre tutti i pazienti adulti sono entrati a far parte dello studio (44). Sul gruppo di pazienti pediatrici sono stati analizzati due parametri di salute dento-parodontale: la presenza di patologie cariose e di sanguinamento al sondaggio gengivale. Per quanto riguarda gli adulti sono stati analizzati la presenza sia di carie sia di malattia parodontale profonda, mediante sondaggio delle tasche parodontali. Per un riscontro epidemiologico più completo si è calcolato inoltre il DMFT per entrambi i gruppi. Dopo aver raccolto i dati, si sono effettuate elaborazioni statistiche che hanno messo in evidenza, tra i pazienti pediatrici, la presenza di patologie cariose in numero compreso tra due e cinque nel 62,8% e di gengivite severa nel 40,7%. Tra i soggetti adulti, si è riscontrata la presenza di almeno quattro carie nel 66,6% dei casi e di malattia parodontale grave nel 58,7%. Inoltre, si è evidenziato un indice DMFT pari a 0,9 nei soggetti pediatrici e 5,4 negli adulti. Tali valutazioni hanno evidenziato la necessità di un programma terapeutico e preventivo, dedicando particolare attenzione all’educazione all’igiene, nonché alla codifica di un progetto di didattica odontoiatrica nei confronti del personale medico locale e dei genitori dei pazienti.

Summary

Dental problems in third world: epidemiology, prevention and therapy in Kenya

Our work consists on a collaborating relationship between the Kenyan scientific component of «N’kubu Consolata Hospital» and the Italian one, represented by Milan-Bicocca University clinicians and students of dentistry. The programme began dividing population in two groups: first of paediatric patients (aged 4-17) and second of adult people (> 18 years). Among paediatric patients we chose a randomized sample made of 106 patients, while every adult patient took part in this study (44). We analyzed two parameters of dental and periodontal health on paediatric patients: presence of decays and bleeding gum. About adult people we analyzed both presence of decays and deep periodontal disease, thanks to periodontal survey. We calculated also DMFT index for both the groups to deepen the research. Statistical elaborations highlighted the presence of 2-5 decays in 62.8% and severe gingivitis in 40.7% of paediatric patients. We observed also the presence of 4 decays minimum in 66.6% and serious periodontal disease in 58.7% of adult patients. We calculated also DMFT: 0.9 for paediatric and 5.4 for adult people. These surveys highlighted necessity of a preventive and therapeutic programme thanks to a wide attention to hygiene education and realization of a dentistry teaching project for local medical personnel and patients’parents.

La Clinica Odontoiatrica dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca (Direttore professor Marco Baldoni), in collaborazione con l’Associazione Amici di San Francesco di Merate (LC), ha realizzato il progetto «Africa», caratterizzato dall’attiva partecipazione alle attività di volontariato odontoiatrico in Kenya. Nell’ambito di tale progetto, che si svolge nell’arco di tre anni, hanno partecipato studenti del secondo e terzo anno del Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria nonché tre medici volontari. L’intero programma consiste nell’attuazione di una serie di protocolli operativi che hanno lo scopo di migliorare i livelli di salute orale e sistemica della popolazione residente nella diocesi di Meru; tali protocolli sono caratterizzati dall’attuazione di prestazioni assistenziali mirate di tipo preventivo e terapeutico, che partono da un’attenta e approfondita conoscenza delle reali problematiche in ambito odontostomatologico che coinvolgono la popolazione della diocesi di Meru. Il protocollo di prevenzione consiste nel raggiungimento di un livello ottimale d’igiene orale nei soggetti osservati, con conseguente diminuzione dell’incidenza e della prevalenza di carie, malattia parodontale e lesioni delle mucose. Tale protocollo coinvolge, in un primo momento, la popolazione pediatrica e, in un secondo tempo, la popolazione adulto-geriatrica. Il progetto terapeutico consiste, invece, nella diagnosi obiettiva e radiologica delle patologie che riguardano il cavo orale di pazienti in età pediatrica e adulto-geriatrica, nella gestione delle emergenze cliniche e nel follow-up di interventi di exeresi chirurgica di lesioni neoplastiche del cavo orale eseguite da un’èquipe di otorinolaringoiatri e chirurghi maxillo-facciali. Il punto di partenza è la raccolta di dati riguardanti l’epidemiologia delle principali patologie che colpiscono il cavo orale dei pazienti kenioti, distinguendone l’incidenza in base alle fasce d’età e confrontando tali dati con quelli dell’intera popolazione keniota. Il progetto prevede, inoltre, anche l’intervento di operatori sanitari e volontari locali, allo scopo di creare una collaborazione attiva tra l’Ospedale Universitario di Milano-Bicocca e la popolazione autoctona, sia nell’ambito preventivo sia in quello terapeutico (figura 1). 

1. Gli autori del protocollo operativo.
1. Gli autori del protocollo operativo.

Obiettivi      

In questa prima fase si sono effettuate analisi epidemiologiche che consentono la valutazione delle condizioni di salute del cavo orale all’interno della popolazione in studio, finalizzate poi negli anni successivi all’attuazione di un progetto mirato di odontoiatria preventiva e terapeutica. Questo studio viene effettuato nell’ambito della popolazione pediatrica e di quella adulto-geriatrica, ponendo una particolare attenzione alla presenza di carie e di malattia parodontale. Fondamentale, in tal senso, è il confronto tra le condizioni di salute orale dei pazienti in studio e quelle dell’intera popolazione del Kenya pubblicate dalla World Health Organization (WHO)1-4.         

Materiali e metodi                

Nel territorio della diocesi di Meru sono presenti 1.103 abitanti, di cui 1.059 bambini, con età compresa tra 4 e 17 anni e 44 adulti, con età superiore a 18 anni; tale protocollo viene attuato nell’ambito della struttura ospedaliera di N’Kubu. I parametri analizzati sono la presenza di lesioni cariose (significative se in numero ≥ 2) in entrambi i gruppi, di gengivite (positività al sanguinamento) nei pazienti pediatrici e parodontite (presenza di tasche parodontali > 4 mm) in quelli adulti. Il confronto finale, tra i pazienti appartenenti alla popolazione in studio e i dati epidemiologici pubblicati dal WHO riguardo all’intera popolazione keniota, è stato eseguito utilizzando l’indice DMFT (Decayed, Missing and Filled Teeth, cioè il numero di denti cariati, mancanti e otturati)1-4.
La popolazione che ha partecipato al presente studio è stata suddivisa in due sottopopolazioni: quella dei pazienti pediatrici e quella degli adulti. A causa dell’ampiezza della popolazione con età inferiore ai 18 anni (1.059), è stata effettuata una selezione randomizzata del campione su cui effettuare lo studio, sulla base degli archivi della diocesi di Meru. Tra tutti i bambini ne sono stati scelti 106, rappresentativi dell’intera popolazione con un rapporto di campionamento del 10%. Per quanto riguarda gli adulti invece, è entrata a far parte dello studio l’intera sottopopolazione (44).
Le visite, effettuate sia sui pazienti in età pediatrica sia su quelli in età adulto-geriatrica, hanno tenuto in considerazione i medesimi paramentri, cioè indice di placca, indice di sanguinamento, sondaggio parodontale e diagnosi di lesioni cariose5-15.  Per quanto riguarda l’analisi della struttura parodontale dei pazienti pediatrici, si sono considerati quattro livelli di gravità:            

  • 0, assenza di sanguinamento al sondaggio;             
  • 1, gengivite lieve (positività al sanguinamento in meno di 2 aree di sondaggio);        
  • 2, gengivite moderata (positività al sanguinamento in 3-4 aree di sondaggio);         
  • 3, gengivite grave (positività al sanguinamento in più di 5 aree di sondaggio).         

Il sanguinamento viene valutato per ogni sestante in cui è suddiviso il cavo orale, considerando come riferimento la gengiva cheratinizzata vestibolare in corrispondenza degli incisivi laterali (decidui o permanenti, superiori e inferiori, a destra e a sinistra), dei secondi molari decidui, quando ancora presenti (superiori e inferiori, a destra e a sinistra) e dei secondi premolari, quando già presenti (superiori e inferiori, a destra e a sinistra). Anche per la valutazione dei livelli di malattia parodontale nei soggetti adulti sono stati utilizzati quattro livelli di gravità:                     

  • 0, assenza di tasche parodontali > 4 mm;               
  • 1, presenza di tasche parodontali in corrispondenza di 1-2 elementi dentali;        
  • 2, presenza di tasche parodontali in corrispondenza di 3-5 elementi dentali;         
  • 3, presenza di positività al sondaggio parodontale in più di 6 elementi dentari16-19 (figura 2).
2. Quadro di parodontite severa su paziente adulto residente nei pressi di Meru.
2. Quadro di parodontite severa su paziente adulto residente nei pressi di Meru.

L’analisi dei processi cariosi è stata effettuata considerando significativa la presenza di carie su almeno due elementi dentali; pertanto, è stato possibile per entrambi i gruppi esprimere tali rilevamenti mediante un indice simile ai precedenti. Anche in questo caso sono stati descritti 4 livelli di gravità:                

  • 0, presenza di 0-1 carie;             
  • 1, presenza di processi cariosi su 2-3 elementi dentali; 
  • 2, presenza di carie su 4-5 elementi dentali;
  • 3, presenza di 6 o più carie (figura 3).
3. Livello di carie 3 (> 6) su soggetto di 17 anni.
3. Livello di carie 3 (> 6) su soggetto di 17 anni.

È stata, inoltre, valutata la condizione di salute orale della popolazione in studio attraverso l’indice DMFT, confrontando i risultati ottenuti con quelli dell’intera popolazione keniota1-4.
Parallelamente ai rilevamenti clinici effettuati, è stato eseguito un progetto pilota di motivazione e istruzione a una corretta igiene orale rivolto ai pazienti in età pediatrica frequentanti le quattro strutture scolastiche presenti all’interno del territorio della diocesi di Meru (Kathanthatu N’Kubu, Saint Francis Children’s Village of Meru, Meru Kenya Children Foundation e SOS Children’s Village). Tale progetto mette in evidenza l’importanza di una corretta istruzione rivolta, oltre che ai bambini, anche a insegnanti e genitori, sensibilizzandoli a una corretta detersione dell’apparato dento-parodontale. Gli insegnamenti, in un primo momento, vengono effettuati all’interno di ogni struttura scolastica mediante lezioni frontali realizzate dal personale medico italiano, mentre in una seconda fase l’istruzione è affidata al personale medico keniota precedentemente preparato.    

Risultati                   

Bambini
I dati raccolti hanno permesso di evidenziare che la patologia cariosa è presente in percentuale maggiore soprattutto nei livelli 1 e 2, che raggruppano i pazienti con 2-5 carie e che presentano una frequenza cumulativa pari al 62,8% della popolazione analizzata. Il livello 3, che indica una presenza di 6 o più carie, è presente nel 26,4% della popolazione, mentre è il livello 0 a essere poco rappresentato, in quanto solo il 10,8% del campione studiato presenta al massimo un processo carioso attivo (figura 4).

4. Grafico riassuntivo dei livelli di patologia cariosa in età pediatrica. I livelli sono: 0, presenza massima di 1 carie; 1, presenza di 2-3 carie; 2, presenza di 4-5 carie e 3, presenza di più di 6 carie.
4. Grafico riassuntivo dei livelli di patologia cariosa in età pediatrica. I livelli sono: 0, presenza massima di 1 carie; 1, presenza di 2-3 carie; 2, presenza di 4-5 carie e 3, presenza di più di 6 carie.

Per quanto riguarda, invece, i livelli di salute parodontale, si può osservare che il 40,7% dell’intera popolazione presenta livelli di gengivite severa, con positività al sanguinamento in più di cinque sestanti in cui è stato suddiviso ogni cavo orale, il 23,6% della popolazione presenta invece positività al sanguinamento in tre-quattro sestanti, che evidenziano una gengivite moderata, mentre solo il 21,1% dei pazienti ha una gengivite lieve e il 14,7% presenta un parodonto normotrofico (figura 5).

5. Grafico riassuntivo dei livelli di patologia parodontale in età pediatrica. I livelli sono: 0, assenza di sanguinamento; 1, gengivite lieve; 2, gengivite moderata e 3, gengivite grave.
5. Grafico riassuntivo dei livelli di patologia parodontale in età pediatrica. I livelli sono: 0, assenza di sanguinamento; 1, gengivite lieve; 2, gengivite moderata e 3, gengivite grave.

Dall’analisi di questi dati, si può evincere che all’interno della popolazione in studio solo il 25,5% dei soggetti analizzati in età pediatrica presenta una situazione ottimale di salute dento-parodontale, cioè con presenza al massimo di un elemento dentale cariato e assenza di sanguinamento al sondaggio.  Dallo studio dei parametri dento-parodontali in età pediatrica, si osserva un numero elevato di elementi mancanti e interessati da patologia cariosa. Ne deriva un indice medio del DMFT pari a 0,9, valore che è sovrapponibile a quello relativo alla popolazione keniota di età inferiore ai 18 anni, calcolato nel 2000 e che risulta compreso tra 0,2 e 1,91-4.                  

Adulti
Anche per quanto riguarda la popolazione adulta residente all’interno della diocesi di Meru, è stata valutata la prevalenza della patologia cariosa. I rilevamenti mettono in evidenza un andamento sovrapponibile a quello relativo alla popolazione pediatrica; la presenza massima di un elemento dentale cariato coinvolge solo l’8% della popolazione adulta, il 25,4% dei pazienti presenta carie su due-tre elementi, mentre nel 66,6% della popolazione in studio sono stati rilevati almeno quattro processi cariosi attivi (figura 6).

6. Grafico riassuntivo dei livelli di patologia cariosa in età adulta. I livelli sono: 0, presenza massima di 1 carie; 1, presenza di 2-3 carie; 2, presenza di 4-5 carie e 3, presenza di più di 6 carie.
6. Grafico riassuntivo dei livelli di patologia cariosa in età adulta. I livelli sono: 0, presenza massima di 1 carie; 1, presenza di 2-3 carie; 2, presenza di 4-5 carie e 3, presenza di più di 6 carie.

L’altro parametro di salute del cavo orale analizzato all’interno della popolazione adulto-geriatrica è quello relativo alla profondità di sondaggio parodontale. Si è evidenziato che il 18,8% della popolazione non presenta alcun sondaggio patologico (> 4 mm), mentre sono crescenti le percentuali relative al rilevamento di forme di patologia parodontale profonda, in quanto vi è presenza di sondaggio patologico in corrispondenza di uno-due elementi dentali nel 22,5% dei pazienti, nel 25,3% dei pazienti vi è positività al sondaggio a livello di tre-cinque elementi e, infine, vi è l’accertamento di un numero pari o superiore a sei sondaggi patologici nel 33,4% dei pazienti analizzati.
Ciò mette in evidenza la diagnosi di una patologia parodontale profonda di significativa gravità nel 58,7% della popolazione adulta residente nell’ambito della diocesi di Meru (figura 7).

7. Grafico riassuntivo dei livelli di patologia parodontale in età adulta. I livelli sono: 0, assenza di tasche; 1, presenza di tasche su 1-2 elementi; 2, presenza di tasche su 3-5 elementi e 3, presenza di tasche su più di 6 elementi.
7. Grafico riassuntivo dei livelli di patologia parodontale in età adulta. I livelli sono: 0, assenza di tasche; 1, presenza di tasche su 1-2 elementi; 2, presenza di tasche su 3-5 elementi e 3, presenza di tasche su più di 6 elementi.

Dai dati riscontrati analizzando il DMFT si evince che la popolazione adulta keniota presenta un numero limitato di elementi dentali otturati1. L’indice medio di DMFT calcolato risulta essere pari a 5,4, superiore rispetto a quello rilevato all’interno della popolazione con età inferiore a 18 anni e sovrapponibile a quello calcolato nel 1989 su tutta la popolazione adulta keniota residente in aree rurali, che era pari a 5,81-4.                       

Conclusioni                    

Dall’analisi svolta risulta evidente la necessità di attuare un protocollo terapeutico e preventivo anche negli anni a seguire, dedicato inizialmente al trattamento delle urgenze e alla risoluzione di quadri patologici severi e, in un secondo momento, alla gestione di lesioni dento-parodontali di minore gravità, ma comunque fortemente debilitanti per quanto riguarda le ripercussioni sui livelli di salute sistemica e, quindi, di qualità della vita. A tal proposito, è estremamente significativa la differenza tra i valori di DMFT calcolati nei due sottogruppi i cui è stata suddivisa la popolazione, in quanto questo è maggiore all’interno dei pazienti in età pediatrica. In questa fase si è riuscititi a creare un collegamento tra il personale medico volontario italiano e la popolazione locale. Si è comunque evidenziata una buona collaborazione con la direzione scolastica dei centri in cui i bambini passano la maggior parte della loro giornata; in un prossimo futuro si chiederà l’intervento diretto di insegnanti e genitori affinché aiutino a mantenere alta la motivazione dei ragazzi.    

Corrispondenza
dottor Fabio Giulio Franceschini
Ospedale San Gerardo Nuovo, Villa Serena
Via Donizetti, 106
20052 Monza (MI)
e-mail: f.franceschini1@campus.unimib.it

• Dorina Lauritano1
• Gianluca Porcaro2
• Fabio Giulio Franceschini3
• Silvia Barrilà4
• Luca Dusi4
• Giacomo Frasciello4
• Gildo Grego4
• Alessio Paiusco4
• Jacopo Alfredo Paleari
• Silvia Perego4
• Nicoletta Proserpio4
• Vincenzo Santagada4
• Nadia Squarzoni4 

1 Ricercatore presso l’Università degli Studi di
Milano-Bicocca, Facoltà di Medicina e Chirurgia,
Clinica Odontoiatrica, Direttore professor Marco Baldoni 

2 Specializzando della Scuola in Chirurgia Odontostomatologica. Università degli Studi di Milano-Bicocca, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Clinica Odontoiatrica, Direttore professor Marco Baldoni

3 Dottorando in Parodontologia Sperimentale. Università degli Studi di Milano-Bicocca, Facoltà di Medicina e Chirurgia,
Clinica Odontoiatrica, Direttore professor Marco Baldoni

4 Studenti dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca,
Facoltà di Medicina e Chirurgia,
Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria

Bibliografia

1. Kaimenyi JT. Oral health in Kenya. Int Dent J 2004;54:378-82.

2. Ainamo J, Barmes D, Beagrie G, et al. Development of the World Health Organization (WHO) community periodontal index of treatment needs (CPITN). Int Dent J 1982;32:281-91.      

3. Ainamo J, Bay I. Problems and proposals for recording gingivitis and plaque. Int Dent J 1975;25:229-35.                    

4. Baelum V, Manji F, et al. Validity of CPITN’s assumptions of hierarchical occurrence of periodontal conditions in a Kenyan population aged 15-65 years. Comm Dent Oral Epidemiol 1993;21:347-353.

5. Carlos JP, Wolfe MD, Kingman A. The extent and severity index: a simple method for use in epidemiologic study of periodontal disease. J Clin Periodontol 1986;13:500-5.

6. Cleaton-Jones P, Fatti P, Bönecker M. Dental caries trends in 5- to 6-year-old and 11- to 13-year-old children in three UNICEF designated regions: sub-Saharan Africa, Middle East and North Africa, Latin America and Caribbean: 1970-2004. Int Dent J 2006;56:294-300.

7. Cleaton-Jones P. Dental caries trends in 5- to 6-year-old and 11- to 13-year-old children in two UNICEF designated regions: Sub-Saharan Africa, and Middle East and North Africa, 1970-2000. Refuat Hapeh Vehashinayim 2001 Jan;18(1):11-22.           

8. Masiga MA, Holt RD. The prevalence of dental caries and gingivitis and their relationship to social class amongst nursery-school children in Nairobi, Kenya. Int J Paediat Dent 1993;3:135-40.

9. Mühlemann HR, Son S. Gingival sulcus bleeding: a leading symptom in initial gingivitis. Helvetica Odontologica Acta 1971;15:107-13.

10. Ng’ang’a PM, Karongo PK, et al. Dental caries, malocclusion and fractured incisors in children from a pastoral community in Kenya. East African Med J 1993;70:175-80.

11. Ng’ang’a PM, Valderhaug J. Dental caries in primary school children in Nairobi, Kenya. Acta Odontologica Scandinavica 1992;50:269-72.

12. Kassim BA, Noor MA, Chindia ML. Oral health status among Kenyans in a rural arid setting: dental caries experience and knowledge on its causes. East African Med J 2006;83:100-5.   

13. Ngatia EM, Imungi JK, et al. Dietary patterns and dental caries in nursery school children in Nairobi, Kenya. East African Medical Journal 2001;78:673-7.

14. Ohito FA, Opinya GN, Wang’ombe J. Dental caries, gingivitis and dental plaque in handicapped children in Nairobi, Kenya. East African Medical Journal 1993;70:71-4.

15. Baelum V, Fejerskov F, Manji F. Periodontal disease in adult Kenyans. J Clin Periodontol 1988;15:445-52.

16. Löe H. The Gingival Index, the Plaque Index and the Retention Index system. J Periodontol 1967;38:610-6.

17. Russell AL. A system for classification and scoring for prevalence surveys of periodontal disease. J Dent Res 1956;35:350-9.

18. Sanya BO, Ng’ang’a PM, Ng’ang’a RN. Causes and pattern of missing permanent teeth among Kenyans. East African Med J 2004;81:322-5.

19. Silness J, Löe H. Periodontal disease in pregnancy. Correlation between oral hygiene and periodontal condition. Acta Odontologica Scandinavica 1964;22:112-35.

2. Approccio multidisciplinare a un trauma corono-radicolare. Case report

Riassunto
Il caso clinico riportato è un buon esempio di approccio «multidisciplinare» a un problema di traumatologia dentale. Infatti, diversi specialisti dell’odontoiatria hanno lavorato sullo stesso caso. La paziente presentava una frattura corono-radicolare complicata dell’elemento 1.1. È stato estratto il frammento distaccato di corona e devitalizzato l’incisivo. In seguito, grazie a una terapia ortodontica è stata estrusa la radice dell’1.1, permettendo in una fase finale del trattamento di realizzare una corona metallo-ceramica sull’elemento preparato protesicamente. Si è ottenuto così il ripristino estetico dell’elemento traumatizzato.

Summary
This paper present a case report example of multidisciplinary approach to resolve a dental traumatic problem. In fact varius specialists were involved in this case. The patient presented the permanent right upper incisor with complicated crown-radicular fracture. A detached fragment of the tooth was extracted followed by devitalization of the incisor. In a second moment an adequate orthodontic treatment was made to achieve the extrusion of the incisor root, that then was covered by prosthetic crown. An aesthetic-functional rehabilitation was obtained.

La traumatologia dentale è certamente una delle problematiche nel nostro lavoro che più di altre richiede estrema competenza e prontezza, da parte dell’operatore. L’équipe odontoiatrica di fronte a un traumatismo deve intervenire tempestivamente, tanto che possiamo considerare la traumatologia dentale a tutti gli effetti l’urgenza per eccellenza dei nostri studi. È importante poi considerare come il caso di un paziente con un trauma dentale quasi sempre mostri un quadro assai complesso, implicando la necessità di intervento sul medesimo, da parte di diversi specialisti (chirurghi, conservatori, endodonzisti, parodontologi, ortodonzisti, protesisti). L’approccio che si dovrà sviluppare di fronte a tali situazioni sarà perciò «multidisciplinare».

1. Percentuale di denti traumatizzati nella fascia di popolazione dai 3 ai 16 anni di età.
1. Percentuale di denti traumatizzati nella fascia di popolazione dai 3 ai 16 anni di età.

L’incidenza della patologia traumatica dentale, parallelamente alla traumatologia maxillo-facciale, è in continua crescita. Ciò, con ogni probabilità è dovuto a un aumento del numero degli individui che partecipano ad attività ricreative sempre più varie e complesse e all’incremento del trasporto motorizzato e quindi degli incidenti stradali. I numerosi studi condotti sull’epidemiologia dei traumi dentali da diversi Autori riportano risultati non omogenei con valori che vanno dal 10 al 30% d’incidenza di traumi dentali nella popolazione1.

Le cause di tali contraddizioni possono essere ricercate nell’imprecisione durante la raccolta dei dati anamnestici, nella diversa età dei gruppi esaminati e nella non riproducibilità delle indagini che vengono effettuate in luoghi e con modalità diverse (studi odontoiatrici, ospedali, scuole). Comunque se vengono analizzati gruppi di età che variano dai 3 ai 16 anni (sia dentatura decidua che permanente) la percentuale dei denti traumatizzati tocca certamente il 30% (figura 1)2-4.

Questi studi tuttavia evidenziano un’incidenza dei traumi dentali molto rilevante. Calcolando una media dei valori tratti da molteplici studi si può affermare con un buon grado di approssimazione che la patologia traumatica più frequente è la frattura di corona, con una percentuale del 60-65%, seguita dalla lussazione, 30-35%, mentre le altre tipologie di lesioni si attestano attorno al 5%5. Secondo la classificazione dei traumi dentali dell’Organizzazione mondiale della Sanità del 19786,7, revisionata nel 1992, le lesioni vengono distinte in: lesioni a livello dei tessuti mineralizzati del dente e del tessuto pulpare; lesioni a livello del tessuto parodontale (concussione, sublussazione, lussazione intrusiva, lussazione laterale, lussazione estrusiva e avulsione); lesioni a livello osseo (fratture comminute dell’osso alveolare, fratture della parete dell’alveolo, fratture della mandibola o della mascella); lesioni a livello della gengiva e della mucosa orale (contusione, lacerazione, abrasione.

In particolare i traumi a livello dei tessuti duri del dente e della polpa vengono ulteriormente distinti in (tabella 1):

Tabella 1
Tabella 1
  • infrazioni dello smalto (crack), incrinatura senza perdita di sostanza dentale;
  • fratture dello smalto (frattura non complicata della corona), frattura con perdita di tessuto dentale limitata allo smalto; l’evento traumatico in tali casi è molto lieve, diretto, puntiforme, come per esempio una chiave o un anello che colpisce una zona limitata del dente, o indiretto attraverso un oggetto interposto tra i denti;
  • frattura smalto-dentina (frattura non complicata della corona), la lesione è molto estesa; l’impatto in genere diretto quando il paziente urta con i denti su un marciapiedi, sulla ringhiera di un balcone, o per contraccolpo se l’impatto avviene per esempio sul manubrio della bicicletta che si blocca bruscamente, o per un trauma accidentale durante un’attività sportiva;
  • frattura complicata della corona, il meccanismo eziopatogenetico è lo stesso del caso precedente, con la differenza che una maggiore asportazione del tessuto provoca l’esposizione pulpare; sia in questo tipo di frattura che nel precedente è possibile individuare il particolare orientamento della rima di frattura, che può essere orizzontale, verticale, obliquo, o interessare la corona secondo più di una direzione;
  • frattura corono-radicolare non complicata, frattura che coinvolge lo smalto, la dentina, il cemento, senza interessamento del tessuto pulpare;
  • frattura corono-radicolare complicata, frattura che coinvolge lo smalto, la dentina, il cemento, con interessamento della polpa;
  • frattura radicolare, frattura che coinvolge il cemento, la dentina e il tessuto pulpare; le fratture radicolari possono essere classificate in relazione al dislocamento del frammento coronale, alla sede della frattura e al decorso della linea di frattura. In base alla sede della frattura vengono convenzionalmente descritti 3 livelli: apicale, medio e coronale. Suddividendo invece le fratture radicolari in base al decorso della linea di frattura avremo: fratture orizzontali (angolo di 90° tra linea di frattura e asse lungo del dente), fratture oblique (angolo compreso tra 0° e 90°), e fratture verticali (angolo di 0°).

Caso clinico

La paziente M.A. di 9 anni si presentava alla nostra osservazione nel mese di aprile dell’anno 2006, circa 3 settimane dopo aver subito un evento traumatico a livello premaxillare. L’incidente le aveva procurato una frattura corono-radicolare complicata, interessante lo smalto, la dentina, il cemento e il tessuto pulpare, dell’elemento 1.1 (figura 2).

2. Frattura corono-radicolare complicata dell’elemento 1.1.
2. Frattura corono-radicolare complicata dell’elemento 1.1.
3. La piccola paziente è stata curata in sedazione cosciente con protossido d’azoto.
3. La piccola paziente è stata curata in sedazione cosciente con protossido d’azoto.

Precisamente rilevammo una linea di frattura obliqua che si estendeva in senso mesio-distale coinvolgendo oltre che la corona dentale, la parte più coronale e distale della radice. Fu notata inoltre la perdita irreversibile di un frammento della corona dell’1.1, a sottolineare come la frattura sia stata comminuta. Si osservò poi, un’iperplasia della polpa (pulpoma), sviluppatasi lungo la linea di frattura, che confermò la distanza di tempo trascorsa tra il trauma e il momento in cui la paziente si era sottoposta per la prima volta alla nostra osservazione. Eseguita la radiografia e fatto il test di vitalità, si programmò un piano di trattamento che si sarebbe svolto in tre fasi principali, ognuna riguardante una branca specifica dell’odontoiatria. Il caso, infatti, richiedeva un approccio multidisciplinare, che avrebbe previsto un primo intervento di tipo endodontico, seguito da un trattamento ortodontico per arrivare infine a una fase protesica. Tutte le sedute operative successive alla prima visita sono avvenute con la paziente in sedazione cosciente, protossido d’azoto e ossigeno, in percentuale del 50% di protossido (figura 3).  Il primo intervento è consistito nell’asportazione del frammento corono-radicolare e del pulpoma (figure 4 e 5).

4. Sito alveolare dopo asportazione del frammento dentale distaccato.
4. Sito alveolare dopo asportazione del frammento dentale distaccato.
5. Frammento corono-radicolare asportato dell’elemento 1.1.
5. Frammento corono-radicolare asportato dell’elemento 1.1.
6. L’elemento 1.1 è stato trattato endodonticamente.
6. L’elemento 1.1 è stato trattato endodonticamente.

Una volta rimosso il frammento dell’elemento traumatizzato, fu eseguita la terapia endodontica. Quest’ultima ha richiesto lo svolgimento in due tempi. Una prima medicazione con idrossido di calcio (calxyl) dopo sagomatura manuale e irrigazione con perossido di idrogeno del canale, seguita, a distanza di una settimana, dal completamento della sagomatura con strumenti meccanici in nichel-titanio e otturazione con tecnica di condensazione laterale (figura 6).

Durante la prima seduta endodontica vennero inoltre rilevate delle impronte in alginato, al fine di costruire un mantenitore di spazio (con elemento in resina corrispondente all’1.1) applicato su arco linguale convenzionale saldato a bande sui primi molari permanenti. Il provvisorio aveva lo scopo sia di mantenere lo spazio che di offrire un recupero estetico alla piccola paziente (figure 7 e 8).

7. Mantenitore di spazio su modello in gesso dell’arcata superiore della paziente.
7. Mantenitore di spazio su modello in gesso dell’arcata superiore della paziente.
8. Aspetto clinico del mantenitore di spazio.
8. Aspetto clinico del mantenitore di spazio.

Una volta terminata la terapia endodontica (figura 9), si ricostruì provvisoriamente in composito parte dell’incisivo compromesso, così da ottenere una superficie dentale sufficiente per applicare un bottone ortodontico (figura 10).

9. Radiografia endorale finale al termine della terapia endodontica per valutare tridimensionalità dell’otturazione e prevedibilità del trattamento.
9. Radiografia endorale finale al termine della terapia endodontica per valutare tridimensionalità dell’otturazione e prevedibilità del trattamento.
10. Ricostruzione in composito dell’elemento 1.1 per consentire l’applicazione di un bottone ortodontico.
10. Ricostruzione in composito dell’elemento 1.1 per consentire l’applicazione di un bottone ortodontico.

Fase successiva della terapia fu, infatti, il trattamento ortodontico che aveva i seguenti obiettivi: estrudere la radice 1.1 e ottenere l’allineamento e il livellamento delle arcate dentali e la risoluzione della classe 2 dentale.

A settembre 2007 è stato eseguito bandaggio fisso superiore e inferiore con attacchi metallici: slot 0,022». Su arco 018 acciaio è stato modellato un occhiello per poter trazionare, con modulo elastico, la radice di 1.1 (figura 11).

11. Bandaggio fisso superiore con attacchi metallici.
11. Bandaggio fisso superiore con attacchi metallici.

Nel novembre 2007, dopo 6 settimane di trazione, la radice di 1.1 è estrusa sufficientemente per consentire una ricostruzione con perno-moncone fuso in oro e, a dicembre, è stato possibile cementare una corona provvisoria con relativo bracket (figure 12-14).

La terapia ortodontica è proseguita con le consuete sequenze di archi per ottenere allineamento e livellamento e correzione della classe 2 dentale; su archi di acciaio rettangolari sono stati prescritti elastici intermascellari di classe 2 che la paziente ha portato da giugno a settembre 2008. Ottenuta la correzione si è passati alla fase di rifinitura.

15. Aspetto clinico della paziente alla fine della fase protesica.
15. Aspetto clinico della paziente alla fine della fase protesica.
16. Visione laterale dell’elemento 1.1 con corona in metallo-ceramica.
16. Visione laterale dell’elemento 1.1 con corona in metallo-ceramica.

A fine dicembre 2008, la paziente è stata sbandata, sono state consegnate le contenzioni mobili superiore e inferiore ed è stata raggiunta la fase finale con una corona in oro-ceramica definitiva (figure 15 e 16).

Conclusioni

Il caso sottolinea l’importanza di un approccio multidisciplinare alla traumatologia dentale8.

Chirurghi, ortodonzisti, endodontisti, protesisti devono prestare attenzione al medesimo paziente che solitamente si presenta allo studio scosso, impaurito e dolorante.
L’équipe odontoiatrica deve mostrarsi pronta ad affrontare l’emergenza. La velocità d’azione, l’organizzazione e la collaborazione tra i membri del team, nonché la competenza di ognuno dei professionisti, giocano un ruolo fondamentale nell’esito finale e quindi nella risoluzione ottimale del caso. In particolare la nostra piccola paziente ha recuperato la funzione e l’estetica dell’elemento fratturato.

• Francesca Giudice*
• Valeria Guglielmini
• Luigi Paglia*
*Istituto Stomatologico Italiano
Reparto di Odontoiatria Infantile
Direttore scientifico ISI Dott. Luca De Micheli

Corrispondenza
Dott.ssa Francesca Giudice
ISI Reparto di Odontoiatria Infantile
Tel.02 54176233
e-mail: francescagiudice82@gmail.com

Bibliografia

1. Iannetti G, maggiore C, Ripari M, Grassi P. Studio statistico sulle lesioni traumatiche dei denti. Minerva Stomatol 1984;33:933-43.
2. Oluwale TO, Leverete DH. Clinical and epidemiological survey of adolescents with crown fractures of permanent anterior teeth. Pediatr Dent 1986;8:13-22.
3. Parkin SF. A recent analysis of traumatic injuries to children’s teeth. ASDC J Dent Child 1967;34:323-5.
4. Vennarini SA, Casa-De-Martinis L, Mori G. Traumi dentali: indagine epidemiologica su di un campione di 7122 individui. Dental Cadmos 1993;6:17-38.
5. Andreasen JO, Andreasen FM. Le lesioni traumatiche dei denti. Milano: EdiErmes, 1992.
6. Application of the International Classification of Diseases and Stomatology. IDC-DA 2nd ed. Geneva: WHO, 1978.
7. Application of the International Classification of Diseases and Stomatology. IDC-DA 3 ed. Geneva: WHO, 1992.
8. Caprioglio D, Manna A, Paglia L. Manuale di traumatologia dento-alveolare. Ed. Ciba, Milano, 1996.

 

Oneri in capo all’assicurato conseguenti alla verificazione del sinistro di responsabilità civile professionale

È opportuno soffermarci sugli oneri in capo all’assicurato conseguenti alla verificazione del sinistro di responsabilità civile professionale in quanto la loro violazione può comportare una diminuzione o addirittura una perdita dei diritti assicurativi.

Che cosa deve fare l’odontoiatra assicurato nel momento in cui si verifica un sinistro?

Al momento del verificarsi del sinistro (inteso quale accadimento del fatto dannoso) ovvero della ricezione della richiesta risarcitoria da parte del terzo danneggiato, l’assicurato deve adempiere a specifici obblighi nascenti dal contratto di assicurazione. Il primo obbligo posto a carico dell’assicurato consiste nell’effettuare, entro tre giorni dalla data in cui il sinistro si è verificato o l’assicurato ne ha avuto conoscenza, la denuncia di sinistro.

In che cosa consiste la cosiddetta denuncia di sinistro?

La denuncia di sinistro, prevista nelle condizioni generali di polizza che solitamente richiamano il disposto dell’art. 1913 cod. civ., deve contenere una relazione quanto più completa e particolareggiata del fatto che ha originato il sinistro. Alla stessa denuncia deve essere allegata la richiesta risarcitoria eventualmente già pervenuta all’assicurato unitamente a eventuali ulteriori documenti idonei a una più completa rappresentazione del sinistro.

Esistono moduli prestampati di questa denuncia?

Sebbene alcune compagnie predispongano tali modelli, è evidente come ciascun sinistro abbia delle sue peculiarità e, conseguentemente, il contenuto della denuncia di sinistro sarà diverso da situazione a situazione. L’importante, come sostenevamo nel punto che precede, è che la denuncia di sinistro sia completa nel senso sopra precisato.

A chi deve essere inoltrata la denuncia?

L’art. 1913 cod. civ. specifica che «l’assicurato deve dare avviso del sinistro all’assicuratore o all’agente autorizzato a concludere il contratto». Pertanto, la denuncia di sinistro può essere inoltrata, indifferentemente, all’uno o all’altro soggetto sopra specificato.

L’assicurato deve rispettare una specifica forma per l’inoltro della denuncia?

Quanto alla forma di inoltro della denuncia di sinistro, anche a prescindere dalle specifiche clausole contenute in polizza, l’assicurato è pienamente tutelato laddove effettui detta denuncia mediante inoppugnabile prova scritta della ricezione di detta denuncia da parte dell’assicuratore o dell’agente autorizzato. Nella pratica, pertanto, le denunce di sinistro vengono solitamente inoltrate mediante raccomandata con ricevuta di ritorno. In casi di urgenza, laddove l’assicuratore debba essere messo immediatamente a conoscenza del sinistro (per esempio, perché è stato notificato un atto giudiziario con scadenza imminente), la denuncia può essere anticipata in forme più celeri.

Qual è la ratio della denuncia?

La specificazione di detta ratio è importante perché ci consente di comprendere appieno il contenuto concreto che la denuncia di sinistro deve avere. Essa consiste nel porre l’assicuratore in condizioni di acquisire con la necessaria tempestività gli elementi utili per l’adempimento della propria obbligazione. In altre parole, l’avviso di sinistro previsto dall’art. 1913 cod. civ. e nelle condizioni generali di polizza, svolge la funzione di mettere l’assicuratore in grado di accertare tempestivamente le cause del sinistro e l’entità del danno, prima che possano disperdersi eventuali prove. Peraltro, tale funzione non esclude che l’avviso scritto di sinistro dato all’assicuratore costituisca una manifestazione della volontà dell’assicurato di esercitare il diritto all’indennità e consista dunque in un atto di costituzione in mora idoneo a interrompere la prescrizione.

Che cosa succede laddove l’assicurato non adempia all’obbligo di inoltro all’assicuratore o all’agente autorizzato della denuncia di sinistro?

L’art. 1915 cod. civ. prevede che un tale inadempimento dell’assicurato comporti una riduzione del diritto all’indennizzo (riduzione che verrà effettuata proporzionalmente al pregiudizio sofferto dall’assicuratore) per il caso in cui l’inadempimento dell’assicurato sia stato solo colposo mentre per il caso in cui l’inadempimento dell’assicurato sia stato doloso la conseguenza sarà la perdita totale del diritto all’indennizzo.

Una volta che l’assicuratore ha ricevuto la denuncia di sinistro, che cosa accade?

L’assicuratore conferisce al sinistro uno specifico numero di sinistro identificativo del medesimo che verrà menzionato in tutte le successive comunicazioni intercorrenti tra l’assicuratore e l’assicurato. L’assicuratore istruisce il sinistro e procede alla trattazione del medesimo.

L’assicurato è obbligato o meno a fornire all’assicuratore ulteriore documentazione che gli dovesse essere richiesta nell’ambito della successiva attività di istruzione e trattazione del sinistro?

Si, l’assicurato deve fornire all’assicuratore tutte le notizie che permettano a quest’ultimo una piena trattazione del sinistro e quindi gli consentano di accertare, da un lato, l’esistenza di valida copertura assicurativa, dall’altro, l’esistenza di responsabilità professionale dell’assicurato.

Che cos’è l’obbligo di salvataggio?

È un ulteriore obbligo posto a carico dell’assicurato a seguito della verificazione del sinistro. Si tratta di un obbligo previsto dall’art. 1914 cod. civ. a mente del quale «l’assicurato deve fare quanto gli è possibile per evitare o diminuire il danno». Detto obbligo si sostanzia nel compimento di condotte improntate al canone di diligenza che, inserendosi nel processo causale, risultino idonee a impedire la produzione (in tutto o in parte) o il completamente del danno.

Quali sono le conseguenti derivanti in capo all’assicurato dalla violazione dell’obbligo di salvataggio?

Le sanzioni previste dall’art. 1915 cod. civ. (sopra esaminate e relazione alla violazione dell’obbligo di denuncia) si applicano anche laddove l’assicurato abbia, dolosamente o colposamente, violato l’obbligo di salvataggio.

Il termine di tre giorni per la denuncia di sinistro, previsto dall’art. 1913 cod. civ. e richiamato dalle condizioni generali di polizza, è un termine perentorio nel senso che la sua violazione comporta la perdita definitiva dei diritti assicurativi?

No, l’unico termine la cui violazione comporta la perdita definitiva dei diritti assicurativi è quello prescrizionale, di cui ci occuperemo infra.

Ciascun assicuratore può prevedere nella specifica polizza un diverso termine per la denuncia di sinistro oppure l’unico termine è quello di tre giorni previsto dall’art. 1913 cod. civ.?

In alcune polizze possiamo rinvenire un termine per la denuncia di sinistro superiore ai tre giorni. Ciò che è importante rilevare, tuttavia, è che nessuna polizza può prevedere un diverso termine per la perdita definitiva dei diritti assicurativi che sia inferiore al termine prescrizionale previsto ex lege per i sinistri di responsabilità civile professionale.

Qual è il termine prescrizionale nei sinistri di responsabilità civile professionale?

Ai sensi dell’art. 2952 cod. civ. detto termine è di due anni e decorre dal giorno in cui il terzo ha richiesto il risarcimento all’assicurato o ha promosso contro di questi l’azione.

Come opera la prescrizione nei sinistri di responsabilità civile professionale e che cosa deve fare l’assicurato per interrompere detto termine?

La prescrizione nei sinistri di responsabilità civile professionale opera nel seguente modo: all’inerzia dell’assicurato nell’attivazione della copertura assicurativa (attivazione effettuata con la denuncia di sinistro) e/o nella successiva rinnovazione della sua volontà di avvalersi della polizza in relazione a uno specifico sinistro, inerzia protratta per il periodo di due anni stabilito dalla legge, consegue la perdita definitiva della copertura assicurativa. Il decorso del termine prescrizionale deve, pertanto, essere interrotto dall’assicurato mediante un’esplicita manifestazione di volontà di essere tenuto indenne dall’assicuratore. Tale manifestazione di volontà deve avvenire in forma scritta. È sempre preferibile utilizzare la forma della raccomandata a.r. per evitare contenziosi in merito alla ricezione della comunicazione ovvero alla data di detta ricezione. Nell’assicurazione della responsabilità civile professionale, occorre altresì tenere conto della sospensione della prescrizione, operata in favore dell’assicurato. E invero, ai sensi dell’art. 2952 IV comma cod. civ., «la comunicazione all’assicuratore della richiesta del terzo danneggiato o dell’azione da questi proposta sospende il corso della prescrizione finché il credito del terzo danneggiato non sia divenuto certo, liquido ed esigibile oppure il diritto del terzo danneggiato non sia prescritto».

In conclusione, al verificarsi del sinistro e successivamente, che cosa deve fare l’assicurato per potere godere pienamente dei diritti assicurativi nascenti dalla polizza?

Deve ricordarsi:

  • di fare tempestivamente la denuncia di sinistro nei termini, con le forme e il contenuto sopra specificati;
  • di non violare il c.d. obbligo di salvataggio;
  • di non lasciare poi decorrere inutilmente il termine prescrizionale di due anni, calcolato come sopra specificato e, comunque, di interromperlo, mediante l’invio di una raccomandata a.r. all’assicuratore o all’agente autorizzato con la quale rinnova la sua volontà di avvalersi della polizza in relazione allo specifico sinistro.

Ritrattamenti endodontici: strumenti utilizzati nella rimozione del materiale da otturazione canalare

Valutazione in vitro dell’efficienza del sistema dei ProTaper da ritrattamento nel rimuovere la guttaperca con o senza l’utilizzo di solvente
In vitro evaluation of the effectiveness of ProTaper universal rotary retreatment system for gutta-percha removal with or without a solvent
Takahashi C, Cunha R, De Martin A, Fontana CE, Silveira C, da Silveira Bueno C. J Endod 2009;35(11):1580-83.

Lo scopo principale dei ritrattamenti endodontici è rimuovere il materiale dall’interno dei canali in modo efficiente, anche se molti studi hanno dimostrato l’impossibilità di asportare in modo completo il materiale presente all’interno. Numerose pubblicazioni dimostrano la grande varietà di tecniche e materiali per la rimozione dell’otturazione endodontica, comprendenti strumenti rotanti in Ni-Ti, file manuali in acciaio, punte endodontiche montate su ultrasuoni e strumenti che rimuovono la guttaperca mediante punte portatrici di calore. Alcuni autori sottolineano anche l’importanza dell’uso di un solvente che faciliti lo scioglimento del materiale all’interno del canale. 

Lo scopo di questo studio è valutare e comparare l’efficacia di strumenti rotanti in NiTi, con o senza l’utilizzo di solvente, e degli strumenti in acciaio manuali nella rimozione di Guttaperca nei ritrattamenti endodontici. 

Per questo studio sono stati selezionati 40 denti anteriori, con un singolo canale dritto, apici completamente formati, assenza di calcificazioni o riassorbimenti. Una volta rimossa la corona mediante un disco diamantato, i campioni sono stati sagomati e otturati con guttaperca e cemento all’ossido di zinco-eugenolo da un singolo operatore. I denti sono stati poi suddivisi in modo del tutto casuale in quattro gruppi:

  • SS: 10 denti, la guttaperca viene rimossa nel terzo coronale e terzo medio con frese di Gates-Glidden numero 2 e 3 e, successivamente, vengono utilizzati K-file manuali fino al raggiungimento della lunghezza di lavoro, mediante tecnica crown-down;
  • SS-C: 10 denti, la guttaperca viene rimossa nel terzo coronale e terzo medio con frese di Gates-Glidden 2 e 3, successivamente viene depositato 0,1 ml di cloroformio nel canale e, quindi, si procede con K-file manuali fino al raggiungimento della lunghezza di lavoro;
  • PTR: 10 denti, viene applicata la sequenza di ProTaper D1, D2 e D3 per rimuovere la guttaperca dal canale fino al raggiungimento della lunghezza di lavoro, con velocità del motore costante e pari a 500 rpm;
  • PTR-C: 10 denti, la sequenza dei ProTaper è la stessa del gruppo precedente, ma dopo aver utilizzato D1 si procede all’applicazione di 0,1 ml di cloroformio nel canale.

A ogni cambio di strumento il canale viene irrigato con ipoclorito di sodio 2,5%.

I ritrattamenti sono eseguiti da un singolo operatore e viene registrato il tempo necessario per il ritrattamento di ogni dente. Il ritrattamento viene considerato completato quando non si presentano
più residui di materiale sugli strumenti utilizzati e quando mediante microscopio operatorio non sono visibili ulteriori detriti all’interno dei canali. I campioni vengono poi sezionati longitudinalmente e fotografati.

Le analisi statistiche eseguite mediante Kruskall-Wallis test non mostrano differenze significative tra le tecniche utilizzate e la quantità di detriti rimasta (p < 0,05). Dal punto di vista del tempo impiegato nella rimozione del materiale dall’interno dei canali, questo  risulta essere minore nei campioni ritrattati mediante sequenza di ProTaper (p < 0,05)  senza utilizzo di cloroformio.

Consiglio clinico

Il terzo cervicale degli elementi dentali risulta essere la parte meno favorevole all’utilizzo dei ProTaper, infatti in questa porzione residua la maggiore quantità dei detriti.

Efficacia del sistema dei ProTaper da ritrattamento in canali radicolari otturati con guttaperca e due cementi endodontici
Efficacy of ProTaper retreatment system in root canals filled with gutta-percha and two endodontic sealers
Só MV, Saran C, Magro M, Vier-Pelisser F, Munhoz M. J Endod 2008;34(10):1223-25.

Questo studio si propone di valutare l’efficacia del sistema dei ProTaper da ritrattamento e dei file manuali nella rimozione del materiale da otturazione endocanalare e, nello stesso tempo, anche l’influenza data da due tipi di cemento nella rimozione di detriti di materiale da otturazione all’interno dei canali radicolari.

Gli autori di questo studio hanno preso in considerazione 60 molari, con radice palatina dritta (ossia con una curvatura < 5°), e forami apicali completamente formati. Il canale palatale di ogni elemento dentale è stato resecato a 16 mm di lunghezza in modo tale che tutti i campioni risultino standardizzati. I denti sono stati radiografati e,n quindi, preparati mediante tecnica crown-down.

Trenta campioni sono stati otturati con guttaperca e cemento a base di ossido di zinco ed eugenolo e gli altri trenta con guttaperca e cemento a base resinosa. Sono stati quindi suddivisi in quattro gruppi:

  • G1: 15 denti otturati con cemento all’ossido di zinco eugenolo e strumentati con file manuali durante il ritrattamento;
  • G2: 15 denti otturati con cemento a base resinosa e strumentati con file manuali;
  • G3: 15 denti otturati con cemento all’ossido di zinco eugenolo e ritrattati utilizzando ProTaper da ritrattamento (D1, D2 e D3);
  • G4: 15 denti otturati con cemento resinoso e ritrattati utilizzando ProTaper da ritrattamento (D1, D2 e D3).

Nei 30 campioni ritrattati con strumenti manuali, sono stati impiegati nel terzo medio e terzo cervicale Hedstrom file, mentre il terzo apicale è stato raggiunto con Flexofile misura 45.

Nei 30 ritrattati con strumenti rotanti è stata impiegata la serie di ProTaper dedicata al ritrattamento con la sequenza consigliata dalla casa produttrice D1, D2 e D3, e una velocità di 500 rpm.

L’ultimo millimetro apicale dei campioni è stato invece strumentato con file misura 15 o 20 e ipoclorito di sodio 1%.

In nessun gruppo è stato utilizzato solvente per rimuovere il materiale. I campioni sono stati analizzati mediante microscopio ottico e la quantità di detriti di materiale da otturazione  rimasti nel canale è stata registrata mediante immagini digitalizzate. I risultati così ottenuti hanno dimostrato l’assenza di una significativa differenza a livello del terzo medio nei quattro gruppi analizzati (p > 0,05, calcolato mediante Kruskal-Wallis test e Student-Newman-Keuls test).

A livello del terzo cervicale, G3 presenta una maggiore quantità di detriti rispetto a G1 (p = 0,04). Nel terzo medio G2, G3 e G4 mostrano maggiori residui di materiale rispetto a G1 (p = 0,03). Mentre le tecniche mostrano risultati equivalenti a livello del terzo apicale in tutti e quattro i gruppi.

Si conclude, quindi, che in tutti i quattro gruppi sono stati rilevati residui di materiale indipendentemente dalla tecnica di ritrattamento utilizzata, la maggior differenza tra la correlazione tecnica e cemento utilizzato si evidenzia a livello del terzo medio in cui i campioni otturati con cemento ZOE e strumentati manualmente mostrano meno detriti e, in generale, le tecniche utilizzate hanno mostrato simile efficacia nella rimozione di materiale nel terzo apicale, indipendentemente dal tipo di cemento utilizzato.

Consiglio clinico                                        

Indipendentemente dal cemento endodontico utilizzato per l’otturazione canalare e dagli strumenti impiegati per rimuoverlo risulta tuttora impossibile rimuovere completamente i detriti dal canale.

Il trattamento in traumatologia dentale: valutazione delle conoscenze di un campione di clinici italiani

Tabella 1 Sezione I – Prima parte del Questionario costituita da domande di carattere generale, per l’ottenimento di informazioni demografiche sul campione di studio

Riassunto
I traumi dentali costituiscono un problema odontoiatrico comune nell’infanzia e tra gli adolescenti; la prognosi dei denti coinvolti dipende da un trattamento puntuale e appropriato. In questo studio si sono valutate, per mezzo di un questionario, le conoscenze teoriche-pratiche di un campione italiano di 500 dentisti in ambito traumatologico. Il questionario ha indagato la capacità degli intervistati di risolvere cinque specifici scenari clinici di traumatologia dentale riscontrabili in una pratica professionale quotidiana. I dati raccolti sono stati elaborati per mezzo di una analisi statistica descrittiva; si sono ricercate associazioni significative tra alcune caratteristiche del campione e le percentuali di risposte corrette alle domande. Il livello di conoscenza è risultato disomogeneo: percentuali di risposte corrette superiori al 75% si sono osservate per i quesiti sulle fratture coronali e sulla lussazione estrusiva; per le domande relative ai tempi e alle modalità di splintaggio le percentuali di risposte conformi alle linee guida sono state appena del 40% (domande D5 e D8). Alcune variabili del campione (dipendente di strutture pubbliche o frequentazione di un corso di traumatologia) sono state associate positivamente, ma senza significatività statistica (p<0.05), a una migliore conoscenza media della materia. È raccomandabile sensibilizzare i clinici sull’importanza della corretta gestione di un trauma alla dentatura e incrementare le opportunità formative.

Summary
Dental trauma is a common problem among children and adolescents; the prognosis of traumatized teeth in general depends on prompt and appropriate treatment. The purpose of this study was to evaluate the knowledge of a population of Italian dentists on different scenarios of dental trauma. A questionnaire consisting of five clinical cases was asked to be filled out. Data were collected and the results of correct answers were expressed in frequency distribution and computed in percentages. Furthermore the results were issued separately depending on the years of professional experience, gender, kind of occupation and post-graduate course attendance of the participants. The results revealed an uneven pattern of knowledge among dentists: more than 75% of participants answered correctly to the questions regarding crown fracture and extrusive luxation injuries; only 40% of dentists have responded correctly about the mode and type of splinting following avulsion and root fracture. There was a trend towards slightly better knowledge for dentists 1) working in hospitals and 2) who had attended a post-graduate course in traumatology. The importance of appropriate management of dental trauma should be emphasized and education enhanced on this specific field of dentistry.

Premessa

La traumatologia dentale rappresenta un settore odontoiatrico particolarmente complesso poiché, essendo la branca multidisciplinare per eccellenza, richiede competenze specifiche in chirurgia, conservativa, endodonzia, parodontologia, ortodonzia e protesi, oltre che buone conoscenze sia in ambito medico sia di fisiopatologia dell’apparato stomatognatico. La traumatologia dentale è una branca trascurata dell’odontoiatria nonostante l’elevata incidenza dei traumi dentali e l’importante ripercussione che questi possono avere sugli individui e la società. L’incidenza dei traumi dentali nella popolazione generale e in quella pediatrica in particolare è alta in tutto il mondo. Studi epidemiologici hanno evidenziato che circa il 50% degli studenti è soggetto a un evento traumatico alla dentizione permanente prima di terminare la scuola. Spesso il paziente traumatizzato è un soggetto in crescita: la tempestività d’intervento e la corretta scelta terapeutica rappresentano di conseguenza un fattore di assoluta criticità perché soluzioni errate potrebbero condizionare negativamente i processi di crescita del piccolo paziente. Per questi motivi abbiamo deciso di pubblicare un corso in traumatologia dentale che funga da  linea guida, aiutando il dentista nella scelta del miglior trattamento possibile. In questo primo intervento pubblichiamo uno studio teso a verificare le conoscenze dei dentisti nel campo della traumatologia dentale. L’obiettivo del presente studio è infatti quello di esaminare le conoscenze di un campione casuale di clinici italiani in campo di traumatologia dentale e di individuare le aree dove erano presenti i dubbi maggiori e le conoscenze del clinico. Pubblichiamo di seguito un caso di una frattura complessa dove il nostro campione ha avuto le difficoltà maggiori nel scegliere la terapia corretta.

Tabella 1 Sezione I – Prima parte del Questionario costituita da domande di carattere generale, per l’ottenimento di informazioni demografiche sul campione di studio
Tabella 1 Sezione I – Prima parte del Questionario costituita da domande di carattere generale, per l’ottenimento di informazioni demografiche sul campione di studio

La traumatologia dentale rappresenta una branca dell’odontoiatria particolarmente complessa. La gestione ambulatoriale di un evento lesivo-traumatico alla dentatura rientra in un regime di urgenza: l’insorgenza della sintomatologia dolorosa, della disfunzione1, delle ripercussioni estetiche e sociali2 impone l’erogazione di cure immediate. Alla prontezza dell’intervento clinico si devono affiancare conoscenze multidisciplinari, odontoiatriche e mediche, per raggiungere la risoluzione efficiente del caso3.  La prevalenza dei traumi dentali nella popolazione generale, e in quella pediatrica in particolare, è alta in tutto il mondo4: in Europa oscilla, per i vari Paesi, tra il 13,5 e il 44,2% (Italia 20,3%); negli Stati Uniti, 1 adulto su 4 ha riportato almeno un episodio di trauma dentale nel corso della vita5,6. Glendor sostiene che le lesioni traumatiche dentali rappresentino un problema rilevante di sanità pubblica4. Sebbene si disponga di numerosi dati epidemiologici, sono necessari studi longitudinali che indaghino la prognosi a lungo termine dei trattamenti proposti7. Recenti problematiche riguardano inoltre gli episodi traumatici che affliggono, invece della dentatura naturale, le riabilitazioni protesiche su impianti dei settori anteriori: solo alcuni case report si ritrovano in letteratura a tale proposito8-10.

Tabella 1 Sezione II – Seconda parte del Questionario, contenente le 9 domande distribuite su 5 casi clinici di traumatologia dentale
Tabella 1 Sezione II – Seconda parte del Questionario, contenente le 9 domande distribuite su 5 casi clinici di traumatologia dentale

Qualora il paziente sia un soggetto in crescita, l’importanza di un corretto processo decisionale terapeutico è ancora maggiore: eventuali errori potrebbero condizionare negativamente i processi di sviluppo dell’apparato stomatognatico.

L’Associazione Internazionale di Traumatologia Dentale (IADT) ha pubblicato delle linee guida, distinte in relazione alla tipologia di dentatura (decidua o permanente), in seguito a un’attenta revisione della letteratura: esse hanno lo scopo di aiutare il clinico nella scelta del migliore trattamento, in una specifica situazione.

Tabella 2 – Dati demografici della popolazione studiata
Tabella 2 – Dati demografici della popolazione studiata

La IADT non garantisce che l’osservazione e il rispetto delle linee guida si traducano sicuramente nel successo terapeutico, ma accrescono le possibilità che ciò si verifichi. In altre parole, la linea guida è un riferimento utile da individualizzare e contestualizzare per il  singolo caso clinico. Gli insuccessi nel trattamento di casi di traumi dentali possono essere attribuiti a molti fattori: negligenza del dentista, errore diagnostico, impostazione inadeguata del piano terapeutico, ingiustificato over-treatment, o un follow-up troppo breve11. La formazione specifica in ambito traumatologico del dentista appare il fattore critico per prevenire gran pare degli insuccessi. Qualora l’odontoiatra realizzasse di non disporre delle competenze teorico-pratiche per affrontare integralmente il caso, dopo un’attenta indagine diagnostica e l’adempimento delle prestazioni di primo soccorso, dovrebbe indirizzare il paziente ad altra struttura e/o specialista. Tuttavia, anche il dentista generico deve saper identificare i casi complessi che necessitano di un approccio multidisciplinare, coordinando poi il team di specialisti che spesso devono intervenire, in tempi preordinati, per la riabilitazione del paziente.

Tabella 3 – Distribuzione delle risposte corrette fornite dai dentisti per i 5 casi clinici proposti
Tabella 3 – Distribuzione delle risposte corrette fornite dai dentisti per i 5 casi clinici proposti

In letteratura sono stati condotti alcuni studi tesi a verificare le conoscenze dei dentisti in campo di traumatologia dentale12-18; disporre di dati precisi sugli argomenti meno conosciuti della disciplina è importante perché consente di orientare efficacemente gli interventi formativi.

Obiettivo dello studio

L’obiettivo del presente studio è quello di indagare le conoscenze specifiche di un campione casuale di clinici italiani in campo di traumatologia dentale, per mezzo di un questionario a risposte multiple.

Materiali e metodi

Il campione del nostro studio ha incluso 500 odontoiatri, selezionati casualmente, con sede di lavoro nell’area di Milano e Provincia, i quali hanno liberamente accettato di partecipare alla ricerca compilando il questionario da noi proposto. Quest’ultimo è stato configurato in due parti: la prima (tabella 1, sezione I) costituita da 8 domande di carattere generale, riguardanti la formazione professionale del soggetto intervistato, il sesso, l’età e il tipo di attività svolta: nella seconda sezione (tabella 1, sezione II) abbiamo formulato complessivamente 9 domande (da D1 a D9), distribuite su 5 casi clinici. Ai dentisti del campione è stato richiesto di fornire delle risposte per la risoluzione dei 5 scenari traumatici proposti, con la finalità di verificare il loro grado di conoscenza. Nell’arco di 3 mesi abbiamo raccolto complessivamente 500 questionari proponendoli a eventi congressuali, cliniche pubbliche e private. Al dentista è stato chiesto come affronterebbe il caso di un paziente traumatizzato dal momento in cui il genitore telefona per l’urgenza, alle cure immediate in ambulatorio, al trattamento farmacologico, al follow-up; questo ci ha permesso di identificare i punti di debolezza teorico-pratica dei partecipanti. Gli scenari clinici sono stati formulati per simulare delle circostanze lavorative verosimili, in sintonia con quelle di studi precedenti, analoghi, per una migliore comparazione dei risultati: gli argomenti riguardano la frattura coronale (semplice o complicata dall’esposizione del tessuto pulpare), l’avulsione, la frattura radicolare, la lussazione estrusiva, la metodica e il tempo di splintaggio. Alcuni casi contengono più di una domanda, altri solamente una.

1. Distribuzione delle risposte corrette (in percentuale) fornite alle domande sui casi clinici in relazione al sesso degli intervistati (ad esempio, quale percentuale di maschi e quale percentuale di femmine ha risposto correttamente per ciascuna domanda).
1. Distribuzione delle risposte corrette (in percentuale) fornite alle domande sui casi clinici in relazione al sesso degli intervistati (ad esempio, quale percentuale di maschi e quale percentuale di femmine ha risposto correttamente per ciascuna domanda).

Per ognuna di queste domande sono state proposte 3 o 4 opzioni, una sola delle quali rappresenta la risposta corretta (conforme alle attuali linee guida fornite dall’Associazione Internazionale di Traumatologia Dentale, e in accordo con l’evidenza della letteratura).

È stato deciso di utilizzare il questionario come metodica investigativa perché questo strumento ha garantito sia praticità che rapidità: allo stesso tempo, i dati recensiti sono stati facilmente analizzabili da un punto di vista statistico. Ai fini della massima attendibilità dei risultati, i questionari sono stati distribuiti e poi ritirati individualmente, per evitare una compilazione di gruppo degli stessi. L’anonimato è stato assicurato a tutti i partecipanti. Non è stato prefissato un lasso di tempo massimo entro il quale i dentisti avrebbero dovuto completare la compilazione del questionario; tuttavia, in media, sono stati necessari circa dieci minuti per rispondere a tutte le domande. I dati raccolti sono stati analizzati avvalendosi di un programma di statistica (SPSS 17.0.1, Mac OS X): è stata condotta in primo luogo una analisi descrittiva del campione intervistato (tabella 2) e delle risposte alle domande (tabella 3). Inoltre, per ciascuna domanda, si è ricercata una associazione tra il livello di conoscenza medio (numero/percentuale di risposte corrette) e le specifiche caratteristiche dei dentisti (sesso, numero di anni trascorsi dalla laurea, frequentazioni di corsi dedicati alla traumatologia, tipologia di attività clinica): a tal fine si sono effettuati molteplici test ANOVA (α = 0,05) per l’identificazione di differenze statisticamente significative.

Risultati

Al momento dell’intervista i dentisti che hanno conseguito la laurea da 10-20 anni (Gruppo C, 27%), insieme a quelli che svolgono l’attività clinica da oltre venti anni (Gruppo D, 35%), costituiscono la maggioranza del campione (308/500, 62%). La divisione per sesso non è equilibrata, essendovi una predominanza di soggetti maschili (67%). Si riconoscono inoltre due minoranze: gli 80 dentisti intervistati (80/500, 16%) che hanno segnalato di aver frequentato un corso specifico di traumatologia, e i dipendenti di strutture pubbliche (72/500, 14%).  Le percentuali di risposte corrette alle domande di due casi clinici proposti, relativi alla frattura coronale complicata e alla lussazione estrusiva, sono vicine al 90%. Al contrario la risoluzione del quesito sull’avulsione, formato da 4 domande (da D3 a D6), è risultata problematica: appena il 23% del campione lo ha completato integralmente e correttamente; la massima concentrazione di errori (58,6 % di risposte sbagliate) si è registrata alla domanda D5 (tipologia e tempo di splintaggio). Meno della metà (40%) degli intervistati praticherebbe un trattamento immediato adeguato per una frattura radicolare (domanda D8).

1. Distribuzione delle risposte corrette (in percentuale) fornite alle domande sui casi clinici in relazione al sesso degli intervistati (ad esempio, quale percentuale di maschi e quale percentuale di femmine ha risposto correttamente per ciascuna domanda).
1. Distribuzione delle risposte corrette (in percentuale) fornite alle domande sui casi clinici in relazione al sesso degli intervistati (ad esempio, quale percentuale di maschi e quale percentuale di femmine ha risposto correttamente per ciascuna domanda).

I grafici riportati nelle figure 1-4 illustrano l’analisi statistica di correlazione tra le domande dei casi clinici e le variabili scelte per caratterizzare il campione: la conoscenza dei dentisti nel campo della traumatologia dentale varia in relazione al sesso (figura 1), agli anni trascorsi dalla laurea (figura 2), al fatto che siano o meno dipendenti di strutture pubbliche (figura 3) e abbiano o meno frequentato un corso di traumatologia post-laurea (figura 4).

Mediamente, le donne rispondono meglio rispetto ai colleghi di sesso maschile: questo si verifica infatti in 7 domande su 9, ed è statisticamente significativo per D5 e D7 (p = 0,001). Inoltre, un vantaggio sulla risoluzione dei casi clinici è dimostrato da scarti percentuali in favore 1) dei dipendenti di strutture pubbliche (in 8 domande su 9), rispetto ai privati, e 2) di coloro che hanno frequentato un corso post-laurea (in 7 domande su 9): tuttavia, le due associazioni non sono mai statisticamente significative (p >0,05) per le domande da D1 a D5, e da D7 a D9. I dipendenti ospedalieri rivelano una migliore conoscenza, significativa anche sul piano statistico (p = 0,009), in merito alla somministrazione di farmaci nel caso dell’avulsione (domanda D6). Nel campione da noi analizzato si osserva un andamento caratteristico delle conoscenze degli intervistati: complessivamente, all’aumentare degli anni trascorsi dal conseguimento della laurea cresce il numero di risposte sbagliate. Nel gruppo A (0-5 anni) la media di risposte errate per ogni questionario, è del 23,3%. Questa percentuale aumenta gradualmente al 25,6% per i dentisti che si sono laureati da 5-10 anni, al 26,7% per quelli che si sono laureati da 10-20 anni, fino ad arrivare a un 28,9%  per quelli che si sono laureati da oltre 20 anni.

Discussione

Le conoscenze in traumatologia dentale dipendono strettamente dai sistemi formativi universitari, da programmi di continuing education, da corsi specifici post-laurea. Sebbene gli ambienti di istruzione siano molto differenti nel mondo, la letteratura è concorde nel riportare, mediamente, un basso grado di conoscenza della traumatologia dentale (conclusione di indagini condotte nel Regno Unito17,19, in Brasile16, in Germania 20).

3. Distribuzione delle risposte corrette (in percentuale) fornite alle domande sui casi clinici in relazione alla modalità di svolgimento della professione (struttura ospedaliera o privata) degli intervistati (blu: soggetti che lavorano come dipendenti ospedalieri; verde: soggetti che lavorano privatamente).
3. Distribuzione delle risposte corrette (in percentuale) fornite alle domande sui casi clinici in relazione alla modalità di svolgimento della professione (struttura ospedaliera o privata) degli intervistati (blu: soggetti che lavorano come dipendenti ospedalieri; verde: soggetti che lavorano privatamente).

La presente ricerca ha rilevato una conoscenza della materia profondamente disomogenea: per rendersene conto, basti osservare le percentuali di risposte corrette fornite alle domande D2 e D8. Esse si attestano, rispettivamente, al 93% e al 40%.

Il primo quesito clinico, riguardante la frattura coronale con esposizione pulpare, è stato risolto in modo soddisfacente dalla maggioranza degli intervistati. La pulpotomia, la medicazione con idrossido di calcio e la ricostruzione in composito rappresenterebbero cure ben conosciute anche dai dentisti generici, qualora pratichino con frequenza la conservativa e l’endodonzia. È possibile che validi insegnamenti in altre branche dell’odontoiatria possano aiutare ad affrontare alcuni casi specificatamente traumatologici. Allo stesso modo, infatti, si è ottenuta un’ottima percentuale media di risposte corrette nel caso relativo alla frattura coronale semplice (88,0%).

4. Percentuale di risposte corrette fornite alle domande sui casi clinici in relazione alla frequentazione di un corso di traumatologia dentale (blu: soggetti che hanno frequentato il corso di traumatologia; verde: soggetti che non hanno frequentato il corso).
4. Percentuale di risposte corrette fornite alle domande sui casi clinici in relazione alla frequentazione di un corso di traumatologia dentale (blu: soggetti che hanno frequentato il corso di traumatologia; verde: soggetti che non hanno frequentato il corso).

L’avulsione rappresenta uno scenario drammatico in campo traumatologico, in particolare per le conseguenze negative sul soggetto in crescita: il campione intervistato appare informato sulla tecnica del reimpianto e sulla modalità di conservazione dell’elemento exarticolato (76% di risposte corrette alla domanda D4); tuttavia, il tipo e il tempo di splintaggio idonei (semi-rigido, per due settimane) costituiscono la più importante carenza conoscitiva che emerge dal nostro studio (domanda D5). Manfrin e collaboratori21, in una indagine brasiliana, hanno individuato l’inadeguatezza delle procedure di trattamento dell’avulsione nelle seguenti fasi: condizionamento radicolare, splintaggio (il 60,6% del campione non ha scelto la linea guida prescritta dalla IADT) e aggiustamento occlusale. Nello studio di Hu e collaboratori16, al 99,3% dei dentisti era noto il tempo ideale raccomandato per il reimpianto (30 minuti); tuttavia, soltanto il 59,1% conosceva la tecnica corretta di splintaggio.

I soggetti che hanno frequentato un corso di traumatologia post-laurea sono pochi (80/500), ma realizzano una percentuale di risposte corrette superiore agli altri colleghi, in 7 domande su 9; i dipendenti ospedalieri, anch’essi una minoranza, superano quelli privati in 8 domande su 9. Questo vantaggio, seppure non apprezzabile sul piano statistico, comprende anche le due domande più problematiche del nostro studio: D5 e D8 (frattura radicolare). Come riportato da un gruppo di ricercatori brasiliani22, il punteggio medio di risposte corrette totalizzato a un questionario sull’avulsione, prima e dopo una singola lezione teorica frontale, migliora significativamente (p <0,0001). Questo evidenzia ulteriormente l’importanza della formazione, la quale dovrebbe essere estesa (per quanto riguarda le modalità di intervento d’emergenza “first aid’’) a insegnanti scolastici, genitori, e istruttori sportivi. In accordo con lo studio di Hu e collaboratori16,  è possibile che i dipendenti ospedalieri, o comunque i clinici che si trovano più frequentemente a contatto con casi di traumatologia dentale, possiedano una migliore conoscenza teorico-pratica.

Nel nostro studio, i dentisti che si sono laureati più recentemente tendono a rispondere meglio alle domande sui vari casi clinici: questo dato è riportato anche da indagini analoghe15,20. Nella ricerca di de Franca15, gli intervistati laureati da meno di dieci anni rispondono significativamente meglio (rispetto a quelli che lavorano da oltre dieci anni). a domande sull’avulsione e sulla frattura coronale. Questo dato può riflettere un miglioramento del programma del corso di laurea in odontoiatria, nella realtà da noi analizzata, rispetto agli anni passati (introduzione di lezioni sulla traumatologia dentale); d’altra parte, è comunque possibile che le nozioni di soggetti laureati da tempo, o che hanno frequentato un corso molti anni addietro, siano andate perdute o risultino obsolete rispetto alle attuali linee guida. Sebbene la dimensione del campione indagato sia relativamente consistente, la specificità del territorio in cui sono stati recuperati non consente una estrapolazione dei risultati all’intera realtà italiana. Ulteriori indagini sono necessarie per una migliore comprensione della conoscenza dei dentisti che hanno attraversato differenti percorsi di formazione.

Conclusioni

1. La conoscenza della traumatologia dentale del campione analizzato è risultata disomogenea.
2. Lacune conoscitive si sono evidenziate in settori specifici della traumatologia dentale, e in particolare nel trattamento dell’avulsione (tipologia e durata dello splintaggio) e della frattura radicolare.
3. Per i dentisti che praticano la professione in strutture ospedaliere, e per coloro che hanno frequentato corsi di traumatologia, si è osservata una tendenza a fornire risposte conformi alle linee guida dell’IADT.
4. È raccomandabile sensibilizzare i clinici sull’importanza della corretta gestione di un trauma alla dentatura e incrementare le opportunità formative.

• Dino Re*
• Davide Augusti*
• Giorgia Paglia*
• Gabriele Augusti*
• Dario Consonni**
*Università degli Studi di Milano, Insegnamento di Riabilitazione Orale III
**Fondazione IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena Milano, Dipartimento di Medicina Preventiva

Corrispondenza
Prof. Dino Re
Via della Commenda, 10 - 20122 Milano

Bibliografia

1. Fakhruddin KS, Lawrence HP, Kenny DJ et al. Impact of treated and untreated dental injuries on the quality of life of Ontario school children. Dent Traumatol 2008;24:309-13.
2. Lee JY, Divaris K. Hidden consequences of dental trauma: the social and psychological effects. Pediatr Dent 2009;31:96-101.
3. Subramanian K, Chogle SM. Medical and orofacial considerations in traumatic dental injuries. Dent Clin North Am 2009;53:617-26, v.
4. Glendor U. Epidemiology of traumatic dental injuries–a 12 year review of the literature. Dent Traumatol 2008;24:603-11.
5. Kaste LM, Gift HC, Bhat M et al. Prevalence of incisor trauma in persons 6-50 years of age: United States, 1988-1991. J Dent Res 1996;75 Spec No:696-705.
6. Shulman JD, Peterson J. The association between incisor trauma and occlusal characteristics in individuals 8-50 years of age. Dent Traumatol 2004;20:67-74.
7. Andreasen JO. Textbook and color atlas of Traumatic Injuries to the teeth. 4th edition. Mumksgaard, Copenhagen, 2003.
8. Allen EM, Allen PF. Trauma to an osseointegrated anterior dental implant: a case report. Dent Traumatol 2006;22:44-7.
9. Flanagan D. External and occlusal trauma to dental implants and a case report. Dent Traumatol 2003;19:160-4.
10. Stuebinger S, Hodel Y, Filippi A. Trauma to anterior implants. Dent Traumatol 2004;20:169-71.
11. Andersson L, Al-Asfour A, Al-Jame Q. Knowledge of first-aid measures of avulsion and replantation of teeth: an interview of 221 Kuwaiti schoolchildren. Dent Traumatol 2006;22:57-65.
12. Al-Jundi SH. Type of treatment, prognosis, and estimation of time spent to manage dental trauma in late presentation cases at a dental teaching hospital: a longitudinal and retrospective study. Dent Traumatol 2004;20:1-5.
13. Bottenberg P, Van Melckebeke L, Louckx F et al. Knowledge of Flemish paediatricians about children’s oral health–results of a survey. Acta Paediatr 2008;97:959-63.
14. Cohenca N, Forrest JL, Rotstein I. Knowledge of oral health professionals of treatment of avulsed teeth. Dent Traumatol 2006;22:296-301.
15. de Franca RI, Traebert J, de Lacerda JT. Brazilian dentists’ knowledge regarding immediate treatment of traumatic dental injuries. Dent Traumatol 2007;23:287-90.
16. Hu LW, Prisco CR, Bombana AC. Knowledge of Brazilian general dentists and endodontists about the emergency management of dento-alveolar trauma. Dent Traumatol 2006;22:113-7.
17. Kostopoulou MN, Duggal MS. A study into dentists’ knowledge of the treatment of traumatic injuries to young permanent incisors. Int J Paediatr Dent 2005;15:10-9.
18. Westphalen VP, Martins WD, Deonizio MD et al. Knowledge of general practitioners dentists about the emergency management of dental avulsion in Curitiba, Brazil. Dent Traumatol 2007;23:6-8.
19. Hamilton FA, Hill FJ, Holloway PJ. An investigation of dento-alveolar trauma and its treatment in an adolescent population. Part 2: Dentists’ knowledge of management methods and their perceptions of barriers to providing care. Br Dent J 1997;182:129-33.
20. Krastl G, Filippi A, Weiger R. German general dentists’ knowledge of dental trauma. Dent Traumatol 2009;25:88-91.
21. Manfrin TM, Boaventura RS, Poi WR et al. Analysis of procedures used in tooth avulsion by 100 dental surgeons. Dent Traumatol 2007;23:203-10.
22. Frujeri Mde L, Costa ED Jr. Effect of a single dental health education on the management of permanent avulsed teeth by different groups of professionals. Dent Traumatol 2009;25:262-71.

Il viaggio di un chirurgo nel mare dell’implantologia

Andrea Edoardo Bianchi

È quello di Andrea Edoardo Bianchi, 51 anni, milanese, Presidente Eletto della Società Italiana di Chirurgia Orale e Implantologia. Dal 2004 è Titolare dell’Insegnamento di Parodontologia presso il Corso di Laurea in Igiene Dentale dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, città dove esercita la libera professione nello studio un tempo del padre.

Tra i suoi sogni c’era la chirurgia generale, nel suo destino, invece, l’odontoiatria, una passione ereditata dal padre Canzio, medico condotto che alla fine degli anni ‘40, per motivi familiari, si trasferì in Sudafrica dove fu costretto a specializzarsi in odontoiatria e protesi dentale, poiché la laurea italiana non era allora riconosciuta nei paesi anglosassoni. Rientrato in Italia, decise di abbandonare la medicina generale per occuparsi a tempo pieno di quest’altra affascinante disciplina. Fu proprio nello studio del papà che Andrea Edoardo, allora ragazzino, iniziò a conoscere il mondo odontoiatrico e a innamorarsi del laboratorio odontotecnico annesso all’abitazione dove, racconta, «vedevo bollire pentoloni di cera e pulivo l’alginato dai porta impronte utilizzati da mio padre nello studio». La passione per le attività manuali tecnico-scientifiche iniziava a prendere forma. Dopo il liceo scientifico, frequentò il Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia che portò a termine nel 1984. Fu proprio in quell’anno che Andrea Edoardo dovette iniziare a frequentare lo studio del padre che nel frattempo si era ammalato gravemente. Ma la sua passione era la chirurgia. Tentò così di accedere alla specializzazione in Chirurgia Maxillo-Facciale, ma non ci riuscì. Fu ammesso, invece, alla Scuola di Specializzazione in Chirurgia Generale che concluse con successo, appassionandosi sempre più di questa meravigliosa branca della medicina.

Quando ormai aveva abbandonato l’idea della specializzazione in Chirurgia Maxillo-Facciale, ma nel contempo era entrato in contatto con il mondo dell’implantologia e aveva iniziato a pubblicare articoli scientifici nell’ambito dell’istomorfologia osso-implantare, venne a sapere da un collega che all’Istituto Stomatologico Italiano presto ci sarebbe stato il concorso per la Scuola di Specializzazione in Chirurgia Maxillo-Facciale. I posti disponibili erano cinque. Questa volta le cose andarono per il verso giusto. All’Istituto Stomatologico Italiano, sede allora della Scuola di Specialità, Bianchi ebbe la fortuna di conoscere e di lavorare al fianco del professor Pini, del professor Pignataro, ma soprattutto del professor Brusati che, dice, «annovero tra i miei grandi maestri». Anche grazie al nuovo ordinamento che prevedeva una maggior presenza degli studenti nei reparti, ebbe l’opportunità di esercitare la chirurgia maxillo-facciale nella degenza dell’I.S.I. e frequentare il reparto di Parodontolgia nelle ore pomeridiane. Specializzatosi nel 1994 in Chirurgia Maxillo-Facciale con una tesi squisitamente biologico-biomaterialistica continuò lo studio e la ricerca in questo ambito e nel 1998 conseguì il Master in Biomateriali e Ricerche Biomediche presso il Centro Interuniversitario di Ingegneria dei Materiali Biomedici. L’interesse per la Parodontologia e l’Implantologia diventò in questi anni primario. Dal 1999 è Responsabile del Reparto di Parodontologia e Implantologia II presso l’Istituto Stomatologico Italiano di Milano. Nello stesso anno pubblica in tre lingue il volume «Implantologia e Implantoprotesi: basi biologiche, biomeccanica e applicazioni cliniche» con la casa editrice UTET Scienze Mediche di Torino per la quale è anche, in quegli anni, Direttore Scientifico della rivista «Implantologia Orale». Nel 2002 è vincitore dell’European Prize «New Concepts in Oral Rehabilitation Based on Osseointegration». Relatore nazionale e internazionale, autore di più di 100 pubblicazioni scientifiche, Bianchi è Socio Attivo della Società Europea di Chirurgia Orale con board dell’EFOSS, Socio Attivo Società della Italiana di Osteointegrazione, nonché Presidente Eletto della Società Italiana Chirurgia Orale e Implantologia.

Professor Bianchi, una carriera professionale segnata da una grande passione…

Sì, anche se in realtà la mia vita è contrassegnata da due grandi amori: la chirurgia e la passione per il mare. Amo entrambi i mondi, così diversi tra loro, forse anche un po’ antitetici, ma che tutto sommato hanno qualcosa in comune: richiedono grandi capacità decisionali. In mare come in questa professione bisogna sapere prendere le decisioni giuste, al momento giusto…

Non tutti i colleghi della sua età hanno avuto la fortuna di frequentare uno studio odontoiatrico alla fine negli anni ‘60, seppur da giovane spettatore: oggi sta forse vivendo una seconda vita professionale?

Se è per questo, forse anche una terza e una quarta… la professione odontoiatrica è in continua evoluzione. Oggi poi il nostro è diventato più che mai un lavoro di squadra per il quale è richiesta attenzione all’evoluzione delle tecniche e alle innovazioni e una grande capacità di dialogo anche con il paziente che ha bisogno di interagire con un professionista in grado di farsi carico di tutte le sue problematiche, approntando un piano di trattamento comunque sostenibile.  Questo l’ho imparato da mio padre, dalla sua passione di medico condotto che si è riversata in un entusiasmo a esercitare l’attività odontoiatrica. Un modo di rapportarsi con il paziente che portò con sé a Milano nel 1952, quando rientrò specialista dal Sud Africa e divenne uno dei primi associati dell’allora AMDI di Milano. Sin da bambino ho respirato quest’aria: conservo sul diafanoscopio il suo distintivo in metallo smaltato, con un numero associativo a due cifre! Anche lo studio in cui esercito è ancora quello originario di mio padre dove annessa c’era anche la nostra abitazione, ora divenuta parte operativa dello Studio Associato che mi posso vantare vive nella stessa sede da oltre 50 anni. La stanza dove giocavo da piccolo, ora, casualmente, con la ristrutturazione del 2000, è diventata la sala operatoria per la mia attività professionale. Talvolta mi auguro che mio figlio Federico Canzio possa seguire le nostre orme come terza generazione di odontoiatri: anche lui ama il mare e spesso mi accompagna ai congressi o agli appuntamenti associativi della SICOI dimostrando interesse per la chirurgia.

A proposito, com’è giunto alla SICOI?

Sono convinto che a un certo punto della vita scientifica e professionale sia necessario cercare una casa dove condividere con altri specialisti del settore l’interesse per la disciplina. Sono nato come chirurgo, dunque da subito ho preferito una società che esprimesse una visione a 360 gradi, che come un cappello dalle larghe falde riuscisse a coprire più ambiti chirurgici in odontostomatologia. Ho iniziato a far parte della Società Italiana di Chirurgia Orale (SICO) come socio ordinario, per poi divenirne socio attivo. Fui accolto con grande semplicità e rispetto da grandi personaggi come Covani e Grassi che da sempre mi hanno supportato. Ricordo anche che dovetti presentare ben sette casi nelle discipline chirurgiche orali più importanti, per diventare socio attivo, ma che alla prima tornata i miei casi non furono ritenuti tutti idonei: ci dovetti riprovare per raggiungere l’obiettivo, ma questo mi diede il polso dell’integrità della società stessa. La serietà di una società scientifica si evince anche da questi particolari, dal sapore di una conquista non sempre facile. In seguito, entrai a far parte del direttivo: divenni prima tesoriere e poi vice-presidente. Sono grato a tutte le persone che hanno creduto in me, in particolare al mio caro amico Roberto Cornelini che mi ha voluto come suo Presidente Eletto.

Foto del direttivo SICOI 2009-2010 al momento dell’insediamento: da sinistra il segretario Roberto Mazzanti, il presidente Roberto Cornelini, il presidente eletto Andrea Edoardo Bianchi, il vice presidente Roberto Barone e il tesoriere Mauro Bovi.

 

Che ricordi ha di Roberto Cornelini?

Con Roberto condividevo la vita scientifica della società, ma anche molti momenti ludici, nonostante vivessimo distanti: lui a Rimini io a Milano. I nostri figli, infatti, Federico e Alessandro, quasi coetanei erano nel tempo diventati amici: questo ci ha permesso di rafforzare la nostra unione e dividere tutti insieme giorni di ferie e pratiche sportive. Durante l’anno, invece, avevamo preso l’abitudine di sentirci ogni mattina per valutare insieme quotidianamente gli obiettivi della società. Ricordo ancora la sua irruenza, il modo in cui riusciva a essere entusiasta e coinvolgente in ogni aspetto della vita scientifica e societaria. Era soprattutto una persona schietta e sincera, un vero amico, ma anche un grande ricercatore e specialista dell’implantologia. Lo scorso ottobre è uscito un suo libro, scritto insieme a Covani e Wilson. È un testo che tratta del problema della riduzione dei tempi di trattamento in implantoprotesi: in questo volume, già edito in italiano e in inglese dalla Quintessenza, questi maestri sono riusciti a codificare in modo didattico quello che gli odontoiatri più capaci sanno fare, ma non sempre spiegare.

La scomparsa improvvisa di Cornelini, come è stata affrontata sul piano pratico? 

Il nostro vice-presidente, Antonio Barone, con grande fermezza e capacità è riuscito a prendere in mano le redini della società, anche grazie all’aiuto degli altri membri del direttivo come il tesoriere Mauro Bovi e il segretario Roberto Mazzati, coadiuvati anche dal sempre attivo Past President Francesco Scarparo, persona che conosce molto bene la SICOI e illuminata circa gli equilibri istituzionali e associativi in ambito nazionale. In questo modo io posso continuare a tessere il mio programma scientifico per il 2011-2012. Tutti insieme stiamo comunque cercando di ultimare la complessa trama che Roberto nella sua ecletticità aveva già tessuto. In particolare, ci stiamo preparando all’appuntamento SICOI-AIOP insieme a Gaetano Galesini, Presidente dell’Associazione Italiana di Odontoiatria Protesica, con il quale realizzeremo, anche grazie all’aiuto di Testori, il nostro prossimo congresso a Riccione in aprile. Questo evento coinvolgerà per la prima volta oltre ai chirurghi, i protesisti e gli odontotecnici, con una voce fuori campo, quella del paziente che potrà intervenire nell’auditorium circa il piano di trattamento proposto.

Professor Bianchi, nella sua vita professionale c’è anche l’Università: com’è giunto all’insegnamento?

Nel 2003 ho iniziato a collaborare con il Professor Enrico Gherlone, Presidente del Corso di Laurea per Igienisti Dentali all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, che con l’avvio del neo corso di studi mi ha dato la possibilità di diventare Titolare dell’Insegnamento di Parodontologia allo stesso Ateneo. È un incarico che ho accolto con grande piacere, visto che mi ha permesso di trasmettere agli altri la mia esperienza e le mie conoscenze nate anche dal confronto con la sua accreditata scuola; Grazie all’intuizione e all’entusiasmo didattico proprio del Direttore stesso abbiamo istituito anche al San Raffaele un Corso post-universitario in Chirurgia Implantare accreditato ECM, che a oggi è divenuto un appuntamento annuale consolidato, con lezioni frontali tenute dai più grandi professionisti in ambito chirurgico, parodontale e implantologico e un seminario pratico di tre giorni su particolari manichini per mettere in atto gli insegnamenti impartiti. Inoltre, all’Università Vita-Salute San Raffaele si sta provvedendo a un ampliamento della Clinica Odontoiatrica, diretta proprio dal Prof. Gherone, grazie all’opportunità di utilizzare nuovi spazi didattici e clinici che aprirà nuove prospettive universitarie in termini sia di offerta di corsi di laurea, sia di scuole di specializzazione. Tali progetti senz’altro mi vedranno coinvolto in prima persona dandomi nuovamente una grande opportunità di ulteriore crescita.

Cos’è oggi per lei l’implantologia?

Lo studio sui biomateriali circa la loro interazione con l’organismo mi ha permesso di avere una visione più completa delle problematiche implantologiche, anche attraverso un filtro dettato dalla biomeccanica implantoprotesica. Per chi come me è giunto all’implantologia partendo da lontano, diciamo dalla chirurgia generale, è abbastanza naturale compiere delle riflessioni in questo ambito. Oggi, sono convinto più che mai che l’implantologia non sia solo figlia della chirurgia, ma anche della parodontologia: l’attenzione allo stato di salute o di malattia del cavo orale, la cura dello stesso attraverso il lavoro propedeutico alla diagnosi in sinergia con la professionalità degli igienisti e il re-call dei pazienti che solo operatori istruiti in questo senso ci possono garantire, nonché le più sofisticate tecniche chirurgiche di chirurgia plastica mucogengivale applicate ai tessuti molli perimplantari determinano il vero successo e non solo la sopravvivenza di un impianto. Questo infatti è condizionato dalla salute dei tessuti molli che rappresentano, per così dire, la guarnizione naturale a questi presidi biotecnici deputati a supportare il carico protesico.

Prevenzione e trattamento dell’atrofia ossea a fini implantari: una serie di casi clinici

Riassunto

Attraverso alcuni casi esemplificativi vengono presentate le principali tecniche
di ricostruzione ossea oggi in uso per la il trattamento di difetti localizzati
del processo alveolare. Viene inoltre affrontato il tema della prevenzione dei difetti ossei post-estrattivi con riferimenti alle tecniche di preservazione crestale ed alla loro razionale programmazione.

Summary

The study present some of the most popular  techniques of bone reconstruction by showing some typical clinical case of localized alveolar bone atrophy.
Furthermore, the authors highlights the importance of prevention of post-extractive alveolar bone defects by discussing  the ridge preservation techniques.

Alcune delle principali cause che provocano severe atrofie dei mascellari sono i processi di riassorbimento osseo che seguono l’estrazione dentale. Un presupposto clinico che limita tali gravi riassorbimenti è un’estrazione che lasci integre le pareti ossee alveolari: ne consegue che è importante identificare il piano di clivaggio tra osso e radice dentale, cioè lo spazio alveolo-dentale, che rappresenta appunto il piano di clivaggio per eseguire l’estrazione. In caso di elementi pluriradicolati, è consigliabile separare le radici: sia per facilitare l’estrazione stessa sia per salvaguardare i picchi ossei mesiali e distali alle radici stesse evitando di far leva sui versanti vestibolari e palatali/linguali. La presenza di eventuali frammenti apicali radicolari dovrebbe essere risolta ricorrendo a una fenestrazione ossea vestibolare, spingendo poi il frammento in direzione coronale, evitando così di danneggiare la parte più cervicale dell’osso alveolare. È estremamente importante favorire la formazione del coagulo all’interno dell’alveolo. Tale coagulo può essere stabilizzato e protetto tramite l’impiego di diversi materiali tra cui spugne di collagene e innesti di tessuti duri.                          

Prevenzione del riassorbimento post-estrattivo                    

Le gravi perdite di osso alveolare, che si determinano in seguito a estrazioni traumatiche, a grave malattia parodontale, a traumi o a infezioni periapicali, spesso riducono la possibilità di inserimento di impianti1-8. Nel caso in cui queste deformità ossee siano localizzate in aree anteriori si aggiunge anche un problema estetico. Nel caso di protesi tradizionali, il protesista deve affrontare il deficit dei tessuti molli ed è costretto ad alterare la forma dei pontic per portarli a contatto con la cresta, non uniforme, o ricorrere all’utilizzo di porcellana rosa al fine di mascherare i difetti. In questi casi, per migliorare l’estetica senza ricorrere all’utilizzo di impianti, si possono correggere le deformità crestali tramite chirurgia muco-gengivale, ossia con un innesto di tessuto connettivo. In presenza di profonde deiscenze ossee del processo alveolare dopo estrazione è preferibile utilizzare tecniche rigenerative.  Numerose tecniche sono state proposte al fine di garantire il mantenimento volumetrico degli alveoli post-estrattivi e un’ampia varietà di materiali sono stati utilizzati per la loro capacità di indurre formazione ossea negli alveoli post-estrattivi9-11. È stato, inoltre, suggerito l’utilizzo di membrane, riassorbibili e non riassorbibili, al fine di preservare l’alveolo12,13. Attualmente, nelle procedure di rigenerazione ossea, è preferibile l’utilizzo di membrane riassorbibili, che presentano il vantaggio di evitare una seconda chirurgia altrimenti necessaria in caso di utilizzo di membrane non riassorbibili. Utilizzando membrane non riassorbibili (in e-PTFE), molti autori hanno, inoltre, riscontrato un’alta percentuale (41%) di esposizione e infezione delle membrane, con conseguenti complicazioni, tali da richiedere la rimozione delle membrane con la frequente compromissione del processo di rigenerazione12. Queste considerazioni hanno portato allo sviluppo e all’utilizzo di membrane riassorbibili. Si è visto che sia le membrane in acido polilattico sia quelle in collagene hanno riportato risultati clinici simili a quelli ottenuti con le membrane non riassorbibili13. Tali membrane non dovrebbero riassorbirsi fin quando non avviene la differenziazione e la maturazione del tessuto di granulazione di derivazione ossea all’interno dell’alveolo e sono spesso utilizzate in associazione con riempitivi ossei14,15. Il clinico deve determinare la morfologia del difetto che rimane dopo un’estrazione e decidere se tale difetto sarà in grado di guarire spontaneamente. Il processo di guarigione è strettamente correlato alla morfologia del difetto osseo e, in generale, quanto maggiore sarà il numero, lo spessore e la densità delle pareti ossee residue, tanto migliore sarà la guarigione dell’alveolo e, di conseguenza, minore la necessità di ricorrere a procedure rigenerative16.
Nel caso di alveoli perfettamente integri e in condizioni anatomiche favorevoli è chiaro che può essere indicato l’inserimento immediato di un impianto.
Nel caso in cui sia presente un deficit dei tessuti duri, la guarigione spontanea risulterà alterata e si potrebbe verificare il collasso dei tessuti molli all’interno del difetto.      

Estrusione ortodontica              

Un’altra procedura per trattare aree con deficit dei tessuti duri e molli prima del trattamento implantare è l’estrusione ortodontica. Questa tecnica è stata per la prima volta riportata per descrivere miglioramenti dell’altezza ossea durante le fasi iniziali della terapia parodontale17. La terapia comprendeva istruzioni di igiene orale e trattamento parodontale non-chirurgico seguite da un movimento ortodontico del dente in direzione coronale. Se i segni dell’infiammazione e il trauma da occlusione erano tenuti sotto controllo, durante la terapia si evidenziava un miglioramento dell’altezza ossea. Tale approccio può essere applicato nei casi in cui sia stata pianificata l’esecuzione di impianti post-estrattivi immediati. A tale fine, un ruolo fondamentale nella buona riuscita del trattamento risulta essere il controllo dell’igiene orale associato al trattamento della superficie radicolare, che può essere eseguito ricorrendo o meno alla chirurgia parodontale. Le chiavi del successo comprendono l’eliminazione di ogni contatto occlusale del dente durante la sua estrusione e il pieno controllo dell’infiammazione marginale. È importante che il dente sia guidato nell’estrusione lungo il suo asse verticale. Errori di traiettoria possono portare la radice in direzione buccale o palatale con conseguenti deiscenze, che dovranno poi essere corrette durante l’inserimento implantare. La maggior parte degli ortodontisti preferisce far estrudere il dente di circa di 1 mm al mese, con un periodo finale di stabilizzazione di circa tre mesi. Se le premesse vengono rispettate, un miglioramento dei tessuti molli e duri risulta altamente predicibile.                               

Trattamento delle creste edentule riassorbite                  

Spesso, occorre trattare siti guariti, dove cioè gli elementi dentali mancano da parecchio tempo, che presentano deficit ossei. Piccoli difetti possono essere trattati simultaneamente all’inserimento dell’impianto, mentre per grandi difetti l’inserimento di impianti deve essere preceduto da un aumento osseo. Questi difetti spesso richiedono l’utilizzo di membrane18-20 e/o riempitivi ossei che agiscano da supporto alle membrane stesse e che presentino un’azione osteoconduttiva21-26. La ricostruzione ossea pre-implantare può essere effettuata con diversi tipi di materiali e le tecniche che in questa serie di casi clinici vogliamo illustrare sono le seguenti:               

  • innesti ossei per apposizione;                 
  • rigenerazione ossea guidata (GBR, guided bone regeneration);                   
  • split crest.                      

Innesti ossei per apposizione                    

L’osso autologo rappresenta il gold standard dei materiali da innesto27-29. Se, clinicamente, è necessario ottenere ampi aumenti volumetrici, i siti donatori privilegiati sono la cresta iliaca e la calvaria; a differenza, i siti intra-orali (ramo mandibolare e sinfisi mentoniera) vengono scelti come siti donatori in caso di deficit crestali volumetricamente contenuti. Innesti di osso autologo presentano tempi di guarigione e di rimodellamento di gran lunga minori rispetto agli altri biomateriali. Tuttavia, esiste qualche svantaggio nell’utilizzo dell’osso autologo quali la necessità di un sito donatore aggiuntivo che incrementa la morbilità per il paziente; in un 10-35% dei casi possono permanere fastidiosi sintomi per un periodo di tempo anche lungo. Il ricorso a siti donatori extra-orali, come per esempio la calvaria, la tibia o la cresta iliaca, è la principale causa di discomfort del paziente nel post-operatorio e, nella maggior parte dei casi, questa pratica non risulta necessaria. Presenta, inoltre, diversi svantaggi: costi elevati, alterazioni della deambulazione e la frequente necessità di un’anestesia generale e conseguente ospedalizzazione. Siti donatori intra-orali presentano, invece, minore morbilità.
Tali siti includono:                     

  • sinfisi mentoniera, da questo sito è possibile raccogliere una grande quantità di osso, che va prelevato tra i due forami mentonieri;               
  • ramo mandibolare, rispetto alla sinfisi mentoniera questo sito è associato a minori complicanze post-operatorie, riguardanti soprattutto disturbi neurosensoriali e deiscenze dei tessuti molli. L’osso prelevato è monocorticale
    e la zona del prelievo comprende la corticale esterna tra il primo molare e il ramo (figure 1-3);                   
  • spina nasale, sito utilizzato in caso di piccoli difetti ossei in zona mascellare superiore anteriore;    
  • tuberosità, ideale per piccoli difetti ossei nella regione posteriore del mascellare superiore. La qualità ossea è minore rispetto agli altri siti di prelievo.              
1. Riassorbimento orizzontale a livello di un canino superiore.
1. Riassorbimento orizzontale a livello di un canino superiore.
2. Innesto osseo prelevato a livello del ramo mandibolare.
2. Innesto osseo prelevato a livello del ramo mandibolare.
3. Guarigione dopo tre mesi.
3. Guarigione dopo tre mesi.

È stato suggerito che l’osso prelevato da siti intra-orali potesse avere benefici biologici, grazie alla sua origine embriologica30-32. In realtà, la maggior parte delle ossa dello scheletro ha un’origine endocondrale (da precursori cartilaginei). Con l’eccezione dell’osso alveolare, sia il mascellare superiore sia il corpo mandibolare hanno origine intramembranosa, mentre i condili si sviluppano per via endocondrale. Innesti di osso a origine intramembranosa hanno mostrato un minore riassorbimento rispetto a innesti di osso a origine endocondrale. Studi più recenti hanno indicato, invece, che l’origine embriologica dell’innesto osseo influenza il suo comportamento in virtù della proporzione esistente tra porzione corticale e spugnosa dell’innesto33. Occorre sottolineare che:        

  • una completa copertura dell’innesto da parte del lembo e una chiusura della ferita senza tensioni sono requisiti essenziali per il successo;                     
  • l’innesto osseo deve essere rigidamente fissato e anche la stabilità degli impianti endossei è un fattore di primaria importanza;                       
  • piccole perforazioni dell’osso sottostante l’innesto aumentano il reclutamento di cellule osteogeniche, accelerano la rivascolarizzazione, favoriscono i processi di guarigione e migliorano l’integrazione dell’innesto.                          

Rigenerazione ossea guidata                       

La GBR è essenzialmente guidata dal principio di guarigione a comparti. Nel 1957, Murray et al.34 hanno illustrato i principi che stanno alla base della ricostruzione tissutale. Questi autori hanno identificato tre fattori assolutamente necessari per la formazione di nuovo osso: stabilità e protezione del coagulo, presenza di cellule osteoblastiche e stretto contatto con tessuti vivi. La GBR è stata per la prima volta introdotta da Dahlin et al.35 nel 1988, in uno studio su 30 topi in cui difetti ossei mandibolari bilaterali venivano trattati in modo differente. I siti test venivano coperti con una membrana in e-PTFE, mentre i siti controllo erano semplicemente ricoperti con un lembo. Si ottenne una completa formazione di osso nei siti test, mentre i difetti presenti nei siti controllo furono riempiti quasi del tutto da tessuto connettivo con solo una piccolissima formazione di nuovo osso. Numerosi altri studi hanno sperimentato questa tecnica36,37. In tutti questi studi, la membrana andava a coprire i difetti ossei e si adattava alle superfici dell’osso circostante. Queste membrane avevano il compito di impedire la migrazione di cellule indesiderate nel difetto osseo dall’area della ferita e di favorire, invece, la colonizzazione e la proliferazione da parte delle cellule osteogeniche presenti nell’osso adiacente al difetto, così da indurre la guarigione della ferita e la contemporanea formazione di nuovo osso. La membrana, quindi, aveva il duplice ruolo di stabilizzare il coagulo e proteggerlo dall’arrivo di cellule non osteogeniche dai tessuti circostanti (epitelio e connettivo). Nei siti controllo, trattati senza l’utilizzo di membrane, vi era un’enorme prevalenza di formazione di tessuto connettivo fibroso, con minima e incompleta neoformazione di osso38.
Fattore critico di successo in GBR è il mantenimento dello spazio al di sotto della membrana: il suo collasso, infatti, è considerato la prima causa di fallimento della tecnica.
Altro fattore altrettanto determinante è la stabilità della membrana.
Hjorting-Hansen et al.39 hanno dimostrato che micromovimenti, anche di appena 20 µm, possono indurre le cellule mesenchimali a differenziarsi in fibroblasti anziché in osteoblasti. Dopo che Dalhin et al. dimostrarono i vantaggi dell’utilizzo di membrane nelle tecniche di ricostruzione ossea, molti autori le utilizzarono in associazione all’inserimento di impianti40,41. Un grande numero di differenti tecniche e materiali, comprese membrane riassorbibili e non, in associazione con innesti di osso autologo, allogenico, alloplastico, pins in titanio, griglie in oro e titanio, sono state proposte e utilizzate in GBR con risultati incoraggianti, per aumenti ossei sia verticali sia orizzontali42,43 (figure 4-8).

I difetti ossei verticali rappresentano una vera e propria sfida per il corretto inserimento di impianti. Riassorbimenti dell’osso alveolare in senso apico-coronale spesso impediscono l’inserimento di impianti sufficientemente lunghi con un rapporto corona-radice sfavorevole (figure 9-14).

Le tecniche che utilizzano membrane rinforzate in titanio come mantenitori di spazio hanno dato risultati positivi18,20. Simion et al.18 hanno utilizzato membrane rinforzate in titanio senza materiali da innesto per rigenerare osso verticale attorno a 15 impianti. Dopo 9 mesi di guarigione hanno ottenuto una rigenerazione verticale di osso media di 4 mm. Il nuovo tessuto duro formatosi, che un esame istologico ha rivelato essere osso, era ricoperto da uno spesso strato di tessuto connettivo denso (circa 2,1 mm). Gli autori hanno ipotizzato come cause della non completa rigenerazione ossea, micromovimenti della membrana durante la fase di guarigione, incompleta stabilizzazione del coagulo e formazione di uno spazio vuoto sotto la membrana.
Tinti e al.44 hanno modificato la tecnica chirurgica utilizzando innesti di osso autologo al di sotto delle membrane rinforzate in titanio, in modo tale da fornire un supporto meccanico alla membrana, una buona stabilità del coagulo e la riduzione dello spazio vuoto al di sotto della membrana stessa. Essi hanno ottenuto, dopo un periodo di guarigione di 12 mesi, un aumento verticale di osso medio di 7 mm attorno ai 14 impianti, con solo un sottile strato (meno di 1 mm) di tessuto connettivo a ricoprire il nuovo osso rigenerato. Gli stessi autori hanno confermato la buona predicibilità di tale tecnica in un recente studio retrospettivo su 18 pazienti a cui erano stati inseriti 48 impianti.
Simion e al.45 hanno comparato osso autologo e osso demineralizzato da banca (DFDBA, demineralized freeze-dried bone allograft) come materiali da innesto in associazione all’utilizzo con membrane rinforzate in titanio. In entrambi i casi si è ottenuta una buona rigenerazione verticale di osso, senza differenze tra un materiale e l’altro, con la formazione di un sottile strato di tessuto connettivo a coprire il nuovo osso formatosi. Qualora si abbia un’esposizione in cavità orale di una membrana non riassorbibile durante le fasi di guarigione, questa deve essere rimossa. In caso di esposizione, infatti, è stata dimostrata l’immediata colonizzazione da parte di batteri, sia all’esterno sia all’interno di essa. Simion et al.12 hanno riportato una percentuale di rigenerazione ossea del 41,6% in casi di esposizione della membrana, contro una percentuale del 96,6% in caso di non esposizione. Ciò suggerisce che la contaminazione batterica della membrana è un altissimo fattore di rischio in GBR, e questo è stato riscontrato, in modo particolare, per membrane in e-PTFE. Per quanto riguarda le membrane riassorbibili alcuni studi clinici ne hanno dimostrato la validità46-49.

Split crest

Nei pazienti con un’atrofia mascellare estremamente avanzata non è possibile posizionare un impianto immediato con le tecniche tradizionali, a causa della discrepanza tra lo spessore della cresta e il diametro dell’impianto. Una tecnica alternativa è la cosiddetta tecnica split crest (figure 15-17). Questa tecnica viene usata per ristabilire adeguate dimensioni oro facciali alle creste alveolari deficitarie durante l’inserimento dell’impianto. La rigenerazione ossea indotta da questa tecnica non è guidata da membrane e non richiede l’impianto di materiali osteoproduttivi o osteoconduttivi50,51.

15. Split crest: utilizzo di uno scalpello in una cresta molto sottile.
15. Split crest: utilizzo di uno scalpello in una cresta molto sottile.
16. Dopo l’espansione crestale vengono inseriti due impianti.
16. Dopo l’espansione crestale vengono inseriti due impianti.
17. Seconda fase chirurgica dopo quattro mesi.
17. Seconda fase chirurgica dopo quattro mesi.

La tecnica split crest venne inizialmente utilizzata in adulti di giovane età per correggere i difetti dell’osso alveolare derivanti da traumi o agenesie di uno o più elementi dentali. In tali pazienti, la porzione buccale della cresta edentula è generalmente deformata da una perdita di osso avanzata.
Questa tecnica permette l’inserimento di impianti di dimensioni ideali, che si avvicinano approssimativamente a quelle delle radici che stanno rimpiazzando, in siti che normalmente vengono considerati inappropriati per una terapia implantare.
I passaggi base della tecnica split crest sono:                 

  • viene sollevato un lembo a spessore parziale per esporre il sito implantare (ciò è molto importante al fine di preservare la vascolarizzazione);                   
  • viene utilizzato uno scalpello per creare una fessura verticale intraossea;             
  • la parete ossea buccale viene mobilizzata e disposta vestibolarmente. La grandezza della fessura intraossea risultante è tra 4 e 8 mm al livello marginale;                
  • vengono inseriti impianti di misura appropriata e vengono stabilizzati all’interno del sito implantare;    
  • i lembi vengono suturati.      

I due pre-requisiti base per la rigenerazione ossea sono:                   

  • una solida base nutrizionale, derivante da uno spessore delle pareti ossee che va da 1 a 1,5 mm;      
  • una buona vascolarizzazione periostale, che permetta una nuova angiogenesi, necessaria per le trabecole ossee appena formate.                       

Corrispondenza
Prof. Ugo Covani
Istituto Stomatologico Tirreno
Ospedale Unico della Versilia
Via Aurelia 335 – 55043 Lido di Camaiore
direttore@istitutostomatologicotirreno.it 

Roberto Cornelini1
Ugo Covani2
Massimiliano Carubbi3
Antonio Barone4
1 Professore a contratto, Università degli Studi di Genova; Fellow, Istituto Stomatologico Tirreno;
2.Professore straordinario, Università degli Studi di Pisa; Direttore, Istituto Stomatologico Tirreno.
3 Libero professionista in Rimini
4 Professore a contratto, Università degli Studi di Genova; Consulente, Istituto Stomatologico Tirreno.

Bibliografia

1. Schropp L, Wenzel A, Kostopoulos L, Karring T. Bone healing and soft tissue contour changes following single-tooth extraction: a clinical and radiographic twelve-month prospective study. Int J Period Rest Dent 2003;23:313-323.                             

2. Araujo MG, Lindhe J. Dimensional ridge alterations following tooth extraction. An experimental study in the dog. J Clin Periodontol 2005;32:212-218.                   

3. Cardaropoli G, Araujo MG, Lindhe J. Dynamics of bone tissue formation in tooth extraction sites. An experimental study in dogs. J Clin Periodontol 2003;30:809-818. 

4. Johnson K. A study of the dimensional changes occurring in the maxilla following tooth extraction. Aust Dent J 1969;14:241-244.                           

5. Atwood DA. Reduction of residual ridges: a major oral entity. J Prosthet Dent 1971;26:266-279.    

6. Tallgren A. The continuing reduction of the residual alveolar ridges in complete denture wearers: a mixed longitudinal study covering 25 years. J Prosthet Dent 1972;27:120-132.                   

7. Pietrokovski J, Starinsky R, Arensburg B, Kaffe I. Morphologic characteristics of bony edentulous jaws. J Prosthodont 2007;16:141-147.                         

8. Pietrokovski J, Kaffe I, Arensburg B. Retromolar ridge in edentulous patients: clinical considerations. J Prosthodont 2007;16:502-506.                                

9. Serino G, Biancu S, Iezzi G, Piattelli A. Ridge preservation following tooth extraction using a polylactide and polyglycolide sponge as space filler: a clinical and histological study in humans. Clin Oral Implants Res 2003 Oct;14(5):651-8.

10. Froum S, Cho SC, Rosenberg E, Rohrer M, Tarnow D. Histological comparison of healing extraction sockets implanted with bioactive glass or demineralized freeze-dried bone allograft: a pilot study. J Periodontol 2002 Jan;73(1):94-102.   

11. Hahn E, Sonis S, Gallagher G, Atwood D. Preservation of the alveolar ridge with hydroxyapatite-collagen implants in rats. J Prosthet Dent 1988 Dec;60(6):729-34.

12. Simion M, Baldoni M, Rossi P, Zaffe D. A comparative study of the effectiveness of ePTFE membranes with and without early exposure during the healing period. Int J Period Rest Dent 1994a;14:166-180.                        

13. Zitzmann NU, Naef R, Schärer P. Resorbable versus non-resorbable membranes in combination with Bio-Oss for guided bone regeneration. Int J Oral Maxillofac Implants 1997;12:844-852.   

14. Zubillaga G, Von Hagen S, Simon BI, Deasy MJ. Changes in alveolar bone height and width following post-extraction ridge augmentation using a fixed bioabsorbable membrane and demineralized freeze-dried bone osteoinductive graft. J Periodontol 2003 Jul;74(7):965-75.                      

15. Kay SA, Wisner-Lynch L, Marxer M, Lynch SE. Guided bone regeneration: integration of a resorbable membrane and a bone graft material. Pract Periodontics Aesthet Dent 1997 Mar;9(2):185-194.                      

16. O’Brien TP, Hinrichs JE, Schaffer EM. The prevention of localized ridge deformities using guided tissue regeneration. J Periodontol 1994;65:17-24.                     

17. Brown I. The effect of orthodontic therapy on certain types of periodontal defects. Clinical Findings 1973 Dec;44(12):742-56. 

18. Simion M, Trisi P, Piattelli A. Vertical ridge augmentation using a membrane technique associated with osseointegrated implants. Int J Period Rest Dent 1994 Dec;14(6):496-511.              

19. Jovanovic SA, Nevins M. Bone formation utilizing titanium-reinforced barrier membranes. Int J Period Rest Dent 1995 Feb;15(1):56-69.                      

20. Cornelini R, Cangini F, Covani U, Andreana S. Simultaneous implant placement and vertical ridge augmentation with a titanium-reinforced membrane: a case report. Int J Oral Maxillofac Impl 2000 Nov-Dec;15(6):883-7.                                            

21. Bucholz RW, Carlton A, Holmes RE. Hydroxyapatite and tricalcium phosphate bone graft substitutes. Orthop Clin North Am 1987 Apr;18(2):323-34.                         

22. Elsinger EC, Leal L. Coralline hydroxyapatite bone graft substitutes. J Foot Ankle Surg 1996 Sep-Oct;35(5):396-9.

23. Guillemin G, Patat JL, Fournie J, Chetail M. The use of coral as a bone graft substitute. J Biomed Mater Res 1987 May;21(5):557-67.                          

24. Peltola M, Suonpaa J, Aitasalo K, Maattanen H, Andersson O, Yli-Urpo A, Laippala P. Experimental follow-up model for clinical frontal sinus obliteration with bioactive glass (S53P4). Acta Otolaryngol Suppl 2000;543:167-9.                              

25. Orsini G, Ricci J, Scarano A, Pecora G, Petrone G, Iezzi G, Piattelli A. Bone-defect healing with calcium-sulfate particles and cement: an experimental study in rabbit. J Biomed Mater Res B Appl Biomater 2004 Feb 15;68(2):199-208.                           

26. Cornelini R, Cangini F, Martuscelli G, Wennström J. Deproteinized bovine bone and biodegradable barrier membranes to support healing following immediate placement of transmucosal implants: a short-term controlled clinical trial. Int J Period Rest Dent 2004 Dec;24(6):555-63.               

27. Bauer TW, Muschler GF. Bone graft materials. An overview of the basic science. Clin Orthop 2000 Feb;371:10-27.

28. Goldberg VM, Stevenson S. Natural history of autografts and allografts. Clin Orthop 1987 Dec;225:7-16.                               

29. Gross TP, Jinnah RH, Clarke HJ, Cox QG. The biology of bone grafting. Orthopedics 1991 May;14(5):563-8.                               

30. Usiak JF, Zins JE, Whitaker LA. The early revascularization of membranous bone. Plast Reconstr Surg 1985 Oct;76(4):510-6.

31. Hardesty RA, Marsh JL. Craniofacial onlay bone grafting: a prospective evaluation of graft morphology, orientation, and embryonic origin. Plast Reconstr Surg 1990 Jan;85(1):5-14.           

32. Alonso N, Machado de Almeida O, Jorgetti V, Amarante MT. Cranial versus iliac onlay bone grafts in the facial skeleton: a macroscopic and histomorphometric study. J Craniofac Surg 1995 Mar;6(2):113-8.                               

33. Ozaki W, Buchman SR. Volume maintenance of onlay bone grafts in the craniofacial skeleton: micro-architecture versus embryologic origin. Plast Reconstr Surg 1998 Aug;102(2):291-9.          

34. Murray G, Holden R, Roschlau W. Experimental and clinical study of new growth of bone in a cavity. Am J Surg 1957 Mar;93(3):385-7.                             

35. Dahlin C, Linde A, Gottlow J, Nyman S. Healing of bone defects by guided tissue regeneration. Plast Reconstr Surg 1988;81:672-676.                                  

36. Dahlin C, Gottlow J, Linde A, Nyman S. Healing of maxillary and mandibular bone defects using a membrane technique. An experimental study in monkeys. Scand J Plast Reconstr Hand Surg 1990;24:13-19.                           

37. Linde A, Alberius P, Dahlin C, Bjurstam K, Sudin Y. Osteopromotion: a soft tissue exclusion principle using a membrane for bone healing and bone neogenesis. J Periodontol 1993;64:1116-28.      

38. Schenk R, Buser D, Hardwick W, Dahlin C. Healing pattern of bone regeneration in membrane-protected defects. A histologic study in the canine mandible. Int J Oral Maxillofac Implants 1994;9:13-29.                           

39. Hjorting-Hansen E, Worsaae N, Lemons J. Histologic response after implantation of porous hydroxylapatite ceramic in humans. Int J Oral Maxillofac Implants1990;5:255-263.                 

40. Dahlin C, Sennerby L, Lekholm U, Linde A, Nyman S. Generation of new bone around titanium implants using a membrane technique: An experimental study in rabbits. Int J Oral Maxillofac Implants 1989; 4:19-25.                       

41. Becker W, Becker B. Guided tissue regeneration for implants placed into extraction sockets and for implants dehiscences: surgical techniques and case report. Int J Periodont Rest Dent 1990;10:377-391.

42. Mellonig JT, Nevins M. Guided bone regeneration of bone defects associated with implants: An evidence-based outcome assessment. Int J Period Rest Dent 1995;15(2):168-185.                  

43. Lorenzoni M, Pertl C, Keil C, Wegscheider WA. Treatment of peri-implant defects with guided bone regeneration: a comparative clinical study with various membranes and bone grafts. Int J Oral Maxillofac Implants 1998;13(5):639-646.

44. Tinti C, Parma-Benfenati S. Vertical ridge augmentation: surgical protocol and retrospective evaluation of 48 consecutively inserted implants. Int J Period Rest Dent 1998;18(5):434-443.    

45. Simion M, Jovanovic SA, Trisi P, Scarano A, Piattelli A. Vertical ridge augmentation around dental implants using a membrane technique and autogenous bone or allografts in humans. Int J Period Rest Dent 1998;18(1):8-23.                          

46. Aaboe M, Pinholt EM, Hjorting Hansen E, Solheim E, Praetorius F. Guided tissue regeneration using degradable and nondegradable membranes in rabbit tibia. Clin Oral Impl Res 1993;4:172-176.    

47. Godefroy J, Laroche N, Foucart J, Boivin G. Ridge reconstruction after implant failure using a resorbable membrane: report of a case and histologic study. Int J Oral Maxillofac Implants 1994;9:431-436.                   

48. Lundgren D, Sennerby L, Falk H, Friberg B, Nyman S. The use of a new bioresorbable barrier for guided bone regeneration in connection with implant installation. Case reports. Clin Oral Impl Res 19945:177-184.                  

49. Cornelini R, Cangini F, Martuscelli G, Wennstromm J. Deproteinized bovine bone and biodegradable barrier membranes to support healing following immediate placement of transmucosal dental implants. A short-term controlled clinical trial. Int J Period Rest Dent 2004;24:555-563.        

50. Scipioni A, Bruschi GB, Calesini G. The edentulous ridge expansion technique: a five-year study. Int J Period Rest Dent 1994;14:451-9.                       

51. Scipioni A, Bruschi GB, Calesini G, Bruschi E, De Martino C. Bone regeneration in the edentulous ridge expansion technique: histologic and ultrastructural study of 20 clinical cases. Int J Period Rest Dent 1999;19:269-77.

Mucocele del labbro inferiore: un caso clinico

1. Quadro clinico extraorale pre-operatorio.

Riassunto
Viene presentato un caso clinico di cisti da stravaso mucoso del labbro inferiore, risolto mediante exeresi chirurgica. Nella fase operatoria, per la divaricazione è stato utilizzato il Ribapiatt, strumento simile a una pinzetta, che si è rivelato molto utile nel ridurre il sanguinamento e facilitare l’intervento. L’utilizzo del Ribapiatt consente di migliorare l’ergonomia dell’atto chirurgico in tutte le sue fasi, facilitando l’immobilizzazione, la presa e l’escissione della neoformazione.
Un altro dei vantaggi rilevati è la riduzione del sanguinamento intra-operatorio, ottenuta dalla compressione periferica dei vasi.

Summary
Mucocele of the lower lip: a case report
We present a clinic case of lower lip mucous extravasation cyst surgically treated. Ribapiatt, a tool similar to a pair of a surgical tweezers, was used in the surgical act to divaricate soft tissues. It was very useful to reduce bleeding and to facilitate surgical act. The use of Ribapiatt enhances the surgical approach in all its different steps, allowing a better immobilizations and an easier excision of the neoplasm. Another important advantage is the bleeding reduction during the surgical act, due to the compression of blood vessels.

Il mucocele è una neoformazione cistica, annoverata tra le cisti da ritenzione nella classificazione su base anatomo-patologica del 2001 (tabella 1).
Non deriva dai tessuti odontogeni e si sviluppa a carico quasi esclusivo delle ghiandole salivari minori, anche se raramente può interessare i seni paranasali.
Teoricamente, può svilupparsi in qualsiasi area della mucosa orale ove siano presenti ghiandole salivari minori.

tabela 1

Tuttavia, mentre è molto rara in regioni quali lingua, palato e labbro superiore, la localizzazione è frequente a livello del pavimento orale, della mucosa buccale e, soprattutto, del labbro inferiore, dove si presenta in percentuale variabile, a seconda dei rilievi riportati, dal 46% al 96% dei casi.
Non riconosce alcuna predilezione di sesso, ma si riscontra più facilmente nei bambini, negli adolescenti e nei giovani adulti, con il picco di incidenza tra 11 e 20 anni1-5.

Con il termine mucocele si intendono due tipi di cisti: una da stravaso e una da ritenzione.
Le due lesioni hanno un’eziopatogenesi e, conseguentemente, un aspetto istologico differente, clinicamente però si presentano in maniera identica, risultando così impossibile distinguere con certezza l’una dall’altra basandosi sul solo esame obiettivo.

La cisti da stravaso mucoso è causata, molto probabilmente, dalla lacerazione traumatica del dotto escretore di una ghiandola salivare accessoria, con successiva fuoriuscita di liquido mucoso nella sottomucosa.
Questa ipotesi è suffragata da dati epidemiologici che mostrano una maggiore incidenza nei primi decenni di vita e una localizzazione preferenziale al labbro inferiore (più facilmente sottoposto a eventi traumatici).

Fattori predisponenti sono la morsicatura del labbro, traumi maxillo-facciali o pregressi interventi di chirurgia orale e l’uso di apparecchiature ortodontiche6. Il muco rilasciato induce, a livello del tessuto connettivo, una reazione da corpo estraneo con reclutamento di neutrofili e macrofagi, formazione di una parete di tessuto di granulazione e di un infiltrato flogistico privo di rivestimento epiteliale.
Proprio in virtù dell’assenza di quest’ultimo, il mucocele da stravaso può essere considerato una pseudocisti.
La cisti da ritenzione, invece, insorge di preferenza in pazienti di oltre 40 anni.

È provocata dall’occlusione o subocclusione del dotto escretore di una ghiandola salivare minore che determina la mancata escrezione del secreto ghiandolare.
L’aumento della pressione intraluminale che ne consegue determina la dilatazione del canale a monte dell’ostruzione.
Si genera, quindi, una formazione cistica la cui parete è costituita dall’epitelio duttale “stirato” in seguito all’abnorme dilatazione del dotto stesso.
La causa dell’obliterazione può essere uno scialolita, un tappo di mucina formatosi per una secrezione salivare molto densa o un’anomalia di forma o spessore del condotto.
Alcuni ipotizzano anche una degenerazione cistica delle cellule oncocitarie presenti nella parete del dotto7-14.

All’esame clinico, entrambe le lesioni si presentano con lo stesso aspetto: base sessile o peduncolata, consistenza fibrosa o molle, dimensioni variabili da pochi mm a diversi cm, limiti netti, superficie liscia, di solito ricoperta da mucosa normale molto sottile.
Se le lesioni sono superficiali mostreranno il caratteristico colore bluastro, se profonde avranno un aspetto nodulare e un colorito uguale alla mucosa sana limitrofa.
In risposta a un evento traumatico la superficie può diventare irregolare e mostrare una tinta rosea15-22.

All’indagine anamnestica, molti pazienti riferiscono la presenza di un rigonfiamento dalle dimensioni variabili.
Non di rado, infatti, soprattutto per le neoformazioni più superficiali, la parete può rompersi determinando la fuoriuscita
del materiale mucoso e, quindi, un’improvvisa diminuzione del volume.
Il mucocele è asintomatico, anche se può generare fastidio per la sensazione di tensione dovuta al suo carattere espansivo. Il dolore compare solo in caso di sovrainfezione.
In tal caso diviene dolente, aumenta notevolmente di volume e frequentemente si assiste alla fuoriuscita di materiale purulento da esso23-28.

Istologicamente, la cisti da stravaso di recente formazione si presenta senza una cavità ben delineata, con accumuli di materiale mucoso alternato a spazi vuoti.
Le zone vicine appaiono infiltrate da neutrofili e linfociti.
Si nota una proliferazione fibroblastica.
Con il passare del tempo, i tessuti si organizzano e, istologicamente, appare evidente una cavità circoscritta da tessuto fibroso spesso o da tessuto di granulazione.

Il mucocele da ritenzione, invece, si presenta come una cavità delimitata da tessuto fibroso e rivestita da epitelio dalle caratteristiche variabili di cellule cuboidi, cilindriche o appiattite, mono, pseudo o pluristratificato.
L’infiltrato infiammatorio è scarso14-22.
La terapia consigliata è quella dell’exeresi chirurgica. In caso di neoformazioni molto grandi, la cui asportazione completa determinerebbe un’estesa perdita di sostanza con importanti esiti cicatriziali, è preferibile un intervento di marsupializzazione,
soprattutto in zone estetiche come il labbro inferiore.
Possono essere utilizzati anche bisturi laser e, per lesioni di piccole dimensioni, la crioterapia29-33, con il protossido di azoto a - 81 °C o con l’azoto liquido a - 196 °C.

Materiali e metodi                                                               

Il caso clinico che viene presentato riguarda un mucocele nella sua localizzazione classica: il labbro inferiore.
Nell’esecuzione dell’intervento chirurgico è stato utilizzato il Ribapiatt.
Tale strumento è simile a una pinzetta chirurgica, costituito da un’impugnatura e una parte attiva.
Quest’ultima presenta la peculiarità di avere una porzione superiore configurata a “U” e una inferiore piana che fornisce una comoda zona d’appoggio per l’operatore.

La lesione viene a essere circoscritta tra le due superfici dell’estremità attiva permettendo la corretta esposizione del sito da trattare.
Sistemato bene lo strumento, si determina la giusta pressione sul manico e, in tal modo, il tessuto inglobato nel morso del divaricatore chiuso viene esposto.
A tale fase segue l’enucleazione della lesione. La parte attiva è fondamentale per due motivi:

1) everte i tessuti e li mette in piano;

2) comprime perifericamente i vasi sanguigni diminuendo il sanguinamento intra-operatorio.

Si migliora così di gran lunga la visibilità del sito chirurgico.
Il bisturi, in questo modo, lavora su un tessuto fissato su un supporto rigido.
Tale sostegno fornisce al labbro la stabilità necessaria per l’esecuzione di un atto chirurgico ottimale.
In conclusione, il divaricatore facilita l’azione di taglio del bisturi in situazioni non agevoli, aumenta notevolmente la visibilità del campo operatorio, permette un’azione chirurgica più precisa, rapida e semplice.                      

Caso clinico

Il paziente, di 25 anni, presentava all’esame obiettivo intra-orale una tumefazione a livello del versante vestibolare del labbro inferiore delle dimensioni di circa tre centimetri di diametro, di consistenza elastica, colorito roseo bluastro, fissa ai piani sottostanti, non dolente e non dolorabile, per la quale si è posta la diagnosi di cisti da stravaso mucoso considerando il sito e la giovane età del soggetto (figura 1).

Valutati i dati anamnestici e clinici, si è proceduto all’escissione chirurgica.
Previa infiltrazione plessica di carbocaina al 2% con vasocostrittore 1:100.000 si sono effettuati l’incisione e lo scollamento del sottilissimo rivestimento mucoso (figure 2-4).

2. Evidenziazione della lesione tramite il Ribapiatt.
2. Evidenziazione della lesione tramite il Ribapiatt.
3. Incisione.
3. Incisione.
4. Scollamento della sottilissima mucosa sovrastante la lesione.
4. Scollamento della sottilissima mucosa sovrastante la lesione.

Successivamente, si è proceduto alla disinserzione della mucosa sovrastante il mucocele, sempre ponendo attenzione a non creare eventuali lacerazioni iatrogene.
La lesione e stata trattata delicatamente, cercando prima un piano di clivaggio e poi procedendo con l’asportazione in toto con delicatezza, in modo da non determinarne l’accidentale rottura (figure 5-9).

Si è poi eseguita una sutura a punti staccati in seta che è stata rimossa in settima giornata (figura 10-12).

10. Sutura.
10. Sutura.
11. Quadro clinico intraorale post-chirurgico.
11. Quadro clinico intraorale post-chirurgico.
12. Quadro clinico extraorale pre-operatorio (a) e post-operatorio (b).
12. Quadro clinico extraorale pre-operatorio (a) e post-operatorio (b).

L’esame istologico ha confermato la diagnosi clinica presuntiva (figura 13).

Conclusioni

La risoluzione terapeutica delle cisti da stravaso mucoso prevede, in primo luogo, l’identificazione della ghiandola salivare accessoria dalla quale si è generata la lesione e, in seguito, la sua eliminazione.

Le strategie terapeutiche di cui l’operatore può usufruire sono diverse: exeresi chirurgica, micromarsupializzazione, criochirurgia, uso di laser al CO2 ed elettrochirurgia5,29-33.

Il caso clinico presentato è stato trattato con l’escissione chirurgica.

L’attuazione dell’intervento è stata esemplificata dall’utilizzo del Ribapiatt, che facilita le diverse fasi dell’atto chirurgico. L’utilizzo di questo strumento ha permesso di migliorare il comfort del paziente e dell’operatore, di aumentare la qualità e la semplicità dell’atto chirurgico, riducendo così gli “svantaggi” di questa scelta terapeutica che, quindi, appare come la più indicata considerando che è l’unica, tra le varie opportunità curative, che consente di ottenere un quadro istologico completo della lesione.                

Corrispondenza
dottor Gianluca Panetta
via Giuseppe Di Vittorio, 97
00034 Colleferro (RM)

• Gianluca Panetta2
• Fabio Di Giorgio2
• Elisabetta Buldini
• Chiara Marcucci
• Luciano Pacifici1
1 Università “La sapienza”,
Cattedra di Clinica Odontostomatologica,
titolare professor Luciano Pacifici
2 Specialista in Chirurgia odontostomatologica

 

Bibliografia

1. Bermelo A, Aguirre JM, Lopez P, Saez MR. Superficial mucocele: report of four cases. Oral Surg Oral Med Oral Pathol Oral Radiol Endod 1999 Oct;88(4):469-72.
2. Robinson L, Hansen EH. Pathologic changes associated with mucous retention cysts of minor salivary glands. Oral Surg Oral Med Oral Pathol 1964;18(2):191-205.
3. Baurmash HD. Marsupialization for treatment of oral ranula: a second look at the procedure. J Oral Maxillofac Surg 1992 Dec;50(12):1274-9.
4. Li TJ, Kitano M, Yoshida S. Myxoglobulosis in an extravasion mucocele of the lower lip. J Oral Pathol Med 1997 Aug;26(7):342-4.
5. Frame JW. Removal of oral soft tissue pathology with the CO2 laser. J Oral Maxillofac Surg 1985 Nov;43(11):850-5.
6. Arendorf TM, Van Wyk CW. The association between perioral injury and mucoceles. Int J Oral Surg 1981;10:328-32.
7. Cunha RF, De M, Carvalho P, Guimaraes CM, Macedo CM. Surgical treatment of mucocele in an eleven month-old baby: a case report. J Clin Pediatr Dent 2002 Winter;26(2):203-6.
8. Alcure ML, Della Coletta R, Graner E, Di Hipolito O Jr, Lopes MA. Sialolithiasis of minor salivary glands: a clinical and histopathological study. Gen Dent 2005 Jul-Aug;53(4):278-81.
9. Houston GD. Oral pathology case. Mucous retention phenomenon (mucocele). J Okla Dent Assoc 2004 Dec-2005 Jan;95(5):26-28.
10. Speculand B. The mucocele – floor of the mouth. Aust Dent J 1977 Oct;22(5):397-402.
11. Anastassov GE, Haiavy J, Solodnik P, Lee H, Lumerman H. Submandibolar gland mucocele: diagnosis and management. Oral Surg Oral Med Oral Pathol Oral Radiol Endod 2000 Feb;89(2):159-63.
12. Delbhem AC, Cunha RF, Vieira AE, Ribeiro LL. Treatment of mucus retention phenomena in children by the micro-marsupialization technique: case report. Pediatr Dent 2000 Mar-Apr;22(2):155-8.
13. Bhaskar SN, et al. Pathogenesis of mucoceles. J Dent Res 1956;35:863-4.
14. Sfasciotti M, Perfetti G, Annibali S, Pippi R. Il mucocele delle ghiandole salivari minori. Parte I: eziopatogenesi e istopatologia. Dental Cadmos 1991;11:66-78.
15. Poker ID, Hopper C. Salivary extravasation cyst of the tongue. Br J Oral Maxillofac Surg 1990 Jun;28(3):176-7.
16. Shelley MJ, Yeung KH, Bowley NB, Sneddon KJ. A rare case of an extensive plunging ranula: discussion of imaging, diagnosis, and management. Oral Surg Oral Med Oral Pathol Oral Radiol Endod 2002 Jun;93(6):743-6.
17. Yeh CJ. Simple cryosurgical treatment for oral lesions. Int J Oral Maxillofac Surg 2000 Jun; 29(3):212-6.
18. Regezi J, Sciubba J. Oral pathology. Clinical-pathologic correlations. 2nd Ed. Philadelphia: WB Saunders Co, 1996.
19. Galloway RH, Gross PD, Thompson SH, Patterson AL. Pathogenesis and treatment of ranula: report of three cases. J Oral Maxillofac Surg 1989 Mar;47(3):299-302.
20. Harrison JD. Salivary mucoceles. Oral Surg Oral Med Oral Pathol 1975 Feb;39(2):268-78.
21. Mintz S, Barak S, Horovitz I. Carbon dioxide laser excision and vaporization of nonplunging ranulas: a comparison of two treatment protocols. J Oral Maxillofac Surg 1994 Apr;52(4):370-2.
22. Eveson JW. Superficial mucoceles: pitfall in clinical and microscopic diagnosis. Oral Surg Oral Med Oral Pathol 1988 Sep;66(3):318-22.
23. Toida M, Ishimaru JI, Hobo N. A simple cryosurgical method for treatment of oral mucous cyst. Int J Oral Maxillofac Surg 1993 Dec;22(6):353-5.
24. De Visscher JG, van der Wal KG, de Vogel PL. The plunging ranula. Pathogenesis, diagnosis, and management. J Craniomaxillofac Surg 1989 May;17(4):182-5.
25. Lynch MA. Burket’s Oral medicine: diagnosis and treatment. 9th Ed. Philadelphia: JB Lippincott Co., 1994.
26. Mizuno A, Yamaguchi K. The plunging ranula. Int J Oral Maxillofac Surg 1993 Apr;22(2):113-5.
27. Harrison HD. Sublingual gland is origin of cervical extravasation mucocele. Oral Surg Oral Med Oral Pathol Oral Radiol Endod 2000 Oct;90(4):404-5.
28. Pulse CL, Lebovics RS, Zegarelli DJ. Necrotizin sialometaplasia: report of a case after lower lip mucocele excision. J Oral Maxillofac Surg 2000 Dec;58(12):1419-21.          29. Sfasciotti M, Perfetti G, Pippi R, Annibali S, Isidori F. Il mucocele delle ghiandole salivari minori. Parte II: diagnosi e terapia. Dental Cadmos 1991;14:76-83.
30. Yoshimura Y, Obara S, Kondoh T, Naitoh S. A comparison of three methods used for treatment of ranula. J Oral Maxillofac Surg 1995 Mar;53(3):280-2.
31. Cataldo E, Mosadomi A. Mucoceles of the oral mucous membrane. Arch Otolaryngol 1970 Apr;91(4):360-5.
32. Emmings FG, Koepf SW, Gage AA. Cryotherapy for benign lesions of the oral cavity. J Oral Surg 1967 Jul;25(4):320-6.
33. Cohen L. Mucoceles of the oral cavity. Oral Surg Oral Med Oral Pathol 1965;19(39):365-72.

Il dentista negato

Un nuovo spiraglio di sole compare nel mondo buio e nuvoloso di quei medici non laureati in odontoiatria che, dentisti nel cuore, si sono visti negare l’accesso alla professione per un pugno di anni e di carte bollate.

Il Dott. XY ricorreva avanti il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio avverso il silenzio rifiuto mantenuto dalle Amministrazioni dallo stesso interessate (Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, Ministero dell’ Istruzione Università e Ricerca, Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Reggio Calabria) in merito all’istanza avanzata volta ad ottenere l’attivazione e la partecipazione alla prova attitudinale per l’iscrizione all’Albo provinciale degli Odontoiatri.

Adduceva - il ricorrente - essersi immatricolato presso l’Università di Padova nel biennio accademico 1980-1981, di essersi laureato e abilitato nel 1988 e di essere da quello stesso anno iscritto all’Albo dei Medici Chirurghi custodito presso l’Ordine professionale di Reggio Calabria, nonché a quello degli Odontoiatri ai sensi dell’art. 2 L. 409/1985.

In data 31 luglio 2008 riceveva però una comunicazione, inoltratagli dall’Ordine di appartenenza, in merito alla disposta cancellazione del proprio nominativo dal solo Albo degli Odontoiatri.

Avanzava allora formale istanza/diffida alle Amministrazioni poi resistenti in giudizio, affinché indicessero una nuova prova attitudinale ai sensi e per gli effetti del D.Lgs. 13 ottobre 1998 n. 386, e ciò al solo fine di poter tornare a essere iscritto all’Albo professionale degli Odontoiatri.

La questione, in realtà, era già stata esaminata dalla Sezione nuovamente interessata della problematica (la Terza quater), e sempre con esiti favorevoli per i ricorrenti confermati poi dal Giudice di Appello (vedi ad esempio Sent. 10961/2007, Consiglio di Stato, Sez. VI 2556/2008).

La decisione

La Sentenza 9957/2009 ha una consequenzialità logica ineccepibile.

Come primo punto, si rifletteva come per i laureati in Medicina e Chirurgia immatricolati ai corsi di laurea dal biennio 1980-1981 al biennio 1984-1985, ovviamente ove in possesso della relativa abilitazione, l’art. 1 del D.Lgs. 386/1998 avesse previsto l’iscrizione all’Albo professionale degli Odontoiatri solo a seguito del superamento di una prova attitudinale, senza però fissare alcun termine entro il quale poter avanzare la domanda.

Di poi, si ricordava come nell’ottobre 2005 fosse stata recepita dall’ordinamento italiano una direttiva europea (la 2005/36/CE) riguardante il riconoscimento delle qualifiche professionali e come la normativa di riferimento (il D.Lgs. 206/2007 che incorporava dette disposizioni comunitarie) avesse confermato l’obbligo in capo al Ministero della Salute di provvedere a indire una nuova prova attitudinale, atteso che un’interpretazione volta a escludere dalla professione chi non avesse partecipato o non avesse superato quelle già indette sarebbe stata palesemente anticostituzionale (in contrasto con i principi di parità del trattamento e di libertà del lavoro previsti dagli artt. 3, 4 e 35 della Carta Costituzionale).

Veniva allora individuato in capo al Ministero della Salute l’obbligo di indire una nuova prova attitudinale ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 3 D.Lgs. 386/1998.

La professione odontoiatrica

Era nel lontano 1978 che la professione odontoiatrica cominciava a muovere i suoi primi passi, procedendo con lento incedere su un tortuoso e cupo sentiero, battuto inizialmente solo dalla volontà di pochi, e nemmanco italiani.  E’ infatti in quell’anno che l’Europa decideva che il medico non avrebbe potuto più fare il dentista avvalendosi della sola laurea in Medicina e Chirurgia ma avrebbe dovuto compiere studi e percorsi formativi ad hoc e indipendenti.

Con un paradosso tutto italiano nel 1980, quando non vi era ancora nemmeno l’ombra di un esclusivo e adeguato Albo professionale per l’Odontoiatria (istituito solo successivamente con la L. 409/1985), veniva inaugurato il primo corso di laurea in Odontoiatria.

Ma era proprio la pezza che il legislatore apponeva per arginare questa surreale situazione (un corso di laurea per una professione non ufficialmente riconosciuta) a scatenare le più feroci polemiche da parte di quei medici con la vocazione del dentista che, iscrittisi alla facoltà di medicina nel 1980 scoprivano freschi di laurea, nel 1986, di non poter esercitare come – appunto - dentisti se non dopo aver conseguito una nuova laurea, quella neo costituita in Odontoiatria e Protesi Dentaria.

Per affrontare al meglio questo nuovo disagio, lo Stato Italiano emanava allora altra legge (la L. 471/1988) che consentisse ai medici immatricolati dal 1980 al 1984 di iscriversi al neo costituito Albo degli Odontoiatri a patto però che detta iscrizione fosse richiesta entro il 1991.

Come prevedibile, al silenzio dei medici si contrapponeva stavolta il disappunto delle Autorità Europee, che indirizzavano allo Stato Italiano numerosi richiami, tra il 1990 e il 1993, volti a ottenere un perfetto adeguamento e allineamento delle normative italiane con le direttive comunitarie emesse sul punto.

La perpetrata e pervicace inadempienza spingeva ancora la Corte Europea, nel 1995, a condannare l’Italia ed era solo a seguito di tale netta e negativa presa di posizione che, nel 1999, lo Stato Italiano promulgava la famosa (per alcuni famigerata) Legge 386, istitutiva della prova attitudinale (sostituita poi da un corso con esame finale) per gli immatricolati del corso di laurea in Medicina e Chirurgia dal biennio accademico 1980-1981 al biennio accademico 1984-1985.

Le prevedibili conseguenze

La sentenza poc’anzi commentata desterà indubbio scalpore, verrà acclamata da alcuni e denigrata da altri, creando partigianerie che in questa sede non si vogliono abbracciare.

Da un punto di vista squisitamente giuridico però un fatto è certo: questa nuova prova attitudinale, questa nuova chance data ai medici iscritti tra gli anni 1980 e 1984, se la sentenza non sarà impugnata dal Ministero, permetterà a quei pochi professionisti ancora mancanti all’appello (si stima siano un paio di centinaia) di regolarizzare la propria posizione.

Viene infatti difficile pensare che oggi chi si sia iscritto a un corso di laurea con il solo scopo di praticare l’arte dell’odontoiatria, poi negata per sottili questioni burocratiche e legali, si sia adeguato di buon grado a una così pesante imposizione ed abbia diligentemente evitato riuniti, faretre e amalgami.

Viene forse più facile credere che, seppur sostanzialmente imposto, anche questo sia un modo, diverso e singolare, di combattere l’abusivismo, piaga dilagante e mai sufficientemente e adeguatamente curata che infesta ancora il settore sanitario e principalmente odontoiatrico.

Ma queste sono solo scontate considerazioni, che in alcun modo vogliono essere oltraggiose nei confronti dei destinatari della sentenza emessa.

Preme, invece, rassicurare il medico iscritto a buon diritto a entrambi gli Albi o l’odontoiatra, che leggeranno in questa sentenza l’ombra di un’ingiustizia perpetrata a loro danno a favore di chi a suo tempo non aveva colto l’opportunità già concessa di entrare a far parte del mondo dell’odontoiatria: valutino – questa – invece una nuova e ulteriore occasione per crescere e rinnovarsi professionalmente, e considerino con rispetto i neo Colleghi, verosimilmente e presumibilmente lontani da tempo dal mondo odontoiatrico, e che già solo per questo motivo dovranno preoccuparsi di conseguire nel minor tempo possibile un livello professionale adeguato a un mercato sempre in crescita e sempre più esigente quale quello dell’odontoiatria. 

Riunito odontoiatrico e contaminazione da Legionella della rete idrica: rischio reale o ipotetico?

Riassunto
La Legionella è un’infezione polmonare causata da un microrganismo (Legionella pps) il cui habitat è rappresentato dall’ambiente e, in particolare, da impianti acquatici stagnanti. In ambito odontoiatrico esso può essere ritrovato nelle linee idriche del riunito, sia negli spray erogati dagli strumenti caudati sia all’interno del biofilm che si forma nel circuito idrico. Il rischio di infezione da Legionella durante i trattamenti odontoiatrici è essenzialmente correlato all’inalazione di aerosol contaminati. Tale condizione risulta particolarmente importante per soggetti immunocompromessi. Durante l’utilizzo del riunito si distaccano «blocchi» di biofilm carichi di batteri e Legionella che vengono veicolati, attraverso gli spray, nell’ambiente e nel cavo orale del paziente. Si può, inoltre, intravedere una circolazione inversa, dal circuito contaminato alle linee idriche potabili a monte, tanto che l’International Standard Organization, nella norma tecnica 7494-2, ha regolato l’applicazione di dispositivi antireflusso tra riunito e rete idrica. Gli interventi riconosciuti validi nella riduzione del rischio di trasmissione della Legionella sono la prevenzione della contaminazione della linea idrica del riunito e la disinfezione chimica atta a ridurre o distruggere la carica batterica presente nella linea idrica. In particolare, il rischio di infezione crociata conseguente a contaminazione del circuito del riunito odontoiatrico può essere minimizzato utilizzando un’alimentazione indipendente (per esempio, acqua sterile inserita in recipienti collegati al riunito) e procedure di disinfezione di alto livello in discontinuo (tra paziente e paziente). In Italia, anche l’Istituto Superiore di Sanità ha predisposto Linee Guida per il controllo e la prevenzione della legionellosi.        

Summary
Dental unit and Legionella’s contamination of water supply: real or hypothetical risk?
Legionnaires’ disease is an lung infection which is caused by Legionella species acquired from environmental sources, where they can be found mainly in stagnant waters. In the dental field, Legionella has been found in dental unit waterlines, both in the water flowing from dental handpieces and inside bacterial biofilm that can grow and adhere to the waterlines. The risk of Legionella infections during dental procedures in mainly related to the inhalation of contaminated aerosols formed, especially in patients with reduced host defences. Biofilm blocks can be found inside the waterlines and released inside the water flow of the handpieces and through sprays be spread inside patient’s oral cavity and in the dental office. The inverse circulation, from the contaminated waterlines to the drinkable water public lines is also possible. Therefore, the ISO standard 7494-2 has regulated the application of anti-retraction devices between dental unit and the public water net. The scientifically validated devices in the reduction of the risk of transmission of the Legionella are a control of the dental unit waterlines by preventing contamination and a reduction or elimination of the micro-organism growth with the aid of chemical disinfection of waterlines. More precisely, risk factors within the dental unit can be reduced by the use of an independent water supply (i.e. sterilized water inside bottles connected to the unit) and the high-level disinfection in discontinuous after each patient. In Italy, the Istituto Superiore di Sanità has also formulated guidelines for the control and the prevention of Legionnaires’ disease infections.

           

La legionellosi rappresenta una forma di polmonite interstiziale acquisita attraverso inalazione di aerosol contaminato da agenti microbici riconducibili al genere Legionella.

La prima epidemia si registrò nel 1976 durante una riunione dell’American Legion a Philadelphia: tra gli oltre 4.000 veterani del Vietnam (chiamati appunto Legionnaires) presenti, 221 si ammalarono e 34 di essi morirono. L’agente eziologico fu isolato dal Center for Disease Control and Prevention (CDC) soltanto l’anno successivo. Tale agente, proprio in virtù dell’epidemia verificatasi, venne indicato come Legionella pneumophila.

In Italia, la prima manifestazione di legionellosi si ebbe nel 1978. Dal 1983, la malattia è stata inserita nel sistema nazionale di sorveglianza e, dal 1990, rientra tra le malattie infettive e diffusive in classe II, per le quali sussiste obbligo di denuncia. Nel 1986, è stato costituito un sistema di sorveglianza europeo, denominato European Working Group for Legionella Infections (EWGLI), attualmente coordinato dal Public Health Laboratory Service di Londra.

Tale sistema raccoglie informazioni sui casi di legionellosi associati ai viaggi internazionali che si verificano negli Stati europei aderenti a tale programma. In questo contesto, l’organo di sorveglianza italiano (ISS – Istituto Superiore di Sanità) comunica all’EWGLI i casi di legionellosi contratti da cittadini italiani che si sono recati all’estero e registra, inoltre, la notifica dei casi verificatisi tra i cittadini stranieri che hanno soggiornato in Italia.

Le strutture implicate nella segnalazione devono verificare l’affidabilità della rete idrica e, qualora i riscontri microbiologici risultino positivi, sono incaricate della bonifica di tale circuito.

Nel periodo 1993-2006, in Europa, sono stati notificati in totale 42.627 casi di malattia dei Legionari e, di questi, quasi 12.000 si sono verificati nel biennio 2005-2006, con 5.700 casi nel 2005 e 6.280 nel 2006. Questo aumento è in parte attribuibile al fatto che un numero sempre maggiore di Paesi ha introdotto, a livello nazionale, programmi di sorveglianza per la prevenzione e il controllo della legionellosi.

In Italia, nel periodo 1983-2000, sono stati notificati 1.440 casi, anche se in base alle stime europee i casi in Italia dovrebbero essere oltre 1.000 l’anno.

Nel 2001 i casi sono stati 325 (il 70% in più del 2000) e nel triennio 2002-2004 sono stati circa 600 l’anno. Nel 2005 sono pervenute all’ISS 869 schede di sorveglianza relative ad altrettanti casi di malattia dei Legionari, di cui 826 confermati e 43 presunti, con un incremento del 40% rispetto al 2004. È però difficile dire se tale incremento sia legato a un reale aumento delle infezioni o al miglioramento delle possibilità diagnostiche e a una maggiore attenzione alla diagnosi e notifica da parte degli operatori sanitari.

La malattia resta comunque ampiamente sottostimata, soprattutto nelle regioni del Centro-Sud: il 78% dei casi è stato infatti notificato da 6 Regioni (Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Lazio), il rimanente 22% da 13 Regioni e dalle Province autonome di Trento e Bolzano, mentre 2 Regioni (Molise e Calabria) non hanno notificato alcun caso di legionellosi. Nel 2005 i casi nosocomiali segnalati sono stati 78 (9% dei casi totali notificati) mentre 124 casi (14%) avevano soggiornato almeno una notte in luoghi diversi dalla propria abitazione (alberghi, campeggi, case private), 22 casi (2,7%) avevano frequentato piscine e 6 casi (0,7%) avevano effettuato cure odontoiatriche nelle due settimane precedenti l’insorgenza dei sintomi.

Nel 2005 sono stati notificati complessivamente 221 casi di legionellosi associata a viaggi: i casi in turisti italiani sono stati 124 mentre quelli verificatisi in turisti stranieri, e quindi notificati all’ISS dall’EWGLINET, sono stati 97.        

Eziologia

Legionella è l’unico genere della famiglia delle Legionellaceae. Si tratta di sottili bacilli Gram-negativi, aerobi, asporigeni, generalmente mobili per la presenza di uno o più flagelli e di dimensioni variabili da 0,3 a 0,9 Micron di larghezza e da 1,5 a 5 Micron di lunghezza (mentre in coltura sono frequenti forme filamentose lunghe fino a 20 Micron).

La parete cellulare di questi microrganismi è caratterizzata dalla presenza di acidi grassi a catena ramificata di solito non presenti nei batteri Gram-negativi.

L’habitat del microrganismo è rappresentato da ambienti acquatici naturali e artificiali, presenta quindi una spiccata predilezione per quegli impianti di approvvigionamento idrico che presentano rami morti, o sezioni comunque soggette a fenomeni di stagnazione.

La capacità di sopravvivenza del bacillo dipende essenzialmente dalla presenza di biofilm, dalla temperatura dell’acqua (25-45 °C) e da altri parametri di natura chimica (pH, cloro, ferro e rame).

Esistono, inoltre, diversi studi che mostrano come la presenza di protozoi concorra alla formazione di un habitat ideale per la sopravvivenza della specie Legionella1-5.

Alcune amebe, come per esempio Naegleria and Acanthamoeba, possono utilizzare Legionella come unica risorsa di nutrimento6. Legionella può però agire come parassita killer in grado di uccidere i protozoi7.

I protozoi possono, quindi, ingerire Legionella e, in alcuni casi, trarne nutrimento, ma ciò che si verifica più frequentemente è che Legionella uccida i protozoi che la ospitano, sopravvivendo e riproducendosi all’interno dei loro vacuoli anche per periodi molto lunghi.

Attualmente, al genere Legionella appartengono 52 specie suddivise in oltre 70 sierogruppi e circa la metà di queste risultano patogene opportuniste: L. pneumophila di sierogruppo 1 è la specie maggiormente implicata nella patologia umana8-10, seguita da L. longbeachae (3,9%) e L. bozemanii (2,4%), mentre altre specie, meno frequentemente isolate in campioni clinici, sono L. micdadei, L. dumoffii, L. feelii, L. wadsworthii e L. anisa (2,2% in totale).                       

Patogenesi                         

L’infezione può estrinsecarsi essenzialmente in due forme cliniche: la febbre di Pontiac e la malattia dei Legionari11,12.

La prima, dopo un periodo di incubazione compreso tra 24 e 48 ore, si manifesta in forma acuta con un quadro simil-influenzale, ma senza interessamento polmonare.

La malattia dei Legionari, dopo un periodo di incubazione di 2-10 giorni, da luogo invece all’insorgenza di una polmonite spesso priva di manifestazioni extra-polmonari.

L’esito della malattia è, comunque, fortemente condizionato da caratteristiche individuali e da eventuali patologie predisponenti a carico del singolo paziente, che spiegano la diversa suscettibilità alla malattia da parte di soggetti esposti alla stessa fonte di contagio13-15. Fattori predisponenti la malattia sono l’età avanzata, il fumo di sigaretta, la presenza di malattie croniche, l’immunodeficienza16. Il rischio di acquisizione della malattia è inoltre correlato al grado di intensità dell’esposizione, rappresentato dalla quantità di legionelle presenti e dal tempo di esposizione. Risultano importanti, inoltre, la virulenza e la carica infettante dei singoli ceppi di Legionella, che, interagendo con la suscettibilità dell’ospite, determinano l’espressione clinica dell’infezione.                          

Esami diagnostici                            

La diagnosi strumentale di laboratorio della legionellosi deve essere considerata fattore indispensabile alle procedure diagnostiche cliniche. L’indagine di laboratorio deve essere attuata, possibilmente, prima che i risultati possano essere influenzati dalla terapia e deve essere specificamente richiesta.

Dato che la legionellosi è una malattia a bassa prevalenza, la specificità delle prove di laboratorio è prossima al 99,9%, ciò permette una diagnosi attendibile dei casi sporadici. La complessità della diagnosi di laboratorio consiste, inoltre, nella difficoltà di isolare e identificare il germe in tempi relativamente brevi e nella comparsa solitamente tardiva degli anticorpi; per cui talvolta è possibile fare una diagnosi solo retrospettiva.

L’uso di colorazioni batteriologiche può essere solo parzialmente utile. Tuttavia, è necessario prendere in considerazione una diagnosi di legionellosi se si osservano batteri Gram-negativi nelle secrezioni delle basse vie respiratorie di un paziente immunocompromesso, con una coltura negativa dopo 24 ore sui terreni di uso corrente.

Il metodo diagnostico di elezione è l’isolamento e l’identificazione del microrganismo17. Tuttavia, esso richiede terreni di coltura speciali (legionella non cresce sui terreni di uso comune) e tempi di crescita relativamente lunghi (4-10 giorni). La prova dovrebbe essere eseguita sistematicamente sulle secrezioni respiratorie, ed eventualmente su parenchima polmonare, di pazienti con polmonite atipica interstiziale. Un’emocoltura negativa, seminata successivamente su terreno appropriato per Legionella, può dar luogo all’isolamento del microrganismo.

L’isolamento da campioni clinici risulta estremamente importante, sia perché è il criterio diagnostico più specifico sia perché permette lo studio comparativo con ceppi di Legionella isolati dall’ambiente presumibilmente associati all’infezione al fine di individuare la fonte dell’infezione stessa17.

La prova dell’antigenuria (presenza di antigene solubile nelle urine) è una procedura rapida, non invasiva, e relativamente semplice18-20, in quanto risulta più facile ottenere un campione di urine piuttosto che un adeguato campione di espettorato (dato che i pazienti presentano una tosse non produttiva) o di broncoaspirato/lavaggio. Inoltre, si positivizza precocemente e, contrariamente alla coltura, può dare risultati positivi anche per 60 giorni, e talvolta oltre, in modo intermittente, anche in corso di terapia antibiotica. Tuttavia, proprio per questo motivo, può risultare difficile distinguere tra infezione acuta, fase di convalescenza o infezione pregressa.

Il test per la rilevazione dell’antigene urinario evidenzia solo gli antigeni di Legionella pneumophila sierogruppo 1. Quindi, benché la sensibilità di tale test sia dell’80-95% per le infezioni dovute a tale microrganismo, la sensibilità globale per tutte le cause di legionellosi oscilla tra 65 e 75%.

I metodi sierologici risultano utili nelle indagini epidemiologiche, ma meno validi in quelle cliniche, data la comparsa talvolta tardiva (anche 3-6 settimane) degli anticorpi specifici a livelli significativi e della necessità di controllare un campione di siero in fase di convalescenza. L’esistenza di reattività crociata tra legionelle e altri microrganismi, e la difficoltà di distinguere tra infezione in atto o infezione pregressa in caso di campione singolo di siero o di titolo anticorpale costante, rende la conferma diagnostica più complessa.

L’evidenziazione delle legionelle nei campioni clinici per mezzo dell’immunofluorescenza, pur permettendo di confermare la diagnosi di polmonite da Legionella entro poche ore21-23, ha una validità inferiore al metodo colturale. La tecnica richiede una certa esperienza nella lettura del preparato e dipende, inoltre, dal metodo di preparazione degli antisieri e dalle dimensioni del preparato esaminato.

La tecnica di ibridizzazione degli acidi nucleici, utilizzando sonde di DNA che individuano molecole di DNA o di rRNA, permette una diagnosi precoce e una risposta entro poche ore23. Il metodo, tuttavia, risente delle condizioni sperimentali, del tipo di campione e deve essere ulteriormente validato.

L’amplificazione del DNA mediante reazione polimerasica a catena (PCR) è stata applicata per ricercare le legionelle o parti di esse nel fluido del lavaggio bronco-alveolare, nel siero e nelle urine, ma in questi ultimi casi la metodica è ancora allo stato sperimentale.

Dato che le diverse prove di laboratorio sono complementari tra loro, in caso di sospetta legionellosi occorre eseguirne più di una. Inoltre, poiché nessuna delle prove ha una sensibilità del 100%, una diagnosi di legionellosi non può essere esclusa anche se una o più prove di laboratorio danno risultato negativo.    

Sorgenti di infezione e modalità di trasmissione

La trasmissione interumana della Legionella non è stata mai documentata, quindi l’unica sorgente di infezione a oggi riconosciuta è rappresentata dall’ambiente. Legionella spp è in grado di colonizzare la rete idrica di strutture pubbliche e private e, in particolare, i sistemi di distribuzione dell’acqua calda (docce, rubinetti, piscine ecc.). In questi casi, la formazione di biofilm nell’impianto idrico, favorito da lunghi periodi di inattività o da un ridotto flusso d’acqua, può incrementare il grado di contaminazione24,25.

In uno studio25 effettuato dal Dipartimento di Medicina e Salute Pubblica dell’Università di Bologna sono stati esaminati un totale di 137 campioni di acqua calda: 59 provenivano da abitazioni private, 46 da undici alberghi e 32 da sei ospedali.
Tutte le utenze erano allacciate allo stesso sistema di approvvigionamento idrico.
La specie Legionella è stata riscontrata nel 40% dei campioni, Legionella pneumophila nel 33,3%. La più alta concentrazione è stata rinvenuta nel sistema idrico degli ospedali (93,7% dei campioni positivi), seguita da quella rilevata negli alberghi (60,9%) e dagli appartamenti con sistema di riscaldamento centralizzato (41,9%). Gli appartamenti con sistema di riscaldamento indipendente hanno mostrato un basso livello di colonizzazione da parte della specie Legionella (3,6%) con nessuna evidenza di Legionella pneumophila.

Lo studio ha permesso di concludere che il sistema idrico utilizzato dalle strutture che sfruttano caldaie centralizzate incrementa le possibilità di colonizzazione e diffusione di Legionella all’intero circuito.

In ambito ospedaliero, le occasioni di contagio diventano particolarmente numerose in quanto le attrezzature per la respirazione assistita, gli apparecchi per aerosol e ossigenoterapia, le irrigazioni delle ferite nei reparti dei grandi ustionati, possono costituire un’ulteriore riserva di Legionella spp26. Inoltre, la tipologia dei pazienti ricoverati (patologie debilitanti, terapie in atto) e la durata del ricovero condizionano fortemente la comparsa di casi e la loro evoluzione.

Dato che la via aerea gioca un ruolo primario nella trasmissione della legionellosi, gli aerosol microbici prodotti durante gli interventi odontoiatrici (uso di siringa aria-acqua, turbina, ablatore e micromotore) rappresentano una sorgente di infezione sia per gli operatori sanitari sia per i pazienti, soprattutto se immunocompromessi27,28. Uno studio condotto dal Gruppo di Lavoro «L’igiene in odontoiatria», afferente alla Società Italiana di Igiene e Medicina Preventiva, ha preso in esame le acque di alcuni riuniti odontoiatrici posti in strutture sia pubbliche sia private, rilevando la presenza di Legionella in circa il 30% dei campioni considerati29.                         

Biofilm: struttura e caratteristiche                           

Il biofilm riveste un ruolo fondamentale nel mantenimento e nella crescita di Legionella, appare pertanto doveroso effettuare un accenno relativo a tale entità.
I biofilm sono comunità batteriche inglobate in una matrice di esopolisaccaridi (slime) prodotta dai batteri stessi, che aderiscono a una superficie viva o inerte30,31.

In natura, tali agglomerati rappresentano un modo di crescita protetta che permette ai batteri di sopravvivere in ambienti ostili. I biofilm batterici possono colonizzare qualsiasi superficie umida, come lo smalto dentale, le pietre di un fiume o i tessuti infetti. Occasionalmente, questi aggregati batterici liberano singole cellule che si disperdono e si moltiplicano rapidamente colonizzando altri siti. L’idea generale è che ciascun batterio (fase planctonica) è esposto agli agenti ambientali (per esempio, alla possibilità di essere fagocitato o trascinato da un fluido), mentre all’interno di un biofilm (fase sessile) si trova protetto32. I principali costituenti della matrice del biofilm sono polisaccaridi, costituiti per lo più da carboidrati e glicoproteine.
Lo slime può, inoltre, intrappolare componenti di diversa natura quali materiali organici, cellule morte, sostanze minerali precipitate ecc. Un biofilm, pertanto, può essere definito come una pellicola biologica risultante dall’adesione e dalla crescita di microrganismi su una superficie.

Qualsiasi superficie immersa in acqua si ricopre dopo un breve periodo di tempo (da pochi minuti a poche ore) di un
biofilm batterico che ne altera le caratteristiche e le proprietà.
La principale caratteristica di un biofilm è rappresentata dalla presenza di batteri immobilizzati in una matrice esocellulare
da loro stessi prodotta30.
Presenta, inoltre, ben precise proprietà chimiche (pH, potenziale redox, conduttività, gradiente di concentrazione di prodotti batterici), fisiche (resistenza termica, idraulica, densità, proprietà ottiche e spettroscopiche) e fisiologiche (attività idrolasiche, idrogenasiche, attività della catena respiratoria, ATP, luminescenza, proprietà genetiche), caratteristiche queste che variano a seconda della popolazione batterica che lo costituisce.

L’iter che conduce alla formazione del biofilm implica il susseguirsi di diversi processi chimici, fisici e biologici30,31:                   

  • trasporto di molecole organiche e di cellule microbiche verso la superficie;
  • adsorbimento delle molecole organiche sul materiale di superficie con formazione di un substrato «condizionante»;                               
  • adesione dei microrganismi alla superficie «condizionata»;                   
  • metabolismo dei microrganismi che porta alla formazione della matrice esopolimerica (EPS) con conseguente adesione di un numero maggiore di essi e di materiali associati.   

La formazione dello strato condizionante è il primo passo obbligato per l’adesione dei microrganismi alla superficie.
La sua configurazione è, però, influenzata dallo stato iniziale del substrato stesso; infatti, la presenza di microscopiche asperità o soluzioni di continuità, in materiali come l’acciaio inox o il vetro, o la morbidezza di altri materiali (teflon, nylon) favoriscono la ritenzione di cellule batteriche. Successivamente, il processo di adesione microbica si articola in due fasi ben distinte tra loro:      

  • attacco reversibile;                       
  • attacco irreversibile.                  

Il primo è molto debole e può essere rimosso facilmente, il secondo è un legame permanente, dovuto all’interazione di molecole polianioniche e/o all’idrofobicità della superficie cellulare; solitamente il processo irreversibile è coadiuvato dalla produzione di EPS33.

Un biofilm è quindi formato da cellule batteriche vitali in continua crescita o morte, da esopolisaccaridi e da eventuali sostanze organiche o inorganiche intrappolate; la sua formazione si realizza attraverso un lento processo, che tuttavia può portare alla formazione di masse dello spessore di qualche millimetro in pochi giorni34: inoltre, presenta una curva di crescita sigmoidale del tutto simile a una comune curva di crescita batterica.
Dopo qualche tempo, il biofilm raggiunge una «massa critica» e i suoi strati superficiali, contenenti batteri adesi, si sfaldano dalla matrice e possono distaccarsene venendo a costituire una massa indipendente in grado di allontanarsi e dare origine a nuove colonizzazioni e formazioni di nuovo biofilm in altre sedi. Questo fenomeno è favorito dalle forze di scorrimento del fluido con cui il biofilm è in contatto, dalla presenza di determinati composti o dalle caratteristiche delle singole specie batteriche33,34.              

Formazione del biofilm nella linea idrica del riunito odontoiatrico                    

Il circuito idrico del riunito è soggetto a due tipi di contaminazione: agenti biologici (batteri e virus) provenienti
dal cavo orale del paziente in cura (bloodborne, o meglio un mix di contaminanti di provenienza umana) e microrganismi presenti nell’acqua di rete che alimenta gli spray (waterborne).

Il trasferimento dei fluidi biologici dal cavo orale nei circuiti del riunito, causato dai fenomeni di retrazione o di capillarità che interessano tutti gli strumenti dotati di spray, costituisce un primo meccanismo che favorisce l’ingresso dei microrganismi, la loro adesione e la formazione del biofilm. Infatti, sia la saliva sia il fluido crevicolare posseggono caratteristiche fisiche e chimiche (tensioattività, presenza di ioni e sostanze organiche) che agevolano la coesione delle sostanze che compongono la matrice del biofilm.
Inoltre, le specie batteriche selezionate nella placca dentale posseggono un corredo genetico e relative caratteristiche fenotipiche tali da renderle altamente specializzate per produrre il biofilm anche sulle pareti del circuito idrico del riunito35-37.

L’ingresso di batteri presenti nell’acqua di rete è il secondo meccanismo di promozione del biofilm, con fenomeni di adesione e formazione di aggregati in forma sessile analoghi a quelli dei batteri provenienti dal cavo orale del paziente38. Strutturalmente, il circuito idrico del riunito costituisce una grande interfaccia solido-liquido, con una superficie molto ampia per unità di volume e molto diversificata per geometria; questi fattori, associati alla carenza di elementi nutritivi nell’acqua e alla presenza del substrato opportuno, fanno del circuito idrico una nicchia ecologica adatta alla crescita in fase sessile di numerose specie batteriche, provenienti dal cavo orale e dall’acqua di alimentazione, favorendo la formazione e la persistenza
del biofilm batterico.
Il contatto prolungato dei microrganismi con le pareti dei condotti e le stesse modalità di flusso, che nel circuito del riunito avviene per moto laminare risultando virtualmente stagnante in adiacenza alle pareti interne, favoriscono ulteriormente l’adesione da parte dei batteri e portano inevitabilmente a un insediamento e una colonizzazione stabile da parte di un biofilm batterico nei condotti33,35,39,40.

Il biofilm generato sulle pareti è uno strato discontinuo e tenace, che cresce e si espande rapidamente (fino a 100 cm lineari in 3 giorni) generando, oltre alla perdita di asepsi, molteplici problemi36:                         

  • resistenza al flusso dei liquidi nei condotti;                   
  • ridotto scambio di calore sulle superfici solide;                     
  • corrosione sui substrati metallici, fino alla perforazione;
  • creazione di un ambiente protetto dall’azione dei disinfettanti e del cloro solitamente presente nell’acqua, con conseguente possibilità di moltiplicazione di germi patogeni e opportunisti nonché eterotrofi ambientali;
  • creazione di un ambiente favorevole allo sviluppo di multiresistenze, attività emolitiche e citotossiche che possono, in tal modo, svilupparsi anche in batteri tipicamente ambientali.  

Diversamente da quanto accade per i batteri, i virus che possono contaminare il riunito odontoiatrico provengono solo dal paziente (sangue e fluidi biologici del cavo orale). Di conseguenza, questo tipo di contaminazione riguarda principalmente i segmenti più esterni del circuito idrico, quelle parti di condutture più prossime agli strumenti e quindi al cavo orale41. Questa localizzazione circoscritta dipende dalle caratteristiche dei virus che, essendo parassiti endocellulari, non sono in grado di replicarsi autonomamente in ambiente extracellulare: la loro sopravvivenza al di fuori della cellula ospite non può pertanto contare sui meccanismi di replicazione, ma esclusivamente sulla resistenza intrinseca del ceppo virale e sulle condizioni del microambiente nel quale esso viene a trovarsi. Il microambiente costituito dal biofilm, a questo proposito, potrebbe dare ricovero ai virus, aumentando la loro probabilità di sopravvivenza senza, però, consentirne la moltiplicazione.
Per queste ragioni, si può presumere che virus provenienti dal paziente possano contaminare le componenti del riunito
più prossime al cavo orale, senza estendere la contaminazione virale alle parti più interne del circuito.
La persistenza della contaminazione virale è però strettamente legata a particolari condizioni chimico-fisiche in queste sedi: l’ambiente acquoso, valori medi di pH e una temperatura media oscillante tra i valori ambientali e quelli corporei dei mammiferi.

Per le parti più interne del circuito idrico, al contrario, appare meno probabile una contaminazione virale, condizione ipotizzabile nei casi di massiccia retrazione di liquido, che peraltro è stata rilevata nella maggioranza dei riuniti odontoiatrici in esercizio dal 1997 al 200242.                        

Contaminazione dall’acqua potabile                         

Una porzione consistente dei microrganismi presenti nei circuiti idrici del riunito deriva, quindi, dall’acqua di alimentazione fornita dall’acquedotto (acqua potabile). Essa dovrebbe avere una carica batterica estremamente contenuta, con totale assenza di batteri patogeni, quali Pseudomonas o Legionelle.
Ciò non significa che l’acqua potabile sia sterile, anzi può contenere una flora microbica varia che, per tipo e concentrazione, è generalmente innocua per l’uomo.

In particolari condizioni, però, dalla rete dell’acqua potabile possono giungere al riunito dentale anche microrganismi patogeni o patogeni opportunisti38.

D’altra parte, va sottolineato che la carica batterica delle acque ambientali viene controllata all’origine mediante controlli microbiologici su campioni prelevati a monte del bacino di utenza.
La qualità microbiologica dell’acqua registrata «alla fonte» dall’Ente erogatore, non corrisponde però necessariamente
alla qualità microbiologica rilevabile nelle sedi più prossime al riunito.
Infatti, le analisi di campioni di acqua provenienti dalla rete idrica, prelevati immediatamente a monte del riunito, hanno dato valori di cariche batteriche notevolmente superiori ai criteri di potabilità, fino a livelli ritenuti inadeguati per l’impiego clinico43.                

Rischio biofilm nel riunito odontoiatrico                       

Una volta formato il biofilm, durante il normale impiego clinico del riunito frequentemente si distaccano, dagli strati più esterni del biofilm, «blocchi» carichi di batteri in forma sessile che entrano nel flusso del liquido erogato dagli strumenti e vengono così veicolati con gli spray nel cavo orale del paziente.

A seguito della formazione di lesioni di continuo delle mucose, fatto assai frequente nel normale trattamento odontoiatrico, batteri inglobati in biofilm sono in grado di raggiungere il torrente ematico: le mucose gengivali, infatti, sono riccamente vascolarizzate e durante interventi demolitivi non è infrequente l’esposizione e la lacerazione di vasi venosi e arteriosi di medio calibro. In queste condizioni, la diretta immissione di un fluido contaminato da una grande carica polimicrobica, come quella portata con il biofilm, genera un rischio di infezione molto maggiore di quello che verrebbe a crearsi in un cavo orale perfettamente integro.

Di conseguenza, il biofilm presente nelle linee idriche del riunito odontoiatrico rappresenta un rischio per la salute, in considerazione di molteplici aspetti:              

  • i batteri inglobati nel biofilm (forma sessile) sono tipicamente fino a 1.000 volte più resistenti all’eliminazione rispetto alle controparti cresciute in brodo44;                
  • il biofilm favorisce la crescita dei microrganismi in esso contenuti;                
  • il biofilm rappresenta un fattore di potenziamento delle capacità
    infettanti nei confronti dell’organismo ospite con cui i batteri giungono a contatto.                

L’inoculazione a livello del cavo orale dei batteri rilasciati dal biofilm, come può avvenire durante l’impiego clinico del riunito, può quindi favorire l’instaurarsi di batteriemie transitorie con aumentato rischio di infezioni di endoprotesi (vascolari, ortopediche ecc.) anche in soggetti immunocompetenti;
ovviamente tale quadro risulta ancora più severo nei soggetti immunocompromessi.

Il riunito contaminato dal biofilm rappresenta, dunque, una riserva d’infezione batterica, un rischio che risulta ulteriormente incrementato dalla possibile presenza (e conservazione nel biofilm) di virus, particolarmente nei segmenti terminali del circuito idrico.

A ciò si deve aggiungere un altro aspetto, forse collaterale ma pur sempre problematico: nel riunito si può creare una circolazione di microrganismi, dalle acque ambientali e dal cavo orale al
circuito idrico del riunito e di qui nuovamente al cavo orale di altri pazienti.

Ma si può intravedere anche una possibile circolazione inversa, dal circuito contaminato (da acqua e da paziente) alle linee idriche potabili a monte del riunito, tanto che l’International Standard Organization (ISO) ha regolato, nella norma tecnica ISO 7494-2 del 2003, l’applicazione di dispositivi antireflusso tra il riunito e la rete idrica, essenzialmente a protezione della rete idrica potabile45.

Sull’entità del rischio non sono disponibili dati epidemiologici che correlino strettamente la contaminazione batterica e virale del circuito idrico con eventi morbosi. Tuttavia, in base ai principi generali di controllo delle infezioni, non è in ogni caso accettabile esporre i pazienti e il personale, medico e paramedico, al contatto con fluidi e strumenti di qualità microbiologica incerta o gravemente degradata.                           

Prevenzione                            

L’ISS ha predisposto Linee Guida per il controllo e la prevenzione della legionellosi11. In caso di cluster o di epidemie è prevista un’indagine ambientale per la ricerca della sorgente di infezione.
Se il sistema di distribuzione dell’acqua calda risulta contaminato, l’intervento di bonifica (termico e/o chimico) e la successiva verifica della sua efficacia diventano necessari sull’intero impianto idrico della struttura coinvolta.
Le possibilità di trattamento sono numerose, anche se consentono un effetto efficace nel periodo immediatamente consecutivo all’intervento, senza offrire però sufficienti garanzie nei tempi successivi. La scelta tra i diversi tipi di intervento dipende da vari fattori, tra cui la tipologia dell’impianto idrico e l’estensione della rete da bonificare, ma al momento non è stato stabilito quale procedura sia più idonea.
Oggi si preferisce attuare, già in fase di progettazione edilizia, un sistema di disinfezione da attivare periodicamente.
Pur non garantendo l’eradicazione totale del microrganismo, le misure di prevenzione risultano indispensabili per diminuire il rischio che ne deriva.

In ambito odontoiatrico, è importante persistere nel corretto utilizzo delle procedure gestionali e di manutenzione dei riuniti ed effettuare periodicamente controlli microbiologici sulla rete idrica, al fine di attuare interventi mirati di decontaminazione.

Gli interventi oggi riconosciuti come scientificamente validi nella riduzione del rischio di trasmissione della Legionella spp sono compresi in due categorie:          

Controllo della colonizzazione degli impianti idrici

  • Evitare l’installazione di tubazioni con tratti terminali ciechi e senza circolazione di acqua;
  • evitare la formazione dei ristagni di acqua;                 
  • limitare la possibilità di nicchie biologiche per i microrganismi attraverso la pulizia degli impianti, la prevenzione
    e la rimozione dei sedimenti dai serbatoi di acqua calda, bacini di raffreddamento;                         
  • mantenere efficienti i separatori di gocce montati a valle delle sezioni di umidificazione;         
  • controllare lo stato di efficienza dei filtri ed eliminare l’eventuale presenza di gocce di acqua sulle loro superfici. 

Prevenzione della moltiplicazione batterica               

  • Controllare, ove possibile, la temperatura dell’acqua in modo da evitare l’intervallo critico per la proliferazione dei batteri (25-55 °C);                  
  • utilizzare trattamenti biocidi al fine di ostacolare la crescita di alghe, protozoi e altri batteri che possono costituire un substrato per Legionella;                    
  • provvedere a un’efficace programma di trattamento dell’acqua, capace di prevenire la corrosione e la formazione di film biologico, che potrebbe ospitare Legionella spp.        

Prevenzione nella contaminazione della linea idrica
del riunito odontoiatrico              

I sistemi di intervento atti a controllare la contaminazione del circuito idrico del riunito odontoiatrico sono essenzialmente di due tipi: procedure finalizzate a impedire la penetrazione di agenti microbici (prevenzione) e metodi di distruzione degli agenti contaminanti penetrati nella linea idrica del riunito (disinfezione).

In questo ambito verranno quindi trattati l’alimentazione indipendente e la disinfezione di alto livello in discontinuo.

Alimentazione indipendente della linea idrica del riunito odontoiatrico              

Una soluzione drastica per ovviare alla contaminazione da rete idrica consiste nel disconnettere il circuito idrico del riunito dalla rete, alimentando gli spray di tutti gli strumenti caudati (turbina, contrangolo, ablatore e siringa aria-acqua) con acqua distillata o con acqua sterile, prelevata da serbatoi interni al riunito, meglio se essi stessi sterilizzabili o monouso. Infatti, come già descritto, i microrganismi orali, come quelli della placca dentale o quelli che contaminano le pareti del sistema dei canali radicolari, sono produttori di biofilm e, una volta penetrati nei circuiti per moto
retrogrado, possono comunque generare un biofilm, anche in condotti alimentati con acqua sterile.
Questo tipo di alimentazione, infatti, non è di per sé garanzia di mantenimento dell’asepsi e lo confermano due studi in particolare: Favero et al.46 rilevarono che in riuniti alimentati con soluzioni sterili si verificava un insediamento di microrganismi in grado di proliferare rapidamente raggiungendo, nell’arco di un solo giorno, concentrazioni rilevanti nell’acqua erogata (fino a 100.000 CFU/ml); Williams et al.47 trovarono negli spray erogati da 24 riuniti, alimentati al
momento dell’installazione con acqua distillata o con acqua sterile, concentrazioni microbiche assai elevate dopo un certo periodo di tempo.

L’alimentazione degli strumenti del riunito con soluzioni sterili o con acqua distillata, in modo indipendente dalla rete idrica, è dunque il modo più sicuro per eliminare una delle fonti di contaminazione, l’acqua di rete e i suoi contaminanti acquatici (come Legionella), ma va ricordato che rimane da risolvere il problema della contaminazione proveniente dal paziente.             

Trattamento di disinfezione in discontinuo                          

Applicare un trattamento discontinuo del circuito idrico, quindi al di fuori dell’uso normale, permette di affrancarsi dai rischi di contatto del disinfettante con l’operatore o con il paziente (condizione che si realizza nella disinfezione in continuo, che prevede l’erogazione del disinfettante insieme ai liquidi di alimentazione della linea idrica del riunito), aprendo la strada all’utilizzo di disinfettanti più efficaci48-50, come i disinfettanti di alto livello (TAED e perossidante, perossido di idrogeno 10-25% ecc.).                            

Conclusioni                           

Da quanto emerso nel presente lavoro, appare chiaro il problema legato alla contaminazione della linea idrica del riunito odontoiatrico.

In questi termini, la possibilità di trasmissione di Legionella spp rappresenta uno dei molteplici rischi derivanti dalla formazione di biofilm nel circuito idrico. Tale fenomeno crea, infatti, un microambiente che, da un lato, protegge, mentre, dall’altro, favorisce lo sviluppo delle specie batteriche che lo costituiscono.

Le linee guida da attuare sono, quindi, riconducibili alla sensibilizzazione degli operatori odontoiatrici a eseguire un’adeguata gestione igienica dell’unità operativa odontoiatrica attuando tutti i sistemi di prevenzione e distruzione dei contaminanti provenienti dalle fonti di contaminazione principali (rete idrica e paziente).

Non esistono tuttavia evidenze che testimonino la possibilità di contaminazione della rete idrica pubblica da parte di riuniti odontoiatrici, ma considerando le caratteristiche del biofilm (struttura dinamica in rapida evoluzione) sarebbe comunque auspicabile eseguire procedure di controllo e decontaminazione periodica delle linee idriche.                     

Corrispondenza
professor Luca Testarelli
Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche
Università degli Studi di Roma «La Sapienza»
viale Caserta 6, 00161 Roma
e-mail: lucatestarelli@yahoo.it

• Valerio Milana1
• Nadia Zallocco2
• Gianluca Gambarini2
• Luca Testarelli1
1 Sapienza, Università di Roma
I Facoltà di Medicina e Chirurgia, Corso di Laurea in Igiene Dentale, Sede Roma-Policlinico, Insegnamento
di Dispositivi dell’Unità Operativa Odontoiatrica,
Titolare professor Luca Testarelli
2 Sapienza, Università di Roma
I Facoltà di Medicina e Chirurgia, Corso di Laurea in Igiene Dentale, Sede Roma-Policlinico, Insegnamento
di Materiali Dentari, Titolare professor Gianluca Gambarini

 

Bibliografia

1. Nagington J, Smith DJ. Pontiac fever and amoebae. Lancet 1980 Dec 6;2(8206):1241.
2. Rowbotham TJ. Pontiac fever, amoebae, and legionellae. Lancet 1981 Jan 3;1(8210):40-1.
3. Rowbotham TJ. Current views on the relationships between amoebae, legionellae and man. Isr J Med Sci 1986 Sep;22(9):
678-89.
4. Skinner AR, Anand CM, Malic A, Kurtz JB. Acanthamoebae and environmental spread of Legionella pneumophila. Lancet 1983 Jul 30;2(8344):289-90.
5. Barker J, Brown MR. Trojan horses of the microbial world: protozoa and the survival of bacterial pathogens in the environment. Microbiology 1994 Jun;140(Pt 6):1253-9.
6. Tyndall RL, Domingue EL. Cocultivation of Legionella pneumophila and free-living amoebae. Appl Environ Microbiol 1982 Oct;44(4):954-9.
7. Abu Kwaik Y, Gao LY, Stone BJ, Venkataraman C, Harb OS. Invasion of protozoa by Legionella pneumophila and its role in bacterial ecology and pathogenesis. Appl Environ Microbiol 1998 Sep;64(9):3127-33.
8. Joseph CA, Watson JM, Harrison TG, Bartlett CL. Nosocomial Legionnaires’ disease in England and Wales, 1980-92. Epidemiol Infect 1994 Apr;112(2):329-45.
9. Uldum SA, Helbig, JH. Legionella serogroup and subgroup distribution among patients with Legionnaires’ disease in Denmark. In: Marre R, Abu Kwaik Y, Bartlett C, Cianciotto NP, Fields BS, Frosch M, et al. eds. Legionella. Washington DC: ASM Press, 2002:200-3.
10. Lück PC, Helbig JH. Typing of Legionella strains isolated from patients and environmental sources in Germany, 1990-2000. In: Marre R, Abu Kwaik Y, Bartlett C, Cianciotto NP, Fields BS, Frosch M, et al., editors. Legionella. Washington DC: ASM Press, 2002:267-70.
11. Linee-guida per la prevenzione e il controllo della legionellosi. Gazzetta Ufficiale n. 103 del 5 maggio 2000.
12. Fields BS, Benson RF, Besser RE. Legionella and Legionnaires’ disease: 25 years of investigation. Clin Microbiol Rev 2002 Jul;15(3):506-26.
13. Challacombe SJ, Fernandes LL. Detecting Legionella pneumophila in water systems: a comparison of various dental units. J Am Dent Assoc 1995 May;126(5):603-8.
14. Barlett CLR, Macrae AD, MacFariane JT. Legionella infections. London: Edward Arnold Ed., 1986.
15. Shuman SK, McCusker ML, Owen MK. Enhancing infection control for elderly and medically compromised patients. J Am Dent Assoc 1993 Sep;124(9):76-84.
16. Tablan OC, Anderson LJ, Arden NH, Breiman RF, Butler JC, McNeil MM. Guideline for prevention of nosocomial pneumonia. The Hospital Infection Control Practices Advisory Committee, Centers for Disease Control and Prevention. Infect Control Hosp Epidemiol 1994 Sep;15(9):587-627.
17. Joseph C. Surveillance of Legionnaire’s disease in Europe. In: Marre R, Abu Kwaik Y, Bartlett C, Cianciotto NP, Fields BS, Frosch M, et al. eds. Legionella. Washington, DC: ASM Press, 2002:311-7.
18. Stout JE, Yu VL. Legionellosis. N Engl J Med 1997 Sep 4;337(10):682-7.
19. Domínguez JA, Galí N, Pedroso P, Fargas A, Padilla E, Manterola JM, Matas L. Comparison of the Binax Legionella urinary antigen enzyme immunoassay (EIA) with the Biotest Legionella Urin antigen EIA for detection of Legionella antigen in both concentrated and nonconcentrated urine samples. J Clin Microbiol 1998 Sep;36(9):2718-22.
20. Lepine LA, Jernigan DB, Butler JC, Pruckler JM, Benson RF, Kim G, Hadler JL, Cartter ML, Fields BS. A recurrent outbreak of nosocomial Legionnaires’ disease detected by urinary antigen testing: evidence for long-term colonization of a hospital plumbing system. Infect Control Hosp Epidemiol 1998 Dec;19(12):905-10.
21. Joly JR, McKinney RM, Tobin JO, Bibb WF, Watkins ID, Ramsay D. Development of a standardized subgrouping scheme for Legionella pneumophila serogroup 1 using monoclonal antibodies. J Clin Microbiol 1986 Apr;23(4):768-71.                      22. Harrison TG, Saunders NA. Taxonomy and typing of legionellae. Rev Med Microbiol 1994;5:79-90.
23. Saunders NA, Harrison TG. The application of nucleic acid probes and monoclonal antibodies to the investigation of legionella infections. In: Harrison TG, Taylor AG eds. A laboratory manual for legionella. Chichester: John Wiley and Sons Inc., 1988:137-153.
24. Ma’ayeh SY, Al-Hiyasat AS, Hindiyeh MY, Khader YS. Legionella pneumophila: contamination of a dental unit water line system in a dental teaching centre. Int J Dent Hyg 2008 Feb;6(1):48-55.
25. Leoni E, De Luca G, Legnani PP, Sacchetti R, Stampi S, Zanetti F. Legionella waterline colonization: detection of Legionella species in domestic, hotel and hospital hot water systems. J Appl Microbiol. 2005;98(2):373-9.
26. Kusnetsov J, Torvinen E, Perola O, Nousiainen T, Katila ML. Colonization of hospital water systems by legionellae, mycobacteria and other heterotrophic bacteria potentially hazardous to risk group patients. APMIS 2003 May;111(5):546-56.
27. Szymanska J. Risk of exposure to Legionella in dental practice. Ann Agric Environ Med 2004;11(1):9-12.
28. American Public Health Association, American Water Works Association, Water Environment Foundation. In: Eaton AD, Clesceri LS, Greenberg AE, eds. Standard methods for the examination of water and wastewater. Washington, DC: American Public Health Association, 1999.
29. Montagna MT, Pastiglia P, Liguori G, Quarto M. Igiene in odontoiatria. Bologna: Monduzzi Editore, 2004.
30. Costerton JW, Lewandowski Z, Caldwell DE, Korber DR, Lappin-Scott HM. Microbial biofilms. Annu Rev Microbiol 1995;49:711-45.
31. Stoodley P, Cargo R, Rupp CJ, Wilson S, Klapper I. Biofilm material properties as related to shear-induced deformation and detachment phenomena. J Ind Microbiol Biotechnol 2002;29(6):361-7.
32. Costerton JW, Stewart PS, Greenberg EP. Bacterial biofilms: a common cause of persistent infections. Science 1999 May 21;284(5418):1318-22.
33. Marshall KC. Biofilms: an overview of bacterial adhesion, activity and control at surfaces. ASM News 1992;58:202-207.       34. Melo LF, Bott TR, Fletcher M, Capdeville B. Biofilms: Science and technology. In: NATO ASI series E. Dordorecht, The Netherlands: Kluwer Academic Press, 1992.
35. An YH, Friedman RJ. Concise review of mechanisms of bacterial adhesion to biomaterial surfaces. J Biomed Mater Res 1998;43:338-348.
36. Characklis WG, Marshall KC. Biofilms. New York, USA: John Wiley and Sons Inc., 1990.
37. Costerton JW, Cheng KJ, Geesey GG, Ladd TI, Nickel JC, Dasgupta M, Marrie TJ. Bacterial biofilms in nature and disease. Annu Rev Microbiol 1987;41:435-464.
38. Williams JF, Molinari JA, Andrews N. Microbial contamination of dental unit waterlines: origins and characteristics. Compend Contin Educ Dent 1996;17:538-558.
39. Cutnell JD, Johnson KW. Fluid dynamics. Physics. New York: John Wiley and Sons Inc., 1989:285-287.
40. Williams JF, Johnston AM, Johnson B, Huntington MK, Mackenzie CD. Microbial contamination of dental unit waterlines: prevalence, intensity and microbial characteristics. J Am Dent Assoc 1993; 124: 59-65.
41. Selan L, Artini M, Testarelli L, De Luca M, Dolci G. Bacterial and viral contamination of dental unit waterlines: effectiveness of anti cross-infection devices. U & U Journal of Dental University and Italian Dental Industries Association 2003;1(3):9-14.             42. Berlutti F, Testarelli L, Vaia F, De Luca M, Dolci G. Efficacy of anti-retraction devices in preventing bacterial contamination of dental unit water lines. J Dent 2003;31(2):105-110.
43. Legnani PP, Leoni E. La riammissione in servizio di riuniti di vecchia concezione: protocolli di intervento e criteri di adeguamento. Atti del Simposio: «Ricognizione dei rischi, strategie di controllo, indirizzi di sorveglianza sul problema infettivologico degli spray odontoiatrici», X Congresso Nazionale del Collegio dei Docenti di Odontoiatria, 9-12 aprile 2003 Roma, Italia. Supplemento a Doctor Os 2003;7(14):41-42.                     44. Spratt D, Khan J, Wilson F. Modello sperimentale in vitro di contaminazione e decontaminazione del circuito idrico di un riunito odontoiatrico. Atti del Simposio «Il rischio infettivo negli spray odontoiatrici: un impatto epidemiologico controllabile», IX Congresso Nazionale del Collegio dei Docenti di Odontoiatria, 10-13 aprile 2002 Roma, Italia. Supplemento a Doctor Os 2003;7(14):29-30.
45. International Standard Organization. 7494-2. Dentistry – Dental units – Part 2: Water and air supply. 2003.                       46. Favero MS, Carson LA, Bond WW. Pseudomonas aeruginosa: growth in distilled water from hospitals. Science 1971;102:1306-1308.
47. Williams HN, Kelley J, Folineo D. Assessing microbial contamination in clean water dental units and compliance with disinfection protocol. J Am Dent Assoc 1994;125:1205-1211.        48. Block SS. Disinfezione e sterilizzazione. Padova: Libreria Cortina Editore, 1986.
49. Montagna MT, Quarto M, Barbuti S. Luci e ombre della disinfezione in continuo. Atti del Simposio: «Ricognizione dei rischi, strategie di controllo, indirizzi di sorveglianza sul problema infettivologico degli spray odontoiatrici», X Congresso Nazionale del Collegio dei Docenti di Odontoiatria, 9-12 aprile 2003 Roma, Italia. Supplemento a Doctor Os 2003;7(14):38-39.
50. Montebugnoli L, Dolci G, Spratt DA, Puttaiah R. Failure of anti-retraction valves and the procedure for between patient flushing: a rationale for chemical control of dental unit waterline contamination. Am J Dent 2005 Aug;18(4):270-4.                    

Quali vantaggi per la riabilitazione implantare platform-switched?

Ricostruzioni platform-switched su impianti di largo diametro: uno studio clinico prospettico di cinque anni
Platform-switched restorations on wide-diameter implants: a five-year clinical prospective study
Vigolo P, Givani A. Int. J Oral Maxillofac Implants 2009;24:103-109.   

Da questo studio clinico emerge che il riassorbimento osseo attorno agli impianti protesizzati con ricostruzioni platform-switched è significativamente inferiore rispetto agli impianti protesizzati con abutment dello stesso diametro. Tale differenza è evidente soprattutto durante il primo anno di riabilitazione.

In questo studio sono stati posizionati 182 impianti nelle aree molari mascellare e mandibolare di 144 pazienti. Ottantacinque impianti di diametro 5 mm posizionati nell’area mascellare sinistra (gruppo A1, numero=42) e mandibolare destra (gruppo A2, n=43) sono stati riabilitati con componenti protesiche di diametro corrispondente, mentre 97 impianti posizionati nell’area mascellare destra (gruppo B1, n=50) e mandibolare sinistra (gruppo B2, n=47), con abutment platform-switched. Valutazioni radiografiche periapicali sono state effettuate durante ciascuna fase protesica e, in seguito, ogni 12 mesi dopo posizionamento della corona protesica. Per mezzo di radiografie è stato calcolato il riassorbimento dell’osso marginale e, attraverso l’analisi statistica, è stata valutata la differenza del livello osseo tra i diversi gruppi.

Dai risultati (tabella 1) emerge che a un anno dalla riabilitazione non esiste differenza tra rimodellamento dell’osso mandibolare e quello dell’osso mascellare, mentre esiste una differenza statisticamente significativa nel livello osseo tra i gruppi A e B. Il riassorbimento osseo marginale risultava di 0,9 mm per il gruppo A e di 0,6 mm per il gruppo B. Il riassorbimento osseo verificato nei quattro anni successivi non mostrava differenze significative (figure 1-4).

In conclusione, da questo studio risulta che dopo la riabilitazione dell’impianto sia con metodica tradizionale sia con metodica switching-platform si verifica un rimodellamento del tessuto osseo perimplantare. Tale rimodellamento avviene prevalentemente nell’arco del primo anno dalla riabilitazione e negli impianti connessi con platform-switched sembra essere significativamente inferiore come si apprezza radiograficamente.

Implicazioni cliniche 

La metodica platform-switching consente di conservare l’osso marginale con conseguente garanzia di stabilità dell’impianto a breve e a lungo termine.

La risposta dei tessuti molli in impianti post estrattivi immediatamente riabilitati secondo il concetto platform-switched: studio clinico controllato e randomizzato in doppio cieco. Dati preliminari
Double-blind randomized controlled trial study on post-extraction immediately restored implants using the switching platform concept: soft tissue response. Preliminary report
Canullo L, Iurlaro G, Iannello G. Clin Oral Impl Res 2009;20:414-420.  

Da questo studio clinico emerge che la riabilitazione di impianti secondo il concetto platform-switched consente di mantenere una migliore stabilità dei tessuti peri-implantari molli e duri rispetto alla riabilitazione con abutment dello stesso diametro. I parametri clinici dell’infiammazione della mucosa peri-implantare non mostrano differenze tra i due tipi di riabilitazione.  

In questo studio, sono stati posizionati in 22 pazienti altrettanti impianti post-estrattivi mascellari. 

Tali impianti erano tutti di diametro 5,5 mm. Difetti tra l’impianto e l’alveolo sono stati colmati con matrice ossea bovina mista a collagene. Immediatamente dopo l’inserimento, 11 impianti sono stati connessi ad abutment di diametro 3,8 mm (gruppo test) e 11 ad abutment di diametro 5,5 mm (gruppo controllo) (figura 1).

1. Immagine al microscopio a scansione elettronica dell’impianto e dell’abutment nel gruppo test (a sinistra) e controllo (a destra).

Corone protesiche provvisorie sono state subito posizionate e scaricate dal carico masticatorio.

La riabilitazione protesica definitiva è stata effettuata due mesi dopo il posizionamento di quella provvisoria. 

I seguenti parametri clinici sono stati rilevati al momento dell’inserimento dell’impianto, del posizionamento della protesi definitiva e successivamente ogni sei mesi: i parametri parodontali (sanguinamento al sondaggio, indice di placca modificato, profondità della tasca al sondaggio), la modifica dell’altezza del margine della mucosa vestibolare (REC), l’altezza della papilla mesiale e distale all’impianto (PH), la misura dell’altezza verticale del gap osseo, calcolato dall’apice dell’alveolo (VHG). Gli impianti sono stati rivalutati con un follow-up medio di 25 mesi e non si è verificato nessun fallimento. I dati per ciascun paziente sono riportati nelle tabelle 1 e 2. 

Nel gruppo test l’altezza della papilla interprossimale e del margine della mucosa vestibolare hanno mostrato rispettivamente un guadagno medio di 0,045 mm e di 0,18 mm. Tali dati sono statisticamente significativi se comparati al gruppo controllo, nel quale si è verificato una diminuzione media di PH di 0,88 mm e di REC di 0,45 mm (p < 0,005).

Nessuna differenza significativa è stata invece riscontrata tra i due gruppi per quanto riguarda i parametri parodontali e il VHG che è risultato di 7,51 mm nel gruppo test (97,4%), e di 8,57 mm nel gruppo controllo (95,2%).

I dati di questo studio preliminare, nonostante il breve periodo di osservazione, suggeriscono quindi che impianti riabilitati con abutment switching platform consentono di ottenere una miglior stabilità dei tessuti molli e dell’osso peri-implantari rispetto a impianti riabilitati con piattaforme tradizionali.

Implicazioni cliniche                                           

Gli impianti riabilitati con switching platform sembrano consentire un miglior mantenimento dell’altezza dei tessuti marginali con copertura del bordino protesico e, di conseguenza, con un evidente guadagno estetico.

Nella rete della formazione e della ricerca internazionale

Fabrizio Carini e Marco Giovanni Baldoni

È la Clinica Odontoiatrica dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, fondata e diretta da Marco Giovanni Baldoni, milanese, 53 anni,
Professore Ordinario di Clinica Odontoiatrica e Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Tecnologie Biomediche presso lo stesso ateneo.
Un esempio virtuoso di come fare sistema.

È nata nel 1999 la Clinica Odontoiatrica dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, grazie alla legge Berlinguer che favoriva lo snellimento dei mega-atenei e l’insediamento sul territorio nazionale di Entità Universitarie Autonome, ma anche grazie alle idee del suo fondatore, Marco Giovanni Baldoni. Nato a Milano nel 1957, dopo la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Milano, nel 1985 consegue la Specializzazione in Odontostomatologia e due anni più tardi quella in Ortognatodonzia. Dal 1988 al 1990 è Visiting Fellow in Oral Surgery presso la Branemark Kliniken Odontologiska Kliniken Medicinaregatam in Svezia e all’EOTC in Belgio. Nel 1991 torna in Italia come Ricercatore Universitario per poi assumere, l’anno seguente, in Germania, l’incarico di Docente «Straniero» in Parodontologia presso l’Università di Heidelberg. Nel 2000 diviene Professore Ordinario di Clinica Odontoiatrica presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Dal 2001 al 2008 è Presidente del Consiglio di Coordinamento dei Corsi di Laurea in Igiene Dentale e in Odontoiatria e Protesi Dentaria oltre che Direttore della Scuola di Specializzazione in Chirurgia Odontostomatologica, Coordinatore del Dottorato di ricerca in Parodontologia Sperimentale, Direttore dell’U.O.  di Odontostomatologia dell’Azienda Ospedaliera San Gerardo di Monza e Consulente di Scienze Odontoiatriche presso la «Fondazione Don Gnocchi» di Milano e il Ferb di Bergamo. Dal 2006 è Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Tecnologie Biomediche, dal 2007 Assessore all’Università, Ricerca e Salute del Comune di Monza.  Nell’epidemiologia microbiologica della malattia parodontale si concentra la sua prima attività di ricerca. Dal 1982 al 1986 il suo interesse è rivolto alle problematiche preventodontiche in età pediatrica, alla pedodonzia e all’ortognatodonzia. Dal 1987 si occupa di ricerca, didattica e assistenza in Chirurgia Orale (dalla Parodontologia all’Osteintegrazione di base e avanzata) con particolare attenzione alla popolazione adulto-geriatrica. Nel 2008 guida la sperimentazione a livello internazionale su «Cellule staminali e rigenerazione ossea maxillare in vitro e in vivo». È autore di ben 20 monografie e di oltre 200 pubblicazioni in campo nazionale e internazionale.

Professor Baldoni, com’è strutturata la Clinica Odontoiatrica dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca di cui è fondatore?

La sua sede centrale, situata presso l’Azienda Ospedaliera San Gerardo di Monza, è collegata telematicamente alle sei strutture periferiche convenzionate con l’Università di Milano-Bicocca. Le attività clinico-assistenziali, di formazione e ricerca beneficiano dell’organizzazione a rete di cui si è dotata la Clinica che consente di effettuare diagnosi a distanza e dare indicazioni terapeutiche specialistiche: attività finalizzate a un confronto dei dati epidemiologici e dei risultati dei diversi protocolli terapeutici e preventivi. Le sedi periferiche sono coordinate da una direzione universitaria e articolate con multidisciplinarietà di struttura per individuare aree prioritarie di intervento e modalità terapeutiche specifiche. Al fine di uniformare le specificità delle varie sedi collegate, si è favorito l’insediamento di un Coordinatore Generale con compiti di indirizzo clinico e di ricerca.

Com’è organizzata la formazione? 

L’attività formativa si esplica nei campi del pre-laurea e del post-laurea. Per il pre-laurea sono attivi il Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria e il Corso di Laurea in Igiene Dentale, unificati nel Consiglio di Coordinamento Didattico per una migliore armonizzazione delle attività formative e collaborazione del corpo docente.  Il post-laurea comprende la Scuola di Specialità in Chirurgia Odontostomatologica, il Dottorato di Ricerca in Parodontologia Sperimentale e la Scuola di Specialità in Ortognatodonzia in convenzione con l’Università di Cagliari, tramite il COISCO (Consorzio Internazionale delle Scienze Odontostomatologiche).

La formazione contempla attività didattica frontale, e non frontale (tirocinio) per studenti e specializzandi che frequentano a turno sia la sede centrale che le strutture periferiche. Tale impostazione è finalizzata a obiettivi formativi specifici per attività elettive nei diversi ambiti dell’odontostomatologia, consentendo quindi approfondimenti precipui presso ogni sede.

Di cosa ci si occupa in particolare in ogni sede? 

Presso la Fondazione Don Gnocchi di Milano viene effettuata un’attività assistenziale e di ricerca dedicata principalmente a pazienti geriatrici e con abilità diverse (special needs patients). Nei special needs il campo della prevenzione non si limita alla carie, ma coinvolge differenti aspetti dell’odontoiatria conservativa, dell’odontoiatria protesica, della parodontologia fino alla patologia orale, con particolare riguardo alle lesioni precancerose e al carcinoma del cavo orale. Presso il Centro Odontostomatologico Pediatrico e Riabilitativo Geriatico della Fondazione Europea di Ricerca Biomedica – ONLUS – Ospedale S. Isidoro di Trescore Balneario (BG), i tirocinanti svolgono la propria attività principalmente su pazienti pediatrici sottoposti a terapia ortodontica; infatti la conoscenza delle diverse problematiche sistemiche e psicologiche che caratterizzano tale fascia d’età consente l’impostazione di piani di trattamento personalizzati a seconda delle esigenze di ogni singolo paziente. È importante evidenziare come nei soggetti pediatrici la scarsa igiene orale, associata a disgnazie e a ridotti livelli di collaborazione porti alla compromissione di una crescita fisiologica dell’apparato stomatognatico e ulteriori problematiche connesse alla perdita di salute del cavo orale.

Presso il Policlinico di Monza (sede di Verano) vengono svolte attività cliniche e di ricerca rivolte a un’ampia tipologia di pazienti, ponendo una particolare attenzione all’area chirurgica.

Nell’ambito del post-laurea ogni anno vengono organizzati Corsi di Perfezionamento (Corso di Perfezionamento in Chirurgia e Medicina Orale, Medicina Orale e Laser-terapia, Ortognatodonzia, Endodonzia ecc.) e Master (Master in Patologia Orale) per offrire un aggiornamento costante agli operatori sanitari. In particolare, in collaborazione con l’Istituto Stomatologico Italiano (ISI) nel 2010 verranno attivati due corsi: «Dalla parodontologia all’osteointegrazione avanzata» e «L’igienista dentale: professionista sanitario a tutela della salute dei cittadini».

Nell’ambito della ricerca, invece, quali sono i progetti più recenti e di maggior interesse? 

Dallo scorso anno sono attivi diversi progetti: Ingegneria Tissutale (rigenerazione ossea dei maxillari mediante cellule staminali), Oral Cancer (dalla biologia molecolare al percorso terapeutico riabilitativo per pazienti con carcinoma orale), Telemedicina Orale (utilizzo di collegamenti multimediali per la didattica e l’assistenza in ambito odontoiatrico) e Coordinamento Odontoiatrico Preventivo Territoriale (COPT coordinamento delle attività preventodontiche territoriali). L’attività di ricerca sviluppa inoltre tematiche nell’area pediatrica, adulto-geriatrica e preventiva con applicazioni cliniche finalizzate alla cura delle problematiche correlate. In particolare vengono approfonditi progetti di ricerca nell’ambito della Posturologia (Scienze Pedo-ortodontiche) del giovane paziente disgnatico e diversamente abile e della riabilitazione orale nel soggetto con atrofie ossee. Ulteriore risalto viene dato infine agli studi sulla prevenzione delle patologie odontostomatologiche (Scienze dell’Igiene Orale), grazie anche ai confronti per via telematica con i dati ottenuti dalle altre strutture afferenti alla Clinica Odontoiatrica. L’eccellenza nell’ambito della ricerca è rappresentata dagli studi sull’Ingegneria Tissutale (Scienze Chirurgiche) – preparazione di cellule in vitro e utilizzo al fine della correzione dei difetti ossei orali – che rappresenta un settore in sviluppo nell’ambito delle scienze sia di base che applicate, in particolare per la cura della malattia parodontale.

La Clinica Odontoiatrica, che ospita al suo interno il Centro di Studi Odonto-Pediatrico (CSOP), Centro del Dolore e Centro per la Prevenzione e Cura del Carcinoma Orale, è sede inoltre del Consorzio Internazionale delle Scienze Odontostomatologiche (COISCO) in convenzione con prestigiose Università italiane e straniere (Università di Milano-Bicocca, Università di Cagliari, Università Complutense di Madrid, Università di Belgrado, UET di Bruxelles, Università Mediterraneé III di Aix-Marsiglia, Università Libanese di Beirut, Università JFK di Buenos Aires) e Istituzioni Nazionali quali l’Aeronautica Militare.

E per concludere, vi è anche l’assistenza: in quali aree di esplica?

L’attività clinico-assistenziale è codificata in tre grandi ambiti: le Scienze Chirurgiche, le Scienze Pedo-ortodontiche e le Scienze dell’Igiene Orale comprendenti le principali discipline cliniche dell’area odontoiatrica (Scienze Chirurgiche: chirurgia orale, parodontologia, protesi dentaria, medicina orale; Scienze pedo-ortodontiche: ortognatodonzia, pedodonzia, odontoiatria restaurativa ed endodonzia; Scienze dell’Igiene Orale: prevenzione delle malattie odontostomatologiche). Lo scopo dell’organizzazione delle tre sezioni è di proporre ai pazienti metodologie preventive e terapeutiche moderne per assistere il paziente con la miglior professionalità possibile in continuo confronto con il panorama medico internazionale.

In ogni sede vengono svolte attività ambulatoriali, mentre presso l’Azienda Ospedaliera San Gerardo di Monza sono effettuati anche interventi chirurgici in sala operatoria e in regime di Day-Hospital in pazienti con problematiche cliniche complesse (bambini emato-oncologici, pazienti oncologici in fase di riabilitazione orale o con manifestazioni orali correlate a patologie sistemiche).

Inoltre, è già attivo il Centro Oncologico Orale. Un centro a direzione odontoiatrica, di cui è responsabile il Professor aggregato Fabrizio Carini, dove grazie alla collaborazione con il reparto di Otorinolaringoiatria e il Dipartimento Oncologico si trattano pazienti con neoplasie orali, non solo eliminando il tumore, ma anche ripristinando i tessuti persi durante l’intervento.

Ricostruzione della volumetria ossea crestale mediante innesto di particolato cortico-midollare: caso clinico

Riassunto
Le attuali conoscenze sulla guarigione, la biologia e il destino dell’alveolo post-estrattivo hanno permesso di poter risolvere con margini di accettabile predicibilità le condizioni di edentulia singola, anche complesse. La preservazione della cresta residua o la sua completa ricostruzione volumetrica, mediante l’uso di biomateriali di sostituzione e procedure chirurgiche di gestione dei tessuti molli, assumono un ruolo essenziale nella programmazione di una riabilitazione implantare adeguata.
Il caso clinico presentato pone l’attenzione sulla tecnica ridge preservation, a seguito di estrazione di un premolare mascellare, con innesto di osso cortico-midollare suino (mp3) e membrana, in cui il mantenimento dell’architettura tridimensionale del sito, associata alla conservazione e al ripristino della componente tissutale, ha permesso l’inserimento a distanza di un impianto in condizioni ideali con ottimi risultati funzionali ed estetici.   

Summary
Ridge bone reconstruction with porcine bone graft: a case report
The actual knowledges about the bone healing, the biology and the resorption rate of the post-extraction socket gives the opportunity to the clinicians  to successfully treat severe atrophy of the edentulous ridge.
The ridge  bone preservation or its  full volumetric ridge reconstruction. 
With the use of  biomaterials and soft tissue management techniques become essential for a planning of a  suitable  implant oral rehabilitation.
This case report showed  the ridge reconstruction/preservation technique after the extraction of a hopeless maxillary premolar tooth.
The preservation of the socket’s tridimentional structure associated to the regeneration of soft tissue component, permitted the implant placement with sucessfull functional and aesthetics outcomes.

Negli ultimi anni, la terapia implantare ha subito notevoli progressi divenendo una branca riabilitativa sempre più sicura, versatile e riproducibile. L’odontoiatra è ora in grado di soddisfare la maggior parte delle richieste del paziente, fornendo soluzioni ottimali per stabilità e affidabilità, anche nelle situazioni più estreme di grave atrofie dei mascellari o di complessità protesica.

1. Radiografia del primo premolare mascellare con segni di perdita ossea peri-apicali.
1. Radiografia del primo premolare mascellare con segni di perdita ossea peri-apicali.

Il miglioramento delle procedure di base, la maggiore diffusione delle informazioni sulla salute orale, l’avanzamento delle tecniche professionali di igiene hanno notevolmente ridotto la quantità di pazienti affetti da edentulia totale, presentando nella pratica clinica quotidiana un numero sempre crescente di casi di edentulia parziale o singola.

Le indicazioni per la sostituzione di un dente singolo con un impianto sono, in particolare, i problemi parodontali avanzati, i traumi dentali, i processi cariosi, le fratture coronali o radicolari su elementi già trattati.

Attualmente, la letteratura presenta dati discordanti in merito alla guarigione e al trattamento dell’alveolo post-estrattivo che dovrà essere candidato al futuro posizionamento di un impianto osteointegrato.

La preservazione della cresta residua e la sua completa ricostruzione volumetrica mediante l’uso di biomateriali di sostituzione e procedure chirurgiche di gestione dei tessuti molli, assumono un ruolo essenziale nella programmazione di una riabilitazione implantare adeguata1.

La tecnica ridge preservation prevede il trattamento del deficit osseo mediante l’utilizzo di biomateriale e membrana, sfruttandone il potenziale induttivo e la capacità rigenerativa, al fine di ricreare un’architettura ideale sia dal punto di vista estetico sia da quello funzionale.

Il riassorbimento della cresta alveolare a seguito dell’estrazione dentale è un fenomeno clinicamente indesiderabile.

Esistono numerosi lavori in letteratura sulla guarigione dell’alveolo post-estrattivo, sulle modifiche causate dal riassorbimento dell’osso e la successione di eventi istologici e biologici conseguenti1,2.

A seguito dell’avulsione di un elemento dentale, il riassorbimento del contorno tissutale avviene dopo 30 giorni, con una media di 3-5 mm a sei mesi.

Dopo un anno, alcuni autori riferiscono una perdita del 50% dell’ampiezza della cresta alveolare, di cui due terzi del riassorbimento si verificherebbero nei primi tre mesi1,2.

Pertanto, risulta indispensabile ai fini implantari la conservazione dell’architettura della ferita post-estrattiva, con l’obiettivo di ridurre al minimo il gap osseo e la deformazione dei tessuti molli nel tempo.

Il trattamento delle ferite post-estrattive possono essere classificate in tre formule tecniche:        

  • socket preservation;                     
  • ridge preservation;                      
  • socket seal.                            

La socket preservation è una tecnica rigenerativa indicata per alveoli post-estrattivi che hanno mantenuto integre le loro pareti primitive.

La ridge preservation è una tecnica rigenerativa specifica per alveoli post-estrattivi con difetti alle pareti ossee.

Per socket seal si intende, infine, la chiusura e ricomposizione mediante sutura dell’alveolo senza nessuna interposizione di materiale o innesto.

La tecnica ridge preservation è indicata in caso di estrazioni in zone ad alta valenza estetica, in condizioni post-estrattive in cui non sia possibile posizionare un impianto immediato a causa della perdita della struttura delle
pareti ossee e nel mantenimento dell’architettura tissutale in corrispondenza di siti edentuli al fine di prevenire eventuali interventi invasivi futuri.

Gli obiettivi principali di una ridge
preservation
sono:                   

  • mantenimento e ricostruzione di un’adeguata anatomia;     
  • guarigione ossea dell’alveolo;
  • mantenimento dell’estetica del sito;
  • stabilizzazione e sostegno dei tessuti molli;                          
  • facilitazione dei protocolli chirurgici;                                 
  • facilitazione dei protocolli protesici;                                  
  • prevenzione dell’invasione connettivale;                              
  • mantenimento di un’adeguata architettura pre-implantare.   

Diversi studi hanno proposto diverse tecniche di preservazione ossea in seguito a estrazioni, tra cui l’inserimento di materiale da innesto e/o l’uso di membrane con percentuali di successo di impianti inseriti paragonabili a quelli posizionati in osso nativo2,3.

Diversi autori hanno riportato dati sull’utilizzo di biomateriali e/o membrane in siti post- estrattivi dimostrando che a lungo termine la preservazione del processo alveolare è migliore rispetto ad alveoli post-estrattivi non trattati3,4.

L’istologia di tali siti mostrava risultati discordanti: a seconda del biomateriale utilizzato, dei tempi di chiusura del lembo, dell’anatomia iniziale del difetto e della sua vascolarizzazione, sottolineando l’esistenza di una possibile interazione dei biomateriali con il processo di guarigione ossea.

Studi in esseri umani che utilizzano alloinnesti di osso liofilizzato demineralizzato, minerale osseo bovino deproteinizzato o idrossiapatite, hanno dimostrato presenza di biomateriale in particelle circondate da tessuto connettivo o matrice simil-osteoide in siti post-estrattivi anche dopo 6-9 mesi.

Molti autori hanno invece riportato risultati incoraggianti testimoniando la presenza istologica di nuovo osso maturo senza presenza di materiale osteoriproduttore6.

Altri studi condotti sull’osso bovino deproteinizzato in mandibole di cane hanno affermato la funzione di impalcatura che questo materiale forniva per apposizione di nuovo osso.

Secondo Artzi et al.5 questo materiale forniva, a nove mesi, un ottimo ausilio per il riempimento dell’alveolo e la preservazione della cresta; altri autori, come Becker8, hanno descritto istologie dopo 3-7 mesi con presenza di granuli di biomateriale.

Carmagnola et al.7 hanno riportato che solo il 40% della circonferenza delle particelle di materiale viene in contatto con osso immaturo e, tuttavia, dal punto di vista clinico, la quantità e la qualità dei siti innestati può consentire un inserimento predicibile degli impianti.

Molte variabili, tra cui la tipologia del difetto, la forma, la dimensione, il lembo, la sutura definitiva, il tipo di innesto, il biomateriale di scelta, possono rendere difficili i confronti tra gli studi e fornire un modello affidabile e ripetibile di trattamento.    

Caso clinico                            

Il caso clinico in esame riguarda l’applicazione della tecnica ridge preservation a seguito dell’estrazione di un premolare mascellare e innesto di osso cortico-midollare suino miscelato a collagene (MP3) con una granulometria di 600-1.000 µm.

2. Immagine clinica intra-operatoria che evidenzia l’esteso deficit di osso alveolare intorno al premolare mascellare.
2. Immagine clinica intra-operatoria che evidenzia l’esteso deficit di osso alveolare intorno al premolare mascellare.

All’esame clinico si osservava a carico dell’elemento 2.4 suppurazione ricorrente, sostenuta anche dalla radiografia endorale che evidenziava segni di perdita ossea peri-apicale (figura 1).  In prima fase chirurgica, è stato scolpito un lembo trapezoidale con protezione delle papille ed evidenziato il grande deficit vestibolare e apicale a carico dell’elemento che ne motivava l’estrazione (figura 2).  L’alveolo post-estrattivo risultante dall’avulsione richiedeva una tecnica chirurgica in due fasi a causa dell’enorme perdita ossea delle pareti che impediva sia la stabilizzazione primaria di un impianto sia la sua funzionalizzazione estetica (figura 3).

3. Immagine clinica intra-operatoria che evidenzia il deficit osseo dopo l’estrazione dell’elemento dentale interessato.
3. Immagine clinica intra-operatoria che evidenzia il deficit osseo dopo l’estrazione dell’elemento dentale interessato.

Il riempimento con MP3 (Osteobiol, Tecnoss, Coazze, Italy) è stato accompagnato dal posizionamento di una membrana allo scopo di ottenere una stabilizzazione dell’innesto e ricoperto mediante un lembo riposizionato e suturato coronalmente (figure 4 e 5).

La guarigione dei tessuti molli, l’integrità architettonica ed estetica dell’osso sono stati seguiti a 10.  La seconda fase chirurgica, eseguita dopo sette mesi, evidenziava, in fase di scollamento del lembo muco-periosteo, la presenza di osso maturo stabile in grado di accogliere l’inserimento di un impianto osteointegrato. 

6. Visione occlusale della guarigione dei tessuti molli ottenuta sei mesi dopo l’intervento.
6. Visione occlusale della guarigione dei tessuti molli ottenuta sei mesi dopo l’intervento.

 

7. Visione vestibolare della guarigione dei tessuti molli ottenuta sei mesi dopo l’intervento.
7. Visione vestibolare della guarigione dei tessuti molli ottenuta sei mesi dopo l’intervento.

È stato quindi inserito un impianto osteointegrato con tecnica bifasica (figure 8 e 9), seguito dai relativi controlli radiografici. La tecnica ridge preservation ha permesso, in tal senso, di ripristinare l’estetica e la funzione di un elemento dentale la cui avulsione avrebbe richiesto, in casi differenti, un rientro più traumatico e tecniche chirurgiche più invasive. L’utilizzo di biomateriale, associato a controllo delle fasi di guarigione della ferita post-estrattiva, e la guida dei processi istologici di osteoformazione hanno permesso di riposizionare un impianto in condizioni sicure e predicibili (figura 10).                  

Discussione                                      

L’avulsione di un elemento dentale determina sempre la perdita e lo sconvolgimento dell’anatomia dei tessuti duri e dei tessuti molli, alterando l’estetica e l’armonizzazione di una futura riabilitazione protesica.

Una consistente quota del riassorbimento post-estrattivo avviene entro i primi sei mesi (23%) ed entro i primi 2 anni (11%)1.

I risultati clinici e le evidenze scientifiche mostrano che la tecnica ridge preservation è una scelta ottimale per il ripristino e il mantenimento dell’architettura dell’alveolo post-estrattivo compromesso candidato a una futura terapia implantare9.

La scelta del biomateriale è fondamentale, poiché sono la sua natura biologica, la tipologia, la formulazione e la consistenza, i tempi di riassorbimento e il potenziale osteoinduttivo a determinare la scelta della tecnica chirurgica e delle modalità di rientro.

L’osso cortico-midollare suino (MP3 Osteobiol) è un materiale versatile e di facile utilizzo tecnico, con elevato potenziale osteoconduttivo, tempi di attesa moderati per il rientro e buona affidabilità.

10. Immagine clinica con riabilitazione protesica definitiva a tre mesi dall’inserimento implantare.
10. Immagine clinica con riabilitazione protesica definitiva a tre mesi dall’inserimento implantare.

L’utilizzo di una membrana che sia barriera biologica e, in particolare, che mantenga uno schema strutturale, stabilizzi il coagulo e faciliti la stabilità dell’innesto permette il buon adagiamento dei tessuti molli e una guarigione guidata ottimale.

I risultati clinici, confrontati anche con le evidenze in letteratura, affermano che
trattare l’alveolo post-estrattivo, attendere i tempi biologici di osteoformazione, mantenendo l’anatomia e la morfologia dei tessuti duri e molli in linea, permette di affrontare il rientro chirurgico e il posizionamento implantare con la sicurezza e la facilità di un caso standard.                   

Conclusioni                                 

Il trattamento dell’edentulia singola può trovare oggi risposta anche in caso di siti compromessi e alveoli post-estrattivi con gravi deficit delle pareti residue.  La tecnica della ridge preservation mediante innesto di biomateriale e membrana con coronalizzazione del lembo muco-periosteo può essere considerata una formula efficace e predicibile per il mantenimento e il ripristino dell’architettura della ferita post-estrattiva, elemento chiave di una seconda fase implantare lineare, semplice ed efficace, sia dal punto di vista estetico sia da quello funzionale.    

• Antonio Barone1
• Fortunato Alfonsi2
• Roberto Cornelini3
• Ugo Covani4

1 Università degli Studi di Genova, Dipartimento
di Scienze e Tecnologie Biomediche e Odontoiatriche. Istituto Stomatologico Tirreno, Ospedale Versilia, Lido di Camaiore (LU)
2 Istituto Stomatologico Tirreno, Ospedale Versilia,
Lido di Camaiore (LU). Libero professionista in Roma
3 Università degli Studi di Genova, Dipartimento
di Scienze e Tecnologie Biomediche e Odontoiatriche. Libero professionista in Rimini
4 Università degli Studi di Pisa, Dipartimento di Chirurgia. Direttore dell’Istituto Stomatologico Tirreno, Ospedale Versilia, Lido di Camaiore (LU)

Corrispondenza
dottor Antonio Barone
Piazza Diaz, 10 - 55041 Camaiore (LU)
e-mail: barosurg@gmail.com

Bibliografia

1. Carlsson H, Thilander H, Hedegard B. Histologic changes in the upper alveolar process after extractions with or without insertion of an immediate full denture. Acta Odontol Scand 1967;25:21-43.
2. Cardaropoli G, Aravjo M, Lindhe J. Dynamics of bone tissue formation in tooth extraction sites. An experimental study in dogs. J Clin Periodontol 2003;30:809-818.        3. Lekovic V, Kennev EB, Weinlaender M, et al. A bone regenerative approach to alveolar ridge maintenance following tooth extraction. Report of ten cases. J Periodontol 1997Jun;68:363-370.
4. Mellonig JT, Triplett RG. Guided tissue regeneration and endosseous dental implants. Int J Period Rest Dent 1993;13:108-109.
5. Artzi Z, Tal H, Davan D. Porous bovine bone mineral in healing of human extraction sockets. Part 1: Histomorphometric evaluations at nine months. J Periodontol 2000;21:1015-1023.
6. Serino G, Biancu S, Iezzi G, Piattelli A. Ridge preservation following tooth extraction using a polylactide and polyglicoid sponge as space filler. A clinical and histological study in humans. Clin Oral Implants Res 2003;14:651-658.
7. Carmagnola D, Adreaus P. ,Berglundh T. Healing of human extraction socket filled with Bio-Oss Clinical Oral Implant Research, 2003; 14: 137-143.
8. Becker W, Becker B, Handelsman M et al Guided tissue regeneration for implant placed into extraction sockets.A study in dogs.  Journal of Periodontology 1991;62:7003-7009.
9. Antonio Barone,N.N. Aldini, Milena Fini, Roberto Giardino, Josè Luis Calvo Guirado, and Ugo Covani Xenograft versus extraction alone for ridge preservation after removal: a clinical and histomorphometric study Journal of Periodontology  2008;79:1370-1377.

 

La salivazione e la sua storia

Riassunto
I grandi successi delle scienze biologiche, in generale, e della medicina, in particolare, sono i risultati di un lungo percorso conoscitivo, culturale, filosofico-religioso ed evolutivo che ha coinvolto numerosi personaggi e scienziati della storia antica, recente e moderna. Anche in tema di odontoiatria e stomatologia, questi curiosi e particolari risvolti sono costantemente presenti e rappresentano, come in tutte le discipline mediche e chirurgiche, i fondamenti delle scienze diagnostiche e terapeutiche attualmente in opera. Un’argomentazione assai importante per l’organo della bocca e che ha sempre destato, purtroppo, un limitato interesse tra gli odontoiatri, è lo studio delle funzioni e delle caratteristiche delle secrezioni salivari. Questo importante capitolo ha interessato, nei secoli, molti insigni studiosi, soprattutto i non cultori delle scienze dentali, che hanno affrontato ricerche e avuto intuizioni proprio dallo studio dei fluidi salivari. Da questi studi emergono, inoltre, diversi concetti, regole e presupposti per la moderna odontostomatologia.

Salivation and its history
The great successes in biological sciences, in general, and in medicine, in particular, are the result of a long fact-finding, cultural, philosophical-religious and evolutionary journey that has involved many people and scientists in ancient, recent and modern-day history. These interesting and unusual developments are also a constant feature of dentistry and stomatology and, as in all the medical and surgical disciplines, they represent the basis of the diagnostic and therapeutic sciences that are currently in use. One important aspect of the mouth as an organ, and that unfortunately has always aroused limited interest among dentists, is the study of the functions and characteristics of salivary components and secretions. Over the centuries this important topic has interested many distinguished scientists and researchers, especially those outside the field of dental science, who have undertaken research and provided insight into salivary fluids. Their research also brings to light concepts, rules and premises for contemporary dental and stomatological sciences.

I vasti panorami delle scienze biologiche e delle conoscenze mediche si sono naturalmente evoluti e radicalmente modificati nel tempo attraverso continui tentativi, inaspettati successi, geniali intuizioni e, soprattutto, errori. La storia della medicina ci mostra e ci insegna, infatti, come eccessi speculativi ed errori metodologici furono inevitabilmente causa di impedimenti al processo culturale e allo sviluppo del pensiero scientifico. Soltanto la conoscenza del parallelo sviluppo politico, sociale e artistico della società entro la quale le nuove conoscenze venivano acquisite, permette di comprenderne i processi evolutivi delle scienze biologiche e delle arti mediche in generale1-4.

Sul fatto che molte date importanti abbiamo segnato e indicato svolte fondamentali nella storia delle diverse arti sanitarie, tutti sono consapevolmente d’accordo5,6. Oltremodo, risulterebbero accettabilmente uniformi e concordanti le risposte dei vari esperti della storia della medicina alle domande d’obbligo e quasi ovvie: quando è nata la scienza medica? e quando è nata l’arte della chirurgia?

Dobbiamo però considerare un ulteriore interrogativo, basilare e importantissimo, che spesso viene inaspettatamente sottointeso e ingiustamente sottostimato dal mondo della medicina e della chirurgia in generale: quando sono nate le scienze biologiche e i presupposti teorici e dottrinali che hanno permesso il fiorire di intuizioni applicative nel campo delle diverse arti sanitarie? Questo è un quesito assai difficile da definire. Le differenti culture, gli stessi sviluppi storici e sociali e gli ampi risvolti etnico-religiosi hanno, infatti, influenzato sia positivamente sia negativamente il vasto ventaglio delle scoperte scientifiche7.

Limitandoci a ricordare e citare alcune discipline di ricerca come l’anatomia sia umana normale sia comparata, la fisiologia umana e animale, l’istologia e la citologia, la microbiologia e l’infettivologia, si sono man mano sviluppate e maturate nel tempo nei loro contenuti seguendo strade a volte parallele, ma più spesso divergenti8. Questo per mancanza e limiti di diffusione delle idee nelle varie realtà scientifiche appartenenti ai differenti atenei, per mancanza di un interscambio efficace in ambiti geograficamente lontani e da un’editoria effettivamente artigianale e assai ristretta a un pubblico di soli eletti. Tuttavia, anche se sono esistiti diversi modi e contrastanti approcci scientifici nell’affrontare i diversi temi, molti dei noti progressi e di importanti scoperte attribuibili a biologi, chimici, fisici, matematici, botanici, anatomici e altri ancora, confluivano necessariamente in un unico alveo a rendere più imponente e nobile il sapere medico.

Oggi, queste evoluzioni sono spesso sottovalutate, dimenticate e, forse, non perfettamente comprese da molti operatori, abituati a usufruire ormai di automatismi concettuali e modelli terapeutici collaudati.

Questo vale anche e soprattutto per l’odontoiatria, disciplina eminentemente pratica e ricca di continue innovazioni metodologiche direttamente influenzate dagli innumerevoli sviluppi tecnologici. Queste innovazioni, costantemente proposte nel mercato, favoriscono e semplificano certamente l’opera
quotidiana dello specialista nelle diverse procedure terapeutiche, ma possono distoglierlo da importanti riflessioni e conoscenze legate alla funzionalità di organi e apparati, più o meno strettamente, correlati con le dinamiche fisiologiche e
fisio-patologiche del cavo orale.

Una delle riflessioni più semplici e banali può portare l’odontoiatra a stimolare curiosità e conoscenze riguardanti le caratteristiche di un fluido organico che caratterizza il nostro micro-ambiente operativo: la saliva. Le conoscenze su questo fluido costantemente presente nel cavo orale e, soprattutto, le interpretazioni scientifiche che identificano la storia del pensiero conoscitivo a esso correlato, possono destare grandi interessi e addirittura apparire affascinanti. Ecco allora che riflettendo con assoluta prudenza, possiamo affermare che i veri padri della stomatologia e della moderna odontoiatria sono proprio quegli scienziati e biologi di epoche lontane che hanno studiato un organo facilmente accessibile e ricco di possibili spunti per spiegazioni delle stesse patologie locali e, soprattutto, delle espressioni orali di condizioni morbose che coinvolgevano altri distretti corporei.

Riproponiamo, quindi, la domanda, ora indirizzata maggiormente al mondo dell’odontoiatria: quando sono nate le scienze biologiche e i vari presupposti teorici e dottrinali che hanno permesso il fiorire di intuizioni applicative nel campo delle arti dentali?

Una delle possibili risposte potrebbe essere quella riguardante i personaggi, i tempi, i luoghi, gli spunti e le riflessioni riguardanti proprio e soprattutto le curiosità e gli studi riguardanti la salivazione.
Queste argomentazioni, ricche di significati storici, filosofico-religiosi e strettamente biologici, possono significativamente arricchire e certamente chiarire la risposta a questo nostro quesito.                        

Storia della salivazione                            

La cavità orale, formazione anatomicamente ben delimitata e corrispondente al primo tratto dell’apparato digerente, è un ambiente costantemente umettato da una componente liquida: la saliva. Essa, come una pellicola a fluidità variabile e in quantità altrettanto variabili, entra in intimo contatto con le mucose orali di rivestimento e i tessuti gengivo-dentali. Sebbene questo liquido sia generalmente conosciuto come saliva, esso dovrebbe essere più correttamente denominato liquido orale o fluido orale.

Infatti, i liquidi presenti nel cavo orale, formati per la maggior parte da componenti acquose, sono costituiti dalla saliva in senso stretto, dai liquidi ed essudati sulculari, da secreti derivanti dalle cavità nasali e para-nasali, dal muco di derivazione faringeo e laringo-tracheale. La saliva, quindi, può essere considerata un liquido di sintesi, biologicamente attivo con una composizione fisico-chimica e organica complessa. È costantemente prodotto e secreto nel cavo orale da strutture ghiandolari esocrine: le ghiandole salivari maggiori e minori9,10.

Certamente, i fluidi salivari rappresentano, nell’economia funzionale e fisiologica dell’intero cavo orale e oro-faringeo, una componente di primaria importanza. Essi rivestono un grande significato sia nell’assolvere una serie di importanti funzioni dell’organo bocca, sia nel mantenere un equilibrio biologicamente corretto in costante rapporto ed evoluzione con l’ambiente esterno. Infatti, il cavo orale si potrebbe considerare una «porta aperta» del nostro organismo rivolta verso l’ambiente esterno, costantemente sottoposto a insulti di diversa origine e natura11.

Analizzando gli albori delle scienze mediche, appare curioso e singolare quello che affermava Ippocrate, nel V secolo a.C., riguardo ai fluidi salivari. Fondatore della teoria umorale, Ippocrate considerò la salivazione nel suo variare solo come un sintomo di patologia del corpo (epilessia, idrofobia)12-14.

In epoca antica, uno dei primi autori a occuparsi razionalmente della saliva fu Claudio Galeno (129-216 d.C.). Egli sostenne che il fluido salivare ha una duplice provenienza: dal basso come effluvio dello stomaco e dall’alto come conseguenza degli scarti delle secrezioni dei ventricoli cerebrali: «…Ci sono inoltre due canali verticali, che attraverso il palato scaricano nella bocca i residui del cervello…» (L’utilità delle parti). La saliva venne denominata, dallo stesso Galeno, con il termine generico di «Phlegma» e le venne attribuita la capacità di alterare i cibi masticati: «… lo puoi vedere nel caso di cibi lasciati negli interstizi dei denti che vi sono rimasti tutta la notte; il pane non è esattamente pane e la carne non è esattamente carne …» (Le facoltà naturali). Altra particolare concezione di Galeno era quella che il liquido salivare fosse in grado di preservare e di guarire da alcune malattie, specialmente dai morsi velenosi dei serpenti o dalle punture degli scorpioni15-17.

Passando in epoca medioevale, lo scienziato che più si occupò della saliva fu uno dei più grandi esponenti della scuola araba: Avicenna (980-1037). Ibn Sina, Abd Allāh ibn Sīnā o Pur-Sina, più noto in occidente come Avicenna, è stato medico, filosofo, matematico e fisico persiano. Scrisse circa 450 libri su una grande varietà di soggetti ed è considerato da molti come «il padre della medicina moderna». George Sarton ha indicato Avicenna come «il più famoso scienziato dell’Islam e uno dei più famosi di tutte le razze, luoghi e tempi».

I suoi lavori più famosi sono: Il libro della guarigione e Il canone della medicina.

In Europa, Avicenna diventò un’importante figura medica a partire dal 1200, tramite gli indirizzi della Scuola Medica Salernitana. Ne Il canone della medicina si afferma che la prima digestione avviene in bocca e che la saliva è portata dalle arterie alle ghiandole salivari e da queste viene riversata nel cavo orale18-21.

Nel rinascimento, secolo aureo per lo sviluppo e l’evoluzione delle scienze anatomiche, autori come Vesalio, Gabriele Falloppia o Falloppio, Acquapendente ed Eustachio, si limitarono nei loro trattati a descrivere sempre più dettagliatamente le regioni oro-facciali, citando però grossolanamente le caratteristiche dei liquidi salivari22-24. In particolare, Bartolomeo Eustachi, più noto come Eustachio (1514-1574), fu autore del primo libro dedicato esclusivamente all’anatomia dentale: il Libellus de Dentibus. Nell’ambito di quest’opera vi sono osservazioni sulla morfologia dei denti e dell’anatomia descrittiva del cavo orale e la saliva viene descritta, come già aveva fatto in precedenza Galeno, come «Phlegma».

È tuttavia nel XVII secolo con l’affermarsi delle teorie basate sulla «iatromeccanica» e sulla «iatrochimica», che iniziano a essere presenti le prime osservazioni scientificamente razionali riguardanti i fluidi salivari. Per puntualizzare, la iatromeccanica è la meccanica applicata alla medicina. La concezione di fondo che anima questa corrente di pensiero, alla quale lo stesso Malpighi aderì, è l’idea «dell’uomo-macchina», ovvero dell’uomo come insieme di diverse macchine. Veniva riconosciuta la macchina digestiva, la macchina cerebrale, la macchina renale ecc., ciascuna con una precisa struttura e un compito ben definito. Parallelamente, la iatrochimica, che ha avuto il suo massimo esponente in Paracelso, ritiene che la salute dell’organismo dipenda essenzialmente da uno specifico bilancio tra i componenti chimici dei fluidi corporei. Il corpo umano, secondo tale concezione, si presenta come una vera e propria fornace chimica, dove la vita non è altro che una serie di processi chimici da spiegare e mettere in rapporto con la malattia e il rimedio.

L’anatomico olandese Gerard Blaes (1625-1692) sostenne che la saliva origina separandosi dalla componente sierosa del sangue. Questo definisce la saliva, nell’opera Medicina Universa del 1665, come una «umidità superflua». Analoghe considerazioni vennero fatte e condivise anche da Daniel Tauvry (1669-1701). L’autore affermò, infatti, che la saliva è un liquido separato e filtrato dal sangue arterioso, meccanismo questo che si verifica a livello delle varie ghiandole salivari.

Successivamente, il francese Claude Perrault (1613-1692) stabilì che il gusto salato della saliva è dovuto alla presenza di sali inorganici in essa disciolti. Nella sua opera Essay du Physique del 1680, Perrault descrive come riuscì a effettuare un’analisi chimica della saliva e una dimostrazione della presenza di numerosi elettroliti salivari, semplicemente trattando i fluidi orali con una lenta ebollizione ed evaporazione.

Sicuramente, però, il più grande contributo allo studio della saliva e delle ghiandole salivari venne dato dagli anatomici
Thomas Wharton (1614-1673), Niels Stensen, (1638-1686), Augustus Rivinus (1652-1723) e Caspar Bartholin (1655-1738).

Nel 1656, Thomas Wharton scoprì il dotto escretore della ghiandola sottomandibolare, la cui descrizione si trova nel primo trattato completo mai scritto sul sistema ghiandolare umano: Adenographia: sive glandularum totius corporis descriptio. Wharton compì, inoltre, studi a riguardo della fisiologia salivare nei diversi processi digestivi.

Niels Stensen, maggiormente noto come Nicolò Stenone, fu sicuramente colui che, nel Seicento, diede i maggiori contributi nell’ambito degli studi della salivazione25-26. Nato a Copenhagen nel gennaio 1638 e figlio di un gioielliere di corte, Stenone aveva conseguito la laurea nel 1664 a Leyden, compiendo poi viaggi di studio e di lavoro e fermandosi a Montpellier, Parigi, Roma e Pisa. Ebbe numerosi contatti con scuole e studiosi e, tra gli altri, ebbe come maestro Thomas Bartholin (1616-1680) che lo indirizzò in modo particolarmente attento allo studio e alla ricerca anatomica. A renderlo celebre è stata proprio la sua prima scoperta, documentata il 7 aprile 1660, quella del dotto escretore della ghiandola parotide. L’aveva fatta quando era ancora studente e non con il microscopio appena inventato e ancora a livello primordiale, bensì con una semplice lente d’ingrandimento nell’abitazione del celebre anatomista Gerard Blaes (detto anche Blasius)27.

Allo stesso tempo Blaes rivendicò la scoperta, sostenendo che Stenone aveva sfruttato i risultati di alcune sue precedenti ricerche. Stenone pubblicò allora l’opera del 1661, Disputatio anatomica de glandulae oris, dove affermò vigorosamente i suoi meriti, che erano già stati messi bene in evidenza in una lettera scritta al suo primo maestro, Thomas Bartholin: «... Tanto ebbi favorevole la fortuna, che in una testa di pecora, da me comprata, che io sezionavo da solo, il 7 aprile scopersi il condotto, da nessun ch’io sappia descritto. Allontanati i tegumenti volevo fare la sezione del cervello quando mi viene in mente di esaminare i vasi vaganti per la faccia. Pertanto, a tal fine, esplorando col ferro la via delle vene e delle arterie, osservo che la punta, non più costretta fra le anguste membrane, vagava più liberamente in una cavità ampia; e tosto inoltrando di forza il ferro sento sonare i denti» («Epistola Thomaso Bartholino», 1660).

Proseguendo poi nei suoi studi, Stenone ebbe modo di scoprire le numerose ghiandole salivari minori, tra cui quelle situate nelle sotto-mucose delle guance, nel palato molle e le ghiandole mucipare della mucosa nasale. Grazie a queste ricerche, Stenone riuscì a stabilire che la saliva non derivava dal «succo nerveo», come lo scopritore del dotto della ghiandola sottomandibolare Thomas Wharton aveva stabilito e affermato nelle sue scritture. In realtà, la saliva rappresentava un prodotto derivato dal sangue, che nel suo moto circolare da un lato giunge tramite l’arteria alla ghiandola e successivamente, per mezzo della vena, ne defluisce.

Stenone raggiunge Firenze presso la corte di Ferdinando II de’ Medici, che lo nominò archiatra personale. Tuttavia, nel 1675, Stenone decise di intraprendere la vita religiosa e, due anni dopo, fu consacrato vescovo da papa Innocenzo IX. Stenone morirà a soli 48 anni e, per volere del granduca di Toscana, il suo corpo fu portato a Firenze e sepolto nella Chiesa di San Lorenzo.

Nel 1678, l’anatomico tedesco Augustus Rivinus descrisse i 15-20 condotti escretori della ghiandola sottolinguale, mentre Caspar Bartholin, noto come Bartolino, indiviudò, nel 1684, il dotto escretore principale della ghiandola sottolinguale, ben descritto nell’opera De Ductu saliva.

L’approccio scientifico sistematico e maggiormente indirizzato verso la ricerca e la sperimentazione, già inaugurato e proposto da Galileo Galilei, ebbe anche in campo medico le prime affermazioni. Lo strumento che ha rivoluzionato in modo assai significativo il mondo della medicina e delle ricerche scientifico-biologiche è il microscopio ottico.

Questa svolta nel mondo scientifico fu opera di un commerciante: Antonj Van Leeuwenhoek. Nato a Delft il 24 ottobre 1632, Leeuwenhoek era un ricco fabbricante e commerciante di stoffe. Per il suo mestiere era abituato a maneggiare lenti di ingrandimento, i cosiddetti contafili. Forse questa è la ragione per cui dedicò molto tempo a una curiosa attività: il taglio di lenti biconvesse e la costruzione di ben 247 microscopi con capacità sino a 300 ingrandimenti. Fu nel maggio 1603 che il dottor Regnerus de Graaf presentò alla Società Reale di Londra una nota di Leeuwenhoek. Il titolo in inglese era: A Specimen of Some Observations Made by a Microscope. L’autore metteva insieme note sugli oggetti più diversi, dalla polvere di cannone alla polvere domestica, dalle piume di uccello alle scaglie di pesce, dagli organi di insetti al sangue di diversi animali e dell’uomo. Leeuwenhoek studiò lo sperma e fu il primo a descrivere microscopicamente il tartaro dentale: dove si trovavano piccoli animali più numerosi di tutta la popolazione dei Paesi Bassi e che si muovono in modo interessante27.

Tuttavia, le prime vere e importanti applicazioni mediche e biologiche del microscopio ottico sono legate allo scienziato Robert Hooke nato a Freshwater nell’isola di Wight il 18 luglio 1635. Il successo di Hooke come biologo resta legato a un’opera intitolata Micrographia: Or Some Physiological Descriptions of Minutes Bodies Made By Magnifying Glasses with Observations and Inquiries Thereupon. Questo trattato venne pubblicato a Londra da James Allestry nel 1667 ed è importante che Hooke, per la prima volta, formula la parola «cellula»27-29.

Parallelamente, lo sviluppo del pensiero scientifico ha permesso alla chimica e allo studio dei primi composti reattivi di fornire tracce e indicazioni sulla composizione dei fluidi corporei e di alcuni tessuti umani. Il belga Philip Verheien (1648-1710) compì le prime sperimentazioni chimiche sulla composizione della saliva, che descrisse nella sua opera principale Supplementum Anatomicum in un capitolo dal titolo Examen salivae per artem Chymicam et Microscopium. Utilizzando otto once della sua saliva, Verheien provvide a farle bollire in un alambicco, dove dopo vari procedimenti ottenne del «sal lixivium», che analizzo al microscopio osservando quelle che lui descrisse come «particulae oblungae», ritenute responsabili della viscosità salivare. Procedendo poi nelle sue ricerche, Verheien sottopose ad analisi campioni di saliva umana provenienti da individui giovani e anziani, osservando che i primi presentano una saliva più pura.

L’italiano Giorgio Baglivi (1669-1707) studiò invece il potere digestivo della saliva: «Si abbia cura dei denti per poter ben digerire e vivere a lungo; quando si indeboliscono, si indebolisce la saliva e quindi la chilificazione, con conseguenza di molti malanni» (Epistola ad Alessandro Pascoli, 1700)30.

Un altro italiano, il ferrarese Giuseppe Lanzoni (1663-1730), nel 1702 pubblicò il primo trattato dedicato esclusivamente alla saliva: «Exercitatio medico-phisico-anatomica de saliva humana». Si tratta di un’opera importante, da considerare per la sua completezza e divisa in sei capitoli. Nel primo Giuseppe Lanzoni, dopo aver esposto le concezioni degli antichi e quelle sino ad allora note sulla saliva, analizza l’etimologia della parola, «Sale dal ventricolo»; «Salva dalle malattie e dai morsi dei serpenti velenosi e «ha sapore salino». Il secondo capitolo è dedicato alle ipotesi sulla formazione della saliva, presente nel sangue e, una volta portata alle parotidi, viene da esso divisa. Nel terzo e quarto capitolo vengono descritte le funzioni salivari: la saliva umetta la bocca, facilita la parola, aiuta la masticazione e contribuisce alla «cognizione» degli alimenti. Gli ultimi due capitoli sono dedicati alle descrizioni di presunte proprietà curative della saliva, come un rimedio nelle affezioni cutanee, nelle otiti e come antidoto contro i veleni di serpenti e scorpioni.

Nel settecento, due fra i più importanti scienziati dell’epoca furono senza dubbio Albrecht Haller (1708-1777) e l’italiano Lazzaro Spallanzani (1729-1799)27.

Albrecht von Haller, notissimo fisiologo e sperimentatore, fu autore di numerosi trattati tra cui uno dei più importanti fu Elementa physiologiae corporis humani, pubblicato a Venezia nel 1765. In esso la saliva viene descritta come un «... liquor acquoso, svaporante, insipido, dolcemente salino, contenente poca terra, né acido, né alcalino, benché vi sia un poco di sal lisciviale; ..».

Lazzaro Spallanzani, fondatore della scuola biologica pavese, si dedicò all’analisi sperimentale in laboratorio. Si occupò di fisiologia e patologia dei processi digestivi e formulò diverse osservazioni sulla composizione chimica della saliva in animali come cani, gatti, piccioni e aquile.

Seguendo queste preziose intuizioni, George Fordyce (1736-1802) pubblicò, nel 1791, il ricco trattato A Treatise on the Digestion of Food. Questa può essere considerata la prima opera completa sull’analisi della digestione degli alimenti, dove le argomentazioni sono state trattate e discusse in modo globale considerando puntualmente sia l’anatomia delle ghiandole secernenti sia la fisiologia e la chimica dei fluidi salivari: «La saliva è un fluido composto da acqua con la quale sono combinate una mucillagine incolore e sostanze saline. La mucillagine è coagulabile, ma non rapidamente; che essa contenga sale marino non può essere dubitato perché, se la si lascia evaporare vi si vedono chiaramente dei cristalli di sale marino, ma mescolato con altre cristallizazioni, alcune delle quali ricordano quelle del comune sale ammonico (...). Inoltre, dalla saliva si possono separare alcali volatili per mezzo di un alcale vegetale fisso; e acido muriatico per mezzo di una soluzione d’argento in acido nitrico; è vero che l’acido muriatico può venire separato dal sale marino. Vi si trovano altresì altre cristallizzazioni di forma varia e irregolare, che, se si dovesse giudicare a priori, potrebbero essere le stesse dei sali che si trovano nel siero di sangue».

Qualche anno più tardi, nel 1831, Leusch scoprì l’amilasi salivare, che venne successivamente denominata da Berzelius ptialina31-32. Ricordiamo però che verrà ottenuta in forma cristallina solo nel 1948 da Mayer, Fischer e Staub. Un’altra importante scoperta si ebbe nel 1834, quando Leopold Gmelin (1788-1853) insieme al collega Friederich Tiedemann (1781-1861), durante studi sul potere digestivo salivare, scoprirono il solfocianuro di potassio nei fluidi salivari umani e animali33-36.

Nell’Ottocento, la curiosità degli studiosi verso la fisiologia, da sempre considerata di secondaria importanza rispetto all’anatomia umana e comparata, andò sempre più consolidandosi sino ad assumere una vera e propria connotazione scientifica e individuale con la creazione di vere e proprie scuole di ricerca e di pensiero. Karl Friedrich Wilhelm Ludwig (1816-1895), capo del dipartimento di fisiologia dell’Università di Lipsia, fu il primo a dimostrare che era possibile che le ghiandole digestive umane fossero influenzate da complesse interazioni del sistema nervoso centrale e, più specificamente, dal sistema nervoso vegetativo. Accanto a ciò, si cominciò a indagare sui meccanismi che governavano le fini regolazioni delle secrezioni e dei flussi salivari.

Un’altro tedesco, Wilhelm Max Wundt (1832-1920), che insegnava presso la stessa Università, nel 1879 dichiarò che «Se un nervo viene tagliato può provocare una reazione al fisico. Dal momento che un nervo può controllare la saliva, controlla anche l’esigenza di fame, di sete e di sesso. Quindi gli uomini sono degli animali. Possono essere addestrati come pecore, cani e orsi danzanti.». Si cominciarono, così, a intravvedere le effettive funzioni del sistema nervoso periferico e centrale, tanto ben descritto dai maestri anatomici. Tali studi sono proprio iniziati con una funzione organica semplice da indagare, con caratteristiche di escrezione esterna e con un modello facilmente ripetibile nel tempo: la salivazione37,38.

Sulla falsa riga delle teorie funzionalistiche varate dalle scuole germaniche, nel 1859 il grande fisiologo francese Claude Bernard (1813-1878) sostenne che il sistema nervoso centrale e quello periferico regolano la secrezione della saliva mediante un meccanismo di tipo intermittente.

In Italia, Eusebio Ohel (1827-1903), fondatore del primo laboratorio nazionale di fisiologia generale e umana all’Università di Pavia, iniziò un filone di indagini sperimentali sulle proprietà fisico-chimiche ed enzimatiche della saliva. Egli raccolse i risultati delle sue ricerche in una ricca pubblicazione del 1864 dal titolo: La saliva umana studiata colla siringazione dei condotti ghiandolari39.

Comprendere e dedurre che il tessuto nervoso possa, di fatto, controllare tutte le reazioni organiche del nostro corpo, fu un passo avanti nelle conoscenze di molti fenomeni fisico-organici40. A questo proposito, non può chiaramente essere taciuto il contributo allo studio della salivazione offerto da Ivan Petrovic Pavlov (1849-1936), che negli anni compresi tra il 1879 e il 1897 si dedicò agli studi della fisiologia della digestione e della secrezione dei succhi digestivi. A partire dal 1890 studiò i riflessi della salivazione, introducendo un nuovo concetto di «riflesso condizionato». Laureato in veterinaria, Pavlov arrivò prontamente a frequentare, a Lipsia, il primo Istituto di psicologia, diretto dal già citato Wundt. Pavlov constatò come fosse possibile trasformare un riflesso naturale o incondizionato (la salivazione in presenza di cibo) in riflesso condizionato (la salivazione in risposta al rumore della ciotola posata sul pavimento oppure in risposta al suono di un campanello che preceda ogni volta la distribuzione del cibo). Così, il semplice fatto di associare allo stimolo incondizionato costituito dal cibo uno stimolo neutro come il suono di un campanello, conferisce a quest’ultimo la stessa efficacia nell’indurre la salivazione. Per le sue ricerche sui riflessi condizionati della salivazione, Pavlov ottenne il premio Nobel per la medicina nel 1904.

A partire dal XX secolo, con l’introduzione di nuovi e più avanzati concetti di equilibrio acido-base, di pH, di tensione superficiale, di concentrazione e peso molecolare e con la scoperta delle molecole enzimatiche, si arriva all’analisi accurata delle sostanze contenute nella saliva, specialmente per quanto concerne la sua componente chimico-organica41-43.

Nel 1914, Michaelis e Pechstein, effettuarono i primi studi sul pH salivare. Gli autori hanno misurato la concentrazione idrogenionica, concludendo che la saliva presentava un pH leggermente acido. Tali studi furono ripresi e poi proseguiti da Bloomfield e Huck, i quali utilizzarono sperimentalmente i primi indicatori44,45.

A partire dal 1920, Marshall, continuando gli studi sull’equilibrio idrico-salino salivare e sul pH, iniziò a condurre esperimenti sul potere tampone della saliva, definendolo come «la quantità di acidi e di alcali necessaria per portare la reazione salivare al punto di viraggio del paranitrofenolo e della fenolftaleina». Riuscì a dimostrare come il potere tampone fosse più alto nella saliva stimolata che in quella secreta in condizioni di riposo e, nota interessante, che nei soggetti affetti da processi cariosi a carico degli elementi dentali, i valori di pH si presentavano quasi sempre più alti che in soggetti sani46.

A conferma di tutto ciò, interessanti

sono anche le considerazioni di Starr, pubblicate nel 1922. Egli dimostrò i complessi meccanismi dei sistemi tampone orali e l’estrema variabilità del pH salivare durante le fasi funzionali e nelle condizioni di riposo. Egli osservò come la centrifugazione della saliva o la sua conservazione a contatto con l’aria, elevino i valori del pH, grazie alla volatilità della CO2 che si libera dalla saliva stessa. Sempre Starr ha rilevato sperimentalmente che il pH della saliva può variare con valori compresi tra 5,75 e 7,0547,48.

Sempre nel 1922, Alexander Fleming (1881-1955) scoprì il lisozima nelle secrezioni nasali, nelle lacrime e nella saliva. Il lisozima o muramidasi è una sostanza enzimatica ad azione batteriolitica in grado di attaccare e demolire i polisaccaridi azotati che entrano nella costituzione degli strati periferici cellulari di diversi germi, sia saprofiti sia patogeni49,50. La molecola di lisozima è una glicosidasi e questo polisaccaride è formato da unità alternate di acido N-acetil-muramico (2-N-acetil-3-O-lattil-2-deossiglucosio) e N-acetil-glucosamina (2-N-acetil-2-desossiglucosio), legate tra loro da legami α-1,4-glicosidici. Il lisozima catalizza la rottura del legame glicosidico che vede impegnato nel legame il C1 dell’acido N-acetilmuramico e il C4 della N-acetil-glucosamina del peptidoglicano51,52. La scoperta di Fleming della molecola di lisozima fu, come spesso accade, una fortuita sorpresa, mentre stava svolgendo una ricerca mirata a scoprire farmaci antibiotici53,54. Fleming nacque il 6 agosto del 1881 a Lochfield, una cittadina nell’Ayrshire in Scozia. Successivamente alla laurea in medicina presso il Saint Mary’s Hospital di Londra, uno dei più moderni ospedali dell’epoca, fu immediatamente scelto come allievo interno da Sir Almroth Wright, microbiologo, professore di patologia e uno dei maggiori esperti di immunologia del tempo. Durante la prima guerra mondiale, Fleming era diventato ufficiale medico e, da quel momento, il suo intento divenne quello di ricercare terapie efficaci per guarire le infezioni insorgenti sulle ferite di guerra e si convinse che tutti gli antisettici che avevano a disposizione erano spesso inefficaci. Finita la guerra, ritornò nel suo laboratorio di Londra e iniziò il lavoro di ricerca che, seppure in modo parzialmente fortuito lo portò a effettuare, nel 1922, una grande scoperta. Mentre stava analizzando alcune colonie batteriche, una sua lacrima cadde inavvertitamente su una piastra. Il giorno seguente, con molto stupore, si accorse che i batteri erano cresciuti ovunque, tranne che nel punto dove era caduta la lacrima. Pensò allora che nella lacrima potesse esserci una sostanza ad azione antibiotica naturale, responsabile della morte dei batteri o dell’inibizione della loro crescita. In effetti, verificò in seguito che si trattava di un enzima capace di distruggere le cellule batteriche e lo battezzò lisozima55-57. È da ricordare inoltre che, negli anni 1960, il lisozima era l’unico enzima contenente tutti i 20 aminoacidi di cui fosse nota la sequenza e, come tale, servì da modello per la chimica delle proteine58-64.

Sempre proseguendo nell’evoluzione degli studi sui componenti salivari, un grande passo avanti nella comprensione della biochimica salivare fu dato da Kirk, Kesel, O’Donnel e Wach che, nel 1947, riuscirono a identificare ben 16 amminoacidi. Nell’ambito dei diversi studi, essi osservarono che nella saliva umana e animale i più diffusi amminoacidi e le concentrazioni maggiori erano rappresentate dall’arginina e dall’acido glutammico65,66.

Sempre in quegli anni, Lura, Noback, Glock, Murray e Pincus condussero ricerche sulle sostanze enzimatiche e, in particolare a partire dal 1948, sulle lipasi e le fosfatasi salivari67-71.  Nel 1950, fondamentali furono gli studi di Dechaume sulla struttura chimica delle mucine salivari72.

Sempre in quel periodo, Glavind, Granados, Hanesn, Kruse e Dam isolarono alcune componenti vitaminiche nella saliva umana. Furono identificate la tiamina, la riboflavina, l’acido nicotinico, la biotina e tracce di acido folico73-77.

Significativa è la considerazione di Schneider del 1951, che dimostrò sperimentalmente che la ptialina è possibile attivarla dal cloruro di sodio45-47.

Oggi non si parla più di ptialina, ma si identifica con il termine generico di amilasi salivare. L’amilasi è un enzima digestivo che, in sede extra-cellulare, idrolizza l’amido prima in oligosaccaridi e poi in residui monosaccaridici liberi. Gli organi a più alto contenuto di amilasi sono le ghiandole salivari e il pancreas. Si possono distinguere l’isoamilasi P prodotta dal pancreas e l’isoamilasi S di origine extra-pancreatica e prevalentemente di derivazione salivare. La forma glicosilata è rappresentata dall’α-amilasi A, con peso molecolare di 60-65 Kdalton. La forma non glicosilata è rappresentata dall’α-amilasi B, con un peso molecolare di 55-60 Kdalton. L’azione delle amilasi salivari, che scindono i carboidrati in frammenti più piccoli, si limita essenzialmente a un solo substrato: l’amido cotto (l’organismo umano non dispone di alcun enzima per l’amido crudo e la cellulosa). L’attività amilasica è però molto ridotta, a causa del breve tempo di permanenza del cibo nella cavità orale. Tuttavia, la sua attività chimica prosegue nello stomaco, sino all’inattivazione da parte dell’acido cloridrico.

Oltre alle già citate funzioni digestive, l’α-amilasi presenta funzioni antimicrobiche e ciò spiegherebbe il fatto che alcuni isotipi di amilasi sono presenti, in concentrazioni minime in altre secrezioni corporee, quali lacrime, secrezioni nasali, secrezioni bronchiali, latte e secrezioni del tratto genitale femminile e maschile.

In epoche più recenti, gli studi sulla salivazione si sono espansi a macchia d’olio, in relazione agli sviluppi tecnologici delle tecniche di laboratorio e dei vari test bio-diagnostici sempre più sofisticati e attendibili. Molte delle funzioni e dell’ecosistema dell’organo bocca, trovano spiegazione proprio da quella moltitudine di componenti salivari, ancora poco conosciuti e identificati nel loro ruolo specifico.

I composti inorganici presenti nei fluidi orali rispecchiano le caratteristiche delle composizioni riscontrabili nel plasma sanguigno e dei liquidi extra-cellulari. Gli elettroliti salivari maggiormente rappresentati sono il sodio, il potassio, il cloro, gli ioni bicarbonato, il calcio, il magnesio, gli ioni fosfato, il fluoro e il tiocianato. La componente organica è costituita invece prevalentemente da molecole proteiche e da glico-proteine che vengono sintetizzate, immagazzinate e secrete dalle cellule dei segmenti terminali ghiandolari. Inoltre, si possono identificare composti organici semplici come gli aminoacidi, i lipidi e i glucidi, costituendo la matrice chimica della composizione di molecole più complesse. Con le recenti tecniche di separazione cromatografica, si è potuto isolare una ventina di frazioni proteiche.

Parallelamente alle discipline di laboratorio, le ricerche e le sperimentazioni sono proseguite in una visione più clinica e fisio-patologica. Alcuni meccanismi intrinseci delle dinamiche secretorie, lo studio del trasporto cellulare nell’ambito degli adenomeri ghiandolari e le fini regolazioni neuro-vegetative, presentano ancora lati oscuri e poco conosciuti. Tuttavia, gli studi riguardanti alcune importanti patologie salivari, come l’iposalivazione, le flogosi acute e croniche dei parenchimi ghiandolari, le calcolosi salivari e le componenti neoplastiche, sono stati affrontati in questi ultimi vent’anni in modo assai produttivo78-88.

Uno dei temi dibattuti e particolarmente affrontati nel mondo della clinica è stato quello delle disfunzioni quantitative delle secrezioni della saliva.  L’affrontare le numerose problematiche di questi gravi deficit funzionali ha stimolato l’avvio di diverse ricerche e gli studiosi sono tutt’ora impegnati nell’identificare le cause sia endogene, locali
e sistemiche, sia esogene89-98.

Solo da pochi anni, con l’ausilio di supporti tecnologici e sofisticati programmi di analisi computerizzata, si è potuto comprendere solo alcune delle funzioni dei liquidi orali. Per esempio, una probabile funzione regolatrice del complesso ecosistema orale viene attribuita alla presenza di sialina, peptide di piccole dimensioni che viene metabolizzato dai batteri del cavo orale e libera amine alcalinizzanti.

Queste sarebbero in grado di controllare l’acidità della placca, esercitando un effetto preventivo nei confronti della carie dentale99-101.

Sono ormai ben documentate come alcune componenti organiche della saliva, isolatamente e/o sinergicamente a componenti elettrolitiche, rappresentino importanti fattori di controllo della colonizzazione batterica e fungina del cavo orale. L’agglutinazione delle cellule batteriche da parte delle mucine è stata la prima caratteristica a essere identificata e studiata. Altre proteine salivari presentano azione antibatterica e immunitaria come l’enzima sialoperossidasi o lattoperossidasi che svolge un’azione diretta di controllo sul metabolismo batterico, la lattoferrina e il già citato lisozima e le stesse immunoglobuline secretorie IgA101-103. Interessanti sono le ricerche a riguardo di una altro gruppo di proteine salivari: le proteine ricche di prolina (Proline-Rich Proteins). Esse sono in grado di condizionare significativamente la placca dentale, influenzando l’adesione di alcune specie batteriche alle superfici dentali104-106.

Conclusioni                       

Quale futuro per la storia della stomatologia e degli studi riguardanti la salivazione? Sarà un futuro sempre più nel «piccolo». Inteso, questo «piccolo», nelle conoscenze dei meccanismi ultra-microscopici e organolettici molecolari, dei meccanismi regolatori e le loro azioni, della genetica, dell’enzimologia e del metabolismo delle molecole farmacologiche. Tutto questo costituirà la base della clinica e delle future terapie. Come sarà possibile questo? Solo in funzione dell’evoluzione tecnologica, che, come abbiamo visto, ha sempre condiviso e supportato gran parte delle ricerche e le scoperte scientifiche.

Questa descritta è una piccola parte della storia delle scienze biologiche e dell’arte della medicina. È la storia della «saliva», la storia di persone, di scienziati, di scuole di pensiero e di progressi. Essi potrebbero essere certamente discussi e commentati da opinioni di parti, ma condivisibili per ogni evoluzione storica di tutte le discipline della medicina e della biologia.

L’insegnamento fondamentale che possiamo trarre dalla storia della medicina è che non c’è scienza senza esperimento e senza verifica.

Ogni fenomeno clinico, ogni metodo di cura, ogni procedura chirurgica devono essere dimostrati e documentati sperimentalmente e i risultati dovranno essere descritti in modo che possano essere ripetuti e verificati in modo incontestabile. Se possiamo sicuramente affermare che il progresso di questi ultimi cinquant’anni è stato superiore a quello dei cinquemila anni precedenti, ciò è indubbiamente il risultato dell’applicazione categorica del metodo sperimentale. L’insegnamento che può dare la storia al moderno odontoiatra, continuamente stimolato ed eccitato da nuove tecnologie e procedure terapeutiche, è la consapevolezza di un’origine e di una ragione storico-scientifica della nostra disciplina assai importante e nobile e che non si ripiega ai soli insegnamenti e ricordi pseudo-scientifici di illuminati bottegai o di sperimentazioni artigianali. Inoltre, questa consapevolezza dell’evoluzione scientifica e delle radici nobili del sapere, devono essere applicate con rispetto e periodicamente rinverdite per poter avere un confronto più attento e consapevole dei progressi della stessa odontostomatologia. Certamente, questo sapere e questa crescita di «cultura specialistica allargata», verrà avvertita e apprezzata positivamente da tutti i nostri pazienti. 

Bibliografia

1. Zampetti P. Storia dell’odontoiatria. Roma: Edizioni Aracne, 2009.
2. Parodi A. Storie della medicina. Torino: Edizioni di Comunità, 2006.
3. Cosmacini G. L’arte lunga, storia della medicina dall’antichità a oggi. Bari-Roma: Edizioni Laterza, 2006.
4. Bernabeo RA, Pontieri GM. Scarano GB. Elementi di storia della medicina. Padova: Edizioni Piccin, 1993.
5. Voltaggio F. L’arte della guarigione nelle culture umane. Torino: Edizioni Bollati Boringhieri, 1992.
6. Buica D. Charles Darwin. Roma: Edizioni Armando, 1996.
7. Lindberg DC, Numbers RL. God & nature: historical essays on the encounter between christianity and science. University of California Press, 1986.
8. Carlino A. La fabbrica del corpo: libri e dissezione nel Rinascimento. Torino: Edizioni Einaudi, 1994.
9. Turcker AS. Salivary gland development. Semin Cell Dev Biol 2007;18(2):237-44.
10. Mandel D. The funcion of saliva. J Dent Res 1987;66:623-627.
11. Sreebny L, Baum B, Edgar W, Epstein J, Fox P, Larmas M. Saliva: Its role in health and diseases. Int Dent J 1992;42:291-304.
12. Jori A. Medicina e medici nell’antica Grecia. Saggio sul ‘Perì téchnes’ ippocratico. Bologna-Napoli: Edizioni Il Mulino, 1996.
13. Jouanna J. Ippocrate. Torino: Edizioni SEI, 1994.
14. Lopez F. Il pensiero olistico di Ippocrate. Percorsi di ragionamento e testimonianze. Vol. I. Cosenza: Edizioni Pubblisfera, 2004.
15. Gourevitch D. I giovani pazienti di Galeno. Studio per la patogenesi dell’impero romano. Roma-Bari: Edizioni Laterza, 2001.
16. Adorno F, Gregory T, Verna V. Manuale di storia della filosofia. Vol. I. Roma-Bari: Edizioni Laterza, 1996.
17. De Maleissye J. Storia dei veleni. Da Socrate ai giorni nostri. Bologna: Edizioni Odoya, 2008.
18. Bertolacci A. Avicenna: libro della guarigione. Le cose divine. Torino: Edizioni Utet, 2007.
19. Lizzini O. Porro P. Avicenna: metafisica. Milano: Edizioni Bompiani, 2002.
20. Gordon N. Medicus. Milano: Edizioni Rizzoli, 1988.
21. Sinoué G. La via per Isfahan. Vicenza: Edizioni Neri Pozza, 2001.
22. Richardson WF, Carman JB. Andreas Vesalius: on the fabric of the human body. Traduzione in inglese del De humani corporis fabrica. London: Norman Publishing Ed., 1998.
23. O’Malley CD. Andreas Vesalius of Brussels. University of California Press, 1964.
24. Cushing W. A bio-bibliography of Andreas Vesalius. London: Archon Books Ed., 1962.
25. Quattrin N. Nicola Stenone scienziato e santo (1638-1686) nel 3° centenario di sua morte. Vicenza: Edizioni Accademia Olimpica, 1987.
26. Scherz G. Niccolò Stenone. Roma: Edizioni Paoline, 1965.
27. Bud R, Warner D. Instruments of science: an historical encyclopaedia. London-New York: Garland Science Ed., 1998.
28. Jardine L. The curious life of Robert Hooke: the man who measured London. London: Harper Collins Ed., 2003.
29. Bennett J, et al. London’s Leonardo: the life and work of Robert Hooke. Oxford University Press, 2003.
30. Toscano A. Mirabilis Machina. Il «perpetuum mobile» attraverso il De statice aeris e il De fibra motrice et morbosa di Giorgio Baglivi. Cosenza: Edizioni Brenner, 2004.
31. Wisniak J. Jöns Jacob Berzelius: a guide to the perplexed chemist. Chem Educ 2000:5(6):343-350.
32. Guareschi I. Jöns Jacob Berzelius e la sua opera scientifica: brevi cenni sulla chimica nella prima metà del secolo XIX. Torino: Edizioni Utet, 1915.
33. Bramkamp RG. The protein content of human parotid saliva. J Biol Chem 1936;114:369-71.
34. Anders J. The cloride level of saliva. J Dent Res 1957;36(2):230-232.
35. Bandettini R. Dell’insulinasi della saliva umana. Min Stomat 1958;679-681.
36. Bandettini R. Moderne vedute sui liquidi orali. RIS 1956;11(8):807-912.
37. Castiglioni G. Wundt. Brescia: Edizioni La Scuola, 1945.
38. Ferraris O. Psicologia: i motivi del comportamento umano. Bologna: Edizioni Zanichelli, 2006.
39. Casarotto G. Ricerche sulla reazione attuale della saliva umana. La Stomatologia 1927;25(6):461-476.
40. Abbagnano N. Storia della filosofia: dallo spiritualismo all’esistenzialismo.Torino: Edizioni Utet, 1995.
41. Brown JB, Klotz NJ. Studies on the chemistry of mixed human saliva: sodium, potassium and calcium in salivas secreted at widley varying rates. J Dent Res 1937;18:19-22.
42. Cavallaro G. Sull’importanza della saliva. La Stomatologia 1911;9(4):179-189.
43. Chauncey H, Lionetti F, Winer A, Lisanti W. Enzymes of the human saliva: the determination, destribution and origin of whole saliva enzymes. J Dent Res 1954;33(5):321-334.
44. D’Alise R. Ricerche sulla reazione chimica della saliva. La Stomatologia 1921;19(12):413-418.
45. Dechaume M, Goguel S, Poullain P. La salive humaine: propriétés physique, composition chimique, cytologie, bactériologie, propriétés sériologiques, rôle. Revue de Stomatologie 1950;51 (8-9):521-552.
46. Kirch R, Kesel J, O’Donnel F. Wach C. Influence of ingestion of single amino acids on the level of free acid in human saliva. J Dent. Res 1953;32(1):57-60.
47. Knox KW. Observation on the salivary mucolytic enzymes. J Dent Res 1953;32(3):367-373.
48. Pellegrini R. Prime ricerche sull’attività transaminasica della saliva. Boll Soc It Biol Sperim 1957;33(1-2):70-74.
49. Bergmeyer H. Principi di analisi enzimatica. Padova: Edizioni Piccin-Nuova Libraria, 1982.
50. Fersht A. Struttura e meccanismi d’azione degli enzimi. Bologna: Edizioni Zanichelli, 1989.
51. Price N. Principi di enzimologia. Roma: Antonio Delfino Editore, 1996.
52. Galzigna L. Elementi di enzimologia. Padova: Edizioni Piccin-Nuova Libraria, 1996.
53. Meyer K, Thompson R. Palmer JW. Khorazo D. The nature of lysozyme action. Science 1934;79(2038):61.
54. Feiner RR, Meyer K, Steinberg A. Bacterial lysis by lysozyme. J Bacteriol 1946;52(3):375-84.
55. Klotz IM, Walker FM. Complexes of lysozyme. Arch Biochem 1948;18(2):319-25.
56. Glassman HN, Molnar DM. Precipitation and inhibition of lysozyme by surface-active agents. Arch Biochem 1951;32(1):170-80.
57. Prudden JF, Meadows EC. Studies on the mechanism of alimentary lysozyme production. Gastroenterology 1953;23(3):403-418.
58. Nemes JL, Wheatcroft MG. Action of salivary lysozyme on Micrococcus lysodeikticus. Oral Surg Oral Med Oral Pathol 1952;5(6):653-8.
59. Tallan HH, Stein WH. Chromatographic studies on lysozyme. J Biol Chem 1953;200(2):507-14.
60. Salton MR. Cell structure and the enzymic lysis of bacteria. J Gen Microbiol 1953;9(3):512-23.
61. Flanagan P, Lionetti F. Lysozyme distribution in blood. Blood 1955;10(5):497-501.
62. Englander HR, Hoerman KC, Shklair IL. Lysozyme: its characteristics in human parotid and submaxillo-lingual saliva. Proc Soc Exp Biol Med 1956;92(4):875-8.
63. Salton MR, Pavlik JG. Studies of the bacterial cell wall. VI. Wall composition and sensitivity to lysozyme. Biochim Biophys Acta 1960;39:398-407.
64. Acker RF, Hartsell SE. Fleming’s lysozyme. Sci Am 1960;202:132-42.
65. Kesel RG, O’Donnell JF, Kirch ER. Deamination of amino acids by the human oral flora; its role in dental caries immunity. Science 1945;101:230-231.
66. Kesel RG. The biological production of ammonia in the oral cavity in relation to dental caries activity. Northwest Dent 1948;27:127-33.
67. Lura HE, Zander HA. Phosphatase in carious lesions of enamel. J Dent Res 1947;26(6):473.
68. Lura HE. The biochemistry and metabolism of dentin and enamel. NY State Dent J 1949;15(8):457-65.
69. Lura HE. The estimation of phosphate in saliva. J Dent Res 1948;27(2):169.
70. Noback CR, Montagna W. Histochemical studies of the basophilia, lipase and phosphatases in the mammalian pancreas and salivary glands. Am J Anat 1947;81(3):343-67.
71. Glock GE, Murray MM, Pincus P. The origin and significance of salivary phosphatase. Biochem J 1938;32(12):2096-104.
72. Dechaume M, Goguel S, Poullain P. Human saliva: physical properties, chemical composition, cytology, bacteriology, serological properties, role. Revue Stomatol 1950;51(8-9):521-52.
73. Glavind J, Granados H, et al. The presence of vitamins in the saliva. Int Z Vitaminforsch Beih 1948;20(1-3):234-8.
74. Granados H, Glavind J, Dam H. Observations on experimental dental caries; the effect of two similar diets having the same initial pH and the same growth-promoting action. J Dent Res 1949;28(1):77-82.
75. Granados H, Glavind J, Dam H. Observations on experimental dental caries; the effect of certain quinones with, and without vitamin K activity. Acta Pathol Microbiol Scand 1949;26(4):597-602.
76. Granados H, Glavind J, Noer B. Dam H. Studies on the growth-promoting action of human saliva. Acta Pathol Microbiol Scand 1950;27(4):501-5.
77. Granados H, Glavind J, Dam H. Observations on experimental dental caries; the effect of dietary lactic acid. J Dent Res 1949;28(3):282-7.
78. Melvin JE, Yule D, Shuttleworth T, Begenisich T. Regulation of fluid and electrolyte secretion in salivary gland acinar cells. Annu Rev Physiol 2005;67:445-69.
79. Everson JW, Cawson RA. Salivary gland tumors. A review of 2,410 cases with particular reference to hystologic types, site, age, and sex distribution. J Pathol 1985;146:51-58.
80. Tenovuo JO. Salivary parameters of relevance for assessing caries activity in individuals and populations. Comm Dent Oral Epidemiol 1997;25:82-6.
81. Ship JA. Diagnosing, managing and preventing salivary gland disorders. Oral Dis 2002;8:77-89.
82. Aguirre A, Testa-Weintraub LA, Banderas JA, Haraszthy GG, Reddy MS, Levine MJ. Sialochemistry: a diagnostic tool? Crit Rev Oral Biol Med 1993;4:343-50.
83. Bland JM, Altman DG. Measurement error. BMJ 1996;313:744.
84. Navazesh M, Christensen CM. A comparison of whole mouth resting and stimulated salivary measurement procedures. J Dent Res 1982;61:1158-1162.
85. Lopez-Jornet P, Bermejo-Fenoll A, Bagan-Sebastian JV, Pascual-Gomez E. Comparison of a new test for the measurement of resting whole saliva with the draining and the swab techniques. Braz Dent J 1996;7:81-86.
86. Lewis DM. Xerostomia: a clinical approach. J Okla Dent Assoc 2005;97:22-5.
87. Scully C, Felix DH. Oral medicine update for the dental practitioner: dry mouth and disorders of salivation. Br Dent J 2005;199:423-7.
88. Atkinson JC, Grisius M, Massey W. Salivary hypofunction and xerostomia: diagnosis and treatment. Dent Clin North Am 2005;49:309-26.
89. Dodds MW, Jonson DA, Yeh CK. Health benefits of saliva: a review. J Dent 2005;33:223-33.
90. Cohen-Brown G, Ship JA. Diagnosis and treatment of salivary gland disorders. Quintessence Int 2004;35:108-23.
91. Friedman PK, Isfeld D. Xerostomia: the «invisible» oral health condition. J Mass Dent Soc 2008;57(3):42-4.
92. Peker I, Alkurt MT, Usalan G. Clinical evaluation of medications on oral and dental health. Int Dent J 2008;58(4):218-22.
93. Eveson JW. Xerostomia. Periodontol 2000 2008;48:85-91.
94. Stewart CM, Berg KM, Cha S, Reeves WH. Salivary dysfunction and quality of life in Sjögren’s syndrome: a critical oral-systemic connection. J Am Dent Assoc 2008;139(3):291-9.
95. Fox PC, Bowman SJ, Segal B, Vivino FB, Murukutla N, Choueiri K, Ogale S, McLean L. Oral involvement in primary Sjögren’s syndrome. J Am Dent Assoc 2008;139(12):1592-601.
96. Delaleu N, Jonsson MV, Appel S, Jonsson R. New concepts in the pathogenesis of Sjögren’s syndrome. Rheum Dis Clin North Am 2008;34(4):833-45
97. Vitali C. Classification criteria for Sjögren’s syndrome. Ann Rheum Dis 2003;62(1):94-5.
98. Vitali C, Bombardieri S, Jonsson R, Moutsopoulos HM, Alexander EL, Carsons SE, Daniels TE, Fox PC, Fox RI, Kassan SS, Pillemer SR, Talal N, Weisman MH, European Study Group on Classification Criteria for Sjögren’s Syndrome. Classification criteria for Sjögren’s syndrome: a revised version of the European criteria proposed by the American-European Consensus Group. Ann Rheum Dis 2002;61(6):554-8.
99. Amerongen AV, Bolscher JG, Veerman EC. Salivary mucins: protective functions in relation to their diversity. Glycobiology 1995;5:733-40.
100. Carpenter GH, Proctor GB, Pankhurst CL, Shori DK. Improved staining of human salivary proteins following electrophoresis. Biochem Soc Trans 1997;25(1):32S.                101. Castle D, Castle A. Intracellular transport and secretion of salivary proteins. Crit Rev Oral Biol Med 1998;9(1):4-22.
102. Cohen RE, Aguirre A, Neiders ME, Levine MJ, Jones PC, Reddy MS, Haar JG. Immunochemistry and immunogenicity of low molecular weight human salivary mucin. Arch Oral Biol 1991;36(5): 347-56.
103. Lamkin MS, Oppenheim FG. Structural features of salivary function. Crit Rev Oral Biol Med 1993;4(3-4):251-9.
104. Shimazaki K, Kamio M, Nam MS, Harakawa S, Tanaka T, Omata Y, Saito A, Kumura H, Mikawa K, Igarashi I, Suzuki N. Structural and immunochemical studies on bovine lactoferrin fragments. Adv Exp Med Biol 1998;443:41-8.
105. Perez-Vilar J, Hill RL. The structure and assembly of secreted mucins. J Biol Chem 1999;274(45):31751-4.
106. Carlson DM. Salivary proline-rich proteins: biochemistry, molecular biology, and regulation of expression. Crit Rev Oral Biol Med 1993;4(3-4):495-502.                       

• Paolo Zampetti1
• Francesco Spadari2
1 Università degli Studi di Pavia, Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria, professore a contratto in Storia dell’Odontostomatologia
2 Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Scienze Chirurgiche Ricostruttive e Diagnostiche, Ambulatorio di Patologia e Medicina Orale –
Fondazione IRCCS Ospedale maggiore
Policlinico Mangiagalli Regina Elena – Milano

Corrispondenza
Prof. Francesco Spadari
Dipartimento di Scienze Chirurgiche Ricostruttive
e Diagnostiche dell’Università degli Studi di Milano
Ospedale Maggiore Policlinico Mangiagalli Regina Elena
Fondazione irccs – Milano.
Clinica Odontoiatrica e Stomatologica
Via della Commenda 10 - 20122 Milano
Tel. 02-50320242 - Fax 02-50320243
Francesco.Spadari@unimi.it

Riabilitazione estetica dei settori frontali con impianti in zirconio di ultima generazione

1. Ortopantomografia pre-chirurgica.

Riassunto
L’utilizzo di impianti osteointegrati sta diventando un sempre più importante metodo di trattamento nella riabilitazione funzionale di pazienti parzialmente o totalmente edentuli. La richiesta di riabilitazioni implanto-protesiche dei settori estetici è in aumento, così come cresce, nei pazienti, l’esigenza di raggiungere un ottimo risultato estetico.  Nella riabilitazione dei settori estetici, il ricorso a un innovativo tipo di impianto in zirconio di ultima generazione, in combinazione a restauri integrali in ceramica, offrono la risoluzione del problema estetico e, contemporaneamente, consentono il raggiungimento di un’elevata stabilità. Presso il Reparto di Implantologia del Dipartimento di Scienze Chirurgiche, Ricostruttive e Diagnostiche dell’Università degli Studi di Milano sono stati impiegati impianti endossei monocomponente (White SKY, Bredent, Senden, Germania), realizzati in ossido di zirconio sinterizzato stabilizzato con ittrio, per la riabilitazione di monoedentulie ed edentulie parziali nei settori frontali. L’ossido di zirconio è un materiale ceramico a elevata resistenza, derivato dalla depurazione del biossido di zirconio e del silicato di zirconio. Questo tipo di impianto ceramico, impiegato come supporto al manufatto protesico, permette di evitare i tipici inestetismi più direttamente associati a un impianto in titanio, quali colletti visibili o opacità innaturali e consente di ottenere, a partire dall’emergenza dell’impianto stesso dalla mucosa gengivale, un materiale perfettamente analogo come estetica, trasparenza e tonalità, a un dente naturale. 

Summary
Aesthetic rehabilitation of frontal sectors with last generation zirconium implant: a case report 
Use of osseointegrated dental implants represent an important treatment for the rehabilitation in partially and completely edentulous patients.
The demand for this type of rehabilitations in the aesthetic fields is in increase, as patient’s optimal aesthetic result requirement. The resource to an innovative fixture in zirconium, associated to integral ceramic restorations, for the rehabilitation of the aesthetic regions, binds together the resolution of possible aesthetic defects to an elevated stability.  In the Implantology Unit of the Department of Surgical, Reconstructive and Diagnostical Sciences of the University of Milan, mono-component intraosseous implants (White-SKY, Bredent, Senden, Germany) made of sinterized and  yttrium-stabilized zirconium oxide have been utilised for the restoration of single teeth or partially edentulous ridges rehabilitation.  It is a crystalline dioxide of zirconium, obtained from the depuration of zirconium dioxide and zirconium silicate.
This ceramic system, employee as the support to integral ceramic restorations, allows to avoid unnatural opacities and visible greyish discoloration of the peri-implant soft tissue caused by titanium implants and concurs of having, from the emergency of the fixture through the gingival mucosa, an analogous material as aesthetic, transparency and tone, to a natural tooth.               

Da sempre, la perdita di elementi dentali è considerata un evento compromettente sia per la funzione sia per l’estetica della bocca.
La riabilitazione per mezzo di impianti in titanio, materiale da sempre preferito per via della dimostrata biocompatibilità e per le ottimali proprietà meccaniche, ha permesso la realizzazione di nuove tecniche riabilitative dimostratesi affidabili nel tempo e capaci di sostenere un’intensità masticatoria e di occlusione paragonabili a quella di una dentatura naturale, integrando completamente i manufatti protesici nel complesso dento-facciale a livello estetico e funzionale: l’impiego di questi sistemi, associati a metallo-ceramiche per ricostruire gli elementi dentali persi, è risultato esteticamente soddisfacente in un elevato numero di casi, garantendo un buon compromesso tra estetica, stabilità e durata.

Tuttavia, nel corso degli anni, le aspettative estetiche dei pazienti sono considerevolmente aumentate, in particolar modo nella riabilitazione dei settori anteriori, e un difetto nel risultato estetico potrebbe essere potenzialmente considerato come un fallimento dell’intero piano di trattamento1: qualora fosse inserito un impianto in titanio nel contesto di tessuti molli con caratteristiche sfavorevoli, come in presenza di una mucosa peri-impiantare sottile, tipico di un biotipo sottile, o in caso di recessioni, il titanio potrebbe causare un’alterazione grigiastra della mucosa peri-implantare2-4.

2. Preparazione dei monconi.
2. Preparazione dei monconi.

Al fine di evitare i caratteristici difetti estetici associati all’inserimento di impianti in titanio, ha assunto particolare interesse la ricerca di materiali ceramici bianchi, biocompatibili, che permettano un’integrazione controllata, guidata e veloce nei tessuti. Uno dei primi materiali ceramici impiegati nella realizzazione di impianti dentali è stato l’ossido di alluminio, il quale ha dimostrato una buona osteointegrazione, ma le proprietà biomeccaniche non sono state giudicate compatibili per un carico e una durata a lungo termine. Negli ultimi anni, l’innovazione dei biomateriali e delle tecniche implantari hanno consentito nuove alternative nel campo delle protesi e della riabilitazione permettendo un miglioramento dei risultati estetici. Tra questi, l’ossido di zirconio, ottenuto dalla depurazione del biossido di zirconio e del silicato di zirconio5 ha dimostrato di possedere un alto grado di biocompatibilità ossea e tissutale6-10, e l’interfaccia osso-superficie implantare che si viene a formare durante le fasi di osteointegrazione è simile a quella ottenibile con l’inserimento di un impianto in titanio di ultima generazione.

Per questi validi motivi, l’idea di sperimentare impianti in ossido di zirconio è diventata sempre più concreta: l’impiego di impianti in zirconio stabilizzati all’ittrio, associato a ricostruzioni in ceramica integrale, permette di evitare la comparsa di possibili inestetismi, pur assicurando un’elevata stabilità e garantendo un’ottima percentuale di successo terapeutico; le riabilitazioni protesiche basate sulle metallo-ceramiche possono influenzare negativamente l’apparenza dei tessuti molli, condizione dovuta alla presenza di una struttura metallica sottogengivale.  A livello tissutale, è stato dimostrato che lo zirconio presenta un grado di biocompatibilità pari al titanio11-14.

3. Provvisorio sgusciato da 1.3 a 2.1 in posizione.
3. Provvisorio sgusciato da 1.3 a 2.1 in posizione.

Gli autori presentano un caso di riabilitazione del settore frontale mediante l’inserimento di impianti in zirconio di ultima generazione.                            

Materiali e metodi                               

Nel reparto di Implantologia della Clinica Odontoiatrica dell’Università degli Studi di Milano sono stati impiegati impianti endossei mono-componente (White-SKY, Bredent, Senden, Germania) in ossido di zirconio stabilizzato con ittrio, per il ripristino di elementi dentali singoli o per riabilitare creste parzialmente edentule.

Gli impianti presentano un disegno conico con doppia filettatura: questa particolare forma consente una compattazione dell’osso durante la fase di inserimento dell’impianto, evitando procedure chirurgiche supplementari, una micro-compressione dell’osso spugnoso apicale e un’alta stabilità primaria.

La superficie dell’innesto è trattata con un processo di smerigliatura e presenta caratteristiche microscopiche di media rugosità (Ra 0,9-1 µm), particolarmente simile alla superficie degli impianti in titanio di ultima generazione i quali, grazie a una meticolosa selezione dei pazienti, delle sedi anatomiche di inserimento e di un’adeguata tecnica chirurgica, hanno dimostrato un’eccellente percentuale di successo.

Nella mandibola, il successo a 5-8 anni ha superato il 99% ed è pari a circa l’85% nel mascellare superiore15.  L’ossido di zirconio ha caratteristiche fisiche eccellenti, quali un’alta resistenza alla flessione (900 – 1.200 MPa), una durezza considerevole (1.200 scala Vickers) e un alto modulo di Weibull (da 10 a 12).

4. Prova di stabilità e posizione della dima chirurgica.
4. Prova di stabilità e posizione della dima chirurgica.

L’abutment protesico, invece, appare liscio e non trattato, con un’altezza di 8,8 mm.

Inoltre, l’assenza di microgap tra impianto e abutment limita la perdita di osso a livello del collo dell’impianto, problema che caratterizza l’impianto posizionato con tecnica sommersa durante il primo anno dopo la riabilitazione, come dimostrato da Piattelli in uno studio sperimentale16.                

Protocollo chirurgico                  

Premessa la presenza di un adeguato quantitativo osseo, la tecnica chirurgica è stata guidata dal fattore della densità ossea, effettuando così una preparazione individualizzata, ricercando la massima stabilità primaria.  La procedura chirurgica ha previsto il posizionamento guidato degli impianti mediante l’applicazione di una mascherina chirurgica ottenuta tramite ceratura diagnostica.  Le fixture sono state inserite dopo aver disegnato ed elevato un lembo mucoperiosteo a spessore totale evitando, qualora fosse possibile, incisioni di rilascio verticali in modo da ridurre il rischio di difetti estetici dovuti agli esiti cicatriziali.

5. Lembo a tutto spessore ed evidenziazione della cresta ossea.
5. Lembo a tutto spessore ed evidenziazione della cresta ossea.

Una volta preparata la sede implantare, l’inserimento dell’impianto è avvenuto inizialmente con l’ausilio di un manipolo chirurgico e completato manualmente tramite l’impiego di una chiave dinamometrica, avvitando fino a portare l’intera superficie sabbiata opaca al di sotto della cresta ossea, lasciando la porzione lucida non trattata a livello transmucoso.

Gli impianti posizionati con un torque superiore o uguale a 40 N sono stati inizialmente protetti e riabilitati con provvisori in resina acrilica cementati, liberi da carichi occlusali e da contatti nei movimenti di lateralità, mentre per gli impianti inseriti con un torque basso i manufatti protesici provvisori sono stati dotati di alette ritentive e cementati ai denti adiacenti mediante resine composite, per un periodo di 6-8 settimane, in modo da ridurre il rischio di mobilità e fallimento da sovraccarico.

6. Particolare della fixture in ossido di zirconio (White-SKY, Bredent, Senden, Germania).
6. Particolare della fixture in ossido di zirconio (White-SKY, Bredent, Senden, Germania).

I monconi sono stati adattati subito dopo l’inserimento, dato che le ceramiche all’ossido di zirconio sono isolanti termici e, non conducendo calore, possono essere rifiniti in bocca senza alcun rischio di osteonecrosi indotta dal surriscaldamento. A intervento ultimato, è stata effettuata una radiografia endorale con centratore personalizzato.

Dopo un congruo periodo, necessario a garantire la stabilità degli impianti, si è proceduto a un’ulteriore rifinitura del fine preparazione dei provvisori e a una sua ribasatura, per poi procedere alla fase definitiva con l’obiettivo di ottenere una guarigione ottimale, un risultato funzionale soddisfacente e un gradevole aspetto estetico: la riabilitazione protesica finale è stata effettuata, in caso di osso nativo, sei mesi dopo l’inserimento implantare e otto-nove mesi dopo in osso rigenerato.  Il protocollo di follow-up ha previsto una visita di controllo mensile e un accertamento radiografico ogni quattro mesi.                        

Presentazione del caso
A un paziente di 70 anni, già in cura presso il reparto di Implantologia della Clinica Odontoiatrica, è stata proposta la riabilitazione del settore frontale, compromesso, con ceramiche integrali cementate su monconi naturali e due fixture in zirconio inserite in posizione 1.2 e 1.1.

A seguito di indagini radiografiche approfondite (figura 1), e valutata la quantità ossea in zona 1.2, si è deciso di posizionare un solo impianto in posizione 1.1.

7. Posizionamento dell’impianto in zirconio.
7. Posizionamento dell’impianto in zirconio.

Prima dell’intervento, il canino superiore di destra è stato preparato e, contestualmente alla rimozione delle due corone sostenute dal centrale di sinistra, è stato posizionato un provvisorio sgusciato da 1.3 a 2.1 (figure 2 e 3).

Al paziente è stata prescritta una profilassi antibiotica che ha previsto l’assunzione di due compresse di amoxicillina e acido clavulanico da 1 g (Augmentin, GlaxoSmithKline Ltd., Uxbridge UK) un’ora prima dell’intervento chirurgico.

Il provvisorio è stato rimosso e si è proceduto all’intervento dopo aver provato la dima chirurgica (figura 4); la sede implantare è stata preparata secondo il protocollo: dopo aver elevato un lembo mucoperiosteo a spessore totale esteso dal centrale superiore di sinistra al canino di destra (figura 5), la cresta ossea in prossimità della sede implantare è stata trattata con una fresa a rosetta, per poi procedere all’impiego della fresa pilota seguita dalla fresa di profondità, entrambe guidate, al fine di ottenere un’inclinazione adatta, dalla mascherina chirurgica.  La sequenza è stata completata adattando la sede alla forma e alla dimensione dell’impianto con le frese finali appropriate in sequenza, prima la 3,5 mm x 12 mm, infine la 4 mm x 12 mm. La fixture in zirconio (4 mm x 12 mm, White SKY, Bredent, Senden, Germania) è stata avvitata con una coppia di 40 N (figure 6 e 7). La stabilità primaria è stata verificata mediante palpazione e percussione.

8. Sutura dei lembi.
8. Sutura dei lembi.

La ribasatura del provvisorio è stata effettuata a lembo aperto, al fine di garantire maggiore precisione, proteggendo preventivamente i tessuti molli e duri tramite l’ausilio di una diga di gomma per conservativa.

È stato considerato come finishing-line la spalla a 90° del moncone implantare corrispondente alla superficie non sabbiata, consentendo così ai tessuti molli di potersi posizionare a livello della superficie implantare nel miglior modo possibile. Rifinito il provvisorio, si è proceduto alla sutura dei lembi (figura 8).

I provvisori sono stati nuovamente cementati e scaricati in modo da risultare liberi da carichi occlusali e da contatti nei movimenti di lateralità (figura 9).

9. Provvisori ribasati in posizione, svincolati da qualsiasi contatto funzionale.
9. Provvisori ribasati in posizione, svincolati da qualsiasi contatto funzionale.

Il paziente ha ricevuto indicazioni sull’assunzione di analgesici post-operatori (paracetamolo 500 mg; Angelini Spa, Ancona, Italia) al bisogno e della terapia antibiotica (amoxicillina e acido clavulanico da 1 g, 3 volte al giorno per 6 giorni; Augmentin, GlaxoSmithKline Ltd., Uxbridge UK). Il paziente è stato istruito, infine, ad assumere cibi morbidi. Le suture sono state rimosse sette giorni dopo la chirurgia, durante la visita di controllo; il paziente non ha riferito dolore post-operatorio né gonfiore eccessivi.

I follow-up successivi, associati a indagini radiografiche, non hanno rilevato perdite di osso verticali (figura 10). La condizione dei tessuti molli risultava buona, senza alcun sanguinamento al sondaggio (figura 11).

10. Ortopantomografia di controllo: si apprezza una corretta osteointegrazione e nessuna perdita di osso verticale.
10. Ortopantomografia di controllo: si apprezza una corretta osteointegrazione e nessuna perdita di osso verticale.

La connessione protesica tra due tipi di monconi, aventi rigidità diverse, comporta una distribuzione non ottimale dei carichi durante la funzione. Questo fattore di rischio è strettamente correlato a situazioni cliniche quali una mancanza di supporto osseo necessario all’inserimento di un’ulteriore fixture che permetterebbe di evitare un’estensione protesica.

11. Follow-up a 60 giorni dall’intervento.
11. Follow-up a 60 giorni dall’intervento.

Secondo i criteri di Renouard e Rangert, questo tipo di situazione rappresenta un rischio di fallimento pari a 0,5, su un massimo di 3.

Un’estensione protesica, aumentando considerevolmente il carico sul moncone, prevede un valore di rischio pari a 1, aumentato nei casi in cui l’estensione venga eseguita in zirconio vista la notevole rigidità del materiale e comportando quindi un aumentato rischio di frattura17-19.

Per questi motivi, valutato il dissenso del paziente a sottoporsi a un intervento di innesto osseo in zona 1.2, si è preferita un’unica soluzione protesica in ceramica integrale da 1.4 a 2.1 (figura 12), piuttosto che riabilitare tramite un ponte di tre elementi cementati su premolare e canino, con estensione sull’incisivo, e due corone singole sugli elementi centrali.

12. Core in zirconio.
12. Core in zirconio.

Durante l’ultima visita di controllo, a quattro mesi dalla cementazione dei definitivi, si è apprezzata un’eccellente osteointegrazione e stabilità, un’ottima estetica e un naturale adattamento dei tessuti molli (figure 13 e 14).      

Discussione                               

Gli impianti in zirconio offrono considerevoli vantaggi estetici e funzionali. Il colore bianco che contraddistingue l’impianto, e quindi l’abutment nel tratto subgengivale, consente di intensificare la traslucenza della mucosa peri-implantale fornendole un colore naturale: questa particolarità riduce il rischio di inestetismi nei biotipi gengivali sottili o nel caso di riassorbimento della corticale vestibolare dell’osso, situazioni in cui il colore grigiastro di una fixture in titanio potrebbe trasparire. Qualora si verificasse un caso di recessione gengivale con esposizione del margine vestibolare, l’abutment può essere ulteriormente preparato, come un moncone su dente naturale, in modo che l’elemento possa essere riadattato e, quindi, nuovamente riabilitato.  Il particolare trattamento della superficie implantare assicura un alto livello di osteointegrazione; i tessuti molli, inoltre, seguono un adattamento naturale.

13. Si evidenzia un adattamento ottimale dei tessuti molli peri-implantari.
13. Si evidenzia un adattamento ottimale dei tessuti molli peri-implantari.

Kahal et al.20 hanno confrontato l’osteointegrazione nelle scimmie di impianti cilindrici in ossido di zirconio con quella di impianti cilindrici in titanio a un anno dal posizionamento: l’analisi istologica non ha presentato differenze statisticamente significative. Langhoff et al.21 hanno considerato il grado di osteointegrazione di diversi impianti comunemente reperibili sul mercato: gli impianti in zirconio, a due settimane dal posizionamento, hanno presentato un livello di osteointegrazione superiore del 20% rispetto agli impianti in titanio; essa è risultata maggiore anche dopo quattro settimane per poi sovrapporsi, dopo otto settimane, al grado di osteointegrazione dell’impianto in titanio preso come riferimento, dotato di superficie sabbiata e mordenzata. Depprich et al.22 hanno confrontato il livello di osteointegrazione di alcuni impianti in zirconio con quello degli impianti in titanio in vivo, posizionando un totale di quarantotto impianti nella tibia di dodici maiali.  Le indagini istologiche a una, quattro e dodici settimane hanno mostrato un grado di osteointegrazione paragonabile tra i due tipi di impianti: le differenze sono risultate statisticamente non significative.

Il collo della fixture utilizzata negli interventi è caratterizzato da microscanalature che favoriscono la disposizione dei gengivoblasti, a cui consegue un adattamento gengivale adeguato grazie al valore di rugosità media > 0,5 µm. La sovrastruttura protesica, invece, si presenta non trattata, lucida.

14. Visione intraorale a riabilitazione completata.
14. Visione intraorale a riabilitazione completata.

La formazione di una barriera rappresentata dalla mucosa peri-implantare è importante al fine di proteggere l’interfaccia osso-impianto da possibili infezioni batteriche; questa interazione tra fixture e tessuto molle è analoga all’attacco epiteliale che esiste tra dente e tessuti periodontali23.  In questo modo si contiene sensibilmente il deposito di placca e, di conseguenza, si verifica una riduzione dell’infiammazione dei tessuti molli peri-implantari, un fattore di rischio responsabile del possibile fallimento del trattamento riabilitativo.

Questo materiale ha dimostrato di possedere un’elevata biocompatibilità: Scarano et al.9, in uno studio condotto su conigli, valutarono la risposta ossea a un mese dall’inserimento di venti impianti in zirconio.  Si notò una nuova formazione di osso intorno agli impianti e un grande quantitativo di osteoblasti in stretto rapporto allo zirconio. Non vennero rilevate cellule infiammatorie, confermando l’alta biocompatibilità e osteoconduttività degli impianti in zirconio.  Ichigawa24 ha verificato che un impianto in ossido di zirconio, posizionato a livello sottocutaneo, ha determinato solo un ridotto infiltrato infiammatorio.  Altri studi in vitro25-28 hanno confermato che l’ossido di zirconio non presenta alcun effetto tossico5, né effetti oncogeni. Inoltre, l’assenza di metalli rende l’impiego dell’impianto in zirconio particolarmente adatto nei pazienti affetti da allergie.                         

Conclusioni                             

La ricerca e lo sviluppo scientifico nell’ambito dei materiali ha determinato un’evoluzione dei primi impianti in ossido di alluminio, portando alla comparsa di una nuova famiglia di impianti ceramici monocomponente composti di ossido di zirconio, i quali presentano notevoli vantaggi sia estetici sia funzionali. Grazie alla forma one-piece si elimina l’effetto causato dal micro-gap tra abutment e fixture, evitando così un riassorbimento osseo verticale che può rivelarsi causa di inestetismi. Risulta fondamentale, inoltre, tenere in considerazione il fatto che l’utilizzo di struttura monocomponente necessita di un’appropriata selezione dei pazienti, in quanto deve essere posizionata con un’inclinazione corretta, e una sua eventuale correzione tramite fresaggio dell’abutment è piuttosto limitata.  In letteratura non sono ancora presenti casistiche con follow-up a lungo termine; tuttavia, i risultati dei casi clinici presentati da altri autori e quelli gestiti nel reparto di Implantologia della Clinica Odontoiatrica dell’Università degli Studi di Milano sono molto incoraggianti.

In uno studio di Oliva et al.29, il follow-up a un anno ha indicato un successo pari al 95%, senza riportare alcuna frattura degli impianti.

L’elevata resistenza alla flessione e alla rottura, la buona elasticità, le ottime proprietà meccaniche, ridotta capacità di proliferazione batterica sulla superficie, la fase protesica semplificata e l’ottima integrazione tissutale ed estetica sono tutti presupposti affinché l’ossido di zirconio stabilizzato all’ittrio diventi il materiale di riferimento in campo implantologico.

Corrispondenza
dottor Adriano Giussani
Università degli Studi di Milano,  Dipartimento di Scienze Chirurgiche, Ricostruttive e Diagnostiche,
Reparto di Implantologia
Via della Commenda, 10 - 20122 Milano
e-mail: adriano.giussani@gmail.com

• Andrea Enrico Borgonovo
• Adriano Giussani
• Marcello Dolci
• Rachele Censi
• Oscar Arnaboldi
Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Scienze Chirurgiche, Ricostruttive e Diagnostiche,
Direttore: professor Franco Santoro;
Reparto di Implantologia,
Responsabile: professor Carlo Maiorana

 

Bibliografia

1. Vallittu PK, Vallittu AS, Lassila VP. Dental aesthetics: a survey of attitudes in different groups of patients. J Dent 1996;24:335-338.
2. Jansen CE, Weisgold A. Pre-surgical treatment planning for the anterior single-tooth implant restoration. Compend Contin Educ Dent 1995;16(8):746,748-52.
3. Kois JC. Predictable single tooth peri-implant aesthetics: five diagnostic keys. Compend Contin Educ Dent 2001;22(3):199-206.
4. Kan JY, Rungcharassaeng K, Umezu K, et al. Dimensions of peri-implant mucosa: an evaluation of maxillary anterior single implants in humans. J Periodontol 2003;74(4):557-62.
5. Piconi C, Maccauro G. Zirconia as a ceramic biomaterial. Biomaterials 1999;20:1-25.
6. Marx R. Modern ceramic materials for aesthetic restorations. Strengthening and fracture toughness. Dtsch Zahnärztl Z 1993;48:229-236.
7. Stevens R. Zirconia and zirconia ceramics. An introduction to zirconia. II ed. Twickenham, UK: Litho, 2000:1-51.
8. Marx R, Jungwirth F, Walter P. Threshold intensity factors as lower boundaries for crack propagation in ceramics. BioMedical Engineering published online 2004 November 17. do:10.1186/1475-925X-3-41.
9. De Wijs FLJA, Van Dongen RC, De Lange GL. Front tooth replacement with Tübingen (Frialit) implants. J Oral Rehabil 1994;21:11-26.
10. Christel P, Meunier A, Heller M, Torre JP, Peille CN. Mechanical properties and short-term in-vivo evaluation of yttrium-oxide-partially-stabilized zirconia. J Biomed Mater Res 1989;23:45-61.
11. Scarano A, Di Carlo F, Quaranta M, Piattelli A. Bone response to zirconia ceramic implants: an experimental study in rabbits. J Oral Implantol 2003;29:8-12.
12. Kohal RJ, Weng D, Bachle M, Strub JR. Loaded custom-made zirconia and titanium implants show similar osseointegration: an animal experiment. J Periodontol 2004;75:1262-8.
13. Sollazzo V, Pezzetti F, Scarano A, Piattelli A, Bignozzi CA, Massari L, et al. Zirconium oxide coating improves implant osseointegration in vivo. Dent Mater 2008;24:357-61.                 14. Degidi M, Piattelli A, Iezzi G, Carinci F. Immediately loaded short implants: analysis of a case series of 133 implants. Quintessence Int 2007;38:193-201.
15. Eckert SE, Parein A, Myshin HL, et al. Validation of dental implant systems through a review of literature supplied by system manufacturers. J Prosthet Dent 1997;77(3):271-9.
16. Piattelli A, Vespa G, Petrone G, Iezzi G, Annibali S. Role of the microgap between implant and abutment: a retrospective histologic evaluation in monkeys. J Periodontol 2003;74(3):346-352.
17. Renouard F, Rangert B. Facteurs de risque et traitements implantaires. Evaluation clinique et approche rationnelle. Paris: Quintessence International, 1999.
18. Gunne J, Rangert B, Glanz PO, Sensson A. Functional loads on free-standing and connected implant in three-unit mandibular bridges opposing complete dentures: an in vivo study. Int J Maxillofac Implants 1997;12:335-341.
19. Rieder C, Parel S. A survey of natural tooth abutment intrusion with implant-connected fixed partial dentures. Int J Periodont Rest Dent 1993;4:335-347.
20. Kohal RJ, Weng D, Bächle M, Strub JR. Loaded custom-made zirconia and titanium implants show similar osseointegration: an animal experiment. J Periodontol 2004;75(9):1262-1268.             21. Langhoff JD, Voelter K, ScharnWeber D, Schnabelrauch M, Schlottig F. Comparison of chemically and pharmaceutically modified titanium and zirconia implant surfaces in dentistry: a study in sheep. Int J Oral Maxillofac Surg 2008;37:1125-1132.
22. Depprich R, Zipprich H, Ommerborn M, Naujoks C, Wiesmann HP. Osseointegration of zirconia implants compared with titanium: an in vivo study. Head & Face Med 2008;4:30-do:10.1186/1746-160x-4-30.
23. Glauser R, Schupbach P, Gottlow J, et al. Peri-implant soft tissue barrier at experimental one-piece mini-implants with different surface topography in humans: a light-microscopic overview and histometric analysis. Clin Implant Dent Relat Res 2005;7:44-51.
24. Ichigawa Y, Akagawa Y, Nikai H, Tsuru H. Tissue compatibility and stability of a new zirconia ceramic in vivo. J Prosthet Dent 1992;68:322-6.
25. Covacci V, Bruzzese N, Maccauro G, Andreassi C, Ricci GA, Piconi C, et al. In vitro evaluation of the mutagenic and carcinogenic power of high purity zirconia ceramic. Biomaterials 1999;20:371-6.
26. Josset Y, Oum’Hamed Z, Zarriumpour A, Lorenzato M, Adnet J, Laurent-Marquin D. In vitro reactions of human osteoblasts in culture with zirconia and alumina ceramics. J Biomed Mater Res 1999;47:481-93.
27. Piattelli A, Scarano A, Quaranta M. High precision, cost effective system for producing thin sections of oral tissues containing dental implants. Biomaterials 1997;18:577-9.             28. Piattelli A, Scarano A, Russo P, Matarasso S. Evaluation of guided bone regeneration in rabbit tibia using bio-resorbable and non-resorbable membranes. Biomaterials 1996;17:791-6.         29. Oliva J, Oliva X, Oliva DJ. One year follow-up of first consecutive 100 zirconia dental implants in humans. A comparison of two different rough surfaces. Int J Oral Maxillofac Implants 2007; 22:430-5.

Innesti dalla cresta iliaca anteriore in chirurgia pre-implantare: morbilità del sito di prelievo

Riassunto
Nel trattamento di gravi atrofie, la porzione anteriore dell’osso iliaco risulta essere uno dei siti di prelievo extraorale più utilizzato in chirurgia oro-maxillo-facciale, sia per la semplicità del prelievo sia per la quantità di osso disponibile. La procedura prevede l’azione combinata dei team odontoiatrico e ortopedico.
Obiettivo della ricerca è stato quello di evidenziare eventuali complicanze legate al prelievo di osso dalla cresta iliaca anteriore e indagare attraverso un esame clinico la presenza di sintomi ed eventuali segni ascrivibili a postumi operatori.
A tale scopo, sono stati analizzati 20 pazienti che si sono sottoposti a prelievo di osso dalla cresta iliaca anteriore con la tecnica del prelievo laterale. Dopo l’intervento, ai pazienti è stato sottoposto un questionario ed è stata eseguita un’analisi clinica per indagare alterazioni della sensibilità intorno alla sede del prelievo.
Il grado medio di dolore è risultato pari a 49,4 sulla scala VAS; dei 20 pazienti trattati,
12 (60%) non hanno riferito particolare dolore post-operatorio e hanno presentato una rapida ripresa della deambulazione, 6 (30%) hanno riferito dolore alla deambulazione e zoppia per un periodo di 1-2 settimane, mentre 2 pazienti (10%) hanno manifestato dolore più consistente e difficoltà alla deambulazione per un periodo di 2-4 settimane. Nessun paziente ha presentato la formazione di sieromi o infezioni né si è verificata alcuna frattura patologica dell’ileo. Nei test clinici, nessun paziente presentava deficit di sensibilità.  Alla luce di questo studio si può concludere che il prelievo di cresta iliaca a scopo ricostruttivo pre-implantare è risultato una procedura con bassa incidenza di morbilità a livello del sito donatore. Nonostante gli esiti cicatriziali a livello iliaco risultino spesso inestetici, il decorso post-operatorio quasi sempre favorevole (90%)
ha garantito una buona compliance dei pazienti. 

Summary
Donor site morbidity following iliac crest graft for pre-prosthetic augmentation 
The anterior iliac crest is an extra-oral autologous bone levy site longer used in oral-maxillo-facial surgery to treat serious atrophies, both because of the simplicity of the levy and for the amount of available bone. It allows combined action dental and orthopaedic team.  The purpose of the present paper is to evaluate any complications related to the levy of autologous bone from the anterior iliac crest and to investigate through a clinical examination, the presence of symptoms and signs in the post-operative.
Twenty patients have undergone removal to the iliac crest grafting through the side harvest surgical technique. A questionnaire was given to patients to record impressions and post-operative convalescence and a clinical analysis was conducted to investigate changes in sensitivity around the levy site. Mean score of pain was 49.4 on the VAS scale. Twelve patients (60%) did not present significant problems or pain, the return to walking was swift and without the aid of a support, 6 (30%) had pain on walking and lameness for a period of 1-2 weeks, while 2 (10%) patients had greater pain and difficulty walking to for a period of 2-4 weeks. No patient presented infection or pathological fracture and no patient had deficits of sensitivity.
We can conclude that the iliac crest levy allows, through a simple surgery, to find autologous cortical and spongious bone in quantities to treat oral cavity several atrophies. There is a low incidence of morbidity to this donor site and also whether the presence of scar does not fully meet the patients, they consider themselves satisfied.   

L’innesto di osso autologo rappresenta a tutt’oggi il gold-standard nel trattamento delle atrofie ossee mascellari grazie alle sue capacità osteoinduttive e osteoconduttive che ne permettono un’ottima integrazione1,2.

I siti di prelievo utilizzabili a tale scopo sono rispettivamente la sinfisi mentoniera e il ramo mandibolare, a livello orale, e l’osso iliaco, la calvaria e la tibia, a livello extraorale.

Nella scelta della sede di prelievo, il fattore decisionale più importante è certamente rappresentato dalla quantità di osso necessario. In questo senso, l’osso iliaco anteriore risulta sicuramente il sito di prelievo extraorale preferito nel trattamento di atrofie gravi che coinvolgono uno o più quadranti2-4, sia per la semplicità del prelievo sia per la notevole ricchezza di osso midollare.

Sebbene molti autori indichino una serie di vantaggi nella scelta del prelievo posteriore per ricostruzioni pre-implantari5,6 – quali assenza di deformità, minor dolore post-operatorio, ripresa più rapida della deambulazione – l’accesso chirurgico posteriore non permette l’azione combinata di due team (ortopedici e odontoiatri) e incrementa la durata delle procedure chirurgiche4,7. Per tali ragioni la porzione posteriore della cresta iliaca risulta la scelta principale in neurochirurgia e in chirurgia ortopedica. Lo scopo di questo studio è stato quello di evidenziare eventuali complicanze legate al prelievo di osso autologo dalla cresta iliaca anteriore per ricostruzioni pre-implantari e indagare, attraverso un esame clinico, la presenza di eventuali segni ascrivibili a postumi operatori. A tale scopo, sono state saggiate le sensazioni soggettive e gli eventuali disagi riferiti dal paziente mediante la formulazione di un questionario.                               

Materiali e metodi                      

Tra il 2003 e il 2007, presso la Clinica Odontoiatrica dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, sono stati trattati venti pazienti (età media: 51 anni, range: 36-65, rapporto M/F: 55% F, 45% M) (tabella 1) con interventi di ricostruzione mascellare mediante innesti ossei autologhi di apposizione prelevati dall’ala iliaca anteriore.

Tutti i pazienti presi in esame sono stati trattati con anestesia totale bilanciata e intubazione naso-tracheale.

La tecnica scelta è stata quella del «prelievo laterale»: l’incisione cutanea è stata effettuata secondo una linea parallela alla prominenza iliaca, restando circa 1,5 cm più inferiormente al fine di preservare l’integrità del nervo cutaneo laterale femorale.

Dopo lo scollamento della muscolatura glutea, sono state eseguite quattro osteotomie prelevando un tassello osseo (figure 1-3) compreso tra il tubercolo iliaco e la spina iliaca superiore anteriore.

Fig. 1
Fig. 1
1 e 2. Incisioni osteotomiche e asportazione del tassello osseo dalla cresta iliaca anteriore.
1 e 2. Incisioni osteotomiche e asportazione del tassello osseo dalla cresta iliaca anteriore.
3. Tassello osseo prelevato.
3. Tassello osseo prelevato.

A tutti i pazienti è stato prescritto lo stesso antibiotico (amoxicillina-acido clavulanico 1g cpr, 1x2x7) da assumere per via orale iniziando dal giorno antecedente l’intervento e farmaci antinfiammatori dopo l’intervento chirurgico. Sono state impartite, inoltre, istruzioni di igiene orale e sciacqui con collutorio a base di clorexidina digluconato allo 0,2% per 10 giorni. La sutura è stata rimossa una settimana dopo la chirurgia. Dopo l’intervento, i pazienti sono stati motivati a mobilizzare l’arto con l’ausilio di un sostegno nell’immediato post-operatorio. Inoltre, è stato consigliato riposo per due settimane e astensione da attività sportiva per sei settimane. I pazienti sono stati inseriti in un programma di richiami secondo un protocollo che ha previsto tre fasi:                     

  • analisi della cartella clinica per valutare il decorso post-operatorio ed eventuali complicanze;     
  • esame clinico volto a evidenziare
    eventuali postumi della chirurgia, in particolare l’esito cicatriziale e l’eventuale alterazione della sensibilità dei territori innervati dal nervo cutaneo laterale femorale;                         
  • compilazione di un questionario (figura 4) finalizzato a registrare le impressioni del paziente come già proposto in letteratura8,9.            

questionarioScopo dell’esame clinico è stato quello di evidenziare visibilità e grandezza della cicatrice residua oltre che l’eventuale difetto di contorno dell’osso iliaco. È stata valutata inoltre, mediante puntura, la presenza o meno di alterazioni della sensibilità dei dermatomeri innervati dai nervi la cui integrità poteva essere stata lesa durante la chirurgia (nervo cutaneo femorale laterale, branche del nervo ileoipogastrigo, branche del nervo subcostale) (figura 5) e le possibili disfunzioni dell’articolazione sacro-iliaca. Si è quindi proceduto a indicare su uno schema un segno positivo o negativo in relazione alla risposta di sensibilità dei territori in questione (figura 6).

5. Prove di sensibilità effettuate.
5. Prove di sensibilità effettuate.
6. Aree territoriali d’innervazione.
6. Aree territoriali d’innervazione.

Il questionario ha avuto lo scopo di valutare la convalescenza post-operatoria e il ritorno alle normali attività quotidiane. In particolare, sono stati annotati il dolore post-operatorio mediante una scala visiva analogica (VAS)10, i problemi nella deambulazione, nonché l’eventuale utilizzo di stampelle. 

Risultati                            

Tutti i venti pazienti (100%) si sono regolarmente presentati ai richiami e si sono mostrati disponibili a rispondere al questionario.  Dall’analisi dei questionari raccolti, è risultato che il tempo medio per la ripresa della deambulazione è stato di circa 10 giorni, in accordo con quanto riportato in letteratura7.  Il grado medio di dolore è stato pari a 49,4 sulla scala VAS (min 0, max 100) (figura 7).  Per quindici pazienti (80%) il dolore maggiore si è concentrato nel sito di prelievo, mentre per 5 pazienti (20%) nel sito ricevente.

7. Percezione VAS del dolore per ogni paziente.
7. Percezione VAS del dolore per ogni paziente.

Per 12 (60%) dei venti pazienti la ripresa della deambulazione è stata rapida e senza l’ausilio di sostegni, 6 (30%) hanno presentato dolore alla deambulazione e zoppia per un periodo di 1-2 settimane, mentre per 2 pazienti (10%) il dolore è risultato grave e si è riscontrata difficoltà alla deambulazione per un periodo di 2-4 settimane (tabella 1).

La letteratura indica una correlazione tra difficoltà a deambulare ed entità del dolore post-operatorio11: i dati del presente studio sono risultati in linea con la letteratura, infatti i due pazienti che hanno avuto più difficoltà a riprendere la deambulazione hanno poi riferito che il dolore ha limitato di molto le loro attività.  Nessun paziente ha presentato la formazione di sieromi o infezioni e il processo di guarigione della ferita nel sito di prelievo si è risolto nella norma, senza particolari complicanze (figura 8).

8. Esito cicatriziale dopo il prelievo dalla cresta iliaca.
8. Esito cicatriziale dopo il prelievo dalla cresta iliaca.

Nonostante questo e nonostante il fatto che la cicatrice residua si trovi in un’area poco visibile, i pazienti non hanno espresso, riguardo a questa, un elevato livello di soddisfazione (valore medio pari a 55 su una scala da 0-100) (tabella 2).  Non si è verificata nessuna frattura patologica dell’ileo né erniazioni intestinali.

tab.2

Dal punto di vista neurologico, tre pazienti hanno lamentato alterazioni della sensibilità nei territori innervati dal nervo cutaneo laterale femorale. Tuttavia, tutti i tre pazienti hanno recuperato la sensibilità integralmente in un periodo di 4 settimane. Alla visita e alle prove effettuate nessun paziente presentava deficit di sensibilità.                           

Discussione                          

Le complicanze che si possono verificare dopo un intervento di prelievo di osso da cresta iliaca anteriore sono già state descritte esaurientemente in letteratura2,12,13.

Tra le complicanze minori del prelievo di cresta iliaca vi sono le infezioni post-operatorie del sito donatore, le alterazioni della deambulazione e i sieromi.

Tra le complicanze maggiori vi sono invece le lesioni nervose, le fratture ossee, i danni vascolari e le erniazioni.

Le strutture nervose passibili di danni sono principalmente tre: la branca cutanea laterale del nervo intercostale, il nervo cutaneo laterale femorale e la branca cutanea laterale del nervo ileoipogastrigo (figura 6).

In realtà, solo nel 2,7% dei casi, il nervo laterale femorale decorre al di sopra della cresta in prossimità della spina iliaca anteriore5,14,15; più frequentemente, decorre medialmente alla cresta, al di sotto del legamento inguinale. In caso di danno neurologico permanente, il quadro che insorge è la meralgia parestetica14,16, che consiste in anestesia, parestesia, o disestesia della superficie antero-laterale della coscia.

Pur considerando la ridotta dimensione del campione esaminato nel nostro studio, gli ottimi risultati relativi a eventuali alterazioni della sensibilità sono in conflitto con studi precedenti presenti in letteratura, che riportano dei danni permanenti nel 9% dei casi15 e temporanei nel 20% dei casi17.

I danni vascolari possono coinvolgere diverse arterie, come l’iliaca interna e la glutea superiore. L’arteria lesa può provocare un cospicuo sanguinamento con una difficoltà al reperimento a causa della sua possibile retrazione nella pelvi.  Fondamentale, al fine di prevenire eventuali danni, è praticare un accurato controllo dell’emostasi mediante elettrobisturi ed eventuali agenti emostatici oltre a un accurato drenaggio chirurgico.

Sicuramente la frattura da stress è una delle più temibili, sebbene rara, come dimostrato da molteplici studi presenti in letteratura18. Differenziando le fratture occorse in seguito a prelievo anteriore da quelle occorse in seguito a prelievo posteriore si evince come le fratture anteriori siano decisamente più dolorose, ma anche stabili. La guarigione risulta spesso spontanea e senza complicanze.

Viceversa, le fratture posteriori sono spesso invalidanti e richiedono un rientro chirurgico18.

Nell’approccio alla cresta iliaca anteriore, l’incisione esita in una cicatrice che, seppur in zona poco visibile, è meno accettata da parte dei pazienti rispetto all’approccio posteriore19. Dai risultati del nostro studio si evince la presenza di un certo grado di dolore e la difficoltà a riprendere la deambulazione nel 40% dei casi; questo dato rilevante è in sintonia con quanto riportato in letteratura, dove i prelievi anteriori risultano implicati maggiormente da questo punto di vista rispetto ai posteriori5,6,11.

Come in altri studi, in cui le percentuali relative alla soddisfazione dei pazienti oscillano tra l’82%20 e l’86%15, anche nel presente studio i pazienti hanno mostrato un buon grado di soddisfazione (tabella 2): 16 pazienti su 20 (80%) ripeterebbero l’esperienza di ricovero ove vi fosse la necessità e raccomanderebbero questo tipo di intervento ai conoscenti.                        

Conclusioni                                     

Alla luce di questo studio, è possibile concludere che il prelievo di cresta iliaca anteriore permette, attraverso un accesso chirurgico semplice, di reperire osso autologo corticale e spongioso in buona quantità per il trattamento di ampi difetti ossei del cavo orale ai fini di una riabilitazione protesica. Con la dovuta attenzione ai dettagli anatomici importanti e con una coerente tecnica chirurgica, come sopra descritta, vi è una bassa incidenza di morbilità a questo sito donatore. Sebbene la presenza della cicatrice non soddisfi pienamente i pazienti, vista la riabilitazione protesica ottenuta e il miglioramento della qualità di vita, essi si ritengono soddisfatti e ripeterebbero l’intervento. 

Corrispondenza
dott. Fabrizio Carini
Via Pergolesi, 33 - 20052 Monza
e-mail: f.carini@hsgerardo.org

• Fabrizio Carini1-4
• Fabio Greco1
• Roberto Ingrosso1
• Dario Monai1,3
• Massimiliano Ciaravino1,2
1 Università degli Studi di Milano-Bicocca,
Facoltà di Medicina e Chirurgia, Dipartimento di
Neuroscienze e Tecnologie Biomediche, Clinica Odontoiatrica, Scuola di Specialità in Chirurgia Odontostomatologica, Direttore professor Marco Baldoni
2 Fondazione Europea di Ricerca Biomedica Onlus, Ospedale S. Isidoro, Trescore Balneario (BG)
3 Policlinico di Monza, sede di Verano Brianza (MB)
4 Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus,
Istituto Palazzolo, Milano (MI) 

Bibliografia

1. Tong L, Buchman SR. Facial bone grafts: contemporary science and thought. J Craniomaxillofac Trauma 2000 Spring;6(1):31-41; discussion 42. Review.
2. Beirne JC, Barry HJ, Brady FA, Morris VB. Donor site morbidity of the anterior iliac crest following cancellous bone harvest. Int J Oral Maxillofac Surg 1996 Aug;25(4):268-71.
3. Cricchio G, Lundgren S. Donor site morbidity in two different approaches to anterior iliac crest bone harvesting. Clin Implant Dent Relat Res 2003;5(3):161-9.
4. Eufinger H, Leppänen H. Iliac crest donor site morbidity following open and closed methods of bone harvest for alveolar cleft osteoplasty. J Craniomaxillofac Surg 2000 Feb;28(1):31-8.
5. Marx RE, Morales MJ. Morbidity from bone harvest in major jaw reconstruction: a randomized trial comparing the lateral anterior and posterior approaches to the ilium. J Oral Maxillofac Surg 1988 Mar;46(3):196-203.
6. Ahlmann E, Patzakis M, Roidis N, Shepherd L, Holtom P. Comparison of anterior and posterior iliac crest bone grafts in terms of harvest-site morbidity and functional outcomes. J Bone Joint Surg Am 2002 May;84-A(5):716-20.
7. Swan MC, Goodacre TE. Morbidity at the iliac crest donor site following bone grafting of the cleft alveolus. Br J Oral Maxillofac Surg 2006 Apr;44(2):129-33.
8. Joshi A, Kostakis GC. An investigation of post-operative morbidity following iliac crest graft harvesting. Br Dent J 2004 Feb 14;196(3):167-71; discussion 155.
9. Freilich MM, Sàndor GKB. Ambulatory in-office anterior iliac crest bone harvesting. Oral Surg Oral Med Oral Pathol Oral Radiol Endod 2006;101:291-8.
10. Berge TI. The use of a visual analogue scale in observer assessment of post-operative swelling subsequent to third-molar surgery. Acta Odontol Scand 1989 Jun;47(3):167-74.
11. Dawson KH, Egbert MA, Myall RW. Pain following iliac crest bone grafting of alveolar clefts. J Craniomaxillofac Surg 1996 Jun;24(3):151-4.
12. Acocella A, Nardi P, Tedesco A, Beninati F, Giannini D. Anterior iliac bone grafts: techniques and sequelae. Report on 107 cases and review of the literature. Minerva Stomatol 2003 Sep;52(9):441-53. Review.
13. Keller EE, Triplett WW. Iliac bone grafting: review of 160 consecutive cases. J Oral Maxillofac Surg 1987 Jan;45(1):11-4.
14. Edelson JG, Nathan H. Meralgia paresthetica. An anatomical interpretation. Clin Orthop Relat Res 1977 Jan-Feb; (122): 255-62. Review.
15. Kalk WW, Raghoebar GM, Jansma J, Boering G. Morbidity from iliac crest bone harvesting. J Oral Maxillofac Surg 1996 Dec;54(12):1424-9; discussion 1430.
16. Weikel AM, Habal MB. Meralgia paresthetica: a complication of iliac bone procurement. Plast Reconstr Surg 1977 Oct;60(4):572-4.
17. Nkenke E, Schultze-Mosgau S, Radespiel-Tröger M, Kloss F, Neukam FW Morbidity of harvesting of chin grafts: a prospective study. Clin Oral Implants Res 2001 Oct;12(5):495-502.
18. Nocini PF, Bedogni A, Valsecchi S, Trevisiol L, Ferrari F, Fior A, Saia G. Fractures of the iliac crest following anterior and posterior bone graft harvesting. Review of the literature and case presentation. Min Stomatol 2003 Oct;52(10):441-8, 448-52. Review.
19. Kessler P, Thorwarth M, Bloch-Birkholz A, Nkenke E, Neukam FW. Harvesting of bone from the iliac crest. Comparison of the anterior and posterior sites. Br J Oral Maxillofac Surg 2005 Feb;43(1):51-6.
20. Schnee CL, Freese A, Weil RJ, Marcotte PJ. Analysis of harvest morbidity and radiographic outcome using autograft for anterior cervical fusion. Spine 1997 Oct 1;22(19):2222-7.

Leggi Il Dentista Moderno