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Restauro di IV classe in condizioni di isolamento complesse Un approccio alternativo per un risultato estetico e funzionale predicibile Case report

1. Il sorriso della paziente durante la prima visita.

Gaetano Paolone
Monaldo Saracinelli

Riassunto

Le procedure per il restauro di IV classe sono ben note e codificate. L’ isolamento con diga di gomma, soprattutto nei giovani pazienti, è a volte difficile e se non eseguito correttamente può causare procedure adesive scorrette e risultati non predicibili. Come la diga di gomma, anche gli aiuti alla stratificazione come le mascherine in silicone e le matrici interprossimali risultano difficili da utilizzare, soprattutto quando i denti non sono completamente erotti o si è ancora in dentizione mista. In questo articolo gli Autori descrivono una tecnica di stratificazione quando l’isolamento viene eseguito tramite l’utilizzo di un singolo uncino sul dente da trattare.

Parole chiave: IV classe, isolamento, diga di gomma, composito, restauri diretti.

Summary

IV class restoration when rubber dam isolation is difficult. An alternative approach for a predictable esthetic and functional outcome. A case report

IV class restoration procedures are well known and codified. Rubber dam isolation, especially in young patients, is sometimes difficult and if not performed correctly can cause unsuccessful adhesive procedures and non-predictable results. Like rubber dam, layering aids like silicone indexes and interproximal matrixes are also difficult to apply especially when teeth are not completely erupted or when primary teeth are still present. In this article the Authors will describe a layering technique when isolation is performed through the use of a single clamp on the tooth to be treated.

Key words: IV class, isolation, rubber dam, composite, direct restoration.

La giovane paziente, anni 7, si presenta alla mia osservazione mostrando una frattura traumatica coronale parziale smalto dentinale dell’elemento 11 senza coinvolgimento pulpare e con assenza di mobilità. Le condizioni determinanti l’evento non hanno consentito il recupero del frammento fratturato per cui, dal momento che il restauro verrà rimandato a un secondo appuntamento, si è proceduto, durante il primo incontro, a sigillare i tubuli dentinali mediante un sistema adesivo. Il protocollo operativo per il restauro diretto degli elementi anteriori è consolidato da tempo1.  Durante il primo appuntamento si è proceduto infatti a rilevare le foto della paziente (Figura 1), un’impronta di precisione dell’arcata superiore, un’impronta in alginato dell’arcata antagonista e una cera in massima intercuspidazione. Prima di dimettere la paziente è stata compilata un’accurata cartella colore con l’ausilio di una scala colori personalizzata (Figura 2) (Myshade Guide, Smileline, Svizzera) realizzata con lo stesso composito (Ceram-X Duo, Dentsply) che sarà utilizzato per ricostruire l’elemento fratturato.

La scala colore personalizzata è stata realizzata secondo la ricetta semplificata indicata dal gruppo di studio Style Italiano (http://www.styleitaliano.org) per riprodurre i campioni VITA A1, A2, A3, A4 a seconda del composito che si vuole utilizzare. Il colore è risultato essere un A3 che la ricetta semplificata per quel sistema composito indica essere riproducibile con massa dentina D3 e smalto E1. Sviluppato il modello in gesso extraduro (tipo IV), è stata realizzata una ceratura diagnostica (Figure 3 e 4). Generalmente la ricostruzione di uno o più elementi del gruppo frontale risulta facilitata se l’isolamento con diga di gomma può effettuarsi in maniera estesa (da premolare a premolare) come nel caso di Figura 5. La possibilità infatti di avere un campo operatorio più ampio consente l’utilizzo di mascherine-matrici (costruite in silicone rigido da laboratorio sulla ceratura diagnostica) che permettono di riprodurre facilmente la superficie palatale (e a volte anche quella interprossimale se coadiuvati da matrici sezionali in acetato convesse) dei restauri2. In questo specifico caso clinico però sussistevano due problematiche relative all’isolamento. Da una parte la mancata eruzione dei premolari permanenti impediva un sicuro ancoraggio per gli uncini della diga, dall’altra il margine palatale della frattura risultava essere collocato nell’ambito del solco gengivale. Per ottenere un isolamento efficiente, e quindi fornire un’adesione predicibile, si è provveduto a isolare il singolo elemento; a questo scopo è stato utilizzato un uncino 212 modificato (con branche orizzontali piegate in direzione apicale), che ha reso tuttavia impossibile posizionare una mascherina in silicone per la definizione del piatto palatale e delle pareti interprossimali. Questa evidente limitazione ha fatto optare per una diversa strategia operativa.

 

Per avere un po’ più di spazio operativo e per avere meno tensione nel foglio di diga attorno all’elemento da trattare, sono stati fatti i buchi per poter esporre (per quanto possibile) anche parte degli elementi contigui a quello fratturato. Il modello della ceratura diagnostica è stato duplicato in gesso extraduro di tipo IV (Figura 6). Sul duplicato è stato stampato un foglio plastico di 0.5 mm tramite termoformatrice (Figura 7). Su questa “mascherina” trasparente è stato delimitato il contorno degli elementi che approssimativamente sarebbero stati visibili dopo l’isolamento con diga di gomma (Figure 8 e 9). La possibilità di poter posizionare la mascherina trasparente sugli elementi contigui ne avrebbe permesso il corretto posizionamento e conseguentemente un risultato predicibile. Dopo avere applicato la diga di gomma si è potuto constatare che attorno alle branche dell’uncino l’isolamento non era adeguato. L’utilizzo di diga liquida ha permesso di poter completare l’isolamento (Figura 10). Successivamente, la mascherina è stata provata per poter verificarne la stabilità sugli elementi contigui (Figura 11). Dopo avere effettuato la procedura adesiva sono state stratificate le masse di composito direttamente nella mascherina trasparente (Ceram-X Duo D3 sul margine incisale e sulla parete mesiale, Ceram-X Duo E1 sulla parete palatale), in base alla cartella colore precedentemente compilata (Figura 12).  Una volta posizionata la mascherina con le masse (Figura 13), è stata effettuata una polimerizzazione prolungata per un totale di 3’ con angolazioni differenti. La mascherina trasparente risulta particolarmente utile in questi casi clinici, in quanto permette di polimerizzare il composito da molteplici angolazioni, inclusa quella palatale. Il suo esiguo ingombro e spessore rispetto a una convenzionale in silicone hanno consentito una maggiore facilità operativa. Una volta rimossa è stato controllato il corretto adattamento del materiale sui margini della preparazione (Figura 14).

 

Le piccole aree deficitarie sono state colmate direttamente o con l’aiuto di una matrice convessa (Varistrip, Garrison Dental). Una volta definita la “cornice” perimetrale del restauro, è stata stratificata la dentina D3 (Figura 15)1,3,4.  Fatta eccezione per il terzo incisale, dove dobbiamo prevedere di far risaltare, con smalti di opportuna traslucenza, le anatomie tridimensionali del corpo dentinale, risulta utile utilizzare delle dentine ad alta opacità per nascondere sia il margine della preparazione sia il “buio” della cavità orale. Data la quantità di tessuto perso è assolutamente necessario utilizzare un materiale dentinale fluorescente5 per aumentare la luminosità del restauro ed evitare un crollo del valore tipico delle voluminose ricostruzioni in composito, specialmente in un caso clinico come questo6-8. La tecnica di desaturazione della tinta in senso apico-coronale si è rivelata automaticamente nonostante l’uso di un’unica massa dentinale in quanto il grado di saturazione cromatico della stessa è direttamente proporzionale allo spessore utilizzato (elevato in area cervicale e del terzo medio, minimo a livello incisale)2,9,10. L’opalescenza blu del margine incisale è stata realizzata tramite quantità ridottissime di composito fluido di colore blu (Miris - Coltène), prima di stendere un sottile strato di smalto ad alto valore (Ceram-X Duo E1), a completamento del restauro (Figura 16). A stratificazione ultimata è stato effettuato un ulteriore ciclo di polimerizzazione di 60 sec in assenza di ossigeno al fine di poter aumentare ulteriormente la conversione del composito stesso, prima delle fasi di rifinitura (Figura 17) con frese diamantate e dischi a granulometria decrescente (Komet 863 012, 8863 012) (dischi 3M, Soflex). La lucidatura e la brillantatura (Figura 18) sono state ottenute tramite gommini e paste lucidanti (Prisma Gloss Fine ed Extrafine, Dentsply). Rispetto alla situazione iniziale (Figura 19), il controllo a 6 mesi (Figura 20) l’elemento risulta ancora vitale e il restauro mostra una corretta integrazione con i tessuti marginali. La paziente è stata inserita in un ciclo di richiami trimestrali di controllo.

Corrispondenza
Gaetano Paolone
gaetano.paolone@gmail.com
Monaldo Saracinelli
studiosaracinelli@virgilio.it

Uniti, insieme al CED, contro il tabagismo

Marco Landi

Quest’anno, il 12 settembre, Giornata Europea della Salute orale, sarà dedicata al problema del tabagismo. È quanto ha deciso il Council of European Dentists (CED), l’organismo di rappresentanza dei 340mila dentisti europei deputato a dialogare con le istituzioni dell’Unione europea, come spiega Marco Landi, vicepresidente dell’Associazione nata nel 1961.

Dopo la pausa estiva, sono due gli appuntamenti da segnare in agenda sotto la voce “prevenzione”. Il primo è quello del 12 settembre, Giornata Europea della Salute orale, quest’anno, per volontà del Council of European Dentists (CED), dedicata agli effetti del tabagismo, un problema che interessa il 25 per cento della popolazione europea. Il secondo, quello del 61° Congresso Scientifico Nazionale ANDI che si terrà il 16 novembre a Roma e che prevede la partecipazione attiva di Fondazione Veronesi, Fondazione ANDI e ISI (Istituto Stomatologico Italiano), e il workshop Prevenzione delle patologie orali smoke-related non tumorali dedicato proprio alle tematiche della campagna promossa anche dal CED.

Due appuntamenti per riflettere sul problema del tabagismo e su come dovrà cambiare l’odontoiatria per affrontare in modo ancor più incisivo la questione, sulla scia di quanto già avviene in altri Paesi, come spiega Marco Landi, vicepresidente del Council of European Dentists, organismo di rappresentanza dei 340mila dentisti europei dal 1961 deputato a dialogare con le istituzioni dell’Unione Europea (per identificare nuovi percorsi legislativi volti alla salvaguardia della salute del cittadino europeo attraverso la promozione della salute orale e ad un corretto esercizio della professione odontoiatrica) e al cui interno, per l’Italia, siedono esponenti dell’Associazione nazionale dentisti italiani (ANDI ) e dell’Associazione italiana odontoiatri (AIO), i due sindacati di categoria.

Dottor Landi, prima di parla di tabagismo e di prevenzione delle malattie correlate al fumo, una curiosità: come sta l’odontoiatria negli altri Paesi europei?

In Europa i sistemi sanitari sono diversi e questo si riflette anche sui livelli di assistenza odontoiatrica e dunque sulla salute orale. Nel Nord Europa l’assistenza odontoiatrica pubblica è particolarmente diffusa, in Francia il servizio sanitario nazionale, attraverso una convenzione con i dentisti privati, copre una parte consistente delle cure primarie, proprio come in Inghilterra dove, pur essendoci un’ampia presenza del privato, l’odontoiatria pubblica è molto sviluppata.

Rispetto alla crisi attuale, invece, alcuni Paesi l’hanno percepita più di altri. In alcune regioni della Spagna, ad esempio, recentemente non è stato possibile stipulare gli accordi previsti con gli odontoiatri privati in materia di prevenzione. Insomma, la crisi si è sentita ovunque, con conseguenze diverse a seconda delle circostanze.

In questo particolare momento storico forse il ruolo del CED è ancora più importante...

Sì, perchè lo sforzo del CED è quello di salvaguardare la salute globale attraverso la salute orale, cercando di aumentare la consapevolezza anche a livello politico comunitario europeo sull’importanza delle politiche di prevenzione che si estendono anche a beneficio della salute totale. Il tabagismo ne è un esempio. Si tratta dunque di promuovere una politica che premi non solo i professionisti che si occupano di questo tema, ma anche i servizi sanitari nazionali dei singoli Paesi che da queste politiche possono ottenere risparmi economici considerevoli.

Com’è nata l’idea di dedicare la giornata della salute orale quest’anno proprio al problema del tabagismo?

La promozione della salute orale attraverso la lotta al tabagismo è legata all’attività legislativa dell’Unione Europea di quest’ultimo periodo. C’è sempre coincidenza tra le iniziative di promozione e prevenzione della salute promosse dal CED e quanto al momento è tema di studio sul piano normativo.Così, come l’anno scorso c’è stata una particolare attenzione alla salute dell’anziano, perché l’Europa si era concentrata su questo aspetto, quest’anno, essendo in discussione una direttiva sui prodotti del tabacco, abbiamo pensato di concentrare gli sforzi su quest’altro aspetto.

La norma in questione è una disposizione che, se per certi versi preoccupa per le possibili conseguenze che potrà avere, nel senso che potrebbe essere non sufficientemente efficace, per altri rappresenta una straordinaria opportunità per combattere in ambito europeo una delle primarie cause del tumore del cavo orale. L’Assemblea Generale di maggio ha dunque approvato una risoluzione su questa direttiva, concentrandosi su alcuni aspetti di maggior interesse.

Cosa propone il CED?

Il CED è per una maggiore restrizione sul cosiddetto labelling & packaging, cioè vorremmo che sulle confezioni di sigarette e di tabacco fosse indicato in modo più chiaro il rischio a cui può condurre il consumo di questa sostanza. Nonostante la lobby dei produttori di tabacco sia molto forte, riteniamo opportuno ribadire alcuni punti, come ad esempio il problema del tabacco da masticare che crea danni alla mucosa orale ormai noti. Masticare tabacco, cioè farlo entrare a diretto contatto con le mucose, significa esporsi ad una delle principali cause del tumore del cavo orale.

Gli altri fattori di rischio sono i superalcolici, i microtraumi e il papilloma virus, quest’ultimo scoperto recentemente. In ambito normativo, il CED suggerisce che vengano attuate restrizioni anche sulla vendita a distanza transfrontaliera e ai minori, così come chiede che vengano ridotti gli ingredienti del tabacco che generano dipendenza e degli aromi e dei colori, fonte di attrazione. Per quanto riguarda invece la prevenzione dei danni, il CED cercherà di promuovere l’attività di formazione del dentista e di tutto il suo staff sulla scorta di quello che già altri Paesi fanno.

In Inghilterra, ad esempio, esistono guide molto dettagliate su come formare e istruire il paziente per renderlo consapevole dei rischi legati al tabagismo. La fondazione ANDI, in tempi non sospetti, quattro - cinque anni fa, aveva pubblicato una guida tradotta dall’inglese, sviluppata dall’FDI, Federazione Dentale Internazionale, contro i danni del fumo. Questa giornata è un’occasione per cercare di sottolineare alcuni di questi aspetti legati al tabagismo.

E la sigaretta elettronica?

Credo che i tempi non siano ancora maturi per potersi pronunciare in maniera definitiva su questo, se non per quello che già sappiamo, cioè che la sigaretta elettronica contiene nicotina. Pur essendo uno strumento utile per ridurre il fumo e la dipendenza dal tabacco, rappresenta comunque un pericolo per i giovani che, affascinati dalla gestualità connessa al suo uso, potrebbero per questa ragione e attraverso la sigaretta elettronica avvicinarsi al fumo della sigaretta tradizionale.

Questa però è la mia opinione personale: in generale, il CED è ancora una volta per una restrizione nell’utilizzo delle sigarette elettroniche, anche e soprattutto al livello di locali pubblici e d’istruzione, proprio come è già stato deciso in Italia.

Sono preparati gli odontoiatri ad affrontare questo argomento?

Per quanto riguarda i dentisti, ritengo si debba fare più formazione, così come viene fatta in tanti altri ambiti: dovremmo dedicare del tempo per imparare nuove tecniche di comunicazione utili a convincere i nostri pazienti a ridurre il tabagismo, un’opera di convinzione che ha un interesse diretto anche clinico sulle nostre attività. Sappiamo bene infatti che in altri Paesi, in particolare al di là dell’oceano, il problema della responsabilità professionale ha portato addirittura i nostri colleghi a rifiutarsi di intervenire sui pazienti fumatori.

Cosa dovrebbe fare, dunque, un odontoiatra nell’ambito della prevenzione del tabagismo?

Innanzitutto, credo che la messa in atto del progetto congiunto tra Fondazione ANDI, Fondazione Veronesi e l’Istituto Stomatologico Italiano stia portando ad una maggiore consapevolezza. In ogni caso, l’odontoiatra, a mio avviso, dovrebbe uscire dai canoni di un’odontoiatria vincolata esclusivamente all’estetica che, pur rappresentando sicuramente una leva psicologica importante (i denti dei fumatori ingialliscono e la cosiddetta smoker’s face non è sana né esteticamente piacevole), non è sufficiente a risolvere il problema.

Bisognerebbe invece allargare un po’ gli orizzonti di formazione professionale, approfondire le peculiarità di questo ambito che, proprio come nel caso dell’anziano, ha particolarità specifiche, ed interagire in maniera più profonda con le altre specialità e le altre branche della medicina. Tra gli altri obiettivi futuri dell’attività della “nostra” Fondazione, ci saranno anche strumenti per supportare il dentista nell’attività di “counselling” del paziente.

L’odontoiatria sarà sempre più medicalizzata?

Sì, non per niente il CED già alcuni fa aveva prodotto documenti che andavano proprio in questa direzione nell’ambito della attività di revisione del profilo professionale del dentista per la direttiva 2005/36, quella sul riconoscimento automatico dei titoli.

D’altronde, lo stesso invecchiamento della popolazione costringe l’odontoiatria ad interagire con patologie che fino a ieri erano meno rilevabili all’interno dei nostri studi. In Olanda, ad esempio, il corso di laurea in odontoiatria è stato modificato di recente con l’introduzione di un insegnamento “rafforzato” per la parte medica generale e un più approfondito tirocinio clinico sulle malattie sistemiche rilevabili nel cavo orale.

Effetti e curiosità sugli agenti sbiancanti

Questa rassegna è focalizzata sullo sbiancamento dentale e presenta una review in cui vengono messi a confronto diversi trattamenti verificandone l’efficacia.

Valutazione spettrofotometrica di penetrazione del perossido nella camera pulpare da strisce sbiancanti e gel: uno studio in vitro
Spectrophotometric evaluation of peroxide penetration into the pulp chamber from whitening strips and gel: an in vitro study

Bharti R, Wadhwani KK. J Conserv Dent 2013 Mar-Apr;16(2):131-134.

In questo aggiornamento si è voluto indagare l’efficacia di penetrazione in camera pulpare di diverse concentrazioni di perossido di idrogeno.

In questo studio gli Autori hanno preso in considerazione 50 denti incisivi centrali umani estratti, approssimativamente della stessa dimensione e privi di carie. Sono stati puliti e conservati in acqua distillata. Per la sperimentazione tutti i denti sono stati tagliati circa 3 mm apicalmente alla giunzione smaltocementizia e la polpa è stata rimossa con una fresa a pallina. Tutti i campioni sono stati osservati allo stereomicroscopio per evidenziare eventuali problematiche superficiali. I 50 denti selezionati sono stati quindi raggruppati in cinque gruppi ognuno formato da 10 denti. Gli Autori hanno posizionato nella camera pulpare di ogni dente 25 ml di tampone acetato 2M al fine di assorbire e stabilizzare il perossido che potrebbe penetrare nella camera.

La superficie vestibolare della corona di ciascun dente nel gruppo da I a IV (gruppi sperimentali) è stata trattata con uno dei seguenti prodotti sbiancanti secondo le istruzioni del produttore:

  • Gruppo I: striscia sbiancante contenente 5,3% di HP (Crest Whitestrips, Procter and Gamble, Cincinnati, OH, USA);
  • Gruppo II: sbiancante in gel a uso notturno contenente il 19% di NPP equivalente al 5,3% di HP (Crest Effetti Notte, Procter and Gamble, Cincinnati, OH, USA);
  • Gruppo III: sbiancante in gel diurno contenente 18% CP pari al 6,5% di HP (Colgate Simply Bianco; Colgate Palmolive Company, New York, NY, USA);
  • Gruppo IV: sbiancante in gel notturno contenente 8,7% di HP (Colgate Simply White Night, Colgate Palmolive Company, New York, NY, USA);
  • Gruppo V: Gruppo di controllo esposto a sola acqua distillata.

A questo punto la soluzione tampone di acetato di ciascun dente è stata trasferita in una provetta di vetro dopo 30 min. Sono stati aggiunti il colorante viola e l’enzima perossidasi di rafano. La densità ottica di colore blu risultante nei tubi è stata misurata mediante spettrofotometro UV-visibile. I valori sono stati convertiti in equivalenti di microgrammi di perossido di idrogeno. I risultati sono stati valutati statisticamente utilizzando il test di Mann-Whitney. Lo sbiancamento in strisce ha mostrato la più bassa penetrazione di perossido in polpa mentre lo sbiancante gel ha evidenziato una più alta penetrazione.

Implicazioni cliniche

Questo studio dimostra che il perossido è in grado effettivamente di penetrare nella camera pulpare per cui maggiore è la concentrazione di perossido di idrogeno utilizzato maggiore è la penetrazione nella camera pulpare.

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Confronto tra l’efficacia sbiancante di tre diversi agenti utilizzati per lo sbiancamento intracoronale dei denti primari discromici: uno studio in vitro
Comparison of the bleaching efficacy of three different agents used for intracoronal bleaching of discolored primary teeth: an in vitro study

Ganesh R, Aruna S, Joyson M, Manikandan, Deepa. J Indian Soc Pedod Prev Dent 2013;31:17-21

Lo scopo di questo studio in vitro è quello di confrontare l’efficacia sbiancante del carbamide perossido al 10%, del perossido di idrogeno al 10% e del perborato di sodio (2 g) come agenti sbiancanti su incisivi centrali mascellari umani decidui artificialmente scoloriti.

Tutti vogliono i denti più bianchi per sentirsi più giovani e per fornire bei sorrisi, con il conseguente aumento di autostima. I denti più giovani sono più facili da sbiancare perché la sostanza dentale gode di maggiore permeabilità. Per questo lo sbiancamento intracoronale fornisce risultati soddisfacenti, è relativamente economico e le visite sono abbastanza brevi, rendendo la tecnica facilmente accettabile ai bambini. Quaranta corone di incisivi centrali decidui umani intatti sono state selezionate per lo studio. I denti sono stati conservati in soluzione salina fisiologica.

È stata eseguita dagli autori la pulpotomia e il canale della radice è stato ridotto 1 millimetro apicale alla giunzione smalto-cemento e ricoperto con IRM come base protettiva. I denti sono stati posti in una provetta contenente 2 ml di sangue umano fresco e centrifugati a 3200 rpm per 20 minuti due volte al giorno per 3 giorni. I denti sono stati quindi messi in incubatrice a 25 °C. Dopo la colorazione artifi ciale, i denti sono stati divisi a random in quattro gruppi sperimentali di 10 denti ciascuno ed è stata eseguita la valutazione basale colore.

A questo punto gli Autori hanno siringato nella cavità di accesso del dente 0,04 ml di agente sbiancante diverso a seconda del gruppo e, nel gruppo di controllo, 0,04 ml di acqua distillata. Quindi i denti sono stati sigillati con IRM e tenuti a 37 °C in un’incubatrice per tutta la durata dell’esperimento. Il colore dei denti sbiancati è stato valutato a 0, 7 e 14 giorni utilizzando come scala di riferimento la VITA colori lumen in condizioni di pieno giorno.

Dai risultati ottenuti gli Autori hanno evidenziato una differenza statistica significativa (p = 0,00) tra carbamide perossido, perborato di sodio, perossido di idrogeno e i gruppi controllo dopo 7 e 14 giorni e una differenza significativa di P = 0,013 tra perossido di carbamide, perborato di sodio e perossido di idrogeno dopo due sessioni di sbiancamento (giorno 14).

Implicazioni cliniche

Nello sbiancamento dei denti primari artificialmente scoloriti l’efficacia sbiancante del 10% di gel di perossido di idrogeno è significativamente maggiore del 10% di carbamide perossido e del perborato di sodio.

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Effetto di un trattamento sbiancante su smalto umano con due diverse concentrazioni di perossido di idrogeno contenente estratto di patata dolce come additivo: analisi di microscopia elettronica a scansione e spettrometria in vitro
Effect of bleaching with two different concentrations of hydrogen peroxide containing sweet potato extract as an additive on human enamel: an in vitro spectrophotometric and scanning electron microscopy analysis

Gopinath S, James V, Vidhya S, Karthikeyan K, Kavitha S, Mahalaxmi S. J Conserv Dent 2013 Jan-Feb;16(1): 45-49.

Il presente studio mira a fornire una formulazione sbiancante contenente un enzima vegetale estratto da tuberi di piante come la patata dolce (Ipomoea batatas L) che ha un elevato contenuto di enzimi come perossidasi polifenolo (PO), catalasi (CAT) e superossido dismutasi (SOD).

In questo studio gli Autori hanno considerato duecento grammi di patate dolci, con polpa di colore viola, le hanno pulite, sbucciate e tagliate a dadini. Cento millilitri di concentrato di patata dolce filtrato sono stati centrifugati a 2000 rpm per due minuti a una temperatura di 4 °C. Il liquido chiaro derivante rappresenta l’estratto di patata dolce che è stato conservato in frigorifero a 4° C fino al suo utilizzo.Ventiquattro denti incisivi centrali, estratti per una sorta di malattia parodontale, privi di fratture visibili, carie o decalcificazione sono stati raccolti per lo studio.

I denti sono stati puliti e conservati in 0,2% timolo e refrigerati a 4 °C fi no all’utilizzo. I denti sono stati divisi a caso in due gruppi di 12 denti ciascuno, basati sulla concentrazione di perossido di idrogeno, come segue:

  • Gruppo I (n = 12) - 35% (H2O2);
  • Gruppo II (n = 12) - 10% (H2O2).

Le radici di tutti i denti sono state sezionate alla giunzione cementizia mediante disco rotante sotto raffreddamento ad acqua. Le corone sono state quindi sezionate labiopalatalmente in modo da ottenere due metà uguali mesiali e distali. Ogni metà è stata montata su un blocco di resina acrilica autopolimerizzante, lasciando esposta la superficie labiale.

Una metà del dente è stata sbiancata con il perossido di idrogeno da solo (sottogruppo A) e l’altra metà dello stesso dente è stata sbiancata con una combinazione di perossido di idrogeno e di patata dolce (sottogruppo B), come segue:

  • Gruppo IA: (n = 12) 35% soluzione di perossido di idrogeno;
  • Gruppo IB: (n = 12) 1 ml di estratto di patata dolce mescolata con 28 ml di (100 mM) di soluzione fosfato (PBS) e 1 ml di 35% (1M) perossido di idrogeno per ottenere una soluzione di 30 ml;
  • Gruppo IIA: (n = 12) 10% di soluzione di perossido di idrogeno;
  • Gruppo IIB: (n = 12) 1 ml di estratto di patata dolce mescolata con 28 ml di PBS (100 mM) e 1 ml di 10% di perossido di idrogeno (1M) per ottenere una soluzione di 30 ml.

Dopo il trattamento sbiancante le superfici dei campioni sono state esaminate usando il SEM. I risultati ottenuti dagli Autori sono qui di seguito riportati. I valori medi riferiti alla variazione di colore dei gruppi IB (72,52 ± 2,03) e IIB (71.50 ± 1.81) sono risultati significativamente più alti rispetto a quelli dei gruppi IA (65.24 ± 1.02) e IIA(64.19 ± 1.88), rispettivamente (P <0,05). Le immagini al SEM dei gruppi IB e IIB hanno mostrato minori irregolarità superficiali e alterazioni morfologiche in smalto.

Implicazioni cliniche

L’aggiunta dell’estratto di patata dolce al perossido di idrogeno garantisce non solo un miglior ripristino del colore naturale dei denti, ma anche una riduzione degli effetti collaterali dello sbiancamento sulla morfologia dello smalto rispetto all’uso del perossido di idrogeno da solo.

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L’effetto in vitro del trattamento sbiancante attivato a luce fredda sullo smalto
The effect of cold-light-activated bleaching treatment on enamel surfaces in vitro

Shi XC, Ma H, Zhou JL, Li W. International Journal of Oral Science 2012;4:208-213.

Questo studio in vitro mira a valutare la microstruttura della super cie dello smalto dentale dopo il trattamento di sbiancamento a luce fredda.

La tecnica di sbiancamento a luce fredda è ampiamente adottata in Cina. Si esegue con uno sbiancante attivato a luce che sfrutta il fascio blu di luce (lunghezza d'onda tra 480 nm e 520 nm). La lampada a luce fredda è dotata di un filtro per escludere gli infrarossi nocivi (lunghezza d'onda > 750 nm) e gli ultravioletti (> 380 nm). L'esclusione dei raggi infrarossi riduce la probabilità di un danneggiamento pulpare di ordine termico. Inoltre, escludendo i raggi ultravioletti si riduce il rischio di possibili effetti collaterali per le radiazioni ultraviolette sulle cellule viventi.

Dodici premolari estratti per motivi ortodontici sono stati selezionati per questo studio. Le superfici dentali sono state pulite in acqua ad alta pressione per 10 min, quindi i denti sono stati conservati in una soluzione allo 0,1% di timolo a 4 °C fino alla preparazione per il test. I denti sono stati divisi in quattro gruppi: mesio-buccale (Gruppo LP), distobuccale (Gruppo P), mesio-linguale (Gruppo NP) e disto-linguale (Gruppo L). Questi quattro gruppi sono stati trattati utilizzando la procedura sbiancamento a luce fredda.

Prima e dopo il trattamento, tutti i campioni sono stati analizzati ad alta risoluzione e mediante microscopia elettronica a scansione. Il colore dei denti di tutti i campioni è stato valutato prima e dopo il trattamento mediante uno spettrometro. Dopo il trattamento, i campioni dei gruppi LP e P hanno mostrato picchi di diffrazione significativamente più deboli ai raggi x, significativa riduzione della dimensione dei cristalli e della cristallinità ed evidenti alterazioni nella superficie morfologia. I campioni nei gruppi di NP e L non hanno mostrato variazioni significative.

Implicazioni cliniche

Il trattamento di sbiancamento a luce fredda conduce a una sorte di demineralizzazione nella superficie dello smalto. L’agente sbiancante a base di perossido contenente acido è stata la principale causa di demineralizzazione, considerando che la luce fredda non ha evidenziato aumento significativo o riduzione dell’effetto su codesta demineralizzazione.

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L’effetto di due agenti sbiancanti sulla concentrazione di fosfato dello smalto valutata mediante spettroscopia Raman: uno studio ex vivo
The effect of two bleaching agents on the phosphate concentration of the enamel evaluated by Raman spectroscopy: an ex vivo study

Venkatesan SM, Narayan GS, Ramachandran AK, Indira R. Contemp Clin Dent 2012 September;3(Suppl 2):S172-S176.

L’obiettivo di questo studio in vivo è quello di valutare l'effetto del perossido di idrogeno al 35% e al 38% come agenti sbiancanti sulla concentrazione di fosfato dello smalto mediante spettroscopia Raman.

L’estetica del sorriso è di grande importanza per i pazienti, principalmente il colore dei denti, pertanto lo sbiancamento dentale è diventata una procedura molto comune nelle cliniche dentali. In questo studio gli Autori hanno preso in considerazione quaranta incisivi superiori umani estratti per motivi parodontali privi di carie e crack smaltodentinali. Tutti i denti sono stati puliti da sangue e detriti utilizzando un ablatore a ultrasuoni. Dopo la pulizia, i denti sono stati immersi in soluzione salina fino all'uso.

Prima della spettroscopia Raman ciascun campione è stato lavato in acqua distillata ed essiccato con una carta assorbente. Spettri basali Raman di ciascun campione sono stati ottenuti prima dell'applicazione dell'agente sbiancante per valutare il contenuto di fosfati presenti nel dente. I denti sono stati divisi quindi in due gruppi: - Gruppo A: sbiancati con Pola Office bleanch (35% di perossido di idrogeno, nitrato di potassio) (luce attivato); - Gruppo B: sbiancati con opalescence Xtra bleanch (38% di perossido di idrogeno di nitrato di potassio e fluoro) (chimicamente attivato).

Dopo la procedura di sbiancamento i campioni sono stati analizzati con spettri Raman per valutare la perdita di fosfato dopo il trattamento. I risultati ottenuti dagli Autori mostrano che i campioni sbiancati con l'agente sbiancante attivato chimicamente hanno evidenziato una minor perdita di fosfato se confrontati con i campioni del gruppo sbiancati con agente attivato dalla luce.

Implicazioni cliniche

La spettroscopia Raman è una tecnica non invasiva, che richiede una semplice preparazione dei campioni, e questo metodo è utilizzato per valutare il livello del contenuto di fosfati nello smalto dentale. L’analisi di tutti i parametri di questo studio hanno dimostrato che gli agenti sbiancanti attivati chimicamente hanno una marcia in più rispetto a quelli attivati con la luce non alterando la concentrazione di fosfato dello smalto.

Continua ...

L’influenza degli adesivi contenenti fluoro e degli agenti sbiancanti sulla forza di adesione allo smalto
Influence of fluoride-containing adhesives and bleaching agents on enamel bond strength

Cavalli V, Liporoni PCS, do Rego MA, Bittencourt Berger S Giannini M. Braz Oral Res 2012 Nov-Dec;26(6):536-42

In questo studio viene valutata l’influenza di agenti sbiancanti al perossido di carbamide (CP) contenente fluoro e di sistemi adesivi sull’interfaccia adesiva con lo smalto.

Le superfici vestibolari di 60 incisivi bovini sono stati restaurati dagli Autori con una resina composita. Sono stati utilizzati i seguenti tipi di adesivi: a tre e due fasi, mordenzatura-risciacquo, adesivi contenenti fluoro, Optibond FL (FL) e OptiBond Solo Plus (SP), rispettivamente. I denti restaurati sono stati sottoposti a cicli termici. Sia i denti in cui è stato usato come adesivo l’OptiBond Solo Plus (SP) che i denti in cui è stato usato l’adesivo Optibond FL (FL) sono stati sbiancati (n = 10) con il 10% CP (CP) e 10% CP + fluoruro (CPF) o sono stati lasciati grezzi (controllo).

Lo sbiancamento è stato eseguito per 14 giorni, in contemporanea con il ciclo pH, che comprende 14 h di rimineralizzazione, 2 h di demineralizzazione e 8 ore di sbiancamento. I gruppi di controllo (FL e SP) sono stati conservati in soluzione rimineralizzante. In base al test di forza di adesione microtensile (TBS) sono stati ottenuti campioni di forma parallelepipeda all'interfaccia di adesione.

Dai risultati ottenuti si evidenzia che la forza di adesione microtensile TBS su smalto della FL e del gruppo SP (controllo, non sbiancato) è risultata più elevata (p <0.05) rispetto a quella delle interfacce sbiancate (FL> FL + RAC = FL + CP e SP> SP + RAC = SP + CP). Gli agenti sbiancanti, indipendentemente dal fatto che contengano fluoro oppure no, riducono la forza di adesione degli adesivi allo smalto (Tabella 1).

Implicazioni cliniche

Il clinico deve tenere in considerazione che un trattamento sbiancante diminuisce il legame smalto/restauri adesivi esistenti, indipendentemente dell’aggiunta oppure no di fluoruro nei sistemi adesivi. Inoltre, l’adesivo a tre fasi mostra valori di adesione più elevati rispetto a quello a due fasi.

La mia idea sull’odontoiatria sostenibile

È quella di Ivo Krejci, professore ordinario e direttore della Divisione di Cariologia e di Endodonzia, nonché direttore della Scuola di Odontoiatria dell’Università di Ginevra. Mai come in questo periodo storico di grandi cambiamenti per l’odontoiatria è di vitale importanza riflettere su come sarà la professione di domani.

Dopo l’implantologia, l’odontoiatria sta vivendo un’altra rivoluzione. È quella della cosiddetta odontoiatria sostenibile. Un concetto che rimanda almeno a due significati. Il primo riguarda la sostenibilità economica delle cure, tema di grande attualità, soprattutto oggi che la crisi economica ha ridotto la capacità di spesa delle famiglie. Ma la sostenibilità delle cure interessa anche e soprattutto la clinica in senso stretto. Attuare interventi sempre meno invasivi, dunque meno traumatici per il paziente, comporta diversi vantaggi: innanzitutto quello di preservare più a lungo gli elementi naturali; per l’odontoiatra, invece, quello di promuovere un’odontoiatria più vicina all’idea stessa della prevenzione, perché basata su trattamenti quasi mai definitivi sui quali si potrà e si dovrà intervenire in futuro.

Con queste caratteristiche, vantaggiose per il paziente, ma anche per il libero professionista, l’odontoiatria sostenibile sarà l’odontoiatria di domani? È quanto abbiamo chiesto a un professionista, ma anche docente universitario, di valore internazionale che abbiamo incontrato per raccogliere le sue idee sull’odontoiatria, per capire come sta cambiando e quali sfide dovrà affrontare nel prossimo futuro. Ivo Krejci è professore ordinario e direttore della Divisione di Cariologia e di Endodonzia, nonché direttore della Scuola di Odontoiatria dell’Università di Ginevra.

Dopo avere conseguito la laurea in medicina nel 1983 all’Università di Basilea, ha ottenuto la specializzazione in odontoiatria nel 1986 e la “Privatdozen” nel 1993 all’Università di Zurigo. Autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche e di contributi sull’odontoiatria restaurativa, Krejci è past president della Società Svizzera di Odontoiatria Restaurativa e past president dell’Accademia di Odontoiatria operativa (sezione europea). Già membro del board editoriale del Journal of Dental Research, il professor Krejci è socio di numerose associazioni scientifiche, relatore in numerosi meeting scientifici internazionali e corsi di continuing education. Oltre alla sua attività istituzionale, esercita anche la libera professione in forma intramuraria.

Professor Krejci, quando ha scoperto la sua passione per i temi legati alla prevenzione e per l’odontoiatria restaurativa?

Negli anni ’80, quando ci fu il boom dell’odontoiatria restaurativa che investì anche l’Università di Zurigo. Come giovane dentista di quell’università rimasi affascinato dalle possibilità offerte da queste nuove tecnologie, oltre che desideroso ed estremamente felice di potere prender parte allo sviluppo di questa nuova visione dell’odontoiatria avvenuto in anni che furono di grande fermento. Al tempo stesso, essendo la Clinica odontoiatrica di Zurigo già orientata alla prevenzione, l’odontoiatria restaurativa si trovò subito indissolubilmente legata a questa idea, come ebbi modo di capire già allora.

L’odontoiatria sostenibile sarà l’odontoiatria di domani?

Quali benefici possono ottenere gli odontoiatri, oltre che i pazienti, da questo settore?

La cultura della prevenzione consente di ridurre le lesioni cariose nei pazienti, l’insorgenza del dolore e dunque la necessità di ricorrere a interventi di urgenza. Le restaurazioni adesive sono meno invasive e possono essere anche riparate, ma non solo. I materiali restaurativi in uso nell’odontoiatria adesiva, essendo colorati come i denti naturali, sono invisibili e permettono di ottenere risultati estetici di qualità molto più elevata. Insomma, i benefici per i pazienti si traducono in una migliore qualità della vita e sovente in minori spese per le cure odontoiatriche.

Quali sono le sfide del futuro?

Diverse, una di queste è l’implementazione della prevenzione basata sulla filosofia del minimo intervento, della minor invasività, sullo sviluppo di una cultura odontoiatrica su larga scala che interessi l’intera popolazione all’interno di una cornice che potremmo definire di odontoiatria sostenibile. L’altra sfida futura è data dall’insegnamento dei concetti menzionati sin qui e dalla necessità di rifornire le infrastrutture, dove si pratica la clinica, degli strumenti necessari all’esercizio dell’odontoiatria microinvasiva, con apparecchiature specifiche come ad esempio il microscopio.

Cosa rappresenta per lei l’odontoiatria sostenibile?

L’obiettivo della moderna odontoiatria che mira a evitare le estrazioni, le emergenze e il dolore per tutta la vita del paziente. Ci sono Paesi europei dove la vita media delle persone supera anche gli 80 anni. Il team odontoiatrico, in modo particolare il dentista e l’igienista dentale, insegnanal paziente come conservare in salute i propri denti, la propria bocca per tutto l’arco della vita.

Il loro compito è consigliare e aiutare il paziente a compiere gli sforzi per la prevenzione delle malattie, rimuovere le concrezioni dentali e, se necessario, correggere i difetti strutturali dei denti, come le lesioni cariose, le abrasioni o le erosioni. Tali terapie sono erogate usando procedure di alta qualità che danneggiano il meno possibile la struttura sana del dente.

Rispetto agli altri Paesi europei, qual è la posizione della Svizzera in questo ambito?

Possono parlare solo della nostra clinica, quella dell’Università di Ginevra. Così come ai nostri studenti insegniamo la prevenzione di base, la filosofia sulla minima invasività, così essi educano e trattano i pazienti. Gli studenti di odontoiatria insieme agli studenti di igiene dentale provenienti dalla scuola di igiene dentale di Ginevra, lavorano insieme come se fossero un team e questo, secondo la mia conoscenza, è un modello piuttosto raro in Europa.

Cosa accadrà nei prossimi anni?

La mia speranza è che l’odontoiatria sostenibile possa influenzare sempre più la nostra disciplina e che il modello si implementi negli ambulatori odontoiatrici. Secondo il nostro modo di vedere, questa filosofi a è molto efficace e migliora la qualità di vita dei nostri pazienti. Inoltre, il suo sviluppo su larga scala potrebbe aiutare a cambiare l’immagine che la gente ha dell’odontoiatra, portando la nostra professione ad avvicinarsi all’idea del benessere e della buona forma fisica, anziché a quella associata alla paura, al dolore e all’emergenza.

Quale suggerimento si sente di dare ai giovani odontoiatri, ma anche a quelli con qualche anno di esperienza alle spalle?

Quello di lasciare la propria mente aperta agli sviluppi di un’odontoiatria sempre meno invasiva e meno costosa per i pazienti, tuttavia senza sacrificare la qualità e la sostenibilità delle cure. L’odontoiatria estetica non è l’obiettivo, semmai il risultato di un approccio orientato al minor intervento possibile, il cui esito è il mantenimento dell’aspetto naturale dei denti per tutta la vita del paziente.

Per concludere, se non avesse intrapreso la carriera che l’ha condotta sin qui, di cos’altro le sarebbe piaciuto occuparsi?

Durante gli studi universitari, parallelamente, studiavo anche musica, in modo particolare il pianoforte. In un certo periodo della mia vita ho pensato che quella sarebbe stata la mia strada. Sì, se non fossi diventato odontoiatra, probabilmente avrei intrapreso la carriera artistica ...

Studio epidemiologico descrittivo delle asimmetrie facciali e dentali

Studio epidemiologico descrittivo delle asimmetrie facciali e dentali in un campione di soggetti in età prescolare

Studente: Riccardo Ricotta
Relatore: Prof.ssa Marina Consuelo Vitale

Introduzione

La crescita simmetrica del corpo è un concetto quasi ideale e raramente raggiungibile. Le strutture omologhe bilaterali non crescono quasi mai nello stesso modo poiché vi sono fattori genetici, ambientali o combinazione di questi che influiscono sulla crescita.

Nella maggior parte dei casi le asimmetrie del complesso facciale e dentale sono impercettibili e dunque ininfluenti sia sulla resa estetica e psicologica dell’individuo, sia sulla funzione. Vi sono casi invece, in cui le asimmetrie sono molto più evidenti, correlate a problemi di funzione che può essere alterata, e casi ancora più gravi in cui le asimmetrie possono essere correlate a patologie del complesso cranio–maxillo–facciale o anche far parte di quadri sindromici sistemici.

Obiettivi

L’obiettivo di questo studio è di eseguire uno screening delle asimmetrie facciali e dentali, nel soggetto in età prescolare, tra i 3 e i 6 anni di età, analizzare le varie tipologie di asimmetria, mettere in correlazione le stesse con possibili situazioni morfologiche e funzionali e presentare uno schema d’analisi per la diagnosi e raccolta dati del paziente con asimmetria facciale e/o dentale.

Metodi

Sono stati visitati clinicamente 95 bambini tramite protocollo clinico da noi ponderato. In seguito alla raccolta dei dati clinici è stata fatta un'analisi descrittiva del campione. Sono state poi studiate/indagate le associazioni statistiche tra diverse variabili. Le analisi statistiche sono state condotte utilizzando il test non parametrico del c2 di Pearson e il test esatto di Fisher. I test sono stati considerati significativi per il p-value minore di 0,05 (a due code). Tutte le analisi sono state condotte utilizzando il package Stata12.1.

Risultati

Dall’analisi descrittiva del campione di 95 bambini le asimmetrie facciali sono state rilevate nel 45% dei casi.
In particolare risulta che circa il 35% dei bambini esaminati presenta asimmetria delle orbite, circa il 30% è caratterizzato da asimmetria nella posizione delle orecchie e il 23% nella larghezza degli zigomi. Il 12% dei bambini presenta deviazioni del mento, mentre solo il 3% presenta un’inclinazione del piano bi-commissurale.

Si è rilevata: Asimmetria dei Rapporti molari nel 19% dei casi; Asimmetria delle Faccette d’usura incisive nel 22% dei casi; Asimmetrie delle Faccette d’usura sui canini nel 18% dei casi; LMS non allineata LM Volto nel 20% dei casi; LMS non allineata con LMI nel 70% dei casi; LMS non allineata con LMI, in massima apertura, nel 24,21% dei casi.

Si sono evidenziate quindici associazioni statisticamente significative. In particolare sono state evidenziate associazioni da parte delle abitudini viziate, della tipologia di respirazione e della centratura delle linee mediane dentali con la presenza di malocclusioni. I rapporti molari asimmetrici presentano associazione con la centratura delle LM dentali e del volto, e con l’asimmetria degli zigomi. Infine è stato dimostrato, dallo studio condotto, che le asimmetrie facciali sono in stretta associazione con la centratura tra la LMS e LM del volto e allo stesso modo con le malocclusioni del settore anteriore.

Conclusioni

Il professionista specialmente nell’approccio al paziente in fase di crescita, considerando l’elevata frequenza di riscontro delle asimmetrie facciali, deve valutare il viso nel suo insieme, valutare le alterazioni morfologiche e funzionali, tenendo conto del pattern e delle modalità di crescita dell’individuo, per effettuare una corretta diagnosi e, dunque, intraprendere un’adeguata terapia. Vi è, infatti, la necessità di diagnosticare già in dentatura decidua queste anomalie e quando possibile intervenire precocemente evitando che tali alterazioni strutturali e funzionali si consolidino.

Il metodo d’analisi proposto, può ritenersi un valido aiuto per schematizzare e riassumere i parametri principali che rientrano nella valutazione delle asimmetrie facciali e dentali nella pratica quotidiana ed essere un utile strumento per il loro screening e le conseguenti indagini epidemiologiche.

bibliografia

1) Bishara SE, Burkey PS, Kharouf JG. Dental and facial asymmetries: a review. Angle Orthod 1994; 64(2):89-98.

2) Cassidy KM, Harris EF, Tolley EA, Keim RG. Genetic influence on dental arch form in orthodontic patients. Angle Orthod. 1998; 68:445–454.

3) Mulick JF. An investigation of craniofacial asymmetry using the serial twin-study method. Am J Orthod. 1965; 51:112–129.

4) Shah SM, Joshi MR. An assessment of asymmetry in the normal craniofacial complex. Angle Orthod. 1978; 48:141–148.

UNIVERSITA` DEGLI STUDI DI PAVIA

Influenza della velocità rotazionale sulla superelasticità dei file Ni-Ti Mtwo

Dott. Francesco Paolo Pistacchio
Relatore: Prof. Vito Antonio Malagnino
Correlatore: Prof. Domenico Tripodi

Obiettivo

Valutare se la riduzione della velocità rotazionale degli strumenti endodontici Ni-Ti condizioni la risposta superelastica dei file stessi e se sia corretto, se non addirittura vantaggioso, l’utilizzo di velocità minori rispetto alle attuali.

Opportunità Operative

Un regime di rotazione inferiore rispetto alla pratica corrente dovrebbe apportare nella clinica endodontica una serie di benefici, particolarmente auspicabili all’ atto di affrontare curvature accentuate:

  • Maggiore controllo dello strumento con: Riduzione della tendenza del file all’avvitamento; Migliore percezione dell’endodonto; Preservazione dell’anatomia del canale limitando la creazione di false strade, gradini e trasporti di apice.
  • Massimizzazione dell’utilizzo delle caratteristiche del file approssimandosi maggiormente ai limiti dello stesso.

Materiali e Metodi

Assunzioni:

  • Uno strumento in rotazione nel sistema canalare, nell’incontrare una curva, esercita contro la parete esterna della stessa, una forza inversamente proporzionale alla sua flessibilità.
  • E’ possibile rappresentare la suddetta forza con la spinta esercitata dal file sul piatto di una bilancia analitica.

Metodologia del test:

  • Flessione riproducibile degli strumenti contro il piatto di una bilancia di precisione (PE 6000, Mettler-Toledo, Novate Milanese (MI), Italia) rappresentante l’esterno della curvatura canalare.
  • Rotazione a velocità differenti dei file per valutare se, al variare di questo parametro, varii la forza esercitata dagli strumenti, indice di una variazione della flessibilità.

Gruppi Test:

N. 10 gruppi costituiti da 3 strumenti rotanti Ni-Ti (Mtwo, Sweden & Martina, Due Carrare (PD), Italia) di calibro in punta 0,20 mm e conicità 0.06.

Velocità di rotazione:

Per ciascun gruppo è stata selezionata una diversa velocità rotazionale, impostando al massimo il torque del micromotore (EndoPocket, Sweden & Martina, Due Carrare (PD), Italia).

Modello sperimentale:

La flessione di ogni strumento secondo il medesimo angolo e raggio di curvatura, è stata assicurata mediante:

  • Un dispositivo posizionatore in grado di consentire escursioni verticali regolabili tramite una scala millimetrata.
  • Un manipolo solidarizzato a detto corsoio tramite un manicotto di alluminio.

Per ciascun file sottoposto ad indagine:

  • Identificare la posizione del corsoio, rispetto al piatto della bilancia, in cui lo strumento, connesso al contrangolo (Sirona Dental Systems GmbH, Bensheim, Germania), esercita una forza peso, in condizione di stasi, pari a circa 100 g. Ottenere un peso al t0 pressoché uniforme assicura una posizione spaziale omogenea e un costante rapporto tra file e piatto della bilancia, garanti della medesima condizione di flessione per ogni strumento.
  • Registrare la misurazione della bilancia a file inattivo e flesso sulla stessa. Rilevare il peso medio in rotazione del file alla velocità del gruppo di afferenza.

Risultati

In tutti i gruppi test si osserva:

  • Una subitanea diminuzione della forza peso sin dalla messa in moto degli strumenti, con l’evocazione della superelasticità del Ni-Ti.
  • Una propensione dei file ad acquisire maggiore flessibilità in rotazione, con il massimo alleggerimento subito prima della separazione degli strumenti per accumulo di fatica ciclica.

Questo trend risulta più marcato a velocità rotazionali più basse:

  • sia comparando i dati al t0 con quelli in rotazione,
  • sia paragonando i valori in rotazione con quelli riscontrati subito prima della separazione,
  • sia osservando la tendenza alla riduzione dei delta fra tutti i record all’incrementare della velocità rotazionale.

Discussioni

La riduzione del regime rotazionale influenza la superelasticità degli strumenti, incrementandone la flessibilità con variazioni riscontrabili non solo fra i gruppi sperimentali antipodici, ma anche all’interno del range clinico 150-350 rpm.

Si apre un filone sperimentale inedito in letteratura, atto a valutare:

  • in che misura la flessibilità dei file si modifichi riducendo la rotazione;
  • se, dal punto di vista della scienza dei materiali, sia vantaggioso, oltre che corretto, l’utilizzo di velocità ridotte rispetto alle attuali.

L’adozione di velocità rotazionali inferiori potrebbe procrastinare la dismissione degli strumenti, a meno che successive sperimentazioni dimostrino un maggior accumulo di fatica esitante da:

  • una diminuita efficienza di taglio (studio in vitro - in preparation);
  • un aumento sostanziale del tempo necessario per ottenere una corretta sagomatura del canale (creazione di indagini in vitro ed in vivo).

Conclusioni

Si dimostra meccanicamente possibile e biologicamente corretto diminuire la velocità di rotazione verso valori più sicuri e facilmente gestibili, nonché di indubbio ausilio quando si interfacciano curvature, costrizioni anatomiche etc.

Ridurre la velocità rotazionale

Emerge la necessità clinica di regimentare la rotazione in base all’anatomia.
I valori ottimali appaiono essere:

  • 150 rpm nel caso di curvature accentuate;
  • incremento progressivo al semplificarsi della traiettoria canalare, fino a valori prossimi ai 250 giri in un sistema endodontico semplice;
  • regimi superiori unicamente nell’asportazione del triangolo di dentina.

Velocità rotazionale variabile alla lettura dell’endodonto, e non più fissa

Risulta opportuna la conduzione di studi in vitro includenti un ampio numero di strumenti, aventi calibro e conicità differenti, per valutare se esistano:

  • comportamenti diversi al variare dell’importanza dimensionale di ciascun file;
  • riscontri ulteriori e di portata ancor più ampia.

Approfondire l’entità del vantaggio in flessibilità che lo slow-down assicura e valutarne il risvolto clinico

bibliografia

V.A. Malagnino, P. Passariello, S. Corsaro; Influenza della traiettoria canalare sul rischio di frattura per fatica degli strumenti endodontici meccanici in Ni-Yi; Giornale Italiano di Endodonzia; 1999; 4; 190-200.

Plotino G., Grande N.M., Sorci E., Malagnino V.A., Somma F.; A comparison of cyclic fatigue between used and new Mtwo Ni-Ti rotary instruments; International Endodontic Journal; 2006 ;39;716-23.

G. M. Yared, F.E. Bau Dagher, P. Mactou; Influence of rotational speed, torque and operator’s proficiency on profile failure; International Endodontic Journal; 2001; 34; 47-53.

Y. Haikel, R. Serfaty, G. Bateman, B. Senger, C. Alleman; Dynamic and cyclic fatigue of engine-driven rotary nickel-titanium endodontic instruments; International Endodontic Journal; 1999; 25; 434-40.

Plotino G., Grande N.M., Melo M.C., Bahia M.G., Testarelli L., Gambarini G.; Cyclic fatigue of Ni-Ti rotary instruments in a simulated apical abrupt curvature; International Endodontic Journal; 2010; 43; 226-30.

Università degli Studi “G. d’Annunzio” Chieti-Pescara

Trattamento delle estreme atrofie mascellari con impiego di impianti zigomatici e pterigoidei

Dir. Dr. Roberto Bertolai
Tesi di Laurea: Dott. Stefano Pieralli

La riabilitazione implanto-protesica di mascellari gravemente atrofici richiede spesso metodiche di innesto di osso. Una alternativa è rappresentata dallo sfruttamento di aree di addensamento osseo localizzate lontano dall’osso alveolare, chiamate pilastri, utilizzabili a fini di ancoraggio implantare, in particolare a livello dell’osso zigomatico e del processo pterigoideo dello sfenoide.

IMPIANTI ZIGOMATICI

Esperienza presso il reparto di Chirurgia Maxillo Facciale di Firenze

Il periodo d’osservazione è compreso fra il 2008 e il 2012. I pazienti selezionati per questo tipo di trattamento presentavano le caratteristiche ossee tipiche delle classi IV e V di Cadwood e Howell, uno stato di salute generale adeguato per sopportare un’anestesia generale, non fumatori, senza particolari quadri dismetabolici quali per esempio diabete. Vengono selezionati per questa procedura chirurgica 18 pazienti, d’età media 63 anni e con rapporto uomo/ donna di 3,5/1.

La maggior parte dei pazienti è stata trattata con la metodica classica, secondo Brånemark1,2,3 con due impianti zigomatici e da due a quattro impianti convenzionali in sede premaxilla. L’utilizzo di impianti zigomatici multipli4 si è reso necessario in tre casi per l’assenza di adeguato volume osseo nel settore anteriore atto a stabilizzare un numero sufficiente di impianti convenzionali. Il carico immediato eseguito come da protocollo in tutti i casi, solidarizza le fixture e permette la stabilizzazione dell’intero complesso implantoprotesico5,6.

La percentuale di successo riscontrata nella nostra esperienza risulta del 98% per un totale di 41 impianti zigomatici sui complessivi 42 posizionati. La casistica riportata presenta un follow up variabile da 6 mesi a 4 anni. E’ stata condotta un’indagine sul grado di soddisfazione dei pazienti dopo il trattamento e, come si può riscontrare in tabella, la maggior parte dei pazienti si è ritenuta particolarmente soddisfatta. I casi con minor soddisfazione sono stati quelli in cui le complicanze hanno accompagnato la fase di guarigione.

Le complicanze sono state inferiori al 30 %; si è trattato di una ipoestesia zigomatica temporanea, due casi di edema persistente e due casi di sinusite mascellare. Il trattamento ha previsto, secondo il nostro protocollo dedicato ai processi sinusitici, in un caso un approccio chirurgico di antrostomia meatale media per via nasale con ampliamento dell’ostio sinusale naturale per facilitare il fisiologico drenaggio e l’areazione, nell’altro, dove l’antrostomia meatale media non ha portato a risoluzione, è stato necessario programmare un trattamento protesico alternativo.

IMPIANTI PTERIGOIDEI

Esperienza presso la clinica privata del Dott. G.Cudia

L’intervento viene effettuato o preferibilmente in sedazione cosciente associata ad anestesia loco-regionale. Classicamente l’impianto pterigoideo deve essere solidarizzato a due impianti anteriori inseriti in regione premolare. Nel caso di buona quantità ossea a livello del tuber è possibile scegliere tra due angolazioni di fresaggio: con maggiore o minore inclinazione rispetto al piano occlusale. Data la posizione dell’impianto o pterigoideo è possibile eseguire un carico immediato o anticipato per gli altri impianti anteriori inseriti contemporaneamente.

L’emergenza dell’impianto, inoltre, risulta sempre in cresta in una sede agevolmente spazzolabile. Nel caso non corrisponda ad alcun elemento opponente è preferibile protesizzarla con un semplice elemento di raccordo per favorire le normali procedure di igiene.

Seguire la giusta inclinazione è il punto più critico della manovra chirurgica che viene eseguita senza l’ausilio di slot e reperi visivi diretti. Nel primo tratto della preparazione (8-10mm) viene attraversato un tessuto osseo di scarsa densità; successivamente, al raggiungimento della lamina pterigoidea, la densità aumenta.

Il pericolo maggiore sta nella possibilità di lesioni vascolari a carico dell’arteria mascellare interna. In realtà è stato dimostrato che all'entrata della fessura pterigomascellare si trova tra 23 e 28 mm dal bordo inferiore della giunzione tra tuber e processo pterigoideo7. Ciò significa che una fresa inserita a livello del processo alveolare posteriore per un massimo di 19 mm e diretta obliquamente verso il processo pterigoideo non può raggiungere l’arteria.

Entrambe le metodiche permettono il restauro implantare dei settori posteriori del mascellare atrofico e l’inserimento di impianti in osso “nativo” cioè evitano la necessità di utilizzo di innesti osseo che innalzano il rischio di insuccesso implantare.

Infatti, quando è necessario l’uso di innesti ossei crestali o endosinusali, oltre ad un allungamento dei tempi per la protesizzazione, si somma al rischio implantare, il rischio di attecchimento dell’innesto con l’abbassamento della percentuale di successo generale. Esistono dei limiti all’uso di impianti zigomatici e pterigoidei: per gli impianti pterigoidei vi è un’importante limitazione anatomica, costituita dal volume osseo del tuber maxillae che condiziona la possibilità di inserimento dell’impianto mentre per lo zigomatico, tale limitazione risiede nel volume e conformazione del pomello zigomatico che deve avere dimensione e volume sufficiente all’ancoraggio dell’impianto.

Riteniamo quindi che, nel ampio raggio delle possibilità chirurgiche preprotesiche che abbiamo oggi a disposizione per la risoluzione dei casi di estrema edentulia mascellare posteriore, queste due tecniche, con i loro limiti e caratteristiche, rivestono due delle più utili ed importanti possibilità che la conoscenza e la tecnica chirurgica ci ha messo a disposizione.

bibliografia

1-Brånemark PI, Grondahl K, Ohrnell LO, Nilsson P, Petruson B, Svensson B, Engstrand P, Nannmark U (2004) Zygoma fixture in the management of advanced atrophy of the maxilla: technique and long-term results. Scand J Plast Reconstr Surg Hand Surg 38:70– 85
2-Aparicio C, OuazzaniW, Garcia R, Arevalo X, Muela R, Fortes V (2006) A prospective clinical study on titanium implants in the zygomatic arch for prosthetic rehabilitation of the atrophic eden- tulous maxilla with a follow-up of 6 months to 5 years. Clin Implant Dent Relat Res 8:114–122
3-Farzad P, Andersson L, Gunnarsson S, Johansson B (2006) Reha- bilitation of severely resorbed maxillae with zygomatic implants: an evaluation of implant stability, tissue conditions, and patients’ opinion before and after treatment. Int J Oral Maxillofac Implants 21:399–404
4-Duarte LR, Filho HN, Francischone CE, Peredo LG, Branemark PI. The establishment of a protocol for the total rehabilitation of atrophic maxillae employing four zygo- matic fixtures in an immediate loading system – a 30- month clinical and radiographic follow-up. Clin Implant Dent Relat Res 2007: 9: 186–196.
5-Chow J, Hui E, Lee PK, Li W. Zygomatic implants – protocol for immediate occlusal loading: a preliminary report. J Oral Maxillofac Surg 2006: 64: 804–811.15.
6-Muela R, Arevalo X, Caro L, Codesal M, Fortes V, Franch M, Lundgren S, Ouazzani W, Sennerby L, Aparicio C. Immediate and early load on Zygoma implants. Initial results of a 3 year prospective study (Abstract). J Clin Periodontol 2006: 33: 125
7-Rodriguez-Ciurana X, Vela Nebot X, Mendez V, Segalà M. Alternativas a la elevation de seno maxilar: rehabilitacion del sector posterior del maxilar atrofico mediante implantes pterigoideos. Rev esp. Cir.Oral y Maxilofac 2008:30,6:412-419

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI FIRENZE
TUSCAN SCHOOL OF DENTAL MEDICINE – UNIVERSITY OF FLORENCE AND SIENA – Dipartimento di Chirurgia Maxillo Facciale

Effetto degli aminobifosfonati sulla concentrazione di alp nel liquido crevicolare gengivale

Effetto degli aminobifosfonati sulla concentrazione di alp nel liquido crevicolare gengivale e revisione sistematica sul management della Bronj.

Autrice: Katia Rupel
Relatore: Matteo Biasotto
Correlatori: Margherita Gobbo; Giulia Ottaviani

L’attività enzimatica della fosfatasi alcalina contenuta nel gluido crevicolare gengivale come indicatore di metabolismo osseo in pazienti che assumono bifosfonati azotati per via endovenosa

Nel corso degli ultimi vent’anni, i bifosfonati sono diventati una classe di farmaci d’uso comune in diverse patologie osteometaboliche: metastasi ossee, mieloma multiplo, osteoporosi, malattia di Paget, displasia fibrosa, osteogenesi imperfetta e iperparatiroidismo primario(1). I bifosfonati agiscono mediante la soppressione dell’attività degli osteoclasti, le cellule deputate al riassorbimento della matrice ossea. Di conseguenza, anche la deposizione ossea viene gradualmente rallentata(2).

L’attività enzimatica della fosfatasi alcalina sierica viene utilizzata come indicatore di metabolismo osseo per monitorare la terapia con i bifosfonati nei pazienti affetti da metastasi ossee e mieloma multiplo(3). Siccome il liquido crevicolare gengivale è un trasudato/essudato ematico, contiene anch’esso la fosfatasi alcalina(4,5), la cui quantità viene misurata attraverso l’attività enzimatica mediante la reazione colorimetrica utilizzata in questo studio(6). L’Osteonecrosi dei mascellari da bifosfonati rappresenta la complicanza più importante della terapia con bifosfonati(7). La patogenesi di questa patologia non è ancora stata chiarita, ma dipende verosimilmente in gran parte dalla soppressione del turnover osseo causata dai bifosfonati(8,9).

Diversi studi hanno valutato il possibile utilizzo di marker di turnover osseo sierici/urinari come indicatori del rischio di sviluppo della patologia, senza raggiungere risultati significativi ed applicabili nella pratica clinica(10). Lo scopo del presente studio è stato quello di valutare le variazioni di attività enzimatica della fosfatasi alcalina presente nel liquido crevicolare gengivale in 33 pazienti affetti da tumore con metastasi ossee prima e durante i primi sei mesi di terapia con bifosfonati azotati per via endovenosa, comparandole con la fosfatasi alcalina sierica misurata negli stessi intervalli di tempo e con la fosfatasi alcalina nel fluido crevicolare gengivale di 25 controlli sani.

RISULTATI

Revisione sistematica della letteratura sugli approcci terapeutici nell’Osteonecrosi dei mascellari da bifosfonati

Il management clinico dell’Osteonecrosi da bifosfonati non presenta un approccio comune e univoco a causa della mancanza di linee guida ufficiali. Esistono diversi approcci per il trattamento di questa patologia, che possono essere differenziati in approcci di tipo non chirurgico e approcci di tipo chirurgico, con differenti risultati riportati in letteratura.

Lo scopo della revisione sistematica eseguita nel corso di questo studio è stato quello di identificare i diversi approcci terapeutici descritti in letteratura e di valutarne i risultati in termini di guarigione completa in maniera globale, e successivamente considerando i singoli stadi di BRONJ. L’esecuzione della revisione sistematica è stata eseguita seguendo il diagramma di flusso tratto dal PRISMA statement.

RISULTATI

CONCLUSIONI

L’analisi dell’attività della fosfatasi alcalina presente nel liquido crevicolare gengivale potrebbe costituire un nuovo metodo per monitorare le variazioni di rimodellamento osseo durante la terapia con bifosfonati, biologicamente poco invasivo e meno costoso rispetto all’analisi sierica.

Per quanto riguarda le proposte di trattamento dell Osteonecrosi da bifosfonati, dai risultati derivanti dalla revisione sistematica della letteratura si evince che un approccio chirurgico aggressivo o eseguito mediante tecniche laser sembra portare ai risultati migliori in termini di guarigione completa in ogni stadio di malattia.

bibliografia

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10. Coleman RE, Major P, Lipton A, Brown JE, Lee KA, Smith M, Saad F, Zheng M, Hei YJ, Seaman J, Cook R. Predictive value of bone resorption and formation markers in cancer patients with bone metastases receiving the bisphosphonate zoledronic acid. J Clin Oncol. 2005 Aug 1;23(22):4925-35.

Ambulatorio di Medicina e Patologia orale
Dipartimento di Scienze Mediche Chirurgiche e della Salute
Università degli Studi di Trieste
Ospedale Maggiore – Trieste

La determinazione della lunghezza di lavoro endodontica nei ritrattamenti ortogradi

La determinazione della lunghezza di lavoro endodontica nei ritrattamenti ortogradi: Studio “ex vivo” in canali radicolari otturati con i sistemi “protaper obturator” e “guttacore”.

Candidato: Pietro Palopoli
Relatore: Luigi Cianconi

Obiettivo

Sono già presenti in letteratura articoli che valutano la precisione dei rilevatori elettronici d’apice in corso di ritrattamenti endodontici ortogradi (1; 2; 3; 4). Non è presente invece nessuna ricerca scientifica che valuta il loro comportamento in canali radicolari otturati con “carrier-based guttapercha”.

Scopo della nostra ricerca è dunque valutare la precisione di un rilevatore elettronico d’apice durante il ritrattamento endodontico ortogrado di canali radicolari otturati con “ProTaper Obturators” e “GuttaCore”. Si è anche valutato se i due materiali impiegati influenzino in maniera diversa il comportamento del rilevatore.

Materiali e metodi

50 elementi monoradicolati, estratti per motivi ortodontici o parodontali, sono stati selezionati per la nostra ricerca. I campioni sono stati decoronati per ottenere delle lunghezze radicolari standardizzate.

La strumentazione canalare è stata condotta con tecnica crown-down utilizzando i ProTaper Universal dopo aver determinato la lunghezza canalare mediante tecnica visiva. Al termine dell’alesaggio canalare la lunghezza endodontica è stata nuovamente determinata, prima con la tecnica visiva (DL= Direct Length), e poi con la tecnica elettronica (EL1= Electronic Length 1), utilizzando un moderno rilevatore elettronico d’apice, il Root ZX, dopo aver stabilizzato i campioni su ProTrain. I campioni sono stati dunque suddivisi in due gruppi da 25 elementi ciascuno. Gli elementi del Gruppo 1 sono stati otturati con ProTaper Obturator.

Gli elementi del Gruppo 2 sono stati otturati con GuttaCore. Dopo l’otturazione i campioni sono stati conservati a temperatura ambiente e in umidità al 100%.

Dopo 7 giorni la lunghezza canalare è stata nuovamente determinata con la tecnica elettronica (EL 2= Electronic Length 2): il terzo coronale del materiale da otturazione è stato rimosso con frese Gates Glidden, mentre l’apice è stato nuovamente negoziato mediante l’utilizzo di alcune gocce di solvente e di un #25 k-File a cui era stata collegata la clip del rilevatore apicale. La progressione apicale del file è stata arrestata nel momento in cui il rilevatore dava segnale del raggiungimento apicale.

Criteri di valutazione

Il comportamento del rilevatore elettronico d’apice è stato valutato confrontando le misure con esso ottenute prima e dopo l’otturazione canalare (EL1 ed EL2), con l’effettiva lunghezza canalare (DL). La validazione strumentale è stata analizzata attraverso il metodo statistico di Bland & Altman, che ci ha consentito di ottenere un intervallo più rappresentativo della popolazione e di avere dunque una variabilità migliore del fenomeno.

Risultati

Il rilevatore elettronico ha fornito delle sovrastime statisticamente significative della lunghezza canalare, mostrandosi meno preciso in corso di ritrattamento. La sovrastima media prima dell’otturazione endodontica è stata 0,16 mm, mentre quella riscontrata in corso di ritrattamento è stata 0,40 mm.

Questi risultati diventano ancora più significativi se si considerano i valori di massima sovrastima ottenibili in casi limite, e cioè rispettivamente 1,20 mm e 1,79 mm. In nessun campione il rilevatore ha fornito sottostime della lunghezza canalare. ProTaper Obturator e Guttacore influenzano in maniera similare il comportamento del rilevatore elettronico.

Valenza clinica

Era già stato suggerito come almeno 0,5 mm dovessero essere sottratti alla lunghezza fornita da un rilevatore elettronico durante una terapia canalare primaria, per far si che la stessa rimanesse confinata alla costrizione apicale minore.

Ciò che non era stato mai detto in letteratura, e che, in virtù dei risultati da noi conseguiti, ci sentiamo di poter affermare, è che invece almeno 1 mm deve essere sottratto alla lunghezza fornita dal rilevatore in caso di ritrattamento, per far si che anche quest’ultimo possa essere eseguito senza violare i limiti dell’endodonto.

bibliografia

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2) Goldberg F., MarroquinB.B., FrajlichS., Dreyer C, In Vitro Evaluation of the Ability of Three Apex Locators to Determine the Working Length During Retreatment. J Endodontics 2005;31:676-8.
3) AggarwalV., SinglaM., Kabi D. An in Vitro Evaluation of Performance of Two Electronic Root Canal Length Measurement Devices during Retreatment of Different Obturating Materials. J Endod 2010;36:1526-30.
4) EbrahimA.K., Wadachi R., Suda H. In vitro evaluation of the accuracy of five different electronic apex locators for determining the working length of endodontically retreated teeth. AustEndodJ 2007; 33:7-12.

Università degli studi di Roma TorVergata
Reparto di Odontoiatria Conservativa

Lussazione intrusiva degli incisivi decidui superiori e sequele dei corrispettivi elementi permanenti

Lussazione intrusiva degli incisivi decidui superiori e sequele dei corrispettivi elementi permanenti: Studio Clinico e Follow-Up

Dott.ssa G.S. Salone
Relatore: Prof. A. Caprioglio

Lo scopo di questo studio è di valutare gli aspetti epidemiologici delle lussazioni intrusive che si verificano a carico degli incisivi superiori in dentizione decidua. Inoltre, verranno presi in esame la prevalenza dei disturbi nello sviluppo dei corrispettivi elementi permanenti in relazione all’età del paziente al momento del trauma.

MATERIALI E METODI

Soggetti studio:

pazienti di età compresa fra i 12 e 60 mesi di età afferiti presso due studi odontoiatrici privati a seguito di trauma dentale. Numero dei pazienti: 45 bambini (55 denti decidui) di cui 30 (34 denti decidui), 16 maschi e 14 femmine, hanno subìto una o più lussazioni intrusive. Tutti i dati anamnestici e clinici sono stati riportati in un apposito questionario costruito sulla base delle linee guida della IADT- Italia e successivamente diviso in due parti.

Prima parte
•Sesso
•Età del paziente al momento del trauma
•Causa del trauma
•Variabili traumatiche
•Trattamento d’urgenza

Seconda parte Segni clinici raccolti durante il follow-up:
•Dolore spontaneo
•Grado di mobilità
•Variazioni cromatiche
•Vitalità
•Esiti post-traumatici
•Cambiamenti nel processo di ri-eruzione
•Disturbi nello sviluppo del corrispettivo elemento permanente.

L’analisi statistica di tipo descrittivo è stata eseguita con il Test Chi-quadro ( 2 ), il livello di significatività è stato posto al 5% ( P<.05 ) e i dati sono stati processati con MedCalc© software ( version 11.5.1;)

RISULTATI

Non esiste una correlazione statistica significativa (P >.05) tra i due sessi (Maschi 53.3% Femmine 46.7%) el’incidenza delle cause di lussazione intrusiva è la seguente:
•Cadute durante la deambulazione, 58.9%
•Impatto contro oggetti di consistenza dura, 29.4%
•Varie (incidenti stradali, attività sportiva), 11.8%

È stata riscontrata una correlazione significativa (P<.05) tra causa del trauma e numero di elementi coinvolti nello stesso.
I disturbi post-traumatici si sono manifestati in tutti gli incisivi decidui intrusi eccetto quelli traumatizzati all’età di 49-60 mesi. Venti decidui (57.1%) hanno sviluppato necrosi pulpare 12 dei quali intrusi all’età di 12-24 mesi. Durante il follow-up, la completa ri-eruzione spontanea è stata osservata in 15 incisivi (55.5%). La più alta percentuale di elementi ri-erotti spontaneamente si osserva negli incisivi intrusi a 12-24 mesi di età. La mobilità è il parametro significativo (P= 0.02): tutti gli incisivi permanenti che hanno sviluppato ipoplasia dello smalto sono stati preceduti da decidui con moderata mobilità, mentre solo 7 incisivi (58.3%) hanno avuto un’eruzione ectopica.

Le sequele sono state osservate a carico di 29 incisivi permanenti come riportato:
•11 incisivi, ipoplasia dello smalto
•12 incisivi, eruzione ectopica
• 5 incisivi, deformazione della corona e/o radice
•3 incisivi, arresto dello sviluppo radicolare.
•Infine, è possibile appurare come i disturbi dello sviluppo aumentino con l’età del bambino al verificarsi del trauma: dall’ 86.9% all’età di 12-24 mesi fino alla totalità degli elementi permanenti all’età di 49-60 mesi.

DISCUSSIONE

Sulla base dell’analisi statistica retrospettiva condotta possiamo sinteticamente affermare che la lussazione intrusiva degli incisivi superiori decidui si verifica con maggior frequenza in pazienti di età compresa tra i 12 ed i 24 mesi. La leggera prevalenza nel sesso maschile non è comunque supportata da una significatività statistica.

La causa ricorrente del trauma è la caduta durante la deambulazione e risulta statisticamente correlata al numero degli elementi coinvolti. Tra questi, l’incisivo centrale destro è coinvolto con una frequenza maggiore rispetto al contro laterale.

Non è stata riscontrata una correlazione significativa tra età del paziente al momento del trauma ed esiti post-traumatici o processo di ri-eruzione spontanea. Gli incisivi decidui che all’esame clinico hanno manifestato moderata mobilità, hanno riportato disturbi nello sviluppo dell’elemento permanente.

CONCLUSIONI

Durante l’infanzia i traumi a carico degli elementi decidui costituiscono delle evenienze particolarmente frequenti, con esiti non esclusivamente limitati all’elemento deciduo ma, spesso, riguardanti il corrispettivo dente permanente.

In ultimo è molto importante ricordare quanto la risposta istologica sia soggettiva ed individuale per ogni paziente e che la giovane età al momento dell’evento traumatico costituisce un elemento importante per la positività della prognosi: bisogna, dunque, sempre valutare il grado di maturazione della radice traumatizzata, lo stato di salute del tessuto parodontale e, soprattutto, il grado di collaborazione del piccolo paziente.

La bassa significatività statistica confuta la possibile correlazione tra età del paziente al momento del trauma e tipo di sequela dell’incisivo permanente.

bibliografia

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Università degli Studi dell’Insubria
Dipartimento di Scienze Chirurgiche e Morfologiche
Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria
Presidente: Prof. Angelo TAGLIABUE

Analisi tridimensionale del muscolo massetere

Tracciato cefalometrico, esame ecografico, misurazioni bidimensionali, ricostruzione tridimensionale del muscolo massetere

Analisi tridimensionale del muscolo  massetere in pazienti in crescita con differenti patterns facciali verticali

AUTORE: Andrea Noviello
RELATORE: Prof.ssa Paola Cozza

OBIETTIVO

È stato quello di analizzare le caratteristiche anatomiche tridimensionali del muscolo massetere in pazienti in crescita con diversi patterns facciali verticali utilizzando una metodica ecografica non invasiva.

MATERIALI E METODI

Il gruppo di studio comprende 60 pazienti in fase prepuberale (33 M, 27 F) con età media di 11,5 + 1,6 anni, in dentizione mista tardiva o permanente, l Classe molare  e scheletrica. Per ciascun soggetto  è stata effettuata una teleradiografia latera-laterale del cranio e in base al valore cefalometrico dell' angolo formato dal piano mandibolare con il piano di Francoforte (FMA) i pazienti sono stati suddivisi in tre gruppi con  differenti patterns facciali verticali (VFPs): a) Brachifacciali: FMA:< 22·   b) Mesofacciali:  22· !SFMA!S 28.   c) Dolicofacciali: FMA> 28.

Contestualmente  alla  teleradiografia  del cranio  per ogni soggetto è stato effettuato un esame ecografico del muscolo massetere per analizzare spessore,  larghezza,  area  della  sezione  trasversale  (CSA)  e volume.  È stato impiegato un trasduttore lineare volumetrico a matrice elettronica che consente  l'acquisizione di dati nei tre piani dello  spazio contemporaneamente  e istantaneamente. Le scansioni sono state eseguite bilateralmente,   sia in rilassamento che in contrazione. Per ciascun parametro lineare e bidimensionale è stato registrato il valore medio delle misurazioni effettuate sulle  tre sezioni trasversali centrali. Le misurazioni e le immagini volumetriche del muscolo vengono generate automaticamente dal software di ricostruzione. Le differenze delle medie delle misurazioni tra i sottogruppi facciali verticali sono state confrontate  mediante analisi della varianza (ANOVA) con test di Tukey e test post-hoc.

RISULTATI

Il  massetere in contrazione aumenta  in spessore, CSA  e volume indipendentemente dal pattern facciale verticale. Le dimensioni del massetere nei pazienti dolicofacciali risultano significativamente inferiori in confronto con pazienti brachifacciali e mesofacciali sia in rilassamento che in contrazione. Il volume del  massetere diminuisce  in modo significativo del 1O%  confrontando il gruppo brachifacciale  con il  mesofacciale  e del 10% confrontando il gruppo mesofacciale con il gruppo dolicofacciale, senza differenze significative tra i lati destro e sinistro.

CONCLUSIONI

L' ecografia si è dimostrata una tecnica indicata nei bambini per la valutazione dei muscoli della masticazione in vivo. Pazienti con pattern di crescita dolicofacciale presentanoimensioni del massetere ridotte rispetto a soggetti brachi mesofacciali; l'ecografia  può essere utilizzata in questi pazienti per monitorare i cambiamenti funzionali e dimensionali determinati da appositi dispositivi ortodontici a livello muscolare.

bibliografia

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8. Serra MD, Gaviao MBD, dos Santos Uchoa MN. The use of ultrasound in the investigation of muscles of mastication. Ultrasound Med Biol. 2008;34:1875-84.

Università  degli Studi di Roma Tor Vergata
Corso  di Laurea specialistica in Odontoiatria e Protesi Dentaria
Presidente: Prof.ssa Paola  Cozza
Insegnamento di Ortognatodonzia

Caratteristiche scheletriche e dentali nel paziente con sindrome di Williams – Beuren

Tesi di laurea: Gaia Rosati
Relatore: Efisio Defraia

La sindrome di Williams – Beuren (SWB) è un disordine genetico, con prevalenza stimata tra 1/7500–20000 neonati, dovuta a delezione cromosomica nel cromosoma 7 (7q11.23). Essa coinvolge vari organi ed apparati ed è caratterizzata da una tipica facies chiamata: “elfin face”.

La letteratura degli ultimi 50 anni che si è occupata delle caratteristiche scheletriche e dentali della SWB ha evidenziato:

CARATTERISTICHE DENTALI

  • Anomalie di numero: Agenesie.
  • Anomalie di dimensione: Minor diametro MD e/o VL; taurodontismo molare.
  • Anomalie di forma: Incisivi laterali superiori permanenti conoidi o "a cacciavite".
  • Anomalie della rizolisi: Rizolisi prematura atipica (RPA).
  • Anomalie dello smalto: Ipoplasia.

CARATTERISTICHE SCHELETRICHE

  • Inclinazione verso l'alto del mascellare superiore.
  • Base cranica corta sebbene l'angolo della base cranica fosse normale.
  • Angolo del piano mandibolare aumentato sebbene l'altezza facciale totale fosse normale.
  • Diminuzione dell'apofisi geniena sebbene la mandibola non potesse essere classificata come retrognatica.

OBIETTIVI

Analizzare le caratteristiche scheletriche e dentali in un gruppo di 23 soggetti con diagnosi di SWB in età evolutiva (6-12 anni).

MATERIALI E METODI

Tutti i 23 soggetti sono stati sottoposti a follow - up a 6 mesi, 18 su 23 sono riusciti a eseguire OPT e 15 su 23 Teleradiografie in proiezione latero - laterale. Tramite la clinica e le OPT è stato possibile eseguire un'analisi descrittiva delle anomalie dentali. Tramite le Teleradiografie è stata affrontata un'analisi cefalometrica, i cui valori, angolari e lineari, sono stati confrontati con quelli medi forniti da un atlante, con il metodo statistico del t - student per campioni indipendenti (p < 0.05).

RISULTATI

CONCLUSIONI

Alla luce dei risultati ottenuti dall'analisi clinica e dall'analisi cefalometrica con confronto con metodo statistico, nell'approccio al paziente con SWB si renderanno necessarie:

1) La formulazione di un protocollo operativo includente: prima visita odontoiatrica entro i 3 anni di vita con follow - up a 6 mesi; la modificazione del comportamento; protocolli di prevenzione; diagnosi precoce delle anomalie dentali con accurata terapia intercettiva.

2) L'individuazione precoce delle parafunzioni che determinano malocclusione, seguita da terapia odontoiatrica intercettiva, terapia logopedica e oro - miofunzionale,in quanto, la presenza di II classi, di biprotrusione basale e di iperdivergenza nel gruppo campione, rientra in quello che è stato definito dismorfismo facciale ("elfine face") tipico della sindrome.

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Università degli Studi di Firenze

Ruolo della simulazione del carico occlusale sull’efficacia di un cemento resinoso

Role of chewing simulation on luting effectiveness of a resin-based cement for indirect restorations
Ruolo della simulazione del carico occlusale sull’efficacia di un cemento resinoso per restauri indiretti

Relatore: Chiar.mo Prof. Lorenzo Breschi
Laureanda: Ilaria Spagnolo

Obiettivo

Scopo della presente ricerca è stato la valutazione dell’interfaccia adesiva creata da un sistema di cementazione resinoso semplificato (RelyX Ultimate, 3M ESPE) e di un sistema di cementazione tradizionale multi-step (Variolink II , Ivoclar Vivadent) mediante analisi della FORZA ADESIVA e NANOLEAKAGE. Inoltre si è valutato l’effetto di una SIMULAZIONE DEL CARICO MASTICATORIO mediante CHEWING SIMULATOR (CS-4, SD, Mechatronik) .

Materiali e metodi

Due materiali usati per la cementazione hanno dato vita a due protocolli diversi: Ceramic Protocol (materiale cementato: ceramica feldspatica Mark II, Vita) e RNC Protocol (materiale cementato: Resin Nano Ceramic Lava Ultimate, 3M ESPE). Ceramic protocol e RNC Protocol seguono entrambi lo stesso schema, confrontando campioni sottoposti a carico mediante Chewing Simulator (CS) con campioni mantenuti in condizioni statiche (S). 56 terzi molari intatti, non cariati, sono stati decoronati con il microtomo Micromet (Remet) in modo da esporre una superficie di dentina medio-profonda; l’assenza di smalto è stata verificata con lo stereomicroscopio Stemi 2000-C (Carl Zeiss Jena GmbH) e la superficie calcolata mediante il software per immagini Image Pro Plus 6.2.

Lo smear layer è stato ottenuto abradendo la superficie per 10 s con una carta P180. La standardizzazione delle radici è stata ottenuta con il posizionamento in un primo supporto in teflon contenente Protemp 4 (3M ESPE); il parallelismo delle superfici è stato reso possibile con l’ausilio del dispositivo per la simulazione della masticazione. 28 denti così preparati sono stati assegnati al Ceramic Protocol, mentre i rimanenti 28 sono stati usati per RNC Protocol. CERAMIC PROTOCOL: 28 denti 4 gruppi: G1 S e G1 CS, statico e dinamico cementati con RelyX Ultimate; G2 S e G2 CS, statico e dinamico cementati con Variolink II. Di ciascun gruppo, 5 denti sono stati usati per μTBS test e 2 per l’analisi del nanoleakage.

Cementazione G1 S e G1 CS:

1) Scotchbond Universal, 3M ESPE (exp. name: EXL 759) sulla sup. dentale per 20 s, leggero getto d’aria

2) acido fluoridrico (Ultradent Porcelain Etching) sulla ceramica per 90 s , lavaggio ed asciugatura

3) Scotchbond Universal sulla superficie mordenzata della ceramica per 20 s, leggero getto d’aria

4) RelyX Ultimate viene applicato sia sulla ceramica sia sulla superficie dentale

5) pressione di 20 g/mm² grazie ad un’apposita pressa, per 6 min, secondo protocollo

6) fotopolimerizzazione 20 s/lato + 20 s superficie occlusale, tot 100 s

Cementazione G2 S e G2 CS:

1) gel mordenzante Total Etch sulla superficie dentale per 15 s, lavaggio ed asciugatura

2) silano Monobond Plus (Ivoclar Vivadent) per 60 s sulla superficie della ceramica già mordenzata

3) adesivo ExciTE F DSC (Ivoclar Vivadent) per 10 s sulla ceramica + 10 s sulla superficie dentale , getto d’aria

4) miscelazione di Variolink II Base e Variolink II Catalyst per 10 s

5) pressione di 20 g/mm² grazie ad un’apposita pressa, per 6 min, secondo protocollo

6) fotopolimerizzazione 40 s per lato + 40 s superficie occlusale, tot 3 min e 20 s, previa applicazione del gel alla glicerina Liquid Strip

RNC PROTOCOL:

28 denti 4 gruppi: G3 S e G3 CS (statico e dinamico cementati con RelyX Ultimate); G4 S e G4 CS (statico e dinamico cementati con Variolink II). Di ciascun gruppo, 5 denti sono stati usati per μTBS test e 2 per l’analisi di nanoleakage. Lava Ultimate: 80% in peso di particelle nanoceramiche (ZrO₂ e SiO) contenute in una matrice resinosa.

Cementazione G3 S e G3 CS:

nessuna differenza con la procedura di G1 S e G1 CS ad eccezione del trattamento superficiale di RNC Lava Ultimate, sabbiato con Rocatec Junior (3M ESPE) utilizzando particelle di 99,6% Al₂O₃ di diametro <50μm ad una pressione di 45-55 psi per 15 s.

Cementazione G4 S e G4 CS:

nessuna differenza con la procedura di G2 S e G2 CS ad eccezione della sabbiatura di RNC Lava Ultimate.

SIMULAZIONE DELLA MASTICAZIONE

Risultati

Conclusioni e rilevanza clinica della tesi

1)il sistema semplificato Rely X Ultimate offre risultati comparabili al sistema Variolink II per la cementazione di restauri in ceramica feldspatica
2)il sistema semplificato Rely X Ultimate sembra tollerare meglio un anno di masticazione rispetto a Variolink II nel caso di cementazione di RNC

bibliografia

– Goracci C, Cury AH, Cantoro A, Papacchini F, Tay FR and Ferrari M “Microtensile bond strength and interfacial properties of self-etching and self-adhesive resin cements used to lute composite onlays under different seating forces” Journal of Adhesive Dentistry 2006; 8: 327-335
– Rosentritt M, Behr M, Gebhard R, Handel G “Influence of stress simulation parameters on the fracture strength of all-ceramic fixed-partial dentures” Dent Mater 2006; 22: 176-182
– Steiner M, Mitsias ME, Ludwig K and Kern M “In vitro evaluation of a mechanical testing chewing simulator” Dent Mater, 2009; 25: 494-499
– Tay FR, Hashimoto M, Pashley DH, Peters MC, Lai SC, Yiu CK and Cheong C “Aging affects two modes of nanoleakage expression in bonded dentin” J Dent Res, 2003; 82: 537-41

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRIESTE
Corso di laurea in Odontoiatria e protesi dentaria

Dal 2D al 3D: un modello parametrico tridimensionale

Dal 2D al 3D: un modello parametrico tridimensionale per rilevare forma e posizione delle radici partendo dall’ortopantomografia e dai modelli in gesso

Laureata: Laura Mazzotta
Relatore: Armando Silvestrini-Biavati
Correlatore: Mauro Cozzani

Nella moderna ortodonzia, sta aumentando sempre di più l’uso di apparecchiature invisibili -allineatori/terapia linguale customizzata. Tuttavia, per queste tecniche, viene eseguito un piano di trattamento virtuale che non tiene conto della posizione delle radici rispetto all’osso e rispetto agli altri denti. Scopo di questo studio sperimentale è costruire dei modelli parametrici 3D da cui ricavare la posizione e la forma delle radici partendo da modelli in gesso e panoramica del paziente, al fine di valutarne la precisione, di ridurre l’uso di CBCT o TC (nei casi in cui non sia indispensabile per la diagnosi e la terapia) e di simulare il movimento corono-radicolare -e non solo coronale- nell’impostazione del piano di trattamento.

Materiali e metodi

Sono state acquisite CBCT, Opt e impronte in polietere delle due arcate di una paziente. Le impronte sono state colate in gesso e scansionate con DentalVision, uno scanner ottico (Scansystem, Cascina, Italia). Per ogni dente, sono stati considerati e misurati vari parametri (larghezze coronali a livello dell’equatore e della giunzione amelo-cementizia, altezza coronale, larghezza delle radici, distanza tra gli apici, altezza ossea, altezza della forcazione, altezza del dente misurata dall’apice alla cuspide); le misurazioni eseguite in vivo, dall‘Opt, dal modello 3D scansionato e dalla CBCT sono state confrontate per valutarne la comparabilità e la precisione.

Con un software CAD SolidWorks (Dassault Systèmes SolidWorks Corp. Concord, Massachusetts) sono stati costruiti i modelli parametrici di un incisivo e di un molare inferiore utilizzando curve B-spline e superfici di forma libera. Ai modelli parametrici sono state assegnate le misure dei denti 2.1. e 3.6. della paziente; gli stessi due denti sono stati segmentati dalla CBCT utilizzando Amira (Visage Imaging GmbH, San Diego, CA).

I due modelli sono stati poi sovrapposti e confrontati tramite Geomagic (Geomagic Qualify 2012, Morrisville, NC), al fine di valutare la precisione del modello parametrico.

Risultati

E’ stato necessario calcolare un fattore di scala (0,313854) che rendesse confrontabili le misure della CBCT (in pixel) con le altre misurazioni (in mm). I dati, non essendo normalmente distribuiti, sono stati analizzati con test statistici non parametrici. Le misurazioni ottenute da Opt sono risultate confrontabili con le misurazioni ottenute sia da CBCT, che in vivo, che dal modello 3D (P sempre > 0.05). Le misurazioni in larghezza si sono dimostrate più precise e affidabili rispetto a quelle in lunghezza.

Dalla sovrapposizione dei modelli è risultato che il modello dell’incisivo ha un errore minimo inferiore a 0,7mm (lati vestibolare e mesiale, in verde) e massimo di 1,1mm (lato palatale, a livello della radice in arancione). Il molare ha un errore globale a livello radicolare di 1,1-1,7mm; la giunzione amelo-cementizia, -soprattutto sul lato vestibolare- è risultata la parte più imprecisa del dente con un errore di 2mm (massimo errore riscontrato).

Valenza Clinica

La ricostruzione in 3D tramite modello parametrico permette la simulazione di un movimento corono-radicolare e non solo coronale durante i piani di trattamento virtuali propri delle metodiche di allineamento invisibile. In questo modo si hanno maggiori informazioni cliniche -spostamento della radice- con meno assorbimento di radiazioni per il paziente.

CONCLUSIONE

Questo studio mostra una nuova metodica sperimentale che permette di costruire un modello parametrico 3D del dente partendo da Opt e modelli scansionati, con una precisione clinicamente valida. Questo offre la possibilità di ricostruire sia la corona che la radice dei denti analizzati, con una dose di radiazioni bassa. Ulteriori studi sono necessari e sono già in corso per validare la metodica su un maggior numero di pazienti, ricostruendo intere arcate e ricercando una maggiore numerosità statistica.

bibliografia

1.Mazzotta L, Cozzani M, Razionale A, Mutinelli S, Castaldo A, Silvestrini-Biavati A. From 2D to 3D: Construction of a 3D Parametric Model for Detection of Dental Roots Shape and Position from a Panoramic Radiograph-A Preliminary Report. Int J Dent. 2013;2013:964631. doi: 10.1155/2013/964631.
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3.Hahn W, Engelke B, Jung K, Dathe H, Fialka-Fricke J, Kubein-Meesenburg D, Sadat-Khonsari R. Initial forces and moments delivered by removable thermoplastic appliances during rotation of an upper central incisor. Angle Orthod. 2010;80:239-46.
4.Frisardi G, Chessa G, Barone S, Paoli A, Razionale AV, Frisardi F. Integration of 3D anatomical data obtained by CT imaging and 3D optical scanning for computer aided implant surgery. BMC Med. Imaging. 2011;11:5.
5.Baumgaertel S, Palomo JM, Palomo L, Hans MG. Reliability and accuracy of cone-beam computed tomography dental measurements. Am J Orthod Dentofacial Orthop. 2009;136:19-25; discussion 25-8
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10.Sinthanayothin C., Tharanon W. 3D Orthodontic Treatment Simulation with Tooth segmentation and Alignment. WACBE, World Congress on Bioengineering 2007, Bangkok, Thailand.

Corso di Laurea Specialistica In Odontoiatria e protesi dentaria
Università di Genova

Il Carico Immediato nel Settore Frontale Superiore

Il Carico Immediato nel Settore Frontale Superiore: due Tempistiche di Inserimento a Confronto

Tesi di Laurea di: Federica Vantellino
Relatore: Dott. Fabrizio Carini

INTRODUZIONE

La perdita di elementi dentari nel settore frontale estetico superiore per cause endodontiche, parodontali, traumatiche etc., causa al paziente delle problematiche di tipo funzionale, fonetico ed estetico nella vita lavorativa e di relazione. La riabilitazione protesica/ implanto-protesica deve quindi risolvere i deficit arrecati al paziente, ma deve anche rispettare tempi terapeutici brevi per soddisfare l’importante valenza estetica della riabilitazione stessa.

Questo porta, quando possibile, alla scelta di una terapia implantare basata sulla tecnica del carico immediato rispetto ad una riabilitazione di tipo standard. In questa tesi vengono confrontate due tempistiche di inserimento implantare a carico immediato: il TIPO 1 prevede un inserimento post-estrattivo, il TIPO 2 invece un inserimento dopo 4-8 settimane dall’evento estrattivo. Viene fatta una valutazione a 4 e 12 mesi dei seguenti parametri: immagine radiografica, assenza di dolore, mobilità o suppurazione, condizione dei tessuti molli ed aspetto estetico.

RISULTATI E DISSCUSSIONE

Confrontando i risultati riguardanti gli impianti di tipo 1 e 2 possiamo dire che la percentuale di osteointegrazione complessiva è del 94% a favore del tipo 2 (87,5%), dal momento che un impianto di tipo 1 è stato perso in un paziente con storia di parodontite. Inoltre emerge che l’osteointegrazione non viene influenzata dai valori di ISQ registrati per ogni impianto inserito, non essendoci differenze statificamente significative tra i valori riportati.

Gli impianti di tipo 1 inoltre mostrano dati di recessione gengivale ad 1 anno del 3,9% in più rispetto al tipo 2, soprattutto nel biotipo sottile. Radiotrasparenza e riassorbimento perimplantare presentano invece valori significativi (P=0,016) negli impianti di tipo 1.

Infine non si è rivelata significativa la differenza emersa tra i valori PES/WES estetici, valutati rispettivamente dal paziente e dall’operatore, e si valuta assenza di sintomatologia algica e suppurazione in tutti gli impianti osteointegrati .

CONCLUSIONI

Il carico immediato rappresenta una scelta terapeutica ottima per riabilitare la zona frontale, dove l’estetica è un aspetto fondamentale, soprattutto con tecnica di TIPO 2. Il successo può essere raggiunto attraverso una scelta accurata del paziente, una conservazione del profilo crestale ed una corretta gestione dei tessuti molli perimplantari.

Tutti questi aspetti devono essere seguiti dall’utilizzo di tecniche e impianti adeguati secondo il protocollo operativo specifico ed una buona competenza e abilità del chirurgo.

bibliografia

•N. P. Lang, J. Lindhe. Parodontologia clinica e implantologia orale 5a edizione Edi Ermes 2010: 1089-1096;
•Chen S, Buser D. Implants in post-extraction sites: A literature update. In: Buser D, Belser U, Wismeijer D (eds). ITI Treatment Guide.Vol 3: Implants in extraction sockets. Berlin: Quintessence, 2008.
•Stephen T. Chen, Daniel Buser. Clinical and Esthetic Outcomes of Implants Placed in Postextraction Sites;187-217 The International Journal of Oral and Maxillofacial Implants, Volume 24, Supplement, 2009
•James A.G. Hall, Alan G.T. Payne, David G.Purton, Warwick J. Duncan, Rohana Kumara De Silva. Immediately Restored, Single- Tapered Implants in the Anterior Maxilla: Prosthodontic and Aestethic Outcomes After 1 year.
Clinical Implant Dentistry and Related Research Volume 9, Issue 1: 34-45. March 2007;
•Protocollo chirurgico TSA Advance®

Università degli Studi di Milano-Bicocca
Facoltà di Medicina e Chirurgia
Dipartimento di Chirurgia e di Medinina Interdisciplinare
Cattedra di Clinica Odontoiatrica
U. O. di Odontostomatologia
Corso di Laurea Magistrale in Odontoiatria e Protesi Dentaria
Corso di Laurea in Igiene Dentale
Scuola di Specializzazione in Chirurgia Orale
Dottorato di ricerca in Parodontologia Sperimentale
Direttore: Prof. Guido Cavaletti

Livelli salivari e sierici di IL6 e IL8 in pazienti con carcinoma del cavo orale

Livelli salivari e sierici di IL6 e IL8 in pazienti con carcinoma del cavo orale

Martina E*
Menegatti E
Capello N, Gardino N
Tanteri C
Broccoletti R
Arduino PG

INTRODUZIONE

I tumori della cavità orale rappresentano circa il 30% di tutti i tumori della testa e del collo, ed il 95% di questi sono carcinomi squamosi. Tutt’oggi si tratta di una patologia con elevata malignità ma che se diagnosticato nelle sue fasi iniziali presenta un’ottima prognosi. E’ stata ipotizzato l’uso di molecole marcatrici in senso diagnostico-prognostico per quanto riguarda i tumori del cavo orale:le molecole più studiate sono state l’interleuchina-6 (IL-6) e l’interleuchina-8 (IL-8).

SCOPO DELLO STUDIO

Si è voluto indagare se esistano delle differenze di espressione per IL-6 e IL-8 tra pazienti affetti da carcinoma squamoso del cavo orale e controlli sani a livello salivare e sierico. Successivamente i livelli delle due citochine sono stati correlati con parametri clinici e istopatologici dei pazienti affetti dalla patologia neoplastica.

MATERIALI E METODI

Sono stati reclutati, nel periodo compreso tra Febbraio 2010 e Maggio 2011, 42 casi di carcinoma squamocellulare del cavo orale afferenti al Servizio di Patologia ed Oncologia Orale, CIR –Dental School (Azienda Ospedaliera Città della Salute e della Scienza di Torino) e 42 controlli sani, paragonabili per sesso, età ed abitudini voluttuarie.

RACCOLTA DEI CAMPIONI

Sono stati prelevati un minimo di 2 ml di saliva, in seguito a salivazione spontanea, per paziente. I campioni salivari sono stati centrifugati a 3500 rpm per 15 minuti a 4°C, è stato raccolto il surnatante ed è stato consevato a -80°C fino al momento della analisi. Il prelievo sierico è stato effettuato utilizzando provette senza anticoagulante. L’intero campione di sangue è stato centrifugato a 300 rpm per 10 min a 15°C. Il siero è stato conservato a -80°C fino al momento dell’analisi.

MATERIALI E METODI DI DOSAGGIO

La tecnica utilizzata per il dosaggio delle citochine è quella E.L.I.S.A.

ANALISI STATISTICA

Medie e distribuzioni di frequenza sono state esaminate per tutte le variabili. Utilizzate mediane per i valori delle IL-6 e 8. Associazioni tra livelli di IL e le variabili sono state ottenute con l’analisi della varianza. Per l’analisi univariata e multivariata, i livelli di IL-6 e IL-8 sono stati trattati come una variabile continua dopo la loro trasformazione logaritmica. Sono stati usati plots Kaplan-Trame Meier ed i test log-rank. Per l’analisi univariata e multivariata sono stati usati modelli Cox di rischio proporzionale per relazionare livelli di IL-6 salivare e IL8 in saliva e siero con le variabili di controllo e l’evento di recidiva o morte.

RISULTATI

I pazienti sono stati seguiti con un follow-up medio di 25 mesi. Dai risultati ottenuti emerge che la IL-6 salivare aumenta in modo statisticamente significativo nei casi rispetto ai controlli, mentre la variazione della stessa proteina nel siero dei pazienti affetti da carcinoma rispetto ai sani non è statisticamente significativa, lo stesso per quanto riguarda IL-8 salivare. IL-8 è stata trovata aumentata nei casi rispetto ai controlli a livello sierico, questa evidenza è però debolmente significativa dal punto di vista statistico.

Per quanto riguarda la correlazione con i parametri clinici e istopatologici dei pazienti, possiamo affermare che il livello di IL-6 salivare aumenta all’aumentare della dimensione del tumore primitivo; il fumo e la presenza di metastasi linfonodali ne fanno salire il livello ma in modo non statisticamente significativo. Nessuna correlazione è stata invece riscontrata con i livelli sierici di IL-6 e con i livelli salivari e sierici di IL-8.

La probabilità che si possa verificare una recidiva della patologia è stata associata più al fatto che si sia attuata della radioterapia piuttosto che a livelli alterati di citochine.

Per quanto riguarda l’evento morte, è stata evidenziata una correlazione statisticamente significativa tra aumentati livelli di IL-6 salivare ed aumentato rischio di andare incontro a morte. La prognosi è peggiore in modo statisticamente significativo se l’età è avanzata (>68 anni), se è presente un coinvolgimento linfonodale e se è stata eseguita chemioterapia. I siti più colpiti risultano essere lingua e pavimento anche se non sono questi i siti che hanno avuto prognosi peggiore. Il fatto che non sia stata eseguita chirurgia correla con una prognosi peggiore in modo debolmente significativo.

CONCLUSIONI

Il nostro è il primo studio prospettico nella letteratura internazionale ad aver condotto una ricerca con una numerosità campionaria di 84 soggetti (42 casi e 42 controlli sani), comprendendo esclusivamente casi di carcinomi squamosi del cavo orale e conducendo un'indagine per IL-6 e IL-8 sia su saliva che su siero. I risultati ottenuti sembrano individuare l'IL-6 come possibile molecola da utilizzare come marcatore per patologia neoplastica orale.

Il fatto che la significatività statistica sia più alta per IL-6 salivare potrebbe rivelarsi molto utile nella pratica: un semplice esame di un campione salivare, sicuramente meno invasivo per il paziente e meno costoso per il sistema sanitario, rispetto ad un prelievo di sangue venoso periferico, potrebbe aiutare il clinico nella diagnosi delle neoplasie del cavo orale. Data la correlazione tra IL-6 in saliva ed evento morte, i pazienti che presentano livelli salivari più elevati di IL-6 potrebbero essere inseriti in programmi di follow-up più stretto o sottoposti a trattamenti più radicali.

La significatività statistica, la validità scientifica e il rapporto costi/benefici fanno dell’analisi dei livelli salivari di IL6 un potenziale strumento da impiegare nella pratica clinica da parte degli operatori sanitari che si occupano di patologia orale, sia nella diagnosi che nella gestione del paziente neoplastico. Studi ulteriori, con una casistica maggiore, si rendono necessari per rafforzare ulteriormente le evidenze, in particolare per valutare e confermare l'utilizzo in senso diagnostico-prognostico dell’analisi della concentrazione dell’IL-6 nella saliva di pazienti con tumore del cavo orale.

bibliografia

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5.WU JY, YI C, CHUNG HR, WANG DJ, CHANG WC, LEE SY, LIN CT, YANG YC, YANG WC. Potential biomarkers in saliva for oral squamous cell carcinoma. Oral Oncol 2010;46:226-31.

Department of Surgical Sciences
Oral Medicine Section – CIR - DENTAL SCHOOL – Turin - ITALY

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