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Università Vita-Salute San Raffaele: iscrizioni ai corsi di laurea ancora aperte

paziente conservativa

Sono ancora aperte le iscrizioni ai test d’ingresso dei corsi di laurea in Odontoiatria e Igiene Dentale presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, che si terranno il 28 agosto.

Il raggiungimento delle competenze professionali nel corso di Odontoiatria e Protesi Dentaria avviene in seguito a un processo di apprendimento della durata di sei anni, durante i quali gli studenti non solo sono affiancati da professionisti di fama internazionale, ma devono confrontarsi fin dal primo anno con il mondo clinico.

Già il primo anno vengono, inoltre, tenuti corsi su preparati anatomici umani e viene data a ogni studente la possibilità di andare gratuitamente all’estero presso prestigiose strutture odontoiatriche dove iniziare ad apprendere basi organizzative e di management.

Il numero chiuso permette a ogni frequentante di essere seguito durante ogni fase del suo percorso, avvalendosi di una didattica interattiva. Gli studenti vengono introdotti nel mondo della ricerca, nel cui ambito saranno in grado di trovare una propria indipendenza una volta usciti dall’università.

La figura che si propone di formare l’Università San Raffaele è quella di un odontoiatra moderno, dalle solide competenze, un professionista della medicina.

Nuovo statuto, AIO e ANDI plaudono all’ENPAM

perno moncone dente devitalizzato Dentist estrazione dente del giudizio incluso

Un passo avanti verso un futuro più solido e una professione più consapevole, l’esecutivo AIO manifesta assenso all’approvazione a maggioranza del nuovo statuto dell’Enpam e plaude soprattutto all’approdo dell’autonoma rappresentanza odontoiatrica nel Consiglio Nazionale dell’ente pensionistico di medici e dentisti, un cammino partito quasi vent’anni fa nel 1995 con l’ingresso dei laureati in odontoiatria.

AIO constata inoltre con soddisfazione come Enpam resti l’Ente di Previdenza e Assistenza dei soli medici e odontoiatri. A margine dell’approvazione del nuovo stato anche il presidente ANDI, Gianfranco Prada, esprime il suo entusiasmo: “Questo statuto è il frutto di un importante lavoro di proposizione e mediazione a cui ANDI non si è mai sottratta e risparmiata. Un impegno unitario della componente odontoiatrica e i buoni rapporti costruiti nel tempo con i sindacati medici, e in particolare con la FIMMG, hanno consentito di raggiungere lo storico obiettivo di vedere riconosciuta la rappresentanza autonoma degli odontoiatri sia in Consiglio Nazionale che nel Consiglio di Amministrazione dell’Ente. Riteniamo inoltre positiva anche la possibilità di votazione diretta da parte degli iscritti ai vari fondi di loro rappresentanti in Consiglio Nazionale, così come la decisione di riduzione dei costi di gestione di ENPAM e dei compensi, come del resto avevamo richiesto come ANDI. Naturalmente sempre tenuto conto delle responsabilità che derivano dalla gestione di un ingente patrimonio che deve garantire il nostro futuro.”

Infine, il presidente ANDI indica quanto ancora ci sia da fare: “Ora chiedo a tutto il CdA ENPAM e al Consiglio, dopo aver ottenuto questo importante risultato per il futuro del nostro Ente previdenziale, di lavorare con impegno per dare un futuro alle nostre pensioni, in particolare per i giovani medici e dentisti per incentivare non solo quel patto generazionale che permetterà di dare ai pensionati una sicurezza economica doverosa ma per garantire che anche questi giovani medici e dentisti possano, un giorno, andare in pensione serenamente.”

Metastasi del carcinoma orale a cellule squamose mediante catepsina D

A livello globale, il carcinoma orale a cellule squamose (OSCC) è uno dei dieci tumori più frequentemente diagnosticati. Tutte le moderne modalità di trattamento, però, non sono state in grado di modificare il tasso di sopravvivenza dell’OSCC. I fattori che attualmente vengono considerati in grado di influenzare la prognosi di tumori del cavo orale sono le dimensioni del tumore, il tipo istologico e le metastasi linfonodali. Le cellule tumorali maligne hanno la tendenza a invadere la matrice circostante e a penetrare la membrana basale. La matrice extracellulare si compone di collagene, glicoproteine, proteoglicani e glicosaminoglicani. Le proteasi sono pensate per svolgere un ruolo importante nella invasione tumorale e nelle metastasi perché degradano le matrici extracellulari e le membrane basali. Tali proteinasi includono le proteasi aspartiche (catepsina D [CD]), la cisteina proteasi (catepsina B), la metalloproteinasi di matrice (MMP-1, MMP-2, MMP-3, MMP-7, e MMP-9), la serina proteinasi e l’urochinasi del plasminogeno.

Negli ultimi dieci anni un numero crescente di studi ha dimostrato che la funzione enzimatica della catespina D (CD) non è limitata esclusivamente alla sua azione proteolitica, ma coinvolge la regolazione dell’apoptosi con un ruolo significativo nella mitogenesi; numerosi studi hanno trovato che il livello di pCD/CD rappresenta un fattore prognostico indipendente in una varietà di tumori ed è pertanto considerato come un potenziale bersaglio della terapia anti-cancro.

In questo studio sono stati presi in considerazione venti casi di OSCC primari, recuperati dal Dipartimento di Patologia orale e maxillofacciale del nord dell’India. I campioni inclusi non dovevano essere stati precedentemente trattati. Sono state raccolte informazioni su ciascun caso circa l’età, il sesso e le dimensioni del tumore, lo stato linfonodale, il grading e lo staging del tumore. Su 20 pazienti, 13 (65%) erano maschi e 7 (35%) femmine. Sono stati esaminati al microscopio i linfonodi cervicali per classificare i pazienti come “linfonodo negativo” o “linfonodo positivo.” Sui 20 campioni è stata anche condotta la colorazione immunoistochimica con anticorpo policlonale contro la CD.

I risultati positivi indicativi della presenza di CD sono stati ulteriormente analizzati per determinare l’eventuale correlazione tra gli altri parametri clinico-CD. I risultati ottenuti dagli autori sono stati i seguenti: i pazienti con metastasi linfonodali hanno mostrato statisticamente un significativo aumento dell’espressione di CD (P <0.01). Le aumentate dimensioni del tumore sembravano essere correlate con una maggiore espressione di CD (P <0,05). In conclusione, sulla base della sua associazione con altre variabili clinicopatologiche, l’espressione della CD può essere utilizzata per la valutazione della sopravvivenza del paziente in caso di OSCC.

Detection of oral squamous cell carcinoma metastasis with cathepsin D: An immunohistochemical approach

Autori:
Seema Kapoor,
Geet Priya Kaur,
Pranav Sikka

Dent Res J (Isfahan). 2014 Mar-Apr; 11(2): 204–211. PMCID: PMC4052646

Giano Ricci presidente della Academy Esthetic Dentistry

Il dottor Giano Ricci è stato eletto nuovo presidente dell’Academy Esthetic Dentistry, confermando così la grande autorevolezza dell’odontoiatria italiana nel panorama europeo.

In un’intervista Ricci ha dichiarato: “Cercherò di sottolineare l’importanza della terapia parodontale per salvare i denti compromessi ottenendo contemporaneamente un valido risultato estetico. Particolare enfasi verrà data all’importanza di salvare, anche a fini estetici, la dentatura naturale, facendo ricorso alla terapia implantare solo quando veramente necessario e non in modo indiscriminato. Verrà inoltre evidenziata l’importanza di trasferire i concetti di terapia parodontale chirurgica ai casi non parodontali o implantari per utilizzare l’estetica, avendo tuttavia ben presente la limitazione dei diversi tipi di trattamento soprattutto nei casi estremi”, aggiungendo quanto sia importante “avere un approccio etico oltre che scientifico e mettere al corrente i pazienti di quello che è possibile fare”.

Riforma dello statuto Enpam

Ė stato dato il via libera alla riforma dello statuto Enpam: il numero dei componenti del consiglio d'amministrazione passa da 27 a 17, ci sarà un taglio generale dei costi, i contribuenti eleggeranno propri rappresentanti nel parlamentino dell’ente. Per proteggere i diritti sarà inoltre prevista la presenza del 20% di candidati del sesso meno rappresentato ed è prevista un’autonoma rappresentanza della professione odontoiatrica.

Norme più restrittive anche per quanto riguarda l’ambito morale: “Saranno ineleggibili non più solo i condannati in via definitiva ma anche chi patteggia per reati economici, contro la fede pubblica o contro la pubblica amministrazione”.

Alberto Oliveti, presidente della Fondazione Enpam, ha assicurato: “Con la modifica dello Statuto abbiamo portato a compimento tutte le riforme che ci eravamo proposti per il mandato 2010-2015. Nel 2011 abbiamo cominciato riformando il modello di gestione del patrimonio, mettendolo in sicurezza. Nel 2012 abbiamo varato la riforma della previdenza, che ha dato 50 anni di sostenibilità al nostro sistema. Oggi diamo ai contribuenti un ente in cui possano sentirsi ancora più rappresentati”. Non sono mancate le proteste. Dieci presidenti di Ordine dei medici hanno abbandonato l’assemblea, tra questi Roberto Carlo Rossi, presidente dell'Ordine dei medici di Milano, che ha dichiarato: “Ancora una volta questa dirigenza dell’Enpam ha perso un’occasione concreta per dimostrare di volere veramente aprire un nuovo corso dopo le note vicende degli ultimi anni”.

 

Un moderno approccio diagnostico-terapeutico alla malattia parodontale

• Luca Scapoli1

• Ambra Girardi1

• Dorina Lauritano2

• Annalisa Palmieri1

1Dipartimento di Medicina Specialistica, Diagnostica e Sperimentale, Università di Bologna, Italia

2Dipartimento di Medicina e Chirurgia Interdisciplinari, Università di Milano-Bicocca, Milano, Italia

Riassunto

La malattia parodontale  distrugge i tessuti che sostengono gli elementi dentari. Il danno tissutale è causato da una risposta infiammatoria prolungata ad un cambiamento microbiologico nella composizione dei biofilm sottogengivale.
Le tre specie batteriche che costituiscono il complesso gruppo rosso, Porphyromonas gingivalis, Tannerella forsizia e Treponema denticola, sono considerate i principali patogeni coinvolti nella parodontite.
Nel presente studio è stato progettato una saggio real-time PCR per rilevare e quantificare le specie del “Red Complex”  al fine di indagare  307 campioni di tasche parodontali da 127 pazienti affetti da parodontite e da 180 controlli. I risultati hanno dimostrato una significativa prevalenza di specie del  “red complex e una maggiore quantità di P. gingivalis e T. denticola nelle tasche parodontali dei pazienti affetti da parodontite.

Summary

Innovative technologies in clinical practice: a modern diagnostic-therapeutic approach to periodontal disease.

Periodontitis is a disease mainly caused by a chronic infection of tissues that support teeth. Several factors, such as diabetes, smoking and oral care, as well as genetic susceptibility can influence both the risk to develop periodontitis and its progression. The aim of the investigation was to test whether alleles of candidate genes were associate to periodontitis. A case control study was performed with a cohort of 182 patients with chronic periodontitis and 230 healthy controls from the Italian population. A total of six single nucleotide polymorphisms from five candidate genes, i.e. IL1A, IL1B, IL6, IL10 and VDR, were investigated. Evidence of association were obtained for rs1800795 mapping in IL6 (P value = 0.01), as well as for the rs1800872 mapping in IL10 (P = 0.04). The rarer variant allele lowered the risk to develop periodontitis at IL6 OR = 0.69 (95% C.I. 0.51-0.93), while increased the risk at IL10 OR = 1.38 (1.01-1.86). The present investigation indicated that polymorphisms of IL6 and IL10 constitute risk factors for chronic periodontitis, while there was no evidence implicating a specific IL-1A or IL-1B genotype.

La malattia parodontale è una patologia multifattoriale, in cui sia fattori ambientali che genetici giocano un ruolo preciso e controverso nel determinarne l’insorgenza. La flora batterica orale riveste sicuramente un ruolo importante nella progressione di tale patologia. Ulteriori fattori di rischio, ampiamente studiati, sono il fumo e il diabete. Tuttavia, una serie di fattori genetici dell’ospite possono condizionare la suscettibilità individuale all’insorgenza della malattia, determinarne le differenti manifestazioni cliniche e la velocità di progressione1.

A differenza delle malattie genetiche mendeliane, che sono rare e causate da una singola o poche mutazioni, le malattie multifattoriali, quali la parodontite, sono frequenti e correlate a numerosi fattori ambientali e genetici. I fattori genetici non sono vere e proprie mutazioni, ma polimorfismi genetici, detti anche fattori di suscettibilità. Ognuno di questi non è necessario, né sufficiente, a determinare la malattia, tuttavia risulta in grado di modificarne il rischio di insorgenza.

Questi polimorfismi sono variazioni a livello del codice genetico che possono avere diversi effetti, per esempio cambiare i livelli di espressione genica, causare lievi modifiche funzionali delle molecole codificate, rendendo gli individui più suscettibili all’insorgenza di una determinata malattia o al manifestarsi di quadri clinici più gravi della malattia stessa2.

Negli ultimi anni le indagini sui fattori di suscettibilità allo sviluppo della malattia parodontale si sono indirizzate principalmente allo studio di geni che codificano fattori coinvolti nella modulazione della risposta immunitaria, recettori della superficie cellulare, chemochine, enzimi e proteine correlate al riconoscimento dell’antigene. Le citochine, come IL-1A, IL-1B, IL-10 e IL-6, sono fattori chiave che mediano il processo infiammatorio nella malattia parodontale. Esse hanno un ruolo nell’attivazione, nella proliferazione e nella differenziazione delle cellule B, le principali cellule implicate nelle manifestazioni severe di periodontite3.

Tali variazioni genetiche possono perciò favorire la progressione della malattia4 causandone il classico andamento, caratterizzato da cicli ripetuti di infiammazione tissutale, seguiti da remissioni spontanee (definito andamento a “pousses”)5.

Nella malattia parodontale i batteri patogeni accumulati nel solco subgengivale sono i fattori ambientali che influenzano la risposta infiammatoria dei tessuti parodontali6. Tuttavia, le citochine sono considerate anch’esse indirettamente responsabili della distruzione del tessuto connettivo e del riassorbimento osseo7.

Dal momento che il riassorbimento osseo alveolare è un fattore chiave nella malattia parodontale, il recettore della vitamina D (VDR) è stato considerato come un fattore di suscettibilità nella progressione della malattia. Dati in letteratura sostengono l’esistenza di un’associazione tra comuni polimorfismi a carico di geni candidati e la malattia parodontale8,9.

È interessante rilevare che la maggior parte degli studi genetici sulla periodontite ha impiegato coorti di piccole dimensioni. Il limitato potere statistico di studi condotti con un basso numero di campioni conduce a un’imprecisa valutazione del livello di rischio genetico e al pericolo di ottenere risultati falsi positivi e falsi negativi.

Ciò spiega anche il fatto che spesso tali studi sono giunti a opposte conclusioni. Un’accurata selezione di un elevato numero di campioni è dunque un requisito necessario per rilevare correttamente un’eventuale associazione tra polimorfismi genetici e insorgenza di parodontite. Inoltre, il numero e il tipo di geni che influenzano l’andamento della malattia parodontale potrebbero essere variabili in relazione all’etnia della popolazione studiata e al grado di severità della malattia.

Nel presente lavoro abbiamo analizzato sei specifici polimorfismi a carico dei geni codificanti per IL-1A, IL-1B, IL-6, IL10 e VDR, al fine di verificare se essi agiscano come fattori di suscettibilità della malattia parodontale cronica nella popolazione italiana.

Materiali e metodi

Pazienti

Per questo studio sono stati reclutati 412 soggetti; di questi, 182 erano affetti da malattia parodontale cronica, mentre il gruppo di controllo era costituito da 230 adulti sani o affetti da lieve gengivite.

La Tabella 1 riassume le principali caratteristiche e i dati clinici rilevati nell’ambito dei gruppi.

Il prelievo biologico è stato eseguito dalla tasca parodontale di un singolo sito mediante l’introduzione di un cono di carta utilizzando il LABtest (per gentile concessione della LAB® srl, Codigoro, Ferrara).

Il DNA è stato estratto e purificato utilizzando un protocollo standard che prevede l’incubazione con proteinasi K, seguite da una purificazione mediante spin-column.

Genotipizzazione

Sono stati investigati i seguenti sei polimorfismi: per IL1A il NM_000575.3:c.-949C>T (rs1800587); per IL1B il NM_000576.2:c.315C>T (rs1143634); per IL6 il XR_108749.1:n.50-321G>C (rs1800795);

per IL10 il NG_012088.1:g.3943A>G (rs1800896) e NG_012088.1:g.4433A>C (rs1800872); per VDR il NM_000376.2:c.1056T>C (rs731236).

I saggi sono stati selezionati utilizzando l’Applied Biosystems SNPbrowser Software (Life Technologies, Milano).

tabella2

I genotipi per tutti i polimorfismi sono stati ottenuti con utilizzo dello strumento ABI PRISM 7500 Sequence Detection System

e il metodo TaqMan, secondo i protocolli forniti dall’azienda (Life Technologies, Milano).

I genotipi sono stati raccolti dai ricercatori in un sistema cieco (i biologi non avevano a disposizione le informazioni cliniche dei pazienti da cui provenivano i campioni analizzati).

Analisi statistica

La distribuzione dei genotipi nei pazienti e nei controlli è stata testata per le deviazioni dall’equilibrio Hardy-Weinberg utilizzando il test del χ2. L’associazione genetica è stata valutata con l’impiego di test genotipici e allelici con un approccio “likelihood ratio” utilizzando il software Unphased v3.1.5 in un sistema operativo Windows Vista10.

Sono stati calcolati gli odds ratio per valutare gli effetti dell’allele raro nei portatori, sia per gli eterozigoti che per gli omozigoti. L’associazione degli aplotipi è stata valutata per il cluster IL1 (IL1A e IL1B) e IL10 perché erano disponibili due polimorfismi tra loro vicini. In particolare, è stato eseguito un test di associazione globale, così come un test di associazione specifico per ciascun aplotipo.

Risultati

Il protocollo per l’analisi genetica del DNA genomico del paziente, ottenuto e purificato dal fluido crevicolare, si è rivelato molto efficace. Infatti, il tasso di successo della genotipizzazione dei 6 differenti polimorfismi era compreso tra il 96% e il 99%.

Solo 20 campioni di DNA su 412 hanno prodotto un numero di genotipi pari o inferiore a tre su sei.

Le frequenze genotipiche sono risultate essere in accordo con l’equilibrio di Hardy-Weinberg sia nel campione intero sia limitatamente a ciascun gruppo (i casi e i controlli).

Il confronto tra le frequenze alleliche osservate nei casi e nei controlli è riportato nella Tabella 2.

Si è osservata una differenza significativa, tra casi e controlli, per i polimorfismi rs1800795 dell’IL6 (P = 0,01), e rs1800872 dell’IL10 (P = 0.04). Valori di associazione marginali sono stati ottenuti invece per lo SNP rs731236 di VDR (P = 0.09).

In effetti, le persone portatrici dell’allele raro per le varianti a carico di IL6 e VDR sono risultate essere meno suscettibili alla parodontite, con valori di OR = 0,69 (IC 95% 0,51-0,93) e OR = 0,79 (IC 95% 0,59-1,05), rispettivamente. L’allele raro per IL10 ha mostrato invece un aumento di rischio OR = 1,38 (IC 95% 1,01-1,86).

Il test di associazione genotipica ha fornito risultati equivalenti (Tabella 3).

Il polimorfismo rs1800795 di IL6 ha mostrato una significativa associazione genotipica globale (valore di P = 0.02) e un minor rischio per i portatori dell’allele raro sia in eterozigosi che in omozigosi, con un OR = 0,58 (IC 95% 0,37-0,89) e OR = 0,54 (IC 95% 0,28-1,04), rispettivamente.

tabella3

Valori, questi, vicini ai livelli nominali di significatività.

Sono stati evidenziati alti livelli di linkage disequilibrium fra gli SNPs del cluster di geni dell’IL1 (D’.= 0,75; r2 = 0,44) e tra gli SNPs del gene IL10 (D’ = 0.93; r2 = 0,22).

Questo ci ha permesso di combinare i dati di due marcatori adiacenti per eseguire l’analisi dell’associazione aplotipica.

L’analisi statistica complessiva, per testare se gli aplotipi fossero complessivamente associati alla parodontite, ha evidenziato la mancanza di associazione sia con il cluster genico dell’IL1 (P = 0,87), sia con il locus dell’IL10 (P = 0.16).

I valori specifici di associazione e gli odds ratio stimati per ciascun aplotipo sono riportati in Tabella 4.

L’aplotipo rs1800896(A)-rs1800872(A) ha mostrato un livello di associazione con la parodontite borderline OR = 1,29 (IC 95% 0,91-1,84), p-value = 0,06.

Discussione

Molti studi hanno valutato l’associazione tra varianti genetiche e malattia parodontale, tuttavia non vi è ancora un accordo tra gli studiosi per quanto riguarda le correlazioni tra basi genetiche e manifestazioni cliniche di questa patologia.

Infatti, i numerosi studi hanno spesso riportato risultati contrastanti a causa, principalmente, della diversa etnia delle popolazioni studiate, ma anche delle piccole dimensioni dei campioni oggetto di studio. Infatti tali studi - con meno di 100 pazienti e 100 controlli - non sono in grado di fornire una potenza statistica in grado di rilevare un moderato effetto genetico, cioè un odds ratio di 1,5 o inferiore.

tabella4

Un’altra fonte di variabilità potrebbe essere correlata alle diverse finalità delle indagini, essendo a volte mirate a focalizzare l’associazione tra polimorfismi genetici e fenotipi specifici, come la parodontite aggressiva o la parodontite cronica, oppure l’associazione con la differente risposta ai trattamenti clinici. Qui abbiamo riportato i risultati di uno studio genetico effettuato con 182 pazienti affetti da parodontite cronica e 230 controlli, tutti di origine italiana. Il fluido crevicolare raccolto con una sonda di carta è stato usato come fonte di DNA genomico.

L’efficienza del test genetico su questo DNA è risultata alta, in effetti ha fornito circa il 98% dei genotipi. I risultati delle analisi di associazione genetica dei loci differenti sono discussi di seguito per ciascun locus.

IL1A e IL1B

IL1A e IL1B gene e sette altri geni della famiglia dell’interleuchina 1 formano un cluster genico delle citochine sul cromosoma 2. I polimorfismi a carico di IL1A e IL1B sono stati tra i primi e i maggiormente indagati per l’associazione con la parodontite. Nel presente lavoro non è stata trovata evidenza di associazione tra rs1800587 (noto anche come IL1A-889C>T), rs1143634 (anche conosciuto come IL1B 3954 C>T) e la malattia. Degni di nota sono i valori di odds ratio rilevati, poiché erano prossimi a 1 sia nell’analisi di associazione allelica che nell’analisi di associazione genotipica; i risultati suggeriscono che non vi è alcuna tendenza all’associazione. Risultati simili sono stati ottenuti quando entrambi i polimorfismi sono stati analizzati insieme nell’analisi degli aplotipi (Tabella 4).

In una recente review che considerava indagini condotte con almeno 100 individui sia nei casi che nei controlli, gli Autori hanno concluso che i polimorfismi del cluster genico IL1 non possono essere considerati come fattori di rischio o di suscettibilià di parodontite aggressiva o cronica9. I nostri risultati, ottenuti su un campione di popolazione italiana, giungono alla stessa conclusione. D’altra parte, una meta-analisi che combinava i dati di 13 studi effettuati su pazienti caucasici affetti da malattia parodontale cronica ha rilevato correlazioni significative per le due varianti geniche individuali (IL1A OR = 1.48 e IL1B OR = 1.54). Considerando che la dimensione del campione del nostro studio è in grado di individuare tale livello di associazione (calcolo non riportato) si può ipotizzare che questo contrasto sia riconducibile a eterogeneità genetica tra le diverse popolazioni caucasiche, dato che i polimorfismi dell’IL1 non sono risultati associati alla malattia parodontale nella popolazione italiana. Altri studi condotti con campioni di popolazione Italiana riportano assenza di associazione con la parodontite aggressiva11.

IL6

I polimorfismi mappanti in IL6 sono ripetutamente segnalati come fattori di rischio sia per la parodontite cronica che aggressiva in diverse popolazioni; altri studi invece mostrano un’associazione negativa9. Conseguentemente gli Autori della rassegna affermano che nessuna conclusione certa si può trarre riguardo questo locus.

Nel nostro studio il livello più forte di associazione è stato trovato in questo locus, infatti la variante allelica rs1800795-C (polimorfismo noto anche come IL6-174G>C) era significativamente meno rappresentato nei pazienti affetti da malattia parodontale. Questo sta a indicare che i portatori dell’allele rs1800795-C presentavano rischio minore, pari circa alla metà, di sviluppare malattia parodontale come precedentemente osservato da altri ricercatori9.

IL10

È stato ipotizzato che IL10 possa rallentare la distruzione del tessuto parodontale attraverso l’induzione di inibitori tissutali delle metalloproteinasi e dell’osteoprotegerina, noto inibitore di osteoclastogenesi12.

Nel nostro studio sono stati indagati due polimorfismi della regione a monte del gene IL10 che ne regola i livelli di espressione. È stato osservato che la variante allelica rs1800872-A aumentava il rischio di sviluppare parodontite con un OR osservato di 1,38 (IC 95% 1,01-1,86).

È interessante notare che Reichert et al. hanno dimostrato che questo allele è funzionale nello sviluppo della malattia cronica, essendo associato a una ridotta espressione di IL1013.

VDR

Il recettore della vitamina D (VDR) regola una varietà di processi biologici, compresi il metabolismo osseo e la risposta immunitaria alle infezioni microbiche14. Visto che il riassorbimento osseo alveolare e l’accumulo di batteri sono le caratteristiche principali della malattia parodontale, è possibile che il recettore della vitamina D (VDR) e i suoi polimorfismi genetici giochino un ruolo nella suscettibilità all’insorgenza di malattia parodontale.

Nel presente studio è stato osservato un livello di associazione tra VDR e parodontite al limite della significatività statistica.

Un’indagine supplementare con indipendenti ulteriori campioni o polimorfismi diversi potrà fornire ulteriori informazioni per chiarire il ruolo di VDR nella parodontite.

Conclusioni

In questo studio è stata dimostrata un’associazione statisticamente significativa tra le varianti alleliche comuni, IL6 rs1800795-G e IL10 rs1800872-A, e la malattia parodontale.

Questi dati supportano l’uso di questi polimorfismi in un test basato sul DNA per migliorare la diagnostica della malattia parodontale.

Ulteriori sviluppi del nostro studio potrebbero consentire un’applicazione nella pratica clinica dell’Odontoiatra.

Conoscere il profilo genetico del paziente, o in altre parole la sua predisposizione alla malattia, potrebbe risultare di grande utilità nella diagnostica della malattia parodontale e nella definizione di un piano terapeutico personalizzato. Inoltre, potrebbe dare indicazioni prognostiche sull’esito della malattia.

Corrispondenza

Annalisa Palmieri

Dipartimento di Medicina Specialistica, Diagnostica e Sperimentale

Università di Bologna

Via Belmeloro, 8 - Bologna

annalisa.palmieri@unife.it

Ringraziamenti

Questo lavoro è stato sostenuto da LAB srl, Codigoro (Fe), Italia.

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Dente naturale e implanto-protesi a confronto

Riassunto

La multidisciplinarità di un professionista trova applicazione anche in casi apparentemente semplici come la riabilitazione di un singolo elemento in area estetica. In questo lavoro la competenza clinica diagnostica per la programmazione, l’abilità chirurgica nell’inserimento dell’impianto e la rigenerazione ossea, le conoscenze parodontali per il condizionamento dei tessuti molli e la pertinenza protesica hanno consentito all’operatore il raggiungimento di un risultato che risponde pienamente ai requisiti estetici e clinici. La comparazione tra la riabilitazione di un dente naturale e un’implanto-protesi propone la riflessione sulla differenza delle procedure protesiche soprattutto per quello che riguarda il trasferimento al laboratorio delle informazioni relative al condizionamento dei tessuti molli.

Summary

Management of a dental rehabilitation with high aesthetic impact: natural tooth vs dental implant

The multidisciplinarity of an expert applies even in cases that are apparently simple, such as the rehabilitation of a single element in the aesthetic area. In this work, clinical diagnostic expertise in scheduling, the surgical skills in implant insertion and bone regeneration, periodontal knowledge for soft tissue conditioning and prosthetic relevance allowed the operator to achieve a result that fully complies with the aesthetic and clinical requirements. The comparison between the rehabilitation of a natural tooth and a prosthesis implant offers material to reflect on the difference among prosthetic procedures, especially as regards the transfer to the laboratory of information related to soft tissue conditioning.

Il concetto di estetica è interpretato dal paziente secondo delle valutazioni molto soggettive basate su influenze socio-culturali e prevalentemente legate all’età.

Il successo nelle terapie odontoiatriche dei settori frontali è raggiunto rispettando una serie di parametri che portino come risultato ultimo il mimetismo degli elementi riabilitati rispetto agli adiacenti in funzione di forma, colore, dimensione, posizione e, non meno importante, il rapporto che essi mantengono nel tempo con i tessuti peri-implantari o parodontali.

La crescente richiesta di un’armonica integrazione estetica dei manufatti protesici eseguiti nei settori frontali ha portato allo sviluppo di nuovi materiali e alla stesura di protocolli operativi aggiornati; le linee guida per la gestione dei casi clinici ad alta valenza estetica1 hanno così permesso di raggiungere risultati facilmente accettati dai pazienti sia in caso di riabilitazioni implanto-protesiche sia per tradizionali terapie eseguite su denti naturali.

Scopo del seguente lavoro è di presentare un caso clinico di riabilitazione in area estetica e di analizzare il protocollo operativo che consenta, contemplando il trattamento chirurgico-protesico di tessuti duri e molli, di ottenere un risultato garantibile nel tempo.

Materiali e metodi

Le considerazioni iniziali rivolte alla valutazione del caso clinico si basano sull’esame dei dati anamnestici medici generici e odontoiatrici; la paziente D. M. di anni 56 gode di ottima salute e non presenta alcun tipo di controindicazione assoluta o relativa nell’affrontare terapie riabilitative odontoiatriche e nella fattispecie implanto-protesiche.  La prima visita odontoiatrica effettuata evidenzia, all’esame obiettivo, una mobilità di III grado dell’elemento dentario 1.2 che presenta la corona clinica restaurata nella porzione cervico-mesiale; l’elemento omologo controlaterale 2.2, anch’esso ricostruito, è caratterizzato da una carie destruente che mina la struttura dentaria infiltrando i tessuti nella regione mesio-palatale.

L’esame radiografico d’elezione è l’ortopantomografia ed è integrato dall’esecuzione di alcune radiografie endo-orali del gruppo frontale che forniscono informazioni fondamentali per inquadrare il caso clinico ed effettuare una diagnosi basata su dati clinici oggettivi: l’elemento dentario 1.2 trattato con terapia endo-canalare e ricostruzione con materiali compositi presenta una frattura orizzontale sottogengivale ed è mantenuto in posizione da una vite endo-canalare che unisce i due monconi di frattura coronale e apicale, preservando l’estetica del sorriso (Figure 1, 2).

Come intercettato dall’esame obiettivo, le radiografie endo-orali confermano la presenza di una carie destruente dell’elemento 2.2 che risulta, anch’esso, trattato endodonticamente e ricostruito con materiale composito.

Le radiografie eseguite evidenziano inoltre un leggero grado di retrazione orizzontale del tessuto osseo e parodontale compatibile con l’età della paziente; un conseguente sondaggio parodontale non ha rilevato segni di soffe renza, presenza di tasche parodontali e/o segni clinici di processi infiammatori tali da far diagnosticare malattia parodontale attiva nei settori considerati.

La richiesta della paziente è ovviamente quella di portare a termine una terapia che le consenta di risolvere l’attuale situazione di disagio vissuta nel condurre la vita di relazione e che le assicuri una soluzione funzionale ed estetica.

La fase di progettazione del caso clinico e la stesura del piano di trattamento devono essere condotte prestando attenzione a diversi fattori; tra i più importanti elenchiamo:

  • analisi del complesso dento-labiale con particolare riferimento all’esposizione gengivale durante il sorriso, all’andamento del margine libero del labbro superiore e al suo rapporto con i margini incisali del gruppo frontale superiore2;
  • valutazione radiografica dei picchi ossei interdentali nelle aree a maggior valenza estetica;
  • valutazione del biotipo gengivale considerando forma e dimensione delle papille interdentali, cheratinizzazione del tessuto e simmetria della festonatura delle parabole gengivali;
  • presenza di elementi dentari precedentemente trattati con terapie conservativo-protesiche che presentino eventuali discromie.

In funzione delle linee guida sopra elencate, si può osservare come nel caso clinico presentato siano presenti diversi fattori favorevoli per l’ottenimento di una terapia riabilitativa di successo (biotipo gengivale spesso, armonia dei rapporti dento-labiali, accettabile simmetria delle festonature del gruppo frontale superiore e assenza di inestetismi e discromie dentali o gengivali nell’area da trattare) (Figure 3-5).

Il dialogo preliminare con la paziente ha permesso, alla luce delle considerazioni fino a ora esaminate, di approfondire ed escludere le diverse alternative terapeutiche e focalizzare l’attenzione sulla terapia considerata d’elezione nell’affrontare il caso clinico: avulsione dell’elemento dentario 1.2, provvisoria sostituzione dell’elemento mediante protesi fissa di tipo Maryland e, dopo l’adeguato periodo di guarigione, riabilitazione implanto-protesica dell’elemento in questione; la terapia riabilitativa dell’elemento 2.2 contempla il ritrattamento endo-canalare, la ricostruzione mediante perno endo-canalare e finalizzazione protesica estetica provvisoria e definitiva.

La prima seduta operativa consiste nell’esecuzione di un’accurata igiene professionale e nel rilevamento di impronte in alginato delle arcate dentarie superiori e inferiori; i modelli di gesso ottenuti serviranno come modelli studio e per il confezionamento di una protesi provvisoria pre-estrattiva fissa in resina acrilica di tipo Maryland con alette di ancoraggio palatali rinforzate in metallo per la sostituzione dell’elemento dentario 1.2.

A distanza di 7 giorni dalla prima seduta, previa assunzione di una terapia farmacologica costituita da due compresse di amoxicillina da 1 grammo un’ora prima dell’intervento, si procede con l’avulsione atraumatica dell’elemento dentario 1.2 e successiva revisione chirurgica del sito estrattivo mediante curette alveolare (Figura 6); a questo punto il posizionamento di una diga protettiva in lattice consente di non contaminare la ferita estrattiva con il mordenzante e l’adesivo utilizzati durante la successiva cementazione del manufatto provvisorio fisso e, garantendo un campo esangue, permette di ottenere un intimo contatto tra smalto dentario e resina acrilica della protesi, requisito fondamentale per la stabilità dell’adesione nel tempo (Figure 7, 8).

La rivalutazione della guarigione del sito estrattivo avviene a circa 90 giorni dall’avulsione dentaria; l’esame obiettivo e l’indagine radiografica endo-orale permettono di evidenziare una perdita di tessuto osseo e gengivale sia in senso verticale che trasversale. Più in particolare, la papilla interdentale distale all’elemento 1.2 e il picco osseo che la sostiene sono migrati in senso apicale di circa 1,5 mm, precludendo irreversibilmente la possibilità di riprodurre un margine gengivale libero identico a quello preesistente e vincolando, di conseguenza, forma e dimensione dell’elemento dentario da riabilitare (Figure 9, 10).

La preparazione dell’intervento chirurgico di posizionamento dell’impianto endo-osseo in regione 1.2 avviene mediante il confezionamento di una dima chirurgica al fine di stabilire protesicamente l’esatto collocamento della vite implantare3-5 e prescrivendo una terapia antibiotica a base di amoxicillina + acido clavulanico, da assumere in quantità di 2 grammi ogni 24 ore per 6 giorni, partendo da quello precedente l’intervento. Dopo avere ottenuto il consenso informato dalla paziente e allestito un campo operatorio sterile, si procede con l’inoculazione loco-regionale plessica di anestetico con vasocostrittore (1:100.000).

L’allestimento del lembo muco-periosteo è eseguito mediante l’utilizzo di una lama 15c che disegna un’incisione intrasulculare a partenza dagli elementi 2.1 e 1.1 e, dirigendosi distalmente nel primo quadrante, separa in due parti uguali la gengiva cheratinizzata crestale in regione 1.2, per poi ritornare intrasulculare vestibolarmente all’elemento dentario 1.3; l’area disto-vestibolare di 1.3 che caratterizza la base della papilla interdentale è il punto dal quale parte un’incisione di rilascio che, dirigendosi disto-apicalmente, raggiunge e oltrepassa la linea muco-gengivale approfondendosi in mucosa alveolare.

Il lembo in questione è evidentemente studiato per preservare un’estetica di guarigione dei tessuti molli che consenta di non avere esiti cicatriziale in aree particolarmente esposte durante il sorriso.

Lo scollamento del lembo, eseguito a tutto spessore, evidenzia un modesto deficit osseo vestibolare, già intercettato durante le fasi di valutazione preliminare. La scelta della sistematica implantare da utilizzare ricade sull’impianto endo-osseo “Stone Idi Evolution”, idoneo per risolvere casi di edentulie parziali o totali in siti a elevato coefficiente di riassorbimento osseo. La strumentazione osteotomica iniziale viene eseguita sotto abbondante irrigazione di acqua fisiologica sterile refrigerata e, come da protocollo, contempla il passaggio di un inserto “lettore” che, procedendo a basso numero di giri nel tunnel osseo preparato, trasmette al motore “TMM2 Idi Evolution” il valore dell’attrito generato durante il suo passaggio; la conversione di tale valore in formato diagrammatico e alfanumerico fornisce informazioni esaustive all’operatore permettendogli di classificare la compattezza dell’osso trattato6,7 e di conseguenza modulare la preparazione e gli step chirurgici successivi (Figure 11, 12). Conclusa la fase di osteotomia e posizionato l’impianto in sede si procede con la gestione della deiscenza ossea vestibolare; considerata la forma del difetto che espone vestibolarmente le spire della fixture per la quasi totalità della sua lunghezza, si decide di utilizzare una tecnica che contempli la presenza di uno “spacemaker” cioè un biomateriale di riempimento che mantenga volume8. La carenza ossea è trattata mediante l’utilizzo di un innesto di osso autologo particolato prelevato mediante uno scraper nella regione della spina nasale anteriore, materiale che viene posizionato direttamente a contatto con la superficie implantare esposta; l’innesto osseo viene poi perfezionato ricoprendo la regione interessata con del biomateriale eterologo di origine bovina “Bioss Geistlich” a granulometria “Small” (0,25-1 mm) e posizionando una membrana riassorbibile eterologa di collagene suino (Biogide Geistlich 25x25 mm) a protezione dell’innesto stesso (Figura 13). Le fasi conclusive dell’intervento assicurano - mediante l’esecuzione di incisioni di rilascio periostali e di una sutura a materassaio orizzontale rifinita con dei punti singoli - una completa passivazione e una chiusura ermetica dei lembi d’accesso.

La dimissione della paziente avviene dopo avere applicato il Maryland provvisorio in regione 1.2, protesi fissa opportunamente modificata al fine di non creare compressione o decubiti sulla ferita chirurgica durante le fasi di guarigione (Figura 14). Nel successivo periodo di guarigione di circa 6 mesi, la paziente viene rivista con periodicità mensile per controllare il corretto decorso post-operatorio; al termine di tale lasso temporale si esegue una radiografia endo-orale che esclude la presenza di aree di sofferenza perimplantari. Le valutazioni estetiche dei tessuti molli della regione trattata evidenziano, in proiezione occlusale, la presenza di un leggero minus del bombé vestibolare (Figure 15, 16); quest’imperfezione può essere vincolante per il raggiungimento di un’armonica integrazione tra “bianco e rosa” impedendo di ottenere la corretta anatomia muco-gengivale che conferisca alla regione la tipica architettura radicolare convessa9.

Tale considerazione è discriminante nella scelta del tipo di rientro chirurgico tanto da essere indicativa per un intervento d’ispessimento dei tessuti molli mediante lembo bilaminare con innesto di tessuto connettivo prelevato dal palato10.

La scopertura dell’impianto osteointegrato è eseguita disegnando un lembo crestale a spessore parziale che, in prossimità della vite di copertura, contempla un’incisione periostale per il recupero e la sostituzione della stessa con un moncone di guarigione. Nella regione vestibolare all’impianto di 1.2 il procedere della lama 15 c a mezzo spessore nei tessuti molli crea un marsupio di dimensioni adeguate per l’alloggiamento del tessuto connettivo da prelevare (Figura 17).

Il prelievo epitelio-connettivale è eseguito nell’emipalato dx; l’incisione iniziale a mezzo spessore è disegnata a non meno di 3 mm di distanza dal solco gengivale degli elementi dentari e ha direzione da mesiale a distale. Due incisioni perpendicolari alla prima tracciano e circoscrivono mesialmente e distalmente il perimetro del tessuto da asportare e si rastremano in un’ultima, parallela a quella iniziale.

Eseguito il prelievo, il tessuto epitelio-connettivale viene disepitelizzato e accuratamente posizionato nel marsupio vestibolare all’impianto di 1.2 mentre la zona donor è opportunamente trattata mediante l’utilizzo di una spugna di collagene liofilizzato (Condress 5x5) che garantisca una buona emostasi; la stabilità dell’innesto ancorato al sito ricevente è un requisito fondamentale per la sua integrazione e dipende dalla sutura a materassaio orizzontale eseguita utilizzando un filo sintetico riassorbibile (Vicryl 5/0) (Figure 18, 19).

La rimozione della sutura avviene a 15 giorni dall’intervento di chirurgia muco-gengivale e, dopo un periodo iniziale di maturazione delle ferite di altri 15 giorni, si rileva l’impronta in polietere per l’esecuzione di un provvisorio avvitato in resina acrilica di elemento su impianto 1.2. La consegna del manufatto protesico provvisorio fisso di 1.2 evidenzia un deficit estetico dettato da un’area di carenza della papilla interdentale mesiale all’elemento 1.3 (Figura 20); la gestione di questo dettaglio è interamente eseguita lavorando con il provvisorio sui tessuti molli.

Più in particolare, la regione cervicale del provvisorio in resina è modificata con cadenza quindicinale aggiungendo e sottraendo composito al fine di guidare l’anatomia del margine gengivale libero e delle papille interdentali. Nonostante il condizionamento dei tessuti molli abbia portato a un significativo miglioramento estetico, la corretta bio-integrazione del manufatto provvisorio è ottenuta solo dopo l’esecuzione di un’odontoplastica additiva a carico dell’elemento 1.3 eseguita in materiale composito estetico (Figura 21).

La funzionalizzazione dell’elemento protesico su impianto è attentamente controllata a ogni seduta di revisione del provvisorio e contempla contatti occlusali in relazione centrica e corretto bilanciamento durante i movimenti di protrusiva e lateralità, evitando sovraccarichi masticatori dannosi per l’impianto osteointegrato.

Durante le fasi di guarigione tissutale che hanno caratterizzato la terapia a carico dell’incisivo laterale superiore dx, l’elemento omologo controlaterale è stato trattato endodonticamente, ricostruito mediante l’esecuzione di un perno endo-canalare indiretto in lega aurea e protesizzato provvisoriamente con corona in resina acrilica (Figure 22, 23).

La festonatura delle parabole nel rispetto dei corretti rapporti tra dente e dente e della bilaterale simmetria richiesta è ottenuta grazie a un intervento di rettifica del margine gengivale libero di 1.1 che, a causa dei diversi interventi chirurgici eseguiti durante la terapia riabilitativa, si presenta posto più coronalmente rispetto alla linea ideale (Figura 23); tale perfezionamento gengivale è effettuato con elettrobisturi al fine di ridurre l’invasività della seduta.

Valutata clinicamente e radiograficamente la salute e la stabilità dei tessuti duri e molli fino a questo punto trattati, si procede con le fasi di protesizzazione definitiva; la prima seduta è dedicata a rilevare l’impronta dell’elemento dentario 2.2. La tecnica utilizzata è quella del doppio filo eseguita in polietere a differente viscosità (Figure 24, 25). La seduta successiva è finalizzata a valutare il “fit” che la cappetta protesica in zirconia, confezionata dall’odontotecnico, esercita sul moncone di 2.2 e all’esecuzione di un’impronta di precisione che includa la posizione del manufatto di 2.2, la posizione dell’impianto di 1.2 e l’attenta lettura dei tessuti molli peri-implantari. A tal proposito, al fine di non vanificare l’opera di condizionamento tissutale eseguita in precedenza e di mantenere la corretta anatomia del tragitto transmucoso ottenuto, si decide di individualizzare il transfert da impronta. Dopo aver avvitato il provvisorio su un analogo implantare da laboratorio inserito all’interno di un apposito contenitore, si procede con la registrazione della morfologia cervicale del provvisorio attraverso l’utilizzo di un materiale da impronta (polietere). A polimerizzazione avvenuta il provvisorio viene svitato dall’analogo gesso, rimosso e sostituito dal transfert da impronta che verrà in seguito utilizzato per rilevare l’impronta definitiva nel cavo orale; a questo punto il riempimento con materiale composito dell’impronta del provvisorio consente di ottenere una fedele riproduzione dell’anatomia dentale all’interno del tragitto transmucoso sulla regione cervicale del transfert (Figura 26).

Verificato il corretto posizionamento del transfert individualizzato all’interno del cavo orale con l’esecuzione di un lastra endo-orale, si procede con il rilevamento di un’impronta definitiva in polietere (tecnica del cucchiaio aperto) (Figure 27, 28). Le successive sedute operative consistono nel verificare la precisione del manufatto protesico eseguito dal tecnico e nella ricerca dei dettagli estetici in funzione di forma e colore.

Le riabilitazioni protesiche definitive di 1.2 e 2.2 sono costituite da corone in ceramica integrale “Ivoclar Vivadent” stratificate rispettivamente su un moncone in zirconia individualizzato e una cappetta in zirconia, entrambi ottenuti mediante lavorazione
CAD-CAM con sistematica “Sorridi - Idi Evolution” (Figure 29-32).

Il posizionamento della corona avvitata di 1.2 è eseguito serrando la vite protesica a 35 N/cm2 modulando la forza applicata grazie all’utilizzo di una chiavetta dinamometrica; il tunnel protesico che attraversa la corona è sigillato mediante la compattazione a caldo di guttaperca ed è occluso eseguendo un restauro conservativo in composito che garantisca una chiusura ermetica e un corretto mimetismo estetico del foro stesso. La contestuale consegna della corona in zirconia-ceramica di 2.2 avviene grazie alle tradizionali tecniche di cementazione.

Il controllo dell’occlusione dei manufatti protesici rispetta le linee guida dettate per la protesi su impianti con contatti leggeri in relazione centrica e lateralità, evitando con particolare attenzione qualsiasi precontatto1,11.

I successivi controlli clinici e radiografici eseguiti periodicamente non avranno il solo scopo di valutare il corretto mantenimento igienico dei manufatti protesici da parte del paziente preservandolo da problematiche legate all’usura degli stessi, ma serviranno anche per verificare la stabilità dei contatti masticatori dettati in fase di confezionamento protesico, al fine di scongiurare traumi dannosi per il sistema corona-impianto (Figure 33, 34).

Risultati

L’armonica integrazione della riabilitazione protesica eseguita è dimostrata da un corretto trofismo e adattamento dei tessuti molli che esprimono segni clinici di salute e naturalezza. Tale condizione è confermata anche radiograficamente; il dettaglio dell’endorale eseguita a 12 mesi dalla protesizzazione definitiva permette di apprezzare l’assenza di segni di sofferenza peri-implantare dell’elemento 1.2 e periapicale di 2.2, esaltando la bontà della terapia eseguita e garantendo una prognosi favorevole per il futuro.

Discussione e conclusioni

Le terapie riabilitative a carico degli elementi dentari dei settori frontali mediante implanto-protesi e protesi tradizionale fissa su denti naturali sono ampiamente documentate in letteratura e, nel rispetto dei parametri estetico-funzionali, in grado di raggiungere risultati estremamente confortanti.

Tali obiettivi non possono essere conseguiti prescindendo da un’attenta pianificazione pre-operatoria volta a intercettare le potenziali problematiche cliniche, dal rispetto dei tempi biologici di guarigione dei tessuti duri e molli e da periodiche rivalutazioni che possono introdurre variabili operative non contemplate nel piano di trattamento iniziale.

La gestione di una corona protesica di un elemento dentario ad alta valenza estetica richiede, in condizioni dento-parodontali favorevoli come nel caso descritto, uno sforzo clinico meno impegnativo rispetto alla medesima terapia supportata da impianto; la riabilitazione implanto-protesica è infatti volta alla ricostruzione dettagliata dell’estetica dei tessuti duri, dei tessuti molli, considerandone architettura e colore, al fine di permettere una corretta integrazione della protesi su di essi costruita nel rispetto dei parametri funzionali3,12.

Corrispondenza

Dottor Fabrizio Colombo
dot_fabrizio_colombo@libero.it

Bibliografia

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10. Fumagalli L, Capelli M, Zuffetti F, Galli F, Parenti A, Taschieri S, Rossi MC, Testori T. La tecnica chirurgica step by step. Seconda fase chirurgica con innesto connettivale. Italian Oral Surgery 2007;5:31-3.

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Cassazione: paziente corresponsabile se non ha seguito le direttive del medico

Con la sentenza n. 11637 del 26 maggio scorso è stata annullata la condanna di un medico per il decesso di un paziente a causa di un sovradosaggio di un farmaco anticoagulante che ha determinato l’insorgere di un’emorragia interna: per i giudici c’è stata corresponsabilità del paziente che non ha eseguito per tempo i controlli ematici prescritti.

Dalla sentenza possiamo leggere come la colpevolezza di un medico non escluda la corresponsabilità del paziente se questo non ha eseguito correttamente le indicazioni del medico, che in tal caso non può dunque essere ritenuto totalmente responsabile.

Il Protocollo Easy Damon (PED)

Il Protocollo Easy Damon (PED): un approccio semplificato alla sistematica self-ligating passiva Damon

• Chiara Buraglio

• Fabio Tamanza

ISI, Milano

Riassunto

Dopo una breve presentazione sulla storia dei sistemi autoleganti, nel presente lavoro gli Autori illustrano un Protocollo Semplificato della sistematica Damon: il Protocollo Easy Damon (PED).  Il dibattito sull’evidenza scientifica dei principi del trattamento con le metodiche self-ligating passive, e dei vantaggi specifici di questi sistemi, è a tutt’oggi aperto e vivace ma sembrano ormai comprovati scientificamente alcuni vantaggi quali la riduzione della resistenza allo scorrimento e un minore tempo alla poltrona.

Altri aspetti - quali l’espansione dell’arcata, la velocità del trattamento e la stabilità a distanza dei casi di gravi affollamenti trattati senza estrazioni - sono ancora controversi e meritano ulteriori approfondimenti che siano però scevri da preconcetti limitanti e non influenzati da interessi commerciali.

Gli Autori intendono testimoniare, con il presente lavoro, la loro esperienza clinica sull’efficacia della sistematica Damon, insistendo sulla necessità di possedere una conoscenza approfondita della tecnica e dei paradigmi che ne stanno alla base. Vengono dunque presentate le nozioni necessarie per poter intraprendere trattamenti con questa metodica, corredate dall’iconografia di una serie di casi clinici trattati con il PED. Ampio spazio viene dato alla descrizione dei nuovi paradigmi e delle procedure operative indispensabili per ottenere i risultati promessi dalla sistematica self-ligating passiva Damon, quali la scelta dei torque differenziali, le sequenze degli archi, l’utilizzo dei rialzi di disclusione anteriori o posteriori in composito, degli accessori e degli elastici intra-arcata nelle varie fasi operative.  Da ultimo si accenna all’uso della Programmazione Neurolinguistica, metodica comunicazionale utile ad assicurarsi la compliance dei pazienti per raggiungere gli obiettivi di trattamento.

Summary

The Easy Damon Protocol (EDP): a simplified approach to the passive self-ligating Damon System

After a short presentation about the history of self-ligating systems, in this article the Authors describe a simplified protocol of Damon System: Easy Damon Protocol (EDP). The debate on the scientific evidence of the principles of the passive self-ligating treatments, and of their specific advantages, is still open and controversial but some advantages such as the reduction of the friction and the working time seem to have been proved scientifically. Other aspects, such as arch expansion, treatment speed and remote stability of the severe crowding cases treated without extractions, are still controversial and deserve further examinations, which have to be free from limiting prejudices and not influenced by commercial interests. The Authors wish to testify, with the present work, their clinical experience on the effectiveness of Damon System, insisting on the need to have a deep knowledge of techniques and paradigms that underlie it. The necessary basics to undertake treatments with this method are then presented, together with the iconography of clinical cases treated with the EDP. A large sum of the essay focuses on the description of new paradigms and operating procedures which are considered necessary to obtain the promised results from the Damon passive self-ligating systematic as the choice of the differential torque, the archewire sequences, the use of anterior or posterior composite buildup, accessories and intra-arch elastic in the various operational phases. Finally, the Authors touch on the use of Neuro Linguistic Programming, a communication technology useful to ensure the compliance of patients to achieve treatment goals.

“Tutto ciò che dovremmo sapere prima di iniziare a fare una cosa, di solito lo impariamo facendola”, Aristotele

“L’uomo saggio è colui che impara dall’esperienza degli altri; lo stolto impara invece solo dalla propria”, Benjamin Franklin

Il Damon System è una metodica ortodontica che sfrutta la tecnologia degli attacchi self-ligating passivi, ideati dal dottor Dweit Damon, associati a fili ad alta tecnologia in lega di rame-nichel-titanio, per risolvere le problematiche ortodontiche sulla base di nuovi paradigmi; questi tengono conto più dell’estetica e della funzione che delle regole meccanicistiche e cefalometriche considerate fino a oggi, da molte scuole ortodontiche, le linee guida al trattamento delle malocclusioni.

Le apparecchiature self-ligating, o auto-leganti, sono un sistema di attacchi diretti che non necessitano di legature elastiche o metalliche per mantenere l’arco nello slot, avendo un meccanismo a sportello o a clip predisposto per assolvere a questa funzione.

Tradizionalmente, si possono dividere in apparecchiature self-ligating attive e self-ligating passive a seconda che il meccanismo di chiusura spinga o meno l’arco al fondo dello slot.

Evoluzione dei bracket auto-leganti

L’ideazione dei braket auto-leganti risale al 1930 quando il dottor Jacob Stolzemberg ideò l’attacco “Russel bracket”1, concepito per ridurre alla poltrona il tempo necessario a cambiare l’arco. Tale attacco era costituito da una vite a testa piatta, alloggiata in un’apertura circolare filettata, che poteva essere allentata o stretta con un cacciavite, a seconda delle necessità. L’inadeguatezza dei materiali, con le conseguenti frequenti rotture, resero però impossibile la commercializzazione di tali attacchi fino al 1970 quando, finalmente, si è potuto costruirne di efficaci e solidi.

I bracket auto-leganti ideati dall’inizio, sia di tipo attivo (con contatto forzato di una parete sul filo) che di tipo passivo (che trasformano il lume dell’attacco in una sorta di tubo), sono veramente numerosi e ognuno con caratteristiche peculiari:

  • Boyd, 1933, passivo;
  • Ford, 1933, passivo;
  • Edgelok, 1972, Ormco, passivo;
  • Speed, 1980, Strite Industries Ltd, attivo;
  • Mobil lock, 1980, Forestadent, passivo;
  • Activa, 1986, ‘A’ Company, passivo;
  • Time, 1995, Adenta, attivo;
  • Damon SL, 1996, Ormco, passivo;
  • In-Onvation, 2000, GAC, attivo;
  • Damon 2, 2000, Ormco, passivo;
  • Damon 3, 2004, Ormco, passivo;
  • Smart Clip, 2005, 3M Unitek, passivo;
  • Damon 3mx, 2006, Ormco, passivo;
  • Damon Q, 2009, Ormco, passivo;
  • Damon Clear, 2011, Ormco, passivo estetico.

Vantaggi dei sistemi self-ligating (SLS)

Come abbiamo già accennato, in origine l’idea di un sistema self-ligating fu concepita unicamente per ridurre il tempo di lavoro dell’ortodontista. Successivamente, il dottor Damon si rese conto degli innumerevoli altri vantaggi di questa metodica, tra i quali la notevole diminuzione della forza necessaria a determinare i movimenti dentali, dovuta al fatto che non avendo legature che trattengono l’arco contro lo slot la frizione tra questi due è notevolmente diminuita, così che l’arco è in grado di scorrere liberamente.

Esistono tre tipi di attacchi self-ligating:

  • self-ligating passivi, dotati di uno sportello che trasforma l’attacco in un tubo non interagente con l’arco;
  • self-ligating attivi, provvisti di uno sportello flessibile che spinge l’arco al fondo dello slot, aumentando considerevolmente la frizione;
  • self-ligating interattivi, nei quali avviene interazione tra arco e slot, con aumento di frizione solo con gli archi di sezione maggiore, generalmente al di sopra dello .016x.016.

Nel presente articolo descriveremo la metodica relativa a uno dei self-ligating passivi citati, ideato da Dweit Damon e commercializzato sia nella versione metallica (Damon Q) che in quella estetica (Damon Clear): secondo la nostra esperienza clinica riteniamo che sia, a oggi, quello che meglio esprime le potenzialità dei sistemi self-ligating passivi (Figura 1).

La caratteristica principale di tali sistemi è, dunque, la riduzione di quella componente di forza che si oppone allo scorrimento del dente: la frizione. Molti studi2 hanno dimostrato che i self-ligating passivi, rispetto ai sistemi convenzionali, arrivano ad abbassare del 90% il coefficiente d’attrito tra bracket e arco. Ciò permette, secondo vari Autori, l’utilizzo durante tutto il trattamento di forze più leggere, rientranti in quella che viene definita dal dottor Damon3 zona biologica o “biozona”. Queste forze consentono un maggior rispetto delle strutture paradontali e un più facile controllo dell’ancoraggio, poiché le forze parassite, che inevitabilmente si creano durante gli spostamenti dentali, sono ridotte e si disperdono con conseguenze trascurabili sul resto dell’arcata4. Inoltre, la struttura a tubo degli attacchi SL permette un’espressione continua e uniforme della forza generata dall’interazione tra attacco e arco, a differenza dei sistemi con legature metalliche o elastiche, soggette inevitabilmente ad allentamento e usura (Figura 2)5,6.

Tutto ciò da una parte rende più efficace l’azione degli archi, riducendo i tempi della terapia, dall’altra consente di dilatare gli intervalli tra una visita di controllo e l’altra anche a più del doppio delle tradizionali tre settimane.

Recenti studi hanno inoltre scientificamente comprovato un evidente risparmio di tempo anche nell’operatività alla poltrona7, non esistendo più la necessità di fare legature metalliche o elastiche con risparmio di tempo sia per l’ortodontista che per il paziente.

Una caratteristica peculiare dei bracket Damon Q è, poi, quella di avere ridotte dimensioni mesio-distali; ciò determina vantaggi estetici, miglior controllo igienico ma, soprattutto, facilita la risoluzione di affollamenti e disallineamenti particolarmente gravi, pur mostrando qualche limite nel controllo delle rotazioni, caratteristica comune a tutti i bracket singoli rispetto ai gemellari8,9.

La riduzione dei disagi per il paziente è evidente se si considera che le forze in gioco a livello dell’interazione arco-bracket sono più leggere rispetto alla maggior parte dei sistemi tradizionali; inoltre, grazie al più facile controllo dell’ancoraggio, nella sistematica qui presentata, il paziente non è più costretto a indossare fastidiosi ausiliari, quali trazioni extraorali, espansori o barre palatine.

Per ottenete i risultati eclatanti che il Damon System promette in qualsiasi tipo di trattamento ortodontico (intercettivo, classico con o senza estrazioni, pre-chirurgico, pre-protesico ecc.) è, però, necessario un rigoroso periodo di formazione durante il quale apprendere i protocolli senza introdurvi variazioni personali o contaminazioni derivanti da altre metodiche.

La sistematica che descriveremo è stata proposta e collaudata dai dottori Raphael Garcia Espejo e Ramon Perera Grau10 a partire da quella originale del dottor Damon.

La diagnostica nel Damon System

Una delle critiche che viene mossa al Damon System da chi vi si avvicina solo superficialmente è quella di essere una tecnica non supportata da un adeguato sistema diagnostico. In realtà le nostre diagnosi si basano su un accurato esame estetico e funzionale, ma la nostra pianificazione del trattamento richiede di sacrificare il paradigma dell’ideale cefalometrico in favore del paradigma dei tessuti molli, già ben descritto e presentato da Profitt e Sarver nel 200411 e pienamente accettato nella programmazione ortodontico-chirurgica. Tale paradigma stabilisce di basare il piano di trattamento sull’equilibrio e sull’armonia dei tessuti molli12. La terapia, modificando i tessuti duri e l’occlusione, mira a creare rapporti ideali tra i tessuti del volto e del collo, i tessuti paradontali, i tessuti neuromuscolari e le strutture articolari. Il clinico, quindi, stabilisce l’estetica del viso desiderata come obiettivo del trattamento e lavora sulle relazioni tra i tessuti duri (denti e ossa) che sono necessarie per ottenere quelle specifiche proporzioni dei tessuti molli13. L’esame estetico del volto e la previsione di maturazione e di invecchiamento dello stesso ci guida all’ottimizzazione delle forme d’arcata. Queste si otterranno grazie al controllo dei torque e alla gestione delle forze, dal momento che il Damon System consente di annullare le complesse preparazioni di ancoraggio, le espansioni trasversali forzate, le procedure di distalizzazione, le estrazioni finalizzate alla correzione degli affollamenti e delle discrepanze sagittali che tanto negativamente influenzano il profilo facciale.

In conseguenza a questo nuovo modus operandi abbiamo, infatti, verificato nella nostra pratica quotidiana una riduzione della percentuale dei casi estrattivi e del ricorso agli interventi di chirurgia ortognatica.

La pianificazione del trattamento che tenga conto del viso è il nostro obiettivo primario. Molti pazienti presentano gravi affollamenti che, in passato, con le metodiche convenzionali ci hanno obbligato a trattamenti estrattivi da cui derivava un appiattimento del profilo nell’immediato e, soprattutto, nel lungo termine. L’ortodonzia miofunzionale ci ha, da sempre, sollecitato a chiederci, in questi casi, quale sia la genesi di tali discrepanze dento-alveolari. Sono le ossa del terzo medio del viso e del corpo della mandibola più piccole del normale o vi è stato un adattamento del processo alveolare a forze muscolari anomale che hanno influenzato lo sviluppo dell’arcata14? L’esperienza clinica, nei sistemi autoleganti passivi, ha dimostrato che l’applicazione agli elementi dentali di forze leggere, sufficienti giusto a stimolare l’attività cellulare senza sopraffare il parodonto e il complesso muscolare oro-facciale, dona al paziente una “seconda chance” di sviluppo fisiologico che, nelle mani dell’ortodontista formato in queste sistematiche, produce il raggiungimento degli obiettivi ortodontici canonici: estetica, buona funzione e stabilità.

Questo moderno punto di vista riconosce il fatto che la più importante motivazione al trattamento ortodontico, per la maggior parte dei pazienti, è il miglioramento dell’estetica dento-facciale. In realtà anche noi eseguiamo sulla teleradiografia LL, all’inizio e alla fine del trattamento, un esame cefalometrico volto a valutare la situazione scheletrica antero-posteriore e verticale, le angolazioni dentali iniziali e finali e le previsioni di crescita; teniamo però ben presente che i nostri pazienti non girano per il mondo mostrando la bellezza della loro cefalometria ma l’armonia del loro viso e del loro sorriso. Per tale motivo non faremo scelte basate sulla normalizzazione di valori cefalometrici se tali scelte possono portare a inestetismi e disarmonie dei tessuti molli. Privilegiamo il rispetto dell’estetica alla normalizzazione di valori che spesso variano da scuola a scuola.

Protocollo Easy Damon (PED)

Abbiamo denominato PED, e qui riassunta, una metodica protocollata dai dottori Raphael Garcia Espejo e Ramon Perera in una rigorosa sequenza di fasi terapeutiche volta a massimizzare il pieno potenziale del Damon System, basata sull’uso di bracket auto-leganti passivi Damon Q, con specifiche prescrizioni di torque e di archi ad alta tecnologia (Figura 3).

Il PED si divide in quattro fasi, caratterizzate ognuna da specifici archi, ausiliari, obiettivi e tempi di trattamento:

  • Fase 1, Allineamento. Archi iniziali rotondi e leggeri;
  • Fase 2, Espansione delle arcate ed espressione dei torque prescritti. Archi rettangolari ad alta tecnologia;
  • Fase 3, Fase di lavoro (Meccanica Major). Archi in acciaio con uncini;
  • Fase 4, Finitura. Archi in acciaio o TMA.

Fase1: Allineamento

Obiettivo: inizio del livellamento e dell’allineamento, inizio delle derotazioni, inizio dello sviluppo dell’arcata.

Archi: rotondi e leggeri, in rame-nichel-titanio (CuNiTi):

.014 Damon CuNiTi (superiore/inferiore).

È l’arco più importante della prima fase; usato nel 90% dei casi, inizia a muovere i denti, lavora sulle rotazioni, sul livellamento, sulla forma d’arcata e prepara all’azione

degli archi successivi;

.013 Damon CuNiTi (superiore/inferiore).

È usato come primo arco nel restante 10% dei casi, in pazienti con affollamenti molto severi o problemi parodontali che

richiedono forze iniziali ancora più delicate;

.016 Damon CuNiTi (superiore/inferiore).

È usato come secondo arco dopo lo .013;

.018 Damon CuNiTi (superiore/inferiore).

È usato come secondo arco nel caso lo .014 abbia causato esagerata dolenzia.

Tempo medio: dalle 10 alle 20 settimane e oltre.

Intervalli degli appuntamenti: 10/12 settimane per permettere la piena espressione delle potenzialità dell’arco.

Una delle ragioni della lunghezza di questo intervallo è quella di permettere l’espansione dell’arcata a livello del terzo medio e l’adattamento alle forze muscolari. Perciò è vietato l’uso di qualsiasi dispositivo aggiuntivo come trazioni extraorali, barre di Hakermann o affini.

Al primo appuntamento, dopo 10 settimane, si esamina l’arco.

Se si nota una deformazione che permane o l’evidenza di una concentrazione di stress in una determinata zona, lo si sostituisce con un nuovo arco dello stesso tipo e si attendono altre 10-20 settimane.

In casi severi si usa lo stesso arco anche per 6 mesi.

Si passerà alla fase successiva solo quando allineamento e livellamento siano stati raggiunti.

Ausiliari della prima fase

Stop: già presenti su molti degli archi CuNiTi in commercio.

È fondamentale serrarli sempre a circa 1 mm mesialmente e distalmente a un attacco, o a livello della linea mediana.

In caso di affollamento, serrarli sempre il più anteriormente possibile all’affollamento stesso, generalmente nella zona incisale.

Molle aperte (Open Coils): servono ad aprire spazi. La loro lunghezza deve essere pari alla distanza tra i due bracket da allontanare, sommata alla misura di un bracket e mezzo. Dopo 10 settimane si possono attivare inserendo uno stop da 1 mm tra molla e attacco oppure sostituendole con molle più lunghe misurate con il precedente criterio.

Catenelle: vengono usate già dalla prima fase per facilitare la derotazione di premolari e canini. Devono sempre essere posizionate al di sotto dell’arco per non aumentare la frizione.

Rialzi in composito o in metallo: evitano il distacco degli attacchi, soprattutto inferiori, e facilitano l’adattamento trasverso eliminando la forza occlusale che potrebbe contrastare i movimenti dentali.

Vengono generalmente posizionati sui denti posteriori nella tendenza al morso aperto, sugli incisivi centrali o sui canini nei morsi profondi.

Devono sempre essere bilanciati in modo da evitare laterodeviazioni mandibolari iatrogene.

Archi secondari: generalmente CuNiTi .013. Inseriti in un tubo accessorio presente nella parte superiore dell’attacco Damon Q, vengono usati per il recupero di elementi fuori arcata mentre l’arco principale la stabilizza.

Elastici precoci interarcata: da 2 oz (3/16 e 5/16), per problemi verticali, trasversali e antero-posteriori.

Ultimamente si è notata l’enorme efficacia dell’uso di elastici precoci leggeri che, usati fin dalle prime fasi del trattamento, diminuiscono drasticamente i tempi di utilizzo di elastici sugli archi d’acciaio durante la terza fase. Ciò determina un’ulteriore diminuzione dei tempi di trattamento. Inoltre, secondo la nostra esperienza, è più facile ottenere la collaborazione del paziente in questa fase piuttosto che nelle fasi finali del trattamento (Figure 4a-4b).

Considerazioni sulla prima fase

Nella prima fase la frizione e il binding sono minimizzati dall’uso di archi tondi e superelastici di piccolo diametro in uno slot 0.022. In questo modo i denti si muovono verso le aree di minima resistenza, pertanto la perdita di ancoraggio posteriore è veramente minima. Usare inizialmente tali archi leggeri consente, inoltre, di non superare la forza muscolare dell’orbicolare permettendo così l’esprimersi dell’effetto bumper.

La vestibolarizzazione degli anteriori nei casi non estrattivi viene minimizzata e allo stesso tempo si verifica un incremento dei diametri inter-premolari e inter-molari dovuto all’effetto Frankel15. Grazie a tutto ciò si ottiene lo spazio necessario a risolvere affollamenti anche di grave entità (Figure 5a-5b).

Anche il livellamento dei canini alti viene ottenuto senza l’intrusione o la vestibolarizzazione dei denti adiacenti poiché il sistema minimizza le forze parassite che, invece, siamo costretti a combattere nei sistemi convenzionali.

I denti posteriori devono però essere liberi di muoversi lateralmente per ottenere l’adattamento trasverso; non bisogna dunque bloccarli con apparecchi palatali o linguali (espansori rapidi, archi linguali ecc.) pena lo sventagliamento anteriore degli incisivi. Per la stessa ragione, gli stop serrabili, sempre presenti sugli archi CuNiTi, devono essere collocati anteriormente all’affollamento in modo che l’arco possa dipanarsi distalmente.

A conferma di ciò, in questa prima fase si determina l’allungamento delle estremità distali dell’arco che andrebbero a pungere le guance del paziente. È dunque necessario non inserire subito il filo nei secondi molari e piegarne le estremità distalmente ai primi molari, con una pinza adatta. Tranne questi denti, quindi, tutti gli altri, compresi quelli fuori arcata, devono essere agganciati all’arco principale fin dall’inizio del trattamento per sollecitare il sistema parodontale e muoverli da subito verso le aree di rimodellamento osseo riccamente vascolarizzate.

Fase 2: Espansione delle arcate

Obiettivo: terminare le rotazioni, iniziare il controllo del torque e il consolidamento dello spazio anteriore, continuare e finire lo sviluppo dell’arcata.

Archi: Edgewise ad alta tecnologia:

.014 X .025 CuNiTi (superiore/inferiore). Arco eccellente per terminare il livellamento e la correzione delle rotazioni e iniziare il controllo del torque;

.018 X .025 CuNiTi (superiore/inferiore). Arco di transizione per stabilizzare il controllo delle rotazioni prima di iniziare le meccaniche di classe con gli archi d’acciaio e per completare lo sviluppo trasversale delle arcate e l’espressione dei torque (non lasciarlo agire più di 8 settimane prima del rebonding e più di 4 settimane dopo!);

.016 X .025 CuNiTi (superiore/inferiore). Usato raramente come transizione più dolce agli archi successivi.

Tempo medio: 20-30 settimane.

Intervallo tra gli appuntamenti: 8-10 settimane per il primo arco, 4-6 per il secondo.

Casi specifici

In specifiche malocclusioni, per esempio nelle seconde classi con morso profondo, disponiamo di archi particolari, che svolgono una potente azione intrusiva a livello della premaxilla quali il .017 X .025 Reverse Curve NiTi oppure il .019 X .025 Reverse Curve NiTi, con o senza 20° di torque aggiunto nella zona anteriore. Se gli incisivi necessitano solo di intrusione, come nelle II classi I divisione (Figura 6), si usano senza torque aggiunto; nelle II classi II divisione vengono invece usati con 20° di torque aggiunto, al fine di correggere la carenza di torque anteriore caratteristica di questa malocclusione.

Ausiliari della seconda fase

Catenelle: vengono usate da canino a canino o, a volte, da premolare a premolare per impedire l’apertura di spazi nel settore anteriore, soprattutto durante l’uso degli archi reverse con o senza torque che tendono a vestibolarizzare gli incisivi.

Elastici precoci interarcata: da 4,5 oz (3/16 e 5/16), continuano l’azione di quelli utilizzati nella prima fase.

Considerazioni sulla seconda fase

Questa è la fase centrale della terapia, alla fine della quale si ottiene la forma d’arcata personalizzata, determinata dall’interazione tra le forze neuromuscolari del paziente e le forze sviluppate dalla sistematica.

È la fase di preparazione all’uso degli archi in acciaio per la meccanica major.

Appuntamento di rebonding

Dopo avere lasciato agire per non più di otto settimane l’ultimo arco CuNiTi, prima di iniziare la fase con gli archi in acciaio si rende necessaria, come in tutte le tecniche straight wire, un’accurata revisione della posizione degli attacchi, aiutandosi con una OPT per la valutazione del parallelismo radicolare (Figura 7), riposizionandoli se necessario, e lasciando lavorare l’ultimo CuNiTi ancora per quattro settimane. Un ribondaggio dei bracket mal posizionati in questa fase accorcia lo stadio di rifinitura di circa 3 mesi.

Durante questo appuntamento si verifica e corregge il bondaggio relativamente a otto punti chiave:

  • parallelismo delle radici (OPT);
  • margini gengivali;
  • bordi incisali e creste marginali;
  • triangoli neri;
  • rotazioni;
  • in-out = informazioni di primo ordine;
  • tipping = informazioni di secondo ordine;
  • torque = informazioni di terzo ordine.

Fase tre: Lavoro (Meccanica Major)

Obiettivo: terminare la correzione delle relazioni antero-posteriori e trasverse, consolidare e armonizzare la soggettiva forma d’arcata del paziente, terminare il controllo del torque e la chiusura degli spazi posteriori, fare le debite correzioni verticali, antero-posteriori e vestibolo-linguali utilizzando gli elastici interarcata da 6 once.

Negli ultimi tempi, l’efficacia degli elastici precoci nella coordinazione delle arcate durante i primi mesi di trattamento ha consentito di ridurre la necessità di collaborazione in questa fase e la durata della fase stessa.

Nella Figura 8 vengono riassunti i tipi di elastici utilizzati nel PED.

Archi: in acciaio (SS), con uncini saldati o “crimpati” tra laterali e canini (posted o crimped):

.019 X .025 SS (superiore/inferiore). Eccellente arco per mantenere l’integrità dell’arcata durante le correzioni dei problemi antero-posteriori e la chiusura degli spazi. Ottimo anche per il controllo della dimensione verticale;

.016 X .025 SS (solo inferiore). Viene usato nell’arcata inferiore se è richiesto maggior gioco tra arco e attacco. Ottimo come arco di finitura se i torque di tutti i denti inferiori sono accettabili. Lo si può usare anche nell’arcata superiore quando le angolazioni dei denti sono ottimali e ci si può permettere un’abbondante quantità di gioco.

Tempo medio: 20 settimane.

Intervallo tra gli appuntamenti: 6-8 settimane.

Ausiliari della terza fase

  • Legatura metallica a otto anteriore posizionata al di sotto dell’arco.
  • Tie-backs elastici.
  • Molle chiuse in NiTi, per chiudere spazi residui.
  • Molle di Pletcher in acciaio, per chiudere spazi specificatamente estrattivi.
  • Molle di Warren, per modificare il torque sul singolo dente.
  • Overlay - 2° arco .0.14 X .0.25 CuNiTi.
  • Elastici da 6 oz (3/16, 4/16 e 5/16), per meccaniche di seconda e terza classe, chiusura morsi aperti e intercuspidazione.

Commenti generali alla terza fase

All’inizio di questa fase è di assoluta importanza modellare l’arco d’acciaio sui diametri soggettivi ottenuti precedentemente con l’azione degli archi della seconda fase. A tale scopo, si rileva una cera della forma d’arcata inferiore sulla quale si modellano l’arco inferiore e il superiore, badando di sagomare quest’ultimo più ampio di 1 mm (Figura 9).

Questi archi possono inoltre essere modellati con una leggera curva di Spee ed eventuale torque di compenso sugli incisivi, posizionando poi due tie-backs elastici dall’uncino sull’arco all’uncino dei primi molari allo scopo di impedire l’apertura di spazi posteriori o di chiudere piccoli spazi rimasti. Prima di inserire l’arco in bocca bisogna avere cura di posizionare una legatura metallica a otto da canino a canino. Per la chiusura degli spazi d’estrazione si usa una coil-spring NiTi chiusa di forza media (lunghezza 9 o 12 mm). Per posizionarla agevolmente, è necessario piegare a 90° un capo della molla e agganciarlo all’attacco del primo molare e, infine, agganciare l’altra estremità o direttamente all’uncino dell’arco o usando un filo da legatura per evitare un allungamento eccessivo della molla. Per spazi più ampi si utilizzano le molle di Pletcher in acciaio.

Fase 4: Finitura

Obiettivo: modellare sull’arco (SS o TMA) le pieghe di 1°, 2° e 3° ordine necessarie a perfezionare l’occlusione utilizzando contemporaneamente gli elastici appropriati.

Archi: in acciaio (SS) con uncini saldati o “crimpati” tra laterali e canini o archi in titanio molibdeno (TMA).

La maggioranza dei casi possono essere terminati con gli stessi archi di lavoro della fase tre:

.019 X .025 SS (superiore);

.016 X .025 SS (inferiore).

Se però fosse necessario fare molte correzioni sull’arco, allora è preferibile utilizzare archi Edgewise TMA:

.019 X .025 TMA (superiore);

.017 X .025 TMA (inferiore).

Tempo medio: 10-20 settimane.

Intervallo tra gli appuntamenti: 4-6 settimane.

Correzione del cross-bite nel Damon System

Uno dei tanti vantaggi di questa tecnica è, secondo gli Autori, quello di riuscire a correggere, entro le prime due fasi, i cross-bite posteriori senza l’aiuto dei tradizionali apparecchi di espansione (REP, Quoad-elix, barre palatali).

In alcuni casi, tuttavia, se il cross-bite non si risolve nei primi 9-10 mesi di trattamento, è indicato usare un arco .0.016 X .0.025 SS espanso di 3-5 mm per lato, aiutandosi anche con elastici da criss-cross. In base alla nostra esperienza, questa azione espansiva dolce è efficace e non procura effetti dannosi all’osso e/o ai tessuti gengivali.

Le Figure 10 e 11 riassumono le sequenze degli archi del PED per casi normali o per i casi molto affollati o con problemi parodontali.

Indicazioni alle estrazioni

Nel Damon System, come già anticipato, l’indicazione alle estrazioni non è dettata da ragioni cefalometriche o di discrepanza dento-alveolare.

Le motivazioni che ci guidano sono sostanzialmente estetiche e funzionali secondo il citato “Paradigma dei tessuti molli” di Profitt e Sarver:

  • severe biprotrusioni (quando l’estetica del profilo richiede l’arretramento delle labbra);
  • estreme discrepanze della mediana;
  • casi chirurgici secondo il set-up.

In ogni caso non sono mai indicate se si prevede un appiattimento del profilo, tenendo conto anche della dimensione temporale, cioè dell’invecchiamento del viso che si manifesta naturalmente con una perdita di tono e di spessore dei tessuti molli.

Gestione del torque

La possibilità di utilizzare attacchi con torque diversificato è una delle più importanti caratteristiche del Damon System poiché consente di scegliere, dall’inizio, le prescrizioni di torque in funzione degli obbiettivi della terapia. I torque differenziali previsti per i bracket Damon Q sono rappresentati in Figura 12. Il controllo tridimensionale della posizione dentale è sempre stato di estrema importanza per il successo di un trattamento ortodontico e la gestione del torque è essenziale per ottenere l’adeguata inclinazione vestibolo-linguale degli incisivi, l’uprighting dei canini e l’intercuspidazione dei denti posteriori. A tutt’oggi, il Damon System rappresenta l’unica tecnica a multiscelta di torque in commercio (Figura 13), anche se alcune case produttrici di self-ligating stanno progredendo in questa direzione. Se, per esempio, l’incisivo laterale superiore è, inizialmente, in posizione palatale, la prescrizione per quel dente dovrà essere di un basso torque, allo scopo di spostare vestibolarmente la radice durante le fasi con archi rettangolari. Ancora, se gli incisivi centrali superiori sono severamente inclinati palatalmente come nelle classi II div. 2, si prescriverà, per quei denti, un super torque allo scopo di favorire il riposizionamento vestibolare delle corone.

Pur essendo fondamentale, nel piano di trattamento, selezionare inizialmente un’appropriata prescrizione di torque, questa potrà essere corretta all’occorrenza, o al momento del rebonding, sostituendo gli attacchi con altri di torque diverso, o nelle fasi finali, con adeguate pieghe di terz’ordine, modellate sugli archi in acciaio o in titanio molibdeno.

La nostra impostazione terapeutica prevede una specifica scelta di torque per ogni dente, a seconda del tipo di malocclusione e della meccanica che si decide di applicare per la risoluzione del caso. Si tiene conto, cioè, sia della situazione di partenza dei singoli elementi dentali, sia degli obiettivi della terapia con le rispettive meccaniche che avranno effetti diversi sui denti stessi (Figura 14).

In generale, utilizzando gli attacchi Damon Q è possibile trattare la maggior parte dei casi con le prescrizioni di torque standard che hanno già incorporato, per i vari elementi anteriori, valori di torque adeguatamente differenziati. Tuttavia, il sistema prevede altre prescrizioni di torque (alto e basso torque) per incisivi e canini, utili nelle differenti disgnazie.

Prescrizioni specifiche per gli incisivi centrali superiori

STANDARD TORQUE (+15°)

  • Denti già in buona posizione e poca richiesta di meccanica di classe.

HIGH TORQUE (+22°)

  • Casi di II classe II suddivisione.
  • Casi che necessitano di un lungo uso di elastici di II classe, per prevenire la perdita di torque causata dalla meccanica.
  • Dopo l’uso di apparecchi funzionali di II classe.
  • Casi estrattivi, per prevenire la perdita di torque durante la retrazione del gruppo anteriore.
  • Indice di Bolton alterato con laterali piccoli.
  • Chiusura di ampi diastemi.

LOW TORQUE (+2°)

  • Centrali che richiedono un forte uprighting della radice palatinizzata.
  • Casi che richiedono un lungo uso di elastici di III classe, per prevenire la vestibolarizzazione del gruppo anteriore.
  • Casi di estremo affollamento.
  • Casi di protrusione causata da una eccessiva spinta linguale interincisiva o dal succhiamento del pollice.
  • Casi che necessitano di una vasta espansione dell’arcata con adeguata inclinazione di partenza degli incisivi.

Prescrizioni specifiche per gli incisivi laterali superiori

STANDARD TORQUE (+6°)

  • Denti in buona posizione di partenza e minima richiesta di meccanica di classe.

HIGH TORQUE (+13°)

  • Casi di II classe II suddivisione quando il torque di partenza è lo stesso degli incisivi centrali, altrimenti è indicato un torque standard.
  • Casi che necessitano di un lungo uso degli elastici di II classe, per prevenire la perdita di torque causata dalla meccanica.
  • Dopo l’uso di apparecchi funzionali di II classe.
  • Nella maggior parte dei casi estrattivi, per prevenire la perdita di torque durante la retrazione del gruppo anteriore.
  • Indice di Bolton alterato a livello dei laterali.
  • Chiusura di ampi diastemi.

LOW TORQUE (-5°)

  • Incisivi laterali che richiedono l’uprighting della radice palatinizzata.
  • Casi che necessitano di una meccanica di III classe, per prevenire la vestibolarizzazione causata dall’uso prolungato degli elastici.
  • Casi di forte affollamento.
  • Casi di protrusione causata da una eccessiva spinta linguale interincisiva o dal succhiamento del pollice.
  • Casi che necessitano di una vasta espansione e i torque di partenza degli incisivi sono adeguati.
  • Quando il laterale è bloccato in cross-bite.
  • Casi in cui è previsto, per aprire lo spazio al canino, l’uso di una molla tra l’incisivo laterale e il primo premolare.

Prescrizioni specifiche per i canini superiori

STANDARD TORQUE (+7°)

  • Canini in posizione iniziale buona o, al più, labialmente inclinati.

HIGH TORQUE (+11°)

  • Canini con torque basso che necessitano di uprighting coronale.
  • Casi estrattivi, per prevenire la perdita di torque durante la retrazione del gruppo anteriore (che tende a contrarre i diametri intercanini).
  • Chiusura di ampi diastemi (che tende a contrarre i diametri intercanini).
  • Casi con forti affollamenti e canini alti per prevenire la perdita di torque durante la loro discesa in arcata.
  • Canini nella posizione degli incisivi laterali (bondati più alti per armonizzare la parabola gengivale).

LOW TORQUE (-9°)

  • Canini fortemente inclinati
    vestibolarmente.
  • Canini erotti palatalmente.

Prescrizioni specifiche per gli incisivi inferiori

STANDARD TORQUE (-3°)

  • Denti in buona posizione con minima richiesta di meccanica interarcata.
  • Casi estrattivi.
  • Uso di elastici di III classe.
  • Chiusura di ampi diastemi.

LOW TORQUE (-11°)

  • Casi che necessitano di un uso intensivo di elastici di II classe.
  • Casi di severo affollamento nel terzo anteriore della mandibola.
  • Incisivi bloccati lingualmente che richiedono uprighting della radice.
  • Casi in cui viene usato un apparecchio Herbst o similari associati al bondaggio.
  • Casi di morso profondo con previsione di uso di archi CuNiTi reverse curve.

Prescrizioni specifiche per i canini inferiori

LOW TORQUE (0°)

  • Canini in buona posizione di partenza o inclinati vestibolarmente.

STANDARD TORQUE (+7°) e HIGH TORQUE (+13°)

  • Affollamento nel settore anteriore (in associazione a un low torque sugli incisivi).
  • Canini che necessitano di uprighting coronale.
  • Casi estrattivi, per prevenire la perdita di torque anteriore durante l’arretramento del gruppo frontale.
  • Chiusura di vasti diastemi.
  • Precauzioni parodontali rispetto alla radice dei canini. HIGH TORQUE (+13°).

Punti chiave del Damon System

Il raggiungimento degli straordinari risultati che il Damon System promette è strettamente legato a una condotta terapeutica che non prescinda da:

  • scegliere correttamente i torque differenziali;
  • posizionare correttamente gli attacchi;
  • procedere al rebonding non appena ci si accorge di un errore di posizionamento;
  • rispettare la sequenza degli archi senza cercare di personalizzarla;
  • usare fili di buona qualità;
  • procedere con disciplina;
  • non avere fretta!

La collaborazione nel PED

Rimane di fondamentale importanza assicurarsi la collaborazione del paziente riguardo all’igiene orale e all’uso degli elastici che sono lo strumento imprescindibile per la correzione dei rapporti antero-posteriori, verticali e trasversali. In relazione a ciò sono stati fatti molti studi che hanno dimostrato che comunicare con il paziente sulla necessità di una sua collaborazione è di fondamentale importanza per accrescerne la compliance.

Fields, Milgrom e Rubin hanno sottolineato la necessità di coinvolgere il paziente in modo da farlo sentire partecipante attivo del proprio trattamento così da diminuirne l’ansia e stimolarne un comportamento collaborativo.

Nanda e Kierl hanno poi mostrato che una relazione positiva ortodontista-paziente produce sempre in quest’ultimo un aumento della collaborazione.

Sono stati evidenziati (Sinha et al.) specifici comportamenti dell’ortodontista significativamente correlati all’aumento della compliance; il più importante di questi è dimostrare preoccupazione per il benessere del paziente. 

Parlare con lui in modo calmo, confidenziale e rassicurante è altrettanto importante.

Tutti questi Autori concludono affermando che l’ortodontista può influenzare la cooperazione del paziente se si preoccupa di creare con esso una buona relazione; a questo scopo, può essere d’aiuto la conoscenza dei principi di comunicazione sviluppati dalla Programmazione Neurolinguistica, disciplina nata in California attorno al 1970 a opera di Bandler e Grinder.

La PNL offre all’ortodontista la possibilità di apprendere, attraverso training specifici, tecniche atte ad aumentare la propria capacità di relazionarsi efficacemente con i propri pazienti per ottenere da loro la collaborazione voluta. Comunicare efficacemente per influenzare positivamente i propri pazienti è una dote che può essere efficacemente studiata e appresa.

Casi clinici

Vengono di seguito presentati tre casi clinici con caratteristiche e difficoltà differenti a sottolineare la versatilità del sistema.

Caso clinico n. 1

Paziente maschio di anni 35, prima classe scheletrica normodivergente, profilo biretruso, grave affollamento bimascellare e perdita degli elementi 16 e 27.

Terapia di allineamento e coordinamento delle arcate, chiusura degli spazi estrattivi per mesializzazione di 17, 18 e 28.

La chiusura degli spazi ha richiesto in fase di Meccanica Major il ricorso a trazione su ancoraggio scheletrico temporaneo (Minivite in zona distale 15). Gli elementi 38 e 48 sono stati estratti solo alla fine del trattamento (Figure 15-20).

Caso clinico n. 2

Paziente maschio di anni 13, terza classe scheletrica e dentale, iperdivergente, open-bite scheletrico e dentale, postura linguale bassa.

Affollamento prevalentemente superiore con canini in posizione ectopica vestibolare. Trattamento di allineamento delle arcate e di correzione dei rapporti antero-posteriori, trasversi e verticali con elastici precoci.

Ottima risposta dento-alveolare con correzione della malocclusione.

Buon miglioramento del viso e del profilo nonostante il permanere di un leggero gummy smile.

Data la giovane età del paziente la prognosi a distanza per la crescita in terza classe rimane riservata; il paziente è tutt’ora in contenzione con un apparecchio di rieducazione linguale (ELN di Bonnet) (Figure21-26).

Caso clinico n. 3

Paziente femmina di anni 38, leggera seconda classe scheletrica, ipodivergente, seconda classe dentale piena, morso profondo dentale, presenza di numerosi diastemi anteriori.

Allineamento delle arcate con rialzi anteriori ed estrusione dei settori latero-posteriori ad aprire il morso, elastici precoci di seconda classe per la correzione dei rapporti antero-posteriori (Figure 27-32).

Caso clinico n. 4

Paziente femmina di anni 14, prima

classe scheletrica normodivergente, asimmetria del viso con deviazione del mento verso sinistra, affollamento bimascellare con cross-bite dei settori posteriori a sinistra.

Problematica la condizione paradentale del 43 che è in posizione ectopica vestibolare e ruotato di 90°.

Allineamento delle arcate con recupero dello spazio necessario senza il ricorso a estrazioni, correzione della contrazione mascellare e della laterodeviazione grazie all’uso di elastici precoci da criss-cross e correzione dei rapporti antero-posteriori con elastici asimmetrici.

Le foto a distanza di un anno dalla fine della terapia multibracket mostrano un buon risultato funzionale ed estetico (Figure 33-38).

Considerazioni finali

Frizione bassa e sistema di forze leggere

I sistemi convenzionali che usano legature metalliche o elastiche generano alti livelli di frizione.
I fattori connessi alla frizione sono i seguenti:

  • materiale costituente gli attacchi; generalmente gli attacchi di acciaio sviluppano frizioni minori di quelli in ceramica;
  • materiale costituente gli archi; c’è un aumento progressivo della frizione passando da archi in acciaio ad archi NiTi e, infine, ai TMA;
  • angolo critico di contatto; se l’angolo tra l’arco e l’attacco si avvicinasse all’angolo critico di contatto si produrrebbero un grippaggio e una frizione, determinando un aumento della resistenza allo scorrimento. Gli attacchi del Damon System hanno un maggior angolo critico di contatto e un minor grippaggio rispetto agli attacchi convenzionali. Per questo si possono applicare basse forze per ottenere il movimento dentale;
  • metodo di legatura; nei sistemi tradizionali c’è un aumento di frizione in ordine crescente a seconda che si usino legature in acciaio, anelli elastici o legature elastiche a otto. È dunque vantaggioso, allo scopo di ridurre le frizioni, usare un sistema self-ligating passivo;
  • azione lubrificante della saliva16;
  • accumulo di placca e tartaro.

In accordo con i risultati delle ricerche di vari Autori17, gli attacchi dei sistemi self-ligating passivi sviluppano una frizione notevolmente più bassa di quella di un attacco convenzionale o di un qualsiasi sistema autolegante attivo.

Dunque, paragonato a quello convenzionale, l’attacco Damon presenta una netta riduzione della resistenza allo scivolamento lungo l’arco.

La diminuzione della frizione e di conseguenza delle forze necessarie a ottenere spostamenti dentali va nella direzione del raggiungimento di quel livello di forza ottimale, descritto da Profitt13, che provoca riassorbimento osseo diretto invece che riassorbimento indiretto con necrosi asettica dell’osso. Tale livello di forza che si mantiene in quella che Damon3 definisce Biozona, contribuisce a determinare un bilanciamento naturale tra i muscoli, i tessuti molli e l’osso.

Allineamento e livellamento rapidi

Per quanto la velocità di spostamento degli elementi dentali non sia quella che noi riteniamo il vantaggio principale del Damon System, un esempio tipico della sua efficienza nel livellamento e nell’allineamento iniziali è il trattamento dei canini superiori in posizione alta. Nei sistemi convenzionali, se un arco viene inserito nell’attacco di un canino in posizione vestibolare alta, l’arco si piega bruscamente, sviluppando grippaggio e frizione eccessivi. Generalmente, a causa di ciò, sopravvengono effetti collaterali quali l’intrusione dei denti adiacenti, lo sventagliamento degli incisivi e la deformazione dell’arcata dentale, tutti effetti parassiti che, dovendo essere neutralizzati, allungano i tempi di trattamento.

Questi effetti collaterali sono molto meno evidenti nei casi trattati con il Damon System, in quanto la combinazione degli attacchi self-ligating passivi con archi rotondi di piccolo diametro minimizza grippaggio e frizione. Quantunque possa determinarsi una leggera intrusione dei denti adiacenti, tale effetto collaterale si risolve spontaneamente in seguito con l’azione degli archi successivi4.

L’effetto lip bumper

La posizione dei denti anteriori gioca un ruolo importante nel sostegno delle labbra e nell’estetica facciale e del sorriso. Tale posizione è determinata dall’equilibrio tra l’orbicolare delle labbra, il mentoniero e la lingua. Quando le forze ortodontiche sui denti anteriori superano la forza del labbro, i muscoli orbicolare e mentale non possono evitare lo sventagliamento degli incisivi. Questo effetto vestibolarizzante è ritenuto quasi inevitabile nei trattamenti convenzionali, mentre nel Damon System le forze ortodontiche dei primi archi sono molto leggere e comunque minori di quelle muscolari. Si sviluppa così una sorta di “effetto lip bumper” che previene la vestibolarizzazione degli incisivi.

Con il Damon System l’affollamento può dunque essere risolto, nei casi non estrattivi, attraverso tale effetto e le conseguenti espansione e adattamento posteriore durante il periodo del livellamento e allineamento iniziali. Clinicamente si può osservare che mentre viene mantenuta la posizione vestibolo-labiale degli incisivi senza severi sventagliamenti, i denti si possono allineare nello spazio ottenuto attraverso l’espansione trasversale dell’arcata.  Anche nei casi estrattivi l’effetto lip-bumper è utile a direzionare la correzione dell’affollamento nello spazio di estrazione senza perdita di ancoraggio posteriore. Ci sono tuttavia alcuni casi in cui non si può contare sull’effetto descritto; per esempio i pazienti che presentano morso aperto anteriore, incompetenza labiale o biprotrusione esercitano, con i muscoli periorali, una forza debole. Di conseguenza non può essere mantenuta la posizione antero-posteriore degli incisivi se non con un’adeguata scelta di torque e con esercizi di mioterapia. L’effetto lip-bumper, manifestandosi in modo differente nelle diverse tipologie scheletriche e in relazione alle differenti tonicità labiali, può essere d’aiuto oppure no. In ogni caso il clinico deve cercare di trarne sempre vantaggio.

Espansione e adattamento posteriori

L’effetto lip-bumper fa parte di quel bilanciamento funzionale tra guancia, muscoli periorali, lingua e tessuti periodontali che muove denti e osso alveolare verso una nuova posizione, trasversalmente espansa, fisiologicamente determinata.

La forza delle labbra, come abbiamo già detto, dirige posteriormente i denti favorendo l’espansione dell’arcata soprattutto a livello premolare e molare attraverso quello che chiamiamo “effetto Frankel”15. A causa dell’espansione posteriore, la lingua si sposta in una posizione più alta e produce un nuovo bilanciamento funzionale con labbra e muscoli facciali. Il dottor Damon chiama questo fenomeno “il risveglio della lingua”. Ovviamente l’espansione dell’arcata dentale deve avvenire all’interno dello spazio osseo disponibile. Se viene applicata una forza eccessiva, invece di ottenere espansione ossea i denti si muovono nell’osso e si possono determinare deiscenze o perforazioni della corticale vestibolare con compromissione paradentale e della stabilità a distanza. A causa dell’effetto Frankel, nei casi estrattivi, la quantità di spazio da chiudere che residua dopo la correzione dell’affollamento potrebbe aumentare, poiché l’espansione posteriore si aggiunge allo spazio residuo di estrazione. Così, quando usiamo il Damon System dobbiamo, nei casi borderline, valutare attentamente la decisione di procedere alle estrazioni. La presenza di affollamento dunque, invece di essere considerata un fattore negativo costituisce, secondo i nuovi paradigmi del PED, “benzina nel motore” che facilita l’espansione trasversa.

Forma d’arcata Damon e forma d’arcata individualizzata

Gli archi del Damon System hanno un’unica e specifica forma che vale sia per l’arcata superiore che per l’inferiore. Tale forma è relativamente più ampia a livello dei premolari e dei molari di quella di altre tecniche straight wire.  Durante l’uso della sequenza di archi CuNiTi .0.014, .0.014 X .0.025, .0.018 X .0.025 si assiste allo sviluppo fisiologico di una forma d’arcata soggettiva, diversa per ogni paziente. Ciò significa che la nuova forma non è determinata dalle caratteristiche degli archi Damon, ma dall’interazione di queste caratteristiche con la struttura di partenza e le funzioni proprie del paziente. Bisogna per esempio tenere conto della differenza etnica nella forma d’arcata tra le varie razze: i caucasici hanno forme d’arcata più affusolate, mentre i giapponesi e i coreani presentano forme più squadrate18. Inoltre, la forma d’arcata cambia a seconda del biotipo e della classe dentale del paziente; la forma ovoidale, quella squadrata e quella affusolata sono più frequenti rispettivamente nelle malocclusioni di I classe, III classe e II classe19.

Riassumendo, possiamo dire che il cambiamento della forma d’arcata nel Damon System comporta un aumento dell’ampiezza a livello premolare e molare causato da una risposta bioadattativa con riassetto funzionale che stabilizza il risultato finale.

L’efficienza del trattamento

L’evoluzione tecnico-merceologica dei fili ortodontici ha consentito di diminuire l’entità delle forze necessarie alle azioni ortodontiche aumentando così l’efficienza del trattamento e gli intervalli tra gli appuntamenti.

Come già sottolineato, dato che i fili usati nel Damon System sono di tre tipi, gli intervalli raccomandati nelle varie fasi della terapia tengono conto delle loro diverse caratteristiche:

  • fase degli archi CuNiTi rotondi: 10 settimane;
  • fase dei CuNiTi rettangolari: 8 settimane;
  • fase degli archi in acciaio con uncini: 6 settimane;
  • fase finale con TMA: 4 settimane.

Secondo una ricerca di Harridine del 200120 il Damon System, durante la fase di livellamento e allineamento iniziali, consente intervalli più distanziati tra gli appuntamenti rispetto ai sistemi di trattamento convenzionali; tale ricerca ha evidenziato che, in casi con lo stesso indice di gravità, il gruppo di pazienti trattati con il Damon System ebbe un periodo di trattamento più corto (in media 4 mesi, 18% di riduzione) e un più ridotto numero di visite (4 volte, 25% di riduzione) rispetto al gruppo di pazienti dei sistemi convenzionali21.

Conclusioni

Tutto quello che abbiamo descritto è sostenuto dall’idea che il Damon System sia basato sui seguenti due concetti fondamentali:

  • per tutto il periodo di trattamento bisogna evitare di utilizzare forze pesanti che eccedano il limite del sistema biologico;
  • la nuova posizione dei denti e la nuova forma d’arcata dovrebbero essere raggiunte con basse forze e basse frizioni attraverso un fisiologico bilanciamento tra i muscoli facciali, la lingua, l’osso e i tessuti molli.
  • Se queste condizioni vengono rispettate, i vantaggi che ne derivano sono i seguenti:
  • i casi borderline possono essere trattati senza estrazioni;
  • la richiesta di ancoraggio e il pericolo di riassorbimenti radicolari sono diminuiti;
  • la meccanica del trattamento è semplificata;
  • non è richiesta collaborazione del paziente per l’uso di apparecchiature extraorali;
  • l’intervallo tra gli appuntamenti si allunga e diminuisce il tempo alla poltrona;
  • i denti si muovono verso una posizione che è funzionalmente bilanciata e maggiormente stabile;
  • l’armonia tra la posizione dei denti e i tessuti molli e duri circostanti può essere ottenuta più facilmente e in un periodo di tempo più breve;
  • a nostro avviso i miglioramenti estetici del viso, dovuti alla “magia del terzo medio”, cioè all’espansione trasversale delle arcate a livello soprattutto premolare, sono di gran lunga superiori alle aspettative.

Una certa parte della letteratura ortodontica non conferma, ad oggi22,23, e in molti casi addirittura nega, i vantaggi sopra elencati ma, secondo noi, nessuno dei lavori sfavorevoli al Damon System è sufficientemente significativo, dal momento che le valutazioni sperimentali v/s Damon sono state fatte o in vitro o senza specificare i protocolli seguiti. Molti di tali lavori, per esempio, paragonano l’efficienza nella correzione degli affollamenti tra metodiche self-ligating e metodiche tradizionali valutando la velocità di chiusura degli spazi in casi estrattivi laddove nel Damon System il ricorso alle estrazioni è percentualmente molto ridotto. Abbiamo quindi la sensazione che questi studi vengano fatti mantenendo i paradigmi dell’ortodonzia ortodossa, senza valutare quali sono i reali punti di forza del sistema:

  • espansione stabile delle arcate in caso di gravi affollamenti senza estrazioni;
  • miglioramenti estetici sia del sorriso che del terzo medio della faccia;
  • facilità di correzione antero-posteriore e verticale con l’uso di elastici leggeri;
  • salute parodontale e minori riassorbimenti radicolari.

Alla comparsa dei sistemi SL, la maggior parte degli ortodontisti ha pensato di utilizzare tali bracket solo per sveltire le procedure alla poltrona, mantenendo le proprie scelte terapeutiche e i protocolli operativi nell’ambito dei paradigmi dell’ortodonzia usata fino a quel momento. Questo atteggiamento impedisce, tuttora, a costoro di apprezzare le effettive potenzialità dei sistemi SL passivi.

Per poter comprendere a pieno e utilizzare una sistematica di questo tipo bisogna saper abbandonare i paradigmi che hanno, fino a questo momento, guidato la nostra pratica ortodontica, indipendentemente dalla scuola di provenienza. Noi riteniamo fondamentale essere consapevoli che abbiamo accettato i concetti dell’ortodonzia classica come dati di realtà, senza renderci conto che erano solo paradigmi e come tali suscettibili di critica e cambiamento, soprattutto in considerazione dell’evoluzione tecnologica in atto.

Affermazioni categoriche quali “bisogna rispettare la forma d’arcata iniziale del paziente”, “l’incisivo inferiore deve avere una specifica inclinazione” (peraltro variabile di molti gradi a seconda degli Autori), “l’angolo inter-incisivo deve essere di 130°”, “l’azione, anche leggera, di qualsiasi arco tende a vestibolarizzare gli incisivi inferiori”, “l’anteriorizzazione della mandibola crea problemi articolari”, “l’espansione del mascellare superiore si può ottenere solo attraverso l’apertura della sutura mediopalatina e solo prima del picco di crescita puberale” sono state ampiamente confutate dalle evidenze cliniche di migliaia di casi trattati da professionisti che utilizzano il Damon System in maniera corretta. Solamente in Spagna, il dottor Rafael Garcia Espejo e il dottor Ramon Perera in oltre dieci anni di attività clinica hanno incontestabilmente mostrato, attraverso la documentazione particolareggiata di più di duemila casi trattati, che il Damon System mantiene quello che promette, a condizione che se ne conoscano le potenzialità e le si sappiano attivare.

Ci si può così rendere conto che alcuni vecchi vincoli terapeutici non hanno più ragione di essere considerati. In base all’esperienza clinica nostra e di tanti professionisti nel mondo, affollamenti anche gravi si risolvono sotto l’azione di archi leggeri e con la vestibolarizzazione degli incisivi inferiori controllata dal tono muscolare del labbro inferiore; entrambe le arcate si espandono a qualsiasi età, recuperando spazio, a livello del terzo medio; i denti si muovono con l’osso e non nell’osso; la mandibola anteriorizza stabilmente anche in pazienti adulti; non c’è bisogno di rinforzi di ancoraggio intra o extraorali; diminuiscono nettamente i rischi nei trattamenti dei pazienti con problemi parodontali e si assiste addirittura, nella maggior parte dei casi, a un miglioramento della salute del parodonto; diminuiscono drasticamente i rischi di rizolisi e le controindicazioni al trattamento in pazienti con problemi articolari nei quali, grazie all’effetto bite dei rialzi occlusali ben bilanciati, spesso la sintomatologia algica scompare da subito e, in generale, la metodologia di trattamento risulta meno farraginosa e meno appesantita da apparecchiature supplementari mal sopportate dai pazienti. Naturalmente, essendo la nostra pratica con il Damon System iniziata solo qualche anno fa, i dati clinici in nostro possesso non sono sufficienti a darci certezze assolute relative a tutti i vantaggi esposti e alla stabilità a lungo termine dei casi trattati; auspichiamo dunque che, nelle sedi adeguate, si conducano studi seri e obiettivi su un sistema che ha cambiato la pratica clinica quotidiana di molti ortodontisti nel mondo in modo tanto entusiasmante.

Corrispondenza

Chiara Buraglio

chiaraburaglio@studioantonioliburaglio.it;
m.antonioli@intercom.it

Fabio Tamanza

fabio.tamanza@tin.it

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22. Bhavna S. Alla ricerca dell’evidenza per gli apparecchi autoleganti e la tecnica Straight Wire: una nuova era per la comprensione? 44 th SIDO International Congress “New Therapeutic Toll in Orthodontics”.

23. Nathamuni K. I sistemi autoleganti e l’efficienza terapeutica - Le prospettive fornite dai dati. 44 th SIDO International Congress “New Therapeutic Toll in Orthodontics”.

Ecco la app sulla tessera sanitaria UE, informazioni in 25 lingue

Sono quasi 200 milioni gli europei già in possesso di una tessera europea di assicurazione malattia, Team, tesserino rilasciato gratuitamente che conferisce al titolare che si trovi all’estero il diritto a cure sanitarie alle stesse condizioni dei cittadini di quel Paese. In Italia è integrata alla tessera sanitaria regionale e nel 2013, secondo i dati della Commissione europea, ne circolavano 58,9 milioni, di cui 8,9 milioni emesse nell’anno in questione per una copertura che raggiunge il 100 per cento della popolazione. Guardando all’intera Unione europea la copertura è invece del 54,7 per cento, ma il numero di Team aumenta costantemente: nel 2013 sono aumentate del 4%, pari a 8 milioni in più. I valori più bassi di copertura si registrano in Romania (0,7%), Grecia (1,2%) e Polonia (4,3%).

Nonostante esista da anni, la Team non è ancora pienamente conosciuta nell’Unione, nemmeno dagli operatori della sanità tanto che la commissione rileva casi di rifiuto di prestazioni dovute. Anche per questo ha deciso di creare una “app” che fornisce informazioni sulla tessera, sui numeri di telefono di emergenza, sulle cure sanitarie coperte e i costi, sulle modalità di richiesta dei rimborsi e sulle persone da contattare in caso di smarrimento della tessera. L’app, disponibile in 25 lingue, copre i 28 paesi dell’Ue a cui si aggiungono Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera.

Rifinire e lucidare i restauri estetici

Analisi profilometrica di superficie di due resine composite lucidate mediante tre diversi sistemi dopo l’abrasione con lo spazzolino da denti

Profilometric analysis of two composite resins’ surface repolished after tooth brush abrasion with three polishing systems.

Uppal M, Ganesh A, Balagopal S, Kaur G. J Conserv Dent 2013 Jul;16(4):309-13.

Questo studio in vitro è stato intrapreso per valutare l’effetto di tre sistemi di lucidatura sulla superficie finale di due diverse resine composite: una microriempita e una microibrida.

In letteratura si possono ritrovare una vasta quantità di studi che studiano i protocolli per la finitura e la lucidatura dei materiali compositi. Tuttavia, poco è stato fatto per indagare la successiva manutenzione di queste finiture e lucidature. Tutti i restauri estetici richiedono una manutenzione costante, compresa la ripulitura periodica per migliorare la loro estetica e aumentare la loro longevità. Diversi sono i sistemi di lucidatura disponibili oggi sul mercato, purtroppo però non esiste un accordo generale in letteratura odontoiatrica su quale sia il metodo migliore di finitura e lucidatura dei materiali da restauro compositi. Un totale di 40 campioni sono stati preparati dagli Autori e divisi in due gruppi (Gruppo I, con resina composita microriempita (Durafill VS) e Gruppo II, con resina composita microibrida (Charisma). I campioni sono stati realizzati depositando i materiali compositi in resina in uno stampo rettangolare acrilico di 8 mm (lunghezza) x 5 mm (larghezza) x 4 mm (altezza). È stata eseguita una fotopolimerizzazione con lampada alogena per 30 sec su entrambi le superfici esterne dei campioni. Quindi questi sono stati irradiati per ulteriori 60 sec da entrambi i lati, senza le matrici in atto. Poi, i campioni sono stati rimossi dallo stampo. I Gruppi I e II sono stati suddivisi quindi in Sottogruppi: A, lucidati con striscia abrasiva; B, lucidati mediante sistema Enhance; C, in cui è stato usato un sistema di lucidatura Gloss; D, in cui si è utilizzato il sistema di lucidatura Sof-Lex. Ciascuno di questi Sottogruppi comprendeva cinque campioni che in entrambi i Gruppi, a eccezione del Sottogruppo A (controllo), sono stati rifiniti con fresa in metallo duro (SS bianco) per 3 secondi. La procedura di finitura è stata effettuata da un solo operatore. I quattro Sottogruppi dei Gruppi I e II sono stati lucidati secondo le istruzioni delle case produttrici come segue:

  • Sottogruppo A, o sottogruppo di base; non è stato effettuato nessun ulteriore trattamento di lucidatura;
  • Sottogruppo B; la lucidatura è stata effettuata utilizzando il sistema Aumenti (Dentsply mastice, Dentsply International Inc., Milford, PA, USA; lotto non 624.075);
  • Sottogruppo C; la lucidatura è stata effettuata utilizzando il sistema One Gloss (Shofu, Kyoto, Giappone; lotto non 070.822);
  • Sottogruppo D; la lucidatura è stata effettuata utilizzando il sistema Sof-Lex (3M-ESPE, St. Paul, MN, USA; lotto n 1980).

L’analisi statistica ha rivelato una differenza significativa tra i sistemi di lucidatura nei diversi materiali da restauro (P <0,05).

Nessuna differenza significativa (P >0.05) è stata riscontrata circa la ruvidità superficiale tra il Gruppo I (Durafill VS) e il Gruppo II (Carisma) nel Sottogruppo A (controllo).

Tra i Sottogruppi sperimentali, il B ha mostrato i minimi valori di ruvidità superficiale sia per il Gruppo I che per il Gruppo II (P <0,05). È stata anche riscontrata una differenza statisticamente significativa tra il Sottogruppo C e D sia nel Gruppo I che nel Gruppo II (P <0,05). La ruvidità superficiale è risultata maggiore nel Sottogruppo C sia del Gruppo I che del Gruppo II (P <0,05). In entrambi i Gruppi la spazzolatura simulata seguente alla procedura di lucidatura iniziale ha mostrato di irruvidire in modo significativo la superficie del materiale da restauro (P <0,05). La rilucidatura dopo la spazzolatura simulata ha rivelato una significativa diminuzione dei valori di ruvidità superficiale (P <0,05).

implicazioni cliniche

Il clinico deve considerare, quando deve effettuare una ricostruzione con materiali compositi, che le resine composite microriempite garantiscono una migliore lucidabilità rispetto alle resine composite microibride. Inoltre, poiché le manovre di igiene orale quotidiana domiciliare aumentano alla lunga la ruvidità superficiale delle resine composite è d’obbligo effettuare da parte dell’odontoiatra delle lucidature di routine a distanza per mantenere l’ottimale lucidatura della superficie del restauro.

Italiani: sempre meno visite odontoiatriche

Gli italiani non controllano frequentemente i propri denti, mentre risultano più attenti allo stato di salute del proprio sangue: questa è la sintesi dell’indagine condotta dall’Istituto di ricerca Demoskope. Mentre il 42,2% degli intervistati dichiara di aver eseguito un controllo del sangue negli ultimi sei mesi, la percentuale scende al 34,9% per quanto riguarda le visite odontoiatriche. Oltre un italiano su cinque invece non effettua un controllo ai denti da più di due anni. In questo caso, le fasce d’età più disattente sono quelle che comprendono gli italiani tra i 25 e i 34 anni e quelle tra i 45 e i 54.

Analizzando le differenze di sesso, quello che sorprende è scoprire che sono le donne, solitamente più attente alla sfera della salute, le più incostanti: tra di loro la percentuale di chi non si controlla i denti da più di due anni sale al 25,4%, contro il 20% degli uomini.

“Sebbene le alte percentuali riscontrate denuncino la disattenzione di molti italiani, dovuta anche alla crisi economica che spinge a tagliare persino sui controlli – dichiara Vito Ciardo, General Manager di Dottori.it – un segno in controtendenza che ci fa ben sperare per il futuro è la crescita del numero di chi consulta la rete per cercare un medico specialista presso cui fare prevenzione, che resta lo strumento principale con cui proteggersi dalle malattie.”

Testimone e protagonista della più moderna odontoiatria

Marco Martignoni

Ė Marco Martignoni, figlio d’arte, romano, classe 1962. In questa lunga intervista racconta il rapporto con il padre, il suo primo maestro, gli incontri con i personaggi più illustri dell’odontoiatria mondiale, ma anche la scelta di seguire autonomamente la sua strada, che l’ha portato sino ai vertici della Società Italiana di Endodonzia.

Essere figlio d’arte non è un merito, né una colpa: semmai è un destino che Marco Martignoni ha saputo vivere con equilibrio e intelligenza. La scelta di seguire, seppur solo in parte e in modo del tutto autonomo, le orme del padre, il Professor Mario Martignoni, un nome illustre dell’odontoiatria italiana, la matura a 18 anni, quando, in occasione di un Expodental a Milano, vede per la prima volta suo padre nella veste di odontoiatra. Affascinato da questo mondo, decide di intraprendere gli studi in questa disciplina, anche per stargli vicino, ammette, dato che la sua professione lo aveva tenuto lontano dalla vita familiare. Si laurea con lode all’Università di Chieti nel 1988, frequenta il reparto di continuing education di Herbert Schilder presso la Boston University, poi il centro corsi di Cliff Ruddle in California.  Libero professionista nella sua città natale, Roma, insieme al fratello Massimiliano, la sua “punta di diamante”, dice, dedica il suo tempo all’endodonzia, alla ricostruttiva pre-protesica e al restauro protesico. Ė autore di pubblicazioni riguardanti la ricostruzione dei denti trattati endodonticamente e relatore a convegni nazionali e internazionali. Socio fondatore dell’Accademia Italiana di Odontoiatria Microscopica, membro onorario della Società Francese di Endodonzia, è stato presidente del congresso dell’European Society of Endodontology nel 2011 a Roma e Presidente della Società Italiana di Endodonzia (SIE) nel triennio 2011-2013.

Dottor Martignoni, qual è stata la peculiarità della sua formazione?

Innanzitutto, quella di essere stato allievo di grandi maestri, ma anche e soprattutto di mio padre, e questa è stata davvero una fortuna. Basti pensare che la maggior parte dei grandi nomi dell’odontoiatria, persone che ho incontrato e conosciuto nello studio di mio padre quando ero ancora un ragazzino, mio padre l’ha avuto come maestro. Poi, l’altra cosa stimolante è che ho cominciato la professione odontoiatrica in un certo senso al contrario rispetto a quello che accade a un dentista, perché mi sono trovato per prima cosa ad affrontare la gnatologia, anziché la conservativa.

Questo percorso l’ha avvantaggiata?

Sì, mi ha aiutato a non dimenticare che i denti esistono principalmente per masticare e noi li curiamo essenzialmente con questo obiettivo.

Perché a volte i pazienti se ne dimenticano….

Sì, l’estetica oggi la fa da padrona, anche se bisogna riconoscere che questo aspetto, insieme a quello della fonazione, ha comunque una rilevanza anche sotto il profilo funzionale. In ogni caso, oggi, i materiali nell’estetica ci aiutano molto e sono proprio lo studio e la ricerca dei nuovi materiali che ho imparato da mio padre negli anni ’80. Inoltre, lui utilizzava già il microscopio operatorio e faceva ricerca interna, oltre a poter contare su un laboratorio di ricerca universitario: ha messo in condizioni me e mio fratello Massimiliano, la mia punta di diamante, di poter contare su un piccolo laboratorio di ricerca per poter fare indagini in microscopia ottica con forti ingrandimenti. Così, oltre ad averci appassionato a questa professione in termini di servizio clinico, ci ha trasmesso anche la passione per l’indagine e soprattutto per la ricerca dei materiali che devono rispondere alle nostre aspettative, perché l’odontoiatria oggi è cambiata in virtù dei materiali e non soltanto degli strumenti.

Com’è entrata nella sua vita professionale la Società Italiana di Endodonzia?

Una volta tornato dagli Stati Uniti ho cominciato a praticare l’endodonzia nello studio di mio padre e con grande soddisfazione ho potuto presentare i casi per diventare socio attivo della Società Italiana di Endodonzia. Nel frattempo, ero già stato al centro di Cliff Ruddle, un grande personaggio dell’endodonzia moderna, con cui poi ho stretto un’amicizia basata su una reciproca affinità: io avevo trovato un valido maestro, grazie a lui sono riuscito a migliorare le mie conoscenze, mentre lui mi ha sempre dimostrato grande amicizia. All’interno della SIE ho iniziato il mio iter da conferenziere e poi durante le votazioni in un congresso di Torino sono stato eletto nel Consiglio Direttivo e in seguito sono diventato Presidente dal 2011 fino al 2013.

A proposito di endodonzia, come sta questa disciplina?

Bene, è progredita molto in questi ultimi decenni, ancora una volta grazie all’evoluzione dei materiali e ai sistemi di ingrandimento.

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L’endodonzia oggi è diventata una pratica che, a mio modo di vedere, per l’80% potrebbe essere esercitata da qualunque dentista che impari a utilizzare degli strumenti che sono ormai di alto livello, mentre una volta era esercitata da superspecialisti che oggi si occupano di trattamenti o di casi particolarmente complicati: un ambito che non supera il 10% dei casi.

L’endodonzia ha subìto danni dall’implantologia?

All’inizio, sì, perché talvolta l’overtreatment implantare ha portato a estrazione dei denti integri per il rimpiazzo implantare, mentre credo che oggi l’atteggiamento sia completamente diverso. Gli implantologi riconoscono ai denti naturali valore, laddove ci siano le condizioni per poterli riabilitare alla loro funzione. Parallelamente, credo che in futuro vedremo un aumento del successo endodontico in termini di statistiche, perché l’endodonzia si pratica solo ed esclusivamente su quei denti che offrono garanzie di utilizzo per la masticazione.

A suo avviso, tra gli specialisti, c’è comunicazione?

Non abbastanza, d’altronde, come si dice, “quando si ha in mano un martello, tutto sembra un chiodo”: in altre parole, ciascun professionista tende a far prevalere la propria specialità. In realtà, i piani di cura dovrebbero essere pianificati in maniera collegiale sia da un implantologo che da un restauratore, magari con il consenso di un paradontologo e di un endodontista, perché è importante e necessario attuare un piano di valutazione globale del paziente. Ė sempre bene considerare diversi fattori come l’età, il sistema masticatorio, lo stato di salute della bocca, ma anche le richieste del paziente e le sue possibilità economiche. Credo che se i dentisti imparassero a redigere con maggior attenzione i piani di trattamento, probabilmente si troverebbero in una condizione migliore, anche di fronte alla decisione se posizionare un impianto o eseguire un qualsiasi altro trattamento.

Come mai il mondo universitario non è mai entrato nella sua vita?

È una domanda che anch’io mi pongo spesso. In realtà, la possibilità di seguire la carriera universitaria sfumò quando iniziai ad avere i miei primi pazienti nello studio di mio padre e quando andai negli Stati Uniti.

Forse ha voluto anche mantenere una certa distanza da suo padre per seguire la sua strada in maniera autonoma…

Sì, è vero, mio padre, nonostante la sua assenza, è tuttora un personaggio molto “ingombrante” e a volte risulta imbarazzante presentarsi con il mio cognome: è inutile nasconderlo, in un ambiente universitario forse sarei stato tacciato come il figlio del Professor Martignoni e probabilmente non sarei mai riuscito a smontare il pensiero che lui mi avesse aiutato a inserirmi in quel mondo. Per il resto, credo di essere stato più fortunato che penalizzato dall’essere figlio d’arte, perché ho avuto la possibilità di confrontarmi a tu per tu con maestri come Herbert Schilder, Henry Goldman, Peter Thomas, colossi dell’odontoiatria. Basti pensare che ho ricevuto gli insegnamenti della modellazione occlusale direttamente da Peter Thomas: ancora oggi conservo un set di strumenti d’oro autografati di suo pugno che mi regalò in segno di amicizia.

In tutti questi anni di professione, qual è stata la soddisfazione più grande?

Essere stato presidente di una società scientifica, la SIE, riconosciuta a livello internazionale. Sono stato invitato in tutto il mondo a partecipare a conferenze con i grandi nomi dell’odontoiatria e questo per me è stato un grande risultato. Durante la mia presidenza abbiamo organizzato a Roma, nel 2011, il congresso della Società Europea di Endodontologia: è stato il coronamento di un percorso che non poteva concludersi meglio di così….

Il prossimo 3 ottobre sarà a Milano, tra i relatori del convegno organizzato da Il dentista moderno: di cosa parlerà?

Parlerò dell’endodonzia moderna nel piano di trattamento, di cosa è possibile offrire oggi al paziente. La moderna odontoiatria restaurativa ha raggiunto frontiere un tempo considerate inarrivabili. In passato nessuno avrebbe immaginato che un giorno sarebbe stato possibile offrire una terapia endodontica rapida e indolore. Oggi, invece, grazie ai sistemi CAD-CAM, è possibile realizzare un restauro definitivo di un elemento mentre lo stiamo trattando e le terapie sono sempre più conservative, e questo, per chi come me pratica l’endodonzia, credo rappresenti la vera conquista dell’odontoiatria.

Il gruppo FE.MA cresce e guarda al futuro

FE.MA Srl è la società nata nel 2010 e oggi detentrice dei brand Dreamed Medical Formula, marchio di riferimento nell’estetica medicale non invasiva, Life Complex, l’innovativo percorso di educazione alimentare studiato e personalizzato sulla base del DNA, e Kont, la scuola di formazione aziendale. Se fino a questo momento i due marchi da essa detenuti comparivano sul mercato come “orfani”, da adesso invece ne verrà sempre sottolineato il senso di appartenenza al mother brand Gruppo FE.MA.

Il forte dinamismo del Gruppo FE.MA ha portato nell’ultimo anno anche alla creazione di una nuova sede che sorge in via Angelelli 14 a Castel Maggiore in provincia di Bologna. Con l’inaugurazione fissata per il 30 giugno 2014, la sede si pone come un vero e proprio headquarter della società. 168.940 clienti finali e 2.811 centri medici specializzati in tutta Italia, questi sono i numeri già raggiunti a oggi dal gruppo. Ma ai vertici del top management del gruppo il giovane imprenditore Massimo Delle Grazie, Direttore Generale e Amministratore Unico Fe.Ma. srl., ed Emanuel Ingrao, Vice Direttore Generale Fe.Ma. srl, guardano al futuro.

I due bolognesi concordano sulla missione e sul futuro aziendale: diffondere la cultura del benessere psicofisico attraverso la cura della propria persona.

I denti… Un milione di anni fa

Lo studio tridimensionale ad alta risoluzione, eseguito grazie all’ausilio di tecnologie d’indagine estremamente avanzate come il micro imaging in risonanza magnetica, presso l’Università Sapienza di Roma, si è concentrato su tre reperti: due incisivi e un molare. I risultati hanno mostrato un insieme di caratteristiche primitive, simili a quelle degli esemplari più antichi dell’Africa orientale (ad esempio, uno smalto di medio spessore, come in Neanderthal), ma anche caratteristiche peculiari, sia a livello della dentina che della cavità pulpare. Grazie alla risonanza magnetica è stato possibile visualizzare i micro marcatori periodici dello sviluppo della dentina (linee di Andresen), stimando così il tasso di formazione delle radici a un milione di anni.

Dunque prima che l’Homo Sapiens facesse la sua comparsa sulla terra, il modello di crescita dei denti era già simile a quello dell’umanità moderna. Questi sono i risultati di uno studio sui resti di un Homo Ergaster rinvenuti in Eritrea.

Adenocarcinoma prostatico: metastasi mandibolare

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La regione orale è un sito insolito per i tumori metastatici che rappresentano meno dell’1% di tutti i tumori maligni della mandibola; le fonti primarie comuni di tumori metastatici alla regione orale sono il polmone, rene, fegato e prostata.

Il cancro della prostata è associato a un alto rischio di metastasi ossee e il coinvolgimento osseo si verifica in modo prevedibile, con lesioni che tendono a comparire prima nello scheletro assiale e successivamente nello scheletro appendicolare. La frequenza relativa di cancro alla prostata che metastatizza alla cavità orale è indicativo della relativa incidenza di cancro nella popolazione; per esempio, negli Stati Uniti, la prostata è il terzo sito più comune di tumore che metastatizza alle mandibole (9,6%), in Canada la prostata è il sito primario più comune che metastatizza alle ganasce (21%), mentre in Giappone è solo l’ottavo sito (3,6%).

Fig. 1: l’esame intraorale rileva una certa tumefazione ossea a carico del ramo mandibolare senza alcuna anomalia della mucosa associata
Fig. 1: l’esame intraorale rileva una certa tumefazione ossea a carico del ramo mandibolare senza alcuna anomalia della mucosa associata

In questo studio viene descritto il caso di un uomo di 60 anni presentatosi al Dipartimento di Chirurgia Orale e Maxillo-Facciale presso il Matsusaka City Hospital a causa di un gonfiore indolore sulla guancia sinistra. Il gonfiore, a detta del paziente, era presente da 3 mesi. A un esame extraorale iniziale si è osservato un gonfiore diffuso attorno all’angolo della mandibola sinistra e intraoralmente si è osservata una massa asintomatica simil-ossea esofitica coperta da mucosa normale che si estendeva dalla regione posteriore della branca montante della mandibola sinistra (Figura 1).

Non era presente una parestesia del labbro inferiore sinistro. La panoramica visualizzava una diffusa lesione ossea osteoblastica nella regione del terzo molare inferiore sinistro (Figura 2).

Fig 2: l’OPT rivela una zona di radiopacità ossea osteoblastica a carico del ramo ascendente mandibolare sx
Fig 2: l’OPT rivela una zona di radiopacità ossea osteoblastica a carico del ramo ascendente mandibolare sx

La tomografia computerizzata (TC) della regione orale ha mostrato un’osteoblastica lesione circoscritta senza elevazione del periostio nella mandibola. A causa del forte sospetto di un tumore nella mandibola si è prelevato anche un reperto bioptico intraorale. Microscopicamente sono state identificate cellule neoplastiche con un elevato rapporto nucleo-citoplasma che ha invaso l’osso mandibolare. In base ai campioni bioptici dalla mandibola mediante immunoistochimica per l’antigene prostatico specifico (PSA) e a una visita urologica è stata effettuata diagnosi di adenocarcinoma prostatico metastatico della mandibola.

Dopo aver iniziato la terapia ormonale gli elevati livelli sierici di PSA sono notevolmente diminuiti. La terapia è stata estremamente efficace non solo nella lesione primaria, ma anche nella lesione mandibolare metastatica.

Mandibular metastasis as the first manifestation of prostate adenocarcinoma

Autori:
Gen Takahashi,
Shigenori Yonemura,
Hiromichi Matsuyama,
Kazuhiro Nakahashi

Journal of Oral and Maxillofacial Surgery, Medicine, and Pathology, Volume 26, Issue 2, April 2014, Pages 145-49

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