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Giornata Mondiale contro l’Aids. L’epidemia in Europa non si arresta

Più di 130mila nuovi casi nel nostro continente. Nella “vecchia Europa” l’epidemia preoccupa maggiormente se si guarda l’età sempre più bassa dei contagiati. In prospettiva si pone attenzione alle ripercussioni che le cure posso dare e alla stigmatizzazione di cui tuttora soffrono i malati.

Sul sito ufficiale della Giornata mondiale contro l’AIDS la domanda che accoglie i visitatori è: “Sei informato/a sull’HIV?”

Il quesito imperante è, infatti, in che misura il pubblico sia realmente informato sull’AIDS/HIV a più di trent’anni dalla comparsa dei primi casi della malattia.

E altre risposte forse sono misconosciute; quanti sanno che esistono metodiche volte a evitare che la malattia venga trasmessa da madre a nascituro durante il parto? A quanti è noto che una persona sieropositiva che segua terapie congrue ha la stessa aspettativa di vita di un individuo sano?

Lo scopo del questionario presente sul sito è, oltre a quello di informare correttamente, ridurre lo stigma e correggere la percezione della malattia nella gente comune.

Anaao contro il maxiemendamento alla Legge di stabilità

implantologia computer guidata

Il segretario Anaao Assomed, Costantino Troise, si schiera contro il maxiemendamento alla Legge di stabilità che prevede un taglio del Fsn di 1,150 miliardi che si ripercuote sul personale del servizio sanitario pubblico. Troisi commenta negativamente l'ennesimo taglio alla sanità che ha ottenuto la fiducia al Senato, definendolo un nuovo colpo a un diritto costituzionale dei cittadini che viene reputato secondario dal Governo. Ribadisce inoltre la desolante situazione del Ssn che, a fronte di queste nuove riduzioni di fondi, si troverà sempre più in difficoltà.

Le condizioni contrattuali in cui verrebbero a trovarsi i professionisti sanitari, senza più vacanza contrattuale, nè trattamento di quiescenza, e la mancanza di fondi per la formazione dei giovani potranno solo condurre a un futuro incerto e preoccupante.

A fronte di questi tagli alla sanità pubblica, Troise evidenzia quanto sia scandaloso il finanziamento di 400 milioni di euro previsto per i policlinici privati e chiede alla Camera di ricercare quelle condizioni di equità tra sanità pubblica e privata che sono venute a mancare in questi anni.

Ocse, cala spesa sanitaria italiana. Ricciardi: i problemi già si vedono

Sono molti i dati e gli spunti forniti dal rapporto Health at a Glance 2013 pubblicato dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), ma forse il più rilevante è la riduzione della spesa sanitaria pro-capite, che in Italia è stata mediamente dello 0,4% all’anno contro un aumento dello 0,2% dei Paesi dell’Ocse nel loro complesso.

"Pur essendo l’Ocse molto tempestiva, - segnala il presidente della Società italiana medici manager (Simm) Walter Ricciardi - inevitabilmente i dati sono in ritardo di un anno, rispetto a una realtà che sta ulteriormente peggiorando". Anche durante il congresso appena conclusosi della Simm, si è parlato di questi temi: "Sono intervenuti un collega spagnolo e uno greco: i dati della Spagna sono simili ai nostri, mentre la Grecia è l’unico Paese dell’Ocse in cui la spesa è scesa più dell’Italia e si stanno già osservando effetti drammatici: la nuova diffusione dell’Aids, la ricomparsa della malaria, l’aumento della mortalità materna e infantile; noi non siamo in quelle condizioni ma ne stiamo creando le premesse".

São Paulo: HIV/AIDS senza candidosi orale

Factors associated with time free of oral candidiasis in children living with HIV/AIDS, São Paulo, Brazil

Autori:

Konstantyner TC,
Silva AM,
Tanaka LF,
Marques HH,
Latorre Mdo R

La candidosi orale persistente (o mughetto) è la condizione funginea più frequente tra i bambini affetti dal virus dell’immunodeficienza umana o sindrome da immunodeficienza acquisita (HIV/AIDS). Ecco i dati di uno studio retrospettivo di coorte condotto sui bambini in cura presso un centro di riferimento per la cura dell’AIDS nella città di São Paulo, in Brasile.

I medici del centro sono stati addestrati per diagnosticare la persistente candidosi orale mediante un esame microscopico di un campione della mucosa orale con reperti caratteristici oppure un esame macroscopico di placche bianche rimovibili sul tessuto eritematoso, secondo le raccomandazioni del Ministero della Salute. La popolazione di questo studio è costituita da pazienti con infezione da HIV contratta attraverso la trasmissione verticale e con meno di 13 anni di età.

La popolazione iniziale era composta da 452 bambini, 325 dei quali con i criteri di inclusione. Tuttavia, 38 sono stati esclusi per follow-up inferiore a 90 giorni. Il campione finale è risultato quindi composto da 287 bambini. Ė stato utilizzato il modello Prentice, Williams e Peterson per lo studio dei fattori associati al tempo trascorso senza la presenza di candidosi orale. I fattori associati sono stati i seguenti: moderata immunodepressione (HR = 2.5, p = 0.005), grave immunodepressione (HR = 3.5, p <0.001), anemia (HR = 3.3, p <0.001), malnutrizione (HR = 2.6, p = 0.004), ospedalizzazione (HR = 2.2, p <0,001), in monoterapia (HR = 0.5, p = 0.006), doppia terapia (HR = 0.3, p <0.001) e terapia tripla/altamente attiva la terapia antiretrovirale (HR = 0.1, p <0.001).

I 287 bambini sono stati distribuiti tra i tre strati rischio. Sono state inserite nel database alcune osservazioni per ogni bambino in base al numero di episodi di candidosi orale: 198 i bambini che non hanno sviluppato candidosi orale hanno costituito lo strato 1 (ognuno ha contribuito a  una osservazione al database); 44 hanno esibito un episodio di candidosi orale e hanno costituito lo strato 1 e 2 (due osservazioni al database ); 26 hanno manifestato due episodi di candidosi orale e costituiti da strati 1, 2 e 3 (ognuno ha contribuito a tre osservazioni al database) e 19 hanno manifestato tre episodi di candidosi orale e composti da strati 1, 2 e 3 (ciascuno ha contribuito a tre osservazioni al database). Così, la coorte era formata da 421 osservazioni su 287 bambini.

Il tempo costituiva una variabile dipendente ed è stato definito in base all’ordine del verificarsi degli eventi:

  • intervallo di 1° tempo (strato 1): periodo (in anni) tra l'inizio del follow-up presso il centro di riferimento e la data del primo episodio di candidosi orale o censura;
  • 2° intervallo (strato 2): periodo (in anni) tra la data del primo episodio e la data del secondo episodio di candidosi orale o censura;
  • intervallo di 3° tempo (strato 3): periodo (in anni) tra la data del secondo episodio e la data del terzo episodio di candidosi orale o censura.

In sostanza in questo articolo sono state fatte 421 osservazioni relative a 287 bambini con infezione da HIV tra il 1985 e il 2009. Il tempo medio di follow-up è stato di 6,8 ± 5,0 anni (range: 0,3-17,8 anni). La maggioranza (67,5%) ha ricevuto una diagnosi di laboratorio di HIV prima dell’avvento della HAART, il 51,3% era di sesso femminile e quasi la metà (47,5 %) di età compresa tra uno e cinque anni all’insorgenza di follow-up. Più del 70% ha esibito una compromissione del sistema immunitario e quasi il 100% aveva una carica virale plasmatica rilevabile durante il periodo di follow-up per la candidiasi orale.

Fino a tre mesi prima della comparsa di candidosi orale, l’8,1% ha evidenziato anemia, il 6,2% malnutrizione e il 31,3% ha avuto almeno un ricovero. Dal presente studio si può concludere che l’anemia è un predittore della candidosi orale, tant’è vero che il tempo trascorso senza la presenza di candidosi orale è maggiore nei bambini senza anemia. Il presente studio ha anche dimostrato l’effetto benefico dei farmaci antiretrovirali, in particolare l’HAART, nella prevenzione della candidosi orale. Nessuna associazione è stata riscontrata tra il tempo trascorso senza candidosi orale e il sesso o l’età dei bambini con l’HIV/AIDS. Questi risultati sono in accordo con i risultati riportati in una coorte di bambini americani.

Cad Saude Publica. 2013 Nov;29(11):2197-207

Per il fluoro meglio il dentifricio

Colgatetalks pazienti e internet Igiene orale spazzolino da denti

"Una vera rivoluzione nel campo della prevenzione della carie": così il professor Giuseppe Marzo, Presidente della Società Italiana di Odontoiatria Infantile (S.I.O.I.), commenta la presentazione delle nuove Linee Guida per la promozione della salute orale in età evolutiva (0-16 anni), che privilegiano l’impiego topico del Fluoro rispetto alla somministrazione sistemica. "Queste nuove Linee Guida – continua il professor Marzo intervenendo a margine del 17° Congresso Nazionale della S.I.O.I. appena conclusosi a Roma – rappresentano un cambiamento nella strategia di prevenzione della carie e nella somministrazione del fluoro e centrano il nostro obiettivo, che è quello di allinearsi allo standard d’eccellenza dei Paesi scientificamente più avanzati: le evidenze scientifiche hanno infatti dimostrato che l’unico fluoro utile è quello che arriva a contatto con la superficie dei denti".

La quantità di fluoro da somministrare varia inoltre in base all’età e alla cario recettività del paziente.

Cad/Cam: i vantaggi nella produzione di protesi per la popolazione anziana

Josephine Lomangino-Cheung Dottore in Chirurgia dentale, New York University, NY; libero professionista Doctor of Dental Surgery, New York University, NY; Practicing General Dentist

Attualmente, vi sono diversi problemi che impediscono agli anziani di raggiungere una salute dentale sana. Tra questi, vi sono l’impossibilità di raggiungere lo studio odontoiatrico a causa di problemi medici e di trovare un dentista che li voglia curare. La salute orale degli anziani è scarsa a causa dei problemi gengivali, di una dieta non adeguata e degli effetti collaterali delle diverse medicine che assumono. La loro impossibilità a consultare un dentista li rende senza speranza nei confronti di molte problematiche orali. Molti di loro presentano ampie otturazioni, perdita di supporto dentale, denti decolorati e recessione gengivale. Sebbene una vasta popolazione over 65 presenti buona parte o alcuni denti nativi, i denti degli anziani sono più sottili e maggiormente soggetti a rottura. I ricercatori hanno messo a punto un dispositivo chiamato Computer Aided Design/Computer Aided Manufacture (CAD/CAM) che tiene in considerazione le ristrettezze di tempo che i pazienti anziani incontrano quando devono programmare visite multiple dal dottore per curare i denti. Grazie all’uso del CAD/CAM, i dentisti possono eseguire in una sola visita trattamenti complessi che necessiterebbero di più incontri. Quindi, questa nuova tecnologia elimina la necessità di un’impronta, di un restauro provvisorio e di un intenso lavoro di laboratorio. In pratica, il CAD/CAM può contribuire al miglioramento della salute e della qualità di vita del tipico cittadino anziano.

I vantaggi delle tecnologie CAD-CAM

In passato, gli adulti anziani erano relativamente pochi e per lo più edentuli. L’odontoiatria era limitata alle cure d’emergenza, alle estrazioni e alle protesi. Malattie una volta supposte essere terminali - come l’ipertensione, le malattie cardiache, il cancro, il diabete e l’infarto - ora sono state trasformate in condizioni croniche che possono essere gestite con farmaci. Quindi, il trattamento degli anziani è solitamente esente da problemi fin tanto che il paziente rimane in salute e deambulante. Il segreto per una vita in salute è quello di mantenere i denti naturali, o di sostituire i denti mancanti così che una persona possa mangiare correttamente e mantenere una nutrizione adeguata. La malattia dentale può portare a problemi medici seri, come malattie cardiache, infarto e diabete. Però molti anziani sono medicalmente compromessi a causa di problemi fisici e mentali, cosicché chi si occupa della loro salute dà poca importanza, se non nulla, al trattamento odontoiatrico. Una buona salute orale è una parte integrante della salute generale, dell’autostima, della socialità e della qualità della vita. I pazienti che hanno perso i denti hanno difficoltà a mangiare e sono obbligati a modificare la qualità, la consistenza e l’equilibrio della loro dieta. Inoltre, i pazienti edentuli assumono meno verdure crude e frutta fresca. Oggi, la popolazione degli anziani e il numero di persone con problemi legati all’età sono stabilmente in crescita. In risposta ai crescenti problemi legati alla generazione più anziana, sempre più dentisti utilizzano il CAD/CAM come mezzo per velocizzare le procedure quali i restauri inlay/onlay e le corone totali. Di conseguenza, i pazienti che sono trattati con tecnologia CAD/CAM vengono visitati una sola volta invece che in più sedute e pagano prezzi ragionevoli per il loro piano di trattamento. Un tipico trattamento inlay/onlay richiede che il dentista prepari il dente, rilevi un’impronta e applichi un restauro provvisorio nella bocca del paziente che dovrà recarsi ancora dal dentista per la cementazione del restauro finale. Il CAD/CAM risolve questo problema; infatti, dopo la preparazione del dente si esegue un’impronta ottica con una videocamera intraorale compatta. Il dispositivo quindi produce una ceratura virtuale sulla base delle informazioni della scansione. Il restauro viene progettato mediante il software CAM. Un fresatore controllato da computer esegue quindi il restauro, creando così il prodotto finale. Il dentista quindi procede a cementare il restauro finale in bocca al paziente. Questa procedura richiede circa un’ora, permettendo così un risparmio di tempo per il paziente e il dentista.

Conclusioni

In pratica, la tecnologia CAD/CAM abbrevia il tempo necessario delle procedure dentali, che normalmente richiederebbero più visite, a una sola ora. Come risultato di ciò, i paziente anziani che hanno problemi di tempo a causa di diverse disabilità legate all’età possono essere trattati velocemente e in modo efficace. Nel gestire le loro disabilità, i pazienti anziani in genere desiderano raggiungere diversi obiettivi, tra cui migliorare la funzione, promuovere la prevenzione delle malattie e migliorare la propria qualità di vita. La tecnologia CAD/CAM assicura un trattamento dentale innovativo e aumenta la qualità di salute e di vita delle persone in una società che invecchia, e di tutti i pazienti in generale. Anche i professionisti che viaggiano per lavoro possono trarre vantaggio dal software; spesso essi hanno a disposizione un tempo limitato e possono dedicare al dentista una sola seduta a causa dei loro impegni di lavoro. In conclusione, le nuove tecnologie come il CAD/CAM sono necessarie per il miglioramento di tutta la comunità.

Corrispondenza/Correspondence
Josephine Lomangino-Cheung, B.S, M.S, D.D.S.
821 54th Street Brooklyn, NY 11220
jl71@nyu.edu

An innovative treatment strategy for the management of the elderly population

In the present day, there are multiple problems that prevent the elderly from achieving optimal dental health. Such problems include the inability to visit a dental office stemming from medical issues and finding a dentist willing to treat them. The oral health of the elderly is already poor due to gum disease, poor diet, and side effects of the various medications they take. Their incapacity to see the doctor renders them helpless to many oral health issues. Most have large fillings, loss of tooth support, discolored teeth, and receded gums. Although a large population over 65 has most or some of their natural teeth, the teeth of the elderly are thinner and more prone to breakage. However, researchers have invented a device called Computer Aided Design/Computer Aided Manufacture (CAD/CAM) that takes care of the time restraints that elderly patients encounter when they must have multiple visits to the doctor to fix their teeth. By using CAD/CAM, dentists can perform complex treatments originally completed in multiple visits in only one visits. Thus, this new technology eliminates the need for an impression, temporary restoration, and labor-intensive laboratory work. In essence, CAD/CAM will contribute to the improvement to the health and quality of life of the typical aging citizen. 

The benefits of CAD-CAM technologies

In the past, the elderly adults were relatively small in number and mainly edentulous. Dentistry was limited to emergency care, extractions, and dentures. Once thought terminal diseases such as hypertension, heart disease, cancer, diabetes, and stroke have been transformed into chronic conditions which all can be managed with medication. Thus, patient care for the elderly is generally problem-free as long as the patient remains healthy and ambulatory. The key to a healthy life is to keep natural teeth or replace missing teeth so that the person can eat right to maintain proper nutrition. Dental disease can lead to serious medical problems such as heart disease, stroke, and diabetes. However, many elderly people have become medically compromised from physical or mental disabilities, so health care providers render very little or no dental treatment. Good oral health is an integral part of total health, self-esteem, employability, and quality of life. Patients who have missing teeth have difficulty eating and are forced to adjust the quality, consistency, and balance of their diets. In addition, edentureless patients eat fewer raw vegetables, salads, and fresh fruits. Today, the population of the older people as well as the number of dependent aging people is steadily increasing. In response to these arising issues concerning the elderly generation, more and more dentists have employed CAD/CAM as a means to speed up procedures such as inlay/onlay and full crown restorations. As a result, patients that are treated using CAD/CAM technology are seen in only one visit instead of multiple ones and pay reasonable prices for their treatment plan. A typical inlay/onlay treatment would involve the dentist prepping and impressioning a tooth and placing a temporary restoration in the patient’s mouth. The patient would then visit the dentist at another time so that he/she could cement the final restoration in the patient’s mouth. However, the CAD/CAM resolves the issue of the patient coming back for another visit. After preparation of the tooth, an optical impression is made by a compact intra-oral camera. The device then produces a virtual wax-up based on the information scanned. The restoration is designed by using CAM software. A computer assisted milling machine then processes the restoration, thus creating the final product. The dentist then proceeds to cement the final restoration into the patient’s mouth. This procedure takes place in about an hour, thus saving time for both the patient and the dentist. 

Conclusions

In essence, CAD/CAM technology shortens the time needed for dental procedures that would normally take multiple visits to only an hour. As a result, elderly patients that have time restraints due to various disabilities from aging see the dentist quickly and are treated effectively. While dealing with their disabilities, the elderly in general desire a few goals. Such goals include improving function, maintaining independence, promoting disease prevention, and enhancing their qualities of life. CAD/CAM technology provides state-of-the-art dental service and increases the quality of health and life of the people in an aging society. This new technology must be implemented for the benefits of our elderly patients. However, the CAD/CAM technology can not only help the elderly generation, but any patient in general. Citizens such as traveling businesspeople can also enjoy the software’s benefits; they too are time limited and can only delegate one visit to the dentist because of their busy schedules. Thus, new technologies such as CAD/CAM are necessary for the improvement of the greater community.

 

Valutazione della capacità antibatterica di tre sostanze per la medicazione intermedia in endodonzia: test comparativo in vitro

1. Provetta contenente il microrganismo da testare a contatto con la sostanza antimicrobica.

• Giuliano Garlini
• Valeria Chierichetti
• Laura Vanoni1
• Milena Brasca1

1CNR - ISPA, Milano

Riassunto

Obiettivi. Lo scopo del presente studio è valutare in vitro la capacità antibatterica nei confronti di diversi microrganismi - individuati abitualmente nei canali radicolari infetti - dell’idrossido di calcio e dell’ossido di calcio addizionato di ZnO.

Materiali e metodi. I microrganismi utilizzati in questo studio sono quasi tutti Gram+, tranne Escherichia coli che è un Gram-; quasi tutti di forma coccica tranne Escherichia coli, Listeria monocytogenes e Lactobacillus paracasei subsp. paracasei che sono bastoncini. 

Il protocollo sperimentale ha previsto un confronto tra le conte microbiche, espresse come ufc/ml (Unità Formanti Colonia/ml), ottenute analizzando le soluzioni contenenti il ceppo tal quale e le soluzioni contenenti il microrganismo messo a contatto con i tre prodotti da testare.

Risultati. Le conte microbiche effettuate dopo l’aggiunta dei composti da testare sono state confrontate con quelle ottenute dal ceppo tal quale. Confrontando i dati ottenuti, è stato possibile valutare la diminuzione della carica microbica a contatto con la soluzione da testare e quindi in che misura la soluzione in esame possiede un’attività antimicrobica nei confronti dei ceppi batterici considerati.

Conclusioni. Dai risultati ottenuti nel presente studio in vitro l’ossido di calcio sembrerebbe essere il materiale con migliori proprietà antimicrobiche e quindi il possibile candidato a medicazione intermedia ideale. Tali incoraggianti risultati in vitro richiedono altresì il supporto di ulteriori studi in vitro e in vivo per ulteriori conferme. 

Parole chiave:  terapia endodontica, medicazione intermedia, attività antimicrobica, ossido di calcio, idrossido di calcio.

Summary

Assesment of the antibacterical ability of three substances for intermediate medication in endodontics: a compariative test in vitro

Objectives. The aim of this study is to evaluate in vitro the antibacterial properties of calcium hydroxide and calcium oxide with ZnO, for use in treating a variety of micro-organisms generally found in infected root canals.

Materials and methods. The micro-organisms used in this study are almost all Gram+, except for Escherichia coli which is Gram-; almost all are spherical (coccus) except for Escherichia coli, Listeria monocytogenes and Lactobacillus paracasei subsp. paracasei which are rod-shaped. The experimental protocol adopted entailed a comparison between the microbial counts, expressed as cfu/ml (Colony Forming Units/ml), obtained by analyzing solutions containing the raw sample and those containing the micro-organism placed in contact with the three compounds tested.

Results. The microbial counts after addition of the compounds tested were compared with those obtained from the raw sample. The comparison enabled an assessment of the reduction in the bacterial load due to contact with the compounds tested and a measure of their antimicrobial properties in relation to the bacterial strains considered.

Conclusions. The results obtained from this in vitro study showed that calcium oxide had the best antimicrobial properties and is a possible candidate for intracanal medication. The encouraging in vitro results must be followed up with further studies in vitro and in vivo to confirm the findings. 

Key words: endodontic therapy, intracanal dressing, antibacterial properties, calcium oxide, calcium hydroxide.

Nell’ambito dei rapporti che l’uomo contrae con i microrganismi, il cavo orale rappresenta un importante punto di contatto con l’ambiente esterno. La bocca è facilmente accessibile ai germi dell’aria, dell’acqua, del cibo e a quelli delle comunità microbiche di altre superfici corporee, soprattutto delle mani. La popolazione batterica del cavo orale include numerose specie e, in particolare, streptococchi, lattobacilli, corinebatteri, actinomiceti, stafilococchi, insieme a un gran numero di anaerobi obbligati (Veillonella ssp., Bacteroides spp., spirochete anaerobie ecc.). I microrganismi rappresentano il fattore principale dello sviluppo delle lesioni periradicolari e dell’eventuale fallimento del trattamento endodontico1. Tra le varie procedure utilizzate per ridurre la contaminazione batterica dell’endodonto abbiamo l’azione meccanica degli strumenti canalari, gli irriganti, le medicazioni intermedie e, in una certa misura, anche i cementi canalari.

tabella 1Differenti studi hanno dimostrato che l’uso combinato di strumenti e irriganti con effetto antibatterico può ridurre la presenza dei batteri solamente nel 50-75% dei canali infetti2. Per risolvere questa possibile contaminazione canalare residua è stato proposto l’utilizzo di medicazioni intermedie quali l’idrossido di calcio3. Tuttavia, alcune specie di batteri anaerobi facoltativi si sono dimostrate resistenti a questo medicamento4. Un materiale che sembra possa conseguire validi risultati come alternativa alle medicazioni intra-canalari sin qui presentate potrebbe essere l’ossido di calcio. In un nostro precedente lavoro5 avevamo testato in vivo le capacità antibatteriche di due differenti materiali da medicazione intermedia (ossido di calcio e idrossido di calcio) paragonati con casi di controllo senza indagare sulla natura dei ceppi batterici coinvolti. Lo scopo del presente studio è valutare in vitro la capacità antibatterica nei confronti di diversi microrganismi - individuati abitualmente nei canali radicolari infetti - di tre diversi composti: idrossido di calcio (Calxyl, OCO Praeparate GmbH, Dirmstein, Germany) e ossido di calcio addizionato di ZnO in due formulazioni differenti (Endocalex Plus ed Endocalex 6-9, Robidan s.a.s., Milano).

Materiali e metodi

Nel presente studio si è deciso di testare l’attività antimicrobica dell’idrossido di calcio e dell’ossido di calcio nei confronti di quelli che sono i principali microrganismi colonizzanti i canali radicolari umani6,7. I microrganismi utilizzati in questo studio sono quasi tutti Gram+, tranne Escherichia coli che è un Gram-; quasi tutti di forma coccica tranne Escherichia coli, Listeria monocytogenes e Lactobacillus paracasei subsp. paracasei che sono bastoncini. Per quanto riguarda Enterococcus faecalis e Staphylococcus aureus si è proceduto alla scelta di ceppi diversi in quanto in queste due specie sono presenti i microrganismi più difficili da eradicare dai canali radicolari infetti. La loro persistenza può essere attribuita alla scarsa efficacia nei loro confronti delle soluzioni irriganti utilizzate, quale l’ipoclorito di sodio, o medicazioni intermedie, come l’idrossido di calcio8,9. In Tabella 1 vengono elencati i ceppi utilizzati con le relative sigle di identificazione.

2. Effetto dell’agitatore Vortex.
2. Effetto dell’agitatore Vortex.

I ceppi batterici testati durante la ricerca sono stati conservati presso il Laboratorio del CNR-ISPA Milano in forma liofilizzata a 4 °C. Prima del loro utilizzo, per poter avere a disposizione una coltura fresca, i ceppi sono stati fatti crescere in apposito terreno di coltura (Brain Heart Infusion broth - BHI – Scharlau, Spagna) per 24 ore a 37 °C in condizioni di aerobiosi, tranne il microrganismo Streptococcus salivarius subsp. salivarius che è stato fatto crescere in condizioni di microaerofilia, situazione ottimale di sviluppo per questo microrganismo. Dopo incubazione (ceppo tal quale) è stata fatta una conta delle colture microbiche le quali presentavano concentrazioni comprese in un range 105-109 ufc/ml a seconda del microrganismo. Il protocollo sperimentale ha previsto che ciascun microrganismo da testare venisse inoculato in parallelo nelle seguenti condizioni:

  • soluzione 1 (T0): 5 ml di BHI broth inoculati con 0,1 ml del microrganismo tal quale (controllo positivo), incubazione a 37 °C per 24 ore;
  • soluzione 2: 5 ml di BHI broth inoculati con 0,1 ml del microrganismo tal quale con l’aggiunta del prodotto da testare, incubazione a 37 °C per 24 ore;
  • soluzione 3: 5 ml di BHI broth più 0,1 ml del microrganismo tal quale con l’aggiunta del prodotto da testare, incubazione a 37 °C per 48 ore.

Per simulare la forma del canale radicolare contaminato, le soluzioni controllo e quelle da testare sono state immesse in provette sterili (Figura 1), anche al fine di favorire il contatto tra microrganismo e sostanza antimicrobica da testare. I prodotti Endocalex Plus ed Endocalex 6-9 sono stati preparati seguendo scrupolosamente le indicazioni dell’azienda produttrice, ovvero mescolando la polvere con l’apposito liquido, composto da glicole propilenico (75%) e acqua distillata (25%). Per preparare la pasta sono state utilizzate una piastra di vetro e una spatola assolutamente incontaminate da altre sostanze; i due composti sono stati omogeneizzati spatolando brevemente fino a ottenere una pasta sufficientemente fluida. Un’aliquota di questa è stata aggiunta alla provetta corrispondente mediante l’uso di un cotton fioc sterile in modo tale da mettere a diretto contatto la soluzione da testare con il microrganismo.

3. Esempi di crescita di colonie di microrganismi su terreno BHI.
3. Esempi di crescita di colonie di microrganismi su terreno BHI.

L’idrossido di calcio, invece, è stato messo direttamente a contatto, mediante l’ausilio di un cotton fioc, con il microrganismo e il suo brodo colturale. Ciascuna provetta è stata poi agitata tramite un agitatore Vortex, per poter meglio favorire il contatto tra microrganismo e soluzione da testare (Figura 2). Tutte le provette sono state successivamente messe a incubare a 37 °C per 24 ore o per 48 ore come previsto dal protocollo operativo. Dopo incubazione si è proceduto a eseguire le opportune diluizioni seriali in maniera tale da poter stimare la concentrazione del microrganismo presente. 1 ml delle diluizioni seriali opportune è stato inoculato nelle piastre Petri e a ciascuna di queste sono stati aggiunti 10-15 ml di BHI agar (Scharlau, Spagna). Nel momento in cui l’agar si è solidificato, le piastre sono quindi state incubate a 37 °C per 48 ore. Dopo l’incubazione si è proceduto alla conta delle colonie e il risultato è stato espresso come ufc/ml (Unità Formanti Colonia/ml) (Figura 3).

Risultati

Il primo risultato importante che abbiamo ottenuto è stato che le soluzioni da testare si sono espanse immediatamente nel brodo colturale: ciò dimostra che il contatto tra microrganismo e sostanza antimicrobica da testare è avvenuto in maniera corretta. Infatti si è deciso di non utilizzare la concentrazione minima inibente (MIC) come test di comparazione dell’attività antibatterica di due irriganti, come suggerito dalle linee guida del National Comittee for Clinical Laboratory Standards10, perché la metodica da noi seguita potrebbe aiutare a superare gli svantaggi che normalmente comporta la valutazione dell’effetto antimicrobico di una soluzione misurando la zona di inibizione: in questo caso è difficile valutare la variazione del grado di diffusione dei composti attraverso l’agar, così come è difficile osservare le zone di inibizione di crescita batterica9. Le conte microbiche effettuate dopo l’aggiunta dei composti da testare sono state confrontate con quelle ottenute dopo aver analizzato le conte riferite al ceppo tal quale (Soluzione 2). Confrontando i dati riportati nei grafici delle Figure 4 e 5, è possibile valutare se c’è stata una diminuzione della carica microbica a contatto con la soluzione da testare e quindi se è possibile affermare che la soluzione in esame possiede un’attività antimicrobica nei confronti dei ceppi batterici considerati.

Per quanto riguarda la capacità antibatterica dopo 24 ore dall’aggiunta del prodotto si sono ottenuti i seguenti risultati: l’idrossido di calcio è risultato il più efficace nei confronti di 3 ceppi batterici (Staphylococcus aureus SA30, Staphylococcus aureus SA249 e Listeria monocytogenes ATCC 9525 CV22), l’Endocalex 6-9 per 5 ceppi (Staphylococcus aureus AS, Enterococcus faecalis Mora 13, Streptococcus thermophilus BT63, Lactococcus lactis L7 e Staphylococcus epidermidis) e l’Endocalex Plus per 2 ceppi (Enterococcus faecalis 192 e Lactobacillus paracasei subsp. paracasei). L’efficacia è stata equivalente per l’idrossido di calcio e l’Endocalex Plus 1 volta (campione Streptococcus salivarius subsp. salivarius SSS), mentre sono risultati equivalenti l’Endocalex 6-9 e l’Endocalex Plus in 5 casi. Nel caso del microrganismo Escherichia coli ATCC 8739 CV25 tutte e tre le soluzioni hanno mostrato comportamento analogo. Dopo 48 ore di incubazione (Soluzione 3) si è ottenuta un’ulteriore riduzione della conta batterica, in maniera decisamente più marcata nel caso dell’Endocalex Plus e dell’Endocalex 6-9. I prodotti Endocalex 6-9 ed Endocalex Plus hanno mostrato in quasi tutti i casi un’ulteriore diminuzione della concentrazione microbica: per 12 campioni si sono potuti addirittura constatare risultati <1 ufc/ml, ovvero inferiori al limite di rilevabilità pari a 1 (Figura 5).

Discussione

La bocca fornisce condizioni eccellenti per la vita microbica; la microflora raggiunge una notevole densità, per esempio in un grammo di placca dentaria sono presenti 1010-1011 microrganismi. I batteri aderiscono dapprima al dente reversibilmente e poi irreversibilmente. Dopo che le cellule batteriche si sono saldamente ancorate alla superficie dentaria, esse iniziano a riprodursi. L’invasione dei batteri nello spazio endodontico determina una necrosi pulpare con conseguente infezione dei tessuti periradicolari. Lo scopo della terapia endodontica è quello di debellare l’infezione e consentire la guarigione dei tessuti coinvolti11. Durante la fase di sagomatura meccanica viene rimosso dagli strumenti il tessuto pulpare necrotico presente nell’endodonto e sulle pareti canalari. La detersione del sistema endodontico viene quindi affidata all’azione di soluzioni irriganti che abbiano la capacità di dissolvere e rimuovere i tessuti organici. Una soluzione irrigante ideale, secondo la moderna concezione dell’Endodonzia che prevede il completo svuotamento dello spazio endodontico e la sua completa otturazione tridimensionale, dovrebbe quindi esercitare un’azione antibatterica, essere in grado di dissolvere i tessuti e il materiale organico presenti all’interno dei canali, svolgere un’azione lubrificante che favorisca l’azione degli strumenti canalari, impedire la formazione dello smear layer o favorirne la rimozione senza decalcificare i tessuti dentali e, infine, non dovrebbe essere tossica per l’organismo.

4. Conta batterica dopo 24 e 48 ore d’incubazione.
4. Conta batterica dopo 24 e 48 ore d’incubazione.

Una delle sostanze irriganti più utilizzate nella terapia endodontica è l’ipoclorito di sodio, che sarebbe in grado di determinare una drastica riduzione della carica batterica intracanalare. In letteratura è stata riportata una diminuzione della carica batterica sino al 53% e della conta batterica da 103 a 102,12,13. Non tutti i batteri vengono eliminati e per questo motivo alcuni Autori hanno suggerito la necessità di associare, ai lavaggi canalari, medicazioni intermedie ad attività antimicrobica14-17. Scopo della medicazione intermedia sarebbe quello di diminuire in misura radicale il rischio di sopravvivenza dei batteri a una procedura di irrigazione/detersione del sistema dei canali radicolari seppur eseguita lege artis. Infatti, alcune pubblicazioni hanno evidenziato come l’utilizzo di una medicazione intermedia possa essere importante per disinfettare eventuali istmi o ramificazioni radicolari18,19. L’applicazione di una medicazione intermedia, per almeno una settimana, potrebbe contribuire alla riduzione della carica batterica canalare. Studi precedenti hanno evidenziato che alcune sostanze, come l’idrossido di calcio, la clorexidina, la combinazione delle due, l’ipoclorito di sodio13,14,17,20 non sembrano in grado di assicurare risultati significativi in tal senso. La sostanza più utilizzata attualmente è l’idrossido di calcio, la cui azione antibatterica sarebbe legata alla liberazione di ioni idrossilici che determinano un progressivo innalzamento del pH all’interno del canale, incompatibile con la sopravvivenza della maggior parte delle specie batteriche presenti nei denti a polpa necrotica. Numerosi studi condotti su denti estratti21-23 hanno dimostrato che gli ioni OH¯ liberati dall’idrossido di calcio si diffondono lentamente, ma progressivamente, all’interno dei tubuli dentinali e negli eventuali recessi del sistema endodontico che non sono stati raggiunti dalla preparazione chemio-meccanica del canale.

È inoltre noto che la diffusione degli ioni OH¯ è maggiore se la polvere d’idrossido di calcio viene miscelata con acqua distillata rispetto, per esempio, alla soluzione salina o al glicole propilenico. Alcuni Autori non hanno però evidenziato una grossa efficacia clinica dell’idrossido di calcio nella riduzione della carica batterica23. Una valida alternativa sarebbe rappresentata dall’ossido di calcio. Si tratta di una sostanza utilizzata sin dai primi anni ’60, quando Bernard iniziò a diffondere i risultati dell’utilizzo del calcio ossido espansivo in Odontoiatria24,25. L’Autore descrisse la ben nota terapia “ocalessica” di trattamento canalare che era basata su tre funzioni fondamentali dell’ossido di calcio: espansione, disinfezione, otturazione. Le sue capacità antimicrobiche sono state attribuite alle proprietà di espansione del calcio ossido e di disinfezione dello ione OH¯ di formazione. L’espansione dell’ossido di calcio avviene per “sostituzione”, consentendo di penetrare anche l’endodonto più inaccessibile26,27. L’espansione volumetrica dell’ossido di calcio coincide con il volume d’acqua presente nei recessi endodontici, che entra in combinazione chimica producendo idrossido di calcio. La capacità antimicrobica è dovuta all’attività dell’ossidrile, la cui funzione alcalina ha la proprietà di attuare la distruzione totale dei residui organici e la loro successiva trasformazione in prodotti solubili, non tossici e riassorbibili (H2O e CO2)27,28.

5. Conta batterica dopo 24 e 48 ore d’incubazione: risultati <1 ufc/ml.
5. Conta batterica dopo 24 e 48 ore d’incubazione: risultati

Dai risultati ottenuti in questa analisi comparativa in vitro l’ossido di calcio sembra essere una valida alternativa all’idrossido di calcio. Nei risultati, dopo 24 ore di incubazione, l’azione antibatterica dell’Endocalex Plus e dell’Endocalex 6-9 si è mostrata leggermente superiore a quella dell’idrossido di calcio nei confronti di alcuni ceppi di Staphylococcus aureus e di Enterococcus faecalis. Nelle conte a distanza di 48 ore è però possibile osservare un incremento della proprietà antibatterica dell’ossido di calcio con una riduzione della carica batterica a valori <1 ufc/ml (e quindi non rilevabile) nei confronti di molti ceppi batterici (Staphylococcus aureus AS, SA249, Lactococcus lactis L7, Streptococcus intermedius SI, Micrococcus luteus ML, Streptococcus salivarius SSS). Nel caso dell’Enterococcus faecalis, la sensibilità nei confronti dell’idrossido di calcio si è dimostrata molto scarsa, mentre sia l’Endocalex Plus che l’Endocalex 6-9 si sono rivelati molto “attivi” a 48 ore di incubazione nei confronti di tutti e tre i ceppi: l’Endocalex Plus in particolar modo nei confronti dei ceppi 192 e FK e l’Endocalex 6-9 nei confronti di MORA 13. Una debole azione antimicrobica, sia dopo 24 che dopo 48 ore di incubazione, è stata osservata con tutte e tre le sostanze nei confronti del ceppo Escherichia coli CV25, che è un microrganismo ubiquitario, molto diffuso in natura, con scarse esigenze nutrizionali, alta capacità di adattamento a diversi habitat, forte tolleranza a diversi tipi di stress ed elevata capacità moltiplicativa. Una volta posto a contatto con le tre sostanze si è osservata una diminuzione della sua concentrazione, ma non in maniera così significativa come negli altri casi, probabilmente proprio per le citate caratteristiche del ceppo.

Conclusioni

La completa detersione del sistema canalare è un obiettivo non sempre raggiungibile a causa della complessità anatomica dello stesso, nonostante attualmente siano disponibili numerose sostanze irriganti e differenti metodiche di preparazione canalare che possono essere d’aiuto nel raggiungimento di tale proposito. La possibilità di abbinare alla terapia una medicazione intermedia con spiccate proprietà antimicrobiche potrebbe essere di notevole interesse. Sotto questo punto di vista, i risultati ottenuti con l’ossido di calcio in un precedente studio in vivo5, confermati da questa sperimentazione in vitro, sembrano interessanti. I prodotti Endocalex 6-9 ed Endocalex Plus, confrontati con l’idrossido di calcio, hanno mostrato una migliore capacità antibatterica già dopo 24 ore, ulteriormente aumentata a distanza di 48 ore. In particolar modo, si è osservata una notevole capacità inibente nei confronti dell’Enterococcus faecalis, microrganismo che da sempre si è rivelato come il maggiore responsabile dei fallimenti endodontici. Dai risultati ottenuti nel presente studio in vitro l’ossido di calcio sembrerebbe essere il materiale con migliori proprietà antimicrobiche e quindi il possibile candidato a medicazione intermedia ideale. Tali incoraggianti risultati in vitro richiedono altresì il supporto di altri studi in vitro e in vivo per ulteriori conferme.

Corrispondenza

giuliano@studiochierichettigarlini.it

Roma, 23 novembre: L’odontoiatria a Km zero

Dopo aver proposto un piano nazionale di prevenzione per le fasce deboli, e in particolare per tutti i bambini di famiglie con reddito Isee sotto 8 mila euro/anno, l’Associazione Italiana Odontoiatri (AIO) scopre il mondo dei consumatori invitandolo a dialogare. AIO vuol sapere dai pazienti come vedono il dentista, perché lo considerano costoso, perché preferiscono la prestazione “impersonale” di un centro low cost al confronto con il curante tradizionale e quali risposte essi si aspettino da quest’ultimo.

Ė questo il tema centrale del III congresso politico AIO che si terrà domani a Roma all’Hotel Cavour Centro Congressi. Verranno trattati temi quali la voglia di dipendenza dei giovani colleghi, gli aspetti fiscali che affliggono il dentista e i rimedi per farvi fronte; la possibilità che la società tra professionisti sia la risposta ai problemi di costi crescenti e della burocrazia, la possibile alleanza tra odontoiatri e servizio sanitario nazionale per la prevenzione delle fasce deboli, perché anche sul lato previdenziale crescono i timori di estinzione per il dentista, perché convenga un patto con un dentista di fiducia che segua nel tempo pazienti e famiglie.

Per informazioni scrivere all'Ufficio Stampa Associazione Italiana Odontoiatri, Mauro Miserendino: mauromiserendino@virgilio.it

“Sorrisi smaglianti, futuri brillanti”

Il progetto è partito lo scorso aprile e, in soli 7 mesi, ha già coinvolto 40.000 bambini e più di 670 professionisti dentali come Ambasciatori del Sorriso in tutta Italia. Si tratta di “Sorrisi smaglianti, futuri brillanti”, l’iniziativa di Colgate che coinvolge i bambini su più fronti: a scuola, attraverso lezioni gratuite tenute da professionisti dentali, durante le giornate di scuola aperta, grazie alla collaborazione con importanti Università Odontoiatriche italiane e con attività in piazza avvicinandosi così alle famiglie.

L’iniziativa è aperta a tutti i professionisti dell’igiene orale, i quali potranno tenere lezioni gratuite d’igiene orale nelle scuole elementari di tutta Italia supportati con materiali educativi forniti da Colgate per bambini e genitori. Il materiale educativo è costituito da un impattante kit didattico composto da: materiale per l’insegnamento, materiale ludico-educativo per i bambini con giochi per imparare una corretta igiene orale, un cartone animato che vede come protagonisti i “Supereroi dei Denti” e materiale informativo per i genitori.

Non manca, infine, il certificato di Supereroe dei Denti che ogni bambino riceverà a fine lezione. Partecipare al progetto è facile: il professionista dentale dovrà inviare una mail a sorridente@fargrafica.it o chiamare la segreteria organizzativa al numero 039484299. Si potranno in seguito concordare le lezioni gratuite con la scuola elementare.

Deducibili le spese sostenute per la formazione continua obbligatoria

Verrà presentata a breve una serie di emendamenti in Parlamento per permettere ai professionisti del campo medico (siano essi liberi professionisti o meno) di portare in deducibilità la totalità delle spese sostenute per la formazione continua obbligatoria.

Il razionale alla base della proposta sta nel poter dedurre i costi relativi ai corsi ed ai viaggi e soggiorni relativi alla luce dell’obbligatorietà della formazione e del conseguente illecito disciplinare derivante dalla mancata osservanza delle norme in materia.

Benchè il sistema ECM penalizzi economicamente dentisti e medici liberi professionisti non è stata mai presa in considerazione l’ipotesi della deducibilità a causa della mancata copertura finanziaria che, oggi, verrebbe compensata dalla riduzione (in programma a partire dal 2014) degli esborsi per il finanziamento dell’attività formativa professionale inclusa nel patto di stabilità.

La proposta prevede anche un “premio” di deducibilità aggiuntiva di 500 euro per coloro che raggiungessero il tetto ci crediti previsti in un anno.

Medicina parodontale e Medicina Preventiva

iperplasia gengivale Terapia parodontale non chirurgica diagnosi gengivite parodontite

Essentials of Periodontal Medicine in Preventive Medicine

Autori:

Gulati M,
Anand V,
Jain N,
Anand B,
Bahuguna R,
Govila V,
Rastogi P.

La parodontite è l’infiammazione e infezione di legamento e osso alveolare di sostegno dei denti e può avere effetti significativi sulla salute generale e viceversa, cioè, alcune malattie e condizioni sistemiche possono essere potenziali fattori di rischio per la parodontite. Il Veterans Affairs Dental Studio Longitudinale del 1968 ha dimostrato che i soggetti con la perdita media di osso alveolare superiore al 21% avevano il 70% in più di rischio di morire rispetto a tutti gli altri soggetti durante il periodo di follow-up per cui la parodontite (perdita di osso alveolare) significativamente può aumentare il rischio di mortalità. Le patologie sistemiche per cui la malattia parodontale è stata considerata come un fattore di rischio sono: malattie cardiovascolari, malattie cerebrovascolari, ad esempio ictus, diabete, i bambini con basso peso alla nascita pretermine, preeclampsia, infezioni respiratorie e altre tra cui l’osteoporosi, il cancro, l’artrite reumatoide (AR), la disfunzione erettile (DE), la malattia di Alzheimer (AD), malattie gastrointestinali, prostatiti, malattie renali.

Gli agenti patogeniparodontali possono avere un’azione diretta sul sistema cardiovascolare e contribuire a causare la trombogenesi (Herzberg et al. nel 1998 hanno confermato la presenza di attivazione piastrinica e aggregazione di peptidi cioè PAAP su Porphyromonas gingivalis) o l’aterosclerosi (in uno studio di Haraszthy et al. del 1.998 sono stati trovati P. gingivalis in ateromi carotidei e coronarici). Si può anche avere un’azione indiretta sul sistema cardiovascolare, causando il rilascio di proteine di fase acuta dal fegato come il fibrinogeno e la proteina C-reattiva, che contribuiscono ulteriormente alla formazione dell’ateroma. Beck et al nel 1996 in uno studio prospettico di 18 anni hanno scoperto che i soggetti con più del 20% di perdita significativa di tessuto osseo hanno avuto un aumento del rischio del 50% di malattia coronarica rispetto a quelli con perdita ossea orale fino al 20%.

Arbes et al. in uno studio prospettico di 18 anni del 1999 hanno invece scoperto che i soggetti con più del 20% di perdita ossea mascellare e mandibolare avevano anche tre volte più probabilità di essere colpiti da un ictus rispetto a quelli con meno del 20% di perdita ossea.

Grossi et al. nel 1998 hanno suggerito che le infezioni parodontali croniche sostenute da gram-negativi possono provocare un aumento della resistenza all'insulina e scarso controllo glicemico e, quindi, possono complicare la gravità del diabete e il grado di controllo metabolico. Inoltre, è stato anche confermato che il trattamento parodontale porta a un miglioramento del controllo glicemico nei pazienti diabetici.

Jeffcoat et al. nel 2001 hanno dimostrato che i soggetti con parodontite generalizzata hanno un rischio 5 volte maggiore di parto pretermine prima delle 35 settimane di gestazione e un aumento del rischio 7 volte maggiore di consegna prima di 32 settimane di gestazione. Si presuppone che l’infezione batterica può portare a un aumento della produzione di prostaglandine amniotiche, che a sua volta si traduce in travaglio pre-termine.

Scannapieco et al. nel 2003 hanno evidenziato che la colonizzazione orale da patogeni respiratori, favorita da scarsa igiene orale e malattie parodontali, sembra essere associata a polmonite nosocomiale. L’ampia placca dentale dei pazienti affetti da parodontite può fornire superfici su cui potenziali patogeni respiratori (PRP) potrebbero aderire e fornire un serbatoio per l’infezione sui tratti distali delle vie respiratorie.

Si è anche visto che la placca sottogengivale in individui affetti da periodontite funzioni come un serbatoio per l’Helicobacter pylori che causa infiammazione cronica ed è il più forte noto fattore di rischio per il cancro gastrico, nonché per ulcera duodenale e gastrica.

L’infezione cronica attorno a denti multipli contribuisce significativamente all’innalzamento di circolanti IL-6, e dati epidemiologici hanno dimostrato che il siero IL-6 è un importante fattore di perdita ossea post-menopausa. Pertanto, è almeno teoricamente possibile che la  parodontite cronica può contribuire allo sviluppo o alla progressione dell’osteoporosi. Una significativa associazione tra parodontite e artrite reumatoide è stata inoltre dimostrata e questa associazione può essere un riflesso di una comune deregolamentazione sottostante della risposta infiammatoria in quanto sia la malattia parodontale che la RA si manifestano come conseguenza di uno squilibrio tra le citochine pro-e anti-infiammatorie. Gli anticorpi anti-proteina citrullinati sono marcatori di rischio altamente specifici per la RA che da anni sono dimostrabili essere causa della prima insorgenza della malattia e la prova ha rivelato che l’interruzione della presenza dal parodonto del patogeno P. gingivalis migliorava le risposte autoimmuni agli antigeni citrulli nati.

 Int J Prev Med. 2013 Sep;4(9):988-994

La Carta per migliorare la salute

nuovo presidente aio Aio congresso, odontoiatria aio Roma test d'ingresso ministero della salute

Presentata all’ultima Sessione plenaria primaverile dell’Organizzazione Regionale Europea della FDI - Federation Dentaire Internationale, ERO, contemporaneamente al Mid-year meeting della FDI a Postdam e al Congresso nazionale AIO - Associazione Italiana Odontoiatri - ad Alghero, la “Carta per migliorare la salute” è un questionario che consente di monitorare nel paziente la presenza di patologie che possono essere concause di affezioni odontoiatriche o possono a loro volta esserne peggiorate per via dei fattori infiammatori rilasciati, ad esempio, da placca e gengiviti.

Spiega il dottor Gerhard Seeberger, ideatore insieme a un pool di odontoiatri di caratura internazionale della Carta, ex presidente e tra i fondatori dell’AIO, immediate past-president dell’ERO: "Con una semplice schedina ci è possibile conoscere età, sesso, misure del paziente, indice di massa corporea ed eventuali scostamenti dai parametri normali, e condividere con i nostri utenti e i loro medici curanti i valori di fattori di rischio come obesità, pressione arteriosa, glicemia, colesterolo, oltre che lo stato delle patologie odontoiatriche".

La distribuzione della carta ai 7mila dentisti associati AIO è solo un primo step di un piano su più larga scala che coinvolgerà 50 mila dentisti operanti sull’intero territorio nazionale. L’obiettivo non sarà soltanto quello di sensibilizzare gli odontoiatri sui fenomeni di co-morbilità, ma anche di scoprirli, segnalarli e di prendersene cura nell’ambito delle proprie competenze professionali.

Tumore del cavo orale: stato nutrizionale dei pazienti

NUTRITIONAL STATUS OF PATIENTS WITH CANCER OF ORAL CAVITY

Autori:

Pérez Camargo DA,
De Nicola Delfín L,
Namendys-Silva SA,
Copca Mendoza ET,
Hernández Méndez M,
Herrera Gómez A,
Meneses García A.

Il cancro della cavità orale occupa il dodicesimo posto tra tutti i tumori maligni a livello mondiale, costituisce il 5% dei tumori maligni e il 30% di tutte le neoplasie della testa e del collo. La sua prevalenza varia in relazione allo sviluppo e alle caratteristiche sociali, geografiche e demografiche di ogni Paese.

In uno studio retrospettivo condotto tra il 2009 e il 2011 sono stati inclusi 99 pazienti affetti da tumore della cavità orale. I dati sono stati ottenuti attraverso la revisione delle cartelle cliniche; i pazienti con cartelle cliniche incomplete sono stati esclusi. Sono state registrate le seguenti variabili: sesso, età, storia di alcolismo,fumatori e BMI. È stato eseguito il test di Kolmogorov-Smirnov  per determinare la distribuzione dei dati. I risultati ottenuti in questo studio sono stati i seguenti: dei 99 pazienti con cancro della cavità orale il 58% (n = 58) è risultato essere donna e il 40 % (n = 41) di sesso maschile. L’età media è stata di  61,2 anni (34-94 anni) con una deviazione standard di 15.89.

Il tipo di trattamento è stato spesso concomitante al trattamento medico di radioterapia nel 28% dei casi (n = 28) seguito da chirurgia nel 23,2% (n = 23) e radioterapia nel 18% (n = 18%).
Le complicanze più comuni durante il trattamento sono state la xerostomia (20%), l’odinofagia e/o mucosite (19%) e la disfagia (17%). Altre complicazioni sono stati nausea, vomito, diarrea, disgeusia, astenia, dispnea e costipazione. Nel 54% dei pazienti c’è stata una diminuzione del peso associata a xerostomia, mucosite e odinofagia, mentre il 16% ha avuto nausea, vomito e disgeusia, senza però alcuna perdita di peso. Il BMI è risultato  invariato all’inizio e alla fine del trattamento, la malnutrizione iniziale dall’1% è salita al 15% finale, l’obesità iniziale dal 14% è scesa all’8%.

Possiamo quindi notare che al termine del trattamento il sovrappeso e l’obesità sono risultati diminuiti. La media iniziale di albumina è variata da 3,7 g/dl, con una deviazione standard 0,47, a una media finale di 3,3 g/dL, la cui deviazione standard è stata di 0,64.
La Figura 1 mostra i tipi di alimenti precedenti e seguenti il trattamento medico assunti dai pazienti; possiamo notare un maggior consumo sia di polenta che di alimenti liquidi o vari sostituti alimentari.

 

Fig 1: tipo di alimentazione assunta prima e dopo il trattamento.
NPT: nutrizione parenterale totale
NET: nutrizione enterale totale
BL: Dieta Blanda
Papilla: polenta
Liquidos: liquidi
g /dL: grammi per decilitro

Nutr Hosp. 2013 Septiembre-Octubre;28(5):1458-1462

Diabete mellito: cavo orale e terapia ortodontica. Una revisione della letteratura

Autori:

Cinzia Maspero1
Paola Cavone2
Lavinia Solidoro3
Lucia Pisani4
Giampietro Farronato5

1Dirigente medico I livello - Fondazione IRCCS Cà Granda - Ospedale Maggiore Policlinico
2Studentessa CLOPD - Reparto di Ortognatodonzia - Università degli Studi di Milano
3Medico Frequentatore - Scuola di Specializzazione in Ortognatodonzia - Università degli Studi di Milano
4Studentessa CLOPD - Reparto di Ortognatodonzia - Università degli Studi di Milano
5Direttore Scuola di Specializzazione in Ortognatodonzia - Presidente del Corso di Laurea in Igiene dentale - Dipartimento di Scienze Biomediche, Chirurgiche e Odontoiatriche - Università degli Studi di Milano, Fondazione IRCCS Cà Granda - Ospedale Maggiore Policlinico

Riassunto

Obiettivi. Il diabete mellito è una patologia di eziologia multifattoriale da causa ancora in parte non ben conosciuta. Si tratta di una malattia metabolica di origine autoimmune per la cui manifestazione giocano un ruolo importante sia la predisposizione genetica sia l’ambiente in cui il paziente vive. Quello che accade è una distruzione completa o una grave alterazione delle cellule Beta del pancreas che hanno il compito di produrre insulina. Ne consegue un’anomalia nel metabolismo dei carboidrati, dei grassi e delle proteine.

Materiali e metodi. È stata condotta una revisione della letteratura internazionale mediante la banca dati MedLine. Sono stati quindi considerati gli articoli che fornivano indicazioni generali in merito alla patologia e quelli che trattavano in maniera più approfondita la relazione tra il diabete, l’Odontoiatria e, nello specifico, l’Ortodonzia.

Risultati. In letteratura sono molti gli studi che si sono occupati di classificare e descrivere tale malattia che colpisce sempre più un’ampia percentuale della popolazione mondiale, seppure in forme differenti, dall’età pediatrica fino a quella avanzata. Si sono potute conoscere le tecniche di diagnosi, di terapia e di prevenzione delle numerose complicanze che il diabete comporta. Meno numerosi sono gli studi inerenti l’Odontoiatria e l’Ortodonzia. I risultati ottenuti hanno comunque permesso di comunicare all’odontoiatra indicazioni specifiche in merito all’approccio clinico ideale nei confronti del paziente diabetico.

Conclusioni. Il diabete rimane una malattia cronica; la terapia che il paziente adotta su prescrizione dello specialista ha il compito di compensare la mancanza o l’alterata secrezione di insulina e risulta pertanto fondamentale che il soggetto si attenga con scrupolo alle indicazioni mediche, associando alla terapia farmacologica la dieta sana, l’attività sportiva e, per ciò che concerne il cavo orale, un’attenzione scrupolosa all’igiene.

Summary

Diabetes mellitus: implication of the oral cavity and guide lines for orthodontic therapy. A literary review

Objectives. Diabetes Mellitus is a disease whose multifactorial etiology is still not fully understood. It’s an autoimmune metabolic disease, the manifestation of which are affected by both genetic predisposition and environmental factors. What happens is a total distruction, or a severe alteration, of the pancreatic B Cells whose primary function is to release insulin. As a consequence, an anomaly in the metabolism of carbohydrates, fats and proteins occurs.

Materials and methods. A review of the international literature has been conducted through the MedLine database. Then, we considered the articles providing general indications regarding the pathology and those that go in depth about the relationship between diabetes, dentistry and, more specifically, orthodontics.

Results. There are many studies in literature that have tried to classify and describe this disease that affects every year a larger percentage of the population worldwide, in different ways, from pediatric age to advanced age. It was possible to get to know the techniques of diagnosis, therapy and prevention of the several complications that diabetes involves. Less numerous are the studies regarding dentistry and orthodontics. However, the results obtained allowed to provide orthodontics with specific indications regarding the ideal clinical approach to patients with diabetes.

Conclusions. Diabetes still is a chronic disease. The therapy given to the patient by the specialist has the responsibility of compensating the lack or the altered secretion of insulin, therefore it is crucial that the patient complies scrupulously with the medical indications, matching the pharmacologic therapy with an healthy diet, exercise and, regarding the oral cavity, a thorough attention to dental hygiene.

Introduzione

Il diabete mellito (DM) è una malattia metabolica dovuta a una mancata o a un’alterata produzione di insulina da causa multifattoriale. Il termine “diabete mellito” indica in realtà un gruppo di malattie metaboliche che hanno come comune denominatore l’iperglicemia e che comportano alterazioni del metabolismo di carboidrati, proteine e grassi1.

Può colpire soggetti di tutte le età, con un picco di incidenza nella quinta decade di vita. Approssimativamente si stima che ne sia affetto dal 3% al 4% della popolazione mondiale.

È importante sottolineare come gli effetti di questa malattia cronica si manifestino nel breve e soprattutto nel lungo termine, a livello dell’intero organismo e anche nel cavo orale. In letteratura esistono numerosi studi che si sono occupati di valutare le manifestazioni del diabete nel cavo orale, con una particolare attenzione alle alterazioni a carico delle strutture parodontali.

Scopo di questo lavoro è presentare i risultati di una revisione della letteratura internazionale condotta con il fine di mettere in luce le necessità del paziente diabetico, le possibili complicanze, le tipologie di trattamento da preferire nello specifico del trattamento ortodontico.

Materiali e metodi

È stata effettuata una revisione della letteratura internazionale mediante la banca dati MedLine. Le parole chiave utilizzate sono state “Diabetes” (diabete), “Diabetes Mellitus” (diabete mellito), “Orthodontics” (Ortodonzia), “Metabolic Disorders” (disordini metabolici). Tra gli articoli rinvenuti, sono stati scelti quelli pubblicati tra il 1973 e il 2013, in lingua italiana e inglese. Si è scelto di considerare Review e Case Report sia reperibili come testi integrali, sia come abstract. Sono stati scelti articoli che fornivano informazioni generali sulla patologia, articoli che trattavano nello specifico la correlazione tra la patologia e l’Odontoiatria in generale, articoli che affrontavano la correlazione tra la patologia e l’Ortodonzia. Dei 36 articoli rinvenuti in letteratura ne sono stati selezionati 31 che rispondevano ai criteri di inclusione.

Continua ...

Risultati

Classificazione e patogenesi2
La classificazione del diabete mellito è basata sul tipo di processo patologico che è alla base della mancata o alterata secrezione di insulina da parte delle cellule Beta del pancreas. Distinguiamo il DM di tipo 1 e il DM di tipo 2. Generalmente, i pazienti affetti da DM 1 sono coloro a cui la malattia viene diagnosticata in giovane età, tipicamente durante l’adolescenza; il diabete di tipo 2 è invece considerato un disordine metabolico dell’età adulta. In entrambe le manifestazioni della malattia, i sintomi sono correlati alle variazioni anomale, soprattutto in direzione di un aumento, del livello di glucosio nel sangue che causa poliuria, polidipsia, nocturia, perdita di peso, stanchezza cronica. Quello che accade nel DM tipo 1 è la distruzione, a causa di un processo autoimmune, delle cellule beta del pancreas cui consegue un’assoluta mancanza di insulina per cui il paziente necessiterà di iniezioni della suddetta sostanza per far fronte all’aumento di glucosio nel sangue in seguito all’assunzione di cibo, pena l’iperglicemia e la chetoacidosi.

Ancora oggi l’eziologia di questa patologia non è ben nota, si pensa che vi sia un ruolo dell’ambiente associato a una predisposizione genetica. Per ciò che concerne il DM tipo 2, esso è frequentemente preceduto da una condizione di insulino-resistenza ed è caratterizzato da un’alterata risposta dei tessuti alla concentrazione di insulina: essi richiederanno livelli di insulina più alti del normale per adempiere alle funzioni fisiologiche; ancora oggi i meccanismi alla base dell’insulino-resistenza non sono del tutto conosciuti. Una terza forma di DM è il GDM ovvero il diabete mellito legato alla gestazione. Si manifesta come un’intolleranza al glucosio che viene diagnosticata durante la gravidanza in donne che non manifestano la malattia; di solito si risolve dopo il parto ma questi soggetti mantengono un rischio del 50% di sviluppare DM tipo 2. Il GDM è dovuto all’incapacità delle cellule pancreatiche di produrre una maggiore quantità di insulina rispetto ai valori fisiologici, proprio a causa della gravidanza.

Epidemiologia
In uno studio di Ship del 20033 si riporta che nel 1999 il “National Centers for Health Statistic” valutava intorno ai 10 milioni il numero di americani che convivevano fino a quell’anno con il diabete. Inoltre, se nel 1997 la stima mondiale di persone affette dalla patologia si aggirava intorno ai 124 milioni, si era proiettata per il 2010 una stima di 221 milioni. Già nel 2006 si è stimato che 246 milioni di persone nel mondo fossero affette da diabete mellito, ovvero circa il 5,9% della popolazione (IDF press Release: Diabetes Epidemic out of Control, 2006).

La Federazione Internazionale del Diabete ha stimato una prevalenza dello 0,02% del diabete di tipo 1 in bambini e adolescenti, che in termini numerici corrisponde a circa 430.000 bambini, e si stima, in base alla popolazione mondiale, che il rischio di sviluppare diabete di tipo 1 sia di circa lo 0,4%4.

Alcuni studi stimano che dal 3% al 10% dei pazienti diabetici siano affetti da DM tipo 1, la cui incidenza varia notevolmente in base ai paesi e alla razza5.

Il diabete, quindi, è una malattia che presenta notevoli discrepanze razziali. Già una ricerca condotta nel 1996 valutava come la percentuale di pazienti bianchi malati di età superiore ai 65 anni era dell’8,7%, quella dei neri era del 19,9%; inoltre la prevalenza del diabete tra gli ispanici negli Stati Uniti era circa due volte la prevalenza dei bianchi non ispanici3. Si riscontra una notevole variazione di incidenza tra i due emisferi che vede l’Europa insieme all’America del Nord come le regioni più colpite; all’interno dell’Europa si riscontra una variazione tra le diverse aree secondo cui l’incidenza più alta è in Finlandia (35,3 malati per 100.000 abitanti) fino alla Grecia (4,6 malati per 100.000 abitanti).

Non si riscontra una differenza tra il sesso maschile e quello femminile.

Il diabete di tipo 2 si stima colpisca tra il 5 e il 7% della popolazione mondiale6. Durante l’ultimo ventennio la prevalenza del diabete è incrementata dal 30 al 40% così come le sue complicanze: ciò è legato anche a un incremento dell’aspettativa di vita7.

Nonostante le campagne di prevenzione primaria che mirano a ridurre gli effetti a lungo termine della malattia e ad assicurare una vita migliore ai pazienti, si stima che circa un terzo degli adulti con diabete negli Stati Uniti sia non diagnosticato.

Per tutte queste condizioni e stime numeriche è importante sottolineare come la professione dell’odontoiatra giochi un ruolo importante nella diagnosi e nel trattamento dei pazienti malati. L’odontoiatra dovrebbe stimolare anche il paziente a essere scrupoloso nell’effettuare i corretti controlli in merito alla regolazione del glucosio, al mantenimento di un’adeguata igiene orale e di una dieta salutare3.

Diagnosi
L’Associazione Americana del Diabete ha definito il criterio diagnostico per questa malattia quale “test rapido al glucosio” (senza assunzione di cibo per le otto ore precedenti) basato sul livello di glucosio pari o superiore a 126 mg/dL a digiuno: se il valore è maggiore o uguale a 100 mg/dL siamo in una condizione definita “prediabete”; un’altra possibile valutazione è il “test di tolleranza al glucosio” dopo somministrazione di 75 grammi di soluzione orale: si parla di malattia conclamata se il livello di glucosio è maggiore o uguale a 200 mg/dL a distanza di due ore dal test e si parla di “prediabete” se il livello resta compreso tra 140 e 199 mg/dL.

La misurazione dell’emoglobina glicosilata HbA1 è ottima per le valutazione a lungo termine: il suo valore deve essere minore del 7%3.

Complicanze
Le complicanze del diabete sono dovute al fatto che tale malattia induce un’alterazione del sistema che gestisce il metabolismo di proteine, carboidrati e grassi.

Per quanto riguarda il DM tipo 1 esse compaiono come il risultato della malattia a livello del microcircolo; nel DM tipo 2 sono colpiti sia i vasi minori sia i grossi rami arteriosi e venosi. Per ciò che concerne il cavo orale è sicuramente la malattia parodontale, come approfondiremo, la manifestazione più comune, esacerbata dall’iperglicemia.

La malattia a carico del microcircolo comporta una disfunzione endoteliale e l’ischemia dei tessuti che a loro volta sono la causa di retinopatia, neuropatia, nefropatia; la malattia a carico dei vasi maggiori comporta la patologia aterosclerotica e può essere causa di infarti del miocardio e malattie vascolari del sistema periferico.

Chiaramente in una condizione di predisposizione alla patologia dei grossi vasi, i fattori di rischio comuni quali fumo, ipertensione e dislipidemia assumeranno un’importanza maggiore rispetto al paziente non diabetico. I danni a lungo termine consistono in retinopatia, nefropatia, neuropatia periferica e del sistema nervoso autonomo e disturbi cardiovascolari8. Inoltre nel paziente diabetico è stata riscontrata una particolare frequenza di malattia parodontale9 e di problematiche nella regione facciale e mandibolare. Questo suggerisce che il paziente diabetico risponderà in maniera differente rispetto a quello sano anche al trattamento ortodontico.

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Complicanze del cavo orale
La conoscenza delle manifestazioni orali del diabete è molto importante per l’odontoiatra che spesso si trova a essere il primo specialista a diagnosticare la patologia. Potranno essere dei sintomi sospetti la xerostomia, la candidosi orale, la sindrome della bocca urente o la glossopirosi, il respiro chetonico, la frequenza di carie, il Lichen Planus, la disestesia neurosensoriale, la disfunzione salivare, l’alterazione del gusto, la gengivite3.

Le manifestazioni del diabete nel cavo orale sono di solito la conseguenza di una malattia non adeguatamente controllata10.

In uno studio di Orbak11 sono stati valutati gli effetti del diabete sulla dentizione e sulla salute orale utilizzano metodi di valutazione clinica; in merito all’eruzione degli elementi dentari, gli Autori sottolineano come nel caso di disturbi metabolici quali il diabete si manifesta una perdita o comunque una riduzione della resistenza all’infiammazione12; così come dimostrato da Bohatka13, anche Orbak riporta uno sviluppo dentale accelerato nei pazienti diabetici con meno di 11,5 anni di età. Dallo studio di Shantanu et al.14 emerge che i bambini diabetici manifestano un’accelerazione dell’eruzione in particolare nell’ultimo periodo della dentizione (tra i 10 e i 14 anni) rispetto ai bambini sani, di solito associata a un aumento dell’infiammazione gengivale. Per questa condizione potrà essere necessario, nell’ambito di una corretta prevenzione, valutare radiograficamente il paziente pediatrico diabetico precocemente, in modo da poter intercettare un’eventuale anomalia già nel numero degli elementi dentari; elementi sovrannumerari, erompendo in arcata potrebbero provocare un disallineamento degli altri elementi dentari. Di solito la scoperta degli elementi sovrannumerari avviene solo occasionalmente in seguito a esame radiografico, perché generalmente la loro valutazione è clinica. Farronato e coll. suggeriscono per tali elementi l’estrazione e insieme il trattamento ortodontico per correggere una malocclusione della dentatura permanente o l’inclusione del dente permanente corrispondente alla regione di eruzione del sovrannumerario15.

L’iperglicemia infatti modifica l’equilibrio metabolico e promuove gravi alterazioni a carico dei vasi, riduce l’efficienza dei neutrofili, aumenta la distruzione dei tessuti connettivi e ossei e stimola la produzione di mediatori dell’infiammazione. L’alterata risposta immunitaria compromette l’eliminazione dei patogeni che così scatenano un’ulteriore risposta infiammatoria dalla quale potranno derivare le complicanze ultime del diabete quali neuropatie, retinopatia, nefropatia, aterosclerosi accelerata16-18.

Tali alterazioni non sono però esclusive del diabete. Farronato e coll. in uno studio del 201219 descrivono la sindrome delle Iper-IgE (HIES, raro quadro di immunodeficienza) o sindrome di Job. Seppur rara è importante che l’odontoiatra ne conosca le caratteristiche principali. È nota la triade di segni clinici: eczema, infezioni ricorrenti della pelle e polmonari ed elevati livelli di IgE nel siero, oltre che un quadro di eccessiva e inadeguata infiammazione. È bene per l’odontoiatra sapere che il paziente affetto da HIES potrà presentare quadri di infezioni orali a carico delle membrane mucose quali lesioni, eritema e atrofie oltre che disordini autoimmuni (il diabete è classificato come tale) e tumori con frequenze più alte della popolazione normale.

Nel cavo orale la sinergia dei fattori che modificano l’equilibrio metabolico comporta progressivamente la manifestazione della malattia parodontale, ovvero un inizio della malattia caratterizzato da gengivite e parodontite che se non tempestivamente trattate comportano l’evoluzione in seri problemi a carico del parodonto.

In merito a questo, si riscontrano in letteratura studi che hanno voluto indagare la composizione salivare nel paziente diabetico. In primis alcuni Autori suggeriscono come a essere alterata sia prima di tutto la quantità di saliva, ridotta nel DM tipo 120 rendendo il paziente più facilmente suscettibile all’instaurarsi del processo carioso.

Va sottolineato però che un paziente diabetico con un buon controllo glicemico, che segue una dieta ricca di fibre e povera di carboidrati semplici, può facilmente mantenere un ottimo controllo della placca e della microflora batterica.

L’alterazione della saliva diretta verso un aumento del glucosio, degli zuccheri totali, delle proteine totali e dei livelli di α-amilasi può essere riconosciuta come la causa di ulcere, cheiliti e lingua fissurata10, poiché l’aumento di glucosio e di fluido crevicolare stimola la crescita batterica, riduce la capacità dei fibroblasti di promuovere il processo di guarigione, riduce il PH salivare e pertanto l’attività tampone della saliva. Da uno studio di Farronato e coll. del 201021 realizzato effettuando prelievi ematici e salivari in pazienti diabetici e in soggetti sani, si sono riscontrati tassi di glucosio corrispondenti a uguali glicemie per cui non è stato possibile determinare una soglia definita di glicemia alla quale compare glucosio nella saliva. Alla luce dell’analisi dei risultati di questo studio è possibile concludere che il glucosio salivare rappresenta un agente concausale nel determinismo della malattia parodontale.

Si sottolinea, inoltre, che i pazienti affetti da DM tipo 1 sono quelli che presentano la maggiore predisposizione alle alterazioni del microcircolo, al ritardo della rigenerazione ossea, alla microangiopatia nelle aree gengivali22. È possibile che le alterazioni a carico della gengiva si manifestino con un aumentato sanguinamento. Ma in letteratura si ritrovano scarse informazioni in merito all’efficacia del trattamento della malattia parodontale rispetto al controllo metabolico del diabete. È stato ipotizzato23 che le infezioni croniche da gram-negativi possano indurre insulino-resistenza e alterare il controllo metabolico del diabete.

Ortodonzia e diabete
In letteratura si ritrova un’esigua quantità di studi inerenti il rapporto tra l’ortodontista e il paziente diabetico. Burden e coll.24 hanno descritto in uno studio del 2001 come il trattamento ortodontico dovrebbe essere evitato nei pazienti diabetici caratterizzati da uno scarso controllo della malattia (HbA1c > 9%) a causa della suscettibilità parodontale che manifestano. Va sottolineato che anche il paziente ben controllato potrà andare incontro a episodi di ipo o iperglicemia e anche il soggetto diabetico più scrupoloso manifesterà maggiore infiammazione gengivale. Per questo, durante il trattamento, l’ortodontista dovrà monitorare attentamente le condizioni del parodonto24. Anjli e coll.25 hanno affrontato la relazione tra l’Ortodonzia e la malattia metabolica in questione asserendo come sia necessario che lo specialista metta in atto nei confronti del paziente un regime rigoroso di terapia, spiegando ad esempio quali possono essere le conseguenze di una scarsa igiene orale compreso l’aumentato rischio di sviluppare la malattia parodontale.

Gli Autori sono concordi nell’affermare che sarà indicato per il diabetico ricevere appuntamenti al mattino; Reichert e al.4 descrivono anche la necessità di effettuare sedute di breve durata. Sarà buona norma rendere noto al paziente o ai suoi familiari di effettuare una normale colazione e una classica terapia insulinica prima della seduta; dallo studio di Anjli emerge come il paziente diabetico a causa della microangiopatia che potrà colpire il circolo vascolare periferico, potrà spesso manifestare odontalgia, sensibilità alla percussione fino ad arrivare alla perdita di vitalità26.

Inoltre, il team ortodontico dovrà essere istruito e capace di gestire le eventuali emergenze: l’ipoglicemia si manifesta dapprima con tremore, nausea, sudore, ansia, tachicardia, palpitazioni fino alle allucinazioni e ai sintomi da neuroglicopenia. Questi ultimi includono: confusione, aggressività, pronuncia alterata delle parole.

È bene ricordare la terapia dell’emergenza:

  • se il paziente è cosciente andrà somministrata una quantità di glucosio pari a circa 50 g attraverso una bevanda (per esempio Coca-cola) o una caramella;
  • se il paziente è incosciente si somministrano 20 ml di una soluzione di Destrosio IV al 50% oppure 1 mg di glucagone intramuscolo che permetterà l’attivazione delle riserve di glicogeno epatico;
  • se il paziente è cosciente, la somministrazione orale sarà efficace, se è incosciente e non si riesce a riportarlo in fase cosciente sarà necessario assicurarne il trasporto presso il Pronto Soccorso più vicino.

Bensh e coll. affermano che la chiave del successo ortodontico è, in particolare nel caso del paziente diabetico, l’ottimale controllo medico. Non c’è un trattamento preferenziale né per quanto concerne la terapia ortodontica fissa né per quella mobile. Si sottolinea ancora una volta l’importanza dell’igiene orale poiché questi dispositivi facilmente provocheranno un aumento di ritenzione della placca, responsabile di problemi dentali e gengivali.

Da uno studio di Farronato e coll.27 inerente la relazione tra l’utilizzo di resine ortodontiche e fenomeni allergici è emerso che, poiché nel corso degli anni si è assistito all’aumento di incidenza di fenomeni allergici nei confronti di materiali resinosi comunemente utilizzati per la realizzazione di apparecchiature ortodontiche, potrà essere utile soprattutto in quei pazienti che dichiarano di essere allergici ad altre sostanze o alimenti eseguire un test cutaneo preventivo al fine di escludere ogni possibile reazione avversa che nel paziente diabetico potrebbe allarmare il clinico ulteriormente.

In Ortodonzia, quando verranno applicate delle forze per muovere gli elementi dentari a una certa distanza dalla posizione originale, l’ortodontista dovrà prestare particolare attenzione e regolarmente controllare la vitalità degli elementi.

Holtgrave e Donath hanno studiato la reazione del parodonto rispetto all’azione di forze ortodontiche28 e hanno riscontrato una ritardata rigenerazione ossea, indebolimento del legamento parodontale e microangiopatia a carico delle gengive.

Un dato molto importante descritto da Bensh è quello secondo cui oggi, essendo l’Ortodonzia una specialità sempre più rivolta anche ai pazienti adulti, sarà frequente per l’ortodontista entrare in contatto non solo con il DM tipo 1 caratteristico dell’infanzia e dell’adolescenza, ma anche con il DM tipo 2 caratteristico dell’adulto e più raramente del bambino obeso.

Per ciò che concerne la somministrazione di antibiotici, Reichert e coll.4 scrivono che, in accordo con le linee guida dell’American Heart Association on Antibiotic Prophylaxis in Dentistry29, non è necessaria l’antibiotico-profilassi in Odontoiatria in caso di applicazione o rimozione di bracket e/o bande ortodontiche nel paziente diabetico. È stato riscontrato che gli apparecchi ortodontici non influenzano il metabolismo del glucosio nei pazienti sani. Quello che viene sottolineato è che l’igiene orale e la compliance del paziente hanno un ruolo decisivo nel minimizzare i rischi associati al diabete.

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Discussione

Dalla letteratura si evince quindi che il diabete è una malattia cronica e immunitaria dovuta a cause multifattoriali che può colpire tutte le età. I pazienti affetti potranno sviluppare patologie di diverso ordine nel corso della loro vita e spesso il cavo orale e gli elementi dentari potranno essere coinvolti11.

Nessuno studio si pronuncia in merito a un limite di età per il trattamento ortodontico, nonostante la malattia possa condizionarlo. È importante considerare che l’iperglicemia, dato caratterizzante il diabete, modifica l’equilibrio metabolico promuovendo, tra le altre, alterazioni a carico dei tessuti vascolari e produzione anomala dei mediatori dell’infiammazione. L’associazione tra queste due condizioni implica, a livello del cavo orale, lo sviluppo precoce e rapido della malattia parodontale nel soggetto diabetico22.

Inoltre, per ciò che concerne l’Ortodonzia che spesso richiede l’applicazione di forze, è importante che l’odontoiatra sia ben attento a eventuali cambiamenti del parodonto del paziente in modo da prevenire lo sviluppo della malattia parodontale e che le forze applicate siano ben calibrate e controllate in modo tale da prevenire un sovraccarico degli elementi dentari8,10. Nel caso di una terapia ortopedico-funzionale con attivatore, per esempio, ciò che avviene è una transitoria inibizione muscolare realizzata dall’allungamento delle fibre muscolari e documentata dalla variazione degli indici elettromiografici. È proprio grazie all’allungamento delle fibre muscolari che si generano quelle forze di ritorno elastiche in grado di attivare la matrice periostale, forze che dovranno essere sottoposte nel paziente diabetico a un controllo particolarmente scrupoloso30. È importante sottolineare anche che il movimento ortodontico degli elementi dentari è strettamente dipendente dall’equilibrio vigente a livello del rimodellamento osseo, e che quindi il diabete può modificare tale processo; dallo studio di Braga et al.31 effettuato sui topi emerge proprio questo dato: un incremento del riassorbimento dell’osso per un aumento degli osteoclasti e quindi un aumento del movimento dei denti. Va detto che gli stessi Autori dimostrano che la terapia insulinica favorisce una normalizzazione dei livelli degli osteoclasti.

Conclusioni

Il paziente diabetico che giunge all’osservazione dell’odontoiatria potrà essere sottoposto a terapia e in particolare a terapia ortodontica. Oggi in letteratura non esistono studi che indicano i limiti delle terapie in caso di tale malattia; sarà quindi opportuno che l’odontoiatra metta in atto dei comportamenti preventivi nei confronti delle complicanze a cui tale malattia è legata. Effettuando una corretta anamnesi, il controllo della glicemia, delle sedute terapeutiche brevi e al mattino sarà possibile apportare le cure necessarie evitando l’insorgenza della malattia parodontale e del movimento dentario non controllato.
Talvolta invece a causa delle manifestazioni nel cavo orale, l’odontoiatra potrà essere il primo specialista a identificare la malattia specie nel paziente pediatrico e a indirizzarlo al medico endocrinologo specialista.

Il limite unico alla terapia ortodontica è riferito ai pazienti per i quali è accertato uno scarso controllo della malattia e quindi una frequente ricorrenza di iper o ipoglicemia10.
Da questa revisione si evince come la prevenzione della malattia parodontale nel paziente pediatrico sia soprattutto basata sull’educazione all’igiene orale effettuata facendo conoscere le possibili conseguenze di uno scarso controllo della stessa, l’esigenza del controllo della placca e del sanguinamento gengivale.
Il ruolo primario dell’odontoiatra, prima ancora del buon risultato della terapia, è quello di valutare e aiutare il paziente nel mantenimento di un’adeguata igiene orale11.

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Carico immediato full arch mascellare e mandibolare: un nuovo approccio chirurgico e protesico

1a. Condizione iniziale aspetto obiettivo (a) e OPT (b).

• Nicola Petrillo 

Riassunto

Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a una profonda revisione dei principi alla base dell’implantologia e del concetto di osteointegrazione rivedendone le procedure e i tempi di attuazione. Ne è conseguita una revisione anche delle procedure protesiche atte a caricare immediatamente gli impianti endossei. La metodica illustrata nel presente articolo, sfruttando il principio dell’accoppiamento conometrico, offre un’ulteriore possibilità di realizzare in breve tempo il carico immediato degli impianti senza dover ricorrere alla realizzazione di strutture metalliche o alla cementazione del manufatto protesico.

Parole chiave: carico immediato, moncone parallelizzatore, accoppiamento conometrico, protesi provvisoria senza struttura metallica.

Summary

Immediate loading full arch in maxilla and  mandible: a new surgical and
prosthetic approach

In the last decade we have seen a major review of the fundamentals of the concept of osseointegration and implantology reviewing its procedures and timing of implementation. The result was a basic revision of prosthetic procedures designed to endosseous implants loaded immediately. The method described in this article using the principle of the coupling conometrico, offers another possibility to realize in a short time the immediate loading of implants without having to resort to the construction of metal structures or cementation of the prosthesis.

Key words: immediate loading, abutment paralleling, conical coupling, temporary restoration without metal framework.

Per molto tempo le linee guida relative al carico protesico degli impianti hanno fatto riferimento a quelli che sono stati i dettami della scuola di Brånemark che prevedevano un lungo periodo di guarigione degli impianti sommersi e non sottoposti a carico funzionale. Tale periodo era indicato in 3-4 mesi per la mandibola e in 4-6 mesi per il mascellare superiore1,2. Tuttavia questi principi non avevano alcun fondamento scientifico o biologico ma si basavano solo su considerazioni empiriche volte a evitare il fallimento implantare generato da un carico precoce e/o eccessivo che potesse indirizzare la guarigione perimplantare verso la fibrointegrazione determinandone l’insuccesso, piuttosto che verso l’osteointegrazione desiderata. Le linee guida iniziali dell’osteointegrazione prevedevano il prerequisito clinico di un impianto completamente sommerso e non sottoposto a carico durante il periodo di guarigione3. Il carico immediato degli impianti suscita oggi molto interesse sia per accelerare le fasi di protesizzazione provvisoria, sia per razionalizzare e accelerare le procedure protesiche complessive. Se valutiamo l’impatto che i periodi di guarigione hanno sul paziente, esso potrebbe rappresentare una situazione non sopportabile da un punto di vista estetico, funzionale e psicologico, specialmente se affetto da edentulia totale. Sicuramente in tutto questo il miglioramento dell’approccio protesico pre-chirurgico, delle tecniche chirurgiche stesse, delle superfici implantari e, inoltre, le migliori conoscenze biomeccaniche e del meccanismo biologico cellulare alla base dell’adesione del nuovo osso sulla superficie implantare, hanno portato i ricercatori e i clinici a ridurre questi tempi di attesa fino ad annullarli, giungendo alla teorizzazione del carico immediato.

Numerosi sono ormai gli studi in cui sono state riportate alte percentuali di successo nelle riabilitazioni in edentulismi parziali o totali4-7. I primi studi relativi al carico immediato sono stati condotti su mandibole edentule collocando gli impianti nella zona intraforaminale dove la presenza di osso compatto forniva le migliori garanzie di stabilità primaria. Babbush e coll. nel 19868 riportano una tecnica di carico immediato su 4 impianti inseriti nella sinfisi mandibolare con overdenture, solidarizzati subito con barra metallica e 2 settimane più tardi caricati con una protesi definitiva con clip. Da allora numerosi studi sono stati fatti su impianti caricati immediatamente in mandibola con protesi fissa o rimovibile con alte percentuali di successo paragonabili a quelle con carico convenzionale9-15. Anche Lederman negli anni Ottanta ha valutato il posizionamento di impianti prevalentemente in zona intraforaminale, caricandoli con overdenture e riportando alte percentuali di successo. L’Autore individuò nell’alta densità ossea del sito ricevente e nella stabilizzazione immediata degli impianti mediante protesi i criteri per il successo del carico immediato16. Schnitman e coll. pubblicarono nel 1997 una revisione retrospettiva a 10 anni dal posizionamento di impianti caricati immediatamente in mandibola12 riportando un’alta percentuale di successi. Nel tempo si sono susseguiti numerosi studi che hanno subito un incremento negli anni 2000 e che, pur con diversi approcci, soprattutto protesici, hanno portato tutti alla conclusione di un’affidabilità e predicibilità a lungo termine13,14,17-25. Va altresì ricordato che mentre la predicibilità a lungo termine di impianti in mandibole edentule è alta e supportata da numerosi studi, per ciò che riguarda il mascellare superiore completamente edentulo e i carichi immediati con protesi parziali non vi è ancora una così ampia letteratura. Diverse sono, infine, le interpretazioni date sul significato di carico immediato, taluni riferendolo solo al carico effettuato nelle 24 ore dal posizionamento degli impianti; tuttavia possiamo comunque considerare immediato il caricamento di un impianto effettuato nelle 48-72 ore.

1b. Condizione iniziale aspetto obiettivo (a) e OPT (b).
1b. Condizione iniziale aspetto obiettivo (a) e OPT (b).

Valutazione pre-chirurgica

L’approccio alla pianificazione di un trattamento con carico immediato in mascellari completamente edentuli mediante protesi fissa parte da un’attenta scelta e valutazione del paziente che deve essere fortemente motivato, trovando conferma in una preventiva valutazione della quantità e qualità dell’osso tale da garantire la stabilità primaria degli impianti. È importante considerare la posizione dei denti protesici, il profilo di emergenza, l’occlusione, la fonetica, il supporto labiale e facciale e i parametri estetici appropriati che portano al consenso del paziente. Vari sono i protocolli riportati in letteratura per la riabilitazione fissa del mascellare e della mandibola edentula. Possiamo riassumere questi protocolli in 3 punti:

  • riabilitazione fissa solidarizzata supportata da 4-6 impianti anteriori (posti tra i forami mentonieri o i seni mascellari) ed estensioni laterali bilaretali26,27;
  • riabilitazione fissa solidarizzata supportata da 6-8 impianti antero-posteriori distribuiti lungo l’arcata senza estensioni bilaterali28-30;
  • riabilitazione totale fissa segmentata supportata da 6-8 impianti antero-posteriori31.

Tutti questi protocolli descrivono trattamenti mascellari e mandibolari separati; tuttavia nel caso di pazienti totalmente edentuli dove è necessaria una riabilitazione mascellare e mandibolare si può seguire un approccio simultaneo o consecutivo32. Nella progettazione del carico immediato più che mai la fase chirurgica è protesicamente guidata. La protesi provvisoria è espressione di un’accurata analisi fatta attraverso una ceratura diagnostica, da cui deriva una mascherina chirurgica che permetterà di collocare al meglio gli impianti e di distribuirli secondo numero e angolazione lungo l’arcata; inoltre, consentirà di valutare al meglio lo spazio interarcata scegliendo il tipo di attacco più idoneo. Oltre al momento della pianificazione protesica, va preso in considerazione anche la valutazione clinica del paziente, con particolare riferimento alle caratteristiche dell’osso che dovrà accogliere gli impianti.

2a. Visione intraoperatoria: impianti con il proprio dispositivo di montaggio (a); dispositivo per la presa delle impronte montato (b); impronta in silicone (c).
2a. Visione intraoperatoria: impianti con il proprio dispositivo di montaggio (a); dispositivo per la presa delle impronte montato (b); impronta in silicone (c).
2b. Visione intraoperatoria: impianti con il proprio dispositivo di montaggio (a); dispositivo per la presa delle impronte montato (b); impronta in silicone (c).
2b. Visione intraoperatoria: impianti con il proprio dispositivo di montaggio (a); dispositivo per la presa delle impronte montato (b); impronta in silicone (c).
2c. Visione intraoperatoria: impianti con il proprio dispositivo di montaggio (a); dispositivo per la presa delle impronte montato (b); impronta in silicone (c).
2c. Visione intraoperatoria: impianti con il proprio dispositivo di montaggio (a); dispositivo per la presa delle impronte montato (b); impronta in silicone (c).

Criterio imprescindibile di queste terapie è sicuramente il raggiungimento di una stabilità primaria per poter ottenere gli stessi risultati rispetto a un carico differito e per avere un’analoga risposta in termini di crescita ossea perimplantare33. Altresì si sono intensificati gli sforzi per aumentare e accelerare la crescita ossea perimplantare a vantaggio di una più rapida stabilità secondaria e in questo senso ci sono di aiuto gli impianti con una microrugosità di superficie. È ormai fuori di dubbio che le superfici microruvide offrono una migliore qualità di osso perimplantare e una maggiore rapidità di osteointegrazione rispetto alle superfici lisce e queste caratteristiche sono particolarmente utili ed evidenti nei settori posteriori della mascella a minore densità ossea34-36.

  • Qualità ossea: sicuramente un osso trabecolare compatto offre un maggiore adattamento della superficie di contatto osso-impianto che si traduce in una maggiore stabilità primaria; è infatti documentato che le più elevate possibilità di fallimento si hanno in osso di tipo IV rispetto a quelle di tipo I, II, III37-39.
  • Quantità ossea: il volume osseo detta ovviamente lunghezza e diametro implantare. La possibilità di inserire un adeguato impianto sia in lunghezza che larghezza offre sicuramente una maggiore superficie di contatto osso impianto nella fase iniziale dell’osteointegrazione. È stata documentata una correlazione positiva tra lunghezza e/o diametro dell’impianto e valori di torque di rimozione40-42.
  • Macrostruttura dell’impianto: gli impianti filettati offrono sicuramente una maggiore ritenzione meccanica dopo l’inserimento e pertanto vanno preferiti a quelli non filettati.
  • Microstruttura implantare: le superfici microruvide accelerano e migliorano la stabilità del coagulo perimplantare nelle primissime fasi; studi in letteratura dimostrano un chiaro aumento del BIC (Bone Implant Contact) in tali impianti rispetto a quelli machined43. Inoltre, tra i microruvidi il BIC è maggiore intorno agli impianti sottoposti a carico immediato rispetto a quelli a carico differito44.
  • Bicorticalizzazione: impattare sia la corticale superiore che quella inferiore sembra garantire maggiori condizioni di stabilità aumentando il torque di rimozione40. Inoltre Chiapasco e coll. non trovarono alcuna correlazione tra lunghezza dell’impianto e percentuali di successo se si era ottenuta una bicorticalizzazione14.
3a. Moncone parallelizzatore: visione (a) e (b).
3a. Moncone parallelizzatore: visione (a) e (b).
3b. Moncone parallelizzatore: visione (a) e (b).
3b. Moncone parallelizzatore: visione (a) e (b).

 

Obiettivi del lavoro  

Il presente lavoro vuole illustrare i risultati clinici del carico immediato in mandibole e mascelle completamente edentule o divenute tali, con un nuovo approccio chirurgico-protesico volto a ottenere in tempi brevissimi la funzionalizzazione protesica del paziente edentulo. Non vi è dubbio che la scelta dei pazienti e la fase diagnostica svolgono un ruolo importante nella pianificazione di una riabilitazione fissa a supporto implantare in edentuli, quando dobbiamo mettere in atto procedure di carico immediato, potendo influenzare in misura significativa l’esito del trattamento45.

Protocollo di scelta

Sono stati sottoposti a questo protocollo 6 pazienti, quattro donne e due maschi, di età compresa tra i 58 e i 63 anni che necessitavano di una riabilitazione completa mascellare e/o mandibolare. Precisamente un maschio e due donne avevano bisogno di una riabilitazione combinata mandibolare e mascellare; due donne solo mascellare e un uomo solo mascellare. In totale sono state riabilitate 9 arcate. Nessuno dei pazienti si è presentato completamente edentulo, ma ognuno portava gli esiti di vecchie protesi fisse o combinate non più congrue dal punto di vista funzionale, avendo perso i supporti radicolari per carie destruenti oppure erano affetti da parodontopatia per cui dovevano ricorrere necessariamente a una terapia implantare full arch (Figure 1a-1b). In alcuni casi sono stati posizionati impianti anche in siti post-estrattivi adeguatamente decontaminati. I pazienti tutti in ottime condizioni di salute non presentavano patologie sistemiche di rilievo o tali da controindicare in senso generale una terapia implantare. Nessuno dei pazienti era fumatore.

Procedura pre-chirurgica

Si è partiti da un’attenta valutazione dei casi attraverso l’analisi dei modelli di studio e delle cerature diagnostiche per valutare estetica, fonetica e rapporti intermascellari. Successivamente si sono realizzate le dime chirurgiche per analizzare la distribuzione degli impianti lungo l’arcata, il loro corretto allineamento e la scelta dei diametri durante il posizionamento degli impianti. La scelta del diametro implantare, della lunghezza e la loro distribuzione in arcata è stata supportata anche dalla valutazione del Dentalscan di ogni singolo paziente.

Procedura chirurgica

I pazienti sono stati sottoposti a intervento implantare dopo adeguata preparazione con copertura antibiotica (amoxicillina+acido clavulanico 1 g x 2 die) iniziata almeno 24 ore prima dell’intervento visto che in alcuni casi erano presenti residui radicolari che si è preferito mantenere in situ per ridurre gli atti chirurgici e altresì sfruttare al meglio le proprietà rigenerative degli alveoli post-estrattivi ai fini di una migliore osteointegrazione. I siti post-estrattivi sono stati decontaminati con laser al neodimio. Gli interventi sono stati eseguiti in regime ambulatoriale in anestesia locoregionale (articaina 1:100.000) e solo in un paziente si è ricorsi a una blanda sedazione per via endovenosa. Il criterio che ha guidato il posizionamento degli impianti è stato quello di collocarli in maniera da distribuirli lungo l’arcata edentula secondo le indicazioni di carico fornite dallo studio protesico pre-chirurgico e sfruttando ove possibile i siti post-estrattivi. Gli impianti sono stati inseriti con un torque non inferiore a 45 N per essere sicuri di aver ottenuto un’ottima stabilità primaria. Dopo aver applicato suture a punti staccati, i pazienti sono stati congedati con terapia antibiotica, analgesica e l’uso di collutorio con clorexidina allo 0,20%.

6. Protesi provvisoria in situ.
6. Protesi provvisoria in situ.
DM_2013_007_petrillo007
7. Visione occlusale della protesi; si noti l’arco metallico inserito per dare rigidità.
DM_2013_007_petrillo008
8. OPT di controllo a osteointegrazione avvenuta.

 

Procedura protesica post-chirurgica

L’utilizzo di impianti dotati di un dispositivo di montaggio che funge al tempo stesso da moncone provvisorio ha permesso di prendere delle impronte intraoperatorie per la realizzazione di un manufatto provvisorio (Figure 2a-2c).  Sono state utilizzate delle particolari cappette compatibili con i mounter per prendere durante la fase chirurgica le impronte di posizione degli impianti. In laboratorio, colate le impronte, si provvede a ottenere il parallelismo dei monconi provvisori, ricorrendo all’utilizzo di particolari monconi parallelizzatori (MP) (Figure 3a-3b) che vengono fresati al parallelometro tra 0 e 2 gradi (Figure 4a-4b).  Questi MP vanno a incastrarsi da un lato sul mounter-abutment dell’impianto tramite un sistema ritentivo e dall’altro si accoppiano per frizionamento conometrico in alloggiamenti cavi corrispondenti posti all’interno della protesi (Figure 5a-5c). Questa nuova procedura per la realizzazione di un provvisorio a carico immediato prevede l’utilizzo dei MP che danno non solo la possibilità di correggere in breve tempo i disparallelismi che l’anatomia dei mascellari induce sul posizionamento degli impianti, ma rappresentano, secondo l’Autore, per la loro natura elastica un elemento ammortizzatore che contribuisce a ridurre gli stress all’interfaccia osso impianto, aspetto questo che è particolarmente utile nel mascellare superiore. I pazienti sono stati chiamati in studio il mattino successivo per il posizionamento della protesi provvisoria in resina.

A distanza di una settimana sono stati rimossi i punti di sutura (Figura 6). Particolare attenzione va posta sul dato che tale protesi provvisoria monta sugli impianti mediante un sistema di ritenzione totalmente frizionante eliminando il ricorso all’utilizzo di cementi e quindi evitando possibili infiltrazioni sottogengivali dello stesso. Tale sistematica permette di realizzare in brevissimo tempo un provvisorio perché non si deve ricorrere all’uso di strutture metalliche per bloccare e solidarizzare immediatamente gli impianti posizionati, evitando in tal modo anche tutti gli errori insiti nella realizzazione di fusioni metalliche e i ritardi nella consegna dei provvisori a esse correlate. La rigidità della protesi, che serve per intercettare i micromovimenti occlusali che possono scaricarsi sugli impianti, è affidata a una barra metallica del commercio inglobata nelle protesi provvisoria (Figura 7) o all’utilizzo di fibre di vetro a rinforzo della struttura in resina dei provvisori. Per quanto riguarda l’occlusione della protesi provvisoria, il carico occlusale è stato limitato alla zona anteriore dando dei contatti di centrica solo nella zona compresa tra i primi premolari perché le forze masticatorie sono maggiori nei settori posteriori dove la qualità dell’osso è sempre peggiore rispetto alle sedi anteriori e quindi meno indicata per un carico immediato. Al momento della consegna del provvisorio è stata rinnovata ai pazienti la raccomandazione a osservare nei primi 40-50 giorni una dieta particolarmente morbida per non aggravare il carico masticatorio degli impianti appena posizionati. A distanza di 3 mesi dal posizionamento mandibolare e dopo 4 mesi circa da quello mascellare si sono avviate le procedura per realizzare il manufatto protesico definitivo.

Procedura protesica definitiva

Trascorsi i tempi suddetti, dopo un controllo radiogafico (Figura 8) si sono prese nuove impronte in polietere, i modelli sono stati montati in articolatore e messi in relazione previo rilevamento dei rapporti occlusali mediante arco facciale. Sono stati realizzati monconi fusi personalizzati sui quali sono state disegnate delle apposite cappette aureo galvaniche; queste sono state provate in bocca e successivamente incollate, sempre in bocca al paziente, su una struttura terziaria che è stata successivamente inglobata nel manufatto protesico finale (Figure 9a-9b). Il ricorso a cappette galvaniche è servito per ridurre eventuali distorsioni e trazioni che potessero ripercuotersi sugli impianti invalidando nel tempo l’osteointegrazione. Alla fine l’intero lavoro protesico è stato collocato sui monconi precedentemente avvitati sugli impianti e bloccato da 2 microviti trasversali per assicurare ulteriormente la stabilità della protesi (Figure 10a-10b, 11a-11d).

9a. Fase protesica finale: prova dei monconi fusi personalizzati (a); prova delle cappette aurogalvaniche (b).
9a. Fase protesica finale: prova dei monconi fusi personalizzati (a); prova delle cappette aurogalvaniche (b).
9b. Fase protesica finale: prova dei monconi fusi personalizzati (a); prova delle cappette aurogalvaniche (b).
9b. Fase protesica finale: prova dei monconi fusi personalizzati (a); prova delle cappette aurogalvaniche (b).

Discussione

Mentre le percentuali di successo implantare con carico immediato in mandibola sono ampiamente documentate in letteratura, non sono ancora presenti molti lavori che valutano i risultati del carico immediato nel mascellare. Tra il novembre 2006 e il novembre 2010 sono state trattate 9 arcate edentule - 6 mascellari e 3 mandibole - per un totale di 55 impianti posizionati non solo nei settori anteriori con una qualità ossea di tipo I e II, ma anche in zona molare dove la qualità è prevalentemente di tipo III con maggiori rischi per l’osteointegrazione. Questo ci permette di fare una prima considerazione sugli impianti utilizzati. Come evidenziato da revisioni della letteratura45 è proprio nei settori in cui la qualità ossea diventa di tipo III o IV che risulta determinante la microsuperficie dell’impianto; infatti, non si evidenziano differenze significative tra percentuali di successo di impianti lisci e rugosi quando sono posti in settori anteriori sia mandibolari che mascellari perché a maggiore densità ossea. La sistematica implantare da noi utilizzata unisce alla particolare aggressività delle spire, adatte a creare stabilità meccanica, anche una superficie nanostrutturata che con la sua microporosità contribuisce non solo ad amplificare la superficie di contatto osso-impianto, ma induce una precoce stabilizzazione del coagulo intorno all’impianto accelerando i processi di osteogenesi e riducendo i micromovimenti perimplantari.

10a. Protesi definitiva con viti trasversali di stabilizzazione (a) e (b).
10a. Protesi definitiva con viti trasversali di stabilizzazione (a) e (b).
10b. Protesi definitiva con viti trasversali di stabilizzazione (a) e (b).
10b. Protesi definitiva con viti trasversali di stabilizzazione (a) e (b).

A questo va aggiunto che quando è stato possibile posizionare gli impianti in siti post-estrattivi ciò è stato effettuato per garantire una guarigione perimplantare più rapida grazie allo sfruttamento del potenziale rigenerativo insito in un sito post-estrattivo intorno agli impianti. Infatti è documentato variamente in letteratura un significativo aumento dell’ISR (percentuale di successo implantare) nei siti post-estrattivi rispetto a quelli realizzati con osteotomia45. La scelta della lunghezza dell’impianto è a nostro avviso un altro fattore determinante per il successo. In letteratura è riportato di non utilizzare impianti inferiori a 10 mm e di sfruttare sempre al massimo l’altezza dell’osso disponibile; per tale motivo in questo lavoro sono state utilizzate prevalentemente lunghezze di 15 mm e 13 mm. Solo in un caso è stato collocato in settori posteriori della mandibola un impianto di 8.5 mm per la scarsa altezza ossea e non si è rischiato di caricarlo immediatamente. Un’altra considerazione da fare riguarda il protocollo protesico provvisorio adottato che ha permesso di caricare immediatamente e con successo non solo la mandibola ma anche il mascellare, garantendo un’immediata funzionalizzazione degli impianti con una protesi che, pur non essendo avvitata o cementata, ha comunque assicurato quella rigidità necessaria nelle prime fasi dell’osteointegrazione e al tempo stesso ha ridotto il disagio dei pazienti che non sempre accettano di rimanere senza protesi per alcune settimane o di ricorrere a protesi totali. I pazienti, in definitiva, hanno sempre goduto di protesi fisse sin dalle ore immediatamente successive al posizionamento degli impianti, riducendo disagi masticatori e migliorando soprattutto la loro vita di relazione. È stato possibile confezionare una protesi fissa provvisoria nelle 24 ore successive all’intervento perché non si è dovuti ricorrere alla realizzazione di una barra fusa di stabilizzazione degli impianti e quindi a prove di strutture metalliche.

Da ciò deriva che:

  • si è ottenuto un carico immediato e una protesi in appena 24 ore dal posizionamento degli impianti;
  • non è necessaria una così rigida stabilizzazione degli impianti nelle prime fasi dell’osteointegrazione mediante barra come enunciato nella letteratura. Questo vale sicuramente per la mandibola dove abbiamo una maggiore densità ossea capace di dare stabilità primaria agli impianti, ma anche nel mascellare dove le incertezze sono alimentate dalla minore densità ossea.

Il successo di questa protesi provvisoria immediata, nonché quello implantare e cioè l’osteointegrazione degli impianti, risiede nelle caratteristiche della struttura protesica provvisoria che racchiude in sé “rigidità” e “stabilità” tali da non trasferire eccessivi micromovimenti all’interfaccia osso-impianto e anche un’assoluta “passività”, tale da non trasmettere tensioni sugli impianti. Al raggiungimento di queste caratteristiche ha sicuramente concorso l’introduzione nel sistema protesico del moncone parallelizzatore.

Risultati

Durante il periodo di osteointegrazione si è avuto il fallimento di un impianto collocato in osso mascellare. L’insuccesso si è verificato durante il secondo mese di integrazione. Questa situazione non ha tuttavia compromesso il proseguimento della terapia e il lavoro protesico nel suo complesso, per cui l’impianto è stato rimosso e sostituito con uno di pari lunghezza e diametro superiore. La percentuale di sopravvivenza implantare è del 98,1% e, nonostante il ridotto numero di impianti campione e di pazienti reclutati, è in linea con le percentuali di successo riportate in letteratura (Tabella 1).

Tabella 1

Conclusioni

Con questo lavoro si è voluto illustrare un nuovo approccio protesico per ottenere il carico immediato degli impianti su un’intera arcata in condizioni di edentulia totale. L’obiettivo di realizzare una protesi provvisoria nell’arco della giornata è stato raggiunto, e contemporaneamente si è garantito all’insieme degli impianti un’immobilità che ha preservato gli stessi dai micromovimenti così importanti nelle prime fasi dell’integrazione ossea. Ne consegue che probabilmente non è indispensabile rendere la struttura protesica provvisoria solidale agli impianti mediante viti passanti (protesi avvitata) o mediante barra; la metodica utilizzata che sfrutta una protesi fissa legata al moncone implantare mediante un sistema frizionante e che svolge un ruolo di ammortizzatore dei carichi masticatori sembra essere una valida alternativa che offre ugualmente stabilità agli impianti nel periodo di guarigione.Da ultimo, ma non meno importante, si è garantita al paziente una continuità della funzione masticatoria, fonetica e di relazione sociale prendendoci cura quindi anche dell’aspetto psicologico che la mancanza di un provvisorio per un lungo periodo di tempo può generare nell’individuo.

I casi clinici presentati in questo lavoro sono stati realizzati con impianti Global

Corrispondenza

Nicola Petrillo
Via C. Battisti 20/b - 73100 Lecce
nikpetrillo@libero.it

Analisi SEM sulla micromorfologia di superficie di un composito dopo sbiancamento con un gel di perossido di carbammide al 35%

• Orsola Falivene1
• Ciro Susini1
• Carlo De Carolis1
• Giancarlo Barraco2
• Stefano Eramo1 

1Università di Perugia - Corso di Laurea Magistrale in Odontoiatria e Protesi Dentaria - Insegnamento di Odontoiatria Conservativa (Prof. S. Eramo)
2Università di Perugia - Corso di Laurea Magistrale in Odontoiatria e Protesi Dentaria - Insegnamento di Protesi Dentaria (Prof. G. Barraco)

Riassunto

Obiettivi. Lo scopo di questo lavoro è stato quello di valutare l’effetto dello sbiancamento con un gel di perossido di carbammide al 35% sulla micromorfologia di superficie di un composito nanoriempito. 

Metodi. Sono stati preparati, mediante un template in plexiglas, 10 cilindri-campione di composito (7x2 mm). Su metà della superficie levigata a specchio di ogni campione è stato posto, per 30 minuti, un gel sbiancante a base di perossido di carbammide al 35% (Opalescence PF, Ultradent, Italy), lasciando l’altra metà come controllo. Una volta lavate, le superfici sono poi state sottoposte sia a un esame macroscopico, per valutare variazioni cromatiche, sia a un esame al SEM per valutare eventuali alterazioni micromorfologiche. 

Risultati. Non sono state riscontrate differenze cromatiche o micromorfologiche tra le superfici di controllo e quelle sbiancate. 

Conclusioni. Lo sbiancante testato, utilizzato per i tempi clinici raccomandati, ha manifestato una pressoché completa inerzia nei confronti del croma e della micromorfologia di superficie del composito-campione, ma è in grado di eliminare i minuscoli residui spesso presenti sulle superfici di controllo.

Parole chiave: composito, sbiancamento, discromie, SEM.

Summary

SEM analysis on the surface micromorphology of a composite resin after bleaching with carbamide peroxide gel 35%

Aims. The aim of this work was valuating the effect of bleaching with a 35% carbamide peroxide gel on the superficial micromorphology of a nanofilled composite resin. 

Methods. 10 cylinders of composite (7x2 mm) have been prepared with a plexiglas template. They were sectioned into two halves of experimental and control specimens. Half of the polished surface of each samples has been submitted to 30-minutes applications with a 35% carbamide peroxide bleaching gel (Opalescence PF, Ultradent, Italy). The other half was left without bleaching for control. After rinse, the surfaces have been submitted to a macroscopic exam to evaluate chromatic changes and to a SEM exam to find potential micromorphology alterations.

Results. No significant differences in the chroma and in the micromorphology of the composite were found between the bleached and the control surfaces. 

Conclusions. The tested bleaching agent, used for the clinical time suggested by the productive company, showed a nearly complete inactivity toward chroma and superficial micromorphology of the composite, but is able to eliminate the tiny residues often present on the control surfaces.

Key words: composite resin, bleaching, discoloration, SEM.

Lo sbiancamento dei denti (dental bleaching) ha ormai raggiunto vastissima utilizzazione in Odontoiatria in quanto costituisce un trattamento clinicamente efficace e non invasivo, purché vengano adottate le opportune procedure di protezione delle mucose1,2. Da un punto di vista clinico, però, non si può escludere con certezza che il forte processo di ossidazione messo in atto provochi effetti avversi sui materiali da restauro. È ben noto, infatti, che anche la macro- e micro-morfologia di superficie dei restauri estetici sono proprietà clinicamente importanti e necessitano di controllo in quanto possono influenzare sia l’estetica immediata, sia la funzionalità del restauro nel tempo. Sono anche acquisizioni condivise da tutta la letteratura che superfici ruvide in restauri in composito possano: assumere più facilmente colorazioni estrinseche; promuovere l’adesione batterica e, quindi, l’accumulo di placca con le sue conseguenze negative; interferire con il risultato estetico finale per diffrazione della luce.

Già in una rivista sistematica degli effetti negativi del bleaching sui restauri estetici, gli Autori hanno individuato tra i principali punti critici di tale problema, oltre alla diminuzione della forza del legame adesivo composito/smalto e alle alterazioni dell’integrità marginale dei restauri, anche le discolorazioni dei materiali da restauro estetici e le alterazioni dei loro caratteri di superficie3. Per quanto riguarda i problemi di discolorazione dei compositi, due ricerche hanno sostenuto che lo sbiancamento può indurre cambiamenti nel croma dei materiali restaurativi estetici4,5. Tali alterazioni andrebbero collegate non solo alla composizione del substrato, al grado di assorbimento dell’acqua, alle alterazioni di permeabilità ma anche, e soprattutto, alla ruvidità della superficie e all’ossidazione precoce di pigmenti e di composti di ammina che sono da tempo noti come i principali responsabili dell’instabilità di colorazione dei materiali restaurativi nel lungo periodo. Un altro aspetto interessante, esplorato dalla letteratura, è l’azione degli sbiancanti sulla microdurezza di superficie di materiali estetici. Turker e Biskin hanno verificato che la microdurezza dei compositi da loro testati poteva diminuire, rimanere inalterata o, addirittura, aumentare a seconda della concentrazione e della metodica d’uso degli sbiancanti utilizzati6. Campos et al. hanno, invece, riscontrato che le microdurezze dei compositi da loro studiati rimanevano sempre immutate dopo le procedure di sbiancamento domiciliari7.  Analizzando l’effetto del “bleaching” con perossido di idrogeno al 38% sulla microdurezza di 6 materiali estetici da restauro (4 compositi, un Ormocer e una ceramica) Polydorou et al. hanno riscontrato che il trattamento non aveva prodotto alcun effetto statisticamente significativo sulla microdurezza dei compositi8. Una recente rivista della letteratura conclude che sono necessarie ulteriori ricerche cliniche per stabilire l’effetto del bleaching sulla microdurezza9.

Per quanto riguarda le ricerche relative agli effetti del bleaching sulla micromorfologia di superficie dei restauri in composito, mentre alcuni Autori hanno notato effetti, sia pure modesti, dello sbiancamento sulla finitura di superficie di restauri estetici, altri non hanno invece verificato alcun effetto negativo superficiale in seguito allo sbiancamento con perossido al 35%, trovando addirittura una maggiore lucentezza delle superfici di composito testate rispetto ai controlli10-12. Ancora, Moraes et al. hanno verificato gli effetti del perossido di carbammide al 10 e al 35% sulla superficie di compositi micro-ibridi e micro-riempiti, dopo un periodo di esposizione di 21 giorni: il perossido di carbammide al 35% portava a un significativo aumento di ruvidità nei microibridi, al contrario di quanto si verificava con il perossido di carbammide al 10%13. Sia le ricerche dirette su discolorazione e ruvidità dei compositi, in particolare dopo esposizione ad alte concentrazioni di perossidi, sia, indirettamente, le ricerche citate sulla microdurezza (alla cui diminuzione corrisponde un aumento della tendenza all’abrasione) lasciano ancora margini di dubbio sugli effetti che gli sbiancanti possono avere sui compositi. Per tali ragioni, il presente studio sperimentale è finalizzato alla valutazione SEM dell’eventuale effetto che uno sbiancante a base di perossido di carbammide ad alta concentrazione (35%) può avere sulla micromorfologia di superficie di un composito.

Materiali e metodi

Sono stati preparati 10 campioni utilizzando un composito nanoriempito AP Plus (Sweden & Martina, Italy), di colore giallo bruno e di media trasparenza: per la costituzione dei campioni è stato usato un template in plexiglas, appositamente costruito con dieci fori calibrati destinati ad accogliere la medesima quantità di materiale per la creazione di cilindri di composito aventi lo stesso diametro (7 mm) e la stessa altezza (2 mm). Il composito è stato inserito nei fori con l’ausilio di una spatola in Teflon e, prima di procedere alla polimerizzazione, è stata posizionata una lastra in vetro al di sopra dei campioni al fine di ottenere in questi una superficie levigata “a specchio”. Mediante l’utilizzo di una lampada Bluephase (Ivoclar Vivadent, Schaan, Liechtenstein) si è, quindi, proceduto alla polimerizzazione di ciascun campione per 40 secondi, in modo da ottenere un perfetto indurimento del composito. È stata asportata la lastra di vetro e si è proceduto ad applicare sulla superficie levigata a specchio di ogni campione, per 30 minuti, un gel sbiancante a base di perossido di carbammide al 35% (Opalescence PF, Ultradent, Italy) che occupasse solo metà della superficie in composito, avendo cura di non invadere la parte residua.

 

Trascorso il tempo necessario i campioni sono stati abbondantemente risciacquati sotto getto di acqua corrente e, una volta rimossi dal template, sono stati infine lasciati asciugare in ambiente protetto dalla polvere. Successivamente i campioni sono stati sottoposti a un esame macroscopico che ha valutato la presenza (+) o l’assenza (-) di variazioni cromatiche nell’ambito della superficie di ogni campione.  I campioni così ottenuti per poter essere osservati al Microscopio Elettronico a cansione sono stati montati su appositi supporti in alluminio e hanno subito un processo di metallizzazione con oro, mediante metallizzatore Emitech K 550, al fine di renderli conduttivi. L’osservazione è stata effettuata con un SEM Philips XL30 (Eindhoven, Holland) fotografando, a ingrandimento costante di 1000x, in ognuno dei dieci campioni: un punto random della superficie di controllo (non sottoposta all’azione dello sbiancante) e un punto random della superficie testata.  Sulle immagini ottenute sono stati valutati:

  • la levigatezza, adottando la scala – (scarsa), + (sufficiente), ++ (buona), +++ (ottima);
  • la presenza, nelle sole superfici testate, di alterazioni micromorfologiche con la scala 0 = assenti, 1 = dubbie, 2 = di media entità, 3 = evidenti.

Risultati 

L’esame al SEM ha permesso di ottenere una serie di 20 (10 coppie) di immagini microelettroniche. Di esse ne riportiamo 8 (Figure 1-8) scelte a random, con i relativi commenti.  La Tabella 1 mostra nel dettaglio le valutazioni comparative.

Discussione

Sorprendentemente, l’azione dello sbiancante si è rivelata in vari casi addirittura positiva nei confronti della finitura delle superfici che, spesso, nei controlli si presentavano con numerosi residui, evidentemente eliminati dall’azione del perossido; tale dato sembra confermare le conclusioni di Yalcin e Gurgan precedentemente citate11. Il solo caso del campione 9 è, invece, compatibile con i risultati di Wattanapayungkul e Yap che sostenevano effetti sia pure modesti del perossido sulla micromorfologia di superficie10. Macroscopicamente, in tutti i casi non è stata riscontrata alcuna differenza cromatica tra le superfici di controllo e quelle sottoposte all’azione del gel sbiancante. La metodologia utilizzata, codificata in letteratura, presenta il pregio di essere facilmente applicabile, ma anche il limite della trasferibilità dei risultati alla realtà clinica.

Conclusioni

La nostra analisi sperimentale, sia pure con gli ovvi limiti di una ricerca in vitro, depone assai favorevolmente nei confronti dell’inerzia che lo sbiancante testato, utilizzato per i tempi clinici, ha manifestato sul croma e sulla micromorfologia di superficie del composito-campione. In un solo caso la probabile presenza di residui dello stesso gel sbiancante ha generato quelle che, all’osservazione SEM, appaiono come alterazioni micromorfologiche di superficie. D’altro canto, nelle condizioni sperimentali adottate e con i materiali utilizzati compare, addirittura, un’attività “positiva” dello sbiancante, in grado di eliminare o ridurre il numero dei minuscoli residui spesso presenti sulle superfici di controllo.

Corrispondenza
Università degli Studi di Perugia - Corso di Laurea Magistrale in Odontoiatria e Protesi Dentaria
Via delle Corse
06132 Sant’Andrea delle Fratte (PG)
Tel. 0755853511
Fax 0755270428
clopd@unipg.it

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