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Osteointegrazione e diagnostica ultrasonografica transalveolare

osteointegrazione

L'osteointegrazione è il segno più evidente, ma anche quello più importante del successo di un intervento di implantologia. Tuttavia, la valutazione accurata dell'osteointegrazione e della salute del tessuto circostante può essere difficile da attuare. Un gruppo di ricercatori, sotto la guida del Dipartimento di Immunologia e Allergologia dell'Istituto per la Diagnostica Medica di Berlino, Germania, ha condotto uno studio sul tema. Mettendo alla prova un nuovo sistema di diagnostica ultrasonografica transalveolare (TAU) per valutare diverse tipologie di impianti. Journal of International Medical Research ne ha pubblicato i risultati.

I metodi di valutazione adottati

In questo studio, i ricercatori hanno esaminato l'osteointegrazione mediante una nuova tecnica, utilizzando criteri numerici per misurare il contatto osso-impianto (BIC). In pratica, hanno impiegato il test di stimolazione al titanio (Ti-Stim) e l'analisi della densità ossea con TAU per valutare questo aspetto e la possibile disregolazione osteoimmunitaria. I risultati hanno mostrato una ridotta osteointegrazione per gli impianti in titanio (Ti-Impl) e una migliore osteointegrazione per quelli in ceramica (Cer-Impl), con valori TAU più elevati nel gruppo Cer-Impl. Inoltre, l'analisi dell'espressione della chemochina 5 del motivo C-C (CCL5) ha rivelato un'elevata infiammazione nei casi positivi di Ti-Stim.

Conclusione e implicazioni cliniche

Questo studio evidenzia l'importanza di una valutazione accurata dell'osteointegrazione degli impianti dentali, nonché delle implicazioni della disregolazione osteoimmunitaria. L'uso di TAU può fornire informazioni preziose sulla salute ossea e sull'efficacia degli impianti, indipendentemente dal materiale utilizzato. Secondo gli autori dello studio, sono necessarie ulteriori ricerche per confermare questi risultati. Ma anche per sviluppare approcci diagnostici ottimali per garantire il successo a lungo termine degli impianti dentali. Considerando anche l'interazione con il sistema immunitario dell'ospite, tema che sino ad oggi forse è stato un po' trascurato e che invece andrebbe anch'esso approfondito.

Trattamento canalare non chirurgico, quanto ne sanno i dentisti

Trattamento canalare

Il trattamento canalare non chirurgico è stato oggetto di un interessante studio condotto  dalla UCLA School of Dentistry di Los Angeles, USA. I ricercatori, attraverso una revisione sistematica, hanno indagato tra gli odontoiatri il livello di conoscenza di questa metodica. Pubblicando poi i risultati dello studio, di grande rilevanza per il singolo ma anche per la comunità scientifica, sul Journal of Dentistry. 

Il grado di conoscenza rilevato

I ricercatori hanno preso in esame 51 articoli provenienti da 19 Paesi. Le pubblicazioni, attraverso 445 domande riguardanti 29 argomenti, mettevano al vaglio il grado di conoscenza di 15.580 dentisti sul trattamento canalare. Gli autori hanno valutato le competenze dei dentisti utilizzando criteri rigorosi, scoprendo che, nonostante la vasta gamma di fonti consultate, inclusi studi scientifici e consensi esperti, il livello di conoscenza era generalmente modesto. La percentuale media di risposte corrette era infatti solo del 57%, con una notevole variabilità tra gli studi. Inoltre, gli autori hanno osservato una tendenza alla sottostima della propria competenza da parte dei dentisti, suggerendo la necessità di interventi educativi mirati.

Come colmare le lacune

La revisione sistematica ha evidenziato la necessità tra i dentisti di migliorare la conoscenza del trattamento canalare non chirurgico, al fine di garantire migliori cure ai pazienti. La maggior parte degli studi raccomandava l'attivazione di una formazione aggiuntiva per colmare le lacune sull'endodonzia. Alcuni suggerivano di incrementare l'adozione di protocolli standardizzati e la promozione della ricerca sulle cause della mancanza di conoscenza.

Cos'altro servirebbe

I risultati di questo studio mettono in luce la necessità di un approccio più olistico alla formazione odontoiatrica, che tenga conto non solo delle competenze tecniche, ma anche degli aspetti cognitivi e motivazionali dei professionisti del settore. Secondo gli autori della ricerca, solo attraverso un impegno congiunto, volto a migliorare la base delle conoscenze, gli odontoiatri potranno garantire un trattamento canalare di qualità e migliorare così complessivamente la salute orale dei propri pazienti.

Lipoma intraorale: caso clinico di exeresi

7. Asportazione della lesione

Autori

Fabrizio Avidano (1), Mattia Sanna (2), Giona Peroni (2), Federico Guerri (3), Andrea Sardella (4), Laura Moneghini (5)
1) DDS, Specialista in Chirurgia Orale, Dipartimento di Scienze Biomediche, Chirurgiche e Odontoiatriche, Professore a contratto, Clinica Odontoiatrica, Ospedale Santi Paolo e Carlo, Università degli Studi di Milano
2) Dipartimento di Scienze Biomediche, Chirurgiche e Odontoiatriche, Unità di Chirurgia Orale, Clinica Odontoiatrica, Ospedale Santi Paolo e Carlo, Università degli Studi di Milano 3) DDS, Specialista in Chirurgia Orale, Dipartimento di Scienze Biomediche, Chirurgiche e Odontoiatriche, Clinica Odontoiatrica, Ospedale Santi Paolo e Carlo, Università degli Studi di Milano
4) MD, Specialista in Odontostomatologia, Dipartimento di Scienze Biomediche, Chirurgiche e Odontoiatriche, Professore Ordinario, Direttore Unità Complessa di Odontostomatologia I, Clinica Odontoiatrica, Ospedale Santi Paolo e Carlo, Università degli Studi di Milano
(5) Unità di Anatomia Patologica, Ospedale San Paolo, ASST Santi Paolo e Carlo, Milano

Abstract

Scopo del lavoro: Lo scopo dello studio è inquadrare dal punto di vista diagnostico e terapeutico i lipomi che si sviluppano all’interno della cavità orale. Materiali e metodi: Viene descritto il caso clinico di una paziente riferita all’ambulatorio di Chirurgia Orale per la valutazione di una neoformazione in corrispondenza della mucosa geniena sinistra aumentata notevolmente di dimensioni nel corso degli anni. Risultati: L’exeresi della neoformazione ha consentito l’analisi istologica che ha confermato la presenza di una proliferazione prevalentemente adiposa con caratteristiche morfologiche coerenti con quelle del lipoma a cellule fusate. Conclusione: Un attento esame dei tessuti molli durante le regolari visite odontoiatriche, unito alla possibilità di eseguire biopsie in presenza di neoformazioni, consente di identificare e gestire precocemente eventuali patologie o anomalie, riducendo al minimo la possibilità di recidiva.
Intraoral lipoma. Clinical case of exeresis
Aim: The aim of the study is to diagnose lipomas that develop inside the oral cavity from a diagnostic and therapeutic point of view. Materials and methods: The clinical case of a patient referred to the Oral Surgery clinic for the evaluation of a neoformation in correspondence with the left genial mucosa which had significantly increased in size over the years is described. Results: Excision of the neoformation allowed histological analysis which confirmed the presence of a predominantly adipose proliferation with morphological characteristics consistent with those of spindle cell lipoma. Conclusion: A careful examination of the soft tissues during regular dental visits, combined with the possibility of performing biopsies in the presence of neoformations, allows for the early identification and management of any pathologies or anomalies, minimizing the possibility of recurrence.

 

Gli Autori descrivono la valutazione clinica e istopatologica di una voluminosa neoformazione asintomatica della mucosa orale in una paziente anziana e la successiva rimozione della stessa attraverso biopsia escissionale. Il lipoma è una neoplasia benigna di origine mesenchimale che si verifica comunemente nei tessuti molli, ma la sua presenza all’interno della cavità orale è relativamente rara; si ritiene che la incidenza dei lipomi nel cavo orale sia compresa tra l’1% e il 4,4% di tutte le lesioni orali benigne (1).

Il lipoma può manifestarsi più frequentemente in corrispondenza delle mucose geniene, della lingua o del pavimento orale, presentandosi come una massa sottomucosa che può conferire un colore giallastro all’epitelio superficiale che appare integro, ed è generalmente asintomatica, procurando possibilmente una sensazione di ingombro.
Istologicamente, la neoformazione si caratterizza per la presenza caratteristica di cellule adipose mature (2).
Attualmente, le cause e il meccanismo di sviluppo del lipoma non sono completamente compresi. Clinicamente, si manifesta come un nodulo, sessile o peduncolato, con consistenza morbida a crescita lenta; microscopicamente, è costituito da adipociti maturi racchiusi da una capsula fibrosa.
Quanto all’età di distribuzione, la maggior parte dei casi di lipoma si verifica tra la quarta e la sesta decade di vita. Inoltre, la maggior parte delle fonti letterarie e della letteratura scientifica non evidenzia una netta differenza nell’incidenza del lipoma orale tra uomini e donne (3).

Materiali e metodi

Giunge alla nostra osservazione presso la Clinica Universitaria Odontoiatrica Giorgio Vogel dell’Ospedale San Paolo una paziente di genere femminile, 70 anni, per un consulto in merito a una neoformazione della mucosa orale, insorta quattro anni prima e recentemente aumentata di dimensione.
La paziente, con anamnesi medica ininfluente, riferisce che la neoformazione è asintomatica, e si presenta in visita per il fastidio provocato dall’ingombro della stessa, dato dal suo lento accrescimento nel corso del tempo.

Presentazione del caso clinico

All’esame obiettivo, la paziente presenta una voluminosa neoformazione rotondeggiante, di diametro maggiore di circa 4 cm in area commisurale, in corrispondenza della mucosa geniena di sinistra. La consistenza della neoformazione appare normale, mobile e non infiltrante, presenta un colore roseo dovuto al normale rivestimento di mucosa, e non è dolente alla palpazione. Il resto delle mucose è indenne da lesioni e alterazioni e, alla palpazione, i linfonodi regionali sono nella norma (Figura 1).

 

Lipoma intraorale exeresi
1. Situazione clinica iniziale

 

In prima diagnosi clinica, la neoformazione risulta verosimilmente compatibile con una lesione di ghiandola salivare minore o con un fibroma irritativo.
Si procede con un agoaspirato che si rivela negativo (Figura 2) non consentendo di apprezzare la presenza di un contenuto liquido o sieroso all’interno della formazione.

 

Lipoma intraorale exeresi
2. Tentativo di agoaspirazione

 

Si indica quindi la necessità di una valutazione istopatologica su prelievo per biopsia incisionale, in vista di successiva exeresi. La procedura viene eseguita con bisturi circolare (punch biopsy di 5 mm di diametro) (Figura 3).

 

Lipoma intraorale exeresi
3. Biopsia incisionale mediante punch biopsy 5mm

 

Previa anestesia plessica mediante mepivacaina 2% con vasocostrittore, nel corso del prelievo con punch biopsy, al di sotto del normale tessuto di rivestimento della mucosa, si osserva la presenza di tessuto di colore giallastro, verosimilmente compatibile con lipoma (Figura 4).

 

Lipoma intraorale exeresi
4. Esposizione di neoformazione di colore giallastro

 

In seguito all’iniziale procedura bioptica, sulla scorta della nuova ipotesi diagnostica e per la presenza di un netto piano di clivaggio, si decide di sottoporre immediatamente la paziente a una biopsia escissionale.
Il primo accesso eseguito mediante punch biopsy ha permesso la separazione della lesione dal tessuto circostante e l’inserimento di forbici del tipo “iris”, che per via smussa (Figure 5-6), seguendo il piano di clivaggio, ha consentito la rimozione della intera lesione (Figure 7-8).

 

 

La procedura è stata terminata con l’apposizione di punti di sutura singoli riassorbibili 4/0 (Figura 9) ed emostasi per compressione mediante garza.

 

Lipoma intraorale exeresi
9. Chiusura mediante sutura riassorbibile 4/0

 

Il reperto prelevato è stato conservato in formalina e successivamente analizzato dal punto di vista istologico (Figura 10).

 

Lipoma intraorale exeresi
10. Aspetto istologico della lesione asportata

 

Nel follow-up a un mese di distanza dall’intervento si nota la completa guarigione dei tessuti (Figura 11).

 

Lipoma intraorale exeresi
11. Guarigione a un mese

 

Discussione

Nell’ambito clinico, soprattutto in chirurgia e patologia orale, l’analisi istopatologica gioca un ruolo cruciale nella diagnosi. La descrizione microscopica ha riportato una formazione costituita da tessuto adiposo maturo con focolai periferici di fibrosi contenenti cellule fusate prive di significative atipie citologiche.
La diagnosi anatomopatologica è compatibile con una proliferazione prevalentemente adiposa con caratteristiche morfologiche coerenti con quelle del lipoma a cellule fusate.

Conclusione

Durante le visite odontoiatriche di routine, un’attenta valutazione dei tessuti molli intra-orali riveste un ruolo cruciale nell’identificazione precoce e nella gestione di eventuali patologie o anomalie; data l’assenza di sintomi, infatti, i lipomi frequentemente sfuggono all’attenzione del paziente, consentendo loro di crescere in dimensioni considerevoli nel corso del tempo.
La diagnosi del lipoma è istologica e il trattamento prevede un’adeguata asportazione chirurgica (4).
Questo approccio mira a minimizzare il rischio di recidiva delle patologie orali, garantendo una migliore salute generale e orale per i pazienti.

 

Bibliografia

1. Naruse T, Yanamoto S, Yamada S, Rokutanda S, Kawakita A, Takahashi H, Matsushita Y, Hayashida S, Imayama N, Morishita K, Yamashita K, Kawasaki G, Umeda M. Lipomas of the oral cavity: clinicopathological and immunohistochemical study of 24 cases and review of the literature. Indian J Otolaryngol Head Neck Surg. 2015 Mar;67(Suppl 1):67-73.
2. Chiapasco M. Manuale di chirurgia orale, edizione 4, 2020, Edra
3. Linares MF, Leonel AC, Carvalho EJ, de Castro JF, de Almeida OP, Perez DE. Intraoral lipomas: A clinicopathological study of 43 cases, including four cases of spindle cell/pleomorphic subtype. Med Oral Patol Oral Cir Bucal. 2019 May 1;24(3):e373-e378.
4. SIPMO, Patologia e medicina orale, Edra-Masson, 2022.

 

 

 

 

Demalight Collection, le nuove lampade a sospensione per lo studio odontoiatrico

DEMALIGHT COLLECTION

Al fine di garantire la miglior luce di lavoro agli odontoiatri, presentiamo DEMALIGTH COLLECTION, la nuova linea di lampade a sospensione dedicate alle sale operative dello Studio odontoiatrico.

L’illuminazione dello Studio odontoiatrico richiede soluzioni tecniche specifiche, che le comuni lampade presenti sul mercato non sono in grado di fornire. Un’illuminazione non adeguata pregiudica le performance operative, provoca affaticamento della vista, stanchezza e, molto spesso, stress. Per evitare queste problematiche occorre creare un ambiente con una corretta diffusione della luce, intensa sul campo operatorio e ben equilibrata negli spazi adiacenti.
La resa luminosa diretta dovrà essere intensa, perché il professionista lavora con l’ausilio della lampada del riunito, che ha una resa molto elevata ed è focalizzata sul campo operatorio, per cui se l’illuminazione ambiente non è proporzionalmente adeguata al naturale adattamento degli occhi, questi saranno costretti a sforzarsi, affaticandosi rapidamente. Questo accade quando lo sguardo del professionista si sposta dal campo operatorio alle zone adiacenti. Avviene qualcosa di analogo all’effetto galleria quando, uscendone con l’auto in una giornata di sole, rimaniamo abbagliati finché l’occhio non si adatta. Ora, immaginiamo che questo avvenga costantemente durante gli interventi. Possiamo capire l’effetto negativo che può avere per la vista.
La corretta illuminazione non si ferma alla sola poltrona, ma deve essere adeguatamente diffusa in tutto lo studio.

 

La lampada giusta per ogni esigenza clinica

Le lampade a sospensione della DEMALIGHT COLLECTION garantiscono la luce ottimale sul campo operatorio e la diffusione nell’ambiente, senza zone d’ombra, grazie alla illuminazione diretta sulla poltrona e indiretta verso il soffitto e le pareti, con un’intensità che andrà ad attenuarsi, pur mantenendo un livello idoneo di illuminazione dei piani di lavoro e delle apparecchiature adiacenti.Oltre alla quantità, occorre porre attenzione anche alla qualità della luce. Gli interventi alla poltrona sono rivolti essenzialmente alla conservativa e all’implantologia:

  • Per la conservativa è necessario lavorare in un campo di luce che permetta la corretta scelta del colore e che equivale alla temperatura colore di circa 5400 Kelvin, con alta resa cromatica, idealmente superiore a 90.
  • Per la chirurgia è fondamentale il controllo dei rossi, per l’adeguata visualizzazione dei vasi sanguigni, l’irrorazione dei tessuti e la maggiore profondità di campo, che vengono risaltati da valori di 3700-4300 Kelvin.

Le lampade DEMALIGHT utilizzano LED a pannello e strisce altamente professionali, con possibilità di regolazione sia dell’intensità che della temperatura colore. Con nessuna emissione nello spettro del blu, notoriamente nocivo agli occhi.
Le lampade DEMALIGHT prevedono l’uso di soluzioni innovative per la gestione del flusso luminoso e del colore, in modo pratico e funzionale.
Tutte le lampade della linea DEMALIGHT COLLECTION sono conformi alle normative per l’illuminazione nello Studio odontoiatrico.

 

 

 

 

Contaminazione batterica, come superarla nelle tecniche adesive dirette

contaminazione batterica

La contaminazione batterica può compromettere la buona riuscita di un trattamento odontoiatrico. Per questa ragione è necessario contrastarla in ogni modo, soprattutto nell'ambito delle tecniche adesive. Un gruppo di ricercatori dell'Università di Otago, con sede a Dunedin, Nuova Zelanda, ha condotto uno studio per comprenderne l'impatto sulla resistenza adesiva. Journal of Dentistry ne ha pubblicato i risultati che offrono semplici, ma utili indicazioni cliniche.

Lo studio

I ricercatori hanno raccolto informazioni sull'impatto che i diversi contaminanti clinici potrebbero avere sulle interfacce adesive impiegate nelle procedure restaurative. Hanno quindi analizzato vari studi pubblicati tra il 2007 e il 2023 per comprendere meglio il fenomeno. L'analisi dei dati ha coinvolto la ricerca di articoli presenti su PubMed ed EMBASE. In totale, gli autori dello studio hanno esaminato 57 articoli, suddivisi tra quelli che trattavano la contaminazione da saliva, da sangue e da altri agenti contaminanti. Con l'obiettivo di identificare i principali effetti della contaminazione batterica sulla resistenza adesiva.

I risultati osservati

Dall'analisi dei dati, i ricercatori hanno evidenziato che la contaminazione da saliva influisce meno sulla resistenza adesiva se si utilizzano sistemi di auto-incisione rispetto ai sistemi di incisione e risciacquo. Allo stesso tempo, la contaminazione da sangue ha dimostrato di compromettere la tenuta dei restauri dentali, specialmente tra composito di resina e dentina, e tra composito di resina e cemento ionomerico di vetro modificato da resina.

Le indicazioni emerse

Per contrastare gli effetti della contaminazione batterica, gli autori dello studio suggeriscono l'impiego di una procedura di decontaminazione che prevede l'utilizzo di spruzzi d'acqua seguiti da un'asciugatura ad aria. Questo approccio potrebbe essere efficace nel ripristinare la resistenza adesiva compromessa dalla contaminazione. Inoltre, questa volta per superare i limiti dello studio, i ricercatori evidenziano la necessità di compiere nuove ricerche in questo ambito. Così da colmare le lacune nella conoscenza e sviluppare nuovi protocolli di decontaminazione ancora più efficaci di quelli attualmente in uso.

Trattamento di lesioni orali erosive bilaterali di tipo simil-lichenoide con olio ozonizzato

Aspetto delle lesioni simil-lichenoidi presenti, bilateralmente, sul ventre linguale della paziente

Autori

Alessia Sicignano – Virginia Fenu – Germano Orrù – Cinzia Casu
Dipartimento di scienze chirurgiche, Oral Biotechnology Laboratory (OBL), Università di Cagliari

Abstract

Il lichen planus orale (OLP) è un disturbo muco-cutaneo a carattere infiammatorio cronico autoimmune. La sua manifestazione è caratterizzata dalla presenza di papule bianche o rosse che si addensano progressivamente con periodi di esacerbazione, con dolore acuto e urente, e di remissione, in cui i sintomi si alleviano. Il trattamento dell’OLP varia in base alla sua manifestazione. Per via della natura idiopatica dell’OLP non è stata attualmente individuata una terapia definitiva e completamente risolutiva. Le lesioni lichenoidi orali (OLL), per contro, sono lesioni di ipersensibilità T-mediate in risposta a materiali da restauro come l’amalgama. Prima di iniziare qualsiasi trattamento è fondamentale eseguire un esame clinico completo in modo tale da eliminare possibili fattori irritanti. L’ozono è una molecola gassosa composta da tre atomi di ossigeno che ha mostrato un’importante efficacia nel trattamento di varie patologie mediche e odontoiatriche; poiché possiede una rilevante azione antiossidante, anti-ipossica, immunostimolante e antiinfiammatoria, sta via via acquisendo sempre più rilevanza clinica. La clorexidina è una sostanza disinfettante appartenente alla classe dei bisbiguanidi cationici. Essa rappresenta l’antisettico più efficace presentando un ampio spettro d’azione che comprende GRAM+/-, lieviti e alcuni virus. Tuttavia, il suo uso prolungato nel tempo, soprattutto alle concentrazioni maggiori, è associato a un rallentamento nella guarigione delle mucose. Riportiamo il caso di una paziente con lesioni simil-lichenoidi persistenti, a supporto degli studi sopra riportati sull’efficacia del trattamento delle lesioni erosive con olio ozonizzato e degli effetti avversi della clorexidina sulla rigenerazione dei tessuti. Questo case report riflette i risultati degli studi riscontrati in letteratura: il trattamento con olio ozonizzato si è mostrato estremamente utile nel trattamento delle lesioni simil lichenoidi della paziente esaminata, portando a una drastica riduzione del dolore e delle dimensioni delle lesioni.

Treatment-of-oral-bilateral-erosive-lesions-lichenoid-like-with-ozonized-oil

Oral Lichen Planus (OLP) is a chronic inflammatory autoimmune mucocutaneous disorder. Its manifestation is characterized by the presence of white or red papules which progressively thicken with periods of exacerbation, with acute and burning pain, and of remission, in which the symptoms are relieved. OLP’s treatment varies according to its manifestation. Due to the idiopathic nature of the OLP, no definitive and completely resolving therapy has currently been identified. Oral Lichenoid Lesions (OLL), on the other hand, are T-mediated hypersensitivity lesions in response to restorative materials such as amalgam. Before starting any treatment it is essential to perform a complete clinical examination in order to correct any possible irritating factors. Ozone is a gaseous molecule composed of three oxygen atoms that has shown an important efficacy in the treatment of various medical and dental pathologies and, as it has a relevant antioxidant, anti-hypoxic, immunostimulant and anti-inflammatory action, it is gradually acquiring more and more clinical relevance. Chlorhexidine is a disinfectant substance belonging to the class of cationic bisbiguanides. It represents the most effective antiseptic as it has a broad spectrum of action which includes bacteria GRAM + and Gram-, yeasts and some viruses. However, its prolonged use over time, especially at higher concentrations, is associated with a slowdown in the healing of the mucous membranes. We report the case of a patient with persistent lichenoid-like lesions, supporting the previous cited studies on the effectiveness of the treatment of erosive lesions with ozonated oil and the adverse effects of chlorhexidine on tissue regeneration. Our case report reflects the results of studies in the literature: the treatment with ozonated oil has proved extremely useful in the treatment of lichenoid-like lesions of the patient, leading to a drastic reduction in pain and injury size. The use of ozonated oil should be more promoted in the treatment of erosive disorders of the oral cavity.

Si riporta il caso di una paziente affetta da lesioni orali simil-lichenoidi persistenti in cui il trattamento con olio ozonizzato si è mostrato estremamente utile, favorendo una drastica riduzione del dolore e delle dimensioni delle lesioni.

Il lichen planus orale (OLP) è un disturbo muco-cutaneo a carattere infiammatorio cronico autoimmune (1, 2). Benché possa colpire altre aree corporee cutanee e mucose, il cavo orale è generalmente il primo luogo di manifestazione dell’OLP e, in alcuni casi, l’unico (3). L’incidenza globale dell’OLP è stimata tra l’1.01%4, 5 e il 3.6%1 con una più alta incidenza in EU (4). Sebbene possa colpire tutte le fasce di età ed entrambi i sessi, il lichen planus presenta una maggior incidenza tra la quarta e la settima decade di vita e una frequenza maggiore nelle donne (3, 4), con una predilezione che va dal 61 all’80% (6, 1).

Nonostante l’eziologia non sia completamente nota, ci sono molteplici evidenze in letteratura che supportano la teoria di un processo immunologico sostenuto dalle cellule T citotossiche CD8+ che si attivano nei confronti di un antigene sconosciuto portando ad apoptosi le cellule della membrana basale dell’epitelio orale (3, 7). Inoltre, numerosi fattori possono influenzare la comparsa di queste lesioni, come diabete, farmaci, stress, ansia, disordini intestinali, disturbi autoimmuni, materiali dentali, predisposizione genetica e neoplasie (3).

Il lichen è una lesione che esordisce improvvisamente e bruscamente con papule biancastre che si addensano in modo progressivo. Istologicamente e clinicamente le lesioni dell’OLP si classificano in lesioni bianche e lesioni rosse che si manifestano in maniera simmetrica e multifocale in mucosa geniena, lingua, mucosa gengivale e molto raramente sulle labbra (0.51-8.9%8) (6, 7). Secondo la letteratura, il lichen può presentarsi in sei forme classiche (9, 3):

  • forme papulari, reticolari e a placca, per quanto riguarda le lesioni bianche;
  • atrofiche, erosive e, più raramente, bollose, per quanto riguarda le lesioni rosse (6).

Queste forme diverse possono manifestarsi contemporaneamente (60% dei casi) o possono variare nel tempo passando dall’una all’altra nello stesso paziente (6).
Il pattern più comune è quello reticolare, che si presenta come una lesione asintomatica con strie note come strie di Wickham con decorso bilaterale sulla mucosa buccale, linguale e meno comunemente gengivale e labiale (3, 6).
La forma a placca colpisce tipicamente il dorso della lingua e la mucosa buccale con manifestazioni multifocali asintomatiche in placche lisce che possono essere piane o rilevate. La forma papulare è rara e si presenta con piccole papule bianche con fini striature sulla superficie. Quella eritematosa colpisce maggiormente la gengiva, con una distribuzione irregolare, spesso in quattro quadranti, con un quadro simile alla gengivite desquamativa. Infine, la forma bollosa è la forma meno comune, che si manifesta quando lo scollamento epiteliale della forma erosiva è talmente grave che si formano vere e proprie bolle superficiali, dolorose e che si abradono facilmente (3).

La manifestazione del lichen è caratterizzata da periodi di esacerbazione, con dolore acuto e sensazione urente, e di remissione, in cui i sintomi si alleviano (7, 10). I sintomi si manifestano nel 40-95% dei casi e sono prettamente associati alle forme di lichen rosso, che sembrano colpire più frequentemente le donne rispetto agli uomini. Queste forme acute, inoltre, hanno una maggior tendenza all’evoluzione maligna (6, 9). In generale, il rischio di trasformazione maligna dell’OLP varia tra lo 0.04%11 e il 2.28%4 e questa aumenta nelle forme ulcerative ed erosive e in concomitanza con altri fattori quali stress, fumo, alcol, HCV (3, 7, 12). Inoltre, alcuni studi dimostrano che nelle forme più erosive ed estese, soprattutto nelle donne, il lichen può coinvolgere anche l’esofago (50% dei casi) con decorso subclinico e in quest’area, così come quando presente sulla lingua, laringe e vulva, il tasso di trasformazione maligna è decisamente più alto (2).

Lesioni lichenoidi

Le lesioni lichenoidi orali (OLL) sono lesioni di ipersensibilità T-mediate tipicamente in risposta a materiali di restauro come l’amalgama (6, 14).

In realtà distinguiamo tre forme di OLL (14):

  1. associate a materiali di restauro. sono stati individuati più di 130 materiali dentali associati a reazioni di ipersensibilità, tra cui nickel solfato, cloruro di palladio, tiosolfato di sodio, perossido di benzoile, amalgama (3-5% casi)14;
  2. farmaco-indotte. In particolare, i farmaci coinvolti sono ACE-inibitori, ipoglicemizzanti orali, penicillamine, dapsone;
  3. insorte a seguito di trapianti di midollo. Sono state riscontrate lesioni lichenoidi anche in associazione a cibi o a patologie sistemiche a carico del fegato (7, 14).

L’aspetto clinico delle lesioni lichenoidi è piuttosto simile a quello dell’OLP, con lesioni che si manifestano soprattutto a livello della mucosa labiale, della lingua (specialmente dorso e bordi) e meno comunemente della mucosa gengivale (6). Tuttavia, mentre le OLP si manifestano in forma simmetrica, bilaterale e con lesioni bianche o rosse, le lesioni lichenoidi sono generalmente isolate, singole, rosse e associate a materiali di restauro (2, 11). Considerando il più alto tasso di malignità delle OLL rispetto alle OLP (OLP fino al 2.28; OLL fino al 3.1%) (14) e considerata la differente patogenesi, è importante distinguere le due lesioni.

La diagnosi delle OLL comprende: diagnosi clinica con osservazione di lesioni isolate tipicamente in prossimità di restauri dentali ed anamnesi farmacologica; diagnosi istologica con epitelio atrofico, assenza di infiltrato linfocitario a bande (tipico dell’OLP) e maggior presenza di eosinofili, mastociti, capillari, COX2, granulociti e plasmacellule nel tessuto; patch test allergico cutaneo; test di immunofluorescenza diretta e indiretta (6, 7, 11, 13, 14).

Trattamento delle lesioni lichenoidi

Per via della natura recalcitrante e idiopatica dell’OLP non è stata attualmente individuata una terapia definitiva e completamente risolutiva. Lo scopo dei trattamenti terapeutici attuali è quello di ridurre il più possibile la sensazione dolorosa (9), l’entità delle lesioni e il rischio di cancerizzazione (7). Ovviamente, oltre ai trattamenti farmacologici, una serie di atteggiamenti e abitudini possono modificare la ricorrenza delle lesioni: corretta igiene orale, ridotto consumo di cibi caldi, piccanti, speziati, acidi, controllo dello stress e ridotto consumo di fumo e alcol (3, 7).
Prima di iniziare qualsiasi trattamento è importante eseguire un esame clinico completo in modo da eliminare possibili fattori irritanti o fattori locali aggravanti presenti nel cavo orale come restauri appuntiti, denti fratturati e abitudini viziate pericolose (3).
Il trattamento del lichen planus varia in base alla sua manifestazione. Le lesioni bianche generalmente non hanno sintomatologia dolorosa e non richiedono trattamento (6); al più, in questo caso occorre informare il paziente circa la natura cronica della lesione e sull’importanza di monitorarla nel tempo.
Nelle forme rosse, atrofiche o erosive, il trattamento di prima scelta tradizionalmente ricade sui glucocorticoidi topici (triamcinolone acetonide 0.1% o il clobetasolo topico 0.05%) (1, 3, 5, 7, 15) somministrati con paste adesive (come idrossietilcellulosa) per via della loro scarsa adesività alle mucose (2, 3, 6, 8, 16) o corticosteroidi sistemici (prednisone sistemico) a bassi dosaggi nelle forme di OLP più esacerbate e resistenti (1, 2, 3, 7, 8).

Tuttavia, questi farmaci hanno mostrato numerosi effetti avversi sulle mucose, tra cui atrofia con assottigliamento delle mucose, sovra infezione con candidosi secondaria, alterazione del gusto, sensazione urente (5,10) e altre complicanze sistemiche quali soppressione adreno-corticale, ipertensione, iperglicemia, aumento di peso, insonnia, alterazioni dell’umore, irritazioni gastro-intestinali, osteoporosi (7). Per prevenire le sovrainfezioni da Candida durante il trattamento con corticosteroidi, alcuni studi suggeriscono l’utilizzo di clorexidina e miconazolo gel; tuttavia, la clorexidina sembra avere effetti dannosi nella rigenerazione dei tessuti (5, 7).

Altri trattamenti farmacologici di prima linea sono gli inibitori della calcineurina (tacrolimus 0.1% o pimecrolimus 1%) (1, 3, 7). Questi immunosoppressori, andando a inibire la calcineurina, portano ad una riduzione dell’attività del sistema immunitario e quindi una riduzione in numero dei linfociti T e di citochine infiammatorie, che è significativo nelle patologie autoimmuni come l’OLP (3).

Dati gli effetti avversi dei corticosteroidi e data l’impossibilità di somministrazione in pazienti con condizioni di salute particolari come stato di gravidanza, condizioni sistemiche complicate, allattamento, glaucoma, infezioni erpetiche, tubercolosi, diabete mellito, HIV, ipertensione (7, 10) si è valutato nel tempo un trattamento del lichen planus orale non strettamente farmacologico. In letteratura sono riportati numerosi studi di terapie erboristiche con aloe vera, curcuma (10) ed henna (5) che hanno dimostrato significative proprietà antinfiammatorie, antimicrobiche, anti-carcinogeniche, antifungine, immunomodulanti, antiossidanti e cicatriziali, efficaci nel trattamento del lichen planus mucoso (5, 10, 16, 17). L’aloe vera rappresenta il trattamento più sicuro ed efficace: ha dimostrato un’efficacia pari o anche superiore ai corticosteroidi topici, senza alcun effetto collaterale (16). Altri trattamenti non farmacologici che hanno riportato significativi risultati nel trattamento delle lesioni da lichen planus sono la fotochemioterapia, la terapia laser con lunghezze d’onda di 660 nm (1, 7, 18), la terapia fotodinamica con acido α-aminolevulenico e, più recentemente, l’ozono terapia (3).

Ozono terapia

L’ozono è una molecola gassosa triatomica che consiste in tre atomi di ossigeno e che ha mostrato un’importante efficacia nel trattamento di varie patologie mediche e odontoiatriche, andando via via acquisendo sempre più rilevanza. Recentemente la terapia con ozono è stata indicata come trattamento di 260 patologie differenti (19). L’ozono utilizzato in ambito sanitario per il trattamento delle ferite è una mistura di gas comprendente 95-99.95% di ossigeno e 0.05-5% di ozono puro (19). Le formulazioni disponibili sono in forma di olio, acqua e gas (20) e attualmente ci sono nove possibili metodi di applicazione della terapia: intra-arterioso ed intra-venoso, insufflazioni rettali, iniezioni intramuscolo, autoemoterapia, acqua ozonizzata, iniezioni intra-articolari, ozone bagging, olio ozonizzato e inalazione dell’ozono (19).

Rispetto alla forma gassosa, che presenta un importante rischio di inalazione dell’ozono, le formulazioni in acqua e in olio, che consentono l’applicazione topica, risultano molto più sicure e semplici da manipolare. Tuttavia, grande limite dell’acqua ozonizzata è che non può essere conservata, ma va ripreparata a ogni necessità (20). Da questo punto di vista, la formulazione dell’ozono in olio risulta essere più vantaggiosa (21), in quanto l’ozonizzazione degli oli vegetali genera la formazione di composti più stabili (20, 22) garantendo una migliore e più prolungata conservazione. Ai numerosi effetti analgesici e terapeutici dell’ozono si aggiunge l’effetto cheratoplastico dell’olio (23), che coadiuva la protezione delle ulcere, piaghe e lesioni cutanee stimolando i processi di cheratinizzazione dell’epidermide.

L’impiego dell’ozono nelle terapie mediche è iniziato con il trattamento della tubercolosi, seguita dalla clinica odontoiatrica e dal trattamento della gangrena (22). L’interesse crescente per questa terapia in campo medico-dentistico è giustificato dalle sue vaste proprietà fisiochimiche, che si esplicano a vari livelli.

Una delle principali proprietà dell’ozono è l’elevata capacità antimicrobica contro batteri, virus, miceti, parassiti e biofilm. L’ozono, infatti, uccide tutti i tipi di batteri, funghi e protozoi (23) e ha un effetto antifungino anche contro le candidosi3. Per questo, l’ozono si è dimostrato utile nella gestione delle ferite settiche e delle sovra infezioni da Candida (22). L’ozono presenta un’importante azione antiossidante, anti-ipossica, immunostimolante e antiinfiammatoria (21,23). Agisce come bio-regolatore rilasciando fattori cellulari endoteliali e normalizza l’equilibrio redox cellulare quando entra in contatto con i fluidi biologici (22). L’ozono, infatti, a livello vascolare, è in grado di migliorare le proprietà reologiche del sangue potenziando il microcircolo (23), aumenta la pressione parziale dell’ossigeno nei tessuti, secerne vasodilatatori (ossido nitrico) inducendo vasodilatazione arteriosa e venosa (18, 24). Tutto questo si traduce in un benefico effetto di rigenerazione delle ferite e minor danneggiamento dei tessuti, impedendo e riducendo il rischio di ischemia tissutale.

L’azione antinfiammatoria e immunostimolante dell’ozono è svolta sia con l’induzione della sintesi di interleuchine, prostaglandine e leucotrieni (20), che riducono l’infiammazione, sia tramite la normalizzazione dei livelli di citochine quali IL-8, TNF-α, TGF-β e Interferone-C (19, 22).

Inoltre, a basse concentrazioni, l’ozono aumenta la mobilità e l’adesione dei polimorfonucleati nel sangue periferico (19) e induce una blanda attivazione di percorsi antiossidanti protettivi, come la via del fattore eritroide nucleare Nrf-2 (9) che ristabilisce la sintesi infiammatoria delle citochine.

Considerando le sue spiccate capacità di riduzione dell’infezione microbica, effetto di debridment, modulazione della fase infiammatoria, stimolazione dell’angiogenesi e induzione di reazioni enzimatiche che favoriscono il metabolismo dell’ossigeno, l’ozono è stato empiricamente utilizzato come agente terapeutico per fistole e ferite post-chirurgiche, ulcere croniche, ulcere ischemiche, ferite da diabete, psoriasi, piede d’atleta (22). La sicurezza dell’ozono è confermata da molteplici studi presenti in letteratura che hanno valutato l’assenza di effetti avversi con trial clinici anche in pazienti immunosoppressi, diabetici e con comorbidità che aggravano la prognosi di una lesione preesistente. L’ozono, infatti, riesce ad attivare e sintetizzare interleuchine, leucotrieni e prostaglandine che placano significativamente l’infiammazione nei soggetti immunosoppressi; inoltre, migliora il controllo glicemico nei soggetti diabetici favorendo la guarigione delle lesioni e riducendo drasticamente il numero di amputazioni chirurgiche dovute a lesioni gangrenose (22).

L’ozono è considerato uno dei più potenti antiossidanti in natura (19). Lo squilibrio tra sostanze ossidanti e agenti antiossidanti favorisce accumulo di ROS e aumento dello stress ossidativo e questo gioca un ruolo importante nei pazienti con lichen planus. Inoltre, l’ozono riduce la sensazione dolorosa eliminando i mediatori infiammatori (3) e favorisce una risposta rapida nei processi di riparazione quando viene applicato sulle ferite sia a livello dei tessuti molli, ad esempio dopo radioterapia, sia a livello osseo, ad esempio in caso di osteonecrosi dei mascellari da bifosfonati (18, 20). Per tutte queste proprietà, l’ozono è stato introdotto come opzione di trattamento per la gestione del lichen planus orale (21). A tal proposito, uno degli studi più recenti e significativi è quello di Tarun Kumar e colleghi (19). che hanno condotto uno studio longitudinale sull’efficacia dell’olio ozonizzato nel trattamento di varie lesioni e condizioni orali al fine di stabilire la frequenza e la durata dell’applicazione richiesta dell’olio ozonizzato per la gestione dei casi. Un totale di 50 pazienti con candidosi orali, cheiliti angolari, afte ricorrenti, lichen planus orale e herpes labiale sono stati inseriti nello studio e seguiti per un anno con follow-up a sei mesi. Il protocollo prevedeva sciacqui con acqua distillata e applicazione topica di olio ozonizzato sulla lesione isolata con massaggio per un minuto due volte al giorno. A ogni richiamo, tutti i segni e sintomi dei pazienti come bruciore e dimensione delle lesioni venivano valutati, registrati e comparati. Tutti i pazienti con candidosi, cheilite angolare, ulcere aftose ed herpes labiale hanno mostrato il 100% di guarigione con durata variabile di trattamento. Tutti i cinque pazienti con lichen planus orale hanno dimostrato significativi miglioramenti in segni e sintomi con una drastica riduzione nella sensazione urente in 4-6 giorni circa19.

Clorexidina

La clorexidina è una sostanza di sintesi ad azione disinfettante appartenente alla classe dei bisbiguanidi cationici. Essa rappresenta l’antibatterico più efficace presentando un ampio spettro d’azione che comprende GRAM+, GRAM-, lieviti, dermatofiti e alcuni virus lipofili (25, 26). La proprietà principale della clorexidina è la sostantività, ossia la capacità di legarsi ed essere assorbita dai tessuti, consentendo una durata d’azione fino a cinque ore e una permanenza nel cavo orale fino alle 12 ore (25). Nel dettaglio, essa agisce andando ad alterare la membrana cellulare batterica, provocandone una modificazione della permeabilità e la rottura, con conseguente perdita di materiale cellulare e morte del microorganismo. La clorexidina, quindi, a seconda delle dosi, è capace di esercitare un’azione batteriostatica e battericida.

In ambito odontoiatrico la clorexidina è utilizzata sia a scopi terapeutici che preventivi ed esiste in varie formulazioni come gel gengivali e dentali, dentifrici, collutori. In questi prodotti, la clorexidina si trova in forma di gluconato o di digluconato in concentrazioni che possono variare dallo 0,12% allo 0,2%, ma vi sono prodotti che ne possono contenere concentrazioni inferiori o superiori (0,5%). Per questi scopi i dosaggi ideali vanno dai 18 ai 20 mg per applicazione, che massimizzano l’efficacia diminuendo gli effetti avversi (27). I trattamenti in cui è indicato l’utilizzo della clorexidina sono vari. È utilizzata principalmente per la cura dell’igiene orale nei soggetti con gravi disturbi mentali o in aggiunta allo scaling e root planing e a seguito di interventi parodontali, soprattutto in pazienti defedati (25). Alle concentrazioni 0.1-0.2 % dimostra un efficace effetto antiplacca e antinfiammatorio, utile nella cura e prevenzione delle gengiviti e delle carie. È consigliata per irrigazioni sottogengivali, alitosi, stomatiti, ipersensibilità e mantenimento degli impianti (25, 26).

Grazie alle elevate proprietà antimicrobiche, la clorexidina rappresenta il gold standard nella prevenzione dei disturbi parodontali.

Essa, infatti, nella formulazione di collutorio, è in grado di neutralizzare i principali patogeni parodontali Staphylococcus aureus, Porphyromonas gingivalis e Prevotella intermedia (25, 27).

Inoltre, data la capacità di agire contro alcune specie di Candida, secondo alcuni studi la clorexidina rappresenterebbe un trattamento indicato per le lesioni erosive orali che possono andare incontro a sovra infezione batterica e fungina, come nel caso di lichen planus orale. In questo caso, la clorexidina viene somministrata soprattutto in associazione con corticosteroidi, farmaci di prima linea nel trattamento del lichen planus orale, che hanno come principale effetto avverso la candidosi secondaria (5, 6).

Tuttavia, è importante considerare che la clorexidina è associata a effetti avversi legati soprattutto a un suo utilizzo prolungato. Tra questi ci sono alterazioni cromatiche estrinseche dei denti e delle mucose, alterazioni del gusto, allergie e ipersensibilità di tipo IV25, ma anche desquamazione delle mucose, dolore, aumento della formazione di tartaro (28), bocca urente e secchezza orale che possono indurre colonizzazione batterica e infezioni nel cavo orale.

Un altro serio problema emergente è lo sviluppo di resistenza antimicrobica. Bassi livelli di esposizione alla clorexidina possono provocare cross-resistenza agli antibiotici, in particolare questo si manifesta in alcuni microrganismi quali Enterococcus faecium, Staphylococcus aureus, Enterobacter spp. che possono formare biofilm farmaco-resistenti capaci di dare patologie dentali (27).

Recenti studi in vitro dimostrano che l’effetto della clorexidina nel controllo del biofilm orale è temporaneo; inoltre, trattandosi di un antisettico ad ampio spettro, può colpire e alterare il microbiota endogeno orale aumentando il rischio di disbiosi microbiche con conseguenti disturbi orali (28).

Fin dal 1970, numerosi studi hanno riportato la presenza di ripercussioni citotossiche e genotossiche su vari gruppi cellulari quali fibroblasti, osteoblasti, macrofagi e leucociti che si traducono in un rallentamento della guarigione delle mucose. L’effetto induce significativi cambiamenti morfologici nei fibroblasti gengivali, compromettendo la normale riparazione dei tessuti (26, 28).

Andrea Pilloni e colleghi hanno eseguito uno studio pilota in vivo su tre pazienti per supportare questi studi in vitro. Le loro analisi biomolecolari su biopsie mostrano che l’utilizzo di clorexidina induce aumento dell’espressione del gene pro-apoptotico BAX, dei marker d’espressione fibrotica e differenziazione dei miofibroblasti.

Inoltre, emerge che anche solo dopo due sciacqui con clorexidina 0.12% 24 ore dopo la lesione, il normale processo di riparazione viene alterato portando a una guarigione di tipo cicatriziale (28). Per questo motivo l’utilizzo della clorexidina non sembra essere adeguato nel trattamento delle ulcere.

Case report

A supporto degli studi sopra riportati sull’efficacia del trattamento delle lesioni erosive con olio ozonizzato e degli effetti avversi della clorexidina sulla rigenerazione dei tessuti, riportiamo il caso di una paziente donna di 38 anni con lesioni simil lichenoidi persistenti da circa 20 giorni.

A una prima anamnesi la paziente riferiva di non avere particolari condizioni patologiche. Solamente alla seconda anamnesi, più approfondita, si apprendeva che da alcuni mesi la stessa fosse sottoposta a forti terapie ormonali per problemi ginecologici.

Inizialmente la paziente era stata trattata con collutorio a base di clorexidina 0,2% per circa 12 giorni senza alcun beneficio. Le lesioni si presentavano molto dolenti, erosive ed eritematose bilateralmente e simmetricamente sul ventre linguale (Figure 1 e 2) e sulla mucosa geniena, compatibili con un sospetto quadro clinico di lichen planus orale erosivo.

 

 

Sia sui margini linguali che sulle mucose geniene erano presenti, inoltre, segni di morsicatio buccarum e linea alba (Figure 3 e 4).

 

 

Giunta alla nostra osservazione, alla paziente era stato sospeso l’uso della clorexidina e si era programmata una biopsia incisionale a una settimana di distanza, per valutazione istologica. Nel frattempo, come lenitivo era stato prescritto l’uso di gel a base di olio di oliva ozonizzato (Ialozon gel orale, Gemavip, Cagliari, Italy) da applicare due volte al giorno fino all’intervento bioptico.
Al quarto giorno di applicazione, la paziente riportava un notevole miglioramento sintomatologico. A sette giorni c’era stata una regressione completa delle lesioni (Figure 5-6), con mucosa integra e normocromatica dove residuava linea alba a livello genieno e linguale (Figure 7-8), per la quale era stato consigliato alla paziente l’uso di un bite inferiore in resina morbida per evitare ulteriori traumi ai tessuti molli.

 

 

Il follow-up a un mese confermava la totale assenza di lesioni. Non avendo avuto la possibilità di fare un accertamento e un’indagine istologica, non possiamo validare del tutto la nostra ipotesi diagnostica di lesione da lichen planus o da lichenoide. Tuttavia, la paziente era stata avvertita di ricontattarci nel caso in cui fossero ricomparse le lesioni.

Discussione

Il lichen planus orale è un disturbo muco-cutaneo infiammatorio cronico a carattere autoimmune (1, 2) ampiamente diffuso a livello globale con un’incidenza stimata tra l’1.01% (4, 5) e il 3.6% (1).
Sebbene possa colpire tutte le fasce di età ed entrambi i sessi, il lichen planus presenta una maggiore incidenza tra la quarta e la settima decade di vita e una frequenza maggiore nelle donne, con una predilezione che va dal 61 all’80% (1, 6).
Sebbene l’eziologia non sia completamente nota (3,7), una serie di fattori è stata identificata come predisponente per la sua comparsa, tra cui virus HCV, diabete, materiali di restauro, farmaci, predisposizione genetica e disordini psicologici come stress, ansia e depressione, che possono alterare i meccanismi fisiologici peggiorando il quadro delle patologie autoimmuni (3).
Anche alterazioni ormonali sembrano apportare importanti cambiamenti a livello delle mucose. In particolare, nelle donne, che vanno fisiologicamente incontro a continui cambiamenti nei livelli ormonali nelle varie fasi della vita, si possono vedere alterazioni strutturali della mucosa orale. Quest’ultima, infatti, è un eccellente indicatore dello stato di salute del paziente in quanto la mucosa cheratinizzata e non cheratinizzata è sotto l’influenza trofica di vari ormoni, soprattutto di quelli sessuali (29). I disordini più di frequente associati a queste variazioni sono le ulcere aftose.
Dallo studio di Balan Usha e colleghi emerge che il 30% su un campione di 40 pazienti donne con ciclo mestruale regolare riportava ulcere a livello delle mucose orali. La correlazione tra afte ulcerose e mestruazioni viene confermata da molti altri studi e sembra essere spiegata dai cambiamenti dei livelli di progesterone e all’abbassamento delle difese immunitarie (29). Il trattamento di prima scelta per il lichen planus orale ricade tradizionalmente sui glucocorticoidi topici per le forme rosse, atrofiche o erosive (1,7,15) o sistemici per le forme più esacerbate e resistenti (1, 2, 3, 7, 8).

È fortemente consigliata, con questi farmaci, l’associazione di preparazioni antifungine di clorexidina, poiché tra gli effetti avversi più frequenti, conseguenti alla loro somministrazione, vi è la candidosi secondaria.
Per quanto riguarda i corticosteroidi topici e sistemici, tra gli effetti avversi troviamo atrofia con assottigliamento delle mucose, sovra infezione con candidosi secondaria, alterazione del gusto, sensazione urente (5, 10) e complicanze sistemiche quali soppressione adreno-corticale, ipertensione, iperglicemia, aumento di peso, insonnia, alterazioni dell’umore, irritazioni gastro-intestinali, osteoporosi (7).

Anche la clorexidina, classicamente somministrata insieme con i corticosteroidi per prevenire le sovrainfezioni da candida, sembra avere effetti dannosi nella rigenerazione dei tessuti, se utilizzata in maniera continuativa per lunghi periodi (5, 7). Questi includono bocca urente e secchezza orale, ma soprattutto, come dimostrato da vari studi in vitro, il suo effetto citotossico e genotossico ha ripercussioni anche sui fibroblasti e osteoblasti, andando a rallentare la guarigione delle mucose (26). Questo lo renderebbe inadeguato nel trattamento delle lesioni ulcerose.
Sebbene i farmaci tradizionali si siano sempre mostrati efficaci nel trattamento delle lesioni simil lichenoidi, la frequenza degli effetti avversi e l’impossibilità di utilizzarli nel trattamento di pazienti con condizioni di salute particolari come stato di gravidanza, condizioni sistemiche complicate, allattamento, glaucoma, infezioni erpetiche, tubercolosi, diabete mellito, HIV, ipertensione (7,10) ha spinto la letteratura a cercare soluzioni terapeutiche diverse e più sicure (3, 5, 10, 16).

Per cui, al contrario dei protocolli farmacologici classici, attualmente sta prendendo sempre più spazio il trattamento alternativo con ozono, specialmente nella formulazione in olio ozonizzato (23). Tra i numerosi effetti terapeutici mostrati da questo trattamento, vi sono elevata capacità antibatterica ad ampio spettro (23), un’importante azione antiossidante9, anti-ipossica, immunostimolante e antiinfiammatoria (21, 23) nonché azione di biosintesi (21), bio-regolazione (22).
Inizialmente l’efficacia dell’ozono nel trattamento delle lesioni erosive simil-lichenoidi è stata valutata in combinazione con i corticosteroidi (3). Lo studio prospettico randomizzato in doppio cieco di Budakoti e colleghi del 2022 ha valutato l’efficacia della somministrazione di olio ozonizzato in associazione con steroidi sistemici nel trattamento del lichen orale erosivo (21) su un campione di 80 pazienti: la combinazione delle due terapie è risultata più efficace nella riduzione della dimensione delle lesioni e nel miglioramento della sensazione di dolore e bruciore rispetto all’utilizzo dei soli corticosteroidi (21). Inoltre, l’associazione con l’ozono ha il vantaggio di offrire lo stesso effetto antifungino della clorexidina senza, però, il rischio degli effetti avversi ad essa associati.

Studi in vitro mettono a confronto l’efficacia dell’ozono e della clorexidina e dimostrano che l’ozono ha una maggiore efficacia antimicrobica, specialmente contro i ceppi batterici dello Staphylococco aureo e il Porphyromonas gingivalis, azione antinfiammatoria e assenza di effetti avversi. Si può attestare che l’ozono possieda proprietà antimicrobiche e antinfiammatorie tali da poter essere considerato, secondo le linee guida dell’Associazione Dentale Americana, un chemioterapico adatto per il trattamento delle gengiviti al pari della clorexidina (20). Successivamente, in numerosi studi è stata valutata l’efficacia del trattamento delle lesioni da lichen planus con il solo olio ozonizzato. Da questi articoli emerge che con la nuova terapia non farmacologica si ottiene lo stesso effetto analgesico e rigenerativo delle lesioni, ma in più si ha il vantaggio di non avere effetti avversi e di garantire una guarigione migliore dei tessuti (20). L’olio ozonizzato, infatti, non ha effetti distruttivi o irritativi sui tessuti (23) anzi, dimostra di garantire un migliore stato di salute delle mucose.
La sicurezza dell’ozono è confermata da molteplici studi presenti in letteratura che hanno valutato l’assenza di effetti avversi con trial clinici anche in pazienti immunosoppressi, diabetici e con comorbidità che aggravano la prognosi di una lesione preesistente (22).
Oltre ai numerosi meccanismi d’azione terapeutici dell’olio ozonizzato sopra citati, è importante anche sottolineare che non invasività e sicurezza della terapia con ozono consentono di ridurre ansia e stress nei pazienti e questo favorisce una maggiore risposta al trattamento (3, 7). Difatti, a conferma della teoria di Koray e colleghi secondo cui lo stress sarebbe la principale causa di comparsa di lesioni lichenoidi erosive, pazienti con alti livelli di stress non mostrano significative risposte alle terapie (18).
Non conosciamo per certo la natura del disturbo della paziente del caso da noi trattato. Sappiamo che vi era una correlazione temporale e una manifestazione tipica lichenoide. Possiamo tuttavia confermare che l’ozono può essere usato in totale sicurezza anche per il trattamento di erosioni dove la causa non sia necessariamente di carattere immunologico.

Conclusioni

L’ozono, soprattutto in forma di olio ozonizzato, ha dimostrato spiccate proprietà benefiche sulla salute e sulla rigenerazione dei tessuti lesi, agendo a vari livelli come antinfiammatorio, analgesico, anti-ipossico e antimicrobico ad ampio spettro.
La sua grande efficacia e l’assenza di effetti avversi lo rendono un ottimo sostituto dei corticosteroidi e delle tradizionali terapie farmacologiche nel trattamento delle lesioni erosive simil lichenoidi. Inoltre, l’ozono ha effetti antimicotici e antibatterici simili, e in certi casi maggiori, alla clorexidina, per cui il suo utilizzo può essere esteso a più campi di applicazione.

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Andrea Enrico Borgonovo
Specialista in Chirurgia Maxillo Facciale, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano
Rachele Censi
Specialista in Chirurgia Odontostomatologica, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano
Simone Galbiati
Specialista in Chirurgia Orale, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano
Davide Galluzzo
Odontoiatra, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

La strumentazione piezoelettri …

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Quanto vale la prevenzione dentale in Italia: dalla SIdP i numeri sulle cure mancate

prevenzione dentale

Al congresso nazionale 2024 della SIdP, la Società Italiana di Parodontologia e Implantologia, sono stati discussi i dati dell'ultimo rapporto realizzato dall'European Federation of Periodontology sui costi legati alle cure odontoiatriche. Il gruppo di esperti si è anche concentrato sul valore della prevenzione dentale che, se attuata correttamente, solo in Italia farebbe risparmiare oltre 9 miliardi di euro. Ma soprattutto assicurerebbe una migliore salute orale ai pazienti che oggi, per svariate ragioni, non mettono piede negli studi odontoiatrici.

I costi sanitari a livello globale

Secondo l'European Federation of Periodontology, le cure odontoiatriche rappresentano il 5% delle spese sanitarie globali. Le misure di prevenzione, invece, farebbero risparmiare 544 miliardi in tutto il mondo. Anche in Italia ci sono ampi margini di miglioramento, considerando che nel nostro Paese il costo medio pro capite nel lungo termine è di oltre 18mila euro, per la cura di carie o malattie parodontali evitabili.

L'Italia, a metà strada tra Gran Bretagna e Indonesia

Il rapporto dell’European Federation of Periodontology ha calcolato i costi a lungo termine legati direttamente alla cura delle carie e delle malattie gengivali in individui dai 6 ai 65 anni in Brasile, Francia, Italia, Germania, Indonesia e Gran Bretagna. I  costi, rapportati alla dimensione della popolazione, variano dai 9 miliardi di euro in Italia ai 35 miliardi in Brasile. Il costo più alto per persona è stato stimato nel Regno Unito, con 22mila euro per cittadino, mentre il più basso si registra in Indonesia, con 6mila euro.

Perché gli italiani disertano gli studi odontoiatrici

Gli italiani, secondo l'indagine promossa dall'European Federation of Periodontology, temono il dentista, con il 64% che prova paura. I principali timori includono il disagio per la posizione e i rumori degli strumenti. Solo il 28% si sottopone regolarmente a controlli dentali, mentre il 40% si rivolge al dentista solo quando ha sintomi evidenti. Inoltre, il 49% ha più paura di sedersi alla poltrona del dentista che di bisturi e siringhe (29%) o di togliere un neo (15%).

Le raccomandazioni della SIdP

Gli italiani dunque hanno ancora paura del dentista e se possono evitano le visite. D’altro canto c’è anche una diffusa fiducia nei professionisti. «Il 30% degli italiani ne apprezza la preparazione e il calore umano», sottolinea Francesco Cairo, presidente della SIdP, «fattori che aiutano ad affrontare con maggior serenità la seduta. È perciò fondamentale diffondere sempre di più la cultura della prevenzione e l’importanza di cure di qualità. Per far sì che sempre più persone possano mantenere il loro sorriso senza dover spendere una fortuna».

Annamaria Genovesi: migliorare insieme la salute orale

Annamaria Genovesi

La buona intesa tra Odontoiatra e Igienista dentale e la condivisione dei percorsi terapeutici sono due elementi di cruciale importanza per accompagnare i pazienti al successo terapeutico e al mantenimento del benessere a lungo termine. Un risultato che, secondo la professoressa Annamaria Genovesi, oggi è possibile raggiungere attraverso una comunicazione efficace e un approccio personalizzato e il più possibile mini-invasivo, che possa trasformarsi in terapia pro-attiva.

Quanto conta la fattiva collaborazione tra odontoiatra e igienista dentale per il successo terapeutico? In quali casi si rivela più efficace? E quali sono, a suo avviso, gli ostacoli ancora da superare?
Annamaria Genovesi
Annamaria Genovesi

Secondo il recente studio di Hamasaki, la soddisfazione del paziente è direttamente proporzionale al grado d’intesa tra igienista e odontoiatra. Quindi la fattiva collaborazione e la comunicazione interprofessionale possono modificare l’outcome del paziente.
Siamo agli albori di una nuova era, in cui la promozione della salute sarà più importante della riduzione della malattia; per questo motivo, l’igienista e l’odontoiatra devono condividere i percorsi diagnostico-terapeutici.
In ambito sanitario comunicare significa instaurare una relazione con il paziente: la relazione di aiuto. Pertanto, l’acquisizione di competenze comunicativo-relazionali dovrebbe far parte del percorso di crescita tanto dell’odontoiatra quanto dell’igienista.
Purtroppo, oggi l’approccio al paziente è radicalmente cambiato. La parcellizzazione specialistica, che ha coinvolto anche lo studio odontoiatrico, ha disgregato la relazione tra sanitario e paziente, rendendo difficile la comunicazione.
L’Igienista dentale sta assumendo un ruolo molto importante nella primissima valutazione e non solo da un punto di vista della salute orale. Attraverso la comunicazione accompagna il paziente, inteso come essere umano, verso il raggiungimento di un equilibrio psico-fisico.

Quale contributo professionale può fornire l’igienista per la prevenzione delle patologie orali e delle patologie sistemiche correlate?

La necessità dell’igienista dentale di confrontarsi almeno due volte l’anno con tutti i pazienti fa di questa figura uno dei professionisti sanitari che sviluppa e mantiene un rapporto costante con loro. Le peculiarità di questo rapporto dovrebbero essere sfruttate per veicolare qualunque tipo di informazione tesa alla prevenzione e contribuire a identificare precocemente tutte le patologie del cavo orale, così da avviarle a corretti percorsi diagnostici. La correlazione tra salute orale e sistemica ha aperto le porte a una nuova odontoiatria, connessa e multidisciplinare. Il buon esito clinico è inteso, oggi, come il raggiungimento di un benessere non solo a livello orale, ma anche a livello sistemico, psicologico e sociale.

Come è possibile, nella breve durata di una visita o di un trattamento, riuscire a instaurare una comunicazione proficua con il paziente per sensibilizzarlo sulla prevenzione?

La seduta più importante di un piano di trattamento di igiene orale è quella dedicata all’educazione, alla motivazione e alla guida del paziente. Il tempo dedicato può durare fino a 60 minuti e il compito dell’igienista è quello di trasmettere al paziente le conoscenze su come mantenere la salute orale per tutta la vita, spiegando in modo semplice e personale quali sono gli apparecchi e le procedure più adatti alla sua situazione orale. Questo compito è tutt’altro che semplice ma, se non altro, è l’esempio più significativo della terapia pro-attiva; il paziente viene messo al centro del dialogo e diventa parte protagonista del percorso terapeutico. L’attribuzione di responsabilità genera un cambiamento comportamentale positivo, che auspicabilmente porterà a un regime di prevenzione e mantenimento della salute orale a lungo termine.

Quali sono le innovazioni più promettenti in grado di consentire una migliore gestione delle patologie orali e parodontali?

Gli approcci terapeutici invasivi e le tecniche aggressive, con l’impiego di antisettici per lunghi periodi, si sono dimostrati negativi perché non rispettano la peculiarità del microbiota orale, compromettendo la resilienza del paziente a future invasioni. il nuovo approccio clinico è caratterizzato dalla mini-invasività, ed è più facile essere mini-invasivi quando abbiamo a nostra disposizione tecnologie da poter utilizzare con coscienza. Non va però confusa la mini-invasività con l’insolvenza terapeutica (“il medico pietoso fa la piaga purulenta”, dice il proverbio). Essere mini-invasivi significa scegliere l’approccio più economico e intelligente che, a parità di efficacia, porti alla risoluzione del disturbo. Le nostre terapie sono funzionali, vale a dire devono velocemente riportare il paziente verso uno stato di omeostasi funzionale (no dolore, no sanguinamento, fiducia nella masticazione e nell’igiene quotidiana, conoscenza della propria bocca). In tal senso, non dobbiamo illuderci che la tecnologia possa colmare qualsiasi vuoto. Dobbiamo sempre interporre il nostro giudizio critico per capire quale strumento è più adatto in una particolare situazione clinica senza sposare acriticamente questo o quel protocollo. La tecnologia, quindi, va vista nell’ottica di qualcosa che ci aiuta nella riduzione dei costi biologici, umani, economici e dei tempi di trattamento, amplificando i nostri risultati, ottimizzando la performance delle terapie e portandoci a un livello di eccellenza professionale diverso.

Da anni si parla di coinvolgere maggiormente l’igienista dentale all’interno delle strutture pubbliche. Perché è ancora così difficile?

Vista la rilevante incidenza di patologie odontoiatriche e la correlazione tra salute orale e salute generale nelle strutture pubbliche, la presenza dell’igienista dentale sarebbe indispensabile e di grande rilevanza sociale. Purtroppo, lo stato della sanità pubblica, la preponderanza numerica e di potere dei ruoli amministrativi su quelli sanitari crea i presupposti per questa drammatica carenza.
Il ruolo dell’igienista non solo potrebbe contribuire a un miglioramento della sanità pubblica, ma sono convinta che inciderebbe in modo significativo sui costi. L’Istituto Stomatologico Toscano, nel suo percorso all’interno delle strutture pubbliche, aveva sviluppato progetti che si erano posti all’attenzione internazionale, sia per il ruolo dell’igiene dentale nel mantenimento del paziente diabetico sia nel mantenimento igienico dei pazienti con gravi lesioni cerebrali. La presenza e il ruolo dell’igienista dentale è fondamentale non solo per una azione professionale diretta, ma anche per la formazione e l’integrazione con i care giver, quali gli infermieri e i parenti dei pazienti. Purtroppo, queste proposte si sono impantanate nei meandri della burocrazia.

Quali sono, secondo lei, le condizioni ancora da migliorare nella sua professione?

Il problema più impellente e serio è a mio giudizio il ridotto numero di igienisti dentali. Come ho sottolineato, le funzioni dell’igienista dentale sono vaste e variegate, dal pubblico al privato. La mancanza di igienisti dentali rende impossibile realizzare programmi di prevenzione su vasta scala e, questo è un problema emergente, crea i presupposti per giustificare talune espressioni di abusivismo professionale. Sul piano internazionale si calcola un fabbisogno di dieci igienisti per ogni dentista. Questo dato evidenzia la drammatica carenza di professionisti dell’Igiene dentale che caratterizza il nostro Paese.

Annamaria Genovesi

Dottore in Igiene dentale e in Scienza delle Professioni Sanitarie, già professore di 1° fascia all’Università G. Marconi di Roma nonché coordinatrice dei programmi estivi post graduate per Igienisti Dentali Italiani presso la State University of New York at Buffalo (dal 1996/2016). Ad oggi docente presso i corsi di laurea di Igiene dentale dell’Università di Pavia e dell’Università Vita-Salute S. Raffaele. Responsabile del reparto di Igiene Orale presso l’Istituto Stomatologico Toscano e Direttrice dei Masters di I livello in convenzione con UniCamillus. È past president AIDI e SISIO, relatrice a Convegni nazionali e internazionali, autrice e coautore di pubblicazioni e libri sulla prevenzione, ha ricevuto molti premi di Ricerca, tra cui: Premio internazionale Oral B 2001, premio Glaxo 2003, Premio Iodosan 2003, “Sunstar World Dental Hygienist Award 2010” della IFDH, “Oral Health Research Award 2014” della IIADR.

Ipersensibilità dentinale: problema minore o patologia cronica?

ipersensibilità dentinale

Ipersensibilità dentinale: che cos'è e come si manifesta

La ipersensibilità dentinale, nota anche come sensibilità dentale, si riscontra sempre più spesso nella pratica clinica. È descritta dai pazienti come un dolore acuto e di breve durata che si genera in risposta a stimoli tattili, termici, evaporativi, chimici o osmotici. Tale dolore non può essere attribuito ad alcuna patologia o difetto del dente e insorge in risposta a uno stimolo di per sé non nocivo, per poi scomparire dopo la rimozione dello stesso.

Le cause della ipersensibilità dentinale

Condizione necessaria alla comparsa di ipersensibilità dentinale è che la dentina perda la sua protezione, ossia che lo smalto vada perso e/o che la gengiva si retragga, con conseguente esposizione della dentina radicolare. Lesioni cervicali non cariose dello smalto (erosioni, abrasioni, attriti e abfrazioni) e recessioni gengivali, in molti casi favorite da malattia parodontale, sono le cause più comuni di esposizione dentinale. Pur essendo piuttosto diffusa, l’ipersensibilità dentinale, più comune nel sesso femminile e nei soggetti adulti di età compresa tra 20 e 50 anni, spesso ancora oggi viene sminuita e trattata come un disturbo minore da molti professionisti del settore dentale.

 

Stai rispettando 'la sensibilità' dei tuoi pazienti?

Sai comprendere il forte impatto emotivo che la ipersensibilità dentinale ha sulla qualità di vita dei pazienti? Il giusto approccio consente di migliorare la relazione di cura e di diventare la figura chiave del loro ritrovato benessere, il dentista a cui rivolgersi con fiducia.

 

Ipersensibilità dentinale: problema minore o patologia cronica?

Trattandosi appunto di un disturbo molto comune, pazienti e dentisti vedono spesso l’ID come un problema di salute orale poco importante, se non perfino trascurabile. Eppure, questa condizione può trasformarsi in una patologia cronica e condizionare in senso sempre più negativo le abitudini quotidiane e la vita sociale dei pazienti. La ID può infatti modificare il loro comportamento, limitarne le abitudini alimentari, spingerli ad apportare modifiche nella vita di tutti i giorni e influenzare le interazioni sociali, oltre ad avere un impatto emotivo e sull’identità personale. Senza contare che la sensazione di disagio può spingere i pazienti a peggiorare la propria igiene orale evitando le accurate e complete manovre di spazzolamento dei denti o perfino rimandando i regolari controlli dal dentista per il timore di percepire dolore.
Queste autolimitazioni rappresentano un problema rilevante soprattutto nei pazienti affetti da malattia parodontale, per i quali la corretta igiene domiciliare e i trattamenti professionali sono invece step fondamentali per il mantenimento e la guarigione.

• L’80% dei pazienti evita il contatto del cibo sugli elementi dentari interessati dalla patologia con riduzione del piacere di mangiare;
• Il 70% dichiara di provare maggiore dolore durante la visita dentistica;
• Il 55% cambia la tecnica di spazzolamento per prevenire il sintomo durante l’igiene orale domiciliare;
• Il 45% non si sente in salute, sviluppando un sentimento di frustrazione e fastidio.

Comprendere l’ipersensibilità dentinale e identificare i fattori che determinano il successo del suo trattamento rappresentano elementi essenziali per ottenere il miglioramento sia della salute orale sia del benessere generale dei pazienti che ne sono affetti. Le misure adottate per farvi fronte possono, infatti, influire positivamente sulla vita quotidiana di chi ne è colpito, anche in caso di sintomi lievi.

 

Gli step per una diagnosi corretta

L’odontoiatra o l’igienista dentale sono figure chiavi nella prevenzione e nel trattamento della patologia. La diagnosi di ID è però molto soggettiva e difficile da eseguire, nonostante le molteplici linee guida proposte e reperibili anche on line.La difficoltà nella diagnosi è dovuta in parte alle numerose patologie dentali che presentano sintomi simili.
La diagnosi viene quindi posta per esclusione e, più precisamente, solo quando segni e sintomi presenti non possono essere attribuiti ad altre patologie. L’esame del cavo orale, test specifici e una relazione volta all’ascolto consentono al clinico di comprendere il disagio del paziente, di quantificare l’intensità̀ del dolore e di individuare i fattori causali alla base della ipersensibilità̀ dentinale. Una corretta gestione della ID non solo risolve il problema che il paziente lamenta, ma, traguardo ancora più importante, migliora notevolmente gli aspetti fisico e psicosociale delle loro vite.

Soluzioni terapeutiche semplici e rapide

Prendersi cura della ipersensibilità dentinale del proprio paziente, senza sottovalutarla
e offrendo un valido supporto, migliorerà la relazione medico/paziente e la fiducia, trasformano il professionista del settore dentale in un punto di riferimento importante, a cui continuare a rivolgersi anche in futuro.
La soluzione terapeutica dovrà essere scelta tenendo ben presenti le caratteristiche del paziente, che dovrà essere valutato in base al suo desiderio di migliorare la propria salute e alla sua motivazione a raggiungere gli obiettivi del trattamento.
Affinché il piano terapeutico abbia successo è necessario da un lato rimuovere o modificare i fattori di rischio della patologia e dall’altro somministrare trattamenti professionali e/o domiciliari desensibilizzanti.
L’utilizzo quotidiano di prodotti per l’igiene orale specifici per contrastare la sensibilità dentinale può migliorare la sintomatologia fin dalle prime applicazioni, riducendo l’influenza della ID sulla quotidianità dei pazienti e migliorando il loro benessere fisico e psicologico.

Stai rispettando 'la sensibilità' dei tuoi pazienti?

Sai comprendere il forte impatto emotivo che la ipersensibilità dentinale ha sulla qualità di vita dei pazienti? Il giusto approccio consente di migliorare la relazione di cura e di diventare la figura chiave del loro ritrovato benessere, il dentista a cui rivolgersi con fiducia.

 

 

 

 

5 minuti con Franco Brenna

Franco Brenna

Intarsi e faccette, scopriamo insieme perché questi trattamenti protesici sono sempre più richiesti (e proposti) nello studio dentistico.

Luigi Paglia, direttore scientifico de Il Dentista Moderno

Gli intarsi offrono numerosi vantaggi che vanno ben oltre la maggior preservazione del tessuto dentale sano. Tra questi, possiamo elencare il tempo di esecuzione ridotto rispetto alla protesi tradizionale e la possibilità di intervenire anche in casi più complessi, come i ripristini della dimensione verticale, con un approccio completamente adesivo e reversibile. Quando realizzati in composito, presentano poi costi di laboratorio inferiori, così da essere anche economicamente più affrontabili da un maggior numero di pazienti.
Cambiando forma e colore ai denti, le faccette riescono a migliorare l’aspetto del sorriso anche quando ci troviamo in presenza di denti leggermente disallineati senza richiedere trattamenti ortodontici o protesici più invasivi.
Per evitare alcune “trappole” di questo trattamento, non fatevi sfuggire le sette risposte di Franco Brenna. Tempo richiesto: 5 minuti!

Quando è indicato effettuare restauri indiretti e quando, invece, è possibile restaurare gli elementi posteriori direttamente in modo predicibile?

Sebbene per un clinico esperto il risultato estetico e funzionale sia sostanzialmente sovrapponibile, è preferibile effettuare restauri indiretti quando si vuole semplificare la gestione dei punti di contatto (soprattutto se molto ampi) e quando mancano una o più cuspidi dell’elemento da recuperare. La maggiore predicibilità e semplicità dei restauri indiretti (anche se non sempre è così!) hanno come contraltare un costo maggiore e la necessità di preparazioni leggermente più estese.

Quando è indicata una corona protesica piuttosto che un intarsio o una faccetta?

Oggi si tende sempre meno a impiegare le corone protesiche nel restauro del dente singolo rispetto a un intarsio o a una faccetta, soprattutto per motivi biologici (nella preparazione si risparmia molto tessuto), perché negli ultimi anni l’adesione ai substrati sottostanti è comunque migliorata in maniera vertiginosa, e anche per motivi di costi.

È indicato negli elementi devitalizzati che restauriamo con intarsi effettuare ricostruzioni con ritenzioni endocanalari?

Anche su questo punto stanno cadendo molti diktat del passato. I principi della Green Dentistry hanno spostato il clinico verso scelte orientate al risparmio di tessuto dentale, anche grazie alle sempre maggiori “sicurezze adesive”. Se per ritenzioni endocanalari in elementi restaurati con intarsi intendiamo la endocrown, direi che questa possa essere ritenuta una nuova frontiera da superare con certezza, dimostrandosi una scelta già ricca di evidenze scientifico-cliniche. L’unico problema che ritengo di difficile superamento è l’eventuale riaccessibilità endodontica in elementi restaurati con endocrown adesive realizzate con materiali estremamente tenaci e difficili da aggredire con le comuni frese.

Quali sono gli elementi che ci indirizzano nella scelta del materiale, composito o ceramico, per gli intarsi e per le faccette?

Potrei rispondere con una certa sicurezza: le forze occlusali, dove chiaramente mi riferisco ai settori laterali e posteriori della bocca. Oggi assistiamo sempre più pazienti con problemi disfunzionali evidenti, penso in particolar modo ai bruxisti, e anche a insorgenza precoce (come negli esiti dei Disturbi del Comportamento Alimentare) fino ad arrivare ai pazienti che presentano un marcato invecchiamento degli elementi dentari e che spesso richiedono interventi non eccessivamente invasivi nelle accezioni più complete (biologiche ed economiche).
I materiali compositi possono essere oggi considerati come validissimi sussidi all’odontoiatria restaurativa rispetto ad alternative protesiche troppo rigide o troppo economicamente impegnative. Per le preparazioni parziali (faccette) nel settore anteriore, disilicato di litio e ceramica feldspatica in tutte le loro varianti e possibilità di impiego rimangono sempre il gold standard.

È possibile riparare direttamente con composito i restauri indiretti in ceramica in caso di chipping o piccole fratture? Con quali accorgimenti?

Sì, è possibile pur rimanendo questo sempre un approccio di compromesso. Sistemi composito-adesivi, anche appositamente studiati per queste evenienze e impiegati sotto stretto controllo del campo operatorio, trovano il loro campo di impiego. Bisognerebbe però valutare bene a monte il perché del chipping ceramico (scarso controllo delle forze?) così da dover ricorrere a queste procedure solo in caso di “emergenza”.

Quale tecnica adesiva è più indicata per la cementazione dei restauri? I cementi duali sono una valida alternativa all’utilizzo dei compositi fotopolimerizzabili?

Non esiste la tecnica di cementazione adesiva “quattro stagioni”. Supporti, qualità della dentina residua, differenti tipi di materiali da cementare e da condizionare, diverse combinazioni di forze occlusali, competenza e conoscenza delle tecniche adesive sia dal punto di vista scientifico che clinico, e senz’altro altri fattori che dimentico, sono in grado di far variare una scelta. Per ciò che mi riguarda non impiego cementi adesivi duali se non, raramente, nei casi in cui la luce fotopolimerizzatrice (importantissima arma in mano del clinico) non possa arrivare a colpire il profondo dove voler ottenere adesione come, ad esempio, nella cementazione dei perni endocanalari. Per la restante parte delle cementazioni adesive preferisco affidarmi a materiali che mi permettano il perfetto controllo dei tempi di polimerizzazione, che devono essere decretati dall’operatore. Possono essere compositi scorrevoli a viscosità differenti che preferisco ai compositi già caricati, da surriscaldare empiricamente per ottenere la fluidità (soggettiva) necessaria.

Tecniche digitali, a che punto siamo?

Siamo al punto in cui noi odontoiatri dobbiamo imparare maggiormente dal mondo odontotecnico. Gli odontotecnici hanno scelto la via digitale molto prima di noi e l’hanno saputa affinare per velocizzare il loro flusso di lavoro, sempre alla ricerca di maggiori standard qualitativi. È finito il tempo dell’oro, e io dico “Purtroppo!”. Tuttavia, ricerca, scienza dei materiali e industria stanno lavorando in senso digitale. Rimangono poche e poco seguite le vie analogiche e spero che in tempi brevi il flusso digitale possa essere sempre più proposto, studiato e applicato per rendere la nostra professione maggiormente qualitativa, contenendo tempi di realizzo e costi di produzione.
Il futuro? Dopo le scansioni, le telecamere, gli scanner, i CAD/CAM e i fresatori sarà presto il momento delle stampanti di nuova generazione, e allora sì che ne vedremo tante di cose interessanti.

 

CURASEPT, da oltre 20 anni accanto ai professionisti del dentale per migliorare la salute orale

CURASEPT

Il ruolo dei professionisti del dentale è di importanza fondamentale per la cura del cavo orale e, di conseguenza, per il benessere globale della persona. Dal 2001, anno della sua fondazione, CURASEPT è accanto a odontoiatri e igienisti dentali per contribuire a valorizzare il loro ruolo centrale nella cura e nella prevenzione delle patologie del cavo orale. Che si tratti di migliorare l’igiene orale nei pazienti sani o di fornire coadiuvanti e ausili efficaci per consolidare nel tempo i risultati dei trattamenti svolti nello studio odontoiatrico, CURASEPT è in grado di supportare gli specialisti con una vasta gamma di possibilità, adatte a tutte le tipologie di pazienti.

 

Una soluzione per ogni esigenza di igiene orale

Prevenzione primaria e secondaria, trattamento e mantenimento della salute orale: sono questi i principali ambiti nei quali CURASEPT mette a disposizione di pazienti e professionisti la propria esperienza.
Da sempre la sua missione è rispondere alle principali problematiche del cavo orale, di bambini e adulti, con soluzioni immediate e strumenti efficaci per una corretta prevenzione e cura dentale, sia a livello professionale sia domiciliare. Un obiettivo reso possibile grazie alla formulazione di prodotti funzionali di alta qualità dedicati all’igiene orale chimica e meccanica e di strumenti innovativi formulati per rispondere alle molteplici e diverse esigenze di cura e prevenzione, premessa di benessere dell’intero organismo.

 

Sostanze funzionali dall’efficacia comprovata

Qualità, ricerca, innovazione e sostenibilità: sono questi i valori che in vent’anni hanno permesso a CURASEPT di affermarsi come leader di mercato. Tra i principali ingredienti funzionali che hanno contribuito a rendere CURASEPT un solido punto di riferimento per la salute orale vi sono:

  • Clorexidina, ancora oggi il gold standard in ambito odontoiatrico per la sua azione antiplacca, spesso associata ad altre sostanze per esercitare un effetto lenitivo, rigenerante, astringente e protettivo;
  • ADS (Anti Discoloration System) interferisce con i principali meccanismi della pigmentazione indotta dall’uso prolungato di prodotti a base di Clorexidina digluconato, diminuendone drasticamente l’incidenza e l’entità e aumentando così la compliance del paziente;
  • DNA, ingrediente estraibile da diverse fonti organiche, animali e vegetali. Le sue proprietà̀ risiedono nell’attività̀ antinfiammatoria e nella capacità di stimolare meccanismi biologici che portano alla riparazione dei tessuti;
  • Oli essenziali, che potenziano le naturali difese orali contrastando l’azione dei microrganismi della placca;
  • HAP Idrossiapatite, che combina tre sostanze in grado di rigenerare e remineralizzare lo smalto e la dentina. La loro applicazione aumenta la resistenza alla carie, inibisce la formazione della placca batterica e riduce la sintomatologia della sensibilità dentinale.

 

Materiali educativi a supporto di pazienti e professionisti

Grazie a costanti investimenti nella comunicazione, CURASEPT persegue da una parte l’obiettivo di educare e informare i pazienti sulla centralità dell’igiene orale per la propria salute generale, dall’altra, con una ricca produzione di materiali divulgativi e scientifici (video, whitepaper, articoli, ecc.), consente ai professionisti del settore odontoiatrico di accrescere il proprio bagaglio di competenze e integrare le conoscenze utili al proprio sviluppo professionale.

Per scoprire l’apporto alla divulgazione scientifica fornito, è possibile consultare l’area riservata ai professionisti dell’odontoiatria alla voce "Contenuti Extra” presente sul web.

Per formare i giovani professionisti del domani, infine, CURASEPT organizza incontri e iniziative nelle principali università italiane, coinvolgendo studenti e specializzandi ma anche specialisti del settore dentale che fanno la differenza in ambito formativo e che quotidianamente si relazionano con la realtà universitaria, la ricerca e le sfide del post-laurea. Un esempio è il recente progetto CURASEPT 4 Students.

 

Il mondo CURASEPT ti aspetta a Expodental Meeting 2024

Puoi scoprire tutti i servizi e i prodotti offerti da CURASEPT a Expodental Meeting, la più importante manifestazione del settore dentale, che si svolgerà presso la Fiera di Rimini dal 16 al 18 maggio. Queste le coordinate: padiglione C3 stand 40

Collutori, dentifrici, gel, fili interdentali, integratori, mousse, sbiancanti, scovolini, spazzolini, spray. Quando c’è bisogno di protezione oppure serve una soluzione immediata, CURASEPT è in grado di fornire il proprio apporto con il prodotto più adatto grazie alla sua gamma di soluzioni vasta e differenziata.

 

 

 

MIH: quanto ne sappiamo davvero?

MIH ipomineralizzazione

L’MIH, cioè l’ipomineralizzazione dei molari e degli incisivi, è una patologia pediatrica poco nota al dentista generico, che invece potrebbe fare molto per intercettarla precocemente e porvi rimedio, come suggerisce un nuovo studio dell’Università di Alessandria d’Egitto coadiuvato dall'Università degli Studi dell'Aquila e sostenuto dalla SIOI

MIH ipomineralizzazione
Sara Arcari, Odontoiatra che si occupa esclusivamente di Odontoiatria pediatrica e Ortodonzia intercettiva e dal 2009 è membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Odontoiatria Infantile (SIOI)

«Un recente studio stima che nel mondo ci siano 17,5 milioni di nuovi casi all’anno di MIH (Molar Incisor Hypomineralization), con una prevalenza media del 13,1% – 14,2%, e variazioni che vanno dal 2,4% a oltre il 40,2%». A dirlo è Sara Arcari, odontoiatra che tra Crema e Milano si occupa esclusivamente di Odontoiatria pediatrica e Ortodonzia intercettiva, dal 2009 membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Odontoiatria Infantile (SIOI), per la quale cura le relazioni internazionali. L’ipomineralizzazione di molari e incisivi (MIH) è una condizione clinica nella quale si osservano difetti morfologici dello smalto nei molari e negli incisivi che va riconosciuta e trattata tempestivamente per proteggere i denti che ne sono colpiti.
«È stato riscontrato che i bambini affetti da MIH entro l’età di 9 anni sono sottoposti a trattamento odontoiatrico 10 volte in più rispetto ai bambini che non presentano MIH, con un aumento considerevole di ansia odontoiatrica e problemi di gestione del comportamento», spiega Arcari. «Si attesta quindi il ruolo sempre più importante dell’MIH nella pratica clinica odontoiatrica, dato il significativo impatto sulla salute orale e sulla qualità di vita dei piccoli pazienti che presentano la patologia. Tuttavia, esistono fattori non definiti e misconosciuti, sia riguardo all’eziologia - che appare multifattoriale - sia rispetto alla diagnosi e al trattamento: la MIH è quindi una delle maggiori sfide attuali per gli odontoiatri».
Di qui l’idea della SIOI di sposare e promuovere uno studio globale riguardante la MIH, nato in seno all’Università di Alessandria d’Egitto e in Italia coadiuvato dall’Università degli Studi dell’Aquila. «Il titolo definisce lo scopo dell’indagine: attestare la conoscenza globale, la percezione, l’attitudine e l’esperienza clinica di odontoiatri pediatrici, endodontisti e odontoiatri generali riguardante la MIH tramite un’indagine multinazionale. Si tratta di uno studio osservazionale, trasversale e comparativo, basato su una survey distribuita ai diversi Paesi via web che si propone di definire lo stato della conoscenza attuale, le metodologie nella diagnosi, nonché le varie modalità di trattamento e le strategie attitudinali dei professionisti clinici di ogni singolo Paese coinvolto nella ricerca».
I sondaggi, provenienti da tutti i Paesi, saranno quindi raccolti via web. Poi, fa sapere Arcari, si procederà ad eseguire un’analisi statistica comparativa dei risultati, con la pubblicazione dei dati ottenuti.
«Per consentire anche all’Italia di prendere parte alla ricerca scientifica, in modo che il nostro Paese possa esprimere il proprio autorevole contributo, è fondamentale la compilazione del questionario - in forma anonima- che richiede circa 10 -12 minuti. Invito quindi tutti i colleghi a farlo e a nome della SIOI ringrazio sin d’ora chi offrirà un po’ del proprio tempo per partecipare a questa importante indagine globale».

Partecipa subito allo studio globale sull'MIH

Il tuo contributo consentirà di arricchire uno studio globale, nato in seno all’Università di Alessandria d’Egitto e in Italia coadiuvato dall’Università degli Studi dell’Aquila.

 

I pediatri di libera scelta, il punto debole della catena

MIH ipomineralizzazione
Odontoiatra libera professionista a Forlì con pratica esclusiva in Odontoiatria infantile

Secondo Isabella Gozzi, odontoiatra libera professionista a Forlì, con pratica esclusiva in Odontoiatria infantile e ortodonzia, l’MIH è una patologia ancora poco conosciuta, soprattutto per il dentista generico che non ha “confidenza“ con l’odontoiatria pediatrica, sebbene questa patologia abbia un’incidenza del 12-14% , come si evidenzia da due recenti revisioni sistematiche (8,1-21,1% Zhao et al 2018 ; Dave and al Talor 2018 e 1,7-14,3% Schwendicke et al. 2018). Questa mancanza di consapevolezza può portare a confondere i segni della MIH con la semplice carie, causando diagnosi tardive e facendo perdere così l’opportunità di trattare tempestivamente la patologia. «Prima del 2010, la diagnosi della MIH nei denti decidui non era comune tra gli odontoiatri», spiega Gozzi, «ma ora è cruciale individuare precocemente il problema, non soltanto su primi molari permanenti e incisivi, ma anche sui secondi molari, i primi premolari e i canini permanenti.
Riconoscere immediatamente la patologia consente non solo di affrontarla tempestivamente, ma anche di prepararsi al coinvolgimento dei denti permanenti, poiché la MIH è una malattia multi-fattoriale in cui la componente genetica ed epigenetica interagiscono tra di loro. Si è evidenziata un’associazione tra quadri di ipomineralizzazione sui denti decidui (HSPM, HPC) e le MIH: i bambini con tali situazioni hanno una probabilità sei volte maggiore di sviluppare l’MIH, come dimostrato dallo studio pubblicato sul Journal of Dentistry, nel maggio 2018, da Elsa Garot dell’Università di Bordeaux».
Questa associazione offre all’odontoiatra la possibilità di una diagnosi precoce.
Secondo la dottoressa Gozzi, infatti, sarebbe opportuno coinvolgere anche i pediatri di libera scelta per far conoscere loro le MIH. «Questo sarebbe importante in quanto tutti i bambini in Italia hanno un pediatra di riferimento, ma non tutti i bambini hanno un odontoiatra pediatrico che li possa seguire in modo adeguato. Il pediatra potrebbe segnalare ai genitori che alcuni denti hanno un colore diverso dal solito e sappiamo bene quanto sia importante, nelle forme lievi di MIH, una corretta alimentazione in abbinamento a un’igiene impeccabile per evitare che queste forme possano degenerare.

La diagnosi di MIH si basa sull’identificazione di criteri diagnostici, elaborati dall’EAPD (European Academy of Paediatric Dentistry), che tutti gli odontoiatri pediatrici dovrebbero conoscere: i denti coinvolti, le opacità delimitate (di queste si prendono in considerazione il colore, le dimensioni, la forma e la localizzazione), i crolli strutturali post-eruttivi (PEB), la sensibilità (spontanea o provocata a seconda dei casi), la presenza di restauri atipici e, infine, le estrazioni». La sensibilità dei denti colpiti dall’ipomineralizzazione è un segno importante e quando diventa marcata può indicare un problema grave che spesso si traduce in crolli strutturali post-eruttivi, situazione che richiede cure immediate. I processi di ipomineralizzazione del dente, in generale, modificano la normale struttura dello smalto che perde la sua naturale translucenza, la bassa conducibilità termica e la resistenza alla pressione.
«Durante la prima visita, in caso di crollo strutturale (PEB) di un elemento dentario con MIH, è consigliabile applicare un CVI (cemento vetroionomerico) bioattivo sulla parte del dente, come trattamento a medio termine, in attesa di un trattamento definitivo; è bene suggerire al paziente l’uso domiciliare di prodotti caseinati e gel al fluoro tre volte al giorno, insieme con corretti stili di vita; nel successivo appuntamento, è necessario eseguire una seduta di igiene, durante la quale applicare il fluoro e verificare la riduzione della sensibilità causata dall’uso domiciliare dei prodotti consigliati; nella seduta seguente, si può eseguire il trattamento conservativo, valutando anche l’efficacia dell’anestesia tramite l’applicazione di un pellet imbevuto di cloruro di etile. Tra una seduta e l’altra è consigliabile attendere almeno due settimane, per permettere ai prodotti mineralizzanti di svolgere il loro effetto».

Verso un approccio standardizzato

MIH ipomineralizzazione
Milena Cadenaro, Professore ordinario di malattie odontostomatologiche presso il Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e della Salute dell’Università degli Studi di Trieste

«L’MIH è una patologia che è stata inquadrata in un’epoca relativamente recente», dice Milena Cadenaro, professore ordinario di malattie odontostomatologiche presso il Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e della Salute dell’Università degli Studi di Trieste, dove è Coordinatore del Corso di Laurea Magistrale in Odontoiatria e Protesi Dentaria, Direttore della Scuola di Specializzazione in Odontoiatria Pediatrica e della S.C. di Odontostomatologia Pediatrica dell’IRCSS Materno-Infantile Burlo Garofolo. «La definizione che ha trovato maggior riscontro è quella proposta nel 2003 dall’European Academy of Paediatric Dentistry (EAPD). Tuttavia, se sulla definizione c’è stato consenso unanime, sull’eziologia della malattia, in effetti, le cose sono più complicate, sebbene ormai tutti concordino sull’esistenza di una componente genetica, se pensiamo che sovente le lesioni presenti sui secondi molari decidui preludono allo sviluppo della malattia nei denti permanenti. Tra gli altri fattori associati, non ancora ben chiariti né definiti, ci sono le infezioni della prima infanzia, gli antibiotici e più recentemente la carenza di vitamina D.
Di sicuro, l’MIH è una patologia che ha un grosso impatto sulla qualità della vita del paziente, per la spiccata sensibilità dentale che genera e che va a influenzare la possibilità di avere una corretta igiene orale, il che, su un substrato già di per sé ipomineralizzato, favorisce lo sviluppo della carie».
Secondo quanto riportato in letteratura, ma anche dall’esperienza clinica raccolta sul campo, fa sapere Cadenaro, la patologia sembrerebbe in crescita. «Rispetto a una rilevazione effettuata presso la nostra Clinica, a Trieste, nel 2014, che aveva evidenziato una prevalenza della malattia pari al 3%, nei bambini sottoposti a screening, nell’ultima rilevazione, iniziata nel 2021 e ancora in corso, abbiamo registrato un aumento con valori che sono intorno al 12%».
Il dato può essere letto in diversi modi, chiarisce Cadenaro, e non necessariamente come crescita della patologia, ma ad esempio come maggior capacità diagnostica degli odontoiatri, segno anche di una maggior sensibilità al tema della salute orale da parte dei genitori dei piccoli pazienti.
«Non per niente nei Paesi del Nord Europa, dove la cultura della prevenzione è maggiormente sviluppata, la prevalenza di questa malattia è più alta rispetto ai Paesi del Sud Europa. Il dato è stato interpretato da alcuni anche come una conferma del ruolo che avrebbe la carenza di vitamina D, causata da una minor esposizione ai raggi solari, che nei Paesi del Nord è meno intensa, nello sviluppo della malattia».
Ad oggi, fa notare Cadenaro, non esistono studi epidemiologici standardizzati sull’MIH, di cui invece ci sarebbe grande bisogno. «Mi piacerebbe molto realizzare una ricerca in grado di descrivere oggettivamente il fenomeno, perché in questo ambito il rischio di bias oggi è davvero alto, sia sotto il profilo diagnostico, sia rispetto alle terapie disponibili. Purtroppo, gli odontoiatri non sempre riescono a intercettare la patologia che è del tutto sconosciuta ad alcuni o sottostimata anche dai pediatri, gli altri professionisti sanitari che andrebbero coinvolti per affrontare il problema della salute orale del bambino in modo più sistematico, anche rispetto al tema, spesso sottovalutato, della carie nella prima infanzia.
Le cose però stanno via via migliorando, perché, per esempio, lo scorso anno, grazie ad un’iniziativa messa in campo dalla professoressa Alessandra Majorana dell’Università degli Studi di Brescia e che ha coinvolto le Scuole di specializzazione in Odontoiatria pediatrica in memoria del professor Giuliano Falcolini, l’MIH è stato oggetto di studio, essendo uno dei temi caldi del momento.
Anche perché, come già detto, sebbene esista una classificazione precisa e condivisa di questa malattia, frutto di una consensus conference dell’EAPD risalente al 2003, non esistono ancora protocolli terapeutici standardizzati e il clinico affronta la patologia con un approccio a volte ancora molto empirico. Ed è proprio su questa carenza che, secondo me, l’odontoiatria pediatrica, in tema di MIH, dovrebbe maggiormente concentrarsi».

Le bande ortodontiche alla prova

MIH ipomineralizzazione
Lisa Lardani, Specialista in Odontoiatria pediatrica ed Assegnista di Ricerca presso l’Università di Pisa

Nel panorama scientifico, alcuni autori avevano suggerito l’uso delle bande ortodontiche nel trattamento dell’MIH, senza approfondire l’argomento: in letteratura, infatti, vi sono limitate informazioni riguardo alle opzioni di trattamento per i molari gravemente compromessi da MIH nelle fasi iniziali di eruzione. «È per questo che il nostro gruppo di studio», spiega Lisa Lardani, odontoiatra, specialista in Odontoiatria pediatrica ed Assegnista di Ricerca presso il dipartimento di Patologia Chirurgica, Medica, Molecolare e dell’Area Critica dell’Università di Pisa, «ha deciso di approfondire l’argomento e nel 2021 ha pubblicato un case report che ha evidenziato l’efficacia di tale approccio nella prevenzione del PEB attraverso un follow-up di 36 mesi (Bagattoni S., Gozzi I., Lardani L., Piana G., Mazzoni A., Breschi L., Mazzitelli C.. Case report of a novel interim approach to prevent early posteruptive enamel breakdown of molar-incisor hypomineralization-affected molars. J AmDentAssoc. 2021 Jul;152(7):560-566. doi: 10.1016/j.adaj.2021.04.015. PMID: 34176570) e ad oggi abbiamo in revisione un altro lavoro: uno studio di coorte retrospettivo che mira a valutare il successo di questa tecnica a 18 mesi di follow-up su 22 primi molari».
L’utilizzo delle bande nei casi con MIH dipende dalla gravità dell’ipomineralizzazione del primo molare permanente ed è indicato fin dalle prime fasi di eruzione nei casi in cui l’opacità è di colore giallo-marrone, è ampia e coinvolge le cuspidi.
«Il rischio del post-eruptive break down, cioè del crollo strutturale post eruttivo dato dall’azione delle forze masticatorie, è maggiore nei casi in cui l’opacità è giallo-marrone, rispetto ai casi con opacità bianco-crema, e laddove è presente un’opacità più scura la porosità è maggiore e talvolta si manifesta una spiccata ipersensibilità.
L’obiettivo principale di questa terapia preventiva è quello di intervenire non appena il dente erompe in arcata, al fine di evitare un crollo strutturale e diminuire inoltre drasticamente l’ipersensibilità caratteristica di questi elementi».
L’applicazione delle bande ortodontiche, spiega Lardani, non richiede alcuna preparazione del dente coinvolto e permette di mantenere gli elementi integri e vitali per un tempo sufficiente a differire i restauri definitivi in un momento migliore per il piccolo paziente, sia in termini di crescita e di permuta, che di collaborazione.
«I bambini affetti da MIH sono talvolta pazienti estremamente difficili da trattare a causa dell’ipersensibilità e delle numerose necessità di intervento odontoiatrico. Quando invece il post eruptive break down è già avvenuto, la terapia mirerà a ripristinare la funzione dell’elemento in questione, preservandone l’integrità e la vitalità. Possono essere utilizzate quindi sia bande lisce che ortodontiche, in base alle necessità di trattamento, e di conseguenza ottimali nel caso in cui il paziente debba iniziare una terapia ortodontica intercettiva». Per il trattamento dei primi molari affetti da MIH, esistono oggi diverse opzioni terapeutiche che vanno dalla profilassi alla restaurativa, fino all’estrazione dell’elemento, ricorda Lardani che nella sua veste di ricercatrice dà un suggerimento.
«Per una patologia come l’MIH, essere costantemente aggiornati sulla letteratura scientifica è cruciale, considerando che la gestione clinica può variare in base alla gravità del difetto e all’età del paziente, ma anche ad altri fattori determinanti. Affidarsi a opzioni terapeutiche convalidate dalla letteratura (Lygidakis, N.A., Garot, E., Somani, C. et al. Best clinical practice guidance for clinicians dealing with children presenting with molar-incisor-hypomineralisation (MIH): an updated European Academy of Paediatric Dentistry policy document. Eur ArchPaediatrDent 23, 3–21 (2022) https://doi.org/10.1007/s40368-021-00668-5) è estremamente importante per il clinico, per massimizzare l’efficacia e ridurre il rischio di errori clinici o di cure non necessarie, ma soprattutto per garantire il miglior trattamento possibile ai propri pazienti».

 

Quando conviene estrarre il dente affetto da MIH?

MIH ipomineralizzazione
Maria Grazia Cagetti, Professore associato di Malattie odontostomatologiche presso l’Università degli Studi di Milano

Lo abbiamo chiesto a Maria Grazia Cagetti, professore associato di Malattie odontostomatologiche presso l’Università degli Studi di Milano, dove è direttore della Scuola di specializzazione in Odontoiatria pediatrica.

Professoressa Cagetti, l’estrazione di un dente colpito da MIH può essere una sconfitta, ma a volte è necessaria…

«Sì, ma non la vedo come una sconfitta. Lo sarebbe se si arrivasse alla decisione di estrarlo dopo numerosi tentativi di portare avanti un elemento estremamente compromesso. Quando invece parliamo di estrazione come terapia elettiva per gli elementi affetti da MIH severa, parliamo di una scelta terapeutica che ci porta a preferire che un bambino di 7-8 anni possa avere un futuro con una bocca con 28 denti sani, piuttosto che ostinarsi a trattare un elemento che inevitabilmente, dopo un certo numero di anni, sarà perso. Il mancato ripristino porterebbe a un serio danno all’occlusione e richiederebbe, quindi, un impianto o un trattamento ortodontico estremamente impegnativo. Senza pensare ai costi che tutto ciò comporterebbe. Inoltre, assai spesso i terzi molari non trovano posto nelle arcate e vengono estratti. Dargli la possibilità di avere il ruolo di un elemento a tutti gli effetti masticante, diventa l’obiettivo terapeutico per me da preferire nei casi di MIH severa».

In queste circostanze, come deve operare il clinico, in particolare rispetto alle tempistiche?

«Le tempistiche sono il punto fondamentale se si decide questa strategia. Estrarre il primo molare al momento giusto aumenta enormemente le probabilità che il settimo erompa mesialmente, occupando lo spazio del sesto perso e, a sua volta, l’ottavo possa, più tardi, prendere il posto del secondo molare. La letteratura ci dice che il momento ideale per l’estrazione è fra gli 8 e 10 anni di età. Il segno radiografico, considerato indicatore del momento ideale per l’estrazione e visibile radiograficamente, è la calcificazione della forcazione del secondo molare. A volte, però, non è possibile attendere questo momento, in quanto i disagi che i denti affetti possono provocare al piccolo paziente e i costi che la famiglia deve affrontare, ci fanno optare per un intervento più precoce. Sebbene l’esperienza clinica non abbia lo stesso valore dell’evidenza scientifica, per la mia esperienza è meglio un’estrazione precoce piuttosto che un’estrazione tardiva».

Dopo l’estrazione, a quali altre terapie deve essere sottoposto il piccolo paziente?

«Ipoteticamente, se l’estrazione viene fatta nel periodo temporale corretto, la natura provvede a ripristinare una condizione occlusale, se non ideale, buona. I risultati sono assai più predicibili nell’arcata superiore. Infatti, l’estrazione del primo molare superiore in epoca corretta garantisce un buon posizionamento del secondo molare. Nell’arcata inferiore non sempre le cose vanno altrettanto bene ed è possibile che si renda necessario l’intervento dell’ortodontista. È comunque bene sottolineare che una valutazione ortodontica preliminare deve comunque essere fatta, al fine di valutare le necessità del paziente e poter ottenere il miglior risultato possibile».

 

 

 

Mucosa cheratinizzata, se manca aumenta il rischio di perimplantite

mucosa cheratinizzata

La mucosa cheratinizzata gioca un ruolo decisivo nella salute orale di un individuo. Un recente studio, pubblicato su Evidence Based Dentistry, ne ha valutato gli effetti della mancanza sui pazienti con impianti. Gli autori dello studio afferiscono all'Università di Berna, Svizzera, al College of Dentistry and Dental Clinics dell'Università dell'Iowa, USA, e alla Yonsei University di Seul, Corea.

Il ruolo della mucosa cheratinizzata

Lo studio, una revisione sistematica, ha coinvolto pazienti parzialmente o completamente edentuli che si erano sottoposti a un intervento di implantologia. Con l'obiettivo di determinare se la mancanza di mucosa cheratinizzata nel sito dell'impianto aumentasse il rischio di peri-implantite rispetto a pazienti con una quantità sufficiente di mucosa cheratinizzata. I ricercatori hanno cercato le fonti nelle banche dati PubMed e Scopus, con una ricerca accurata basata su parole chiave e termini MeSH. Includendo gli studi sull'uomo con un minimo di 100 impianti, progettazioni trasversali, di coorte o caso-controllo, e follow-up di almeno un anno. Escludendo, invece, quelli senza definizione chiara del caso caso o senza indagini sulla mucosa cheratinizzata.

Risultati che non lasciano dubbi

I risultati di 22 studi primari, di cui 16 trasversali, hanno portato a una meta-analisi. La prevalenza della peri-implantite variava dal 6,68% al 62,3% a livello di paziente e dal 4,5% al 58,1% a livello di impianto. L'analisi complessiva ha dimostrato che la mancanza di mucosa cheratinizzata è associata a una maggiore prevalenza di perimplantite. Le analisi di sottogruppo con una definizione coerente di perimplantite hanno confermato risultati simili. Gli studi su protesi fisse hanno evidenziato una correlazione tra la mancanza di mucosa cheratinizzata e una maggiore prevalenza della malattia. Tra i pazienti con manutenzione regolare degli impianti, l'assenza di mucosa cheratinizzata ha aumentato significativamente l'incidenza di perimplantite. Gli studi che hanno considerato altre variabili hanno confermato un rischio più elevato nei casi di pazienti con mancanza di mucosa cheratinizzata.

Le conclusioni dei ricercatori

Il dato che la carenza di mucosa cheratinizzata sia associata a un rischio maggiore di perimplantite evidenzia la necessità di considerare questo aspetto durante la pianificazione dell'intervento d'implantologia. Ulteriori studi con metodologie adeguate potranno confermare questi risultati ed individuare, secondo i ricercatori, ulteriori indicatori di rischio per migliorare le pratiche di implantologia e renderle sempre più sicure ed efficaci.

Laser a Erbio ideale per rimuovere i restauri ceramici

laser a erbio

Il laser a Erbio, in quanto strumento minivasivo, è ampiamente utilizzato in odontoiatria. Un recente studio condotto negli USA, con il supporto della Wroclaw Medical University, Polonia, ha analizzato efficacia e praticità di questo device nella rimozione dei restauri ceramici. Plos One ha poi pubblicato i risultati di questa analisi clinica retrospettiva. Risultati che offrono utili indicazioni, anche a chi il laser non lo ha fatto ancora entrare nel proprio studio dentistico, ma guarda con interesse alle potenzialità dello strumento.

Lo scopo della ricerca

I ricercatori hanno preso in esame 29 casi clinici, per un totale di 52 abutment che richiedevano la rimozione di vari restauri ceramici. Hanno quindi valutato le procedure cliniche eseguite. Osservando, in particolare, il tipo e il materiale della protesi, il tipo di cemento utilizzato, i parametri di impostazione del laser, il tempo e il successo del recupero.

I risultati ottenuti sul campo

Dei 52 abutment presi in esame, 50 sono stati recuperati con successo senza causare alcun danno (>95%), utilizzando un laser Er,Cr:YSGG (N = 6) o un laser Er:YAG (N = 46). In un caso, una corona è stata parzialmente sezionata per prevenire un possibile impatto negativo dell'irradiazione laser sulla resistenza adesiva tra il perno e il dente. In un altro caso è avvenuta una frattura durante la disincollatura. I restauri consistevano in 13 unità di disilicato di litio e 39 unità di zirconia, tra cui sei faccette, 38 corone singole e tre ponti fissi.

I vantaggi in termini temporali

Il tempo di recupero variava in funzione di diversi fattori. A seconda del tipo di restauro, dello spessore del materiale, del tipo di cemento, della forma di ritenzione/aderenza dell'abutment e del restauro. Variando da 2,25 ±0,61 minuti per le faccette a 6,89 ±8,07 minuti per le corone, a 25 ±10 minuti per abutment utilizzati per ponti fissi. La rimozione di una corona in zirconia richiedeva più tempo, 7,12±8,91 minuti, rispetto a una corona in disilicato di litio (5,86 ±2,41 minuti). Infine, anche le impostazioni del laser, così come i materiali e i tipi di protesi influenzavano il tempo di disincollatura.

Il laser a Erbio funziona

Secondo i ricercatori, il laser a Erbio rappresenta un'alternativa sicura ed efficace ai metodi tradizionali, più invasivi, per la rimozione dei restauri ceramici. L'uso di questo device, infatti, proprio per le sue caratteristiche di funzionamento, non causa danni né all'abutment, né alla protesi. In aggiunta, fanno notare i ricercatori, la disincollatura assistita dal laser consente la ricementazione dei restauri durante la stessa seduta. Un'opzione che rende il laser strumento ideale anche per il recupero delle corone ceramiche ancora integre e dunque riutilizzabili.

La densità minerale dell’osso alveolare mandibolare studiata per genere ed età

densità minerale dell'osso

La densità minerale dell'osso alveolare mandibolare è un dato di interesse odontoiatrico. Tanto da aver spinto un gruppo di ricercatori afferenti al Dipartimento di Odontoiatria dell'Università di Medicina di Kyoto, Giappone, a condurre uno studio sulle differenze di genere e sui cambiamenti legati all'età. Gli autori della ricerca, che si sono avvalsi di un sistema di misurazione assistito da computer per la radiografia intraorale, hanno poi pubblicato i risultati su Scientific Reports.

Lo scopo dello studio

I ricercatori hanno voluto analizzare in modo trasversale i dati relativi alla densità minerale dell'osso alveolare (al-BMD) in un campione di 225 pazienti, comprendenti individui di varie età e di entrambi i sessi. Per tale analisi, hanno calcolato il valore al-BMD nella regione degli incisivi mandibolari. Si sono quindi avvalsi di un sistema di misurazione assistito da computer denominato DentalSCOPE, progettato per la radiografia intraorale. Questo approccio ha consentito una valutazione precisa e dettagliata della densità minerale dell'osso alveolare. Fornendo informazioni fondamentali per comprendere le differenze di genere e gli effetti dell'invecchiamento sul tessuto osseo.

Come s'è svolta la ricerca sulla densità minerale

Gli autori dello studio hanno reclutato 225 partecipanti, suddivisi in base all'età e al sesso. I dati raccolti hanno mostrato che i maschi presentavano una densità al-BMD significativamente maggiore rispetto alle femmine. I ricercatori hanno osservato questa differenza in tutti i gruppi di età, con i valori più alti registrati nel gruppo di età 25-49. Tuttavia,  con l'avanzare dell'età, sia nei maschi che nelle femmine, hanno rilevato una tendenza alla diminuzione della densità minerale dell'osso alveolare. Segno di come l'invecchiamento influenzi significativamente la salute dell'osso alveolare, indipendentemente dal sesso.

Le variabili da considerare

Nei maschi si è verificata una diminuzione della densità al-BMD del 9,8% con l'aumentare dell'età (da 25-49 a 50-74 anni). Nelle femmine invece si è evidenziata una tendenza decrescente durante tutto il ciclo di vita, con valori che raggiungono fino al 76,0% del picco iniziale. Questi risultati, suggeriscono i ricercatori, mettono in luce l'importanza di considerare sia il sesso sia l'età nella valutazione della densità minerale dell'osso alveolare. Suggerendo altresì la necessità di strategie preventive e terapeutiche mirate per contrastare la perdita di densità ossea associata all'invecchiamento, e per promuovere così una migliore salute dentale a lungo termine.

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