Riassunto Introduzione. Molteplici sono le cause di lesione del nervo linguale durante l’avulsione di terzi molari inferiori. Nel 14,05% dei casi il nervo linguale è localizzato al di sopra della cresta linguale, nello 0,15% nel trigono retro molare e nell’85,80% nella tipica posizione. Materiali e metodi. L’incidenza di lesioni al nervo linguale è stata valutata a seguito di tre diverse tecniche chirurgiche: approccio vestibolare con ritrazione del lembo linguale; approccio vestibolare senza ritrazione del lembo linguale; split crest della corticale linguale (lingual split technique) con retrazione del lembo linguale. Risultati. Disturbi temporanei al nervo linguale sono risultati nel 9,6%, 6,4% e 0,6% rispettivamente per le tre tecniche. Il rischio di lesionare il nervo aumenta di 8,8 volte se si utilizza l’approccio vestibolare con retrazione del lembo linguale rispetto a non usare scollatori lingualmente. Aumenta invece di 13,3 volte se si preferisce la split crest all’approccio vestibolare senza retrazione del lembo. Infine, è 1,5 volte più grande se si utilizza la lingual split in confronto con l’approccio vestibolare con ritrazione del lembo linguale. Disturbi permanenti sono stati riportati nello 0,1%, 0,6% e 0,2% dei casi. Discussione. Il confronto tra studi deve essere fatto con cautela, in quanto devono essere considerati diversi fattori. Uno di questi è il momento in cui viene diagnosticato il danno. Conclusioni. I dati supportano la conclusione che l’uso di un retrattore linguale durante l’avulsione di terzi molari nella tecnica ad approccio vestibolare è associata a una maggior incidenza di danni temporanei e permanenti. La split crest technique è risultata invece la più associata a danni temporanei.
Il nervo linguale (LN) origina dal tronco posteriore del nervo mandibolare ed è responsabile della percezione della sensibilità generale dei due terzi anteriori della lingua, della mucosa linguale del pavimento della cavità orale e di quella gengivale dei denti inferiori1. La lesione del nervo linguale spesso accade durante l’avulsione dei terzi molari, durante manovre per l’induzione di anestesia locale, durante chirurgia ortognatica, chirurgia pre-protesica o escissione tumorale2,3-7. In particolare durante la chirurgia dei terzi molari, il danno può essere determinato da un’errata incisione iniziale per allestire il lembo d’accesso, dallo scontro accidentale con il nervo da parte di svariati strumenti chirurgici o dall’eccessiva tensione da retrazione che provoca inavvertitamente uno stiramento del nervo; in alcune circostanze il tentativo di staccare il follicolo dentale aderente al nervo, la frattura di un pezzo di osso tagliente dal piatto linguale della mandibola o, infine, attraverso possibili medicamenti venuti in contatto con il LN (sia in fase perioperatoria che post-operatoria) possono crearne lesione. Le lesioni del nervo linguale in seguito ad avulsione di terzi molari continuano a essere un problema clinico e, in una certa misura, medico legale10.
Un danno permanente al nervo linguale durante l’intervento di avulsione dei terzi molari non è comune. Tuttavia, anche un lieve danno può portare ad alterazioni neurosensoriali nelle zone di competenza del LN, quali anestesia, parestesia, disestesia o ipoastesia13. A seconda del tipo e alla severità del disturbo, la compromissione del nervo linguale può causare perdita di saliva, morsicature della lingua, sensazioni di bruciori linguali, bruciature da cibi e bevande bollenti, dolore, cambiamenti del parlato e nella percezione gustativa di cibi e bevande14. Disturbi temporanei del nervo linguale, che possono durare fino a sei mesi o più, di conseguenza possono rappresentare delle importanti problematiche per i pazienti. L’avulsione di terzi molari è una delle procedure di chirurgia orale maggiormente praticate e più a rischio per lesioni al nervo linguale15. Le lesioni a tale nervo sono anche la ragione di frequenti controversie legali verso gli odontoiatri o i chirurghi maxillofacciali negli Stati Uniti e sempre più anche in Italia16,17.
In molti paesi è spesso consigliato di porre un retrattore sulla superficie linguale dell’osso durante l’avulsione di un terzo molare incluso per migliorarne l’esposizione, la visibilità del campo operatorio e per proteggere il nervo linguale18 da eventuali lesioni. Esistono in commercio vari tipi di retrattori linguali, quali howarth, ward, meade, hovell, rowe, usati per questo scopo18,20. Recentemente molta attenzione è stata posta sulla reale affidabilità dei retrattori del lembo linguale, specialmente considerando studi che focalizzano l’attenzione sull’efficacia dell’elevatore periostale di howarth21-23. Il nervo linguale, infatti, potrebbe trovarsi entro un millimetro dal bordo osseo, essenzialmente nel periostio, e potrebbe essere danneggiato durante la trazione del lembo linguale24,25.
Localizzazione anatomica
Studi anatomici del LN sono stati focalizzati principalmente sul suo decorso a livello del pavimento della cavità orale e del trigono retro molare, poiché sono i punti maggiormente suscettibili a lesioni durante l’atto chirurgico2,4,5,8,9. Il decorso e le varianti anatomiche del LN nella sede del pavimento orale non sono oggetto di esame nel nostro studio, ed è per ciò che rimandiamo alla letteratura per una più approfondita valutazione11. In uno studio di Behnia et al.12 di dissezione su cadavere sono stati analizzati 669 LN. Il 14,05% era localizzato al di sopra della cresta linguale, lo 0,15% nel trigono retro molare e l’85,80% nella tipica posizione, ovvero a una distanza verticale dalla cresta linguale di 3,01±0,42 mm e a una distanza orizzontale del piatto linguale di 2,06±1,10 mm. I valori riportati dall’Autore, nonostante vengano contrastati in letteratura da lavori con campioni più piccoli12, risultano essere pertinenti date le dimensioni del campione.
1. Normale decorso del nervo linguale.
Se il LN si localizza nella posizione tipica (Figura 1), il 23,27% dei casi si trova a diretto contatto con il piatto linguale del processo alveolare; questo viene confermato da Miloro et al. con una percentuale del 25% ma va in contrasto con Pogrel et al. dove non si riscontrano esempi di contatto diretto. Quando il LN si localizza in zona retromolare (Figura 2) è necessario un discorso a parte. In questo caso dopo che il LN è decorso tra il ramo mandibolare e il muscolo pterigoideo mediale, invece di procedere nel suo normale decorso lungo la superficie mediale della mandibola e giacere in prossimità delle radici dei terzi molari si dirige verso il trigono retro molare, poi decorre posteriormente al terzo molare e, infine, discende con un angolo acuto in direzione della superficie mediale della mandibola riprendendo il suo normale decorso12. Questa revisione ha lo scopo di verificare l’incidenza di danni al nervo linguale durante l’avulsione di terzi molari, paragonando tre tecniche chirurgiche, due delle quali prevedono l’utilizzo di un lembo ribaltato linguale. È stata condotta una ricerca per identificare tutti gli articoli che riportassero un danno al nervo trigemino. Da qui sono stati selezionati quelli che trattassero di danni al nervo linguale durante interventi di avulsioni di terzi molari.
2. Variante anatomica del decorso del nervo linguale.
Materiali e metodi
Un lavoro sistematico è stato condotto utilizzando Medline, Cochrane, Science Direct ricercando lavori fino a maggio 2010. La ricerca ha utilizzato le parole trigeminal nerve, mandibular nerve, inferior alveolar nerve, lingual nerve, repair, surgery, recostruction, regeneration, spontaneus recovery, paresthesia, anesthesia, dysesthesia, neuropraxia, axonotmesis, neurotmesis. Sono stati selezionati in questo modo 54 articoli in un periodo di tempo dal 1995 al 2010. Ogni articolo è stato revisionato attraverso l’uso di criteri di selezione specifici: casi di lesioni al nervo linguale causati da chirurgia dei terzi molari che riportavano un follow up di almeno sei mesi o fino alla guarigione completa. È stato scelto un periodo di sei mesi di follow up perché i pazienti con disabilità del nervo che dura oltre i sei mesi difficilmente andranno incontro a una guarigione completa. Sono stati esclusi dalla revisione gli articoli che riportavano risultati non suddivisi a seconda della tecnica chirurgica utilizzata o se i risultati non erano basati su test di sensibilità clinica oggettivi, come il “light-touch test” o il “two-points discrimination test”.
Sono stati esclusi anche gli studi che riportavano meno di 10 casi. Gli articoli che soddisfacevano tutti i criteri di inclusione si sono ridotti a 14. Tuttavia, a causa del limitato numero e soprattutto della differenza nei disegni dello studio, l’uso di metodi statistici per valutare la presenza di bias di selezione o di pubblicazione, o per un confronto statistico degli studi, non è stato possibile. Con rare eccezioni, la valutazione del danno al nervo è stata eseguita una settimana dopo l’intervento ed è stata considerata permanente se l’indebolimento sensitivo perdurava più di sei mesi. Questa considerazione ha permesso di comparare le diverse incidenze del danno al nervo linguale a seguito di differenti tecniche chirurgiche di avulsione di terzi molari. L’incidenza di lesioni al nervo linguale e la guarigione spontanea sono stati valutati a seguito di tre diverse tecniche chirurgiche:
• approccio vestibolare con ritrazione del lembo linguale;
• approccio vestibolare senza ritrazione del lembo linguale;
• split crest della corticale linguale (lingual split technique) con ritrazione del lembo linguale.
La percentuale delle tecniche chirurgiche che causavano danno al nervo linguale è stata calcolata per ogni metodo in ogni studio. È stato valutato il rischio relativo cumulativo per ogni tecnica chirurgica, unitamente ai rispettivi intervalli di confidenza. Il rischio relativo è stato calcolato come relazione tra due proporzioni di danno al nervo linguale associato a tecniche chirurgiche differenti.
Risultati
La ricerca ha individuato più di 50 articoli riguardanti il danno al nervo linguale, selezionati da 97 articoli che trattavano di danni al nervo trigemino o al mandibolare. Molti di essi trattavano però di tecniche chirurgiche differenti dall’avulsione di terzi molari (germectomie o interventi chirurgici ai tessuti molli della lingua). Questi sono stati esclusi in quanto avrebbero ampliato troppo i criteri di selezione e alterato così la possibilità di poter sviluppare analisi comparative di significatività rilevante. Dei 50 articoli solo 11 possedevano i criteri di selezione citati precedentemente e sono pertanto stati inclusi nella revisione20,21. La principale ragione per cui vi è stata un’esclusione così ampia sta nel fatto che pochi articoli posseggono dati rilevanti sul follow up dei pazienti con parestesie e la mancanza di test clinici specifici. Cinque degli undici studi sono stati condotti nel Regno Unito. Dieci sono lavori clinici di serie prospettici; uno solo è uno studio prospettico randomizzato controllato10. Di tutti gli 11 studi, la maggior parte conduce un confronto tra due diverse tecniche chirurgiche.
Così, facendo un confronto unico, otto utilizzano come tecnica chirurgica l’approccio vestibolare con la retrazione del lembo linguale (AV+, n=747 chirurgie), quattro la tecnica vestibolare senza ritrazione (AV-, n=1136) e tre la lingual split technique (LS, n=2077). L’incidenza del danno al nervo linguale calcolata per ogni studio e sul totale delle tecniche chirurgiche sono mostrate nella Tabella 1 e nei Grafici 1, 2, 3, 4. Le incidenze riportate includono ogni forma di disturbo al nervo, quindi ipoestesia, parestesia, disestesia e anestesia. Disturbi temporanei al nervo linguale sono risultati nel 9,6%, 6,4% e 0,6% rispettivamente per le tecniche LS, AV+ e AV-. Il rischio di lesionare il nervo aumenta di 8,8 volte se si utilizza l’approccio vestibolare con retrazione del lembo linguale (AV+) rispetto a non usare scollatori lingualmente (ic= 4,3-17,8). Aumenta invece di 13,3 volte (ic= 6,6-26,9) se si preferisce LS a AV-. Infine è 1,5 volte più grande (ic= 1,2-1,8) se si utilizza la lingual split in confronto con l’approccio vestibolare con ritrazione del lembo linguale. Disturbi permanenti sono stati riportati nello 0,1%, 0,6% e 0,2% rispettivamente per LS, AV+ e AV-. Non è stato possibile calcolare l’aumento del rischio data la bassa incidenza.
Il confronto tra studi diversi deve essere fatto con cautela, in quanto devono essere considerati diversi fattori. Uno di questi è il momento in cui è diagnosticato il danno. Un accertamento iniziale del danno al nervo è solitamente eseguito una settimana dopo l’intervento chirurgico. Spesso disturbi sensoriali avvertiti al nervo linguale sono causati da modificazioni strutturali del nervo, come accade nella demielinizzazione o nella neurotmesi. Essi si risolvono generalmente in una settimana e un’eventuale diagnosi eseguita precedentemente potrebbe far crescere di molto il valore del tasso di incidenza del danno linguale. Così è successo per i risultati di Mason21 che sono basati sulla diagnosi eseguita il giorno successivo l’intervento. Diverso è se invece gli Autori non abbiano specificato la data della diagnosi, come nel caso di Rood27,28. In questi casi non è possibile valutare se i risultati dello studio possano essere alterati da danni temporanei.
È anche da sottolineare come le tre tecniche prese in esame non siano state eseguite sempre in parallelo in ogni studio: spesso sono state paragonate due tecniche diverse, come accade per Gomes24 e Robinson20 per il confronto delle tecniche ad approccio vestibolare con o senza retrattore; o per Manson21 e Rood27 che paragonano la tecnica vestibolare con la lingual split. In questo caso le incidenze di lesioni al nervo linguale in una o nell’altra tecnica non sono calcolate quantitativamente, ma tramite proporzioni. Ciò potrebbe causare una lieve distorsione nel calcolo delle incidenze. Infine, occorre sottolineare il problema comune nei vari studi delle selezioni dei campioni: il fatto di paragonare l’incidenza di studi diversi con selezioni di campioni differenti può causare delle distorsioni nella raccolta delle incidenze cumulative. Ci sono notoriamente dei fattori, più volte citati nella letteratura, che sono più frequentemente associati a danni al nervo linguale, come il tipo di anestesia, lo stato di eruzione del dente, la profondità dell’impattamento, l’età del paziente, l’esperienza del chirurgo, il tipo di retrattore19,25,26. Non essendo a conoscenza di questi fattori per ogni studio, essi potrebbero aver alterato i risultati della revisione.
Conclusioni
I dati supportano la conclusione che l’uso di un retrattore linguale durante l’avulsione di terzi molari nella tecnica ad approccio vestibolare è associato a una maggior incidenza di danni temporanei e permanenti. Di contro, la split crest technique si è rilevata essere in assoluto la più frequentemente associata a danni temporanei e non è né protettiva né dannosa rispetto all’incidenza dei danni permanenti del nervo linguale. Robinson e Smith, il cui studio è l’unico randomizzato controllato che è potuto rientrare nella revisione, hanno avuto gli stessi risultati. Tutti gli studi mostrano un aumento dell’incidenza di danni temporanei rispetto ai permanenti. Va sottolineato che, pur considerando una singola tecnica, sono state riscontrate differenze significative tra i diversi Autori riguardo alle incidenze di lesioni al nervo linguale temporanee e permanenti. Ciò probabilmente è dovuto alle differenze nell’approccio chirurgico di ogni singolo operatore e del suo team chirurgico.
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1. Neoformazione gengivale a carico del parodonto marginale degli elementi 23 e 24.
Riassunto Il lavoro presenta un caso clinico di granuloma periferico a cellule giganti insorto sul margine gengivale vestibolare della regione 23-24, in paziente maschio di 28 anni di età. Contemporaneamente era presente una profonda frattura coronale a carico di 24, con terapia endodontica incongrua e conseguente parodontite cronica peri-apicale. Il primo passaggio della riabilitazione è stato il ritrattamento endodontico di 24, il cui buon esito ha fatto propendere per la conservazione dell’elemento stesso. La profonda rima di frattura disto-palatale e la presenza di carie ha fatto optare per un allungamento di corona clinica di 24, eseguito contestualmente all’intervento di exeresi chirurgica dell’epulide gigantocellulare. La buona maturazione dei tessuti molli ha permesso di eseguire la ricostruzione in composito di 24 in tempi brevi con inserimento di un perno endocanalare in fibra di vetro e la sua protesizzazione provvisoria. La preparazione finale e la corona definitiva in oro-ceramica sono state realizzate 6 mesi dopo l’intervento chirurgico per consentire un’adeguata stabilizzazione della parabola gengivale, data l’alta rilevanza estetica della zona trattata. Allo stato attuale non si apprezzano recidive della neoformazione gengivale rimossa mentre il margine gengivale mantiene la sua posizione.
Per inquadrare gli aumenti di volume gengivale in uno schema completo ed esaustivo delle malattie dei tessuti parodontali bisogna necessariamente fare riferimento alla classificazione prodotta dall’“International Workshop for a Classification of Periodontal Diseases and Conditions” organizzato dalla “American Academy of Periodontology”1,2. Tale lavoro modifica e perfeziona quelli più datati, introducendo in particolare una dettagliata classificazione delle malattie e lesioni gengivali3,4; queste ultime vengono distinte in alterazioni indotte dalla placca batterica e alterazioni non primariamente associate alla placca. Nella sezione VIII. B di questa classificazione sono elencate le deformazioni e condizioni mucogengivali attorno ai denti, tra le quali trova posto il granuloma periferico gigantocellulare giunto alla nostra osservazione clinica. Tale forma di epulide consiste in una crescita abnorme dei tessuti gengivali dovuta a irritazione o a trauma. A causa del suo sviluppo aggressivo viene spesso associata ad altre due differenti patologie che interessano frequentemente la gengiva: il granuloma piogenico e il fibroma periferico ossificante. A causa della sua somiglianza istologica con la lesione ossea definita granuloma centrale a cellule giganti, il granuloma periferico a cellule giganti viene spesso indicato come il suo equivalente a carico dei tessuti molli.
L’aspetto clinico del granuloma periferico è simile a quello del granuloma piogenico, con un colore che va dal rosso al viola-bluastro, ma più spesso tendente al blu rispetto al granuloma piogenico. Può essere sessile o peduncolato, di dimensioni in genere inferiori ai 2 cm. La prevalenza del granuloma periferico gigantocellulare è maggiore intorno ai 50-60 anni di età ed esiste una differenza di incidenza legata al sesso, dal momento che interessa nel 60 % dei casi individui femminili. Insorge unicamente sulla gengiva o sulle creste alveolari edentule, con maggiore frequenza sulla mandibola rispetto al mascellare superiore, ma può interessare in egual misura le regioni anteriori e latero-posteriori. Frequentemente comporta un riassorbimento dell’osso alveolare sottostante definito osteolisi a coppa o a scodella. Da un punto di vista istologico si possono osservare un elevato numero di cellule giganti multinucleate che possono contenere fino a 12 nuclei; inoltre sono presenti cellule mesenchimali ovalari o fusiformi e in prossimità dei bordi della lesione si osservano frequenti depositi di emosiderina o stravasi emorragici; nel 50% dei casi compare ulcerazione superficiale. La terapia del granuloma periferico a cellule giganti prevede l’exeresi chirurgica profonda della lesione con raschiamento od osteoplastica dell’osso alveolare sottostante infiltrato; se sono presenti elementi dentali contigui è necessario effettuare terapia igienica a cielo aperto degli stessi previo scollamento di un lembo a tutto spessore onde eliminare ogni possibile agente batterico o iatrogeno irritante. Se così trattato, il granuloma periferico comporta un’incidenza delle recidive pari a circa il 10%5-8.
Per quanto riguarda l’allungamento di corona clinica effettuato a carico dell’elemento 24, occorre fare riferimento alle più recenti revisioni della letteratura9. Tale intervento trova le sue indicazioni tanto in situazioni di carattere estetico, quali casi di eruzione passiva ritardata o correzione di un “gummy smile”, quanto in presenza di carie, fratture sottogengivali o entrambe al fine di ristabilire l’ampiezza biologica e facilitare la terapia restaurativa, anche aumentando se necessario ai fini protesici l’effetto ferula del manufatto finale. La chirurgia parodontale di allungamento di corona clinica comprende diverse tecniche che includono la gengivoplastica, la gengivectomia e il lembo mucogengivale riposizionato apicalmente con o senza chirurgia ossea resettiva. Gli Autori di studi sulla guarigione delle ferite hanno determinato che i tessuti molli sopracrestali richiedono un’ampiezza biologica di circa 3 mm di radice dentale sana e detersa per poter formare un nuovo attacco dento-gengivale; la crescita verticale e il posizionamento finale del margine gengivale libero può richiedere da un minimo di 3 mesi a oltre 6 mesi, ed è pertanto raccomandabile che il protesista rispetti questa tempistica per realizzare i manufatti definitivi. In casi di particolare rilevanza estetica può essere necessario attendere anche 9 mesi per ottenere un più stabile posizionamento dei tessuti molli.
Il professionista deve essere anche conscio del fatto che l’intervento può determinare una riduzione della stabilità parodontale degli elementi trattati e in alcuni casi un peggioramento estetico andando ad aumentare il rapporto corona/radice. Queste ultime possono rappresentare controindicazioni all’allungamento di corona clinica10,11. L’elemento dentale trattato nel presente lavoro, in seguito all’allungamento di corona clinica è stato poi ricostruito con un perno in fibra di vetro cementato con cemento resinoso duale in accordo con le indicazioni della letteratura12-14. Rispetto ai perni metallici o ceramici, gli elementi endodonticamente trattati e ricostruiti con perni in fibra di vetro o di carbonio sono meno suscettibili a fratture radicolari. Questa metodica rappresenta pertanto ad oggi una valida alternativa per la ricostruzione di elementi non vitali con grossa mancanza di tessuto coronale. Il disegno marginale che è stato scelto per l’elemento dentale protesizzato nel presente lavoro è il “chamfer modificato”15.
Tale profilo consente di garantire il minor valore di discrepanze marginali medie con il manufatto protesico (comunque inferiori ai 150 µm) se confrontato con la spalla a 135° e con la spalla a 90°. Inoltre, il disegno del chamfer modificato risulta meno invasivo per i tessuti parodontali rispetto a una spalla arrotondata, ma offre un sostegno maggiore ai manufatti protesici in confronto a un chamfer classico. Rispetto a quest’ultimo, la punta smussa delle frese a chamfer modificato riduce il rischio di creare dei solchi nella linea di finitura se essa viene affondata erroneamente per più di metà spessore nella sostanza dentale. Seppure il posizionamento sub-gengivale della linea di finitura protesica aumenti il rischio di “micro-leakage” al momento della cementazione rispetto al posizionamento iuxta-gengivale, esso consente in combinazione con il disegno a chamfer modificato di ottenere dei risultati estetici assolutamente soddisfacenti con i diversi tipi di restauri (sia metallo-ceramici sia metal-free)16. Molto utili nella rifinitura della linea di finitura definitiva si sono dimostrati gli inserti diamantati per manipoli sonici o ultrasonici, che consentono di ottenere superfici molto lisce senza ledere l’epitelio del solco gengivale e provocare pertanto un sanguinamento che può inficiare l’esito e il dettaglio dell’impronta di precisione.
Presentazione del caso clinico
Il paziente F.S., un maschio di 28 anni di età, si è presentato alla nostra attenzione lamentando la presenza di una protuberanza gengivale a livello del quadrante superiore sinistro. Sottoposto a un’accurata anamnesi medica generale, non riferiva alcuna patologia rilevante in atto o pregressa né alcuna allergia specifica. All’esame obiettivo si è osservato come il parodonto marginale vestibolare degli elementi 23 e 24 presentasse una tumefazione esofitica e peduncolata, di consistenza molle ed elastica e del diametro di circa 8-9 mm, di colore rosso vivo con presenza di discreti stravasi emorragici (Figura 1).
1. Neoformazione gengivale a carico del parodonto marginale degli elementi 23 e 24.
L’ipotesi diagnostica è stata quella di granuloma piogenico oppure di granuloma periferico a cellule giganti. L’elemento 24 era inoltre affetto da carie e da una profonda frattura coronale la cui rima si spingeva in sede sottogengivale nella porzione disto-palatale. L’esecuzione di una radiografia peri-apicale ha permesso di constatare la profondità della frattura coronale di 24, la presenza di una terapia endodontica incongrua a carico dello stesso elemento con conseguente parodontite cronica peri-apicale - peraltro asintomatica - e la presenza della medesima situazione endodontica anche a carico degli elementi 25 e 26, precedentemente protesizzati con corone in metallo-ceramica. Valutato l’elemento 24 come quello più a rischio, si è effettuato innanzitutto il suo ritrattamento endodontico: il buon esito di questo ha fatto optare per la sua conservazione e recupero, dal momento che un eventuale insuccesso avrebbe fatto propendere per la sua avulsione e sostituzione protesica o implanto-protesica. Un mese dopo il ritrattamento dell’elemento è stata programmata la fase chirurgica: nello stesso intervento è stata asportata la neoformazione gengivale mediante intervento a lembo ed è stato effettuato l’allungamento di corona clinica di 24 (Figura 2).
In sede intraoperatoria è stato possibile fare diagnosi di granuloma periferico a cellule giganti dal momento che esso infiltrava i piani ossei sottostanti provocando in particolare una profonda deiscenza ossea a carico della radice di 23. La grave perdita di tessuto gengivale dovuta all’exeresi del granuloma periferico è stata compensata riposizionando il lembo vestibolare in direzione coronale mediante punti a materassaio verticale; il lembo palatino assottigliato è stato compresso sui piani ossei sottostanti mediante punti transmurali orizzontali; una sutura sospesa attorno alla radice di 24 annodata vestibolarmente ha contribuito, inoltre, ad adattare il lembo vestibolare alla radice stessa. Dieci giorni dopo le suture sono state rimosse: i tessuti molli si mostravano ancora molto immaturi, con presenza di tessuto di granulazione nelle regioni interprossimali in fase di guarigione per seconda intenzione. Al controllo 40 giorni dopo l’intervento il parodonto marginale mostrava un deciso miglioramento; anche la recessione vestibolo-distale alla radice di 23 era piuttosto limitata nonostante l’erosione ossea sottostante provocata dalla neoformazione gengivale rimossa, e ciò grazie al biotipo parodontale spesso e piatto del paziente, alla quota sufficiente di gengiva aderente residua e alla preservazione intra-operatoria del picco osseo interprossimale tra 23 e 24 (Figura 3).
3. Maturazione dei tessuti 40 giorni dopo l’intervento.
In visione occlusale si poteva osservare la rima di frattura di 24, finalmente sopragengivale e quindi isolabile per tutto il perimetro dell’elemento. Quest’ultimo è stato pertanto ricostruito con un perno in fibra di vetro: isolato il campo con la diga di gomma, è stata rimossa l’otturazione provvisoria e attentamente eliminato il tessuto cariato residuo. Il canale palatale è stato preparato ad accogliere un perno passivo della misura adatta con la sola rimozione della guttaperca più coronale per una profondità di circa 7 mm dall’imbocco, senza ulteriore alesatura e rimozione di dentina sana. Con una matrice metallica stabilizzata da 2 cunei in legno è stato isolato il margine disto-palatale dell’elemento, cioè la porzione più difficilmente rifinibile a causa della sua posizione iuxta-gengivale (Figura 4). Smalto e dentina coronale e canalare hanno subito mordenzatura differenziata e la dentina è stata poi trattata con clorexidina 0,5% in soluzione alcoolica per l’inattivazione delle metallo-proteinasi. È stato applicato un sistema adesivo bicomponente fotopolimerizzabile e illuminato a lungo con una lampada a led per consentire una polimerizzazione efficace anche nella porzione più profonda del canale palatale preparato. Trattato con un sottile strato di bonding anche il perno in fibra di vetro, esso è stato cementato con un cemento duale con il quale si è ricostruito anche il core della corona. La ricostruzione dell’elemento è stata completata con compositi fotopolimerizzabili curando in particolare l’estetica della porzione vestibolare; la parte eccedente del perno in fibra è stata tagliata ed è stata effettuata la regolazione occlusale (Figura 5). Al termine della seduta sono state anche rilevate le impronte in alginato per consentire la preparazione della corona provvisoria in resina. La settimana successiva l’elemento 24 è stato preparato con disegno a chamfer modificato mantenendo la linea di finitura in posizione sopragengivale di circa 0,5 mm in sede vestibolare e circa 1 mm nelle porzioni palatale e interprossimali, per consentire un’ulteriore maturazione della gengiva marginale in direzione coronale (Figura 6).
Grazie all’allungamento di corona clinica è stato possibile posizionare da subito la linea di finitura interamente su smalto e dentina e non sul composito della ricostruzione. La corona provvisoria preparata dal laboratorio è stata quindi ribasata con resina autopolimerizzabile e accuratamente rifinita e lucidata al fine di garantire una buona precisione marginale, dal momento che il paziente ha mantenuto questo provvisorio per ben 4 mesi17. Trascorso questo periodo di attesa per consentire una migliore stabilizzazione del margine gengivale è stata completata la fase protesica: la preparazione dell’elemento è stata perfezionata posizionando la linea di finitura in sede sottogengivale a livello vestibolare e interprossimale. È stata rilevata un’impronta di precisione in polietere con tecnica monofasica bicomponente mediante un porta-impronta individuale con impiego di 2 fili di retrazione18. Si è quindi optato per la realizzazione di una corona in lega preziosa e ceramica che è stata infine cementata con cemento all’ossifosfato di zinco (Figure 7 e 8).
7. Corona definitiva di 24 e situazione dei tessuti molli dopo la sua cementazione: visione vestibolare.8. Corona definitiva di 24 in visione occlusale.
Conclusioni
La Tabella 1 riassume schematicamente la scala temporale della terapia che è stata effettuata. Ad oggi si può comunque concludere che il paziente può ritenersi soddisfatto della riabilitazione funzionale ed estetica sinora eseguita. A 6 mesi dall’intervento chirurgico non si apprezzano recidive del granuloma periferico gigantocellulare rimosso. L’alta rilevanza estetica della regione è stata salvaguardata ed è auspicabile un ulteriore miglioramento se il parodonto marginale spesso del paziente crescerà ulteriormente nei prossimi mesi e andrà a riformare parzialmente o del tutto la papilla gengivale tra 24 e 25, perduta in seguito all’intervento di allungamento di corona clinica.
Corrispondenza Dr. Luca Ginocchio
Reparto di Chirurgia Ambulatoriale
Istituto Stomatologico Italiano
Via Pace, 21 - 20122 Milano
lucaginocchio81@libero.it
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I primi Autori che hanno descritto la β-talassemia sono Cooley e Lee1, nel 1927, osservando pazienti con severa anemia comparsa in giovane età associata ad alterazioni ossee e splenomegalia. Le β-talassemie sono un gruppo eterogeneo di malattie ereditarie croniche che hanno in comune la sintesi difettosa delle catene beta dell’emoglobina, la conseguente distruzione precoce dei precursori dei globuli rossi nel midollo (eritropoiesi inefficace) e, in misura minore, la loro distruzione nella milza (emolisi). La β-talassemia major è la forma clinica più grave, dovuta a una condizione genotipica di omozigosi. Si riscontra nei paesi dell’area mediterranea e nel sud-est asiatico. In Sardegna la malattia presenta un’incidenza del 9-14%, che risulta essere la più alta d’Italia2.
Le manifestazioni cliniche compaiono attorno al 5° mese di vita, quando la produzione di catene γ non viene fisiologicamente sostituita dalla produzione di catene β. Ciò produce una grave anemia, con conseguente iperplasia midollare di compenso. Non esiste una terapia specifica. L’aspettativa di vita, tuttavia, supera raramente i 30 anni e il trattamento di supporto consiste nella terapia trasfusionale, splenectomia, dieta specifica e controllo dell’ipersideremia. In assenza di terapia di supporto la β-talassemia major conduce alla morte intorno ai 5-6 anni di vita. È importante sottolineare, infine, un aumento dell’incidenza di malattie infettive da trasfusione (Epatite C) nei pazienti in cura3.
I pazienti affetti da β-talassemia major all’esame obiettivo presentano4,5:
ipoevolutismo somatico, con peso e statura inferiori alla norma e ritardo della maturazione scheletrica,
cute pallida,
facies mongoloide con ossa zigomatiche prominenti,
ossa del cranio ispessite,
radice del naso infossata,
ipertelorismo occulare,
palpebre tumide,
iperplasia midollare delle ossa mascellari,
frequente malocclusione di II classe di Angle.
Altre caratteristiche tipiche dei soggetti con β-talassemia sono:
cardiomegalia,
epato-splenomegalia,
osteoporosi generalizzata con lacune midollari dilatate,
epatopatia cronica,
frequente diminuzione del processo coagulativo,
frequente ipogonadismo o ritardo dello sviluppo sessuale.
Materiali e metodi
È stata condotta una revisione sistematica della letteratura riguardo le manifestazioni odontostomatologiche dei pazienti affetti da β-talassemia major, attraverso l’utilizzo della banca dati Med-line (www.ncbi.nih.gov/pubmed). Le parole chiave utilizzate sono state: “β-thalassemia” e “dental disease”. Sono stati utilizzati articoli che fornissero informazioni circa l’eziologia, la diagnosi e le soluzioni terapeutiche delle manifestazioni orali in pazienti affetti dalla suddetta malattia. Degli articoli selezionati sono stati presi in considerazione solo quelli dal 1950 al 2011 e soltanto quelli riferiti a “humans”.
Risultati
Gli studi presi in esame per la presente revisione hanno messo in evidenza le caratteristiche odontostomatologiche e ortodontiche dei soggetti affetti da β-talassemia.
Manifestazioni dentali
Numerosi studi hanno valutato le manifestazioni dentali presenti in questi pazienti. Gli Autori Al-Wahadni AM e coll.6 hanno evidenziato una maggior incidenza di carie nella popolazione affetta da β-talassemia. Le cause di questo fenomeno, tuttavia, appaiono controverse. Un primo gruppo di studi, infatti, riconduce la maggior incidenza di carie a cattive condizioni di igiene orale, scarsa motivazione all’igiene e abitudini alimentari improprie. Un secondo gruppo di studiosi, rappresentato da Siamopoulou e coll.7, ritiene invece che il fenomeno sia riconducibile soprattutto a una scarsa concentrazione di IgA nella saliva. Questa condizione, infatti, determinerebbe un aumento della popolazione microbica cariogena nel cavo orale6. Inoltre, come evidenziato da Bassimitici e coll.8, questi pazienti presentano anche alterazioni nella composizione generale della saliva, a causa di disfunzioni delle ghiandole parotidi dovute a depositi di emosiderina nel parenchima ghiandolare. Infine, Kaplan e coll.3 evidenziano la presenza di ipoplasie dello smalto che potrebbero anch’esse spiegare la maggior incidenza di carie. Gli elementi, soprattutto premolari e incisivi centrali inferiori hanno spesso delle radici più corte, forma conoide e presentano delle cavità pulpari più larghe (Poyton e coll.9)del normale che rendono questi pazienti sicuramente più suscettibili alla perdita degli elementi. Un ulteriore aspetto da considerare è la difficoltà di eseguire interventi di prevenzione dentale e di odontoiatria conservativa in questi pazienti10.
Manifestazioni parodontali
Per quanto riguarda le manifestazioni parodontali, invece, tutti gli studi in letteratura sembrano concordare sul fatto che non ci siano differenze statisticamente significative negli indici di placca e di genigivite di Silness e Loe11,12 e nell’indice di profondità di sondaggio valutati nei pazienti con β-talassemia rispetto al gruppo di controllo. Questo tipo di valutazione tuttavia, almeno per quanto riguarda la malattia parodontale, risulta in parte falsata dalla giovane età dei soggetti del gruppo campione e di quello di controllo. Purtroppo, come già ricordato, l’aspettativa di vita dei soggetti affetti da β-talassemia è di circa 30 anni, e prima di questa età, anche nel gruppo di controllo, è raro riscontrare dei disordini parodontali13. Le principali ricerche scientifiche hanno cercato di analizzare i valori cefalometrici dei pazienti con codesta malattia per evidenziarne le eventuali caratteristiche tipiche.
Caratteristiche cranio-facciali
La β-talassemia provoca un ritardo nella maturazione scheletrica, come dimostrato da esami radiografici sulle ossa della mano-polso14,15. Tuttavia non sono stati eseguiti studi longitudinali che dimostrino lo stesso effetto sullo sviluppo delle ossa craniche. Alcune caratteristiche cranio-facciali si riscontrano frequentemente nei pazienti affetti da β-talassemia major, senza particolari differenze tra i sessi8. Gli stessi Autori, Bassimitici e coll., riscontrano nei pazienti presi in esame una seconda classe scheletrica con pattern di crescita iperdivergente, antero-rotazione del mascellare superiore e una post-rotazione della mandibola, da cui consegue un aumento dell’altezza del terzo medio e inferiore della faccia, frequenti open-bite e cross-bite. Secondo gli Autori, questo tipo di crescita facciale potrebbe essere imputabile alla debolezza muscolare dei pazienti affetti da β-talassemia. Negli stessi soggetti hanno inoltre osservato un’esoinclinazione degli incisivi inferiori con labbra estroflesse e cavità nasali ristrette, ma quasi mai ostruite. Alcuni Autori16, inoltre, riportano una frequenza maggiore della seconda classe scheletrica nei pazienti in cui la β-talassemia si associa all’ipogonadismo. In particolare nei pazienti β-talassemici ipogonadici di sesso maschile la frequenza della seconda classe scheletrica è quasi tripla rispetto a quelli con normale sviluppo sessuale. Altri Autori17 hanno eseguito uno studio cefalometrico su pazienti iraniani con β-talassemia evidenziando risultati simili ai precedenti. Per quanto riguarda invece le caratteristiche morfologiche e le dimensioni delle arcate, Wahadni e coll.18 hanno evidenziato che i pazienti con β-talassemia major presentano una ridotta distanza interincisiva in entrambe le arcate, mentre la distanza intercanina, la distanza tra i secondi premolari e intermolare, la curva di Spee non presentano differenze statisticamente significative. Gli stessi Autori hanno osservato, inoltre, una minore dimensione trasversale del mascellare superiore e una ridotta lunghezza di entrambi i mascellari. Gli Autori Lucchi e coll.19 hanno valutato un campione di pazienti β-talassemici della Regione Sardegna, nei quali hanno distinto le alterazioni riscontrate in scheletriche e dentali. Tra le prime troviamo: II classe scheletrica, base cranica corta, prognatismo mascellare, mandibola piccola, altezza facciale posteriore diminuita e altezza facciale anteriore aumentata, osteopenia, obliterazione dei seni paranasali. A livello dentale troviamo mal occlusioni di II classe di Angle, cross-bite, overjet aumentato, open-bite, diastema interincisivo, aumentata incidenza di carie, ipoplasia dello smalto, anomalie dentarie. Sono state ritrovate inoltre anche glossodinia, atrofia delle papille filiformi, aumento rischio di candidosi orale e alterazioni della funzionalità parotidea.
Conclusioni
Dalla revisione della letteratura è possibile evidenziare le caratteristiche tipiche di questi pazienti. È opportuno che l’odontoiatra conosca questi aspetti peculiari per poter impostare in maniera attenta e consapevole un piano diagnostico-terapeutico multidisciplinare che possa risolvere le problematiche conservative, parodontali, ortodontiche ed eventualmente chirurgiche di questi pazienti. Le alterazioni rilevanti dal punto di vista ortodontico consistono in un ritardo globale della maturazione ossea cranio-facciale, nella maggiore incidenza di malocclusioni di seconda classe da ipomandibolia relativa e nell’aumento di incidenza delle iperdivergenze, indipendentemente dai rapporti sagittali. Dunque all’interno del quadro generale della patologia, nonostante la presenza di manifestazioni ben più gravi di quelle odontostomatologiche, la figura dell’odontoiatra diviene comunque molto importante nell’ottica di migliorare la qualità della vita di questi soggetti, seppur l’aspettativa sia piuttosto breve. In particolare l’obiettivo dell’odontoiatra è di mettere in campo soluzioni terapeutiche efficienti e di gestire al meglio la compliance di questi pazienti in cui gli aspetti dentali e ortognatodontici passano sicuramente in secondo piano rispetto a esigenze terapeutiche più importanti e impegnative.
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È Francesco Scarparo, 56 anni, medico-odontoiatra libero professionista, socio fondatore della S.I.C.O., nonché Presidente del Coordinamento delle Associazioni Odontostomatologiche Italiane (C.I.C.). Da Venezia, la sua città natale, racconta, ha subìto il fascino della bellezza, dalla sua famiglia paterna, quello della medicina.
L’equilibrio straordinario tra la bellezza naturale della laguna veneta e le architetture realizzate dall’ingegno umano, volute da una borghesia dedita al commercio e politicamente illuminata, ricorda Francesco Scarparo, hanno trovato a Venezia la loro massima espressione. «È nata proprio qui, in questa città, che abitua al bello», esordisce, «alle giuste proporzioni nell’estetica, ma anche all’intreccio di culture e civiltà, la mia passione per la medicina, grazie anche all’influenza positiva esercitata dalla mia famiglia paterna in cui c’erano alcuni medici». Una miscela dunque di stimoli endogeni ed esogeni, fa capire Scarparo, che lo hanno indotto a intraprendere lo studio della medicina e dopo la laurea conseguita all’Università di Padova, la strada dell’odontoiatria. Una disciplina che gli avrebbe consentito di praticare la chirurgia, afferma, di gestire in completa autonomia tutti i passaggi clinici dalla diagnosi al raggiungimento del risultato terapeutico, ma soprattutto di dare voce all’importanza che la salute orale riveste nel concetto generale di salute dell’individuo e nella vita sociale delle persone. Francesco Scarparo è socio fondatore della S.I.C.O. (Società Italiana di Chirurgia Orale e Implantologia), past President della S.I.C.O., nonché attuale Presidente del Coordinamento delle Associazioni Odontostomatologiche Italiane (C.I.C.). È stato presidente di ANDI Padova dal 2004 al 2006 e Delegato Veneto al Consiglio di Presidenza ANDI nel 2002-2003 e nel 2009-2010, anno in cui si è candidato alle elezioni per la presidenza dell’Associazione Nazionale Dentisti Italiani, vinte poi da Gianfranco Prada. Svolge la libera professione a Padova, in particolare nell’ambito della chirurgia orale e dell’implantologia, materia, quest’ultima, di cui ha curato pubblicazioni scientifiche e tenuto corsi presso alcune università italiane.
Dottor Scarparo, com’è sorta l’idea della Società Italiana di Chirurgia Orale e Implantologia?
Gli anni in cui è nata la SICO, ora SICOI, per l’odontoiatria sono stati di grande fervore e fecondi di importanti iniziative. I colleghi che praticavano all’interno dei propri studi la chirurgia in misura prevalente non erano molti. Si sentiva la necessità di istituzionalizzare quegli incontri che avvenivano tra noi professionisti per lo scambio di idee ed esperienze: e questo avvenne non a caso da un notaio a Firenze, perché la Toscana fu fucina di chirurghi orali come Ugo Covani, Carlo Clauser, Roberto Barone.
Quali benefici possono trarre i liberi professionisti che a vario titolo frequentano le società scientifiche attive in ambito odontoiatrico?
Sono fondamentalmente due: l’approfondimento di campi specifici e l’aggiornamento continuo. È importante sottolineare che per un professionista l’essere aggiornato, al di là dei dettami di legge, è requisito indispensabile per effettuare una prestazione sanitaria corretta e per adeguarsi agli standard di qualità che l’odontoiatria italiana rappresenta nel mondo e che sono stati determinanti e tali da indurre una richiesta di prestazione qualitativamente elevata da parte della popolazione italiana.
I compiti del Comitato Intersocietario di Coordinamento delle Associazioni Odontostomatologiche Italiane (C.I.C.) sono di primaria importanza: come avviene oggi il coordinamento tra le società scientifiche?
Il C.I.C. ha diversi compiti da svolgere, il primo è quello storico di coordinare le attività scientifiche delle S.S. aderenti: lo ha svolto sin da quando non c’era quella pletora di eventi che scandiscono oggi i fine settimana ed è un compito importante perché permette agli odontoiatri di accedere ai rilevanti appuntamenti scientifici senza dover fare delle scelte che possono limitare il loro percorso di aggiornamento. In conseguenza del lavoro svolto e in virtù del dialogo che nel corso degli anni è stato in grado di instaurare, il Comitato è diventato il riferimento delle S.S. in particolar modo per le tematiche che riguardano i rapporti con le istituzioni. Punto di forza è stato quindi quello di recepire le esigenze delle singole S.S. ed essere interlocutore delle istituzioni per l’ambito culturale e scientifico del mondo odontoiatrico. A riprova di quanto detto, riguardo i rapporti con le istituzioni, con la FNOMCeO e nello specifico con la CAO nazionale, abbiamo preparato il nomenclatore odontoiatrico, presentato a dicembre del 2008, lavoro che richiederà un aggiornamento periodico, da ultimo su richiesta del Ministero della Salute, l’importante lavoro di coordinatore eseguito assieme alla CAO Nazionale, per l’elaborazione delle Raccomandazioni Cliniche Odontoiatriche. Riunire al tavolo le S.S. aderenti e non al C.I.C. assieme all’Università e ottenere un risultato in tempi sinceramente molto contenuti è stata fonte di grande soddisfazione. Ora il passaggio successivo sarà il confronto con le associazioni di categoria.
Nella sua vita, accanto all’impegno scientifico e professionale, c’è anche quello sindacale: quando è nato questo interesse e con quali convinzioni?
La professione dell’odontoiatra al pari di quella del medico può essere totalizzante se alla spinta assistenziale si associa la consapevolezza del ruolo che si ha nella società. Il ruolo dell’odontoiatra al pari degli altri liberi professionisti è fondamentale nella struttura di una società democratica perché si colloca tra la parte datoriale e quella della dipendenza, è libera da vincoli strutturali e apportatrice di valori liberali: credere in questi valori porta ovviamente a battersi per la loro difesa.
Quali sono oggi le questioni più spinose per l’odontoiatria e la libera professione?
In anni di crisi economica, crisi dei valori e di cambiamento anche le professioni sono oggetto di critiche e di discussione e il fatto stesso che ci sia in cantiere da parte del governo una riforma delle professioni ne è la testimonianza. Il rischio è che prevalga la volontà di cambiare a tutti i costi a prescindere dalla funzione delle professioni e dall’effettiva possibile efficacia del cambiamento e che, come si dice, «si getti via il neonato con l’acqua sporca». Il concetto poi che le liberalizzazioni siano la panacea per tutti i mali della società mi sembra una visione demagogica e non rispondente alla realtà. Per giungere ai temi più attuali, oggetto di recenti dibattiti, quali quelli sui fondi sanitari e sulle convenzioni, io ritengo che i primi possano apportare dei benefici ai pazienti nel momento in cui integrano e supportano la loro spesa medica, mentre le convenzioni siano incompatibili con la libera professione e portino a una concorrenza che determinerà un crollo della qualità e ribadisco della qualità e non dell’eccellenza. Come può essere oggettivamente possibile una detartrasi a 11 o 36 €? Una situazione di questo tipo può solo innescare dei meccanismi poco limpidi che ricadranno sulla salute orale dei cittadini e anche sulle società di convenzionamento.
Come intende portare avanti il suo impegno in A.N.D.I.? Dopo le elezioni, Gianfranco Prada si è detto disponibile al confronto con le sue istanze: quali sono e come sta andando il dialogo con i vertici dell’Associazione?
La campagna elettorale che è da poco passata è stata caratterizzata da un confronto acceso ma estremamente corretto. A tutti è apparsa chiaro quanto io e Prada si sia voluto dare un segno di cambiamento nei confronti di un passato litigioso e questo per verificare la possibilità che ci possa essere un confronto che ci auguriamo costruttivo: se ci sarà la volontà di percorrere questa strada sicuramente sarà un bene per la categoria altrimenti si vedrà cosa fare.
Per concludere, quali sono i suoi impegni futuri e cosa suggerisce ai giovani odontoiatri? In quale scenario opereranno domani?
Il mio impegno più importante è sicuramente quello nel C.I.C. perché la cultura odontostomatologica è la base per una buona odontoiatria e da questo deriva anche il futuro della professione. Il futuro degli odontoiatri scaturirà anche da quello che i responsabili del mondo odontoiatrico saranno in grado di fare anche nel ruolo di forti, corretti ed equilibrati suggeritori dei referenti politici. La professione è uno degli aspetti importanti della nostra vita e di conseguenza ritengo che anche nella professione stessa concetti quali coscienza morale, principi etici, possano costituire una guida interiore valida.
Un modo equilibrato di vivere il nostro lavoro credo sia quello di vedere la nostra professione come lo strumento per dare salute e ottenere un giusto ritorno in termini di gratificazione anche economica. Resistere alle lusinghe dei centri dove gli odontoiatri vengono trattati in modo svilente e cercare invece un rapporto stabile presso gli studi odontoiatrici all’interno dei quali si può crescere professionalmente e avere un corretto compenso economico, ritengo possa essere la strada giusta anche perché in tal modo si possono creare i presupposti per un avvicendamento, un vero e proprio patto generazionale. Gli scenari futuri non credo siano facilmente prevedibili, la situazione come si suole dire è ancora fluida, sono cosciente però che se vogliamo che la professione odontoiatrica sia ancora di qualità e soddisfazione è necessario un impegno costante e continuo di tutti gli attori del mondo odontoiatrico, anche guardando alle esperienze degli altri Paesi per non ripetere errori che per l’appunto altri hanno già commesso.
In questo numero vengono messe a confronto differenti opzioni valide per la rimozione della gutta percha e del cemento canalare nei ritrattamenti
Valutazione fotomicrografica computerizzata della morfologia canalare dopo la rimozione dei materiali di sigillatura canalare nei ritrattamenti
Computer-assisted photomicrographic evaluation of root canal morphology after removal of the filling material during retreatment
N Luminiţa, M Grigorie, Di Rusu, M Mesaros Anghel, A Didilescu, SI Stratul. Rom J Morphol & Embryol 2011;52(1 Suppl):443-448.
Questo aggiornamento indaga l’efficacia di strumenti canalari rotanti tipo Pro Taper nella rimozione della gutta percha e del cemento canalare nei ritrattamenti e i loro residui nelle varie sezioni apicali.
Obiettivo primario nei ritrattamenti è quello di riuscire a rimuovere i pre-esistenti cementi e sigillanti canalari in tutta la lunghezza del lume canalare e riguadagnare l’accesso al forame radicolare. Gli Autori in questo studio hanno preso in considerazione 30 monoradicolati estratti con morfologia, lunghezza e diametro simili, aventi un solo canale e con forame apicale completo e non aventi già pre-esistente sigillo canalare. L’anatomia originale dei canali è stata radiografata all’inizio dello studio, e dopo l’estrazione sono stati conservati in soluzione a base di timolo allo 0.2% fino all’utilizzo.
I campioni considerati sono stati trattati endodonticamente secondo un protocollo pre-esistente stabilito dagli Autori. I diametri apicali sono stati trattati fino al #30 e otturati con gutta perche e cemento AHPlus con tecnica di condensazione laterale. Dopo due settimane i canali sono stati ritrattati con Pro Taper fino al file di sezione #40 senza utilizzare alcun tipo di solvente. A questo punto i provini sono stati immersi nella resina e sezionati a 4 diversi livelli: 0.5, 1, 1,5, 2 mm dal forame apicale. Le superfici sezionate sono state osservate al microscopio ottico metallografico e sono state eseguite delle immagini micrografiche e analizzate.
Il perimetro radicolare ricoperto da residui di gutta percha e cemento dopo il ritrattamento è stato espresso come percentuale del perimetro totale canalare. Gli Autori da questo studio hanno potuto osservare che dopo un ritrattamento i residui di cemento canalare e gutta percha sono stati ritrovati in ogni sezione considerata ma soprattutto presenti nelle sezioni a 0,5 e a 2 mm dall’apice radicolare. I valori maggiori sono stati riscontrati nelle sezioni a 2 mm dall’apice. La tabella 1 illustra i risultati ottenuti dagli Autori, la media percentuale nelle varie sezioni di gutta percha e cemento canalare residui.
Implicazioni cliniche
Il clinico può considerare gli strumenti canalari rotanti dei validi strumenti per la rimozione della pregressa gutta percha e cemento canalare durante i ritrattamenti. I maggiori residui di gutta percha sono riscontrabili ai livelli apicali del canale e per questo una strumentazione maggiore della porzione apicale è da auspicare.
Rimozione dei materiali da otturazione canalare: confronto tra i vari strumenti rotanti e solventi nei ritrattamenti
A Comparison of Rotary File Systems and Removing Root Canal Obturation Materials: Re-treatment Agents
J Ring, PE Murray, KN Namerow, BI Moldauer, F Garcia-Godoy. J Am Dent Assoc 2009;140:680-688.
In questo aggiornamento viene indagata l’efficacia nella rimozione di gutta percha e materiali da otturazione canalare a base di compositi di vari strumenti rotanti con il supporto di due diversi tipi di solventi.
Gli Autori hanno preso in considerazione 88 denti umani estratti e conservati in acqua fisiologica a temperatura ambiente. I denti sono stati radiografati per avere la certezza che avessero un unico canale ed esaminati sotto microscopio ottico per scongiurare fratture radicolari. Ai denti è stata rimossa la corona dentale a livello della linea amelo-cementizia, quindi i canali sono stati strumentati da un solo operatore e secondo un protocollo prestabilito. Sono stati utilizzati i Pro-file 0.6 strumentando in apice col 35/.06. La fase di strumentazione prevedeva anche la rimozione dello smear layer tramite lavaggi con ipoclorito 6% e soluzione di EDTA al 17%.
Gli 80 denti sono stati divisi a random in due gruppi di 40 denti ciascuno. Nel gruppo 1 i canali sono stati otturati con gutta percha e nel gruppo 2 con RBC (RealSeal 1 Bonded Obturator) con tecnica di condensazione laterale a caldo. Dopo l’otturazione canalare i provini sono stati conservati in ambiente umido al 100% per 15 giorni a temperatura ambiente. A questo punto i denti sono stati divisi in 8 gruppi di 10 denti ciascuno per i ritrattamenti:
Gruppo 1(gutta percha): ritrattamenti eseguiti con l’utilizzo di Pro-Taper e cloroformio;
Gruppo 2 (gutta percha): ritrattamenti eseguiti con l’utilizzo di Pro-Taper e Orange;
Gruppo 3 (gutta percha): ritrattamenti eseguiti con l’utilizzo di Endo sequence rotary files e cloroformio;
Gruppo 4 (gutta percha): ritrattamenti eseguiti con l’utilizzo di Endo sequence rotary files e Orange;
Gruppo 5 (RBC): ritrattamenti eseguiti con l’utilizzo di Endo sequence rotary files e cloroformio;
Gruppo 6 (RBC): ritrattamenti eseguiti con l’utilizzo di Pro-Taper e cloroformio;
Gruppo 7 (RBC): ritrattamenti eseguiti con l’utilizzo di Pro-Taper e Orange;
Gruppo 8 (RBC): ritrattamenti eseguiti con l’utilizzo di Endo sequence rotary files e Orange.
Gli Autori hanno poi deciso di tenere gli 8 denti rimasti senza eseguire l’otturazione canalare come gruppo controllo e a sua volta divisi in 4 gruppi di ritrattamenti:
Gruppo 9: i denti sono stati strumentati con Endo sequence rotary files e irrigati con cloroformio;
Gruppo 10: i denti sono stati strumentati con Pro-Taper e irrigati con cloroformio;
Gruppo 11: i denti sono stati strumentati con Endo sequence rotary files e irrigati con Orange;
Gruppo 12: i denti sono stati strumentati con Pro-Taper e irrigati con Orange.
Gli Autori da questo studio in vitro hanno potuto rilevare che non vi sono differenze statistiche significative nelle varie metodiche di ritrattamento utilizzato nella rimozione di gutta percha e materiali da otturazione canalare. In compenso però hanno potuto osservare una maggiore difficoltà nella rimozione di materiali da otturazione canalare a base resinosa rispetto alla gutta percha.
Implicazioni cliniche
I clinici possono considerare ugualmente efficaci nella rimozione dei materiali da otturazione canalare durante i ritrattamenti i Pro-Taper e gli Endo sequence rotary files per cui utilizzare l’una o l’altra metodica di strumentazione a piacimento, ugualmente per quanto riguarda i solventi (cloroformio od Orange). I tempi di strumentazione richiesti però sono inferiori nei casi in cui vengono utilizzati i Pro-Taper, per cui nelle circostante in cui vi è scarsità di tempo la scelta migliore ricade nell’utilizzo della metodica Pro-Taper.
È l’acronimo di Molar Incisor Hypoplasia, la patologia che colpisce i primi molari e incisivi permanenti di cui Chiara Baroni, ricercatrice presso l’Università degli Studi di Bologna, è una delle massime esperte in Italia. Lo stato dell’arte e le prospettive future viste da chi opera da 30 anni con impegno nel settore dell’odontoiatria infantile.
Sono detti anche “tarocchi” i primi molari e incisivi permanenti che gli americani da circa 200 anni chiamano invece “denti di formaggio” (cheese teeth). Della Molar Incisor Hypoplasia (MIH), questo il nome scientifico dato nel 2003 dalla comunità scientifica alla malattia che colpisce una fetta sostanziosa di bambini di 6/7 anni in tutto il mondo, in Italia si occupa in modo particolare Chiara Baroni. Bolognese, una laurea in Medicina e una Specializzazione in Odontoiatria e Protesi Dentaria, da sempre appassionata di odontoiatria infantile, nei primi anni ’80 consegue a Boston un master in questa disciplina che da allora non ha più abbandonato. Libera professionista, Baroni è ricercatore confermato presso l’Università degli Studi di Bologna, ma anche coordinatrice di “Project MIH”, un progetto che coinvolge l’Ateneo bolognese, l’Università di Trieste e quella di Melbourne proprio nello studio di questa singolare patologia.
Dottoressa Baroni, come si configura la Molar Incisor Hypoplasia (MIH)?
Gli aspetti clinici sono rappresentati da friabili e antiestetiche macchie dal bianco al giallo-bruno nel terzo occlusale-incisale degli incisivi in eruzione e aspetti di macchie abbinate a deficit di smalto con usura e carie nei primi molari permanenti. I molari MIH nei bambini dimostrano, oltre alle altre caratteristiche, una spiccata ipersensibilità1. La diagnosi è clinica e strumentale: microscopio a scansione e altri test radiografici di laboratorio dimostrano, sia in vivo per biopsia6, sia in vitro3-4-5 su denti estratti, un basso contenuto di calcio e fosfato, sostituiti dal molto più friabile magnesio e da una quantità da 3 a 15 volte superiore alla norma di proteine della formazione dello smalto (amelogenine)7. L’insieme dei sintomi permette di definire l’MIH come una forma di ipocalcificazione e distinguerlo dai difetti di ipo-maturazione come l’amelogenesi imperfetta (che è familiare e colpisce tutti i denti) o la fluorosi, che è anamnestica.
Strategie di supplementazione per Mih (ipoplasia incisivo molare)
Studio clinico e di laboratorio – Baroni C, Marchionni S (2011). MIH Supplementation Strategies: Prospective Clinical and Laboratory Trial. J Dent Res.; 90(3):371-76.
L’uso di prodotti a base di caseina-calcio-fosfato (ACP-CPP) su incisivi e molari ipomineralizzati è stato proposto, in modo particolare, dagli americani, ma senza supporto di ricerca, soprattutto in vivo. In questo studio gli effetti qualitativi e quantitativi dell’integrazione con prodotti di questo tipo su molari MIH sono stati monitorati al SEM per un periodo di 3 anni. Sono state effettuate repliche di superficie con un polivinilsilossano, biopsie di frammenti di dente destinato alla conservativa; ne sono state tratte immagini al SEM a basso edalto ingrandimento e infine i frammenti sono stati sottoposti a dosaggio degli elementi tramite microscopio ESEM-EDX che fornisce picchi semiquantitativi degli elementi presenti. Dopo 3 anni, la mineralizzazione, la morfologia e la porosità sono apparse nettamente migliorate. Il livello del calcio e del fosfato ha raggiunto valori quasi normali.
C’è da notare che in questo studio, per poter sovrapporre i risultati ottenuti da questo integratore a quelli che si ottengono con il fluoro topico in gel sui cucchiai appositi per 20 minuti, metodica classica americana, ai bambini è stata applicata la stessa procedura ogni sera per 3 anni. In realtà, i risultati dopo 2 anni sono più che buoni e con l’introduzione della nuova Paste arricchita col fluoro che verrà applicata 3 volte al giorno, anche sui denti sporchi, ci attendiamo che i tempi si dimezzino.
Esistono forme di trattamento o materiali specifici per questi molari che si scioglierebbero se lasciati a se stessi o per le macchie sugli incisivi che i bambini percepiscono come antiestetiche?
Ho specificato che in questi denti manca il calcio per cui l’integrazione con prodotti che contengano calcio e fosfato in forma biodisponibile deve essere considerata il punto di partenza di qualsiasi terapia conservativa e ortodontica. Da diversi anni la GC International produce un prodotto (GC ToothMousse, Tokio, Japan) a base di caseina-calcio-fosfato (ACP-CPP) inizialmente sotto forma di mousse, dall’ottimo sapore, che ho usato per tre anni su 20 bambini dai molti molari e incisivi compromessi con risultati clinici e al SEM così eclatanti che sono stati pubblicati sul Journal of Dental Research. Recentemente il prodotto è stato migliorato con l’aggiunta di fluoro (GC MI Paste Plus, Tokio, Japan ) e ho un progetto con le università di Bologna, Trieste e Melbourne (dove è stata messa a punto la mousse) per vedere se l’aggiunta di fluoro nel prodotto e una diversa, più frequente somministrazione porti a risultati in più breve tempo, permettendo (se il prodotto viene somministrato quando i denti sono appena erotti e hanno molte amelogenine calcio-disponibili) di trattare definitivamente i molari con compositi convenzionali (foto 1 e 2). Inizialmente la mordenzatura non funziona per l’assenza di calcio e in elementi molto compromessi devo usare ricostruzioni con bande ortodontiche e IRM perché alla lunga i molari si fratturano.
1 e 2. Molare MIH supplementato con mousse e ricostruito in composito.
Come procede invece la sperimentazione del prodotto specifico messo a punto proprio dal vostro gruppo dell’Università di Bologna che sta dando buoni risultati sulle macchie degli incisivi MIH?
Carlo Prati e il suo gruppo da alcuni anni hanno messo a punto dei materiali calcio-tetra-silicati (MTA derivatives per uso endodontico) già introdotti sul mercato. Poiché questi prodotti si sono dimostrati efficaci nell’apicogenesi, nell’apicificazione, riparazione delle perforazioni, come cementi endodontici, ma soprattutto nell’incappucciamento della polpa perché hanno un ottimo effetto remineralizzante sulla dentina, abbiamo pensato che grazie alla loro abilità di rilasciare ioni calcio in condizioni sia secche che umide, un nuovo tipo di uno di essi wTC-Ba, unito a una resina (HEMA)8 poteva fornire in soli 15 giorni di applicazione una sufficiente quantità di ioni tale da migliorare o addirittura far scomparire le macchie sugli incisivi, sempre che i denti siano erotti da poco e ci siano ancora amelogenine disponibili a legarsi al calcio. Man mano che mi arrivano bambini in condizioni ideali applico a strati sulle macchie questo prodotto da fotopolimerizzare per 11 minuti con ottimi risultati clinici e di laboratorio.
3. Antiestetiche macchie MIH.4. Macchie dopo applicazione del prodotto sperimentale tetrasilicato wTC-Ba+Hema.
Come dicevo lo lascio per 15 giorni perché quest’ultima formulazione ha una grande ritenzione, poi lo tolgo ma lo posso riapplicare (foto 3 e 4). Uso repliche e analisi di superficie sia con il profilometro dei prof. Breschi e Cadenaro a Trieste che con il nostro microscopio a scansione. I partners australiani del progetto (che sono anche gli inventori dell’altro supplemento già sul mercato, cioè la GC MI Paste con fluoro aggiunto) eseguiranno dosaggi quantimetrici di biopsie prelevate da molari. Nella bibliografia i colleghi possono vedere i numeri del problema, dove sta andando la ricerca clinica e come si evidenziano i risultati.
Che futuro vede per queste ricerche e applicazioni cliniche?
Essendo io un’idealista e amando i bambini e la conservativa, percepisco questa esperienza come una seconda giovinezza scientifica e vagheggio che, fra gli sforzi miei, dei colleghi triestini e quelli del gruppo australiano con cui collaboro, in qualche anno l’annoso problema dell’MIH diventi un problema conservativo risolvibile e protocollabile per tutti i colleghi. Infatti al recente congresso International Association Pediatric Dentistry ad Atene sono state presentate delle corone in composito che possono costituire un valido aiuto (estetico) nei bambini MIH più grandicelli. Intanto mandatemi i bambini più piccoli, grazie!
Bibliografia
1. American Academy of Pediatric Dentistry (2008). Guidelines on Pediatric Restorative Dentistry. Reference manual. 163–9.
2. Weerheijm KL, Duggal M, Mejàre I, Papagiannoulis L, Kock G, Martens LC, Hallonsten AL (2003). Judgement criteria for molar-incisors hypomineralization (MIH) in epidemiologic studies; a summary of the European meeting on MIH held in Athens 2003. Eur J Paediatr Dent 4:110–3.
3. Farah RA, Swain MV, Drummond BK, Cook R, Atieh M (2010). Mineral density of hypomineralized enamel. J Dent 38:50–58.
4. Jälevik B (2010). Prevalence and Diagnosis of Molar-Incisor-Hypomineralization (MIH). A systematic review. Eur Archs Paediatr Dent 10:59–64.
5. Lygidakis NA, Wong F, Vierrou A-M, Alaluusua S, Espelid I (2010). Best Clinical Practice Guidance for clinicians dealing with children presenting with Molar Incisors Hypomineralization (MIH). An EAPD policy document. Eur Archs Paediatr Dent 2:75–80.
6. Baroni C, Marchionni S (2011). MIH Supplementation Strategies: Prospective Clinical and Laboratory Trial. J Dent Res.; 90(3):371-76.
7. Mangum JE, Crombie FA, Kilpatrick N, Manton DJ, Hubbard MJ (2010). Surface Integrity Governs the Proteome of Hypomineralized Enamel. J Den Res, DOI:10.1177/0022034510375824.
8. Gandolfi MG, F. Siboni, M. Cesari, C. Kleverlaan, C. Prati, E. De Stefano Dorigo (2010h). Remineralizing calcium-fluoride-aluminosilicate composite resins Calcium- and Fluorine-releasing. J Dent Res 89 (Spec Iss A).
Il gergo utilizzato nei contratti di assicurazione spesso non è pienamente compreso… analizziamo quindi alcuni dei termini maggiormente ricorrenti
All’interno del contratto assicurativo di responsabilità civile professionale, l’assicurato si imbatte frequentemente in definizioni tecniche non sempre immediatamente percepibili nel loro corretto e completo significato. Gli assicuratori e gli intermediari, dal canto loro, nei rapporti con i professionisti danno per scontata la conoscenza di alcuni termini. Il rischio di una tale situazione è che spesso si legge una polizza senza avere l’esatta consapevolezza del significato concreto delle clausole che poi si vanno a sottoscrivere. Riteniamo, pertanto, utile soffermarci sul significato di taluni termini ricorrenti nell’ambito dell’assicurazione della responsabilità civile professionale.
Qual è il significato del termine “contraente”?
Il contraente di una polizza assicurativa è il soggetto che stipula il contratto nell’interesse proprio o di terzi.
Qual è il significato del termine “assicurato”?
L’assicurato della polizza è la persona fisica o giuridica la cui responsabilità è protetta dall’assicurazione.
Il “contraente” di una polizza assicurativa coincide con l’“assicurato”?
Non necessariamente. Più nello specifico, tale coincidenza sussiste quando il contratto assicurativo viene stipulato esclusivamente nell’interesse del soggetto stipulante. In tale caso, il contraente è lo stesso soggetto il cui interesse è protetto dall’assicurazione. Il contratto assicurativo potrebbe tuttavia essere stipulato anche nell’interesse di terzi, che vengono a essere protetti dall’assicurazione (e che quindi si definiscono assicurati) pur senza assumere la veste di contraenti la polizza.
Che cos’è una “polizza collettiva”?
Per polizza collettiva si intende il contratto di assicurazione stipulato da un contraente nell’interesse di più assicurati. In genere, gli assicurati sono i dipendenti di un’azienda (in tal caso il contraente è il datore di lavoro) oppure gli appartenenti a una medesima categoria professionale.
Che cosa si intende per “premio” assicurativo?
Il premio è la somma dovuta dal contraente all’impresa assicuratrice. Pertanto, esso costituisce il costo della copertura assicurativa. Solitamente la periodicità del pagamento del premio è annuale. L’impresa assicuratrice potrebbe anche prevedere, con o senza maggiorazione, un frazionamento del premio.
Che cosa si intende per “massimale”?
Il massimale rappresenta la massima esposizione dell’impresa assicuratrice. Conseguentemente, la somma indicata in polizza quale massimale rappresenta il limite massimo di indennizzo contrattualmente stabilito. Il massimale può essere rapportato all’anno assicurativo oppure al singolo sinistro o, ancora, può essere pattuito per anno e per sinistro.
Esempio 1
Massimale euro 500.000
Danno euro 200.000
Indennizzo euro 200.000
Esempio 2
Massimale euro 500.000
Danno euro 700.000
Indennizzo euro 500.000 (l’impresa assicuratrice corrisponde l’importo di euro 500.000 pari al massimale assicurato. L’assicurato dovrà provvedere con il proprio patrimonio al risarcimento degli ulteriori euro 200.000, importo quest’ultimo pari alla differenza tra l’ammontare del danno e il massimale assicurato).
Che cosa si intende per “indennizzo”?
L’indennizzo è la somma dovuta dall’impresa assicuratrice in caso di sinistro.
Che cosa si intende per “franchigia”?
La franchigia è l’importo prestabilito che in caso di sinistro l’assicurato tiene a suo carico e per il quale l’impresa assicuratrice non riconosce l’indennizzo.
Esempio 1
Danno euro 1000
Franchigia euro 270
Indennizzo euro 730 (danno euro 1000 – franchigia euro 270)
Esempio 2
Danno euro 200
Franchigia euro 270
Indennizzo 0 (non dovuto perché il danno è inferiore alla franchigia)
Che cosa si intende per “scoperto”?
Lo scoperto è la percentuale di somma liquidabile secondo i termini di polizza che rimane a carico dell’assicurato.
Esempio 1
Danno euro 10.000
Scoperto 10% con il minimo di euro 500
Indennizzo euro 9000 (danno euro 10.000 – scoperto 10%)
Esempio 2
Danno euro 1000
Scoperto 10% con il minimo di euro 500
Indennizzo euro 500 (danno euro 1000 – scoperto di euro 500, in quanto lo scoperto del 10% del danno è inferiore al minimo indennizzabile)
Che cosa si intende per “intermediario”?
L’intermediario è la persona fisica o giuridica, iscritta al Registro Unico degli Intermediari Assicurativi e Riassicurativi (R.U.I.) di cui all’art. 109 del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209.
Che cosa si intende per “danno”?
Nella responsabilità civile professionale il danno è rappresentato dalla morte o dalle lesioni personali, distruzione o deterioramento di beni fisicamente determinati.
Che cosa si intende per “perdita patrimoniale”?
La perdita patrimoniale è rappresentata dal pregiudizio economico causato a terzi, che non sia effetto o conseguenza diretta o indiretta di danni.
Chi assume la qualità di “terzo danneggiato”?
Nelle assicurazioni della responsabilità civile, il terzo danneggiato è la vittima del fatto illecito il cui risarcimento, nei limiti del massimale, viene garantito dall’assicuratore.
Che cosa si intende per “rischio” assicurato?
Il rischio è la probabilità che si verifichi il sinistro.
Che cosa si intende per “rischi esclusi”?
I rischi esclusi dalla copertura assicurativa sono quelli per i quali non è operante la garanzia prestata dall’assicuratore. I rischi esclusi sono dettagliatamente elencati in apposite clausole del contratto di assicurazione. Le esclusioni possono dipendere da circostanze diverse riguardanti: la causa dell’evento dannoso, il tipo di danno che ne è derivato, il tempo e il luogo in cui il sinistro si è verificato ecc.
Che cos’è il “sinistro”?
Il sinistro è costituito dal verificarsi dell’effetto dannoso per cui è prestata l’assicurazione.
Che cosa si intende per “aggravamento del rischio”?
Si ha aggravamento del rischio assicurativo nel caso in cui, per sopravvenute modifiche della situazione originariamente considerata, aumenti in modo permanente la probabilità che si verifichi l’evento per il quale è stata prestata la copertura assicurativa in misura tale per cui, se la società fosse stata a conoscenza di tale stato di cose al momento della stipulazione del contratto, non avrebbe prestato la garanzia o l’avrebbe stipulata a condizioni diverse.
Che cosa di intende per “diminuzione del rischio”?
Si ha diminuzione del rischio assicurativo nel caso in cui, per sopravvenute modifiche della situazione originariamente considerata, diminuisce la probabilità che si verifichi l’evento per il quale è stata prestata la copertura assicurativa.
Che cosa si intende per “recesso”?
Il recesso è lo scioglimento unilaterale del vincolo contrattuale e quindi del rapporto assicurativo.
Che cos’è la “nota informativa”?
Il regolamento ISVAP n. 35 del 26 maggio 2010 ha previsto l’obbligo di consegna al contraente, prima della stipula del contratto di assicurazione, di un documento denominato nota informativa con uno schema predeterminato.
Il contenuto della nota informativa si suddivide in due parti:
a) informazioni relative all’impresa di assicurazione e quindi informazioni generali (forma societaria, sede legale, recapiti, autorizzazione all’esercizio dell’assicurazione) e informazioni sulla situazione patrimoniale dell’impresa (patrimonio netto, capitale sociale, riserve patrimoniali, indice di solvibilità riferito alla gestione danni);
b) informazioni relative al contratto assicurativo (garanzie e opzioni, durata del contratto, modalità di versamento dei premi, regime fiscale, legislazione applicabile, reclami in merito al contratto ecc).
Quali sono le competenze dell’ISVAP?
L’ISVAP è l’Istituto di vigilanza sulle assicurazioni private e di interesse collettivo. Trattasi di un ente di diritto pubblico cui spetta il controllo sulle imprese di assicurazione nonché sugli intermediari assicurativi.
Eventuali reclami riguardanti il rapporto contrattuale o la gestione dei sinistri devono essere inoltrati presso la sede legale dell’Impresa Assicuratrice. Qualora l’assicurato non si ritenga soddisfatto dell’esito del reclamo o in caso di assenza di riscontro nel termine massimo di 45 giorni, potrà rivolgersi all’ISVAP, corredando l’esposto della documentazione relativa al reclamo trattato dalla Compagnia.
Alla necessità di rinnovare gli spazi operativi i professionisti del settore odontoiatrico rispondono con scelte differenti: alcuni vogliono impegnare risorse minime e altri, invece, ritengono indispensabile continuare a investire nella propria attività con scelte anche audaci
Poco prima delle vacanze estive ho effettuato l’ennesimo sopralluogo in uno studio dentistico nel cuore di Milano al fine di valutare alcune opere di riqualificazione.
Un piccolo cartoncino spiegazzato, collocato sulla porta di ingresso, recante la denominazione dello studio mi indicava che ero giunta a destinazione.
Pareti dalla colorazione desueta, sedute vetuste e illuminazione non adeguata incorniciavano l’attesa.
Purtroppo, come sempre più spesso accade, il titolare, dopo un breve preambolo, si è rammaricato per le condizioni in cui reca oggi il settore dell’odontoiatria.
Lamentava che i margini di redditività non sono più quelli di una volta, che la concorrenza è agguerrita e che i pazienti sono diventati sempre più difficili da accontentare.
Dati questi presupposti riteneva opportuno investire il minimo indispensabile.
L’ho rassicurato immediatamente: seppur con un ridotto esborso di denaro è possibile, se ben consigliati, rinnovare un ambiente donandogli nuova vita.
Proprio in virtù della crisi che anche il settore odontoiatrico sta attraversando ho notato che due sono gli atteggiamenti, completamente agli antipodi, che i miei clienti assumono.
C’è chi, come il signore di cui sopra, guardando al futuro con preoccupazione reputa opportuno effettuare investimenti minimi se non nulli.
Al contrario, proprio per contrastare la concorrenza e far fronte alla crisi c’è chi ritiene indispensabile continuare a investire.
Come è naturale presupporre spesso sono i giovani odontoiatri che, non avendo conosciuto tempi migliori, non solo si adattano facilmente, ma sono dotati, data l’età, di forza e volontà per affrontare la situazione attuale.
Tra i professionisti più maturi c’è comunque chi non si scoraggia e non avendo nessuna intenzione di ammainare le vele investe nella propria attività effettuando magari anche scelte audaci.
È il caso di un professionista, che contrariamente alla moda attuale, non ha voluto trasferire la propria attività su strada, ma l’ha realizzata al primo piano di uno stabile residenziale costruito fra le due guerre mondiali.
L’immobile esternamente mostra segni riconducibili tra il periodo liberty e quello del razionalismo italiano.
Al suo interno mantiene un aspetto classico residenziale tipico dell’alta borghesia milanese.
Gli spazi comuni - ingresso, atrio, scala e pianerottoli - sono dotati di finiture di pregio e hanno ampio respiro.
La scala marmorea a pianta quadrata, dotata di bella ringhiera in ferro battuto con dettagli in ottone, accompagna dolcemente al primo piano dove è collocato l’ambulatorio.
L’appartamento, di circa cento metri quadrati, ha la disposizione tipica della civile abitazione: cucina abitabile, grande bagno, camera da letto, ripostiglio e ampio soggiorno.
L’unica modifica significativa subita da questo bell’appartamento, che ha avuto un cambio di destinazione d’uso in ufficio, ha riguardato la chiusura, ma solo dall’interno, di una finestra affinché fosse possibile utilizzare l’intera parete per la collocazione di un armadio archivio. Ovviamente, la finestra è stata prontamente ripristinata.
Irrinunciabile, pensando di destinare il locale a sala operativa, la luminosità e la vista della parte alta delle fronde degli alberi collocati nel viale sottostante.
La progettazione ha previsto una zona extra clinica e una clinica ottenendo: ingresso, reception/segreteria, attesa, bagno pazienti, spogliatoio e servizio personale.
La zona clinica è costituita da due sale operative, vano opt, vano sterilizzazione e sala macchine. È stata progettata e realizzata per l’attività massima di due professionisti in contemporanea. L’immagine della zona operativa è rigorosa, mentre la zona di accoglienza è stata allestita come se si trattasse del salotto “buono” di una famiglia borghese di inizio secolo, rispettando lo stile e la storia dell’edificio.
Nell’appartamento vi erano finiture originali dell’epoca, plafoni decorati con cornici in gesso che, nella zona extra clinica, sono state mantenute e restaurate.
Vi era il desiderio di conservare il più possibile il vecchio parquet, cosa che purtroppo non è stata possibile a causa dell’alto stato di deterioramento dello stesso.
Nella zona di accoglienza è comunque stata posata una pavimentazione in legno.
Le pareti sono state rivestite con un prodotto a fibre di vetro che garantisce un’ottima resistenza a urti e abrasioni; non è contaminabile e non fornisce terreno di coltura a batteri e parassiti.
Il materiale è omologato in classe 1 di reazione al fuoco ai sensi del D.M. del 26/06/84 ed è certificato in classe 0. Lo stesso è stato poi trattato con smalto all’acqua nelle colorazioni desiderate.
Nonostante si tratti di un materiale altamente tecnico, specifico per ambienti sanitari, alcune accortezze, banali per chi è del mestiere, hanno consentito che si fondesse con l’immagine familiare e salottiera che si è voluta dare alla zona di accoglienza.
Nella sala di attesa - oltre a una serie di divani a due posti modello Chester realizzati artigianalmente con struttura in legno massello, seduta con molleggio in acciaio e lavorazione in capitonnè a mano - il cliente ha voluto introdurvi un pianoforte verticale di famiglia ottenendo così un ambiente elegante, confortevole e soprattutto non anonimo.
In questo “salotto” non è stata volutamente prevista l’installazione di un monitor, ma ad accompagnare l’attesa vi è un impianto di diffusione sonora e svariati libri.
La progettazione avvenuta su richiesta del committente, anticonformista nelle scelte, è dettata dalla volontà di differenziarsi dalla massa e di puntare sull’importanza del rapporto fra odontoiatra/paziente.
Entrando si ha la netta percezione di essere accolti come ospiti di riguardo, e passando nella zona clinica il rigore dell’allestimento della stessa comunica professionalità e competenza.
L’immagine di questo ambiente è in perfetta sintonia con la zona in cui si trova e con il target di riferimento.
Il primo riscontro da parte dei pazienti è stato positivo. Funzionerà? Sarà il tempo a dirlo, ma i presupposti per ora ci sono tutti.
Riassunto Lo scopo del presente lavoro è presentare il caso ortodontico-chirurgico di un paziente adulto di sesso femminile affetto da malocclusione caratterizzata da iperdivergenza, relazioni sagittali intermascellari di terza classe, grave discrepanza dento-alveolare con importante deficit trasversale del mascellare superiore. La diagnosi è stata effettuata attraverso lo studio dell’esame obiettivo del viso e dell’apparato stomatognatico integrata con i dati cefalometrici e radiografici, timing del trattamento chirurgico di osteotomia secondo LeFort I e applicazione di osteodistrattore di Triaca e quindi della finalizzazione ortodontica attraverso una tecnica con collocazione linguale degli attacchi.
A fine trattamento sono stati raggiunti un buon risultato estetico, valide relazioni dentali interarcata sia in senso sagittale che trasversale, corretti overbite e overjet. Questo case report evidenzia come sia possibile soddisfare le esigenze estetico-funzionali del paziente attraverso l’applicazione di una tecnica multiattacchi palato-linguale associata a espansione chirurgica del mascellare superiore mediante distrattore osseo.
Sempre maggiore è il numero di pazienti adulti che decide di sottoporsi a terapia ortodontica. Nel 1970 meno del 5% di tutti i pazienti ortodontici aveva 18 o più anni di età. Dal 1990 questa categoria ha raggiunto il 25% e attualmente è in continua crescita1. Gli adulti che richiedono un trattamento ortodontico possono sostanzialmente essere suddivisi in due categorie: i più giovani (generalmente sotto i 35 anni) motivati o da un insuccesso in una precedente terapia in età infantile o adolescenziale piuttosto che dall’assenza di questa; i meno giovani (tra i 40 e i 50 anni, ma anche di più) ai quali invece viene proposta l’ortodonzia in un piano di trattamento multidisciplinare. Il primo gruppo desidera il massimo miglioramento possibile e può necessitare o meno dell’intervento di altre branche dell’odontoiatria; nel secondo caso invece la terapia ortodontica va a risolvere obiettivi ben precisi come, ad esempio, la creazione dello spazio protesico in seguito a perdita di elementi dentari o la cura di disturbi dell’ATM. Sostanzialmente non vi sono differenze fondamentali tra il trattamento negli adulti e quello nei ragazzi. La risposta ortodontica può essere più lenta, ma lo spostamento dentale avviene in modo simile a tutte le età. Sicuramente nel paziente in età adulta bisogna tener conto delle modificazioni tissutali, come un ridotto turnover cellulare, una minore vascolarizzazione, un metabolismo osseo più lento che inevitabilmente determinano un aumento del tempo di latenza, quindi un ritardo nella risposta dei tessuti alle forze esercitate2. Indubbiamente nell’approccio a un paziente più grande si riscontrano problematiche che non si hanno negli adolescenti.
Queste sono rappresentate dalla maggior predisposizione di incorrere in malattia parodontale, dalla differente reazione psicologica alla terapia e dalla mancanza di crescita ossea, anche se quest’ultima non preclude la possibilità di modificare i rapporti scheletrici facendo ricorso all’intervento chirurgico. La condizione parodontale rappresenta un punto chiave nella pianificazione di un trattamento ortodontico nell’adulto. Con l’età, infatti, la fisiologia del parodonto si modifica e la malattia parodontale è sicuramente più frequente. La presenza di un parodonto sano è un elemento irrinunciabile per evitare la comparsa di lesioni iatrogene durante il trattamento. Intraprendere una terapia in presenza di lesioni parodontali in fase attiva equivale ad aumentare l’infiammazione portando a perdite di attacco e ossee irreversibili3. Quando si perde osso alveolare l’area del legamento parodontale si riduce e le stesse forze ortodontiche che agiscono sulla corona producono una pressione superiore sul legamento parodontale del dente compromesso, rispetto a quello sano. Quando si è perso il supporto parodontale, la forza utilizzata per muovere i denti deve essere ridotta per prevenire eventuali danni al legamento, all’osso alveolare, al cemento e alla radice. Inoltre, tanto maggiore sarà la perdita di attacco tanto minore risulterà l’area di supporto della radice e più apicale il suo centro di resistenza4.
Tutto ciò influenza i momenti creati dalle forze applicate alle corone e i momenti necessari per controllare il movimento dentale. In generale il movimento ortodontico può avvenire nonostante la perdita ossea, ma sono necessarie forze più leggere rispetto a momenti maggiori. Un altro aspetto molto importante nella cura ortodontica di un adulto è rappresentato dalla componente psicologica. Infatti, se nel bambino o nell’adolescente la reale motivazione deriva dai genitori e generalmente viene percepita da essi come un evento inevitabile che si deve sopportare nell’età della crescita, nel paziente più grande rappresenta un desiderio ben consapevole ed è perciò fondamentale per l’ortodontista comprendere le reali motivazioni al fine di mostrare chiaramente quelli che possono essere i traguardi raggiungibili per evitare di deludere le aspettative. Inoltre un adulto, oltre ad avere esigenze molto elevate, richiede di ridurre il più possibile le tempistiche e l’impatto che la terapia possa avere sulla propria vita sociale e di relazione5. Ed è in questo contesto che si posiziona la tecnica con collocazione palatale e linguale degli attacchi. L’ortodonzia linguale appare in letteratura nel 1979 quando K. Fujita6,7, un Autore giapponese, pubblicò due articoli che crearono grande scalpore in questo ambito e successivamente ne fu pubblicato un terzo sull’American Journal of Orthodontics8.
In questi articoli l’Autore presentava un disegno particolare di brackets che potevano essere più facilmente collocati dal lato linguale del dente e una nuova forma di arco, che egli chiamò “mushroom arch form”, ormai universalmente accettata. Da questi articoli, a parte il merito innovativo di aver compiuto un grande sforzo di adattamento delle cognizioni vestibolari per una necessità estetica, si poteva però osservare la mancanza di un‘impostazione biomeccanica. Dal 1980 la letteratura è ricca di tentativi di adattare gli attacchi e le tecniche vestibolari al versante linguale. Mentre in Giappone Fujita sconvolgeva la filosofia dell’edgewise rovesciando il sistema ortodontico e nel mondo si compivano vari tentativi di adattamento delle tecniche vestibolari, negli Stati Uniti un gruppo di studio organizzato dalla Ormco elaborava una tecnica completamente nuova. I risultati di questo gruppo, definito Task Force, furono pubblicati con una serie di articoli sul Journal of Clinical Orthodontics9,10, stabilendo così l’inizio di una nuova era per l’ortodonzia ad approccio linguale. L’ortodonzia linguale oggi, oltre a soddisfare le esigenze estetiche del paziente, offre all’operatore importanti vantaggi biomeccanici.
L’effetto bite anteriore, ad esempio, crea una possibilità di controllo della dimensione verticale con la possibilità di estrusione dei settori posteriori e di intrusione di quelli anteriori. L’effetto bite, che si realizza volutamente con gli attacchi ideati da Kurz, è decisamente vantaggioso perché, favorendo lo svincolo interocclusale, consente l’eliminazione di possibili interferenze fin dalle prime fasi di trattamento, l’aumento della dimensione verticale scheletrica, sia per intrusione dei settori frontali che simula l’effetto delle forze direzionali, sia per l’estrusione dei settori intermedi con successiva produzione di osso alveolare11. Dal punto di vista biomeccanico nella tecnica palato-linguale l’applicazione delle forze è più vicina all’asse passante per il centro di resistenza del dente e ciò determina una riduzione dei momenti durante l’applicazione della forza e quindi un maggior controllo dei movimenti desiderati. In un monoradicolato il CR è situato a circa metà della lunghezza radicolare, approssimativamente al 40% della distanza tra la cresta alveolare e l’apice dentale, se il supporto parodontale è normale. Nei molari superiori il CR è localizzato sul piano verticale a livello della triforcazione, ma è spostato più lingualmente sul piano orizzontale. Nei molari inferiori è situato a livello della biforcazione sul piano verticale ed è centrato sul piano orizzontale.
Vi sono parametri in base ai quali il centro di resistenza varia: la lunghezza della radice (più questa aumenta più il CR si sposta apicalmente) e l’entità del supporto dell’osso alveolare (quando questa diminuisce il CR è più apicale). Se la forza agisce sul CR si ottiene uno spostamento corporeo del dente, ma se la direzione della forza applicata non passa attraverso il CR si ottengono differenti movimenti determinati dal momento. Il momento è il prodotto della forza per la distanza tra il CR e il punto di applicazione della forza: M = F x d. Quando un elemento dentale viene sottoposto a una forza non passante per il CR tende a ruotare attorno a un punto definito centro di rotazione, che a differenza del primo varia a seconda del sistema di forze utilizzato. A livello degli incisivi superiori, diversamente da ciò che accade nell’ortodonzia vestibolare, gli attacchi linguali sono collocati, verticalmente, in una posizione che è maggiormente in linea con il CR, consentendo movimenti più precisi quando viene applicata una forza occlusale. Inoltre, sul piano orizzontale la collocazione degli attacchi linguali sugli incisivi superiori è molto vicina al CR, determinando una minore tendenza alle rotazioni quando vengono applicate forze con direzione mesio-distale. In linea generale nella tecnica linguale - vista l’applicazione della forza in un punto più vicino al CR - è sufficiente utilizzare forze leggere, continue e proporzionali12. I problemi legati all’igiene orale dipendono essenzialmente dalla motivazione e dall’abilità del paziente stesso.
Il controllo della placca batterica è fondamentale nell’ortodonzia linguale tanto quanto in quella vestibolare per mantenere un’adeguata salute parodontale13. Sicuramente la lunghezza di corona clinica è un elemento fondamentale quando si parla di igiene orale. Generalmente i brackets devono essere posizionati a non meno di 1 mm dal margine gengivale al fine di permettere la rimozione degli eccessi di composito durante il bandaggio e per facilitare l’azione delle setole dello spazzolino durante la detersione. È per queste motivazioni che in casi in cui si hanno corone dentarie estremamente corte, soprattutto nell’arcata inferiore, è sicuramente controindicata l’ortodonzia con collocazione linguale degli attacchi12. Spesso nel paziente adulto la sola terapia ortodontica non è sufficiente al raggiungimento di un equilibrio e di un’armonia dentofacciali, rendendo quindi necessario l’intervento chirurgico. In questi casi la chirurgia non sostituisce l’ortodonzia, ma piuttosto la prima deve coordinarsi correttamente con la seconda per ottenere buoni risultati. Per quanto concerne l’ortodonzia linguale questa non preclude la possibilità di un approccio chirurgico14. Nel case report riportato in seguito si fa ricorso all’espansione chirurgica del mascellare ottenuta attraverso un distrattore osseo che, come dimostra la letteratura15,16, determina una reale disgiunzione della sutura pterigo-palatina nel paziente adulto.
Caso clinico
Una paziente di 27 anni si è presentata alla nostra osservazione perché insoddisfatta del proprio sorriso a causa di un importante disallineamento dentale in entrambe le arcate (figura 1). All’anamnesi vengono riferiti una pregressa mentoplastica riduttiva e, da circa 4 anni, occasionali disturbi (click) all’ATM di destra, prevalentemente nei movimenti di massima apertura. In seguito a visita gnatologica si è deciso, vista l’assenza di segni obiettivi, di non eseguire un esame kinesiografico, spiegando all’interessata la possibilità di una sua necessità nel caso in cui fossero apparsi segni clinici e/o disturbi più marcati. All’esame obiettivo si riscontra un’asimmetria del volto caratterizzata da deviazione mandibolare a sinistra (figura 2). L’esame endorale mostra una postura linguale bassa e la presenza di tutti gli elementi della serie permanente, compresi i terzi molari. In particolare si evidenzia deficit trasversale del mascellare superiore con cross-bite bilaterale e una grave discrepanza dento-alveolare con affollamento dentale in entrambe le arcate. Nell’arcata superiore si hanno palato-versione di 1.2 e 2.2, inclinazione corono-mesiale di 1.3 e 2.3; nell’inferiore linguo-versione di 3.2, 3.5, 4.2 e 4.5 (figure 3a e 3b).
I rapporti dentali interarcata, a destra e a sinistra, sono di III classe sia molare sia canina. Si osserva inoltre una riduzione dell’overbite. A livello parodontale vi sono recessioni gengivali a livello di 1.3, 2.3, 3.3, 3.4, 4.3 che la paziente non ha voluto trattare prima della terapia ortodontica nonostante i suggerimenti. L’esame radiografico su ortopantomografia mostra cure conservative a carico di 3.6 e 4.6 (figura 4). La teleradiografia latero-laterale e il relativo tracciato secondo Tweed-Merrifield evidenziano una tendenza all’iperdivergenza (FMA = 29.6°) con relazioni sagittali di III classe scheletrica (AO-BO = -6.6 mm) e un’importante vestibolo-versione degli incisivi superiori (1/Ff = 120°) (figura 5). In base ai risultati degli esami obiettivi e strumentali è stato proposto un piano di trattamento ortognato-chirurgico che prevede l’estrazione dei III molari, l’espansione del mascellare superiore chirurgicamente assistita, una terapia multiattacchi bimascellare con tecnica palato-linguale, come richiesto espressamente dall’interessata, e quindi un successivo intervento di chirurgia ortognatica al fine di ottenere una migliore armonia scheletrica. La paziente, nonostante fosse realmente intenzionata a migliorare la propria estetica, ha preferito non sottoporsi a un ulteriore intervento, optando quindi per una terapia di compromesso senza la correzione delle discrepanze scheletriche. Viste le non ottimali condizioni di igiene orale, la paziente è stata inserita in un programma di igiene e prevenzione al fine di eliminare tutti i fattori infiammatori a livello parodontale e rendere il cavo orale più idoneo alla successiva terapia ortodontica. Una volta ottenuta la stabilizzazione, la donna è stata sottoposta all’intervento chirurgico per il posizionamento di un distrattore osseo (figura 6).
È stata preferita questa apparecchiatura perché avendo un ancoraggio osseo non ha ripercussioni a livello dentale, e inoltre perché non interferisce con l’applicazione degli attacchi ortodontici sulla superficie palatale degli elementi dentali (figura 7). Questa scelta ha consentito di anticipare il bandaggio dell’arcata superiore, che è stato eseguito da 1.7 a 2.7 con attacchi Ormco di 7ª generazione provvisti di slot .018x.027. A causa dell’importante affollamento dentale nell’arcata superiore il primo arco utilizzato era in CuNiTi .014, per poi passare al secondo arco in CuNiTi .016. Successivamente è stato utilizzato un arco rettangolare in TMA .016x.022 in espansione per contrastare la tendenza alla recidiva trasversale che il mascellare superiore ha subito rispetto all’espansione ottenuta in seguito all’osteodistrazione. A distanza di 7 mesi è stato rimosso il distrattore osseo e si è proceduto a bandare l’arcata inferiore. Sono state cementate sugli elementi 3.7 e 4.7 bande con tubo posizionato dal lato linguale, da 3.6 a 4.6 sono stati utilizzati sempre attacchi Ormco di 7ª generazione. Anche in questo caso siamo partiti con un arco in CuNiti .014, quindi il secondo arco sempre un Cu NiTi .016 per poi passare a un arco termico .017x.017 CuNiTi. In entrambe le arcate l’ultimo arco è stato un arco a sezione rettangolare CuNiTi .017x.025 (figure 8 e 9).
La terapia è durata 27 mesi al termine dei quali si è ottenuto un buon allineamento dentale migliorando i rapporti occlusali interarcata, l’overjet e l’overbite. Persistono, più accentuate, le recessioni gengivali a livello dei canini superiori. Nell’arcata superiore lo spazio necessario è stato ottenuto con un’espansione chirurgicamente assistita, mentre in quella inferiore è stato necessario eseguire un’esigua riduzione interprossimale dello smalto nei settori anteriori (figure 10 e 11). Durante le fasi terminali della cura e i controlli a distanza la paziente non ha segnalato la comparsa di disturbi a carico delle ATM. Per il mantenimento dei risultati ottenuti si è concordato con l’interessata l’applicazione di una mascherina in resina termostampata, sia per l’arcata superiore sia per quella inferiore (figure 12 e 13).
L’ortodonzia linguale oggi è di fondamentale importanza perché consente di realizzare piani di trattamento complessi. Rappresenta una valida alternativa, specie nel paziente adulto, che migliora la propria compliance, grazie alla collocazione degli attacchi sulla superficie interna dei denti, rendendola pertanto non visibile. Nel caso clinico qui descritto, infatti, siamo riusciti a soddisfare le esigenze estetico-funzionali richieste attraverso l’applicazione di questa tecnica e avvalendoci solo dell’espansione chirurgica del mascellare superiore mediante distrattore ad ancoraggio osseo.
Corrispondenza Dott.ssa Valentina Amateis
Istituto Stomatologico Milano
Via Pace, 21
20122 Milano
info@isimilano.eu
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La medicina omeopatica è stata scoperta e ideata all’inizio del 1800 dal medico tedesco Samuel Hahnemann (1755-1843)1,2 ed è una disciplina medica che trova il suo fondamento nella legge dei simili (similia similibus curentur), secondo la quale il simile cura il simile. È una branca della medicina che si fonda sulla sperimentazione clinica utilizzando delle sostanze che se somministrate a una persona sana causano una data reazione patologica, ma che se adeguatamente somministrate a un soggetto che presenti quella data reazione patologica lo portano alla guarigione.
In altre parole: il medicamento che causa una serie di sintomi in un soggetto sano sensibile a quella sostanza, aiuterà nella guarigione il paziente stesso che presentasse una malattia con sintomi simili a quelli indotti dalla sostanza nel soggetto sano. Molte sostanze opportunamente diluite (per non essere tossiche), dinamizzate e potenziate sono state sperimentate sull’uomo e i sintomi prodotti da ciascuna sono stati raccolti e catalogati in quella che oggi viene definita Materia Medica di ciascun medicinale omeopatico (o rimedio) e che praticamente rappresenta l’indicazione all’utilizzo nella clinica di ciascuno di questi.
L’insieme delle Materie Mediche dei vari rimedi costituisce la Materia Medica Omeopatica. Il medicinale omeopatico è una sostanza che somministrata a un paziente ingenera in questo una malattia “virtuale” in grado di sovrapporsi alla malattia naturale che quel dato soggetto presenta e stimola una maggiore risposta dei meccanismi di difesa del paziente, aiutandolo nella guarigione.
A questo proposito è utile sottolineare che i rimedi omeopatici vengono spesso somministrati estremamente diluiti (a volte a diluizioni tali da rendere, stante la legge di Avogadro, introvabile a livello molecolare il principio attivo omeopatico, ovvero la sostanza di partenza) in quanto il loro effetto si esplica tramite un meccanismo descritto dalla legge di Arnadt-Schulz o legge dell’Ormesi (dal greco ormesis=stimolazione)3,4 e non solamente tramite un meccanismo di attivazione cellulare recettoriale come i farmaci classici. In pratica si parte dal presupposto, ormai scientificamente noto, che sostanze estremamente diluite possano dare reazioni opposte e più intense a livello biologico di quanto non facciano le stesse sostanze somministrate a dosi ponderali. Il principio della similitudine è presente anche in medicina convenzionale e uno degli esempio è rappresentato dall’uso preventivo e terapeutico dei vaccini, non a caso scoperti nello stesso periodo di tempo, alla fine del 700, dove la sostanza patogenetica viene utilizzata in dosi microscopiche per prevenire, e a volte curare, la stessa malattia che sono in grado di causare5-7.
In medicina omepatica esistono diverse correnti di pensiero (unicismo, costituzionalismo, pluralismo, complessismo, isoterapia, omeoterapia clinica), diversi metodi di diluizione dei rimedi (centesimale hahnemanniano, cinquanta-millesimale, korsakoviano, decimale) e diversi gradi di diluizione di uno stesso rimedio. Queste differenziazioni dipendono dalle varie scuole di pensiero ma perseguono tutte un obiettivo comune, la guarigione delle patologie sfruttando la legge dei simili. Le diluizioni vengono scelte in rapporto al tipo di patologia, alla biotipologia del soggetto analizzato, allo stato acuto o cronico della fase patologica che osserviamo, argomenti questi che esulano però dalla trattazione del presente articolo e che rimandiamo ad altro approfondimento.
Premessa necessaria al presente studio è quella che eseguire uno studio sull’efficacia di un rimedio omeopatico seguendo un trial di sperimentazione tradizionale condiziona il possibile risultato sottostimando verosimilmente le potenzialità della medicina omeopatica. Nel senso che mentre un antiinfiammatorio agisce più o meno efficacemente su ogni individuo e quindi è testabile, in omeopatia per ridurre lo stesso processo infiammatorio in soggetti diversi potrebbero essere indicati rimedi diversi, tempi di studio differenti a seconda della sensibilità, biotipologia e reattività individuale.
Per questo motivo abbiamo scelto di utilizzare in questo studio solo alcuni rimedi omeopatici considerabili “trasversali” nel loro effetto, nel senso che sono somministrabili in tutti i soggetti e in una formulazione “composita” (più principi attivi omeopatici insieme) consapevoli che in alcuni soggetti la personalizzazione della terapia con un unico rimedio avrebbe potuto essere più efficace. Non si vuole assolutamete “allopatizzare” il metodo omeopatico, ma l’intento è quello di rendere comprensibile a tutti gli operatori le potenzialità della medicina omeopatica e trovare un terreno di incontro tra protocolli allopatici e gestione omeopatica dei casi clinici cercando di rendere virtuosi per i nostri pazienti i risultati dell’integrazione di queste informazioni. Il nostro obiettivo fondamentale è quello di aiutare i pazienti a superare serenamente il post-operatorio chirurgico e di ridurre, per quanto possibile, l’utilizzo di antiinfiammatori e antibiotici che nella pratica odontoiatrica sono molto spesso eccessivamente impiegati8.
Materiali e metodi
Gli outcome che valuteremo saranno la presenza o meno di sanguinamento, il dolore e il gonfiore post-operatorio. Il sanguinamento è stato valutato a 30 e 60 minuti dopo l’intervento chirurgico facendo deglutire i pazienti senza aver risciacquato e osservando la presenza o meno di sangue sulla emi-lingua omolaterale alla chirurgia; il gonfiore è stato considerato positivo, se visibile come tumefazione del volto con controlli in 3a e 6a giornata; il dolore è stato misurato secondo la scala VAS (scala visiva analogica) segnando su una retta orizzontale valori da 0 a 10, considerando 0 “assenza di dolore”, 5 “forte ma ancora sopportabile” e 10 “dolore insopportabile”; il dolore fu testato al risveglio dell’anestesia, a 2 giorni e alla rimozione dei punti a 7 giorni. Lo studio è stato eseguito secondo il metodo RCT (randomized clinical trial) confrontando un medicinale omeopatico con un “placebo”. I pazienti sono stati divisi in due gruppi in modo casuale e in doppio cieco (né il paziente né il medico conoscono a quale gruppo appartiene il caso individuale).
Furono selezionati 80 pazienti (50 uomini e 30 donne) tra i 40 e 50 anni che necessitavano di trattamento parodontale con chirurgia a cielo aperto essendo presenti difetti ossei verticali di lieve entità trattabili con lembo di Widman modificato seguito da chirurgia ossea resettiva e rimodellativa senza innesto di biomateriali9, con estensione del lembo almeno a due denti diatorici. I pazienti furono divisi casualmente in due gruppi da 40 persone e informati dello studio. Ottenuto il consenso informato si istruirono i pazienti sulla compilazione della scheda VAS del dolore, avvisandoli che se fosse intervenuto una sofferenza insopportabile avrebbero comunque potuto ricorrere a una terapia con antiinfiammatorio tipo ibuprofene da 600 mg (segnalandolo al medico). I pazienti non presentavano controindicazioni né relative né assolute all’intervento chirurgico ed erano tutti soggetti nei quali non era richiesta (da indagine anamnestica) nessuna profilassi antibiotica obbligatoria.
Tutti furono uniformati secondo i seguenti parametri: assenza di patologie sistemiche croniche o acute compromettenti l’esito chirurgico e indice PSR (periodontal screening and recording) pari a Codice 4 (parodontite grave, tasche con profondità superiore a 5.5 mm) in almeno uno dei sestanti. Tutti eseguirono la “fase I” di trattamento parodontale (scaling e root planing) e quindi furono portati, prima dell’intervento, a un indice di placca (PI) < del 15%. Eseguita la chirurgia i pazienti furono suturati con filo di seta 4/0 e dimessi senza impacco parodontale. Furono somministrate al campione una dose unica di china 200k dopo l’intervento (rimedio che riduce le fasi emorragiche)1, una dose unica di arnica montana 200k mezz’ora prima dell’intervento (rimedio per la reazione al truma)1 e una compressa di Arnica compositum (taumeel s) ogni 4 ore. Gli effetti del TRAUMEEL S sono descritti in letteratura come efficaci nella riduzione dell’insorgenza di fenomeni infiammatori10,11. Furono prescritti da dopo un’ora dall’intervento sciacqui con tintura madre di Calendula officinalis diluita in acqua. Al controllo fu somministrata terapia placebo da prendere nelle medesime condizioni del campione.
Risultati
Nel gruppo controllo il gonfiore fu presente in 28 pazienti, il dolore non sopportabile in tutti i soggetti superò il valore di 5 (difficilmente sopportabile) e in 21 casi fu necessario ricorrere almeno una volta a un’aggiunta terapeutica con ibuprofene 600 mg; il sanguinamento post-operatorio a un’ora fu presente in 35 pazienti. Nel campione di studio il gonfiore fu presente in 5 pazienti, il dolore non ha superato il valore di 5 (mediamente sopportabile) tranne in 8 casi in cui è stato necessario ricorrere a terapia antinfiammatoria con ibuprofene 600 mg, e il sanguinamento post-operatorio fu presente in 34 pazienti (grafico 1).
Grafico 1 - Evidente migliore risposta al dolore e all’edema dei soggetti trattati omeopaticamente versus soggetti trattati con placebo.
In tutti i pazienti le ferite chirurgiche guarirono normalmente. I dati così ottenuto furono classificati adeguatamente al fine di studiarli statisticamente con l’indice Odds Ratio (O.R.). La O.R. è un metodo statistico che permette di calcolare le proporzioni tra le frequenze osservate nei “casi” e nei “controlli”. Una O.R. superiore a 1 indica che la probabilità che un certo evento si verifichi (efficacia di un rimedio omeopatico) è superiore alla probabilità che non si verifichi; viceversa per una O.R. inferiore a 1. Una O.R. uguale a 1 significa che non c’è associazione significativa tra gli eventi. Nel nostro studio, l’evento “dolore sopportabile” si verifica con una probabilità 28 volte superiore utilizzando un rimedio omeopatico come Arnica compositum piuttosto che non usando nulla; l’evento “assenza di gonfiore” si verifica con una probabilità 16 volte superiore nel campione confrontato con il controllo; per l’evento “assenza di sanguinamento” non si hanno significative differenze tra campione e controllo (tabella 1).
Discussione
I risultati di questo studio preliminare aperto evidenziano, benché necessitino di ulteriori approfondimenti, che la somministrazione di rimedi omeopatici riduce sensibilmente il dolore e il gonfiore post-operatorio chirurgico, non avendo invece sostanziali effetti sul sanguinamento. In nessun paziente, né del campione né del controllo, fu somministrato antibiotico, cosa questa che evidenzia l’inutilità, fatta eccezione per casi con indicazione obbligatoria alla profilassi antibiotica, di prescrizioni antibiotiche come protocollo da seguire nelle terapie di chirurgia orale12.
Conclusioni
Considerando che il medicinale omeopatico non ha effetti collaterali e che è ormai documentata l’efficacia della medicina omeopatica in alcune determinate patologie odontoiatriche13 è ragionevole sperare che sempre più clinici si avvicinino a questa branca della medicina riducendo così da un lato l’utilizzo dei farmaci tradizionali nella pratica quotidiana e riuscendo, dall’altra, anche ad avere una possibilità in più nella gestione dei pazienti allergici o intolleranti ai farmaci classici.
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In questo articolo si analizza un caso esemplificativo del trattamento della cisti naso-palatina. Si considereranno eziopatogenesi, sintomi, peculiarità radiografiche, caratteristiche istopatologiche, rapporti anatomici, approccio chirurgico, guarigione, prognosi e follow-up di questa cisti non odontogena, al fine di darne un quadro completo ed esauriente.
Le cisti dei mascellari sono lesioni caratterizzate da una cavità ripiena di liquido rivestita da una parete interna epiteliale e una esterna connettivale. A seguito di un processo degenerativo ancora non del tutto chiaro si verifica l’attivazione di residui epiteliali che si trovano all’interno delle ossa mascellari1. L’aumento volumetrico di queste lesioni è spiegato da due teorie, quella idrostatica e quella prostaglandinica: • teoria idrostatica. Secondo questa teoria uno stimolo irritativo o degenerativo endo-osseo provoca la proliferazione di resti epiteliali al cui interno farebbe seguito l’accumulo di residui (cellule e proteine), con aumento della pressione osmotica. Il conseguente richiamo di fluidi dall’ambiente esterno provoca un aumento della pressione idrostatica sulle sue pareti che agisce come stimolo all’attivazione degli osteoclasti presenti all’esterno della parete cistica con espansione della lesione; • teoria prostaglandinica. Questa teoria sostiene che l’attivazione degli osteoclasti non dipende soltanto dalla pressione idrostatica, ma anche da alcune sostanze, le prostaglandine PGE-2 e le prostacicline, liberate sia dalle cellule epiteliali che dalla capsula connettivale che circonda l’epitelio cistico2.
Cisti non odontogene
Sono un gruppo di lesioni che comprende cisti a localizzazione intraossea o nei tessuti molli, ad accrescimento lento e spesso asintomatiche. Si tratta di cisti che originano da residui epiteliali non correlati all’embriogenesi dentale3.
La tabella 1 mostra la classificazione delle cisti dei mascellari dell’OMS del 19922,4 (tra le cisti odontogene non sono annoverate la cheratocisti e la cisti odontogena calcificante, in quanto inserite dall’OMS nel 2005 tra i tumori odontogeni benigni in un testo5 che aggiornava la classificazione dei tumori della testa e del collo).
Cisti naso-palatina
Viene anche detta cisti del dotto naso-palatino o cisti del canale incisivo. Origina dai residui epiteliali embrionali del dotto naso-palatino, che vanno incontro a degenerazione all’interno del canale incisivo. È la cisti non odontogena più comune con una frequenza totale nella popolazione generale compresa tra lo 0,08% e il 3%, come si può determinare da rilievi autoptici. Gli uomini sono più colpiti rispetto alle donne con un rapporto che raggiunge il 3:16.
Viene riscontrata più frequentemente tra la 4a e la 6a decade di vita, ma sono riportati anche casi insorti durante l’infanzia. Anche se le cisti naso-palatine vengono riscontrate solitamente nel palato anteriore, possono estendersi vestibolarmente e localizzarsi ovunque lungo il decorso del canale. Quando hanno uno sviluppo extraosseo vengono denominate cisti della papilla incisiva e si localizzano solo nei tessuti molli. I canali incisivi sono due e originano da ambo i lati del setto nasale, nel pavimento del naso. Decorrendo verso il basso i due canali convergono nel canale incisivo. Quanto più la cisti prende origine superiormente nel canale, tanto più è facile che si presenti leggermente decentrata rispetto alla linea mediana. È da sottolineare che il forame incisivo, anche se di solito è singolo, occasionalmente può presentarsi doppio3.
La sintomatologia più frequente consiste nella tumefazione del palato anteriore dietro la papilla incisiva, di consistenza duro-elastica, fluttuante quando la parete ossea è erosa, ma in genere sono asintomatiche e possono essere scoperte con un occasionale esame radiografico o a seguito di sovra infezione. Quando la lesione assume notevoli dimensioni, la tumefazione può evidenziarsi anche vestibolarmente e può verificarsi riassorbimento radicolare e/o spostamento degli elementi dentari contigui. È insolito che la lesione provochi dolore, a meno che non si sovrapponga un’infezione batterica o venga compromesso il nervo sfenopalatino. Occasionalmente il paziente può percepire un sapore salato, causato da secrezioni di liquido endocistico. Queste cisti, anche se si sviluppano in stretta contiguità con gli incisivi centrali, non ne determinano la perdita di vitalità3.
Radiograficamente si presenta come un’area radiotrasparente uni-loculare a margini netti, localizzata fra i due incisivi centrali superiori. Quando la spina nasale anteriore si sovrappone alla cavità cistica, l’immagine della cisti assume caratteristica forma “a cuore da carta da gioco”2.
Le cisti naso-palatine sono tipicamente rivestite da epitelio pavimentoso stratificato, ma possono essere ricoperte anche da epitelio respiratorio, di tipo cuboidale o di tipo squamoso stratificato o ciliato. Si pone in diagnosi differenziale con il canale naso-palatino (talvolta è dilatato e può simulare una cisti, ma non si accresce e non è mai palpabile) e con cisti radicolari degli incisivi centrali superiori (in questo caso il test di vitalità è negativo)7.
Il trattamento d’elezione è l’enucleazione chirurgica della lesione. Durante l’atto chirurgico il fascio vascolo-nervoso naso-palatino può essere tranquillamente legato e sezionato. Questo non compromette la vascolarizzazione del lembo, mentre la parestesia del palato anteriore è presente in meno del 10% dei casi ed è in genere ben tollerata6.
In relazione alla localizzazione della lesione distinguiamo un approccio palatino (come quello del caso descritto) o un approccio vestibolare. In entrambi i casi si consigliano sia l’anestesia plessica vestibolare, sia il blocco del nervo naso-palatino. Nel caso la cisti si sviluppi verso il pavimento del naso è utile l’applicazione di garze imbevute di soluzione anestetica sulla mucosa nasale per evitarne dolorose infiltrazioni. Nel caso la cisti abbia eroso il pavimento nasale è possibile la perforazione della mucosa. In questo caso si consiglia di suturare la lacerazione con fili riassorbibili onde evitare contaminazione della cavità residua2.
Una volta rimossa, questa lesione non tende a recidivare; i tempi di guarigione sono legati alle dimensioni iniziali della cisti, al numero di pareti residue integre e all’età del paziente. Il paziente deve essere seguito per controlli clinici e radiografici per almeno un anno dopo l’intervento. La restitutioadintegrum è visibile radiograficamente in un tempo variabile dai 6 ai 12 mesi dopo l’intervento.
2. Fistola con fuoriuscita di liquido purulento endocistico.1. Tumefazione del palato anteriore.
Caso clinico
Il paziente, maschio, razza caucasica, di 54 anni, in buona salute generale, si è presentato alla nostra attenzione dopo aver accusato la presenza di una tumefazione della mucosa palatina anteriore, dietro la papilla incisiva (figura 1) e aver percepito un sapore “sgradevole” per la fuoriuscita di secreto purulento dalla mucosa (figura 2).
3. Ortopantomografia pre-operatoria.4. Radiografia endorale (si noti la forma a “cuore di carta da gioco”).
Sono state, quindi, effettuate un’ortopantomografia (figura 3) e una radiografia endorale (figura 4) dalle quali è stato possibile formulare una diagnosi presuntiva di cisti naso-palatina. Le prove di vitalità degli elementi dentari da 13 a 23 sono risultate positive. L’intervento è stato effettuato in day hospital con tecnica chirurgica pulita. Il paziente è stato sottoposto a copertura antibiotica con amoxicillina a partire dal secondo giorno precedente l’intervento ed è stato sedato con 1 ml (25 gocce) di bromazepam un’ora prima. È stata eseguita un’anestesia plessica palatale e vestibolare con mepivacaina al 2%, con concentrazione di adrenalina 1:100.000. L’incisione è stata effettuata sul versante palatale intrasulculare dall’elemento 1.5 a 2.5, senza lembi di scarico (figura 5).
6. Lacerazione della parete cistica.5. Incisione intrasulculare da 1.5 a 2.5.
Allo scollamento la parete cistica è apparsa perforata laddove aveva eroso la parete ossea (figura 6), ma per il resto integra e consistente; ciò ne ha consentito un’enucleazione precisa riducendo al minimo il rischio di recidive (figura 7).
8. Cavità residua dopo l’enucleazione.7. Fase della rimozione cistica.10. Riempimento della cavità con bio-materiale.9. La cisti enucleata.
Data l’entità della lacuna ossea residua che presentava una profondità di 20 mm, un diametro mesio-distale di 35 mm e un’estensione in senso antero-posteriore di 25 mm (figure 8 e 9), si è deciso di effettuare il riempimento della cavità con osso suino deproteinizzato particolato con granulometria 0,5 mm (gen-os, Osteobiol) (figura 10) ed è stata applicata una membrana riassorbibile di collagene bovino a protezione dell’innesto (figura 11).
Il lembo è stato poi suturato con punti staccati interdentali con filo 3-0 di seta (figure 12 e 13).
Il reperto isto-patologico ha confermato la diagnosi di cisti naso-palatina. Il paziente è stato sottoposto a terapia antisettica con clorexidina 0,12% per una settimana. A fine intervento sono state effettuate un’ortopantomografia e una radiografia endorale (figure 14 e 15).
Il decorso post-operatorio è stato apiretico e il paziente è stato invitato a seguire un follow-up radiografico a 2, 6 e 12 mesi.
15. Ortopantomografia post-operatoria.16. Ortopantomografia a 12mesi.
Discussione e conclusioni
Una volta esaminato il caso da un punto di vista clinico e radiografico è stato possibile formulare un’ipotesi diagnostica confermata dall’esame isto-patologico. La tecnica chirurgica adottata per la rimozione della lesione è stata la cistectomia secondo Partsch (II)7, ovvero l’escissione in toto della lesione. Un discorso a parte merita il riempimento della cavità con bio-materiali. Suddividendo le lesioni, in base alle dimensioni, in piccole (<20 mm), medie (20-40mm) e grandi(>40mm)8 è necessario operare un distinguo. Per lesioni di piccole dimensione la letteratura concorda nel ritenere che la formazione del coagulo sia in grado di apportare un’adeguata rigenerazione della cavità residua. Non esiste un consenso unanime sul trattamento di lacune di medie e grandi dimensioni. Alcuni studi hanno dimostrato, con controlli clinici e radiografici, che ampie cavità residue possono andare incontro a rigenerazione spontanea nella totalità dei casi9-15. Altri Autori, tuttavia, per lesione di diametro superiore ai 30 mm consigliano l’utilizzo di materiali di riempimento, siano essi di osso autologo o eterologo, per diminuire i tempi di guarigione8.
L’innesto di osso eterologo ha il vantaggio di evitare prelievi da siti donatori riducendo, quindi, il trauma. Conditiosinequanon per la restitutioadintegrum del tessuto osseo di una cavità residua sono, comunque, un rigoroso controllo dell’asepsi e un’accurata tecnica chirurgica. Nel caso descritto in questo articolo il follow-up a 2, 6 e 12 mesi (figura 16) ha permesso il controllo della guarigione e confermato l’esito positivo del trattamento. Le prove di vitalità degli elementi da 1.3 a 2.3, effettuate durante tutti i controlli, si sono mantenute sempre positive.
Corrispondenza
Carlo Giacomo Giorgio Bellinvia
Via Giotto, 19- 20145 Milano Tel. 02.48005144
bellinvia@tiscali.it
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Il presente lavoro si propone lo scopo di fornire una serie di indicazioni pratiche dedotte sia dalla letteratura sia da un’esperienza clinica quasi trentennale volte al trattamento dei pazienti odontoiatrici ansiosi e fobici. L’approccio suggerito dagli Autori comporta sia l’uso corretto della sedazione inalatoria con N20 sia una delicata gestione psicologica del rapporto medico-paziente. Si calcola che circa il 20% degli individui sia affetto da ansia nei confronti delle cure odontoiatriche, e che un quarto di questa percentuale sia propriamente odontofobico al punto da evitare tali cure; in questo ultimo gruppo si effettua una distinzione tra pazienti odontofobici verso particolari strumenti o procedure (ad esempio l’anestesia locale), pazienti odontofobici sfiduciati e pazienti odontofobici catastrofici. La necessità di instaurare un feedback emotivo positivo con il paziente fobico si dimostra spesso più importante del puro tecnicismo professionale, non sufficiente per riuscire a trattare questa tipologia di soggetti.
Le sedute odontoiatriche sono comunemente ritenute un evento fastidioso e stressante. Numerose indagini effettuate su campioni rappresentativi di tutta la popolazione hanno accertato che queste tipologie di cure in circa l’80% degli individui provocano paura o ansia più o meno intensa che però il paziente (con maggiore o minore difficoltà) riesce a gestire, consentendone comunque il normale svolgimento. Il restante 20% dei soggetti mostra invece un atteggiamento di ansia grave nei confronti delle cure, poco gestibile da parte loro. Questi pazienti talvolta si sottopongono alle terapie (che richiedono grande precisione) manifestando movimenti inconsulti o, più frequentemente, rimandano le cure o addirittura le evitano (5% dei pazienti sono propriamente odontofobici). A titolo esemplificativo, nella città di Milano circa 250.000 persone hanno notevoli problemi emotivi verso le cure odontoiatriche e 75.000 sono propriamente odontofobici ed evitano il dentista. Generalmente l’odontoiatra non valuta realisticamente le ansie legate alle cure odontoiatriche perché entra in relazione solo con i pazienti che si presentano a lui, mentre non incontra mai, o occasionalmente e per brevi interventi, quelli che le temono molto o le evitano1,3,5,7,12,16,22,23,26,27,29,30,40,47,50,54-57,61,62,68,70,71. Le più comuni cause di ansia nei pazienti odontoiatrici sono sintetizzate nella tabella 1. Per ridurre l’ansia grave presente nel 20% della popolazione a un livello inferiore e compatibile con le cure odontoiatriche sarebbero sicuramente indicati degli incontri con uno psicologo. Tuttavia nella pratica questi trattamenti non si attuano: in primo luogo perché i soggetti li rifiutano, non ritenendo il loro comportamento tale da richiedere un intervento; in secondo luogo perché le cure psicologiche richiederebbero numerose sedute, e quindi sarebbero sproporzionate rispetto alle terapie odontoiatriche necessarie10.
1. Le mani contratte o che stringono i braccioli testimoniano la forte tensione emotiva del paziente.2. Le mani distese e rilassate provano il rilassamento emotivo del paziente.
Questi pazienti, infatti, giungono spesso in ambulatorio con patologie di carattere urgente, magari dopo giorni di intenso dolore, e il medico è quindi costretto a praticare loro una qualche terapia immediata. Fino a un recente passato questi pazienti venivano curati in anestesia generale. A tutt’oggi numerosi pazienti odontoiatrici ansiosi chiedono cure in narcosi, che è l’unica terapia di supporto che molte cliniche sono in grado di proporre a tali soggetti. È opinione degli Autori, invece, che l’anestesia generale sia stata e sia quasi sempre poco adatta a cure di carattere continuativo come quelle odontoiatriche. Inoltre essa è attuabile solo in grandi strutture munite di sale operatorie, anestesisti, degenze ecc. Occorre pertanto definire metodiche alternative attuabili nei normali ambulatori professionali, che in Italia erogano attualmente oltre il 90% delle prestazioni odontoiatriche totali. Nella sua realtà professionale, l’odontoiatra può facilmente riscontrare atteggiamenti e comportamenti normalmente trattati da psichiatri e psicologi, pur non avendo egli la preparazione sufficiente per affrontarli dal momento che il suo training si è svolto principalmente su pazienti collaboranti o su manichini. Ad oggi esistono diverse terapie di supporto che consentono di trattare i pazienti affetti da ansia grave41. Quella che si è dimostrata di gran lunga più efficace è la sedazione inalatoria con N2O (Relative Analgesia o R.A. secondo Langa). Questo metodo permette di ottenere una sedazione immediata e modulabile in intensità e durata a seconda del singolo paziente. Essa provoca altresì un certo grado di analgesia, sensazioni euforiche con estraneazione dall’ambiente, amnesia retrograda, un ottimo rilassamento muscolare e benessere psichico. Inoltre l’R.A. permette un rapido ritorno alla normalità dei riflessi poiché l’N2O viene eliminato completamente entro 20 minuti dalla fine della sua somministrazione; essa consente pertanto al paziente di guidare l’auto dopo la seduta odontoiatrica. Tutti questi fattori rendono l’R.A. la tecnica d’elezione a livello ambulatoriale. In questa sede non saranno trattati gli aspetti farmacologici dell’R.A., per i quali si rimanda ai testi, ritenendo come acquisite queste nozioni16,36. L’intento del presente lavoro è descrivere un altro aspetto dell’R.A., tanto importante quanto spesso sottovalutato: l’approccio psicologico al paziente, in grado di interagire con la terapia farmacologica e creare con essa un feedback positivo.
3. Particolare riunito odontoiatrico con faretra e manipoli a scomparsa.
La percentuale di N2O erogata dalla sedationmachine può variare dallo 0 al 70%. Ovviamente la sedazione farmacologica è più profonda quanto più alta è la percentuale di N2O inalata. Per percentuali di N2O inferiori al 50% si ha una sedazione leggera e sempre cosciente, per percentuali superiori si ha una sedazione più profonda e teoricamente migliore. Tuttavia la pratica clinica insegna che con percentuali di N2O superiori al 50% si ha spesso la comparsa, nell’adulto, di sensazioni violente e quindi sgradevoli e talvolta di effetti collaterali spiacevoli. Ciò avviene specialmente se queste alte percentuali vengono mantenute per un lungo tempo. Per ovviare a tali inconvenienti, come già fece Langa36, è consigliabile nell’adulto somministrare sempre percentuali di N2O inferiori al 50%. Anche con basse percentuali si può conseguire un ottimo effetto sedativo, purché l’odontoiatra abbia la cautela di associare all’azione farmacologica determinati accorgimenti psicologici e comportamentali. È inoltre opportuno evitare errori che potrebbero aggravare il livello di ansia e rendere inefficace l’R.A. Tutto ciò concorre ad aumentare la probabilità che il paziente continui con regolarità le cure e, anzi, giunga nel tempo e con gradualità ad autogestire la propria ansia. Di fronte a un paziente con ansia grave, l’odontoiatra che non fa uso di R.A. deve normalmente ricorrere a tutta la pazienza e buona volontà di cui dispone, andando talvolta incontro anche a notevoli imbarazzi e disagi nella sua prestazione. Purtroppo, infatti, come insegnano la psichiatria e la psicologia, il buon senso non è quasi mai sufficiente per poter curare questi pazienti e anzi si rivela in alcuni casi controproducente. Queste scienze indagano la ragione d’essere delle condotte umane, cioè la logica individuale che guida la persona nei suoi comportamenti spesso irrazionali e contro il buon senso. Le loro dottrine seguono diverse correnti di pensiero e come tutte le scienze sono in continua evoluzione. Tuttavia esse hanno raggiunto importanti risultati e definito terapie che possono essere applicate, entro certi limiti, anche dall’odontoiatra con o senza ausilio di R.A. In odontoiatria infantile sono già stati descritti molti accorgimenti e tecniche psicologiche che, applicati sui piccoli pazienti, hanno dato, e danno, ottimi risultati11,15,38,48,60. Al contrario, poco spazio è stato dedicato all’approccio psicologico da associare alla R.A. nel paziente adulto ansioso. Scopo del presente lavoro è descrivere questi espedienti che in base alla letteratura e all’esperienza degli Autori (basata su quasi trent’anni di impiego dell’R.A. e sulla cura di migliaia di questi soggetti) si sono dimostrati efficaci. Elencheremo anche alcuni comportamenti errati da evitare che, come già suggerito, possono aumentare l’ansia nel paziente e rendere inefficace la sedazione.
Identificazione del paziente ansioso
Nelle indagini scientifiche il livello di ansia del paziente viene rilevato facendogli compilare questionari o test, più o meno complessi, cui viene attribuito un punteggio interpretato in base a una scala25,28,33. Tale metodologia risulta tuttavia molto burocratica e impersonale e può concorrere ad aumentare l’ansia del soggetto. Pertanto, nel normale ambulatorio odontoiatrico si rivela più utile adottare criteri basati su un rapporto personale diretto, anche se questo può richiedere un maggior investimento di tempo. Spesso l’identificazione del paziente ansioso è facile, perché il soggetto lo dichiara, magari esagerando, o lo dimostra con il suo comportamento o linguaggio del corpo (reazioni di contrasto, pugni chiusi, smorfie del viso ecc.) (figure 1,2). Altre volte invece lo stato di paura e ansia è negato dal soggetto, che lo maschera in vari modi, e ciò può rendere difficile la definizione di una diagnosi corretta. Ad ogni modo, l’identificazione di questi soggetti è indispensabile poiché il loro trattamento è il più problematico per il professionista34. Si esaminano pertanto i più frequenti segnali indiretti, ma evidenti perché illogici, che tali pazienti ansiosi manifestano. Un buon numero di pazienti riferisce che il motivo principale per cui non si sottopone alle cure odontoiatriche è quello economico. Un atteggiamento di questo tipo è assurdo, poiché essi evitano le cure semplici e poco costose per poi sottoporsi, spinti dalla necessità, a cure complesse e molto costose. Altri pazienti affermano di essere troppo impegnati e non avere tempo per le cure: tale atteggiamento può essere il segno di una scarsa attenzione e cura della propria persona, ma anche un tentativo di giustificare la propria fobia. Altri soggetti affermano di non essere sensibili all’anestesia locale o di essere allergici alla stessa; oppure di avere il vomito al minimo stimolo orale, o ancora di sentirsi soffocare. Alcuni pazienti saltano gli appuntamenti fissati o si presentano molto in anticipo o in ritardo; spesso sono accompagnati da un’altra persona in veste di tutore ecc. I soggetti che rappresentano il pericolo maggiore sono però coloro che si mostrano calmi e collaboranti ma vanno poi incontro, durante le cure, a causa dello stress psichico, a squilibri cardiocircolatori che possono sfociare in un’emergenza medica. Al fine di scongiurare questa evenienza occorre chiedere esplicitamente al paziente, che mostri segni diretti o indiretti di ansia, se ha mai sofferto di lipotimia, ad esempio in occasione di un prelievo di sangue; in caso affermativo, se si vogliono evitare emergenze mediche, la sedazione è d’obbligo. D’altra parte è errato etichettare questi pazienti come intrattabili, inaffidabili, ipersensibili ecc. Anche se essi mascherano la loro emotività in diversi modi e anche se l’odontoiatra, per sua comodità, finge di ignorarli, questi pazienti presentano un problema reale e concreto che si chiama paura, ansia o terrore delle cure odontoiatriche. L’operatore abile nell’eseguire le diagnosi delle patologie orali e nel definire le rispettive terapie deve essere anche in grado di porre, per ogni paziente, una corretta diagnosi psicologica e cercare i possibili rimedi di un eventuale stato ansioso o, almeno, non aggravarne l’entità. La tabella 2 riassume i più comuni segni diretti e indiretti che devono guidare alla diagnosi del paziente ansioso grave. La professione e la letteratura insegnano che il livello di ansia dei pazienti può variare nel tempo sia in senso positivo sia negativo. Tuttavia, mentre la riduzione del livello di ansia di un paziente richiede molto tempo e impegno, per aumentarne il livello sono sufficienti pochi minuti e un trattamento scorretto. Studi dimostrano che un approccio esclusivamente tecnico, aggressivo e impersonale da parte dell’odontoiatra è una delle cause principali di insorgenza dell’ansia nel paziente21,34,35,53. Nella pratica quotidiana, infatti, numerosissimi pazienti soffrono di una fobia derivante da un pregresso trauma da cure.
Qualità percepita
Normalmente l’odontoiatra è molto orgoglioso della sua qualità tecnica, ritenendo, giustamente, fondamentale questo aspetto. Sicuramente, nel lungo periodo, l’accuratezza del lavoro potrà condurre a un ottimo successo professionale. Tuttavia, al momento dell’esecuzione delle terapie la qualità percepita dal paziente ansioso non è tanto quella tecnica, ma soprattutto quella del rapporto interpersonale all’interno del setting odontoiatrico. Esiste purtroppo un contrasto tra l’agire del dentista, che esegue un intervento clinico da lui ritenuto normale e che deve eseguire in tempi ergonomicamente accettabili, e le aspettative del paziente ansioso. Quest’ultimo non vuole subire le cure in modo passivo o addirittura umiliante, ma si aspetta che il medico consideri la globalità della sua persona (cioè non solo la sua patologia ma il suo vissuto, ossia la sua malattia). Non saranno in questa sede elencati e approfonditi il simbolismo e tutte le scoperte psicoanalitiche relative al distretto orale, pur ritenendoli fondamentali. Tuttavia risulta ovvio come per una persona ansiosa sottoporsi da sveglio a cure sicuramente dolorose in una zona molto sensibile, dolorante e deputata al piacere come la bocca sia considerata una specie di aggressione e, talora, una vera e propria violenza. Questo a maggior ragione se esiste una precedente esperienza negativa. Frequentemente si può udire dai pazienti l’espressione “… essere sotto ai ferri a mente serena…”; tale frase esprime bene la loro emotività. Pertanto è normale che un paziente si difenda da un’aggressione, a meno che consideri la persona che la compie non un estraneo, ma un professionista che gli dà fiducia anche dal punto di vista del rapporto umano. Tutto l’ambiente deve concorrere a dare sicurezza alla persona ansiosa creando un’atmosfera accogliente. In questi casi l’aiuto dell’equipe è fondamentale, come lo sono altri dettagli apparentemente poco importanti: ad esempio il colore dei locali, i poster (che non devono essere aggressivi), una buona funzionalità dello studio, eventualmente un riunito a scomparsa (figura 3) ecc.
Un fattore spesso sottovalutato dall’odontoiatra è, ad esempio, far aspettare il paziente oltre l’orario fissato per l’appuntamento. Il paziente ansioso percepisce questo ritardo come una mancata attenzione nei suoi confronti, e lo vive come un periodo di notevole sofferenza. La tempistica ideale consiste nel far entrare il paziente ansioso 5-10 minuti prima dell’ora programmata, in modo che egli debba sostare pochissimo in sala d’attesa. Altro elemento fondamentale è l’atteggiamento dell’odontoiatra, ossia non solo ciò che egli dice e fa, ma specialmente il modo in cui lo fa (linguaggio corporeo paraverbale). Atteggiamenti non verbali di imbarazzo, insofferenza o tensione da parte dell’operatore sono sicuramente percepiti dal paziente fobico. Assumere un atteggiamento ideale non è semplice perché, quasi sempre, chi ha paura è scostante. Spetta all’odontoiatra abbattere la barriera che lo separa dal paziente, e ciò va fatto tenendo conto delle grandi diversità che esistono da individuo a individuo. L’odontoiatra dovrà adottare, se non la possiede già di natura, una mentalità sedativa ansia-ricettiva che si può manifestare al paziente con affermazioni di questo tipo: “…so che ha paura e ha la necessità di curarsi… io l’aiuterò con la mia professionalità e insieme risolveremo il suo problema”. Fra i molti comportamenti utili a tal fine possiamo riportarne alcuni da usare soprattutto nelle prime sedute: chiamare ripetutamente il paziente per nome; guardarlo in faccia; ascoltarlo in modo attivo sollecitandolo e aiutandolo a esprimere esattamente le sue necessità; non avere premura e non forzarlo; dedicargli tutta l’attenzione senza distrazioni; iniziare le cure da dove lui desidera; non umiliarlo; avere un comportamento non impositivo ma direttivo, spiegando ripetutamente (senza addentrarsi nei particolari) quale sia l’iter terapeutico migliore nel suo caso; insistere sui vantaggi emotivi del lavoro, per esempio estetici72; chiedere qualcosa di personale al paziente e poi ricordarglielo; non sorprenderlo mai con manovre improvvise ma chiedere prima il permesso; documentare la nostra diagnosi con una o più radiografie; rafforzare in lui il controllo della situazione, ad esempio sospendendo le cure a un cenno della sua mano. Molto utili in questi casi si rivelano anche alcuni metodi di distrazione centrati sugli interessi del paziente: parlare di una squadra di calcio, o di qualche suo hobby, oppure fargli ascoltare della musica a lui gradita37,67. È molto importante non abbandonare mai il paziente da solo sulla poltrona, o lavorare in silenzio, o peggio nervosamente. Questi comportamenti vengono sempre percepiti come negativi. Il target del metodo è quello di arrivare a instaurare un rapporto emotivo positivo, bidirezionale e reciproco. In questo modo si può aiutare il paziente a superare il conflitto che è in lui, fra il desiderio di curarsi e la paura collegata alle cure. Questo comportamento di empatia positiva trova anche dei riscontri di tipo neurologico nell’attivazione dei “neuroni specchio”65. È stato infatti dimostrato, prima nei macachi e poi nell’uomo, che in determinate situazioni di rapporto tra due individui si possono attivare in essi medesimi circuiti neuronali. Questo spiegherebbe la possibilità di profonda empatia e perfetta sintonia che possono svilupparsi tra due persone che si rapportano fra di loro. La tabella 3 schematizza alcuni fattori ansiogeni per il paziente e alcune possibili soluzioni a tali problemi.
Accorgimenti psicologici per l’accettazione dell’R.A. nell’adulto
Nel bambino generalmente non esistono grandi difficoltà a far accettare l’R.A. La sua applicazione è facilitata, oltre che dalla mediazione positiva dei genitori, anche dalla più facile suggestionabilità e curiosità che i bimbi nutrono nei confronti delle novità11,15,60. Al contrario, nell’adulto esiste quasi sempre un iniziale rifiuto all’uso dell’R.A. e questo si verifica per diversi motivi, alcuni semplici e altri più complessi. Una delle cause principali è di ordine culturale e cioè la mancata conoscenza dell’R.A. Molti pazienti ignorano totalmente l’esistenza di questa tecnica; molti altri la confondono con la narcosi ritenendola pertanto pericolosa. Purtroppo queste idee sono spesso supportate, per ignoranza o per convenienza, dal parere negativo di molti colleghi (in particolare gli anestesisti) che la sconsigliano. Anche molti colleghi odontoiatri nutrono spesso relativamente alla sicurezza dell’R.A. timori, che sono però assurdi sia da un punto di vista medico-biologico sia per la vastissima casistica della tecnica. Occorre valutare infatti che essa è stata applicata in milioni di trattamenti senza alcun incidente. La vera pericolosità, nei pazienti a rischio, andrebbe piuttosto ravvisata nell’eseguire le cure odontoiatriche senza sedazione, e quindi con la possibilità di incorrere talvolta in emergenze mediche.
Per superare il rifiuto dei pazienti occorre spiegare loro con convinzione che l’R.A.: non farà assolutamente perdere conoscenza ma indurrà in loro solo un forte senso di rilassamento, di euforia e benessere; che la maschera viene applicata solo al naso e che al bisogno essi potranno respirare con la bocca e parlare; che l’R.A. è una tecnica estremamente sicura; che inaleranno una miscela contenente un’elevata percentuale di O2; che le cure odontoiatriche saranno più rapide e accurate; che la percezione del dolore sarà ridotta ma verrà comunque impiegata, al bisogno, l’anestesia locale; che al termine della seduta il paziente potrà normalmente guidare l’auto ecc. Oltre alla mancata conoscenza della tecnica esistono, come accennato, anche ulteriori motivi di rifiuto non sempre di facile intuizione. Per esempio, l’adulto teme talvolta che il ricorso a una tecnica sedativa riveli, in modo inequivocabile, di essere affetto da ansia non autogestibile, e ciò ingenera in lui un senso di frustrazione e vergogna. Questo sentimento emerge talvolta anche durante le cure con supporto di R.A.: può accadere infatti, dopo qualche seduta, che il paziente affermi di saper ormai autogestire la propria ansia senza difficoltà. L’odontoiatra deve valutare attentamente queste richieste, specie se sul paziente devono ancora essere eseguite manovre particolarmente temute quali le estrazioni. Occorre essere molto cauti nel sospendere la sedazione farmacologica, ed è comunque necessario mantenere sempre quella comportamentale, dal momento che il rischio di recidiva dello stato ansioso è sempre molto elevato. Per indurre il paziente a proseguire con la sedazione si possono addurre vari motivi: per esempio, il fatto che con l’R.A. sentirà meno dolore, o che l’operatore potrà lavorare meglio ecc. Altra possibile difficoltà all’accettazione dell’R.A. può essere individuata nel fatto che l’adulto, all’opposto del bambino, deve prendere la decisione da solo, a meno che non sia accompagnato da un “tutore”. Altre volte il paziente teme di soffocare; altre volte ancora di perdere l’autocontrollo ecc. Tutte queste obiezioni possono essere superate concretamente proponendo una seduta di prova senza alcun impegno e successivamente decidere se usare o meno l’R.A. Naturalmente è fondamentale che questa seduta abbia esito positivo, e perché ciò accada occorre riuscire a creare un “ambiente o setting sedativo”, spegnendo le luci abbaglianti, chiudendo le porte ed evitando ogni interferenza. È utile suggerire al paziente, con voce bassa e persuasiva, di respirare con il naso ed eseguire una serie di respiri lenti e diaframmatici. Risulta anche efficace mantenere un contatto fisico, come ad esempio una mano sulla spalla, mettergli la mascherina, lasciare che il paziente l’aggiusti e invitarlo a respirare lentamente (figura 4). È lecito obiettare che, agendo in tal modo, si determini una sorta di effetto placebo e che la terapia non sia quindi soltanto farmacologica. L’affermazione è assolutamente corretta, ma questo fattore risulta utilissimo al nostro scopo. È noto infatti come il placebo riesca ad avere, nelle sperimentazioni a doppio cieco, un effetto terapeutico nel 40% dei pazienti affetti da malattie psicosomatiche18,24.
Per quanto riguarda l’azione farmacologica dell’N2O è indispensabile, nella seduta di prova, partire da basse percentuali di farmaco (per esempio 20%) e aumentare poi molto lentamente la percentuale del gas (incrementi del 5% ogni 2-3 min) fino a raggiungere il base line (figura 5). Infatti, l’inizio dell’R.A. con una percentuale di N2O troppo elevata, o un suo aumento troppo rapido, induce un’alterazione sensoriale abbastanza violenta che l’adulto ansioso, a differenza del bambino, interpreta spesso negativamente. Nel caso il paziente accusasse senso di soffocamento per l’uso della mascherina nasale occorre rassicurarlo ricordandogli che sta respirando una miscela con alte percentuali di ossigeno e che può fare anche alcuni respiri dalla bocca; è inoltre utile, in questi casi, aumentare il volume totale dei gas somministrati. È molto importante, durante la seduta di prova o comunque nei primi incontri, evitare di porre il paziente in posizione perfettamente orizzontale. Questo suggerimento deriva da due osservazioni: innanzitutto la posizione orizzontale, a causa della risalita del diaframma, rende più difficoltosa la respirazione del 15%2,69 e potrebbe aggravare le alterazioni respiratorie già indotte dall’ansia; in secondo luogo, in posizione sdraiata il paziente ha la sensazione di perdere il controllo della situazione (non potendo fuggire) e questo può aumentare la sua ansia. In base a quanto detto, occorre iniziare la seduta in posizione semisdraiata e poi gradualmente, avvisando prima il paziente e sempre che egli la sopporti, si potrà porre in posizione orizzontale. Alla fine di ogni seduta occorre sempre domandare le impressioni del paziente sull’R.A., chiarire eventuali suoi dubbi e lodarlo per il suo comportamento. Per spingere l’adulto ad accettare l’impiego dell’R.A. esistono tuttavia anche aspetti positivi sui quali è possibile fare leva. Si premette che, a livello ambulatoriale, la cura dei pazienti con R.A. deve essere limitata agli ASA 2 (vedi tabella 4)17,46, soggetti cioè con patologie da lievi a moderate e ben compensate. Tali pazienti sono spesso affetti da malattie cardiocircolatorie quali ipertensione, predisposizione alla lipotimia, angina, esiti di infarto miocardico, by-pass aorto-coronarici o altre patologie che interferiscono con l’apparato cardiocircolatorio. In presenza di pazienti ASA 2 è fondamentale spiegare loro che le cure odontoiatriche, con l’ausilio dell’R.A., gli daranno non solo un conforto psichico, ma soprattutto non modificheranno i loro equilibri cardiocircolatori in passato alterati dalla patologia ma ora ben compensati dalle terapie2,17,46,47.
Il paziente trattato con R.A. non corre infatti alcun rischio di andare incontro a un’emergenza medica. La sicurezza dell’R.A. dipende non solo dalla sedazione dell’ansia, sempre presente nei pazienti affetti da queste sindromi, ma anche perché la respirazione di una miscela contenente un’alta percentuale di O2 garantisce una regolare funzionalità cardiaca. L’uso dell’R.A. trova poi una precisa indicazione medica nel caso di alcune patologie quali epilessia, sindrome spastica, asma non allergica, ansia di base con assunzione di ansiolitici, depressione e altre patologie: è pertanto compito dell’odontoiatra informare di questo il paziente. In altri casi l’R.A. è indicata anche in adulti non affetti da ansia grave e talvolta anche per singole sedute: ad esempio per interventi molto lunghi in cui il paziente deve mantenere la bocca aperta per ore; per interventi particolarmente temuti quali l’estrazione di un terzo molare incluso; in caso di urgenze odontoiatriche accompagnate da dolori e ansia (figura 6). Per un corretto approccio al paziente candidato alla terapia con R.A. si ribadisce, infine, il ruolo fondamentale dell’equipe odontoiatrica: sebbene sia compito dell’operatore instaurare il rapporto emotivo più forte con il paziente e diventare suo referente, anche il personale paramedico dovrà essere, oltre che gentile, edotto delle precise indicazioni dell’R.A. e contribuire quindi attivamente alla gestione del paziente.
4. Il paziente sistema sul suo viso l’inalatore nasale.5. Macchina per la sedazione impostata su una percentuale di N2O del 20%.6. Impiego di R.A. in occasione di un intervento di implantologia.
Odontofobia
Il termine odontofobia (dal greco phobos = fuga, che ben descrive l’atteggiamento di questi pazienti) è ormai di uso comune, sebbene molti Autori gli preferiscano la dicitura di Acute Stress Disorder (ossia disturbo da stress post-traumatico), dal momento che la sindrome è sempre conseguenza di un evento medico od odontoiatrico precedente particolarmente traumatico8,19,20,31,58,66. La tabella 5 descrive gli aspetti e gli atteggiamenti caratteristici del paziente odontofobico.
L’odontoiatra che inizi a usare l’R.A. ritiene talvolta che questa forma di sedazione sia ideale per ottenere rilassamento e cooperazione in questi pazienti. Essa non è invece sufficiente a rilassare un vero odontofobico, anzi la mascherina nasale e le alterazioni sensoriali provocate possono spesso aggravare la sua ansia. Questo il motivo per cui molti colleghi odontoiatri dopo aver usato l’R.A. in alcuni casi di odontofobia l’abbandonano ritenendola inefficace. Nel paziente odontofobico l’R.A. può essere un valido ausilio nel proseguimento delle cure ma, inizialmente, occorre adottare trattamenti farmacologici più intensi (ad esempio sedazione e.v. o endonasale) oppure metodi psicologici e comportamentali particolari. Alcuni Autori riferiscono di aver ottenuto buoni risultati con la terapia cognitivo-comportamentale (82% di successi) in poche sedute e senza ricorrere a uno psicologo39,43. Tuttavia gli Autori dimostrano che per avere successo con questi metodi l’odontoiatra deve aver precedentemente appreso la metodica. Esistono anche centri specializzati nel trattamento dei pazienti odontofobici. In alcuni di questi si ricorre sbrigativamente all’anestesia generale; in altri (quale ad esempio la Fear Clinic di Seattle) si affianca uno psicologo all’odontoiatra, in modo che quest’ultimo possa applicare le tecniche che gli vengono suggerite caso per caso. Con questo metodo si riescono a ottenere buoni risultati sia immediati sia duraturi. Verranno qui forniti alcuni suggerimenti che talora si rivelano utili per il trattamento dei pazienti fobici, e che comunque possono essere normalmente seguiti anche per la cura dei pazienti con ansia meno grave. Per un approfondimento dell’argomento si rimanda in ogni caso a corsi, a testi specializzati o all’apprendimento di tecniche specifiche4,9,21,52.
Odontofobici nei confronti di strumenti o procedure specifiche
7. Colloquio con il paziente e raccolta dell’anamnesi: l’operatore è seduto alla stessa altezza del paziente e infonde tranquillità e fiducia.
L’agofobia o fobia verso l’iniezione (non solo orale) è molto frequente e interessa, a seconda dei vari studi epidemiologici, dal 3,3 al 4,6% della popolazione6,13,45,49,52,73. In prima seduta, un’accurata anamnesi deve rivelare quali precedenti esperienze negative odontoiatriche o mediche hanno determinato la fobia del paziente (figura 7). Sarà poi utile, a ogni seduta successiva, ricordare rapidamente l’episodio per dimostrare al paziente di aver ben compreso e presente la sua problematica. Il colloquio iniziale è fondamentale sia perché la verbalizzazione delle proprie angosce è di sollievo per il paziente, sia perché esistono varie forme di odontofobia e ognuna di queste richiede approcci diversi. Tale colloquio tuttavia non dev’essere condotto in modo casuale ma in modo “strategico”, perché così sarà di grande aiuto al soggetto dal punto di vista cognitivo74. Gli scopi del colloquio strategico sono i seguenti: focalizzare le cognizioni del soggetto chiudendo paure che riverberano su tutto il suo comportamento e quindi ridimensionare il suo problema; accettare le sue tesi ma far risaltare le contraddizioni che portano a conseguenze inaccettabili; porgli dei dubbi che poi lui rielaborerà; rimarcare asserzioni positive e offrire al suo problema soluzioni diverse da quelle che sinora ha seguito e che si sono rivelate inadatte; favorire il suo autocontrollo ecc. Questa iatrosedazione verbale deve avvalersi anche di una serie di sinonimi, similitudini e perifrasi per smorzare gli aspetti apparentemente più violenti della terapia47. Ad esempio invece di “devitalizzazione” si preferirà usare il termine di “terapia canalare”; invece di “sentirà dolore” si dirà piuttosto “sentirà un fastidio” ecc. Si rivela anche utile dare informazioni in senso positivo rimarcando, in modo suggestivo, i vantaggi che si otterranno dalle cure35,72. Tuttavia, la fobia è talvolta di grado talmente elevato da non poter instaurare con il paziente il benché minimo rapporto di collaborazione. In questi casi, l’unica via realistica per poter effettuare un intervento urgente che richiede l’uso dello strumento che ha provocato la fobia è quella di sottoporre il paziente a una sedazione cosciente farmacologica più pesante dell’R.A., ad esempio per via endovenosa o endonasale con benzodiazepine. Se al contrario è possibile ottenere dal paziente una collaborazione, anche ridotta, e l’uso dello strumento fobico può essere rimandato è consigliabile ricorrere alla desensibilizzazione sistematica: questa consiste in un’esposizione graduale e progressiva allo stimolo temuto, soprattutto usando modalità diverse da quelle che hanno causato la fobia53,59. In tal modo è possibile attenuare le risposte emotive negative facendo vivere al paziente un’esperienza clinica diversa che lo ricondiziona in modo positivo, superando i riflessi condizionati negativi.
A questo proposito è fondamentale iniziare con manovre brevi, intervallate da pause, e con le cure più semplici e meno invasive o temute. Ad esempio, un errore grave e commesso di frequente sia nel paziente adulto sia nel bambino è cominciare le cure con un’avulsione. Secondo gli Autori, un altro errore è pretendere di eseguire sempre ogni cura secondo lo stato dell’arte. In accordo con altri Autori, il trattamento dei pazienti ansiosi, adulti o pediatrici, può essere bifasico: piuttosto che non fare nulla, l’odontoiatra si può limitare, in una prima fase, a interventi ridotti ma ben programmati quali togliere il dolore o le cause di futuri dolori, eliminare le infezioni e ridare al paziente una certa funzionalità orale. A tal proposito diversi Autori hanno studiato una tecnica denominata ART, che è stata dapprima sperimentata sui bambini ansiosi e poi, con successo, anche nella cura degli adulti ansiosi14,39,51,64. In una seconda fase della terapia, se la fobia si sarà attenuata si potranno poi completare correttamente le cure. Un altro obiettivo fondamentale è la minimizzazione del trauma: occorre evitare le manovre non indispensabili e tentare di minimizzare in frequenza e intensità quelle indispensabili (come l’aspirazione o lo scostamento delle guance); l’uso degli strumenti dev’essere rapido; le sedute brevi ecc.
Riguardo ancora la fobia nei confronti dell’iniezione di anestetico occorre anche ricordare che molte cure possono essere eseguite (con pazienza dell’operatore e talora un modesto dolore del soggetto) anche senza iniezione: ad esempio otturazione di carie superficiali, apertura camerale di un dente con polpa necrotica ecc. Tale procedura è molto facilitata se il paziente permette l’uso di R.A., poiché è noto che l’ansia non controllata abbassa la soglia del dolore spingendo talvolta a percepire come male dei semplici fastidi44,47.
Se l’anestesia locale deve essere eseguita si tenterà una desensibilizzazione del soggetto chiedendogli quale sia il particolare dell’iniezione che più lo spaventa. Se il paziente riferisce di aver sentito dolore in passato si potrà obiettare che oggi l’esecuzione dell’anestesia locale ha fatto grandi progressi quanto a principio attivo, aghi e anche in termini di procedura. Si spiegherà al paziente che non sentirà dolore, ma solo un leggero fastidio. Gli si farà poi provare l’effetto di una pomata anestetica60.
L’anestetico di superficie va applicato in buona quantità, dopo aver asciugato la mucosa, nella zona che necessita di cura, spalmato e lasciato agire almeno 3 minuti. Nell’attesa lo si inviterà a eseguire 4-5 respiri addominali lenti e profondi con il naso32,42. Alle volte il soggetto trova conforto psicologico nel tenere la mano a qualcuno (ad esempio l’assistente). Si suggeriranno nel frattempo le sensazioni provocate dall’anestetico di superficie nell’attesa del loro insorgere; avutone conferma dal paziente, gli si spiegherà che tra breve avvertirà un leggero fastidio. Si inietterà quindi un po’ di liquido anestetico, si attenderà e poi si inietterà lentamente il rimanente.
Prima di ogni procedura è molto importante spiegare bene al paziente ciò che ci si appresta a fare e chiedere il suo permesso. Eseguita l’anestesia, si potrà procedere con una terapia breve e non impegnativa, perché le sedute lunghe sono molto stressanti per tutti i pazienti, ma realmente insopportabili per quelli fobici. In ogni caso è fondamentale che il soggetto non senta mai dolore, e se questo accadesse occorre rinforzare l’anestesia con altre fiale o al limite rimandare la cura. L’uso della turbina ad aria compressa, in caso di problemi soggettivi al riguardo, potrà essere sostituito ad esempio con l’impiego di micromotori ad alta velocità o limitato a pochi secondi per volta e solo con anestesia perfetta. L’operatore che riesce a superare la resistenza di questi pazienti verso le cure dovrà poi profondere grande impegno per mantenere questo rapporto, pena la recidiva dell’odontofobia. È fondamentale a questo fine che le sedute siano ravvicinate nel tempo e i richiami, anche per semplici controlli, effettuati 2-3 volte all’anno. Uno dei maggiori obiettivi da perseguire con il paziente fobico è rafforzare il suo autocontrollo, la sensazione cioè di poter gestire attivamente la sua terapia. In tale direzione tendono una serie di accorgimenti quali: lasciarlo in posizione seduta; se ne fa uso, lasciargli gli occhiali; se lo desidera, spiegargli in dettaglio la procedura e, inoltre, dargli la possibilità di decidere quando l’odontoiatra può operare e quando invece desidera che si interrompa, magari con un cenno della mano (ovviamente la sua volontà dovrà essere rispettata scrupolosamente, mai tradita). Può dimostrarsi utile distrarre l’attenzione del paziente parlando di qualche argomento che lo appassiona o fargli ascoltare una musica gradita37,67.
A ogni seduta occorre tentare di compiere un piccolo progresso e subito dopo evidenziare al paziente il successo, lodandolo per il suo comportamento. Anche nell’adulto, infine, può essere utile l’uso del “modelling”, ossia far assistere un paziente fobico alle cure di un altro paziente, così come normalmente si verifica per il trattamento di bambino e genitore. La tabella 6 sintetizza le principali norme da seguire nella terapia di pazienti fobici nei confronti di particolari strumenti o procedure odontoiatriche.
Odontofobici sfiduciati
Rientrano in questa categoria tutti i pazienti che provano un forte timore di essere mal giudicati, non compresi, derisi, messi in imbarazzo o rifiutati, che cioè non sopportano l’idea di deludere le aspettative di altri.
Quasi sempre questo deriva da precedenti cure odontoiatriche o mediche nel corso delle quali un rapporto troppo sbrigativo, formale o distaccato con il professionista è stato recepito come un’offesa alla propria sensibilità. Non appena fatta diagnosi di questo tipo di odontofobia, l’odontoiatra deve assumere un atteggiamento recettivo improntato al massimo rispetto e comprensione, al fine di instaurare con il paziente un rapporto costruttivo di forte empatia. Occorre assolutamente evitare frasi del tipo “… che vuole che sia il dolore per devitalizzare un dente, è una cosa banale che sopportano tutti senza problemi…” che ingenerano facilmente un senso di inadeguatezza che si traduce in una totale chiusura nei confronti del professionista. L’approccio più corretto consiste nell’essere molto cortesi, lasciar parlare il paziente e ascoltarlo attentamente, guardarlo negli occhi, chiamarlo per nome, rispettare gli orari e lasciare a lui la decisione su come procedere nelle cure.
Analogamente alla tabella precedente, si sintetizzano di seguito gli elementi fondamentali dell’approccio al paziente fobico sfiduciato (tabella 7).
Odontofobici catastrofici
In questo gruppo rientrano quei soggetti che affermano di non aver paura delle cure odontoiatriche in sé, ma temono piuttosto: di soffocare se hanno qualche ostacolo alla respirazione (anxius = soffocamento); di morire dissanguati se hanno una leggera emorragia; di avere un infarto se avvertono modesta tachicardia; di avere reazioni allergiche pericolosissime nei confronti dell’anestetico ecc. Essi, cioè, interpretano ed etichettano determinati disturbi - normalmente presenti durante le cure e di scarso significato clinico - come estremamente pericolosi per la loro integrità fisica53. Molto spesso il loro non è solo un disagio comportamentale, causato da precedenti esperienze negative, ma un disturbo psicodinamico profondo che investe parecchi aspetti della loro esistenza.
Le loro alterazioni cognitive da errata percezione fanno sì che questi pazienti perdano facilmente l’autocontrollo, andando talora incontro a vere e proprie crisi di panico caratterizzate da blocco dei pensieri, reazioni fisiologiche con tachicardia e ipertensione, alterazioni respiratorie e desiderio coatto di fuggire. La possibile insorgenza di queste reazioni rende il trattamento di questi pazienti estremamente difficile (non solo in odontoiatria).
Con essi occorre essere molto cauti per evitare l’insorgenza del panico o, ai primi sintomi, sospendere immediatamente ogni cura fino a che il soggetto non si sia tranquillizzato.
Si tenga inoltre presente che qualunque nuova terapia (ad esempio, l’R.A.) viene sempre interpretata dal paziente catastrofico come fonte di ulteriori pericoli. In questi soggetti occorre correggere l’errore di percezione dei propri sintomi e ricondurli a un’esatta interpretazione di ciò che si sta effettuando, spiegando e dimostrando loro che certi sintomi o sensazioni non sono pericolosi. A tal fine occorrerà eseguire una lenta desensibilizzazione53 o un rilassamento in ipnosi63, cercando di perseguire un rafforzamento del loro autocontrollo. I principali accorgimenti da adottare nei confronti dei pazienti fobici catastrofici sono schematizzati in tabella 8.
Conclusioni
Gli importanti progressi della moderna odontoiatria fanno in modo che l’attenzione dello specialista sia sempre più focalizzata sugli aspetti tecnici delle cure. Le più recenti conquiste della ricerca scientifica in termini di tecnologie, materiali, biologia e fisio-patologia consentono sicuramente di aspirare a risultati migliori rispetto al passato, a volte estremamente raffinati.
Questo tecnicismo esasperato della
disciplina a cui il paziente è sempre maggiormente sottoposto sottintende tuttavia un rischio concreto, e cioè che il rapporto medico-paziente diventi sempre più impersonale. Questo si verifica specialmente nelle grandi strutture sanitarie, validissime dal punto di vista tecnico, ma che spesso, per la specializzazione sempre più settoriale delle varie sottobranche, pongono in secondo piano il rapporto interpersonale generando insoddisfazione nei pazienti. Il malcontento nei rapporti umani porta talora a relazioni conflittuali con i curanti e, come è noto, sempre più frequentemente a contenziosi medico-legali.
Per un nutrito gruppo di soggetti, ossia quelli nei quali la patologia odontostomatologica è motivo di forte apprensione o ansia, il comportamento del personale sanitario è altrettanto (o talvolta maggiormente) importante rispetto alle cure stesse ricevute. Questo dipende anche da un aumento di consapevolezza del paziente: sempre meno disposto a sopportare l’insuccesso terapeutico, sempre più aggiornato e preparato e che giustamente vuole essere correttamente informato (da cui l’imprescindibilità di un esaustivo consenso informato).
Quanto sopra esposto vuole accentuare l’importanza non solo della sedazione inalatoria con protossido d’azoto per la gestione dei pazienti più problematici, ma soprattutto del ripristino di una terapia incentrata sui bisogni umani del paziente.
Con la consapevolezza che i suggerimenti psicologici e comportamentali riportati siano di difficile classificazione, non si pretende di essere esaustivi sull’argomento.
Si ritiene infatti impossibile tradurre tali osservazioni in un protocollo operativo standard, e questo a causa dell’enorme variabilità della psicologia e della personalità, sia del paziente sia dell’odontoiatra.
La loro conoscenza rimane comunque molto importante ed esse possono costituire un’utile traccia nel trattamento dei pazienti con ansia più o meno grave che si sottopongono alle nostre cure. Fortunatamente in Italia oltre il 90% delle cure odontoiatriche si svolge ancora in ambulatori, in massima parte monoprofessionali. In tale ambito è ancora possibile perseguire l’umanizzazione del rapporto medico-paziente e difendersi dalla “industrializzazione” delle cure mediche. Opporsi all’alienazione dell’individuo nella società moderna non dovrà essere interpretato come un nostalgico attaccamento al passato, ma al contrario come un segno di maturità. Questo indubbiamente può rendere il lavoro del professionista più complesso e lento, poiché oltre a una prestazione tecnica aggiornata egli deve fornire anche un delicato supporto psicologico. Tuttavia è forte convinzione degli Autori che, con tempo e con costanza, questo approccio possa sicuramente diventare per l’odontoiatra un modusoperandi automatico e istintivo, che non gli costerà più fatica, ma gli procurerà anzi notevoli vantaggi professionali. Si avrà in tal modo il recupero del senso più profondo del giuramento di Ippocrate e nel rispetto più assoluto della persona umana nella sua interezza, così come professato dalla moderna odontoiatria olistica.
Corrispondenza
Dr. Luigi Paglia
Istituto Stomatologico Italiano
Via Pace, 21 - 20122 Milano
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1. Il caso clinico prima del trattamento. Notare la perdita completa dei normali rapporti occlusali e la pessima igiene orale.
Riassunto
Uno degli obiettivi della riabilitazione protesica è la sostituzione dei tessuti persi, al fine di restituire un’adeguata funzionalità in un contesto armonico con un’estetica il più vicino possibile a quella naturale. La riabilitazione della seconda classe è da sempre una sfida per il protesista in quanto le determinanti occlusali sono sfavorevoli alla distribuzione dei carichi durante la cinematica mandibolare. La situazione è ancora più complicata quando l’arcata antagonista è rappresentata da una protesi totale che necessita del maggior numero di contatti simultanei per avere stabilità. Questo lavoro evidenzia come sfruttare la versatilità della protesi fissa mandibolare avvitata su impianti per risolvere queste problematiche. Il paziente in esame presentava una dentatura residua non mantenibile con perdita delle relazioni cranio-mandibolari. Si inserirono previa bonifica sei impianti in zona intraforaminale caricati immediatamente trasformando la protesi totale in protesi impianto-supportata provvisoria. Dopo due mesi viene confezionata la protesi definitiva che ristabilisce una relazione di I^ classe con la protesi totale superiore attraverso un cantilever vestibolare di 11 mm. In conclusione si può affermare che la scelta di un corretto disegno della protesi implantare può essere ottenuta solo con un attento protocollo diagnostico-decisionale che includa lo studio tridimensionale dei rapporti intermascellari, la classe dento-scheletrica e una valutazione dei costi-benefici.
La riabilitazione dei pazienti edentuli con protesi rimovibile si associa solitamente a diverse limitazioni. Le protesi fisse sostenute da impianti stanno sempre più confermando la propria idoneità a restaurare la funzione masticatoria e l’estetica. La riabilitazione protesico-implantare nell’edentulismo totale rappresenta una sfida operativa di notevole difficoltà a causa delle complesse condizioni di cui è necessario tener conto. Occorre in primo luogo considerare le conseguenze di carattere anatomo-funzionale ed estetiche determinate dalla perdita degli elementi dentari ed evidenziabili sia a livello intraorale che extraorale. Nel soggetto edentulo si verifica un riassorbimento osseo a livello della zona anteriore mandibolare quattro volte maggiore rispetto al mascellare: l’anterotazione che ne consegue, associata alla perdita del supporto dei tessuti periorali, porta a profonde alterazioni estetiche del volto1. Il mascellare si riassorbe in direzione centripeta: la posizione degli incisivi fa sì che la loro perdita determini un’atrofia mascellare marcata, mentre a livello molare ciò è meno accentuato. La mandibola si riassorbe, invece, secondo un vettore centrifugo e questo porta a un aumento del suo raggio di curvatura. Questo processo di riassorbimento provoca un’inversione dei rapporti scheletrici nelle tre dimensioni dello spazio, collasso della dimensione verticale e, nei casi gravi, superficializzazione del nervo mandibolare.
1. Il caso clinico prima del trattamento. Notare la perdita completa dei normali rapporti occlusali e la pessima igiene orale.
A livello extraorale la perdita di dimensione verticale si evidenzia con diminuzione dell’altezza del terzo inferiore del viso, accentuazione del solco labiomentoniero, approfondimento del solco naso labiale, diminuzione relativa del vermiglio del labbro e mancato sostegno del filtro, ipotonia e collasso della muscolatura periorale con modificazione dell’estetica e dell’espressione2. Solo grazie a una diagnosi accurata e a un’attenta pianificazione si recuperano tutte queste determinanti anatomo-funzionali andate perse rendendo predicibile la riabilitazione impianto-protesica del paziente edentulo. Attraverso l’esame obiettivo extraorale valuteremo la simmetria del volto, il profilo facciale, la dimensione verticale, la classe scheletrica, la morfologia delle labbra e la linea del sorriso. Con l’esame obiettivo intraorale si valutano i tessuti molli, la morfologia ossea macroscopica e i rapporti intermascellari. Il montaggio dei modelli in articolatore consente di analizzare lo spazio disponibile per la protesi, i rapporti tra le arcate nei tre piani dello spazio e di realizzare la ceratura diagnostica. Questa fornirà informazioni precise sull’altezza, la forma, la dimensione e la posizione delle corone nonché sul sito ideale di posizionamento dell’impianto. Nell’edentulismo totale le scelte terapeutiche sono determinate da diversi fattori quali l’importanza del riassorbimento osseo, il rapporto tra le arcate e le richieste del paziente. Stabilito che non ci siano controindicazioni di carattere generale, il paziente può essere candidato alla terapia implantare. Le riabilitazioni impianto-sostenute di un’arcata edentula possono essere classificate come:
protesi totale ancorata a impianti,
overdenture su barra fissata a impianti,
protesi fissa full-arch con ricostruzione dei tessuti molli o Toronto bridge,
protesi fissa full-arch, avvitata o cementata, senza ricostruzione dei tessuti molli o natural fixed bridge.
La protesi Toronto bridge classica è proposta da più di 40 anni e nasce come sovrastruttura protesica avvitata a un numero variabile dai 4 ai 6 impianti posizionati in zona mentoniera o mascellare anteriore. Per estendere il tavolato occlusale il più possibile distalmente venivano inserite delle estensioni distali (cantilever). La costruzione di queste estensioni dipendeva da numerose variabili tra cui il numero e la posizione degli impianti, la distanza tra essi, la forma di arcata, il tipo di arcata antagonista ecc.3 La protesi tipo Toronto bridge offre il vantaggio di poter inserire gli impianti senza i vincoli di direzionalità propri della protesi fissa su impianti, potendo sfruttare al meglio l’osso residuo. Questo vale soprattutto nel mascellare superiore, dove l’inserimento di impianti angolati permette di distalizzare il più possibile la struttura protesica evitando di interferire con i seni mascellari4. Inoltre, in situazioni caratterizzate da elevato grado di atrofia la protesi tipo Toronto offre la possibilità di recuperare le discrepanze scheletriche marcate sia verticali che sagittali senza dover ricorrere alla protesi rimovibile. Esistono però alcuni svantaggi come la difficoltà nelle manovre di igiene (soprattutto in persone anziane) e le problematiche fonetiche legate alle riabilitazioni dell’arcata superiore, spesso legate però all’errata esecuzione del manufatto.
2. I denti montati sulle protesi totali evidenziano un rapporto di IIa classe.2. I denti montati sulle protesi totali evidenziano un rapporto di IIa classe.
Caso clinico
È giunto alla nostra osservazione un uomo di 50 anni con difficoltà masticatorie e dentatura residua compromessa. All’esame obiettivo si evidenzia superiormente una Protesi Parziale Rimovibile (PPR) ancorata con un gancio a filo al 17. Inferiormente è presente una protesi fissa in oro-resina collassata distalmente. La protesi è cementata a 33, 32, 31, 42 e 43 che presentano carie destruenti a livello cervicale e due estensioni distali in prossimità di 34, 35 e 44, 45. A questo si aggiunge una pessima igiene orale con degrado dei manufatti protesici (figura 1). Il paziente manifestava la volontà di riabilitare solo l’arcata inferiore con una protesi fissa in quanto era già abituato a portare un’estesa PPR superiore. Dall’esame clinico, da quelli radiologici e dallo studio dei modelli montati in articolatore, previo rilevamento di una arco facciale, si escludeva la mantenibilità degli elementi residui. Dopo la bonifica di entrambe le arcate sono state confezionate due protesi totali provvisorie con lo scopo di ripristinare una corretta dimensione verticale, restituire un’estetica adeguata e recuperare le determinanti occlusali. Le protesi sono state confezionate seguendo i criteri di costruzione standard della protesi totale (valutazione clinica della Posizione fisiologica di riposo e controllo dei valli con il metodo fonetico e la valutazione del profilo)5 e posizionando quindi gli elementi dentari di conseguenza. Queste protesi sono servite, perciò, anche a quantificare la discrepanza tra la posizione delle corone degli elementi dentari della protesi e la cresta ossea in modo da pianificare la riabilitazione implanto-protesica definitiva. Alla fine di questa fase il paziente presentava un rapporto occlusale di II classe (figura 2), sfavorevole alla distribuzione dei carichi durante la cinematica mandibolare6,7. Nella realizzazione delle protesi provvisorie abbiamo seguito il principio di occlusione bilaterale bilanciante libera in centrica in modo da garantire il numero maggiore di contatti possibili sia in relazione centrica che nei movimenti eccentrici al fine di aumentare la stabilità delle protesi durante i movimenti funzionali7,8. Questo è fondamentale soprattutto in pazienti con II classe scheletrica in cui è necessario garantire la libertà dei movimenti eccentrici e la libertà in occlusione da Cr a Co (relazione centrica – occlusione centrica)9.
3. La protesi provvisoria immediata ricavata dalla protesi totale pre-operatoria.
L’ortopantomografia eseguita due mesi dopo le estrazioni evidenzia una quantità di tessuto osseo tale da permettere la progettazione di una protesi fissa su impianti, ma l’impossibilità di risolvere la seconda classe con questo tipo di soluzione e l’onere economico non sostenibile dal paziente hanno fatto cadere la scelta su una protesi tipo Toronto bridge sostenuta da sei impianti e caricata immediatamente con una protesi provvisoria avvitata ricavata dalla protesi totale.
La terapia farmacologica pre-chirurgica ha previsto l’assunzione di due grammi di amoxicillina triidrato (Augmentin, GlaxoSmithKline SpA) un’ora prima dell’intervento, seguiti da un grammo sei ore dopo. A partire da tre giorni prima dell’intervento il paziente ha cominciato l’utilizzo di colluttorio a base di Clorexidina digluconato 0,20% (Dentosan, Johnson & Johnson S.p.A), 10 ml 2 volte al giorno fino a una settima dopo l’intervento. Previa raccolta di un consenso informato scritto, abbiamo proceduto all’intervento. Dopo infiltrazione locale con mepivacaina 2% - adrenalina 1:100.000 (Carbocaina 2% è stata effettuata un’incisione crestale a spessore totale; dopo regolarizzazione della cresta ossea sono stati inseriti 6 impianti osteointegrati in zona intraforaminale (Nobel Biocare Speedy Groovy RP, Nobel Biocare Holding AG, Zurigo, Svizzera) utilizzando come guida la dima metallica di Malò (All on four Guide - Nobel Biocare Holding AG, Zurigo, Svizzera). La protesi inferiore del paziente è stata quindi immediatamente trasformata in protesi Toronto provvisoria (figura 3).
Il carico immediato offre indubbi vantaggi:
riduzione dei tempi operativi garantendo al paziente la protesi fissa senza attendere l’osteointegrazione;
condizionamento protesicamente guidato dei canali mucosi e delle selle intercalate attraverso il provvisorio in caso di natural fixed bridge;
eliminazione di una fase chirurgica con maggior comfort e risparmio di tempo per il paziente.
La trasformazione della protesi totale in provvisoria è avvenuta forando la flangia linguale in prossimità dei cilindri per provvisori avvitati alle teste implantari prima della sutura, per unirla poi al corpo dei cilindri con resina metacrilica rosa portando il paziente in occlusione. In tal modo si è certi di replicare la relazione cranio-mandibolare ottenuta con le protesi totali diagnostiche. Completata la polimerizzazione, la protesi viene svitata e rimossa, i cilindri per provvisori rifilati e la flangia in resina rimossa fino a ottenere un manufatto a totale appoggio implantare facilmente accessibile alle manovre di igiene orale.
L’impianto in zona 3.4 non è stato caricato perché presentava un torque di inserimento inferiore ai 35 N/cm.: in uno studio sperimentale Trisi e coll. hanno dimostrato che al di sotto dei 35 Ncm di inserimento si possono avere micromovimenti che oscillano tra 83 e 143 micron, laddove micromovimenti di ampiezza superiore ai 100 micron provocano necrosi dei vasi neoformati con stimolazione dei processi osteoclastici e formazione di tessuto fibroso10. La stabilità primaria può essere valutata con il Periotest (Periotest, Siemens, Germania), con l’analisi della frequenza di risonanza (Osstell ISQ, Osstell AB, Göteborg, Sweden) e con torque di inserimento. Il Periotest (PTV) misura l’arco di tempo in cui un terminale percuote a ripetizione un impianto, mentre l’Ostell misura la frequenza di risonanza (RFA) tramite un trasduttore applicato all’impianto. Questo strumento, sebbene largamente utilizzato, non si è dimostrato attendibile in quanto impianti con medesimo grado di contatto impianto-osso (bone to implant contact, BIC) possono dare risultati dissimili e, per contro, impianti con differenti BIC possono dare risultati sovrapponibili11. Inoltre, nulla può nello stabilire la presenza di micromovimenti implantari. A oggi, il torque di inserimento è la misura più attendibile della stabilità primaria di un impianto12 e sono allo studio chiavi dinamometriche elettroniche in grado di misurare con estrema precisione questo dato superando la problematica della progressiva perdita di taratura dei micromotori per usura dei componenti. Comunque, nel caso in cui gli impianti vengano solidarizzati si possono caricare immediatamente anche se uno presenta un torque di inserimento inferiore a 35N in quanto la solidarizzazione attraverso la protesi di fatto riduce i micromovimenti sfruttando un principio ben noto in ortopedia dove fissazioni esterne garantiscono la riparazione di fratture13.
In questo caso, però, abbiamo comunque preferito lasciare il 3.4 sommerso. Il paziente è stato motivato e istruito su come mantenere una corretta igiene onde non compromettere l’esito finale del trattamento.
Dopo due mesi è stata effettuata l’impronta definitiva in polietere Impregum Penta (3M ESPE, St Paul, Minnesota) con i monconi da impronta splintati con resina idonea (Pattern Resin LS, GC Company Tokyo, Giappone). Gli impianti inseriti secondo una corretta direzionalità protesica hanno permesso alla struttura protesica in cromo cobalto di emergere direttamente dalle teste implantari, garantendo così maggior estetica e semplicità operativa.
4. Visione occlusale del lavoro terminato. Notare come il corretto posizionamento implantare non interferisce con il disegno della protesi.5. Visione frontale del lavoro terminato. Si notino l’ottima estetica e i rapporti di Ia classe.
Dopo le prova di precisione e passività della barra, questa è stata rivestita in resina metacrilica rosa mentre i denti sono stati realizzati in resina composita. La protesi così ottenuta (figure 4 e 5) ha permesso di garantire rapporti interocclusali di prima classe sfruttando un cantilever a livello incisale di 9 mm, non ottenibile con nessun altro tipo di protesi fissa impianto-sostenuta (figura 6). Il sostegno dei tessuti periorali è soddisfacente con un buon supporto del filtro e del vermiglio delle labbra e un solco labio-mentoniero correttamente rappresentato (figura 7). Il controllo a due anni dimostra la stabilità dei tessuti e addirittura il miglioramento di quelli perimplantari a livello dell’emergenza degli impianti in zona 3.3, 3.4, 4.4 (figura 8), testimonianza dell’ottima biocompatibilità della superficie ruvida implantare e della buona integrazione della struttura protesica. La fase iniziale di motivazione ha radicalmente cambiato le abitudini di igiene del paziente, garanzia primaria e indispensabile per un buon mantenimento del risultato ottenuto.
6. Il cantilever orizzontale di 9 mm ha permesso di ottenere rapporti di Ia classe.7. Il profilo testimonia il corretto sostegno del filtro del labbro, del vermiglio e un solco labio-mentoniero poco accentuato.8. Il controllo a due anni. Notare il radicale cambiamento dell’igiene del paziente e l’ottimo mantenimento della salute tissutale. In zona 44 il margine gengivale è migrato coronalmente, segno di un ottimo condizionamento tissutale garantito dal complesso impianto-protesi.
Discussione
Le protesi inferiori impianto-sostenute tipo Toronto bridge pongono il problema dei cantilever in quanto il posizionamento degli impianti in zona intraforaminale è sempre più linguale della posizione che avrà il gruppo frontale della sovrastruttura protesica e obbliga a montare i denti diatorici in estensione al gruppo frontale. Il cantilever funziona come leva di classe I e sottopone gli impianti, la connessione impianto-protesica e l’osso perimplantare a stress alternati di trazione e compressione durante la funzione14. Esistono numerosi studi sul cantilever posteriore, ma poche sono le informazioni disponibili sull’estensione anteriore per protesi avvitate impianto-sostenute. In questo tipo di protesi avvitate su impianti il cantilever distale è necessario per ottenere un’occlusione posteriore. Storicamente la lunghezza è stata teorizzata in relazione all’A-P spread, ovvero alla distanza tra il centro dell’impianto più anteriore e una linea che congiunge i margini distali dei due impianti posteriori. Il protocollo classico Branemark per una protesi con cantilever in caso di inserimento di 4-6 impianti intraforaminali prevede la costruzione di 2-3 premolari bilateralmente. Per evitare il sovraccarico degli impianti il cantilever distale deve rimanere in un rapporto di 1,5:1 con l’A-P spread (2:1 per altri Autori) con una lunghezza del cantilever dai 15 a massimo 20 mm4,14,15.
Lo studio di Brosky et Al.14 non ha rilevato correlazione significativa tra l’ampiezza del cantilever anteriore e la perdita di osso perimplantare, mentre il rapporto AP spread/estensione del cantilever posteriore è statisticamente correlato alla perdita delle viti di fissaggio. In questo studio è stato analizzato un gruppo di soggetti che presentava una riabilitazione protesica su impianti mandibolari avvitata da più di 7 anni e come antagonista una protesi totale rimovibile. Tutti questi pazienti sono stati riabilitati in modo da ottenere un’occlusione di prima classe. Si è registrata la lunghezza del cantilever anteriore che andava da 5,9 a 14,4 mm con una media di 8,8 mm. In letteratura è infatti consigliato riabilitare i soggetti che presentano una discrepanza vestibolo linguale tra il mascellare superiore e quello inferiore maggiore agli 8 mm con una overdenture su impianti rimovibile2. Questo probabilmente perché se l’estensione del cantilever è troppo elevata al paziente è richiesta manualità e compliance ancora maggiore per la manutenzione domiciliare della protesi. Inoltre, se la discrepanza sagittale è troppo marcata questo tipo di protesi ibrida non riuscirebbe comunque a essere esteticamente soddisfacente. Bisognerà perciò valutare caso per caso quando questo tipo di protesi è indicata e fin dove ci si può spingere in base all’anatomia delle arcate edentule, alla collaborazione e alle necessità del paziente.
Conclusioni
La protesi fissa tipo Toronto bridge è senza dubbio la soluzione più ambita dal paziente edentulo laddove una protesi fissa su impianti non sia realizzabile o economicamente sostenibile. L’overdenture su impianti, infatti, se da un lato semplifica la risoluzione del sostegno dei tessuti periorali attraverso la flangia in resina, facilita le manovre di igiene e, non ultimo, non comporta l’impegno per l’operatore di posizionare gli impianti secondo una direzionalità protesicamente dettata, dall’altro è pur sempre per il paziente una protesi rimovibile con tutte le ripercussioni psicologiche che ne conseguono. Se aggiungiamo che il costo è superiore a una protesi di tipo Toronto per l’aggiunta di una mesostruttura a barra, si comprende come sia difficile proporre questo tipo di riabilitazione e come l’industria si stia prodigando per rendere l’approntamento di una protesi tipo Toronto bridge meglio programmabile e più predicibile attraverso l’ausilio della chirurgia computer assistita e delle tecnologie CAD-CAM per la produzione della struttura protesica. In questo senso la problematica dei cantilever può essere più facilmente e attentamente studiata dall’operatore prevedendo con estrema precisione la lunghezza della futura estensione. Aspettando e auspicando che questi strumenti possano diventare di facile diffusione, la letteratura e la nostra esperienza sono comunque confortanti riguardo ai cantilever, permettendo estensioni che garantiscono la risoluzione della maggior parte dei casi che si candidano per questo tipo di protesi, ricordando comunque che il cantilever è fonte di stress biomeccanico per cui andrebbe ridotto al minimo e che la scelta del tipo di protesi impianto-sostenuta deve essere dettata da un protocollo diagnostico-decisionale ben preciso. Corrispondenza
Dr. Marco Castagnola Via Boccaccio 24 - 20123 Milano castagnolamarco@libero.it
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Il successo della terapia implantare nei settori estetici è determinato non solo dalle percentuali di sopravvivenza degli impianti ma anche dalla qualità del loro mantenimento a lungo termine. In quest’ottica il management dei tessuti molli peri implantari assume un ruolo critico. L’obiettivo dello studio è stato quello di valutare un nuovo approccio da applicare in chirurgia implantare, basato sull’associazione del lembo coronale multiplo e della tecnica bilaminare. È stato selezionato un campione di 6 pazienti, con una monoedentulia nel settore estetico del mascellare superiore. Dopo l’inserimento dell’impianto e della vite di guarigione, a livello del sito implantare è stato posizionato un innesto di tessuto connettivo precedentemente prelevato dal palato. In ogni paziente sono stati registrati tre paramentri parodontali, con follow up a un anno. L’analisi statistica ha evidenziato un miglioramento clinicamente significativo dei parametri (rec,ppd) registrati a livello dei siti dentali adiacenti a quello implantare, dove in particolare il tessuto cheratinizzato ha mostrato un trend positivo statisticamente significativo.
Negli ultimi anni la letteratura internazionale ha documentato percentuali molto elevate di successo e mantenimento degli impianti, conferendo grande affidabilità alle moderne procedure implanto-protesiche1-4;l’esigenza estetica ha portato i clinici a focalizzare l’attenzione sulla riabilitazione dei settori estetici con l’intento di ottenere una buona armonizzazione del restauro e dei tessuti molli perimplantari rispettivamente con i denti e la mucosa circostanti. In quest’ottica il management dei tessuti perimplantari è determinante per la stabilità dei tessuti. Da una recente metanalisi (Esposito et al, 2007) è emerso che i numerosi lavori condotti sulla gestione dei tessuti molli non hanno evidenziato alcun protocollo specifico; tuttavia gli Autori hanno sottolineato come un approccio chirurgico minimamente invasivo possa influenzare positivamente la guarigione dei tessuti e quindi il decorso post chirurgico5,6. L’approccio chirurgico utilizzato nel nostro lavoro, basato sull’abbinamento del lembo coronale multiplo e della tecnica bilaminare, potrebbe rivelarsi utile in chirurgia implantare sia in termini funzionali che estetici. La variazione del lembo coronale multiplo, utilizzato in chirurgia muco-gengivale per il trattamento delle recessioni multiple7,8, è efficace in qualità di lembo d’accesso alla cresta edentula nei casi di inserimento di impianti singoli; allo stesso tempo la tecnica bilaminare determina un incremento dello spessore dei tessuti e dell’ampiezza della parte cheratinizzata intorno all’impianto, creando un sistema di tessuti stabile che garantisce un buon risultato estetico9,10.
Materiali e metodi
È stato selezionato un campione di 6 pazienti ciascuno dei quali presentava una condizione di monoedentulia intercalata, a livello del settore estetico, nel mascellare superiore. La procedura chirurgica adottata prevede l’accesso alla cresta edentula attraverso un lembo coronale multiplo e il posizionamento a livello del sito implantare di un innesto di tessuto connettivo, secondo la tecnica bilaminare; il lembo a busta viene effettuato con una prima incisione al centro della cresta edentula che si continua vestibolarmente con incisioni intrasulculari che interessano i due denti adiacenti; in corrispondenza delle papille vengono realizzate incisioni oblique, a spessore parziale, convergenti verso il centro della cresta edentula che rappresenta il centro di rotazione del lembo (figure 1 e 2).
Figura 1Figura 2
Il disegno del lembo anticipa la deformazione che subiranno i tessuti in seguito allo spostamento coronale delle papille chirurgiche, per cui i loro vertici costituiranno quelli delle papille anatomiche corrispondenti; dopo lo scollamento del lembo è possibile ottenere, grazie alle incisioni intrasulculari effettuate anche sul versante palatale, una completa visualizzazione della cresta edentula che prepara agli step successivi, ovvero l’inserimento dell’impianto trans-mucoso e della vite di guarigione. L’innesto di tessuto connettivo, prelevato dal palato secondo la tecnica “trap door”, descritta da Harris nel 1992, viene posizionato e suturato sul versante vestibolare a livello del sito impiantare (figura 3).
Figura 3
Successivamente si procede con la disinserzione muscolare del lembo attraverso incisioni a spessore parziale, superficiali, condotte nella regione più apicale del lembo stesso: in questo modo si favorisce la mobilizzazione delle papille chirurgiche che viene considerata adeguata quando queste riescono a ricoprire passivamente le papille anatomiche. Si procede con la disepitelizzazione delle papille anatomiche, fondamentale per ampliare il letto connettivale su cui andrà ad ancorarsi il lembo dopo il posizionamento delle suture (figura 4).
Figura 1
In ogni paziente sono stati registrati, a livello dei denti adiacenti al sito implantare, la profondità di sondaggio (PPD), l’ampiezza del tessuto cheratinizzato (KT) e la profondità di recessione (REC); i valori sono stati misurati al momento della chirurgia e successivamente a distanza di 3 mesi, 6 mesi e un anno.
Risultati
I dati ottenuti sono stati analizzati statisticamente per valutare l’effettiva influenza di questa procedura chirurgica sulla qualità dei tessuti molli perimplantari. Per confrontare i dati ottenuti dalla registrazione dei parametri parodontali, al momento dell’intervento e a un anno di distanza, è stato effettuato il test t di Student per dati appaiati; nei casi in cui i dati non presentavano una distribuzione normale è stato utilizzato il test non parametrico di Wilcoxon. L’analisi statistica è stata eseguita con il software Sigmastat. I test statistici effettuati sui dati attinenti alla profondità di recessione, misurata a livello dei denti (mesiale e distale) adiacenti all’impianto, hanno mostrato l’assenza di differenze statisticamente significative tra i valori rilevati al momento della chirurgia e a un anno da questa (p=0.52 a livello del sito mesiale; p=0.5 a livello del sito distale). Analogamente dall’osservazione dei risultati ottenuti dai valori relativi alla profondità di sondaggio, si evince che anche in questo caso non esistono differenze statisticamente significative tra i due gruppi di dati; allo stesso modo, il tessuto cheratinizzato misurato a livello dei denti adiacenti al sito implantare ha mostrato un incremento significativo sul piano clinico, ma non statistico. Il dato che desta maggior interesse è rappresentato dall’incremento del tessuto cheratinizzato registrato a livello del sito implantare dopo un anno di follow up. I risultati mostrano che esiste una differenza statisticamente significativa (p=0.002) tra i valori registrati al momento della chirurgia e dopo un anno di follow up (tabelle 1 e 2).
Discussione
I risultati ottenuti nello studio, sia in termini di outcome clinico che estetico, sono soddisfacenti: gli impianti si sono integrati correttamente e l’estetica, sia a livello dei restauri che dei tessuti molli, è stata molto valida. Dalla valutazione dei dati si evince che questa procedura chirurgica applicata agli impianti determina un buon enhancement dei tessuti, confermato dal miglioramento clinicamente significativo dei parametri parodontali registrati a livello dei siti dentali, adiacenti a quello implantare, dove, in particolare, il tessuto cheratinizzato ha mostrato un significativo trend positivo. Inoltre, l’assenza delle incisioni verticali di svincolo ha rappresentato indubbiamente un vantaggio in quanto ha eliminato la possibilità che si formassero linee di discontinuità sulla trama superficiale dei tessuti, mentre l’applicazione dell’innesto di tessuto connettivo a livello del sito implantare, secondo la tecnica bilaminare, ha conferito a livello marginale, uno spessore maggiore determinando un incremento dell’ampiezza del tessuto cheratinizzato e, quindi, maggiore stabilità.
Conclusioni
Questo è uno studio preliminare; probabilmente il raggiungimento della significatività statistica solo in uno dei parametri valutati (il KT implantare) è dovuto all’esiguità del campione, che ha conferito ai test effettuati un power sostanzialmente basso. Saranno necessari ulteriori indagini per valutare l’effettiva efficacia e affidabilità a lungo termine di questo approccio
chirurgico.
Corrispondenza Chiara D’Elia Via Tiziano, 10 - Arezzo hara85@hotmail.com
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Tabella 1 - Distribuzione delle lesioni cariose tra gli adolescenti di 12 anni, in base alle superfici occlusale, mesiale, distale, linguale e buccale dei denti anteriori e posteriori. DMFT: decayed-missing-filled teeth.
Prevalenza di lesioni cariose e necessità di interventi odontoiatrici nei ragazzi dai 13 ai 18 anni nella municipalità di Milano Caries prevalence and need for dental care in 13-18-year-olds in the Municipality of Milan, Italy Campus G, Cagetti MG, Senna A, Sacco G, Strohmenger L, Petersen PE. Community Dent Health 2008 Dec;25(4):237-42.
Riportiamo uno studio epidemiologico che ha valutato la prevalenza e la distribuzione delle lesioni cariose e l’attenzione all’igiene orale di adolescenti residenti a Milano. Per confronto sono stati presi in analisi studi simili recentemente condotti su bambini e adolescenti in Kosovo, Grecia e Iran. In tutti questi lavori emerge che il livello culturale della famiglia di origine, e quindi l’aspetto socio-economico dei pazienti, sono determinanti per la salute orale degli adolescenti.
Da questo studio emerge che nonostante il diffuso utilizzo di dentifrici al fluoro la prevalenza di lesioni cariose tra gli adolescenti di Milano rimane ancora elevata. È stata rilevata una forte associazione tra i fattori socio-economici e la prevalenza di carie.
In questo studio è stato analizzato un campione di 1333 studenti, dai 13 ai 18 anni, di cui 648 maschi e 685 femmine. I pazienti sono stati reclutati nelle scuole di Milano presenti in diverse aree geografiche e socio-economiche della città (zona centrale, periferia nord e periferia sud). Gli adolescenti sono stati visitati da tre esaminatori calibrati che hanno rilevato il DMFT (decayed-missing-filled teeth). La prevalenza della carie nella popolazione e la percentuale di soggetti che erano stati precedentemente trattati per la carie sono stati quindi calcolati ed è stata effettuata un’analisi statistica descrittiva. Analisi statistiche sono state inoltre effettuate sui dati epidemiologici in base alle aree geografiche.
Dai risultati è emerso che la percentuale di adolescenti che erano stati trattati per la carie o avevano lesioni cariose (DMFT>0) era del 59.11%. Un trend lineare e significativo (p<0.01) sulla base della distribuzione geografica era stato osservato per i pazienti che al momento della visita presentavano lesioni cariose: i soggetti con un livello socio-economico più basso avevano una maggior prevalenza di carie (rischio relativo di 4 volte superiore rispetto ai soggetti con un livello socio-economico alto). Il valore medio di DMFT era di 1.94 e la differenza osservata tra le diverse scuole nella prevalenza di denti cariati (DT), denti otturati (FT) e DMFT era statisticamente significativa. Inoltre, i giovani che consumavano snack dolci più di una volta al giorno presentavano un rischio significativamente più alto di sviluppare la carie (DMFT>0 e DT>0). Il grafico mostra la percentuale di denti cariati e otturati, in base alla tipologia di dente.
In conclusione, da questo studio emerge che gli adolescenti italiani presentano ancora un’alta prevalenza di carie, rendendo necessaria la pianificazione e la creazione di programmi preventivi. Inoltre, in base a quanto espresso dai dati, la distribuzione della carie è fortemente influenzata dai fattori socio-economici, nonostante il diffuso utilizzo di dentifrici arricchiti di fluoro.
Implicazioni cliniche
La somministrazione di fluoro ai bambini, come presidio per la prevenzione di lesioni cariose, si è rivelata utile ma non sufficiente. Risulta quindi fondamentale che il clinico educhi e insegni l’importanza della salute orale ai suoi pazienti bambini e adolescenti, ma soprattutto agli adulti che a loro volta trasmetteranno ai figli la cultura dell’igiene e della prevenzione.
Valutazione della salute orale dei bambini del Kosovo Dental health evaluation of children in Kosovo Begzati A, Meqa K, Siegenthaler D, Berisha M, Mautsch W. Eur J Dent 2011 Jan;5(1):32-9.
Da questo studio emerge che la salute dentale dei bambini del Kosovo in età scolare e prescolare era molto scarsa. La consapevolezza della propria salute orale risultava inoltre particolarmente bassa.
In questo studio, svolto tra il 2002 e il 2005, sono stati esaminati 3793 bambini, di cui 1237 in età prescolare (dai 2 e ai 6 anni), e 2556 in età scolare (dai 7 ai 14 anni). Per ciascun bambino è stato calcolato il DMFT (decayed-missing-filled teeth) per la dentizione permanente, e il DEFT (decayed-extracted-filled teeth) per la dentizione decidua. Da tali indici è stato inoltre ricavato il numero e la prevalenza di carie tra i pazienti. Ai bambini è stato inoltre dato un questionario per valutare la conoscenza e la consapevolezza dell’importanza della propria salute orale.
Tabella 1 - Prevalenza di denti cariati (d), estratti (e) e otturati (f) nei bambini in età pre-scolare.Tabella 2 - Prevalenza di denti cariati (D), mancanti (M) e otturati (F) nei bambini di età scolare.
I dati epidemiologici di questo studio sono riportati in tabella 1 per i bambini in età pre-scolare e in tabella 2 per i bambini in età scolare. Dai risultati è emerso che la media di DEFT in età pre-scolare era 5.9, e che la media di DMFT in età scolare era 5.8. La prevalenza di carie nei bambini dai 2 ai 6 anni era 91.2% e la prevalenza nei bambini dai 7 ai 14 anni era del 94.4%. La percentuale di bambini senza carie era del 13.3% a 6 anni, e solamente dello 0.9% a 14. Nella dentizione permanente i primi molari hanno mostrato la più alta prevalenza di carie (97%). Dai dati raccolti con il questionario è emerso che il 73% dei bambini era stato visitato almeno una volta dal dentista. Il 69 % di questi bambini si era recato dal dentista perché aveva mal di denti, e il 66% aveva avuto una brutta esperienza nel corso di questa visita. In conclusione, i dati di questa ricerca indicano che i bambini del Kosovo hanno un livello molto basso di salute orale sia nella dentizione primaria che secondaria. Dai confronti con i dati presenti in letteratura, i risultati emersi in questo studio epidemiologico sono peggiori di quelli riscontrati in altri Paesi europei.
Implicazioni cliniche
Nella regione del Kosovo è necessario iniziare alcune campagne di sensibilizzazione alla salute orale. Inoltre, in presenza di pazienti adulti e bambini provenienti dal Kosovo è fondamentale conoscere la predisposizione alla carie di questo popolo, e comunicare loro l’importanza della prevenzione.
Prevalenza delle sigillature in relazione alle carie dentali nei molari permanenti di adolescenti di origine greca, dai 12 ai 15 anni. Un’indagine preliminare su scala nazionale Prevalence of sealants in relation to dental caries on the permanent molars of 12 and 15-year-old Greek adolescents. A national pathfinder survey Oulis CJ, Berdouses ED, Mamai-Homata E, Polychronopoulou A. BMC Public Health 2011 Feb 14;11:100.
In questo studio epidemiologico condotto sugli adolescenti di varie regioni della Grecia, le sigillature dei solchi si sono dimostrate efficaci nella prevenzione della carie. Da questi dati si evince che tali procedure sono ancor più valide nelle popolazioni con un più basso livello socio-economico e quindi una maggior incidenza di carie.
In questo studio sono stati reclutati 2481 adolescenti greci, di cui 1224 avevano 12 anni e 1257 ne avevano 15.
I pazienti provenivano sia da aree urbane, che da zone rurali. Cinque esaminatori calibrati hanno riportato per ciascun paziente la presenza di carie, denti otturati o sigillati, lo stato di salute parodontale e il livello di igiene orale. Sono inoltre stati registrati dati personali inerenti allo stato socio-economico, il livello di educazione dei genitori e la zona di residenza. Dai risultati emerge che l’utilizzo delle sigillature variava considerevolmente tra i diversi distretti, e le zone più popolate (l’Attica e la Thessalonica) mostravano significativamente una più alta prevalenza di denti sigillati rispetto alle zone più rurali. Rispetto ai ragazzi, le ragazze avevano una probabilità di ricevere una sigillatura superiore del 26% a 12 anni e del 12% a 15 anni. Inoltre, i pazienti che si recavano dal dentista in seguito al mal di denti avevano una probabilità significativamente inferiore (57%) di ricevere le sigillature.
Tabella 1 - Distribuzione delle lesioni cariose tra gli adolescenti di 12 anni, in base alle superfici occlusale, mesiale, distale, linguale e buccale dei denti anteriori e posteriori. DMFT: decayed-missing-filled teeth.Tabella 2 - Distribuzione delle lesioni cariose tra gli adolescenti di 15 anni, in base alle superfici occlusale, mesiale, distale, linguale e buccale dei denti anteriori e posteriori. DMFT: decayed-missing-filled teeth.
In generale l’8% circa dei pazienti di entrambe le età presentava almeno un dente sigillato, con una maggior prevalenza dei primi molari rispetto ai secondi molari. Le lesioni cariose si verificavano prevalentemente sui denti posteriori sia nei pazienti di 12 che di 15 anni (rispettivamente 83.2% e 86.9% di tutti i denti cariati).
Infine, questo studio ha valutato l’efficacia delle sigillature nella riduzione delle lesioni cariose. Dai risultati è emerso che le procedure di sigillature dei solchi riducevano la prevalenza di carie dell’11% (valore non significativo) nei pazienti di 12 anni e del 24% (valore statisticamente significativo) nei pazienti di 15 anni. I valori di DMFT e la distribuzione delle lesioni cariose sui denti sono illustrati nelle tabelle 1 e 2.
In conclusione, questo studio indica che la sigillatura dei denti è ancora una pratica poco diffusa in Grecia rispetto agli altri paesi europei.
La prevalenza delle sigillature aumentava tra la ragazze, e tra i pazienti che risiedevano nelle aree urbane piuttosto che rurali.
Nonostante la scarsa diffusione, tuttavia, le sigillature hanno dimostrato un contributo significativo nella riduzione della carie nella popolazione con un elevato indice DMFT.
Implicazioni cliniche
La sigillatura dei denti è un’azione preventiva che ha dimostrato particolare efficacia nei pazienti con livelli socio-economici più bassi e maggiormente predisposti allo sviluppo di lesioni cariose. Questa informazione dovrebbe essere tenuta in considerazione dal clinico durante la visita di un paziente adolescente. Inoltre, andrebbe considerato che i pazienti che si recano dal dentista in seguito al mal di denti hanno in genere una minor probabilità di ricevere le sigillature. Il clinico quindi potrebbe impostare un piano di promozione della salute orale, effettuando sigillature a tutti i pazienti che giungono in studio per lesioni cariose.
Lo stato delle carie dentali e dei fattori correlati in un campione di adolescenti iraniani The status of dental caries and related factors in a sample of Iranian adolescents Pakpour AH, Hidarnia A, Hajizadeh E, Kumar S, Harrison AP. Med Oral Patol Oral Cir Bucal 2011 Jan 3.
Da questo studio emerge che gli adolescenti iraniani hanno una scarsa cura della propria igiene orale, spazzolano poco frequentemente i denti e non passano il filo interdentale. La frequenza delle lesioni cariose risulta moderata e influenzata da fattori demografici, come il sesso e l’età, da fattori socio-economici, tra cui il livello di educazione dei genitori, dalla frequenza dello spazzolamento e dalla frequenza e dal motivo delle visite dal dentista.
Per questo studio sono stati reclutati 380 pazienti adolescenti (tra i 14 e i 18 anni) da tre aree della città di Qazvin. Tutte le zone erano caratterizzate da uno specifico livello socio-economico. A ciascun paziente era stato consegnato un questionario per registrare i dati anagrafici, le abitudini di igiene orale e le caratteristiche socio-economiche. Ogni paziente era stato inoltre visitato da uno specialista che ne ha registrato il valore di DMFT. Sono quindi state effettuate le analisi statistiche descrittive ed è stata valutata la correlazione tra i dati anagrafici/socio-economici e il valore di DMFT.
Tabella 1 - Incidenza media di carie in relazione all’età, al reddito familiare (monthly family income), alle SES (caratteristiche socio-economiche) e al sesso. DT: denti cariati, MT: denti mancanti, FT: denti otturati.
Dai risultati dello studio è emerso che c’era una differenza significativa tra le categorie socio-economiche e il valore di DMFT (tabella 1). I maschi avevano un valore di DMFT significativamente più alto (2.81) rispetto alle ragazze (2.43). Inoltre, una minor incidenza di carie era direttamente correlata all’utilizzo del filo interdentale; in particolare, l’incidenza di carie nei pazienti che non avevano mai usato il filo (DMFT: 3.21) era di due volte superiore a quella di soggetti che lo utilizzavano quotidianamente (DMFT: 1.59). Dai dati è risultato che i valori di DMFT erano più alti nei pazienti che erano stati recentemente dal dentista (p<0.001). I pazienti che provenivano da aree con un maggior reddito avevano una più alta incidenza di carie rispetto a quelli con un reddito più basso (p<0.001). Infine, il livello di educazione dei genitori era correlato a un DMFT più basso. In conclusione, da questo studio è emerso che gli adolescenti iraniani non hanno ancora raggiunto un buon livello di igiene orale, dal momento che solo in pochi spazzolano i denti e passano il filo regolarmente. Nonostante la scarsa igiene, la prevalenza di carie era moderata e sembrava essere influenzata prevalentemente da fattori demografici correlati all’età, al sesso, alle condizioni socio-economiche. Il livello di istruzione dei parenti era infatti positivamente legato a una riduzione nell’incidenza di carie, mentre il reddito familiare sembra giochi un ruolo sfavorevole.
Implicazioni cliniche
Il livello di educazione dei genitori, e quindi il fattore socio-economico, giocano un ruolo importante nel diminuire la prevalenza di lesioni cariose tra gli adolescenti. Tuttavia, in Iran il reddito familiare più elevato è correlato a una maggior incidenza di carie probabilmente dovuta a un aumento nel consumo di zuccheri raffinati.
Anche il Consiglio di Stato attacca l’abusivismo confezionando una sentenza ad hoc volta a colpire soprattutto coloro senza i quali l’abusivo poco potrebbe: i prestanomi.
Mai si sarebbe potuto credere che una locuzione così odiosa, per i nefandi ricordi a essa collegati, potesse invece piacevolmente essere riferita alla lodevole azione congiunta che le diverse Autorità statali (giudiziaria, disciplinare e amministrativa) stanno svolgendo in questo momento contro gli abusivi e contro chi presta loro “la faccia”.
Dopo chiare e riconosciute responsabilità penali e dopo chiare e riconosciute responsabilità disciplinari non poteva esimersi - la giustizia amministrativa - dal sentenziare anch’ella contro abusivi e prestanomi con l’intento ultimo di debellare o, perlomeno, ridurre il compimento di un reato (l’esercizio abusivo di una professione, per l’appunto) sempre “in auge” tra i mancati professionisti.
Il caso
Il T.A.R. della Lombardia accoglieva un ricorso proposto da XX avverso un provvedimento emesso dalla U.S.S.L. n. 71 di Castano Primo in forza del quale era stata revocata, ai sensi dell’art. 16 comma 2 L. Reg. 17 febbraio 1986 n. 5, l’autorizzazione sanitaria per l’esercizio dello studio medico-dentistico dallo stesso condotto, perché durante un’ispezione, eseguita in data 3 giugno 1994, era stata accertata la presenza, all’interno dell’ambulatorio, dell’odontotecnico YY, titolare di un laboratorio sito nel medesimo edificio e collegato attraverso una porta con i locali dello studio medico-dentistico.
Questi veniva sorpreso mentre effettuava prestazioni tipicamente mediche (quali la raccolta di sintomi, l’ispezione del cavo orale, la diagnosi, l’iniezione di anestetico) estranee alla mera attività di odontotecnico.
Il T.A.R. accoglieva, in particolare, la doglianza di sproporzionalità ed eccessività dell’irrogata sanzione, “atteso che, nel caso, la violazione accertata - se pure grave - è una sola (ex art. 16 L.R. 5/86)”, compensando interamente tra le parti le spese di lite.
Avverso tale sentenza proponeva, allora, appello l’Amministrazione soccombente U.S.S.L., deducendo innanzitutto un’erronea interpretazione dell’art. 16 comma 2 L. Reg. 17 febbraio 1986 n. 5, nonché l’assoluta carenza di motivazione in ordine alla ritenuta sproporzionalità della sanzione.
Chiedeva il rigetto del ricorso proposto da XX in primo grado e la vittoria di spese del giudizio.
Costituendosi, l’appellato XX contestava la fondatezza dell’appello e ne chiedeva il rigetto, a spese rifuse.
La decisione
Il Consiglio di Stato riteneva l’appello fondato.
Riteneva, infatti, incontrovertibilmente comprovata la presenza, in sede di sopralluogo eseguito il 3 giugno 1994 dal personale ispettivo dell’U.S.S.L. n. 71 di Castano Primo presso l’ambulatorio medico-dentistico di XX, dell’odontotecnico YY, titolare di un laboratorio odontotecnico direttamente collegato con lo Studio dentistico, colto nell’atto di offrire prestazioni di natura tipicamente medico-sanitaria non riconducibili in alcun modo all’attività artigianale di odontotecnico quale quella delineata dall’art. 11 R. D. 31 maggio 1928 n. 1334.
Nello specifico, il succitato articolo vieta “agli odontotecnici di esercitare, anche alla presenza e in concorso del medico o dell’abilitato all’odontoiatria, alcuna manovra, cruenta o incruenta, nella bocca del paziente, sana o ammalata”, limitandone la sfera di attività alla costruzione di “apparecchi di protesi dentaria su modelli tratti dalle impronte loro fornite dai medici chirurghi e dagli abilitati a norma di legge all’esercizio della odontoiatria e protesi dentaria, con le indicazioni del tipo di protesi”.
Atteso che l’attività svolta dall’odontotecnico nell’ambulatorio dell’appellato si poneva in palese contrasto con il citato disposto normativo configurando esercizio abusivo di professione sanitaria (tant’è che è stato instaurato correlativo procedimento per il reato previsto e punito dall’art. 348 del Codice Penale), tenuto altresì conto dell’indubbia gravità oggettiva del fatto contestato, di rilevanza penale e ben evidenziata nella parte motivazionale del gravato provvedimento, il Consiglio di Stato osservava come l’irrogazione della sanzione della revoca dell’autorizzazione fosse ampiamente sorretta dalla previsione normativa contenuta nell’art. 16 comma 2 L. R. 17 febbraio 1986 n. 5 (“Disciplina per l’autorizzazione e la vigilanza sulle istituzioni sanitarie di carattere privato che svolgono attività ambulatoriale, nonché per il trasporto di infermi”), applicabile rationetemporis, che disponeva: “In caso di ripetute o gravi violazioni l’ente responsabile dei servizi di zona può disporre la revoca dell’autorizzazione; la revoca è altresì disposta nel caso in cui venga meno il soggetto titolare dell’autorizzazione, per rinuncia, per decesso ovvero per estinzione della persona giuridica”.
Rilevava, inoltre, come l’applicazione della sanzione della revoca dell’autorizzazione sanitaria non presupponesse affatto - come poteva sembrare dall’impugnata sentenza - l’accertamento di una pluralità di violazioni della richiamata disciplina, rimanendo sufficiente, alla luce del chiaro e univoco dato della citata disposizione normativa, il compimento di una violazione unica, purché grave.
Né, infine, il Consiglio di Stato riteneva fosse ravvisabile la lamentata sproporzionalità della sanzione, essendo il provvedimento sanzionatorio sorretto da congrua e logica motivazione in ordine alla gravità della violazione, legittimante l’irrogazione della sanzione della revoca dell’autorizzazione sanitaria.
Amare considerazioni
Lodevole intento, questo del Consiglio di Stato; lodevole perché dimostra essere volontà di tutti porre fine a questo odioso reato e perché ribadisce con fermezza quali uniche siano le attività che un odontotecnico possa e debba porre in essere.
Un vademecum prezioso, quindi, che si accompagna alla copiosa giurisprudenza penale emessa sul punto.
L’importanza del messaggio che la sentenza oggi riportata ha inteso mandare può essere desunto anche dalle motivazioni addotte dal Consiglio di Stato per riformare la sentenza emessa dal Tribunale Amministrativo Regionale della Lombardia in contrasto a quanto deliberato dalla U.S.S.L. di competenza: la normativa applicata, la più volte citata Legge Regionale n. 5 del 1986, è stata infatti applicata rationetemporis, perché vigente all’epoca dell’effettuata ispezione, risultando successivamente - detta normativa regionale - abrogata dall’art. 1 dell’allegato A della Legge Regionale 22 luglio 2002 n. 15 (“Legge di semplificazione 2001.
Semplificazione legislativa mediante abrogazione di leggi regionali. Interventi di semplificazione amministrativa e delegificazione”).
Il pensiero che per poter combattere anche a livello amministrativo-burocratico l’abusivismo professionale in campo sanitario sia necessario ricorrere a una norma abrogata rende forse più amara questa nuova vittoria.
Nel maremagnum della produzione legislativa regionale pare, infatti, dimenticata la grande portata del secondo comma dell’ormai famoso art. 16 e forse questa breve ma intensa sentenza potrà avere anche il merito di ricordare che, a fronte di minime pene edittali previste dall’art. 348 del Codice Rocco, a fronte di forse più preoccupanti sanzioni disciplinari irrogate ai prestanomi dagli Ordini professionali di appartenenza, potrebbe esistere anche la possibilità di bloccare in modo assoluto l’operatività e la produttività dell’intero Studio di cui il prestanome è titolare.
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