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Allineatori trasparenti: un nuovo consenso internazionale

Allineatori consenso internazionale
Clear dental retainer on blue background: orthodontic appliance close-up.

Un gruppo internazionale di 36 esperti di ortodonzia digitale, provenienti da Europa, Americhe, Asia e Oceania, ha elaborato il primo consenso globale sul trattamento con allineatori trasparenti. Il comitato scientifico ha selezionato le domande, ha guidato il processo e ha coordinato tutte le fasi della consultazione. Gli esperti hanno un forte background in biomeccanica, clinica ortodontica, workflow digitale e ricerca applicata agli allineatori, anche nel campo dell'IA. La scelta del metodo Delphi modificato ha permesso al gruppo di integrare dati, esperienza clinica e valutazioni critiche, generando raccomandazioni condivise e facilmente applicabili.

Metodo Delphi e costruzione del consenso

Gli autori hanno strutturato il lavoro in tre round progressivi. Nel primo turno hanno valutato 35 affermazioni su biomeccanica, pianificazione digitale e fattori extraclinici. Poi hanno hanno rivisto le risposte dopo aver analizzato il feedback collettivo. Infine, nel terzo turno hanno espresso una risposta definitiva sì/no. Il gruppo ha accettato solo le affermazioni che raggiungevano almeno il 70% di accordo. Questo approccio ha permesso di chiarire le divergenze e produrre 47 dichiarazioni di consenso utili per la pratica quotidiana.

Biomeccanica degli allineatori trasparenti

Gli esperti riconoscono che questi moderni dispositivi medici funzionano bene nei casi semplici e moderati. I movimenti radicolari complessi, le rotazioni marcate e le modifiche importanti del piano occlusale richiedono invece più attenzione. L’analisi dell’ancoraggio assume un ruolo centrale: il clinico può migliorare il controllo del movimento usando attachment adeguati, mini-impianti o approcci ibridi. Gli allineatori gestiscono anche la verticalità, ma solo se il professionista pianifica correttamente la sequenza di forze.

Fattori extraclinici e collaborazione del paziente

Il consenso mette in evidenza l’impatto dei fattori “non biomeccanici”. La collaborazione del paziente influisce in modo diretto sul successo della terapia, perché il risultato dipende dalle ore reali di utilizzo. Anche la qualità delle scansioni digitali, la configurazione del software di pianificazione e una comunicazione chiara con il paziente migliorano l’efficacia clinica. Gli esperti confermano inoltre il ruolo crescente della tecnologia digitale nel rendere più fluido e prevedibile il percorso terapeutico.

Dov'è stato pubblicato lo studio

Gli autori hanno pubblicato il consenso internazionale sugli allineatori trasparenti sull’American Journal of Orthodontics and Dentofacial Orthopedics (AJODO), rivista di riferimento per l’ortodonzia mondiale. La pubblicazione rende questo documento un supporto autorevole per ortodontisti, ricercatori e clinici che trattano pazienti con allineatori.

Il laser erbio in chirurgia ossea orale Premium

Laser erbio

Autori

Rolando Crippa
Prof. a c. Master Internazionale II Liv. Laser Dentistry Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma

Sabrina De Michele
Libera professionista, ISI Milano

Francesca Angiero
Prof. Associato Università degli Studi di Genova

Abstract

Il laser ad erbio rappresenta oggi uno strumento versatile ed efficace nella chirurgia ossea orale, con applicazioni che spaziano dalla gestione delle cisti mandibolari e mascellari, al trattamento delle osteonecrosi da bifosfonati (MRONJ), fino agli interventi di osteotomia e alla rimozione di neoformazioni benigne. I casi clinici presentati evidenziano i principali vantaggi di questa tecnologia: riduzione del danno termico, precisione nell’ablazione dei tessuti, assenza di smear layer e promozione di una rapida guarigione. L’esperienza clinica conferma, dunque, come il laser ad erbio possa costituire una valida alternativa agli strumenti meccanici tradizionali, offrendo benefici sia all’operatore sia al paziente.

The erbium laser in oral bone surgery

The erbium laser has emerged as a versatile and effective tool in oral bone surgery, with applications ranging from the management of mandibular and maxillary cysts to the treatment of bisphosphonate-related osteonecrosis of the jaws (MRONJ), as well as osteotomy procedures and the removal of benign lesions.
The clinical cases presented highlight the main advantages of this technology: reduced thermal damage, precise tissue ablation, absence of smear layer, and enhanced healing.
Clinical evidence supports the role of the erbium laser as a reliable alternative to conventional mechanical instruments, providing significant benefits for both the practitioner and the patient.

 

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CalBots: i nanobot magnetici contro la sensibilità dentinale

CalBots

I CalBots sono nanoparticelle con un nucleo magnetico capaci di penetrare in profondità nei tubuli dentinali e di trasformarsi in un gel sigillante che potrebbero rappresentare un'inedita e innovativa soluzione contro ipersensibilità dentale e infiltrazioni batteriche.
Un brivido di freddo mentre si sorseggia una bibita oppure dopo una semplice passata di spazzolino. Per moltissime persone nel mondo questi gesti quotidiani possono trasformarsi in una fitta improvvisa e dolorosa: parliamo dell’ipersensibilità dentinale, una condizione tanto comune quanto difficile da trattare in modo definitivo.
Fino a oggi, infatti, i rimedi più diffusi sono rappresentati da dentifrici desensibilizzanti, resine sigillanti e trattamenti laser che offrono però un sollievo solo temporaneo poiché agiscono in superficie senza risolvere il problema alla radice.
Una recente ricerca scientifica apre adesso uno scenario inedito, futuristico: minuscoli nanobot magnetici capaci di autoassemblarsi e penetrare in profondità nei tubuli dentinali, sigillandoli dall’interno e offrendo una protezione duratura.

Il problema: tubuli aperti, dolore assicurato

L’ipersensibilità dentinale nasce quando lo smalto o il cemento radicolare si usurano, lasciando esposti i tubuli dentinali. Qui, stimoli come freddo, caldo, acidi o pressione provocano movimenti di fluido che attivano le terminazioni nervose, generando un dolore acuto. Bloccare questi tubuli è l’obiettivo primario di qualsiasi trattamento, ma la loro architettura complessa e porosa rende difficile raggiungere e sigillare le zone più profonde.
Le tecniche attuali, infatti, si limitano a creare un sottile strato protettivo superficiale, che può degradarsi rapidamente con la masticazione o lo spazzolamento.

La soluzione: i CalBots, nanobot guidati dai campi magnetici

Un team dell’Indian Institute of Science di Bangalore ha sviluppato i CalBots, nanoparticelle costituite da un nucleo magnetico di ossido di ferro racchiuso da uno strato esterno composto da silicato di calcio incorporato in un guscio di silice.

CalBots ipersensibilità dentale

Durante la terapia, i CalBots vengono sospesi in un gel contenente ossido di calcio (CaO) e acqua, portando alla formazione di idrossido di calcio (Ca(OH)₂).
Successivamente possono essere manovrati da un campo magnetico esterno che ne induce l’autoassemblaggio in catene flessibili. Sotto l’azione del capo magnetico, i CalBots vengono spinti all’interno dei tubuli dentinali fino a oltre 300 micrometri di profondità, una distanza irraggiungibile dai tradizionali sigillanti. Una volta posizionati, avviene la reazione chimica: in presenza di acqua e anidride carbonica, la sospensione di CalBots si trasforma in una matrice coesiva di gel di silicato di calcio idrato, che si solidifica nell’arco di 2–20 ore, generando una struttura biocompatibile e resistente indispensabile per sigillare i tubuli dentinali esposti. Questo “cemento” microscopico non solo blocca i movimenti di fluido, ma offre anche una barriera contro l’infiltrazione batterica, potenzialmente proteggendo il dente da carie precoci e altre complicanze.

CalBots ipersensibilità dentale

Evidenze precliniche promettenti

Gli esperimenti in vitro su denti umani estratti hanno mostrato una riduzione dell’87% della permeabilità dentinale dopo il trattamento, con sigilli stabili a profondità mai raggiunte prima. Per valutare la sicurezza e l’efficacia in vivo, i ricercatori hanno poi condotto studi su modelli murini: i CalBots non hanno mostrato segni di tossicità fino a dosi elevate (550 mg/kg) e hanno permesso una completa remissione della sensibilità in meno di 6 ore, con un effetto che si è mantenuto per almeno due settimane. Immaginate quindi una seduta dal dentista in cui, invece di applicare un gel desensibilizzante, l’odontoiatra utilizza un dispositivo magnetico per guidare una sospensione di CalBots nelle zone sensibili del dente. In soli 15-20 minuti, i tubuli vengono occlusi in profondità, creando un sigillo stabile e duraturo che potrebbe trasformare la gestione della sensibilità dentinale, offrendo un trattamento minimamente invasivo, rapido e potenzialmente definitivo.

Uno sguardo al futuro

Oltre all’ipersensibilità, la tecnologia dei CalBots apre prospettive entusiasmanti per altre applicazioni odontoiatriche: dalla protezione della polpa nei casi di erosioni cervicali o anomalie dello smalto, fino al potenziamento delle barriere contro le infezioni batteriche. Il prossimo passo sarà la sperimentazione clinica sull’uomo, per confermare i dati di sicurezza ed efficacia e trasformare questi nanobot da promessa di laboratorio a strumento quotidiano per il dentista.

Take home message

I CalBots rappresentano un esempio straordinario di come la nanotecnologia possa scendere in campo nella pratica odontoiatrica, coniugando  bioingegneria e medicina rigenerativa per risolvere un problema antico. Se le prossime fasi di sviluppo confermeranno i risultati preliminari, potremo dire addio ai dentifrici “per denti sensibili” e accogliere una nuova era di trattamenti mirati e duraturi.

Bibliografia

Peddi S, Hegde P, Reddy P, Barman A, Barik A, Dasgupta D, Ghosh A. Directed Self-Assembly of Magnetic Bioceramic Deep Inside Dentinal Tubules May Alleviate Dental Hypersensitivity. Adv Sci (Weinh). 2025 Jul 17:e07664. doi: 10.1002/advs.202507664. 

Filo interdentale: tanto semplice, quanto utile

Filo interdentale

Una notizia di poche settimane fa riporta all’attenzione il filo interdentale, uno strumento per l’igiene orale tanto semplice quanto utile (e altrettanto trascurato). Un gruppo di ricerca negli Usa ha sperimentato con buoni risultati l’uso del filo interdentale nei topi come vettore per le vaccinazioni, caricandolo di proteine, virus inattivati, nanoparticelle e mRna (Ingrole RSJ, Shakya AK, Joshi G, Lee CH, Nesovic LD, Compans RW, Gill HS. Floss-based vaccination targets the gingival sulcus for mucosal and systemic immunization. Nat Biomed Eng. 2025 Jul 22). In particolare, incorporando nel filo nanoparticelle di oro accoppiate con una proteina di membrana del virus dell’influenza umana, hanno verificato la reazione dei linfonodi locali con aumento delle cellule CD4*T e l’aumento delle cellule che sintetizzano gli anticorpi nel midollo osseo. Il filo e l’epitelio del solco gengivale hanno così dato risultati paragonabili a quelli per via nasale e migliori di quelli ottenuti per via sottolinguale e orale.
A questo umile servitore della salute orale e non solo è dedicata la rassegna del mese.

Effetti sui parametri clinici gengivali di un filo interdentale impregnato di acido ialuronico in gel 0,2%

Atagün ÖS, Şen SC, Ustaoğlu G, Özcan E. Effects of 0.2% Hyaluronic Acid Gel-Impregnated Dental Floss on Clinical Gingival Parameters: A Randomised Clinical Trial. Int J Dent Hyg. 2025 May;23(2):312-318.

I fili “bioingegnerizzati” non sono una novità: da tempo la ricerca sta studiando come renderli più attivi contro la placca dentaria. Questo studio clinico randomizzato svolto all’università di Ankara ha sperimentato un filo di produzione italiana impregnato di acido ialuronico ad alto peso molecolare, un glicosaminoglicano componente dei tessuti connettivi e della matrice extracellulare che svolge un importante ruolo omeostatico partecipando al controllo dell’equilibrio osmotico e dell’idratazione tissutale. In ambito parodontale ha dimostrato utili proprietà antiflogistiche, antiedemigene e antibatteriche, riducendo l’indice di sanguinamento, l’indice di placca e l’infiltrato infiammatorio (Pilloni A, Rojas MA, Marini L, et al. Healing of Intrabony Defects Following Regenerative Surgery by Means of Single Flap Approach in Conjunction With Either Hyaluronic Acid or an Enamel Matrix Derivative: A 24° Month Randomized Controlled Clinical Trial,” Clin Oral Investig 2021;Aug; 25 (8): 5095–5107).
Il protocollo split-mouth ha reso ancora più affidabili i risultati osservati, dato che l’emiarcata di un lato faceva da sito sperimentale, mentre quella controlaterale fungeva da controllo; i 30 pazienti affetti da gengivite dovevano usare un filo normale su un lato e il filo sperimentale sull’altro lato per quattro settimane. I parametri oggetti di studio erano l’indice gengivale, l’indice di placca e quello di sanguinamento papillare.
Il lato di assegnazione dei fili era casuale e ignoto all’autore che rilevava i parametri. I risultati hanno mostrato una significativa differenza a favore del filo sperimentale che è stato ben tollerato tranne che in una paziente che dopo tre giorni ha riportato una reazione allergica cutanea regredita dopo interruzione dell’uso del filo.

L’uso del filo interdentale può ridurre il rischio di ictus ischemico, ictus cardiembolico e fibrillazione atriale

Sen S, Marchesan J, Wood S, et al. Abstract 19:Dental flossing may lower the risk for incident ischemic stroke, cardioembolic stroke subtype and AF. Stroke 2025; 56, (1) https://doi.org/10.1161/str.56.suppl_1.19.

Sulla base dei dati raccolti in un ampio studio epidemiologico (ARIC-Atherosclerosis Risk in Communities), iniziato negli Usa nel 1987 su oltre 15mila persone di età compresa tra 45 e 64 anni, gli autori hanno cercato di valutare l’eventuale ruolo svolto specificamente dal filo interdentale attraverso un questionario strutturato che prendeva in considerazione anche altre variabili potenzialmente influenti (tra cui diabete, fumo e uso dello spazzolino). Tra i partecipanti allo studio, coloro che utilizzavano il filo rappresentavano il 65% e risultavano meno colpiti da ictus ischemico e cardioembolico e da fibrillazione atriale. La riduzione del rischio è risultata indipendente dall’uso regolare dello spazzolino e dalla frequenza delle visite di controllo odontoiatriche.

Scovolino e filo interdentale nella mucosite perimplantare

Bevilacqua L, Lorenzon MG, Bjedov M, et al. Evaluation of the efficacy of inter-dental brush and dental floss for peri-implant mucositis: A crossover randomized clinical trial. Int J Dent Hyg. 2024 Aug;22(3):779-788.

Lo scovolino richiede sicuramente una destrezza motoria meno raffinata di quella richiesta dal filo, ma è comunque necessario istruire i pazienti per evitare che lo usino con forza e/o velocità eccessiva. Su queste premesse sono stati eseguiti diversi studi comparativi, ma lo studio clinico randomizzato dell’università di Trieste si distingue per la modalità cross-over in cui i partecipanti hanno fatto sia da controllo sia da gruppo sperimentale, ovviamente in tempi diversi. Il campione era costituito da 21 uomini e 19 donne (età media 51 anni); gli impianti affetti da mucosite erano tutti nell’arcata superiore, di cui 23 in sede primo molare. Dopo la rilevazione dei parametri parodontali e la suddivisione casuale, il primo gruppo di pazienti veniva istruito a usare il filo apposito per impianti una volta al giorno; il secondo all’uso dello scovolino. Dopo due settimane, si misuravano nuovamente i parametri (indice di placca e indice gengivale) e il grado di soddisfazione del paziente attraverso un questionario; nelle due settimane successive i pazienti del primo gruppo usavano solo lo scovolino e viceversa. La rilevazione finale dei parametri ha sostanzialmente visto terminare il confronto in pareggio, ma, prevedibilmente, la maggior parte dei partecipanti ha espresso preferenza per lo scovolino giudicandolo più facile e confortevole (solo 7 persone hanno giudicato “facile” l’uso del filo). Inoltre, solo quelli dotati di maggiore abilità manuale (misurata con il test del pannello forato di Purdue) riuscivano a ridurre l’infiammazione della mucosa usando solo il filo. Gli autori, pertanto, concludono che lo scovolino è più indicato anche perché non lascia residui sull’impianto come può invece accadere con il filo su una superficie rugosa.

Efficacia del filo interdentale nella gestione della salute gengivale

Reiniger APP, Cr Tavares R, Ortigara GB, et al. Effectiveness of dental floss in the management of gingival health: A 6-month follow-up of a randomized controlled clinical trial. Clin Oral Investig. 2024 May 16;28(6):319.

Una conferma sui benefici dell’uso del filo per la salute parodontale viene da questo studio clinico randomizzato svolto in Brasile su 48 adulti affetti da gengivite (criterio di inclusione: sanguinamento al sondaggio presente sul 40% dei siti esaminati). Dopo essere stati divisi casualmente in due gruppi, i pazienti del primo venivano istruiti a usare filo e spazzolino una e due volte al giorno, quelli del secondo, invece, dovevano usare solo lo spazzolino due volte al giorno. Per i due mesi successivi i soggetti venivano richiamati ogni settimana e l’esaminatore mostrava loro l’eventuale placca presente sui denti; il partecipante doveva rimuoverla con filo e spazzolino o solo spazzolino a seconda del gruppo di inserimento; infine, l’esaminatore mostrava gli eventuali residui ancora presenti da rimuovere. Gli spazzolini venivano sostituiti ogni due mesi e i partecipanti dovevano annotare su un questionario la frequenza con cui eseguivano l’igiene a casa. Trascorsi sei mesi dalla fine del periodo di addestramento, i partecipanti venivano richiamati per rilevare i seguenti parametri: indice di placca, indice gengivale, profondità di sondaggio, livello di attacco clinico e sanguinamento al sondaggio misurati tutti in cieco su sei siti per ogni dente. I buoni risultati hanno confermato che l’addestramento all’uso del filo non può limitarsi a una singola seduta di igiene orale, ma deve essere ripetuto e monitorato affinché il paziente acquisisca la necessaria abilità manuale, tanto più se lo stato parodontale iniziale è come quello dei partecipanti al presente studio. Il tempo speso viene ben ricompensato dal miglioramento della salute parodontale. Nel gruppo filo + spazzolino i parametri si sono rivelati significativamente migliori del gruppo solo spazzolino, confermando quanto osservato in precedenti ricerche.

Ai lettori interessati segnaliamo altri recenti articoli

AlMoharib HS, Alqasem A et al. The effectiveness of water jet flossing and interdental flossing for oral hygiene in orthodontic patients with fixed appliances: a randomized clinical trial. BMC Oral Health. 2024 Apr 27;24(1):498.

Mancinelli-Lyle D, Qaqish JG, Goyal CR, et al.  Efficacy of water flossing on clinical parameters of inflammation and plaque: A 4-week randomized controlled trial. Int J Dent Hyg. 2023 Nov;21(4):659-668.

Jung K, Schmidt SC et al Impact of video instructions and additional hands-on instructions on the dental flossing performance-an: an observational study. Clin Oral Investig. 2024 Nov 28;28 (12):666.

5 minuti con Matteo Capelli

Matteo Capelli
Luigi Paglia
Luigi Paglia, direttore scientifico de Il Dentista Moderno

Il Dott. Matteo Capelli rappresenta una delle figure di spicco della nuova generazione di implantologi italiani: un professionista che unisce una solida formazione clinica, una profonda esperienza di ricerca e un approccio fortemente orientato all’innovazione digitale.
La sua visione della professione integra rigore scientifico, tecnologia e sensibilità clinica, offrendo spunti preziosi su alcuni dei temi più attuali dell’implantologia moderna: intelligenza artificiale, chirurgia guidata, rigenerazione ossea, utilizzo delle membrane e delle griglie in titanio customizzate, a che punto siamo su peri-implantiti  e utilizzo degli emo-derivati.
Con lui abbiamo parlato dell’applicazione concreta dell’IA in odontoiatria e di come gli strumenti di analisi digitale, la pianificazione 3D e la chirurgia guidata possano oggi migliorare in modo decisivo la precisione e la predicibilità clinica dei trattamenti.
Un altro tema centrale è quello della chirurgia guidata nella formazione dei giovani clinici: richiede esperienza o, al contrario, la costruisce? Il punto di vista del Dott. Capelli è tanto lucido quanto illuminante e pienamente condivisibile.
Una conversazione che offre uno sguardo autentico su ciò che si muove nel mondo dell’implantologia contemporanea, direttamente dalla poltrona dei nostri studi.

Buona lettura!

 

 

Intelligenza artificiale nella pratica quotidiana: quanto la reputi importante e quanto lo sarà in futuro?
Matteo Capelli
Matteo Capelli è docente presso il Corso di Perfezionamento in Implantologia dell’Università di Milano e svolge la propria attività professionale presso Dentalbreraclinic a Milano

L’IA sta già trasformando la pratica clinica e il suo ruolo sarà sempre più centrale. Utilizziamo questo potente strumento ancora in modo limitato, come supporto al clinico e non come suo sostituto. È però già utile in vari ambiti, ad esempio nella diagnosi radiologica e nell’imaging: sistemi basati su IA analizzano radiografie, CBCT e scansioni intraorali, individuando lesioni cariose, riassorbimenti, infezioni periapicali o anomalie ossee. Migliorano la precisione diagnostica e riducono la variabilità soggettiva. Abbiamo software dedicati alla pianificazione implantare e protesica digitale in grado di simulare in anticipo il risultato estetico e funzionale (come nel Digital Smile Design potenziato dall’IA). Altro campo in espansione è l’odontoiatria preventiva e predittiva, dove l’IA può stimare il rischio di carie, parodontite o peri-implantite, supportando programmi di prevenzione personalizzati. Utilizzo anche strumenti per la consultazione scientifica automatizzata: in pochi secondi, forniscono evidenze cliniche aggiornate su qualunque argomento (Open Evidence), permettendo di risparmiare tempo. Nei prossimi 5-10 anni, l’IA diventerà un pilastro della pratica clinica. Non sostituirà il giudizio del professionista, ma lo potenzierà. Il valore umano resterà nella relazione con il paziente, nella personalizzazione delle cure e nella capacità di interpretare i dati nel contesto clinico individuale. Chi saprà integrare questi strumenti nella propria attività avrà senza dubbio una marcia in più.

La chirurgia guidata è un punto di forza dello studio. A un giovane odontoiatra consiglieresti di iniziare dall’implantologia di base o direttamente dalla chirurgia guidata?

Ho iniziato a occuparmi di implantologia quando ancora non esistevano software dedicati alla pianificazione digitale. Quell’esperienza mi ha permesso di comprendere a fondo i principi che regolano la posizione implantare. Oggi la pianificazione digitale ha un ruolo importante nella mia pratica, anche se non tutti i casi vengono eseguiti con chirurgia guidata. La chirurgia guidata consente di ottenere un posizionamento più preciso e protesicamente corretto, ma richiede una curva di apprendimento e può presentare difficoltà nelle fasi iniziali. Per questo consiglio ai giovani di iniziare dall’implantologia tradizionale: solo dopo aver acquisito solide basi potranno passare con successo alla chirurgia guidata. L’implantologia di base rappresenta, in fondo, la “ruota di scorta” della chirurgia guidata.

Rigenerazione ossea o impianti zigomatici?

Non ho esperienza diretta con gli impianti zigomatici, ma ritengo che ogni procedura abbia le proprie indicazioni. In casi di riassorbimento osseo estremo del mascellare superiore, gli impianti zigomatici possono rappresentare una valida alternativa terapeutica, permettendo di ottenere estetica e funzione in tempi più brevi rispetto alle rigenerazioni complesse.

Membrane o griglie in titanio customizzate. Cosa ne pensi?

La tecnologia digitale ha migliorato enormemente la progettazione delle griglie in titanio customizzate. Le utilizzo spesso, perché consentono un posizionamento più rapido rispetto alle membrane non riassorbibili, soprattutto nelle rigenerazioni ossee dei settori latero-posteriori, in particolare a livello mandibolare. Tuttavia, ho notato differenze significative tra le griglie prodotte da diversi centri di fresaggio: la precisione è fondamentale e dipende molto dalla fase di progettazione, che deve essere estremamente accurata. Le griglie con microfori sembrano favorire una migliore rigenerazione ossea, comportandosi in parte come membrane in PTFE. Il principale limite è la difficoltà di adattamento perfetto alla superficie ossea: la rigidità del titanio rende complicate eventuali modifiche intraoperatorie, e un adattamento non ideale può creare tensioni sui tessuti molli, favorendo deiscenze. È quindi imprescindibile una corretta gestione dei tessuti molli, tanto quanto nell’uso delle membrane.

Negli ultimi anni si parla molto di un possibile “tsunami” di peri-implantiti. Cosa c’è di vero e cosa aspettarsi?

La peri-implantite è un problema quotidiano per molti studi odontoiatrici. Dalla mia esperienza, al di là del tipo di superficie implantare, molte complicanze derivano da errori di posizionamento: impianti non guidati da un corretto piano protesico creano zone difficili da mantenere pulite per il paziente. Altro cambiamento significativo riguarda la posizione apico-coronale: oggi tendiamo a posizionare gli impianti più in profondità rispetto al passato, comprendendo meglio l’importanza dei tessuti molli perimplantari, sia del connettivo sia della mucosa cheratinizzata. La peri-implantite è una patologia multifattoriale, legata non solo all’impianto, ma anche alla selezione del paziente e alla sua compliance. Dovremmo analizzare meglio la predisposizione parodontale e il microbioma orale. Ritengo che, con le conoscenze attuali, possiamo gestire e contenere efficacemente questo presunto “tsunami”.

Nella tua esperienza professionale (implantologica e non), c’è qualcosa che oggi non rifaresti?

Credo che le scelte cliniche attuali siano il risultato dell’esperienza maturata. Molte tecniche e materiali utilizzati in passato oggi non trovano più impiego, ma sono stati fondamentali per costruire la attuale consapevolezza. Ho sperimentato molte procedure e materiali che ormai non uso più, ma che mi hanno insegnato come migliorare i risultati clinici. Probabilmente sarà così anche in futuro: l’evoluzione è continua.

Come ricercatore, cosa pensi dell’utilizzo degli emo-derivati in odontoiatria?

Fino a qualche anno fa ho utilizzato spesso il PRF per favorire la guarigione dei tessuti molli e rendere più gestibili gli innesti di biomateriali. È una tecnica interessante, ma laboriosa, e con le normative sanitarie più recenti ho scelto di abbandonarla. Oggi preferisco la colla di fibrina, che trovo eccellente per la gestione dei biomateriali e delle ferite chirurgiche. Con una corretta gestione chirurgica, i tessuti molli guariscono comunque in modo ottimale.

Il carico immediato è oggi una scelta obbligata, o se ne fa un uso eccessivo?

Avendo collaborato per anni con il gruppo implantare dell’Ospedale Galeazzi, con il Prof. Tiziano Testori, ho avuto modo di contribuire allo sviluppo delle procedure di protesizzazione immediata, che hanno poi influenzato la mia pratica quotidiana. Nei casi di edentulia totale, se le condizioni ossee e sistemiche lo consentono, la protesizzazione immediata rappresenta la prima scelta, perché riduce i rischi di fallimento legati all’uso prolungato di una protesi totale. Anche nei settori estetici, l’inserimento di un provvisorio immediato ha un ruolo cruciale: oltre all’aspetto estetico, aiuta a preservare i volumi tissutali originali. Oggi cerco di ridurre al minimo il numero di chirurgie: preferisco l’estrazione con inserimento implantare post-estrattivo e protesizzazione immediata senza carico occlusale, ottenendo risultati estetici ottimali con procedure poco invasive. La protesizzazione immediata, quando indicata,  è una procedura elettiva che soddisfa le esigenze estetiche e funzionali. Tuttavia, non è sempre obbligatoria: nei settori posteriori, dove l’estetica conta meno, è spesso preferibile evitare rischi e lasciare guarire i tessuti senza presidi protesici.

 

Matteo Capelli
Docente presso il Corso di Perfezionamento in Implantologia dell’Università di Milano, è Socio Attivo della Società  Italiana di Endodonzia (SIE), dell’Italian Academy of Osteointegration (IAO), dell’European Academy of Esthetic Dentistry (EAED) e dell’International Academy of Piezosurgery (IPA). Autore di pubblicazioni in ambito endodontico e chirurgico implantare in riviste nazionali e internazionali, svolge la propria attività professionale presso Dentalbreraclinic a Milano

vhf E4: la soluzione semplice per iniziare la produzione chairside, a umido o a secco

vhf E4

vhf presenta E4, la levigatrice a quattro assi della serie vhf EASE CLASS per la lavorazione a umido di blocchi. Le sue caratteristiche innovative consentono a ogni dentista di avvicinarsi in modo semplice ed economico alla produzione chairside di protesi dentarie di alta qualità, in modo molto semplice e in un'unica seduta. Potrai stupire i tuoi pazienti con un trattamento rapido e confortevole, concluso in un solo appuntamento.

vhf E4

 

 

 

vhf E4 è una levigatrice e fresatrice a quattro assi per la lavorazione a umido e a secco di blocchi.
Lavora materiali dal PMMA alla vetroceramica con la massima precisione ed è ideale per gli studi dentistici.

 

 

 

E4 è un vero tuttofare in ogni studio: è equipaggiata di serie per la molatura a umido di blocchi in vetroceramica o compositi con contenuto ceramico. Con pochi semplici passaggi è possibile ampliare notevolmente la gamma di indicazioni di E4, sostituendo il serbatoio del liquido con un contenitore a secco opzionale. In questo modo è possibile fresare a secco anche materiali come zirconio, PMMA e altri compositi.

vhf E4

 

 

Levigatura a umido semplicissima: grazie alla purewater Technology non sono necessari additivi abrasivi. Ciò significa uno smaltimento senza problemi e costi di esercizio ulteriormente ridotti.

 

 

Libertà di combinazione totale con vhf E4

E4 offre ai dentisti la massima libertà. Può essere integrata con il proprio scanner intraorale preferito, con qualsiasi software CAD e con i materiali più adatti al singolo caso clinico.
E4 è il cuore del flusso di lavoro digitale e produce protesi dentarie su misura che possono essere inserite senza costose rilavorazioni nella stessa seduta in cui è stata eseguita la scansione intraorale.

L’affidabilità incontra la precisione

Sviluppata e prodotta interamente in Germania, la levigatrice E4 convince con i migliori risultati e la massima affidabilità. Nonostante il suo design compatto, all’interno sono presenti esclusivamente componenti industriali di alta qualità. Grazie al suo peso ridotto di soli 28 kg e alla totale assenza di aria compressa, E4 offre la massima flessibilità di posizionamento. Può quindi essere installata facilmente ovunque. Il tutto secondo il motto: disimballare, accendere, iniziare a fresare.
La pluripremiata assenza di aria compressa è resa possibile dal nostro airtool in attesa di brevetto. Le pale della turbina generano un forte flusso d'aria grazie alle elevate velocità del mandrino ad alta frequenza, che mantiene il pezzo libero da trucioli e polvere. Poiché l’aria compressa è un mezzo ad alto consumo energetico, questa innovazione riduce notevolmente i costi operativi dello studio.

vhf E4

 

Le pale della turbina dell’airtool, in attesa di brevetto, mantengono il pezzo libero da trucioli e consentono così una fresatura a secco senza aria compressa.

 

 

 

Assistenza semplificata

In caso fosse necessario ricorrere all'assistenza, i componenti centrali, come il mandrino, si possono sostituire con molta facilità, se lo si desidera anche con pochi semplici passaggi da parte dell'utente stesso.

 

 

 

Esposizione al fluoro e rischi per la salute sistemica

Fluoro
F symbol. Fluorine chemical element with molecule and network on blue background

Il fluoro è da decenni un alleato imprescindibile nella prevenzione della carie, grazie alla sua capacità di rinforzare lo smalto e ridurre la demineralizzazione. Tuttavia, un recente studio, una revisione sistematica della letteratura condotta presso la School of Dentistry dell'Università dell'Indiana (USA), invita a guardare oltre la superficie dentale. L’articolo riassume le più recenti ricerche che, attraverso l’analisi metabolomica, hanno indagato come l’esposizione al fluoro possa influenzare non solo i tessuti, duri ma anche i processi biologici sistemici.

Il contributo della metabolomica

La metabolomica consente di mappare in modo dettagliato i cambiamenti nelle molecole coinvolte nei processi biochimici. Applicata allo studio del fluoro, questa tecnologia ha rivelato alterazioni nei percorsi energetici cellulari, nel metabolismo degli amminoacidi e dei lipidi e nella funzione mitocondriale. In particolare, esposizioni elevate o croniche sembrano interferire con la glicolisi, il ciclo di Krebs e la risposta allo stress ossidativo, suggerendo un possibile impatto del fluoro sul bilancio redox e sull’efficienza energetica delle cellule.

Dalle cellule ai tessuti: evidenze emergenti

La revisione segnala che la maggior parte dei dati proviene da modelli animali o cellulari, ma i pochi studi umani disponibili confermano alcune tendenze significative. In individui esposti a elevate concentrazioni ambientali di fluoro sono state osservate modifiche nei profili lipidici, variazioni dei corticosteroidi e alterazioni dei metaboliti intestinali. Queste evidenze non mettono in discussione il ruolo del fluoro nella salute orale. Tuttavia suggeriscono che i suoi effetti sistemici meritano attenzione, soprattutto in contesti di esposizione cumulativa o in soggetti sensibili, come bambini e anziani.

Implicazioni per la pratica odontoiatrica

Per l’odontoiatra, conoscere questi dati significa poter bilanciare efficacia preventiva e sicurezza. Nei pazienti pediatrici o con patologie sistemiche, è opportuno monitorare l’esposizione complessiva — acqua potabile, dentifrici, integratori o trattamenti professionali — e personalizzare i protocolli di fluoroprofilassi. Nei casi in cui si sospettino manifestazioni di fluorosi dentale o alterazioni metaboliche associate, può essere utile collaborare con medici internisti o endocrinologi per una valutazione integrata.

Uno sguardo al futuro

La ricerca metabolomica apre inoltre nuove prospettive per identificare biomarcatori precoci di alterata esposizione al fluoro, che in futuro potrebbero guidare strategie di prevenzione più personalizzate. Per la comunità odontoiatrica, questo significa poter affiancare alla prevenzione tradizionale una visione più ampia di salute sistemica e orale integrate. La ricerca, pubblicata su Metabolomics, sottolinea che il fluoro, pur restando un elemento essenziale nella prevenzione della carie, richiede un approccio clinico “di precisione”, così da adattarsi alle esigenze metaboliche individuali.

Carie e ricerca in laboratorio: cosa potrebbe cambiare per la clinica

Carie e ricerca

La comprensione dei primi stadi della carie dentale richiede strumenti capaci di descrivere con precisione i cambiamenti minerali dello smalto. Infatti, le lesioni iniziali mostrano alterazioni sottili che le metodiche cliniche tradizionali non rilevano con facilità. Per questo motivo, è essenziale analizzare il tessuto dentale con tecniche avanzate, come ha fatto un gruppo di ricercatori della University of Edinburgh e della University of Otago, insieme ad altri centri internazionali. Gli autori dello studio hanno raccolto e valutato in modo sistematico le metodologie di laboratorio più moderne per studiare la demineralizzazione e la remineralizzazione. Inoltre, hanno confrontato vantaggi e limiti di ciascun approccio, così da definire gli strumenti utili per comprendere l’evoluzione delle lesioni cariose e per orientare lo sviluppo di nuovi materiali remineralizzanti.

Nanoindentazione e mappe di durezza

La nanoindentazione misura la resistenza meccanica locale dello smalto e della dentina. La tecnica applica forze minime e registra la risposta del tessuto. Di conseguenza, individua variazioni iniziali della durezza minerale. I ricercatori hanno utilizzato questa metodica per valutare l’efficacia di agenti come fluoruri, CPP-ACP o biomateriali innovativi. Per l’odontoiatra, questi dati chiariscono come il tessuto dentale reagisce nelle prime fasi della carie.

Imaging tridimensionale per lo studio della carie

La tomografia a raggi X ad alta risoluzione permette di visualizzare porosità e densità minerale senza distruggere il campione. Le tecniche micro-CT e nano-CT ricostruiscono la lesione in 3D e ne monitorano la progressione nel tempo. Queste tecnologie risultano fondamentali negli studi preclinici che valutano protettivi dello smalto e materiali remineralizzanti.

Analisi a scala nanometrica e altri metodi

La microscopia elettronica (SEM e TEM) documenta la perdita di continuità cristallina e le modifiche dei prismi dello smalto. La tomografia a sonda atomica spinge l’analisi oltre, poiché identifica la distribuzione chimica atomo per atomo. Di conseguenza, queste tecniche permettono di valutare come fluoruri, fosfati di calcio o molecole bioattive interagiscono con la matrice minerale. La spettroscopia infrarossa o Raman e la tomografia a coerenza ottica (OCT) invece analizzano cambiamenti minerali e strutturali senza danneggiare il campione. Inoltre, avvicinano la ricerca al contesto clinico. Infatti, alcune piattaforme OCT sono già disponibili per indagini in vivo e permettono di monitorare la carie e le lesioni precoci con un approccio non invasivo.

La carie vista da vicino

La conoscenza dei processi micro- e nano-strutturali della lesione cariosa migliora la precisione diagnostica. Inoltre, favorisce una valutazione critica dei protocolli remineralizzanti e sostiene l’adozione di strategie minimamente invasive. Queste tecniche non appartengono ancora alla pratica quotidiana. Tuttavia, guidano lo sviluppo dei materiali e rafforzano le basi scientifiche su cui si fonda l’odontoiatria preventiva moderna. Lo studio, pubblicato sul Journal of Dental Research, mostra come le tecniche avanzate di laboratorio stiano rivoluzionando la ricerca in questo settore. Di conseguenza, la possibilità di osservare variazioni strutturali su scala micro- e nanometrica apre la strada a terapie più mirate e a una gestione clinica sempre più conservativa.

Adempimenti e scadenze del mese di dicembre

Adempimenti e scadenze

Il mese di dicembre chiude l’anno fiscale con una discreta concentrazione di adempimenti, tra cui spicca la scadenza degli acconti d’imposta 2025, per i professionisti in regime ordinario, dentisti e igienisti, e le imprese odontotecniche e odontoiatriche. La proroga della rateizzazione degli acconti, concessa nei due anni precedenti ai contribuenti sotto i 170.000 euro di compensi, al momento non risulta confermata, rendendo il 1° dicembre un passaggio delicato per i versamenti.

Il primo del mese è caratterizzato anche dalla scadenza di diverse comunicazioni, come la LIPE del terzo trimestre e il versamento del bollo sulle fatture elettroniche. Rientra in questo periodo la nuova rata della rottamazione-quater, con tolleranza di pagamento fino al 9 dicembre, per chi ha aderito al piano di definizione agevolata.

A metà mese tornano gli adempimenti ricorrenti: fatture differite, annotazioni IVA e comunicazioni per l’esterometro, insieme ai consueti versamenti mensili di ritenute, addizionali e IVA. Il 16 dicembre, oltre ai consueti versamenti di ritenute e contributi previdenziali, segna anche il saldo dell’IMU 2025, imposta non dovuta per l’abitazione principale ma totalmente deducibile per gli immobili strumentali allo studio.

Per imprese e studi che operano nel Mezzogiorno, permane l’obbligo della comunicazione integrativa sugli investimenti agevolabili per il credito d’imposta ZES unica, da trasmettere entro il 2 dicembre.

Verso fine mese entra in scena l’acconto IVA, calcolabile con metodo storico, previsionale o analitico, con la possibilità di non versare nulla se il risultato è inferiore a 103,29 euro. Ultima scadenza dell’anno, il 31 dicembre, la rata dell’imposta di bollo virtuale per chi utilizza questa modalità, mentre l’Enpam richiama i suoi iscritti alla consueta rata di Quota B per chi ha scelto la domiciliazione bancaria.

 Agenzia delle entrate

Lunedì 1° dicembre 2025
(scadenza originaria 30/11)

Comunicazioni

  • Liquidazione periodica IVA, ultimo giorno per l’invio telematico della Comunicazione dei dati delle liquidazioni periodiche IVA relativa al terzo trimestre 2025; 

Versamenti

  • Bollo sulle fatture elettroniche, termine finale per il versamento di quanto eventualmente ancora dovuto per il primo e secondo trimestre dell’anno, ma solo se l’importo complessivamente dovuto per questi due trimestri non supera i 5.000 €., e per il terzo;
  • “Rottamazione quater”, termine ordinario per il versamento della decima rata dell’importo comunicato dall’Agenzia entrate riscossione a chi ha aderito a questa definizione agevolata dei debiti fiscali e contributivi; il versamento è tempestivo anche se eseguito entro il 9 dicembre, come da indicazioni visibili sul sito della Agenzia delle Entrate Riscossione;
  • Irpef, Irap (solo se dovuta), Ires, Ivie e Ivafe, versamento della unica o seconda rata dell’acconto dovuto per il 2025; al momento della stesura di questo scadenziario non risulta concessa la dilazione in cinque rate, già prevista per i due precedenti anni d’imposta, per i contribuenti con un ricavo o compenso annuo dichiarato inferiore a 170.000 euro.

Martedì 2 dicembre

Comunicazioni

  • Imprese: credito d'imposta ZES unica Mezzogiorno - Comunicazione integrativa. Termine finale per presentare in via telematica la comunicazione integrativa attestante l’avvenuta realizzazione degli investimenti per cui si richiede l’agevolazione effettuati entro il 15/11/2025, ai fini del credito d’imposta di cui all’art. 16 del DL 124/2023.

Lunedì 15 dicembre

Adempimenti contabili

  • Fatture differite. Termine ultimo per l’emissione delle fatture differite riferite alle operazioni del mese precedente (per gli importi incassati dallo stesso paziente e non ancora fatturati, purché “tracciati”, è possibile emettere una sola fattura riepilogativa entro la data odierna);
  • Acquisti intracomunitari, annotazione. Termine ultimo per l’annotazione nel registro degli acquisti e in quello delle vendite delle fatture di acquisto ricevute nel mese precedente, con riferimento a tale mese. 

Regolarizzazioni

  • Autofattura di acquisto intracomunitario. Termine ultimo per i soggetti che nel mese di luglio hanno effettuato acquisti intracomunitari di beni o servizi per i quali non hanno ricevuto la relativa fattura entro il mese di novembre 2025, per emettere autofattura;
  • Autofattura integrativa di acquisto intracomunitario. I soggetti che hanno effettuato acquisti intracomunitari di beni o servizi, se hanno ricevuto una fattura indicante un corrispettivo inferiore a quello reale, devono emettere autofattura integrativa in relazione alle fatture registrate nel mese precedente;

Comunicazioni

  • “Esterometro”. scade il termine per inviare tramite lo SDI, il servizio pubblico per l’invio delle fatture elettroniche, la comunicazione dei dati delle operazioni transfrontaliere passive, relative ad acquisti di beni e servizi da operatori: UE la cui fattura è stata ricevuta nel mese precedente; extra UE, se l’operazione è stata effettuata nel mese precedente; la comunicazione non riguarda le operazioni per le quali è stata ricevuta una bolletta doganale o una fattura elettronica e gli acquisti di beni e servizi non rilevanti territorialmente ai fini IVA in Italia ai sensi degli artt. 7 - 7-octies del DPR 633/72, qualora siano di importo non superiore a 5.000,00 euro per singola operazione;

Martedì 16 dicembre

Comunicazioni

  • “Dati aggiuntivi”, datori di lavoro con massimo cinque dipendenti al 31/12/2024, termine entro il quale il sostituto d’imposta deve trasmettere in allegato al modello F24 con il quale versa le ritenute fiscali mensili dei suoi dipendenti il nuovo modello denominato “PROSPETTO DELLE RITENUTE/TRATTENUTE OPERATE” sui redditi di lavoro dipendente o autonomo, ovvero a questi assimilati, relative al mese precedente; si tratta di una scelta facoltativa, in alternativa alla presentazione del consueto “modello 770” annuale.

Versamenti

  • Addizionali comunali all'IRPEF, lavoro dipendente e assimilati, versamento rata dell'acconto per l'anno in corso;
  • Acconto imposta sostitutiva per rivalutazione del TFR. Termine entro il quale i sostituti d’imposta devono versare l’acconto dell’imposta sostitutiva del 17% sulle rivalutazioni del TFR che maturano nell’anno solare in corso. Il TFR accantonato, con esclusione della quota maturata nell’anno, è incrementato, su base composta, al 31 dicembre di ogni anno;
  • IMU – Imposta Municipale Unica - saldo 2025, termine per il versamento del saldo dell’imposta municipale propria (IMU) dovuta per il 2025, a saldo e a conguaglio di quanto dovuto per l’intero anno. L’IMU non è dovuta per l’abitazione principale. E’ interamente deducibile dal reddito quella versata per gli immobili strumentali alla professione e all’attività d’impresa;
  • Ritenute d’acconto operate nel mese precedente, versamento delle ritenute operate sui compensi di lavoro autonomo e sui compensi per lavoro dipendente e assimilato corrisposti nel mese precedente;
  • Irpef, Irap (solo se dovuta), Ires, Ivie e Ivafe, addizionali regionali e comunali, imposta sostitutiva dei “forfetari”. Versamento dell’ultima rata per chi avesse scelto questa modalità di pagamento delle imposte dovute a Saldo del dovuto per il 2024 e come prima rata di acconto per il 2025, risultanti dalla dichiarazione dei redditi presentata;
  • Imposta sostitutiva dell’Irpef e addizionali regionali e comunali, sulle somme erogate ai dipendenti, nel mese precedente, in relazione a incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione;
  • Iva mensile, contribuenti mensili non forfetari e forfetari per quanto dovuto a titolo di Iva, ad esempio sugli acquisti da fornitori esteri con applicazione del “reverse charge”, liquidazione e versamento dell'Iva dovuta relativa al mese precedente;
  • Iva annuale saldo, versamento dell’ultima rata dell'IVA relativa all'anno d'imposta 2024 risultante a conguaglio dalla dichiarazione “IVA 2025” presentata dai contribuenti non forfetari, in caso di scelta per il versamento del dovuto in modo autonomo e a rate mensili.

Lunedì 29 dicembre

Versamenti

  • Acconto IVA per il 2025, l’importo a titolo di acconto IVA può essere determinato con una delle seguenti modalità alternative: metodo c.d. “storico”; metodo c.d. “previsionale”; metodo c.d. “analitico” (o “effettivo”). E’ consentita l’adozione del metodo ritenuto più favorevole o di più semplice applicazione; è altresì possibile non versare nessun importo se, in base al metodo prescelto, non risulta dovuta alcuna somma. Non si è tenuti ad effettuare alcun versamento se l’importo determinato è inferiore a 103,29 euro.

Mercoledì 31 dicembre

Versamenti

  • Imposta di bollo virtuale rata bimestrale, termine per il versamento, mediante il modello F24, della sesta rata bimestrale dell’imposta di bollo, da parte dei soggetti autorizzati all’assolvimento dell’imposta di bollo virtuale.

 Agenzia delle entrate riscossione

Martedì 9 dicembre

Versamenti

  • “Rottamazione quater”, termine finale “di tolleranza” per poter considerare tempestivo il versamento della decima rata dell’importo comunicato dall’Agenzia entrate riscossione a chi ha aderito a questa definizione agevolata dei debiti fiscali e contributivi con scelta per il versamento rateale.

 Inps

Versamenti

Martedì 16 dicembre

  • Gestione artigiani, saldo e acconto contributi INPS, versamento ultima rata per chi ha scelto questa modalità di versamento del saldo e della prima rata di acconto dei contributi dovuti eccedenti il minimale di reddito;
  • Contributi previdenziali dei lavoratori dipendenti, obbligatori a carico del datore e del dipendente e oneri sociali sugli stipendi corrisposti nel mese precedente;
  • Contributi della “Gestione separata” dovuti dai committenti, versamento delle quote a carico dei committenti di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa e alle società che corrispondono compensi agli amministratori che possono qualificare questo compenso come “assimilato” al lavoro dipendente, relative ai 2/3 dei compensi corrisposti nel mese precedente; i committenti sono tenuti anche al versamento della residua quota a carico del prestatore;
  • Contributi della “Gestione separata” dovuti dai professionisti, termine entro il quale i professionisti, in particolare gli igienisti dentali, se hanno scelto il versamento rateale devono versare l’ultima delle rate previste a saldo dei contributi dovuti per il 2024 e a titolo di prima rata di acconto per il 2025;

 Enpam

Mercoledì 31 dicembre

Versamenti

  • Rate di “Quota B”, scade uno dei previsti versamenti per chi avesse scelto questa modalità di versamento dei contributi previdenziali dovuti alla cassa privata di medici e odontoiatri, accessibile solamente con la domiciliazione bancaria.

 

Nella lucidatura del composito, la pressione conta più dell’ingrandimento

Lucidatura del composito
Close-up Of Woman Having Her Dental Checkup

La lucidatura del composito rappresenta una fase critica nel successo estetico e funzionale dei restauri diretti. La qualità della superficie influisce non solo sulla lucentezza finale, ma anche sulla resistenza alla placca e sulla durabilità del restauro. Un recente studio condotto presso il Dipartimento di Odontoiatria Restaurativa dell'Università della Salute e della Tecnologia di Istanbul, Turchia, ha analizzato due variabili spesso trascurate nella pratica clinica quotidiana: la forza applicata durante la lucidatura e l’uso dell’ingrandimento ottico.

Come hanno operato i ricercatori

Gli autori hanno valutato come la forza di pressione, controllata o non controllata, e l’impiego di loupes a 3,5× possano modificare la rugosità superficiale e la lucentezza di due resine composite di diversa composizione, una micro-ibrida e una nano-ibrida fluida. Lo studio ha inoltre confrontato due sistemi di lucidatura di uso comune, Sof-Lex Discs a tre step e Twist Dia a due step, ampiamente diffusi nella pratica odontoiatrica. I ricercatori hanno realizzato ottanta campioni standardizzati di composito con diametro di 10 millimetri e spessore di 2 millimetri. Per poi sottoporre le superfici a lucidatura per 30 secondi, per ciascun passaggio. Variando la forza applicata, controllata tra 2 e 4 newton o libera, e l’uso o meno di ingrandimento ottico. Successivamente hanno misurato la rugosità mediante profilometro e il grado di lucentezza con glossometro, applicando un’analisi statistica multifattoriale.

I risultati osservati

L’analisi ha evidenziato differenze significative legate alla forza di pressione. L’uso di una forza non controllata ha generato superfici più ruvide ma anche più brillanti rispetto a una pressione costante e moderata. Il sistema Twist Dia ha prodotto rugosità leggermente superiori. Tuttavia ha raggiunto i valori di gloss più elevati, indicando una potenziale superiorità estetica nei restauri anteriori. L’ingrandimento ottico a 3,5× non ha mostrato effetti statisticamente rilevanti né sulla rugosità né sulla lucentezza. Probabilmente a causa del tempo di lucidatura limitato a 30 secondi. È stata inoltre osservata una correlazione negativa moderata tra rugosità e lucentezza solo nel composito fluido nano-ibrido.

Interpretazione clinica

I risultati suggeriscono che la forza di pressione esercitata dall’operatore è un parametro determinante per ottimizzare la lucidatura del composito. Una pressione eccessiva può alterare la microstruttura superficiale. Ma allo stesso tempo incrementare la riflessione della luce, migliorando la brillantezza apparente. Viceversa, una forza troppo lieve riduce l’efficacia abrasiva e può lasciare micro-irregolarità visibili. Dal punto di vista clinico, l’uso dell’ingrandimento non sembra migliorare le performance di lucidatura in tempi brevi. Anche se può risultare utile per una maggiore precisione nelle zone marginali e nei restauri complessi.

Come ottenere una buona qualità del restauro

La ricerca, pubblicata su BMC Oral Health, sottolinea come la qualità finale del restauro estetico non dipenda solo dai materiali o dagli strumenti, ma anche dalla variabilità manuale dell’operatore. Per ottenere superfici ottimali è consigliabile mantenere una forza di lucidatura moderata e costante, calibrata in base al sistema impiegato. L’attenzione a questi dettagli tecnici, spesso sottovalutati, può garantire un controllo estetico e funzionale più stabile nel tempo, riducendo il rischio di usura precoce o accumulo di placca.

SprintRace Italia 2026 L’innovazione accende i motori 28 febbraio 2026 Autodromo di Imola

SprintRace 2026

C’è un momento in cui tutto cambia. Nella pista, come in odontoiatria, la velocità è nulla senza controllo… e la tecnologia è nulla senza visione.

SprintRay vi invita a Imola per vivere l’innovazione non da spettatori, ma da protagonisti.

Una giornata dove l’energia del circuito incontra la precisione dei flussi digitali, dove la stampa 3D diventa concretezza clinica e il futuro prende forma davanti ai vostri occhi.

Sará la vostra opportunità per toccare con mano l’innovazione, la stampa 3D e i workflow digitali non verranno solo spiegati: li vedrai in azione, li toccherai, li comprenderai nel modo più diretto possibile.

A guidare la sessione clinica saranno quattro relatori dalla grande esperienza:

  • Dr. Giovanni Ioime
  • Dr. Alfonso Baruffaldi
  • Dr. Andrea Ricci
  • Dott.ssa Barbara Sabiu

Ognuno porterà la propria prospettiva, offrendo un viaggio tra restaurativa, estetica, implantologia e protesi full-arch. Approcci chiari, replicabili e subito utili per la pratica quotidiana.

L’Autodromo di Imola non è solo un luogo iconico: è un simbolo. Qui tutto parla di performance, ritmo, precisione. Un contesto perfetto per una giornata dedicata al futuro della professione

Il programma in breve
  • Welcome coffee & registrazione
  • Sessione clinica con i quattro relatori SprintRay
  • Lunch & area partner con dimostrazioni di tecnologia LIVE
  • Break-out sessions con casi pratici e discussioni applicative
  • Attività esclusive: visita guidata al circuito, simulatore di guida, networking finale

(Alcune attività prevedono disponibilità limitata)

La quota di partecipazione è di 99 €, con tariffa ridotta a 69 € per gli assistenti.

Ogni cambiamento inizia da una scelta. SprintRace Italia 2026 è l’occasione per fare quel passo in più verso un’odontoiatria più veloce, più precisa, più vostra.

 

 

Rigenerazione dello smalto: dalla cheratina verso nuovi protocolli clinici

remineralizzazione smalto
Keratin intermediate filament, chemical structure. Keratin is one of the main components of human skin, hair and nails. Cartoon representation.

La rigenerazione dello smalto rappresenta una delle sfide più complesse dell’odontoiatria moderna, poiché lo smalto, una volta danneggiato, non possiede capacità naturali di autoriparazione. Un recente studio internazionale, guidato dal King’s College London, propone una strategia innovativa che sfrutta impalcature a base di cheratina per ricostruire la struttura minerale dello smalto. Il lavoro coinvolge anche ricercatori di Canada, Italia e Svizzera, a conferma dell’interesse globale verso soluzioni rigenerative realmente applicabili nella pratica clinica.

Un materiale naturale come guida per i cristalli di apatite

La ricerca nasce da un’idea semplice ma estremamente efficace: utilizzare la cheratina, una proteina abbondante e biocompatibile, come base per una mineralizzazione ordinata dell’apatite. I ricercatori hanno prodotto film sottili di cheratina che si autoassemblano grazie a legami disolfuro, formando una rete fibrosa con architettura regolare. Quando questi film vengono immersi in soluzioni acquose contenenti ioni minerali, la struttura proteica si riorganizza e guida la crescita dei cristalli di apatite con un orientamento molto simile a quello dello smalto naturale. È la stessa organizzazione dei nanocristalli, più che la loro composizione, a determinare la straordinaria durezza e resistenza dello smalto.

Riparare le lesioni iniziali dello smalto

Lo studio dimostra che questa piattaforma biomimetica è in grado di ripristinare alcune proprietà chiave dello smalto in presenza di lesioni iniziali, come le white spot. La superficie trattata recupera traslucenza e compattezza, mentre i valori di durezza e il modulo elastico si avvicinano a quelli del tessuto sano. Questa capacità di rigenerazione strutturale supera il concetto tradizionale di semplice remineralizzazione superficiale, aprendo la strada a terapie che riproducono fedelmente l’architettura originaria dello smalto.

Possibili applicazioni cliniche

Per l’odontoiatra, dunque, questa tecnologia rappresenta una prospettiva affascinante. Se tradotta in una formulazione clinicamente utilizzabile — ad esempio un gel o un film applicabile in studio — potrebbe diventare una risorsa per trattare lesioni incipienti senza ricorrere a procedure invasive. La cheratina, materiale naturale ed economico, offre inoltre un vantaggio ecologico rispetto ai biomateriali sintetici più complessi. La sfida futura riguarderà dunque la trasformazione di questi risultati di laboratorio in protocolli clinici sicuri, riproducibili e adatti alla routine quotidiana.

Verso un nuovo approccio clinico

La rigenerazione dello smalto attraverso scaffold di cheratina rappresenta un passo avanti decisivo nel campo dei materiali biomimetici. Lo studio pubblicato su Advanced Healthcare Materials indica una strada concreta verso soluzioni rigenerative che potrebbero cambiare l’approccio clinico alla gestione delle lesioni dello smalto. Per il dentista moderno, seguire l’evoluzione di questa tecnologia significa prepararsi a una nuova era nella conservativa: quella in cui la biologia, finalmente, torna a ricostruire ciò che prima si poteva solo restaurare.

Erosione dentale: una condizione in aumento

erosione dentale
Smiling sweaty sportswoman drinking fresh water from bottle, enjoying healthy lifestyle and taking care of body hydration after training session in fitness club

L’erosione dentale è una problematica di sempre più frequente riscontro nella pratica clinica quotidiana e può interessare anche pazienti con ottimi livelli di igiene orale. Le evidenze più recenti indicano con chiarezza come nessun paziente possa considerarsi realmente al riparo dal rischio, soprattutto quando entrano in gioco specifici comportamenti dietetici o abitudini quotidiane.

Sportivi a rischio: le nuove evidenze scientifiche

Un esempio spesso sottovalutato riguarda i soggetti che praticano attività sportive.
L’esercizio fisico intenso determina disidratazione e una fisiologica riduzione del flusso salivare, condizioni che possono incrementare sensibilmente la vulnerabilità dello smalto ai processi erosivi. Alcune discipline implicano ulteriori fattori predisponenti: chi svolge attività in piscina, come il nuoto, è esposto al contatto prolungato con acqua clorata, elemento che può favorire l’usura e la degradazione acida delle superfici dentali.
Anche i paradenti utilizzati negli sport da contatto possono avere un ruolo nel potenziare il rischio: l’accumulo e il ristagno di acidi all’interno del dispositivo, soprattutto se indossato per periodi prolungati, promuovono processi di demineralizzazione dello smalto. Dal punto di vista clinico, è stato osservato che le lesioni erosive si localizzano più frequentemente sulle superfici vestibolari degli elementi anteriori di entrambe le arcate.
A questo quadro si aggiungono ulteriori fattori correlati allo stile di vita degli sportivi: da un lato il reflusso gastroesofageo indotto dall’attività fisica, dall’altro il consumo regolare di bevande energetiche. Gli energy drinks contengono infatti componenti tendenzialmente acidi, in grado di diminuire il pH sotto la soglia critica di 5,5, alla quale inizia il processo di demineralizzazione, oltre a zuccheri facilmente fermentabili, come il saccarosio. Nel biofilm orale questi zuccheri vengono rapidamente metabolizzati in acidi, innescando demineralizzazione dello smalto e contribuendo all’aumento del rischio di sviluppare anche lesioni cariose.
Per poter attuare una prevenzione ancora più efficace, sarebbe dunque utile tenere conto anche di aspetti comunemente ritenuti positivi e delle abitudini di vita dei pazienti, come, appunto, l'esercizio fisico intenso.

Per comprendere appieno la portata clinica di questi fattori e intervenire in modo realmente efficace, è necessario capire come l’erosione dentale si manifesta e, soprattutto, quali strategie di prevenzione e gestione abbiano oggi un’evidenza solida. È a questi aspetti che si dedica la dottoressa Clotilde Austoni nel suo approfondimento.

Che cos’è l’erosione dentale

L’erosione dentale è la perdita dei tessuti duri del dente dovuta all’azione chimica di acidi non mediata dai batteri. È una condizione clinica sempre più osservata nella pratica quotidiana e, al tempo stesso, ancora spesso sottovalutata, ma di grande rilevanza per l’odontoiatria moderna. La diffusione di abitudini alimentari e stili di vita che favoriscono l’esposizione acida, unita alla maggiore incidenza di disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, ne spiegano l’aumento. Si rendono dunque necessari diagnosi precoce e protocolli di prevenzione tempestivi.

Quali sono le cause

Le cause sono molteplici: una dieta ricca di alimenti e bevande acide come succhi di frutta, soft drinks, agrumi e pomodori; l’assunzione di farmaci, come inalatori per l’asma, di broncodilatatori che rilassano lo sfintere gastroesofageo potenziando il reflusso, o ancora di antipertensivi, antidepressivi e antistaminici che riducono il flusso salivare. Anche la sindrome di Sjögren e il fumo riducono la salivazione, aumentando il rischio erosivo. Numerosi farmaci pediatrici aumentano il rischio di demineralizzazione per via di un pH inferiore a 5,5.
Tra le cause fisiologiche e ambientali che favoriscono l'erosione dentale rientrano la gravidanza caratterizzata da nausea, reflusso e vomito, l’esposizione ad acqua clorata negli sport acquatici e il consumo ripetuto di vino in categorie professionali come i sommelier. Particolare rilievo hanno i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. L’anoressia, spesso associata a reflusso, e la bulimia, caratterizzata dal vomito autoindotto, causano un processo erosivo particolarmente rapido. In Italia oltre tre milioni di persone soffrono di un Disturbo della Nutrizione e dell’Alimentazione (DNA), il 30% con meno di 14 anni, dato che sottolinea l’importanza del ruolo di odontoiatra e igienista dentale nella diagnosi precoce di DNA e nella prevenzione dell’erosione, soprattutto considerando percorsi di cura spesso lunghi e non risolutivi.

La diagnosi di erosione dentale

La diagnosi richiede di distinguere l’erosione dalle altre forme di usura dentale quali l’attrito l’abfrazione e l’abrasione. L’erosione intrinseca interessa inizialmente le superfici palatali e quelle linguali, sedi non coinvolte da altri meccanismi di usura, mentre quella estrinseca si manifesta anche vestibolarmente. Se non intercettata, l’erosione da DNA evolve rapidamente con conseguenze estetiche e funzionali importanti e con lo sviluppo di una sensibilità dentinale altamente invalidante.

Gli strumenti utili per la prevenzione

La prevenzione rappresenta il cardine terapeutico: l’obiettivo è ridurre l’acidità del cavo orale, contrastare la demineralizzazione e favorire, quando possibile, la remineralizzazione. È importante cercare di agire quanto più possibile sulle lesioni nelle fasi iniziali, perché solo così l'uso regolare di alcuni principi attivi può dare i benefici maggiori.
Tra i protocolli proposti vi è l’associazione di un dentifricio capace di formare una pellicola protettiva, e di un collutorio in foam che ne preservi l’efficacia. Entrambi contengono un sistema tampone fosfato, utile a riequilibrare il pH, e carnosina, dipeptide con azione antiossidante e antinfiammatoria che contrasta l’accumulo di ioni H+ e potenzia l’effetto tampone. Il fluoro riduce la demineralizzazione; nel dentifricio sono inoltre presenti idrossiapatite parzialmente sostituita con carbonato, ioni stronzio, magnesio e coniugata con chitosano, mentre il collutorio contiene anche calcio glicerofosfato utile per contrastare la demineralizzazione e calcio pantotenico, una fonte altamente solubile.
In presenza di lesioni erosive più avanzate , possiamo utilizzare i medesimi principi attivi preventivi, ma occorre operare anche con terapie d'urto, come remineralizzazioni con mousse a base di calcio fosfato amorfo, fino ad arrivare a terapie riabilitative o protesiche.

Per una visualizzazione immediata delle caratteristiche morfologiche dell’erosione dentale, ecco due esempi clinici che illustrano le differenti fasi del processo erosivo e le relative implicazioni diagnostiche.

Caso A
Erosione BEWE (Basic Erosive Wear Examination), rischio alto >14.

Paziente con bulimia nervosa per 12 anni, episodi fino a 10 al giorno, ad oggi risolta.

erosione dentale

 

Caso B
Erosione BEWE rischio basso (3-8)

Bulimia nervosa per 3 anni, ad oggi risolta.

Erosione dentale Erosione dentale erosione dentale

 

L’erosione dentale rappresenta una sfida sempre più rilevante per l’odontoiatria moderna. Non è soltanto un fenomeno clinico, ma una condizione che riflette l’interazione complessa tra stili di vita, abitudini e salute sistemica. Per questo motivo è importante che il professionista mantenga alta l’attenzione, riconoscendo i segni iniziali e sensibilizzando i pazienti. Anche piccoli accorgimenti preventivi, se applicati tempestivamente, possono avere un impatto significativo sulla conservazione dei tessuti dentali e sulla qualità di vita. L’invito è quello di considerare l’erosione dentale non come un evento secondario, ma come un aspetto centrale nella pratica clinica quotidiana.

 

Con la parodontite anche la salute maschile è a rischio

parodontite salute maschile

Un recente comunicato della European Federation of Periodontology (EFP), basato su un’analisi condotta da un gruppo di esperti internazionali in parodontologia e salute pubblica, mette in evidenza come la salute orale influenzi profondamente il benessere maschile. Gli specialisti coinvolti hanno esaminato il legame tra condizioni parodontali e patologie sistemiche, mostrando che la parodontite non rappresenta soltanto una malattia del cavo orale, ma anche un rilevante fattore di rischio per disturbi che interessano tutto l’organismo.

Parodontite e salute sistemica

La parodontite è una patologia infiammatoria cronica che altera l’equilibrio del parodonto e favorisce il passaggio di batteri e mediatori infiammatori nel flusso sanguigno. Questo processo contribuisce alla disfunzione endoteliale e aumenta lo stress ossidativo. Ne deriva un possibile coinvolgimento di arterie e microcircolo, con effetti che non si limitano al distretto orale.
Negli uomini, queste alterazioni infiammatorie si associano con maggiore frequenza a diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, artrite reumatoide e disturbi neurodegenerativi. La salute orale diventa così un indicatore del bilancio infiammatorio complessivo del paziente maschile.

Quando la salute orale influisce anche sulla salute sessuale

Una delle evidenze più significative riguarda la correlazione tra parodontite e disfunzione erettile. Gli uomini affetti da parodontite presentano un rischio due-tre volte maggiore di sviluppare difficoltà erettili rispetto ai soggetti sani.
La progressiva compromissione endoteliale riduce la capacità dei vasi penieni di dilatarsi in modo efficiente. Lo stesso processo infiammatorio che interessa il parodonto può quindi contribuire alla disfunzione vascolare che caratterizza la disfunzione erettile. La letteratura scientifica segnala inoltre possibili ripercussioni sulla qualità del seme e un potenziale, seppur ancora dibattuto, legame con il carcinoma prostatico.

Comportamenti a rischio nel paziente maschile

Gli uomini mostrano spesso una minore attenzione verso la prevenzione orale. Spazzolano meno, fumano di più e adottano abitudini alimentari meno salutari. Questi fattori favoriscono l’insorgenza e la progressione della parodontite. L’odontoiatra deve quindi valutare questi elementi e intervenire con una comunicazione clinica mirata, capace di migliorare la consapevolezza del paziente maschio.

Un motivo in più per prendersi cura della bocca

La parodontite non è una condizione confinata alla bocca, ma una malattia infiammatoria complessa con importanti effetti sulla salute generale dell’uomo, inclusa la sua salute sessuale e cardiovascolare. Il comunicato che sintetizza queste evidenze è stato pubblicato sul sito ufficiale della European Federation of Periodontology (EFP), nella sezione dedicata alla stampa e ai media. Comprendere e divulgare questo legame permette all’odontoiatra di rafforzare il proprio ruolo nella prevenzione integrata e nel miglioramento del benessere complessivo dei pazienti.

Sopravvivenza di Impianti Core-X® posizionati con chirurgia driver guidata

Sopravvivenza di Impianti Core-X®

Autori

Eduardo Anitua DDS, MD, PhD
Práctica privada en implantología oral, Clínica Eduardo Anitua, Vitoria, Spagna.
University Institute for Regenerative Medicine and Oral Implantology – UIRMI (UPV/EHU Fundación Eduardo Anitua), Vitoria, Spagna.
BTI Biotechnology institute, Vitoria, Spagna.

Corrispondenza: eduardo@fundacioneduardoanitua.org

Abstract

Negli ultimi decenni la chirurgia implantare si è enormemente evoluta attraverso lo sviluppo di protocolli volti a ottimizzare la stabilità primaria dell’impianto, specialmente in presenza di osso a bassa densità. L’impianto Core-X® è stato progettato con una filettatura dal design aggressivo per incrementarne la stabilità, particolarmente in siti post estrattivi e in settori dove l’osso ha bassa densità. Utilizzato in combinazione con il nuovo sistema di chirurgia guidata Stop & Guide®, questo impianto consente un posizionamento accurato e protesicamente guidato, nel rispetto dell’integrità dell’osso. La serie di casi qui presentata vuole valutare sopravvivenza degli impianti, cambiamenti del margine osseo e complicazioni conseguenti all’utilizzo di tale protocollo.
Materiali e metodi
È stata eseguita un’analisi retrospettiva su pazienti trattati con impianti Core-X® posizionati tramite il sistema Stop & Guide®, con un follow up minimo di 12 mesi dal carico. La pianificazione virtuale di questi casi ha previsto scansione intraorali e CBCT utilizzate per creare un una dima chirurgica CAD-CAM customizzata. La dima ha acconsentito una fresatura precisa e biologicamente incrementale grazie a driver statici. Sono stati raccolti dati clinici e demografici, compresi la localizzazione dell’impianto, la sua dimensione, il torque e il tipo di protesi che hanno supportato. È stato eseguito un follow-up radiografico a 1,3, 6 e 12 mesi mediante una panoramica standard calibrata attraverso image J così da verificare la perdita di osso marginale. L’analisi statistica, effettuata utilizzando il software SPSS (Statistical Package for Social Science), ha incluso la statistica descrittiva e l’analisi di sopravvivenza di Kaplan-Meier.
Risultati
Sono stati posizionati 15 impianti in 8 pazienti (età media 57.8 anni). La maggior parte degli impianti (80%) sono stati posizionati nel mascellare superiore, prevalentemente in osso tipo IV. Le dimensioni medie degli impianti utilizzati sono: diametro 4 mm e lunghezza 7.5 mm. Tutti gli interventi sono stati eseguiti dallo stesso operatore nella stessa clinica. Non si sono verificati fallimenti implantari o complicazioni chirurgiche/protesiche. A 12 mesi, la perdita di osso media osservata è pari a 0.15 mm mesialmente e 0.13 mm distalmente all’impianto. La percentuale di sopravvivenza implantare è pari al 100%.
Conclusioni
L’uso combinato di impianti Core-X® e di protocollo di chirurgia guidata Stop & Guide® offre una soluzione predicibile ed efficace per quegli scenari clinici caratterizzati da osso a bassa densità e/o spazio limitato. La stabilità primaria è ottenuta senza tecniche invasive, e la precisione del posizionamento dell’impianto è garantita dai protocolli di chirurgia guidata. I risultati a un anno di distanza dimostrano una perdita di osso minima e la sopravvivenza di tutti gli impianti, elementi questi che dimostrano l’efficacia clinica e la sicurezza di tale approccio implantare.

Survival of Core-X® Implants Placed with Driver-Guided Surgery

In recent decades, implant surgery has evolved significantly through the development of protocols aimed at optimizing primary implant stability, especially in low-density bone. The Core-X® implant has been designed with an aggressive thread pattern to increase stability, particularly in post-extraction sites and in areas with low bone density. Used in combination with the new Stop & Guide® guided surgery system, this implant allows for accurate and prosthetically guided placement while respecting bone integrity. The case series presented here aims to evaluate implant survival, changes in the bone margin, and complications resulting from the use of this protocol.
Materials and Methods
A retrospective analysis was performed on patients treated with Core-X® implants placed using the Stop & Guide® system, with a minimum follow-up of 12 months after loading. Virtual planning of these cases included intraoral and CBCT scans used to create a customized CAD/CAM surgical guide. The guide allowed precise and biologically incremental drilling thanks to static drivers. Clinical and demographic data were collected, including implant location, size, torque, and the type of prosthesis they supported. Radiographic follow-up was performed at 1, 3, 6, and 12 months using a standard panoramic image calibrated with Image J to verify marginal bone loss. Statistical analysis, performed using SPSS (Statistical Package for Social Science) software, included descriptive statistics and Kaplan-Meier survival analysis.
Results
Fifteen implants were placed in eight patients (average age 57.8 years). Most implants (80%) were placed in the maxilla, predominantly in type IV bone. The average implant dimensions were 4 mm in diameter and 7.5 mm in length. All procedures were performed by the same operator in the same clinic. No implant failures or surgical/prosthetic complications occurred. At 12 months, the average bone loss observed was 0.15 mm mesial and 0.13 mm distal to the implant. The implant survival rate was 100%.
Conclusions
The combined use of Core-X® implants and the Stop & Guide® guided surgery protocol offers a predictable and effective solution for clinical scenarios characterized by low-density bone and/or limited space. Primary stability is achieved without invasive techniques, and precision implant placement is guaranteed by the guided surgery protocols. The one-year results demonstrate minimal bone loss and the survival of all implants, elements that demonstrate the clinical efficacy and safety of this implant approach.

 

In questo articolo viene effettuata un’analisi retrospettiva per verificare la sopravvivenza di Impianti Core-X® posizionati con chirurgia driver guidata, con un follow up minimo di 12 mesi dal carico.

La stabilità primaria è cruciale per il successo implantare, soprattutto in osso a bassa densità e siti post-estrattivi. Il design dell’impianto utilizzato in questa serie di casi clinici, unito all’uso della chirurgia guidata, ha consentito un posizionamento preciso e protesicamente corretto, preservando l’integrità dei tessuti. In un’analisi retrospettiva su 15 impianti in 8 pazienti non si sono registrati fallimenti né complicanze. L’approccio appare sicuro, predicibile e minimamente invasivo, ideale nei casi complessi con disponibilità ossea limitata.

La chirurgia implantare ha vissuto una importante evoluzione nelle ultime decadi, con lo sviluppo di protocolli volti a ottimizzare la stabilità primaria dell’impianto, fattore chiave nel raggiungimento del successo in caso di densità ossea scarsa.
Le prime tecniche volte ad aumentare la stabilità anche in siti ossei compromessi erano gli osteotomi e gli expander filettati. In un secondo tempo, il disegno stesso dell’impianto incorporava geometrie che comprimevano l’osso durante la loro inserzione, promuovendone un aumento della densità senza compromettere la vascolarizzazione del neoalveolo.
In questo contesto, l’impianto Core-X® (BTI Biotechnology Institute) è stato progettato con una filettatura aggressiva (la profondità del filetto è compresa tra 0.51 mm e 0.70 mm) in grado di massimizzare la stabilità primaria in siti ossei a bassa densità o post-estrattivi. La sua morfologia consente infatti un’inserzione progressiva e una densificazione controllata dell’osso durante l’inserimento.
L’integrazione di queste migliorie con la chirurgia guidata ha portato ulteriori benefici, specialmente nei casi in cui il preciso posizionamento di un impianto diventa fondamentale a causa delle limitazioni anatomiche o spaziali presenti e della riabilitazione protesicamente guidata desiderata. Il nostro gruppo ha sviluppato un nuovo sistema di chirurgia guidata, chiamato Stop & Guide® (BTI Biotechnology Institute), capace di superare il modello tradizionale fresa e boccola. Questo protocollo utilizza driver statici non rotazionali come elementi di orientamento durante l’osteotomia, così da controllare l’angolazione, la profondità e il livello dell’impianto (iuxtacrestale, subcrestale o sovracrestale) durante il suo posizionamento.
Il vantaggio principale risiede nel fatto che il clinico ha la possibilità di utilizzare il protocollo di fresaggio convenzionale che utilizza di solito con minimi cambiamenti. Aggiunge infatti solo i driver. Tra i benefici sono inclusi un minor numero di componenti, una maggior versatilità, assenza di frizione tra la fresa e la guida, maggiori semplicità e controllo durante tutto il corso della procedura. L’utilizzo combinato di impianti Core-X® e Stop & Guide® porta in sé due fattori chiave: aumenta la stabilità primaria biomeccanica e migliora la precisione nel posizionamento, fattori che non possono che garantire maggiori predicibilità e semplificazione del trattamento, anche e soprattutto nei casi più complessi. Nella serie di casi che qui presentiamo nei quali è stato utilizzato questo protocollo (impianti Core-X® posizionati con Stop & Guide®).

L’obiettivo è valutare la sopravvivenza degli impianti, i cambiamenti dell’osso marginale nel corso del follow-up e le complicazioni chirurgiche e/o protesiche ad esso associate.

Materiali e metodi

Abbiamo richiamato i pazienti che hanno ricevuto impianti Core-X® posizionati con chirurgia guidata Stop & Guide® con un follow-up di almeno 12 mesi dal carico, per valutare la stabilità del trattamento.
La pianificazione preoperatoria virtuale ha incluso la scansione intraorale e la CBCT. Con i dati raccolti sono stati generati modelli virtuali altamente precisi dell’anatomia del paziente ed è stata pianificata la posizione ideale degli impianti. In base a questa pianificazione sono state prodotte dime chirurgiche CAD/CAM per replicare la posizione e l’angolazione implantare pianificate. Le dime sono state fatte calzare sui denti adiacenti, incorporando i driver statici coerenti con il manipolo chirurgico utilizzato dall’operatore (Figura 1).

1. a) Sistema di accoppiamento del driver alla testa del contrangolo chirurgico; b) il driver, circondando concentricamente la fresa, evita contatto e frizione della stessa con la dima chirurgica; c) dima chirurgia e sleeve sono simili ai sistemi tradizionali a fresa guidata

 

Grazie a dima e drivers, la chirurgia guidata consente una fresatura biologicamente incrementale come con un protocollo convenzionale; l’osso autologo raccolto durante la fresatura può essere utilizzato come particolato da innesto al bisogno. I dati clinici e demografici raccolti includono età, sesso, storia clinica e terapie farmacologiche in atto. I dati correlati agli impianti includono, invece, localizzazione anatomica, diametro, lunghezza, torque di inserzione, tipo di protesi, e parametri ossei rilevati alla diagnosi (Figure 2-3). Nel corso del follow-up sono stati registrati la sopravvivenza implantare protesica e il livello di osso marginale. I dati sono stati registrati da un esaminatore indipendente.

 

2. Localizzazione degli impianti inclusi nello studio
3. Lunghezze e diametri degli impianti in relazione alla loro localizzazione

L’analisi statistica ha utilizzato:

  • l’impianto come riferimento per localizzazione, dimensione e valori radiografici;
  • il paziente come riferimento per le variabili demografiche.

Le OPT a posizionamento del paziente standardizzato sono state eseguite alla consegna della protesi (3 mesi per la mandibola, 6 mesi per la maxilla) e a 1,3, 6 e 12 mesi dopo il carico. Le radiografie sono state calibrate con ImageJ utilizzando l’impianto di lunghezza conosciuta per correggere la magnificazione, mentre la perdita d’osso marginale è stata misurata dalla spalla dell’impianto al primo punto di contatto tra osso e impianto. Il dato principale è la perdita di osso marginale mesiale e distale; i dati secondari sono invece la sopravvivenza degli impianti e le complicazioni chirurgiche/protesiche. Il test di Shapiro-Wilk verifica la normalità; le variabili qualitative sono riassunte in base alla frequenza, mentre le variabili quantitative in base a media e deviazione standard. La sopravvivenza è analizzata con lo stimatore di Kaplan-Meier utilizzando il software SPSS v15.0 (Statistical Package for Social Science versione 15.0).

Caso clinico

 

Sopravvivenza di Impianti Core-X®
5. La radiografia iniziale mostra il settore edentulo in corrispondenza di 24
6. Sezione trasversale della pianificazione in corrispondenza dell’area dove sarà inserito l’impianto. Si evidenziano adeguati altezza e spessore ossei, ma limitato spazio mesio-distale: è consigliato un approccio di chirurgia guidata
7. Fresatura effettuata rispettando la specifica sequenza delle frese
Sopravvivenza di Impianti Core-X®
8. Fotografia clinica eseguita dopo la chirurgia che mostra l’impianto in posizione
9. Radiografia di controllo post-chirurgica
Sopravvivenza di Impianti Core-X®
10. Scelta del colore per la corona definitiva a osteointegrazione dell’impianto avvenuta.
11. Corona definitiva avvitata all’impianto, perfettamente integrata con l’estetica dei denti adiacenti
12. Fotografia a un anno di follow-up che mostra il quasi completo riempimento dello spazio interprossimale da parte della papilla

 

Risultati

Otto pazienti di età media 57.8 ± 4.3 anni, 6 dei quali di sesso femminile, hanno ricevuto un totale di 15 impianti, tutti eseguiti dallo stesso chirurgo nella medesima clinica a Victoria, Spagna.
Il 20% degli impianti è stato posizionato nella mandibola (per lo più in posizione 47) e il restante 80% nel mascellare superiore (il 20% in posizione 16 e il 20% in posizione 25). Gli impianti posizionati nel mascellare superiore hanno trovato un osso tipo IV, mentre gli impianti posizionati nella mandibola hanno trovato un osso tipo III. Gli impianti utilizzati hanno un diametro compreso tra 4.0 e 4,5 mm (il 66.7% sono da 4.0 mm) e una lunghezza compresa tra 4.5 mm e 7.5 mm (il 53.3% sono lunghi 7.5 mm). Nell’86.7% dei casi non è stato eseguito alcun procedimento chirurgico aggiuntivo; in un caso, due impianti hanno previsto in rialzo di seno transcrestale con PRGF-Endoret e osso autologo. Nel 93.3% dei casi la protesizzazione ha previsto ponti avvitati a più elementi; un impianto è stato protesizzato mediante elemento singolo avvitato con componente transepiteliale. Il follow-up medio è stato di 12.4 ± 1.05 mesi dal carico. Il 100% degli impianti è sopravvissuto, senza complicanze né chirurgiche né protesiche. La perdita di osso media a 12 mesi è stata mesialmente di 0.15 ± 0.74 mm e distalmente di 0.13 ± 0.85 mm. La Figura 4 mostra l’osso perso su un singolo impianto e le Figure 5-14 illustrano un caso clinico rappresentativo.

 

4. Perdita di osso mesiale e distale di ogni impianto incluso nello studio. Tre impianti mostrano di non aver avuto alcuna perdita (0 mm), e gli impianti rimanenti presentano una perdita di osso inferiore a 0.50 mm.

Discussione

Gli impianti Core-X® sono disegnati in modo da garantire una migliore stabilità primaria in osso a bassa densità o gravemente riassorbito, in siti post-estrattivi o zone con volume osseo residuo limitato. La piattaforma stretta e il corpo reso compatto dalla struttura della filettatura preservano l’osso circonferenziale e minimizzano il danno vascolare, fattori cruciali negli spazi interprossimali.
Nei nostri casi dove è interessato il mascellare superiore (con osso tipo IV), la morfologia tridimensionale dell’impianto ha permesso di ottenere la stabilità primaria con una fresatura minima, preservando le condizioni dell’osso ideali per l’osteointegrazione.
La macro morfologia è fondamentale per la stabilità primaria; fattori quali numero di spire, passo, profondità e angolo elicoidale creano zone di compressione ottimizzate per una densificazione ossea selettiva. Anche la conicità influisce sulla biomeccanica. Questi impianti mostrano valori più alti di torque di inserimento e di ISQ (Implant Stability Quotient, ossia quoziente di stabilità implantare), ma anche valori più alti di torque di rimozione dopo l’iniziale osteointegrazione (sostengono la loro maggior stabilità primaria e il loro potenziale di osteointegrazione).
Integrare la chirurgia guidata con questi impianti migliora la sopravvivenza, specialmente dove il posizionamento è reso difficile da un’anatomia sfavorevole o da una qualità scarsa dell’osso.
Una revisione sistematica e meta-analisi di Tahmaseb et al. riporta una sopravvivenza >97% e 1.45 mm di osso marginale perduto a 1-4 anni per gli impianti con chirurgia guidata, simili a quanto riferito alla chirurgia implantare convenzionale.
Anche coorti a lungo termine supportano questi dati.
Nel nostro studio, la sopravvivenza del 100% e la perdita di osso <0.25 mm a 12 mesi indicano una performance eccellente. La pianificazione virtuale e le guide statiche riducono errori di angolazione e profondità (approssimativamente 3.3° e <1 mm, rispettivamente) migliorando i risultati quando combinati con la densificazione ossea.

Conclusioni

Nella serie di casi clinici che abbiamo presentato, la combinazione di impianti Core-X® con il protocollo di chirurgia guidata Stop & Guide® è clinicamente efficace nel trattamento di casi caratterizzati da osso a bassa densità, anatomia compromessa o spazio interprossimale limitato.
La macro geometria implantare consente una densificazione ossea controllata e un’alta stabilità primaria senza manovre chirurgiche invasive.
Il sistema driver guidato consente un posizionamento implantare protesicamente guidato e preciso, minimizzando l’errore umano e preservando l’osso marginale.
Il 100% di sopravvivenza implantare e la minima perdita di osso a un anno dal carico supportano la predicibilità e la sicurezza di questo protocollo in casi clinici complessi.

 

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I biomarcatori salivari nella diagnosi precoce sistemica

Biomarcatori salivari
gloved technician puts a sample for DNA analysis on a cotton swab into a glass test tube, a macromolecule spiral, a scientific and medical examination concept, close-up

Negli ultimi anni, la saliva è passata da semplice fluido biologico a vero e proprio “specchio della salute” orale e sistemica. Sempre più studi mettono in luce il suo potenziale diagnostico grazie alla presenza di molecole, i cosiddetti biomarcatori, capaci di riflettere in tempo reale lo stato fisiologico o patologico di un individuo.

In un contesto in cui la medicina si orienta sempre più verso l’anticipazione del rischio e la personalizzazione delle cure, la possibilità di intercettare precocemente segnali patologici attraverso un campione salivare rappresenta un cambio di paradigma significativo.
Per il clinico, in particolare per l’odontoiatra, questo scenario apre nuovi orizzonti: dalla prevenzione delle malattie parodontali alla possibilità di contribuire all’identificazione precoce di patologie sistemiche come diabete, alcuni tumori o malattie autoimmuni.
La raccolta salivare è una procedura semplice, ripetibile e ben tollerata dai pazienti di tutte le età, il che la rende uno strumento ideale per applicazioni diagnostiche anche in ambito extra-ospedaliero.
Nonostante l’entusiasmo che accompagna questo campo in rapida evoluzione, restano tuttavia sfide importanti: la validazione clinica dei test, la standardizzazione dei protocolli e la loro reale integrazione nella pratica richiedono uno sforzo congiunto tra ricerca, innovazione tecnologica e formazione degli operatori sanitari.

Cos’è un biomarcatore e perché usarlo nella saliva?

Secondo la definizione del National Institutes of Health (NIH), un biomarcatore è “un indicatore oggettivo e misurabile di un processo biologico normale, patologico o della risposta a un trattamento terapeutico” (FDA-NIH Biomarker Working Group, 2016).
In altre parole, si tratta di una molecola che fornisce informazioni sullo stato di salute dell’organismo. Può essere una proteina, un acido nucleico, un metabolita, una molecola infiammatoria o una componente del microbiota.

I biomarcatori possono assumere una funzione:
• diagnostica, quando indicano la presenza di una patologia;
• prognostica, quando aiutano a predirne l’evoluzione clinica;
• predittiva, se anticipano la risposta a un trattamento;
• di monitoraggio terapeutico, quando consentono di valutare l’efficacia di una terapia in corso.

Tradizionalmente, l’analisi dei biomarcatori si è basata su campioni di sangue, urine o tessuti. Negli ultimi anni, però, l’attenzione si è spostata su fluidi alternativi, in particolare sulla saliva, che presenta vantaggi significativi:
• è facilmente accessibile → la raccolta è semplice, non invasiva, indolore, non genera stress nel paziente e non richiede personale specializzato né apparecchiature complesse;
• consente la rilevazione di molecole di interesse provenienti anche da organi distanti → grazie alla ricca vascolarizzazione delle ghiandole salivari e al continuo scambio con il sangue periferico, la sua composizione riflette non solo lo stato della cavità orale ma anche condizioni sistemiche, offrendo uno sguardo privilegiato sull’intero organismo.

Non mancano, però, alcune criticità.
La saliva è caratterizzata da una maggiore variabilità individuale rispetto ad altri fluidi biologici: fattori come dieta, igiene orale, farmaci, stress o ritmo circadiano possono modificarne la composizione. Inoltre, la bassa concentrazione di alcuni biomarcatori rende necessario l’impiego di tecnologie altamente sensibili e specifiche per garantirne la rilevazione. Proprio per questo, la ricerca attuale si sta concentrando sulla standardizzazione dei protocolli di raccolta, conservazione e analisi, con l’obiettivo di rendere i dati più affidabili e riproducibili.

Principali biomarcatori salivari e stato dell’arte nella diagnostica

I biomarcatori salivari studiati finora appartengono a diverse classi molecolari, ciascuna capace di fornire informazioni specifiche sullo stato infiammatorio, metabolico o neoplastico dell’individuo. Negli ultimi dieci anni la ricerca in questo campo si è intensificata notevolmente, con risultati promettenti sia in odontoiatria che in medicina generale.

Citochine e proteine infiammatorie

Numerosi studi hanno identificato nelle citochine pro e antinfiammatorie e nelle metalloproteinasi marcatori chiave per la parodontite e per altre patologie.
• Le interleuchine IL-1β, IL-6 e IL-10 sono associate alla gravità della parodontite (Relvas, 2024); in particolare IL-1β ha mostrato buona accuratezza nel distinguere la salute dalla malattia parodontale (Abdullameer, 2023).
• La combinazione tra IL-1β, coinvolta nelle fasi precoci, e MMP-8 (metalloproteinasi della matrice-8), coinvolta nella degradazione del collagene e quindi nella distruzione tissutale avanzata, si è dimostrata utile per migliorare l’accuratezza diagnostica e guidare la cura parodontale personalizzata (Sachelarie, 2025). Non a caso, test salivari point-of-care basati su MMP-8 sono già disponibili in alcuni Paesi per il monitoraggio clinico della malattia.
• Il fattore di necrosi tumorale alfa (TNF-α), invece, risulta spesso elevato non solo nella parodontite cronica (Varghese, 2015) ma anche in malattie autoimmuni (Kaczyński, 2019) e tumori epiteliali.
• Alcuni mediatori come IL-1β, IL-6, IL-8, IL-1RA (antagonista del recettore IL-1), IFN-γ, TNF-α, TNF-β, TNF-γ, MMP-9 si stanno rivelando particolarmente promettenti come marcatori per il carcinoma squamocellulare orale (OSCC), con livelli di sensibilità e specificità molto elevati, soprattutto per per IL-6, IL-8 e TNF-α (Rengasamy, 2025; Benito-Ramal, 2023).

RNA messaggeri e microRNA (miRNA)

Una delle aree più promettenti riguarda i microRNA (miRNA), piccoli frammenti di RNA non codificante che regolano l’espressione genica. Agendo come “interruttori molecolari”, possono inibire o favorire la produzione di specifiche proteine, comportandosi quindi come oncogeni o soppressori tumorali (Rishabh, 2021).
Tra i più studiati:
• miR-21, spesso sovraespresso in carcinomi orali e in diversi tumori solidi (mammella, polmone, colon);
• miR21 e miR184, rispettivamente sovra e sottoespresso in OSCC e in lesioni orali potenzialmente meligne [Garg, 2023];
• miR-125a, ridotto nei pazienti con OSCC e proposto come potenziale biomarcatore per il monitoraggio terapeutico;
• miR-200a e miR-31 implicati nei meccanismi di invasività e metastasi, rispettivamente sotto e sovraespresso negli stadi avanzati.
Questi miRNA salivari si sono dimostrati stabili, facilmente rilevabili mediante RT-qPCR e altamente specifici, anche se la loro validazione clinica su larga scala è ancora in corso (Prasad, 2024).

DNA tumorale circolante (ctDNA) e mutazioni specifiche

La saliva può contenere frammenti di DNA tumorale rilasciati da cellule neoplastiche, noti come ctDNA. Studi preliminari hanno identificato mutazioni puntiformi in geni chiave come:
• PIK3CA, frequenti in carcinoma orale e orofaringeo (Krüger, 2024);
• TP53, presente fino nel 68% dei tumori testa-collo (Nassar, 2024);
• KRAS, in pazienti con tumore pancreatico.
La buona concordanza tra ctDNA salivare e plasmatico fa ipotizzare un utilizzo combinato per diagnosi e monitoraggio prognostico.

Focus rapido

Come funziona la RT-qPCR

La RT-qPCR (Reverse Transcription Quantitative Polymerase Chain Reaction) è la tecnica più comune per rilevare e quantificare i miRNA salivari. L’RNA viene prima convertito in DNA complementare (cDNA) tramite retrotrascrizione (RT), quindi amplificato e misurato mediante PCR quantitativa (qPCR). Questo permette di valutare con precisione l’espressione dei miRNA o di altri trascritti di interesse, garantendo stabilità e specificità elevate.

Una visione integrata: la saliva “multi-omics”

La saliva si configura come un fluido biologico complesso, in grado di fornire un’ampia gamma di informazioni cliniche. L’approccio multi-omics, che integra analisi microbiologiche e molecolari per analizzare simultaneamente più tipi di biomarcatori presenti in un campione, rappresenta oggi una delle frontiere più promettenti della medicina di precisione, con potenziali applicazioni in prevenzione, diagnosi e monitoraggio personalizzato. Tuttavia, la maggior parte dei biomarcatori descritti si trova ancora in fase preclinica o di validazione su coorti limitate: sarà necessario attendere ulteriori conferme per l’applicazione routinaria su larga scala.

Metaboliti

La metabolomica salivare è un campo di ricerca in forte espansione, favorito dallo sviluppo di tecnologie analitiche sempre più sofisticate come la spettrometria di massa (MS) e la risonanza magnetica nucleare (NMR).
Queste tecniche permettono di analizzare con grande precisione i metaboliti, piccole molecole prodotte dal metabolismo cellulare, la cui concentrazione può variare in presenza di diverse patologie, sia locali che sistemiche.
La MS funziona come una sorta di “bilancia molecolare” ultra-sensibile: scompone le sostanze in particelle cariche (ioni) e ne misura il rapporto massa/carica, consentendo di identificarle e quantificarle anche in quantità molto piccole. La NMR, invece, fornisce una vera e propria “impronta chimica” del campione, basata sul comportamento dei nuclei atomici in un campo magnetico.
L’impatto clinico di queste metodiche emerge chiaramente se si osservano i risultati ottenuti negli ultimi anni in diversi ambiti patologici, dove la saliva ha dimostrato di riflettere con precisione cambiamenti metabolici significativi.
• Nell’OSCC sono stati identificati profili metabolici distinti, con modifiche nei pathway degli aminoacidi, della glicolisi e del ciclo dell’urea (Wang, 2014).
• Acido urico e urea salivari risultano significativamente alterati in soggetti con malattia renale cronica o sindrome metabolica.
• Il cortisolo salivare, già ampiamente validato come marcatore di stress cronico e disfunzioni endocrine come la sindrome di Cushing, riflette la frazione libera e biologicamente attiva dell’ormone, superando così i limiti del dosaggio sierico spesso influenzato dalle proteine di trasporto.
• Il profilo salivare di alcuni aminoacidi è stato correlato a condizioni quali carcinoma orale, diabete e infezione da H. pylori.
• Metaboliti come acido malonico, succinato e altri intermedi del ciclo dell’acido citrico e del metabolismo degli amminoacidi risultano associati alla presenza al carcinoma epatocellulare (HCC) (Hershberger, 2023).
• Studi sulla sindrome di Sjögren primitiva riportano una marcata riduzione della diversità metabolica salivare, con diminuzione di glicina, tirosina, acido urico e fucosio, verosimilmente correlata alla progressiva distruzione delle ghiandole salivari (Kageyama, 2015).

Microbiota salivare e marcatori batterici

L’analisi del microbiota salivare può fornire importanti informazioni sullo stato di salute orale e, in alcuni casi, sistemica. In particolare:
• la presenza di P. gingivalis è fortemente associata alla parodontite cronica e suggerita come possibile cofattore nella patogenesi del morbo di Alzheimer (Dominy, 2019);
• alcune specie di Fusobacterium risultano arricchite nei pazienti con carcinoma del colon;
• profili alterati del microbiota salivare sono stati descritti in soggetti con diabete di tipo 2, suggerendo un legame bidirezionale tra disbiosi orale e metabolismo glucidico (Long, 2017).

Nuove tecnologie per la rilevazione dei biomarcatori

L’innovazione tecnologica sta trasformando la saliva in un vero e proprio laboratorio tascabile: strumenti sempre più sensibili, rapidi e miniaturizzati consentono di rilevare biomarcatori con un livello di precisione fino a pochi anni fa impensabile. Tra le soluzioni emergenti troviamo biosensori, dispositivi lab-on-a-chip, nanotecnologie e intelligenza artificiale: tutti tasselli che, insieme, stanno aprendo la strada a una diagnostica salivare point-of-care (PoC), eseguibile direttamente accanto al paziente, con risultati in tempo reale e decisioni cliniche più rapide.

Biosensori e dispositivi lab-on-a-chip

I biosensori salivari sono piccoli dispositivi pensati per individuare in tempo reale anche piccolissime quantità di biomarcatori presenti nella saliva, come IL-6, cortisolo o ctDNA. Per farlo, combinano una componente biologica sensibile (ad esempio anticorpi o enzimi) con un sensore fisico (ottico, elettronico o elettrochimico) che trasforma la risposta biologica in un segnale misurabile e interpretabile.
Tra le applicazioni più promettenti troviamo i dispositivi lab-on-a-chip, veri e propri laboratori in miniatura che condensano in pochi centimetri quadrati tutte le fasi dell’analisi: dalla raccolta e filtrazione del campione salivare, fino alla reazione chimica e alla lettura del risultato.
Basati sulla microfluidica, lavorano con volumi micrometrici e garantiscono test rapidi, automatizzati e ad alta precisione, senza dover inviare campioni a un laboratorio centrale.
Un esempio pionieristico è l’Oral Fluid NanoSensor Test (OFNASET), sviluppato dal gruppo di David Wong all’UCLA, capace di rilevare contemporaneamente proteine e RNA salivari in pazienti con carcinoma orale, con tempi di risposta inferiori ai 15 minuti (Gau, 2007).
Grazie a queste tecnologie, la saliva si candida a diventare un fluido diagnostico di prima linea non solo in ambito clinico, ma anche per l’automonitoraggio domiciliare e nei contesti a basse risorse (Malon, 2014; Tang, 2025).

Intelligenza artificiale (AI) e machine learning

L’analisi dei dati multi-omics salivari (proteomica, genomica, metabolomica e metagenomica) genera un’enorme quantità di informazioni complesse, difficilmente interpretabili con i soli metodi statistici tradizionali. Qui entra in gioco il machine learning (apprendimento automatico), ramo dell’intelligenza artificiale che permette ai computer di “imparare” a riconoscere schemi e fare previsioni a partire da grandi dataset.
Un algoritmo, addestrato con i profili salivari di pazienti malati e sani, può individuare correlazioni invisibili all’occhio umano e riconoscere quali caratteristiche molecolari distinguono i due gruppi.
Una volta “allenato”, lo stesso modello diventa capace di applicare quanto appreso a nuovi campioni, supportando diagnosi e classificazioni.
Nel contesto salivare, l’AI può:
• riconoscere firme molecolari di malattie, cioè pattern di proteine, metaboliti, RNA o microbiota indicativi di una patologia;
• integrare dati multi-omics per individuare combinazioni di biomarcatori che da soli sarebbero difficili da interpretare.
Alcuni modelli di machine learning sono già stati
utilizzati con successo, distinguendo con elevata precisione pazienti con tumore del pancreas o carcinoma orale da soggetti sani (Zlotogorski-Hurvitz, 2019).
Nanotecnologie e tecniche di multiplexing
Le nanotecnologie e le tecniche di multiplexing stanno rivoluzionando l’uso della saliva a scopo diagnostico (Dong, 2022).
I nanosensori, grazie alle loro dimensioni estremamente ridotte e alla possibilità di essere programmati per riconoscere specifiche molecole, riescono a rilevare biomarcatori anche a concentrazioni quasi impercettibili. L’impiego di nanoparticelle permette inoltre di amplificare il segnale, rendendo i test più sensibili e capaci di identificare miRNA, ctDNA o proteine tumorali anche a livelli inferiori al picogrammo. Per esempio, alcuni prototipi di sensori salivari a base di nanoparticelle d’oro sono già in grado di individuare precocemente proteine correlate al carcinoma orale.
Parallelamente, le tecniche di multiplexing permettono di analizzare decine o centinaia di biomarcatori da un unico campione di saliva. Alcuni prototipi di chip salivari, ad esempio, riescono a misurare contemporaneamente interleuchine, marcatori di stress ossidativo e proteine correlate a tumori della testa e del collo. Questo approccio riduce tempi e costi ma soprattutto aumenta la precisione diagnostica: un aspetto fondamentale per le malattie multifattoriali, come quelle oncologiche o neurodegenerative.

Come funziona un nanosensore salivare in 3 step

1. Riconoscimento del biomarcatore. La superficie del nanosensore si lega a specifiche molecole biologiche presenti nella saliva (miRNA, ctDNA, ecc.) grazie a particelle o molecole chimiche funzionalizzate, che agiscono come un vero e proprio “velcro molecolare”.
2. Amplificazione del segnale. Il legame genera un segnale elettrico, ottico o chimico. L’uso di nanoparticelle permette di amplificare questo segnale, rendendo rilevabili anche quantità molto piccole di biomarcatori.
3. Rilevazione e lettura. Il segnale amplificato viene convertito in un dato leggibile, interpretabile tramite software o dispositivi portatili. Nei sistemi di multiplexing, un singolo campione può fornire informazioni su più biomarcatori contemporaneamente.

Prospettive future e implicazioni per la pratica odontoiatrica

L’impiego dei biomarcatori salivari apre scenari che vanno ben oltre la diagnosi delle sole patologie orali, favorendo una integrazione sempre più stretta tra odontoiatria e medicina sistemica. La saliva riflette non solo lo stato del cavo orale, ma anche condizioni metaboliche, cardiovascolari, immunitarie e oncologiche, rendendo il dentista una figura chiave nello screening di malattie sistemiche in fase precoce. Per il clinico si prospettano nuove opportunità: attraverso test rapidi e non invasivi basati sui biomarcatori salivari, sarà possibile affiancare alla pratica odontoiatrica tradizionale un approccio di medicina predittiva e preventiva. Il dentista potrebbe contribuire a identificare soggetti a rischio, avviare percorsi diagnostici interdisciplinari e migliorare l’aderenza dei pazienti a programmi di prevenzione integrata. Queste prospettive richiedono però una riflessione attenta sugli aspetti etici e legali legati alla raccolta e gestione dei dati biologici.
I biomarcatori salivari possono rivelare informazioni sensibili sulla salute sistemica, incluse predisposizioni genetiche
o rischi di malattie croniche.
È quindi fondamentale adottare protocolli rigorosi per il consenso informato, garantire trasparenza sull’uso dei dati e tutelare la privacy dei pazienti. In questo equilibrio tra innovazione scientifica e responsabilità clinica si gioca il futuro dell’odontoiatria come disciplina sempre più connessa alla salute globale del paziente.

 

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