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Materiali bioattivi e remineralizzazione dello smalto: nuove evidenze

Materiali bioattivi
White tooth model displaying structural protection and strengthening properties, symbolizing dental health, hygiene, and modern dentistry

La gestione delle lesioni iniziali dello smalto rappresenta oggi una priorità. D'altro canto, la ricerca scientifica privilegia ormai da tempo approcci conservativi e minimamente invasivi. In questo scenario, uno studio in vitro condotto presso il Dipartimento di Odontoiatria Pediatrica dell'Università Izmir Katip Çelebi, Izmir, Turchia, ha analizzato il ruolo dei materiali bioattivi nella remineralizzazione dello smalto. I ricercatori hanno utilizzato denti umani estratti per simulare condizioni cliniche controllate e valutare la capacità di questi materiali di favorire il recupero minerale dello smalto demineralizzato.

Obiettivo dello studio sui materiali bioattivi

Innanzitutto, i ricercatori hanno voluto confrontare l’efficacia di diversi materiali bioattivi: Fuji Triage, ACTIVA BioACTIVE Restorative, BeautiSealant, Premier BioCoat. Più precisamente, lo studio ha analizzato il loro potenziale remineralizzante su lesioni iniziali artificiali dello smalto. Per questo motivo, gli autori hanno impostato un approccio sperimentale di tipo comparativo. Inoltre, il protocollo ha incluso più tecniche di valutazione per migliorare l’affidabilità dei risultati. Nel complesso, lo studio ha mirato a misurare sia il recupero meccanico, sia quello minerale dello smalto.

Come s'è svolta la ricerca

In fase iniziale, i ricercatori hanno selezionato 120 molari umani sani estratti. Successivamente, hanno creato lesioni iniziali dello smalto mediante protocolli di demineralizzazione controllata. In seguito, hanno applicato quattro materiali bioattivi caratterizzati da composizioni differenti. Ciascun materiale ha mostrato modalità di rilascio ionico specifiche. Nel tempo, i ricercatori hanno monitorato la remineralizzazione dopo una settimana, un mese e tre mesi. A questo scopo, hanno misurato la microdurezza superficiale dello smalto trattato. Parallelamente, hanno analizzato la morfologia e la composizione chimica con microscopia elettronica e spettroscopia EDS. Infine, hanno valutato l’estensione della lesione mediante tecniche di fluorescenza indotta dalla luce. Nel loro insieme, questi metodi hanno consentito un’analisi completa del recupero minerale.

Risultati osservati

Nel complesso, tutti i materiali hanno aumentato significativamente la microdurezza dello smalto demineralizzato. Già nelle prime fasi, l’effetto è risultato chiaramente misurabile. Con il passare del tempo, il contenuto minerale dello smalto è aumentato. Dopo tre mesi, i valori minerali hanno raggiunto livelli simili a quelli dello smalto sano, con piccole differenze tra i materiali testati.

Implicazioni cliniche e conclusioni

Nel contesto clinico, i risultati indicano che i materiali bioattivi supportano attivamente la remineralizzazione dello smalto. Questi materiali favoriscono dunque la gestione non invasiva delle lesioni cariose iniziali, con un approccio che consente di preservare la struttura dentale sana. Nel loro insieme, i dati di questo studio, pubblicato su Scientific Reports, rafforzano l’importanza delle strategie preventive e conservative, confermando il crescente interesse per i materiali bioattivi.

Impianti short e ultra short: basi biologiche, biomeccanica e applicazioni cliniche

Impianti short e ultra short

Autori

Andrea Edoardo Bianchi

Riccardo Aiuto

Marco Vimercati

Francesco Sanfilippo

 

 

 

 

Reparto di Parodontologia e Implantologia dell’Istituto Stomatologico Italiano – Milano

Direttore Scientifico: prof. Andrea Edoardo Bianchi

 

Abstract

Negli ultimi anni, gli impianti corti hanno acquisito un ruolo centrale nelle riabilitazioni implantari di pazienti affetti da gravi atrofie ossee, offrendo vantaggi concreti rispetto alle tecniche di rigenerazione ossea. A differenza dei sostituti ossei, gli short implant hanno dimostrato nel tempo una maggiore stabilità e un’incidenza minore di complicanze. In questo aggiornamento monografico analizzeremo le basi biologiche e le applicazioni cliniche di questa metodica, presentando inoltre un protocollo operativo aggiornato nell’ambito dell’odontoiatria digitale.

Short and ultra short implants: biological bases, biomechanics and clinical applications

In recent years, short implants have gained a central role in the implant rehabilitation of patients with severe bone atrophies, offering tangible advantages over bone regeneration techniques. Unlike bone substitutes, short implants have demonstrated greater long-term stability and a lower incidence of complications. In this monographic update, we will analyze the biological foundations and clinical applications of this approach, also presenting an updated operative protocol within the context of digital dentistry.

 

Gli impianti short e ultra short, ossia di lunghezza ridotta, hanno un ruolo sempre più centrale nelle riabilitazioni implantari di pazienti con atrofie ossee marcate. Rappresentano un’alternativa valida e meno complessa rispetto alle procedure di rigenerazione ossea, con minore rischio di complicanze. Gli autori esplorano le potenzialità di questa tecnica, presentando un protocollo operativo sviluppato nell’ambito dell’odontoiatria digitale.

Introduzione e razionale

La perdita di osso alveolare dopo l’estrazione dentale è un fenomeno molto comune e significativo. Studi clinici prospettici hanno dimostrato che, nei 12 mesi successivi all’estrazione, la larghezza della cresta alveolare può ridursi fino al 50%, pari a una perdita di 5-7 mm di tessuto osseo, con circa due terzi di questa riduzione che si verifica nei primi tre mesi. La riduzione del volume osseo alveolare dopo l’estrazione può interferire con il posizionamento degli impianti dentali e influenzare il successo del trattamento protesico, fisso o rimovibile, sia dal punto di vista funzionale che estetico. Per questo motivo, è sempre auspicabile prevenire la perdita di tessuto. Tuttavia, se non vengono adottate strategie di preservazione del sito estrattivo, come la rigenerazione tessutale guidata o il posizionamento immediato di impianti, la quantità di osso disponibile potrebbe non essere sufficiente per un corretto posizionamento implantare, rendendo necessari interventi di rigenerazione ossea più complessi e invasivi. Da questa esigenza, sono nate e si sono affermate nel tempo strategie alternative per superare i limiti delle metodiche rigenerative, come l’impiego di impianti corti. Questi consentono di ovviare alla ridotta disponibilità ossea, offrendo soluzioni più conservative e meno invasive. Diventa quindi fondamentale intervenire tempestivamente per preservare il volume osseo e garantire il successo delle future riabilitazioni protesiche.

Background della ricerca

Una revisione della Cochrane condotta da Esposito M et al. nel 2009 conclude affermando che le tecniche di aumento osseo possono essere efficaci, ma non è ancora chiaro quale sia la migliore; gli impianti corti, inoltre, rappresentano una valida alternativa all’aumento verticale di osso nella mandibola atrofica. La revisione ci ricorda poi come le complicanze, soprattutto nelle tecniche di aumento verticale, siano frequenti.
Lo stesso autore, più recentemente (2019), ha poi effettuato una revisione di studi clinici randomizzati per confrontare il successo clinico di protesi fisse supportate da impianti di lunghezza compresa tra 4 e 8 mm con quelli di protesi supportate da impianti più lunghi inseriti in mandibole atrofiche verticalmente aumentate, dopo un follow-up di cinque anni. A cinque anni dal carico, i tassi di fallimento protesico e implantare erano simili tra i due gruppi, ma il numero e la gravità delle complicanze, così come la perdita ossea marginale peri-implantare, erano maggiori negli impianti lunghi inseriti in mandibole con aumento di osso verticale. Gli stessi autori aggiungono che saranno necessari studi più ampi e follow-up più lunghi (fino a 10 anni dopo il carico) per confermare o smentire questi risultati preliminari. Tuttavia, nel frattempo, gli impianti corti potrebbero rappresentare l’opzione preferibile.
Mendes PA et al. nel 2023 hanno effettuato un’ulteriore analisi degli studi presenti in letteratura, illustrando come gli impianti extra-corti si siano dimostrati altrettanto efficaci rispetto agli impianti standard inseriti in zone con innesto osseo, anche a lungo termine. Inoltre, hanno presentato meno complicanze biologiche, tempi di trattamento più brevi e una maggiore stabilità della cresta ossea peri-implantare.
A tal proposito, per quel che concerne la classificazione, come specificato anche da un ITI Consensus Report del 2018, ormai si tende a parlare di impianti short e ultra short con misure uguali o al di sotto dei 6 mm. Negli anni, infatti, le classificazioni sono state aggiornate e il range per considerare un impianto come corto è stato rivisto, rispetto agli 8 mm di un tempo.

La letteratura sembra d’accordo nell’affermare che il ruolo degli impianti corti è ormai cruciale nelle riabilitazioni implantari in osso atrofico, sia per quanto concerne la morbilità del paziente, sia per il successo clinico e medio e lungo termine.

Scopo della ricerca

Scopo di questo contributo è documentare l’opportunità offerta da un protocollo implanto-protesico graftless, che prevede l’impiego di impianti dentali corti, per la risoluzione di gravi atrofie dei mascellari. Come abbiamo visto, negli ultimi decenni è stato enfatizzato sia l’utilizzo di biomateriali sia di innesti di osso autologo; questi ultimi sono da sempre considerati il gold standard nelle tecniche di normalizzazione delle creste edentule a scopo implantoprotesico. La revisione della letteratura e i controlli clinici a distanza di pazienti trattati con innesti hanno spesso evidenziato l’instabilità dell’osso perimplantare che più facilmente sembra andare incontro a riassorbimento osseo o a fenomeni di perimplantite.
Per ovviare a questo problema, sempre più contributi clinici in letteratura propongono l’ancoraggio implantare in zone anatomiche complesse come l’area pterigoidea, zigomatica o transinusale; in realtà la chirurgia di questi distretti presuppone una curva di apprendimento specifica e operatori altamente esperti, in grado di gestire le gravi complicanze che possono derivare. L’utilizzo di impianti short e ultra short, invece, intende coniugare il concetto di mini-invasività, grazie allo studio digitalizzato dell’osso residuo, al potenziale biologico dell’osso nativo, indirizzando la modificazione del tessuto perimplantare attraverso l’induzione di un corretto carico protesico in grado di modificare la morfostruttura.
Gli impianti short e ultra short vogliono quindi conseguire il successo riabilitativo implantoprotesico là dove siano ancora presenti minime quote di osso nativo in zone crestali mascellari sub-antrali o in creste distali altamente atrofiche mandibolari, senza la necessità di una chirurgia preimplantare avanzata di integrazione con innesti per la normalizzazione del distretto atrofico.
La corretta comprensione delle regole che sottendono il successo degli impianti short e ultra short nelle varie tappe, dallo studio del caso alla corretta scelta dell’impianto attraverso uno studio di chirurgia guidata, fino a concretizzarsi in un carico protesico dilazionato secondo le regole biologiche dell’adattamento appositivo dell’osso, permette di formulare innovativi piani di trattamento nella risoluzione delle gravi atrofie ossee.

Gli impianti short e ultra short

Il protocollo di impianti short e ultra short è una metodica clinica che prevede l’utilizzo di impianti dentali limitati a 4-6 mm di lunghezza, prodotti e approvati dalle normative CEE ed FDA. Tale metodica, ormai consolidata nella comunità scientifica, prevede un protocollo chirurgico dedicato per la preparazione del sito ricettore, meglio se in chirurgia guidata o pilotata, con frese dotate di stop di profondità in modo da minimizzare la possibilità di provocare danni iatrogeni su strutture anatomiche di rispetto nel mascellare e nella mandibola.
L’utilizzo di questi impianti trova la sua massima espressione nella mandibola con gravi atrofie, determinate non solo dall’edentulia, ma soprattutto dall’utilizzo incondizionato di protesi rimovibili a supporto mucoso scheletriche o semplicemente incongrue, dalla guarigione di gravi processi osteitici di varia natura, da agenesie dentarie, traumi e interventi di resezione parziali per patologie che colpiscono il distretto.
Analoga indicazione è stata individuata nelle zone posteriori del mascellare superiore, dove l’atrofia grave si accompagna al riassorbimento crestale e alla pneumatizzazione del seno mascellare conseguenti alla perdita degli elementi naturali e quindi alla mancanza dei segnali provenienti dal parodonto.
A nostro avviso, gli impianti short e ultra short devono trovare anche un campo di applicazione più attuale nella risoluzione di edentulie in zone ad alto impatto estetico, in particolare in adulti giovani o di media età, quindi con una lunga aspettativa di vita.
L’evidence-based dentistry ha infatti dimostrato che, dopo circa sette anni dall’incorporazione degli impianti, i pazienti vanno maggiormente incontro a fenomeni di perimplantiti. La presenza di impianti standard (8-12 mm) rende gli operatori più cauti sia nell’indicare un intervento precoce di rimozione implantare sia nel ricorrere a tecniche di rigenerazione ossea, che peraltro non hanno ancora dimostrato una prevedibile re-osteointegrazione, probabilmente per l’impossibilità di ottenere una superfice implantare sterile.
L’atteggiamento che permane è quello di una prudente attesa accompagnata da una blanda terapia causale, lasciando di fatto proseguire l’avanzamento del cono di riassorbimento osseo, che di norma si approfonda lentamente in assenza di dolorabilità e con ascessi solo saltuari. L’impianto in questi casi viene rimosso solo alla perdita dell’ultima porzione di osteointegrazione anchilotica, quando la mobilità dello stesso sopravviene assieme a una dolorabilità spiccata. Di contro, di norma il danno tessutale osseo da una configurazione a imbuto iniziale si esprime con la perdita delle sottili pareti di corticale, esitando nel tempo in una guarigione che, il più delle volte, non permette un nuovo ripristino implanto-protesico congruo dal punto di vista estetico-funzionale.
Il nostro gruppo di lavoro è stato tra i promotori della sensibilizzazione del paziente più giovane a questo nuovo atteggiamento terapeutico, che vede nell’impianto più corto, quindi più facilmente rimovibile, non tanto l’insuccesso più precoce bensì il successo a lungo termine, considerando la possibilità di conservare il substrato per un nuovo ancoraggio implanto-protesico. Allo stesso modo, abbiamo applicato con successo questa metodica nella risoluzione implanto-protesica in un gruppo di pazienti adulti, più avanti con l’età rispetto al gruppo precedente, dove l’improvvisa perdita di denti decidui persistiti in arcata fino a quel momento aveva creato la necessità di risolvere una situazione di monoedentulia in un substrato osseo occupato dall’elemento dentario definitivo rimasto incarcerato in inclusione ossea e spesso ormai anchilotico.
Questa opzione, che senza presupposti biologici validi non avrebbe senso considerare, si è dimostrata una valida alternativa alla più invasiva chirurgia estrattiva preimplantare, condizione assoluta per posizionare impianti standard.

Presupposti biologici

L’osso è un tessuto che possiede la capacità intrinseca di adattarsi all’ambiente al quale è soggetto (Wolff 1870). Questa capacità di convivere con successo con le forze esterne è raggiunta e mantenuta solamente grazie al modellamento e rimodellamento adattativo del tessuto stesso, in risposta alle richieste meccanico-funzionali (Chamay e Tschanz 1972; Goodship et al. 1979; Churches e Howlet 1981; Lanyon et al. 1982). Come risultato, il tessuto osseo è continuamente costretto a un processo ricostitutivo tale da garantire massa idonea alle nuove esigenze funzionali intervenute (Rubin e Lanyon 1984, Rubin 1988).
Questo fenomeno rappresenta l’espressione dell’attività delle sue cellule che, apponendo o riducendo la quantità di matrice mineralizzata, adattano l’architettura dell’osso in modo che possa offrire la massima resistenza alle sollecitazioni con la minima quantità di materiale da costruzione (Lozupone e Favia 1982).
Il substrato osseo, che dopo l’incorporazione chirurgica dell’impianto ha organizzato soltanto la sua parte tessutale più prossima al titanio, in base alla specificità molecolare di questo (Albrektsson et al. 1982; Albrektsson 1983; Albrektsson e Hansson 1986; Albrektsson e Jacobsson 1987; Sennerby 1991), al momento del carico dovrà inevitabilmente riorganizzarsi verso un tessuto competente per rispondere alle esigenze meccaniche funzionali, in relazione alla nuova situazione biomeccanica intervenuta.
La maggior percentuale di insuccessi con protocolli che prevedono un carico differito degli impianti si verifica soprattutto nel primo periodo di funzionalizzazione (Brånemark et al. 1977; Adell et al. 1981). Questa complicanza è da attribuirsi a un’incapacità dell’osso perimplantare, riparato dopo l’incorporazione dell’inserto in condizioni di silenzio funzionale, di supportare un lavoro biomeccanico erogato improvvisamente, al momento della protesizzazione. Ciò conferma che, se i rapporti interfacciali tra impianti in titanio e tessuto osseo sono strettamente legati alle caratteristiche chimico-fisiche di superficie di questo materiale (Osborn e Newsley 1980; Furlong e Osborn 1991), la compatibilità di una riabilitazione implantare, in termini di stabilità secondaria e duratura nel tempo in condizioni di carico, è invece prerogativa del raggiungimento di un equilibrio ottimale tra sollecitazioni meccaniche e grado di competenza ossea a sopportarle (Bianchi et al. 1994a, 1994b, 1994c, 1994d, 1994e).
Il substrato osseo, che dopo l’incorporazione chirurgica dell’impianto ha organizzato soltanto la sua parte tessutale più prossima al titanio, in base alla specificità molecolare di questo (Albrektsson et al 1982; Albrektsson 1983; Albrektsson e Hansson 1986; Albrektsson e Jacobsson 1987; Sennerby 1991), al momento del carico dovrà inevitabilmente riorganizzarsi verso un tessuto competente per rispondere alle esigenze meccaniche funzionali, in relazione alla nuova situazione biomeccanica intervenuta. Gli impianti clinicamente stabili e che istologicamente hanno raggiunto un’anchilosi funzionale lavorano come un’unica struttura con l’osso circostante.
Questo insieme, che comprende l’inserto alloplastico e il tessuto di sostegno osseo, perfettamente adattato e rimodellato attorno alle superfici del biomateriale, può essere considerato come un unico sistema biomeccanico, definito unità osso-impianto (Bianchi et al. 1994a, 1994b, 1994c, 1994d, 1994e).
Sebbene quindi il problema della biocompatibilità degli impianti in titanio sia legato alle caratteristiche di superficie di questo materiale (Leventhal 1951; Berg e Emnéus 1967; Hench 1980; Osborn e Newsley 1980; McQueen et al. 1982), la compatibilità in termini di stabilità secondaria duratura nel tempo in condizioni di carico è prerogativa della formazione della suddetta unità osso-impianto.
Il processo, una volta che si è completato, diventa difficilmente alterabile in virtù della capacità del sistema di apportare modificazioni parcellari. Il sistema, definito unità osso-impianto, da un punto di vista biomeccanico rappresenta un meccanismo di trasferimento dei carichi funzionali al resto delle strutture mascellari; a differenza dei denti naturali, la mancanza del legamento parodontale fa sì che la trasmissione delle sollecitazioni occlusali si realizzi senza alcun meccanismo di ammortizzamento, direttamente al segmento osseo (Bianchi et al. 1994a, 1994b, 1994c, 1994d, 1994e). Questo sistema biomeccanico, che può apparentemente risultare deficitario, qualora l’impianto e il tessuto di sostegno siano considerati come due sistemi meccanici separati, con l’impianto che fa da tramite di dissipazione dei carichi tra la protesi e l’osso, diviene invece un punto di forza, se si considera che l’impianto e il tessuto osseo circostante funzionano come un unico sistema operativo, che opera in un solo tempo il trasferimento delle sollecitazioni occlusali al resto delle architetture mascellari.
In questo modo, l’assoluta rigidità dell’unità osso-impianto prevede come sistema di ammortizzamento e dissipazione del carico l’intera struttura di sostegno mascellare, ampliando l’originario concetto di osteointegrazione che, per quanto corretto, trova alcuni limiti in una visione condizionata ai soli rapporti interfacciali. L’unita osso-impianto rappresenta quindi l’espressione dell’applicazione di corrette basi biologiche, chirurgiche e funzionali, in associazione all’utilizzo di presidi alloplastici dotati di caratteristiche di bioinerzia superficiale (Bianchi et al. 1999).
Il successo clinico in una riabilitazione implanto-protesica si viene quindi a determinare indipendentemente dalla macromorfologia (forma) e micromorfologia (superfice) dell’impianto, bensì in base all’applicazione di un corretto protocollo sia al momento dell’incorporazione del morfotipo alloplastico sia negli step successivi, che determinano nella funzionalizzazione lo svolgersi di eventi biologici specifici; tutto ciò permette il raggiungimento e il mantenimento della condizione di unità osso-impianto, rappresentata da una stabile anchilosi funzionale, che si esprime istologicamente con analogie di carattere morfostrutturale.
Tutto questo è clinicamente raggiungibile mediante protocolli chirurgici che prevedano sterilità e raggiungimento di una stabilità primaria dell’impianto, che quindi verrà lasciato quiescente nei tempi previsti dalle scuole di osteointegrazione; diversa è la fase di funzionalizzazione, che non può invece essere standardizzata, ma deve seguire regole consone per ottenere una risposta biologica corretta all’erogazione del carico protesico.
L’utilizzo di tecniche implanto-protesiche a oggi disponibili come gli impianti short o ultra short (6 o 4 mm) non deve rappresentare quindi una visione dottrinaria dell’implantologia, ma un indirizzo in primo luogo determinato dalla versatilità del protocollo, adottato anche in relazione alla curva di apprendimento dell’operatore non solo in termini di protocollo chirurgico ma anche e soprattutto riguardo la conoscenza degli aspetti biologici che sono in grado di regolare una risposta adattiva del substrato osseo.
Nello specifico, l’osso perimplantare, superata la fase postchirurgica immediata attraverso eventi di tipo solo riparativo, rimane per il periodo definito di guarigione in silenzio funzionale, fino all’applicazione della sovrastruttura protesica.
Da questo momento l’inserto alloplastico, trasferendo al substrato un carico, determina una modificazione morfostrutturale dell’osso perimplantare (Brunski 1991).
La capacità di rimodellamento è intrinseca al tessuto osseo (Currey 1984a, 1984b ), mentre è ad appannaggio del protesista la possibilità di influenzare l’organizzazione in senso appositivo e non demolitivo (Hoshaw 1992). Ciò deve avvenire attraverso una funzionalizzazione controllata, alla ricerca di una situazione biomeccanica di equilibrio (Misch 1990).
Il tessuto osseo, distante dal momento della noxa chirurgica, ha esaurito, infatti, gran parte della spinta rigenerativa propria degli eventi riparativi e ristabilito un turnover metabolico rallentato dalla condizione di quiescenza per l’assenza di carico (Spector 1988) L’innesco di nuove attività cellulari di adattamento, in grado di modificare l’architettura dell’osso più prossimo alla superficie del biomateriale, necessita di un certo intervallo e di una richiesta graduale di lavoro.
La funzionalizzazione deve avvenire priva di condizioni di carico assiale eccessivo o di momenti flettenti che generano sovraccarico. Per evitare microfratture e riassorbimento dell’osso attorno alla porzione più crestale dell’impianto, è opportuno modulare questa richiesta approntando i provvisori in leggera sottocclusione e completamente svincolati da funzioni di guida. Si promuove così soltanto l’azione ritmica degli stimoli funzionali, generati durante la masticazione, per l’interposizione del bolo che ristabilisce il contatto tra le arcate antagoniste.
La conferma è che la maggior percentuale di insuccessi di impianti osteointegrati si realizza soprattutto nel primo periodo di funzionalizzazione (Albrektsson e Sennerby 1991). Tutto ciò lascia ipotizzare che in questi casi l’osso riparato, in condizioni di quiescenza attorno agli impianti, non è in grado, da un punto di vista biomeccanico, di sopportare il carico che deriva dalla protesizzazione degli stessi, oppure che il rimodellamento adattativo non è stato adeguatamente efficace da fornire una sufficiente massa e organizzazione ossea locale alle nuove condizioni di sollecitazione meccanica. La funzionalizzazione ritardata dell’impianto implica la trasformazione dello stato d’integrazione tessutale, dettato dalla riparazione postchirurgica in quiescenza, a quello di anchilosi funzionale con riorganizzazione traiettoriale dell’osso perimplantare.
Tipologie ossee D2 o D3 hanno capacità di adattamento più rapido di un osso D1 e più prevedibili di un osso D4.
In condizioni favorevoli il carico progressivo esaurisce la sua azione nell’arco di 3-6 mesi; un substrato particolarmente spongioso, come per esempio l’osso di tipo D1, può richiedere tempi prolungati fino a 12 mesi. Inoltre, altri parametri estrinseci al tessuto osseo, come il rapporto tra la resistenza dell’ancoraggio e lo sviluppo del braccio di leva delle corone, e le caratteristiche dell’arcata antagonista e dell’occlusione devono essere presi in debita considerazione nell’attuazione del programma di posizionamento degli impianti e di funzionalizzazione.
Ciò premesso, nello studio del piano di trattamento dei pazienti con gravi atrofie ossee, per quanto riguarda la risoluzione riabilitativa con impianti short e ultra short è necessario affidarsi a una metodologia clinica molto più rigida rispetto a quella adottata per gli impianti standard.

Il protocollo chirurgico deve essere definito attraverso lo studio quantitativo e qualitativo dell’osso residuo, sia con metodi di acquisizione con CBCT sia mediante programmi specifici che permettono di studiare il posizionamento degli impianti con asse di inserzione parallelo, in modo da semplificare la successiva fase protesica provvisoria e definitiva.
Riteniamo quindi opportuno declinare con estrema semplicità le fasi di raccordo tra i presupposti biologici prima enunciati e il protocollo clinico operativo che si vuole attuare.

Protocollo clinico-operativo

Presupposti clinici

È stata condotta una ricerca clinica retrospettiva su impianti osteointegrati Global D TwinKon. La scelta della tipologia implantare è stata dettata dalla macromorfologia dell’impianto che ha caratteristiche strutturali idonee per supportare carichi occlusali esasperati dalle corone protesiche, di norma più estese nella porzione apico-coronale. Inoltre, questa morfologia implantare prevede la bagnabilità della superfice con due cicli di mordenzatura SA2 acidificata, che favorisce la deposizione osteoblastica e garantisce uno standard di decontaminazione assoluto.
La micromorfologia rugosa si interrompe prima di un collo platform-switching lucido e dotato di poligono in testa, che permette di eseguire sia corone singole su monconi o avvitate sia di accettare pilastri MUA per protesi fisse di più elementi. Tale collo lucido permette una guarigione già transmucosa che annulla il cono di riassorbimento perimplantare, che, se pur fisiologico, condurrebbe alla riduzione della superfice di osteointegrazione con un rimodellamento adattivo in senso apicale.
La ricerca clinica, di cui riportiamo in questo aggiornamento solo alcuni esempi significativi, è stata realizzata grazie al supporto annuale all’Attività Scientifica dell’Istituto da parte dell’azienda.
Una volta chiarita la natura dello studio, vengono descritte di seguito alcune fasi cliniche, coadiuvate dall’implementazione delle tecnologie digitali, che, come vedremo, risultano fondamentali per questo tipo di protocollo.

L’accoppiamento dei file STL e DICOM: perché è così importante?

Quando si pianifica un intervento implantare, un passaggio fondamentale è l’accoppiamento – o fusione – dei file STL provenienti da scansioni intraorali o da modelli e dei file DICOM ottenuti da CBCT.
Questo processo permette di unire due insiemi di dati in un unico sistema di riferimento spaziale, così da poter lavorare in modo protesicamente guidato e con la massima precisione.
Il principio è sempre lo stesso, sia che si tratti di un paziente con edentulia parziale sia che si parli di un edentulo totale.
Ciò che cambia è la metodologia, perché nei primi casi i denti residui forniscono punti di riferimento naturali, mentre negli edentuli totali bisogna ricorrere a strategie alternative.

Caso 1: il paziente con edentulia parziale

Qui l’obiettivo è semplice: allineare la CBCT con la scansione intraorale, così da avere una base sicura per la pianificazione chirurgica e protesica. Come si procede?
Prima si raccolgono i dati: la CBCT del mascellare o della mandibola, dove siano ben visibili denti e strutture dure, e la scansione intraorale in formato STL, che restituisce con precisione denti e tessuti molli.
Entrambi i file vengono caricati nel software di pianificazione (tra i più usati: BlueSkyPlan, coDiagnostiX, Exoplan, 3Shape Implant Studio).
A questo punto si ricostruisce il volume 3D dai DICOM e si importano gli STL.
Arriva quindi il momento dell’allineamento: il software esegue un “best-fit alignment” sfruttando punti anatomici comuni, come cuspidi, creste alveolari o restauri dentali. Spesso viene utilizzato un algoritmo di riconoscimento delle superfici (ICP-Iterative Closest Point), che però può essere affinato manualmente.
Infine, si verifica la correttezza della fusione, controllando che margini gengivali, cuspidi e scanalature combacino perfettamente.

Caso 2: il paziente completamente edentulo

In questo caso la situazione è più complessa, perché mancano i denti, cioè i punti di repere più affidabili per l’allineamento. Per questo motivo si ricorre a protocolli specifici, con tre principali approcci.

1. Dual Scan Protocol con markers radiopachi:
  • la protesi totale viene preparata inserendo 3/6 markers radiopachi in posizioni asimmetriche (meglio se in composito radiopaco, più pulito rispetto alla guttaperca);
  • si esegue una prima CBCT con la protesi in bocca e una seconda della sola protesi;
  • il software utilizza i markers per sovrapporre i due dataset, consentendo in seguito anche l’allineamento con la scansione STL della protesi.

È il metodo più preciso ed è considerato il gold standard.

2. Allineamento basato su tessuti molli o cresta edentula:
  • si esegue una CBCT del paziente senza protesi (o con un bite trasparente);
  • si scansiona la cresta edentula in STL;
  • l’allineamento avviene manualmente, utilizzando punti come la tuberosità o il palato.

È un metodo meno accurato rispetto al protocollo con markers.

3. Protesi come guida radiologica:
  • si realizza una copia della protesi in resina trasparente, con markers radiopachi, che funge da guida radiologica;
  • il paziente esegue la CBCT con la guida in situ;
  • la guida viene poi scansionata in STL e il software utilizza i markers per allinearla alla CBCT.
Suggerimenti derivanti dalla nostra pratica clinica
  • Negli edentuli totali, quando possibile, è sempre meglio adottare il Dual Scan Protocol.
  • La CBCT dovrebbe essere impostata a bassa dose, ma con alta risoluzione (voxel inferiori a 200 μm), in modo da migliorare la precisione dell’allineamento.
  • Alcuni software (come Blu Sky Plan e coDiagnostiX) offrono algoritmi più evoluti che semplificano e velocizzano il processo di matching delle immagini acquisite con 3Shape.
Una checklist utile

Per non tralasciare passaggi importanti, è utile avere una lista operativa a portata di mano.

Paziente edentulo parziale: fusione CBCT + STL intraorale.

Paziente completamente edentulo:

  • opzione A: Dual Scan Protocol (consigliata).
  • opzione B: matching su tessuti molli/cresta edentula.
  • opzione C: guida radiologica.

Verifica finale: controllare sempre la corrispondenza delle superfici e correggere eventuali disallineamenti.

Gestione dei casi con molti restauri metallici

La presenza di corone, ponti o amalgama può creare artefatti che peggiorano la qualità della CBCT e complicano l’allineamento. Ecco alcuni accorgimenti:

  • ottimizzare le impostazioni tecniche della CBCT per ridurre gli artefatti da metallo;
  • aumentare milliamperaggio;
  • rimuovere tutti gli oggetti mobili (protesi, bite, piercing, ponti provvisori);
  • utilizzare morsi in silicone trasparente per stabilizzare le arcate durante la scansione;
  • assicurarsi che il paziente sia ben centrato e immobile;
  • valutare l’uso dell’algoritmo MAR (Metal Artifact Reduction) utile per la fusione STL–DICOM, ma da disattivare temporaneamente se si effettuano misurazioni densitometriche, per evitare alterazioni nella valutazione dell’osso.

In questo modo, l’intero processo di fusione tra STL e DICOM diventa non solo più chiaro, ma anche più sistematico e replicabile nella pratica clinica quotidiana.

Protocollo protesico per il carico dilazionato

Durante la fase di riparazione della ferita chirurgica, l’assenza di movimenti relativi dell’impianto – definita stabilità primaria – deve essere ottenuta con modalità diverse di ancoraggio; quindi, negli impianti short e ultra short, sono maggiormente indicate metodiche chirurgiche implantari che prevedono frese per l’alesaggio del sito ricettore degli impianti non solo del diametro del nocciolo implantare, ma anche sovra e sotto dimensionate.
Terminata la fase di riparazione, detta clinicamente periodo di guarigione, l’osteointegrazione in condizione di carico protesico, definita anche stabilità secondaria, è mantenuta dal substrato osseo nel primo periodo a condizione che l’intensità, la direzione e il verso delle sollecitazioni occlusali che gravano sull’impianto e che vengono propagate all’osso siano tali da stimolare il tessuto osseo in senso appositivo, senza provocare tensioni e deformazioni all’interfaccia in grado di indurre un adattamento in senso demolitivo.
Il successo clinico in una riabilitazione implanto-protesica, a maggior ragione se realizzata con impianti short e ultra short, si viene a determinare indipendentemente dalla macromorfologia dell’impianto, bensì in base all’applicazione di un corretto protocollo di carico.
Nell’utilizzo di impianti short e ultra short il protesista non deve essere ancorato a una visione ordinaria dell’implantologia, ma tenere conto degli aspetti biologici e conseguire l’adattamento osseo, di norma nei dodici mesi successivi al carico protesico, con protocolli di carico dilazionato implantare dalla sottocclusione alla morfologia protesica definitiva.
Tale condizionamento graduale del substrato, definito da Misch (1990) progressive bone loading attuato mediante la protesi provvisoria, consente una maggiore prevedibilità dell’adattamento funzionale del tessuto osseo verso la condizione di resistenza al carico. La funzionalizzazione deve quindi avvenire attraverso la modificazione graduale della morfologia delle corone protesiche provvisorie (Balshi 1990).
La funzionalizzazione deve avvenire inizialmente priva di carico assiale eccessivo o di momenti flettenti che generano sovraccarico. Il manufatto è inizialmente allestito con una superficie occlusale ridotta e in modica sottocclusione nei posteriori e svincolato da compiti funzionali di guida negli anteriori.
Si promuove così l’azione ritmica degli stimoli funzionali generati dalla masticazione per l’interposizione del bolo che ristabilisce il contatto tra le arcate.
Questo assume nel tempo, attraverso successive modifiche, le caratteristiche adatte all’ambito protesico in cui è inserito; i tempi e le modalità di funzionalizzazione, cioè gli intervalli e l’entità delle modifiche morfologiche tra un manufatto protesico provvisorio e uno successivo, dovranno essere considerati in funzione della qualità osseo.

Casi clinici

Di seguito vengono riportati due casi clinici emblematici, affrontati presso il Reparto di Parodontologia e Implantologia dell’Istituto Stomatologico Italiano, ove la progettazione digitale degli short implant si è rivelata indispensabile sia per minimizzare la morbilità del paziente sia per ottenere il successo clinico testimoniato dai follow-up.  Nel primo caso viene trattata una paziente caucasica, 57 anni, che presenta i canini superiori inclusi; in seguito alla estrazione dell’elemento 6.3, si è resa necessaria la riabilitazione implanto-protesica del 2.3 (Figura 1).

Impianti short e ultrashort
1. Programmazione di un impianto short in presenza di un canino incluso (2.3)

Tuttavia, la paziente rifiutava l’estrazione del 2.3 incluso e pertanto è stato proposto un protocollo con short implant (Figure 2-3).

Impianti short e ultra short
2. Fasi chirurgiche in implantologia guidata
Impianti short e ultra short
3. Follow-up clinico e radiologico a tre anni

Nel secondo caso, invece, viene affrontata una situazione clinica complessa (Figura 4).

Impianti short e ultrashort
4. Paziente riabilitato con impianti tradizionali e zigomatici

Il paziente, maschio, 63 anni, di etnia caucasica, è stato riabilitato dapprima con impianti tradizionali e impianti zigomatici; successivamente, viene programmato un intervento di implantologia guidata (Figura 5) per gestire la grave atrofia del settore 4 (Figure 6-7).

5. Si programma l'intervento in chirurgia guidata per la grave atrofia ossea del settore 4
Impianti short e ultrashort
6. Il controllo radiologico permette di apprezzare la congruità con il progetto digitale
Impianti short e ultra short
7. Il controllo a cinque anni dimostra la stabilità della riabilitazione implanto-protesica

La metodica con impianti Global D descritta in entrambi i casi ha permesso di disporre di una trousse implantare con frese in grado di realizzare una sottopreparazione o una sovrapreparazione del sito di incorporazione implantare in base alla densità ossea da affrontare nel mascellare e nella mandibola (Figura 8).

Impianti short e ultra short
8. La trousse implantare è stata ideata con frese in grado di realizzare una sottopreparazione o una sovrapreparazione del sito di incorporazione implantare in base alla densità ossea da affrontare

Conclusioni

Alla luce di quanto descritto, sia da un punto di vista biologico che clinico-pratico, è possibile comprendere meglio quanto sia vantaggiosa, in termini di morbilità e di minore invasività, la gestione della riabilitazione implanto-protesica con impianti short e ultra short.
In base alle più recenti evidenze scientifiche è inoltre ormai chiaro, laddove vi siano le corrette indicazioni, come lavorare sul solo osso nativo del paziente, e non su un substrato osseo rigenerato, non solo rappresenti un presupposto fondamentale per la predicibilità clinica del risultato, ma sia fondamentale per ridurre considerevolmente le complicanze postoperatorie e i fallimenti.
La condizione necessaria affinché si possa portare a termine un protocollo come quello descritto è, tuttavia, la scelta di un carico differito, che nel caso del mascellare superiore può comportare fino a 12 mesi di attesa.
La tecnologia, infine, permette di coniugare le conoscenze biologiche e le esperienze cliniche per favorire, anche tra gli operatori più esperti, un migliore flusso di lavoro, a tutto vantaggio della sicurezza, della qualità e della comunicazione medico-paziente.

 

Bibliografia
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La gestione dei tessuti molli in protesi: perché fa davvero la differenza

gestione dei tessuti molli

Nella pratica protesica quotidiana, la gestione dei tessuti molli è spesso percepita come una fase “di contorno”. In realtà, è uno dei passaggi più critici per il successo funzionale ed estetico del restauro, come sottolinea una review condotta presso il Dipartimento di Protesi Dentaria e Protesi Fissa del "Mahatma Gandhi" Dental College and Hospital di Jaipur, India. Gli autori dello studio hanno analizzato la letteratura internazionale prodotta in ambito accademico e clinico, con l’obiettivo di fare il punto sulle strategie di controllo e di retrazione dei tessuti gengivali in protesi. Una retrazione gengivale inadeguata, un sanguinamento non controllato o un profilo di emergenza mal progettato possono infatti compromettere anche il miglior manufatto protesico.

Perché i tessuti molli contano (più di quanto si pensi)

Il tessuto gengivale non è solo una barriera biologica, ma un vero e proprio elemento di interfaccia estetico-funzionale tra la protesi e l'organismo. Una gestione efficace consente di migliorare la precisione delle impronte, sia analogiche sia digitali, e di ottenere margini protesici più leggibili e accurati. Ma anche di ridurre l'infiammazione e il sanguinamento, e di garantire risultati estetici più stabili nel tempo. Questo approccio è valido sia nella protesi su denti naturali sia, con maggiore attenzione, in ambito implantoprotesico.

Tecniche di retrazione: tradizione e innovazione

La retrazione gengivale è uno degli strumenti centrali per accedere correttamente al margine di preparazione. Le tecniche tradizionali meccaniche, come l’impiego di corde retraenti con o senza impregnazione, convivono oggi con soluzioni chimiche e meccano-chimiche, e con paste e gel retraenti di più recente introduzione, spesso meno traumatici e più rapidi da applicare. Nessuna tecnica può essere considerata universale. La scelta deve sempre tenere conto del biotipo gengivale, della profondità del solco e del tipo di restauro protesico previsto.

Dente naturale e impianto: due mondi diversi

Un errore ancora frequente, fanno notare gli autori dello studio, è applicare le stesse logiche di gestione dei tessuti molli ai denti naturali e agli impianti. In realtà, il tessuto perimplantare è biologicamente più fragile e meno tollerante agli stress meccanici e chimici, e per questo richiede una pianificazione più accurata. In implantoprotesi, la gestione dei tessuti molli inizia molto prima della presa dell’impronta. Passa attraverso la progettazione del profilo di emergenza, il condizionamento progressivo dei tessuti e una attenzione costante all’"estetica rosa". Con una protesi che non si limita a registrare i tessuti, ma li modella nel tempo.

Il ruolo del digitale

Scanner intraorali e workflow digitali non eliminano la necessità di una corretta gestione dei tessuti molli, anzi, la rendono ancora più evidente. Senza un adeguato controllo gengivale anche le tecnologie più avanzate non riescono a rilevare correttamente i margini di preparazione. Retrarre i tessuti, mantenere il campo asciutto e garantire visibilità sono prerequisiti imprescindibili.

I tessuti molli al centro dell'attenzione

La gestione dei tessuti molli non è dunque un dettaglio tecnico, ma una competenza clinica centrale nella protesi moderna. Dedicarvi tempo e attenzione significa ridurre i rifacimenti, aumentare la predicibilità dei risultati, migliorare l’estetica e la stabilità nel tempo e incrementare la soddisfazione del paziente. In un’odontoiatria sempre più orientata alla qualità e al dettaglio, ignorare questo aspetto non è più possibile, come ribadito dalla review pubblicata sul World Journal of Methodology.

Il reimpianto intenzionale nella gestione conservativa della parodontite

Reimpianto intenzionale

La parodontite avanzata porta spesso alla perdita dell’elemento dentale. In molti casi, infatti, la distruzione del supporto parodontale compromette la prognosi a lungo termine. L’odontoiatria conservativa ricerca strategie capaci di preservare il dente naturale. Uno studio clinico condotto presso l'Ospedale Centrale di Handan, Cina, ha analizzato l’impiego del reimpianto intenzionale come opzione terapeutica nei denti affetti da parodontite severa. I ricercatori hanno condotto lo studio in ambito ospedaliero e universitario, trattando casi con indicazione iniziale all’estrazione.

Razionale biologico della tecnica di reimpianto intenzionale

Il reimpianto intenzionale prevede l’estrazione programmata del dente seguita dalla sua reinserzione nello stesso alveolo. Questa procedura consente al clinico di trattare la superficie radicolare in ambiente extra-orale. L’operatore può rimuovere completamente placca, tartaro e tessuto di granulazione. Inoltre, il controllo diretto della radice migliora l’efficacia della decontaminazione. Secondo la ricerca, questo aspetto risulta cruciale nei casi di parodontite avanzata localizzata.

Indicazioni cliniche nella parodontite

Lo studio identifica indicazioni precise per l’utilizzo del reimpianto intenzionale in ambito parodontale. La tecnica risulta applicabile nei denti con parodontite severa localizzata e perdita ossea avanzata. Gli autori includono i casi con difetti parodontali complessi non gestibili con terapia non chirurgica o chirurgica convenzionale. La metodica trova indicazione quando la mobilità dentale appare potenzialmente reversibile. Il dente deve presentare radici strutturalmente integre e assenza di fratture verticali complete. La selezione del paziente riveste un ruolo fondamentale. Il protocollo richiede buona igiene orale e controllo dei fattori di rischio.

Protocollo operativo e fattori critici

Gli operatori eseguono un’estrazione atraumatica per preservare il legamento parodontale. Successivamente, trattano la superficie radicolare in tempi rapidi. Il tempo extra-alveolare rappresenta un fattore determinante per il successo biologico. Dopo la detersione, il clinico reinserisce il dente nella sede originale. Quando necessario, applica una stabilizzazione temporanea. Il follow-up clinico e radiografico consente di monitorare guarigione e stabilità parodontale.

Risultati e implicazioni cliniche

I risultati mostrano che molti denti reimpiantati mantengono funzione e comfort nel tempo. Le valutazioni radiografiche evidenziano una riduzione dei difetti parodontali. Il successo dipende da una rigorosa selezione dei casi e da un’esecuzione tecnica accurata. Gli autori escludono la metodica nei casi di parodontite generalizzata non controllata o di supporto residuo insufficiente. La ricerca, pubblicata su Medicine, conferma il reimpianto intenzionale come strategia parodontale conservativa nei casi limite. Questa tecnica non sostituisce la terapia parodontale tradizionale, ma amplia le possibilità cliniche per preservare denti altrimenti destinati all’estrazione.

Adempimenti e scadenze del mese di gennaio

Adempimenti e scadenze

Debutta a fine mese l’invio al Sistema tessera sanitaria dei dati dei documenti di spesa per l’intero anno 2025 e non più per il solo semestre. L’adempimento, che riguarda dentisti e igienisti dentali per le fatture emesse direttamente nei confronti dei pazienti, richiede attenzione in quanto in caso di omissione, tardività o errori, le sanzioni previste sono severe.
Sempre entro la fine del mese, ma cadendo di sabato la scadenza finale “slitta” al 2 febbraio, chi avesse deciso di assolvere l’imposta di bollo sulle fatture emesse verso i pazienti, in “forma virtuale”, cioè senza la materiale apposizione della marca da bollo sul documento, scelta che peraltro dipende dalla concessione di apposita autorizzazione da parte della competente Direzione regionale dell’Agenzia delle entrate, i cui estremi sono da indicare su ogni fattura emessa, dovrà presentare la prescritta dichiarazione annuale. Sempre in relazione al bollo, scade il termine per variare i dati recepiti dall’Agenzia delle entrate relativamente alle fatture elettroniche emesse nel trimestre precedente.
Per chi, professionisti e imprese, sostiene spese qualificabili come pubblicitarie per inserzioni sulla stampa quotidiana e periodica, anche on line, nel mese scade un adempimento necessario per poter approfittare del credito d’imposta sugli incrementi della spesa eventualmente intervenuti nel 2025 rispetto all’anno precedente.
Alla cassa le società di capitali per il versamento della ritenuta a titolo di imposta definitiva del 26% sugli utili corrisposti ai soci non imprenditori nel trimestre precedente. Il mese si chiude con la quarta rata di “quota B” di Enpam, dovuta sui contributi calcolati sul reddito del 2024, ma solo per chi avesse scelto il versamento di questa contribuzione obbligatoria in nove rate.

Datori di lavoro

Lunedì 12 gennaio

Pagamenti

  • Somme corrisposte ai dipendenti. Tutte le somme e i valori in genere corrisposti ai dipendenti entro questa data sono imponibili nel 2025 per quanto riguarda il reddito del dipendente, non per quello del datore di lavoro tassato “per cassa”, che dovrà considerare queste somme e valori deducibili nel 2026. Si tratta del “principio di cassa allargato”, che vale anche per i redditi assimilati a quelli di lavoro dipendenti quali quelli corrisposti agli amministratori di società;

Giovedì 15 gennaio

Comunicazioni

  • Assistenza fiscale. I datori di lavoro devono comunicare direttamente ai dipendenti di voler prestare assistenza fiscale entro oggi.

 

Agenzia delle entrate

Venerdì 9 gennaio

  • Investimenti pubblicitari 2025 - Credito d'imposta - Presentazione dichiarazione sostitutiva. Termine iniziale per presentare in via telematica utilizzando i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate, la dichiarazione sostitutiva relativa agli investimenti in campagne pubblicitarie sulla stampa quotidiana e periodica, anche on line, effettuati nel 2025 al fine di beneficiare dell’apposito credito d’imposta nella misura del 75% del valore incrementale dei suddetti investimenti. La dichiarazione può essere presentata fino al 9/2/2026.

Giovedì 15 gennaio

Adempimenti contabili

  • Fatture differite. Termine ultimo per l’emissione delle fatture differite riferite alle operazioni del mese precedente (per gli importi incassati dallo stesso paziente e non ancora fatturati, purché “tracciati”, è possibile emettere una sola fattura riepilogativa entro la data odierna);
  • Acquisti intracomunitari, annotazione. Termine ultimo per l’annotazione nel registro degli acquisti e in quello delle vendite delle fatture di acquisto ricevute nel mese precedente, con riferimento a tale mese.

Regolarizzazioni

  • Autofattura di acquisto intracomunitario. Termine ultimo per i soggetti che nel mese di luglio hanno effettuato acquisti intracomunitari di beni o servizi per i quali non hanno ricevuto la relativa fattura entro il mese di dicembre 2025, per emettere autofattura;
  • Autofattura integrativa di acquisto intracomunitario. I soggetti che hanno effettuato acquisti intracomunitari di beni o servizi, se hanno ricevuto una fattura indicante un corrispettivo inferiore a quello reale, devono emettere autofattura integrativa in relazione alle fatture registrate nel mese precedente;

Comunicazioni

  • “Esterometro”. scade il termine per inviare tramite lo SDI, il servizio pubblico per l’invio delle fatture elettroniche, la comunicazione dei dati delle operazioni transfrontaliere passive, relative ad acquisti di beni e servizi da operatori: UE la cui fattura è stata ricevuta nel mese precedente; extra UE, se l’operazione è stata effettuata nel mese precedente; la comunicazione non riguarda le operazioni per le quali è stata ricevuta una bolletta doganale o una fattura elettronica e gli acquisti di beni e servizi non rilevanti territorialmente ai fini IVA in Italia ai sensi degli artt. 7 - 7-octies del DPR 633/72, qualora siano di importo non superiore a 5.000,00 euro per singola operazione;

Venerdì 16 gennaio

Comunicazioni

  • “Dati aggiuntivi”, datori di lavoro con massimo cinque dipendenti al 31/12/2024, termine entro il quale il sostituto d’imposta deve trasmettere in allegato al modello F24 con il quale versa le ritenute fiscali mensili dei suoi dipendenti il nuovo modello denominato “PROSPETTO DELLE RITENUTE/TRATTENUTE OPERATE” sui redditi di lavoro dipendente o autonomo, ovvero a questi assimilati, relative al mese precedente; si tratta di una scelta facoltativa, in alternativa alla presentazione del consueto “modello 770” annuale.

Versamenti

  • Addizionali comunali all'IRPEF, lavoro dipendente e assimilati, versamento rata dell'acconto per l'anno in corso;
  • Ritenute d’acconto operate nel mese precedente, versamento delle ritenute operate sui compensi di lavoro autonomo e sui compensi per lavoro dipendente e assimilato corrisposti nel mese precedente;
  • Imposta sostitutiva dell’Irpef e addizionali regionali e comunali, sulle somme erogate ai dipendenti, nel mese precedente, in relazione a incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione;
  • Iva mensile, contribuenti mensili che effettuano solo operazioni esenti, liquidazione e versamento dell'Iva dovuta relativa al mese precedente per gli acquisti di beni e servizi con obbligo di applicazione del “reverse charge”; se l’imposta da versare non è superiore a 100 euro, il versamento può essere effettuato insieme a quello relativo al mese successivo;

Sabato 31 gennaio

Comunicazioni

  • Tessera sanitaria, invio dei dati dell’intero 2025. Scade il termine per eseguire o completare l’invio dei dati dei documenti di spesa (fatture) relativi al 2025 al “Sistema tessera sanitaria”;

Imposta di bollo sulle fatture elettroniche emesse tramite SDI, nel trimestre ottobre-dicembre. Integrazione dei dati proposti dall'Agenzia delle Entrate, per variare i dati comunicati dall’Agenzia delle Entrate qualora risultino fatture soggette a imposta di bollo laddove il contribuente non lo abbia indicato nella fattura emessa.

Lunedì 2 febbraio

Comunicazioni

  • Tessera sanitaria, esercizio del diritto di opposizione da parte dei pazienti. I cittadini devono entro oggi comunicare all’Agenzia delle entrate la loro volontà di non rendere disponibili per la dichiarazione precompilata i dati relativi alle spese sanitarie sostenute nel 2025.

Dichiarazioni

  • Imposta di bollo assolta in modo virtuale. Presentazione della "dichiarazione dell'imposta di bollo assolta in modo virtuale" contenente l'indicazione del numero degli atti e documenti emessi nell'anno precedente, distinti per voce di tariffa, e degli altri elementi utili per la liquidazione dell'imposta, esclusivamente in via telematica, direttamente o tramite intermediari abilitati, utilizzando il modello pubblicato sul sito dell’Agenzia delle entrate;

Inps

Venerdì 16 gennaio

Versamenti

  • Contributi previdenziali dei lavoratori dipendenti, obbligatori a carico del datore e del dipendente e oneri sociali sugli stipendi corrisposti nel mese precedente;
  • Contributi della “Gestione separata” dovuti dai committenti, versamento delle quote a carico dei committenti di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa e alle società che corrispondono compensi agli amministratori che possono qualificare questo compenso come “assimilato” al lavoro dipendente, relative ai compensi corrisposti nel mese precedente;

Imprese

Venerdì 16 gennaio

Versamenti

  • Dividendi - Trimestre precedente - Versamento delle ritenute operate. Le società che nel trimestre precedente hanno corrisposto utili in denaro o in natura ai soci che non rivestono la qualifica di imprenditori devono versare la ritenuta a titolo di imposta definitiva del 26%.

Sabato 31 gennaio

Adempimenti documentali

  • Libro degli inventari, redazione e sottoscrizione, l’inventario dev’essere redatto all’inizio dell’esercizio dell’impresa e, successivamente, ogni anno entro tre mesi dal termine per la presentazione della dichiarazione dei redditi.

Enpam

Sabato 31 gennaio

Versamenti

  • Quota B, quarta delle nove rate previste per chi avesse scelto questa modalità di rateazione con la domiciliazione bancaria.

 

Bruxismo e malattie reumatiche: un legame da considerare

Bruxismo
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Il bruxismo è una condizione frequente nella pratica clinica odontoiatrica e, negli ultimi anni, ha assunto un ruolo sempre più centrale nella valutazione dei pazienti con dolore orofacciale. In questo contesto, un recente studio condotto presso lo Jagiellonian University Medical College di Cracovia, Polonia, ha analizzato in modo sistematico il possibile legame tra il bruxismo e le malattie reumatiche infiammatorie. Con l’obiettivo di chiarire se queste condizioni possano influenzarsi in modo reciproco e quali siano le ricadute cliniche.

Definizione e impatto clinico

Com'è noto, il bruxismo è un’attività involontaria dei muscoli masticatori, caratterizzata da serramento o digrignamento dentale, che può manifestarsi sia durante il sonno sia nelle ore diurne. Dal punto di vista odontoiatrico, questo disturbo rappresenta un importante fattore di rischio per usura dentale, fratture, ipersensibilità e disturbi dell’articolazione temporomandibolare (ATM). La diagnosi risulta spesso complessa, poiché si basa sull’integrazione tra segni clinici, sintomi riferiti dal paziente e valutazione funzionale.

Le malattie reumatiche infiammatorie

Parallelamente, le malattie reumatiche infiammatorie, come l’artrite reumatoide, l’artrite psoriasica e la spondiloartrite assiale, sono patologie sistemiche caratterizzate da un’infiammazione cronica delle articolazioni. In particolare, in una quota di pazienti può essere coinvolta anche l’ATM, con conseguente dolore, limitazione funzionale e alterazioni strutturali. Pertanto, questi quadri clinici possono sovrapporsi ai classici disturbi temporomandibolari di interesse odontoiatrico.

L’associazione tra bruxismo e patologie reumatiche

Alla luce di queste premesse, la review analizza criticamente le evidenze disponibili sull’associazione tra il bruxismo e le malattie reumatiche infiammatorie. Da un lato, i dati suggeriscono che i pazienti reumatici presentano più frequentemente dolore orofacciale e segni compatibili con il bruxismo. Dall’altro, non è ancora chiaro se il bruxismo sia una conseguenza diretta dell’infiammazione articolare o, al contrario, un possibile fattore aggravante delle disfunzioni dell’ATM. Di conseguenza, il rapporto causa-effetto resta oggetto di dibattito scientifico.

Le implicazioni per il dentista

Questi risultati sottolineano l’importanza di un approccio diagnostico più ampio. In particolare, in presenza di bruxismo associato a dolore articolare persistente o rigidità mattutina, può essere opportuno considerare una possibile patologia reumatica sottostante. E la collaborazione con il reumatologo, in quest’ottica, potrebbe assumere un particolare valore per impostare un percorso terapeutico realmente integrato.

Un legame da considerare

In conclusione, il rapporto tra bruxismo e malattie reumatiche infiammatorie rappresenta un ambito di crescente interesse per l’odontoiatria moderna. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Rheumatology International, evidenzia la necessità di ulteriori studi clinici longitudinali. Per il dentista, riconoscere questo possibile legame significa migliorare la gestione del paziente e contribuire a una visione sempre più ampia della salute orale e sistemica.

Webinar – L’Analgesia Relativa: l’alleato essenziale del dentista pediatrico

Webinar 2026
14 gennaio ore 19:00-20:00

L’Analgesia Relativa: l'alleato essenziale del dentista pediatrico

OMI Sara Arcari

Relatore
Sara R. Arcari
Odontoiatra
Membro del board OMI

 

Moderatori
Luigi Paglia
Matteo Beretta

L'Analgesia Relativa secondo Langa è una tecnica di comfort efficace e sicura per promuovere e gestire al meglio la serenità e il benessere dei piccoli pazienti e delle loro famiglie. Non è forse vero che è nostro compito prenderci cura delle emozioni dei bambini prima di curare le loro bocche?

Profilassi antibiotica peri-operatoria: reale necessità o rischio globale?

Profilassi antibiotica peri-operatoria

Autori

Walter Rao 
Medico chirurgo, Odontoiatra, Specialista in Odontostomatologia, Professore Associato presso la TUFT University – Depth of Periodontology, fondatore di Bio.C.R.A. (Biomaterial Clinical and Reserch Association), Direttore dello Studio Dentistico Rao

L’autore di una nuova ricerca pubblicata sul World Journal of Pharmaceutical and Life Sciences condivide, in esclusiva per i lettori de Il Dentista Moderno, dati, esperienze, aggiornamenti e riflessioni su un tema di grande attualità, che ci riguarda tutti. Davvero la profilassi antibiotica peri-operatoria in odontoiatria è una necessità?

Premessa originale

Le malattie infettive non appartengono al passato: sono ancora qui, tra noi, e rappresentano una delle sfide più urgenti per la salute dell’umanità.
Gli antibiotici, scoperti quasi un secolo fa, hanno rivoluzionato la medicina e salvato milioni di vite. Ma oggi quella che era la nostra arma più potente rischia di diventare inefficace: i batteri stanno imparando a resistere.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, entro il 2050 la resistenza agli antibiotici potrebbe provocare 10 milioni di morti ogni anno. Non parliamo di scenari lontani: parliamo del futuro dei nostri pazienti, delle nostre famiglie, di ciascuno di noi.
Ricordo ancora un congresso a San Francisco, nel 2000. Un famoso farmacologo ci parlò di questo pericolo chiamandolo “la Sindrome di Andromeda”, richiamando un romanzo di fantascienza di Michael Crichton. Era un avvertimento, rivolto in particolare a noi dentisti e otorinolaringoiatri: le nostre prescrizioni scorrette erano tra le principali cause dell’aumento delle resistenze.
Perché? Perché lavoriamo in zone uniche come la bocca e le cavità nasali: parti del corpo che vivono a contatto diretto con l’esterno. In particolare, la bocca è un vero campo di battaglia invisibile. Quando si formano tasche attorno ai denti o agli impianti, queste diventano tane perfette per i batteri, che imparano a sopravvivere anche agli antibiotici. Per questo, al mio ritorno in Italia, abbiamo deciso di cambiare strada. Abbiamo cominciato a ridurre progressivamente l’uso degli antibiotici in odontoiatria, partendo dagli interventi più semplici fino a includere anche procedure complesse come impianti multipli, rialzi di seno mascellare e terapie rigenerative.

In 15 anni abbiamo raccolto i dati di 6.522 interventi chirurgici.
Il risultato è stato sorprendente:

  • meno dell’1,1% dei pazienti ha avuto bisogno di antibiotici;
  • le vere infezioni si sono verificate solo nello 0,19% dei casi;
  • nel 99,8% degli interventi la guarigione è avvenuta senza complicanze e senza bisogno di antibiotici.

Questi dati ci hanno insegnato che la chiave non è la pillola, ma la preparazione:

  • una bocca pulita;
  • un ambiente operatorio sicuro;
  • un’accurata valutazione clinica;
  • controlli regolari nel tempo.

In altre parole: la prevenzione e la precisione contano più della profilassi antibiotica di routine.
Questa esperienza ci conferma che un uso più consapevole degli antibiotici non solo è possibile, ma è anche più sicuro. Ogni prescrizione evitata quando non è necessaria protegge i nostri pazienti e contribuisce alla lotta globale contro la resistenza antimicrobica.

Il messaggio è semplice e potente:

  • per i pazienti significa fidarsi delle cure, non abusare degli antibiotici, curare la propria igiene orale;
  • per i professionisti significa assumersi la responsabilità di ogni scelta terapeutica, sapendo che ogni prescrizione può fare la differenza.

La resistenza antimicrobica non si vince con nuove pillole, ma con consapevolezza, prevenzione e collaborazione.
Solo così possiamo garantire un futuro più sicuro per la salute di tutti.

Interpretazione dei dati pubblicati

La nostra esperienza conferma che la modifica del biofilm orale tramite corrette pratiche igieniche, professionali e domiciliari, rappresenta una strategia profilattica più sicura ed efficace rispetto alla profilassi antibiotica perioperatoria routinaria (P.A.P.).

Gli antibiotici sono farmaci salvavita, ma la loro efficacia richiede condizioni precise:

  1. raggiungere la concentrazione minima inibente (MIC);
  2. agire per un tempo sufficiente;
  3. essere mirati su batteri sensibili alla molecola scelta.

In odontoiatria, queste condizioni risultano difficilmente soddisfatte.

Due fattori lo spiegano:

  • Biodiversità del microbioma orale: in un ambiente complesso e in continua evoluzione, è impossibile predire quale specie patogena prevarrà.
  • Farmacocinetica sfavorevole: nel fluido crevicolare l’antibiotico raggiunge concentrazioni miliardi di volte inferiori alla MIC, generando un effetto sub-terapeutico che non previene le infezioni ma favorisce la selezione di ceppi resistenti.

Al contrario, un approccio basato sulla preparazione del campo operatorio e sull’igiene orale dimostra una maggiore efficacia: il nostro studio ha documentato un tasso di infezioni post-operatorie dello 0,19% in 6.522 interventi, un dato che ridimensiona radicalmente il valore protettivo attribuito alla P.A.P. indiscriminata.

Il messaggio clinico è chiaro:

  • la sicurezza del paziente non deriva dalla “copertura” antibiotica, ma dalla qualità del protocollo chirurgico, dall’igiene pre-operatoria e dal follow-up;
  • l’abitudine prescrittiva alla P.A.P., sostenuta da linee guida di impronta difensiva, risponde più al bisogno psicologico di “fare qualcosa” che a un reale razionale scientifico.

Inoltre, confondere dolore e infezione rappresenta un bias comune: condizioni come l’alveolite secca lo dimostrano, essendo refrattarie agli antibiotici e risolvendosi solo con il tempo e le cure locali.

Il nostro lavoro suggerisce quindi un cambio di paradigma:

  • abbandonare la P.A.P. routinaria;
  • investire sulla preparazione del paziente e sulla gestione del biofilm
  • utilizzare l’antibiotico solo quando strettamente necessario e con indicazioni cliniche precise.

In sintesi, è più sicuro e scientificamente fondato operare in una bocca pulita e ben mantenuta piuttosto che affidarsi alla falsa rassicurazione di un antibiotico ad ampio spettro.

Cosa mette in evidenza l’articolo pubblicato sul World Journal of Pharmaceutical and Life Sciences (WJPLS) Fattore di impatto SJIF: 7.409, 2025, Vol. 11, Issue 5, 01-06

ANTIBIOTICS PROPHYLAXIS IN DENTISTRY IS UNNECESSARY AND POTENTIALLY DANGEROUS. A CONSCIOUS USE: CLEANER IS SAFER

Rao W,
MD DDS, Adjunct Assistant Professor at the TUFT University - Depth of Periodontology, founder of Bio.C.R.A. (Biomaterial Clinical and Reserch Association), Director at Studio Dentistico Rao

Destro M,
DDS at Studio Dentistico Rao

Rao LoFeudo S,
DH at Studio Dentistico Rao

Benzi Cipelli R
MD DDS – AMBB Member & Scientific Committee, IMA Marijnskaya Academy, Member & Profesor. at Marijnskaya International University, Contract Professor at the Università Popolare degli Studi di Milano & UNISED - Director at Studio BENZI Dental Clinic

Gli antibiotici sono farmaci salvavita se usati correttamente. Tuttavia, la resistenza antimicrobica (A.M.R.) rappresenta un grave problema sia per la sanità pubblica globale che per la sicurezza dei pazienti. Circa il 10% di tutte le prescrizioni antibiotiche a livello mondiale proviene dal settore odontoiatrico, e si stima che almeno l’80% di esse sia non necessaria.
La somministrazione di ampicillina con acido clavulanico o di un antibiotico ad ampio spettro come profilassi perioperatoria (P.A.P.) è una pratica molto comune in odontoiatria. Questo protocollo è divenuto un’abitudine clinica, nonostante la sua reale necessità sia ancora dibattuta in letteratura. Le valutazioni effettuate ci indicano che è tempo di un cambiamento di paradigma.

Materiali e metodi

È stato adottato un protocollo profilattico alternativo per evitare l’uso sistematico di antibiotici negli interventi di chirurgia odontoiatrica. I pazienti sono stati seguiti prima dell’intervento con una valutazione degli indici di placca e della capacità di mantenere una bocca pulita. Dopo l’intervento tutti i pazienti sono stati seguiti tramite telefonata il giorno dopo l’intervento, una settimana dopo sono stati visti per la rimozione dei punti e a un mese per il controllo post-operatorio. In caso di procedure come estrazioni di denti del giudizio, impianti dentali, o terapie rigenerative, sono state eseguite radiografie di controllo della guarigione radiologica a sei mesi e poi annualmente.
I pazienti hanno proseguito con sedute regolari di igiene e controlli, con un follow-up compreso tra 1 e 15 anni (2004–2019). Sono stati registrati i tipi di chirurgia effettuate, eventuali complicazioni e reazioni avverse.

Gruppi chirurgici considerati nello studio

Estrazioni dentarie (totale: 2.285 casi)

  • Estrazioni complesse: 1.327
  • Estrazioni decidui: 298
  • Inclusioni e semi-inclusioni: 469 (vari gradi)
  • Rizotomia/rizectomia: 108
  • Altri (inclusi canini, soprannumerari): 6

Chirurgia orale (128 casi)

Apicectomie, lembi esplorativi, disinclusioni, rimozione di esotosi, rimozione cisti, reimpianti, biopsie.

Chirurgia del seno mascellare (362 casi)

Rialzo del seno maggiore: 313

Elevazioni osteotomiche del seno: 49

Chirurgia parodontale

  • Rigenerativa (1.264 casi): RGT , conservazione della cresta, aumenti ossei autologhi o con membrane in acido polilattico
  • Muco gengivale (816 casi): allungamenti di corona, innesti gengivali liberi, frenulotomie, lembi.

Chirurgia implantare (1.667 casi)

Impianti a carico immediato, impianti ad alta qualità, rimozione/sostituzione impianti, mini-impianti, tecniche “all on four/six”.

Protocollo e Consenso

Il razionale dell’approccio senza antibiotici è stato spiegato dettagliatamente ai pazienti e, se necessario, ai loro medici curanti. Tutti i pazienti hanno firmato il consenso informato scritto, con l’approvazione dei rispettivi medici quando opportuno.

Risultati

Su 6.522 interventi chirurgici orali, solo 68 pazienti (1,043%) hanno presentato complicazioni o sintomi che hanno richiesto l’utilizzo di antibiotici ma analizzando nel dettaglio i casi:

  • 13 pazienti (0,19%) presentavano una reale infezione dei tessuti (confermata dalla contemporanea presenza dei 5 segni cardinali dell’ infezione : calor, rubor, tumor, dolor e functio laesa cioè calore, arrossamento, gonfiore, dolore e alterazione della funzione.
  • 14 (0,21%) li hanno assunti per profilassi medica (trapianto renale, diabete, cardiopatie).
  • 16 (0,25%) su consiglio del proprio medico.
  • 25 (0,38%) hanno assunto antibiotici di propria iniziativa (6 di questi 25 pazienti erano dei medici).

In totale, 41 pazienti (60,29% dei 68) hanno preso antibiotici senza reale indicazione clinica, spesso ai primi segni di dolore il paziente decideva in autonomia 0,38 % o su consiglio del proprio medico di base 0,25% di assumere l’antibiotico.
Per questo solo 27 (39,71 dei 68) dei 6522 pazienti operati pari allo 0.41 % hanno avuto la reale indicazione ad assumere l’antibiotico e di questi solo lo 0,19 % perché hanno sviluppato una reale infezione dei tessuti mentre il restante 0,21% per profilassi quando l’anamnesi medica lo indicava.

I risultati ottenuti nella chirurgia del seno mascellare rafforzano il senso di un protocollo perioperatorio alternativo a quello della somministrazione di antibiotici. Questo tipo di intervento  nella fase dei primi anni di verifica  tra il 2000 e il 2004 avevano mostrato una percentuale di infezione più alta rispetto a quella degli altri interventi. Per questo abbiamo sviluppato la collaborazione con uno specialista ORL e l’introduzione di una gestione periperatoria anche del seno mascellare senza utilizzare antibiotici. Le visite ORL prevedevano un’analisi rinoscopica per valutare l’ostio del seno mascellare.
Nel caso risultasse congesto e con difficoltà di drenaggio, venivano prescritti lavaggi nasali ed eventualmente la somministrazione di una terapia antinfiammatoria a breve termine).
Dopo questa modifica con un seno riportato ad una normale  funzione drenante il tasso di complicanze si è allineato a quello delle altre procedure, le infezioni non si sono praticamente più presentate.

Conclusioni

Anche in assenza di un gruppo di controllo, il numero e la varietà dei casi analizzati forniscono solide evidenze osservazionali. Il 99,8% degli interventi è stato completato senza sviluppare infezioni e pertanto non necessitando della somministrazione perioperatoria di antibiotici. Un tasso molto basso di complicanze infettive è stato associato a un approccio basato sul miglioramento dell’igiene orale e su procedure chirurgiche in ambienti puliti.
Questo conferma che la somministrazione sistemica di antibiotici in odontoiatria potrebbe essere evitata nella maggior parte dei casi.
L’approccio descritto – fondato su una corretta igiene orale, su tecniche chirurgiche pulite e su valutazioni cliniche personalizzate – si è dimostrato sicuro ed efficace.

Preparazione canalare endodontica: come ridurre l’estrusione apicale dei detriti

Preparazione canalare endodontica

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Usak, Turchia, ha condotto uno studio per valutare come diversi metodi di attivazione dell’irrigazione influenzino l’estrusione apicale di detriti durante la preparazione canalare endodontica. L’espulsione di residui oltre il forame apicale rappresenta infatti un fattore di rischio per infiammazione, dolore post-operatorio e ritardi di guarigione. Comprendere il ruolo delle tecniche irriganti aiuta a perfezionare protocolli più sicuri per il paziente e per la tranquillità professionale dell'operatore.

Materiali e metodi

Lo studio ha analizzato 135 premolari inferiori estratti, caratterizzati da un unico canale e curvatura minima. I denti sono stati suddivisi in nove gruppi, ottenuti dalla combinazione di tre sistemi di strumenti (XP-endo Rise Shaper, ProTaper Ultimate, WaveOne Gold) con tre modalità irriganti: irrigazione convenzionale, attivazione sonica e attivazione ultrasonica passiva. Dopo la preparazione canalare, i ricercatori hanno raccolto i detriti espulsi in provette pre-pesate, successivamente essiccate e ripesate per quantificare con precisione la quantità di materiale estruso.

Risultati

Tutte le combinazioni operative hanno generato estrusione apicale, seppur in misura variabile. L’attivazione ultrasonica passiva ha determinato la più elevata quantità di detriti, con differenze statisticamente significative. L’attivazione sonica ha invece mostrato i valori più bassi. Tra tutte le combinazioni, WaveOne Gold associato all’attivazione sonica è risultato il più conservativo. Perché riduce in modo marcato la fuoriuscita di residui rispetto alle combinazioni basate su attivazione ultrasonica.

Interpretazione clinica

L’effetto più aggressivo dell’attivazione ultrasonica potrebbe derivare dalle elevate turbolenze e microcorrenti generate all’interno del canale, capaci di spingere detriti oltre l’apice. L’attivazione sonica, più delicata e a minor frequenza, sembra invece favorire un ricambio efficace dell’irrigante senza incrementare la pressione apicale. Infine, l’assenza di differenze significative tra i tre sistemi di strumenti suggerisce che la modalità irrigante, più della geometria dei file, sia quella che influenzi maggiormente l’entità dell’espulsione di detriti.

Uno studio che offre utili indicazioni

L’associazione tra WaveOne Gold e attivazione sonica riduce in modo evidente l’estrusione apicale di detriti, contribuendo potenzialmente a limitare dolore e complicanze post-operatorie. Lo studio, pubblicato su Scientific Reports, offre dunque indicazioni utili per orientare l’endodontista verso protocolli irriganti più controllati e meno traumatici per i tessuti periapicali.

Gli allineatori trasparenti sono eco-friendly?

allineatori eco-friendly

La produzione mondiale di plastica continua a crescere a ritmi record, mentre la quota di materiale effettivamente riciclato rimane molto più bassa. Anche gli allineatori trasparenti, sempre più diffusi nella pratica ortodontica, sollevano interrogativi sul loro impatto ambientale: può essere eco-friendly? Il problema riguarda l’uso di polimeri e plastiche, ma emergono anche possibili soluzioni per coniugare innovazione e rispetto dell’ambiente.

Negli ultimi vent’anni, la terapia con allineatori trasparenti ha trasformato il modo di offrire cure ortodontiche. Tuttavia, il crescente ricorso a questo trattamento ha sollevato preoccupazioni in merito alla quantità di plastica prodotta e al suo effetto sull’ambiente. Abbiamo deciso di approfondire l’argomento per valutarne l’impatto ambientale, sensibilizzare pazienti e ortodontisti riguardo all’utilizzo, valutare se rappresentino una minaccia per il nostro pianeta e proporre possibili soluzioni alle sfide esistenti.
Negli ultimi anni, la produzione di plastica è cresciuta rapidamente a livello globale, superando i 400 milioni di tonnellate all’anno. Secondo le stime dell’OCSE, la quantità di rifiuti plastici prodotti a livello mondiale potrebbe aumentare di tre volte entro il 2060, arrivando a circa 1,2 miliardi di tonnellate. Inoltre, la quantità di rifiuti plastici effettivamente riciclati resta ben al di sotto delle aspettative. A tal proposito, il Plastic Overshoot Day (ovvero il giorno in cui la produzione mondiale di plastica supera la capacità di gestione e riciclo, causando un eccesso di inquinamento ambientale) è il 5 settembre 2025. Sebbene questa data rappresenti un simbolo a livello globale, ogni Paese ha il proprio: in Italia, ad esempio, cade il 22 ottobre, cioè dopo la data globale, ma comunque oltre due mesi prima della fine dell’anno. Senza l’adozione e l’applicazione di nuove e rigorose politiche ambientali, questo pericolo è destinato a crescere fino a raggiungere livelli preoccupanti per le generazioni future.

Il lato (poco) trasparente degli allineatori

Gli aligner, pur offrendo vantaggi ortodontici, comportano significative conseguenze ambientali che interessano sia gli ecosistemi sia la salute umana. Questo perché i materiali plastici utilizzati non sono, ad oggi, biodegradabili né riciclabili, causando un inquinamento duraturo e contaminazioni ambientali persistenti. Quando gli aligner vengono smaltiti in modo scorretto, le plastiche possono finire nei corsi d’acqua e negli oceani, aggravando ulteriormente il problema dell’inquinamento.
Le implicazioni per la salute umana derivano invece dalla possibile esposizione a sostanze inquinanti che questi materiali, al termine del loro utilizzo, rilasciano nel tempo. Le plastiche si frammentano in microplastiche, particelle minuscole che vengono ingerite dagli organismi marini e si accumulano lungo la catena alimentare, con conseguenze potenzialmente dannose anche per l’uomo. Per questi motivi, diventa fondamentale comprendere a fondo le conseguenze ambientali e sanitarie legate all’uso di aligner, così come è altrettanto importante valutare con attenzione le modalità di smaltimento di questi dispositivi che al momento sono considerati rifiuti medicali, un fattore che limita fortemente le possibilità di riciclo tradizionale a causa di problemi legati all’igiene e alla sicurezza.

Milioni di sorrisi, milioni di allineatori trasparenti

Dagli anni 2000, l’uso degli allineatori trasparenti è aumentato considerevolmente a causa delle crescenti esigenze estetiche dei pazienti. Ad oggi, oltre 14 milioni di pazienti sono stati trattati con successo con gli allineatori, portando a una produzione stimata di 728 milioni di dispositivi ortodontici. Considerando che il peso medio di un allineatore è di circa 2 grammi, si stima che siano già state prodotte almeno 1.456 tonnellate di rifiuti plastici. Tuttavia, è importante notare che non tutta la quantità di polimero utilizzata diventa effettivamente un allineatore: una parte viene eliminata come rifiuto durante la produzione, generando un ulteriore volume di scarti. Inoltre, ogni modello dentale stampato in 3D pesa circa 15 grammi, contribuendo ad altre 10.920 tonnellate di rifiuti durante la produzione. Se si aggiungono i rifiuti derivanti dai 14 milioni di contenitori per allineatori, dalle confezioni, dagli strumenti per rimuovere gli allineatori e dai “chewies”, la quantità totale di scarti aumenta in modo significativo.

allineatori ecofriendly

L’ortodonzia “di plastica”

I produttori di aligner trasparenti utilizzano diverse tipologie di plastiche, come poliestere, poliuretano e polipropilene, con spessori che variano da 0,5 a 1,5 mm. Anche se la loro composizione precisa rimane un segreto industriale, alcuni brand utilizzano un poliuretano termoplastico altamente elastico, mentre molte altre aziende impiegano polietilene tereftalato glicol-modificato (PETG). A causa di queste differenze nei materiali e nello spessore, è difficile stabilire quanto tempo impiegano a degradarsi nell’ambiente, e attualmente non esistono studi che confrontino la decomposizione degli aligner con caratteristiche diverse. È noto che la plastica, materiale non biodegradabile, impiega tempi estremamente lunghi per decomporsi. Il polietilene tereftalato, in particolare, è tra le plastiche più resistenti alla degradazione: la decomposizione completa può richiedere fino a mille anni, mentre una semplice bottiglia di plastica impiega in media circa 450 anni. L’incenerimento di questi materiali può rilasciare nell’atmosfera fumi tossici, come bifenili policlorurati e diossine, che rappresentano una minaccia per tutte le forme di vita. Nonostante questi rischi, le eccezionali proprietà meccaniche della plastica ne hanno favorito l’uso su larga scala, compresa la produzione di allineatori trasparenti.

Missione 4R per sorridere senza inquinare

Alcune aziende di allineatori dichiarano di aver adottato diverse misure: riciclo delle plastiche, riduzione degli imballaggi, minimizzazione di scarti ed emissioni, incremento dell’uso di energie rinnovabili, riduzione delle emissioni derivanti dalle spedizioni internazionali aprendo stabilimenti produttivi più vicini ai clienti, vendita degli scarti di produzione ad altre aziende per il recupero energetico anziché destinarli alle discariche, utilizzo di tecnologie di produzione diretta in 3D per ridurre gli sprechi e diminuzione della quantità di polimeri e resine utilizzate. Nel campo della gestione dei rifiuti, si utilizza poi la gerarchia delle 4R, che privilegia in ordine: ridurre, riutilizzare, riciclare e recuperare. Di seguito spieghiamo come si applicano questi quattro principi nel dettaglio.

1. Ridurre

Il metodo più efficace ed ecologico per gestire i rifiuti è limitarne la produzione. Per farlo, è importante evitare consumi inutili, migliorare i processi produttivi già nella fase di progettazione per ridurre gli scarti e favorire l’utilizzo dei rifiuti come materie prime per altri cicli produttivi (scambio di rifiuti). Un’altra possibile soluzione è usare materiali più innovativi, che richiedano meno plastica.

1a. Scegliere il trattamento giusto per ogni paziente

Una pianificazione accurata del trattamento consente di ridurre il numero complessivo di allineatori necessari. La quantità di aligner richiesti per ogni caso dipende principalmente dalla gravità della malocclusione e dall’entità delle correzioni da effettuare, variando in media tra 20 e 100 dispositivi.

Il protocollo tradizionalmente più adottato prevede la sostituzione degli allineatori ogni due settimane, sebbene in alcune circostanze il cambio possa avvenire ogni 10 o persino ogni 7 giorni, in funzione della risposta biologica e delle esigenze terapeutiche. Tuttavia, il numero finale di dispositivi rimane influenzato da diversi fattori, tra cui la tipologia di malocclusione, la frequenza di sostituzione e l’eventuale necessità di rifiniture intermedie.

1b. Rendere la produzione di allineatori più sostenibile ed efficiente

La minimizzazione degli sprechi passa anche attraverso processi produttivi ottimizzati. Alcune aziende realizzano l’intera serie di allineatori in un’unica fase e la spediscono direttamente al clinico, mentre altre adottano un approccio più graduale: producono inizialmente solo una parte degli allineatori, monitorano la collaborazione del paziente e la corretta adattabilità delle mascherine, per poi realizzare le serie successive, spesso richiedendo una nuova scansione digitale. Questo metodo consente di ridurre gli sprechi dovuti a impronte errate, mancata collaborazione del paziente o eventuali errori di produzione.

1c. La produzione diretta di allineatori con la stampa 3D è la strada giusta?

Negli ultimi anni, la produzione degli aligner trasparenti ha subito una significativa evoluzione grazie all’impiego della stampa 3D, che utilizza resine proprietarie le cui caratteristiche specifiche sono tuttora riservate dai produttori per motivi di brevetto. Il principio della “riduzione”, uno dei pilastri delle 4R, risulta particolarmente rilevante in questo contesto.
Nel metodo tradizionale di termoformatura, solo la porzione di materiale plastico che ricopre i denti viene effettivamente utilizzata, mentre il resto del foglio diventa scarto. Al contrario, la stampa 3D consente di ottimizzare l’uso del materiale, riducendo così in modo significativo gli sprechi. Inoltre, questa tecnologia elimina la necessità di produrre separatamente i modelli superiore e inferiore, semplificando il processo e rendendolo potenzialmente più ecologico.
Nonostante questi vantaggi, riteniamo fondamentale che le aziende siano incentivate a sviluppare resine biodegradabili, così come, allo stesso tempo, rimane da approfondire se e come i principi di riuso, riciclo e recupero possano essere efficacemente applicati a questa nuova tecnologia produttiva.

2. Riutilizzare

Gli aligner dentali sono pensati per un solo utilizzo, così da garantire un corretto movimento dei denti e mantenere le loro caratteristiche meccaniche. Inoltre, l’uso singolo aiuta inoltre a evitare problemi igienici.

3. Riciclare

In passato, il riciclo degli aligner era impossibile a causa dei materiali utilizzati. Oggi, pur essendo tecnicamente possibile sviluppare materiali riciclabili, è importante sottolineare che gli aligner, essendo dispositivi medici, sono soggetti a un metodo di smaltimento specifico che ne limita il riciclo diretto. Per questo motivo, bisognerebbe concentrare gli sforzi sullo sviluppo di materiali che permettano sia di riciclare gli scarti derivanti dalla produzione, sia di essere biodegradabili. In questo modo, gli scarti potrebbero essere recuperati e reimmessi nel ciclo produttivo, mentre gli aligner, che comunque verrebbero smaltiti tra i rifiuti non riciclabili, si degraderebbero più rapidamente riducendo l’impatto ambientale.

3a. Gli allineatori trasparenti possono essere prodotti con materiali biodegradabili?

Gli aligner sono noti per la loro elevata resistenza alla degradazione. Tuttavia, grazie ai progressi tecnologici, oggi è possibile produrre aligner privi di BPA o realizzati con materiali riciclabili. Si ipotizza che in futuro possano essere sviluppati aligner realizzati con materiali biodegradabili, i quali, secondo alcuni studi, potrebbero garantire flessibilità e resistenza pari o addirittura superiore a quella dei materiali tradizionali. Nonostante queste potenzialità, sono necessarie ulteriori ricerche per valutare la reale fattibilità di tali materiali, in particolare per verificare se siano in grado di assicurare la durata, la flessibilità e la resistenza allo scolorimento richieste per un uso clinico efficace.
In questo ambito, è stata recentemente pubblicata sulla rivista Nature Communications una ricerca innovativa che ha sviluppato una bioplastica medicale sostenibile e biodegradabile, capace di coniugare proprietà viscoelastiche, resistenza meccanica e azione antimicrobica. La ricerca si concentra sulla realizzazione di una bioplastica a base di fibroina di seta, un materiale naturale noto per le sue eccellenti proprietà meccaniche e biocompatibilità. Il team ha progettato una struttura molecolare complessa che integra gruppi capaci di creare intrecci a livello molecolare, conferendo al materiale elevata flessibilità, robustezza e viscoelasticità. Queste caratteristiche sono essenziali per realizzare dispositivi ortodontici in grado di esercitare forze costanti e controllate per l’allineamento dentale.
Questo materiale presenta inoltre proprietà antimicrobiche, resistendo efficacemente alla colonizzazione di batteri orali potenzialmente dannosi, come Streptococcaceae e Veillonellaceae, un aspetto cruciale per prevenire infezioni e mantenere l’igiene durante un uso prolungato in bocca. Gli esperimenti condotti su modelli animali hanno dimostrato che consente un allineamento dentale efficace entro un range di 2,5 mm, confermando la validità funzionale di questa bioplastica.

4. Recuperare

Un aspetto spesso trascurato riguarda lo smaltimento degli allineatori trasparenti, che rappresenta una fonte di inquinamento ambientale e solleva importanti interrogativi. Poiché i polimeri utilizzati negli allineatori sono classificati come rifiuti medici, i dispositivi usati non possono essere smaltiti con la plastica domestica comune, sottolineando l’importanza di adottare metodi di smaltimento adeguati e conformi a normative specifiche. A questo si aggiunge una significativa lacuna di conoscenze: non è chiaro, infatti, se i pazienti siano consapevoli delle corrette pratiche di smaltimento e se gli allineatori vengano comunemente gettati nella raccolta della plastica o nell’indifferenziata. Infine, oltre alle modalità tradizionali di smaltimento, gli aligner possono essere trasformati in energia attraverso processi come la pirolisi o la gassificazione, offrendo così un’alternativa più sostenibile rispetto al semplice conferimento in discarica.

4a. Risultati di un’analisi sulle emissioni da smaltimento

Uno studio recente ha esaminato la composizione chimica dei fumi prodotti dall’incenerimento di due materiali comunemente impiegati nella realizzazione degli allineatori: il PET-G (polietilene tereftalato modificato con glicole) e il poliuretano, utilizzando la tecnica della cromatografia gas-spettrometria di massa (GC-MS). I ricercatori hanno bruciato campioni di PET-G e poliuretano in una camera di combustione appositamente progettata, raccogliendo il fumo prodotto per analizzarne la composizione chimica tramite GC-MS. Dall’analisi sono emersi 20 composti chimici distinti per ciascun materiale.
Nel fumo del PET-G, è stato rilevato il benzene (5,18%), un noto cancerogeno di gruppo 1 secondo l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), associato a gravi rischi per la salute. Nel caso del poliuretano, tra le sostanze presenti spiccava il tetraidrofurano (8,13%), un possibile cancerogeno che può provocare irritazioni alle vie respiratorie ed effetti sul sistema nervoso centrale.

allineatori ecofriendly

Vedere la foresta oltre gli alberi: riflessioni etiche sugli aligner

La crescente diffusione degli allineatori trasparenti in ortodonzia solleva nuove questioni etiche e ambientali che non possono essere ignorate. Tradizionalmente, i dispositivi fissi sono stati considerati relativamente neutri sia per il paziente che per l’ambiente, mentre le evidenze emergenti indicano che gli allineatori possono contribuire al rilascio di microplastiche, con potenziali rischi ancora non completamente chiariti per la salute umana e per l’ecosistema.
Come ha sottolineato Kevin O’Brien, Emeritus Professor of Orthodontics, University of Manchester, questa situazione ci impone di riflettere anche sul consenso informato. Dovremmo informare i nostri pazienti non solo delle differenze estetiche e funzionali tra le opzioni terapeutiche, ma anche delle possibili implicazioni ambientali e biologiche. Una comunicazione trasparente potrebbe includere messaggi del tipo: «Posso trattarti con apparecchi fissi o con allineatori. Gli allineatori sono meno visibili, ma rappresentano una fonte di inquinamento ambientale e rilasciano microplastiche, con possibili rischi per la salute. Questo non accade con gli apparecchi fissi».
O’Brien evidenzia che l’obiettivo non è essere “anti-allineatore”, ma adottare una prospettiva più ampia che tenga conto della salute del paziente, della sostenibilità e della responsabilità professionale. Solo così possiamo realmente “vedere la foresta oltre gli alberi” e affrontare in modo etico l’evoluzione della pratica ortodontica.

 

Take home message
  • Gli allineatori trasparenti non sono ancora eco-friendly: i polimeri utilizzati non sono ancora biodegradabili né riciclabili e contribuiscono all’aumento globale dei rifiuti plastici e delle microplastiche.
  • La gestione sostenibile segue la “Missione 4R”: ridurre gli sprechi in produzione, ottimizzare i piani di trattamento, puntare su materiali riciclabili e biodegradabili, recuperare energia dai rifiuti.
  • L’innovazione dei materiali è la chiave: bioplastiche e nuovi polimeri, come quelle a base di fibroina di seta con proprietà antimicrobiche, rappresentano il futuro dell’ortodonzia sostenibile.
  • Etica e informazione al paziente: ortodontisti e aziende devono comunicare i potenziali rischi ambientali e promuovere pratiche più responsabili per “vedere la foresta oltre gli alberi”.

 

Bibliografia
  1. Choi W, Mangal U, Yu JH. et al. Viscoelastic and antimicrobial dental care bioplastic with recyclable life cycle. Nat Commun 15, 9205 (2024). https://doi.org/10.1038/s41467-024-53489-7
  2. Peter E, Monisha J, Sylas VP, George SA. How environmentally friendly is the disposal of clear aligners? A gas chromatography-mass spectrometry study. Am J Orthod Dentofacial Orthop. 2025 Jan;167(1):39-46. doi: 10.1016/j.ajodo.2024.08.011. Epub 2024 Oct 2. PMID: 39352330.
  3. Peter E, J M, Ani George S. Are clear aligners environment friendly? Am J Orthod Dentofacial Orthop. 2022 May;161(5):619-620. doi: 10.1016/j.ajodo.2021.12.012. Epub 2022 Jan 10. PMID: 35016811.
  4. Camcı H, Büyükbayraktar ZÇ. Aligners from another perspective: Could they be a long-term environmental threat? Problems and potential remedies. American Journal of Orthodontics and Dentofacial Orthopedics 2025 167 (3):256-260. ISSN 0889-5406. https://doi.org/10.1016/j.ajodo.2024.10.016.
  5. Panayi N, Papageorgiou SN, Eliades G, Eliades T. Microplastics and orthodontic aligners: The concerns arising from the modernization of practice through polymers and plastics. J World Fed Orthod. 2024 Dec;13(6):259-264. doi: 10.1016/j.ejwf.2024.10.001. Epub 2024 Nov 19. PMID: 39567342.
  6. https://kevinobrienorthoblog.com/should-we-worry-about-microplastics-and-clear-aligners/

Collutori, quanto funzionano davvero contro la carie

Collutori funzionano

Un gruppo di ricercatori guidati dalla National and Kapodistrian University di Atene, Grecia, ha condotto un’ampia umbrella review, cioè una revisione sistematica di revisioni esistenti,  per valutare l’efficacia dei collutori nella prevenzione della carie. Con l’obiettivo di sintetizzare innanzitutto i risultati delle revisioni già pubblicate. Nonché chiarire quali formulazioni, frequenze d’uso e target di pazienti traggano il maggior beneficio dall’impiego dei collutori fluorurati o contenenti altri agenti attivi.

Il metodo di ricerca adottato

Gli autori hanno selezionato revisioni sistematiche e meta-analisi che indagavano gli effetti dei collutori sull’incidenza e sull’arresto della carie in bambini, adolescenti e adulti. Le revisioni incluse valutavano diversi tipi di prodotti (fluorurati, antibatterici, combinati), differenti concentrazioni di fluoro e protocolli d’uso variabili. L’analisi ha incluso sia studi sulla prevenzione primaria (riduzione delle nuove lesioni), sia studi sul controllo o sull'arresto di lesioni già presenti.

Ogni revisione è stata analizzata per qualità metodologica, livello di evidenza e coerenza dei risultati. Gli autori hanno quindi riassunto i dati quantitativi quando possibile, oppure fornito una valutazione qualitativa nelle aree dove l’eterogeneità degli studi non permetteva confronti statisticamente validi.

I risultati emersi dallo studio

I collutori fluorurati sono risultati efficaci nel ridurre l’incidenza della carie, con un beneficio più evidente nei soggetti a rischio moderato o elevato. Le formulazioni con concentrazioni intermedie o elevate di fluoro hanno mostrato la migliore performance preventiva, specialmente se utilizzate in modo regolare (almeno 1–2 volte al giorno).

Per quanto riguarda l’arresto delle lesioni precoci, le evidenze risultano più eterogenee. Alcune revisioni indicano un possibile effetto positivo dei collutori fluorurati nel favorire remineralizzazione e riduzione della progressione delle lesioni iniziali, ma la qualità complessiva degli studi varia in modo significativo. Gli autori sottolineano che l’efficacia dipende sia dal tipo di collutorio, sia dal profilo individuale del paziente, includendo dieta, igiene orale e rischio cariogeno complessivo.

L'interpretazione clinica dei dati raccolti

Questa sintesi delle evidenze conferma che i collutori fluorurati rappresentano un valido supporto alle procedure meccaniche quotidiane di igiene orale. Essi possono infatti migliorare il controllo del rischio nei pazienti più esposti alla carie, come i portatori di apparecchi ortodontici o i soggetti con scarsa manualità, ridotto flusso salivare o dieta ad alto contenuto di zuccheri.

Tuttavia, la capacità dei collutori di arrestare lesioni cariose già presenti non appare ancora pienamente definita. La grande variabilità metodologica degli studi richiede dunque cautela nel formulare raccomandazioni cliniche univoche.

I collutori servono: lo dice la scienza

L’idea che l'impiego regolare di collutori, e in particolare di quelli contenenti fluoro, sia efficace per la prevenzione della carie risulta supportata da solide evidenze nella prevenzione primaria, soprattutto nei pazienti a rischio elevato. L’effetto sull’arresto delle lesioni iniziali è infatti reale e promettente, ma necessita di studi clinici più omogenei e di più lunga durata. Come suggerisce peraltro la ricerca stessa, pubblicata su Evidence-Based Dentistry.

Capacità diagnostica precoce del DIAGNOcam Premium

DIAGNOcam

Autori

Federica Altavilla, Alessia Cosi, Roberta Del Conte, Michele Previati, Domenico Tripodi

Dipartimento di Scienze Mediche, Orali e Biotecnologiche Università “G. D’Annunzio” Chieti-Pescara

Corrispondenza: tripodi@unich.it

Abstract

Obiettivo. Confrontare tre metodi diagnostici — ispezione visiva, radiografie bitewing e transilluminazione (DIAGNOcam) — per l’individuazione precoce delle lesioni dei tessuti duri nei pazienti pediatrici, al fine di valutarne l’affidabilità diagnostica, l’applicabilità clinica e la compliance del paziente.
Materiali e Metodi. Lo studio ha incluso 21 pazienti pediatrici di età compresa tra 2 e 12 anni, per un totale di 193 denti esaminati. Ogni dente è stato valutato tramite ispezione visiva utilizzando il sistema ICDAS, radiografie digitali bitewing eil sistema KaVo . Sono state registrate fotografie intraorali e i valori diagnostici. Al termine di ogni sessione, a pazienti e operatori è stato chiesto di valutare ciascun metodo utilizzando la scala Wong-Baker FACES.
Analisi Statistica. È stato applicato il test di Friedman per confrontare i punteggi ottenuti dai tre metodi diagnostici, poiché i dati non soddisfacevano i presupposti di distribuzione normale. È stato adottato un livello di significatività di p < 0,05.
Risultati. Il test di Friedman non ha evidenziato differenze statisticamente significative tra i tre metodi in termini di punteggi di rilevamento delle lesioni.
Tuttavia, le radiografie bitewing si sono spesso rivelate difficili da eseguire a causa della scarsa collaborazione dei pazienti, del riflesso faringeo accentuato e del disagio percepito, riducendone l’applicabilità clinica. Al contrario, DIAGNOcam si è dimostrato più gestibile, non invasivo e meglio tollerato, con livelli più alti di disoddisfazione da parte di pazienti e operatori.
Conclusioni. Nonostante l’assenza di differenze statisticamente significative, DIAGNOcam presenta vantaggi clinici rilevanti: facilità d’uso, assenza di radiazioni, acquisizione in tempo reale e alta accettazione da parte dei pazienti più giovani.
Queste caratteristiche ne suggeriscono l’idoneità come strumento diagnostico affidabile, in particolare per la rilevazione precoce della demineralizzazione dello smalto e nei casi in cui l’imaging radiografico non è praticabile. La sua utilità può estendersi anche alla cura orale materno-infantile e alla pianificazione di trattamenti minimamente invasivi.

Early diagnostic capacity of diagnocam compared to visual inspection and bitewing radiography: a prospective validation study

Objective. To compare three diagnostic methods—visual inspection, bitewing radiographs, and transillumination (DIAGNOcam)—for the early detection of hard tissue lesions in pediatric patients, in order to evaluate their diagnostic reliability, clinical applicability, and patient compliance.
Materials and Methods. The study included 21 pediatric patients aged 2 to 12 years, with a total of 193 teeth examined. Each tooth was assessed by visual inspection usingthe ICDAS system, digital bitewing radiographs, and the KaVo DIAGNOcam system. Intraoral photographs and diagnostic values were recorded. At the end of each session, patients and clinicians were asked to rate each method using the Wong-Baker FACESscale.
Statistical Analysis. The Friedman test was used to compare the scores obtained from the three diagnostic methods, as the data did not meet the assumption of normal distribution. A significance level of p < 0.05 was adopted.
Results. The Friedman test revealed no statistically significant differences between the three methods in terms of lesion detection scores. However, bitewing radiographs were often difficult to perform due to poor patient cooperation, increased gag reflex, and perceived discomfort, reducing their clinical applicability. In contrast, DIAGNOcamproved more manageable, noninvasive, and better tolerated, with higher levels of patient and operator satisfaction.
Conclusions. Despite the lack of statistically significant differences, DIAGNOcam offers significant clinical advantages: ease of use, absence of radiation, real-time acquisition, and high acceptance among younger patients. These characteristics suggest itssuitability as a reliable diagnostic tool, particularly for the early detection of enamel demineralization and in cases where radiographic imaging is not feasible. Its utility may also extend to maternal and child oral care and the planning of minimally invasive treatments.

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Un nuovo rivestimento antibatterico per “retainer trasparenti”

rivestimento antibatterico

Un gruppo di ricercatori dello Yonsei University College of Dentistry di Seul, Corea del Sud, ha condotto uno studio per valutare l’efficacia di un nuovo rivestimento antibatterico idrofilo applicato sui materiali termoplastici usati per i clear retainers ortodontici. L’obiettivo era verificare se il rivestimento mantenesse trasparenza, proprietà meccaniche e capacità di ridurre l’adesione batterica anche dopo cicli ripetuti di spazzolamento. Simulando dunque l’uso quotidiano del dispositivo ortodontico.

Com'è stato concepito lo studio

Gli autori hanno testato quattro materiali termoplastici (spessore 1 mm): tre poliuretani (PUL, PUC con rivestimento antibatterico, e PUZ) e un polietilene tereftalato glicolato (PETG). Per ciascun gruppo hanno valutato trasparenza, rugosità superficiale, resistenza meccanica (trazione, flessione, fatica ciclica) e adesione batterica di Streptococcus mutans. Per simulare l’igiene orale domiciliare, i ricercatori hanno sottoposto alcuni campioni a un protocollo standardizzato di spazzolamento con spazzolino manuale. Le misurazioni sono state quindi ripetute per confrontare eventuali variazioni post-trattamento.

Cosa hanno osservato i ricercatori

Il rivestimento idrofilo antibatterico non ha modificato le caratteristiche estetiche del materiale: la trasparenza dei campioni PUC è risultata sovrapponibile ai controlli. Anche le proprietà meccaniche dei materiali rivestiti sono rimaste stabili, senza riduzioni significative della resistenza a flessione o trazione. La rugosità superficiale non è aumentata in modo significativo dopo lo spazzolamento, indicando una buona stabilità del film protettivo. Per quanto riguarda l’attività antibatterica, PUC ha mostrato una riduzione dell’adesione di S. mutans di circa il 36% rispetto al materiale non rivestito, valore che rimaneva simile — intorno al 40% — anche dopo lo spazzolamento. La significatività statistica era evidente nella fase pre-spazzolamento, mentre risultava meno marcata nella fase successiva, pur mantenendo una tendenza favorevole.

La rilevanza clinica della ricerca

I clear retainers richiedono un equilibrio delicato tra trasparenza, comfort e igiene. L’accumulo batterico sulla superficie può favorire carie, discromie e infiammazione gengivale. L’introduzione di un rivestimento antibatterico idrofilo potrebbe rappresentare un progresso importante. Perché mantiene l’estetica, non compromette la resistenza del dispositivo e riduce la colonizzazione batterica, anche dopo cicli di pulizia. La sua stabilità dopo lo spazzolamento suggerisce una buona adattabilità alla realtà clinica, dove i pazienti eseguono manovre di igiene spesso energiche e non sempre standardizzate.

Un'innovazione di cui ci sarebbe bisogno

Il nuovo rivestimento antibatterico allo studio, applicato ai materiali per clear retainers, preserva estetica e performance meccaniche, mostrando al contempo una riduzione dell’adesione di S. mutans. Questi risultati, pur necessitando di ulteriori studi clinici in vivo, come si legge nella ricerca pubblicata su Scientific Reports, indicano la via per un potenziale miglioramento nella gestione igienica dei dispositivi ortodontici trasparenti. Proprio quello di cui ci sarebbe bisogno, come suggerisce l'esperienza quotidiana di clinici e pazienti.

Gravidanza e salute orale: servono protocolli condivisi

Salute orale gravidanza

Un recente studio osservazionale italiano ha analizzato il rapporto tra salute orale materna durante la gravidanza e dopo il parto e le prime pratiche preventive nei neonati. La ricerca è stata condotta presso il Dipartimento di Scienze Mediche, Orali e Biotecnologiche dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara, nell’ambito di un progetto di educazione sanitaria promosso dall’Azienda Sanitaria Locale di Pescara. L’obiettivo era valutare lo stato di salute orale, le abitudini di igiene e i comportamenti a rischio nelle donne in gravidanza. Estendendo l’osservazione anche al periodo post-partum e ai primi mesi di vita del bambino.

Disegno dello studio e popolazione analizzata

Il lavoro ha coinvolto circa 500 donne in gravidanza partecipanti a corsi di accompagnamento alla nascita. Una parte del campione ha aderito a visite odontoiatriche gratuite e alla compilazione di questionari strutturati durante la gravidanza e dopo il parto. L’analisi ha permesso di raccogliere dati clinici e comportamentali, offrendo una fotografia realistica del livello di consapevolezza sulla prevenzione orale in questa fase particolarmente delicata della vita.

Principali risultati clinici

I risultati mostrano una prevalenza elevata di gengivite e di sanguinamento gengivale durante la gravidanza, condizioni frequentemente sottovalutate ma strettamente legate alle variazioni ormonali. Molte donne riferiscono un’igiene orale domiciliare limitata al solo spazzolamento, senza l’uso sistematico di presidi interdentali. Nel periodo successivo al parto, emerge un calo dell’attenzione ai controlli odontoiatrici, sia per la madre sia per il neonato. Un dato rilevante riguarda le abitudini potenzialmente a rischio per la trasmissione dei batteri cariogeni, come lo scambio di saliva tra genitori e bambino. Questo comportamento, ancora diffuso, rappresenta un fattore chiave nello sviluppo precoce della carie infantile.

Verso un'odontoiatria sempre più integrata

Per il dentista, questi dati confermano il ruolo centrale dell’odontoiatria nella tutela della salute globale. La gravidanza rappresenta un momento strategico per intercettare le pazienti, correggere abitudini scorrette e avviare percorsi di prevenzione orale che coinvolgano anche la futura salute del bambino. L’integrazione dell’odontoiatra nei programmi prenatali consente di ridurre il rischio di patologie gengivali materne e di carie nella prima infanzia. Lo studio in questione, pubblicato sull'European Journal of Paediatric Dentistry, evidenzia dunque la necessità di rafforzare l’educazione alla salute orale durante la gravidanza e nel periodo post-natale, attraverso protocolli condivisi tra odontoiatri, ginecologi e pediatri.

Cartelle cliniche elettroniche e qualità delle cure

cartelle cliniche elettroniche

La crescente digitalizzazione della sanità coinvolge sempre più anche l’odontoiatria. Una recente review narrativa, condotta da un gruppo di ricercatori accademici internazionali esperti di sanità digitale e salute orale, ha analizzato criticamente il ruolo delle cartelle cliniche elettroniche (Electronic Health Records, EHR) nella pratica odontoiatrica moderna. Lo studio si basa su un’ampia revisione della letteratura scientifica e dei principali modelli di implementazione degli EHR nei sistemi sanitari. Con l’obiettivo di comprendere come l’integrazione dei dati odontoiatrici possa migliorare la qualità delle cure.

Perché gli EHR sono strategici per l’odontoiatria

Gli EHR rappresentano uno strumento centrale per la gestione strutturata delle informazioni cliniche del paziente. In odontoiatria, il loro utilizzo consente di superare la frammentazione storica tra salute orale e salute generale. L’articolo sottolinea come la condivisione di dati clinici, anamnestici e farmacologici tra dentisti e altri professionisti sanitari possa ridurre errori, migliorare la diagnosi precoce e favorire decisioni terapeutiche più sicure. La salute orale, infatti, è strettamente correlata a patologie sistemiche come diabete, malattie cardiovascolari e disturbi infiammatori cronici.

Benefici clinici e organizzativi

Secondo gli autori, l’adozione delle cartelle cliniche elettroniche in odontoiatria offre vantaggi concreti. Migliora la continuità delle cure, facilita il follow-up dei pazienti e rende più efficiente la comunicazione interdisciplinare. Inoltre, i dati digitalizzati permettono analisi epidemiologiche su larga scala e supportano la ricerca clinica. Per lo studio odontoiatrico, questo si traduce in una gestione più razionale dei flussi di lavoro, una migliore documentazione medico-legale e una maggiore sicurezza del paziente.

Criticità e sfide ancora aperte

La review evidenzia anche importanti criticità. Tra queste emergono la mancanza di standard condivisi per i dati odontoiatrici, i problemi di interoperabilità tra software diversi e le preoccupazioni legate alla privacy e alla sicurezza delle informazioni. Un’ulteriore barriera è rappresentata dalla resistenza al cambiamento e dalla necessità di formazione specifica per il team odontoiatrico. Senza un adeguato supporto istituzionale e normativo, infatti, l’integrazione degli EHR rischia di rimanere parziale.

Implicazioni per il dentista moderno

Per il dentista moderno, la digitalizzazione non è più un’opzione ma una competenza strategica. L’integrazione degli EHR consente di collocare l’odontoiatria all’interno di una visione realmente multidisciplinare della salute. Gli autori dello studio, pubblicato sull'International Dental Journal, auspicano dunque l'avvento di politiche sanitarie che includano sistematicamente la salute orale nei sistemi informativi nazionali, valorizzando il ruolo del dentista nel percorso di cura globale del paziente.

Ozono in odontoiatria: efficacia clinica e nuove prospettive

Ozono in odontoiatria
3D Rendering of floating ozone molecules scattered around

L'ozono in odontoiatria ha un'azione antimicrobica ad ampio spettro, favorisce una più rapida guarigione dei tessuti molli e offre supporto nei trattamenti minimamente invasivi.

Ozono in odontoiatriaL’ozono (O₃) è una molecola instabile formata da tre atomi di ossigeno e caratterizzata da un elevato potere ossidante. Già negli anni Trenta questo ne aveva suggerito l’impiego in odontoiatria, alimentando un primo entusiasmo presto però ridimensionato: i rischi legati all’inalazione e la difficoltà di ottenere concentrazioni terapeutiche stabili, senza dispersione, ne limitarono a lungo l’uso clinico. Solo a partire dagli anni Ottanta, con l’arrivo di generatori sempre più precisi e sistemi di applicazione controllata, l’interesse è tornato a crescere, aprendo la strada a impieghi più sicuri e mirati. Oggi l’ozono trova spazio in diverse forme: come gas, come acqua ozonizzata o in formulazioni topiche (oli e gel stabilizzati).
La letteratura scientifica, tuttavia, rimane disomogenea: molte applicazioni cliniche si basano su studi preliminari o di piccole dimensioni e i meccanismi biologici attraverso i quali l’ozono agisce non sono ancora del tutto chiariti. In questo contesto, la definizione di una concentrazione sicura diventa cruciale.
Le linee guida della World Federation of Ozone Therapy indicano per l’uso medico un intervallo generale tra 5 e 50 µg di ozono per millilitro di ossigeno; per applicazioni odontoiatriche locali, come irrigazioni o iniezioni intralesionali, si raccomanda però un range più basso, circa 5-10 µg/ml, sufficiente a garantire l’effetto terapeutico riducendo al minimo il rischio di tossicità, anche in caso di ingestione accidentale (WFOT, 2015).

Alla luce di queste considerazioni, è utile fare il punto su prodotti e dispositivi oggi disponibili per l’odontoiatria, distinguendo ciò che è già supportato da evidenze solide da ciò che rimane promettente, ma ancora da validare.

Meccanismi d’azione dell'ozono

Prima di entrare nel dettaglio dei prodotti, è utile ripercorrere i principali meccanismi con cui l’ozono agisce in ambito orale.

Azione antimicrobica ad ampio spettro: danneggia le membrane cellulari di batteri e funghi, ne altera la permeabilità e ossida componenti lipidici e proteici, portando alla lisi cellulare; induce cambiamenti conformazionali nell’envelope e nelle proteine spike dei virus, causandone l’inattivazione (Veneri, 2024).

Effetto anti-biofilm: favorisce la disgregazione del biofilm e interferisce con l’adesione batterica, specialmente se applicato come acqua ozonizzata o gas.

Effetti rigenerativi, di modulazione e biostimolazione cellulare: migliora la circolazione sanguigna e la neovascolarizzazione, stimola la produzione di fattori di crescita e potenzia la risposta immunitaria locale; possiede proprietà antinfiammatorie e antidolorifiche, favorendo la guarigione tissutale attraverso l’attivazione di meccanismi antiossidanti e l’inibizione delle vie pro-infiammatorie (Rezaeianjam, 2025). Tali benefici si estendono ai diversi tessuti dentali, nei quali si osservano effetti specifici:

  • polpa dentale: promuove la differenziazione odontoblastica e la formazione di dentina terziaria, riduce l’infiammazione e migliora microcircolazione, ossigenazione e attività delle cellule immunitarie;
  • tessuti parodontali: induce una maggiore proliferazione e sintesi di collagene di tipo I da parte di fibroblasti e cementoblasti;
  • osso alveolare: aumenta il numero di osteoblasti e favorisce la formazione e il rimodellamento osseo, anche in condizioni sistemiche sfavorevoli (diabete, osteoporosi).

Remineralizzazione e riduzione dell'ipersensibilità dentinale: può favorire la rimozione della frazione organica superficiale di smalto e dentina, aprire i tubuli dentinali e facilitare la penetrazione di ioni calcio, fosfato e fluoruri. Inoltre, l’ossidazione degli acidi nucleici dei microrganismi e dell’acido piruvico nella cavità orale, determina un effetto tampone del pH. Tutto questo promuove la remineralizzazione, la riduzione dell’ipersensibilità dentinale e può rallentare o invertire lesioni cariose iniziali.

Sicurezza e biocompatibilità: rispetto ad altri disinfettanti tradizionali (clorexidina, ipoclorito di sodio, perossido di idrogeno), l’ozono, in concentrazioni e modalità adeguate, è generalmente meno citotossico, lascia residui minimi (si decompone in ossigeno) e riduce il rischio di effetti avversi.

Prodotti a base di ozono in odontoiatria

Sul mercato odontoiatrico sono oggi disponibili diverse formulazioni di ozono, ciascuna con caratteristiche tecniche, modalità di somministrazione e indicazioni specifiche.

Ozono gassoso

I generatori di ozono medicale producono ozono puro miscelato con ossigeno, con concentrazioni controllate fino a 50 µg/ml.
Il gas può essere erogato tramite cappette in silicone o apposite punte/cannule. Grazie alla possibilità di modulare flusso e concentrazione, i moderni dispositivi riducono al minimo la dispersione e i rischi per l’operatore. Le principali indicazioni includono la disinfezione di cavità cariose, tasche parodontali e canali radicolari, la gestione di infezioni peri-implantari e lesioni mucose, nonché la decontaminazione pre/post-chirurgica.

Acqua ozonizzata

Negli studi odontoiatrici si utilizzano appositi generatori di ozono collegati a sistemi che ne permettono la dissoluzione in acqua, generando una soluzione fresca, stabile e controllata (a concentrazioni comprese tra 0,5 e 4 mg/L a seconda della temperatura, della purezza dell’acqua e del tempo di contatto) ideale per irrigazioni canalari, lavaggi di tasche parodontali, risciacqui intraoperatori o supporto post-chirurgico. La sua emivita è breve, quindi va preparata e utilizzata immediatamente per preservare l’attività antimicrobica.

Oli e gel ozonizzati

Si tratta di oli vegetali (es. girasole, oliva) stabilizzati con ozono e disponibili sotto forma di gel, spray o unguenti. Più stabili nel tempo rispetto a gas e acqua, sono utilizzati per applicazioni topiche su gengive infiammate, mucositi, afte o lesioni traumatiche e post-chirurgiche, contribuendo a ridurre la carica batterica locale.

Prodotti domiciliari

Dentifrici, collutori e altri preparati a base di oli ozonizzati sono pensati per l’igiene quotidiana. Pur contenendo concentrazioni di ozono inferiori rispetto ai prodotti professionali, garantiscono un’azione antibatterica e antinfiammatoria costante e prolungata, utile per il controllo della placca e dell’alitosi, nonché per la prevenzione di carie e gengivite.

Applicazioni combinate o speciali

Alcuni kit associano l’ozono ad altri agenti, come il perossido di idrogeno per i trattamenti sbiancanti o sostanze antimicrobiche per potenziare l’azione ossidante e supportare la gestione di biofilm complessi. Nel caso dello sbiancamento, l’ozono può anche contribuire a ridurre effetti collaterali come l’ipersensibilità dentinale, migliorando il comfort del paziente. La scelta della formulazione dipende dall’indicazione clinica, dalla necessità di stabilità del prodotto e dalla modalità di applicazione: gas per interventi mirati, acqua per irrigazioni e lavaggi, oli e gel per applicazioni topiche stabili e prodotti domiciliari per la prevenzione quotidiana.

La letteratura recente sull'ozono

Le ricerche degli ultimi anni confermano che l’ozono è un alleato promettente ma con qualche doverosa precisazione. Di seguito le principali evidenze cliniche e in vitro (Barczyk, 2023).

  • Studi in vitro dimostrano che l’ozono (in forma di acqua o gas) può inattivare efficacemente microrganismi cariogeni, parodontopatici ed endodontici (Badhe, 2022).
  • Trial clinici suggeriscono che può ridurre la carica batterica, favorire l’indurimento e rallentare o arrestare la progressione di lesioni cariose iniziali, risultando particolarmente utile come strategia alternativa o complementare in bambini o pazienti poco collaboranti (Luppieri, 2022; AlMogbel, 2023; Veneri, 2024). Alcuni studi riportano tuttavia una possibile riduzione della forza di adesione alla dentina in fase di restauro (Santos, 2024), legata alla presenza di ossigeno residuo derivante dall’ossidazione di componenti organici da parte dell’ozono, che può interferire con la polimerizzazione dei monomeri della resina. L’entità dell’effetto dipende da variabili cruciali come forma dell’ozono, dose, condizione della dentina e sistema adesivo utilizzato. Altri studi, invece, non rilevano alcun effetto negativo (Ali, 2024).
  • In parodontologia, studi clinici dimostrano che applicazioni locali di ozono (gas o acqua) possono ridurre la profondità delle tasche, stabilizzare la mobilità dentale e diminuire sanguinamenti gengivali quando usate come supporto alle terapie convenzionali, come scaling e root planing (Alsakr, 2023; Liu, 2025; Rezaeianjam, 2025).
  • Dati preliminari suggeriscono un ruolo dell’ozono nella decontaminazione delle superfici implantari, nella promozione della guarigione dei tessuti molli post-estrattivi o chirurgici e nella gestione del dolore (Chaudhry, 2021; Kogila, 2022; Rezaeianjam, 2025).
  • L’ozono può ridurre la conta batterica nei canali radicolari infetti, supportare la disinfezione del tessuto pulpare necrotico e ridurre il dolore post-operatorio, contribuendo al successo complessivo dei trattamenti endodontici (Sinha, 2021; Rezaeianjam, 2025).
  • L’uso di acqua o oli ozonizzati ha mostrato buone evidenze nel trattamento dell’ipersensibilità dentinale, suggerendone l’impiego per ridurre il disagio durante le procedure di sbiancamento dentale (Saha, 2024; Bin Hassan, 2024; D’Amario, 2024; Rezaeianjam, 2025).
  • Le reazioni ossidative indotte dall’ozono possono scomporre efficacemente i composti cromogeni nei denti, producendo un effetto sbiancante rapido ed efficiente (Al-Omiri, 2018).
  • Le applicazioni locali hanno mostrato risultati promettenti nel trattamento di condizioni infiammatorie e immunomediate dei tessuti molli orali, come il lichen planus e la stomatite aftosa (Al-Omiri, 2016; Kumar, 2024; Maglia, 2024).

La Tabella 1 offre una sintesi delle possibili applicazioni cliniche riportate in letteratura.

 

Limiti, criticità e considerazioni pratiche

L’ozonoterapia porta con sé alcune criticità, da considerare con cura.

  • Standardizzazione scarsa: concentrazione, forma, tempo di esposizione, flusso, volume, interazione con i tessuti e presenza di biofilm variano significativamente tra gli studi, rendendo difficile confrontare i risultati e trarre conclusioni solide.
  • Evidenze cliniche ancora limitate: i trial clinici su larga scala e con follow-up a lungo termine sono pochi; i dati disponibili sono promettenti ma derivano da campioni piccoli o studi con disegni non ideali o conflitti di interesse.
  • Sicurezza e precauzioni: l’ozono è un potente ossidante e, se non confinato correttamente, può irritare le vie respiratorie. In operatori esposti a concentrazioni elevate o prolungate sono stati riportati mal di testa, tosse, mal di gola, rinite e, più raramente, broncocostrizione. Sono quindi fondamentali ventilazione adeguata, sistemi di aspirazione, catalizzatori di decomposizione, dispositivi certificati e formazione specifica. Quando però si usano apparecchi moderni e si seguono le linee guida, l’ozono locale è considerato sicuro.
  • Normativa e regolamentazione: i dispositivi devono essere approvati e le formulazioni devono rispettare le normative sui prodotti farmaceutici; in alcuni Paesi l’ozono è ancora poco regolamentato in termini di costo, responsabilità medica e requisiti clinici.
  • Costi e formazione: l’acquisto di generatori e accessori, la manutenzione delle apparecchiature e la formazione del personale richiedono un investimento non trascurabile, che può rappresentare un freno per molti studi di piccole dimensioni. Per questo motivo, sarebbe utile che le ricerche future valutassero non solo l’efficacia clinica ma anche il reale rapporto costo-beneficio.
  • Accettazione da parte del paziente: il caratteristico odore pungente e la percezione di “novità” possono suscitare scetticismo; spiegare chiaramente possibili sensazioni, procedure e vantaggi aiuta a superare le diffidenze.

Vantaggi per il clinico e per il paziente

Nonostante tutto, se correttamente integrato nei protocolli clinici, l’uso dell’ozono può offrire i seguenti benefici:

  • disinfezione profonda, con azione antimicrobica efficace anche in zone difficili da raggiungere e su biofilm particolarmente resistenti;
  • approccio meno invasivo; nelle lesioni cariose iniziali può permettere di evitare o posticipare interventi restaurativi più estesi;
  • impatto biologico favorevole; stimola la guarigione dei tessuti e modula la risposta infiammatoria locale;
  • maggior comfort per il paziente; spesso riduce la necessità di anestesia, l’uso di strumenti rotanti e il rischio di dolore o sensibilità post-operatoria;
  • versatilità d’impiego: disponibile in diverse formulazioni (gas, acqua, gel, oli) e applicabile in conservativa, endodonzia, parodontologia, implantologia e chirurgia orale;
  • buona biocompatibilità: l'ozono si decompone rapidamente in ossigeno, lasciando residui minimi.

Prospettive future e conclusioni

L’ozono in odontoiatria sta vivendo una “seconda giovinezza”, ma il cammino è ancora da scrivere. Le prossime sfide parlano chiaro: servono protocolli condivisi e dispositivi standardizzati, studi clinici più robusti e di lunga durata, confronti diretti con le terapie tradizionali e un’analisi dei costi che ne dimostri la sostenibilità anche per i piccoli studi. Sul fronte tecnologico, la corsa è già partita: generatori più efficienti, sistemi portatili e combinazioni con agenti remineralizzanti o fluoruri promettono applicazioni sempre più mirate e sicure. Le evidenze oggi disponibili confermano un potenziale concreto: azione antimicrobica, effetto biostimolante, modulazione dell’infiammazione e un ruolo di reale supporto nella gestione di lesioni cariose iniziali, malattia parodontale, decontaminazione canalare, impianti dentali e ipersensibilità dentinale. Tuttavia, l’efficacia a lungo termine e i meccanismi d’azione restano in parte un enigma: l’ozono agisce su più vie biochimiche e comprendere a fondo queste dinamiche sarà la chiave per protocolli sempre più precisi.

Per il clinico, il messaggio è chiaro: l’ozono non è una bacchetta magica, ma un alleato interessante se usato con criterio. Integrarlo gradualmente in casi selezionati, con dispositivi certificati e un’accurata documentazione dei risultati, consente di sfruttarne i benefici senza perdere di vista la buona pratica clinica. Il futuro? Dipenderà dalla qualità della ricerca e dalla capacità della professione di tradurre le evidenze in protocolli chiari e riproducibili, così da trasformare l’ozono in una risorsa quotidiana e affidabile.

Checklist pratica per l’uso clinico dell’ozono in odontoiatria

Se vuoi integrare l’uso dell’ozono nella tua pratica quotidiana, ecco alcuni suggerimenti per farlo in modo sicuro ed efficace.

  1. Seleziona il caso giusto: lesioni cariose iniziali, tasche parodontali moderate, piccole lesioni gengivali, casi pediatrici quando vuoi evitare il “trauma da trapano”.
  2. Scegli dispositivi certificati e ben mantenuti: affidati ad apparecchi che permettano di controllare con precisione concentrazione e flusso, dotati di sistemi di aspirazione e affidabili nel tempo.
  3. Definisci protocolli interni chiari: stabilisci in anticipo modalità, tempi di applicazione, numero di sedute e intervalli.
  • Gas: usa cappette dedicate, con aspirazione locale; meglio applicazioni brevi ma, se necessario, ripetute.
  • Acqua: usala per irrigazioni e lavaggi; cura la preparazione (tempo di ozonizzazione, purezza dell’acqua).
  • Oli ozonizzati e prodotti topici: verificane composizione e concentrazione, evitando additivi abrasivi o irritanti.
  1. Combinalo con le terapie convenzionali: l’ozono funziona quasi sempre meglio come complemento, non come sostituto; ottimo in associazione a scaling, disinfezione canalare standard e altre procedure.
  2. Monitora i risultati: documenta con fotografie e misurazioni oggettive (indice gengivale, profondità delle tasche, mobilità dentale, sensibilità, durezza delle lesioni), prevedi follow-up a medio e lungo termine e, se possibile, partecipa o consulta studi clinici per vedere cosa funziona meglio.
  3. Spiega tutto al paziente: racconta in modo semplice cos’è l’ozono, i benefici attesi, i possibili rischi e le realistiche aspettative; chiarisci che non è una panacea, ma un valido alleato se usato correttamente.

 

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