Team of dentists closeup hands in sterile disposable gloves with instruments. Dental modeling irons, tweezers, set of steel dental instrumentsб mirror held in hands group of dentists in white coats
La supervisione in odontoiatria è tornata al centro del dibattito professionale dopo la pubblicazione di un nuovo Policy Statement della FDI World Dental Federation. Il documento ridefinisce i modelli di vigilanza, le responsabilità cliniche e il ruolo del team odontoiatrico, con implicazioni dirette per la pratica quotidiana e per la sicurezza del paziente. La supervisione del team odontoiatrico rappresenta oggi uno degli elementi centrali per garantire cure sicure, efficaci e di qualità. Il termine descrive il rapporto professionale tra il dentista e i membri del team, nel quale il clinico osserva, controlla o mantiene la responsabilità delle attività svolte dai collaboratori. Tuttavia, la supervisione non si limita al controllo, ma assume una valenza più ampia di supporto professionale, formativo e organizzativo.
I modelli di supervisione in odontoiatria secondo la FDI
Secondo il documento FDI, la supervisione può assumere diverse forme, da adattare al tipo di procedura, al livello di esperienza del professionista coinvolto e ai requisiti normativi locali. La supervisione diretta prevede la presenza costante del dentista durante il trattamento, con la valutazione del paziente prima, durante e dopo la procedura. Quella indiretta richiede invece che il dentista sia presente nella struttura e disponibile per eventuali consulti clinici. Nella supervisione generale, il dentista organizza il trattamento e mantiene la responsabilità della cura, pur non essendo fisicamente presente. Il Policy Statement introduce inoltre la supervisione remota, resa possibile da strumenti digitali, telemedicina e videoconsulenze, e la supervisione in sanità pubblica, tipica dei programmi comunitari, in cui l’odontoiatra esercita un controllo generale senza obbligo di presenza in sede.
Supervisione, formazione e accesso alle cure
Questa particolare forma di controllo non deve essere interpretata come un processo restrittivo, bensì come un facilitatore dell’accesso equo alle cure odontoiatriche. Rafforza il lavoro di squadra, favorisce l’integrazione delle competenze e sostiene lo sviluppo professionale continuo di tutti i membri del team, inclusi i dentisti. In questo contesto, il documento FDI sottolinea anche il valore dell’audit clinico. Pur non essendo una forma diretta di supervisione, l’audit consente di monitorare le performance, migliorare la qualità dell’assistenza e supportare i processi decisionali legati alla supervisione.
Responsabilità clinica e principi fondamentali
Un principio rimane imprescindibile: la responsabilità per la sicurezza del paziente e per la qualità delle cure resta sempre in capo al professionista che eroga la prestazione, indipendentemente dal modello di supervisione adottato. Il Policy Statement FDI, pubblicato sull'International Dental Journal, evidenzia che tutti i membri del team odontoiatrico, in ogni fase della carriera, dovrebbero beneficiare di un monitoraggio adeguato. Ciò include i neolaureati, i professionisti che acquisiscono nuove competenze, chi rientra in attività dopo una pausa e chi opera in nuovi contesti normativi. Una supervisione efficace, accompagnata da feedback costruttivi, rappresenta quindi uno strumento essenziale per l’odontoiatria moderna.
Da sempre l’essere umano sogna di far ricrescere ciò che ha perduto. In odontoiatria, quel sogno ha un nome preciso: rigenerazione dentale, ossia far ricrescere un dente naturale, vivo, completo, funzionale. Negli ultimi anni, l’odontoiatria rigenerativa ha fatto passi avanti grazie alla bioingegneria tissutale, alle cellule staminali e alla biologia molecolare, ma la ricrescita completa di un dente è rimasta un obiettivo ancora irraggiungibile. Oggi, grazie a un gruppo di ricercatori giapponesi, la prospettiva potrebbe cambiare.
Un nuovo farmaco, sviluppato presso il Medical Research Institute Kitano Hospital di Osaka e l’Università di Kyoto, promette di riattivare la naturale capacità dell’organismo umano di generare nuovi denti.
Il suo meccanismo d’azione? Disattivare un “freno biologico” che la natura ha imposto milioni di anni fa.
Dopo il successo negli studi del farmaco TRG-035 sugli animali, nel 2024 sono iniziate le sperimentazioni di fase clinica I sull’uomo con l’obiettivo di offrire, entro il 2030, un’alternativa naturale a protesi e impianti dentali.
Il segreto della rigenerazione dentale è nella proteina USAG-1
Al centro della scoperta c’è una molecola chiamata USAG-1 (Uterine Sensitization-Associated Gene-1), una proteina che inibisce due vie di segnalazione cruciali nella morfogenesi dentale: BMP (Bone Morphogenetic Protein) e Wnt. In termini semplici, USAG-1 agisce come un “interruttore” che spegne la crescita delle gemme dentali dormienti, residui evolutivi che l’uomo conserva anche dopo aver sviluppato la dentizione permanente.
Bloccando questa proteina tramite un anticorpo monoclonale specifico (TRG-035), il team giapponese è riuscito a riaccendere quel programma di sviluppo, inducendo nei modelli animali la crescita di denti appartenenti a una “terza dentizione”.
Dai risultati preclinici alla sperimentazione sull’uomo
Gli studi preclinici condotti dal gruppo di Katsu Takahashi hanno fornito risultati di grande rilievo, aprendo la strada alla sperimentazione sull’uomo.
Nei modelli murini affetti da agenesia dentale congenita, la somministrazione dell’anticorpo anti-USAG-1 ha determinato la comparsa di nuovi elementi dentari, completi in tutte le loro componenti e del tutto indistinguibili da quelli naturali.
Analoghi risultati sono stati osservati nei furetti, una specie con morfologia dentale più simile a quella umana: anche in questi animali il trattamento ha indotto la formazione di denti supplementari ben sviluppati. Nel complesso, i test di sicurezza preclinica non hanno evidenziato effetti tossici significativi né alterazioni sistemiche rilevanti, suggerendo un buon profilo di tollerabilità.
Forte di questi risultati incoraggianti, il team giapponese ha quindi deciso di avviare la fase clinica sull’uomo, un passaggio storico nella ricerca odontoiatrica rigenerativa. Lo studio, della durata prevista di circa undici mesi, ha come obiettivo principale la valutazione della sicurezza e della tollerabilità del farmaco, al fine di confermarne la compatibilità con l’organismo umano. Parallelamente, come obiettivo secondario, verrà analizzata l’eventuale neoformazione di tessuto dentale, monitorata attraverso tecniche di imaging tridimensionale e indagini radiografiche ad alta risoluzione per documentare in modo oggettivo ogni segno di ricrescita.
Come potrebbe cambiare la pratica odontoiatrica
Nuove prospettive per l’odontoiatria pediatrica
Il farmaco anti-USAG-1 potrebbe rappresentare la prima terapia biologica per ipodontia e oligodontia congenite. Attualmente, la gestione di tali condizioni si basa su ortodonzia e protesi provvisorie fino all’età adulta, seguite da impianti con un percorso lungo e psicologicamente impegnativo. La possibilità di stimolare lo sviluppo naturale dei denti cambierebbe radicalmente la prognosi.
Odontoiatria protesica e implantare
Nel caso di perdita dentale post-traumatica o post-estrattiva, l’iniezione del farmaco potrebbe indurre la neoformazione di un dente fisiologico così da evitare interventi implantari. Tuttavia, la presenza di un tooth bud dormiente e l’integrità dell’alveolo saranno requisiti essenziali.
Parodontologia e rigenerazione ossea
La crescita di un nuovo dente comporta anche un impatto rigenerativo sull’osso alveolare e sul parodonto, aprendo prospettive per la rigenerazione integrata dei tessuti di supporto dentale.
Criticità e sfide
Naturalmente, la strada verso la piena applicazione clinica di questo approccio è ancora lunga e complessa. Una delle principali criticità riguarda il controllo della posizione del nuovo dente, poiché al momento non è possibile guidarne con precisione la direzione di crescita né il punto esatto di eruzione, rendendo probabilmente necessario un successivo intervento ortodontico. Anche l’età biologica del paziente rappresenta un fattore determinante: le gemme dentali dormienti risultano infatti più vitali e responsive nei soggetti giovani, mentre in adulti o anziani la capacità rigenerativa potrebbe essere ridotta. Un ulteriore elemento di attenzione riguarda i rischi immunologici, poiché, trattandosi di un anticorpo monoclonale, è indispensabile verificare a fondo l’eventuale immunogenicità del farmaco e la possibilità di effetti collaterali sistemici. Infine, anche qualora il trattamento si dimostrasse efficace, occorre considerare i tempi biologici del processo rigenerativo: la formazione, la mineralizzazione e l’eruzione del nuovo dente richiedono, infatti, diversi mesi, seguendo ritmi naturali analoghi a quelli della dentizione fisiologica.
Prospettive future
Oggi l’approccio anti-USAG-1 rappresenta il primo tentativo concreto di rigenerazione dentale completa tramite un agente farmacologico e potrebbe segnare una svolta epocale per la scienza odontoiatrica. Nel futuro prossimo, la combinazione con tecniche di gene editing, cellule staminali pluripotenti indotte (iPS) e scaffold biomimetici potrebbe ampliare l’efficacia e la precisione di questo trattamento.
Se le sperimentazioni cliniche confermeranno sicurezza ed efficacia, assisteremo a una trasformazione profonda della pratica odontoiatrica: dalla sostituzione meccanica alla rigenerazione biologica del dente umano, che porterà all’evoluzione verso una vera e propria “medicina dentale rigenerativa”. Il percorso resta lungo, ma il paradigma è cambiato: la ricrescita dentale non è più impensabile, bensì un obiettivo scientifico concreto.
Bibliografia
Murashima-Suginami A, Kiso H, Tokita Y, et al.. Anti-USAG-1 therapy for tooth regeneration through enhanced BMP signaling. Sci Adv. 2021 Feb 12;7(7):eabf1798. doi: 10.1126/sciadv.abf1798. PMID: 33579703; PMCID: PMC7880588.
Takahashi K, Kiso H, Mihara E, et al. Development of a new antibody drug to treat congenital tooth agenesis. J Oral Biosci. 2024 Dec;66(4):1-9. doi: 10.1016/j.job.2024.10.002. Epub 2024 Oct 9. PMID: 39389160.
Zhang X, Contessi Negrini N, Correia R, et al. Generating Tooth Organoids Using Defined Bioorthogonally Cross-Linked Hydrogels. ACS Macro Lett. 2024 Dec 17;13(12):1620-1626. doi: 10.1021/acsmacrolett.4c00520. Epub 2024 Nov 12. PMID: 39532305; PMCID: PMC11656705.
Negli ultimi anni, i polimeri in odontoiatria hanno assunto un ruolo sempre più strategico. In particolare, una recente revisione narrativa condotta presso il Dipartimento di Odontoiatria Protesica dell’Università Medica di Plovdiv, Bulgaria, ha analizzato l’evoluzione di questi materiali tra il 2020 e il 2025. Lo studio prende in esame oltre 100 pubblicazioni scientifiche selezionate nei principali database internazionali. L’obiettivo è fornire una visione aggiornata delle applicazioni cliniche dei polimeri nei diversi ambiti odontoiatrici.
Polimeri e odontoiatria restaurativa
In odontoiatria restaurativa, i polimeri costituiscono la base dei materiali compositi moderni. In particolare, le resine rinforzate con nanofiller dimostrano di avere una maggiore resistenza meccanica. Inoltre, assicurano una migliore stabilità cromatica nel tempo. Tuttavia, permangono alcune criticità. Tra queste, la contrazione da polimerizzazione e l’invecchiamento idrolitico. Per questo motivo, la scelta del materiale deve essere sempre guidata da un’attenta valutazione clinica.
Applicazioni protesiche e implantari
In ambito protesico, il polimetilmetacrilato rimane ampiamente utilizzato. Infatti, il PMMA è ancora il materiale di riferimento per le basi di protesi e i restauri provvisori. Allo stesso tempo, stanno emergendo polimeri ad alte prestazioni. Tra questi, il PEEK si distingue per il modulo elastico simile a quello dell’osso. Inoltre, offre un peso ridotto e una buona biocompatibilità. Di conseguenza, trova indicazione in casi implantari selezionati.
Ortodonzia ed endodonzia
In ortodonzia, i polimeri termoformabili sono alla base degli allineatori trasparenti. In particolare, la ricerca recente si concentra sulla stabilità dimensionale e sulla trasmissione controllata delle forze. In endodonzia, invece, i polimeri vengono impiegati nei sistemi di otturazione canalare e nei perni rinforzati con fibre. Questi materiali consentono la distribuzione migliore delle sollecitazioni. Inoltre, riducono il rischio di frattura radicolare.
Digitale, stampa 3D e sostenibilità
Parallelamente, la diffusione delle tecnologie CAD/CAM e della stampa 3D ha trasformato l’uso dei polimeri. Oggi è possibile realizzare provvisori, guide chirurgiche e dispositivi personalizzati con elevata precisione. Infine, cresce l’attenzione alla sostenibilità. La letteratura analizza polimeri biodegradabili e riciclabili, nonostante le evidenze cliniche siano ancora limitate.
Le prospettive future
I polimeri in odontoiatria restano materiali fondamentali nella pratica clinica moderna. Tuttavia, la loro scelta deve bilanciare estetica, resistenza, biocompatibilità e flussi digitali. La review pubblicata sulla rivista Polymers (Basel) conferma che l’innovazione nei materiali polimerici continuerà a influenzare in modo significativo il futuro dell’odontoiatria.
Nel 2026 l’azienda italiana leader nell’oral care celebra 25 anni di attività e inaugura un anno ricco di iniziative dedicato alla diffusione della cultura della cura e della prevenzione: un percorso costruito per aumentare la consapevolezza di quanto la salute orale sia strettamente legata al benessere generale e alle relazioni.
Dal 2001 Curasept investe costantemente in Ricerca & Sviluppo per offrire soluzioni efficaci, affidabili e innovative per ogni età ed esigenza, lavorando sempre al fianco dei professionisti per portare avanguardia nel settore della cura orale.
Il 2026 sarà l’occasione per valorizzare questo impegno attraverso iniziative mirate e contenuti ad alto valore informativo, con l’obiettivo di fare luce sulla centralità della Cura dal punto di vista sociale – in Italia oltre 23 milioni di persone soffrono di problematiche orali come carie, gengiviti o parodontiti – attraverso azioni concrete rivolte al pubblico e appuntamenti orientati alla valorizzazione di temi di impatto sociale e sanitario.
Tutte le iniziative saranno contrassegnate da un logo nuovo e studiato appositamente per l’anniversario, basato sull’iconica C che in questo caso non rappresenta solo Curasept, ma anche 5 concetti chiave che caratterizzano l’azienda:
Competenza, caratteristica che contraddistingue il modello scientifico perseguito.
Crescita, intesa come spirito di rinnovamento.
Contributo, ovvero l’impatto positivo che l’azienda si propone di avere sulla salute delle persone.
Centro, dove viene collocato il paziente con le sue necessità di cura.
Comunità, costituita dalla rete di professionisti, stakeholder e persone unite dagli stessi valori e dalla stessa visione imprenditoriale.
«Siamo orgogliosi del traguardo raggiunto e dell’anno che ci attende. Abbiamo scelto di dedicare l’anniversario alla Cura, principio ispiratore di ogni aspetto della nostra strategia, dal design fino all’attuazione. Interpreta al meglio il concetto di impatto positivo che ambiamo a raggiungere. La bocca è un organo primario per la salute generale e per il benessere psicologico: prendersene cura significa migliorare la qualità della vita e delle relazioni. È ciò che guida Curasept e quindi tutti noi fin dal primo giorno», commenta Giulia Giovannardi, Chief Development Officer di Curasept SpA.
AFRAID OF THE DENTIST (All persons depicted are not longer living and no estate exists. Supplier warranties that there will be no model release issues.)
In un’epoca dove ti insegnano (e giustamente) a chiedere sempre il permesso e a rispettare il volere altrui, pare opportuno richiamare alla mente alcune fondamentali nozioni relative al consenso informato, al diritto all’autodeterminazione e alle conseguenze che la loro assenza o violazione possano comportare.
Come la Cassazione è specchio della Società! Al netto della costante mancanza di pecunia e della sempiterna voglia di rivalsa dei pazienti nei confronti dei Sanitari, se un tempo le domande si fondavano su imperizia, imprudenza e incompetenza, oggi si punta all’assenza di consenso informato e alla lesione del diritto all’autodeterminazione.
Senza sapere che, laddove le leges artis siano rispettate, la domanda non può che essere respinta, con conseguente condanna al pagamento delle spese processuali.
Una pretesa risarcitoria
Non si tratta di odontoiatria. Tanto virtuosi, ormai, sono diventati gli Odontoiatri che la Cassazione non viene più interessata da contenziosi che li vedano come protagonisti. Lavorando insieme a loro e per loro, non posso che confermare come oggi siano diventati attenti, consapevoli e rispettosi di obblighi e divieti quasi da rasentare la noia! I Medici Chirurghi, per quanto anch’essi più virtuosi di un tempo, sono spesso interessati dall’evento “morte” che li rende, invece, bersagli di coloro che restano e che ritengono di aver subito un torto. Anche nel loro caso, però, la professionalità è alta e l’unico appiglio cui possono aggrapparsi i superstiti resta quello prodromico del consenso, applicabile anche al mondo dell’Odontoiatria.
Ed è così che un decesso causato da un infarto occorso dopo un accesso al PS per il drenaggio di un ascesso retro-auricolare ben possa interessare anche l’odontoiatra curioso.
I parenti hanno infatti adito l’Autorità giudicante (dapprima penale, che nulla ha rilevato, di poi civile) per ottenere un cospicuo risarcimento per il lutto patito, causato – a loro giudizio – da imperizia dei Medici e dall’assenza di consenso del parente morto, che non sarebbe stato informato della manovra e dei relativi rischi.
Accantonata l’imperizia, ritenuta non sussistere essendo stato fatto il drenaggio seguendo le corrette procedure, rimaneva da affrontare l’ormai consueto nodo del consenso informato e della lesione del diritto di autodeterminazione.
Stabilisce il Tribunale di Nola nella sua sentenza: “Analogamente vanno rigettate le pretese risarcitorie avanzate sulla base della dedotta omissione di consenso informato che, secondo gli attori, costituirebbe fonte autonoma di danno.
In proposito la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che la violazione degli obblighi informativi nei confronti del paziente può essere dedotta in relazione eziologica sia rispetto all’evento di danno rappresentato dalla lesione del diritto alla salute, sia rispetto all’evento di danno rappresentato dalla lesione del diritto all’autodeterminazione, sia, contemporaneamente, rispetto ad entrambi (v., ex multis, Cass. n. 28985/2019; Cass. n. 24471/2020).
Nel primo caso (deficit informativo dedotto come lesivo del diritto alla salute), l’inadempimento dell’obbligo informativo può assumere incidenza deterministica sul risultato infausto dell’intervento correttamente eseguito solo in caso di presunto dissenso, in quanto l’intervento terapeutico non sarebbe stato eseguito - e l’esito infausto non si sarebbe verificato - non essendo stato voluto dal paziente.
Nel secondo caso (deficit informativo dedotto come lesivo del diritto all’autodeterminazione), pur essendo pacifico questo evento lesivo (in quanto il paziente non è stato messo nelle condizioni di determinarsi autonomamente in ordine alla scelta terapeutica o all’intervento sanitario propinatigli), tuttavia esso non costituisce, ex se, danno risarcibile, essendo al riguardo indispensabile allegare e provare specificamente quali altri pregiudizi, diversi dal danno alla salute eventualmente derivato, il danneggiato abbia subito.
In altri termini, un danno risarcibile da lesione del diritto all’autodeterminazione è predicabile solo se, a causa del deficit informativo, il paziente abbia subito un pregiudizio, patrimoniale oppure non patrimoniale (e, in tale ultimo caso, di apprezzabile gravità), diverso dalla lesione del diritto alla salute, in termini di sofferenza soggettiva e contrazione della libertà di disporre di se stesso, psichicamente e fisicamente, da allegarsi specificamente e da provarsi concretamente, sia pure a mezzo di presunzioni (cfr., da ultimo, in termini, Cass. 12/06/2023, n. 16633)” (v. Cass. n. 17649 del 27 giugno 2024).
Calando detti principi nel caso in esame, sebbene la testimone di parte attrice abbia escluso la prestazione del consenso informato (v. udienza del 21.09.2021) e i convenuti non abbiano offerto prova contraria al riguardo, tuttavia gli attori non hanno allegato in maniera specifica, né tantomeno dimostrato, il pregiudizio asseritamente sofferto in conseguenza della mancata prestazione del consenso, essendosi limitati a denunciare l’omessa informazione in relazione ad un intervento che ha cagionato un danno alla salute causa della condotta colposa del medico, a cui il paziente avrebbe scelto di non sottoporsi soprattutto in quelle condizioni di stanchezza e dolore fisico che provava nelle ore antecedenti l’intervento chirurgico.
In proposito deve anzitutto ribadirsi che gli accertamenti peritali svolti in sede civile e penale hanno completamente smentito che il praticato intervento chirurgico possa aver causato un danno alla salute, escludendo qualsiasi profilo di addebito nei confronti dei sanitari intervenuti (cfr. Nel caso de quo non vi è correlazione tra la mancanza di esso (n.d.r. del consenso) ed il decesso del M.; v. pag. 9 Relazione CTU).
Quanto poi alla prospettata impossibilità di scegliere in maniera libera e incondizionata se sottoporsi o meno all’intervento chirurgico, la stessa non individua alcun danno-conseguenza, venendo a coincidere tautologicamente con la violazione del diritto e, quindi, con il danno-evento.
Difatti, un danno risarcibile da lesione del diritto all’autodeterminazione è predicabile solo se, a causa del deficit informativo, il paziente abbia subito un pregiudizio, patrimoniale oppure non patrimoniale (ed, in tale ultimo caso, di apprezzabile gravità), diverso dalla lesione del diritto alla salute, in termini di sofferenza soggettiva e contrazione della libertà di disporre di sé stesso, psichicamente e fisicamente, da allegarsi specificamente e da provarsi concretamente, sia pure a mezzo di presunzioni (v. ancora Cass. n. 17649/2024).
Pertanto, la pretesa risarcitoria connessa alla mancata prestazione del consenso informato scritto da parte del paziente Ma.Fr. non può trovare accoglimento, stante la rilevata carenza assertiva e probatoria”.
Quindi, due le statuizioni:
1) se la morte non è effetto della manovra che il paziente non avrebbe mai consentito ove gli fossero state date le dovute informazioni tale omissione non comporta alcuna risarcibilità;
2) se non sono provati danni patrimoniali e non patrimoniali diversi dalla lesione del diritto alla salute anche la violazione del diritto all’autodeterminazione non comporta alcuna rifusione economica. E questo è tutto.
Senza fretta
In questi casi l’Odontoiatra è sicuramente più avvantaggiato rispetto al Medico Chirurgo: situazioni che vedono soggetti incoscienti che richiedono interventi immediati sono molto rare, se non nulle.
Questo regala tutto il tempo necessario per informare il paziente nei minimi particolari non solo di quanto si andrà a eseguire, ma anche di ogni alternativa possibile, suggellando poi la professionale chiacchierata con una bella firma in calce a una altrettanto bella dichiarazione liberatoria.
Andrea Enrico Borgonovo, Loris Erlicher, Davide Galluzzo, Simone Galbiati, Rachele Censi, Mario Saletta -
Autori
Andrea Enrico Borgonovo
Specialista in Chirurgia Maxillo Facciale, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano
Loris Erlicher
Medico frequentatore, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano
Davide Galluzzo
Specializzando in Chirurgia Orale, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano
Simone Galbiati
Specialista in Chirurgia Orale, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano
Rachele Censi
Specialista in Chirurgia Odontostomatologica, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano
Mario Saletta
Medico Chirurgo, Libero professionista a Milano
L’utilizzo di dime customizzate per la rigenerazione ossea di atrofie mandibolari rende più predicibile l’esecuzione dell’intervento e la semplifica. Nel caso clinico in esame viene mostrata una riabilitazione implantare nel IV quadrante preceduta da GBR, resasi necessaria per la forte atrofia orizzontale candidata al trattamento.
Presentazione del caso
Una paziente di 56 anni, in buono stato di salute generale, si presenta all’attenzione del reparto di estetica dentale dell’Istituto Stomatologico Italiano con la richiesta di riabilitare, tramite soluzione implantare, la sua condizione di edentulia parziale. All’esame obiettivo intraorale è possibile apprezzare un’edentulia di classe II riferita al VI sestante, caratterizzata da un’importante atrofia ossea (Figure 1a-b).
Esami strumentali
I livello
Essendo la paziente in possesso di una TAC Cone Beam eseguita in precedenza, si decide di procedere alla visualizzazione e all’analisi della stessa, senza richiedere in aggiunta esami di I livello in modo da evitare una somministrazione di dose radiante che sarebbe stata superflua a fini diagnostici e di programmazione terapeutica.
II livello
La visualizzazione della CBCT (Figure 2a-b) permette di valutare tridimensionalmente l’atrofia riscontrata durante l’esame clinico. Le immagini ricavate dalla rx evidenziano come l’atrofia sia stata sottostimata rispetto alle aspettative, in quanto la sezione di mandibola mostra un aspetto a lama di coltello con un importante sottosquadro linguale. Prima di poter procedere al posizionamento implantare risulta quindi necessario intervenire con la rigenerazione del volume osseo corretto. Viene pertanto proposta alla paziente una chirurgia rigenerativa realizzata mediante l’ausilio di una griglia customizzata in titanio, realizzata sulla base della ricostruzione tridimensionale ricavata dalla Cone Beam.
In fase preoperatoria si va a produrre, sulla base del file DICOM estratto dalla CBCT, una griglia customizzata in titanio Reoss Yxoss CBR fully-protect (Reoss, Filderstadt, Germania) (Figure 3a-b).
L’intervento inizia con un’incisione crestale sulla sella edentula, proseguita in direzione mesiale intrasulculare all’elemento 4.3 e completata con un’incisione di rilascio mesiale in modo da permettere la chiara visualizzazione del sito. Si esegue la scheletrizzazione del corpo mandibolare andando a identificare e proteggere il nervo mentoniero, che alla sua fuoriuscita dal foro omonimo presenta aspetto bifido (Figura 4). Viene infine eseguito il rilascio dei lembi mediante incisioni periostali affinché questi possano essere successivamente riposizionati e suturati passivamente.
Nota tecnica: a livello linguale mandibolare, per ottenere un adeguato rilascio del lembo, si utilizza la tecnica di riposizionamento coronale descritta dal dott. Marco Ronda. Questa metodica (1), ispirata ai principi della chirurgia oncologica, prevede un rilascio estremamente accurato, eseguito con particolare attenzione alle strutture anatomiche nobili presenti sul versante linguale.
È fondamentale posizionare la griglia per valutare sia il corretto adattamento al sito (Figure 5a-b) sia la sua completa copertura da parte dei tessuti molli. È consigliabile, infatti, eseguire nelle fasi iniziali dell’intervento la passivazione dei lembi, in modo da controllare il sanguinamento e diminuire le probabilità di edema post operatorio, che potrebbe compromettere la stabilità della sutura.
Una volta certi della corretta preparazione del sito si procede con il prelievo di osso autologo distalmente al sito di innesto mediante Safe Scraper Twist Geistlich (Geistlich Biomaterials Vertriebsgesellschaft mbH, Baden-Baden, Germania). Questo viene miscelato con osso bovino deproteinizzato Straumann® XenoGraft (Straumann Group, Basilea, Svizzera) e il mix ottenuto viene poi inserito all’interno della griglia (Figure 6a-b).
La griglia viene posizionata nel cavo orale, fissata mediante pin in titanio e, quindi, coperta completamente con una membrana riassorbile Geistlich Bio-Gide® 30x40mm (Geistlich Biomaterials Vertriebsgesellschaft mbH, Baden-Baden, Germania) (Figure 7a-b).
Si termina l’intervento suturando i lembi tramite punti a materassaio profondi con filo monofilamento riassorbibile 6/0, e punti staccati superficiali con filo monofilamento riassorbibile 4/0, entrambi Butterfly Flysorb Mono (Butterfly Italia srl, Cavenago di Brianza, Monza e Brianza). Viene quindi eseguita una OPT di controllo, che mostra il corretto posizionamento della griglia (Figura 8).
Nota tecnica: l’utilizzo di una sutura riassorbibile monofilamento presenta un duplice vantaggio. In primo luogo, la struttura tridimensionale diminuisce il rischio di accumulo di placca e di conseguenza un migliore mantenimento igienico della ferita chirurgica. Secondariamente, il filamento riassorbibile viene degradato mediante processi enzimatici dall’organismo stesso, e ciò consente di non dover interagire nuovamente con l’area chirurgica per la rimozione della sutura se non necessario.
Dopo un periodo di guarigione di sei mesi, viene eseguita una CBCT per valutare la rigenerazione ossea avvenuta (Figure 9a-b); questa risulta soddisfacente sia in termini di volume sia in termini di qualità ossea (2), per cui si procede alla fase implantare.
Sulla base della nuova CBCT si esegue la progettazione dell’inserimento implantare (Figure 10a-b) non per la realizzazione di una dima chirurgica ma per valutare e previsualizzare il corretto punto di inserimento implantare che funga da guida al posizionamento durante la fase chirurgica eseguita con tecnica free hand. In occasione del secondo intervento viene eseguito lo stesso disegno di lembo in modo da poter rimuovere agevolmente i pin di fissazione e la griglia.
Contestualmente si procede con l’inserimento di tre impianti nei siti 4.4, 4.6 e 4.7. Gli impianti scelti per il caso sono stati gli Sweden & Martina Premium One Power (Sweden & Martina SpA, Due Carrare, Padova, Italia) dalle dimensioni di 3,8 x 10mm.
Al termine del posizionamento implantare si esegue il riposizionamento e la sutura dei lembi; quindi, terminato l’intervento chirurgico, si effettua una nuova OPT di controllo per confermare il corretto inserimento implantare (Figura 11).
Bibliografia
Ronda M, Stacchi C. Management of a coronally advanced lingual flap in regenerative osseous surgery: a case series introducing a novel technique. Int J Periodontics Restorative Dent. 2011 Sep-Oct;31(5):505-13. PMID: 21845245.
Antón MCMS, Benjumea MJ, Ríos-Santos JV, Bullón P, Martínez-González JM. Titanium mesh for guided bone regeneration: A systematic review. J Craniomaxillofac Surg. 2024 Apr;52(4):446-457. doi:10.1016/j.jcms.2024.01.010. Epub 2024 Feb 2. PMID: 38307212.
Sebbene l’argomento dell’adesione nelle varie discipline odontoiatriche sia stato ampiamente trattato negli anni, continua a risultare complesso, soprattutto per gli odontoiatri più giovani. I meccanismi teorici dell’adesione sono relativamente semplici da comprendere, ma la loro applicazione pratica, in relazione ai materiali utilizzati, rappresenta spesso una difficoltà. L’adesione richiede protocolli precisi, che variano a seconda del tessuto coinvolto, del materiale, del manufatto da cementare e delle condizioni di isolamento clinico. In queste pagine propongo una visione sintetica e integrata dei principi e dei protocolli dell’adesione, con un approccio pratico pensato per facilitare l’orientamento tra le diverse applicazioni cliniche.
Trattamento del tessuto dentale: mordenzatura e adesione
Il primo passaggio del trattamento del substrato dentale è la mordenzatura, un processo che ha lo scopo di irruvidire la superficie creando micro irregolarità, così da aumentare l’area disponibile per l’adesione. In base alla situazione clinica e ai tessuti coinvolti, la mordenzatura può essere condotta con le seguenti tre modalità.
Mordenzatura totale: applicazione di acido ortofosforico su smalto e dentina, con rimozione dello smear layer e esposizione delle fibrille collagene.
Mordenzatura selettiva: applicazione dell’acido solo sullo smalto, lasciando intatto lo smear layer sulla dentina.
Nessuna mordenzatura: si procede direttamente con la fase adesiva senza applicare acido.
La scelta della modalità di mordenzatura influenza direttamente il sistema adesivo da utilizzare:
se mordenzatura totale (smalto + dentina), lo smear layer è rimosso e si utilizza la tecnica adesiva total-etch;
se mordenzatura selettiva o assente, lo smear layer rimane presente e l’adesione avviene grazie a sistemi self-etch, che sfruttano proprio lo smear layer come base per l’ancoraggio.
È importante ricordare che, sebbene i self etch contengano monomeri acidi, il loro potenziale di mordenzatura dello smalto è limitato, rendendo quindi una mordenzatura preliminare dello smalto con acido ortofosforico un passaggio indispensabile per ottimizzare l’adesione (1).
Adesivi
Il secondo passaggio, seguente alla mordenzatura, sarà il passaggio dell’adesivo. I sistemi adesivi smalto-dentinali sono numerosi e si distinguono tra loro per composizione chimica, modalità di applicazione e principi di interazione con i substrati dentali o più comunemente identificati per generazioni (2, 3). Propongo ora uno schema di passaggi clinici che integra anche quanto esposto finora.
Total etch
Mordenzatura smalto e dentina → lavaggio e asciugatura
Sistema adesivo
→ passaggio del primer; passaggio bonding
→ passaggio di un’unica boccetta contenente primer+bonding
Self etch
Mordenzatura smalto, ma non dentina
Primer automordenzante → bonding
Primer automordenzante + bonding in un’unica boccetta (all in one)
Ad oggi sono stati inoltre introdotti gli adesivi universali, utilizzabili con entrambe le metodiche nei casi di mordenzatura sia selettiva sia totale, semplificando di gran lunga la complessità dell’adesione (3).
Scelta clinica
Quando scelgo di utilizzare una metodica piuttosto che l’altra?
Se siamo di fronte a una lesione cariosa molto vicina alla polpa in un soggetto giovane, la mordenzatura della dentina in quella zona potrebbe provocare sensibilità post-operatoria.
In questi casi è preferibile optare per una mordenzatura selettiva, con l’utilizzo di un sistema self-etch. La scelta non è solo clinica, ma anche biologica: la dentina non è uniforme in tutto il dente. Avvicinandosi alla camera pulpare, aumenta la dentina peritubulare e diminuisce quella intertubulare. Quest’ultima è fondamentale per i sistemi total-etch, ma la sua riduzione in profondità può compromettere l’adesione (4, 5, 6) (Figura 1).
Nei casi di rifacimento di otturazione in pazienti adulti, in lesioni cariose non troppo profonde si preferisce una mordenzatura totale e quindi un adesivo total etch.
1. Dentina peritubulare e intertubulare
Adesione in protesi
L’adesione rappresenta un principio fondamentale non solo nella restaurativa diretta, ma anche nella restaurativa indiretta e nella protesi fissa. In questi ambiti il processo può essere inteso come un vero e proprio albero decisionale:
il primo passo consiste nell’analizzare il tipo di tessuto dentale da trattare; da questa valutazione deriva la scelta del trattamento preliminare più adeguato;
a sua volta, la natura del trattamento guida la selezione del materiale con cui realizzare il restauro, e infine la scelta del materiale di cementazione più idoneo.
Tutte queste decisioni devono inoltre tener conto della possibilità di ottenere un corretto isolamento del campo operatorio, condizione imprescindibile per garantire la stabilità e la durata dell’adesione (7).
Tipologia del materiale del restauro
Cerchiamo quindi ora di fare uno schema chiaro e riassuntivo dei principali materiali, del loro utilizzo e della loro cementazione adesiva.
Un ulteriore fattore determinante è infatti rappresentato dal cemento utilizzato: le diverse aziende propongono formulazioni differenti che spesso richiedono protocolli adesivi specifici. È quindi fondamentale conoscere la composizione del cemento scelto e seguire attentamente i passaggi indicati dal produttore. Vediamo i principali casi clinici.
Sono ceramiche vetrose, quindi mordenzabili. Il trattamento (8, 9, 10) consiste nei seguenti passaggi.
Mordenzatura con acido fluoridrico → Silanizzazione della superficie → Applicazione
del bonding.
Cemento: cemento resinoso convenzionale
(che richiede un sistema adesivo separato) (11).
Zirconia (ex: corone, ponti, faccette) La zirconia non è naturalmente adesiva. Differentemente da feldspatica e leucitica non contiene fase vetrosa e non si può mordenzare con acido fluoridrico (HF). Il silano, inoltre, che funziona bene sulle ceramiche vetrose, non crea legami stabili sulla zirconia. Fondamentali per la zirconia sono invece la sabbiatura e l’adesione tramite il monomero 10 MDP, contenuto nel primer o nel cemento stesso (12, 13).
Cemento: cemento resinoso autoadesivo che integra o possiede il monomero 10 MDP.
Perno: l'adesione va distinta tra parte coronale (ricostruzione in composito tramite build-up) e parte radicolare (in contatto con il materiale del perno: fibra, zirconia o metallo).
Parte coronale: per quanto riguarda il trattamento della parte coronale valgono i procedimenti detti fino ad ora.
Parte radicolare nel caso di perni in fibra: per quanto riguarda la parte radicolare, nel caso di perni in fibra, la tendenza attuale è quella di utilizzare cementi resinosi autoadesivi (SARC), nei quali non è necessario mordenzare o applicare adesivi separatamente, poiché l’adesione è affidata ai monomeri funzionali contenuti nel cemento stesso (14,15).
Tuttavia, va ricordato che, nonostante siano più semplici da usare, i SARC hanno una capacità adesiva in genere inferiore rispetto ai cementi resinosi adesivi convenzionali associati a sistemi adesivi total etch, che rimuovono completamente lo smear layer e permettono un’infiltrazione più profonda dei monomeri nella dentina.
Perno: anche la superficie del perno richiede attenzione; in generale si esegue la silanizzazione, a meno che il perno non sia già stato pretrattato dal produttore. Il silano migliora la bagnabilità e favorisce il legame chimico tra matrice resinosa del cemento e fibre del perno.
In letteratura, alcuni autori suggeriscono inoltre l’applicazione di un adesivo sul perno prima della cementazione, purché sia chimicamente compatibile con il cemento scelto. I risultati però sono variabili: in alcuni casi si osserva un miglioramento della ritenzione, in altri nessun beneficio significativo o addirittura una riduzione dell’adesione.
Considerando l’isolamento
Come già accennato, nel caso di una cementazione adesiva è importante tenere conto della possibilità di ottenere un corretto isolamento del campo operatorio. Questa condizione rappresenta un requisito imprescindibile per garantire la stabilità e la durata dell’adesione.
Tuttavia, esistono situazioni cliniche in cui l’isolamento ideale non è realizzabile: in questi casi, l’impiego di cementi adesivi potrebbe risultare inaffidabile.
Per questo motivo è possibile considerare l’utilizzo di cementi non adesivi, come i cementi a base di ossifosfato di zinco, i vetroionomerici o i vetroionomerici modificati con resina, che offrono un’alternativa sicura quando le condizioni cliniche non permettono protocolli adesivi corretti.
Sofan E, Sofan A, Palaia G, et al. Classification review of dental adhesive systems: from the IV generation to the universal type. Ann Stomatol (Roma). 2017;8(1):1-17. doi:10.11138/ads/2017.8.1.001. PMID:28736601; PMCID:PMC5507161. Breschi L,
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Le fratture dentali rappresentano una delle conseguenze più comuni dei traumi sportivi, soprattutto nelle discipline di contatto. Le fratture dentali da trauma sportivo coinvolgono prevalentemente i settori anteriori e possono avere un impatto significativo sull'estetica, nonché sulla funzione. Un recente lavoro scientifico, condotto presso l'UCL Eastman Dental Institute di Londra, UK, da tempo impegnato anche su questo fronte, ha analizzato le principali strategie cliniche per la gestione di questi casi, offrendo indicazioni utili al dentista nella pratica quotidiana.
Valutazione iniziale e diagnosi delle fratture dentali
Il primo passaggio, fondamentale, è la valutazione accurata e tempestiva. La diagnosi deve considerare l’estensione della frattura (smalto, dentina, coinvolgimento pulpare), la presenza di lesioni associate ai tessuti molli e l’eventuale danno parodontale. Le indagini radiografiche permettono di escludere fratture radicolari o lussazioni, che possono modificare in modo sostanziale il piano di trattamento. Una diagnosi corretta è essenziale per impostare una terapia di successo.
Scelte restaurative efficaci
Il trattamento dei denti fratturati varia in base alla gravità del trauma. Le fratture limitate allo smalto o alla dentina possono essere gestite con restauri diretti in composito, spesso con ottimi risultati estetici e funzionali. Nei casi più complessi, con perdita estesa di tessuto o coinvolgimento pulpare, possono essere necessari trattamenti endodontici seguiti da restauri indiretti. La decisione deve tenere conto dell’età del paziente, delle aspettative estetiche e della prognosi a lungo termine.
Prognosi e fattori decisionali
La prognosi dei denti traumatizzati dipende da molte variabili. La rapidità dell’intervento, la corretta gestione della polpa e la qualità del restauro influenzano in modo determinante la sopravvivenza dell’elemento dentario. Nei casi più gravi, quando la conservazione del dente non è possibile, la pianificazione protesica o implantare è parte integrante del percorso terapeutico. Anche in questi scenari, una gestione graduale e ben programmata migliora gli esiti clinici.
Dalla prevenzione alla cura
Accanto al trattamento, la prevenzione riveste un ruolo centrale. L’uso di bite personalizzati durante l’attività sportiva riduce in modo significativo il rischio di fratture dentali. Informare gli atleti sull’importanza della protezione orale è una responsabilità condivisa tra odontoiatri, allenatori e medici sportivi. D'altro canto, affrontare i traumi sportivi significa integrare competenze cliniche, restaurative e preventive in un unico percorso di cura. Non a caso questo studio, pubblicato sulla rivista Research in Sports Medicine, evidenzia come una corretta diagnosi, una scelta terapeutica mirata e una strategia preventiva efficace siano elementi chiave per garantire risultati clinici duraturi.
Luigi Paglia, direttore scientifico di Il Dentista Moderno
Un tempo bastavano un trapano, una pinza e tanta manualità. Oggi, nello studio odontoiatrico moderno, servono anche competenze gestionali, conoscenze digitali e un pizzico di spirito imprenditoriale. Insomma, il dentista del futuro deve saper curare una bocca… ma anche leggere un bilancio! La qualità clinica rimane imprescindibile, eppure non basta. Attorno al professionista ruotano front office, amministrazione, richiami e marketing: un vero ecosistema che richiede metodo, tecnologia e lavoro di squadra.
In questo scenario, la digitalizzazione non è un lusso, ma la chiave per rendere lo studio più efficiente, economico e accogliente.
Non serve essere una catena o una clinica di grandi dimensioni: anche uno studio “snello” può essere competitivo se adotta strumenti digitali ben gestiti e una visione organizzativa chiara. Il Dott. Paride Zappavigna e il suo team in un nuovo testo di recentissima pubblicazione ci accompagnano in questo percorso, fornendo strumenti pratici per trasformare la complessità gestionale in un sistema ordinato, fluido e, perché no, anche un po’ più sereno.
Perché alla fine la vera rivoluzione non è tecnologica, ma culturale: spostare il focus dalla “gestione dello studio” alla gestione del paziente, creando un’esperienza di cura efficiente, sicura e di qualità. Ne parliamo con l’autore che ci introduce nel Mondo del Clinic Manager.
Buona lettura, e che la digitalizzazione vi accompagni… senza farvi perdere il sorriso!
Da dove cominciare per organizzare al meglio uno studio odontoiatrico?
Paride Zappavigna
Oggi l’odontoiatra deve conciliare tre ruoli: clinico, imprenditore e manager. Le attività extra-cliniche richiedono competenze gestionali, economiche e strategiche che non tutti desiderano sviluppare.
È quindi fondamentale scegliere in quale ambito concentrarsi e costruire un sistema di delega basato su fiducia e responsabilità condivisa.
La leadership del titolare guida e motiva il team, favorendo equilibrio tra visione d’insieme e operatività. L’efficacia nasce dalla collaborazione tra le diverse figure dello studio.
Stai per pubblicare un testo sull’organizzazione delle strutture mediche e odontoiatriche: cosa ti ha spinto a scriverlo?
Due spinte principali. Da odontoiatra, ho vissuto in prima persona le difficoltà gestionali di uno studio, via via sempre crescenti nel tempo, cercando continuamente strategie per migliorare i flussi di lavoro, soddisfare i pazienti e ridurre lo stress del team. Dall’altra parte, la mia lunga esperienza nella formazione e aggiornamento degli ASO mi ha fatto ascoltare molte testimonianze di inefficienze e dinamiche “tossiche” presenti negli studi. Da qui è nata l’esigenza di comprendere le cause profonde di queste criticità e, insieme a esperti di ambiti extra-clinici, proporre soluzioni sostenibili, etiche ed efficienti per migliorare la vita professionale di chi lavora in studio e l’esperienza di chi vi si affida come paziente.
Il Clinic Manager è una figura a cavallo tra clinica e organizzazione: quali sono i reali vantaggi per il dentista nell’averlo nello staff?
Il Clinic Manager è una figura di riferimento che gestisce e aggiorna tutta la documentazione normativa e di sicurezza dello studio, garantendo conformità e ordine. Si occupa di DVR, registri obbligatori e autorizzazioni, assicurando che tutto sia pronto in caso di controlli. In base al D.Lgs. 81/08, supporta il datore di lavoro come garante operativo della sicurezza. Mantiene i documenti aggiornati e accessibili, tutelando il team e l’ambiente di lavoro. Così consente all’odontoiatra di concentrarsi sulla clinica, libero da burocrazia e incombenze gestionali.
Come è possibile supportare realmente il dentista in tutte le incombenze burocratiche?
Il primo Clinic Manager può essere lo stesso odontoiatra, ma nella pratica è raro per mancanza di tempo e concentrazione. Serve quindi una figura di supporto che coordini organizzazione, risorse e flussi di lavoro. Oggi questo ruolo evolve dalla semplice segreteria a una vera funzione manageriale, capace di prevenire problemi e ottimizzare la produttività. Spesso le risorse interne possono assumere questo compito con la giusta formazione. Il Clinic Manager è così un investimento strategico che migliora efficienza, clima di lavoro e qualità del servizio.
Quali caratteristiche deve avere un buon gestionale dello studio?
Il software gestionale è oggi il cuore operativo dello studio odontoiatrico, integrando dati clinici, amministrativi e organizzativi in modo sicuro e tracciabile. Deve essere intuitivo, chiaro e conforme ai principi di ergonomia cognitiva, con alert che prevengono errori e mancanze. Un buon supporto tecnico e aggiornamenti costanti ne garantiscono l’efficienza nel tempo. Per il Clinic Manager è uno strumento strategico per analizzare flussi e ottimizzare processi. In sintesi, trasforma i dati in conoscenza e la conoscenza in azione.
Quali sono i vantaggi per il paziente nella digitalizzazione dello studio?
Il digitale ha rivoluzionato lo studio odontoiatrico, rendendolo più efficiente, sicuro e integrato. Tecnologie come scanner ottici, radiologia digitale e pianificazione computer-guidata migliorano diagnosi e tempi clinici, mentre agenda elettronica e sistemi gestionali ottimizzano la parte amministrativa. Per il Clinic Manager, il digitale è uno strumento di analisi e problem solving che migliora organizzazione e qualità del lavoro. Oltre all’efficienza, rappresenta una svolta culturale che valorizza la relazione con il paziente. Infine, rafforza l’immagine dello studio come moderno e affidabile.
Centri odontoiatrici e studi tradizionali: dove andremo nel futuro?
Il futuro dell’odontoiatria sarà un equilibrio tra grandi centri strutturati e studi tradizionali evoluti, uniti da tecnologia, organizzazione e visione integrata. I centri offriranno efficienza e multidisciplinarità, mentre gli studi più piccoli potranno prosperare puntando su umanità, digitalizzazione e competenze gestionali. La figura del Clinic Manager sarà il motore di questa trasformazione, traducendo la visione del dentista in processi efficaci e sicuri. A sopravvivere non sarà chi è più grande, ma chi saprà adattarsi al cambiamento. Il futuro appartiene a chi unisce etica, innovazione e centralità del paziente.
Per scrivere il testo hai coordinato molti autori: quali sono state le difficoltà più importanti che hai incontrato?
La sfida principale è stata armonizzare contributi diversi – clinici, gestionali e umanistici – in un linguaggio comune e pratico per gli odontoiatri. Il manuale nasce dall’esperienza diretta dell’autore e dalle difficoltà condivise da molti colleghi nella gestione dello studio. Coinvolge esperti di vari ambiti per definire il ruolo del Clinic Manager come figura trasversale e strategica. L’obiettivo è tradurre la complessità in chiarezza, unendo rigore e concretezza operativa. Il risultato è un dialogo interdisciplinare volto a rendere il lavoro del dentista più efficiente e sostenibile.
Il nuovo manuale formativo CLINIC MANAGER ODONTOIATRICO
Un recente studio, condotto negli Stati Uniti, ha analizzato l’uso dei farmaci ad alto rischio in odontoiatria pediatrica, utilizzando grandi database sanitari amministrativi. Questi archivi raccolgono dati reali su visite odontoiatriche, prescrizioni farmacologiche e accessi ospedalieri. L’obiettivo dello studio era chiaro. Valutare la frequenza con cui i dentisti prescrivono farmaci potenzialmente pericolosi ai bambini e misurare i possibili eventi avversi nei giorni successivi alla prescrizione.
I farmaci presi in esame
Gli autori hanno incluso nella loro analisi oppioidi, benzodiazepine e barbiturici. Questi farmaci rientrano nella categoria dei farmaci ad alto rischio. In odontoiatria pediatrica, i professionisti li usano talvolta per controllare il dolore, l’ansia o per la sedazione. Tuttavia, questi principi attivi possono causare effetti collaterali importanti, soprattutto nei pazienti più giovani. Lo studio ha quindi misurato la frequenza delle prescrizioni e la loro associazione con esiti clinici negativi.
Gli effetti sui bambini
I risultati mostrano che la prescrizione di farmaci ad alto rischio nei bambini non è frequente, ma esiste. In una piccola percentuale di visite odontoiatriche pediatriche, il dentista prescrive almeno uno di questi farmaci. Il dato più rilevante riguarda gli esiti clinici. Una parte dei bambini ha avuto accessi al pronto soccorso o ricoveri entro pochi giorni dalla visita. Il rischio aumenta nei bambini più piccoli e nei pazienti con condizioni mediche complesse. Gli oppioidi meritano un’attenzione particolare. In diversi casi, gli eventi avversi risultano direttamente collegati al loro utilizzo. Questo dato conferma le preoccupazioni già presenti nella letteratura medica generale.
Cosa suggerisce ai dentisti questa ricerca
L'odontoiatra dovrebbe valutare con attenzione le proprie scelte terapeutiche. La gestione del dolore e dell’ansia nei bambini richiede prudenza. Il clinico dovrebbe preferire gli analgesici non oppioidi quando possibile. Dovrebbe inoltre utilizzare tecniche di comunicazione, approcci comportamentali e protocolli di sedazione minimamente invasivi. Una corretta anamnesi riduce i rischi. Anche il dialogo con i genitori migliora la sicurezza del trattamento. Come evidenzia, peraltro, lo studio in questione, pubblicato sul Journal of the American Dental Association (JADA), una delle riviste scientifiche più autorevoli nel panorama odontoiatrico internazionale.
Obiettivo: Condurre una revisione sistematica della letteratura per valutare le applicazioni dell’IA nella rilevazione e previsione precoce delle complicanze peri-implantari, analizzando la performance dei modelli, i tipi di dati e l’applicabilità clinica. Metodi: è stata eseguita una revisione sistematica della letteratura (2015-2025) attraverso quattro banche dati elettroniche (PubMed, Scopus, Web of Science, Cochrane), seguendo le linee guida PRISMA. Sono stati inclusi studi che valutano modelli IA applicati a immagini (radiografie periapicali, ortopantomografie, CBCT) e/o dati clinici. Sono stati estratti dati su progettazione dello studio, metodologia IA, dimensione del campione, modalità di imaging, misure di outcome e performance predittiva. Il rischio di bias è stato valutato con lo strumento QUADAS-2. Risultati: cinque studi hanno soddisfatto i criteri di inclusione. I modelli IA (CNN, R-CNN, U-Net, Random Forest) hanno mostrato un’accuratezza predittiva tra l’85% e il 99%, con valori di AUC tra 0,84 e 0,90. I modelli multimodali hanno mostrato una performance superiore rispetto agli approcci basati solo su immagini. Conclusioni: l’IA ha un grande potenziale nella rilevazione e previsione precoce delle complicanze peri-implantari. Gli approcci multimodali sembrano offrire le migliori capacità predittive. Sono necessari ulteriori studi multicentrici prospettici per l’implementazione clinica standardizzata.
Artificial intelligence for early detection and prediction peri-implant complications: A systematic review
Objective: to conduct a systematic review of the literature evaluating AI applications for early detection and prediction of peri-implant complications, analyzing model performance, data types, and clinical applicability. Methods: a systematic search from 2015–2025 was conducted across four electronic databases (PubMed, Scopus, Web of Science, Cochrane), following PRISMA guidelines. Studies evaluating AI models applied to imaging (periapical radiographs, orthopantomogram, CBCT) and/or clinical data for detection or prediction of peri-implant complications were included. Data on study design, AI methodology, sample size, imaging modality, outcome measures, and predictive performance metrics were extracted. Risk of bias was assessed using the QUADAS-2 tool. Results: five studies met inclusion criteria. AI models (CNN, R-CNN, U-Net, Random Forest) demonstrated predictive accuracy from 85% to 99%, with AUC values ranging from 0.84 to 0.90. Models combining imaging and clinical parameters showed consistently superior predictive performance compared to imaging-only approaches. Conclusions: AI holds significant potential for early detection and prediction of peri-implant complications. Multimodal approaches integrating imaging and clinical data offer the most robust predictive capabilities. Prospective multicentric validation studies are needed for standardized clinical implementation.
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La carie radicolare rappresenta una sfida clinica crescente, soprattutto nei pazienti anziani e nei soggetti con recessioni gengivali. Un gruppo di ricercatori della Istanbul Kent University, Turchia, ha così realizzato uno studio in laboratorio, con un modello in vitro su dentina radicolare, per simulare condizioni controllate di demineralizzazione e remineralizzazione. La dentina radicolare, infatti, meno mineralizzata dello smalto, mostra una maggiore suscettibilità agli attacchi acidi e alla colonizzazione batterica.
Obiettivo dello studio
Lo studio ha valutato l’efficacia comparativa di diversi agenti fluorurati e remineralizzanti nel contrastare la carie. Gli autori hanno analizzato sia la capacità di remineralizzazione della dentina radicolare sia l’effetto sulla formazione del biofilm batterico. Il lavoro ha confrontato il fluoro convenzionale con formulazioni arricchite di calcio e fosfato e con il silver diamine fluoride.
Materiali e metodi
I ricercatori hanno utilizzato campioni di dentina radicolare bovina, per poi creare lesioni cariose artificiali standardizzate. Successivamente hanno suddiviso i campioni in sei gruppi sperimentali: controllo non trattato, sodio fluoruro (NaF), NaF con CPP-ACP, NaF con tricalcio fosfato (TCP), NaF con xylitol-coated calcium phosphate (CXP) e silver diamine fluoride con ioduro di potassio (SDF/KI). Dopo l’applicazione dei materiali, i campioni hanno affrontato cicli di pH per simulare l’ambiente orale. Gli autori hanno valutato la remineralizzazione con spettroscopia FTIR-ATR e fluorescenza laser. Per poi analizzare il biofilm di Streptococcus mutans e Lactobacillus casei con microscopia confocale ed elettronica.
Risultati principali
Tutti i trattamenti hanno ridotto la demineralizzazione rispetto al controllo. Il gruppo trattato con SDF/KI ha mostrato i valori più elevati di remineralizzazione. Il NaF convenzionale ha invece ottenuto i migliori risultati nel contenimento del biofilm batterico. Le formulazioni con calcio e fosfato hanno invece prodotto effetti positivi intermedi, senza un netto vantaggio rispetto al fluoro da solo.
Implicazioni cliniche e conclusioni
I dati indicano che le vernici fluorurate restano strumenti centrali nella prevenzione della carie radicolare. Il clinico può considerare il silver diamine fluoride nei pazienti ad alto rischio di progressione. Il fluoro tradizionale mantiene un ruolo chiave nel controllo del biofilm. La scelta del trattamento deve quindi seguire il profilo di rischio individuale. Lo studio, pubblicato sulla rivista internazionale BMC Oral Health, conferma che diversi agenti fluorurati supportano la remineralizzazione della dentina radicolare in condizioni in vitro, fornendo indicazioni utili per una gestione clinica più mirata della carie radicolare.
La ricerca sui materiali dentali è in continua evoluzione. Una recente revisione, condotta da un gruppo di ricerca universitario europeo attivo nel settore dei biomateriali dentali e guidato dall'Università della British Columbia di Vancouver, Canada, ha analizzato le potenzialità delle nanostrutture di origine naturale per applicazioni cliniche avanzate. In questo contesto, la nanocellulosa emerge come uno dei materiali più promettenti per migliorare le prestazioni dei dispositivi odontoiatrici di nuova generazione.
Cos’è la nanocellulosa
La nanocellulosa è un materiale di origine naturale derivato dalla cellulosa, strutturato su scala nanometrica. Le forme più studiate includono le cellulose nanocrystals (CNC) e le cellulose nanofibrils (CNF). Queste particelle presentano un’elevata area superficiale, un’eccellente resistenza meccanica e un’ampia possibilità di modificazione chimica. Tali caratteristiche rendono la nanocellulosa particolarmente adatta all’integrazione nei materiali dentali.
Proprietà rilevanti per l’odontoiatria
Dal punto di vista clinico e tecnologico, la nanocellulosa offre diversi vantaggi. Migliora le proprietà meccaniche dei materiali compositi, aumentando resistenza alla flessione e modulo elastico. Favorisce una distribuzione più omogenea delle sollecitazioni, riducendo il rischio di fratture. Inoltre, mostra un’elevata biocompatibilità e un basso potenziale citotossico, aspetti fondamentali per l’impiego intraorale prolungato. Un ulteriore elemento di interesse riguarda la capacità della nanocellulosa di interagire con le matrici polimeriche. Attraverso processi di funzionalizzazione superficiale, è possibile migliorare l’adesione tra fase organica e rinforzo nanostrutturato, ottimizzando la stabilità del materiale nel tempo.
Applicazioni emergenti nei materiali dentali
La letteratura scientifica analizzata evidenzia diverse applicazioni potenziali della nanocellulosa in odontoiatria. Tra queste rientrano i compositi restaurativi, i cementi dentali e i materiali a base resinosa. In questi sistemi, la nanocellulosa agisce come rinforzo strutturale, consentendo di ridurre il contenuto di filler convenzionali senza compromettere le prestazioni meccaniche. Sono inoltre in fase di studio rivestimenti funzionali e materiali bioattivi. In questi casi, la nanocellulosa potrebbe favorire una migliore interazione con i tessuti duri e molli del cavo orale, aprendo la strada a materiali non solo più resistenti, ma anche biologicamente più performanti.
Limiti e prospettive future
Nonostante il grande potenziale, permangono alcune criticità. La dispersione uniforme della nanocellulosa nelle matrici dentali e la riproducibilità dei processi produttivi rappresentano sfide tecnologiche rilevanti. Inoltre, sono necessari ulteriori studi preclinici e clinici per confermare la reale efficacia e la sicurezza a lungo termine. La nanocellulosa rappresenta comunque una frontiera emergente nei materiali dentali. Il lavoro di revisione, pubblicato sulla rivista scientifica Dental Materials, evidenzia come questo biomateriale possa contribuire allo sviluppo di soluzioni restaurative più performanti e sostenibili, delineando nuove prospettive per l’odontoiatria di domani.
Luigi Paglia, direttore scientifico de Il Dentista Moderno
Luigi Paglia,direttore scientifico di Il Dentista Moderno
Luigi Paglia, direttore scientifico di Il Dentista Moderno e rappresentante della Società Italiana di Odontoiatria Infantile (SIOI), entra a far parte del Tavolo tecnico sulla nutrizione nei primi mesi di vita, istituito presso il Ministero della Salute.
La nomina, formalizzata con decreto del Sottosegretario di Stato alla Salute on. Marcello Gemmato, rafforza il ruolo dell’odontoiatria pediatrica all’interno dei processi decisionali dedicati alla salute materno-infantile e alla promozione di una corretta alimentazione nella prima infanzia.
L'obiettivo del tavolo tecnico
La presenza dell’odontoiatria pediatrica nei luoghi decisionali della sanità pubblica si consolida con l’integrazione della composizione del Tavolo tecnico, creato per elaborare proposte e iniziative volte a promuovere una sana e corretta alimentazione nei primi mesi di vita, con particolare attenzione all’allattamento al seno e al latte umano donato. L’obiettivo è sviluppare strategie condivise e basate sulle evidenze scientifiche, capaci di incidere concretamente sulle politiche di prevenzione rivolte alla popolazione pediatrica.
Il Tavolo tecnico, coordinato dal Capo del Dipartimento della salute umana, della salute animale e dell’ecosistema (One Health), riunisce rappresentanti delle principali direzioni del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità, delle Regioni, delle Società scientifiche pediatriche, neonatologiche, ginecologiche e ostetriche, oltre a esponenti delle professioni infermieristiche e a esperti nominati direttamente dal Ministero. Un assetto multidisciplinare pensato per garantire un approccio integrato alla salute materno-infantile.
L'odontoiatria infantile in prima linea nella prevenzione
In questo contesto, il contributo dell’odontoiatria infantile assume un valore strategico. Le evidenze scientifiche dimostrano come l’alimentazione precoce e l’allattamento influenzino in modo significativo lo sviluppo del cavo orale, la prevenzione della carie precoce e l’acquisizione di corretti stili di vita fin dalla nascita. Inserire queste competenze all’interno di un tavolo istituzionale significa riconoscere il ruolo dell’odontoiatra pediatrico come parte attiva dei percorsi di prevenzione primaria e di educazione alla salute.
La partecipazione di Luigi Paglia, rappresenta dunque un passaggio rilevante per l’odontoiatria italiana e per il dialogo tra diverse discipline. Portare la salute orale nel dibattito sulla nutrizione nei primi mesi di vita contribuisce a una visione integrata del benessere del bambino e rafforza il legame tra odontoiatria, pediatria e sanità pubblica, aprendo nuove prospettive per politiche di prevenzione sempre più efficaci e condivise.
La prevenzione è uno dei pilastri fondamentali dell’odontoiatria moderna. Un recente studio scientifico, condotto da ricercatori afferenti a diverse università italiane ed europee, ha analizzato in modo sistematico il ruolo della prevenzione nella pratica clinica quotidiana. L’obiettivo è stato valutare come i dentisti italiani conoscano, interpretino e applichino i principali interventi di prevenzione orale, offrendo una fotografia aggiornata della situazione nazionale.
Il metodo KAP applicato all’odontoiatria
Lo studio utilizza il modello KAP (Knowledge, Attitudes, Practices), ampiamente impiegato nella sanità pubblica. Questo approccio consente di analizzare tre dimensioni chiave: il livello di conoscenza scientifica, gli atteggiamenti personali e professionali e le pratiche cliniche effettivamente adottate. Attraverso un questionario strutturato, i ricercatori hanno raccolto dati su temi centrali come ad esempio l’uso del fluoro, la riduzione del consumo di zuccheri, le sigillature dei solchi e l’educazione del paziente.
Conoscenze e atteggiamenti dei dentisti italiani
I risultati mostrano che la maggior parte dei professionisti riconosce l’importanza della prevenzione odontoiatrica. Tuttavia emergono differenze significative legate all’età e al genere. I dentisti più giovani dimostrano una maggiore familiarità con le linee guida preventive aggiornate, in particolare per quanto riguarda l’uso dei fluoruri e la promozione di stili di vita salutari. Al contrario, alcuni professionisti con maggiore anzianità clinica percepiscono lacune formative e adottano un approccio più tradizionale. Anche gli atteggiamenti verso la prevenzione risultano eterogenei. Molti dentisti considerano la prevenzione essenziale per la salute a lungo termine del paziente, ma segnalano criticità legate al tempo a disposizione e alla percezione del valore economico delle prestazioni preventive.
Dalla teoria alla pratica clinica
Un aspetto centrale dello studio riguarda il divario tra le conoscenze e le pratiche. Non sempre, infatti, le competenze teoriche si traducono in un’applicazione sistematica delle misure preventive. Le principali barriere identificate includono la scarsa adesione dei pazienti, la limitata remunerazione delle procedure preventive e la mancanza di supporto organizzativo. Nonostante ciò, molti dentisti dichiarano di voler rafforzare l’approccio preventivo, riconoscendone il valore clinico e sociale.
Prevenzione odontoiatrica: dalle parole ai fatti
I dati suggeriscono la necessità di programmi di formazione continua mirati e di politiche sanitarie che incentivino la prevenzione odontoiatrica. Migliorare l’integrazione della prevenzione nella pratica quotidiana potrebbe ridurre l’incidenza delle patologie orali e migliorare la salute pubblica complessiva. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica BMC Oral Health, evidenzia come la prevenzione sia ampiamente riconosciuta dai dentisti italiani, ma non ancora pienamente applicata. Servirà dunque rafforzare il legame tra conoscenze, atteggiamenti e pratiche legate al mondo della prevenzione, per passare, finalmente, dalle parole ai fatti.
Il trattamento ortodontico fissonon influisce solo sull’allineamento dei denti, ma anche sull’estetica del sorriso. Un recente studio condotto dall’Azad University of Medical Sciences di Tehran, Iran, ha analizzato come i protocolli con e senza estrazione dei premolari modifichino il gingival display, ossia la quantità di gengiva visibile durante il sorriso, un parametro chiave per la percezione estetica dei pazienti.
Come misurare il gingival display
Gli autori hanno analizzato retrospettivamente 234 pazienti trattati con apparecchiatura fissa MBT 0.022". Il campione era suddiviso equamente tra trattamento estrattivo e non estrattivo. Ogni paziente presentava fotografie pre e post-trattamento standardizzate. Per quantificare il gingival display, i ricercatori hanno misurato la gengiva esposta sopra gli incisivi superiori e l’hanno rapportata all’altezza clinica della corona, ottenendo un indice indipendente dalla scala fotografica. Le variazioni sono state confrontate tra i due protocolli terapeutici e tra i due sessi mediante analisi statistiche avanzate (t-test, ANOVA a misure ripetute).
Le conseguenze del trattamento ortodontico
Il trattamento non estrattivo ha determinato una riduzione significativa del gingival display, passando in media dal 50% al 40%. Questo dato indica un miglioramento estetico del sorriso, con minore esposizione gengivale finale. Al contrario, il protocollo estrattivo ha prodotto un incremento medio del 7% della gengiva esposta (dal 20% al 27%). Tale aumento suggerisce che la riduzione del supporto incisale associata alle estrazioni possa favorire una maggiore esposizione gengivale durante il sorriso spontaneo. Il sesso del paziente è risultato un fattore significativo: le donne presentavano valori più elevati di gingival display sia prima che dopo il trattamento, indipendentemente dal protocollo adottato.
L'interpretazione clinica dello studio
Il sorriso è un elemento cruciale nella valutazione del risultato ortodontico. Un'eccessiva esposizione gengivale può orientare la scelta terapeutica, soprattutto nei pazienti con predisposizione al “gummy smile”. I dati indicano che il trattamento non estrattivo può contribuire a ridurre l’esposizione gengivale, mentre il trattamento estrattivo può aumentarla, con potenziali implicazioni estetiche da discutere sempre in fase di pianificazione. L’analisi differenziata per sesso rafforza la necessità di un approccio personalizzato nella gestione del sorriso.
Conclusioni
La scelta tra trattamento ortodontico estrattivo e non estrattivo influisce in modo significativo sul gingival display. Nei pazienti con sorriso gengivale o con elevata attenzione all’estetica, infatti, un approccio non estrattivo può offrire risultati più favorevoli, come dimostra questa ricerca, pubblicata sulla rivista Scientific Reports.
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