Sabrina De Michele, Riccardo Aiuto, Maria Peñarrocha Diago, Miguel Peñarrocha Diago, Francesca Angiero, Rolando Crippa -
1c. Allestimento del lembo con l’ausilio del laser Er,Cr:YSGG 2780nm device WaterlaseiPlus® (Biolase)
Molti motivi spingono i ricercatori ad approfondire l’applicazione del laser nelle procedure di chirurgia orale e implantologia. Nello specifico, si avverte la necessità di realizzare protocolli ampiamente validati che prevedono l’uso del laser per la decontaminazioni di siti infetti finalizzata al posizionamento di impianti di tipo 1. In questo aggiornamento monografico, dopo una revisione della letteratura viene presentato uno studio clinico controllato che dimostra come il posizionamento immediato di un impianto in un sito post-estrattivo infetto o infiammato, dopo la decontaminazione laser, non sembra aumentare il rischio di fallimento
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Sabrina De Michele, Riccardo Aiuto, Maria Peñarrocha Diago, Miguel Peñarrocha Diago, Francesca Angiero, Rolando Crippa -
1c. Allestimento del lembo con l’ausilio del laser Er,Cr:YSGG 2780nm device WaterlaseiPlus® (Biolase)
Molti motivi spingono i ricercatori ad approfondire l’applicazione del laser nelle procedure di chirurgia orale e implantologia. Nello specifico, si avverte la necessità di realizzare protocolli ampiamente validati che prevedono l’uso del laser per la decontaminazioni di siti infetti finalizzata al posizionamento di impianti di tipo 1. In questo aggiornamento monografico, dopo una revisione della letteratura viene presentato uno studio clinico controllato che dimostra come il posizionamento immediato di un impianto in un sito post-estrattivo infetto o infiammato, dopo la decontaminazione laser, non sembra aumentare il rischio di fallimento
Autori
Sabrina De Michele
Odontoiatra presso l’Istituto Stomatologico Italiano, Milano Riccardo Aiuto
Odontoiatra presso l’Istituto Stomatologico Italiano, Milano. Dottore di ricerca, Università di Valencia, Spagna María Peñarrocha-Diago
Professore di Chirurgia orale presso l’Università di Valencia, Spagna Miguel Peñarrocha-Diago
Cattedratico di Chirurgia Orale presso l’Università di Valencia (Spagna) Francesca Angiero
Professore ordinario di Malattie odontostomatologiche, Università degli Studi di Genova Rolando Crippa
Direttore dal 1994 al 2021 del Reparto di Patologia orale e Laserterapia dell’Istituto Stomatologico Italiano e Professore a c. presso l’Università degli Studi di Genova
Il posizionamento immediato di un impianto in un sito post-estrattivo, denominato impianto di tipo 1 secondo la classificazione di Hämmerle del 2004, rappresenta al giorno d’oggi una procedura chirurgica comune, nonché una scelta terapeutica valida per riabilitare quei pazienti in cui vi sia la necessità di sostituire elementi dentari compromessi. La metodica può essere, quindi, presa in considerazione nei casi in cui vi sia una franca indicazione all’estrazione dentaria, come nel caso di frattura verticale di radice, oppure quando nessun approccio conservativo, compresa la chirurgia periapicale, abbia portato al successo clinico desiderato. Diversi studi hanno dimostrato come questa tecnica abbia un alto tasso di successo e presenti numerosi vantaggi, come la riduzione della perdita ossea alveolare e delle modifiche morfologiche della cresta ossea, la diminuzione dei tempi di trattamento e dei costi, oltre che un minore discomfort da parte del paziente e buoni risultati estetici [Carlsson et al. 1967].
Oggi, infatti, a pazienti che presentano osso alveolare di una certa quantità e qualità, tale da garantire stabilità primaria, possiamo applicare il protocollo implantare post-estrattivo senza dover attendere la completa guarigione del tessuto osseo. Diversi studi clinici sugli esseri umani hanno dimostrato alti livelli di successo per impianti inseriti in alveoli post- estrattivi [Corbella et al. 2013]. In alcuni casi, è stato proposto anche il carico immediato degli impianti post-estrattivi, riportando risultati positivi e molto incoraggianti, come la riduzione dei tempi di trattamento, il ripristino della funzione fonetica e dell’estetica, un miglior adattamento dei tessuti molli all’impianto e l’assenza di manipolazione dell’abutment durante la fase di guarigione [Werbitt et al. 1992; Al Sawai et al. 2016]. Tradizionalmente diversi autori raccomandano di non posizionare impianti in alveoli post-estrattivi che mostrino segni di infezione [Barzilay I 1993]. Numerosi studi, tuttavia, riportano un’elevata percentuale di successo anche per impianti post- estrattivi inseriti in siti infetti o infiammati, con e senza carico immediato.
Un crescente numero di autori ha iniziato infatti a proporre diversi protocolli, alcuni dei quali prevedono l’impiego del laser, per la decontaminazione dei siti infetti finalizzata al posizionamento di impianti di tipo 1. Sebbene la tecnica di posizionamento dell’impianto post-estrattivo sia stata ampiamente convalidata, poco è stato riportato in relazione alle applicazioni della decontaminazione laser nei siti infetti per il posizionamento immediato dell’impianto.
È bene notare come ci si trovi sempre più spesso a estrarre denti con infezioni persistenti, quando anche i migliori trattamenti conservativi falliscono. Se il dente è da estrarre, allora la contaminazione batterica sarà quasi sempre presente. Questo giustifica il trend della ricerca verso la realizzazione di protocolli ampiamente validati per il posizionamento di impianti di tipo 1 in siti infetti.
Revisione della letteratura
Impianti dentali in siti infetti Tra i vari studi che indagano la possibilità di inserire gli impianti in siti post-estrattivi con infezione, va citato il lavoro di Corbella et al. condotto con l’obiettivo di valutare e discutere l’esito clinico degli impianti di tipo 1 in alveoli infetti: la ricerca ha mostrato come, anche in siti con parodontite apicale di origine endodontica, l’inserimento immediato di un impianto, dopo l’estrazione del dente e un attento sbrigliamento dell’alveolo, possa avere un successo clinico paragonabile a quello degli impianti posizionati in siti senza segni di infezione.
Le conclusioni incoraggiano l’uso di impianti di tipo 1 in siti infetti nonostante la presenza dell’infezione, sia essa di origine parodontale o endodontica.
Una revisione sistematica della letteratura condotta da Chen et al. nel 2018 (Tabella 1) aveva come obiettivo quello di analizzare i risultati del posizionamento immediato di impianti in alveoli post-estrattivi con o senza infezione parodontale o periapicale in zona estetica per capire se l’inserimento in un sito infetto comportasse un rischio maggiore di fallimento, e anche quello di indagare protocolli di trattamento basati su studi attuali per migliorare la prognosi. Sono state tratte le seguenti conclusioni: rispetto ai controlli sani, gli impianti immediati in siti infetti avevano tassi di sopravvivenza simili, rivelando una uguale integrazione dei tessuti duri e molli intorno agli impianti.
Tabella 1 – Caratteristiche e valutazioni di qualità degli studi inclusi
NOS Score
Study
Patients, n
Age range, mean, y
Follow-up, mo
Implant type
No. Of implants
Selection
Comparability
Exposure/Outcome
Total Score
Crespi et al. 2010
30
51.2 (34-71)
24
Seven, Sweden-Martina
30
3
1
3
7
Crespi et al. 2010
37
52.5 (32-71)
48
Titanium plasma spray, Sweden-Martina
275
3
1
3
7
Bell et al. 2011
655
I: 58.4N: 60.1
19.75 (3-93)
Straumann tissue or bone-level SLA implants
922
2
1
2
5
Fugazzotto et al. 2012
64
46 (21-71)
I: 64 (24-117)N: 62 (24-120)
NM
128
2
2
3
7
Jung et al. 2013
27
I: 53 (31-87)N: 60 (28-82)
60
Straumann AG, Basel, Standard plus or tapered effect
I, infected group; N, noninfected group; NM, not mentioned; NOS: Newcastle-Ottawa scale
Dati estrapolati da Chen et al. Immediate placement of dental implants into infected versus noninfected sites in the esthetic zone: A systematic review and meta-analysis . J Prosthet Dent. 2018 120(5):658-667. Rispetto ai controlli sani, gli impianti immediati in siti infetti avevano tassi di sopravvivenza simili, rivelando un uguale integrazione dei tessuti duri e molli intorno agli impianti
Una ricerca condotta dagli autori di questo aggiornamento monografico, attraverso gli studi pubblicati in letteratura, ha prodotto solo cinque articoli clinici che combinavano il trattamento laser alla terapia implantare immediata (Tabella 2).
Tabella 2 - Articoli sul trattamento laser e impianti post-estrattivi
Author
Study design
Infected sites
Laser
Implants (no.)
Follow-up
Survival rate
Kusek
Case series
Yes
Er,Cr:YSGG
10
1 year
10/10
Montoya- Salazar et al.
Prospective
Yes
Er,Cr:YSGG
18
3 years
17/18
Crippa et al.
Case series
Yes
Er,Cr:YSGG
94
6 months/4 years
89/94
Choi et al.
Case series
No
Nd:YAG
6
9 months
6/6
Kakar et al.
Case series
Yes
Er,Cr:YSGG
110
4 months/5 years
105/110
I laser Er,Cr:YSGG e Nd:YAG sono tra i più utilizzati nel debridement del sito post estrattivo: l’effetto fotoacustico prodotto riduce la presenza di batteri e decontamina il sito post-estrattivo, dimostrando superiorità in efficacia rispetto al trattamento chimico.
Kusek è stato uno dei primi autori ad approfondire l’argomento e ha presentato 10 casi di impianti post-estrattivi sottoposti alla terapia di disinfezione laser Er,Cr:YSGG, affermando che questi casi avrebbero impiegato tre volte di più a guarire se trattati con metodi tradizionali.
Questa tecnica consentirebbe, quindi, sia al paziente che all’odontoiatra di beneficiare di un ridotto tempo di trattamento [Kusek et al. 2011; Crippa et al. 2020].
I laser principalmente utilizzati in implantologia
L’invenzione del laser si deve a Maimann che per primo nel 1960 ha messo a punto un laser a rubino pulsato che emetteva a 694nm. Le prime applicazioni del laser in campo odontoiatrico risalgono agli inizi degli anni Sessanta con l’uso del laser a rubino, che sfortunatamente produceva dannosi effetti termici. A quel tempo mancava ancora una precisa conoscenza dei bersagli d’azione e delle curve di assorbimento delle lunghezze d’onda dei vari laser [Maggioni et al. 2021].
L’introduzione della tecnologia laser nella chirurgia dei tessuti molli è dovuta alla collaborazione tra chirurghi orali e maxillo-facciali e otorinolaringoiatri. Nel 1987 la FDA diede il permesso di impiegare la tecnologia laser in chirurgia orale.
Alla fine degli anni Ottanta ci fu una rivoluzione epocale con lo sviluppo dei laser Er:Yag che, per la loro affinità elettiva con l’acqua, consentivano un’enorme capacità di utilizzo in odontoiatria e in dermatologia [Keller et. al. 1997].
La lunghezza d’onda è il parametro più importante di un laser. I laser in ambito medico coprono praticamente l’intero spettro di radiazioni elettromagnetiche, mentre in odontoiatria i più utilizzati rientrano nello spettro del visibile e nel vicino e medio infrarosso (Tabella 3).
I laser principalmente utilizzati in implantologia sono laser a diodi a semiconduttore, laser a stato solido Nd:YAG, Nd:YAP, Er:YAG, Er,Cr:YSGG e laser a gas, come i laser a CO2. I laser che possono essere utilizzati sui tessuti molli con eccellenti proprietà di coagulazione sono laser a diodi, a CO2 e laser Nd:YAG e Nd:YAP; Er:YAG e Er,Cr:YSGG sono laser maggiormente impiegati sui tessuti duri a causa dell’elevato assorbimento da parte dell’idrossiapatite [Romanos et al. 2013].
Decontaminazione laser dei siti infetti post-estrattivi per l’implantologia immediata
I vantaggi proposti dall’uso del laser in implantologia includono una migliore emostasi, un più preciso margine di incisione, un danno minimo ai tessuti circostanti e un ridotto edema postoperatorio. L’effetto del laser, inoltre, viene utilizzato per la decontaminazione batterica. Numerosi studi, infatti, hanno dimostrato l’efficacia del laser contro diversi tipi di batteri e per il trattamento della parodontite e perimplantite [Romanos et al 2013] (Tabella 4).
Tabella 4. Effetti del Laser in Implantologia
Study
Laser wavelength
Type of study
Effects
Kato et al.
CO2
In vitro
Bacterial reduction
Bach et al.
Diode (810 nm)
Clinical
Pocket reduction
Romanos et al.
Nd:YAG
In vitro
Significant melting
Romanos et al.
CO2
Clinical
Peri-implantitis therapy
Arnabat-Dominguez et al.
Er:YAG
In vivo
Second stage surgery
Schwarz et al.
Er:YAG
In vitro
Reduction in bleeding on probing
El Montaser et al.
Er:YAG
In vivo
No thermal damage
Kelser et al.
Er:YAG
In vivo
Better osseointegration
Lewandowski et al.
Er:YAG
In vivo
Better healing than the drill
Pourzarandarian et al.
Er:YAG
In vivo
Initial faster bone healing
Schwarz et al.
Er:YAG
In vivo
Safe (but not better) healing compared with the control
Romanos et al.
CO2; Er,Cr:YSGG
In vitro
Attachment of osteoblasts
Deppe et al.
CO2
Clinical
Peri-implantitis therapy
Dorbtbudak et al.
Photodynamic therapy
In vitro
Bacteria reduction
Dati estrapolati da Romanos GE, Gupta B, Yunker M, Romanos EB, Malmstrom H. Lasers use in dental implantology. ImplantDent. 2013 Jun;22(3):282-8.
Un altro importante vantaggio del laser è chiamato “terapia laser a basso livello” (LLLT), noto anche come soft laser o biostimolazione. Questo fenomeno è un effetto fotochimico causato dall’azione del rosso visibile (633-635 nm) o del vicino infrarosso (810-830 nm) sulla catena di trasporto degli elettroni nei mitocondri, che attiva la NADPH ossidasi e altri enzimi nella membrana mitocondriale interna e provoca un’ampia attivazione delle normali funzioni cellulari. Molti studi clinici, inclusi studi randomizzati controllati, hanno dimostrato che la biostimolazione permette di migliorare la guarigione dei tessuti molli, accelerando i processi di rimarginazione, ma anche dei tessuti duri, accelerando il turnover osseo in termini di integrazione e rigenerazione attorno agli impianti [Walsh 2003].
Esistono applicazioni per i laser in implantologia, come la seconda fase chirurgica, la rimozione dei tessuti molli perimplantari e la decontaminazione degli impianti falliti [Romanos 2015]. Diverse revisioni della letteratura di studi clinici controllati hanno verificato l’efficacia del laser nel trattamento della perimplantite. In particolare, una meta-analisi molto recente cita il laser ad erbio come uno tra i più efficaci nel trattamento delle perimplantiti [Hu et al. 2021].
Questo risultato era già stato dimostrato nella cura della malattia parodontale, ove sono stati riscontrati migliori risultati a breve termine rispetto alla terapia tradizionale [Lin et al. 2018]; anche in endodonzia il laser viene utilizzato con successo per la disinfezione dei canali radicolari [Bordea et al 2020].
È interessante notare come, dopo l’irradiazione, clinicamente non vi siano stati segni di carbonizzazione o melting sulla superficie ossea irradiata.
L’osservazione istologica dell’osso alveolare adiacente non ha rilevato alcun segno di eventuali effetti termici collaterali, come carbonizzazione, melting o cracking.
Ci sono molteplici vantaggi nell’applicazione della terapia laser a basso livello come parte di interventi chirurgici e terapia postoperatoria, quali la soppressione dei processi infiammatori, il controllo del dolore e la promozione della guarigione delle ferite e la rigenerazione tissutale [Aoki et al. 2015]. In ambito medico, una meta-analisi ha riportato che la terapia laser a basso livello è uno strumento efficace nel promuovere la riparazione delle ferite [Woodruff et al 2004].
Il miglioramento delle fasi chirurgiche e del decorso post-operatorio, la stimolazione dei tessuti alla guarigione, la decontaminazione batterica e altri vantaggi sono tra i motivi che spingono i ricercatori ad approfondire l’applicazione del laser nelle procedure di chirurgia orale e nell’implantologia.
Insieme con i vantaggi degli impianti post-estrattivi, il laser rappresenta un valido alleato nella pratica clinica quotidiana. Il primo studio clinico controllato riguardante gli impianti post-estrattivi in siti infetti e l’uso del laser per la decontaminazione è stato recentemente pubblicato dagli autori di questo aggiornamento monografico [Crippa et al. 2023].
Studio clinico controllato
Materiali e metodi
È stato condotto uno studio retrospettivo controllato con lo scopo di confrontare l’utilizzo di impianti post-estrattivi inseriti in siti infetti decontaminati con Er;Cr:YSGG laser (gruppo test) e l’utilizzo di impianti tradizionali in siti edentuli (gruppo controllo) in un campione di pazienti trattati.
In particolare, l’obiettivo dello studio era quello di mettere a confronto le differenze nei livelli di osso marginale (MBL) al momento del baseline (posizionamento dell’impianto) e del follow-up e confrontare le variabili outcome, compreso il fallimento dell’impianto e le complicanze, come mucosite e perimplantite.
La coorte di pazienti selezionata, trattata tra il 2014 e il 2019, aveva un follow-up minimo di un anno fino a un massimo di quattro anni (il calcolo della dimensione del campione non era necessario in quanto, trattandosi di uno studio retrospettivo, tutti i pazienti erano stati inclusi nel periodo indicato).
Lo studio è stato condotto presso il Dipartimento di Chirurgia orale dell’Università di Valencia (Spagna) in collaborazione con l’Istituto Stomatologico Italiano di Milano.
I pazienti trattati sono stati resi edotti e hanno firmato un consenso informato, accettando che i loro dati sarebbero stati utilizzati per scopi educativi o per la ricerca scientifica.
Il gruppo test includeva pazienti con impianti di tipo 1 inseriti in siti infetti trattati con laser.
I criteri di inclusione erano:
età ≥ di 18 anni;
condizioni mediche non rilevanti;
valori di indice di placca e sanguinamento al sondaggio ≤ 25% per l’intera bocca;
follow up minimo di un anno dopo la chirurgia implantare;
pazienti che avevano eseguito riabilitazione implantare immediata in siti infetti (presenza di carie subgengivale, malattia parodontale, lesioni endodontiche o fratture) decontaminati con laser.
Criteri di esclusione:
pazienti con importante malattia sistemica;
storia di radioterapia;
terapia steroidea in corso;
disabilità neurologica o psichiatrica;
stato di immunosoppressione;
storia di trattamento con bifosfonati;
donne in gravidanza o allattamento;
severo bruxismo;
pazienti con scarsa igiene orale e non collaboranti;
fumo (+ di 15 sigarette al giorno), abuso di alcol o droghe.
Il gruppo controllo includeva pazienti con impianti di tipo 4 in siti non infetti. I criteri di inclusione erano:
età maggiore di 18 anni;
condizioni mediche non rilevanti;
valori di indice di placca e sanguinamento al sondaggio ≤ 25% per l’intera bocca;
follow up minimo di un anno dopo la chirurgia implantare;
pazienti che avevano eseguito impianti di tipo 4 per edentulia.
Criteri di esclusione erano gli stessi del gruppo test, ovvero:
pazienti con importante malattia sistemica;
storia di radioterapia;
terapia steroidea in corso;
disabilità neurologica o psichiatrica;
stato di immunosoppressione;
storia di trattamento con bifosfonati;
donne in gravidanza o allattamento;
severo bruxismo;
pazienti con scarsa igiene orale e non collaboranti;
fumo (+ di 15 sigarette al giorno), abuso di alcol o droghe.
La prima fase dello studio prevedeva la selezione delle radiografie (radiografie endorali periapicali eseguite con centratore di Rinn e tecnica dei raggi paralleli) e della storia clinica dei pazienti arruolati, a completare il protocollo redatto.
Si trattava di pazienti che avevano ricevuto impianti immediati posizionati in siti infetti decontaminati con laser o pazienti che avevano ricevuto impianti con tecnica tradizionale. Tutti i pazienti hanno acconsentito a un piano di trattamento che prevedeva l’avulsione dei denti compromessi, la decontaminazione del sito post-estrattivo utilizzando il laser Er,Cr:YSGG, e il posizionamento di un impianto nella medesima seduta clinica (gruppo test). Il piano di trattamento è stato concordato dopo un’attenta analisi che escludesse la presenza di controindicazioni; i pazienti hanno prestato il loro consenso per il processamento dei dati.
Caso clinico La fase chirurgica prevedeva l’impiego di terapia antibiotica (amoxicillina, 1g x 2v/dì x 6gg), a partire dalla sera prima della chirurgia. L’anestetico locale utilizzato era Optocain® (Mepivacaina 1:100.000). Le seguenti immagini mostrano le fasi salienti del protocollo chirurgico per impianti post-estrattivi inseriti in siti infetti decontaminati con laser Er,Cr:YSGG attraverso un caso clinico esemplificativo. Si tratta di una paziente donna di 40 anni con un incisivo laterale superiore di sinistra compromesso, con segni clinici e radiografici di parodontite apicale (Figure 1a-b).
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1a. La radiografia endorale preoperatoria mostra una reinfezione dopo l’endodonzia chirurgica realizzata sull’elemento 2.2
1b. Immagine clinica preoperatoria con esiti cicatriziali per la pregressa endodonzia chirurgica dell’elemento 2.2
Il dente era stato sottoposto senza alcun successo a endodonzia chirurgica. La paziente era in buono stato di salute generale, presentava una buona igiene orale ed era motivata a iniziare una riabilitazione implantare post estrattiva nel sito infetto decontaminato con laser.
In primis, è stato allestito un lembo a spessore totale con incisione in cresta e rilasci verticali (Figura 1c), utilizzando il laser Er,Cr:YSGG 2780nm device WaterlaseiPlus® (Biolase), con le seguenti impostazioni: configurazione per la modalità tessuti molli (S mode), che includeva la tip in zaffiro MC-3 di lunghezza 9 mm, aria 20% e acqua 80%, potenza di 3.5 W e frequenza di 50 Hz.
1c. Allestimento del lembo con l’ausilio del laser Er,Cr:YSGG 2780nm device WaterlaseiPlus® (Biolase)
Per il tessuto osseo l’impostazione del settaggio era: configurazione tessuti duri (H mode), tip in zaffiro MZ-8, lunghezza 6 mm, aria 40% e acqua 60%, potenza 4.0 W con frequenza di 20 Hz. Il dente è stato estratto nel modo più atraumatico possibile al fine di preservare i tessuti circostanti.
Una volta completata l’estrazione, è iniziata la fase di decontaminazione del sito infetto: è stato utilizzato lo stesso dispositivo laser, ma con un’altra impostazione: configurazione tessuti duri (hard mode), potenza 2,0 W e frequenza di 20 Hz, 20% di aria e 80% di acqua, utilizzo di tip MZ-6 (9 mm di lunghezza).
Il tempo di debridement è dipeso dalla quantità di tessuto patologico e dal volume osseo, mentre la decontaminazione ha avuto una durata dai 60 ai 90 secondi per sito, garantendo l’assenza di contatto fisico tra la punta e i tessuti, con un volume d’acqua di circa 100 ml al minuto (wash-out massimo).
L’impianto (1 T.E. ø3.3mm RN, SLA®; 10mm, Roxolid®) è stato inserito con un torque minimo di 35N e 1mm al di sotto del picco osseo più apicale. È stato, inoltre, necessario ricorrere all’utilizzo di alcuni biomateriali per colmare il difetto residuo causato dall’infezione: Bio-Oss®e una membrana riassorbibile (Collprotect®, Straumann) sono stati utilizzati per migliorare la guarigione dei tessuti (Figure 1d-e).
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1d. Inserimento dell’impianto post-estrattivo in zona 2.2 con rigenerazione con di Bio-Oss® e membrana riassorbibile (Collprotect®, Straumann)
1e. Rx endorale post-operatoria
Le suture (PTFE Omnia 3/0, 19mm 3/8) sono state posizionate con particolare cura per ottenere un buon riposizionamento del lembo ed è stata eseguita una rx endorale finale. La fase protesica provvisoria prima del carico è stata gestita con un ponte di Maryland in resina. Contestualmente è stato prescritto gel di clorexidina gluconato allo 0,2% due volte al giorno, per 15-20 giorni, e sono state fornite alla paziente istruzioni post-operatorie. Sono stati programmati controlli clinici e radiografici periodici a uno, quattro, otto e 12 mesi per il primo anno e l’impianto è stato caricato dopo quattro mesi. Un controllo clinico a due anni dimostra un risultato estetico soddisfacente (Figure 1f-g).
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1f. Corona protesica definitiva a quattro mesi dall’inserimento della fixture
1g. Controllo clinico a due anni
2. Controllo a cinque anni con CBCT
Dalla CBCT di controllo a cinque anni è possibile osservare l’assenza di lesioni perimplantari e la stabilità del tessuto osseo dopo il carico (Figura 2).
Analisi radiografica La seconda fase dello studio prevedeva la misurazione delle radiografie digitali da un operatore “cieco” (R.A.) con uno specifico software (Image J, National Insitute of Health, Bethesda, Rockville, MA, USA). Sono stati usati i seguenti parametri per le radiografie: 65-90 kV, 7.5-10 mA and 0.22-0,25 s. Prima della misurazione, ogni radiografia è stata calibrata utilizzando il diametro e la lunghezza dell’impianto come misura di riferimento per correggere eventuali distorsioni. Le radiografie sono state misurate su uno schermo medico con una risoluzione di 1920x1080 e con ingrandimento 7x.
Il livello osseo marginale (MBL) era misurato per il baseline e il follow-up secondo Linkevicious et al. calcolando la distanza tra il collo dell’impianto e il primo contatto osso-impianto [Linkevicius et al. 2009] e prendendo in considerazione sia l’aspetto mesiale che distale di ogni impianto (Figura 3).
3. Esempio di misurazione radiografica per MBL: è stata misurata calcolando la distanza tra il collo dell’impianto e il primo contatto osso-impianto. Nell’esempio, 8 mm era la lunghezza dell’impianto utilizzato per la calibrazione, mentre 2,3 e 2,2 mm indicano la misurazione del MBL mesiale e distale rispettivamente
Per l’analisi radiografica è stato effettuato un accordo intra-valutatore. Un campione indipendente a priori di 20 superfici implantari misurate è stato misurato due volte a distanza di due settimane. Il coefficiente di correlazione bidirezionale intraclasse per l’analisi radiografica della concordanza intra-valutatore era 0,97 (IC 95% da 0,95 a 0,99).
Analisi statistica Come statistiche descrittive sono stati utilizzati media e deviazioni standard per le variabili quantitative e frequenza e percentuali per le variabili qualitative. L’unità di analisi è stata l’impianto, tenendo comunque conto del fatto che spesso più impianti erano utilizzati per ogni paziente. Per la variabile outcome differenza in MBL è stato utilizzato un modello statistico a effetti misti (mixed model), utilizzando il paziente come effetto random (random effect). La covariata era costituita dal MBL al baseline e il gruppo (impianto test o controllo) era la variabile esplicativa (fixed effect).
Al fine di confrontare la differenza al baseline tra i due gruppi (impianti test vs impianti controllo) sono stati utilizzati modelli a effetti misti per le variabili quantitative età, lunghezza impianto, diametro impianto, MBL al baseline.
Un modello a effetti misti è stato utilizzato anche per comparare la durata del follow-up tra i due gruppi. Il paziente era l’effetto random (random effect) e il gruppo (impianto test o controllo) era la variabile esplicativa (fixed effect).
Sono stati utilizzati dei modelli multilevel per le variabili qualitative: genere, fumo, arcata (superiore o inferiore), zona (frontali –incisivi o canini- vs posteriori –premolari o molari-), motivi di estrazione (frattura vs altro), presenza di ascesso o fistola, presenza di lesione, impianti con narrow neck, carico immediato, utilizzo di membrana, utilizzo di collagene, utilizzo di osso sintetico. I modelli erano a due livelli (paziente e impianto) e il gruppo (impianto test o controllo) era la variabile esplicativa.
La soglia di significatività è stata impostata a 0.05. La statistica è stata effettuata con il software JMP v. 13.0 e con MLwin v. 3.05.
Risultati Complessivamente, sono stati trattati 98 pazienti con un’età media di 58,0 ± 14,6 anni (da 21 a 88 anni), 52 femmine (53%) e 46 maschi (47%); i fumatori nel campione erano complessivamente 22 (22%); sono stati inseriti 149 impianti, 90 (60%) erano di tipo test e 59 (40%) di controllo. Gli impianti test sono stati inseriti in 53 pazienti (un impianto in 35 pazienti, due impianti in 10 pazienti, tre impianti in quattro pazienti, quattro impianti in tre pazienti e cinque impianti in un paziente). Gli impianti controllo sono stati inseriti in 39 pazienti (un impianto in 29 pazienti, due impianti in sette pazienti, tre impianti in tre pazienti). Entrambi gli impianti di test e di controllo sono stati inseriti in sei pazienti (un impianto test e un impianto di controllo in cinque pazienti, un impianto test e due impianti di controllo in un paziente). Le variabili relative al paziente al baseline sono riportate nella Tabella 5, che mostra sesso, età e abitudine al fumo nei diversi gruppi. La tabella fa riferimento ai pazienti che avevano almeno un impianto del tipo considerato.
Tabella 5 - Variabili relative al paziente al baseline
Variable
Test group
Control group
P-value
N=59
N=45
Gender (female) (%)
29 (49%)
25 (56%)
0.764*
Gender (male) (%)
30 (51%)
20 (44%)
0.764*
Age (years) (sd)
59.3 (14.5)
57.5 (14.5)
0.977**
Smoker (%)
13 (22%)
9 (20%)
0.913*
sd: standard deviation. * Multilevel model; ** Mixed model.
Le variabili relative al sito sono riportate nella Tabella 6, che comprende diverse caratteristiche riferite all’impianto: arcata superiore o inferiore, zona (anteriore o posteriore), motivo dell’estrazione (frattura, ascesso o fistola), presenza e dimensione della lesione parodontale, utilizzo di impianto narrow neck, lunghezza dell’impianto, diametro dell’impianto, utilizzo del carico immediato, utilizzo di membrane, collagene osso sintetico, misurazione del MBL al baseline.
Tabella 6 - Caratteristiche al baseline relative all’impianto
Variable
Test group
Control group
P-value
N=90
N=59
Upper arch
47 (52%)
25 (42%)
0.279*
Lower arch
43 (48%)
34 (58%)
0.279*
Zone (anterior)
26 (29%)
9 (15%)
0.201*
Zone (posterior)
64 (71%)
50 (85%)
0.201*
Extraction (fracture)
43 (48%)
31 (52%)
0.987*
Extraction (no fracture)
47 (52%)
28 (48%)
0.987*
Abscess or fistula
61 (68%)
42 (72%)
0.866*
Lesion
20 (22%)
2 (3%)
0.007*
Narrow neck
12 (13%)
10 (17%)
0.563*
Implant length mm (sd)
9.9 (1.7)
8.9 (1.7)
0.001**
Implant diameter mm (sd)
3.9 (0.4)
4.0 (0.5)
0.232**
Immediate loading
21 (23%)
8 (14%)
0.534*
Membrane
69 (77%)
30 (51%)
0.047*
Collagen
21 (23%)
22 (37%)
0.324*
Synthetic bone
55 (61%)
18 (31%)
0.011*
MBL baseline mm (sd)
2.4 (1.3)
2.4 (0.8)
0.912**
sd: standard deviation. * Multilevel model; ** Mixed model.
Nel gruppo test vi erano più spesso presenti lesioni, la lunghezza implantare era maggiore di circa 1 mm, sono stati più frequentemente utilizzati la membrana e l’osso sintetico. In particolare, i motivi di estrazione nel gruppo test erano:
carie (sottogengivale e senza possibilità di recupero del dente) 32 (36%);
lesioni endodontiche 10 (11%);
frattura per 43 denti (48%);
problemi parodontali (denti con malattia parodontale e mobilità di II o III grado) 5 (6%).
I motivi dell’estrazione nel gruppo di controllo erano:
carie (subgengivale e senza possibilità di recuperare il dente) per 20 denti (34%);
lesione endodontica in un solo caso (2%);
frattura per 31 denti (52%);
problemi parodontali (denti con malattia parodontale e mobilità di II o III grado) per 7 denti (12%).
Gli impianti inseriti erano della marca Straumann, ma con caratteristiche diverse per adattarsi a tutte le situazioni cliniche (Figura 4).
4. Tipologia di fixture analizzate nel campione utilizzato
Nel gruppo test sono state utilizzate le seguenti tipologie di fixture: 33 impianti TE RNLoxim SLA Roxolid (37%), 37 impianti S RN Loxim SLA Roxolid (41%), 4 impianti SP RN LoximSLA TiZr (4%), 3 impianti SP NNC SLAactiveTiZr (3%), 4 impianti S RN SLAactiveRoxolid(4%), 9 impianti SP NNC Loxim SLA Roxolid (10%).
Nel gruppo di controllo, invece, le fixtures sono state: 6 impianti TE RN Loxim SLA Roxolid (10%), 39 impianti S RN Loxim SLA Roxolid (66%), 4 impianti SP RN Loxim SLA TiZr (7%), 0 impianti SP NNC SLAactiveTiZr (0%), 0 impianti S RNSLAactiveRoxolid (0%), 10 impianti SP NNC Loxim SLA Roxolid (17%).
ll follow-up è stato di 1,7 ± 0,6 anni nel gruppo test e di 1,5 ± 0,5 anni nel gruppo di controllo, con una differenza non statisticamente significativa (P = 0,082; mixed model).
C’è stato un solo fallimento nel gruppo test (1%) e nessun fallimento nel gruppo di controllo. Si è registrata solo una complicanza (mucosite) nel gruppo di controllo (2%) e nessuna complicanza a parte il fallimento nel gruppo test. I risultati di MBL al follow-up sono mostrati nella Tabella 7, che include la misurazione al follow-up e la differenza tra baseline e follow-up. La differenza in MBL tra i due gruppi era a favore del gruppo test che addirittura aveva guadagnato 0.1 mm rispetto al baseline, mentre il gruppo di controllo perdeva 0.1 mm in MBL.
Tabella 7 - Marginal bone level (MBL) al follow-up
Variable
Group Test
Group Control
Diff
95%CI
P- value
N=89
N=59
MBL at follow-up mm (sd)
2.3 (0.9)
2.5 (0.7)
0.2
0.0; 0.4
0.058*
MBL difference between baseline and follow-up mm (sd)
0.1 (1.0)
-0.1 (0.6)
0.2
0.0; 0.4
0.058*
sd: standard deviation. * Mixed model
La differenza tra i due gruppi, tuttavia, era di soltanto 0.2 mm, che non è statisticamente significativo (anche se di poco, P=0.058).
Oltre ai risultati statistici, è stato possibile ottenere numerosi rilievi clinici evidenziati da documentazione radiografica e fotografica della tecnica descritta.
Durante la visita di follow-up non sono state osservate complicanze come perdita dell’impianto, perimplantite o perdita dell’osso perimplantare. Gli impianti hanno raggiunto una buona stabilità primaria (>35 N/cm). La riabilitazione protesica dopo la fase chirurgica ha permesso di ottenere funzionalità ed estetica soddisfacenti. Il successo della terapia implantare è stato evidenziato dai controlli clinici e radiografici.
Discussione La tecnica richiede una serie di presupposti per essere applicata correttamente e in modo prevedibile:
il paziente deve essere in buone condizioni di salute generale, possibilmente non fumatore, e non deve avere una parodontite non curata. Il paziente deve essere collaborativo e attenersi alle indicazioni del dentista;
il caso clinico deve essere attentamente valutato in anticipo: la causa dell’estrazione del dente, l’eventuale presenza di infezioni ricorrenti, il tipo di osso, ecc. Per questo è anche necessaria la valutazione delle radiografie (e della CBCT se necessario);
la profilassi per la chirurgia prevede la terapia antibiotica e il gel di clorexidina 0,2%;
l’estrazione deve essere completata in modo atraumatico per preservare l’osso residuo;
tra i vari tipi di laser, Er,Cr:YSGG è consigliato per la migliore capacità di decontaminazione;
l’uso di biomateriali è spesso necessario per far fronte ai difetti ossei.
Esistono diversi tipi di laser disponibili sul mercato. Le impostazioni riportate sono per il corretto utilizzo del laser Er,Cr:YSGG in diversi substrati (Tabella 8).
Tabella 8 - Laser setting
Er,Cr:YSGGLaser
Tip
Lenght
Power
Frequency
Air
Water
Soft tissue
MC-3
9 mm
3.5 W
50 Hz
20 %
80 %
Hard tissue
MZ-8
6 mm
3.5 W
20 Hz
40 %
60 %
Decontamination
MZ-6
9 mm
2.0 W
50 Hz
20 %
80 %
È importante seguire i programmi del dispositivo per evitare effetti negativi sui tessuti duri e molli. Gli operatori devono rispettare tutte le norme per la propria sicurezza e quella del paziente, come l’uso di speciali occhiali protettivi.
È abbastanza difficile trarre delle conclusioni da questo studio. Trattandosi, infatti, di uno studio non randomizzato, è difficile stabilire quanto le differenze ottenute nei due gruppi siano da ascrivere alla terapia o alla presenza di pazienti, siti e impianti con caratteristiche diverse nei due gruppi. In particolare, nel gruppo test gli impianti erano più lunghi. Inoltre, nel gruppo test sono stati utilizzati più spesso membrana e osso autologo.
Dall’analisi dei risultati possiamo affermare che tra i due gruppi analizzati non vi era differenza in MBL, che addirittura è risultata migliore nel gruppo test, avallando l’applicazione clinica del protocollo appena descritto per il posizionamento di impianti di tipo 1 in siti infetti; il tasso di complicanze o di fallimento è paragonabile tra i due gruppi e quindi non vi è alcun aumento del rischio nel gruppo test.
Pertanto, il fatto che non vi sia differenza in MBL, che è addirittura quasi migliore nel gruppo test, tenendo conto del fatto che la terapia test è più veloce da effettuare, sembra promettente per l’utilizzo di questa metodica.
Conclusioni
Il posizionamento immediato di un impianto in un sito post-estrattivo infetto o infiammato, dopo la decontaminazione laser, non sembra aumentare il rischio di fallimento, come dimostrato da questo studio retrospettivo e da altri reports precedentemente pubblicati. La tecnica offre interessanti vantaggi nel trattare anche le aree estetiche con impianti post-estrattivi. È necessario attenersi a una serie di protocolli e procedure cliniche per prevenire la perimplantite e altre complicanze. Ulteriori studi sono indubbiamente necessari per chiarire appieno l’importanza ed il meccanismo alla base della tecnica.
Abstract
Il posizionamento immediato di un impianto in un sito post-estrattivo rappresenta al giorno d’oggi una procedura chirurgica comune, nonché una scelta terapeutica valida per riabilitare quei pazienti in cui vi sia la necessità di sostituire elementi dentari compromessi. Diversi studi hanno dimostrato come questa tecnica abbia un alto tasso di successo e presenti numerosi vantaggi. Tradizionalmente, molti autori raccomandano di non posizionare impianti in alveoli post-estrattivi che mostrino segni di infezione; tuttavia, studi recenti riportano un’elevata percentuale di successo anche per impianti post-estrattivi inseriti in siti infetti o infiammati, con e senza carico immediato. Un crescente numero di lavori scientifici ha iniziato, infatti, a proporre diversi protocolli, alcuni dei quali prevedono l’impiego del laser, per la decontaminazione dei siti infetti finalizzata al posizionamento di impianti di tipo 1. Il primo studio clinico controllato riguardante gli impianti postestrattivi in siti infetti e l’uso del laser per la decontaminazione è stato recentemente pubblicato dagli autori di questo aggiornamento monografico.
Post-extraction implants in infected sites decontaminated with laser ER,CR:YSGG: scientific evidence and clinical practice Nowadays, the immediate placement of an implant in a post-extraction site is a common surgical procedure, as well as a valid therapeutic choice to rehabilitate those patients who need to replace compromised dental elements. Several studies have shown that this technique presents a high success rate and has many advantages. Traditionally, many authors recommend not placing implants in extraction sockets that show signs of infection; however, recent studies report a high success rate even for post-extraction implants placed in infected or inflamed sites, with and without immediate loading. Indeed, a growing number of scientific works has begun to propose various protocols, some of which involve the use of lasers, for the decontamination of infected sites aimed at positioning type 1 implants. The first controlled clinical study concerning post-extraction implants in infected sites and the use of laser for decontamination was recently published by the authors of this monographic update.
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L'impianto pterigoideo può essere posizionato nella mascella posteriore atrofica, senza innesto. La soluzione, proposta per la prima volta nel 1989 da Tuslane e Tessier, richiede però grande attenzione. Un recente studio, pubblicato sull'International Journal of Implant Dentistry, suggerisce come determinare la lunghezza virtuale dell'impianto e altri importanti dettagli. La ricerca è stata condotta dall'Università di Amsterdam, in collaborazione con Shanghai Jiao Tong University e Università Johannes-Gutenberg di Magonza, Germania.
La pianificazione virtuale di un impianto pterigoideo
I ricercatori, per pianificare correttamente l'intervento, si sono affidati alla tomografia computerizzata a fascio conico (CBCT). Con questo strumento hanno potuto determinare la lunghezza dell'impianto, nonché l'ingresso e l'angolazione, pianificandone ogni dettaglio attraverso una ricostruzione 3D. Con questo approccio, hanno potuto controllare anche la distanza tra la giunzione mascellare pterigoidea e la fossa pterigoidea. Ma anche valutare la relazione tra l'impianto e la cavità del seno.
Il campione preso in esame
La ricerca ha coinvolto 120 CBCT relative a pazienti con un'età media di 56,2 +/- 13,2 anni. Di questi campioni, 116 rispettavano i criteri di arruolamento per la pianificazione. La lunghezza media dell'impianto era di 16,3 +/- 4,2 mm (intervallo 11,5-18mm). La lunghezza media dell'impianto oltre la giunzione mascellare pterigoidea, invece, di 7,1 +/-3,3 mm (intervallo di 1,5-11,4 mm). Il 90% degli impianti virtualmente pianificati mostrava una stretta correlazione con la cavità del seno. E quando non avevano alcuna relazione con il seno, gli impianti mostravano lunghezze maggiori.
Le conclusioni dello studio
I ricercatori hanno osservato che partendo da una posizione guidata prioritaria protesica con ingresso e angolazione fissi, l'impianto pterigoideo raggiunge un'adeguata lunghezza di ancoraggio osseo oltre la giunzione mascellare pterigoidea. E che in virtù dell'anatomia virtuale e del volume del seno mascellare, l'impianto mostra una diversa relazione posizionale con il seno mascellare. In conclusione, gli autori dello studio suggeriscono che la lunghezza virtualmente valida degli impianti pterigoidei nei pazienti atrofici mascellari è mediamente di 16 mm. Lunghezza che per metà potrebbe attraversare la giunzione mascellare pterigoidea, per il resto situarsi nell'area della tuberosità mascellare.
Le procedure endodontiche rigenerative (REP) possono offrire nuove opportunità ai denti compromessi. In uno studio pubblicato sull'International Endodontic Journal, gli autori ne hanno studiato gli effetti sulla necrosi della polpa, su parodontite apicale e riassorbimento radicolare esterno (ERR). La ricerca, che ha preso in esame 20 denti, è stata condotta dall'Università di Sydney insieme con la Fujian Medical University di Fuzhou, in Cina.
Le procedure endodontiche rigenerative dell'AAE
Per studiare gli effetti delle REP sui denti compromessi, i ricercatori si sono affidati al protocollo dell'American Association of Endodontists. Per valutarne quantitativamente la reale efficacia poi, hanno osservato i cambiamenti intervenuti nell'area radiografica della radice (RRA). Il periodo medio di follow-up, ritenuto congruo per apprezzare gli esiti dei trattamenti, è stato di tre anni.
I risultati ottenuti sul campo
I 20 denti trattati sono tutti sopravvissuti. Tra questi, 14 (70%) con pieno successo e solo uno (5%) è fallito durante il periodo di studio. Dall'esame radiografico è emerso che tutti i 20 denti hanno fatto registrare una riparazione completa delle lesioni periapicali e l'arresto dell'ERR. Tuttavia, non sono mancate neppure le complicanze, perché 5 denti (25%) in un momento successivo hanno sviluppato un riassorbimento sostitutivo. In base al tipo di trauma e al tempo extraorale, l'RRA era diverso nel gruppo senza avulsione (p=.015) e per il gruppo con avulsione con un tempo extraorale inferiore a 60 min (p=.029). Nel gruppo di avulsione di tempo extraorale superiore a 60 min (p=.405), l'aumento di RRA non era statisticamente significativo. Infine, hanno risposto al test della polpa a freddo 9 denti (45%), 10 denti invece a quello elettrico.
Le conclusioni dello studio
Le procedure endodontiche rigenerative sono efficaci, anche per i denti necrotici permanenti traumatizzati con ERR. I risultati favorevoli riguardano le lesioni periapicali guarite e l'aumento significativo dell'area radiografica della radice. Infine, lo studio dimostra ancora una volta il ruolo dei REP nell'arresto del riassorbimento radicolare esterno.
La comunicazione efficace con i pazienti è fondamentale per la buona riuscita di qualsiasi trattamento, specialmente nel caso di inserimento di impianti dentali, dove la precisione e la pianificazione accurata sono indispensabili per ottenere risultati soddisfacenti. Tuttavia, non sempre è facile per i professionisti della salute dentale far comprendere in modo chiaro e dettagliato ai pazienti il tipo di intervento che andranno a eseguire. Questo può portare a fraintendimenti, disguidi e, in alcuni casi, perfino a contenziosi legali.
La pianificazione digitale in implantologia computer guidata consente di progettare l’intera chirurgia in anticipo con ottimi margini di predicibilità, nonché di utilizzare il supporto visivo per migliorare la comunicazione con i pazienti e offrire una panoramica precisa del tipo di intervento che verrà effettuato. A seguire, gli importanti benefici offerti al clinico dalla chirurgia guidata.
La chirurgia guidata offre procedure pianificate step by step
La progettazione (o pianificazione) di un caso di chirurgia guidata consiste nell’individuare la posizione più idonea degli impianti, tenendo conto di tutte le strutture anatomiche da preservare (canali alveolari, denti adiacenti, seni mascellari, eccetera). Per evitare problemi di posizionamento implantare, per esempio, è importante avere la possibilità di determinare la posizione del canale alveolare inferiore. Il software in questo contesto è in grado di generare un allarme automatico che si attiva quando l’impianto si trova a essere troppo vicino al nervo. È evidente che la possibilità di progettare l’intera chirurgia in anticipo, tenendo conto preventivamente di tutti i dati necessari al clinico per operare, comprese le eventuali difficoltà, permette di ridurre al minimo le complicazioni e gli imprevisti che invece spesso sorgono con l’implantologia analogica o tradizionale. La predicibilità è infatti un fattore essenziale per offrire un servizio ottimale e per mettersi al sicuro da eventuali contenziosi.
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Massima precisione nel posizionamento degli impianti dentali
Grazie alla messa in relazione (matching) dei dati raccolti (File Dicom e STL), il sistema permette di ottenere, durante la pianificazione, massime prevedibilità e precisione. Con l’ausilio del 3D, infatti, il caso clinico può essere analizzato a 360 gradi. Questa possibilità offre al clinico l’opportunità di trovare il miglior compromesso tra funzionalità ed estetica. Il software di pianificazione è stato studiato proprio per garantire la massima precisione durante le operazioni di matching dei file e di pianificazione implantare. La dima chirurgica, che sarà costruita in base al progetto implantare definito, permetterà di trasferire sul paziente quanto progettato: la presenza delle boccole minimizza il margine di errore che esiste invece quando si opera a mano libera, guidando gli strumenti nella precisa e specifica posizione pianificata, senza possibilità di imprecisione.
Risultati predicibili e sicuri con la pianificazione digitale
La chirurgia viene preventivamente pianificata in ogni sua parte. Al termine della progettazione il software genera in automatico il report, un documento fondamentale che raccoglie tutte le informazioni riguardanti l’intervento quali la sequenza delle frese, il posizionamento e l’indicazione delle misure dell’impianto, le componenti protesiche, eccetera. In questo modo l’operatore saprà come agire, quando agire e quale strumento specifico utilizzare ancora prima di avere il paziente seduto in poltrona. I vantaggi di questo tipo di procedura saranno percepiti anche dal paziente, che sperimenterà minor dolore, minor gonfiore e una tempistica di guarigione ridotta.
Migliorare la comunicazione con i pazienti
Il supporto visivo fornito dalle metodiche digitali permette di mostrare al paziente quello che sarà il risultato finale della terapia. Permette anche di spiegargli in modo più chiaro e dettagliato come si intende procedere e di rassicurarlo in merito a eventuali timori o perplessità. In un mondo in cui ormai il cliente/paziente sa dove e come informarsi, mostrarsi al passo con i tempi e interessati al suo benessere rappresenta un importante punto a favore.
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Luigi Paglia, Direttore scientifico de Il Dentista Moderno
Aggiornamento professionale, nuove tecnologie, diffusione degli algoritmi di IA anche in campo biomedico e sociale sicuramente influenzeranno nel prossimo futuro anche le scelte dei titolari di studio odontoiatrico. Nell’intendere la “salute” da parte del paziente si sta affermando sempre più il concetto di benessere generale che riguarda anche la salute orale, che è una componente integrale della salute generale, condividendo con le malattie croniche gravi i maggiori fattori di rischio modificabili.
Se la cura del singolo problema contingente rimane spesso la motivazione principale dell’accesso alle cure, si pensa ora anche al raggiungimento del più generale benessere psico-fisico, promuovendo misure preventive volte a ridurre l’esposizione a fattori di rischio, che restano lo strumento più efficace per aumentare la speranza di vita in buona salute (non solo odontoiatrica) ritardando lo sviluppo di malattie croniche e disabilità in età più avanzate.
Lo studio odontoiatrico del futuro sarà perciò un’interconnessione di numerosi professionisti che collaboreranno e si scambieranno informazioni sullo stato di salute e sul benessere dei propri pazienti.
Garantire continuità e sicurezza ai pazienti equivale quindi ad assicurarla a sé stessi e al proprio studio odontoiatrico.
Troppo spesso si sente dire “il paziente al centro” senza che tale affermazione venga supportata da azioni concrete e misurabili. Ebbene, ci siamo: la tecnologia, abbinata alla coscienza di ciascuno di noi e alle maggiori conoscenze dei pazienti già consente questa modalità di approccio.
Nel numero di maggio de Il Dentista Moderno, l’approfondimento ECM riguarda il paziente anziano. L’invecchiamento della popolazione è un fenomeno epocale diffuso in tutto il mondo, i cui effetti sociali e sanitari rappresentano una delle maggiori sfide dei nostri tempi.
Il trattamento odontoiatrico del paziente anziano fornisce un ottimo modello, se ben compreso e studiato, per riformulare l’offerta dei nostri servizi riposizionando il paziente al centro delle nostre attenzioni.
Dopo uno studio attento dell’evoluzione demografica, nei prossimi numeri entreremo nel dettaglio dell’offerta clinica che si va affermando per questo target, che spesso necessita, come vedremo, di un approccio medico oltre che specialistico odontoiatrico.
La nostra convinzione è che quanto più i pazienti si sentiranno davvero al centro dell’attenzione, assistiti da professionisti che dimostreranno loro impegno e competenza, tanto più si costruirà il futuro roseo per il titolare dello studio, per i suoi collaboratori e i propri pazienti.
Insomma, ricominciamo dal paziente anziano… siamo pronti?
Il trattamento canalare è una terapia ampiamente utilizzata in endodonzia. Si tratta di una procedura che tuttavia, al di là delle difficoltà tecniche che comporta, può esser fonte di alcuni problemi per la sua indeterminatezza. Ancora oggi, infatti, non ci sono studi prospettici sui risultati a lungo termine dei trattamenti canalari non chirurgici oltre i 5 anni. Uno studio pubblicato sull'International Endodontic Journal ha cercato di colmare questa lacuna.
Uno studio sui risultati del trattamento canalare
La ricerca è stata condotta presso la Dental School della Clinica Universitaria ST-Luc di Bruxelles, in Belgio. Gli autori dello studio hanno preso in esame un numero significativo di pazienti che dal 1990 al 2016 sono stati sottoposti alla cura canalare da un singolo professionista. Gli interventi, che si sono svolti in un arco temporale di 25 anni, sono stati eseguiti tutti secondo le linee guida della Società Europea di Endodonzia.
I casi trattati
I ricercatori hanno preso in esame 1545 pazienti per un totale di 2500 trattamenti canalari, di cui 1063 trattamenti primari e 1437 ritrattamenti. Il 46% del campione comprendeva denti molari. Per il resto, il campione era costituito da denti vitali (20%), metà dei quali associati a dolore, e denti non vitali (80%). Il 28% di questi associati a segni e/o sintomi clinici e il 50% a riassorbimento osseo periapicale visibile alla radiografia. L'assenza di segni e sintomi clinici insieme con l'assenza di radiolucenze periapicali sono due elementi che lasciano ben sperare sul risultato di una terapia canalare. Tuttavia, la ricerca mostra innanzitutto la necessità di considerare il fattore tempo come la variabile più importante.
Il successo, un processo dinamico
La probabilità di successo del trattamento canalare e quella di conservazione del dente diminuiscono progressivamente nel tempo. Nel primo caso, infatti, a 5 anni il valore si attesta intorno all'85%, oltre i 20 anni diminuisce fino al 60% circa. Rispetto alla conservazione del dente, invece, a 10 anni la probabilità di mantenerlo è dell'80%, oltre i 20 anni del 50%. Il trattamento canalare è dunque una scelta terapeutica affidabile per la conservazione dei denti con malattia pulpare e periapicale. Sebbene i risultati di questa terapia, così dicono i ricercatori, debbano essere considerati in senso dinamico. In altre parole, correlati al tempo e non interpretati in senso statico come invece spesso accade.
La stampa 3D dei modelli dentali ha fatto un balzo in avanti negli ultimi anni. Le tecnologie oggi disponibili sono infatti diverse e in continua crescita. Una recente ricerca, condotta dal Dipartimento di Protesi della Semmelweis University di Budapest le ha messe a confronto. I risultati sull'accuratezza e la precisione di stampa 3D di ciascuna sono stati pubblicati sul Journal of Dentistry e forniscono utili indicazioni sia al clinico, sia all'odontotecnico.
Stampa 3D, cosa c'è in gioco
La tecnologia CAD/CAM, introdotta nel settore dentale a metà degli anni '80, ha fatto fare grandi progressi al settore dentale. Oggi la stampa3D dei modelli è ampiamente diffusa in protesi, ortodonzia e implantologia. Tuttavia, affinché questa pratica risulti utile e apporti benefici al trattamento, è necessario che garantisca standard di precisione. Gli studi sinora condotti sull'accuratezza dei modelli dentali stampati tridimensionalmente (3D) non hanno fornito risposte certe. Di qui l'idea dei ricercatori ungheresi di condurre una meta-analisi di rete per giungere a risultati più chiari e certi.
Le tecnologie di stampa prese in esame
La ricerca, che inizialmente ha preso in esame oltre 16mila articoli scientifici sul tema in oggetto, ha incluso 11 studi, distinti in 6 sottogruppi. Le 7 tecnologie di stampa analizzate includono: stereolitografia (SLA), elaborazione digitale della luce (DLP), modellazione di deposizione fusa (FDM), fabbricazione di filamenti fusi (FFF), MultiJet, PolyJet, produzione continua di interfaccia liquida (CLIP) e tecnologia LCD.
I risultati sul grado di accuratezza
Le tecnologie SLA, DLP e PolyJet sono risultate le migliori sotto il profilo dell'accuratezza di stampa. I modelli dentali di arcata completa stampati attraverso questi strumenti sono risultati infatti molto più precisi degli altri. Le tecnologie FDM/FFF, CLIP e LCD, pur essendo in uso in altri settori con buoni risultati, sembrano essere meno adatte alla produzione di dispositivi dentali. Evidentemente, sia per i materiali di cui sono costituiti i modelli, sia per la precisione che devono possedere, richiedono una certa modalità di attuazione che la meta-analisi ha bene evidenziato.
L'overdenture su impianti può essere una valida soluzione per il paziente edentulo. Soprattutto se si considerano i limiti della protesi rimovibile e gli alti costi della protesi fissa. Un recente studio pubblicato sul Journal of implantology and applied sciences ne indaga la sopravvivenza e il tasso di successo degli impianti. La ricerca è stata condotta in Corea, presso l'Asan Medical Center di Seoul.
Overdenture, su cosa si è basato lo studio
I ricercatori coreani hanno esaminato i pazienti sottoposti a questa terapia riabilitativa tra il 2005 e il 2020. I soggetti presi in esame erano 46, per un totale di 146 impianti, l'età media dei pazienti, 19 uomini e 27 donne, di 68,5 +/-9,9 anni. Per valutare il tasso di successo dei trattamenti, gli autori dello studio hanno condotto i follow-up mediamente dopo 5,03 +/- 3,89 anni dal giorno dell'intervento.
Dove sono stati posizionati gli impianti
Lo studio ha preso in esame una serie di variabili considerate significative. Oltre all'età del paziente, al sesso e al numero degli impianti, i ricercatori hanno considerato rilevante indagare anche la posizione degli impianti. Nel dettaglio, 103 (70,5%) erano posizionati nella regione anteriore mandibolare, 8 (5,5%) nella regione mandibolare posteriore, 26 (17,8%) nella regione mascellare anteriore e 9 (6,2%) nella regione mascellare posteriore. Tra le 51 protesi su impianti, 24 (47%) erano su 2 impianti, 18 (35%) su 4 impianti, 6 protesi (12%) su 3 impianti, 2 (4%) su un impianto e infine solo una protesi (2%) era collocata su 6 impianti.
I risultati della ricerca
Il tasso di successo complessivo è stato del 95,9%. Tra i 146 impianti posizionati, 6 presentavano una perdita ossea superiore a 2 mm dall'intervento. Tra i pazienti con questo deficit, 2 hanno riferito dolore durante la funzione, uno delle perdite di essudato e un altro ha richiesto la rimozione dell'impianto. Per il resto, gli autori della ricerca non hanno trovato correlazioni statisticamente significative tra il tasso di successo e le variabili prese in esame. Tanto da considerare le performance dell'overdenture su impianti del tutto paragonabili a quelle della protesi fissa.
La parodontite è una malattia multifattoriale. A causarla però è anche la presenza di alcuni batteri nocivi, tra cui Porphyromonas gingivalis, Fusobacterium nucleatum e Aggregatibacter actinomycetemcomitans. Uno studio condotto dal Dipartimento di Biologia Orale dell'Universitas Airlangga, in Indonesia, ha testato in vitro l'effetto antibatterico dell'estratto di buccia del frutto del drago rosso. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sul Journal of Oral Biology and Craniofacial Research.
Come combattere la parodontite
I ricercatori indonesiani hanno voluto mettere alla prova un cerotto gengivale mucoadesivo contenenente i principi attivi di una pianta. Hanno così ottenuto una nano-emulsione di estratto di buccia del frutto del drago rosso. L'ipotesi era che questa sostanza potesse essere utilizzata per combattere i batteri più comunemente associati alla parodontite. In pratica, come alternativa alla terapia antibiotica, che spesso si rivela inefficace a causa del fenomeno dell'antibiotico-resistenza.
Cosa contiene il frutto del drago rosso
L'Hylocereus plyrhizus, meglio noto come frutto del drago rosso, contiene composti attivi come terpenoidi e flavonoidi. La sua buccia, in particolare, sembra essere in grado di inibire l'attività delle pareti cellulari batteriche. Di qui l'idea di testare la sostanza in una particolare forma, però, al fine di impiegarla per combattere i batteri responsabili della parodontite.
Dalla sostanza alla forma farmaceutica ideale
Gli effetti antibatterici dell'estratto di buccia del frutto del drago rosso sono noti. In particolare, questa sostanza naturale si era già rivelata efficace contro Staphylococcus aureus,Pseudomonas sp e alcuni dei batteri gram-negativi. I ricercatori questa volta hanno voluto dimostrare il potenziale del mucoadesivo per cerotto gengivale contenente l'estratto di di buccia del frutto del drago rosso in nano-emulsione. Una particolare forma farmaceutica pensata proprio per l'applicazione di questo prodotto nella bocca dei pazienti affetti da parodontite.
I risultati dello studio
La sostanza presa in esame, ad una concentrazione del 12,5%, si è rivelata efficace contro Porphyromonas gingivalis, Fusobacterium nucleatum e Aggregatibacter actinomycetemcomitans. Anche la formulazione di nano emulsione mucoadesiva patch gengivale s'è rivelata adeguata. Può aumentarne la veicolazione del contenuto di sostanza attiva fino al 99,01% entro 140 minuti. Per il resto, serviranno nuove sperimentazioni per avere la prova che gli effetti osservati in vitro siano validi anche in un contesto clinico sui pazienti affetti da parodontite.
L’odontoiatria è una professione in continua evoluzione. Negli ultimi anni, molte novità tecnologiche e organizzative hanno rivoluzionato l’approccio alle cure e alla gestione dello studio. Ma c’è un fattore chiave, ancora poco evidenziato, che potrebbe avere ripercussioni importanti sulla evoluzione della professione odontoiatrica in Italia: la composizione della popolazione, che negli ultimi decenni è progressivamente invecchiata.
Una popolazione sempre più anziana
Nel nostro Paese, come in buona parte del mondo, la graduale diminuzione della mortalità si accompagna a un graduale declino della natalità. Siamo nel pieno di una importante fase di transizione demografica caratterizzata dal progressivo aumento del numero di anziani. In soli due decenni, nella popolazione italiana si è verificato un aumento del 27% nella porzione di anziani e del 73% in quella dei grandi anziani. In Italia, secondo le più recenti previsioni dell'Istat, l'Istituto Nazionale di Statistica, saranno sempre di più.
Una sfida per i professionisti della salute e dell'odontoiatria
Questo nuovo assetto demografico rappresenta una sfida per la ricerca biomedica e la sanità. La salute degli anziani è una questione importante e complessa che coinvolge molti aspetti: dalle cure mediche all'assistenza sociale, dalla nutrizione all'attività fisica. Consentire alle persone di godere di una vita sana e soddisfacente anche in età avanzata, aumentando il numero di anni di vita trascorsi in buona salute e senza limitazioni nelle attività, è una delle sfide più impegnative per la società moderna. E lo è anche per gli odontoiatri, perché come sappiamo la salute orale può influenzare la salute generale e ancor più quella dei pazienti senior.
Anche il dentista invecchia: quali sono le implicazioni?
L'aspetto interessante è che, via via che la popolazione italiana invecchia, anche la popolazione di dentisti diventa sempre più anziana. Secondo dati diffusi da FNOMCeO, nel 2022 gli iscritti all'albo degli odontoiatri erano 63.675. Agli inizi del 2020 l'età media degli iscritti, stimata per difetto, era di 52,5 anni, età che nel 2022 è passata a 53,2 anni. In poco più di tre anni la percentuale di odontoiatri anziani è aumentata di oltre il 70%, passando progressivamente dal 17,6% del 2018 al 30,2% nel 2022.
Il numero di odontoiatri con oltre 65 anni di età è in costante aumento. La fascia tra i 60 e i 64 anni è passata dal 16,2% del 2020 al 18,7% nel 2022. Al contrario, le fasce di età più giovani della popolazione odontoiatrica stanno progressivamente diminuendo, con una riduzione del numero di giovani odontoiatri che esercitano la professione. In sintesi, "nascono" meno dentisti a fronte di molti dentisti che "invecchiano".
Quali implicazioni questo potrà avere sul futuro della professione odontoiatrica in Italia?
Chi si forma non si ferma
È possibile che, con l'avanzare dell'età, molti odontoiatri decidano di ritirarsi o di ridurre la propria attività, lasciando un vuoto che le nuove generazioni, non fosse altro per i suddetti motivi demografici, non sono pronte a colmare. A questo va aggiunta la possibile mancanza di motivazione, per alcuni professionisti anziani, nel gestire il passaggio alle sempre nuove tecnologie digitali che richiedono talvolta cospicui investimenti e una adeguata formazione per essere utilizzate correttamente. Formazione che si renderà sempre più necessaria per i professionisti del settore di tutte le età, che dovranno prepararsi ad affrontare sempre più spesso le problematiche cliniche e i problemi odontoiatrici dei loro pazienti anziani, con esigenze indubbiamente ben diverse rispetto ai pazienti giovani o adulti in generale, nonché condizioni di fragilità che richiedono un approccio molto attento.
Cure efficaci e minimamente invasive
Le numerose patologie che possono affliggere i pazienti anziani e le politerapie farmacologiche a cui spesso sono sottoposti rendono la diagnosi e le cure odontoiatriche più complesse. Spesso a questo si aggiunge la difficoltà effettiva del paziente anziano nel recarsi con regolarità presso lo studio odontoiatrico per i controlli programmati o anche solo nel sottoporsi a una terapia che si protragga nel tempo. Senza dimenticare i possibili disagi nella deambulazione o la diminuzione della manualità, che rende per molti pazienti senior più complesse perfino le semplici manovre di igiene domiciliare. Per tutti questi motivi, è necessario saper fornire ai pazienti anziani supporto e cure odontoiatriche efficaci e di qualità, pensate appositamente per loro in modo da assicurare la minima invasività possibile e il massimo beneficio raggiungibile. Sarà compito degli odontoiatri anche sapere indirizzare il paziente verso le figure specialistiche per la cura di eventuali patologie preesistenti.
Il video per approfondire effetti e sfide nel prossimo futuro
Nel video a seguire, il dottor Luigi Paglia, direttore scientifico de Il Dentista Moderno, intervista il dottor Ugo Lucca, Laboratorio di Epidemiologia Geriatrica e Dipartimento di Ricerca Politiche per la salute, Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, per aiutarci a comprendere le sfaccettature di un tema di grande attualità: l'invecchiamento della popolazione. Un fenomeno demografico epocale diffuso in tutto il mondo i cui effetti sanitari, sociali ed economici saranno sempre più accentuati e rappresenteranno una delle maggiori sfide di questo secolo.
La presa in carico del paziente anziano
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Anche in questo mese di maggio la maggior parte degli adempimenti di periodo è da effettuarsi nei confronti dell’Agenzia delle entrate. Già a inizio mese scadono due adempimenti dichiarativi, il primo che tutti conoscono, la dichiarazione annuale dell’Iva, un altro invece di cui non si parla spesso, ma che riguarda direttamente le strutture sanitarie, e cioè la comunicazione annuale degli importi delle fatture incassate in nome e per conto degli operatori sanitari cui le strutture concedono in uso, a qualsiasi titolo, locali e attrezzature per esercitare la loro attività: la c.d. “riscossione accentrata”.
Sul fronte dell’Iva, oltre alla scadenza per l’invio telematico della dichiarazione di cui si è detto, scadono questo mese anche il termine di versamento dell’Iva eventualmente dovuta da parte dei contribuenti “trimestrali”, e a fine mese quello per l’invio della comunicazione trimestrale della liquidazione dell’imposta. Sempre a fine mese, nuova scadenza per il versamento dell’imposta di bollo sulle fatture elettroniche, termine che peraltro potrà, per la gran parte dei professionisti, essere posticipato senza conseguenze. Scadenze anche per Inail ed Enpam.
Agenzia delle entrate
Martedì 2 maggio 2023
Comunicazioni
“Riscossione accentrata”, scade oggi il termine per l’invio telematico della comunicazione annuale relativa al 2022, in origine previsto per il 30 aprile, relativa ai compensi incassati dalle strutture sanitarie, compresi gli studi professionali, che mettono a disposizione i loro locali ad operatori sanitari che li utilizzano per erogare prestazioni a loro pazienti;
Dichiarazioni
Iva annuale, scade oggi il termine per l’invio telematico della dichiarazione annuale relativa al 2022 in origine previsto per il 30 aprile.
Lunedì 15 maggio 2023
Adempimenti contabili
Termine ultimo per l’emissione delle “fatture differite” riferite alle operazioni del mese precedente (per gli importi incassati dallo stesso paziente e non ancora fatturati, purché “tracciati”, è possibile emettere una sola fattura riepilogativa entro la data odierna);
Comunicazioni
“Esterometro”: scade oggi il termine per inviare tramite lo SDI, il servizio pubblico per l’invio delle fatture elettroniche, la comunicazione dei dati delle operazioni transfrontaliere passive, relative ad acquisti di beni e servizi da operatori: UE la cui fattura è stata ricevuta nel mese precedente; extra UE, se l’operazione è stata effettuata nel mese precedente;
Martedì 16 maggio 2023
Versamenti
Irpef e addizionali regionali e comunali. Versamento delle ritenute operate sui compensi di lavoro autonomo corrisposti nel mese precedente e sui compensi per lavoro dipendente del mese precedente;
Imposta sostitutiva dell’Irpef e addizionali regionali e comunali, sulle somme erogate ai dipendenti, nel mese precedente, in relazione a incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione;
Iva mensile, contribuenti mensili non forfetari, liquidazione e versamento dell'Iva dovuta relativa al mese precedente;
Iva trimestrale, contribuenti non forfetari con volume d’affari del 2022 inferiore a 500.000 €. che hanno optato per il versamento trimestrale anziché mensile dell’imposta: liquidazione e versamento dell'Iva dovuta relativa al primo trimestre del 2023, con maggiorazione dell’1% a titolo di interesse;
Iva annuale, versamento terza rata, con maggiorazione degli interessi dello 0,33%, dell'IVA relativa all'anno d'imposta 2022 risultante dalla dichiarazione IVA annuale che sarà presentata entro aprile dai contribuenti non forfetari;
Mercoledì 17 maggio 2023
Ravvedimento operoso
Ravvedimento operoso: ultimo giorno utile per la regolarizzazione dei versamenti di imposte e ritenute non effettuati o effettuati in misura insufficiente originariamente in scadenza entro il 17 aprile 2023, con maggiorazione degli interessi legali e della sanzione ridotta a un decimo del minimo (“ravvedimento breve”);
Mercoledì 31 maggio 2023
Comunicazioni
Iva, invio telematico della comunicazione dei dati delle liquidazioni periodiche IVA (LIPE) relativa al primo trimestre 2023;
Versamenti
Bollo, versamento imposta di bollo sulle fatture elettroniche emesse nel primo trimestre 2023; Se l'importo dovuto per il primo trimestre non supera 250 euro, il versamento può essere eseguito entro il 30 settembre.
Inps
Martedì 16 maggio 2023
Versamenti
Contributi a carico del datore e del dipendente e oneri sociali sugli stipendi dei dipendenti del mese precedente;
Versamento alla “Gestione separata” delle quote a carico dei committenti di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa e alle società che corrispondono compensi agli amministratori relative ai compensi corrisposti nel mese precedente.
Inail
Martedì 16 maggio 2023
Versamenti
Versamento della seconda rata di premio anticipato in caso di opzione per il pagamento rateale;
Enpam
Mercoledì 31 maggio 2023
Versamenti
Quota A, seconda rata, per chi ha scelto il pagamento in otto rate, senza interessi, con domiciliazione bancaria;
Una corona dentale può essere interamente progettata dall'intelligenza artificiale (AI)? Un pool di ricercatori afferenti alla Facoltà di Odontoiatria dell'Università di Hong Kong ha provato a farlo. I risultati dello studio, condotto con l'ausilio di 3D-Deep Convolutional Generative Adversarial Network (3D-DCGAN), un moderno sistema di deep learning capace appunto di apprendere dall'esperienza, sono stati pubblicati su Dental Materials.
Un software evoluto istruito ad hoc
Per permettere a 3D-DCGAN di impadronirsi delle nozioni necessarie per progettare una corona, i ricercatori hanno fornito al sistema 600 set di calchi digitali. Le informazioni erano riferite ai secondi premolari mandibolari e ai loro denti adiacenti e antagonisti appartenenti a persone sane. I progetti successivamente realizzati da 3D-DCGAM, CEREC Biogeneric e CAD sono poi stati messi in relazione tra loro, così da valutarne il valore anche in rapporto ai denti naturali.
I parametri morfologici da imitare
Perché sia valido, un sistema di progettazione in questo settore deve essere in grado di riprodurre fedelmente i principali aspetti morfologici di una corona. Così, oltre alla somiglianza, i ricercatori hanno preso in esame l'angolo della cuspide, il numero nonché l'area del punto di contatto occlusale, ma non solo. Il test ha anche previsto infatti una simulazione sugli elementi finiti, realizzati con disilicato di litio, per verificare le qualità fisiche e biomeccaniche dei manufatti progettati dall'AI.
Corona dentale, i risultati raggiunti da 3D-DCGAN
Dal punto di vista morfologico, 3D-DCGAN, rispetto agli altri sistemi, presenta la minor discrepanza con i denti naturali. Il design Biogeneric mostra un angolo della cuspite significativamente più alto (67,11°) rispetto a quello di 3D-DCGAN (49,43°) e del dente naturale (54,05°). In rapporto al numero e all'area dei punti di contatto occlusale, invece, tra i diversi gruppi non è emersa alcuna differenza sostanziale. Sul piano biomeccanico, invece, 3D-DCGN ha fatto registrare la miglior distribuzione dello stress nella corona. In altre parole, la ricerca condotta presso l'Università di Hong Kong dimostra quanto sia potente il sistema di deep learning preso in esame. Capace di apprendere, 3D-DCGN è in grado imitare molto bene i denti naturali sia sul piano morfologico, sia su quello biomeccanico, e dunque di progettare corone dentali personalizzate con elevata precisione.
La matrice di collagene xenogenico (CM) può essere utilizzata con successo nell'aumento pre-protesico della larghezza della mucosa cheratinizzata (KMW) nei siti implantari. Almeno questa è l'ipotesi presa in esame in una recente pubblicazione apparsa sull'International Journal of Implantology. Lo studio prospettico clinico con un follow-up di 10 anni è stato condotto da un gruppo di ricercatori italiani afferente alla Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico e all'Università degli Studi di Milano.
Come si è svolto lo studio
I ricercatori milanesi hanno richiamato 13 pazienti che avevano subìto un intervento di riabilitazione, precedentemente trattati con vestiboloplastica e aumento di KMW con un CM porcino non reticolato. La misurazione in direzione apico-coronale ha considerato il tratto compreso tra la giunzione mucogengivale e il margine della mucosa allo zenit protesico di ciascuna corona. Per eseguire le misurazioni, arrotondate al mm più vicino, i ricercatori si sono avvalsi di una sonda parodontale PCP-UNC15. Dopo la procedura di aumento dei tessuti molli, sono state effettuate rilevazioni a 1, 5 e 10 anni. I valori così registrati sono stati confrontati attraverso un'ANOVA a misure ripetute unidirezionali, utilizzando l'analisi post-hoc di confronto multiplo di Bonferroni. Fissato a 0,05 mm il livello di significatività, i ricercatori hanno tratto le loro considerazioni.
Gli esiti dell'impiego di una matrice di collagene xenogenico
Innazitutto, tutti gli impianti, funzionanti, non hanno dato segni di complicanze biologiche. Soltanto un sito implantare ha mostrato un KMW maggiore o uguale a 2mm. Nei primi 5 anni, il KMW è diminuito in maniera sensibile, passando da 3,33 +/- 1,11mm (a 1 anno) a 2,27 +/- 0,92mm (a 5 anni). Nel periodo successivo, invece, a 5 e 10 anni, il valore si è stabilizzato a 3,2 +/- 0,99mm. Anche dal punto di vista estetico i risultati sono stati soddisfacenti. I tessuti molli perimplantari mostravano una buona consistenza e una buona integrazione dei tessuti rimodellati. Complessivamente, secondo gli autori dello studio l'uso di un CM nell'aumento del tessuto molle pre-protesico nei siti implantari è efficace. E mediamente consente di mantenere circa 2mm di KMW attorno agl impianti dentali nel periodo osservato.
I materiali da restauro di ultima generazione sono qualcosa di più di semplici materiali. Quelli contenenti fluoro e altri principi bioattivi, infatti, svolgono anche un ruolo attivo contro la carie secondaria. Uno studio in vitro, condotto dal Dipartimento di Odontoiatria Generale dell'Università del Kuwait e pubblicato sul Journal of Dentistry, ne ha presi in considerazione alcuni, mostrandone il grado di efficacia.
I materiali da restauro presi in esame
In ambito conservativo, la sfida dell'odontoiatra è prevenire la carie, certo, ma anche curarla bene ed evitare che si ripresenti. I materiali da restauro antibatterici sono nati proprio con questo obiettivo. La ricerca in oggetto ne ha testati quattro (Fuji II LC, Beautiful II, ACTIVA e Biodentine) contro Lactocacillus acidophilus, Leptotrichia S. mutans ed un gene coinvolto nella siuntesi di esopolisaccaridi (epsB).
Gli effetti osservati in vitro
Eccetto Filtek Z250, tutti e quattro i materiali testati hanno mostrato effetti inibitori sui biofilm delle tre specie selezionate. In particolare, quando i biofilm sono stati coltivati in concomitanza con i materiali, l'espressione di geni S.mutans gtfB e gbpB è apparsa sensibilmente ridotta. La variazione più marcata si è verificata con ACTIVA, per L acidophilus e l'espressione del gene gtfB. Anche l'espressione del gene epsB è diminuita. Rispetto al rilascio del fluoro, invece, l'efficacia maggiore è stata contro L. acidophilus, sia a 1 giorno che a 1 settimana.
Le conclusioni dello studio
I materiali contenenti fluoruro e bioattivi, dunque, secondo i risultati osservati in vitro, inibiscono la crescita batterica. Dunque, secondo lo studio aiuterebbero a ridurre la possibilità di carie secondarie, a beneficio dei pazienti che hanno ricevuto le cure conservative. Avere a disposizione strumenti che contrastano il metabolismo microbico dei carboidrati, tra i principali meccanisi sottesi alla carie, è un grande vantaggio. Tuttavia questo non basta e non deve indurre il paziente ad abbassare la guardia. L'igiene quotidiana domiciliare resta lo strumento più efficace per ridurre il rischio di carie, insieme con l'igiene professionale che non deve essere mai trascurata. Di questo lo studio non dice nulla, ma è l'esperienza clinica oltre che il buon senso a suggerirlo.
Crysta è il nome commerciale di una molecola bio-interattiva recentemente brevettata da Pulpdent, una società di ricerca e produzione dentale fondata nel 1947 e con sede a Watertown, Massachusetts. Crysta non è un prodotto, ma piuttosto una tecnologia proprietaria che può essere impiegata nei materiali dentali.
Il nome tecnico della molecola Crysta è "fosfato di calcio funzionalizzato con metacrilato", o "MCP" in breve, un fosfato di calcio stabilizzato che viene arrestato in uno stato di transizione in grado di fornire calcio, fosfato e fluoruro necessari ai denti danneggiati.
Restauri estetici attivi con azione remineralizzante
Pulpdent ha istituito una nuova categoria di materiali compositi estetici, durevoli e bioattivi con l'introduzione della sua linea di prodotti ACTIVA BioACTIVE nel 2013: la scoperta di Crysta amplia la disponibilità di materiali dentali "SMART" e accelera l'allontanamento dell'odontoiatria dai materiali passivi verso restauri attivi in grado di interagire con l’ambiente che li circonda.
Crysta è un nuovo step nella scienza dei materiali dentali che cancella il confine tra odontoiatria restaurativa e preventiva.
Considera gli attuali modelli divergenti di trattamento dentale: un modello si basa su materiali inerti (ad es. amalgami e compositi tradizionali) per trattare i problemi dentali, mentre l'altro utilizza materiali "intelligenti" o "bioattivi" che interagiscono dinamicamente con la saliva e i denti per promuovere la salute dentale. La tecnologia Crysta MCP rientra in quest'ultima categoria.
Crysta può essere incorporato in compositi estetici per facilitare la remineralizzazione della struttura del dente, sigillare i margini attraverso la deposizione di calcio, fosfato e fluoruro e interrompere il ciclo di fallimento del restauro e le lesioni cariose secondarie.
Un modo per comprendere Crysta è considerarla essenzialmente come un’idrossiapatite carente di calcio e alla ricerca di esso: quel calcio si trova nella saliva e nei denti. Tuttavia, Crysta non rimuove il calcio dai denti: piuttosto si lega al calcio sui denti.
Crysta funge anche da precursore per i siti di nucleazione che attraggono e si legano al calcio e al fosfato nell'ambiente, simulando il lento e naturale processo di mineralizzazione. In condizioni cariogeniche (pH ≤ 5), i materiali contenenti Crysta possono rilasciare calcio e fosfato e possono ricaricarsi quando il pH si avvicina alla neutralità.
Crysta è sintetizzato sotto forma di polvere; tuttavia, quando incorporato in una resina composita dentale, Crysta non è un riempitivo tradizionale e non esiste come particelle isolate dissolvendosi, invece, e diventando parte della fase resinosa. Quando indurito, il composito mostra bassa solubilità e basso assorbimento d'acqua. In presenza di acqua o saliva, invece, la resina indurita diventa un sistema ionico attivo: rilascia e ricarica calcio, fosfato e fluoruro e funge da impalcatura per il deposito di minerali sulla superficie del composito e lungo l'interfaccia materiale-dente.
Crysta è attualmente un componente di due prodotti Pulpdent: ACTIVA Presto e Lime-Lite Enhanced. Pulpdent sta investendo in ricerca per incorporare Crysta in prodotti futuri, come compositi compattabili, adesivi smalto-dentinalii, adesivi per attacchi ortodontici, sigillanti per canali radicolari e cementi.
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