1Responsabile reparto di Chirurgia Odontostomatologica presso Università degli Studi di Milano-Bicocca 2Specialista in Chirurgia Odontostomatologica, Università degli Studi di Milano-Bicocca 3Università degli Studi di Milano-Bicocca, Scuola di Specializzazione in Chirurgia, Odontostomatologica, direttore professor Marco Baldoni
Riassunto L’estrazione dei terzi molari resta una delle procedure più frequenti eseguita dagli odontoiatri e, come per altre comuni procedure chirurgiche, talvolta possono insorgere delle complicanze durante l’intervento o nel periodo post-operatorio.
È importante sottolineare che la gravità e la frequenza di tali complicanze nell’ultimo decennio sono diminuite, grazie alla migliore capacità di individuare i casi a rischio, all’affinamento della tecnica e a una gestione più attenta dei casi complessi. Le quattro più comuni complicanze legate all’estrazione del terzo molare sono osteite alveolare, infezioni, sanguinamento e parestesia e, nonostante la frequenza di tali complicanze sia ancora oggetto di studi, è possibile individuare alcuni fattori di rischio ritenuti strettamente legati all’insorgenza di tali problematiche quali l’età del paziente, le pregresse infezioni, il livello di inclusione dei denti, oltre ovviamente a specifiche situazioni anatomiche del soggetto. Relativamente ai danni neurologici, è oggi riconosciuta anche a livello medico-legale la teoria di Rood e Shebab che identifica una serie di indicatori di rischio di danno all’alveolare inferiore, rilevabili dalle radiografie panoramiche. È stata posta attenzione anche all’opportunità di eseguire una terapia antibiotica come prevenzione a complicanze quali infezioni e alveolite, ma la sua efficacia è ancora considerata dubbia e quindi non giustificata come profilassi di routine.
Summary The complications of inferior third molar extractions: literature review The extraction of third molars is one of the most common procedures performed by dentists, and like other common surgical procedures, complications can sometimes occur during surgery or postoperative period. It is important to note that the severity and frequency of these complications have decreased over the last decade due to better capacity to detect cases at risk, the refinement of the technique and a more careful management of complex cases.
The four most common complications are alveolar osteitis, infection, bleeding, and paresthesia and, despite the frequency of these complications is still being studied, it is possible to identify some risk factors, considered to be closely linked to the onset of these problems, such as age the patient, previous infections, the level of inclusion of the teeth, and of course the patient’s specific anatomical situations. With regard to neurological damage, is now also recognized theory of Rood and Shebab that identifies a number of risk indicators of lower alveolar harm, that are detected by panoramic radiographs.
Great attention is paid to the opportunity to perform as a preventive antibiotic therapy to complications such as infections and alveolitis, but its effectiveness is still considered questionable and therefore not justified as a routine prophylaxis.
L’estrazione dei terzi molari resta una delle procedure più frequenti eseguita dagli odontoiatri, e circa il 90% degli interventi viene eseguito senza complicanze intra- e post-operatorie1,2. In tutte le procedure chirurgiche un’appropriata programmazione pre-operatoria e la combinazione di una confacente tecnica chirurgica con le indicazioni pre-operatorie è di estrema importanza per diminuire l’incidenza di complicanze. L’estrazione dei terzi molari, al pari di altre comuni procedure chirurgiche, qualche volta può esitare in quelle che sono rare complicanze.
La possibilità di insorgenza di questi eventi deve essere discussa con i pazienti prima della procedura e trattata in maniera tempestiva e corretta dal chirurgo.
Le complicazioni relative alla chirurgia dei terzi molari vanno dal 4,6% al 30,9%1,2 e possono insorgere durante l’intervento o nel periodo post-operatorio. La gravità e la frequenza delle complicanze si sono progressivamente ridotte nel corso degli ultimi decenni, grazie alla migliore capacità di individuare i casi a rischio, all’affinamento della tecnica e a una gestione più attenta dei casi complessi. Il dato che rimane inalterato rispetto al passato è l’associazione fra l’età del paziente e la frequenza e la gravità delle complicanze3-9.Le quattro più comuni complicanze post-operatorie della chirurgia dei terzi molari riportate in letteratura sono l’osteite alveolare (AO), le infezioni, il sanguinamento e la parestesia.
Altre complicanze - come la frattura della mandibola, severe emorragie o la dislocazione iatrogena dei terzi molari - sono rare. Problematiche parodontali potrebbero insorgere in seguito a interventi sui terzi molari10 e sono spesso associate a dolore post-operatorio, gonfiore e trisma.
Fattori che si ritiene possano influenzare l’incidenza delle complicanze dopo l’estrazione dei terzi molari includono l’età, il sesso, la storia medica, i contraccettivi orali, la presenza di pericoronite, la scarsa igiene orale, il fumo, il tipo di inclusione, il rapporto del terzo molare con il nervo alveolare inferiore, il tempo chirurgico, la tecnica chirurgica, l’esperienza del chirurgo, l’uso pre-operatorio di antibiotici, l’utilizzo di antisettici locali e la tecnica anestetica1,2,4,5,11-24.
Materiali e metodi
La revisione letteraria è stata condotta utilizzando i motori di ricerca scientifica PubMed e Cochrane Library.
È stata eseguita una ricerca automatica usando differenti parole chiave: third molar extraction, third molar extraction complications, third molar complications, mandibular third molar surgery.
La ricerca è stata perfezionata utilizzando la funzione “related articles” di PubMed, la bibliografia degli articoli selezionati e lo studio di revisioni letterarie sull’argomento.
L’abstract di ogni articolo significativo identificato nella ricerca è stato analizzato e selezionato in base ai seguenti criteri di inclusione:
pubblicazioni comprese tra il 1985 e il 2009;
studi di elevata qualità metodologica comprendenti revisioni sistematiche, studi sperimentali randomizzati e studi di coorte sull’argomento.
Presso il reparto di Chirurgia Odontostomatologica dell’Università Milano-Bicocca tra il gennaio 2010 e il gennaio 2011 sono stati reclutati 100 pazienti che presentavano inclusione osteomucosa bilaterale dei terzi molari mandibolari; sono state eseguite le estrazioni per un totale di 200 elementi e sono stati raccolti i dati riguardanti le principali complicanze, comparandoli con quelli raccolti dalla revisione della letteratura.
Risultati
La frequenza delle complicanze dopo asportazione chirurgica degli ottavi inclusi e semi-inclusi è ancora oggetto di ricerca. In uno studio prospettico su 3760 pazienti di 25 anni o più, operati da 63 chirurghi per un totale di 8333 ottavi estratti5 le complicanze post-operatorie più frequenti sono risultate le seguenti:
alveolite in 543 casi (12,3% delle estrazioni, 14,4% dei pazienti);
infezioni in 37 casi (0,8% delle estrazioni,
1% dei pazienti);
anestesia o parestesia dell’alveolare inferiore in 61 casi (1,4% delle estrazioni, 1,6% dei pazienti);
anestesia o parestesia del linguale in 12 casi (0,3% delle estrazioni, 0,4% dei pazienti).
In uno studio più recente su 327 pazienti e 550 estrazioni4 le complicanze avevano un’incidenza del 6,9%: 20 casi di alveolite, 12 di infezioni e 6 casi di parestesia del nervo alveolare inferiore, 3 dei quali permanenti
Alveolite
L’alveolite descritta per la prima volta da Crawford nel 1896 è la complicanza più comune associata alla chirurgia degli ottavi. La sua eziopatogenesi è tuttora sconosciuta; sono state formulate molte ipotesi, ma nessuna è sostenuta da dati concordi. Ricordiamo qualcuna di queste teorie che a partire dagli anni Cinquanta sono comparse in letteratura: il trauma chirurgico, l’infezione, l’aumentata fibrinolisi nel coagulo, il fumo, gli anticoncezionale orali e il vasocostrittore. Nessuna di queste ha mai trovato una conferma, a eccezione del fumo24: in uno studio recente su 219 detenute l’incidenza dell’alveolite era superiore nei soggetti fumatori25 (Tabella 1).
Uno studio prospettico a coorte8 condotto su 4000 soggetti di età media 40 anni indica il livello di inclusione, la pregressa infezione o altra patologia associata come fattori di rischio per l’alveolite o altra infezione post-operatoria.
Nello studio di Chiapasco et al.26, nel quale sono state prese in esame 1500 estrazioni di terzi molari inclusi, si attesta un valore di insorgenza di alveolite compreso tra lo 0,5% e il 2,1% a confronto di quello riportato dalla letteratura internazionale che si attesta su valori compresi tra 0,5% e 30%.
Lo studio condotto da Blondeau6 su un totale di 550 estrazioni ha registrato la percentuale di insorgenza di tutte le complicanze sul valore di 6,9%; il manifestarsi di alveolite si è riscontrato nel 3,6% ovvero in 20 casi.
Allo stesso modo anche Haug5 ha registrato valori di insorgenza di alveolite compresi tra 0,2% e 12,7%.
Nello studio condotto da Benediktsdóttir27 su un totale di 388 estrazioni di molari inclusi è risultata un’incidenza del 5,9% di alveolite secca.
Nello studio di coorte retrospettivo condotto da Bui1 su un campione di 583 pazienti è stata riscontrata un’incidenza di complicanze del 4,6% di cui il 3,4% è rappresentato dall’insorgenza di alveolite.
Nello studio effettuato nel 2010 presso la Clinica Odontostomatologica dell’Università Milano-Bicocca, su un totale di 100 pazienti che presentavano entrambi i terzi molari mandibolari in inclusione osteomucosa, si sono riscontrati 6 casi di insorgenza di alveolite secca, con un’insorgenza del 3%.
Non conoscendo i fattori causali, non disponiamo di una terapia eziologica corretta: i dati disponibili non concordano neppure sull’efficacia della prevenzione antibiotica, la quale del resto non appare giustificata a fronte degli inconvenienti della somministrazione indiscriminata di antibiotici e della modesta frequenza dell’alveolite.
L’alveolite non lascia esiti apprezzabili e la sua durata è comunque limitata e si manifesta oggettivamente con lisi del coagulo e alitosi, soggettivamente con un dolore pulsante, che insorge tipicamente in seconda-quarta giornata ed è spesso resistente ai comuni analgesici.
Nei casi tipici l’alveolo è completamente vuoto e ha un colorito verdastro. Il trattamento è sintomatico ed è finalizzato soprattutto al controllo del dolore. Lavaggi con acqua permettono di liberare l’alveolo da residui alimentari e da corpi estranei. Il dolore regredisce rapidamente in seguito all’applicazione topica di eugenolo.
Quello che deve essere assolutamente evitato è il raschiamento dell’alveolo, eseguito frequentemente diversi decenni addietro, per il rischio di contaminare gli spazi midollari con la patina microbica, trasformando un’innocua alveolite in un’osteite28.
Infezioni
Le infezioni post-operatorie (a eccezione delle alveoliti) non sono frequenti, ma si verificano comunque in circa un caso su 1005,29 e, in rari episodi, possono essere anche di estrema gravità fino a minacciare la sopravvivenza stessa del paziente. I casi di infezione che richiedono l’ospedalizzazione sono associati soprattutto ad avulsione di denti del giudizio che avevano già dato luogo a infezioni30-32. In particolare, su 18 casi di ricovero per infezioni associate a denti del giudizio, 6 erano legati a pericoroniti e 12 erano infezioni post-operatorie, ma 9 di questi 12 avevano già dato infezioni30. Inoltre, le infezioni post-operatorie erano più gravi di quelle da pericoronite e richiedevano ospedalizzazioni più lunghe. Gli Autori concludono che è molto più difficile osservare complicanze gravi dopo l’asportazione di denti del giudizio asintomatici e dunque occorre prendere in seria considerazione l’opportunità di estrazioni a scopo preventivo30. Lo studio è proseguito per altri tre anni31,32, fino a raggiungere i 100 casi di ospedalizzazione per complicanze associate a denti del giudizio (estratti senza sintomi, estratti a seguito di sintomi, non estratti), fra le quali 80 infezioni gravi.
Tabella2
Altre informazioni provengono dallo studio di Chiapasco et al.26 nel quale si attesta un valore di insorgenza di infezioni secondarie post-operatorie comprese tra 1,2% e 1,8%.
Nello studio effettuato da Valmaseda et al.33 si è registrata un’incidenza di infezioni tardive compresa tra i valori di 1,5% e 2,4%, comparse tra 10 e 84 giorni dall’intervento; inoltre, tutti i casi presentavano il secondo molare mandibolare adiacente alla zona di infezione. Altri Autori1,6,27 hanno condotto studi sull’insorgenza di complicanze infettive in seguito all’estrazione di terzi molari inferiori e hanno registrato, rispettivamente, delle percentuali del 2,2%, 2,8% e 0,8%. Nello studio effettuato nel 2010 presso il reparto di Chirurgia Odontostomatologica dell’Università Milano-Bicocca su un totale di 200 estrazioni si sono riscontrati 5 casi di insorgenza di infezioni post-operatorie con una percentuale attestata sul 2,5%; nessuna di queste infezioni ha richiesto l’ospedalizzazione del paziente affetto da tale complicanza.
Un tema ancora dibattuto è se la profilassi antibiotica routinaria sia utile nella prevenzione delle infezioni post-operatorie. Secondo la maggioranza degli Autori, l’efficacia della profilassi antibiotica è dubbia34-37 e pertanto, dato che l’incidenza di infezioni anche gravi è bassa, la profilassi antibiotica di routine non sembra giustificata, a eccezione dei casi in cui è indicata per altri motivi, locali e sistemici38. Tenendo conto che le infezioni possono verificarsi anche a distanza di settimane dall’intervento, la somministrazione preventiva di antibiotici appare come un atto di eccessiva prudenza33.
Lesioni nervose
Il rischio di perdere la sensibilità di un emilabbro, anche in modo permanente, è la principale preoccupazione del paziente candidato all’asportazione chirurgica di un ottavo inferiore incluso o semincluso52. Il maggior rischio è rappresentato da un danno al nervo linguale.
Bui et al.1, in uno studio retrospettivo su 824 estrazioni di denti del giudizio inferiori, hanno individuato una serie di complicanze in circa un paziente su 10. Soltanto il 9% erano gravi e consistevano in danni all’alveolare inferiore e solo in un caso il danno persisteva a un anno.
Non si sono mai verificati danni al nervo linguale (Tabella 3).
Tabella 3
I fattori di rischio associati ai danni neurologici erano: età del paziente, inclinazione e profondità del dente, vicinanza con il canale alveolare. Gli Autori suggeriscono di incoraggiare l’estrazione precoce dell’ottavo; dato che l’età e la posizione del dente non si possono modificare direttamente al momento dell’estrazione, occorre agire indirettamente, cioè estrarre il dente nel momento più favorevole: giovane età e sviluppo incompleto delle radici o comunque clivaggio ancora ottimo fra osso e radici. In un recente studio retrospettivo11 eseguito su 4995 estrazioni, in 3513 pazienti sono stati registrati 55 casi in cui si è verificato un danno neurologico (1,1%).
Il 50% delle guarigioni è avvenuto entro 6 mesi, anche se in qualche caso è occorso più di un anno per il totale ripristino della sensibilità. Il recupero incompleto della sensibilità si verificava con maggior frequenza nei pazienti più anziani.
In uno recente studio su 550 terzi molari inclusi in 327 pazienti6, l’età maggiore di 24 anni costituisce un fattore di rischio per l’insorgenza di danni neurologici
permanenti. Ovviamente l’età non è il solo fattore di rischio: esistono situazioni anatomiche predisponenti che occorre conoscere per fornire al paziente una corretta informazione.
Rood e Shebab39 hanno identificato una serie di indicatori di rischio di danno all’alveolare inferiore rilevabili sulle radiografie panoramiche.
Al momento di informare il paziente, è fondamentale tenere conto dei segni di rischio codificati dai due Autori, perché il loro valore è ormai consolidato anche nella letteratura recente40,41 e si presta a valutazioni medico-legali anche a posteriori.
Blaeser et al.40 hanno calcolato i valori predittivi positivi e negativi di alcuni degli indicatori proposti da Rood e Shebab39:
deviazione del canale alveolare inferiore;
radiotrasparenza della radice dell’ottavo;
interruzione della linea opaca che delimita il canale.
L’associazione con il danno neurologico, quando si realizzano queste condizioni, è altamente significativa (P<0,0001). Il valore predittivo positivo è compreso fra 1,4% e 2,7%, cioè il 40% al di sopra della probabilità generica di danno (1%). In altre parole, la presenza di questi segni ci indica una probabilità doppia della media di un danno all’alveolare inferiore.
Chiapasco et al.26 hanno registrato un’insorgenza di lesioni nervose a carico del nervo alveolare inferiore compresa tra lo 0,2% e l’1,4%, mentre il coinvolgimento del nervo linguale in sequele neurologiche avviene tra lo 0,2% e l’0,8%.
Ugualmente altri Autori1,6,27 hanno riscontrato delle percentuali di insorgenza pari a 1,1%, 1,5% e 0,4%.
Lo studio condotto da Almendros- Marqués12 su 40 molari mandibolari inclusi asintomatici ha portato a registrare un’incidenza di lesioni nervose comprese tra 1,3% e 7,8%.
Tay et al.42 hanno condotto un studio su 192 estrazioni chirurgiche registrando in 38 siti, il 20,3%, la presenza di parestesia a distanza di una settimana dall’intervento; di questi il 57,9% ha recuperato la sensibilità entro tre mesi dall’intervento, il 65,8% entro 6 mesi e il 71,1% entro 1 anno.
Sedaghafar et al.41 hanno rilevato che una previsione di danno ancora più accurata è stata raggiunta grazie a una valutazione clinico-radiografica complessiva da parte del chirurgo, che ha tenuto conto, oltre che dei segni codificati di rischio, anche dello stadio di sviluppo delle radici e della loro forma, della profondità del dente ecc.
Un’ulteriore informazione su “ruolo del chirurgo” e “frequenza di danni neurologici” è riportata da Robert et al.43. Fra i 535 chirurghi che hanno risposto al questionario, il 94,5% dichiarava di aver avuto un danno a carico dell’alveolare inferiore e il 56% a carico del linguale. La percentuale di danni calcolata per dente estratto era circa lo 0,4% per il nervo alveolare e lo 0,1% per il linguale.
Presso la Clinica Odontoiatrica dell’Università Milano-Bicocca nello studio effettuato su 100 pazienti che presentavano bilateralmente l’inclusione dei terzi molari mandibolari, e quindi su un totale di 200 estrazioni effettuate, si sono riscontrati 3 casi di alterazione sensoriale al nervo alveolare inferiore con una percentuale dell’1,5%; dei tre casi, due si sono risolti spontaneamente nell’arco di un mese dall’intervento, mentre in uno la completa ripresa funzionale e sensoriale è avvenuta nell’arco di tre mesi dall’atto chirurgico.
Se si considerano soltanto i danni neurologici permanenti, i risultati indicano 1 danno permanente all’alveolare ogni 2500 estrazioni e un danno permanente al linguale ogni 10.000 estrazioni. La percentuale di danno neurologico era associata all’esperienza del singolo operatore, valutata sulla base delle estrazioni eseguite ogni anno e degli anni di esperienza di chirurgia degli ottavi. In effetti il senso comune e qualche studio indicano che le complicanze post-operatorie possono essere associate anche all’inesperienza dell’operatore6,44, anche se molti studi non ne tengono conto.
Sanguinamento ed emorragie
Le cause di emorragia possono essere sia locali che sistemiche; condizioni sistemiche come l’emofilia A e B o la malattia di von Willebrand sono spesso identificate precocemente nella vita del paziente e per le estrazioni si mette in atto un approccio sistemico in modo da permettere al soggetto di ottenere un coagulo stabile.
Fattori locali che provengono dai tessuti molli o da infezioni dei vasi rappresentano la più comune causa di emorragie post-operative, ma rispondono bene al controllo locale che comprende una meticolosa tecnica chirurgica, il rispetto del fascio neuro-vascolare alveolare inferiore e un’attenzione particolare alla conformazione disto-linguale della mandibola.
Altra causa di emorragie possono essere i farmaci anticoagulanti, come il warfarin, che possono però essere sospesi, se possibile, e rimpiazzati dall’eparina sodica a basso peso molecolare.
Il range di sanguinamenti clinicamente apprezzabili come conseguenza dell’estrazione di terzi molari varia tra 0,2% e 5,8% e può essere classificato sia come intra- che come post-operatorio con cause che possono essere locali o sistemiche. Nello studio dell’American Association of Oral and Maxillofacial Surgeons: Age-Related Third Molar Study, i ricercatori hanno scoperto una frequenza di inaspettate emorragie intra-operatorie pari allo 0,7% e di post-operatorie pari allo 0,1%5 (Tabella 4).
Tabella 4
In uno studio su 583 pazienti Bui et al.1 è stata rilevata una frequenza di sanguinamento pari allo 0,6%. Un valore simile è stato riscontrato anche da Chiapasco et al.4, i quali hanno registrato un valore di eccessivo sanguinamento intra-operatorio nello 0,7% dei casi e una frequenza dello 0,6% per quanto riguarda il sanguinamento post-operatorio.
Sempre Chiapasco et al.26 hanno nuovamente registrato i valori di sanguinamento post-operatorio ottenendo delle percentuali comprese tra 0,4% e 0,9%.
Anche Tay e al.42 si sono occupati di registrare l’incidenza di sanguinamento eccessivo in seguito a manovre di estrazione di terzi molari e hanno riscontrato un valore pari al 13,4%.
Nello studio eseguito nel 2010 dal reparto di Chirurgia Odontostomatologica dell’Università Milano-Bicocca si sono riscontrati due casi di eccessivo sanguinamento post-operatorio, ovvero una percentuale dell’1%.
Frattura della mandibola
La frattura della mandibola è riconosciuta come complicanza dell’estrazione dei terzi molari e ha importanti implicazioni medico-legali e sulla salute del paziente45.
La frattura della mandibola durante o dopo l’estrazione è una rara complicanza, ma è una tra le più gravi.
Possibili condizioni predisponenti come l’età avanzata, un’atrofia mandibolare, la presenza di una lesione cistica o neoplastica e l’osteoporosi sono implicate nell’aumento del rischio di fratture.
L’incidenza della frattura della mandibola è attestata a 0,0049%46.
Alling et al.46 nel loro studio retrospettivo riportano 1 caso su 30.583 pazienti di frattura intra-operatoria della mandibola e 1 caso su 23.714 pazienti di frattura post-operatoria; mentre Nyu47 riporta una frattura su 29.000 casi. Libersa et al.45 hanno riscontrato 37 fratture su 750.000 estrazioni e hanno identificato 17 fratture intra-operatorie e 10 fratture post-operatorie.
Nello studio eseguito presso l’Università Milano-Bicocca non si sono verificati casi di frattura a carico della mandibola.
Dislocazione di elementi
Terzi molari mandibolari possono essere dislocati per via iatrogena nello spazio sottolinguale, sottomandibolare, pterigo-mandibolare e latero-faringeo. Considerazioni sull’anatomia locale, così come l’inclinazione disto-linguale del dente, la corticale linguale estremamente sottile o con deiscenze e l’eccessiva o non controllata forza nella lussazione dell’elemento sono fattori importanti da tener presenti e che possono portare all’insorgenza di questa complicanza.
Esen et al.48 hanno descritto un caso in cui un paziente in seguito a un’estrazione non riuscita si presentava con il terzo molare dislocato nella regione pterigo-mandibolare.
Gay-Escoda et al.49 hanno riportato un caso nel quale un paziente è andato incontro a una dislocazione del terzo molare mandibolare tra il muscolo platisma e lo sternocleidomastoideo.
Nella casistica registrata presso la Clinica Odontostomatologica di Milano-Bicocca nel 2010 non sono stati evidenziati casi di dislocazione di terzi molari mandibolari.
Altra evenienza sono le dislocazioni delle radici dei terzi molari; una dislocazione di una radice di un molare mandibolare può avvenire all’interno del canale del nervo alveolare inferiore, e i tentativi di rimozione potrebbero andare a ledere ulteriormente il fascio neurovascolare.
Una relazione causale tra estrazione dei terzi molari e problematiche all’articolazione temporo-mandibolare ha attualmente un piccolo supporto in letteratura.
È stato suggerito che le procedure di estrazione dei terzi molari obbligano il paziente a restare con la bocca molto aperta per un lungo periodo di tempo e che concause come l’aumento di forza sulla mandibola possono sovraccaricare o provocare danni su una o su entrambe le articolazioni. In particolare, quest’evenienza può accadere se il chirurgo non usa una corretta tecnica o se non supporta la mandibola mentre esegue l’intervento di estrazione dei terzi molari mandibolari oppure se il meccanismo di difesa del paziente nei confronti di un’apertura eccessiva viene inibito dall’anestesia generale.
In uno studio caso-controllo eseguito da Threfall et al.50, sono stati comparate 220 diagnosi di pazienti con dislocamento del disco e con conseguente riduzione di apertura della bocca, e gli Autori hanno scoperto che 21 (9,5%) dei 220 pazienti riportavano un’estrazione dei molari nei 5 anni precedenti alla diagnosi di dislocamento anteriore del disco.
Nello studio effettuato presso il reparto di Chirurgia Odontostomatologica dell’Università Milano-Bicocca su un totale di 200 estrazioni solo in un caso (0,5%) sì è riscontrata una complicanza a carico dell’articolazione temporo-mandibolare, apprezzabile con una dislocazione del disco articolare quando il paziente rimaneva a bocca chiusa.
Conclusioni
È stato osservato che le quattro più comuni complicanze legate all’estrazione del terzo molare sono l’osteite alveolare, le infezioni, il sanguinamento e la parestesia o, più in generale, le lesioni nervose, anche se la frequenza di tali complicanze dopo asportazione chirurgica è ancora oggetto di ricerca53.
Nello studio condotto tra il gennaio 2010 e il gennaio 2011 presso il reparto di Chirurgia Orale dell’Università Milano-Bicocca, i dati raccolti sulle principali complicanze sono perfettamente in linea con quelli registrati durante la revisione della letteratura.
Nello studio dei fattori che influenzano l’insorgenza di complicanze non si è ancora giunti a una conclusione univoca, ma è possibile identificarne alcuni che possono essere considerati i principali, tra cui il livello di inclusione, le pregresse infezioni e, dato fondamentale che rimane inalterato rispetto al passato, l’età del paziente.
Per questo motivo molti Autori suggeriscono di incoraggiare le estrazioni precoci a scopo preventivo, e comunque prima dei 24 anni di età, quando lo sviluppo delle radici è incompleto.
Relativamente ai danni neurologici, è oggi riconosciuta anche a livello medico-legale la teoria di Rood e Shebab che identifica una serie di indicatori di rischio di danno all’alveolare inferiore, rilevabili dalle radiografie panoramiche.
Esistono invece ancora molti dubbi circa l’efficacia dell’uso di antibiotici per complicanze quali infezioni e alveolite e per questo motivo non ne viene confermato l’utilizzo a scopo preventivo51.
Corrispondenza Giacomo Frasciello Clinica Odontoiatrica, Ospedale San Gerardo Via Pergolesi 33 - Monza Tel. 039/2332301 frascio@tiscalinet.it
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Fig. 1 - L’infezione crociata in ambito odontoiatrico coinvolge tutto il personale della squadra, i pazienti sottoposti a terapia, gli odontotecnici con i DM su misura, i tecnici in assistenza tramite gli elettromedicali su cui intervengono.
• Lorenzo Balsano
Riassunto L’ambiente in cui operiamo, il cavo orale, e i complessi dispostivi medici che utilizziamo rendono particolarmente complicato il controllo del rischio biologico nello studio dentistico. I progressi dell’odontoiatria ci hanno portato a eseguire interventi ad alto profilo operativo-organizzativo che rendono i nostri studi sempre più simili a una sala operatoria. Conseguentemente, oltre alla prevenzione delle infezioni crociate, che deve essere garantita a ogni paziente e a tutto il personale addetto, è di fondamentale importanza assicurare la sterilità per molti degli interventi che eseguiamo. È necessaria quindi una gestione integrata delle procedure e dei protocolli per la sicurezza biologica: dalla definizione-organizzazione dello strumentario e degli ambienti di lavoro, alla relativa gestione nelle varie fasi di preparazione, riordino e sterilizzazione. Il responsabile dello studio odontoiatrico è chiamato ad adottare un modello gestionale per il controllo del rischio biologico. Gli stessi pazienti, sempre più attenti ed esigenti, hanno necessità di essere rassicurati sullo standard igienico; diventa fondamentale saper gestire questi elementi con efficacia e, al fine medico-legale, essere in grado di dimostrare in modo documentato, e rintracciabile, lo standard prodotto.
Summary Cross infection and biological risk in dentistry The environment we work on, the oral cavity, and the complex medical devices we use make particularly complicated verifying appropriate biological monitoring. Improvements in dentistry, new treatment techniques, methods and equipment enable dentists to use their operatories as if they were actual operating rooms of hospitals. Therefore, besides prevention of cross-contamination that must be guaranteed to each patient of our practice and to our staff members; the assurance concerning effective disinfection for many of the operations we perform is essential. It is necessary to co-ordinate procedures and written protocols to ensure biological control. Starting with the definition of the instruments and devices and of the work environment to the respective administration of processing, sterilization, packaging and storage. The individual responsible for the dental office must use a pattern to ensure biological monitoring. Dental patients are demanding more information and assurances concerning infection control. Patients want to know that precautions are being taken to prevent the spreading of harmful infectious agents. Records proving and providing you with documentation to use in case of medical legal action must be in compliance with professional standards.
L’infezione crociata trasmessa in corso di terapia odontoiatrica è un rischio conosciuto, ma sono ancora presenti aree che meritano un approfondimento di studio e ricerca. I soggetti esposti al rischio biologico sono gli operatori, i pazienti e le altre figure che, a vario titolo, possono essere potenzialmente infettate (Figura 1).Si stima che, in Italia, gli individui affetti da epatite C siano il 2-3% della popolazione con punte, in alcune regioni, del 15-20% nelle persone sopra i 60 anni (fonte: Amici per l’Epatologia, www.assofade.org). Secondo l’OMS le terapie mediche e odontoiatriche sono, nell’Europa centro-meridionale, la prima causa di epatite B e la seconda per l’epatite C. L’attività odontoiatrica si pone, tra le pratiche sanitarie, ai primi posti come co-fattore di rischio per le epatiti (dati dell’Istituto Superiore di Sanità - Servizio Epidemiologico Integrato dell’Epatite Virale Acuta–S.E.I.E.V.A., anno 2000). La cavità orale è una fonte di contaminazione per l’alta carica microbica presente e per la presenza di saliva e sangue.
Nel 2008 l’American Journal of Infection Control (36(4):304-7) ha pubblicato l’articolo: Evaluation of the risk of infection through exposure to aerosols and spatters in dentistry. Gli Autori hanno ricercato la presenza di emoglobina nell’aria e sulle superfici della sala operatoria odontoiatrica. Dopo il trattamento di pazienti, ove era previsto l’uso di manipoli rotanti e/o spray, l’emoglobina era presente nella quasi totalità dei campionamenti. Il dato non sorprende: fin dal 1982 sullo J.A.D.A. (Allen AL, et al. Occult blood accumulation under the fingers. J.A.D.A. 1982;195:455-459) era evidenziato l’alto rischio di veicolare sangue occulto dalla bocca di un paziente all’altro. Ancor prima, nel 1980, Autio K.L. (Autio KL, et al. Studios on cross-contamination in the dental clinic. J.A.D.A. 1980;100:358-361) evidenziava l’alto livello di contaminazione crociata nello studio odontoiatrico: le specie batteriche presenti nella bocca di 20 pazienti erano isolate, al termine della terapia, nel 50-60% dei prelievi effettuati su pulsanti e maniglie del riunito e nel 76% dei casi tra le dita dell’operatore. Alcuni Autori (Montagna MT, Castiglia P, et al. Sanificazione nella pratica quotidiana, in Pasquarella C, Igiene in Odontoiatria. Bologna: Monduzzi Editore, 2004) hanno riportato che i campioni ambientali prelevati dopo attività odontoiatrica, su pazienti HCV positivi, risultano positivi nel 6% dei casi.
Gli stessi Autori in un lavoro ancora più recente (Italian multicenter study on infection hazards during dental practice: control of environmental microbial contamination in public dental surgeries BMC Public Health. 2008;8:187) hanno concluso che l’alta contaminazione ambientale (acqua-aria-superfici) in ambito odontoiatrico deve essere oggetto di attenzione e misure preventive per ridurre l’indubbio rischio infettivo connesso.
TABELLA 1 - principali patologie contraibili nello studio odontoiatrico
Nella contaminazione della sala operatoria odontoiatrica i materiali e gli strumenti, erroneamente posti a ingombro, aumentano il fattore di rischio di contaminazione delle superfici. Lo stesso ambiente di lavoro per sua natura “aperto”, privo degli isolamenti propri delle sale operatorie, e la promiscuità delle persone presenti nello studio costituisce un ulteriore fattore di rischio. Le malattie trasmissibili in uno studio dentistico sono numerose, i microrganismi presenti nella saliva, nel liquido crevicolare e nella placca batterica appartengono a più di 40 specie diverse. A questi devono essere aggiunti i microrganismi provenienti dall’inquinamento dei circuiti idrici del riunito e dispersi dagli spray odontoiatrici. Nella Tabella 1 sono elencate le principali malattie per frequenza nella popolazione generale e il livello di rischio nell’individuo sano.
Rischio HBV e HCV
Il maggior rischio infettivo, in ambito odontoiatrico, fin da prima dell’AIDS, è rappresentato dai virus epatici. Nonostante l’incidenza dell’epatite B sia in diminuzione, si continuano a registrare nuovi casi. Nel 2010 sul Journal of Viral Hepatatis (17:307-316) N. Mahboobi ha pubblicato un articolo dove stimava, a livello globale, in 2 miliardi le persone che hanno contratto l’HBV e in 350 milioni i malati cronici HBV positivi. L’articolo concludeva che a fronte dell’incidenza che le cure odontoiatriche hanno nella trasmissione del virus HBV è necessario responsabilizzare “la società odontoiatrica” nel ribadire l’importanza di adottare tutte le precauzioni necessarie per prevenire diffusione.
TABELLA 2 - RISCHIO INFETTIVO DA HBV E HCV NELLO STUDIO DENTISTICO
Da considerare che il contagio da paziente a paziente del virus B non è documentato solo da dati epidemiologici e da modelli sperimentali, ma nel 2001 è stato descritto il primo caso di trasmissione di HBV paziente-paziente utilizzando tecniche di biologia molecolare (Redd JT, et al. Patient-to-Patient Transmission of Hepatitis B Virus Associated with Oral Surger. Journal of Infectious Diseases 2007;195:1311-14). I virus dell’epatite B e C rappresentano un rilevante problema a causa delle caratteristiche di contagiosità e resistenza. L’altro aspetto rilevante è la trasmissione dell’infezione con quantità infinitesimali di sangue. Dopo l’esposizione a una puntura accidentale, determinata su un modello sperimentale pari 0,038 microlitri, il rischio di contrarre l’infezione è del 15-30% per HBV e 3-15% per HCV (Tabella 2).
Rischio HIV
L’istituto Superire di Sanità (centro operativo AIDS) stima in 160.000 gli individui HIV positivi in Italia; di questi, 40.000 non sanno di esserlo. Si pone un problema non tanto per il controllo del rischio in ambito sanitario, le precauzioni universali sono ampiamente utili a controllare il rischio HIV. Il problema, per quanto estremamente basso nella frequenza, è clinico in relazione all’immunodeficienza non conosciuta dal paziente stesso e all’intempestività, di conseguenza, delle cure necessarie. A ciò si aggiunge la problematica del controllo epidemiologico. In molti paesi, tra cui l’Italia, gli individui affetti non sono tenuti a informare il sanitario (legge 135/90) che è tenuto, pena sanzioni, a ottenere il consenso informato scritto prima di porre in essere domande anamnestiche in relazione alla positività per l’HIV. La problematica clinica e di controllo epidemiologico che si è creata, in relazione alla necessità del consenso informato e alla non conoscenza della positività all’HIV, è ben conosciuta dagli organi di controllo internazionali. Il CDC “spinge” per l’abolizione di richiesta formale e consenso scritto per il test HIV e ne incoraggia l’accettazione volontaria.In un articolo comparso sul Journal of Dental Education nel 2007 (Vernillo AT, et al. Routine HIV Testing in Dental Practice: Can We Cross the Rubicon? Journal of Dent Educ 2007;71(12): 1534-1539) veniva validato un test rapido non invasivo (OraQuick Advance) per diagnosticare l’HIV dai fluidi orali. Si evidenziavano 2 vantaggi: il risultato del test è ottenibile in 20 minuti ed è altamente attendibile comparato al test ematico. L’articolo concludeva invitando all’integrazione, nella pratica odontoiatrica, dell’OraQuick Advance Test. Per ciò che riguarda il rischio professionale, la probabilità di contrarre l’infezione da HIV, dopo esposizione percutanea, è dello 0,3% (Tabella 3) e può essere ridotto dell’81% con zidovudine (McCarthy GM, et al. Transmission of HIV in the dental clinic and elsewhere. Oral Dis 2002;8(2):126-135.
TABELLA 3 - RISCHIO INFETTIVO DA HIV NELLO STUDIO DENTISTICO
Un lavoro inglese del 2006 ha evidenziato che il rischio occupazionale per l’HIV rimane complessivamente basso, ma che è comunque necessario applicare i protocolli post-esposizione dopo puntura accidentale (Scully C. Human Immunodeficiency Virus. Transmission in Dentistry. J of Dent Res 2006;85(9):794-800). Raghunat Puttaiah (direttore del Centro di Controllo Infezioni del Baylor College of Dentistry, Thamus HCS, Dallas, Texas) ha ultimamente lanciato un appello relativamente al calo di attenzione verso il problema HIV facendo presente che il numero dei pazienti HIV positivi è in continuo aumento.
Rischio da agenti biologici non classici associati con le encefalopatie spongiformi trasmissibili
Sono caratterizzati da un’elevata resistenza a disinfezione e sterilizzazione tutti gli agenti biologici non classici associati con le encefalopatie spongiformi trasmissibili (TSE), quali la malattia di Creutzfeld-Jacob, la variante del morbo di Creutzfeld-Jacob, l’encefalopatia spongiforme bovina (BSE) e altre TSE degli animali a questa associate, la sindrome di Gertsmann- Straussler-Scheinker, il Kuru. Un articolo del 2008 (Walker JT. Implications for Creutzfeldt-Jakob Disease (CJD) in Dentistry: a Review of Current Knowledge. Jour Dent Res 2008;87(6): 511-519) riproponeva, nell’impossibilità di escludere con certezza assoluta la trasmissione in ambito odontoiatrico, l’adozione di misure preventive (senza peraltro specificare quali). Le linee guida dell’ISPELS (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro) non sembrano richiedere al dentista la gestione di questo specifico rischio, infatti recitano: “nel momento in cui in ambiente ospedaliero tale problematica dovesse assumere un’evidenza operativa, sarà necessario procedere allo studio e alla messa a punto di un metodo di sterilizzazione appropriato; a tale riguardo si potrebbe considerare la necessità di identificare un centro di riferimento almeno a livello regionale che affronti l’argomento nella sua criticità”. Appare chiaro che se l’argomento è critico per gli ospedali diventa arduo pensare a una gestione in ambito odontoiatrico.
Rischio occupazionale nell’attività sanitaria
Da un punto di vista più generale il rischio occupazionale è legato al tipo di agente infettivo e al tipo d’intervento, invasivo o non invasivo, ed è quindi insito e ineliminabile nella pratica odontoiatrica come in molte delle attività sanitarie (Figura 2).
Fig. 2 - Probabilità d’acquisizione d’infezione nelle prestazioni sanitarie.
Le precauzioni universali dettate dal Center of Disease Control (CDC) di Atlanta, dall’Organization for Safety and Asepsis Procedures (OSAP) e da altri importanti organismi di controllo, sono state adottate e riportate in molte delle linee guida emanate per l’odontoiatria. Molte associazioni odontoiatriche, inprimis l’American Dental Association (ADA) hanno ripetutamente pubblicato aggiornamenti.
Vie di trasmissione dell’infezione
Le malattie possono essere trasmesse sia per via diretta, dall’operatore al paziente o viceversa, che per via indiretta, da paziente a paziente o da paziente a operatore tramite contagio ambientale o dispositivo medico. Le modalità di trasmissione più comuni (Tabella 4), in ordine di gravità, sono:
percutanea, presenta un alto rischio di trasmissione (tramite strumenti pungenti taglienti, punture accidentali o trattamento inadeguato dello strumentario tra un paziente e l’altro);
contatto diretto, il rischio è anche in questo caso elevato: si verifica nell’esposizione di cute e mucose o lesioni infette (mancato uso/rottura guanti, specie se sono presenti microabrasioni sulle mani; oppure schizzi di materiale infetto sulla congiuntiva o sulle mucose);
inalazione di aerosol contenenti patogeni provenienti da spray/strumenti rotanti; in questo caso il rischio è moderato;
contatto indiretto, presenta rischio basso (toccare superfici contaminate) o moderato (toccare superfici contaminate e poi le mucose: catena di contaminazione mano/superficie/mano/bocca).
TABELLA 4 - INFEZIONE CROCIATA: MODALITà DI TRASMISSIONE
Per la prevenzione del contagio diretto è di fondamentale importanza l’uso sistematico dei mezzi di protezione individuale e della vaccinazione anti HBV. In questa sede si vuole porre l’attenzione sulla modalità di trasmissione indiretta, evidenziando le peculiarità del rischio connesso al veicolo; successivamente, saranno analizzate in dettaglio le strategie preventive per il controllo dell’infezione.
Veicoli di contaminazione e criticità in ambito odontoiatrico
Protesi e apparecchi ortodontici I manufatti protesici e ortodontici, fin dall’impronta iniziale, sono veicoli di contaminazione poiché potenzialmente infettati tramite saliva e/o sangue del paziente. La prevenzione consiste nel lavaggio e nella disinfezione da effettuarsi prima dell’invio e al ritorno dal laboratorio odontotecnico (Figura 3).
Fig. 3 - Il lavaggio e la disinfezione delle impronte devono essere eseguiti prima dell’invio e al rientro dai laboratori odontotecnici. La procedura deve essere applicata anche ai dispositivi protesici e ortodontici in tutte le fasi di lavorazione, fino alla consegna.
Altro aspetto da non trascurare sono i cosiddetti “ritocchi” in studio: se si vuole evitare la disinfezione del dispositivo a ogni “ritocco” (10 minuti in disinfettante a medio/alto livello ogni volta), è necessario approntare set sterili di frese da laboratorio.
Strumenti, ferri e frese Con il termine dispositivo medico si indicano diversi presidi, qui di seguito elencati. Strumenti semplici, come ferri, pinze, spatole, frese, puntali, pungenti e taglienti. Qualsiasi strumento entri in contatto con le mucose orali è un potenziale veicolo d’infezione (infezione percutanea: alto rischio). Fatto salvo il materiale monouso, che deve essere smaltito con le modalità di legge, questa tipologia di strumenti necessita della sterilizzazione preceduta da decontaminazione e detersione.
Pinze e strumentario ortodontico. Nel 1992 l’American Journal of Orthodontics (Compliance with infection control procedures among California orthodontists. Am Jour of Orthodont & Dentofac Orthoped;102 (1):68-75) pubblicava un articolo, frutto di un’indagine, sulla conoscenza del rischio infettivo tra gli ortodontisti californiani: l’articolo concludeva che gli ortodontisti dovevano migliorare le loro conoscenze e l’applicazione delle linee guida per la prevenzione del rischio. Ancora oggi la giovane età del paziente ortodontico rende meno percettibile il potenziale rischio (peraltro in parte fondato in quanto un giovane ha una probabilità minore, rispetto all’adulto, di essere HIV-HBV-HCV positivo, ma il fatto non costituisce una certezza e rimangono poi altre patologie trasversali per età) portando gli ortodontisti, più facilmente rispetto al generalista, a comportamenti “non idonei”: aprire cassetti e toccare materiale come catenelle elastiche, attacchi, fili ortodontici, legature, con i guanti contaminati. A ciò si deve aggiungere la difficoltà di approntare set sterili di strumenti dopo ogni paziente sia per motivi organizzativi che per i costi.
Strumentario rotante o assimilabile, manipoli dritti o contrangoli, turbine, manipoli a ultrasuoni. Come per la precedente categoria, il DM 28.09.1990 decreta l’obbligo di sterilizzazione per questi dispositivi. Sono strumenti che per conformazione (presenza di corpi cavi) ospitano con facilità sporco e micro-organismi, costituendo una fonte ad alto rischio per la trasmissione d’infezione. Il problema è conosciuto da tempo: nel 1992 sul Journal of Clinical Microbiology (Lewis D, et al. Cross-infection risks associated with current procedures for using high-speed dental handpieces. J Clin Microbiol;30(2): 401) è stato pubblicato un lavoro scientifico.
I ricercatori, sulla base delle evidenze di contrarre infezioni attraverso endoscopi usati in medicina a scopo diagnostico-terapeutico, ipotizzavano che anche gli strumenti odontoiatrici soggetti a lubrificazione, analogamente agli endoscopi, potessero essere un veicolo infettivo difficilmente controllabile. Lo studio concludeva che gli strumenti trattati con gluteraldeide al 2% mantengono la probabilità di trasmettere infezioni in una percentuale pari allo 0,3% e che è quindi necessario sterilizzarli in autoclave. In un lavoro del 1996 Franco Marci e Mauro Giannoni, dell’Università dell’Aquila (Marci F, Giannoni M. Prevenzione del rischio infettivo in ambiente odontoiatrico. Il Dent Mod;7:929-931), indicavano tra le principali cause che impediscono il controllo infettivo, nello studio dentistico, la carenza di sterilizzazione riguardante strumenti costosi quali le turbine. Le caratteristiche tecnologiche di questi strumenti rendono particolarmente difficoltosa la sterilizzazione: l’esito può essere “microbiologicamente” inefficace e deleterio per l’efficienza di manipoli e turbine. Se si associano gli elevati costi per il loro acquisto è facilmente intuibile, ma non giustificabile, il motivo per cui in alcune realtà sia praticata la disinfezione superficiale quale unica precauzione. Al contrario, il controllo del rischio per questa categoria di strumenti deve prevedere: disinfezione, pulizia e sterilizzazione.
Il riunito odontoiatrico Il riunito (gruppo idrico-aspirazione-lampada-poltrona-tavolette-pulsanti) è uno strumentario complesso. Molte linee guida danno indicazioni sui metodi di disinfezione, ma non ci sono norme cogenti in merito al suo trattamento. Vi sono evidenze scientifiche sulla potenzialità di contaminazione del riunito: sul Brithish Medical Journal nel 1987 compariva un lavoro (Piazza M, Guadagnino V, et al. Contamination by hepatits B surface antigen in dental surgerics. British Med J;295:473-474) volto a riscontrare l’antigene virale dell’epatite B sulle superfici del riunito. Su 190 campioni prelevati (senza preavviso) in 15 diversi studi odontoiatrici, il 6,3% è risultato positivo. Conferma di presenza di sangue sulle superfici del riunito si è avuta recentemente (2008), come già citato nel paragrafo introduttivo a questo lavoro, sull’American Journal of Infection Control (Evaluation of the risk of infection through exposure to aerosols and spatters in dentistry. Am Jour of Infec;36(4): 304-307).
L’aerosol L’aerosol, che si genera attraverso l’uso dello strumentario odontoiatrico trasporta sangue, saliva e microparticelle di tessuto proiettandoli nell’ambiente. La faccia degli operatori è colpita con forza da questo materiale, gli occhi e le vie respiratorie andranno quindi adeguatamente protetti: le mascherine devono essere sostituite dopo ogni paziente e gli occhiali di protezione lavati e disinfettati. È buona norma usare cuffie, sopracamici o bavagli da gettare dopo ogni intervento. Le superfici del riunito andranno sanificate al termine della seduta e ancor più ampiamente trattate a fine giornata.
Le cannule d’aspirazione e la bacinella Questi strumenti sono costantemente attraversati da materiale potenzialmente infetto e, quindi, andranno disinfettate dopo ogni paziente. Un fenomeno poco conosciuto è il “back flow” (Figura 4): si tratta della possibilità di reflusso di un film normalmente presente nel primo tratto del tubo d’aspirazione, per la precisione nella cannula aspirasaliva posizionata in bocca al paziente.
Fig. 4 - Il backflow è un ritorno di flusso, in senso inverso, dell’aspirazione, un film fluido normalmente presente nel tratto iniziale del tubo di aspirazione che improvvisamente inverte il flusso. È causato da un’improvvisa depressione nel circuito di aspirazione provocata da un’ “occlusione”.
L’esistenza del fenomeno è stata confermata dall’Università Canadese di Alberta de Montreal. Nel 1997 l’American Dental Association (A.D.A.) e l’analoga associazione Canadese (C.D.A.) hanno segnalato ai loro associati la pericolosità del fenomeno e le precauzioni per prevenirlo. La necessità di disinfezione dei tubi di aspirazione e degli aspirasaliva dopo ogni paziente è stata indicata sulle linee guida emanate dalla Sanità della Regione Lombardia nel 2009.
Contaminazione anterograda: la Legionella pneumophila La contaminazione per via “anterograda” (biofilm di batteri presenti nell’acqua di rete) dei circuiti idrici del riunito è un problema conosciuto da tempo: nel 1993 il ministero della Sanità tedesco ha emanato norme per il controllo della carica microbica nell’acqua dei riuniti. Nel 1995 l’A.D.A. invitava gli odontoiatri a predisporre controlli e strategie per mantenere i conteggi batterci inferiori a 200 CFU/ml mentre il Center Disease Control di Atlanta (CDC) indicava in 500 CFU/ml il limite quantitativo massimo. In particolare, la presenza di Legionellapneumophila e Pseudomonansaeruginosa (microrganismi non specifici delle tubazioni del riunito ma di tutti i circuiti idrici) può determinare, seppur in termini di bassa probabilità, il contagio. Secondo il CRA (Newsletter Clinical Research Associates 1999;4(12):1-3c) il contagio è da ritenersi possibile, ma improbabile. Sempre il CRA evidenziava che controlli effettuati su acqua distribuita sugli aerei o dalle fontanelle in uso negli uffici mostrava conteggi sovrapponibili a quelli dell’acqua dei riuniti di controllo. Sono molti i lavori in letteratura che sottolineano il basso rischio legionella in ambito odontoiatrico, ma recenti episodi hanno portato alla ribalta il problema: vediamone alcuni. Nel 2008 è stato dimostrato il nesso causale tra morte per legionella/fonte circuito idrico del riunito (Reparto di Odontoiatria del Policlinico Umberto 1° di Roma).
Nel 2011 una donna di 82 anni, successivamente deceduta presso l’Ospedale G. B. Morgagni Pierantoni di Forlì, ha contratto la legionella dal dentista. Il caso è stato accertato dai ricercatori dell’ISS. È stato condotto uno studio che ha dimostrato la correlazione genomica tra i ceppi del battere, isolati dalle secrezioni respiratorie della paziente, e quelli isolati dal circuito idrico della poltrona odontoiatrica. Alla luce di quanto accaduto, l’Istituto Superiore di Sanità, in una nota pubblicata sul loro sito, ha invitato a controlli frequenti e attenzione nell’applicare le precauzioni necessarie. Le indicazioni date sono: l’utilizzo di sistemi di ricircolo e antistagnazione dell’acqua; servirsi di acqua sterile anziché di quella normalmente erogata; applicare trattamenti disinfettanti costantemente; flussare quotidianamente i rubinetti e gli strumenti che erogano acqua e sempre prima di ogni trattamento; applicare a monte degli strumenti, per esempio del trapano, dei filtri antilegionella; inoltre, monitorare almeno annualmente i livelli di contaminazione di legionella nell’acqua della poltrona odontoiatrica. Quanto indicato è ben oltre quanto previsto dagli organi internazionali di controllo, inprimis il CDC; in particolare, non risulta che gli organi accreditati al controllo delle infezioni abbiano mai dato indicazioni rispetto a filtri antilegionella di cui tra l’altro non emerge, in letteratura, dimostrazione di efficacia nelle condizioni di applicabilità di un ambulatorio odontoiatrico. L’aggiornamento tecnologico scientifico è dovuto quando la letteratura e la ricerca danno evidenza di effettiva necessità del provvedimento preventivo e dell’efficacia dello stesso. La nota dell’ISS dà indicazioni estremamente utili, ma nel complesso sembra eccessivamente allarmistica considerando il rischio limitato confermato dai dati statistici pubblicati dallo stesso Istituto Superiore di Sanità. La letteratura recente conferma il basso rischio legionella in odontoiatria.
In un lavoro già precedentemente citato (Castiglia P, et al. Italian multicenter study on infection hazards during dental practice: control of environmental microbial contamination in public dental surgeries BMC Public Health. 2008;8:187), alcuni ricercatori italiani hanno condotto un’indagine su 104 riuniti in strutture pubbliche italiane: il 33% dei riuniti aveva presenza di legionella. In tutti gli strumentari non veniva mai superata la carica batterica complessiva di 500 CFU/ml indicata dal CDC come soglia di sicurezza per i riuniti odontoiatrici. Lo studio andava a integrare un lavoro condotto in più paesi europei: i dati italiani sono perfettamente sovrapponibili alle evidenze dell’indagine europea. Secondo le linee guida della CDC, la presenza di legionella, in mancanza di un caso accertato di malattia, non è sufficiente a far scattare provvedimenti preventivi mentre le linee guida di Pittsburgh indicano la necessità di monitoraggio preventivo, ma non è previsto nessun intervento se non dopo la soglia di attenzione che si pone a partire da 1000 CFU. A oggi, non è conosciuta la minima concentrazione infettante ma viene considerato altamente rischioso un livello pari o superiore a 10.000 CFU. In attesa di approfondimenti, rimane il fatto che in Italia la legionella è stata inserita tra gli agenti biologici di cui è obbligo fare valutazione del rischio nel DVR (Documento Valutazione dei Rischi), D.Lgs 81/08 (vedi scheda esemplificativa riportata in calce all’articolo). In una pubblicazione inglese del 1999 (Smith AJ, et al. Cross-infection control: water, water everywhere but not a drop to drink? Br Dent J 1999;186:12-4) si indicavano soluzioni in un’ottica costo/beneficio per il problema legionella. I costruttori di riuniti erano invitati a trovare soluzioni tecnologiche, cosa peraltro avvenuta (ormai tutti i nuovi riuniti sono dotati di disinfezione dei circuiti idrici), e si invitavano i dentisti a intercettare in anamnesi i pazienti maggiormente a rischio (defedati, con forme di immunodeficienza, con patologie sistemiche croniche specie respiratorie non compensate). In questi pazienti è opportuno utilizzare acqua sterile (anche semplicemente irrigata con siringa da 20 cc) anziché quella del riunito.
In ordine al tipo di disinfettante da utilizzare per il trattamento del circuito idrico, nel 2003 l’American Society for Microbiology ha pubblicato un interessante lavoro (JWalker JT, et al. Microbiological Evaluation of a Range of Disinfectant Products To Control Mixed-Species Biofilm Contamination in a Laboratory Model of a Dental Unit Water System. Appl Environ Microbiol 2003; 69(6):3327–32) nel quale sono stati presi in esame molti disinfettanti differenti per principio chimico e concentrazione: molti di questi si sono rivelati sufficientemente efficaci nel ridurre la carica batterica, mentre la rimozione del biofilm si è dimostrata difficile per la maggior parte dei prodotti. I migliori risultati si sono ottenuti erogando “in continuo” il disinfettante. La disinfezione saltuaria o periodica, anche con concentrazioni elevate di disinfettante, non ha prodotto risultati utili. L’atteggiamento corretto è quindi procedere alla disinfezione come indicato dal fabbricante.
Contaminazione retrograda Ulteriori accertamenti e ricerca meriterebbe la verifica di una possibile contaminazione per via “retrograda” (dalla bocca del paziente all’interno dei circuiti idrici del riunito). Da tempo sono disponibili dispositivi antirisucchio, o valvole similari, posti in essere su un’ampia gamma di manipoli e riuniti per evitare la retrocontaminazione; sono presidi tecnologici utili, ma non costituiscono barriere assolute, in particolar modo se usurati dai cicli d’utilizzo. Inoltre, è lecito ipotizzare la retrocontaminazione per capillarità. Esiste uno studio che dimostrerebbe la possibilità di passaggio di batteri e di virus dal paziente all’interno delle tubature idriche del riunito.
Si tratta di una ricerca monotematica, coordinata dal professor Giovanni Dolci nel 2000, con oggetto l’infezione crociata in odontoiatria (Atti del VII-VIII-IX-X Congresso Nazionale del Collegio dei Docenti di Odontoiatria). Il lavoro concludeva evidenziando la possibilità di controllare il rischio infettivo da retrocontaminazione eseguendo un ciclo di disinfezione dei circuiti idrici, utilizzando TAED (Tetra Acetil Etilene Diammina) + generatore di perossido (sodio perborato). Nel 2003, il dipartimento d’Igiene e Sanità Pubblica dell’Università di Perugia pubblicava un lavoro sperimentale (Savino A, Minelli L, et al. Decontaminazione batterica dei riuniti odontoiatrici.
Il Dentista Moderno 2003;7:79-102) sulla possibilità di retrocontaminazione: lo studio escludeva tale possibilità in un riunito dotato di un sistema antiretrocontaminante denominato “Out Drop no– retraction” (ODR), e valutava efficace, al fine del controllo microbiologico del circuiti idrici, la disinfezione con acqua ossigenata al 3%. Alla luce di questi lavori, la quasi totalità dei costruttori ha implementato i sistemi di disinfezione per i circuiti idrici del riunito. È necessario attenersi a quanto indicato nei libretti d’istruzione d’uso.
La sala odontoiatrica: aria e superfici L’aerosol prodotto dagli strumenti rotanti è in grado di contaminare l’aria e ogni superficie della sala operativa; tuttavia, da un punto di vista pratico solo le superfici del riunito, in quanto vengono “toccate” con guanti o con strumenti contaminati, devono essere trattate secondo standard clinico. Le altre superfici - quali pareti, pavimenti o arredi non direttamente contaminati per contatto diretto - sono classificate dal CDC come housekeepingsurfaces. Sono aree che più difficilmente entrano nella catena di trasmissione dell’infezione e per le quali è consigliata la pulizia con acqua e detersivo non necessariamente seguita dalla disinfezione. Rimane di fondamentale importanza che mobili e servomobili rimangano liberi da ingombri durante la seduta: il materiale esposto può contaminarsi. Numerosi studi hanno evidenziato come l’intervento odontoiatrico produca una notevole contaminazione microbiologica dell’aria; meno documentata, ma altrettanto importante, è la contaminazione particellare. Per ottimizzare la catena igienica si deve assicurare un ricambio adeguato d’aria e, quando possibile, implementare sistemi per l’abbattimento della carica batterica e particellare (pulviscolo e particelle da 0,3 a 5 micron). La contaminazione particellare costituisce un degrado fisico della qualità dell’aria respirata e un veicolo per il trasporto dei microrganismi. Il trattamento dell’aria riduce le infezioni aerogene, migliora lo standard igienico delle superfici (evitando la ricaduta dei microrganismi) e riduce l’affaticamento degli operatori (inefficienza fisica da inquinamento dell’aria).
Prevenzione del rischio biologico
È indispensabile adottare dei rigidi protocolli per il controllo del rischio biologico. Procedure di decontaminazione non idonee aumentano enormemente il fattore di rischio: nel 2010 la John Cochrane Veteran Administration ha notificato a 1800 pazienti che avevano subito trattamenti odontoiatrici presso i loro centri che potevano essere stati esposti a infezioni virali a seguito di procedure di sterilizzazione “non idonee”. È importante adottare il principio di precauzione e applicare le misure preventive indicate dagli organismi di controllo per ridurre il rischio (in calce all’articolo è proposta una scheda esemplificativa sulla gestione del rischio biologico, DVR in ambito odontoiatrico, D.Lgs.81/08).La decontaminazione di ambienti-strumenti-dispositivi medici è la pratica fondamentale per la prevenzione delle infezioni. In relazione al “rischio d’uso”, cui sono destinati superfici-strumenti-dispositivi medico, il protocollo deve prevedere: pulizia, disinfezione e sterilizzazione. La sterilizzazione è il metodo più efficace e affidabile per la prevenzione delle infezioni crociate, ma anche una condizione indispensabile per ottenere il successo terapeutico. Le associazioni scientifiche endodontiche raccomandano, al fine del successo della terapia, l’uso di strumenti sterili e la corretta preparazione del campo operatorio. L’esistenza di infezioni “biomaterial-centered” è stata più volte documentata: lo Staphilococcusepidermidis e lo Staphilococcusaureus sono stati rinvenuti in maniera significativa attorno a impianti falliti fin dal 1987 (Gristina AG. Biomaterial centered infection: microbial adhesion vs tissue integration. Science 1987;237:1588). La ricca flora batterica orale non giustifica il mancato rispetto dei protocolli di sterilità; non si deve confondere la contaminazione derivante da “commensali“, facenti parte dell’abituale flora della bocca, con la contaminazione proveniente dall’esterno. Fridberg, della Branemark Clinic di Goteborg, pubblicava nel 1996 un lavoro (Fridberg B. Sterile operating conditions for a placement of intraoral implants. J. Oral Maxillofacial Surg 1996;54:1334-36) che evidenziava l’opportunità di utilizzo della tecnica sterile, in campo sterile, per l’inserimento di impianti. L’impiego di strumenti non mantenuti sterili fino all’utilizzo e la gestione “non idonea” del campo sterile non possono essere sopperiti dalla terapia antibiotica. L’uso routinario degli antibiotici nell’implantologia e in chirurgia orale, sul paziente sano, continua a essere controverso e il loro ampio utilizzo non è ancora avvalorato da evidenza scientifica (Acocella A, et al. Efficacia della terapia antibiotica per l’inserimento di impianti dentali: revisione della letteratura e considerazioni cliniche. Tagete - Archives Of Legal Medicine And Dentistry 2010;1). L’applicazione di adeguate precauzioni consente di controllare il rischio biologico con un elevato livello di sicurezza. È necessario costruire un modello d’intervento, un sistema integrato che prenda in esame ognuno dei potenziali veicoli di trasmissione dell’infezione. L’errore umano è la causa più frequente d’incidenti: per questo motivo, è utile predisporre delle istruzioni scritte e formare gli addetti a ogni fase operativa indicando i mezzi e i supporti necessari per la corretta esecuzione.
Il rischio aumenta quando ci troviamo a operare su un individuo certamente infetto: se un paziente dichiara di essere HCV positivo la probabilità che lo sia è prossima al 100%. In questa situazione, oltre che per gli operatori aumenta il rischio (da potenziale a certo) di contaminazione ambientale e dei dispositivi medici. Fermo restando che è necessario considerare tutti gli individui potenzialmente infetti e applicare in tutti i casi le linee guida riconosciute dagli enti preposti, è di fondamentale importanza individuare, in fase di anamnesi, le persone infette. L’individuazione consente di operare, in un’ottica di rapporto rischio/costo/beneficio, delle precauzioni aggiuntive difficilmente applicabili nella procedura standard, per esempio camici monouso per gli operatori (dalle linee guida ISPESL-Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro): “nel caso di protezione da patologie infettive emergenti di rilievo è preferibile impiegare camici monouso. Possono essere di diversa tipologia in relazione alle modalità lavorative e alle mansioni da espletare”). Dove possibile è consigliabile fissare l’appuntamento alla fine della giornata di lavoro. Se necessario, approntare un bagno fresco di disinfettante per la decontaminazione preventiva degli strumenti, specie se contaminati da sangue. Inoltre, l’anamnesi è necessaria per la valutazione dello stato di salute generale del paziente anche se il portatore di epatite cronica non presenta nella maggior parte dei casi una sintomatologia clinica evidente. È comunque necessario valutare il rischio medico connesso alle manovre odontoiatriche: nella malattia in fase di compenso il rischio è trascurabile, mentre nell’insufficienza epatica è tale da porre problemi (Montagna F. Prevenzione delle infezioni in odontoiatria: epatiti e AIDS. Roma: Edizioni Promoass, 1997). Ritornando alle strategie preventive, è bene ricordare che la prima regola in assoluto è la vaccinazione.
Vaccinazione contro HBV Il vaccino contro l’epatite B è raccomandato, dal ministero della Salute, come elemento essenziale nella prevenzione delle infezioni da HBV dopo esposizione al virus. Tutti gli operatori sanitari sono invitati a vaccinarsi.
Il vaccino è eccellente sotto il profilo della sicurezza (CDC 1996); i sospetti destati in Francia sull’associazione vaccino HBV-malattie demielinizzanti del sistema nervoso centrale si sono mostrati privi di ogni fondamento (Acherid A, et al. 2001, Confavreux C, et al. 2001). La stessa OMS ha preso posizione nel 2004 a proposito degli inutili sospetti attorno al vaccino. I prodotti in commercio sono quindi sicuri e ben tollerati con un’efficacia fra l’85 e il 95% nel prevenire l’infezione. Dopo la vaccinazione primaria non sono necessari richiami: anche a distanza di 15 anni dalla vaccinazione primaria, l’esecuzione a scopo di ricerca di una dose HBsAg determina una risposta molto evidente, anche nei soggetti privi di anticorpi, a dimostrazione che le cellule della memoria sono state sufficientemente stimolate dalla vaccinazione primaria (Lin YC, Chang MH, Ni YH, Hsu HY, Chen DS. Long-term immunogenicity and efficacy of universal hepatitis B virus vaccination in Taiwan. J Infect Dis 2003;187(1):134-8).
Lavaggio delle mani Le mani sono il veicolo principale delle infezioni di origine esogena. Le mani degli operatori sanitari possono trasferire i microrganismi patogeni da un paziente all’altro e dai pazienti al personale stesso.Il lavaggio delle mani è riconosciuto essere la prima e più importante metodica di prevenzione della trasmissione delle malattie infettive.Le mani vanno lavate con prodotti idonei quali:
detergente liquido (composto che svolge un’azione pulente, senza azione antisettica);
sapone antimicrobico (sapone detergente contenente un agente antisettico);
antisettico idroalcolico.
Distinguiamo le operazioni di igiene in lavaggio sociale, frizione antisettica, lavaggio pre-operatorio. Il lavaggio sociale, eseguito con acqua e detergente è utile a inizio lavoro, dopo l’uso dei servizi igienici, dopo manovre sui pazienti che non comportino esposizione a materiale biologico. La frizione antisettica è indicata quando non è possibile procedere al lavaggio con acqua e detergente e le mani non sono visibilmente sporche. Consiste nell’applicazione di un antisettico idroalcolico sull’intera superficie delle mani per ridurre il numero di microrganismi presenti prima dell’assistenza al paziente (visita medica e piccoli interventi), dopo aver assistito il paziente, dopo il contatto accidentale con materiali biologici e con strumenti e materiali potenzialmente contaminati incluse le apparecchiature medicali nelle immediate vicinanze del paziente, dopo la rimozione dei guanti.Il lavaggio antisettico (pre-operatorio) è utile per l’antisepsi delle mani degli operatori prima che indossino camice e guanti sterili nella procedure chirurgiche.Raccomandiamo di apporre la data di apertura sul flacone dell’antisettico e non utilizzarlo per più di 14 giorni, munire il contenitore di apposito erogatore ed eliminarlo insieme al flacone (non riutilizzarlo), non rabboccare i flaconi. Inoltre, all’inizio del turno di lavoro rimuovere orologi, braccialetti e anelli; mantenere le unghie corte, curate e prive di smalto; non applicare unghie finte.
Sterilizzazione, ciclo di riutilizzo degli strumenti e classificazione dello strumentario Il DPR 14 gennaio 1997, n.37, nella sezione “Requisiti minimi organizzativi”, prevede che in sala di sterilizzazione debba essere assicurata la presenza di almeno un infermiere. Le linee guida hanno però più volte ribadito che in organizzazioni più piccole e più semplici rispetto agli ospedali, per esempio negli ambulatori odontoiatrici o chirurgici dove l’infermiere non sempre è disponibile, si possono individuare altre figure professionali con formazione specifica. È però indispensabile una formazione adeguata del personale addetto alla sterilizzazione. Inoltre, è preferibile che l’intero processo venga periodicamente sottoposto a visite ispettive da parte di personale diverso da quello che ha responsabilità operative dirette.
Selezione dello strumentario da sterilizzare secondo la classificazione di Spaulding Secondo la classificazione di Spaulding (1976) lo strumentario si divide, in base alla destinazione d’uso, in:
articoli critici, strumenti che penetrano i tessuti molli, entrano in contatto con l’osso o i tessuti sterili;
articoli semicritici, strumenti che entrano in contatto con le mucose integre;
articoli non critici, strumenti che entrano in contatto con la cute integra.
Tale classificazione è stata assunta, anni addietro, nelle linee guida per l’odontoiatria emanate da molti enti governativi. Il progresso tecnologico e le conoscenze scientifiche ci hanno portato a un riflessione inerente la destinazione d’uso dello strumentario e la conseguente scelta del procedimento di sanificazione da applicare. Alcuni Autori hanno proposto modifiche alla classificazione di Spaulding, altri, hanno mosso “osservazioni” in relazione alla sua applicazione in campo odontoiatrico: nella classificazione originale è classificato semicritico lo strumentario che entra a contatto con le mucose integre (per esempio, specchietti, strumenti di conservativa e similari). La presenza di mucose integre è una supposizione che non trova riscontro nella cavità orale di molti pazienti. Nella pratica quotidiana, a cominciare gli strumenti per la diagnosi e, a maggior ragione, lo strumentario e le frese per Conservativa, Endodonzia e Protesi, finiscono spesso a contatto con il sangue.
TABELLA 5 - APPLICAZIONE DELLA CLASSIFICAZIONE DI SPAULDING MODIFICATA PER LA SELEZIONE - TRATTAMENTO E CONSERVAZIONE DELLO STRUMENTARIO ODONTOIATRICO
Inoltre, diventa complicato dare tracciabilità del processo. Volendo comunque attenerci alla classificazione di Spaulding è necessario un adattamento alla definizione classica dello strumentario semicritico (che entra cioè in contatto con mucose integre) in: strumentario che entra in contatto con mucose integre o non integre. Ciò è necessario per individuare il corretto trattamento di sanificazione in base alla destinazione d’uso dello strumentario. Quindi come suggerito da Raghunat Puttaiah (direttore del Centro di Controllo Infezioni Baylor College of Dentistry, Thamus HCS, Dallas, Texas) bisogna considerare la sterilizzazione il mezzo di trattamento idoneo sia per gli strumenti critici che per quelli semicritici.Alla luce delle attuali conoscenze scientifiche, e dei mezzi tecnologici disponibili, la sterilizzazione in autoclave a vapore d’acqua rappresenta il trattamento d’elezione per lo strumentario che entra nella cavità orale. Tutti gli strumenti che penetrano i tessuti (critici) e quelli che entrano in contatto con le mucose, integre o non integre (semicritici), devono essere sterilizzati. L’autoclave a vapore d’acqua consente un processo affidabile e applicabile a tutto lo strumentario, anche a dispositivi “delicati”. Di fatto, l’autoclave a vapore d’acqua (unitamente all’utilizzo dei dispositivi monouso) rende anacronistica la pratica della sterilizzazione a freddo e/o l’alta disinfezione dei dispositivi critici e semicritici. È invece possibile una differente conservazione dello strumentario: per quello chirurgico (critico) è necessaria la conservazione sterile (come minimo in busta singola, meglio in doppio involucro), per i dispositivi che non penetrano le mucose (semicritici) è possibile la conservazione pulita (l’imbustamento non è strettamente necessario, ma consigliato: attenzione perché certe ASL richiedono la tracciabilità, cosa difficile da dimostrare con lo strumentario non confezionato ed etichettato).
TABELLA 6 - LIVELLO DI ATTIVITà DEI DISINFETTANTI
Possiamo quindi affermare che lo strumentario critico deve essere sterile e il semicritico sterilizzato, proponendo una selezione-trattamento-conservazione dello strumentario odontoiatrico come illustrato nella Tabella 5. Lo strumentario non critico può essere trattato, previa pulizia, con disinfettante di livello basso/intermedio (Tabella 6). Il ciclo di sterilizzazione dello strumentario riutilizzabile inizia con la raccolta, non appena terminato l’intervento e si compone di 9 fasi:
Raccolta;
Decontaminazione preventiva;
Detersione;
Risciacquo;
Asciugatura;
Controllo e manutenzione;
Confezionamento;
Sterilizzazione;
Stoccaggio.
In caso di puntura, ferita o esposizione accidentale è necessario applicare il protocollo previsto per legge
In caso di esposizione accidentale (tagli, punture, schizzi di materiale potenzialmente infetto in bocca, negli occhi o a contatto con cute abrasa o lesa) occorre mettere in atto le seguenti misure preventive:
pulire immediatamente e accuratamente la cute lesa con acqua e sapone e successivamente con un disinfettante (evitare assolutamente l’alcool etilico). Sciacquare con acqua le mucose colpite. Non esiste alcuna evidenza che l’uso di antisettici su una ferita o il favorire la fuoriuscita del sangue con la pressione riduca il rischio di trasmissione di un’infezione; l’uso di un antisettico non è comunque controindicato.
Non sono raccomandate le applicazioni di agenti caustici (per esempio, candeggina) o l’inoculazione di antisettici o disinfettanti all’interno della ferita;
rivolgersi immediatamente al pronto soccorso ospedaliero della struttura pubblica più vicina;
eseguire un prelievo di sangue per accertamento sierologico (anche sul paziente fonte se è individuato e se firma il consenso informato). Gli accertamenti sierologici dovranno proseguire con prelievi ematici a 45-90-180 giorni.
Tutte le strutture sanitarie e di pubblico servizio devono mettere in atto un sistema di gestione delle esposizioni a rischio di infezione da HIV e da virus epatitici, compresa la possibilità di fornire la profilassi post-esposizione (PPE). La decisione di iniziare la PPE spetta unicamente all’esposto (che dovrà firmare sull’apposito modulo di consenso informato se accetta o non accetta la PPE), al quale devono essere spiegate in dettaglio le conoscenze attuali su efficacia, sicurezza e tossicità del trattamento da personale esperto e qualificato. Dopo che all’infortunato è stato garantito il primo intervento, questi dovrà essere avviato al centro specializzato identificato per il proseguimento del counselling, del follow up e per la somministrazione successiva dei farmaci della PPE.
Si ricorda (riguardo la PPE per l’HIV) che:
la PPE deve essere iniziata al più presto possibile, preferibilmente entro 1- 4 ore;
la PPE è sconsigliata quando sono trascorse oltre 72 ore dall’esposizione.
Per tale motivo si raccomanda di mettere in atto tutte le misure organizzative possibili al fine di consentire l’inizio della PPE nei tempi previsti.
Raccolta È doveroso sottolineare che il materiale costituito da taglienti monouso, quali bisturi e aghi, deve essere smaltito in appropriati contenitori che non consentano alcun tipo di esposizione ad agenti biologici (per esempio, quelli realizzati secondo la norma tecnica BS7320:1990). È raccomandabile che la raccolta di tali materiali inizi direttamente sul campo operatorio utilizzando piccoli contenitori adatti al recupero, al fine di ridurre il rischio da punture e/o tagli.
La rimozione di aghi dalle siringhe per anestesia e delle lame di bisturi costituiscono un concreto rischio (la letteratura evidenzia che la puntura accidentale con ago è il tipo di infortunio più frequente in ambito sanitario, seguito da punture con aghi da sutura). I manici di bisturi riutilizzabili con lama monouso montata, o gli aghi montati su siringhe riutilizzabili vengono lasciati, al termine dell’intervento, alla gestione delle assistenti. Le linee guida ISPESL del maggio 2010, ratificate nel 2011 dall’INAIL, prevedono che per questo tipo di rischio il lavoratore sia dotato di guanti speciali. Ecco cosa dicono le linee guida a riguardo: “… non esistono in commercio guanti efficaci in modo assoluto per la protezione contro tagli e abrasioni; sono disponibili, tuttavia, guanti realizzati con una formulazione di disinfezione, immessa nella matrice polimerica, in grado di abbattere considerevolmente il rischio di infezione (circa l’80%) in caso di lacerazione; questi si qualificano quindi come misura di sicurezza che garantisce una migliore tutela della salute e in relazione a un’appropriata esecuzione della valutazione del rischio, considerando i relativi disposti del D.Lgs 81/2008 e s.m.i; gli stessi dovrebbero essere resi disponibili per gli operatori che svolgono un’attività che comporta specifiche modalità espositive che richiedono un’ottimizzazione dei requisiti di protezione (per esempio, lavaggio manuale dello strumentario e materiali contaminati)”.
Le linee guida non specificano se togliere un ago o una lama di bisturi sia un’operazione di smontaggio preliminare alla detersione e quindi soggetta alla decontaminazione preventiva; indicano, in ogni caso, la necessità di dotare gli addetti di guanti speciali (di cui pochi dentisti, credo, conoscono l’esistenza). È chiaramente una situazione che merita chiarimenti da parte degli organi competenti che devono farsi carico della reale possibilità di applicazione di misure preventive razionalizzabili nella loro realizzazione pratica. In attesa di chiarimenti si possono prendere in considerazione le seguenti alternative:
gli aghi montati su siringa vengono passati alla fiamma o in appositi dispositivi per la “bruciatura” prima dello smontaggio;
utilizzare solo bisturi monouso “completi” (manico e lama a gettare). Lo stesso si può fare per le siringhe per anestesia. In un’indagine condotta in Inghilterra nel 2001 si è evidenziata una drastica diminuzione delle punture accidentali con l’utilizzo di siringhe monouso (Zakrzews JM. Introducing safety syringes into a UK dental school - a controlled study. British Dental Journal 2001;190:88-92);
un’ulteriore possibilità è quella che gli aghi vengano incappucciati, con tecnica a una mano, dal dentista. Le lame dei bisturi riutilizzabili vengono rimosse, con opportuni mezzi di sicurezza, dal dentista. L’odontoiatra è soggetto quanto l’assistente al rischio di ferita accidentale, si tratta solo di non incorrere in obiezioni, da parte delle istituzioni, in caso di puntura/ferita accidentale al lavoratore dipendente (D.Lgs 81/2008 e s.m.i). Rimane il problema della corretta applicazione di procedure difficili nella loro realizzazione pratica e quindi la necessità di un sereno confronto con le istituzioni.
Decontaminazione preventiva La decontaminazione è uno degliadempimenti previsti dal Titolo VIII del D.Lgs 81/08 e successive modifiche e integrazioni in quanto è una misura di sicurezza di tipo collettivo e deve essere effettuata prima del lavaggio mediante immersione “in idoneo mezzo”, come di seguito esplicitato nella procedura. Tale misura di sicurezza contribuisce alla protezione degli operatori coinvolti nel processo di sterilizzazione e, in particolare, di quelli addetti al trasporto e al lavaggio del materiale utilizzato.
Nella decontaminazione manuale devono essere seguite le seguenti istruzioni:
la scelta del principio attivo delle formulazioni o azione disinfettante deve tener conto dell’obiettivo primario, rappresentato dall’efficacia nei confronti degli agenti che si identificano come sorgente di rischio biologico e dalla compatibilità con i materiali da trattare;
nella fase di allestimento della soluzione disinfettante l’operatore deve attenersi alle indicazioni del produttore (è consigliato allestire la soluzione al momento dell’utilizzo onde evitare una possibile contaminazione);
nella soluzione disinfettante, allestita all’interno di idoneo recipiente, viene immerso il contenitore con i materiali da trattare;
la durata della fase di immersione dipende dalle caratteristiche della soluzione impiegata ed è opportuno seguire le indicazioni fornite dal produttore;
al termine del periodo di immersione il contenitore, con i materiali trattati, viene estratto e avviato alla successiva fase di lavaggio;
la soluzione decontaminante deve essere smaltita secondo le indicazioni della vigente normativa.
In realtà i dispositivi medici riutilizzabili dovrebbero seguire un ciclo di riutilizzo che preveda in ordine: pulizia, disinfezione, sterilizzazione. A seguito dell’emanazione del DM 28 settembre 1990, il quale all’art. 2, comma 2, recita: “… i presidi riutilizzabili debbono, dopo l’uso, essere immediatamente immersi in un disinfettante chimico di riconosciuta efficacia nei confronti dell’HIV prima delle operazioni di smontaggio o pulizia da effettuare come preparazione alla sterilizzazione”. In molti studi dentistici si applica, come dovuto in ottemperanza al decreto e alle linee guida, la decontaminazione preventiva seguita dalla detersione e quindi dalla sterilizzazione.È un protocollo praticabile e “sancito”, ma rimane discutibile, come evidenziato dalla letteratura e da conoscenze scientifiche di lunga data, l’efficacia della decontaminazione in presenza di materiale organico.
Attualmente esistono mezzi per ottenere detersione e decontaminazione preventiva in modo automatizzato e sicuro per pazienti e operatori. L’esistenza di un decreto ministeriale, che indica espressamente la necessità di una disinfezione preliminare con liquidi chimici, non è un vincolo sul piano giuridico. I mezzi sono soggetti al progresso tecnico-scientifico: quando ne è dimostrata e documentata l’evidenza è lecito utilizzare i migliori. Le stesse linee guida dell’ISPESL hanno specificato che: “La decontaminazione può essere effettuata con modalità manuali oppure mediante apparecchiature termo-disinfettatrici di cui ci si assicuri dell’effettiva efficacia” (linee guida ISPESL, aggiornamento 2010).Nella decontaminazione automatica, il contenitore con il materiale da trattare viene collocato all’interno della lavastrumenti e viene avviato il programma di disinfezione secondo le istruzioni del produttore. Al termine del processo il contenitore, con i materiali trattati, viene inviato alla successiva fase di confezionamento. Attenzione agli strumenti che necessitano smontaggio per i quali è sempre richiesta, in base alle linea guida ISPESL, la decontaminazione preventiva. In generale non ci sono strumenti odontoiatrici che necessitano smontaggio prima della decontaminazione/detersione, quanto meno non ve ne sono che costituiscano un reale pericolo di abrasioni o ferite, fatta eccezione per le siringhe da anestesia, a cui è necessario smontare l’ago monouso, e per le lame dei bisturi montate su manico riutilizzabile di cui abbiamo già analizzato le problematiche connesse.
Detersione (lavaggio) La detersione, cioè la pulizia mediante strofinamento con acqua e detergenti al fine di rimuovere il materiale organico e inorganico, è necessaria per assicurare il corretto esito della disinfezione e della sterilizzazione. La pulizia oltre a soddisfare l’esigenza “estetica” nella presentazione dello strumento, determina la rimozione di materiale contaminato e una riduzione della popolazione microbica. Rappresenta una fase preliminare insostituibile per la successiva disinfezione e sterilizzazione. Dopo la decontaminazione manuale i materiali utilizzati vanno sottoposti a una rigorosa procedura di lavaggio (che contempla un’attività di disinfezione), che ha lo scopo di rimuovere i residui di sostanze organiche e inorganiche e, di conseguenza, anche i microrganismi. Il risultato di una buona azione di detersione o lavaggio porta infatti a una riduzione qualitativa e quantitativa della contaminazione microbica (bioburden), che è la chiave del successo della sterilizzazione.
Per quanto attiene alla tutela della salute del personale, dalla valutazione del rischio deriva, di norma, l’esigenza di rendere disponibili per gli operatori DPI (Dispositivi Protezione Individuale) specifici per il rischio di esposizione ad agenti infettivi.
Questi lavoratori, di fatto, manipolano materiali spesso visibilmente contaminati con liquidi organici e conseguentemente sono tenuti a indossare obbligatoriamente i DPI all’uopo previsti.
Detersione (lavaggio) manuale Attualmente viene considerato un metodo superato in quanto la tecnologia moderna ha messo a disposizione apparecchiature automatiche capaci di garantire il risultato con un basso rischio di infortuni per gli operatori addetti (linee guida ISPSEL).Oltre ad aumentare il rischio per gli operatori, il lavaggio manuale, produce nella fase di spazzolamento un’alta contaminazione ambientale (Figura 5).
Fig. 5 - Il lavaggio manuale è da considerarsi una metodica superata, è rischioso per l’operatore ed è altamente contaminante per l’alta quantità di schizzi che si producono nella fase di spazzolamento: simulazione con apposito colorante.
Il lavaggio manuale si effettua quando non si dispone di apparecchiature automatiche e in alcune condizioni in cui, per le particolari caratteristiche del materiale, non è possibile eseguire il lavaggio automatico. L’orientamento attuale è, dunque, quello di privilegiare l’impiego di apparecchiature automatiche. La procedura per la pulizia manuale prevede che il materiale venga immerso in una soluzione/formulazione detergente-disinfettante, che può essere a base di tensioattivi, enzimatica, plurienzimatica e con altri principi attivi. Vanno rispettate rigorosamente le indicazioni del fabbricante relative a:
concentrazione;
temperatura;
tempo di azione.
Il materiale trattato deve essere successivamente immerso, disassemblato, nella soluzione/formulazione affinché ogni suo componente ne venga a contatto. È importante che la soluzione detergente venga sostituita di frequente e/o tutte le volte che si presenti visibilmente sporca; è altresì indispensabile che vengano utilizzati dagli operatori i guanti come DPI. Dopo la fase di immersione gli strumenti vanno spazzolati, utilizzando spazzole dedicate, per rimuovere i residui organici che non sono stati eliminati dall’azione del detergente.
Vanno sottoposti a questo trattamento specialmente quegli strumenti che presentano incastri e zigrinature. Dovrà essere definita una procedura di verifica dell’efficacia del trattamento per i dispositivi utilizzati per il lavaggio manuale. Per tutti quei dispositivi che presentano cavità o lumi ristretti e di difficile accesso è indispensabile ricorrere all’utilizzo di dispositivi come:
scovolini;
spazzole con setole morbide;
pistole ad acqua e/o aria compressa.
Tutti i dispositivi devono essere a loro volta sostituiti (monouso), oppure disinfettati e sterilizzati (poli-uso) in modo da evitare la successiva contaminazione dei materiali.
Detersione (lavaggio) a ultrasuoni Il bagno a ultrasuoni è impiegato come trattamento di sostegno a quello manuale, specie quando le sostanze organiche sono solidificate sui materiali. Il lavaggio si basa su un principio fisico chiamato cavitazione ultrasonica, che consiste nella formazione di cavità o bolle di gas create da onde ultrasoniche che implodono all’interno di un liquido con conseguente enorme rilascio di energia d’urto. Questa colpisce la superficie dell’oggetto da pulire interagendo sia fisicamente che chimicamente.
Fig. 6 - Lavaggio in vasca a ultrasuoni.
I risultati sono un fenomeno fisico di microspazzolatura e un effetto detergente prodotto dalle sostanze chimiche presenti nel bagno a ultrasuoni ad altissima frequenza. Questo tipo di pulizia è particolarmente indicato per tutti quei dispositivi medici delicati (microchirurgia) o che presentano articolazioni e zigrinature (strumenti dentali), dove facilmente si deposita materiale organico difficile da rimuovere con altri sistemi. L’impianto a ultrasuoni è dotato di un produttore di ultrasuoni e di una vasca che viene riempita da una soluzione detergente o proteolitica mantenuta a temperatura costante.
Nella soluzione viene posizionato un cestello forato con il materiale da sottoporre al trattamento. Un buon risultato si ottiene mediante il rigoroso rispetto delle seguenti indicazioni (Figura 6):
la concentrazione della soluzione (deve corrispondere a quanto prescritto dal fabbricante);
la temperatura dell’acqua (circa 40 °C, o comunque in funzione della soluzione utilizzata);
la frequenza degli ultrasuoni (intorno ai 35 KHz);
il tempo di contatto (minimo 5 minuti).
Gli strumenti vanno completamente immersi nella soluzione, aperti o smontati, posti in modo tale che non rimangano zone d’ombra. La soluzione detergente deve essere rinnovata a intervalli regolari, a seconda della frequenza e delle condizioni d’uso e, comunque, almeno giornalmente.
Detersione (lavaggio) automatica La moderna tecnologia ha messo a disposizione sistemi che provvedono automaticamente alla detersione e alla disinfezione del materiale sanitario. È un metodo da preferire rispetto a quello manuale in quanto, oltre a garantire un’adeguata detersione e disinfezione programmata, riduce statisticamente la possibilità di infortuni degli operatori addetti. Il lavaggio automatizzato può essere effettuato mediante l’utilizzo di macchine lavastrumenti, o meglio lavastrumenti termo-disinfettatrici, oppure pulitrici a ultrasuoni. In particolare, le “lavastrumenti” con processo di termodisinfezione sono indicate per il lavaggio e la disinfezione di una vasta gamma di materiali utilizzati, compresi quelli che presentano cavità grazie all’uso di particolari accessori. La metodica di lavaggio delle lavastrumenti assicura un’omogenea rimozione dello sporco grazie all’uso di una concentrazione di soluzione detergente costante, a condizione però che il caricamento venga effettuato senza zone d’ombra (non sovrapposto). All’azione meccanica di detersione è associato un processo di disinfezione termica (per esempio, 93 °C per 10 minuti) o chimica (Figura 7).
Fig. 7 - Lavastrumenti con termo disinfezione.
L’impiego di questi cicli di lavaggio e disinfezione assicura che i prodotti trattati abbiano un bioburden (carica batterica e sua natura) compatibile con il metodo di sterilizzazione. Le apparecchiature di lavaggio automatico utilizzano programmi standardizzati in funzione del materiale da trattare: ferri chirurgici, container, zoccoli, strumenti cavi ecc... Ogni programma di lavaggio si compone di diverse fasi:
prelavaggio con acqua fredda;
lavaggio con acqua calda (circa 50 °C) e detergente;
neutralizzazione e risciacquo;
disinfezione;
asciugatura.
Se si vogliono ottenere buoni risultati di detersione, dovranno essere seguite le indicazioni di seguito riportate:
buona qualità dell’acqua;
buona qualità e adeguato dosaggio dei prodotti utilizzati;
accurata manutenzione e controllo dell’azione meccanica;
verifica della temperatura di lavaggio e disinfezione;
caricamento corretto (è una condizione indispensabile);
gli strumenti a snodo devono essere aperti per garantire la pulizia;
i cestelli o i panieri non devono essere sovraccaricati;
gli strumenti piccoli non devono essere coperti da quelli di grossa dimensione provocando zone d’ombra nel lavaggio;
gli strumenti con cavità (tubi, sistemi respiratori) devono essere lavati al loro interno, per questo motivo devono essere trattati con accessori specifici.
Gli apparecchi di lavaggio e disinfezione devono essere sottoposti a verifica secondo le indicazioni della norma UNI EN ISO 15883. Gli apparecchi di lavaggio e disinfezione possono, inoltre, essere dotati di sistemi di registrazione e stampa che consentono di verificare l’esito del ciclo, nonché stampare, per successiva archiviazione, la documentazione dell’intero procedimento al fine della tracciabilità.
Decontaminazione preventiva e detersione: conclusioni In relazione alla dimensione e alla struttura organizzativa dello studio si sceglierà la modalità più consona: quando possibile si eviterà lo spazzolamento manuale dopo il passaggio di decontaminazione in vaschetta. Lo spazzolamento dovrebbe essere eseguito solo su eventuali tracce di sporco se visibili al controllo finale, quindi su strumenti già detersi e disinfettati. La spazzola a vapore, poco in uso nello studio dentistico, è uno strumento molto utile per efficacia e sicurezza. La vasca a ultrasuoni, usata all’interno di un corretto protocollo, è un mezzo di supporto importante per ridurre ferite accidentali e produrre un elevato standard igienico dello strumentario. Per studi dentistici di medie e grandi dimensioni i sistemi automatizzati come le lavastrumenti (meglio ancora i termodisinfettori) costituiscono la migliore alternativa. Per ciò che concerne i disinfettanti e i detergenti da utilizzare è importante considerare che i prodotti a base di acido peracetico (disinfettante di alto livello), così come i prodotti fenolici, sono ottimi nello loro caratteristiche tecniche, ma corrosivi sullo strumentario. Occorre quindi avere a disposizione ferri con acciaio di qualità e controllare attentamente il tempo di immersione. In ogni caso è necessario valutare attentamente le schede tecniche e le indicazioni del fabbricante, per la scelta e l’uso, della soluzione/formulazione detergente-disinfettante, che deve essere individuata tra prodotti che abbiano caratteristiche di comprovata disinfezione contro i virus epatitici e HIV per il passaggio di decontaminazione. Per il lavaggio nella vasca a ultrasuoni, è necessaria una base di tensioattivi, enzimatica o plurienzimatica.Il termodisinfettore produce in unico ciclo decontaminazione-detersione-risciacquo-asciugatura; deve essere utilizzato secondo le indicazioni del fabbricante. Per chi utilizza la vantaggiosa sistematica dei vassoi pre-assemblati, il lavaggio nel termodisinfettore consente di mantenere, per tutto il ciclo di riutilizzo, frese e strumenti, appartenenti allo stesso gruppo di trattamento, all’interno del loro contenitore. Inoltre, il risciacquo è eseguito con acqua addolcita direttamente in lavastrumenti e l’asciugatura avviene automaticamente a fine ciclo. Anche il trattamento in vasca a ultrasuoni molto capiente (almeno 6 litri) può consentire il mantenimento dei ferri all’interno del contenitore (vassoio pre-assemblato). È pero necessario procedere, di norma, al risciacquo e all’asciugatura manuali. Si segnala che attualmente esistono sul mercato macchine a ultrasuoni in grado di sciacquare e asciugare i ferri. In ogni caso i ferri trattati in ultrasuoni non hanno lo stesso livello di sicurezza, per gli operatori, di quelli trattati con termodisinfezione.
Risciacquo e asciugatura Il termodisinfettore esegue automaticamente risciacquo e asciugatura. Si procederà manualmente dopo il trattamento in ultrasuoni o nel caso di detersione manuale. Il risciacquo ha lo scopo di allontanate i residui di detergente/disinfettante con il processo di sterilizzazione e di prevenire corrosioni. L’asciugatura evita la formazione di depositi che possono macchiare in modo permanente lo strumentario. In ogni caso, gli strumenti bagnati non possono essere imbustati, perché se si bagna la carta viene meno il mantenimento della sterilità. Per il risciacquo è preferibile utilizzare acqua distillata; è possibile usare acqua corrente “addolcita” possibilmente a livello di durezza inferiore a 6 gradi. Per l’asciugatura finale è utile della carta monouso “pulita”. In commercio ci sono apparecchi che, mediante getto d’aria calda, asciugano gli strumenti.
Controllo e manutenzione Prima del confezionamento i materiali devono essere accuratamente controllati in tutte le loro parti; se si utilizzano sistemi di lavaggio automatizzati (ultrasuoni o lavastrumenti) è questo il momento per rimuovere eventuali tracce di sporco ancora presenti (ottima la spazzola a vapore). Per garantire il funzionamento e l’integrità dei ferri, la manutenzione quando necessaria va effettuata in questa fase, applicando prodotti lubrificanti-idrosolubili (latte o oli chirurgici idrosolubili e privi di silicone). Tutti i materiali che presentano parti deteriorate (rotture ecc.) o ruggine non devono essere avviati alla fase del confezionamento, ma opportunamente trattati con specifici prodotti, se necessario riparati o dismessi se non aggiustabili.
Confezionamento e identificazione del carico Dopo l’asciugatura è bene che gli strumenti siano selezionati e assemblati per gruppi terapeutici. Se in precedenza gli strumenti sono stati gestiti all’interno dei loro contenitori, è sufficiente controllare la corretta collocazione. È consigliabile disporre di liste di controllo, possibilmente con relativa fotografia, per procedere rapidamente al controllo/assemblaggio. Il tipo di confezionamento sarà in relazione alla necessità di conservazione sterile dello strumentario e alla durata della stesso. L’identificazione di ogni singola confezione, con numero di lotto, consente la rintracciabilità del processo (attualmente considerata necessaria dalla quasi totalità delle linee guida e richiesta da molti organi di controllo). Il confezionamento deve essere in grado di mantenere la sterilità del materiale fino alla scadenza stabilita, in conformità alle norme UNI EN ISO 11607-1 e UNI EN ISO 11607-2. Si tratta di materiali speciali; infatti, la carta da sterilizzazione è dotata di “pori” in grado di aprirsi e chiudersi in funzione della temperatura; in nessun caso può essere riutilizzata. Se un ciclo di sterilizzazione fallisce, il lotto deve essere ri-sterilizzato solo dopo aver rinnovato le confezioni. Le buste, in accoppiato carta medical grade-polietilene, sono termosaldabili e ne esistono di diverse misure per adattarsi a ogni esigenza clinica. Sul lato carta sono presenti gli indicatori di processo, mentre quello opposto è trasparente per il riconoscimento del contenuto. Lo strumentario chirurgico deve essere mantenuto sterile fino all’utilizzo. La termosaldatura è determinante per la corretta conservazione: si lasceranno circa 3 cm di spazio dal contenuto e un “invito” di 5 cm (è la distanza che va lasciata dalla sigillatura al margine di taglio). L’ampiezza della termosaldatura deve essere compresa tra 6 e 12 mm. Il rispetto di questi parametri ha lo scopo di:
consentire una corretta circolazione del vapore all’interno della confezione;
prevenire aperture accidentali;
consentire il controllo dell’integrità della termosaldatura;
facilitare l’apertura del pacco al momento dell’utilizzo.
Le macchine termosigillatrici più evolute rispondono ai requisiti delle nuove normative UNI EN 11607. Sono mezzi tecnologici che determinano un’alta qualità della sigillatura e proprio per questo rispondono agli specifici requisiti di convalida (Figura 8).
Fig. 8 - Le macchine sigillatrici più evolute rispondono ai requisiti delle nuove normative UNI EN 11607.
Oltre al sistema delle buste termosigillate e autosigillanti, è possibile utilizzare contenitori metallici dotati di filtri o valvole che consentono la conservazione sterile da 1 a 30 giorni. I cestelli con sportelli laterali, da aprire prima del ciclo e richiudere immediatamente al termine dello stesso, mantengono la sterilità solo per 24 ore. Per lo strumentario semicritico, che non penetra i tessuti pur venendo a contatto con le mucose, è consigliabile, ma non indispensabile, il confezionamento; andrà, comunque, conservato al riparo da fonti di contaminazione.
Indicatori di processo Gli indicatori chimici di classe 1 (UNI EN ISO11140-1) sono “inchiostri” (reagenti chimici) che variano di colore con la temperatura: sulle buste in accoppiato carta medical grade-polietilene sono visibili stampati sul lato esterno della carta. Sono in commercio anche sottoforma di nastro adesivo per la sigillature delle confezioni: il loro viraggio indica il semplice passaggio in autoclave, e non ha nessun significato in relazione all’esito della sterilizzazione. Lo scopo è di evitare che le confezioni non processate possano erroneamente essere identificate come autoclavate (Figura 9).
Fig. 9 - Indicatori di processo: distinguono i pacchi che sono stati sottoposti al processo di sterilizzazione, ma non comprovano il corretto esito del ciclo di sterilizzazione.
Identificazione delle confezioni In un sistema qualità, per dimostrare e documentare è necessario identificare e rintracciare. Un’importante funzione di identificazione è svolta, come abbiamo visto, dagli indicatori di processo. Se si vuole ottimizzare il sistema è necessario applicare su ogni confezione un numero di lotto che consentirà di rintracciare informazioni importanti quali:
la data di sterilizzazione e di scadenza;
l’operatore che ha eseguito e verificato il processo;
l’indicatore di sterilità che ha consentito la convalida del ciclo;
l’autoclave utilizzata.
Tutte le confezioni processate nello stesso carico saranno identificate con il medesimo numero di lotto.
Caricamento Un corretto caricamento inizia da un’accurata distribuzione delle confezioni sui tray seguita da un’idonea sistemazione in camera di sterilizzazione. Un’adeguata collocazione dell’indicatore di sterilizzazione concluderà la fase. Le confezioni saranno sistemate una vicino all’altra con il lato carta rivolto verso l’alto e senza sovrapposizioni. I vassoi confezionati saranno caricati in autoclave inserendoli nei binari dell’apposito cestello. Non andranno sovrapposti o ammassati. Rispettando queste regole si eviteranno sovraccarichi di peso, o ammassi, che impediscono la corretta diffusione/penetrazione del vapore. È consigliabile verificare la capacità di carico dell’autoclave utilizzata, mediamente 2,5-3,5 kg distribuiti su 3-4 tray. La verifica del peso è necessaria solo in fase di apprendimento; successivamente sarà facile effettuare il carico anche senza bilancia.
Indicatori di sterilizzazione L’indicatore di sterilizzazione, comunemente detto “nastrino” o “striscia”, è un test molto diffuso per la verifica del processo di sterilizzazione. Non è una prova infallibile, ma un indice importante specie se non si provvede alla convalida annuale a norma EN554. Si tratta di rilevatori chimici che rispondono ai requisiti regolamentati dalla norma classe 5 per la UNI EN ISO 11140 oppure dalla classe D per la norma UNI 867-1 (Figura 10).
Fig. 10 - Indicatori di sterilizzazione multiparametro (Classe D norma UNI EN 867-1).
Il loro viraggio avviene solo al raggiungimento dei valori di sterilizzazione. Sono sensibili alle variabili tempo e temperatura e ne integrano una terza: la saturazione di vapore acqueo. Alcuni test indicano l’esito con il viraggio di colore, altri per “migrazione” all’interno di una scala di riferimento (lo stesso principio del termometro a mercurio). Questi ultimi danno indicazioni sul tempo di overkilling. È utile posizionare a ogni carico l’indicatore. Una volta sistemato il carico in autoclave è necessario preparare correttamente l’indicatore; annoteremo su di esso lo stesso numero di lotto posto su ogni confezione, realizzando così l’identificazione del carico. È importante che vi sia “somiglianza” tra il test e il tipo di confezioni presenti in autoclave, ossia: se nel carico vi sono confezioni in doppia busta, sigilleremo anche l’indicatore nel doppio involucro. Adegueremo, quindi, la selettività della prova al tipo di carico. Il test sarà collocato sul tray più basso e verso il fondo della camera di sterilizzazione, che è la zona più critica per la presenza del foro di scarico della condensa.
Saremo così in grado, con un unico indicatore di sterilizzazione, di controllare tutto il carico. Se si desidera una prova particolarmente significativa, si procederà, in fase di confezionamento, a introdurre un indicatore per ogni pacco. È questo il caso di vassoi o kit da implantologia/chirurgia o di materiale che deve essere inviato in riparazione.
Sterilizzazione dei ferri e convalida del processo La sterilizzazione è il processo che conduce all’eliminazione di microrganismi e spore. La Farmacopea Europea e la norma comunitaria UNI EN 556 stabiliscono che il SAL (Sterility Assurance Level), ovvero il livello di assicurazione di sterilità, sia fissato in un limite definito: “<1 su 1 milione (SAL 10-6) la possibilità di trovare un microrganismo vivo all’interno del lotto sottoposto a sterilizzazione”. La stessa norma recita che si tratta di un processo speciale per il quale non è verificabile il prodotto finale (non è possibile eseguire un controllo microbiologico della sterilità di ogni strumento processato). Il raggiungimento della sterilità è dimostrabile solo attraverso l’efficacia e l’efficienza della macchina sterilizzatrice e la corretta esecuzione di tutte le fasi del processo. Per questa ragione già da molti anni è in vigore la norma UNI EN 285 per la fabbricazione delle grandi autoclavi e, recentemente, la EN 13060 per le piccole autoclavi di tipo odontoiatrico (Tabella 7).
TABELLA 7 - convalidità dei metodi di sterilizzazione applicabili nello studio dentistico
Per regolare il processo di sterilizzazione a vapore d’acqua è in vigore la norma UNI EN 554. Esistono poi norme che regolamentano altri mezzi e processi di sterilizzazione, ma nessuno di quelli convalidabili è applicabile, per ragioni pratiche e di costi, nello studio dentistico (Tabella 8). Il solo metodo applicabile e convalidabile, secondo l’attuale normativa di riferimento, è la sterilizzazione in autoclave a vapore d’acqua. Gli altri metodi di sterilizzazione hanno processi con esiti difficilmente controllabili: il raggiungimento del SAL non può essere dimostrato tramite documentazione del processo. Inoltre, con alcuni procedimenti non è possibile confezionare lo strumentario.
TABELLA 8 - STERILIZZAZIONE DI MANIPOLI E TURBINE
Le stufe a calore secco in commercio hanno oscillazioni di temperatura troppo elevate per essere considerate affidabili sui dispositivi medici (sono utili per le vetrerie, spatole e capsule dei laboratori di microbiologia e possono inoltre sterilizzare oli e polveri, materiali non trattabili con il vapore acqueo). I tempi di processo di queste stufe sono lunghi; inoltre, non consentono di trattare strumenti delicati e sono inefficaci, oltre che deleterie, su turbine e manipoli. Le stesse autoclavi “termodinamiche” (non dotate di pompa per il vuoto) presentano problemi di affidabilità nella sterilizzazione di strumenti imbustati e, soprattutto, di manipoli e turbine. In alcune nazioni europee l’autoclave termodinamica non può essere definita sterilizzatrice, ma semplicemente disinfettore a vapore. Da segnalare che la sterilizzazione con chemiclave oltre a mancare della possibilità di convalida (è un processo difficile da controllare in quanto in parte fisico e in parte chimico) ha il problema dell’emissione di vapori chimici. Con queste premesse è palese che la qualità del processo di sterilizzazione è strettamente dipendente dalla presenza in studio di almeno un’autoclave “performante”. È consigliabile averne a disposizione due in modo da consentire una più agevole gestione e, in caso di guasto, la continuità del servizio. Le autoclavi “muletto”, che sono locate in sostituzione, spesso non presentano i requisiti di efficacia ed efficienza necessari a rendere affidabile il processo.
L’autoclave deve possedere i seguenti requisiti:
conformità di destinazione d’uso (93/42 CEE – D.Lgs 46-1997);
Conformità di destinazione d’uso Non è un certificato specifico che deve possedere la macchina, ma un principio molto semplice sancito con il D.Lgs. 46/1997 che deve essere evidente nel libretto d’istruzioni d’uso: l’autoclave deve essere usata in conformità alla destinazione decisa dal costruttore. È, quindi, il costruttore che deve specificare sul libretto delle istruzioni (obbligatoriamente presente in studio) la tipologia di strumenti e di confezioni sterilizzabili con l’autoclave in oggetto. Gli utilizzatori devono diligentemente attenersi a quanto prescritto. Attualmente la totalità dei fabbricanti costruisce con riferimento alla Norma Europea EN 13060 che definisce quali requisiti deve possedere la macchina e quali test si devono superare per sterilizzare:
strumenti solidi non imbustati;
strumenti solidi imbustati;
strumenti cavi/porosi imbustati e non.
La necessità di sterilizzare strumenti imbustati e/o porosi/cavi è una realtà quotidiana nello studio dentistico. Quindi, è bene assicurarsi che l’autoclave utilizzata sia idonea alla sterilizzazione dei tipi di carico processati. Non è una mera questione di norme, ma di verità tecniche e scientifiche alle quali è doveroso attenersi.
Dichiarazione di conformità A tutti gli effetti è un certificato che attesta la conformità di determinati requisiti della macchina, in particolare di sicurezza. Il documento deve necessariamente essere presente in studio (spesso è inserito nel libretto d’istruzioni d’uso) poiché disciplinato da leggi cogenti.La norma EN 13060 esplicita i work test che devono essere eseguiti, in fabbrica, su ogni macchina. Il fabbricante dovrà redigere un certificato da cui risulti il tipo di prova effettuata e la catena metrologica degli strumenti di taratura utilizzati. La corretta taratura dei parametri fisici è, in assoluto, il controllo più importante e affidabile di tutto il sistema. I work test non sostituiscono la convalida a norma EN 554.
Convalida La norma europea UNI EN 554 disciplina i requisiti di un corretto processo di sterilizzazione a vapore d’acqua. Non si tratta di una norma cogente ma di un importante riferimento che prevede una serie di controlli che devono essere eseguiti, annualmente, da un tecnico specializzato che verificherà diversi parametri d’esercizio, in particolare tempo, temperatura, pressione, vuoto e saturazione di vapore (Figura 11).
Fig. 11 - Documento di convalida alla norma EN 554. Il documento viene accompagnato da un CD con le registrazioni dei test eseguiti.
La norma prevede che in presenza di parametri fisici alterati, l’autoclave risulti inefficace anche quando altri test chimici-biologici siano positivi. Al termine sarà certificato il documento di convalida che andrà archiviato in studio. La convalida a norma EN 554 non è una prassi normalmente seguita nello studio odontoiatrico.
Controlli di pertinenza dell’utente La norma prevede dei controlli, eseguiti dall’utente, mirati a identificare il corretto funzionamento dell’autoclave. Si dovranno eseguire:
vacuum test;
test di Bowie e Dick ed Helix test;
test biologico.
Questi test non sostituiscono la convalida annuale ma sono significativi del corretto funzionamento della macchina e quindi molto importanti e spesso richiesti dagli organi di controllo (vi sono differenze da regione a regione e da ASL ad ASL).
Prova del vuoto (vacuum test) È una prova di “tenuta del vuoto”; evidenzia che non vi siano perdite nella camera di sterilizzazione e circuiti connessi, garantendo un requisito fondamentale per il buon funzionamento della macchina. È un autocontrollo di cui sono dotate solo le autoclavi più moderne e in presenza di una pompa per il vuoto. Si esegue ogni mattina a inizio attività e richiede solo pochi minuti. In caso d’esito negativo, è necessario ripetere il test: al secondo fallimento, la macchina è da considerarsi inaffidabile. È consigliabile riportare l’esito positivo sul registro di sterilizzazione.
Test di Bowie e Dick ed Helix test La norma EN 867 identifica in classe B il test di Bowie e Dick e l’Helix test; quest’ultimo è riconosciuto e classificato anche secondo la norma ISO 11140-1 in classe 6. La prova di Bowie e Dick e l’Helix test sono fondamentali per accertare l’efficienza dell’autoclave ed evidenziano la capacità di penetrazione del vapore (Figura 12).L’autoclave consente la sterilizzazione in tempi rapidi a temperatura di 121°-134° per la presenza di vapore saturo. Il vapore deve saturare la camera di sterilizzazione e penetrare all’interno delle buste o degli altri tipi di confezione, tessuti e parti cave come quelle presenti nei manipoli contrangoli/turbine o, ancora più importante, nelle frese cave da implantologia.
Fig. 12 - Helix test e prova di Bowie e Dick.
Per il successo del processo, durante la fase di sterilizzazione la temperatura del vapore saturo e quella dello strumento si devono sovrapporre. Il test di Bowie e Dick è la prova indicata dalla norma EN 554 quale esame valido per la valutazione della penetrazione del vapore nei pacchi e nei tessuti. Attualmente tutti i costruttori producono autoclavi con cicli in classe B (dotate di vuoto frazionato sul ciclo in classe B), in riferimento alla norma EN 13060, in grado di superare il test di Helix. Quest’ultimo è ancora più selettivo di quello di Bowie e Dick nell’evidenziare la performance della macchina. Il test di Helix nasce per determinare la capacità del vapore di penetrare corpi cavi lunghi e stretti. Per chi possiede un’autoclave di classe B il test di riferimento è l’Helix. Purtroppo gli organi di controllo chiedono, senza che ci sia un razionale giustificabile, oltre che l’Helix anche il BeD (effettivamente su alcuni riferimenti normativi il BeD è citato per i corpi porosi /tessuti mentre l’Helix per i corpi cavi ma razionalmente non c’è motivo di eseguire i due test sulle piccole autoclavi odontoiatriche in classe B; il superamento dell’Helix include il superamento del test di BeD tarato per l’autoclave con camera inferiore a un modulo come quella in uso in odontoiatria). Nello studio odontoiatrico si sterilizzano manipoli e turbine (e non chili di tessuto come nelle grandi autoclavi ospedaliere); il test di Helix convalida la capacità della macchina nel far raggiungere il vapore saturo all’interno delle cavità di questi delicati strumenti. L’Helix è da eseguirsi ogni mattina a inizio attività. Come già detto il superamento del test di Helix rende superfluo eseguire il test di Bowie e Dik.
Le autoclavi di classe N (non dotate di pompa di vuoto) sono da considerarsi dei disinfettori a vapore non in grado di produrre sterilizzazione convalidabili secondo norme specifiche.È auspicabile che tutti gli odontoiatri si dotino di macchine performanti in grado di assicurare un’alta sicurezza al sistema. Il corretto esito della prova deve essere registrato e il riscontro archiviato.
Prova biologica Si tratta di test normati dalla UNI EN 886-3 richiesti nelle linee guida per l’odontoiatria emanate nel 2009 dalla sanità della Regione Lombardia.Sono “fialette” contenenti una carica di spore (Bacillusstearothermophilus), che sono processate in autoclave e incubate per 24/48 ore (Figura 13).
Fig. 13 - Prova biologica. È richiesta da molte ASL . Può essere eseguita autonomamente.
Attualmente sono disponibili test biologici “rapidi”, pronti in poche ore. È una prova conosciuta e utilizzata frequentemente nello studio dentistico eseguibile su ogni tipo di autoclave. Non deve essere considerata erroneamente una test assoluto; la stessa commissione tecnica che ha emanato la relativa norma (EN 886-3) ha precisato: quando una variabile fisico-chimica è fuori limite il ciclo è da ritenersi insoddisfacente indipendentemente dal risultato biologico. È un test molto pratico da eseguire e da leggere e va effettuato periodicamente (la Regione Lombardia lo richiede ogni 30 giorni); anche quando auto-gestito, è un supporto tecnico importante. La prova andrà registrata e il riscontro archiviato.
Il registro di convalida autoclave È consigliabile implementare un registro di convalida autoclave (riportante tipo e matricola) dividendolo in 2 sezioni:
A - fabbricante, dove archiviare
libretto d’istruzioni d’uso, dichiarazione di conformità-collaudo,
certificato di convalida periodica alla norma EN 554 (se eseguita),
scheda delle manutenzioni e riparazioni eseguite;
B - utente, per l’archiviazione delle
registrazioni dell’esecuzione del test di Bowie e Dick/test di Helix allegando i riscontri degli esiti,
registrazione dell’esecuzione del test biologico. Il riscontro degli esiti (fialette) saranno archiviati a parte in apposito contenitore.
Fig. 14 - Registrazione delle prove di efficacia ed efficienza.
È consigliabile tenere le registrazioni (Figura 14) per 5/10 anni, meglio 10, così come per le cartelle cliniche e i documenti fiscali, mentre per quanto riguarda i riscontri degli esiti (fialette e cartoncini inchiostrati) è ragionevole gettarli dopo 12 mesi (con il tempo virano di colore).
Esecuzione del ciclo di sterilizzazione in autoclave a vapore acqueo L’autoclave sarà programmata in relazione al tipo di carico. Le macchine di recente fabbricazione hanno cicli pre-programmati e facilmente selezionabili. In fase di apprendimento è utile consultare la tabella di sterilizzazione redatta dal fabbricante. A secondo della sensibilità alla temperatura del materiale da trattare e dal tipo di confezionamento applicato, si dovranno selezionare i cicli più adatti. Frequentemente vi sono carichi di materiale diversamente resistente al calore e con diversi tipi di confezionamento. È, quindi, preferibile il trattamento a 121° perché è meno aggressivo sullo strumentario “delicato” optando per il ciclo di maggiore durata tra quelli disponibili. Si deve rilevare che l’imposizione di cicli pre-programmati ha il vantaggio di evitare errori di impostazione; impedisce però l’allungamento del tempo di sterilizzazione e di asciugatura anche quando necessario per un carico pesante o difficoltoso. Sarebbe sufficiente modificare i microprocessori di selezione impedendo, comunque, una riduzione dei valori pre-impostati. Dopo l’avvio del ciclo è necessario che l’operatore verifichi i parametri fisici di esercizio (norma EN 554) rilevabili dal pannello di controllo della macchina. Un valido supporto tecnico è dato dalle stampanti integrate o collegate all’autoclave: registrando l’intero processo ne rendono possibile la verifica al termine del ciclo. È consigliabile conservare la stampata, oppure, con un collegamento al computer si realizza un importante archivio che darà evidenza della regolarità dei parametri di esercizio.
Controllo dell’esito del ciclo in autoclave Al termine del ciclo l’operatore verificherà che:
l’indicatore di sterilizzazione sia correttamente virato;
la stampa di fine ciclo evidenzi la regolarità del processo (oppure avrà rilevato in precedenza, dal pannello di controllo, il giusto valore dei parametri fisici). In presenza di alterazioni riguardanti pressione, temperatura e tempo il ciclo deve essere invalidato anche se il viraggio dell’indicatore è regolare;
le confezioni siano asciutte. È ammissibile un residuo di umidità all’interno delle buste, ma se il lato carta è bagnato lo strumentario non può essere considerato sterile. Più precisamente: le confezioni sono da ritenersi sterilizzate ma non garantiscono il mantenimento della sterilità. Il lasciar asciugare le confezioni in autoclave non risolve il problema: una volta aperta l’autoclave l’acqua è il veicolo per il passaggio di batteri all’interno delle confezioni; non per ultimo, si produce un deterioramento della carta. Infatti, sul lato carta esistono “pori” che consentono l’ingresso selettivo di aria e si aprono solo al raggiungimento di una predeterminata temperatura. Una volta bagnata, la confezione non garantisce la dovuta “selettività”.
Il processo andrà registrato sia in caso di esito positivo che negativo. In quest’ultima eventualità vanno previste istruzioni per l’operatore:
evidenziare la non conformità del carico;
riprocessarlo appena possibile rinnovando le confezioni e il lotto. Se il ciclo fallisce nuovamente considerare l’autoclave inefficace e segregare il lotto;
chiamare l’assistenza tecnica;
se non si possiede una seconda autoclave, riorganizzare l’agenda in funzione degli strumenti sterili ancora disponibili e, se necessario, sospendere l’attività.
È necessario implementare un registro del processo di sterilizzazione dove l’operatore annoterà:
il numero di lotto del carico verificato;
l’esito del processo;
allegherà l’indicatore di sterilizzazione relativo al ciclo e, quindi, firmerà per convalida.
È utile archiviare anche gli scontrini di fine ciclo: attenzione a che siano su carta comune, perché quelli su carta chimica “sbiadiscono” in breve tempo. La registrazione informatizzata rimane il sistema migliore. È consigliabile tenere archiviate le registrazioni per 5-10 anni.
Conservazione dello strumentario Dopo la sterilizzazione il materiale dovrà essere ridistribuito negli appositi comparti. La conservazione deve avvenire in pensili, cassetti o comunque mobili chiusi lontani da umidità e sbalzi termici e, soprattutto, da fonti di inquinamento chimico-biologico. È necessario manipolare le confezioni sterili il meno possibile e con mani pulite e asciutte. La sanificazione/disinfezione dei magazzini deve essere programmata con cadenza mensile. È conveniente disporre appositi comparti per il solo materiale sterile evitando inutili manipolazioni. In queste condizioni è prevedibile un’ottimale conservazione della sterilità la cui durata indicativa (minima) è di 30 giorni per le buste singole e di 60 per le doppie buste. Le indicazioni variano da regione a regione e da ASL ad ASL; è bene informarsi e attenersi a quanto regolamentato nella propria area di esercizio. Sarebbe opportuno un confronto con le istituzioni per ottenere disposizioni certe e razionali univoche per tutto il territorio nazionale.
Fig. 15 - Conservazione dello strumentario.
Con una buona organizzazione di frese e strumentario in kit e vassoi è possibile evitare l’utilizzo di ferri “sfusi” prelevati dai servomobili. In ogni caso è consigliabile imbustare tutto lo strumentario (Figura 15) assicurando il mantenimento della condizione igienica ideale e la possibilità di rintracciare il processo. Non per ultimo, la confezione è garanzia di qualità “percepita” dal paziente.
Approntamento dello strumentario alla seduta operativa Lo strumentario sarà approntato su superfici correttamente disinfettate o, in caso di chirurgia, in un campo sterile. Al momento dell’apertura è utile annotare sul diario clinico del paziente il lotto di sterilizzazione; in questa modo sarà archiviato un dato importante che collega il paziente con la seduta e lo “stato igienico” dei ferri usati. Con un sistema informatizzato sarà possibile ottenere un documento che elenca i lotti di sterilizzazione degli strumenti utilizzati: oltre al valore medico- legale, consegnandolo al paziente al termine del suo ciclo di cure è possibile far percepire la qualità operata.
La sterilizzazione dello strumentario rotante
La necessità di sterilizzare manipoli e turbine è già stata precedentemente discussa. Si ricorda che oltre le evidenze sul rischio d’infezione veicolato da questi strumenti, esiste una precisa normativa che rende obbligatoria la sterilizzazione. La presenza di cavità, lunghe e di piccolo diametro, e di organi meccanici (con residui di detriti e lubrificanti) rende particolarmente difficoltosa la sterilizzazione dello strumentario rotante. La necessità di lubrificazione è sempre stata sostenuta, dai fabbricanti, per preservare l’efficienza e la longevità dei manipoli e delle turbine.
Il lavoro di Devid Lewis et al., già precedentemente citato, evidenziava che strumenti odontoiatrici soggetti a lubrificazione, analogamente agli endoscopi, potessero essere una fonte di rischio infettivo difficilmente controllabile. Il Clinical Research Associates (Newsletter vol. 3, n. 6, 2-4 giugno 1988 e vol. 5, n. 1, 1-2 dicembre 2000) ha prodotto uno studio sulla reale necessità di lubrificazione per questi strumenti: i ricercatori concludevano che solo alcune marche di manipoli traevano beneficio dalla lubrificazione, solo se eseguita a ogni ciclo di sterilizzazione, mentre altre tipologie di manipoli presentavano più problemi quando lubrificati. Sorprendente è il dato relativo alla lubrificazione “saltuaria”: peggiorava, per la quasi totalità delle marche, la longevità. In tutti i casi e per tutte le marche la lubrificazione manuale provocava, a ogni ciclo di lubrificazione/sterilizzazione, un incremento di lubrificante “gommoso” attorno agli organi meccanici e scolo di olio.
La stessa efficacia della sterilizzazione è messa in dubbio dalla presenza di questo materiale. L’utilizzo di manipoli e turbine con tecnologia “lube free” (senza lubrificazione) risolve i problemi di scolo e di accumulo: in realtà, questi manipoli dimostrano la stessa longevità di quelli tradizionali usati senza mai lubrificarli. Di fatto, l’uso di manipoli a tecnologia “lube free”, o semplicemente di manipoli tradizionali senza sottoporli a lubrificazione, è una strategia praticabile.
I migliori risultati si ottengono con un trattamento di detersione interna e lubrificazione in una macchina (avente specifici liquidi detergenti e lubrificanti) dedicata allo scopo. La detersione evita l’accumulo di detriti e di olio “appiccicoso”, la lubrificazione avviene con una piccola quantità (non controllabile manualmente) di olio inserita mentre gli organi meccanici sono in movimento; gli eccessi sono espulsi con un getto d’aria. Attualmente sono disponibili sul mercato molte valide alternative per la detersione e lubrificazione interna di manipoli e turbine. Un altro aspetto è il metodo di sterilizzazione; lo studio dei ricercatori del CRA evidenziava che i migliori risultati si ottengono con l’autoclave a vapore d’acqua: in media si effettuano 539 cicli d’uso/sterilizzazione prima che si verifichi la rottura (si considera rottura anche la sola perdita di potenza <5 watt). Le marche migliori arrivano a 750/900 cicli; il processo di sterilizzazione, in “autoclavi performanti”, non riduce in maniera significativa la longevità dei manipoli. Al contrario, ci sono prodotti di alcune marche che sottoposti a sterilizzazione vedono la loro durata ridotta del 50% (per i dati completi: www.cranews.com).
Ai fini dell’efficacia della sterilizzazione è importante considerare la necessità della detersione interna e la riduzione a piccole quantità della presenza di lubrificante; o meglio ancora la completa assenza. Per quanto riguarda la sterilizzazione l’unico processo affidabile e il vapore d’acqua.
I manipoli e le turbine devono essere trattati in autoclavi in grado di superare la prova di Helix. La presenza di cavità, lunghe e strette, rende necessario il vuoto per assicurare che il vapore possa penetrare e accedere in questi anfratti. Nelle autoclavi termodinamiche (non dotate di vuoto) possono residuare, specie negli strumenti cavi, delle sacche d’aria che inficiano la sterilizzazione. Le sacche d’aria vanno incontro a surriscaldamento (per compressione) costituendo zone di calore secco non efficace per la sterilizzazione e deleterio per organi meccanici.
Oltre che nelle autoclavi dotate di vuoto, manipoli e turbine possono essere sterilizzati con specifiche autoclavi dedicate allo scopo: classe S norma EN 13060.Le “miniautoclavi”, per manipoli e turbine hanno il vantaggio di essere molto rapide. Alcune autoclavi prevedono un ciclo completo di detersione, interna ed esterna, seguito dalla sterilizzazione. Il limite di queste autoclavi dedicate è l’impossibilità di confezionamento: non si possono trattare i manipoli destinati alla chirurgia in campo sterile.
La pulizia e la disinfezione del riunito e della sala operativa
Il riunito odontoiatrico è un veicolo d’infezione attraverso le superfici, il circuito idrico e il circuito d’aspirazione. Non esistono normative specifiche sulla sanificazione del riunito e della sala operativa odontoiatrica: la letteratura e alcune linee guida suggeriscono comportamenti, indubbiamente validi, ispirati al principio di precauzione. In attesa di riferimenti ad hoc, si propone quanto attualmente è evidente nelle linee guida più aggiornate e, dove carenti, quanto in linea con il principio di precauzione desumibile dalla letteratura attuale.
Le superfici (tavolette, faretra, pulsanti, maniglie, lampada) Dopo ogni paziente le superfici del riunito, in particolare tutte le parti “toccate” con i guanti contaminati o che fungono da superfici d’appoggio per materiali e strumenti, devono essere pulite con acqua e detersivo (non si può disinfettare senza prima aver rimosso il materiale organico e inorganico) e successivamente disinfettate a medio livello (l’alcool a 70°, per efficacia e rapidità d’azione, è il prodotto d’elezione). L’utilizzo di pellicole protettive è vivamente consigliato dalle linee guida di tutti gli enti governativi (Figura 16).
Fig. 16 - Barriere per superfici.
Con l’uso “esteso” di barriere è accettabile che la fase di pulizia e disinfezione sia ridotta a uno “strofinamento” con panno monouso, imbevuto di detergente/disinfettante a basso livello. Le superfici non protette saranno trattate con detergente e successivamente con prodotto disinfettante, l’alcool isopropilico a 70° si è rivelato molto efficace. Sono comunque utili molti dei prodotti in commercio (in genere a base di ammonio quaternario e alcool) che riuniscono in un unico prodotto le caratteristiche di detergente e disinfettante a livello intermedio (verificare le caratteristiche dalla scheda tecnica o, meglio ancora, dalla perizia fornita dal produttore). In ogni caso il prodotto deve essere usato in due tempi (se la superficie non è stata protetta da pellicola): dapprima come detergente, erogando (tramite spray) un “velo” di prodotto fino a bagnare uniformemente la superficie; dopo tre minuti si raccoglie con panno monouso, quindi, si ripassa un leggero velo e si lascia evaporare per un altro minuto (Figura 17).
Fig. 17 - Detersione e disinfezione delle superfici dopo la seduta.
La poltrona non costituisce una superficie clinica, e può essere semplicemente lavata come qualsiasi superficie domestica e non necessita di “copertura”. È buona norma igienica l’utilizzo di copritestiera monouso e, per chi desidera dare un messaggio di qualità, coprire l’intera poltrona a patto di sostituire l’ involucro a ogni paziente.
La sanificazione del circuito d’aspirazione e la prevenzione del backflow Abbiamo già detto, trattando le modalità e i veicoli dell’infezione, del pericolo di un reflusso dalla cannula d’aspirazione. Il fenomeno è conosciuto con il termine di backflow. Il reflusso riguarda il “film” liquido che è presente sulle pareti interne dei tubi dell’aspirazione chirurgica. La causa è un’improvvisa ostruzione nella cannula monouso (aspirasaliva) inserita nella bocca del paziente. L’ostruzione può verificarsi per:
risucchio dei tessuti molli (pavimento della bocca) nella cannula aspirasaliva;
risucchio di materiale (cementi, pezzi di amalgama);
risucchio del foglio della diga;
improvvisa chiusura delle labbra attorno alla cannula.
Sono maggiormente soggetti al fenomeno i circuiti d’aspirazione poco potenti. La prevenzione del backflow si attua nel seguente modo:
utilizzare aspirazioni potenti e mantenerle efficienti;
non appoggiare l’aspirasaliva direttamente al pavimento della bocca ma interporre una garza (Figura 18).
Fig. 18 - Fenomeno del backflow: interponendo una garza si evita il risucchio dei tessuti molli nell’orifizio dell’aspira-saliva.
È necessario porre attenzione alla sanificazione delle tubature utilizzando prodotti specifici (le linee guida della Regione Lombardia prevedono l’aspirazione di un litro di prodotto dopo il trattamento di ogni paziente) (Figura 19).
Fig. 19 - Sanificazione del circuito d’aspirazione.
Disinfezione del circuito idrico Alla luce delle attuali evidenze scientifiche è opportuno disinfettare i circuiti idrici del riunito secondo quanto indicato dal costruttore e nei libretti d’uso e manutenzione. Alcuni riuniti possiedono sistemi di disinfezione automatizzati, altri sono dotati, o dotabili, di serbatoi e sistemi per la disinfezione manuale (Figura 20).
Fig. 20 - Serbatoio per la disinfezione del circuito idrico.
I riuniti più vecchi non sono dotati di sistemi per la disinfezione dei circuiti idrici; è bene pertanto provvedere ad adeguamento/sostituzione. Il trattamento eseguito a fine giornata, settimanalmente o saltuariamente sembra non concretizzare alcun beneficio ai fini della riduzione del rischio infettivo.
La sanificazione delle superfici housekeeping e degli arredi Per le superfici della sala operativa non direttamente coinvolte nella catena infettiva (pavimenti, pareti e arredi) non è richiesta la disinfezione (linee guida CDC), ma come le superfici domestiche (housekeeping) possono essere semplicemente pulite e lavate. Il voler insistere con la disinfezione si rivela, in qualche caso, un errore: è sottovalutata la necessità di lavaggio con acqua e detergenti. Chiunque desideri monitorare lo standard igienico delle superfici può utilizzare delle apposite striscette reagenti in grado di rilevare i residui di sporco. Sono “prove” molto utilizzate nel settore alimentare: rilevano residui proteici al di sopra dei 40-BSA (limite sporco/pulito fissato dalla farmacopea europea).
Sarà facile rendersi conto che i migliori risultati si ottengono utilizzando detergenti di uso domestico. Non ci si può illudere che il disinfettante sia efficace sempre e comunque; al contrario, una superficie perfettamente pulita presenta una carica batterica ridotta. L’utilizzo di ipoclorito di sodio (candeggina) è spesso indicato per la pulizia e la disinfezione di queste superfici: l’efficacia di questa sostanza è fortemente influenzata dalla presenza di residui organici; la concentrazione utile, in funzione del residuo, varia da 5000 a 500 parti per milione (pari a una diluizione da 1:100 a 1:10).
Fig. 21 - Superfici housekeeping libere da ingombri.
Quindi, utilizzato a 1:10 è indubbiamente efficace, ma decolora alcuni materiali ed è irritante per le mucose respiratorie. In concentrazioni basse è ottimo, ma necessita di un passaggio preliminare con detergenti. È importante che la sala operativa sia libera da ingombri e materiale esposto in modo da evitare la contaminazione di presidi e sostanze che entrano nel ciclo terapeutico; inoltre, è facilitato l’accesso alle manovre di sanificazione (Figura 21). Le manovre di detersione devono essere condotte con la tecnica del doppio secchio: un contenitore con acqua e detersivo e un altro con sola acqua da usarsi per il risciacquo di panni o stracci utilizzati per la pulizia (Figura 22).
Fig. 22 - Lavaggio delle superfici con tecnica del doppio secchio.
I prodotti per l’igiene domestica, ad alto potere sgrassante, sono da preferirsi a qualsiasi disinfettante. Certamente la disinfezione, eseguita dopo aver pulito, concretizza uno standard igienico d’eccellenza (particolarmente efficace risulta la disinfezione ambientale tramite aerosolizzazione di prodotti specifici). La frequenza di trattamento deve essere opportunamente stabilita in relazione a diverse variabili: distanza degli arredi dalla zona operativa, tipo di trattamento odontoiatrico effettuato, numero di interventi eseguiti nella giornata. A titolo indicativo si suggerisce:
pulizia delle superfici esterne degli arredi dopo ogni paziente per le superfici facilmente contaminate dall’aerosol connesso all’uso di manipoli, turbine e ablatori, e a fine giornata per le rimanenti superfici;
pulizia dei pavimenti dopo imbrattamenti o spandimenti accidentali e sempre a fine giornata;
pulizia interna dei cassetti e contenitori di stoccaggio dello strumentario ogni settimana, se sono presenti strumenti non imbustati (che andranno a loro volta sterilizzati settimanalmente), altrimenti una volta al mese in presenza di strumenti confezionati;
vetri e arredi non dedicati allo stoccaggio dello strumentario da una settimana a un mese;
lampade a soffitto ogni mese;
pareti delle sale operative possibilmente ogni 1-3 mesi, massimo ogni 6 mesi.
La disinfezione dei dispositivi medici su misura
I dispositivi medici su misura sono veicoli d’infezione dallo studio al laboratorio e viceversa. Fin dalla fase d’impronta è necessario lavare e disinfettare i manufatti protesici e ortodontici. Il lavaggio può essere eseguito alla bacinella del riunito aiutandosi con un pennellino monouso imbevuto d’acqua ossigenata per rimuovere l’eventuale presenza di sangue. Dopo il lavaggio si procede alla disinfezione di medio/alto livello. È da evitare la disinfezione per immersione per due ragioni:
la prima è che alcuni materiali, in particolare gli alginati, sono imbibiti e deformati;
la seconda è che immergendo nello stesso bagno più dispositivi diminuisce la probabilità del corretto esito della disinfezione.
Fig. 23 - Ciottola monouso per la disinfezione dei dispositivi medici in ingresso dal laboratorio odontotecnico.
È consigliabile inserire il dispositivo in una ciotola monouso (Figura 23) ed erogare il disinfettante scelto tramite spray, cospargendo, con un abbondante “velo liquido” (fino a veder “colare” il disinfettante) l’impronta o il manufatto. Si lascerà agire per il tempo necessario, in media 10 minuti. Dopo la disinfezione si procederà al risciacquo e all’inserimento in una busta impermeabile. Lo stesso procedimento può essere eseguito in macchine per il lavaggio e la disinfezione d’impronte e dispositivi medici. I dispositivi su misura che provengono dal laboratorio devono essere disinfettati con le stesse modalità dei dispositivi in uscita; il laboratorio è tenuto ad assicurare la pulizia del manufatto. Per i “ritocchi” in studio, con manipolo dritto e frese da laboratorio, è consigliabile utilizzare dei “banchetti” dotati d’aspirazione e facilmente igienizzabili (Figura 24).
Fig. 24 - Banchetto da laboratorio per “ritocchi” in studio.
Approntando dei set di frese sterili (Figura 25) per ogni paziente è possibile evitare la disinfezione dopo il ritocco; diversamente, sarà necessario procedere a una disinfezione di circa 10 minuti.
Fig. 25 - Set sterile di frese da laboratorio.
La contaminazione ambientale e il controllo dell’aria nella sala operativa
L’aria è lo specchio dell’ambiente; ciò che si trova nell’aria finisce con il ricadere sulle superfici dell’ambiente e ciò che è presente nell’ambiente finisce con il ritrovarsi nell’aria. Il controllo dell’aria della sala odontoiatrica ha tre scopi: ridurre le infezioni aerogene; abbattere la contaminazione microbiologica ambientale di tutta la sala operativa; migliorare l’efficienza degli operatori. In tutti e tre i casi è necessario ridurre la contaminazione microbiologica e particellare. In campo odontoiatrico il problema delle infezioni trasmesse per via aerea è stato sottovalutato; il rischio riguarda gli operatori prima ancora dei pazienti. Durante la seduta operativa si produce un alto inquinamento dell’aria; dopo 3 ore di inattività la carica batterica aerea è ancora 3 volte superiore a quella riscontrabile nei locali extraclinici e anche la contaminazione particellare (particelle da 0,3 a 5 micron) si mantiene elevata. L’inquinamento particellare è particolarmente sgradito per due ragioni: innanzitutto, le particelle più piccole sono facilmente immesse negli alveoli polmonari; in secondo luogo, le particelle costituiscono il veicolo su cui i microrganismi si muovono nell’ambiente.
Fig. 26 - La protezione individuale riduce il rischio per la persona e aiuta a ridurre la contaminazione del campo operatorio.
Le particelle inalate, a seconda della loro natura, possono produrre inefficienza fisica ancor prima che patologie delle vie aeree e sistemiche. La contaminazione dell’aria è condizionata dell’ambiente ed è influenzata da diversi fattori; per prevenirla è necessario:
limitare l’accesso alla zona clinica al minor numero di persone possibili;
porre dei tappetini antibatterici nelle zone d’accesso all’area clinica;
se necessario (pazienti con vestiario visibilmente sporco), invitare i pazienti a indossare camici monouso e copri- calzari;
gli operatori devono indossare camici da lavoro puliti di giornata, cuffie e bavagli monouso per ogni paziente (Figura 26);
gli operatori devono indossare calzature da lavoro lavabili periodicamente;
abolire, nelle sale operative e di sterilizzazione, tendaggi, tappeti, quadri e quanto non strettamente necessario;
invitare i pazienti, prima della seduta, a un risciacquo con clorexidina;
utilizzare sempre l’aspirazione chirurgica e la diga quando possibile;
pulire e disinfettare attentamente al termine di ogni intervento, a fine giornata e periodicamente secondo quanto prestabilito;
assicurare un adeguato ricambio d’aria.
Il modo più semplice per cambiare l’aria è aprire la finestra per diversi minuti al termine di ogni intervento. È un sistema empirico, in quanto non consente di controllare l’effettivo ricambio, ma nei locali con un corretto rapporto aereo-illuminante è presumibile che in pochi minuti si possa esercitare un ricambio adeguato. Il problema sorge quando l’aria esterna è ricca di polveri sottili. Non per ultimo, nei periodi freddi o caldi si creano sbalzi termici inopportuni: la temperatura e l’umidità relativa dovrebbero essere comprese tra valori di 20-24 °C la prima e 40-60% la seconda. Non si tratta solo di assicurare il comfort, ma la corretta conservazione-manipolazione dei materiali e il controllo della contaminazione ambientale.
Per gli studi di maggiori dimensioni o dove si esercita chirurgia impiantare/rigenerativa, se possibile, è opportuno implementare sistemi di climatizzazione che prevedano un’adeguata filtrazione e ricambio d’aria, sia in termini di flusso (almeno un paio di ricambi ora, ma meglio di più: per una sala operatoria ne sono previsti 15/ora), che di direzione (pressione positiva, a porte chiuse, dalla sala operativa verso i locali limitrofi). In fase di progettazione dello studio i costi aggiuntivi a quelli di un normale impianto di condizionamento sono discretamente elevati, ma accettabili. Non si tratta di implementare filtri assoluti come quelli richiesti per le sale operatorie, ma di ottimizzare un impianto di climatizzazione per ottenere un ambiente di lavoro salubre per gli operatori e adeguato per l’esercizio della chirurgia. In mancanza di riferimenti “ad hoc” è possibile orientarsi sulle linee guida ISPSEL facendo riferimento non certo alla rigide condizioni previste per le sale operatorie (classe ISO 5 norma EN ISO 14644-1), ma, a puro titolo indicativo e volontario, ai parametri delle sale risveglio/sterilizzazione (classe ISO 8 EN 14644-1).
Fig. 27 - Controlli microbiologici ambientali: non si tratta di rispondere a obblighi ma di verificare, volontariamente, l’efficacia delle procedure adottate.
Una convalida ambientale (Figura 27) ha costi commisurati alle possibilità di uno studio di medie-grandi dimensioni con sala chirurgica dedicata. Consente di verificare parametri importanti (ricambio e flusso d’aria, contaminazione microbiologica e particellare). L’impianto deve essere mantenuto efficiente eseguendo pulizia e sostituzione periodica dei filtri.In alternativa agli impianti centralizzati si possono installare degli apparecchi per la “sterilizzazione” dell’aria: sono macchine che, con un eufemismo, sono chiamate sterilizzatori d’aria; in genere si tratta di apparecchi che convogliano l’aria in una camera d’irradiamento UVB con efficacia antibatterica e alcuni sono dotati di filtri in grado di ridurre il particellare. È necessario che siano dimensionati al volume d’aria da trattare e che vengano, periodicamente, sostituite lampade e filtri. Senza dubbio migliorano la qualità dell’aria, il limite è che non provvedono al suo ricambio, rimanendo quindi la necessità di aprire le finestre. Infine, sono da segnalare gli apparecchi per la nebulizzazione/aerosolizzazione dei disinfettanti ambientali. Si tratta di macchine che distribuiscono il disinfettante nell’aria e da qui in tutto l’ambiente. Gli aerosolizzatori (Figura 28) sono da preferirsi ai nebulizzatori perché non lasciano depositi “bagnati “ sulle superfici.
Fig. 28 - Aerosolizzatore per disinfettante ambientale grazie al quale si ottengono ottimi risultati in termini di abbattimento della carica batterica ambientale.
Il residuo “non umido” ricade in ogni angolo, anfratto e superficie della stanza. Nell’ambito di una convalida ambientale condotta nel nostro ambulatorio, aerosolizzando in una sala operativa di 9,45 m2 un prodotto a base di acqua ossigenata e ioni argento, la contaminazione microbiologica dell’aria e delle superfici (carica batterica totale a 37 °C) è stata azzerata (in fase “at rest” a 10 minuti dall’aerosolizzazione: 4 punti di campionamento e due prelievi per punto per l’aria + 4 punti e due prelievi per punto per le superfici; analisi eseguita mediante utilizzo di piastre e tamponi in accordo alle norme di buon campionamento UNI EN 45001). Ribadendo l’alto livello igienico prodotto con questo tipo di disinfezione, è bene ricordare che non si influisce sulla riduzione del particellare; anzi, immettendo “particelle” di disinfettante nell’aria la conta aumenta e rimane elevata per ameno un’ora. È bene, quindi, aerosolizzare il disinfettante a fine giornata, in modo che durante le ore notturne il principio attivo si possa depositare. È palese che questi interventi non influiscono sulla necessità di ricambio d’aria. Il “trattamento” dell’aria è semplicemente il veicolo per la diffusione ottimale del disinfettante.
Principi di gestione e controllo del processo di sterilizzazione
Nello studio odontoiatrico difficilmente si utilizzano procedure codificate controllate e condivise; ciò facilita gli errori in fase esecutiva e rende difficoltoso verificare e documentare il processo. La gestione e il controllo si realizzano con un sistema basato su 4 regole fondamentali: valutare, pianificare, documentare, verificare. In relazione alle dimensione dello studio la procedura/protocollo può concretizzarsi anche in una semplice istruzione operativa da appendere nel luogo di lavoro. L’importante è che sia controllata e condivisa: tutti gli operatori vengono formati e si attengono a quanto in questa descritto. Una modulistica semplice farà da supporto alle registrazioni che si riterranno opportune. Nel complesso, il sistema utilizzato dovrà consentire di identificare e documentare il processo. Per una corretta esecuzione, il personale deve essere adeguatamente formato e supportato da mezzi tecnologici e organizzativi. Attenersi a quanto scritto e condiviso, senza improvvisazioni, è il presupposto per una corretta esecuzione. Il sistema viene controllato attraverso due modalità principali: la gestione della non conformità e la verifica (audit).
Non conformità Con questa definizione si intende il mancato raggiungimento di requisiti specificati in rapporto a caratteristiche predefinite, per esempio: rilevare un ferro sporco dopo la sterilizzazione è una non conformità. Infatti, il sistema definisce che la pulizia dello strumento è un requisito indispensabile. Tutto quanto non risponde a requisiti predefiniti e specificati è una non conformità (una confezione non sigillata, la mancanza dell’etichetta indicante il numero di lotto, l’ubicazione errata di ferri, vassoi ecc.). Ogni componente del team può e deve rilevare la non conformità accertandosi che venga annotata. Periodicamente verranno valutate le rilevazioni: se non conformità dello stesso tipo si presentano più volte (tre volte alla settimana si rileva un ferro sporco) si cercherà di porvi rimedio; se sono sporadiche (nel corso di un anno due segnalazioni per strumenti sporchi) si devono considerare fisiologiche. In caso di “non conformità” patologiche si deve analizzare perché:
il protocollo/procedura utilizzata non è efficace?
l’operatore non è correttamente addestrato?
l’operatore non è sufficientemente supportato da mezzi e struttura organizzativa?
l’operatore è sovraccarico di compiti?
l’operatore non ha attitudine al tipo di funzione?
Si studierà, quindi, il modo migliore per risolvere il problema, indicando le azioni correttive, avvisando le persone coinvolte e stabilendo una scadenza per la rivalutazione.
Audit (attività di ascolto e verifica) È necessario, almeno una volta l’anno, eseguire una verifica che parta dall’ascolto di chi opera “sul campo” per evidenziare eventuali carenze e programmare un corretto piano di miglioramento che andrà a integrarsi, in ottemperanza al decreto legislativo 81/08 (ex 626), con il documento di valutazione dei rischi. Si concorderà con il personale interessato, la data dell’audit. I presupposti per una corretta verifica sono:
valutare la preparazione e la capacità di esecuzione del personale addetto;
rilevare quanto di buono e positivo viene svolto e non solo le criticità;
specificare dettagliatamente che cosa non funziona e non generalizzare;
ricordare che la valutazione è un momento di crescita professionale per tutto il team.
Le non conformità e le carenze che emergeranno da questa valutazione verranno trattate con le stesse modalità esposte in precedenza.
Conclusioni Il controllo dell’infezione crociata è una responsabilità dell’odontoiatra a cui è doveroso provvedere non solo per le conseguenze in ambito penale e civile, ma ancor prima per il rispetto dei pazienti e del codice deontologico.È, quindi, compito del dentista provvedere, con professionalità, alla formazione e all’aggiornamento necessari a:
valutare il rischio biologico e compilare il DVR (D.Lgs. 81/08 e s.m.i), vedi scheda esemplificativa in calce all’articolo;
assicurare la sterilizzazione dei ferri e la disinfezione delle sale operative;
fornire adeguate procedure/protocolli per la corretta esecuzione del processo di decontaminazione/sterilizzazione;
formare il personale addetto al processo e controllare quest’ultimo.
Le assistenti di studio sono collaboratrici preziose che necessitano del supporto scientifico, tecnologico e motivazionale per operare con efficacia ed efficienza. Il controllo dell’infezione crociata merita un approccio tecnico-scientifico-organizzativo, che può essere demandato solo dopo aver acquisito le dovute conoscenze, definito le procedure, i materiali, e i mezzi per la prevenzione del rischio e degli altri obiettivi fissati. È bene stabilire un percorso, con tappe/obiettivi, secondo le priorità evidenziate. Di seguito si suggerisce una lista di controllo utile allo scopo:
organizzare la sala operativa evitando di lasciare materiale esposto, a eccezione del necessario per la seduta in programma;
produrre una lista dei disinfettanti ”approvati” dallo studio con note sulla concentrazione/diluizione e destinazione d’uso;
controllare i comportamenti, per esempio non toccare con i guanti nulla che non sia monouso, protetto da guaine o disinfettato/sterilizzato al termine della seduta. Se durante la seduta è necessario accedere a cassetti, contenitori eccetera, togliersi i guanti contaminati e rimetterne di puliti;
implementare procedure organizzative (per i piccoli studi sono sufficienti degli ordini di servizio) per un’efficace pulizia e manutenzione degli ambienti e delle attrezzature;
implementare procedure (ordine di servizio) organizzative per la pulizia, disinfezione e sterilizzazione di manipoli e turbine;
sterilizzare tutto quanto entra in contatto con la cavità orale, registrare i cicli di sterilizzazione. Mantenere e controllare la sterilità confezionando in buste o carta medicale;
dotarsi di autoclavi performanti ed effettuare i controlli, quindi registrare;
implementare un sistema per la disinfezione dei circuiti idrici del riunito e valutare il rischio legionella all’interno del rischio biologico in ambito odontoiatrico (D.Lgs. 81/08);
implementare sistemi, o semplicemente codificare comportamenti, per ridurre l’inquinamento dell’aria e la contaminazione ambientale.
Ogni operatore, durante lo svolgimento delle attività, può provocare un danno a se stesso, a un altro operatore o a un paziente: questo rischio deve essere controllato e ridotto. Risulta fondamentale tutelare i soggetti presenti in un ambiente di lavoro nei riguardi di una potenziale esposizione ad agenti biologici in grado di produrre un danno per la salute e occorre riflettere sull’attenzione che, di conseguenza, meritano i processi di sterilizzazione e, complessivamente, di controllo dell’infezione crociata.
Un articolo pubblicato nel 1997 (Cleveland JL, et al. Occupational Blood Exposures in Dentistry: a decade Review. Infect Control Hosp Epidemiology 1997;18(10): 717-721) evidenziava, con una review decennale, come la sola consapevolezza dei rischi portava ad adottare comportamenti preventivi che hanno ridotto drasticamente il numero di infortuni relativi a tagli e punture accidentali in ambito odontoiatrico.Per quanto datato, l’articolo ribadisce un principio sempre valido: “la consapevolezza del rischio biologico è frutto di un approccio scientifico senza del quale i rischi aumentano”.
ESEMPLIFICAZIONE COMPILAZIONE DVR per il RISCHIO BIOLOGICO, incluso legionella DVR VALUTAZIONE ESPOSIZIONE AGENTI BIOLOGICI
(Titolo X, D.Lgs. 81/08 come modificato da D.Lgs. 106/09)
Premessa
La durata e il livello dell’esposizione ad agenti biologici dipende soprattutto dalle caratteristiche del ciclo lavorativo e dell’ambiente di lavoro; sarà necessario conoscere e analizzare approfonditamente tutti i processi produttivi e altre operazioni che prevedono probabile contatto con agenti biologici. Nello specifico si valuterà:
la durata di ciascuna fase a rischio di esposizione;
la frequenza con cui si ripetono le operazioni a rischio;
le procedure specifiche di svolgimento di tali operazioni da cui derivano le possibili modalità di trasmissione delle infezioni.
Tra le diverse variabili da considerare riveste un ruolo basilare la modalità di trasmissione dell’agente biologico che può avvenire per:
inalazione di aerosol contenenti microrganismi (o loro residui di lisi e/o decomposizione) sottoforma di particelle singole o adese a polveri organiche o come aerosol costituiti da particelle liquide biologicamente contaminate;
ingestione di cibi, bevande o materiale contaminato;
inoculo o penetrazione accidentale attraverso ferite, abrasioni, soluzioni di continuo della cute o delle mucose (via parenterale);
penetrazione attraverso morso di animale o puntura di insetto (vettori);
penetrazione attraverso contatto cutaneo (via transcutanea).
Ai fini della valutazione del rischio si considerano solo quelle modalità di trasmissione che si possono verificare nell’ambito della lavorazione svolta. Per ciascun agente biologico la trasmissione può avvenire con una sola via di contagio o attraverso più modalità: il livello di esposizione risulta incrementato nel caso in cui sono numerose le vie di contagio che si possono verificare durante la procedura lavorativa valutata.
È possibile individuare diverse tipologie di rischio biologico in ambito occupazionale:
rischio biologico generico: presente in tutti gli ambienti di lavoro;
rischio biologico specifico, proprio della mansione svolta, a sua volta distinguibile in:
rischio biologico deliberato, che si manifesta quando una determinata attività prevede l’uso intenzionale di agenti biologici (per esempio, si usa un microrganismo nella produzione di generi alimentari); in tal caso l’agente biologico è ben noto e viene intenzionalmente introdotto nel ciclo lavorativo per esservi trattato, manipolato, trasformato o per sfruttarne le proprietà biologiche,
rischio biologico potenziale, che deriva da un’esposizione non intenzionale, potenziale ad agenti biologici.
Gli agenti biologici possono provocare tre tipi di malattie:
infezioni provocate da parassiti, virus o batteri;
allergie scatenate dall’esposizione a muffe, polveri di natura organica come polveri di farina, polveri di origine animale, enzimi e acari;
avvelenamento o effetti tossicogenici.
Obiettivi Scopo del presente documento è valutare i livelli di rischio da esposizione ad agenti biologici ai sensi dell’art. 271 del D.Lgs. 81/08 e s.m.i. All’esito della valutazione saranno adottate e attivate specifiche misure di prevenzione e protezione, nonché apposite misure tecniche, organizzative e procedurali per evitare ogni esposizione dei lavoratori ad agenti biologici. Infine, per gli operatori esposti si dovrà garantire adeguata formazione e sorveglianza sanitaria.
Revisione La valutazione sarà programmata ed effettuata con cadenza triennale da personale adeguatamente qualificato. La presente valutazione sarà, comunque, aggiornata nel caso in cui gli elementi oggetto di valutazione subiscano variazioni e/o nel caso in cui emergano ulteriori elementi significativi ai fini della sicurezza e della salute dei lavoratori e anche in relazione ai risultati della sorveglianza sanitaria.
Definizioni ricorrenti In base all’art. 267 del D.Lgs. 81/08 e s.m.i. si riportano le seguenti definizioni:
agente biologico. Qualsiasi microrganismo anche se geneticamente modificato, coltura cellulare ed endoparassita umano che potrebbe provocare infezioni, allergie o intossicazioni;
microrganismo. Qualsiasi entità microbiologica, cellulare o meno, in grado di riprodursi o trasferire materiale genetico;
coltura cellulare, cioè il risultato della crescita in vitro di cellule derivate da organismi pluricellulari.
Classificazione degli agenti biologici Gli agenti biologici sono ripartiti nei seguenti quattro gruppi a seconda del rischio di infezione (art.268 D.Lgs. 81/08 e s.m.i.):
gruppo 1: un agente che presenta poche probabilità di causare malattie in soggetti umani;
gruppo 2: un agente che può causare malattie in soggetti umani e costituire un rischio per i lavoratori. È poco probabile che si propaghi nella comunità e sono di norma disponibili efficaci misure profilattiche o terapeutiche;
gruppo 3: un agente che può causare malattie gravi in soggetti umani e costituisce un serio rischio per i lavoratori. L’agente biologico può propagarsi nella comunità, ma di norma sono disponibili efficaci misure profilattiche o terapeutiche;
gruppo 4: un agente biologico che può provocare malattie gravi in soggetti umani e costituisce un serio rischio per i lavoratori, oltre a presentare un elevato rischio di propagazione nella comunità. Non sono disponibili, di norma, efficaci misure profilattiche o terapeutiche.
Nel caso in cui l’agente biologico oggetto di classificazione non può essere attribuito in modo inequivocabile a uno fra i gruppi sopraindicati, esso va classificato nel gruppo di rischio più elevato tra le due possibilità.
Figure e Responsabili
Datore di lavoro
RSPP
RLS
Descrizione dell’attività lavorativa Studio dentistico
Valutazione dei rischi
Secondo l’art. 271 del D.Lgs. 81/08 e s.m.i. il datore di lavoro tiene conto di tutte le informazioni disponibili relative alle caratteristiche dell’agente biologico e delle modalità lavorative, considerando in particolare:
la classificazione degli agenti biologici che presentano o possono presentare un pericolo per la salute umana;
l’informazione sulle malattie che possono essere contratte;
i potenziali effetti allergici e tossici;
la conoscenza di una patologia della quale è affetto un lavoratore, che è da porre in correlazione diretta all’attività lavorativa svolta;
le eventuali e ulteriori situazioni rese note dall’Autorità sanitaria competente che possono influire sul rischio;
il sinergismo dei diversi gruppi di agenti biologici utilizzati.
In relazione ai rischi individuati sono apportate le misure protettive e preventive adattandole alle particolarità delle situazioni lavorative. A seguito della valutazione dei rischi sarà redatto il DVR integrato dei seguenti dati:
le fasi del procedimento lavorativo che comportano il rischio di esposizione ad agenti biologici;
il numero dei lavoratori esposti;
i metodi e le procedure lavorative adottate, nonché le misure preventive e protettive applicate.
Misure di protezione e prevenzione
Il datore di lavoro attua misure tecniche, organizzative e procedurali per evitare ogni esposizione dei lavoratori ad agenti biologici (art. 272 D.Lgs. 81/08 e s.m.i.). In particolare:
evitare l’utilizzazione di agenti biologici nocivi, se il tipo di attività lavorativa lo consente;
limitare al minimo i lavoratori esposti, o potenzialmente esposti, al rischio di agenti biologici;
progettare adeguatamente i processi lavorativi;
adottare misure collettive di protezione ovvero misure di tutela individuali qualora non sia possibile evitare altrimenti l’esposizione;
adottare misure igieniche per prevenire e ridurre al minimo la propagazione accidentale di un agente biologico fuori dal luogo di lavoro;
usare il segnale di rischio biologico e altri di avvertimento appropriati;
elaborare idonee procedure per prelevare, manipolare e trattare campioni di origine umana e animale;
definire procedure di emergenza per affrontare incidenti;
verificare la presenza di agenti biologici sul luogo di lavoro al di fuori del contenimento fisico primario, se necessario o tecnicamente realizzabile;
predisporre i mezzi necessari per la raccolta, l’immagazzinamento e lo smaltimento dei rifiuti in condizioni di sicurezza mediante l’impiego di contenitori adeguati e identificabili eventualmente dopo idoneo trattamento dei rifiuti stessi;
concordare procedure per la manipolazione e il trasporto in condizioni di sicurezza di agenti biologici all’interno del luogo di lavoro.
In base alla tipologia di attività lavorativa, sono da applicare misure specifiche per:
strutture sanitarie.
Misure igieniche
Tra le misure igieniche da adottare a seguito della valutazione dei rischi si evidenziano:
i lavoratori dispongano dei servizi sanitari adeguati provvisti di acqua calda e fredda, nonché di antisettici per la pelle;
i lavoratori abbiano in dotazione indumenti protettivi o altri idonei, da riporre in posti separati dagli abiti civili;
i dispositivi di protezione individuale siano controllati, disinfettati e puliti, provvedendo altresì a far riparare o sostituire quelli difettosi prima dell’utilizzazione successiva;
gli indumenti di lavoro e protettivi che possono essere contaminati da agenti biologici vengano tolti quando il lavoratore lascia la zona di lavoro, conservati separatamente dagli altri indumenti, disinfettati, puliti e, se necessario, distrutti.
Nelle aree di lavoro in cui c’è rischio di esposizione è vietato assumere cibi e bevande, fumare, conservare alimenti destinati al consumo umano, usare pipette a bocca e applicare cosmetici.
Sorveglianza sanitaria
Il D.Lgs. 81/08 e s.m.i. all’articolo 279 sancisce che i lavoratori addetti alle attività per le quali la valutazione dei rischi ha evidenziato un pericolo per la salute siano sottoposti a sorveglianza sanitaria. Il datore di lavoro adotta misure protettive particolari per quei lavoratori per i quali, anche per motivi sanitari individuali, si richiedono misure speciali di protezione, fra le quali:
visita medica;
la messa a disposizione di vaccini efficaci per quei lavoratori che non sono già immuni all’agente biologico presente nella lavorazione;
l’allontanamento temporaneo del lavoratore secondo le procedure dell’articolo 42: “adibisce il lavoratore, ove possibile, a mansioni equivalenti o, in difetto, a mansioni inferiori garantendo il trattamento corrispondente alle mansioni di provenienza”.
Il datore di lavoro fornisce ai lavoratori adeguate informazioni sul controllo sanitario cui sono sottoposti e sulla necessità di effettuare accertamenti sanitari anche dopo la cessazione dell’attività che comporta rischio di esposizione a particolari agenti biologici individuati nell’allegato XLVI, nonché su vantaggi e inconvenienti della vaccinazione e della non vaccinazione.
Formazione e informazione
Il datore di lavoro fornisce ai lavoratori, sulla base delle conoscenze disponibili, informazioni e istruzioni e una formazione adeguata per quanto riguarda:
i rischi per la salute dovuti agli agenti biologici utilizzati;
le precauzioni da prendere per evitare l’esposizione;
le misure igieniche da osservare;
la funzione degli indumenti di lavoro e protettivi e dei dispositivi di protezione individuale e il loro corretto impiego;
il modo di prevenire il verificarsi di infortuni e le misure da adottare per ridurne al minimo le conseguenze.
L’informazione e la formazione sono fornite prima che i lavoratori siano adibiti alle attività in questione, e ripetute, con frequenza almeno quinquennale, e comunque ogni qualvolta si verifichino nelle lavorazioni cambiamenti che influiscono sulla natura e sul grado dei rischi. Nel luogo di lavoro sono apposti in posizione ben visibile cartelli su cui sono riportate le procedure da seguire in caso di infortunio o incidente.
Scheda di valutazione: AREA CLINICA Reparto: sterilizzazione e assistenza
Classificazione Agente Biologico
Nome
Virus batteri e funghi vari responsabili di trasmissione di patologia trasmissibile in ambito odontoiatrico, di cui HIV, HVC, HBV, herpes virus, candida albicans. virus influenzali, micobatteri, micoplasmi, Aspargillus, Streptococchi,Staphylococchipseudomonas
Tipo
Batteri, virus, funghi
Classificazione
Classe 2
Modalità di trasmissione
Percutanea: presenta un alto rischio di trasmissione (infezione trasmessa tramite strumenti pungenti taglienti: punture accidentali o trattamento inadeguato dello strumentario tra un paziente e l’altro)
Contatto diretto: il rischio è anche in questo caso elevato; si verifica nell’esposizione di cute a mucose o lesioni infette (mancato uso/rottura guanti) specie se sono presenti microabrasioni sulle mani oppure schizzi di materiale infetto sulla congiuntiva o sulle mucose
Inalazione di aerosol contenenti patogeni provenienti da spray/strumenti rotanti: in questo caso il rischio è moderato
Contatto indiretto: presenta rischio basso (toccare superfici contaminate) o moderato (sfiorare superfici contaminate e poi le mucose: catena di contaminazione mano/ superficie/ mano/bocca
Effetti sulla salute
Infezioni con possibili conseguenze gravi per la salute, come nel caso di epatiti acute o croniche e AIDS
Valutazione rischio e misure di prevenzione e protezione
Livello di rischio
Alto per le patologie trasmissibili per via percutanea e/o contatto diretto
Misure tecniche, organizzative, procedurali
Adottare procedure di vaccinazione
Adottare procedure di lavoro per interrompere la catena di contagio (misure barriera e DPI)
Misure igieniche
Regolare lavaggio delle mani. Utilizzo conforme delle procedure di disinfezione e sterilizzazione e dei mezzi tecnologici (termodisinfettore e autoclavi) presenti nello studio
Misure di emergenza
Attuare quanto prescritto dalla Sanità Regione Lombardia nel protocollo punture o lesioni accidentali con veicoli potenzialmente infetti
Scheda di valutazione: Acqua in circuito idrico riunito Reparto: sale operatorie odontoiatriche (riunito circuiti idrico)
Descrizione attività/Lavorazione svolta
Riunito circuito idrico
Di seguito sono riportati gli agenti biologici oggetto della valutazione con relativa classificazione, modalità di trasmissione ed effetti sulla salute. Per ogni agente biologico sono riportati il livello di rischio, le misure tecniche, procedurali, organizzative, di emergenza e di contenimento adottate e i DPI da utilizzare.
Classificazione agente biologico
Nome
Legionella pseudomonas
Tipo
Batterio gram negativo
Modalità di trasmissione
Acqua contaminata
Effetti sulla salute
Su individuo sano sono rari. Su persona con compromissione immunitaria e/o con patologie sistemiche croniche sono possibili: febbre, mialgia, infezioni respiratorie acute, complicanze neurologiche, cardiache, renali, epatiche e gastrointestinali, polmonite focale (forma subclinica, Pontiac 1, Pontiac 2, legionellosi)
Valutazione rischio e misure di prevenzione e protezione
Livello di rischio
Basso
Misure tecniche, organizzative, procedurali
Disinfezione costante dell’acqua del riunito (trattamento con liquido disinfettante e tecnica indicata dal fabbricante)
Individuazione, in anamnesi, dei pazienti a rischio (il trattamento odontoiatrico andrà eseguito con liquido d’irrigazione sterile)
Misure igieniche
Non ingerire acqua del riunito
Misure di emergenza
Non richieste
Misure di contenimento
Non richieste
DPI da utilizzare
Protezione, con mascherina, delle vie respiratorie e degli occhi con occhiali /visiere durante l’uso degli spray o l’irrigazione degli strumenti rotanti
Responsabile attuazione: odontoiatri, igienisti, assistenti alla poltrona
Revisione delle procedure: annuale
Scheda di valutazione Reparto: tutti
Descrizione attività/Lavorazione svolta
Lavori in luoghi con climatizzatori
Di seguito sono riportati gli agenti biologici oggetto della valutazione con relativa classificazione, modalità di trasmissione ed effetti sulla salute. Per ogni agente biologico sono riportati il livello di rischio, le misure tecniche, procedurali, organizzative, di emergenza e di contenimento adottate e i DPI da utilizzare.
Classificazione agente biologico
Nome
Legionella pneumophila
Tipo
Batterio gram negativo
Modalità di trasmissione
Tramite spray, aerosol e acqua contaminata
Effetti sulla salute
A secondo della forma (subclinica, Pontiac 1, Pontiac 2, legionellosi): febbre, mialgia, infezioni respiratorie acute, complicanze neurologiche, cardiache, renali, epatiche e gastrointestinali, polmonite focale
Valutazione rischio e misure di prevenzione e protezione
Livello di rischio
Basso
Misure tecniche, organizzative, procedurali
Adottare misure igieniche che prevedano la pulizia e la disinfezione, come minimo annuale, dei filtri dei condizionatori
Misure igieniche e di emergenza
Non richieste
Misure di contenimento
Non richieste
DPI da utilizzare
Non necessari
Responsabile attuazione: datore di lavoro che lo commissione a ditta esterna
Revisione delle procedure: annuale
Scheda di valutazione Reparto: tutti
Agente Biologico: vari responsabili di diverse patologie, trasmissibili in ambito odontoiatrico, a esclusione di quelle già sopra valutate
Nome
Vari
Tipo
Batteri e virus
Classificazione
Classe 2
Modalità di trasmissione
Aria e aerosol
Effetti sulla salute
Infezioni con possibili conseguenze da lievi a moderate che si risolvono, nella maggioranza dei casi, con completa restitutioadintegrum
Valutazione rischio e misure di prevenzione e protezione Valutazione
Livello di rischio
Basso per via aerea, Medio per gli aerosol
Misure tecniche, organizzative, procedurali
Adottare procedure di vaccinazione
Adottare procedure di lavoro per interrompere la catena di contagio (misure barriera e dpi)
Misure igieniche
Regolare lavaggio delle mani. Utilizzo conforme delle procedure di disinfezione e sterilizzazione. Assicurare ricambio d’aria con mezzi tecnologici (pompa per il ricambio d’aria negli ambienti) o con apertura regolare delle finestre. Disinfettore per aerosol a fine giornata e/o filtrazione dell’area con macchina a filtri assoluti, dove disponibile
Responsabile attuazione: odontoiatri, igienisti, assistenti alla poltrona
Revisione delle procedure: annuale
Conclusioni
Il presente documento di valutazione dei rischi:
è stato redatto ai sensi dell’art. 271 D.Lgs. 81/08 e s.mi.;
è soggetto ad aggiornamento periodico ove si verifichino significativi mutamenti che potrebbero averlo reso superato.
Dispositivi di protezione dati in dotazione a ogni operatore
Occhiali/visiera
EN 166
Calzature antiscivolo
EN 347
Guanti monouso
EN 374-455
Mascherina medica monouso
EN 14638
Dispositivi medici non sterili classe I
Cappellino monouso
Dispositivi medici non sterili classe I
Abbigliamento monouso
Dispositivi medici non sterili classe I
La valutazione dei rischi è stata condotta dal Responsabile del Servizio di Prevenzione con il coinvolgimento preventivo del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza.
È quella di Nicola Perrini, 71 anni, Medico Chirurgo, specialista in Odontoiatria e Stomatologia, membro fondatore della S.I.E e dell’A.I.E., presidente della Fondazione “Prof. L. Castagnola”, nonché direttore scientifico della “Rivista di Odontoiatria degli Amici di Brugg“, della cui Associazione è anche vicepresidente.
Nicola Perrini
Nato nel luglio del 1941, in un piccolo paese del foggiano, Nicola, orfano di padre morto in guerra, dalla quarta elementare fino alla maturità classica è ospite del collegio dell’Onaosi, a Perugia. A Pisa e Firenze completa gli studi, laureandosi in Medicina e Chirurgia, conseguendo successivamente la specializzazione in Odontoiatria e Stomatologia. Una branca della medicina per la quale, inizialmente, ammette, non aveva grande interesse. Fu il fratello maggiore, dentista, a spingerlo in quella direzione in modo anche un po’ forzato, racconta Perrini, considerando che all’epoca, alla fine degli anni ’60, questa disciplina era considerata per così dire di serie B, un rifugio per chi non era riuscito ad avere una certa rilevanza in medicina. Ma ben presto, anche grazie all’incontro con alcuni dei maggiori esponenti dell’odontoiatria di quegli anni, tutti appartenenti agli “Amici di Brugg”, tra cui spicca la figura di Luigi Castagnola, il suo maestro, il giovane medico odontoiatra inizia a rendersi conto della dignità di questa materia che approfondisce con passione, dedicandosi in modo particolare all’endodonzia. Membro fondatore della Società Italiana di Endodonzia e dell’Accademia Italiana di Endodonzia, Perrini, past-president della S.I.E. e della A.I.E., è attualmente presidente della Fondazione “Prof. L. Castagnola” e direttore scientifico della “Rivista di Odontoiatria degli Amici di Brugg”, della cui Associazione è anche vice presidente. Libero professionista, vive e opera a Pistoia presso il Centro di Odontoiatria e Stomatologia F. Perrini, la clinica odontoiatrica intitolata al fratello Francesco, prematuramente scomparso, con il quale nel 1974, insieme a due amici e colleghi, la fondò, anticipando di diversi decenni quel modello clinico e organizzativo verso cui gli studi odontoiatrici sembrano ancora oggi indirizzarsi.
Dottor Perrini, perché, tra tutte, ha scelto proprio l’endodonzia?
In realtà, inizialmente, mi occupavo anche di conservativa, che ho poi però abbandonato per dedicarmi meglio all’endodonzia, cioè a quella branca che, ho sempre pensato, mi avrebbe offerto un campo di ricerca più vasto. Trentotto anni fa ho persino allestito per mio diletto un laboratorio istologico che mantengo tuttora: credo sia uno dei pochi, se non addirittura l’unico in Italia, operante nell’ambito dell’endodonzia, forse la branca odontoiatrica più vicina alla medicina. Poi, non va trascurato un altro fatto: il mio primo maestro in assoluto è stato il professor Luigi Castagnola, docente di Endodonzia all’Università di Zurigo, che mi ha instradato verso questa professione, insieme agli altri grandi nomi dell’odontoiatria che frequentavano in quegli anni gli Amici di Brugg.
Un’associazione un po’ atipica, anche per l’attenzione ai rapporti umani che la contraddistingue da sempre…
Sì, in quegli anni poi era una caratteristica ancor più marcata, considerando quanto fossero inavvicinabili allora i cosiddetti baroni, personaggi a volte anche discutibili sul piano scientifico, che vivevano distaccati dal resto del mondo. Dagli Amici di Brugg, invece, tutto era diverso, si stava insieme, c’era un contatto continuo e avere relazione dirette con persone come De Chiesa, Garberoglio, Vergnano e Chiarini era un arricchimento continuo. Anche gli stessi fondatori dell’associazione, Biaggi e Castagnola, erano persone dotate di grande disponibilità verso i giovani, la caratteristica che ha contraddistinto e reso unica l’associazione rispetto a tutte le altre.
Quanto ha condizionato il suo modo di operare, invece, il modello clinico e organizzativo adottato dal centro odontoiatrico che oggi porta il nome di suo fratello Francesco?
Molto, siamo stati tra i primi in Italia a impostare lo studio in modo tale che ciascuno si occupasse di una specialità: c’era chi gestiva la protesi, chi la parodontologia e la chirurgia, chi l’ortodonzia e io che mi occupavo di conservativa e di endodonzia appunto. Il centro è nato nel 1974 e a quel tempo avere un luogo dove poter erogare tutte le prestazioni necessarie a risolvere qualunque caso senza cambiare studio, era un evento avveniristico. Insomma, ognuno aveva il proprio compito, c’era anche chi si occupava dell’amministrazione e io, che ero il più giovane, ho approfittato di questa occasione per dedicarmi quasi completamente alla ricerca.
Com’è nata l’idea di fondare la Società Italiana di Endodonzia?
Fu fondata da un gruppo di appassionati, tutti liberi professionisti, molti dei quali appartenenti all’associazione di Castagnola e Biaggi, tanto che la prima rivista della nuova società, l’organo ufficiale, fu la rivista di odontoiatria degli Amici di Brugg. D’altronde, lì c’era la vecchia generazione, i nostri maestri, i Professori Pecchioni e Borsotti di Milano, il Dottor Garberoglio di Asti, il Professor Mantero e il Dottor Duillo di Genova, il Dottor Riitano di Soverato e il Professor Spina di Roma. Questi, dopo aver fondato un gruppo italiano di studi endodontici, per far decollare l’endodonzia in Italia, sentirono la necessità di chiamare dei giovani, quali Gianfranco Vignoletti, Agostino Scipioni, il defunto Giorgio Lavagnoli di Milano e io. Tutti insieme fondammo la Società Italiana di Endodonzia che oggi è una delle società più importanti nell’ambito del panorama nazionale, oltre a essere una delle più vecchie, insieme alla Società Italiana di Ortodonzia.
Come si difende oggi l’endodonzia dalla cultura dominante?
Personalmente sono tra quelli contrari a chi inneggia le nuove frontiere dell’odontoiatria attraverso i nuovi strumentari e macchinari dietro i quali in realtà c’è soprattutto una forte spinta commerciale. Purtroppo, nell’odontoiatria, pur essendo aumentata la capacità manuale dei singoli operatori, in particolare tra le nuove generazioni, è diminuita la capacità scientifica, la visione d’insieme, così come la capacità diagnostica. Un fenomeno che sta interessando anche l’endodonzia. La colpa non è dei giovani, ovviamente, ma delle strutture preposte a formarli, non sempre adatte a questo scopo. Mancano i docenti e le scuole per prepararli al loro compito di efficienti professionisti, forse anche perché, non dimentichiamolo, l’istituzione della facoltà di odontoiatria non è stata una nostra scelta, ma un’imposizione dell’Europa di cui paghiamo ancora il prezzo.
Come vede il futuro dell’odontoiatria?
Non bene, d’altronde è sufficiente guardare la propaganda sui giornali per rendersi conto di come è cambiata, in peggio, la nostra professione. Sono pessimista per il futuro. Lavoro da 42 anni, ho attraversato mezzo secolo di odontoiatria italiana, con grandi soddisfazioni, ed oggi vedo una profonda crisi della professione che spesso si riscontra anche nella mancanza di deontologia.
Non è nostalgia…
No, ci sono cose che apprezzo nell’evoluzione dell’odontoiatria, come l’istituzione dell’igienista dentale, ad esempio, una figura che mancava. Nulla invece si è fatto per dare un profilo giuridico all’assistente alla poltrona: siamo i soli in Europa a non esserci occupati di questo problema. Nel mio piccolo, da quando ho istituito la Fondazione “Prof. Luigi Castagnola” in memoria del mio maestro, ho organizzato due corsi all’anno a Rimini che raccolgono mediamente, per ogni corso, oltre 2 mila persone, di cui circa 1700 odontoiatri e circa 700 assistenti di studio, proponendo corsi gratuiti con relatori di altissimo livello scientifico. Questo, però, è solo una goccia nel mare, perché, andando a esaminare i numeri, si riscontra un livello di partecipazione molto basso: c’è una quota fissa di 700-800 professionisti assidui, un’altra quota interessata solo a determinati argomenti, ma su quasi 60 mila odontoiatri solo 8-9 mila si aggiornano costantemente. Neppure l’ECM è servito a qualcosa. È un fucile senza pallottole, che se anche le avesse, a mio avviso, non servirebbero, sarebbero anticostituzionali, perché lo Stato non può pretendere la laurea per l’esercizio di una professione e poi, in un secondo momento, richiedere ulteriori garanzie che dovrebbero essere connaturate alla professione e gestite direttamente dall’Ordine professionale.
Di cosa avrebbe bisogno oggi l’odontoiatria?
Per riscattarsi dovrebbe avere il coraggio di rifondare le scuole di odontoiatria. In Italia abbiamo laureati in odontoiatria che in alcuni casi non hanno mai fatto un’anestesia o un’otturazione. Nel nostro Paese oggi abbiamo oltre trenta (!) scuole di odontoiatria ma non i docenti per occupare tutti gli insegnamenti, per cui esiste una forte discrepanza tra i laureati delle diverse università. Ogni tanto per fortuna c’è qualche persona intelligente che capisce la necessità di ricominciare daccapo andando a cercare i propri maestri in Italia o all’estero, ma non tutti hanno la disponibilità economica per farlo.
Eppure l’odontoiatria italiana continua a vantare personalità eccellenti, riconosciute in tutto il mondo...
È vero, non a caso il mio maestro diceva sempre: “In Italia c’è tutto e non c’è nulla”. In ciascuna specialità abbiamo alcuni professionisti di fama mondiale, ma ciò che manca è la fascia media dei dentisti, quella che conta davvero.
1. Grafico rappresentante le distanze interradicolari medie compatibili con la possibilità di inserimento di miniviti: in viola = distanza non accettabile (ampiezza mesiodistale 3.1 mm).
Linee guida anatomiche per l’inserimento delle miniviti: siti interradicolari vestibolari Anatomical guidelines for miniscrew insertion: vestibular interradicular sites Ludwig B, Glasl B, Kinzinger GS, Lietz T, Lisson JA. J Clin Orthod 2011;45(3):165-73.
I minimplant sono ideali per ottenere l’intrusione dei denti, movimento alquanto difficile soprattutto nel caso dei molari, e rappresentano un’alternativa di chirurgia ortognatica per la correzione di alcune malocclusioni come il morso aperto con sorriso gengivale. Negli abstract proposti sono affrontate le zone sicure per l’inserzione dei minimplant sia nei siti interradicolari sia nella regione palatale ed è illustrato un caso clinico a esemplificazione delle possibili applicazioni.
Tra i siti preferenziali per l’inserimento delle miniviti ad ancoraggio ortodontico vi sono gli spazi interradicolari dal lato vestibolare. Tuttavia questo posizionamento presenta rischi di fallimento, di frattura della vite o di danni alla radice dentale e difficoltà di valutazione dell’osso disponibile. Pertanto risulta indispensabile fare un’attenta analisi di tre fattori chiave: la biomeccanica del dispositivo implantare, l’anatomia del paziente e le dimensioni della vite. Nel presente articolo sono riportate alcune linee guida per facilitare il clinico nella progettazione di questo tipo di trattamento.
Gli Autori hanno esaminato 70 pazienti ortodontici/ortognatici adolescenti e adulti sottoposti a tomografia computerizzata con sistema cone-beam di entrambe le arcate dentali e ne hanno selezionati 39 per la successiva analisi dei dati. In ogni paziente sono state fatte misure con un software ad hoc ed è stato quindi costruito un set virtuale di denti che rappresentavano distanze interradicolari medie (Figura 1).
Ad ognuno di questi spazi è stato poi attribuito un giudizio di idoneità o meno per l’inserimento di miniviti del diametro di 1.6-1.7 mm (misura tale da garantire stabilità primaria compatibilmente con il ridotto spazio interradicolare) in funzione della possibilità di trovarvi sufficiente ampiezza mesio-distale di osso ovvero compresa tra 2.6-3.1 mm. Gli spazi erano giudicati “accettabili” se adeguati nel 61-70% dei pazienti, “buoni” se presenti nel 71-80% dei pazienti, “molto buoni” nell’81-90% dei pazienti ed “eccellenti” se presenti in oltre il 91% dei pazienti. Sono state riportate differenze in funzione dell’età e della presenza dei terzi molari, ma non significative secondo il sesso. Dai risultati di questo studio radiologico gli Autori concludono che nel mascellare solo lo spazio tra gli incisivi centrali è da considerarsi ottimale per l’inserimento delle mini-viti. Spazi buoni o molto buoni si trovano tra il laterale e il canino e tra il secondo premolare e il primo molare nella maggior parte dei soggetti.
2. Classificazione degli spazi interdentali in funzione della disponibilità (in %) di un’ampiezza ossea adeguata per il posizionamento delle miniviti.
Da considerarsi non accettabili gli spazi compresi tra gli incisivi centrale e laterale e tra il primo e il secondo molare soprattutto in pazienti molto giovani o con i terzi molari. Nella mandibola tutti gli spazi interradicolari distali al canino possono essere tenuti in considerazione; da evitare invece gli spazi tra gli incisivi inferiori (Figura 2).
3. Schema di posizionamento della minivite con angolazione obliqua della testa entro la gengiva aderente sopra la linea nera e le spire inserite più apicalmente entro adeguato volume di osso.
In entrambe le arcate gli Autori raccomandano un inserimento il più apicale possibile della minivite entro la gengiva aderente così da poter visualizzarne la testa (Figura 3).
Considerando la dimensione verticale si incontrano limiti di posizionamento che riducono gli spazi ideali per l’inserimento a questi tre siti: tra secondo premolare e primo molare (sia mascellari sia mandibolari), tra primi e secondi molari mandibolari, tra i premolari mascellari e mandibolari (ma con maggior attenzione).
Implicazioni cliniche
Per inserire miniviti da ancoraggio ortodontico a livello interradicolare occorre scegliere siti sicuri per evitare rischi di fallimento. In ogni paziente sarebbe preferibile selezionare gli spazi mediamente più adeguati e poi aggiungere alla misura del diametro della vite 1 mm di larghezza dell’osso da entrambi i lati e 0.5 mm di ampiezza del parodonto.
Linee guida anatomiche per l’inserimento delle miniviti: siti palatali Anatomical guidelines for miniscrew insertion: palatal sites Ludwig B, Glasl B, Bowman SJ, Wilmes B, Kinzinger GS, Lisson JA. J Clin Orthod 2011;45(8):433-41.
Per evitare rischi nel posizionamento di miniviti negli spazi interradicolari in presenza di radici molto vicine tra denti adiacenti si possono inserire miniviti con una certa sicurezza nel palato duro per l’arcata superiore e nella regione mentale per l’arcata inferiore anche se con maggior rischio di fallimento. Di seguito sono riportate le aree ideali per l’inserimento in questa regione.
Almeno metà della minivite andrebbe inserita nell’osso corticale con la testa ancora accessibile, pertanto la sede “senza radici” migliore è da considerarsi la porzione anteriore del palato. Per stabilire i punti di repere e le coordinate da seguire per inserire le miniviti in questa regione sono stati proposti due protocolli, uno radiografico con misure a partire dall’aspetto distale del canino e uno anatomico-clinico con misure laterali a partire dalla sutura palatale mediana e riferimenti in corrispondenza dei punti di contatto tra canini, premolari e molari. Nelle analisi radiologiche lo spessore maggiore di osso verticalmente è risultato 3-4 mm distale al forame incisivo e 3 mm paramediano alla sutura palatina. Nelle valutazioni cliniche le zone ideali per il posizionamento delle miniviti sono risultate le aree situate 2 mm paramediane alla sutura palatale (evitando così il fascio vascolo-nervoso naso-palatino) a livello del punto di contatto tra canino e primo premolare (8.7 mm ± 2.3 di osso) e tra i due premolari (8.68 mm ± 3.68 di osso).
1. Adeguatezza dei siti anatomici palatali per il posizionamento di miniviti ortodontiche. Verde: ottima; giallo: possibile limitazione per variabilità individuale nello spessore osseo; rossa: non adeguata per la presenza di fasci vascolo-nervosi o di una mucosa troppo spessa; pallino blu: forame incisivo.
Le zone migliori per l’inserimento delle miniviti nel palato sono illustrate in Figura 1.
Possibile alternativa è l’alveolo palatale tra le radici del secondo premolare e del primo molare, ma talvolta lo spessore della mucosa e i numerosi vasi e nervi possono rappresentare una limitazione. Da scartare come aree alternative la tuberosità mascellare, per l’eventualità di terzi molari non erotti e l’eccessivo spessore della gengiva, e l’arcata zigomatica in prossimità del mascellare per possibile perforazione della muscosa di rivestimento del seno mascellare.
Implicazioni cliniche
Il palato duro anteriormente si presenta come una zona ideale per l’inserimento di miniviti ortodontiche o impianti palatali in quanto lo spessore della corticale ossea è maggiore rispetto a quello buccale interradicolare e vi si trova una favorevole gengiva aderente che assicura alte percentuali di successo senza interferire con le radici e inibire movimenti dentali. Questo tipo di ancoraggio è ottimale per numerosi scopi come l’intrusione, la distalizzazione, l’espansione rapida mascellare e la chiusura degli spazi. Garantisce, inoltre, di effettuare interventi biomeccanici in qualsiasi direzione con eventuali modifiche in corso di trattamento con lo stesso set-up di ancoraggio.
Luigi Canullo, Paola Cicchese, Fabio Marinotti 1 1Odontotecnico
Riassunto Il carico immediato trova la sua ragion d’essere nell’assenza dei micromovimenti a carico dell’impianto. Lo stato dell’arte per ottenere osteointegrazione con il carico immediato sembra essere, per la Letteratura, l’inserimento di 4-6 impianti con stabilità primaria in osso di massima densità congiuntamente a un dispositivo che distribuisca omogeneamente i carichi masticatori. Il metodo scientificamente più indicato per omogeneizzare gli stress è rappresentato da una barra rigida di connessione tra gli impianti con fit passivo. Lo scopo di questo lavoro è di testare la qualità e la riproducibilità di una procedura clinica e del sistema di produzione CAD-CAM nella realizzazione di barra di Toronto.
Summary Evaluation of a clinical and technical procedure for fully edentulous maxilla rehabilitation Immediate loading protocols is based on the absence of micro-movements. Nowadays, according to the Literature, the state of art to obtain osseointegration following immediate loading seems to be the insertion of 4-6 implants with primary stability in high density bone in addition to a device allowing chewing loading homogeneous distribution. The scientifically proved method to homogenize loading stress is a rigid bar passively connected to the implants. Aim of this study was to test the quality and reproducibility of a clinic procedure to carry out a Toronto bridge produced by CAD CAM system.
Le esperienze cliniche riportate in Letteratura negli ultimi 15 anni dimostrano l’evoluzione delle metodiche riabilitative dei mascellari edentuli. Attualmente il perfezionamento delle tecniche di riabilitazione basate sulla funzione immediata ha permesso di ottenere una predicibilità sovrapponibile a quella dei protocolli tradizionali1. Fattore determinante per ottenere il successo nel carico immediato è la prevenzione dei micromovimenti sull’impianto2. Nel carico immediato su dente singolo essa può essere ottenuta attraverso la rimozione dei contatti occlusali, sia in centrica sia in lateralità, fino alla completa osteointegrazione dell’impianto, scaricando le forze occlusali sulla dentatura residua3. Questo espediente, ovviamente, non può essere utilizzato nelle riabilitazioni dei mascellari completamente edentuli. In questi casi la stabilizzazione implantare avviene attraverso un corretto splintaggio dei diversi impianti, sia durante la fase provvisoria sia durante quella definitiva4,5. La presenza di un adattamento tra fixture e abutment non perfetto (misfit), infatti, potrebbe comportare una distribuzione dei carichi non omogenea e quindi l’insorgere di micromovimenti che potrebbero portare al fallimento degli impianti. Molti studi in Letteratura6,7 hanno dimostrato che il raggiungimento di una protesi passiva svolge un ruolo di vitale importanza proprio a tal fine, soprattutto nel periodo di osteointegrazione. L’esperienza clinica ha assunto la tecnica della protesi incollata8,9 come la più efficiente ed ergonomica, seguita a brevissima distanza da quella della protesi totale riadattata sui monconi provvisori degli impianti. Una volta ottenuta l’osteointegrazione, il perfetto adattamento passivo della protesi permette di ottenere il mantenimento dei livelli dei tessuti duri e molli. Diverse tecnologie hanno dimostrato di poter raggiungere questo risultato (saldatura laser, elettroerosione) bypassando le contrazioni dovute alla lavorazione tradizionale dei metalli. Le tecnologie CAD-CAM si sono affacciate recentemente sulla scena odontotecnica-odontoiatrica e, per quanto relativamente giovani, permettono un approccio al lavoro davvero interessante. Attraverso uno scanner tridimensionale consentono, infatti, una lettura del modello ricavato dall’impronta fornita dall’odontoiatra e la costruzione di una versione digitalizzata. Il modello tridimensionale virtuale è modificabile in ambiente CAD al fine di progettare le strutture protesiche e il disegno ottenuto viene inviato alla macchina utensile CAM per ricavare dal pieno il modello reale progettato. Terminate le lavorazioni, il laboratorio odontotecnico finalizza l’estetica della protesi. Lo scopo di questo studio pilota è di testare la validità di una sequenza operativa di riabilitazione dei mascellari edentuli, la cui finalità consiste nella creazione di una protesi definitiva attraverso la tecnologia CAD-CAM.
Materiali e metodi
In questo studio pilota sono stati selezionati cinque pazienti con edentulismo mandibolare o mascellare completo. La riabilitazione provvisoria è stata realizzata con un’overdenture in resina poggiata su impianti a carico immediato. A osteointegrazione avvenuta, è stata realizzata una riabilitazione definitiva attraverso una barra in titanio ricavata con tecnologia CAD-CAM. Il paziente sottoposto al trattamento presentava i seguenti criteri:
mascellare superiore o inferiore completamente edentulo;
assenza di processi flogistici nei siti implantologici;
assenza parafunzioni;
quantità di sigarette fumate inferiore a 10/die;
assenza malattie sistemiche;
assenza necessità rigenerazione ossea nei siti implantari.
Fasi prechirurgiche: preparazione protesi totale in resina
In caso il paziente sia risultato mancante di una protesi totale confacente, si è provveduto a crearne una, seguendo i criteri della protesi mobile (Figura 1). È stata rilevata un’impronta in alginato da cui è stato ricavato il modello in gesso preliminare. Su di esso è stato costruito un porta impronta individuale che ha consentito di ottenere il modello definitivo dettagliato. Si è quindi provveduto a rilevare l’altezza occlusale. Bordaggio e montaggio dei denti sono state le fasi precedenti la consegna del definitivo.
Fig 1 - Protesi pre-operatoria funzionalizzata e perfettamente adattata.
Fasi chirurgiche
Una volta ottenuta una protesi funzionalizzata e perfettamente adattata (Figura 2), si è proceduto alla fase chirurgica. Il paziente è stato sottoposto a una terapia antibiotica short term: 500 mg Amoxicillina e Acido Clavulanico 1 h pre-operatoria e 500 g ogni 4 h per le successive 24 h10.
Fig. 2 - Vista occlusale pre-operatoria dei tessuti molli mandibolari.
In tutti i casi selezionati sono stati inseriti 6 impianti Khono SP (Premium, Sweden & Martina, Due Carrare, Padova) di lunghezza tra i 10 e i 13 mm con diametro 3.8 millimetri attraverso una dima per la chirurgia guidata con approccio flapless (Figure 3 e 4). Il torque di inserimento è stato valutato tra i 32 e i 45 Ncm usando un manipolo torque controller.
Fig. 3 - Inserimento implantare attraverso una dima per la chirurgia guidata.Fig. 4 - Vista occlusale dei tessuti molli mandibolari dopo l’inserimento degli impianti.
Connessione abutment
Sono stati scelti abutment senza connessione (Simple, Sweden & Martina, Due Carrare, Padova) e sono stati avvitati sugli impianti appena inseriti con un torque di 30 Ncm (Figure 5 e 6).
Fig. 5 - Abutment Simple senza connessione avvitati sugli impianti appena inseriti con un torque di 30 Ncm, vista vestibolare.Fig. 6 - Abutment Simple senza connessione avvitati sugli impianti, vista occlusale.
Riabilitazione provvisoria
Sulla protesi totale del paziente sono stati rimossi i bordi e sono state aperte delle asole in corrispondenza delle aree di fuoriuscita degli abutment.
Per diminuire l’ampiezza delle asole e rendere più veloce questa fase si è provveduto alla creazione di una mascherina trasparente termostampata sulla protesi in resina del paziente. Quindi, la mascherina trasparente è stata appoggiata in bocca al paziente ed è stata evidenziata con un pennarello la fuoriuscita e l’asse del perno, permettendo al tecnico di minimizzare la rimozione di resina dalla protesi totale del paziente. Il complesso abutment/protesi è stato, quindi, solidarizzato con l’utilizzo di una resina auto-indurente. Tramite la manovra di Dawson, nella fase iniziale dell’indurimento della resina si è provveduto a portare il paziente in centrica. La rifinitura del manufatto è avvenuta solo dopo la completa polimerizzazione della resina (3 ore circa) (Figure 7-10).
Tutte le estensioni distali all’ultimo impianto sono state rimosse per evitare un sovraccarico della parte in resina non sostenuta. È stato effettuato l’esame ortopanoramico per evidenziare il perfetto adattamento impianto/abutment e il paziente è stato dimesso nell’arco della giornata con l’overdenture provvisoria (Figura 11).
Fig. 11 - Ortopanoramica effettuata immediatamente dopo la chirurgia e l’inserimento della protesi avvitata.
Per il primo mese si è provveduto a un richiamo settimanale del paziente per controllare eventuali allentamenti delle viti di connessione impianto/abutment e per controllare sintomatologie e verificare l’igiene orale domiciliare. I due richiami successivi sono stati a cadenza mensile.
Riabilitazione definitiva
Una volta avvenuta l’osteointegrazione degli impianti, si è proceduto alla fase riabilitativa definitiva attraverso una barra preparata con tecnologia CAD-CAM. Il primo passo è stato la creazione di un modello master e, a tal fine, è stata svitata la protesi provvisoria (Figure 12a e 12b).
Fig. 12a -Stato di salute dei tessuti al momento delle procedure di impronta.Fig. 12b -Protesi provvisoria utilizzata per le procedure definitive.
Fasi odontotecniche
Alla protesi provvisoria inviata in laboratorio sono stati avvitati gli analoghi degli impianti (Figura 13).Per realizzare la gengiva artificiale la protesi è stata “boxata” per mezzo di fogli di cera (Figura 14).
Fig. 13 - Alla protesi provvisoria inviata in laboratorio sono stati avvitati gli analoghi degli impianti.Fig. 14 - Per realizzare la gengiva artificiale la protesi è stata “boxata” per mezzo di fogli di cera.
All’interno del boxaggio è stato iniettato del materiale siliconico bi-componente preconfezionato in siringhe (Figure 15 e 16).
Fig. 15 - All’interno del boxaggio è stato iniettato del materiale siliconico bi-componente.Fig. 16 - Creazione della mucosa artificiale.
Dopo aver atteso il tempo di presa del materiale, si è proceduto con la colatura della base in gesso effettuata all’interno di uno stampo in silicone per evitare irregolarità delle dimensioni. A indurimento avvenuto il modello è stato prima squadrato e poi rifinito utilizzando frese al tungsteno e gommini siliconici (Figura 17).
Fig. 17 - Creazione del modello master.
Sono stati creati i riferimenti di posizione sulla base del modello e successivamente le mascherine in silicone della protesi in resina (Figura 18).
Fig. 18 - Mascherine in silicone della protesi in resina.
Tale procedimento è stato effettuato per avere sempre, durante le fasi di lavorazione, il controllo dell’ingombro della barra in relazione ai volumi della protesi. Con l’ausilio delle cere di centrica è stato poi effettuato il montaggio in articolatore (Figura 19).
Fig. 19 - Montaggio in articolatore.
Per tale lavorazione è stato utilizzato un gesso a bassa espansione onde evitare modifiche dimensionali dei rapporti occlusali. Atteso il necessario tempo di presa del gesso, la protesi è stata svitata, pulita dai residui di lavorazione e restituita al paziente (tempi tecnici 2-4 h). Inizialmente è stato mantenuto l’eccesso della mucosa artificiale sul modello per facilitare la costruzione della barra in resina (Figura 20); lo stesso è stato rimosso ad allestimento avvenuto. Sugli analoghi del modello sono state avvitate le cannule calcinabili (Figura 21).
Fig. 20 - Modello master utilizzato per la creazione della barra in resina.Fig. 21 - Sugli analoghi del modello sono state avvitate le cannule calcinabili.
Grazie alla mascherina in silicone precedentemente realizzata sono stati controllati gli ingombri e, dove necessario, i calcinabili stessi sono stati accorciati (Figura 22).
Fig. 22 - Grazie alla mascherina in silicone precedentemente realizzata sono stati controllati gli ingombri e, dove necessario, i calcinabili stessi sono stati accorciati.
Tra una cannula e l’altra sono stati posizionati dei segmenti in resina realizzati precedentemente, almeno 48 ore prima dell’utilizzo. Tale protocollo viene eseguito per dar modo alla resina di completare la contrazione da polimerizzazione, evitando il rischio di deformazioni a lavorazione ultimata. I segmenti sono stati uniti alle cannule per mezzo di una miscela costituita dall’impasto di polimero con cianoacrilato. Completato l’incollaggio, la barra è stata incrementata con la resina impastata con il monomero e così è stata ottenuta la forma desiderata. Questa è stata poi rifinita con frese al carburo di tungsteno (Figura 23). Effettuati gli ultimi controlli (Figura 24), la struttura in resina è stata inviata presso il centro di produzione dove sono state eseguite le procedure CAD-CAM.
Fig. 23 - Barra in resina sul modello.Fig. 24 - Barra in resina rifinita.
Fase di acquisizione del modello 3D
Il modello in gesso è stato inserito in uno scanner ottico (Echo, Sweden & Martina, Due Carrare, Padova), dopo averlo spolverato con un enhancer di visibilità. Qui, fasci di luce strutturata di diverse dimensioni riproducono il modello in un file tridimensionale (nuvola di punti). Il file così prodotto è stato trasformato in un modello 3D (file STL, Standard Triangulation Language). La procedura si ripete alcune volte per ottenere una scansionare completa e dettagliata del complesso impianti/struttura:
modello con e senza gengiva artificiale (Figure 25a-25c);
Attraverso dei punti di riferimento, si accoppiano le varie scansioni (allineamento) (Figure 29a-29b) e si ottiene il modello finale da inviare alla fase CAM.
La scansione ottenuta è stata importata nell’ambiente CAD del software Echo e la sagoma della struttura in resina, resa digitale, è divenuta editabile per la creazione del modello virtuale della barra su impianti (merge) (Figura 30).
Fig. 30 - File 3D della barra con la definizione delle connessioni(STL).
Dopo aver effettuato gli ultimi dettagli/correzioni alla morfologia della struttura, il modello è stato convertito in tracciati di movimento e inviato alla fresatrice (il file nativo era in formato chiuso XML, file di produzione, che poi è stato trasformato in STL dal milling centre).
Fasi CAM (Computer Aided Machining)
Il file STL ha impostato nella macchina fresatrice a 5 assi le fasi di lavorazione sulla base del modello ricevuto. La fresatura utilizza frese specifiche per l’asportazione di truciolo dal pieno di titanio (sgrossatura con fresa torica diam. 4 mm, prefinitura con fresa torica diam 1,5 mm e finitura con fresa sferica diam. 1,5 mm) e il tempo medio della lavorazione meccanica è di circa 4 ore. La struttura viene quindi lavata e inviata al tecnico (Figure 31a-31c).
Al rientro in laboratorio è stata verificata la qualità del prodotto in termini di accoppiamento, di passività e di rispetto della morfologia in relazione agli ingombri (Figure 32 e 33).
Fig. 32 - Verifica della qualità della barra in termini di accoppiamento, di passività.Fig. 33 - Verifica della qualità della barra in termini di rispetto della morfologia in relazione agli ingombri.
Successivamente è stato eseguito il montaggio dei denti. Sono state completate le fasi di ceratura ed è stata realizzata la mascherina in silicone per la trasformazione in resina della protesi (Figura 34).
Fig. 34 - Realizzazione della mascherina in silicone per la trasformazione in resina della protesi.
Avvenuta la polimerizzazione, la protesi è stata rifinita con frese al tungsteno, levigata con gommini di silicone e, infine, lucidata con materiali e metodi convenzionali (Figure 35a-35b).
Fig. 35aFigg. 35a-b - Protesi rifinita e lucidata, visione superiore e inferiore.Fig. 36 - Controllo dell’articolazione in laboratorio.
Controllata l’articolazione (Figura 36), la protesi è stata inviata presso lo studio dentistico.
Fase clinica
La protesi provvisoria è stata svitata e sostituita con la struttura in titanio. La verifica dell’adattamento passivo è stata effettuata sul modello: l’avvitamento della barra da un lato non deve determinare sollevamento della cappetta dal lato opposto (test di Sheffield) La fase di accoppiamento è stata eseguita avvitando ogni vite di connessione.Il serraggio finale è stato effettuato a 30 Ncm e i fori di accesso sono stati otturati con un pellet di cotone e con materiale da otturazione provvisorio (Cavit, 3M, USA). Sono stati eseguiti il controllo dell’occlusione (Figure 37-39) e l’indagine ortopanoramica per verificare il perfetto accoppiamento della struttura sulla piattaforma implantare. Il paziente è stato quindi dimesso.
Il paziente è stato monitorato mensilmente per sei mesi valutando clinicamente la stabilità della protesi e lo stato di salute dei tessuti peri-implantari. Un’indagine radiologica OPT è stata eseguita per valutare il comportamento dei tessuti duri peri-implantari, comparandola con quella eseguita all’inserzione della barra (Figura 40).
I cinque pazienti oggetto dello studio hanno effettuato il controllo a sei mesi dall’intervento. Dei cinque mascellari edentuli trattati, quattro sono stati inferiori e uno superiore. Gli impianti inseriti sono stati un totale di 30 e tutti sono risultati osteointegrati. L’analisi dei tessuti molli ha evidenziato in 11 siti implantari l’assenza di gengiva cheratinizzata nella zona vestibolare. Nonostante questo, il sondaggio e l’esame clinico hanno mostrato un tessuto peri-implantare sano e senza alcun segno di flogosi. L’analisi radiologica ha evidenziato assenza di differenze significative nei livelli ossei tra l’ortopanoramica effettuata alla consegna e quella al richiamo.
Discussione
La moderna Letteratura ha evidenziato come la predicibilità dell’osteointegrazione di un impianto a carico immediato dipenda essenzialmente dall’assenza di micromovimenti.Al fine di ottenere l’osteointegrazione è stato suggerito11 di attendere un periodo di guarigione senza carico o di creare una struttura protesica la cui biomeccanica mantenga tali micromovimenti al di sotto della soglia di tolleranza1,2. Nella tecnica dell’overdenture a carico immediato, una procedura che permetta la creazione di una struttura completamente passiva è il pre-requisito essenziale per prevenire un trasferimento degli stress occlusali in maniera non uniforme sugli impianti4,5. L’assenza di un fit passivo, inoltre, potrebbe causare complicazioni meccaniche come la frattura del manufatto e/o delle viti di ritenzione. Il gap marginale da esso derivato potrebbe causare un accumulo di placca e una conseguente infiammazione dei tessuti peri-implantari6-9. La tecnica proposta permette di dividere la procedura in più segmenti, minimizzando al massimo le possibilità di inclusione di un errore che potrebbe compromettere il risultato finale:
riabilitazione provvisoria;
trasferimento impronta;
realizzazione protesi definitiva con tecnica CAD-CAM.
L’utilizzo di abutment avvitati a 30 Ncm sull’impianto appena inserito permette di “appoggiare” la protesi preesistente e connetterla funzionalmente con della resina per ribasatura. Allo stesso tempo, l’attesa di un adeguato periodo di indurimento prima della rifinitura permette di ottenere una polimerizzazione corretta, prevenendo qualunque tensione e rendendo la protesi assolutamente passiva. Come evidenziato dalla Letteratura, la precisione del manufatto protesico è fortemente influenzata dal trasferimento della posizione dei dati in laboratorio. La tecnica del trasferimento dell’impronta attraverso l’utilizzo della protesi provvisoria permette di ottenere, in un unico passaggio, un duplice scopo:
ottenere un modello master perfetto, poiché la protesi provvisoria replica fedelmente la posizione implantare;
trasferimento dell’occlusione.
Infatti, al contrario di quanto accadrebbe in caso di monconi con esagono interno, l’utilizzo di abutment provvisori con connessione flat to flat permette, anche in caso di disallineamenti superiori ai 40°, di poter rimuovere il provvisorio con estrema facilità poiché non vengono ingaggiate le connessioni implantari. Allo stesso modo, durante la fase CAM l’utilizzo di una tecnica di fresatura (tecnica sottrattiva da blocchi detta asportazione di truciolo) consente di arginare le inevitabili contrazioni o l’inclusione di bolle durante le fasi di fusione, mantenendo, così, la perfetta passività delle connessioni. Ovviamente anche la procedura CAD-CAM presenta dei possibili errori, legati per lo più alla precisione delle fasi di scansione, a quella delle fasi di trasformazione dei file da SCS a STL e, infine, a quella di fresaggio. Si è calcolato tuttavia che, mediamente, questa imprecisione rientri nell’ordine di grandezza dei 25µ.
Conclusioni
Il metodo di passivazione delle strutture presentato si è rivelato per il team medico-tecnico di facile esecuzione. A fronte di un protocollo chirurgico-protesico scrupoloso, ma semplice, ha inoltre permesso la consegna di un’overdenture su impianti (dapprima provvisoria e poi definitiva) in un tempo clinicamente nullo. Tale evidenza risulta gratificante anche per il paziente che riacquista rapidamente e definitivamente l’estetica e la funzione masticatoria. Nonostante i risultati incoraggianti di questo studio pilota, gli Autori sono convinti della necessità di ulteriori lavori con una casistica molto più numerosa.
Corrispondenza Luigi Canullo Via Nizza, 46 - 00198 Roma - Tel. 06.8411980
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Stefano Volpe Clinica Feltre/Fiera di Primiero Implant Research Group
Riassunto Gli obiettivi estetici dell’odontoiatria implantare dovrebbero essere simili a quelli della protesi convenzionale. Nelle riabilitazioni implanto-protesiche nei settori anteriori la quantità e la qualità del tessuto duro e molle giocano un ruolo fondamentale per ottenere l’estetica desiderata e per integrare il restauro in modo completo e armonioso nella dentatura anteriore esistente. La presenza di un’architettura ossea insufficiente può precludere la possibilità di inserire gli impianti in una posizione tridimensionale corretta. Le tecniche di chirurgia plastica parodontale ci aiutano a correggere i difetti del tessuto molle perso durante la guarigione del sito edentulo e a creare un’adeguata zona di gengiva aderente attorno ai restauri. Inoltre, il successo estetico richiede di creare un corretto tragitto trasmucoso, durante le fasi protesiche provvisorie, che dovrà essere replicato e mantenuto con le corone definitive.
Summary Aesthetics and soft tissue in implantology Implant treatment goals should be similar to those of conventional reabilitation. In the prosthetic implant restoration of the anterior area, the quantity and quality of hard and soft tissues play a key role to achive the desired aesthetic results and to integrate harmoniously into the existing front teeth. Poor bone architecture can prevent the possibility to put implants in a proper three dimensional position. The use of periodontal plastic surgery techniques helps us to solve the problems of soft tissue lost during the healing of the edentulous site and to create an adequate zone of attached gingiva around implants. Furthermore, the aesthetic success requires to create a proper emergence profile by temporary prosthetic phases that will have to be replicated and maintained with the final crows.
La sostituzione di denti singoli con una corona impianto-supportata è diventata l’indicazione più frequente per la terapia implantare. L’utilizzo degli impianti dentali nelle zone estetiche è ben documentato in letteratura con alti tassi di successo che variano dal 96,1% al 98,9% dopo 7 anni di funzione1,2. Originariamente gli obiettivi primari di una terapia implantare erano finalizzati all’osteointegrazione e al ripristino della funzione masticatoria. Nell’ultimo decennio il risultato estetico è diventato uno degli obiettivi principali e rappresenta una sfida per i clinici e gli odontotecnici che devono confrontarsi con vari aspetti riabilitativi che potenzialmente possono compromettere il risultato finale.
Nella riabilitazione di un elemento singolo la presenza dei denti naturali vicini crea un confronto immediato fra il naturale e la sua riproduzione, di conseguenza viene richiesta una più alta qualità estetica rispetto a una riabilitazione di corone multiple. In tutto ciò la corretta gestione chirurgica e protesica dei tessuti molli gioca un ruolo fondamentale. Meijer A. nel 20053 fa queste considerazioni:
la posizione della parabola vestibolare deve essere allo stesso livello del controlaterale e in armonia con i denti adiacenti;
le papille interdentali devono essere ben rappresentare e chiudere completamente lo spazio interdentale;
il colore della mucosa e la presenza di una banda di tessuto connettivo devono avere un aspetto naturale;
la dimensione mesio-distale, la convessità, la traslucenza e le caratteristiche superficiali di tessitura della corona devono essere in armonia con i denti adiacenti e con il contro laterale.
Dare un aspetto naturale a una riabilitazione su impianti dipende da una corretta pianificazione sia chirurgica che protesica e dalla presenza di un’anatomia residua ottimale. La creazione di un contorno di tessuto molle con papille intatte e profilo gengivale in armonia con le parabole dei denti adiacenti è il fattore più difficile da ottenere. L’iniziale valutazione del sito edentulo deve includere una pianificazione per l’incremento o la preservazione dei tessuti duri e molli. I clinici devono essere in grado di pianificare ogni caso secondo fasi interdisciplinari e sequenziali del piano di trattamento: 1) estrazione atraumatica dell’elemento dentario, 2) preservazione o incremento del tessuto duro e/o molle, 3) corretto inserimento tridimensionale dell’impianto, 4) successivo condizionamento dei tessuti molli con monconi o con corone provvisorie, 5) restauro definitivo, con un pilastro capace di sostenere e replicare fedelmente il tragitto trasmucoso precedentemente disegnato e una corona con caratteristiche di forma, colore, traslucenza e tessitura che replicano fedelmente i denti vicini. In questo articolo cercheremo di illustrare passo dopo passo i fondamenti biologici-clinici e protesici delle riabilitazioni implantari nei settori anteriori.
Considerazioni anatomiche e chirurgiche
L’altezza dell’osso verticale della cresta alveolare nelle aree interprossimali e l’altezza e lo spessore della parete ossea vestibolare hanno un ruolo determinante per una corretta posizione e inclinazione dell’impianto e per il futuro contorno del tessuto molle. I tessuti molli seguono l’osso nei suoi processi di rimodellamento. Nel momento dell’inserimento di un abutment di guarigione si svilupperà un riassorbimento osseo di circa 1,5 mm al di sotto della testa dell’impianto con la formazione di un cratere con larghezza di 1,3-1,4 mm4.Herman J.S.5 ha dimostrato sul modello animale che l’osso si riposiziona a circa 2 mm apicale alla giunzione impianto moncone, indipendentemente dalla profondità di inserimento dell’impianto dalla cresta ossea. Il riassorbimento della cresta ossea marginale, documentato in studi sperimentali e clinici, si verifica a causa del rimodellamento del tessuto molle per ripristinare un’appropriata ampiezza biologica perimplantare6. Durante i carichi masticatori al livello della connessione impianto-abutment si genera un microgap sede di colonizzazione batterica con formazione di processi infiammatori e conseguente riassorbimento dell’osso crestale7. Nel tentativo di controllare il riassorbimento dell’osso e preservare l’altezza della cresta ossea stessa sono stati proposti diversi disegni di impianti e connessioni: l’impianto festonato8, la connessione conica, il cambiamento della piattaforma9,10. Il concetto di platform-switching consiste nell’utilizzo di un moncone di diametro inferiore rispetto al diametro della piattaforma implantare, ciò al fine di allontanare il microgap della connessione implanto-protesica dal tessuto osseo perimplantare preservandolo così dal riassorbimento (Figure 1a-1b).
Fig. 1a - Rx che evidenzia il fisiologico riassorbimento osseo perimlantare (Neoss Ldt, Harrogate UK).Fig. 1b - Rx che evidenzia l’apposizione di tessuto osseo sulla spalla dell’impianto con platform-switching (Neoss Ldt, Harrogate UK).
Sempre nel tentativo di contrastare il riassorbimento osseo abbiamo a nostra disposizione la tecnica chirurgica post-estrattiva, ma con risultati contrastanti in letteratura. Sebbene il protocollo di inserimento di impianti in siti post-estrattivi sia ben documentato in letteratura con alte percentuali di sopravvivenza11 sembra che tale tecnica aumenti il rischio di recessione gengivale12. Negli alveoli post-estrattivi del mascellare anteriore la parete ossea vestibolare è frequentemente molto sottile e successivamente all’estrazione dentale si riassorbe durante le prime 4-6 settimane, causando una riduzione di circa 2-3 mm sul lato vestibolare, ciò indipendentemente dal fatto che sia presente o meno un impianto13,14. In un alveolo post-estrattivo con una parete vestibolare intatta e spessa, il fisiologico riassorbimento osseo verticale e orizzontale, con conseguente appiattimento del contorno buccale, avviene contestualmente anche se in misura minore15. Successivamente all’estrazione, se lasciamo guarire completamente il tessuto osseo e mucoso avremo una fisiologica diminuzione del 25% dell’ampiezza vestibolo-linguale durante il primo anno e la conseguente perdita della normale architettura gengivale (Figure 2-5).
Grunder et al. suggeriscono che lo spessore dell’osso sul lato vestibolare all’altezza della piattaforma dell’impianto deve essere almeno di 2 mm per compensare gli effetti del riassorbimento e il conseguente rischio di recessione del tessuto molle16. Ne consegue che solo in casi eccezionali possiamo inserire un impianto in una posizione corretta per il restauro protesico senza la necessità di un aumento di tessuto osseo e mucoso. Quindi possiamo concludere sostenendo che sia la tecnica post-estrattiva che l’inserimento ritardato dell’impianto necessitano nella maggioranza dei casi della correzione del difetto osseo orizzontale sul lato vestibolare. La ricostruzione della componente ossea può essere effettuata prima o durante l’inserimento dell’impianto stesso, ciò dipende dalla gravità del difetto. La rigenerazione ossea guidata (GBR) è una delle tecniche attualmente più utilizzate per incrementare la formazione di osso17. I risultati del trattamento basati sull’evidenza indicano che la rigenerazione guidata del tessuto (GBR) per i difetti localizzati della cresta alveolare può rigenerare nuovo osso in una quantità compresa fra 1,5 e 5,5 mm18,19. Una prerogativa della tecnica GBR è una chiusura per prima intenzione della ferita. Se noi aspettiamo 4-6 settimane, avremo a disposizione quei 4-5 mm di mucosa cheratinizzata che ci faciliteranno la gestione dei lembi e una chiusura per prima intenzione priva di tensioni, senza esporre la nostra ricostruzione ossea alla colonizzazione batterica e al rischio di complicanze post-operatorie. Sebbene l’osso autologo sia ritenuto il gold standard, oggi disponiamo di biomateriali che ci consentono di evitare i prelievi in siti donatori20.Studi istologici e clinici hanno ben documentato il comportamento degli impianti in osso rigenerato. Pagliani et al.21 in uno studio in cui hanno utilizzato osso suino collagenato in aumenti ossei localizzati e in rialzi di seno dei mascellari dimostrano che il biomateriale ha un comportamento sovrapponibile all’osso omologo, riportando nel follow-up a un anno aumenti statisticamente significativi della frequenza di risonanza.
Posizione dell’impianto
Un ulteriore requisito per il successo estetico della riabilitazione implantare è il corretto posizionamento dell’impianto; la sua posizione dovrebbe fornire la capacità protesica di soddisfare l’estetica desiderata e promuovere la salute e la stabilità dei tessuti circostanti (Figure 6 e 7).
Fig. 6 - Corretta posizione tridimensionale dell’impianto in zona 2.1.Fig. 7 - Riabilitazione protesica del 2.1 con ceramica integrale.
In letteratura ci sono eccellenti articoli sul posizionamento dell’impianto e sullo sviluppo del sito implantare22,23. La posizione vestibolo–palatale dell’asse lungo dell’impianto deve essere circa 1,5-2 mm più palatale rispetto al profilo di emergenza vestibolare previsto del margine gengivale della corona. Se l’asse lungo dell’impianto si proietta più vestibolare oltre il margine incisale dei denti vicini e del restauro definitivo ne risulterà nella fase protesica una compressione dei tessuti con conseguente recessione gengivale e profilo estetico non armonioso24. La posizione apico-coronale della testa dell’impianto dovrebbe trovarsi a 3-4 mm apicale al margine vestibolo-gengivale previsto del restauro, poiché l’ampiezza biologica che si osserva intorno agli impianti è di circa 3 mm. Molti Autori suggeriscono che la piattaforma dell’impianto dovrebbe trovarsi in relazione a questa dimensione biologica così che la corona abbia un corretto profilo di emergenza. Se, invece, prendiamo come punto di riferimento la giunzione amelo-cementizia dei denti adiacenti, la piattaforma dell’impianto deve trovarsi a 2 mm più apicale quando questi ultimi non presentino una recessione25,26. La posizione mesio-distale dell’impianto deve essere al centro di un’immaginaria linea che unisce i denti adiacenti. Lo spazio minimo da mantenere fra l’impianto e il dente è di circa 1,5 mm; tale spazio è necessario per la futura maturazione della papilla anche se per il riempimento completo dello spazio interpapillare entrano in gioco anche altri fattori. Negli ultimi anni la presenza o l’assenza della papilla tra due denti, tra un dente e un impianto o tra due impianti ha catturato l’attenzione dei clinici. Nella riabilitazione di un impianto tra due elementi dentari il riempimento completo della papilla è prevedibile quando la distanza dal punto di contatto ai picchi ossei mesiali e distali dei denti adiacenti è inferiore ai 5 mm; se questa distanza aumenta a 6 la possibilità di avere una papilla completa diminuisce del 55% nel tempo, se la distanza è ≥7 avremo solo il 25% di possibilità che la papilla riempia completamente lo spazio interdentale27. Jemt T.28 ha dimostrato che anche se al momento dell’inserimento della corona definitiva abbiamo una papilla non perfettamente completa, possiamo prevedere un aumento del suo volume durante il primo anno di funzione, sempre che la distanza fra la cresta ossea e il punto di contatto sia intorno ai 5 mm (Figure 8-10).
Un ulteriore aspetto da considerare nella fase diagnostica è la forma dei denti e il biotipo parodontale. Un biotipo spesso con festonatura piatta frequentemente è associato a denti quadrati che hanno il punto di contatto più apicale. In questi casi è più facile riempire lo spazio interdentale rispetto a un biotipo sottile con festonatura alta, associato a denti triangolari dove la papilla è molto più accentuata (Figure 11a-11b). Da un’analisi della letteratura emerge che la maggioranza dei clinici sconsiglia l’utilizzo di impianti adiacenti nelle zone ad alta rilevanza estetica.
Fig 11a - Biotipo spesso-forma quadrata del dente.Fig. 11b - Biotipo sottile-forma triangolare del dente.
Comunque, sembra che una distanza ≥ di 3 mm fra impianti adiacenti sia sufficiente a mantenere il picco osseo interprossimale. Al contrario, quando la distanza è inferiore si riscontra un fisiologico riassorbimento dell’osso interprossimale e conseguentemente sarà difficile la creazione di una papilla interdentale con il rischio dell’inestetico black triangle29. La spiegazione di tutto ciò è in un differente apporto ematico al tessuto molle perimplantare, il quale è minore tra due impianti rispetto a un impianto e un dente naturale30,31. Salama et al.32 hanno elaborato una classificazione che permette di prevedere l’altezza della papilla interdentale. Gli Autori concludono che questa classificazione consentirà ai clinici di prognosticare i contorni estetici futuri in base al supporto osseo verticale disponibile e di scegliere la riabilitazione fissa più appropriata (Tab.1).
Tabella 1
Tessuto molle
Un’attenta valutazione dell’architettura del tessuto molle prima dell’inserimento dell’impianto ci permette di stabilire quale specifica tecnica di aumento utilizzare.Da una revisione della letteratura33 emerge che per quanto riguarda la sopravvivenza implantare e il riassorbimento dell’osso marginale non ci sono differenze tra gli impianti inseriti in una sola o in due fasi chirurgiche. Ciononostante, possiamo sostenere l’importanza di disporre di una seconda fase chirurgica che ci consentirà di creare un’ulteriore gengiva cheratinizzata e/o correggere quei deficit mucosi che non siamo riusciti a colmare durante l’inserimento dell’impianto. Non ci sono considerazioni unanimi riguardo la necessità di disporre di una mucosa cheratinizzata intorno agli impianti: Warrer K. et al.34 nel ‘95 sottolinearono come l’assenza di gengiva cheratinizzata attorno agli impianti aumentasse la suscettibilità della regione perimplantare alla distruzione tissutale indotta dalla placca, mentre Cairo et al.35 nel 2008 in una revisione sistematica della letteratura concludono che la mancanza di mucosa masticatoria non compromette in alcun modo il mantenimento della salute del tessuto molle perimplantare, sempre che si effettui in maniera costante un’adeguata igiene orale domiciliare. Tuttavia è generalmente accertato che una zona di gengiva cheratinizzata aderente conduca a una migliore interfaccia funzionale fra tessuto molle e impianto. Comunque, disporre di un’abbondante quantità di tessuto cheratinizzato è auspicabile per un miglior condizionamento dei tessuti durante la fase protesica, per una maggiore stabilità dei tessuti nel tempo e per un miglior risultato estetico finale36. Kois J.C.37 nelle “five diagnostic keys” sottolinea come un biotipo gengivale che presenta una sottile banda di tessuto cheratinizzato può andare incontro più facilmente a una recessione vestibolare, mentre un biotipo spesso con una banda di tessuto cheratinizzato ben rappresentata tenderà a essere meno influenzato dalle manovre chirurgiche e protesiche. Altri fattori importanti che influenzano l’estetica sono il colore e lo spessore della mucosa perimplantare. Jung R.E. et al.38 nel 2007 in uno studio in vitro hanno analizzato l’effetto del titanio e dell’ossido di zirconio con e senza ceramica di rivestimento sul colore della mucosa in tre diversi spessori. Gli Autori concludevano che tutti i materiali di restauro inducevano cambiamenti di colore, che però diminuivano con gli aumenti di spessore del tessuto molle. Il titanio presentava cambiamenti di colore più evidenti, mentre con l’ossido di zirconio non si avevano modifiche apprezzabili a occhio nudo con spessori di 2-3 mm di mucosa.
La forma e la quantità dei tessuti perimplantari possono essere migliorate al momento dell’inserimento dell’impianto, oppure alla sua scopertura durante la connessione dell’abutment di guarigione o dopo l’inserimento della protesi. Le prime due opzioni possono essere effettuate con risultati predicibili, la terza, a mio giudizio, è un intervento di emergenza.Noi clinici abbiamo a disposizione un’ampia gamma di tecniche chirurgiche correttive mucogengivali per creare un eccesso di tessuto molle o per correggere il biotipo parodontale o il collasso in senso bucco-linguale conseguente all’estrazione del dente39,40. La tecnica chirurgica “dell’innesto di connettivo sub-epiteliale libero” può essere utlizzata sia durante l’inserimento dell’impianto o contestualmente alla seconda fase chirurgica. Questa tecnica è stata proposta per la prima volta da Langer B. e Calagna L. nel 1982 e prevede il prelievo di tessuto connettivo. L’area principalmente utilizzata come sito donatore è il palato tra il primo molare e il canino; il prelievo viene successivamente posizionato e suturato sul versante interno del lembo vestibolare ricevente41(Figure 12a-12b).
Fig. 12a - Innesto di tessuto connettivo prelevato dal palato e suturato sul versante interno del lembo vestibolare 2.1.Fig. 12b - L’immagine clinica occlusale mette in evidenza la capacità di questa tecnica di ricostruire la bozza radicolare.
Nei casi in cui è necessario ricreare una banda di tessuto cheratinizzato perimplantare e aumentare contestualmente lo spessore del tessuto molle in senso vestibolare possiamo associare la tecnica dell’innesto connettivale con un lembo palatino a riposizionamento vestibolare. Una tecnica che possiamo utilizzare esclusivamente durante la scopertura dell’impianto è la “roll technique”, descritta per la prima volta da Abrams nel 197142. Tale tecnica nasceva per aumentare la quantità di mucosa apicalmente e vestibolarmente rispetto all’area cervicale degli elementi di pontic dando all’area ricevente l’aspetto di una normale interfaccia dente-gengiva. Nel 1992 Scharf e Tarnow43 e successivamente Veisman H.44 nel 1998 modificarono e applicarono questa tecnica per aumentare il tessuto molle perimplantare in senso vestibolare durante la scopertura degli impianti. La tecnica prevede il sollevamento di un lembo peduncolato dal palato, e dopo la disepitelizzazione il lembo viene ripiegato al di sotto della mucosa vestibolare. Il vantaggio della “roll flap” è di avere un solo sito chirurgico, ma dato il limitato volume di tessuto cui si dispone può essere utilizzata in caso di difetti mucosi moderati con risultati imprevedibili e la gestione del tessuto
molle con un provvisorio è più complessa (Figure 13a-13b).
Fig. 13a - In questo caso è stata utilizzata una “roll tecnique” per la correzione del difetto del tessuto molle vestibolare.Fig. 13b - Restauro protesico definitivo (caso clinico del dottor Luca Pagliani).
Una tecnica mininvasiva per la scopertura dell’impianto è la “Tissue Punch (flapless) Technique”. Tale tecnica prevede la presenza di un abbondante tessuto cheratinizzato ed è indicata quando dobbiamo scoprire l’impianto senza effettuare nessuna modifica dei tessuti molli. Si esegue a livello della testa dell’impianto un piccolo Punch di mucosa, si individua la vite tappo e si inserisce un healing abutment o un provvisorio45 (Figure 14 a-14c). Queste tecniche, oltre a migliorare il profilo di emergenza e l’aspetto estetico del risultato, hanno la finalità di cambiare un biotipo gengivale da sottile a spesso.
Bengazi et al.46 e, successivamente, Grunder47 dimostrarono che durante il primo anno si ha una recessione di 0,7 mm del tessuto molle vestibolare, quindi è consigliabile disporre di una quantità maggiore di mucosa vestibolare per compensare la recessione, soprattutto in presenza di un biotipo sottile. Quindi, prima della scopertura dell’impianto, un eccesso del tessuto molle cheratinizzato in direzione verticale di circa 1,5 mm più incisale dell’apice della parabola dell’elemento vicino consentirà di sviluppare successivamente un graduale profilo di emergenza del restauro e di adattarlo al profilo gengivale del dente naturale adiacente.
Gestione dei tessuti molli durante la fase protesica
Il management dei tessuti molli viene effettuato sia durante l’inserimento dell’impianto sia nella seconda fase chirurgica, durante la connessione di un pilastro di guarigione e/o di una corona provvisoria. Vorrei sottolineare l’importanza dell’utilizzo dei provvisori nelle riabilitazioni protesiche, sia su impianti che su denti naturali, per ottimizzare i risultati del trattamento estetico. Una corona provvisoria con un contorno appropriato è l’approccio migliore per modellare, guidare e stabilizzare i tessuti molli perimplantari; inoltre, è lo strumento terapeutico che imita le reali necessità estetiche che verranno successivamente riprodotte nel restauro definitivo. Nelle riabilitazioni implanto-protesiche il profilo di emergenza inizia dalla piattaforma implantare48. La sezione cilindrica e la discrepanza dimensionale fra un impianto e la corona protesica rendono difficile la riproduzione di un’interfaccia armonioso e un corretto profilo di emergenza del dente da sostituire49. Per ovviare a tutto ciò, diverse componenti e protocolli protesici sono stati sviluppati nel tentativo di ottimizzare il profilo di emergenza durante la fase di guarigione del tessuto mucoso perimplantare. I pilastri di guarigione giocano un ruolo fondamentale nella modellazione del tessuto molle. Originariamente le componenti protesiche avevano un disegno standard e non permettevano modifiche. Il crescente interesse di molti clinici nell’utilizzare pilastri protesici personalizzabili ha stimolato le case produttrici di impianti ha disegnare linee protesiche che venissero incontro a tali esigenze. Oggi la tendenza è di utilizzare componenti individuali sia nella fase provvisoria che in quella definitiva per consentire il supporto ottimale della mucosa e migliorare il profilo di emergenza del restauro.
Nel 1995 Daftary50 ha disegnato una serie di abutment di guarigione in titanio prefabbricati “Bioesthetic”. Questi, pur essendo molto efficaci, non riuscivano a gestire le infinite topografie gengivali che si possono incontrate intraoralmente. Gli abutment di guarigione in titanio hanno diverse limitazioni: non sono facili da preparare e lasciano trasparire la tonalità di grigio propria del titanio al di sotto del traslucido provvisorio in resina acrilica. Scolpire un corretto tragitto trasmucoso nella fase provvisoria è possibile solo con tecniche e materiali che permettono la loro manipolazione.Oggi, la maggior parte delle case implantari mette a disposizione di noi clinici una componentistica protesica personalizzabile nella fase provvisoria. Di recente, è stato proposto un nuovo protocollo clinico-protesico che si avvale di pilastri di guarigione che riproducono i profili di emergenza nei diversi settori del cavo orale e possono essere utilizzati sia come monconi provvisori per una protesi cementata o avvitata o come semplici tappi di guarigione.Come detto in precedenza, è impossibile per qualsiasi moncone provvisorio preformato in titanio compensare le infinite variazioni anatomiche gengivali che possiamo incontrare durante la scopertura dell’impianto; per questo motivo i pilastri di guarigione sono realizzati in polimeri biocompatibili e peek51, materiali che ci permettono la modellazione dei pilastri stessi e il condizionamento dell’anatomia mucosa durante la guarigione.
La duttilità del materiale offre a noi clinici la possibilità di personalizzare i pilastri e di compensare ”ovviamente solo entro certi limiti” una posizione o inclinazione errata dell’impianto. Aggiungendo o sottraendo resina, quindi comprimendo o decomprimendo la mucosa, influenzeremo progressivamente il tragitto trasmucoso e l’altezza della papilla (Figure 15a-15g).
Raggiunta la maturazione e la stabilizzazione del tessuto molle è importante che il profilo di emergenza sia replicato fedelmente per il lavoro definitivo. Per fornire al tecnico tutte le informazioni necessarie, l’impronta finale può essere rilevata con la tecnica di Hinds52 che prevede l’individualizzazione del coping-transfers con resina. Sviluppata l’impronta, sceglieremo un pilastro definitivo capace di replicare fedelmente il tragitto trasmucoso perimplantare e disegnare un margine di fine preparazione a circa 1,5 mm all’interno del solco per facilitare la rimozione del cemento in eccesso (Figure 16a-16c).
La scelta del pilastro protesico viene effettuata dal clinico in base alle esigenze funzionali ed estetiche. Oggi abbiamo a disposizione una vasta gamma di soluzioni protesiche prefabbricate e personalizzate. I pilastri preparabili in titanio o in zirconia sono modificati dal tecnico, il quale li personalizzerà nelle tre dimensioni dello spazio. Nell’eventualità che durante la gestione del tragitto trasmucoso la forma del moncone provvisorio sia stata modellata addizionando resina, poiché i monconi definitivi preparabili sono solo parzialmente individualizzabili e poiché possiamo sottrarre e non aggiungere titanio o zirconia è necessario ricorrere all’utilizzo di monconi calcinabili o alla tecnologia Cad/Cam.
Conclusioni
La riabilitazione implanto-protesica nei settori anteriori, zona ad alta rilevanza estetica, è oggigiorno la sfida che il clinico si trova ad affrontare. Le tecnologie più avanzate ci offrono sistemi duttili che ci aiutano nella possibilità di ottenere risultati estetici sempre più “naturali”. I nostri tempi, estremamente vivaci dal punto di vista tecnologico, non ci devono allontanare dal rispetto dei tempi biologici di maturazione e stabilizzazione dei tessuti sia duri che molli. Per ottenere un successo estetico prevedibile non si può prescindere dalla corretta diagnosi, dallo studio accurato del sito, dalla scelta delle tecniche chirurgiche e protesiche più appropriate.
Corrispondenza Stefano Volpe Piazza del Fante, 10 00195 Roma www.stefanovolpe.it
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• Elena Bassani1 • Luigi Paglia2 1Corso di perfezionamento post universitario, Istituto Stomatologico Italiano, Milano 2Dipartimento di odontoiatria infantile, Istituto Stomatologico Italiano, Milano
Riassunto L’iperdonzia e l’insorgenza di odontomi a livello dei mascellari, rappresentano fenomeni relativamente frequentiin odontoiatria pediatrica. Rara è invece l’associazione, descritta in questo articolo, tra la fusione di un odontoma con un elemento della serie permanente e la presenza di due mesiodens. Ciò che questo lavoro vuole sottolineare, oltre alla rarità del fenomeno ,è l’importanza di un adeguato approccio diagnostico al fine di pianificareun trattamento sicuro. Sempre più frequentemente l’indagine TC risulta fondamentale per affrontare nel modo corretto casi in cui siano presenti anomalie dentarie di diverso tipo. Diversi sono infatti i possibili approcci terapeutici, per tanto la comprensione di queste anomalie dentarie e dei problemi ad esse associati attraverso una corretta diagnosi, sono importanti per fornire misure profilattiche, in modo da prevenire o minimizzare possibili complicazioni, instaurando così un corretto piano terapeutico.
Summary The iperdonzia and occurrence of odontomas in the jaw, represent relatively frequent events in pediatric dentistry. Uncommon is instead the association, described in this article, between the fusion of a odontoma with a permanent element and the presence of two mesiodens. What this paper wants to emphasize, in addition to the rarity of the phenomenon, is the importance of an adequate diagnostic approach in order to plan a safe treatment. More and more frequently, the CT scan is becoming essential to address correctly cases where there are different types of dental anomalies. Differents are the possible therapeutic approaches. For the understanding of these abnormalities and dental problems associated to them, through a proper diagnosis, it’s important to provide prophylactic measures to prevent or minimize potential complications, establishing a proper treatment plan.
Sebbene gli odontomi vengano classificati come tumori benigni di origine odontogena, di natura mista epiteliale e mesenchimale, dovrebbero in realtà essere considerati come amartomi, in quanto si presentano come masse formate da tessuti dentali più o meno disorganizzati ma senza gli aspetti proliferativi tipici delle neoplasie invasive. Costituiscono il 22% di tutti i tumori odontogeni, hanno una crescita lenta e sono più comuni nella fascia di età tra gli 11 e 15 anni con un rapporto quasi 1:1 nei due sessi7,31. Si riconoscono due tipi di odontoma:
complessi, rappresentati da conglomerazioni di masse amorfe in cui sono presenti tutti i tessuti dentali ma disorganizzati;
composti (70%), rappresentati da masse in cui i tessuti dentali sono meglio organizzati, dando luogo a strutture più o meno simili ai denti.
La presenza di elementi dentari in eccesso rispetto alla normale formula dentaria (20 in dentatura decidua e 32 in quella permanente) rappresenta invece un disordine relativamente frequente dell’odontogenesi, definito con i termini di denti sovrannumerari o iperdonzia.
Secondo i dati riportati in letteratura, la prevalenza di tale anomalia varia in dentizione permanente tra lo 0,5 e il 5,3% della popolazione generale e tra 0,2 e 0,8% in dentizione decidua21,27,28.
La maggior parte degli studi riporta che i denti sovrannumerari sono più frequenti nei maschi che nelle femmine1,2.
Essi possono coinvolgere qualsiasi dente e possono manifestarsi singolarmente o come elementi multipli, essere unilaterali o bilaterali. Riguardo la loro localizzazione possono essere osservati in uno o in entrambi i mascellari con una maggiore frequenza, dal 66 al 99,3%, a livello del mascellare superiore6,10,11, 27.
L’elemento sovrannumerario più frequentemente osservato è rappresentato dal mesiodens (dal 50 all’80% dei denti sovrannumerari), ovvero un elemento di forma conoide con la caratteristica peculiare di generarsi a livello o nei pressi delle suture dei mascellari3,8,12,13.
L’iperdonzia piuttosto che un fenomeno isolato rappresenta più frequentemente la manifestazione di sindromi genetiche ben definite quali la displasia cleido-cranica, la sindrome di Gardner, la sindrome di Mohr-Majewski e la sindrome di anoftalmia SOX2; è frequente, inoltre, in pazienti con labiopalatoschisi, nei quali la prevalenza è compresa tra l’11,8 e il 28%30. Nei soggetti non sindromici tale anomalia di sviluppo si verifica più frequentemente in presenza di una storia familiare. La maggior parte si manifestano come elementi singoli, mentre è più raro trovare denti sovrannumerari multipli come carattere isolato, anche se il fenomeno è ampiamente riportato in letteratura14,35,36. Pressoché unica è, infine, l’associazione di questo fenomeno a una fusione tra un elemento della serie permanente e un odontoma.
Case report
Il paziente C.D. si è presentato alla nostra osservazione nel febbraio 2011, all’età di 10 anni e 10 mesi, per la presenza di un elemento anomalo erotto palatalmente tra gli elementi 1.1 e 2.1. Dopo un’accurata indagine anamnestica medica e odontoiatrica, l’esame intraorale ha evidenziato due arcate simmetriche, leggermente affollate con degli elementi in permuta nel secondo periodo transizionale. I rapporti interarcata hanno mostrato una I Classe molare e canina destra e sinistra con un aumento dell’overbite e dell’overjet, accentuato da una vestibolarizzazione e mesio-rotazione dell’1.1, apparentemente causata dalla presenza di un elemento sovrannumerario erotto palatalmente, lateralmente alla sutura interincisiva. L’ortopantomografia e la TC hanno mostrato, oltre al mesiodens visibile all’esame obiettivo, un secondo mesiodens incluso all’altezza degli apici di 1.1 e 2.1, appena al di sotto della spina nasale anteriore. È stata evidenziata, inoltre, la presenza di una massa radiopaca a margini irregolari in zona 1.3 che lasciava presupporre una malformazione dell’1.3 o la sua fusione con un elemento sovrannumerario anomalo.
Al fine di ottenere un ripristino funzionale ed estetico del sorriso del piccolo paziente, ed evitare complicanze quali il riassorbimento delle radici dei denti adiacenti, è stata programmata, con un intervento in anestesia generale, la rimozione chirurgica degli elementi sovrannumerari e un lembo esplorativo al fine di valutare visivamente l’elemento 1.3. In base alle informazioni ricavate dalle immagini TC sono stati eseguiti un lembo vestibolare a tutto spessore e un’osteotomia al di sotto della spina nasale anteriore permettendo di individuare e asportare l’elemento soprannumerario (Figure 1-3). Successivamente all’estrazione dell’elemento 5.3, è stata effettuata un’osteotomia in zona 1.3, la quale ha messo in evidenza la presenza di un canino notevolmente malformato.
Esclusa la possibilità di una sua conservazione e riabilitazione di tipo ortodontico ed endodontico-protesica, l’elemento anomalo è stato estratto. È stata eseguita, infine, l’estrazione del mesiodens in posizione palatale e la sutura dei lembi (Figure 4-6). L’elemento malformato è stato fissato in formalina tamponata 10% e sottoposto a esame istologico. Da questo è risultato che l’elemento rappresentato da una formazione dura calcifica riferibile a elemento dentario di cm 2x1x1 (Figure 7-11) era in realtà da un punto di vista microscopico un odontoma.
Fig. 6 – Immagine intraoperatoria di sutura dei lembi a tutto spessore.
In seguito il paziente verrà sottoposto a controlli periodici (Figure 12-13) e a una valutazione ortodontica al fine di decidere – in virtù della sua tipologia facciale, del suo grado di collaborazione e di valutazioni di ordine psicologico ed economico – se sottoporlo a una terapia che oltre a garantire un corretto allineamento e una corretta occlusione degli elementi dentari preveda di chiudere lo spazio in corrispondenza dell’elemento mancante o di mantenerlo con una soluzione protesica provvisoria, optando per una soluzione di tipo implantare a fine crescita.
Discussione
Molti sono i lavori presenti in letteratura riguardanti diverse anomalie dello sviluppo dentale le quali possono interessare sia la dentizione primaria che permanente. Tra queste riconosciamo la presenza di cuspidi accessorie, denti taurodontici, invaginati, la fusione tra elementi della serie normale ed elementi sovrannumerari o ancora la fusione tra elementi decidui ed elementi della serie permanente a seguito di traumi intrusivi e la geminazione15,19,23,28,32,33. Particolare e unica è però la situazione riscontrata in questo caso in quanto in letteratura è conosciuto un caso di associazione tra un odontoma ed elementi sovrannumerari ma non sono note descrizioni di casi di fusione di un odontoma a un elemento della serie permanente22. L’eziologia della fusione dentale rimane sconosciuta. Sembra possa avere origine sia da fattori genetici che ambientali20. Tuttavia, alcuni Autori suggeriscono che tale fenomeno può verificarsi a seguito di una forza o pressione a carico dei germi di denti adiacenti durante il loro sviluppo, con una conseguente necrosi dei tessuti. Ciò porterebbe l’organo dello smalto e le papille dentali dei due elementi in formazione a produrre un solo dente. Queste considerazioni non ci permettono di capire come possa essersi generata tale fusione.
Ciò che possiamo dire è che anomalie di questo tipo seppur asintomatiche possono provocare, come risulta evidente nel caso presentato, diversi disturbi locali quali la mancata esfoliazione del dente deciduo, l’eruzione ritardata o la ritenzione del dente permanente, la malformazione coronale dei permanenti corrispondenti, eruzioni ectopiche, dislocazioni, rotazioni con conseguenti malocclusioni anche molto severe e riassorbimento radicolare dei denti adiacenti, associazioni con cisti follicolari, protuberanze ossee e altre alterazioni che potrebbero causare problemi clinici legati all’estetica, alla perdita di spazio in arcata dentale e a problemi parodontali3,20,29. Ciò che si vuole sottolineare, perciò, è che in questi casi oltre all’esame clinico fondamentale risulta l’indagine radiografica la quale permette di giungere a una corretta diagnosi e di pianificare un trattamento sicuro. Radiografie periapicali, occlusali e panoramica forniscono le informazioni necessarie, ma queste immagini non sono così precise come quelle tridimensionali16. Se i risultati non permettono di valutare con precisione i rapporti con le strutture adiacenti e di osservare l’eventuale presenza di lesioni o il rischio di queste durante il trattamento, diventa necessaria l’acquisizione di immagini aggiuntive che permettono tali considerazioni.
La cone beam computer tomography (CBCT) permette di eseguire ricostruzioni tridimensionali fornendo informazioni sul piano assiale, sagittale e coronale. Inoltre, il confronto tra le tecniche radiologiche ha mostrato che la Tomografia Computerizzata (TC) produce informazioni più complete di quelle ricavabili dalle radiografie convenzionali. Negli ultimi anni, la CBCT ha rinnovato il concetto di radiologia in odontoiatria, consentendo la ricostruzione tridimensionale del viso del paziente e del cranio. Le apparecchiature di nuova generazione permettono la visualizzazione dei tessuti molli e duri, superando le immagini convenzionali in relazione alle misurazioni lineari dei mascellari, all’ubicazione ed estensione del riassorbimento dentale, alla posizione radicolare, alla presenza di fratture radicolari e alla diagnosi di lesioni ossee. Naturalmente il ricorso a tale esame diagnostico va sempre valutato in funzione del rapporto tra rischi di radiazioni nel paziente pediatrico e i benefici ricavati, soprattutto in funzione della complessità della patologia4,5,9,25,26,34.
Fig. 14 – Sezioni sagittali di immagini TC con Denta Scan. Si evidenzia la presenza di un 1.3 di forma anomala al di sopra del corrispondente elemento deciduo.
Nel caso in esame la TC si è dimostrata cruciale per valutare la presenza di riassorbimenti radicolari, l’esatta dimensione, lo stadio di sviluppo e la localizzazione degli elementi anomali al fine di programmare l’accesso chirurgico più idoneo per la loro estrazione (Figura 14) . Dalle immagini tridimensionali è stato inoltre possibile intuire che, data la notevole estensione mesio-vestibolare della radice dell’1.3 fuso con l’odontoma oltre alla sua estensione in senso vestibolo-palatale, sarebbe stata difficile una sua conservazione a livello dell’arcata (Figura 15). Optare per una terapia ortodontica seguita da una fase endodontico-protesica, dato il notevole ingombro della formazione radicolare, avrebbe provocato un elevato rischio di riassorbimento delle radici dell’1.4 e 1.2 oltre a problemi parodontali. Per tale motivo si è optato per una risoluzione chirurgica del caso con estrazione dell’1.3 fuso all’odontoma.
Conclusioni
Come dimostrato nel caso descritto, sempre più frequentemente l’indagine TC risulta fondamentale per affrontare nel modo corretto casi in cui siano presenti anomalie dentarie di diverso tipo. Nel caso in questione ha permesso di localizzare esattamente la posizione dei mesiodens e di analizzarne i rapporti con le strutture circostanti. Ancor più importante ha permesso di diagnosticare la presenza di un elemento malformato, permettendo di decidere, in associazione con la clinica, la corretta terapia. Diversi sono infatti gli approcci terapeutici descritti in letteratura17,18,33.
Fig. 15 – Sezioni sagittali di immagini TC con Denta Scan. La posizione del mesiodens suggerisce un approccio chirurgico vestibolare.
La terapia più idonea sembra essere, per un consenso generale, la rimozione chirurgica degli elementi sovrannumerari in presenza di complicanze cliniche o radiografiche e la rimozione chirurgica degli odontomi anche se asintomatici27. Sembra, inoltre, che più precoce sia la rimozione chirurgica dell’elemento anomalo rispetto allo stadio di formazione dell’adiacente dente della serie normale minori siano le complicanze che poi tendono ad aumentare nel tempo. Per esempio per elementi sovrannumerari nella zona del mascellare anteriore il momento migliore per intervenire sembra essere tra i 6 e i 7 anni24.
Nel caso in cui l’elemento anomalo provochi il mal posizionamento degli elementi presenti in arcata, successivamente alla rimozione chirurgica possono essere necessari trattamenti ortodontici per garantire il corretto allineamento e una corretta occlusione e trattamenti conservativi per chiudere eventuali diastemi17,23.
In caso di estrazione di elementi anomali che abbiano provocato la ritenzione di un elemento permanente, la tendenza terapeutica evidenziata è rappresentata dall’attesa dell’eruzione spontanea attraverso un follow up periodico o, qualora si renda necessaria, da una trazione ortodontica dell’elemento. Nel caso di fusioni, denti taurodontici o cuspidi accessorie è descritta in letteratura la possibilità di una terapia che prevede la conservazione dell’elemento attraverso un approccio multidisciplinare di tipo ortodontico, conservativo-endodontico o protesico che in questo caso, dati i notevoli rischi di lesione alle strutture circostanti, abbiamo dovuto escludere.
Pertanto possiamo concludere che la comprensione di queste anomalie dentarie e dei problemi a esse associati attraverso una corretta diagnosi sono importanti per fornire misure profilattiche, in modo da prevenire o minimizzare possibili complicazioni, instaurando così un corretto piano terapeutico15.
Corrispondenza Elena Bassani elena.bassani@email.it
Fabrizio Carini1, Nicoletta Proserpio2, Marco Alciati3,
Gian Battista Maria Gatti3, Marco Baldoni4 1Ricercatore, coordinatore della Scuola di specializzazione in chirurgia odontostomatologica, Università degli Studi di Milano-Bicocca 2Dottore in Odontoiatria e Protesi dentaria, specializzanda in chirurgia odontostomatologica. Corso di Laurea Magistrale in Odontoiatria e Protesi Dentaria, Università degli Studi di Milano-Bicocca 3Dottore in Odontoiatria e Protesi dentaria, specializzando in chirurgia odontostomatologica. Corso di Laurea Magistrale in Odontoiatria e Protesi Dentaria, Università degli Studi di Milano-Bicocca 4Direttore della Scuola di specializzazione in chirurgia odontostomatologica e Direttore della Clinica Odontoiatrica,
Università degli Studi di Milano-Bicocca
Riassunto Le cisti sono delle cavità patologiche ricoperte da epitelio con all’interno del materiale fluido. A livello delle ossa mascellari le cisti possono essere suddivise in odontogene, non odontogene e pseudocisti. Il presente studio ha come obiettivo quello di dimostrare la necessità di un esame istologico come unica analisi indispensabile per effettuare una corretta diagnosi differenziale del tipo di lesione cistica. Lo studio è stato realizzato in un periodo di 8 anni, presso il reparto di Chirurgia Odontostomatologica dell’Ospedale San Gerardo, in cui sono state analizzate 292 lesioni con presunta diagnosi radiografica e clinica di cisti delle ossa mascellari. Di queste sono state prese in considerazione le 103 lesioni riscontrare a livello della zona anteriore del mascellare superiore, in corrispondenza della linea mediana. I prelievi bioptici sono stati posti in soluzione sterile di Formalina e inviati all’U.O. di Anatomia Patologica e Citologia Diagnostica dell’Ospedale San Gerardo che ne ha effettuato le rispettive analisi istopatologiche tramite colorazione EE.
Summary Cysts of superior maxilla: differential diagnosis between odontogenetics cysts and nonodontogenic Cysts rappresente a pathologic cavity surrounded by epithelium, with fluid material in its interior. In the maxillar bones the cysts can be divided into odontogenic cysts, non odontogenic cysts e pseudocysts. The purpose of this study is showing the necessity of isthopatologic exam as main evidence to do a correct differential diagnosis of every cystic lesion of maxilla. In 8 years we operated 292 patients with alleged radiographic and clinic diagnosis of cyst of maxillar bones into the division of oral surgery of S.Gerardo Hospital in Monza, of these 292 lesions were taken into account the 103 found in at the front area of the upper jaw, at the midline. The bioptic pieces were deposed in a steril Formalin solution and sent to U.O pathologic Anathomy Division of S. Gerardo Hospital to analyzing with EE technique.
Si definisce cisti (dal greco Kystis, vescicola, sacco) una neoformazione benigna caratterizzata da una cavità ripiena di liquido, delimitata da una parete interna di origine epiteliale e da un rivestimento esterno connettivale. Esse si sviluppano da componenti epiteliali residuanti all’interno delle ossa mascellari in seguito a un meccanismo degenerativo non del tutto chiarito; le ipotesi di accrescimento più accreditate sono la teoria idrostatica e quella prostaglandinica1,2. La classificazione del WHO del 2005 (revisione della classificazione del 1992 presentata da Kramer I, Pindborg J e Shear N)3,4 suddivide le neoformazioni cistiche secondo un’impostazione di tipo eziopatogenetico in cisti di origine odontogena, non odontogena e pseudocisti (queste ultime caratterizzate da una cavità patologica non rivestita da epitelio) (Tabella 1).
Tabella 1
Le cisti odontogene sono le più comuni5 e prendono origine dai componenti epiteliali che residuano dal processo di odontogenesi. Le cisti non odontogene sono un gruppo di lesioni rare5 che comprendono cisti a localizzazione intraossea e cisti localizzate nei tessuti molli.Esse originano dalla proliferazione di componenti epiteliali non odontogenici e prevedono la presenza di una noxa patogena non sempre identificabile che, intervenendo in uno dei diversi stadi dell’istodifferenziazione delle ossa mascellari, porta alla deviazione dalla normale linea di sviluppo. Entrambe le tipologie di cisti possono svilupparsi con carattere asintomatico fino a raggiungere dimensioni cospicue e per tale motivo spesso vengono scoperte come reperto casuale attraverso esami radiografici. Radiograficamente si presentano come una radiotrasparenza omogenea a margini netti. Un approccio sistematico sui vari aspetti radiologicamente evidenti (radiotrasparenza, sede, forma, margini, omogeneità, numero, alterazione strutture adiacenti) della lesione, associato a eventuali segni e sintomi clinici (dolore, tumefazione, vitalità, mobilità e dislocamento degli elementi dentali), permettono la formulazione di un’ipotesi diagnostica e di un corretto piano di trattamento. La sede può fornire preziose indicazioni sull’origine di una lesione (per esempio, la cisti naso-palatina si trova esclusivamente sulla linea mediana del mascellare superiore). La forma e i margini forniscono informazioni sulle modalità di sviluppo e sulle caratteristiche di una lesione. La forma irregolare e i margini non definiti indicano una crescita disordinata tipica dei tumori. L’alterazione delle strutture adiacenti è correlata all’accrescimento della lesione. Una crescita lenta, tipica delle cisti, può determinare inclinazione, spostamento e riassorbimento radicolare, espansione e assottigliamento corticali. Una lesione maligna o infiammatoria determina fenomeni distruttivi. Allo stesso modo esami clinici quale il test di vitalità può fornire indicazione sulla natura stessa della lesione cistica (per esempio, una cisti radicolare porta a un esito negativo del test di vitalità dei denti annessi). Tutte queste caratteristiche radiografiche e cliniche sono utili nella pianificazione del trattamento terapeutico; per quanto riguarda la corretta e precisa diagnosi della lesione cistica è necessario effettuare un’analisi istopatologica attraverso il prelievo bioptico durante le fasi del trattamento chirurgico.Lo scopo del presente studio è quello di individuare all’interno della casistica del reparto di Chirurgia Orale dell’ospedale San Gerardo la frequenza di lesione cistica delle ossa mascellari e di discutere la necessità di un esame istopatologico per una corretta diagnosi differenziale fra cisti di origine odontogena e non odontogena.
Materiali e metodi
Presso il reparto di Chirurgia Odontostomatologica dell’Ospedale San Gerardo, tra gennaio 2002 e gennaio 2010 sono stati trattate 292 lesioni con presunta diagnosi radiografica e clinica di cisti delle ossa mascellari. L’età dei pazienti era compresa tra i 12 e i 73 anni (media di 42,5 anni), 168 di sesso maschile e 124 di sesso femminile. L’analisi istologica è stata effettuata dall’U.O. di Anatomia Patologica e Citologia Diagnostica dell’Ospedale San Gerardo. Per tutti gli interventi gli esami clinici e radiografici permettono di formulare un’ipotesi diagnostica di lesione cistica e di pianificare il corretto trattamento di escissione chirurgica. Tutti gli interventi sono stati eseguiti in regime di anestesia generale; è stata effettuata un’anestesia plessica con Mepivicaina, contenente adrenalina 1:100.000 per favorire una riduzione del sanguinamento intra-operatorio. Si è proceduto con lo scollamento del lembo a tutto spessore ed esposizione del piano osseo; successivamente è stata effettuata un’osteotomia di accesso per permettere una visione diretta della lesione cistica, qualora non fosse già presente al momento dello scollamento. Identificata la parete cistica, è stata effettuata la separazione di questa dalle pareti ossee e dai tessuti molli. Dopo l’enucleazione si è eseguita una revisione della cavità chirurgica per la rimozione di eventuali residui epiteliali (Figure 1 e 2).
Fig. 1Figg. 1-2. Fasi chirurgiche della rimozione delle lesioni.
Il riposizionamento dei lembi è stato effettuato per prima intenzione con punti sutura 4/0 in seta. I prelievi bioptici sono stati posti in soluzione sterile 10% di Formalina e inviati all’U.O. di Anatomia Patologica e Citologia Diagnostica dell’Ospedale San Gerardo che ne ha effettuato le rispettive analisi istopatologiche tramite colorazione con ematossilina-eosina. Solamente per le cisti radicolari di piccole dimensioni evidenti non è stata effettuata l’analisi di laboratorio.
Caso 1
Paziente donna di 68 anni con tumefazione nella regione vestibolare della zona anteriore del mascellare superiore. L’esame clinico rileva la presenza di una tumefazione di circa 3 cm x 0,7 mm, non peduncolata, di consistenza duro-elastica. L’ortopantomografia rileva la presenza di un’area radiotrasparente uniloculare a margini netti con orletto radiopaco che si estende da canino a canino (Figure 3-5).Viene effettuata un’ulteriore indagine radiografica (TC Dentalscan) per identificare i limiti della lesione e pianificare quindi l’intervento chirurgico. All’esame tomografico si evidenzia la presenza di una lesione radiotrasparente, dai margini ben definiti, tondeggiante, con dimensioni di 5 x 2 cm. Durante l’intervento chirurgico è stata necessaria l’avulsione dell’elemento dentario 1.3 a causa del suo coinvolgimento nella lesione cistica.
Fig. 3Fig. 4Figg. 3-4-5. Immagini radiografiche che evidenziano la presenza di una lesione radiotrasparente nella prima paziente.
Caso 2
Paziente maschio di 22 anni con tumefazione e dolore nella regione palatina anteriore. L’esame clinico rileva la presenza di una tumefazione, di circa 8 mm di diametro, non peduncolata, di consistenza duro-elastica dietro la papilla incisiva; al momento dell’intervento chirurgico il paziente si è presentato asintomatico. Gli elementi dentari centrali e laterali superiori rispondono positivamente al test di vitalità e alla percussione, non sono mobili e non sono presenti lesioni cariose. L’ortopantomografia rileva la presenza di un’area radiotrasparente uniloculare a margini netti con orletto radiopaco, tondeggiante, di circa 7 mm di diametro nella regione compresa tra le radici degli elementi centrali superiori. Viene effettuata un’ulteriore indagine radiografica (TC Dentalscan) per identificare i limiti della lesione e pianificare quindi l’intervento chirurgico. All’esame tomografico si evidenzia la presenza di una lesione radiotrasparente, dai margini ben definiti, tondeggiante, con dimensioni di 1,8 x 1,2 cm (Figure 6-8).
Fig. 6Fig. 7Figg. 6-7-8. Immagini radiografiche che evidenziano la presenza di una lesione radiotrasparente nel secondo paziente.
In seguito all’intervento chirurgico è stato necessario eseguire un intervento endodontico agli elementi 1.1 e 2.1. Entrambi i casi descritti in precedenza sono stati rivalutati a 6 mesi e 12 mesi dall’intervento chirurgico di cistectomia, attraverso esami radiografici (Figure 9-12) e si evidenzia l’assenza di recidive e la guarigione del sito operato.
Fig. 9Figg. 9-10. Immagini radiografiche a 6 mesi dagli interventi.Fig. 11Figg. 11-12. Immagini radiografiche a 1 anno dagli interventi.
Risultati
In un periodo di otto anni sono state analizzate 292 cisti delle ossa mascellari, in 292 pazienti, di cui 168 di sesso maschile (57,50%) e 124 di sesso femminile (42,50%), con età compresa tra i 12 e i 73 anni (età media di 42,5 anni). Il mascellare inferiore è interessato dalla presenza di lesione cistica in 120 casi, il mascellare superiore in 172 casi, di cui 103 a livello del mascellare superiore anteriore (Grafici 1 e 2).
Delle 103 cisti riscontrare a livello della zona anteriore del mascellare superiore, in corrispondenza della linea mediana, l’esame istologico ha evidenziato la presenza di 101 cisti di origine odontogena e 2 cisti di origine non odontogena (1,9% delle cisti a livello del mascellare superiore anteriore). Tra le cisti odontogene quella radicolare rappresenta la lesione più frequente con una percentuale di 63,7% dei casi; a seguire, in ordine di frequenza, le cisti residue (16,8%), le cisti dentigere (9,8%), le cisti eruttive (4,8%) e le cisti parodontale (2,9%) (Grafico 3).
L’esame istologico del primo caso clinico, paziente donna di 68 anni con tumefazione nella regione vestibolare della zona anteriore del mascellare superiore, ha portato a un esito di tessuto fibroso rivestito da epitelio pavimentoso pluristratificato coerente con parete di cisti odontogena (Figura 13).
Fig. 13 - Immagine istologica della cisti odontogena.
Nel secondo caso, paziente maschio di 22 anni con tumefazione nella regione palatina anteriore, l’esame istologico ha portato a un esito di tessuto fibroso, contenente ectasie vascolari dotate di un rivestimento di epitelio ciliato tipico delle vie respiratorie, che è risultato fondamentale per la diagnosi differenziale; si evidenzia la mancanza di fascicoli di tronchi nervosi. L’analisi istopatologia è coerente comunque con un aspetto tipico di cisti del dotto naso-palatino (Figura 14).
Fig. 14 - Immagine istologica della cisti del dotto naso-palatino.
Discussione
Le lesioni cistiche sono più comuni nelle ossa mascellari rispetto al resto dell’organismo a causa della presenza di residui epiteliali di origine odontogena o non odontogena che rimangono all’interno delle ossa dopo l’odontogenesi6.Molte lesioni cistiche a livello delle ossa mascellari appaiono simili a livello clinico e radiografico, quindi la conoscenza dell’incidenza di cisti odontogene e non odontogene, così come la loro sede di presentazione e l’età di distribuzione, possono aiutare a determinare la diagnosi clinica. La corretta diagnosi è importante a causa della presenza di lesioni che hanno invece una natura aggressiva. Esistono molti studi che riguardano le cisti odontogene e non odontogene che sono stati pubblicati dopo le classificazioni del WHO del 1992 e del 20053,4,7. Nel presente studio, le cisti a livello delle ossa mascellari sono più frequenti negli uomini (57,50%) rispetto alle donne (42,50%), in accordo con quanto riportato dallo studio di Avelar del 20099 in cui la percentuale di femmine è stata di 42,4% e dei maschi di 57,6%; anche Ledesma-Montes12 nel suo studio ha evidenziato una percentuale di femmine del 42,4% e di maschi del 55,6%. In uno studio del 2007 Ochsenius ha riscontrato una percentuale maggiore di femmine (58,6%) con lesioni cistiche. Da questi lavori si evidenzia comunque l’assenza di una differenza statisticamente significativa di sesso nello svilupparsi delle cisti a livello delle ossa mascellari. L’età media di insorgenza è di 42,5 anni, con una maggior incidenza tra la quarta e la sesta decade; ciò contrasta con quanto riportato dalla letteratura, in cui si ha una maggior incidenza di cisti tra la seconda e la quarta decade. Nello studio di Grossmann et al.7 l’incidenza tra la seconda e la quarta decade è stata di 66,9%, e anche nello studio di Ledesma-Montes et al.12 l’incidenza è stata del 67,8%. In relazione alla localizzazione delle cisti, il mascellare inferiore è coinvolto da lesioni cistiche nel 41,1% dei casi, quello superiore nel 58,9%, con una preferenza per la regione anteriore del mascellare superiore (59,9%)11,13. Questi dati sono in accordo con quanto afferma la letteratura. Ochsenius14 riferisce che nel 59,5% dei casi è coinvolto il mascellare superiore (con un interessamento della regione anteriore nel 36,7% dei casi), mentre nello studio di Koseoglu5 il mascellare superiore è coinvolto nel 48,8% dei casi e nel 51,1% l’inferiore. Nello studio di Grossmann7 si è vista un’incidenza maggiore nella zona posteriore del mascellare inferiore (33,5%) seguito dalla zona anteriore del mascellare superiore (22,2%), anche se a livello delle cisti del mascellare superiore l’incidenza maggiore si è riscontrata a livello della zona anteriore (46,7%). In questo studio, in cui sono state sottoposte ad analisi istopatologica le lesioni cistiche riscontrate nella porzione anteriore del mascellare superiore, il 98,1% sono risultate essere di origine odontogena e l’1,9% di origine non odontogena. Le percentuali sono in accordo con quando descritto da Grossmann et al.7, in cui le cisti non odontogene si sono riscontrate nel 3,2% dei casi e quelle odontogene nel 96,8%.Per quanto riguarda le cisti odontogene, la cisti radicolare rappresenta la lesione più frequente con una percentuale di 63,7% dei casi, come affermato anche negli studi di Grossmann7 (61%), Koseoglu5 (58,9%), Avelar9 (52,3%) e Prockt10 (66%). A seguire in ordine di frequenza, le cisti residue (16,8%), quelle dentigere (9,8%), le cisti eruttive (4,8%) e quelle parodontali (2,9%); ciò è simile a quanto descritto negli altri studi. Il restante 1,9% è rappresentato da cisti di origine non odontogena e, in particolar modo, dalla cisti del dotto naso-palatino che nello studio di Grossmann7 rappresenta il 2,2% dei casi.
Da un’attenta revisione della letteratura, le cisti del dotto naso-palatino (NPDC) si presentano tra l’1 e il 2,2% della popolazione e rappresentano la più comune forma di cisti non odontogene5,8,17,18. Descritta per la prima volta da Meyer nel 1914 come seno nasale soprannumerario16, la NPDC ha una maggiore prevalenza nel sesso maschile che in quello femminile come riportato da uno studio di Vasconceles et al.17. La maggior parte dei pazienti si presenta senza sintomi15. Vasconceles et al. riporta che l’87% dei pazienti risulta asintomatico, mentre uno studio condotto da Anneroth18 e Abrams19 riferisce percentuali minori, rispettivamente 50 e 40%. Qualora fossero già presenti sintomi come dolore, risulta esserci la concomitanza di un’infezione del sito. Radiologicamente si presenta come una lesione circoscritta radiotrasparente a forma rotonda, ovoidale o di cuore (heart shape). Uno studio di Nortje e Wood20 riporta un’incidenza dell’80% nei loro pazienti trattati, mentre Anneroth18 riscontra essere maggiormente frequente la forma ovoidale. Istologicamente si riscontrano cellule a epitelio multistratificato in differenti porzioni. Sia un epitelio squamoso che respiratorio può essere osservato in una diagnosi di tipo patologico. La distribuzione dei tipi di epitelio varia in base alla vicinanza delle cavità nasali; nella parte più caudale si riscontra l’epitelio respiratorio, seguito da un epitelio cuboidale e squamoso in direzione della cavità orale. Anneroth et al.18 riporta una combinazione di cellule epiteliali nel 47% dei campioni, con cellule cuboidali presenti nel 73% dei casi. Vasconceles17 riporta una maggiore frequenza di cellule di tipo squamoso con una percentuale del 77% e lo stesso dato con percentuali dell’82% si riscontra nello studio di Abrams e al.19.
Conclusioni
La diagnosi finale di una lesione cistica è il risultato della valutazione di tutti i dati disponibili, clinici, radiografici e istopatologici. È una lesione difficile da valutare solamente sulla base delle immagini radiografiche e dei segni e sintomi a essa associati a causa della somiglianza con altri tipi di lesione, anche di tipo maligno (come ameloblastomi, tumori odontogeni…) che possono essere simili soprattutto radiograficamente. Solo in alcuni casi, comunque, l’esame istopatologico consente una diagnosi certa, come nel caso delle cisti del dotto naso-palatino in cui sono presenti caratteristiche specifiche; negli altri casi il reperto è aspecifico e il risultato delle analisi consente solamente una diagnosi di cisti di origine odontogena. L’analisi istopatologia, inoltre, condiziona la prognosi e la necessità di controlli post-operatori a distanza (follow up).
Corrispondenza Marco Alciati
marco.alciati@hotmail.it
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Claudio Radice1, Marcello Maddalone2, Moira Pellegrinelli3 1Professore a.c. Clinica Odontoiatrica Università
degli Studi Milano Bicocca - direttore: Prof. M. Baldoni 2Ricercatore Clinica Odontoiatrica Università
degli Studi Milano Bicocca - direttore: Prof. M. Baldoni 3Ricercatore Facoltà di Medicina e Chirurgia, Medicina Legale, Università degli Studi Milano Bicocca
direttore: Prof. O. Morini; Facoltà Giurisprudenza,
Dipartimento sistemi giuridici ed economici
Riassunto Scopo dello studio Questo lavoro intende fornire ai sanitari, attraverso l’analisi dei principali motivi di contenzioso per responsabilità professionale di origine ortodontica, informazioni di comportamento utili a ridurne l’incidenza e le conseguenze.
Verranno presentati casi di situazioni di conflitto medico-paziente nei quali, grazie a una corretta gestione, non sono derivate conseguenze in ambito giudiziario, e casi nei quali, invece, proprio a causa di errori di gestione, si sono instaurati contenziosi giudiziari con obbligo di risarcimento del sanitario. Materiali e metodi Nel lavoro vengono evidenziati, con il supporto iconografico di molteplici casi clinici giunti all’osservazione in ambito di responsabilità professionale, i momenti critici del trattamento ortodontico in cui si possono verificare conseguenze indesiderate, suddividendole in complicanze non altrimenti evitabili (in cui non vi è colpa professionale del sanitario) e in errori secondari invece a un incongruo trattamento. Risultati e conclusioni La maggior parte dei casi giudiziari è dovuta non solo a un errore nel trattamento, ma soprattutto a un’incongrua gestione del contenzioso per un inadeguato comportamento del sanitario. È quindi evidente che, a parte l’utilizzo di corrette tecniche ortodontiche, requisito base per una ortodonzia di qualità, è fondamentale per i sanitari conoscere non solo le conseguenze negative che possono verificarsi, ma anche gli errori comportamentali nel rapporto medico-paziente, che sfociano inevitabilmente nel contenzioso, il più delle volte a esito sfavorevole per il sanitario.
Summary Professional hability profiles in orthodontics: malpractice errors and complications Purpose The purpose of this study is the evaluation of the reasons of the litigation for “malpractice” in dentistry coming out from orthodontic therapy, offering to clinician information about the behaviour to be assumed in case of litigation and useful to minimize the legal consequences. We will show cases that, correctly managed, didn’t lead to legal litigations or were solved quickly before a court, and instead cases that, uncorrectly managed, led to long and difficult legal acts, ended with unsuccess of the clinician in the court. Materials and methods In this study we’ll show, with the use of iconographic support of many forensic cases, the critical steps of the orthodontic therapy, in which unwanted consequences may happen, subdividing them in “not otherwise avoidable” complications (there’s no responsibility for the clinician) or in professional errors for uncorrect treatment (“malpractice”). Results and Conclusions Most part of forensic cases in a court are not due to errors in treatment only, but especially to an uncorrect management of the litigation because of the wrong behaviour of the clinician. Therefore it’s clear that, using a correct endodontic therapy (main requirement for quality results), it’s so important for the clinicians to know not only the unexpected consequences that may happen, but also the errors in clinician’s behaviour in the relationship between dentist and patient, errors leading unavoidably into a court, most of the times with the clinician loosening in the litigation.
Scopo di questo lavoro è evidenziare gli eventuali profili di responsabilità professionale in cui può incorrere un odontoiatra durante la pratica ortodontica. L’ortodonzia rappresenta una branca dell’odontoiatria che si è evoluta negli ultimi trent’anni in modo particolare, differenziandosi da altre branche odontoiatriche. Prova ne è l’istituzione della “scuola di specializzazione”, per lungo tempo la sola specializzazione post-laurea in ambito odontoiatrico, che ha portato a una maggior qualificazione degli operatori, a una forte spinta dell’industria tecnologica per lo sviluppo di materiali, mezzi e componenti sempre più funzionali, integrati ed estetici e alla comparsa di figure professionali e strutture dedite appositamente all’ortodonzia, come assistenti di studio specifiche e laboratori odontotecnici esperti nella costruzione degli apparecchi ortodontici. A ciò si aggiunge il fiorire di numerose filosofie sulle migliori tecniche e sui migliori apparecchi da adottare per risolvere il caso clinico (ortodonzia mobile, funzionale, intercettiva e precoce, ortodonzia fissa in tutte le sue varianti, ortodonzia linguale, tecniche con mascherine personalizzate progressive a basso impatto estetico).
L’aumento della capacità terapeutica dell’ortodontista, unitamente alla migliore estetica e tollerabilità degli apparecchi a disposizione, ha fatto in modo di espandere i “target” delle cure ortodontiche, una volta relegate sostanzialmente alla terapia delle disgnazie dei bambini-adolescenti, fino a coinvolgere anche i pazienti adulti nella ricerca di un miglioramento dell’aspetto estetico. Tale coinvolgimento dell’ortodonzia nell’adulto è oggi anche funzionale alla risoluzione di problematiche chirurgiche (decompensazione pre-chirurgica nelle III classi scheletriche), implantologiche (gestione degli spazi edentuli al fine di ottenere una implantologia “protesicamente guidata”) e protesiche (gestione degli spazi al fine di ottenere occlusioni bilanciate e corrette dimensioni verticali nei settori da protesizzare). Oggi proprio attraverso l’implantologia, l’ortodonzia ha trovato nuove applicazioni per ottenere adeguato ancoraggio osseo extra-dentale. Il contemporaneo e deciso incremento sia dei costi dei trattamenti ortodontici sia delle aspettative dei pazienti, associato alla facile evidenza “visiva” dei fallimenti in ambito ortodontico (mancato raggiungimento dei risultati funzionali ed estetici previsti, danni alle strutture contigue sane, danni dentali, parodontali, gnatologici alle ATM), hanno portato l’ortodonzia a seguire l’implanto-protesi nelle statistiche dei contenziosi medico-legali.Analizzeremo dettagliatamente i fallimenti ortodontici e gli eventi avversi che possono verificarsi in corso di trattamento, distinguendo quelli secondari a carenze della prestazione sanitaria (errori professionali, con addebito di responsabilità), da quelli secondari al verificarsi di conseguenze non altrimenti evitabili (complicanze, in cui non vi è responsabilità).
Pertanto, particolare attenzione verrà posta all’analisi del corretto comportamento dell’odontoiatra nel trattamento ortodontico, a partire dalla documentazione clinica fino alla corretta gestione del rapporto medico-paziente al verificarsi di problemi. Infatti, sempre più spesso si assiste a contenziosi scaturiti non direttamente dall’errore professionale, ma dall’errato comportamento che il sanitario assume nei confronti del paziente.
Proprio nell’ortodonzia, più che in altre branche, a causa dei lunghi tempi terapeutici e degli inevitabili disagi nella vita di relazione, è fondamentale il verificarsi e il mantenersi della “alleanza terapeutica” tra il sanitario e il paziente (il sanitario deve adeguatamente motivare il paziente che, a sua volta, deve garantire al primo la massima fiducia e il massimo impegno con il rispetto delle prescrizioni). Purtroppo, proprio in ortodonzia – se si esclude quanto attuato dai “veri specialisti” della materia – si assiste sovente a un frettoloso rapporto medico-paziente, dovuto al fatto che chi effettua l’ortodonzia, spesso, non è il titolare dello studio in cui opera (quindi non conosce il paziente in tutti i suoi aspetti anamnestici, comportamentali ed economici), non sempre ha a disposizione adeguato tempo per le visite (che vengono concentrate in una sola giornata mensile), si limita a eseguire la prestazione ortodontica prevista senza interessarsi dei controlli clinici e radiografici necessari all’evidenziazione di eventuali problematiche extra-ortodontiche (cariose, parodontali, gnatologiche). Queste carenze del sanitario sul piano comportamentale possono portare a conflitti (situazioni reversibili di tensione nel rapporto medico-paziente), che, se non adeguatamente gestiti, esitano poi in contenziosi (situazioni in cui vi è la rottura irreversibile del rapporto medico-paziente). Nei conflitti che degenerano in contenziosi si ritrovano sempre caratteri comuni:
chiusura del sanitario alla richiesta di spiegazioni del paziente danneggiato fino all’abbandono dello stesso;
richiesta di compensi, spesso anche con decreti ingiuntivi, malgrado l’insoddisfazione del paziente o i danni arrecati;
mancata consegna della documentazione clinica, malgrado gli obblighi deontologici;
colpevolizzazione del paziente per mancata collaborazione (mancati appuntamenti, inadeguato utilizzo degli ausili terapeutici, scarsa igiene, pagamenti incostanti);
mancata restituzione dei compensi percepiti per trattamenti che non sono andati a buon fine, restituzione che nelle fasi iniziali dei contenziosi è sovente in grado di bloccarne l’evoluzione;
illusione del sanitario che tanto l’assicurazione professionale possa coprire ogni richiesta del paziente.
Tutti questi fattori sono frequentemente il motivo ultimo e determinante, che spinge il paziente verso il contenzioso giudiziario che inevitabilmente aggiunge costi ulteriori che spesso superano quelli relativi al risarcimento dei danni. Si segnala da ultimo che l’effettuazione di trattamenti in assenza di anestesia si accompagna a frequenti fenomeni di abusivismo.
Statistica dei contenziosi
I contenziosi in ambito odontoiatrico sono in progressivo e costante aumento1. Già nell’aprile 2007 l’associazione AMAMI (Associazione Medici Accusati di Malpractice Ingiustamente) aveva evidenziato che le denunce ai camici bianchi per “malpractice” erano“aumentate del 184% negli ultimi 10 anni: 150 mila all’anno”. Soprattutto i chirurghi vengono denunciati o subiscono richieste di risarcimento con estrema superficialità, ma 2 su 3, dopo un lungo calvario giudiziario, vengono riconosciuti innocenti. Le stime2 degli errori medici stilati dal Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanza attiva (19 marzo 2007) vedono al primo posto l’ortopedia e la traumatologia (18%), seguite dall’oncologia (13,1%), da ostetricia e ginecologia (13%), chirurgia generale (12,5%), oculistica (7,1%), odontoiatria (6,1%), malattie del sistema circolatorio (4,6%), urologia (3,9%), medicina generale (2,9%). Il progressivo e costante aumento del contenzioso è spiegabile con l’aumento delle esigenze dei pazienti consapevoli sia dei miglioramenti della tecnologia medica, esageratamente propagandati dai mass-media, sia dalla maggiore tutela che la società opera nei confronti della salute del cittadino. Si è così passati da una certa comprensione per gli errori dei sanitari di qualche decennio fa, alla intransigenza assoluta nei confronti del loro operato, tipica del giorno d’oggi. Se infatti unavolta erano scontati il “paternalismo medico” e il solo “obbligo di mezzi” tipico delle professioni intellettuali, oggi imperano “l’autodeterminazione del paziente” e “l’obbligo di risultato” da parte dei sanitari.
Fra le varie branche dell’odontoiatria, al primo posto nei contenziosi troviamo l’implantoprotesi, per il notevole impegno temporale, biologico ed economico che un fallimento rappresenta. Come già esposto, nelle prime posizioni segue a ruota l’ortodonzia, soprattutto a causa dei danni provocati su bambini e adolescenti e della gravità del danno massivo all’apparato dentario conseguente a un’errata tecnica ortodontica, che comporta danni irreversibili alle radici dentarie e al parodonto, oltre a problematiche di malocclusione, gnatologiche e di peggioramento dell’aspetto estetico del soggetto. Infine, nei casi di contenzioso, la frequente mancanza in cartella clinica, di una adeguata documentazione clinica e radiografica e di consensi informati specifici per l’ortodonzia, rappresenta il più delle volte il motivo della soccombenza dei sanitari coinvolti.
La responsabilità professionale in ortodonzia
Si configura ipotesi di responsabilità professionale dell’odontoiatra quando l’azione o l’omissione del sanitario sia dipesa da suo comportamento colposo (imperizia, imprudenza, negligenza oppure inosservanza di leggi, ordini, regolamenti e discipline) e a essa sia conseguito un nocumento al paziente. Decisamente rare, infatti, le ipotesi di dolo (aver agito con coscienza e volontà), più frequenti le fattispecie della colpa (con danno preveduto ma non voluto) quale elemento psicologico dell’evento. Si sottolinea che la condotta professionale può essere attiva o omissiva (si ricorda in proposito che ai sensi dell’art. 40 c.p. non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo).
La condotta colposa da cui deriva il danno al paziente può essere riconducibile a colpa generica, vale a dire imprudenza, imperizia, negligenza oppure a colpa specifica e più precisamente a inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline. Si precisa che con il termine negligenza ci si riferisce a una prestazione svolta senza attenzione o con scarsa vigilanza; con il termine imprudenza si indica un atteggiamento avventato mentre con il termine imperizia si fa riferimento all’ignoranza delle comuni conoscenze clinico-terapeutiche relative al caso concreto, all’assenza del bagaglio professionale vale a dire di quelle conoscenze teoriche e pratiche, comunque con riferimento alla media dei colleghi di pari esperienza, che il sanitario dovrebbe possedere. Ci interesseremo di seguito della responsabilità professionale di più frequente riscontro correlata a trattamenti clinici inadeguati, ma non deve essere dimenticato che esiste anche una responsabilità professionale derivante dalla violazione di doveri previsti dal codice penale (falsità ideologica in certificato, omissione di referto, omissione di denunce obbligatorie ecc.) e ancora derivante dal mancato rispetto di specifiche leggi e/o regolamenti molti dei quali relativi alla gestione dello studio (smaltimento rifiuti 2/89-12/96, dispositivi ortodontici CE 93/42 -DE 46/97 e radiografici DL 230/1995- DL 187/2000, impianto elettrico, elettromedicali, sicurezza sul lavoro 626-94, contratti lavoro, personale dipendente, privacy 196/2003 ecc.). Il medico è chiamato a rispondere del suo operato in ambito sia penalistico sia civilistico. Premesso che in ambito penale la responsabilità professionale è personale dovendosi con ciò intendere che ciascuno deve rispondere personalmente delle proprie azioni e/omissioni, si ricorda che in tale ambito la colpa professionale comporta più frequentemente per l’odontoiatra ipotesi di responsabilità professionale relative a lesioni personali (articoli 582, 583 c.p.).
Poiché solamente nell’1% dei casi si assiste alla querela penale nei confronti del professionista, in questa sede ci interesseremo dei contenziosi in ambito civile la cui finalità è quella di ottenere ristoro economico del danno subito inteso quale risarcimento del danno biologico derivato dall’incongruo trattamento, a cui potranno essere aggiunte le spese relative al lavoro già effettuato ed eventualmente da effettuarsi per emendare il danno residuato.
Perché si configuri una responsabilità professionale odontoiatrica con conseguente richiesta di risarcimento di danno da parte del paziente, devono di necessità sussistere, come già anticipato, le seguenti condizioni:
errore (inescusabile) nel trattamento ortodontico;
danno alla salute del paziente inteso quale peggioramento rispetto allo stato anteriore;
nesso di causalità tra il danno riportato dal paziente e l’errore nel trattamento ortodontico.
Nei casi in cui non si ottenga il risultato ortodontico previsto a causa di carenze nella prestazione del sanitario, non rileva se foriero di danno permanente o meno, si configura una inadempienza contrattuale per inefficacia delle cure effettuate, con pressoché inevitabile conseguente richiesta al sanitario della restituzione dei compensi percepiti.
Vogliamo ancora una volta ricordare che la copertura assicurativa di responsabilità professionale non contempla tale rimborso economico. L’errore comportamentale, come già anticipato derivante da comportamento attivo o omissivo, ascrivibile a negligenza, imperizia, imprudenza dell’operatore può attenere a qualsiasi fase del trattamento, dalla diagnosi alla terapia, e si realizza nel momento in cui egli non mette in opera quelle regole dell’arte medica che sono patrimonio comune ai sanitari. Ciò detto si segnala, altresì, come sempre trattandosi di prestazione d’opera intellettuale, qualora la stessa implichi la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, l’odontoiatra risponde dei danni da lui causati solo nel caso di colpa grave.
Per quanto riguarda la prestazione ortodontica, si ricorda che essa è una prestazione d’opera a carattere intellettuale gravata, quindi, dall’impossibilità di conseguimento certo dell’esito favorevole, per cui all’odontoiatra è richiesto un obbligo di mezzi traducibile nell’approntamento di tutti i mezzi diagnostici e terapeutici in suo possesso nel tentativo di conseguimento dell’esito favorevole. Indubbiamente, comunque, all’operatore specialista in ortodonzia, sanitario di eccellenza ed estrema ultra-specializzazione nella propria branca, sono richieste una diligenza, prudenza e perizia superiori rispetto all’odontoiatra generico, che è comunque a sua volta abilitato a eseguire trattamenti ortodontici.
Va però sottolineato che, essendo sempre più ampia la richiesta di esecuzione di trattamenti ortodontici con una prioritaria finalità estetica in particolare da parte degli adulti (come evidenziabili anche dall’utilizzo dei mezzi estetici quali l’ortodonzia linguale e “invisibile” e dall’esistenza di protocolli consolidati in letteratura che garantiscono risultati predicibili), la giurisprudenza si sta spostando verso un obbligo di risultato con minor considerazione delle motivazioni del fallimento, anche se veniali sul piano tecnico e conseguente addebito di inadempienza contrattuale qualora il risultato non sia raggiunto.
La documentazione clinica Come per tutte le branche dell’odontoiatria, in ortodonzia la documentazione clinica rappresenta il mezzo idoneo per fornire al proprio paziente risultati di eccellenza, e costituisce nel tempo un importante e fondamentale strumento di autotutela professionale. In questo paragrafo esporremo le caratteristiche generali che deve possedere la documentazione clinica, rimandando ai successivi capitoli le conseguenze, sul piano della responsabilità, di una inadeguata gestione della medesima nelle varie fasi della terapia ortodontica.
Definizione La cartella clinica è il fascicolo nel quale si raccolgono, oltre ai dati identificativi della struttura erogante, le generalità della persona assistita e i rilievi anamnestici e obiettivi, la diagnosi della malattia che ha condotto il paziente nella struttura sanitaria, i dati giornalieri sul decorso della malattia, i risultati delle ricerche e delle analisi effettuate e infine le terapie praticate. Lo scopo primario è l’ottimale registrazione dell’assistenza sanitaria erogata mediante la raccolta esaustiva di tutte le informazioni inerenti al paziente, finalizzata alla corretta diagnosi e cura dello stesso. Per una ricostruzione con risvolti giuridici se ne deduce l’importanza di una corretta e precisa compilazione, costituendo spesso l’unico documento a posteriori di una vicenda clinica.
Composizione
Privacy (autorizzazione al trattamento dati sensibili nel rispetto della Legge 196/03).
Acquisizione dati (raccolta dati identificativi del paziente).
Anamnesi medica (anamnesi medica volta a individuare le patologie sistemiche eventualmente presenti prima del trattamento, comprese quelle che influenzano il metabolismo e le condizioni del tessuto osseo).
Anamnesi odontoiatrica (con le condizioni del cavo orale per quanto concerne l’igiene, la presenza di problematiche gnatologiche-articolari, parafunzioni masticatorie ecc.).
Formula e odontogramma di inizio trattamento (formula dentaria del paziente, rappresentata anche in modo grafico, con particolare riferimento alla presenza di denti decidui in dentizione mista, lesioni cariose, precedenti restauri ecc.).
Radiografie (panoramica OPT, lastre endorali mirate, teleradiografie del cranio con relativo tracciato cefalometrico).
Fotografie (documentazione fotografica del cavo orale con il tipo di occlusione dentale, profilo del volto, eventuali discromie, crepe dello smalto ecc.).
Modelli (modelli in gesso delle arcate dentarie).
Diagnosi e Piano di trattamento (diagnosi ortodontica dopo lo studio preliminare del caso con il relativo piano di cura, durata e tipo di apparecchi da utilizzare).
Preventivi (con il dettaglio dei costi e la durata prevista per il tipo di trattamento, con le modalità di pagamento e le prestazioni in corso di cura comprese o escluse dal preventivo stesso).
Consenso (consenso informato specifico alle terapie ortodontiche, con le alternative terapeutiche, i possibili rischi e complicanze del trattamento stesso, le prescrizioni da rispettare durante e dopo le terapie).
Diario clinico (riportante il dettaglio delle singole prestazioni eseguite, la tracciabilità e le note dei singoli sanitari intervenuti, le problematiche eventualmente verificatesi durante le terapie e le prescrizioni adottate, il livello di igiene orale e la collaborazione del paziente).
Dichiarazione di conformità degli apparecchi ortodontici (CE 93/42).
Le fatture emesse e ogni singolo pagamento.
Requisiti
Rintracciabilità (data e firma leggibile dell’operatore relativamente a ciascuna prestazione, in particolare per quanto attiene a eventuali correzioni, che devono risultare chiaramente indicate).
Chiarezza (testo leggibile, comprensibile e inequivocabile).
Accuratezza (precisione dei dati riportati).
Veridicità (informazioni riportate contestualmente a quanto verificatosi o a quanto eseguito).
Pertinenza (correlazione tra quanto riportato in cartella e la diagnosi e le patologie riscontrate).
Completezza (descrizione esauriente di quanto eseguito, dal momento della presa in cura del paziente fino alla sua dimissione).
Conservazione e Archiviazione La struttura sanitaria deve predisporre procedure di custodia che garantiscano sia l’integrità della documentazione sia l’accessibilità ai soli aventi diritto. Si intende “conservazione” il periodo in cui la cartella permane nella unità dove vengono prestate le cure (responsabile il primario). Si intende “archiviazione” la conservazione per un periodo di tempo illimitato dopo il periodo di cura attiva (responsabile il direttore sanitario). Gli articoli 25 e 26 del Codice di Deontologia Medica del dicembre 2006 hanno puntualizzato gli aspetti inerenti la conservazione della cartella clinica, e anche numerose previsioni normative (art. 5 e 7 del DPR n° 128 del 27 marzo 1969 e circolare Ministero Sanità n° 208 del 19 dicembre 1986).
Circolazione Il paziente ha diritto di avere, ogni volta che lo desideri, piena visione e copia della cartella clinica. La cartella clinica può essere rilasciata: al diretto interessato, al tutore o a chi esercita la patria potestà in caso di minore o incapace, a persona fornita di delega (ivi compreso il medico curante), all’Autorità Giudiziaria, agli enti previdenziali (INAIL, INPS ecc.), al SSN, agli eredi legittimi con riserva per determinate notizie, ai medici a scopo scientifico-statistico purché anonima.
L’importanza della cartella clinica per il sanitario è comprensibile analizzando il concetto di responsabilità professionale medica già espressa nel paragrafo precedente. Infatti, come già visto, perché si possa parlare di colpa professionale è necessaria la presenza di una fondamentale triade di fattori: la presenza di un danno, la sussistenza di errore professionale e infine la prova che l’errore sia la causa del danno. In altri termini l’errore deve essere conseguenza del trattamento attivo o omissivo del sanitario, dalla diagnosi, alla terapia, al follow-up; inoltre l’errore deve essere caratterizzato da imperizia, imprudenza o negligenza, inosservanza di leggi, ordini regolamenti o discipline, consentendo la stessa di ricostruire una vicenda clinica dai risvolti giudiziari e in particolare di dimostrare o escludere una colpa professionale responsabile, in termini di causa/concausa, di un danno al paziente. Da quanto esposto, ne deriva che la cartella clinica è la fonte più logica e diretta per poter comprendere a posteriori il trattamento eseguito e le sue conseguenze negative. È poi assolutamente evidente, anche a chi odontoiatra non è, che risulta difficile sostenere in un eventuale giudizio la bontà e correttezza dell’operato medico nel momento stesso in cui la documentazione clinica risulta lacunosa, imprecisa, non corrispondente al vero o addirittura mancante. Quanto appena esposto vale quindi anche e soprattutto nella specifica branca ortodontica a causa dei lunghi trattamenti. Spesso si assiste infatti allo sviluppo di un contenzioso per il peggioramento della situazione clinica o anche solo per il mancato raggiungimento di alcuni degli obiettivi previsti inizialmente nel piano di cura; eventi che il sanitario, in mancanza di una documentazione clinica e radiografica precisa e accurata, non può dimostrare essere a lui non imputabili.
Errori e complicanze prima della terapia Spesso avviene che si verifichi un errore proprio nella fase diagnostica, quindi ancor prima di aver iniziato la terapia ortodontica. Possiamo indicare i seguenti momenti che possono comportare delle criticità.
Inadeguata documentazione clinica prima del trattamento Come già evidenziato, la mancanza, la carenza o l’inadeguatezza della documentazione clinica e radiografica configurano, in caso di danno al paziente, elementi di colpa professionale nei confronti del sanitario. Nella specifica branca dell’ortodonzia, la carente o inadeguata documentazione clinica, fotografica e radiografica preliminare non solo impedisce di effettuare una corretta diagnosi con relativo piano di cura, ma, al manifestarsi di eventuali problematiche, non permette al sanitario nemmeno una adeguata difesa e configura di per sé un elemento di responsabilità professionale. Basti pensare a:
anamnesi medica superficiale o incompleta (che non evidenzi importanti patologie sistemiche prima del trattamento, come quelle genetiche o dismetaboliche interessanti la crescita e il metabolismo del tessuto osseo);
anamnesi odontoiatrica carente (che non riporti ad esempio l’esistenza di parafunzioni masticatorie, respirazione orale, deglutizione atipica, disfunzioni ATM, parodontopatie, cario-recettività ecc.);
carenza di fotografie intra- ed extra-orali (che documentino lo stato dentale pre-cure in termini di occlusione, discromie, aspetto e profilo del volto, crepe dello smalto);
carenza di radiografie pre-cure come la teleradiografia latero-laterale del cranio con profili facciali, su cui eseguire il tracciato cefalometrico per ottenere la classe scheletrica e la previsione di crescita, la teleradiografia postero-anteriore del cranio per valutare l’asimmetria, la radiografia panoramica e le endorali per valutare riassorbimenti radicolari pre-terapia;
mancanza di modelli in gesso delle arcate dentarie (complementari alle fotografie per documentare lo stato dentale anteriore del paziente in termini di gestione degli spazi e tipo di occlusione);
mancanza di un preventivo esaustivo
(che riporti il costo dell’intero trattamento, il tipo di apparecchio proposto e la durata prevista delle terapie, con le prestazioni odontoiatriche comprese o escluse dal preventivo, come le visite di controllo, i posizionatori a fine cura, lo splintaggio, le terapie conservative che eventualmente si rendessero necessarie in corso di trattamento e le sedute di igiene professionale);
mancanza di consenso.
Prima di entrare nel merito della necessità di acquisizione del consenso specifico alle terapie ortodontiche, è necessario fare una premessa sulle origini e sui fondamenti del concetto di “consenso informato”. Il problema della responsabilità professionale del medico ha suscitato, soprattutto negli ultimi tempi, un ampio dibattito alimentato e sostenuto da una accresciuta e più sentita esigenza di tutela del malato. La rinnovata cultura sociale sul modo di intendere il rapporto medico-paziente ha influenzato anche la giurisprudenza, che ha prima recepito e poi ritenuto fondamentale il principio della obbligatorietà del cosiddetto “consenso informato”.
Si tratta del principio che rappresenta il diritto del paziente di scegliere, accettare o anche rifiutare i trattamenti (diagnostici, terapeutici ecc.) che gli vengono proposti, solo dopo essere stato pienamente informato (salvo sua esplicita rinuncia) sulla diagnosi e sul decorso previsto della malattia, nonché sulle alternative terapeutiche (incluso il loro rifiuto) e sulle loro conseguenze. Sotto l’aspetto giuridico si ricorda che l’acquisizione del consenso a intervenire sulla integrità delle persone o sulla loro salute, come l’essenzialità dell’informazione sui rischi e sul prevedibile risultato, si ricollegano in primo luogo al fatto che la Costituzione garantisce all’articolo 13 l’inviolabilità della libertà personale (intesa come libertà fisica e morale) e al successivo articolo 32 essa tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo, fissando il principio secondo cui nessuno può essere sottoposto a un trattamento sanitario contro la propria volontà, se tale trattamento non è previsto come obbligatorio “per disposizione di legge”. Infatti ogni atto medico eseguito contro la volontà del paziente, non è più considerato tale, configurandosi il delitto di lesioni personali (art. 582 c.p.) e di violenza privata (art. 610 c.p.).
Per quanto riguarda la forma del consenso, in alcuni casila legge prevede la forma scritta (trasfusione di sangue, interruzione volontaria di gravidanza, sperimentazione clinica, trapianto di organo, utilizzo di farmaci “off-label”, procreazione medicalmente assistita), ma in mancanza di una legge che imponga quella scritta per lo specifico intervento, considerato che nel nostro ordinamento vige il principio della libertà della forma del negozio giuridico, si è affermata la validità di qualsiasi forma (ivi compresa la forma orale e la forma implicita solo per trattamenti di facile esecuzione). È bene ricordare però che un documento sottoscritto è comunque preziosissimo ove, nel caso di esito negativo, si rendesse necessario fornire la prova del consenso all’intervento medico, con l’avvenuta informazione del paziente circa i rischi e le possibilità di (in)successo. Infatti, l’onere della prova di aver adempiuto al dovere di informazione grava sull’operatore sanitario e non sul paziente. Il modulo di consenso alle terapie mediche presenta un duplice aspetto: riporta una dichiarazione dell’avvenuta informazione ricevuta (anche verbale) e riporta il consenso alla specifica prestazione sanitaria prevista. Il documento, sottoscritto sia dal paziente che dal medico, deve riportare:
i principali dati relativi allo stato di salute accertato mediante visita medica;
la descrizione dell’intervento medico ritenuto necessario;
le eventuali alternative terapeutiche;
la spiegazione dei prevedibili rischi derivanti dall’effettuazione o meno della prestazione;
l’illustrazione delle tecniche e degli eventuali materiali impiegati;
la durata prevista.
Prima di addentrarci nell’ortodonzia, è inoltre opportuno fare chiarezza per quanto riguarda i trattamenti sanitari sui minori. Infatti i trattamenti ortodontici sono eseguiti prevalentemente su soggetti minorenni, rappresentando ancora quelli eseguiti sugli adulti solo una piccola percentuale dei casi, anche se in aumento. Per sintetizzare l’argomento dell’autodeterminazione e dell’autonomia del paziente minorenne nelle questioni biomediche, si può affermare che in giurisprudenza vi è conflitto e bilanciamento tra il cosiddetto “principio di beneficenza” e il correlato “principio di autonomia” (dove si confrontano esigenze di protezione contro istanze di autonomia). Entrando nel merito, nel caso di interventi su minori, si sottolinea che il consenso deve essere richiesto a entrambi i genitori, in quanto esercenti la patria potestà e, ove ci sia stata separazione, il consenso deve essere richiesto al coniuge affidatario. Nel caso in cui i genitori siano stati privati della patria potestà o siano deceduti, il consenso deve essere espresso dal tutore. Tuttavia, in coerenza con il principio secondo cui il diritto alla salute è personalissimo e la sua tutela non può essere affidata ad altri, se, malgrado la minore età, il paziente dimostra di essere psichicamente maturo, critico e volitivo, è necessario anche il suo consenso e se c’è un contrasto con quanto decidono i genitori, deve essere fatta prevalere la volontà del minore, previo parere del giudice tutelare.
Lo spazio più o meno ampio di autonomia si ricollega ovviamente al grado di maturità ed equilibrio raggiunti che non sempre dipende esclusivamente e rigidamente dall’età anagrafica, anche se generalmente e indicativamente vengono distinte tre fasce di età. Per una diversificazione del discorso etico-giuridico in relazione all’età del minore infra-quattordicenne, almeno fino al recente passato, si è ritenuto che il minore non fosse in grado (salvo eccezioni e situazioni particolari) di comprendere pienamente i significati e le problematiche sottese a un delicato intervento medico. Nella fascia di età compresa tra i quattordici e i sedici anni, per il fatto che il minore acquisisce una progressiva maturità psichica, alla consapevole volontà espressa dal minore non è possibile non riconoscere rilevanza soprattutto nel caso di esplicito e fermo dissenso, a maggior ragione dopo il compimento dei sedici anni e fino alla maggiore età, quando la volontà del minore, fondata sull’accentuato sviluppo delle capacità fisiche e psichiche, assume una rilevanza quasi completa. Sta di fatto che il diritto-dovere dei genitori (o del rappresentante legale) di curare il minore non può collidere con la sua libertà di decidere della sua salute.
Ovviamente, nel caso di pareri contrastanti, la risoluzione del caso non risulta mai facile e immediata in quanto per la piena liceità dell’intervento non basta il solo consenso del minore, né tanto meno quello dei soli genitori, ma ci vorrebbe il consenso di tutti. Come è stato osservato, ci si viene a trovare in una situazione in cui la volontà del minore risulta importante – anzi, decisamente importante – ma purtroppo non decisiva. Alla suddetta disposizione fa da corollario l’analoga previsione del Codice deontologico dei medici, il quale prevede il consenso del legale rappresentante (“fermo restando il rispetto dei diritti del legale rappresentante”), ma anche l’obbligo di informare il minore e di tenere conto della sua volontà, compatibilmente con l’età e con la capacità di comprensione (art. 34). Soltanto nel caso di “trattamento necessario e indifferibile” (evenienza assai rara a verificarsi in ortodonzia), l’opposizione del minore non viene considerata e, se il legale rappresentante si oppone, il medico è tenuto a informare l’autorità giudiziaria (art. 37). Si può pertanto concludere dicendo che, a parte i casi di esclusione sopra individuati e altri casi eccezionali, l’attività medica richiede per la sua validità e concreta liceità la manifestazione del consenso del paziente, che costituisce un presupposto di liceità del trattamento medico-chirurgico.
La mancanza di consenso informato del paziente configura un profilo di responsabilità nei confronti dell’odontoiatra e può comportare la mancata copertura assicurativa in un’eventuale richiesta di risarcimento danni, pur in presenza di un trattamento ortodontico eseguito secondo le regole di prudenza, perizia e diligenza richieste dal caso concreto qualora si sia verificata una complicanza. Da quanto premesso si intuisce come la questione del consenso informato in ortodonzia sia di importanza fondamentale per il sanitario, in mancanza del quale si configura profilo di colpa professionale, ancorché le terapie si rivelino correttamente eseguite. Ciò in particolare in ortodonzia, branca caratterizzata dagli aspetti tipici che di seguito si riportano e che devono indurre il sanitario a informare esaustivamente il paziente, assicurandosi nel contempo di aver ottenuto un valido consenso da parte dello stesso:
trattamenti eseguiti su soggetti minorenni;
trattamenti di durata pluriennale e di costo elevato (con severi disagi nella vita di relazione e nelle attività quotidiane);
trattamenti i cui obiettivi terapeutici riguardano non solo l’aspetto funzionale-masticatorio dell’apparato dentario, ma anche l’aspetto estetico facciale;
trattamenti che, modificando profondamente la situazione ossea, dentale, occlusale ed estetica, possono dar luogo a numerose “complicanze”;
trattamenti che richiedono indiscutibilmente, per il buon esito delle terapie, sia un alto grado di collaborazione del paziente, sia il mantenimento di un alto grado di igiene orale domiciliare.
Da quanto esposto deriva un’altra importante considerazione: solo l’associazione tra un modulo di consenso informato alle terapie ortodontiche, correttamente strutturato, e una accurata documentazione clinica prima, durante e dopo le cure (che dimostri la correttezza del trattamento in ogni sua fase), può esimere il sanitario dalla presunzione di profili di colpa in ortodonzia.
Errata valutazione delle condizioni cliniche generali del paziente Paziente parodontopatico non diagnosticato In passato si riteneva che la malocclusione determinasse un aumento del rischio di parodontopatia, sia per una maggiore difficoltà a mantenere una igiene orale corretta in presenza di denti non allineati, sia per il cosiddetto trauma da occlusione. Per questo motivo il trattamento ortodontico veniva proposto al fine di prevenire le parodontopatie. In seguito si è visto che non vi sono prove che la malocclusione sia un fattore favorente la parodontopatia.3,4 È però innegabile che un trattamento ortodontico possa peggiorare una parodontopatia in atto, per cui, prima di intraprendere una terapia ortodontica e durante il trattamento stesso è obbligatorio:
eseguire una diagnosi parodontale (obiettivata attraverso sondaggio parodontale e adeguate radiografie endorali);
eseguire eventualmente un adeguato trattamento parodontale;
monitorare il controllo di placca da parte del paziente intervenendo con trattamenti e ri-motivazioni all’igiene;
sospendere il trattamento ortodontico nel caso non si ottenga una adeguata collaborazione.
Paziente con patologie metaboliche che influenzano il metabolismo osseo (diabete, osteoporosi, artrite reumatoide, trattamenti ormonali, chemioterapia, acromegalia GH). La condizione sistemica che più frequentemente complica un trattamento ortodontico sia nel bambino che nell’adulto è il diabete. Il paziente diabetico o prediabetico può essere però sottoposto a trattamento ortodontico purché questo non sia troppo prolungato nel tempo e vi sia costante controllo a causa della possibile e precoce perdita di osso che si può verificare5. Particolare attenzione deve essere posta nei trattamenti ortodontici nei pazienti, sia giovani che adulti, affetti da artrite reumatoide per i danni condilari che sovente sono presenti e per il rischio di parodontopatia secondaria all’assunzione di farmaci steroidei.
L’osteoporosi è un termine usato per definire il deficit di massa ossea ed è patologia direttamente correlata all’età. L’ortodontista dovrebbe prestare particolare attenzione alle donne sopra i 30 anni che intendono sottoporsi a trattamenti ortodontici (fattori di rischio predisponenti per l’osteoporosi sono l’uso prolungato di corticosteroidi, il fumo, la menopausa, la carenza di vitamina D, nefropatie, cirrosi epatica e fratture), in quanto la mancata compensazione farmacologica dell’osteoporosi è da considerarsi sostanzialmente controindicazione assoluta ai trattamenti ortodontici. Anche in presenza di osteoporosi “compensata” è necessario sapere che due categorie di farmaci usati per il trattamento dell’osteoporosi sono in grado di ridurre o alterare le risposte di denti sottoposti a trazione ortodontica: i bifosfonati usati nelle donne in menopausa e gli inibitori delle prostaglandine PG (come l’indometacina). Senza contare che molte categorie di farmaci usati per diverse patologie sistemiche sono in grado di alterare la produzione di PG e quindi di influenzare – fino a inibire – il movimento dentale: gli antiaritmici (come la procaina), gli antidepressivi triciclici, gli antimalarici, gli anticonvulsivanti (come la fenitoina) e gli antibiotici come le tetracicline (effetto simile a bifosfonati)6. Com’è noto, gli ormoni sessuali sono in grado di influire direttamente sul metabolismo osseo (basti pensare alla crescita dell’individuo) e quindi anche le terapie ormonali sostitutive oggi utilizzate (comprese quelle con fattore della crescita GH) possono influenzare l’esito del trattamento ortodontico; in particolare, l’estrogeno ha l’effetto di conservare il calcio scheletrico, riducendo la frequenza dell’attivazione della rimodellazione ossea7. In aggiunta, sovente i pazienti assumono analgesici per controllare il dolore causato dall’applicazione dell’apparecchio ortodontico, farmaci che influenzano le PG.
La chemioterapia in pazienti oncologici ha effetti negativi sul metabolismo osseo, considerato che i farmaci utilizzati sono tossici e deprimono il ricambio di ogni tessuto dell’organismo, perché impediscono la crescita e la rigenerazione cellulare e quindi impediscono anche il “turnover” a livello osseo. Non dimentichiamo, inoltre, che spesso i pazienti oncologici, oltre alla chemioterapia, vengono trattati anche con bifosfonati.
Paziente allergico (lattice, nickel).
È opportuno indagare la presenza di allergia al nickel perché contenuto in molti dei componenti delle apparecchiature ortodontiche quali fili e bracket e l’allergia al lattice in caso di utilizzo di elastici e guanti.
Paziente che necessita di profilassi antibioticaLa cementazione delle bande ortodontiche (ma non dei “bracket”) è procedura soggetta alla profilassi antibiotica nei pazienti che sono a rischio di endocardite batterica, come da linee guida della AHA 1997-20078.
Paziente che ha subìto traumi dentali
È bene indagare eventuali traumi dentali perché favorenti lo sviluppo di rizolisi e necrosi che possono erroneamente essere attribuite esclusivamente al trattamento ortodontico; a tal proposito bisogna eseguire radiografie endorali dei denti coinvolti prima del trattamento e periodicamente ogni 6 mesi.
Paziente con sindrome algico-disfunzionale non diagnosticata Anche se oggi si considera che il trattamento ortodontico non abbia rilevanza nel determinare o prevenire un disordine cranio-mandibolare, è sicuramente opportuno prima di iniziare un trattamento ortodontico eseguire un breve esame gnatologico (apertura massima, “end-feel”, presenza di rumori articolari, ricerca di algie e contratture mediante palpazione della muscolatura masticatoria) che obiettivi lo stato delle articolazioni temporo-mandibolari.
Paziente in gravidanza Non deve essere iniziato il trattamento ortodontico in una paziente in gravidanza in quanto l’inopportunità di eseguire controlli radiografici impedisce l’esecuzione delle indagini preliminari, il monitoraggio radiografico del caso e l’esecuzione di eventuali trattamenti odontoiatrici che si rendessero necessari proprio a causa del trattamento stesso. La comparsa dello stato di gravidanza in un trattamento ortodontico già in corso non è motivo, di per sé, di interruzione, ma è necessario che la paziente sia informata dei possibili rischi di risultati imprevedibili per gli squilibri ormonali e che il sanitario riduca al minimo i movimenti dentali attivi9 a partire dal secondo semestre, controllando il mantenimento dell’igiene e monitorando radiograficamente la situazione nell’ultimo trimestre.
In conclusione prima dei trattamenti ortodontici deve essere eseguita una accurata anamnesi, perché, nel caso della comparsa di complicanze nelle condizioni non adeguatamente indagate e appena descritte, la responsabilità del sanitario sarà indiscutibile.
Errore di diagnosi clinica ortodontica
Scelta di un trattamento ortodontico improprio Estrazione immotivata dei premolari. L’argomento delle estrazioni a scopo ortodontico è dibattuto sin dagli inizi del 900, e Angle ne fu uno strenuo avversatore. Dopo di lui i suoi allievi, Tweed e Begg, le introdussero progressivamente fino a raggiungere negli anni ’60 il massimo del loro utilizzo (il 50% dei casi ortodontici era estrattivo). Oggi sono al minimo della loro indicazione (10% dei casi). Le estrazioni trovano la loro indicazione nei casi di affollamento e nei casi in cui sia necessario ridurre la protrusione dentale arretrando gli incisivi. I trattamenti alternativi consistono nell’espansione delle arcate nel primo caso e nei trattamenti chirurgici o nelle modifiche di crescita nel secondo10. Esistono delle linee guida che a partire dalla discrepanza di lunghezza d’arcata forniscono indicazioni sulla tecnica più indicata. Mentre è evidente che esiste una zona di sovrapposizione in cui entrambe le tecniche possono essere utilizzate (discrepanza da 5 a 9 mm), è chiaro che ogni zona estrema ha una specifica e indicata tecnica (espansione e “stripping” fino a 4 mm ed estrattiva oltre i 10 mm). L’utilizzo di una tecnica errata provoca la comparsa di problemi evidenti quali la recidiva di affollamento, una eccessiva protrusione dentale, la mancanza di sigillo orale e le recessioni gengivali per iper-espansione dell’arcata nei casi non estrattivi, mentre nei casi estrattivi possono comparire antiestetici diastemi e l’inestetico e vecchieggiante appiattimento del profilo del volto. Nei contenziosi in cui venga riconosciuto l’errore della scelta del trattamento estrattivo si assiste al riconoscimento di un danno alla persona assai rilevante perché si sono persi 4 denti integri e il trattamento emendativo risulta essere sempre assai complesso. Mai come in questo caso è rilevante l’informazione esaustiva e il conseguente consenso scritto del paziente al trattamento scelto (figura 1 a-e).
Camouflage vs ortodonzia chirurgica.
Con il termine di “camouflage” si intende un trattamento ortodontico di compenso dentale al fine di ridurre una malocclusione (ad esempio, estrazione dei premolari superiori e arretramento degli incisivi superiori in una II classe scheletrica). L’ortodonzia chirurgica invece ha come scopo il riposizionamento delle basi ossee al fine di ottenere una corretta occlusione. Anche in questo caso vi è una zona intermedia di malocclusioni in cui entrambi i trattamenti possono essere indicati e compito del sanitario, per minimizzare le contestazioni, è una completa informazione sui risultati ottenibili spesso facendo ricorso a tecniche di “imaging” digitale che, specie sul piano frontale, possono ben evidenziare i risultati ottenibili. Le tecniche di simulazione digitale dei risultati con immagini sono da alcuni criticate perché possono ingenerare aspettative non realistiche, ma studi recenti hanno dimostrato che questo in realtà non avviene11. Sono invece le situazioni estreme, in cui è indiscutibile quale dei due trattamenti sia chiaramente indicato, a essere fonte di responsabilità. Tipico è il caso di trattamento di compenso (inidoneo) iniziato nella convinzione che tanto in caso di mancato risultato si possa facilmente ricorrere alla chirurgia; ciò non è vero, sia perché i movimenti dentali del camouflage sono compensativi mentre quelli della ortodonzia pre-chirurgica sono decompensativi e quindi esattamente in direzione opposta, sia perché le estrazioni spesso necessarie nell’ortodonzia compensativa non lo sono, o perlomeno non riguardano i medesimi elementi dentari, nella ortodonzia chirurgica.
È inutile ricordare che un consenso informato a un trattamento con una indicazione errata non ha alcuna validità nell’esimere il sanitario dalle proprie responsabilità, in quanto il paziente può esprimere il proprio consenso scegliendo solo tra alternative terapeutiche valide e scientificamente percorribili. Allo stesso modo un sanitario non può intraprendere un trattamento ortodontico, ancorché richiesto e autorizzato dal paziente, se non rappresenta una valida alternativa terapeutica solo per acconsentire ai “desiderata” del paziente.
Errori e complicanze durante la terapia
Inadeguata documentazione clinica durante il trattamento Profili di colpa professionale sono evidenziabili anche per inadeguatezza della documentazione clinica e radiografica in corso di trattamento ortodontico e non solo prima dello stesso. Infatti svariate sono le complicanze che possono verificarsi in un trattamento ortodontico e un diario clinico non accurato può essere determinante per attribuire elementi di colpa al sanitario; ad esempio, la comparsa di carie per lo scarso livello di igiene orale tenuto dal paziente deve essere riportata puntualmente nel diario, con le rinnovate motivazioni al paziente da parte dell’operatore, associata all’esecuzione di radiografie “bite-wing”, con le eventuali sedute di igiene eseguite e, ove necessario, la rimozione degli apparecchi ortodontici applicati. Altro esempio, la comparsa di rizolisi, mai controllata radiograficamente dal sanitario nel corso di pluriennali trattamenti ortodontici, rizolisi che è rilevata spesso dopo molto tempo da altro curante a causa della mobilità dentale.
Anche la mancanza di fotografie o modelli in gesso in corso di terapia o al termine delle medesime, può comportare per il sanitario l’impossibilità di dimostrare che il trattamento era stato adeguatamente concluso e il disallineamento lamentato è frutto di recidiva. Discorso a parte per il consenso: è infatti evidente che un trattamento duraturo come quello ortodontico possa richiedere adeguamento del piano di cura, del preventivo e quindi in definitiva del consenso del paziente: pertanto è facile intuire come anche la mancanza di un aggiornamento del consenso per la variazione del trattamento eseguito, purché significativa, possa configurare profilo di colpa professionale per il sanitario che ha variato il piano di cura.
Danni iatrogeni durante il trattamento Estrazione di dente errato Non sono infrequenti gli errori per estrazione a scopo ortodontico di un dente errato; ciò può avvenire per un errore consapevole del sanitario conseguente a scelta errata del dente o dei denti da sacrificare, oppure può avvenire per errore inconsapevole del sanitario che estrae un dente diverso da quello indicato nel piano di trattamento (evenienza non infrequente quando chi estrae il dente non è l’ortodontista stesso) (figura 2 a-d). Riassorbimento radicolare La possibilità di un riassorbimento radicolare secondario a trattamento ortodontico è argomento controverso in letteratura.
Da più parti si è concordi nel ritenere che modesti riassorbimenti apicali (entro i 2 mm) non determinano mobilità e non compromettono la stabilità futura del dente, per cui non configurano responsabilità professionale e sono da considerarsi “fisiologici” nei trattamenti ortodontici. Diverso è il caso dei riassorbimenti radicolari che coinvolgono oltre la metà della lunghezza del dente con evidente mobilità, perché in questo caso la responsabilità del sanitario è evidente, non tanto per aver determinato la rizolisi, ma soprattutto per non aver intercettato attraverso controlli clinici e radiografici il riassorbimento, prendendo adeguati e precoci provvedimenti (interruzione trattamento, riduzione delle forze di trazione).
Secondo alcuni Autori12 il riassorbimento radicolare è causato da forze o da momenti troppo intensi, troppo duraturi o applicati in modo alternato (jiggling) su un paziente con predisposizione individuale (pregressi trattamenti, maschi maggiormente a rischio, precedenti traumi dentari, età maggiore di 12 anni, overjet maggiore di 4 mm, canino disincluso palatalmente, meccaniche intrusive). Quindi, non essendo possibile prevedere se un trattamento, ancorché eseguito in maniera corretta, comporterà rizolisi, l’addebito di responsabilità scatterà esclusivamente quando la mancanza di controlli radiografici durante i trattamenti di lunga durata impedisce al sanitario di diagnosticare una rizolisi in corso e di intervenire con opportuni provvedimenti.
In termini di rischio di sviluppare riassorbimento radicolare durante il trattamento ortodontico, è bene precisare che statisticamente tale rischio è identico per denti vitali e denti correttamente devitalizzati, mentre risulta aumentato nei trattamenti che coinvolgono denti traumatizzati o non correttamente devitalizzati. Pertanto sarà compito del dentista provvedere al corretto “risanamento” dei denti incongruamente devitalizzati da sottoporre a trazione. Nel caso di denti traumatizzati con esposizione pulpare, si renderà necessario iniziare la terapia canalare e riempire temporaneamente il canale con materiali a base di idrossido di calcio da lasciare in situ fino al termine del movimento ortodontico, e solo allora procedere con l’otturazione definitiva del canale radicolare13 (figura 3 a-e).
Fallimenti della disinclusione degli elementi dentari Si definisce dente incluso un elemento dentario che permane inglobato a livello osseo o osteomucoso dopo l’epoca prevista di eruzione privo di tendenza alla normale migrazione verticale, mentre per dente ritenuto si intende un elemento dentario non ancora erotto all’epoca della prevista eruzione, ma dotato ancora di potenziale eruttivo14. Gli elementi dentari che più frequentemente sono soggetti a inclusione sono i terzi molari con un’incidenza dal 20 al 30%, seguiti dai canini (specie i superiori) con un’incidenza dal 2 al 6%15. Le opzioni di trattamento consistono in:
trattamento intercettivo con estrazione del canino deciduo o con incremento dello spazio per via ortodontica;
esposizione chirurgica e
riposizionamento ortodontico;
autotrapianto;
estrazione con sostituzione protesica o implantologica o con chiusura dello spazio per via ortodontica.
Ognuna di queste alternative ha specifiche indicazioni e adeguate modalità di esecuzione che, se disattese, possono portare a conseguenze negative indesiderate, fonte di contenzioso, tra cui:
perdita di vitalità del dente incluso;
riassorbimento radicolare;
anchilosi;
recessioni mucose;
perdita di supporto osseo.
Riportiamo alcuni casi di fallimento di disinclusioni, a causa della comparsa di effetti indesiderati (figure 4 a,b; 5 a,b).
Perdita di ancoraggio Definiamo come ancoraggio ortodontico la resistenza alle forze di reazione fornita dai denti, dal palato, dalla testa, dal collo o da microviti inserite nell’osso, utilizzata per ottenere i movimenti dentali. La perdita di ancoraggio quindi è la dislocazione degli elementi resistenti per superamento della loro soglia di reazione
al movimento.
Il sistema di ancoraggio scelto in un trattamento ortodontico deve essere attentamente valutato e monitorato nel tempo, perché si possono verificare lenti e progressivi spostamenti proprio degli elementi di ancoraggio, come nel caso che presentiamo, in cui il tentativo fallito di disinclusione ha portato alla perdita di ancoraggio di numerosi elementi dentari (figura 6 a-d).
Errato timing del trattamento
ortodontico L’efficienza di una terapia ortodontica nel paziente in crescita dipende soprattutto dalla scelta dello specialista di iniziare la terapia in un momento preciso, al fine di sfruttare il picco di crescita ossea dei mascellari o la permuta dentale, in modo da ottenere il migliore risultato possibile nel minore tempo possibile. Appare evidente che l’errata scelta del momento di inizio o della durata del trattamento o della durata della contenzione, configurerà profili di responsabilità per il sanitario, quando non rispettosi dei protocolli ormai consolidati in letteratura.
Errata gestione di agenesie In caso di agenesie, specie degli incisivi laterali superiori, senza la presenza del corrispondente spazio in arcata, è possibile intervenire o con la semplice corono-plastica dei canini o con la più complessa riapertura degli spazi e ripristino dei denti mancanti per successiva implanto-protesi. Le alternative devono essere valutate attentamente per non incorrere in clamorosi fallimenti, come nel caso seguente, in cui l’errata gestione ortodontica della riapertura degli spazi ha creato un fallimento implanto-protesico, sia estetico che funzionale (figura 7 a-d).
Necrosi dentarie Come noto, all’inizio del trattamento ortodontico è evenienza fisiologica la comparsa di dolore per compressione del legamento parodontale, solitamente di durata inferiore alla settimana. È bene precisare quindi che l’utilizzo di forze ortodontiche leggere non causa mai necrosi pulpare del dente – e quindi un danno permanente – ma, al massimo, può provocare solo pulpite temporanea e reversibile. Dolori molto intensi e di durata superiore sono invece provocati da trazioni eccessive per forze pesanti e provengono anche dall’infiammazione del tessuto pulpare o dall’interessamento del peduncolo vascolare per spostamenti bruschi dell’apice del dente. Sono infatti descritte necrosi conseguenti a queste pulpiti e interventi di devitalizzazione per alleviare il dolore. In questo secondo caso è possibile configurare la responsabilità del sanitario per imperizia.
Comportamento corretto del sanitario è pertanto l’utilizzo sempre di forze leggere e la preventiva devitalizzazione degli elementi dentari con compromissione pulpare prima delle trazioni ortodontiche, considerato anche che il dente devitalizzato possiede identica riposta alla trazione rispetto al dente vitale e non è soggetto a un maggiore riassorbimento radicolare16 (figura 8 a-d).
Danni parodontali Problemi parodontali possono presentarsi durante un trattamento ortodontico quando le procedure igieniche non sono sufficienti; nel giovane in età puberale si può assistere a una parodontopatia marginale con ipertrofia papillare nei casi di trattamenti con apparecchiature fisse. Il corretto comportamento del sanitario consiste nel rilievo della situazione parodontale del paziente prima dell’inizio della terapia ortodontica, al fine di indicarlo in cartella se possibile a mezzo di iconografia, nella adeguata informazione relativamente alle corrette manovre di igiene orale che il paziente deve mettere in atto durante il trattamento e all’aumentato rischio dello sviluppo di parodontopatia.
Durante il trattamento, nel caso di comparsa di parodontopatia, il sanitario deve annotare la situazione in cartella clinica, eseguire una terapia adeguata e rinforzare la sensibilizzazione del paziente sul problema; qualora malgrado l’intervento del sanitario non si ottenga comunque la collaborazione del paziente, l’ortodontista deve predisporre l’interruzione del trattamento (figura 9 a-c).
Esistono però danni parodontali che si realizzano senza alcuna colpa del paziente, ma per esclusiva responsabilità del sanitario e ci si riferisce alle recessioni vestibolari per eccessiva vestibolarizzazione degli elementi dentari, ad esempio secondarie all’utilizzo di disgiuntori a suture ormai chiuse o all’utilizzo di placche mobili espansive verso la corticale vestibolare, alla disinclusione vestibolare di canini inclusi senza adeguati interventi di mantenimento o di creazione della gengiva aderente e all’utilizzo degli elastici mesio-distali per correggere i diastemi interincisivi superiori a causa del possibile scivolamento degli stessi nel tessuto parodontale con distruzione progressiva del medesimo e perdita dei denti (figura 10 a-c).
Patologia ATM La possibilità che un trattamento ortodontico determini o prevenga un disordine temporo-mandibolare (DTM) è argomento assai dibattuto. La maggioranza degli Autori ritiene oggi che non vi sia una relazione scientificamente dimostrabile17.
La comparsa pertanto di rumori o di dolori articolari durante un trattamento ortodontico sarà considerata complicanza, non altrimenti evitabile, in presenza di trattamento ortodontico correttamente eseguito, mentre potrà essere considerata conseguenza di un errore se il trattamento ortodontico non è condotto secondo protocolli consolidati. Ancora, nell’attribuzione di responsabilità, rivestirà elemento della massima rilevanza la presenza o l’assenza nello studio preliminare ortodontico di una visita gnatologica di base (anamnesi soggettiva e di pregressi traumi, rumori articolari, apertura massima, palpazione muscolatura masticatoria) che escluda DTM all’inizio della terapia, oppure di esami approfonditi (radiografia a bocca aperta e chiusa, TC e RMN delle ATM, kinesiografia) che documentino lo stato di patologia delle articolazioni.
Carie dentarie Possono evidenziarsi al termine della terapia quando vengono rimosse le bande e gli attacchi; oggi sono meno frequenti che in passato per il ridotto utilizzo di bande a favore dei “bracket” e per l’utilizzo di cementi vetroionomeri in grado di liberare fluoro.
11. Presenza di carie e decalcificazioni dello smalto, estese praticamente a tutti i denti, ben evidenziabili dopo la rimozione dei mezzi di bandaggio, ma ovviamente rilevabili anche durante il lungo trattamento ortodontico.
In caso di contenzioso per la presenza di numerose e profonde carie, evidenziate solo allo sbandaggio, dopo un lungo trattamento, verrà ritenuto responsabile il sanitario per omessa diagnosi nei controlli durante la terapia; mentre la presenza di radiografie diagnostiche, di annotazioni in cartella della comparsa delle carie, di comunicazioni scritte alla famiglia per una maggiore collaborazione dal punto di vista igienico e della necessità di trattamenti terapeutici conservativi fino ad arrivare all’interruzione del trattamento ortodontico stesso nel caso non si ottenesse miglior igiene e il consenso alla effettuazione delle otturazioni, permetterà al sanitario di evitare ogni addebito. La presenza di carie contestuale a una inadeguata igiene, malgrado adeguato trattamento parodontale professionale e motivazione al paziente, è motivo sufficiente, pertanto, per l’interruzione del trattamento da parte del sanitario (figura 11).
Lesioni dello smalto (crepe, fratture, stripping). Le lesioni dello smalto provocate dal “debonding” sono assai frequenti e si verificano maggiormente con gli attacchi in ceramica della prima generazione rispetto a quelli metallici18. Queste lesioni, partendo dalle crepe nello smalto, passano per la perdita di frammenti dello smalto e possono arrivare fino alla perdita di frammenti smalto-dentinali o anche dell’intera corona nel caso di denti piccoli come gli incisivi laterali. Siccome le crepe dello smalto, spesso già presenti prima del trattamento, sono evidenziate dai pazienti solo al termine del trattamento per la particolare attenzione che pongono nella osservazione dei risultati, è bene che l’ortodontista esegua una ricerca accurata delle eventuali crepe presenti prima dell’inizio del trattamento, (fotografia utilizzando retroilluminazione con ultravioletti) annotandole in cartella e ponendole all’attenzione del paziente.
Lo “stripping” è la tecnica di asportazione dello smalto dalle superfici interprossimali dei denti con l’utilizzo di strumenti rotanti o strisce abrasive. Nata negli anni ‘60 come soluzione per prevenire le recidive di affollamento del gruppo incisivo, è oggi spesso parte integrante di precisi trattamenti ortodontici finalizzati all’ottenimento di adeguato spazio in arcata senza ricorrere ad avulsioni di denti (spesso infatti anche la sola estrazione di un incisivo, a parte i problemi estetici, comporta spesso disarmonia dell’intera arcata e alterazione dei contatti dentari). Con la tecnica dello “stripping”, quando correttamente eseguita, è possibile infatti “recuperare” da 4 a 8 mm di spazio in arcata, a seconda che sia praticata solo sui denti anteriori o anche sui denti diatorici. In base alle evidenze scientifiche, non è dimostrata l’insorgenza di lesioni parodontali a seguito dell’esecuzione dello “stripping” e anche la supposta maggiore incidenza di lesioni cariose dovute all’asporto della barriera di smalto non è stata dimostrata, specie in soggetti adulti. Al contrario, la tecnica dà indubbi vantaggi in termini di “stabilità occlusale e posizionale”, in quanto i punti di contatto interdentali diventano delle superfici di contatto. Lo “stripping” può dar luogo a responsabilità professionale quando si crea un danno dentale causato dalla mancata indicazione o dalla errata esecuzione o dalla mancata informazione al paziente. Nel caso clinico presentato, al termine di un trattamento ortodontico con l’esecuzione di stripping, sono residuati diastemi e carie interprossimali proprio nei punti di stripping eseguiti in modo inadeguato, con riconoscimento delle spese necessarie a eseguire un parziale “ritrattamento” ortodontico e le otturazioni di corono-plastica, con i conseguenti rifacimenti conservativi nel tempo. Il CTU ha riconosciuto 8.000,00 € di danno emergente (figura 12 a-d).
Lesioni delle parti molli intraorali Sono molto frequenti e, pur non essendo gravi, preoccupano molto i piccoli pazienti e i loro genitori creando situazioni di tensione. Possiamo distinguere: lesioni traumatiche, aumenti di volume gengivale, reazioni allergiche.
Lesioni traumatiche. Possono comprendere: decubiti, lesioni delle mucose delle guance e delle labbra per sfregamento contro i componenti delle apparecchiature ortodontiche, contro legature non adeguatamente ripiegate sotto l’arco o contro archi sporgenti distalmente dalle cannule, ferite da spingibande e morsicature secondarie a parafunzioni; tali lesioni fortunatamente guariscono rapidamente senza lasciare nessun danno permanente. Devono essere ovviamente riconosciute precocemente in modo da rimuovere i fattori causali, perché altrimenti possono divenire croniche, o infettarsi, e richiedere ulteriori trattamenti non previsti. Di significato traumatico analogo sono i mucoceli del labbro (neoformazioni reattive pseudocistiche che originano per stravaso mucoso a causa di danno meccanico al dotto escretore di ghiandole salivari minori) e le ranule (cisti di medesimo significato nel pavimento orale) che difficilmente regrediscono spontaneamente, necessitando di interventi chirurgici di rimozione. Anche in questo caso una adeguata informazione preventiva della loro possibile comparsa durante il trattamento riduce il rischio di conflitti (figura 13).
13. Caso di ipertrofia della mucosa geniena provocata dal decubito prolungato nei mesi da parte dell’arco lasciato senza protezione; dopo consulto da altro sanitario per ottenere la guarigione è stato necessario rimuovere chirurgicamente la lesione mucosa. Da questo episodio è nato un conflitto con il curante ortodontista.
Aumenti di volume gengivale. Frequentemente durante i trattamenti ortodontici si assiste a ipertrofia gengivale per infiammazione dovuta al ristagno di placca batterica, a composito debordante dai “bracket”, alla presenza di bande sottogengivali. Il quadro infiammatorio deve essere riconosciuto dal sanitario che porrà adeguati interventi motivazionali all’igiene da parte del paziente, nonché terapeutici di igiene professionale e di rimozione degli irritanti. Solitamente tale quadro ipertrofico gengivale regredisce con la terapia o con la rimozione delle apparecchiature ortodontiche, ma in alcuni casi sono necessari piccoli interventi parodontali di rimozione gengivale, come avviene nel caso della gengivite giovanile spongiotica, di eziologia ancora oggetto di studio che non risponde alle comuni manovre di igiene orale19.
Reazioni allergiche. Sono possibili a causa della presenza di nickel negli archi superelastici, nei bracket e negli archi esterni delle trazioni extraorali. L’aspetto della biocompatibilità sta assumendo sempre maggiore importanza, considerata la lunga permanenza di tali materiali contenenti nickel nel cavo orale. Tali reazioni allergiche sono considerate eventi rari – anche perché si ritiene che siano necessarie concentrazioni di nickel nel cavo orale superiori a quelle necessarie per scatenare un’allergia a livello cutaneo – ma comunque dovuti al contatto diretto tra metallo e mucose orali. Malgrado il problema delle allergie in odontoiatria sia comune nella pratica clinica (ad esempio, un altro dei materiali che può provocare allergie in ortodonzia è la resina acrilica, o metil-metacrilato, con cui sono costruiti alcuni dispositivi ortodontici20) e siano stati osservati in letteratura singoli casi di sensibilizzazione al nickel21, non esistono studi in letteratura di massima valenza scientifica, come le metanalisi, in grado di evidenziare delle correlazioni tra nickel negli apparecchi ortodontici e risposte allergiche dei soggetti trattati. Un recente studio di metanalisi ha dimostrato, infatti, che il trattamento ortodontico non è associato con un aumento statisticamente significativo della prevalenza dell’ipersensibilità al nickel, a meno che i soggetti abbiano praticato “piercing” cutaneo22. È però sempre opportuno che in anamnesi venga preventivamente indagata e annotata una eventuale allergia al nickel (insieme ad altre allergie), al fine di instaurare un trattamento ortodontico con materiali che non contengono il nickel, considerato che comunque i singoli casi finora osservati di ipersensibilità al nickel sembrano riguardare sempre soggetti pluri-allergici.
Lesioni delle parti molli extraorali
Pur essendo eccezionali, sono stati descritti nel 1994 ben 9 casi in Europa di lesioni oculari gravi (con perdita del visus in 6 casi) causate dall’uso improprio di apparecchiature ortodontiche extraorali23. Nell’inevitabile contenzioso che ne è derivato, viene accuratamente analizzato il livello di informazione che il sanitario ha fornito all’utilizzatore e ai genitori relativamente alla applicazione di tali dispositivi e al loro uso durante le attività della giornata (opportunità di informazioni scritte nell’acquisizione del consenso).
Ingestione o inalazione di componenti ortodontici I componenti che possono essere ingeriti o inalati vanno dalle bande, dagli attacchi e dalle molle (sfuggiti al controllo del sanitario nel momento in cui vengono montati), agli attivatori degli ERP – espansori rapidi del palato (sfuggiti al controllo dei genitori durante l’attivazione). Sarà considerato comportamento imprudente il non aver legato con filo interdentale un componente come una banda o un attivatore di ERP sfuggito al controllo del sanitario e il non aver dato istruzioni in proposito ai genitori del piccolo paziente. Ben diverso, e oggetto di attenta valutazione per l’accertamento dei profili di responsabilità, sarà poi il comportamento del sanitario in caso di inalazione (che richiede l’accompagnamento immediato in ospedale finalizzato al tentativo di rimozione in broncoscopia) o di ingestione (che a parte il caso di componenti appuntiti, richiede solo una dieta protettiva con farinacei delle pareti del tubo digerente).
Lesioni da miniviti di ancoraggio
Nei trattamenti ortodontici la valutazione e la programmazione dell’ancoraggio (in base a numerosi fattori quali età, malocclusione, tipo di movimenti dentari, stato della dentatura, eliminazione delle forze parassite) rappresentano spesso la fase cruciale, in grado di condizionare il risultato terapeutico. Osteointegrazione e ancoraggio ortodontico trovano nella moderna ortodonzia un interessante punto di incontro. Inizialmente furono sperimentate per l’ancoraggio ortodontico le stesse “fixture” utilizzate per l’implantologia, che si sono poi evolute in forme, dimensioni e materiali più idonee allo scopo. Allo stato attuale non è ancora chiaro se l’ancoraggio ottenuto con le miniviti sia limitato a casi specifici e particolari o se possa essere comunque indicato in ogni trattamento ortodontico. Certo è che l’inserimento di tali miniviti non deve interferire con la crescita ossea e le viti devono rispettare, come per le “fixture” da implantologia, diverse e importanti strutture anatomiche come vasi e nervi contenuti nelle compagini delle ossa mascellari. La peculiarità tipica degli impianti ortodontici rispetto agli impianti protesici è rappresentata dal fatto che i primi, stante la scarsa entità del carico e la ridotta permanenza nel cavo orale, non devono osteointegrarsi, ma semplicemente garantire adeguata stabilità primaria al momento del loro inserimento24. Le lesioni che si possono verificare con l’utilizzo di miniviti ortodontiche sono rappresentate da infezioni, danneggiamenti dei tessuti molli e parodontali, perdita o frattura dell’impianto, fino ad arrivare, come già detto, a problematiche più gravi quali lesioni ai nervi, ai denti erotti, ai germi dei permanenti, al parodonto e al seno mascellare; malgrado la loro varietà, esse sono comunque piuttosto rare e infrequenti25.
Tutto ciò premesso, è bene quindi evidenziare che dal punto di vista medico-legale – a parte le lesioni a carico di strutture anatomiche vascolo-nervose da rispettare, lesioni che configurano senz’ombra di dubbio profili di responsabilità professionale a carico dell’operatore – il fallimento della procedura mini-implantologica con perdita della “fixture”, non trattandosi di viti per osteointegrazione, non implica necessariamente colpa professionale dell’operatore, potendo essere considerata una semplice complicanza indesiderata di tale peculiare tipo di trattamento (le percentuali di fallimento sono superiori a quelle dell’implantologia, in quanto la ritenzione e la stabilità primaria della vite non sono sempre valide per la presenza spesso di osso qualitativamente e quantitativamente inadeguato). Pertanto particolare importanza da parte del sanitario dovrà essere posta nel consenso informato ortodontico. Ulteriore aspetto da considerare per l’operatore che intende dedicarsi a tale tipo di tecnica di ancoraggio implantologico nel contesto di un trattamento ortodontico è quello assicurativo privato. Infatti, pur non trattandosi di impianti duraturi a scopo protesico, ma solo di presidi ausiliari temporanei, non sarebbe necessaria a stretto rigore la copertura assicurativa specifica per l’implantologia; gli Autori ritengono però opportuno che, in mancanza tuttora di norme certe che indichino i limiti dell’implantologo, del chirurgo orale e dell’ortodontista e considerata la lieve differenza di esborso per ottenere in aggiunta tale copertura assicurativa, l’operatore ortodontista sia provvisto di adeguata polizza RC per danni a terzi da implantologia.
Danni estetici Il verificarsi di un danno estetico assume grande rilevanza in ortodonzia, in quanto la motivazione che spinge il paziente a effettuare un trattamento ortodontico è primariamente una motivazione estetica. Spesso è proprio il dentista che crea aspettative esagerate nel paziente con l’utilizzo di programmi di simulazione fotografica digitale dei risultati ottenibili con il trattamento ortodontico. Inoltre tali danni sono recuperabili solo a fronte di complessi trattamenti combinati, ortodontici e chirurgici. I danni estetici più frequenti sono l’appiattimento del profilo, il mento sfuggente, l’apertura dell’angolo nasolabiale e la prominenza del naso a seguito di estrazioni immotivate.
Chirurgia ortognatica Innanzi tutto, prima di procedere a illustrare i profili medico-legali della disciplina, si ritiene necessario un breve “excursus” sulle motivazioni e sulle finalità del trattamento combinato chirurgico-ortodontico, con la descrizione delle varie fasi chirurgiche e ortodontiche di cui è composto il complesso trattamento. L’intervento chirurgico che allinea le basi ossee o riposiziona segmenti dento-alveolari rappresenta l’unica possibilità di trattamento per i pazienti con problemi ortodontici così importanti da non poter essere corretti e risolti né con la modifica della direzione di crescita né con il “camouflage” (compenso dentale ortodontico). In questi casi la chirurgia non sostituisce l’ortodonzia, ma è complementare a essa. La prima deve infatti essere coordinata con la seconda per ottenere buoni risultati. In altri termini, l’indicazione alla chirurgia ortognatica si presenta quando ci si trova ad affrontare una malocclusione troppo grave di origine non solo dentale, ma anche scheletrica, e quindi non risolvibile con il solo trattamento ortodontico (è oggi possibile definire i limiti del trattamento ortodontico entro i quali è possibile ottenere un’adeguata occlusione dentale tra le arcate antagoniste, limiti che dipendono da numerosi fattori, tra cui il tipo di movimenti dentari da effettuare e l’età del paziente). Dal punto di vista medico-legale giova subito ricordare i seguenti elementi.
Consenso informato. Soprattutto in questa branca dell’odontoiatria è fondamentale coinvolgere il paziente nelle scelte terapeutiche e, se possibile, illustrarle allo stesso anche mediante simulazioni informatiche, ottenendo in tal modo il suo consenso informato specifico a tali terapie chirurgiche e ortodontiche che, si ricorda, sono finalizzate al raggiungimento non solo di un risultato funzionale, ma anche estetico (esigenza che motiva il paziente al trattamento).
Équipe. Il trattamento è considerato un atto medico di “équipe” e come tale prevede una vera e propria frammentazione dell’intervento sanitario, con conseguente suddivisione delle eventuali responsabilità tra i sanitari al verificarsi di un danno, responsabilità che non è sempre facilmente attribuibile con precisione al singolo operatore.
Tutto ciò premesso, ben si comprende l’importanza basilare in ipotesi di responsabilità professionale, più che in ogni altro trattamento ortodontico, dell’accurata documentazione clinica e radiografica dello stato pre-cure e dello studio preliminare ortodontico (che deve comprendere anche la simulazione del “set-up” chirurgico); tutto ciò deve essere base informativa, a cui deve seguire l’acquisizione del consenso informato, con illustrazione dei tempi, dei rischi (ortodontici, gnatologici e chirurgici) e delle possibilità di successo con la differenziazione dei risultati ottenibili sotto entrambi i profili: funzionale ed estetico.
È possibile suddividere il trattamento combinato chirurgico-ortodontico in tre rigorose fasi.
Trattamento ortodontico pre-chirurgico “decompensativo”. Lo scopo è ottenere l’allineamento di segmenti di arcata, eliminando le interferenze dei denti anteriori e livellando le arcate, al fine di renderli “compatibili” con gli spostamenti previsti delle basi ossee nel momento dell’intervento chirurgico; quindi durante questa fase ortodontica si ha un peggioramento sia estetico che funzionale, di cui il paziente deve essere adeguatamente informato.
Trattamento chirurgico delle basi ossee mascellari. Questa fase passa dallo studio del caso sui modelli in gesso, per arrivare alla simulazione dell’intervento chirurgico sui medesimi (questa volta lavorando non con delle previsioni di movimenti dentali, ma con movimenti dentali effettivamente ottenuti dopo la prima fase), ripetendo anche il tracciato per ottenere nuova previsione; a questo punto si duplicano i modelli in gesso con i movimenti scheletrici simulati e si confeziona lo “splint” chirurgico (realizzato pertanto sui modelli con gli spostamenti chirurgici già effettuati); in questa fase è fondamentale la cooperazione delle due figure specialistiche, il chirurgo e l’ortodontista; oggi la fase chirurgica è ben definita e codificata non solo dal punto di vista della tecnica operativa, ma anche della tempistica, sia dell’intervento sia delle fasi di guarigione ossea sia dei tempi di ospedalizzazione, sia delle prescrizioni da tenere nel post-intervento e degli esercizi fisiatrici da praticare dopo 6-8 settimane dall’intervento.
Trattamento ortodontico post-chirurgico. Lo scopo è quello di ottenere adeguata occlusione tra le arcate, utilizzando le apparecchiature ortodontiche comunemente adottate in ortodonzia tradizionale, previa rimozione dello “splint” chirurgico, e i sistemi di contenzione normalmente impiegati
al termine di ogni trattamento ortodontico.
Errori. Gli errori che si possono verificare nel trattamento chirurgico-ortodontico possono riguardare: - mancata indicazione clinica alla chirurgia (caso risolvibile con ortodonzia tradizionale o con “camouflage”);
- errata scelta del momento di inizio del trattamento (terapia attuata quando il paziente è ancora in fase di crescita);
- mancanza di studio preliminare ortodontico (con foto, modelli, radiografie, tracciato, valutazione gnatologica);
- mancanza di consenso informato (sui possibili rischi e complicanze del trattamento chirurgico, sulle possibilità di successo, sui tempi terapeutici, sulle alternative);
- mancanza di cooperazione: come già detto, l’unica via per ottenere idonei risultati in tale tipo di trattamento è la stretta cooperazione tra chirurgo e ortodontista, in quanto la mancata comunicazione e valutazione congiunta della situazione, specie al termine della fase pre-chirurgica, porta spesso a risultati incongrui e addirittura a un peggioramento della situazione clinica rispetto allo stato pre-cure, non solo dal punto di vista estetico ma anche funzionale;
- errori nella fase pre-chirurgica: per inadeguata decompensazione dei settori che saranno spostati chirurgicamente;
- errori nella fase chirurgica: mancata rivalutazione e simulazione dopo la fase pre-chirurgica, errata realizzazione dello splint chirurgico, errata tecnica chirurgica, mancato rispetto dei tempi di guarigione ossea, lesioni nervose evitabili;
- errori nella fase post-chirurgica: errata tecnica ortodontica, incongrue forze per intensità e durata ecc.
Nella figura 14 a-d viene presentato un caso clinico di ortodonzia chirurgica in adulto per terza classe scheletrica.
Errori e complicanze dopo la terapia
Mancati “recall” A terapia terminata, il sanitario ha il dovere di continuare a seguire il paziente, tramite la pianificazione di una serie di controlli periodici clinici e radiografici, al fine di verificare il mantenimento dei risultati ottenuti dopo le terapie ortodontiche e l’eventuale comparsa di problematiche cariose o gnatologiche. Succede spesso però che i pazienti non si ripresentino in studio per i necessari controlli, perché non adeguatamente motivati o perché stanchi per il lungo periodo di terapia, fino alla comparsa di una recidiva, che comporterà necessariamente un nuovo trattamento, situazione che può tradursi in un conflitto medico-paziente, e arrivare fino al contenzioso.In considerazione del fatto che non è sufficiente per il sanitario – per esimersi dalla responsabilità in caso di recidiva o comparsa di problematiche – inviare dopo la conclusione delle terapie lettere/solleciti al paziente affinché si ripresenti in studio, è necessario prima di tutto che sia stata data una corretta informazione al paziente prima dell’inizio del trattamento relativamente alla necessità di effettuare visite di controllo dopo il termine del trattamento e, secondariamente, che venga controfirmato al termine delle terapie un modulo con la pianificazione delle scadenze dei controlli periodici (infatti, nel consenso informato è spesso descritto il verificarsi delle complicanze, ma non certo tale pianificazione post-cura, di cui il sanitario non può essere a conoscenza prima del trattamento).Spesso un conflitto determinato da una modesta recidiva di affollamento post-trattamento, per non aver adeguatamente portato la contenzione – e quindi per colpa del paziente – può sfociare nel contenzioso per la richiesta dei compensi relativi al secondo trattamento da eseguirsi.
Pertanto, in caso di recidiva e di conseguente situazione conflittuale, è necessario ponderare bene se effettuare richiesta al paziente di ulteriori esborsi economici per intraprendere il nuovo trattamento, in quanto nell’eventuale contenzioso sarebbe certamente valutato l’intero trattamento ortodontico eseguito in ogni suo aspetto, sia dal punto di vista della sua corretta esecuzione “ sub lege artis”, sia da quello della corretta informazione fornita prima delle cure.È quindi necessario, per potersi difendere in un eventuale contenzioso (al momento della proposta di un secondo trattamento secondario alla comparsa di una recidiva) disporre sia della documentazione clinica, fotografica e radiografica prima, durante e dopo le cure ortodontiche (che permetta di evidenziare la correttezza di tutte le terapie, svincolando le “complicanze” verificatesi dalla responsabilità dell’operatore), sia di valido consenso informato specifico alle terapie ortodontiche (ricordo che l’onere di provare di aver adempiuto al dovere di informazione grava sul sanitario e non sul paziente).
Risultato insoddisfacente La terapia terminata, malgrado il buon allineamento dentale ottenuto e l’occlusione sostanzialmente corretta, può risultare al paziente insoddisfacente per la presenza di evidente sorriso tipo “gummy-smile”, evenienza a cui il sanitario deve porre rimedio con adeguati interventi chirurgici gengivali (figura 15 a-d).
Recidiva Intendiamo con questo termine il ripresentarsi della malocclusione dopo il termine di un trattamento ortodontico finito con il raggiungimento degli obiettivi previsti. Questa evenienza che può essere considerata una complicanza potenzialmente presente al termine di ogni trattamento ortodontico, è frequentemente secondaria, invece, a un errore nella corretta gestione del termine del trattamento stesso, gestione che deve essere pianificata all’inizio del trattamento stesso; infatti molti contenziosi scaturiscono per la richiesta di ulteriori compensi e per l’allungamento dei tempi di terapia, oltre a quelli inizialmente preventivati, per le riprese dei trattamenti o per i “positioner” e gli apparecchi di contenzione non preventivati all’inizio del trattamento.La recidiva può avvenireper due motivi principali:
proseguimento di un modello di crescita sfavorevole: la maggior parte dei trattamenti ortodontici viene iniziata in dentatura permanente e termina dopo un tempo massimo di 30 mesi, quindi in un’età in cui la crescita non è ancora terminata e proseguirà secondo il modello alterato che è stato alla base della malocclusione che ci si è proposti di correggere; per questo motivo è necessario prevedere fin dall’inizio una contenzione che duri almeno fino al termine della crescita anche nei casi più favorevoli;
effetto dei tessuti molli sulla dentatura: i tessuti molli, parodontali e gengivali, specie le fibre elastiche sopracrestali, sono in grado di riportare i denti verso la posizione iniziale da cui sono stati spostati (specie per le rotazioni), finchè non si è verificata una riorganizzazione delle fibre stesse dopo un adeguato periodo di contenzione (anche 1 anno); ciò avviene anche in presenza di una posizione della dentatura stabile, ma è specialmente di fronte a una occlusione instabile che si possono verificare recidive anche a distanza di tempo maggiore; in questi secondi casi deve essere prevista una contenzione permanente (figura 16).
16. Caso di recidiva ortodontica nell’arcata inferiore, con disallineamento degli incisivi inferiori e rottura del filo metallico di splintaggio.
Il sanitario per dimostrare che la comparsa della recidiva non è a lui imputabile, deve aver preso i provvedimenti di seguito elencati.
Adeguato consenso È evidente che la collaborazione del paziente è fondamentale al fine di evitare la recidiva, pertanto il sanitario deve poter dimostrare che, fin dall’inizio della cura, ha fornito una adeguata informazione, meglio attraverso un modulo scritto, relativamente alla necessità e alle modalità di utilizzo degli apparecchi di fine cura, nonchéalla necessità di frequenti visite di controllo.
Ipercorrezione Alla fine del trattamento la posizione degli elementi dentari deve essere ipercorretta (ma solo di un modesto grado non superiore ai 2 mm) rispetto a quella ideale. Esempi ne sono le correzioni dei “cross-bite”, le rotazioni, i disallineamenti, le correzioni di II e III classe, che hanno tendenza alla recidiva.
Interventi parodontali chirurgici Per evitare che la memoria delle fibre elastiche sopracrestali, che richiedono un lungo periodo per la loro riorganizzazione dopo i movimenti dentali, annulli le correzioni ottenute, specie dopo le rotazioni, è possibile sezionarle chirurgicamente eseguendo una fibrotomia circonferenziale o intra-papillare.
Adeguata documentazione di fine cura e nei “follow up”A fine cura è necessario che sia eseguita una documentazione (fotografie, radiografie e modelli) adeguata alla dimostrazione dei risultati raggiunti. Basti pensare ai contenziosi che sorgono a distanza di tempo dal termine del trattamento per recidiveo spostamenti dentali indesiderati secondari al mancato uso della contenzione da parte dei pazienti dopo il termine del trattamento; in tali casi i sanitari inizieranno a dimostrare la correttezza del loro trattamento proprio attraverso la documentazione clinica di fine cura, primo passo senza il quale è ben difficile evitare l’addebito di responsabilità alla comparsa di una contestazione tardiva. Analogamente è necessario documentare e registrare accuratamente nel diario clinico le risultanze delle visite di controllo dei follow-up con l’annotazione delle complicanze e dei relativi provvedimenti adottati o consigliati. Tale raccomandazione assume granderilevanza dopo il termine dei trattamenti intercettivi, che trovano proprio nei controlli post-trattamento l’essenza della terapia stessa eseguita, per ridurre le anomalie in attesa degli sviluppi della crescita che devono essere attentamente controllati per poter intervenire nel momento più opportuno con una seconda fase ortodontica.
“Positioner” verso il termine del trattamento È possibile far preparare, attraverso il set-up di modelli eseguiti prima dello sbandaggio, un apparecchio che verrà incorporato nel momento stesso della rimozione della ortodonzia fissa, avente lo scopo di ottenere ancora modesti spostamenti utili alla rifinitura del trattamento; il positioner, che deve essere portato tutta la notte e per almeno 4 ore durante il giorno, entro un mese ottiene i fini aggiustamenti richiesti ed esaurisce la sua azione; il suo utilizzo oltre tale periodo ha solo un significato di contenzione, anche se meno efficace, perché scomodo da indossare, rispetto a un vero apparecchio di contenzione specie nel controllo delle rotazioni.
Apparecchi di contenzione Al termine di un trattamento ortodontico fisso in dentatura permanente la contenzione è sempre necessaria26: fino al termine del periodo di crescita (part-time), fino alla completa riorganizzazione delle fibre dei tessuti molli (3 mesi a tempo pieno e part-time fino a 12 mesi, in caso di occlusione stabile e crescita terminata),o permanentemente se l’occlusione non è particolarmente stabile (come nelle espansioni di arcata).
Per ottenere l’effetto desiderato, ed evitare addebiti di responsabilità, devono essere realizzati sistemi di contenzione adatti alle situazioni da controllare. Ad esempio:
“retainer” removibile attivo: la placca di Hawley è fra le più utilizzate, ma è poco adatta alla contenzione inferiore, specie nei casi estrattivi;
“retainer” removibile attivo avvolgente: la placca clip-on canino-canino è adatta al riallineamento degli incisivi, come la placca inferiore di Moore estesa fino ai molari, ma non è in grado di controllare adeguatamente l’overbite ed è scarsamente tollerata;
“positioner” come contenzione: terminato l’effetto attivo può essere utilizzato come apparecchio di contenzione, ma è scarsamente adatto al controllo delle rotazioni ed è di difficile accettazione per lunghi periodi;
“retainer” fisso: è utile nei casi di contenzione permanente o duratura come nei riallineamenti incisali a crescita non ancora terminata, nella chiusura dei diastemi, nel mantenimento di spazi aperti a scopo protesico, nel controllo delle rotazioni e nel mantenimento della chiusura di spazi postestrattivi; cautela deve essere posta nelle situazioni di concomitanti patologie parodontali per la difficoltà all’igiene orale che tali sistemi inducono;
attivatore(detto anche bionator): è un apparecchio che, oltre a mantenere il controllo della posizione dei denti intra-arcata, permette un certo grado di controllo sull’occlusione inter-arcata, ma non è efficace nell’adulto dopo il termine della crescita.
Inadeguata documentazione a fine cura e nei follow-up Come già evidenziato nel paragrafo “Errori e complicanze in ortodonzia prima della terapia”, la mancanza, la carenza o l’inadeguatezza della documentazione clinica e radiografica configurano, in caso di danno al paziente, elementi di colpa professionale nei confronti del sanitario. Appare pertanto evidente e intuitiva l’importanza non solo della documentazione clinica, fotografica e radiografica pre-cure, ma anche quella della documentazione iconografica al termine del trattamento, alla comparsa di eventuali problematiche post-cure, in mancanza della quale il sanitario non può opporre adeguata difesa in caso di contenzioso. Pertanto è necessario al termine del trattamento eseguire le fotografie e i modelli in gesso della situazione ottenuta e le radiografie ritenute opportune (endorali, panoramica OPT e teleradiografia del cranio).
Inadeguata conservazione della documentazione clinica (dopo il trattamento) La documentazione clinica ortodontica, per essere utile al sanitario in caso di contenzioso, deve essere conservata non solo ordinatamente, ma anche per un adeguato periodo di tempo. La legge prescrive per le radiografie un termine minimo di conservazione di 10 anni dalla loro esecuzione (Legge 187/2000), ma tale periodo può risultare però insufficiente ai fini della difesa da una contestazione. Infatti anche se la prescrizione dell’azione civile per la contestazione di responsabilità professionale interviene proprio dopo 10 anni, bisogna considerare che i trattamenti ortodontici durano in media 2 anni e che l’inizio del conteggio per la prescrizione viene fatto sovente coincidere non con il termine del trattamento stesso, ma con il momento in cui il paziente ha cognizione di un danno causato da un trattamento carente (momento che può quindi coincidere con la valutazione del danno da parte del medico legale). Si pensi pertanto alle conseguenze negative che può avere per un sanitario l’eliminazione della documentazione radiografica di uno studio ortodontico preliminare dopo 10 anni dalla esecuzione, pur nel rispetto della legge. Infine, si ricorda che copia dei referti radiografici deve essere, per legge, conservata indefinitamente.
Spesso la conservazione della documentazione pone problemi di non facile risoluzione, come nel caso dei consulenti ortodontisti esterni. Sovente avviene che tali professionisti, che non possono conservare copia della documentazione clinica dei pazienti da loro trattati non essendo titolari del trattamento dati (Legge 196-2003), vengono chiamati in causa direttamente dai pazienti che si ritengono danneggiati (spesso dopo la chiusura degli studi in cui sono stati trattati). È evidente che in questi casi, non esistendo documentazione alcuna, i professionisti si troveranno in difficoltà a dimostrare la correttezza del loro operato.
Conclusioni Attraverso l’analisi di numerosi casi di contenzioso in ambito ortodontico, giudiziari ed extra-giudiziari, gli Autori hanno voluto evidenziare come la sottile linea di separazione tra l’errore e la complicanza, possibilità a cui ricondurre un danno al paziente, possa essere spostata a favore del sanitario mediante la corretta compilazione e conservazione di accurata documentazione clinica e radiografica del paziente. Documentazione che, eseguita all’inizio, durante e alla fine di un trattamento ortodontico, si rivela pertanto essere prima base irrinunciabile per garantire l’eccellenza delle terapie e poi strumento fondamentale di autotutela del sanitario in caso di contenzioso, specie alla luce del moderno orientamento giurisprudenziale, che pone in capo al medico il pieno onere di provare e dimostrare di avere posto in essere ogni possibile accorgimento per agire secondo le regole dell’arte e in linea con i precetti classici della “non colpa professionale” (perizia, prudenza, diligenza).
Corrispondenza Dottor Claudio Radice Clinica Odontoiatrica Università degli Studi Milano Bicocca claudio.radice@unimib.it
info@studioradice.it
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Riassunto Scopo dello studio Questo lavoro intende fornire ai sanitari, attraverso l’analisi dei principali motivi di contenzioso per responsabilità professionale di origine ortodontica, informazioni di comportamento utili a ridurne l’incidenza e le conseguenze. Verranno presentati casi di situazioni di conflitto medico-paziente nei quali, grazie a una corretta gestione, non sono derivate conseguenze in ambito giudiziario, e casi nei quali, invece, proprio a causa di errori di gestione, si sono instaurati contenziosi giudiziari con obbligo di risarcimento del sanitario. Materiali e metodi Nel lavoro vengono evidenziati, con il supporto iconografico di molteplici casi clinici giunti all’osservazione in ambito di responsabilità professionale, i momenti critici del trattamento ortodontico in cui si possono verificare conseguenze indesiderate, suddividendole in complicanze non altrimenti evitabili (in cui non vi è colpa professionale del sanitario) e in errori secondari invece a un incongruo trattamento. Risultati e conclusioni La maggior parte dei casi giudiziari è dovuta non solo a un errore nel trattamento, ma soprattutto a un’incongrua gestione del contenzioso per un inadeguato comportamento del sanitario. È quindi evidente che, a parte l’utilizzo di corrette tecniche ortodontiche, requisito base per una ortodonzia di qualità, è fondamentale per i sanitari conoscere non solo le conseguenze negative che possono verificarsi, ma anche gli errori comportamentali nel rapporto medico-paziente, che sfociano inevitabilmente nel contenzioso, il più delle volte a esito sfavorevole per il sanitario.
Summary Professional hability profiles in orthodontics: malpractice errors and complications Purpose The purpose of this study is the evaluation of the reasons of the litigation for “malpractice” in dentistry coming out from orthodontic therapy, offering to clinician information about the behaviour to be assumed in case of litigation and useful to minimize the legal consequences. We will show cases that, correctly managed, didn’t lead to legal litigations or were solved quickly before a court, and instead cases that, uncorrectly managed, led to long and difficult legal acts, ended with unsuccess of the clinician in the court. Materials and methods In this study we’ll show, with the use of iconographic support of many forensic cases, the critical steps of the orthodontic therapy, in which unwanted consequences may happen, subdividing them in “not otherwise avoidable” complications (there’s no responsibility for the clinician) or in professional errors for uncorrect treatment (“malpractice”). Results and Conclusions Most part of forensic cases in a court are not due to errors in treatment only, but especially to an uncorrect management of the litigation because of the wrong behaviour of the clinician. Therefore it’s clear that, using a correct endodontic therapy (main requirement for quality results), it’s so important for the clinicians to know not only the unexpected consequences that may happen, but also the errors in clinician’s behaviour in the relationship between dentist and patient, errors leading unavoidably into a court, most of the times with the clinician loosening in the litigation.
Claudio Radice Professore a.c. Clinica Odontoiatrica Università degli Studi Milano Bicocca - direttore: Prof. M. Baldoni
Marcello Maddalone Ricercatore Clinica Odontoiatrica Università degli Studi Milano Bicocca - direttore: Prof. M. Baldoni
Moira Pellegrinelli Ricercatore Facoltà di Medicina e Chirurgia, Medicina Legale, Università degli Studi Milano Bicocca direttore: Prof. O. Morini; Facoltà Giurisprudenza, Dipartimento sistemi giuridici ed economici
Scopo di questo lavoro è evidenziare gli eventuali profili di responsabilità professionale in cui può incorrere un odontoiatra durante la pratica ortodontica. L’ortodonzia rappresenta una branca dell’odontoiatria che si è evoluta negli ultimi trent’anni in modo particolare, differenziandosi da altre branche odontoiatriche. Prova ne è l’istituzione della “scuola di specializzazione”, per lungo tempo la sola specializzazione post-laurea in ambito odontoiatrico, che ha portato a una maggior qualificazione degli operatori, a una forte spinta dell’industria tecnologica per lo sviluppo di materiali, mezzi e componenti sempre più funzionali, integrati ed estetici e alla comparsa di figure professionali e strutture dedite appositamente all’ortodonzia, come assistenti di studio specifiche e laboratori odontotecnici esperti nella costruzione degli apparecchi ortodontici.
A ciò si aggiunge il fiorire di numerose filosofie sulle migliori tecniche e sui migliori apparecchi da adottare per risolvere il caso clinico (ortodonzia mobile, funzionale, intercettiva e precoce, ortodonzia fissa in tutte le sue varianti, ortodonzia linguale, tecniche con mascherine personalizzate progressive a basso impatto estetico).
L’aumento della capacità terapeutica dell’ortodontista, unitamente alla migliore estetica e tollerabilità degli apparecchi a disposizione, ha fatto in modo di espandere i “target” delle cure ortodontiche, una volta relegate sostanzialmente alla terapia delle disgnazie dei bambini-adolescenti, fino a coinvolgere anche i pazienti adulti nella ricerca di un miglioramento dell’aspetto estetico. Tale coinvolgimento dell’ortodonzia nell’adulto è oggi anche funzionale alla risoluzione di problematiche chirurgiche (decompensazione pre-chirurgica nelle III classi scheletriche), implantologiche (gestione degli spazi edentuli al fine di ottenere una implantologia “protesicamente guidata”) e protesiche (gestione degli spazi al fine di ottenere occlusioni bilanciate e corrette dimensioni verticali nei settori da protesizzare). Oggi proprio attraverso l’implantologia, l’ortodonzia ha trovato nuove applicazioni per ottenere adeguato ancoraggio osseo extra-dentale. Il contemporaneo e deciso incremento sia dei costi dei trattamenti ortodontici sia delle aspettative dei pazienti, associato alla facile evidenza “visiva” dei fallimenti in ambito ortodontico (mancato raggiungimento dei risultati funzionali ed estetici previsti, danni alle strutture contigue sane, danni dentali, parodontali, gnatologici alle ATM), hanno portato l’ortodonzia a seguire l’implanto-protesi nelle statistiche dei contenziosi medico-legali. Analizzeremo dettagliatamente i fallimenti ortodontici e gli eventi avversi che possono verificarsi in corso di trattamento, distinguendo quelli secondari a carenze della prestazione sanitaria (errori professionali, con addebito di responsabilità), da quelli secondari al verificarsi di conseguenze non altrimenti evitabili (complicanze, in cui non vi è responsabilità).
Pertanto, particolare attenzione verrà posta all’analisi del corretto comportamento dell’odontoiatra nel trattamento ortodontico, a partire dalla documentazione clinica fino alla corretta gestione del rapporto medico-paziente al verificarsi di problemi. Infatti, sempre più spesso si assiste a contenziosi scaturiti non direttamente dall’errore professionale, ma dall’errato comportamento che il sanitario assume nei confronti del paziente.
Proprio nell’ortodonzia, più che in altre branche, a causa dei lunghi tempi terapeutici e degli inevitabili disagi nella vita di relazione, è fondamentale il verificarsi e il mantenersi della “alleanza terapeutica” tra il sanitario e il paziente (il sanitario deve adeguatamente motivare il paziente che, a sua volta, deve garantire al primo la massima fiducia e il massimo impegno con il rispetto delle prescrizioni). Purtroppo, proprio in ortodonzia – se si esclude quanto attuato dai “veri specialisti” della materia – si assiste sovente a un frettoloso rapporto medico-paziente, dovuto al fatto che chi effettua l’ortodonzia, spesso, non è il titolare dello studio in cui opera (quindi non conosce il paziente in tutti i suoi aspetti anamnestici, comportamentali ed economici), non sempre ha a disposizione adeguato tempo per le visite (che vengono concentrate in una sola giornata mensile), si limita a eseguire la prestazione ortodontica prevista senza interessarsi dei controlli clinici e radiografici necessari all’evidenziazione di eventuali problematiche extra-ortodontiche (cariose, parodontali, gnatologiche). Queste carenze del sanitario sul piano comportamentale possono portare a conflitti (situazioni reversibili di tensione nel rapporto medico-paziente), che, se non adeguatamente gestiti, esitano poi in contenziosi (situazioni in cui vi è la rottura irreversibile del rapporto medico-paziente).
Nei conflitti che degenerano in contenziosi si ritrovano sempre caratteri comuni:
chiusura del sanitario alla richiesta di spiegazioni del paziente danneggiato fino all’abbandono dello stesso;
richiesta di compensi, spesso anche con decreti ingiuntivi, malgrado l’insoddisfazione del paziente o i danni arrecati;
mancata consegna della documentazione clinica, malgrado gli obblighi deontologici;
colpevolizzazione del paziente per mancata collaborazione (mancati appuntamenti, inadeguato utilizzo degli ausili terapeutici, scarsa igiene, pagamenti incostanti);
mancata restituzione dei compensi percepiti per trattamenti che non sono andati a buon fine, restituzione che nelle fasi iniziali dei contenziosi è sovente in grado di bloccarne l’evoluzione;
illusione del sanitario che tanto l’assicurazione professionale possa coprire ogni richiesta del paziente.
Tutti questi fattori sono frequentemente il motivo ultimo e determinante, che spinge il paziente verso il contenzioso giudiziario che inevitabilmente aggiunge costi ulteriori che spesso superano quelli relativi al risarcimento dei danni. Si segnala da ultimo che l’effettuazione di trattamenti in assenza di anestesia si accompagna a frequenti fenomeni di abusivismo.
Statistica dei contenziosi
I contenziosi in ambito odontoiatrico sono in progressivo e costante aumento1.
Già nell’aprile 2007 l’associazione AMAMI (Associazione Medici Accusati di Malpractice Ingiustamente) aveva evidenziato che le denunce ai camici bianchi per “malpractice” erano“aumentate del 184% negli ultimi 10 anni: 150 mila all’anno”. Soprattutto i chirurghi vengono denunciati o subiscono richieste di risarcimento con estrema superficialità, ma 2 su 3, dopo un lungo calvario giudiziario, vengono riconosciuti innocenti. Le stime2 degli errori medici stilati dal Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanza attiva (19 marzo 2007) vedono al primo posto l’ortopedia e la traumatologia (18%), seguite dall’oncologia (13,1%), da ostetricia e ginecologia (13%), chirurgia generale (12,5%), oculistica (7,1%), odontoiatria (6,1%), malattie del sistema circolatorio (4,6%), urologia (3,9%), medicina generale (2,9%). Il progressivo e costante aumento del contenzioso è spiegabile con l’aumento delle esigenze dei pazienti consapevoli sia dei miglioramenti della tecnologia medica, esageratamente propagandati dai mass-media, sia dalla maggiore tutela che la società opera nei confronti della salute del cittadino. Si è così passati da una certa comprensione per gli errori dei sanitari di qualche decennio fa, alla intransigenza assoluta nei confronti del loro operato, tipica del giorno d’oggi. Se infatti una volta erano scontati il “paternalismo medico” e il solo “obbligo di mezzi” tipico delle professioni intellettuali, oggi imperano “l’autodeterminazione del paziente” e “l’obbligo di risultato” da parte dei sanitari.
Fra le varie branche dell’odontoiatria, al primo posto nei contenziosi troviamo l’implantoprotesi, per il notevole impegno temporale, biologico ed economico che un fallimento rappresenta. Come già esposto, nelle prime posizioni segue a ruota l’ortodonzia, soprattutto a causa dei danni provocati su bambini e adolescenti e della gravità del danno massivo all’apparato dentario conseguente a un’errata tecnica ortodontica, che comporta danni irreversibili alle radici dentarie e al parodonto, oltre a problematiche di malocclusione, gnatologiche e di peggioramento dell’aspetto estetico del soggetto. Infine, nei casi di contenzioso, la frequente mancanza in cartella clinica, di una adeguata documentazione clinica e radiografica e di consensi informati specifici per l’ortodonzia, rappresenta il più delle volte il motivo della soccombenza dei sanitari coinvolti.
La responsabilità professionale in ortodonzia
Si configura ipotesi di responsabilità professionale dell’odontoiatra quando l’azione o l’omissione del sanitario sia dipesa da suo comportamento colposo (imperizia, imprudenza, negligenza oppure inosservanza di leggi, ordini, regolamenti e discipline) e a essa sia conseguito un nocumento al paziente. Decisamente rare, infatti, le ipotesi di dolo (aver agito con coscienza e volontà), più frequenti le fattispecie della colpa (con danno preveduto ma non voluto) quale elemento psicologico dell’evento.
Si sottolinea che la condotta professionale può essere attiva o omissiva (si ricorda in proposito che ai sensi dell’art. 40 c.p. non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo).
La condotta colposa da cui deriva il danno al paziente può essere riconducibile a colpa generica, vale a dire imprudenza, imperizia, negligenza oppure a colpa specifica e più precisamente a inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline. Si precisa che con il termine negligenza ci si riferisce a una prestazione svolta senza attenzione o con scarsa vigilanza; con il termine imprudenza si indica un atteggiamento avventato mentre con il termine imperizia si fa riferimento all’ignoranza delle comuni conoscenze clinico-terapeutiche relative al caso concreto, all’assenza del bagaglio professionale vale a dire di quelle conoscenze teoriche e pratiche, comunque con riferimento alla media dei colleghi di pari esperienza, che il sanitario dovrebbe possedere. Ci interesseremo di seguito della responsabilità professionale di più frequente riscontro correlata a trattamenti clinici inadeguati, ma non deve essere dimenticato che esiste anche una responsabilità professionale derivante dalla violazione di doveri previsti dal codice penale (falsità ideologica in certificato, omissione di referto, omissione di denunce obbligatorie ecc.) e ancora derivante dal mancato rispetto di specifiche leggi e/o regolamenti molti dei quali relativi alla gestione dello studio (smaltimento rifiuti 2/89-12/96, dispositivi ortodontici CE 93/42 -DE 46/97 e radiografici DL 230/1995- DL 187/2000, impianto elettrico, elettromedicali, sicurezza sul lavoro 626-94, contratti lavoro, personale dipendente, privacy 196/2003 ecc.).
Il medico è chiamato a rispondere del suo operato in ambito sia penalistico sia civilistico.
Premesso che in ambito penale la responsabilità professionale è personale dovendosi con ciò intendere che ciascuno deve rispondere personalmente delle proprie azioni e/omissioni, si ricorda che in tale ambito la colpa professionale comporta più frequentemente per l’odontoiatra ipotesi di responsabilità professionale relative a lesioni personali (articoli 582, 583 c.p.).
Poiché solamente nell’1% dei casi si assiste alla querela penale nei confronti del professionista, in questa sede ci interesseremo dei contenziosi in ambito civile la cui finalità è quella di ottenere ristoro economico del danno subito inteso quale risarcimento del danno biologico derivato dall’incongruo trattamento, a cui potranno essere aggiunte le spese relative al lavoro già effettuato ed eventualmente da effettuarsi per emendare il danno residuato.
Perché si configuri una responsabilità professionale odontoiatrica con conseguente richiesta di risarcimento di danno da parte del paziente, devono di necessità sussistere, come già anticipato, le seguenti condizioni:
errore (inescusabile) nel trattamento ortodontico;
danno alla salute del paziente inteso quale peggioramento rispetto allo stato anteriore;
nesso di causalità tra il danno riportato dal paziente e l’errore nel trattamento ortodontico.
Nei casi in cui non si ottenga il risultato ortodontico previsto a causa di carenze nella prestazione del sanitario, non rileva se foriero di danno permanente o meno, si configura una inadempienza contrattuale per inefficacia delle cure effettuate, con pressoché inevitabile conseguente richiesta al sanitario della restituzione dei compensi percepiti.
Vogliamo ancora una volta ricordare che la copertura assicurativa di responsabilità professionale non contempla tale rimborso economico. L’errore comportamentale, come già anticipato derivante da comportamento attivo o omissivo, ascrivibile a negligenza, imperizia, imprudenza dell’operatore può attenere a qualsiasi fase del trattamento, dalla diagnosi alla terapia, e si realizza nel momento in cui egli non mette in opera quelle regole dell’arte medica che sono patrimonio comune ai sanitari. Ciò detto si segnala, altresì, come sempre trattandosi di prestazione d’opera intellettuale, qualora la stessa implichi la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, l’odontoiatra risponde dei danni da lui causati solo nel caso di colpa grave.
Per quanto riguarda la prestazione ortodontica, si ricorda che essa è una prestazione d’opera a carattere intellettuale gravata, quindi, dall’impossibilità di conseguimento certo dell’esito favorevole, per cui all’odontoiatra è richiesto un obbligo di mezzi traducibile nell’approntamento di tutti i mezzi diagnostici e terapeutici in suo possesso nel tentativo di conseguimento dell’esito favorevole. Indubbiamente, comunque, all’operatore specialista in ortodonzia, sanitario di eccellenza ed estrema ultra-specializzazione nella propria branca, sono richieste una diligenza, prudenza e perizia superiori rispetto all’odontoiatra generico, che è comunque a sua volta abilitato a eseguire trattamenti ortodontici.
Va però sottolineato che, essendo sempre più ampia la richiesta di esecuzione di trattamenti ortodontici con una prioritaria finalità estetica in particolare da parte degli adulti (come evidenziabili anche dall’utilizzo dei mezzi estetici quali l’ortodonzia linguale e “invisibile” e dall’esistenza di protocolli consolidati in letteratura che garantiscono risultati predicibili), la giurisprudenza si sta spostando verso un obbligo di risultato con minor considerazione delle motivazioni del fallimento, anche se veniali sul piano tecnico e conseguente addebito di inadempienza contrattuale qualora il risultato non sia raggiunto.
La documentazione clinica
Come per tutte le branche dell’odontoiatria, in ortodonzia la documentazione clinica rappresenta il mezzo idoneo per fornire al proprio paziente risultati di eccellenza, e costituisce nel tempo un importante e fondamentale strumento di autotutela professionale. In questo paragrafo esporremo le caratteristiche generali che deve possedere la documentazione clinica, rimandando ai successivi capitoli le conseguenze, sul piano della responsabilità, di una inadeguata gestione della medesima nelle varie fasi della terapia ortodontica.
Definizione La cartella clinica è il fascicolo nel quale si raccolgono, oltre ai dati identificativi della struttura erogante, le generalità della persona assistita e i rilievi anamnestici e obiettivi, la diagnosi della malattia che ha condotto il paziente nella struttura sanitaria, i dati giornalieri sul decorso della malattia, i risultati delle ricerche e delle analisi effettuate e infine le terapie praticate. Lo scopo primario è l’ottimale registrazione dell’assistenza sanitaria erogata mediante la raccolta esaustiva di tutte le informazioni inerenti al paziente, finalizzata alla corretta diagnosi e cura dello stesso. Per una ricostruzione con risvolti giuridici se ne deduce l’importanza di una corretta e precisa compilazione, costituendo spesso l’unico documento a posteriori di una vicenda clinica.
Composizione
Privacy (autorizzazione al trattamento dati sensibili nel rispetto della Legge 196/03).
Acquisizione dati (raccolta dati identificativi del paziente).
Anamnesi medica (anamnesi medica volta a individuare le patologie sistemiche eventualmente presenti prima del trattamento, comprese quelle che influenzano il metabolismo e le condizioni del tessuto osseo).
Anamnesi odontoiatrica (con le condizioni del cavo orale per quanto concerne l’igiene, la presenza di problematiche gnatologiche-articolari, parafunzioni masticatorie ecc.).
Formula e odontogramma di inizio trattamento (formula dentaria del paziente, rappresentata anche in modo grafico, con particolare riferimento alla presenza di denti decidui in dentizione mista, lesioni cariose, precedenti restauri ecc.).
Radiografie (panoramica OPT, lastre endorali mirate, teleradiografie del cranio con relativo tracciato cefalometrico).
Fotografie (documentazione fotografica del cavo orale con il tipo di occlusione dentale, profilo del volto, eventuali discromie, crepe dello smalto ecc.).
Modelli (modelli in gesso delle arcate dentarie).
Diagnosi e Piano di trattamento (diagnosi ortodontica dopo lo studio preliminare del caso con il relativo piano di cura, durata e tipo di apparecchi da utilizzare).
Preventivi (con il dettaglio dei costi e la durata prevista per il tipo di trattamento, con le modalità di pagamento e le prestazioni in corso di cura comprese o escluse dal preventivo stesso).
Consenso (consenso informato specifico alle terapie ortodontiche, con le alternative terapeutiche, i possibili rischi e complicanze del trattamento stesso, le prescrizioni da rispettare durante e dopo le terapie).
Diario clinico (riportante il dettaglio delle singole prestazioni eseguite, la tracciabilità e le note dei singoli sanitari intervenuti, le problematiche eventualmente verificatesi durante le terapie e le prescrizioni adottate, il livello di igiene orale e la collaborazione del paziente).
Dichiarazione di conformità degli apparecchi ortodontici (CE 93/42).
Le fatture emesse e ogni singolo pagamento.
Requisiti
Rintracciabilità (data e firma leggibile dell’operatore relativamente a ciascuna prestazione, in particolare per quanto attiene a eventuali correzioni, che devono risultare chiaramente indicate).
Chiarezza (testo leggibile, comprensibile e inequivocabile).
Accuratezza (precisione dei dati riportati).
Veridicità (informazioni riportate contestualmente a quanto verificatosi o a quanto eseguito).
Pertinenza (correlazione tra quanto riportato in cartella e la diagnosi e le patologie riscontrate).
Completezza (descrizione esauriente di quanto eseguito, dal momento della presa in cura del paziente fino alla sua dimissione).
Conservazione e Archiviazione La struttura sanitaria deve predisporre procedure di custodia che garantiscano sia l’integrità della documentazione sia l’accessibilità ai soli aventi diritto. Si intende “conservazione” il periodo in cui la cartella permane nella unità dove vengono prestate le cure (responsabile il primario). Si intende “archiviazione” la conservazione per un periodo di tempo illimitato dopo il periodo di cura attiva (responsabile il direttore sanitario). Gli articoli 25 e 26 del Codice di Deontologia Medica del dicembre 2006 hanno puntualizzato gli aspetti inerenti la conservazione della cartella clinica, e anche numerose previsioni normative (art. 5 e 7 del DPR n° 128 del 27 marzo 1969 e circolare Ministero Sanità n° 208 del 19 dicembre 1986).
Circolazione Il paziente ha diritto di avere, ogni volta che lo desideri, piena visione e copia della cartella clinica. La cartella clinica può essere rilasciata: al diretto interessato, al tutore o a chi esercita la patria potestà in caso di minore o incapace, a persona fornita di delega (ivi compreso il medico curante), all’Autorità Giudiziaria, agli enti previdenziali (INAIL, INPS ecc.), al SSN, agli eredi legittimi con riserva per determinate notizie, ai medici a scopo scientifico-statistico purché anonima.
L’importanza della cartella clinica per il sanitario è comprensibile analizzando il concetto di responsabilità professionale medica già espressa nel paragrafo precedente. Infatti, come già visto, perché si possa parlare di colpa professionale è necessaria la presenza di una fondamentale triade di fattori: la presenza di un danno, la sussistenza di errore professionale e infine la prova che l’errore sia la causa del danno. In altri termini l’errore deve essere conseguenza del trattamento attivo o omissivo del sanitario, dalla diagnosi, alla terapia, al follow-up; inoltre l’errore deve essere caratterizzato da imperizia, imprudenza o negligenza, inosservanza di leggi, ordini regolamenti o discipline, consentendo la stessa di ricostruire una vicenda clinica dai risvolti giudiziari e in particolare di dimostrare o escludere una colpa professionale responsabile, in termini di causa/concausa, di un danno al paziente. Da quanto esposto, ne deriva che la cartella clinica è la fonte più logica e diretta per poter comprendere a posteriori il trattamento eseguito e le sue conseguenze negative. È poi assolutamente evidente, anche a chi odontoiatra non è, che risulta difficile sostenere in un eventuale giudizio la bontà e correttezza dell’operato medico nel momento stesso in cui la documentazione clinica risulta lacunosa, imprecisa, non corrispondente al vero o addirittura mancante. Quanto appena esposto vale quindi anche e soprattutto nella specifica branca ortodontica a causa dei lunghi trattamenti. Spesso si assiste infatti allo sviluppo di un contenzioso per il peggioramento della situazione clinica o anche solo per il mancato raggiungimento di alcuni degli obiettivi previsti inizialmente nel piano di cura; eventi che il sanitario, in mancanza di una documentazione clinica e radiografica precisa e accurata, non può dimostrare essere a lui non imputabili.
Errori e complicanze prima della terapia
Spesso avviene che si verifichi un errore proprio nella fase diagnostica, quindi ancor prima di aver iniziato la terapia ortodontica. Possiamo indicare i seguenti momenti che possono comportare delle criticità.
Inadeguata documentazione clinica prima del trattamento
Come già evidenziato, la mancanza, la carenza o l’inadeguatezza della documentazione clinica e radiografica configurano, in caso di danno al paziente, elementi di colpa professionale nei confronti del sanitario. Nella specifica branca dell’ortodonzia, la carente o inadeguata documentazione clinica, fotografica e radiografica preliminare non solo impedisce di effettuare una corretta diagnosi con relativo piano di cura, ma, al manifestarsi di eventuali problematiche, non permette al sanitario nemmeno una adeguata difesa e configura di per sé un elemento di responsabilità professionale.
Basti pensare a:
anamnesi medica superficiale o incompleta (che non evidenzi importanti patologie sistemiche prima del trattamento, come quelle genetiche o dismetaboliche interessanti la crescita e il metabolismo del tessuto osseo);
anamnesi odontoiatrica carente (che non riporti ad esempio l’esistenza di parafunzioni masticatorie, respirazione orale, deglutizione atipica, disfunzioni ATM, parodontopatie, cario-recettività ecc.);
carenza di fotografie intra- ed extra-orali (che documentino lo stato dentale pre-cure in termini di occlusione, discromie, aspetto e profilo del volto, crepe dello smalto);
carenza di radiografie pre-cure come la teleradiografia latero-laterale del cranio con profili facciali, su cui eseguire il tracciato cefalometrico per ottenere la classe scheletrica e la previsione di crescita, la teleradiografia postero-anteriore del cranio per valutare l’asimmetria, la radiografia panoramica e le endorali per valutare riassorbimenti radicolari pre-terapia;
mancanza di modelli in gesso delle arcate dentarie (complementari alle fotografie per documentare lo stato dentale anteriore del paziente in termini di gestione degli spazi e tipo di occlusione);
mancanza di un preventivo esaustivo (che riporti il costo dell’intero trattamento, il tipo di apparecchio proposto e la durata prevista delle terapie, con le prestazioni odontoiatriche comprese o escluse dal preventivo, come le visite di controllo, i posizionatori a fine cura, lo splintaggio, le terapie conservative che eventualmente si rendessero necessarie in corso di trattamento e le sedute di igiene professionale);
mancanza di consenso.
Prima di entrare nel merito della necessità di acquisizione del consenso specifico alle terapie ortodontiche, è necessario fare una premessa sulle origini e sui fondamenti del concetto di “consenso informato”. Il problema della responsabilità professionale del medico ha suscitato, soprattutto negli ultimi tempi, un ampio dibattito alimentato e sostenuto da una accresciuta e più sentita esigenza di tutela del malato. La rinnovata cultura sociale sul modo di intendere il rapporto medico-paziente ha influenzato anche la giurisprudenza, che ha prima recepito e poi ritenuto fondamentale il principio della obbligatorietà del cosiddetto “consenso informato”. Si tratta del principio che rappresenta il diritto del paziente di scegliere, accettare o anche rifiutare i trattamenti (diagnostici, terapeutici ecc.) che gli vengono proposti, solo dopo essere stato pienamente informato (salvo sua esplicita rinuncia) sulla diagnosi e sul decorso previsto della malattia, nonché sulle alternative terapeutiche (incluso il loro rifiuto) e sulle loro conseguenze. Sotto l’aspetto giuridico si ricorda che l’acquisizione del consenso a intervenire sulla integrità delle persone o sulla loro salute, come l’essenzialità dell’informazione sui rischi e sul prevedibile risultato, si ricollegano in primo luogo al fatto che la Costituzione garantisce all’articolo 13 l’inviolabilità della libertà personale (intesa come libertà fisica e morale) e al successivo articolo 32 essa tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo, fissando il principio secondo cui nessuno può essere sottoposto a un trattamento sanitario contro la propria volontà, se tale trattamento non è previsto come obbligatorio “per disposizione di legge”. Infatti ogni atto medico eseguito contro la volontà del paziente, non è più considerato tale, configurandosi il delitto di lesioni personali (art. 582 c.p.) e di violenza privata (art. 610 c.p.). Per quanto riguarda la forma del consenso, in alcuni casi la legge prevede la forma scritta (trasfusione di sangue, interruzione volontaria di gravidanza, sperimentazione clinica, trapianto di organo, utilizzo di farmaci “off-label”, procreazione medicalmente assistita), ma in mancanza di una legge che imponga quella scritta per lo specifico intervento, considerato che nel nostro ordinamento vige il principio della libertà della forma del negozio giuridico, si è affermata la validità di qualsiasi forma (ivi compresa la forma orale e la forma implicita solo per trattamenti di facile esecuzione). È bene ricordare però che un documento sottoscritto è comunque preziosissimo ove, nel caso di esito negativo, si rendesse necessario fornire la prova del consenso all’intervento medico, con l’avvenuta informazione del paziente circa i rischi e le possibilità di (in)successo. Infatti, l’onere della prova di aver adempiuto al dovere di informazione grava sull’operatore sanitario e non sul paziente. Il modulo di consenso alle terapie mediche presenta un duplice aspetto: riporta una dichiarazione dell’avvenuta informazione ricevuta (anche verbale) e riporta il consenso alla specifica prestazione sanitaria prevista. Il documento, sottoscritto sia dal paziente che dal medico, deve riportare:
i principali dati relativi allo stato di salute accertato mediante visita medica;
la descrizione dell’intervento medico ritenuto necessario;
le eventuali alternative terapeutiche;
la spiegazione dei prevedibili rischi derivanti dall’effettuazione o meno della prestazione;
l’illustrazione delle tecniche e degli eventuali materiali impiegati;
la durata prevista.
Prima di addentrarci nell’ortodonzia, è inoltre opportuno fare chiarezza per quanto riguarda i trattamenti sanitari sui minori. Infatti i trattamenti ortodontici sono eseguiti prevalentemente su soggetti minorenni, rappresentando ancora quelli eseguiti sugli adulti solo una piccola percentuale dei casi, anche se in aumento. Per sintetizzare l’argomento dell’autodeterminazione e dell’autonomia del paziente minorenne nelle questioni biomediche, si può affermare che in giurisprudenza vi è conflitto e bilanciamento tra il cosiddetto “principio di beneficenza” e il correlato “principio di autonomia” (dove si confrontano esigenze di protezione contro istanze di autonomia). Entrando nel merito, nel caso di interventi su minori, si sottolinea che il consenso deve essere richiesto a entrambi i genitori, in quanto esercenti la patria potestà e, ove ci sia stata separazione, il consenso deve essere richiesto al coniuge affidatario. Nel caso in cui i genitori siano stati privati della patria potestà o siano deceduti, il consenso deve essere espresso dal tutore. Tuttavia, in coerenza con il principio secondo cui il diritto alla salute è personalissimo e la sua tutela non può essere affidata ad altri, se, malgrado la minore età, il paziente dimostra di essere psichicamente maturo, critico e volitivo, è necessario anche il suo consenso e se c’è un contrasto con quanto decidono i genitori, deve essere fatta prevalere la volontà del minore, previo parere del giudice tutelare. Lo spazio più o meno ampio di autonomia si ricollega ovviamente al grado di maturità ed equilibrio raggiunti che non sempre dipende esclusivamente e rigidamente dall’età anagrafica, anche se generalmente e indicativamente vengono distinte tre fasce di età. Per una diversificazione del discorso etico-giuridico in relazione all’età del minore infra-quattordicenne, almeno fino al recente passato, si è ritenuto che il minore non fosse in grado (salvo eccezioni e situazioni particolari) di comprendere pienamente i significati e le problematiche sottese a un delicato intervento medico. Nella fascia di età compresa tra i quattordici e i sedici anni, per il fatto che il minore acquisisce una progressiva maturità psichica, alla consapevole volontà espressa dal minore non è possibile non riconoscere rilevanza soprattutto nel caso di esplicito e fermo dissenso, a maggior ragione dopo il compimento dei sedici anni e fino alla maggiore età, quando la volontà del minore, fondata sull’accentuato sviluppo delle capacità fisiche e psichiche, assume una rilevanza quasi completa. Sta di fatto che il diritto-dovere dei genitori (o del rappresentante legale) di curare il minore non può collidere con la sua libertà di decidere della sua salute. Ovviamente, nel caso di pareri contrastanti, la risoluzione del caso non risulta mai facile e immediata in quanto per la piena liceità dell’intervento non basta il solo consenso del minore, né tanto meno quello dei soli genitori, ma ci vorrebbe il consenso di tutti. Come è stato osservato, ci si viene a trovare in una situazione in cui la volontà del minore risulta importante – anzi, decisamente importante – ma purtroppo non decisiva. Alla suddetta disposizione fa da corollario l’analoga previsione del Codice deontologico dei medici, il quale prevede il consenso del legale rappresentante (“fermo restando il rispetto dei diritti del legale rappresentante”), ma anche l’obbligo di informare il minore e di tenere conto della sua volontà, compatibilmente con l’età e con la capacità di comprensione (art. 34). Soltanto nel caso di “trattamento necessario e indifferibile” (evenienza assai rara a verificarsi in ortodonzia), l’opposizione del minore non viene considerata e, se il legale rappresentante si oppone, il medico è tenuto a informare l’autorità giudiziaria (art. 37). Si può pertanto concludere dicendo che, a parte i casi di esclusione sopra individuati e altri casi eccezionali, l’attività medica richiede per la sua validità e concreta liceità la manifestazione del consenso del paziente, che costituisce un presupposto di liceità del trattamento medico-chirurgico. La mancanza di consenso informato del paziente configura un profilo di responsabilità nei confronti dell’odontoiatra e può comportare la mancata copertura assicurativa in un’eventuale richiesta di risarcimento danni, pur in presenza di un trattamento ortodontico eseguito secondo le regole di prudenza, perizia e diligenza richieste dal caso concreto qualora si sia verificata una complicanza. Da quanto premesso si intuisce come la questione del consenso informato in ortodonzia sia di importanza fondamentale per il sanitario, in mancanza del quale si configura profilo di colpa professionale, ancorché le terapie si rivelino correttamente eseguite. Ciò in particolare in ortodonzia, branca caratterizzata dagli aspetti tipici che di seguito si riportano e che devono indurre il sanitario a informare esaustivamente il paziente, assicurandosi nel contempo di aver ottenuto un valido consenso da parte dello stesso:
trattamenti eseguiti su soggetti minorenni;
trattamenti di durata pluriennale e di costo elevato (con severi disagi nella vita di relazione e nelle attività quotidiane);
trattamenti i cui obiettivi terapeutici riguardano non solo l’aspetto funzionale-masticatorio dell’apparato dentario, ma anche l’aspetto estetico facciale;
trattamenti che, modificando profondamente la situazione ossea, dentale, occlusale ed estetica, possono dar luogo a numerose “complicanze”;
trattamenti che richiedono indiscutibilmente, per il buon esito delle terapie, sia un alto grado di collaborazione del paziente, sia il mantenimento di un alto grado di igiene orale domiciliare.
Da quanto esposto deriva un’altra importante considerazione: solo l’associazione tra un modulo di consenso informato alle terapie ortodontiche, correttamente strutturato, e una accurata documentazione clinica prima, durante e dopo le cure (che dimostri la correttezza del trattamento in ogni sua fase), può esimere il sanitario dalla presunzione di profili di colpa in ortodonzia.
Errata valutazione delle condizioni cliniche generali del paziente
Paziente parodontopatico non diagnosticato In passato si riteneva che la malocclusione determinasse un aumento del rischio di parodontopatia, sia per una maggiore difficoltà a mantenere una igiene orale corretta in presenza di denti non allineati, sia per il cosiddetto trauma da occlusione. Per questo motivo il trattamento ortodontico veniva proposto al fine di prevenire le parodontopatie. In seguito si è visto che non vi sono prove che la malocclusione sia un fattore favorente la parodontopatia.3,4 È però innegabile che un trattamento ortodontico possa peggiorare una parodontopatia in atto, per cui, prima di intraprendere una terapia ortodontica e durante il trattamento stesso è obbligatorio:
eseguire una diagnosi parodontale (obiettivata attraverso sondaggio parodontale e adeguate radiografie endorali);
eseguire eventualmente un adeguato trattamento parodontale;
monitorare il controllo di placca da parte del paziente intervenendo con trattamenti e ri-motivazioni all’igiene;
sospendere il trattamento ortodontico nel caso non si ottenga una adeguata collaborazione.
Paziente con patologie metaboliche che influenzano il metabolismo osseo (diabete, osteoporosi, artrite reumatoide, trattamenti ormonali, chemioterapia, acromegalia GH).
La condizione sistemica che più frequentemente complica un trattamento ortodontico sia nel bambino che nell’adulto è il diabete. Il paziente diabetico o prediabetico può essere però sottoposto a trattamento ortodontico purché questo non sia troppo prolungato nel tempo e vi sia costante controllo a causa della possibile e precoce perdita di osso che si può verificare5.
Particolare attenzione deve essere posta nei trattamenti ortodontici nei pazienti, sia giovani che adulti, affetti da artrite reumatoide per i danni condilari che sovente sono presenti e per il rischio di parodontopatia secondaria all’assunzione di farmaci steroidei.
L’osteoporosi è un termine usato per definire il deficit di massa ossea ed è patologia direttamente correlata all’età. L’ortodontista dovrebbe prestare particolare attenzione alle donne sopra i 30 anni che intendono sottoporsi a trattamenti ortodontici (fattori di rischio predisponenti per l’osteoporosi sono l’uso prolungato di corticosteroidi, il fumo, la menopausa, la carenza di vitamina D, nefropatie, cirrosi epatica e fratture), in quanto la mancata compensazione farmacologica dell’osteoporosi è da considerarsi sostanzialmente controindicazione assoluta ai trattamenti ortodontici. Anche in presenza di osteoporosi “compensata” è necessario sapere che due categorie di farmaci usati per il trattamento dell’osteoporosi sono in grado di ridurre o alterare le risposte di denti sottoposti a trazione ortodontica: i bifosfonati usati nelle donne in menopausa e gli inibitori delle prostaglandine PG (come l’indometacina). Senza contare che molte categorie di farmaci usati per diverse patologie sistemiche sono in grado di alterare la produzione di PG e quindi di influenzare – fino a inibire – il movimento dentale: gli antiaritmici (come la procaina), gli antidepressivi triciclici, gli antimalarici, gli anticonvulsivanti (come la fenitoina) e gli antibiotici come le tetracicline (effetto simile a bifosfonati)6. Com’è noto, gli ormoni sessuali sono in grado di influire direttamente sul metabolismo osseo (basti pensare alla crescita dell’individuo) e quindi anche le terapie ormonali sostitutive oggi utilizzate (comprese quelle con fattore della crescita GH) possono influenzare l’esito del trattamento ortodontico; in particolare, l’estrogeno ha l’effetto di conservare il calcio scheletrico, riducendo la frequenza dell’attivazione della rimodellazione ossea7. In aggiunta, sovente i pazienti assumono analgesici per controllare il dolore causato dall’applicazione dell’apparecchio ortodontico, farmaci che influenzano le PG.
La chemioterapia in pazienti oncologici ha effetti negativi sul metabolismo osseo, considerato che i farmaci utilizzati sono tossici e deprimono il ricambio di ogni tessuto dell’organismo, perché impediscono la crescita e la rigenerazione cellulare e quindi impediscono anche il “turnover” a livello osseo. Non dimentichiamo, inoltre, che spesso i pazienti oncologici, oltre alla chemioterapia, vengono trattati anche con bifosfonati.
Paziente allergico (lattice, nickel). È opportuno indagare la presenza di allergia al nickel perché contenuto in molti dei componenti delle apparecchiature ortodontiche quali fili e bracket e l’allergia al lattice in caso di utilizzo di elastici e guanti.
Paziente che necessita di profilassi antibiotica La cementazione delle bande ortodontiche (ma non dei “bracket”) è procedura soggetta alla profilassi antibiotica nei pazienti che sono a rischio di endocardite batterica, come da linee guida della AHA 1997-20078.
Paziente che ha subìto traumi dentali È bene indagare eventuali traumi dentali perché favorenti lo sviluppo di rizolisi e necrosi che possono erroneamente essere attribuite esclusivamente al trattamento ortodontico; a tal proposito bisogna eseguire radiografie endorali dei denti coinvolti prima del trattamento e periodicamente ogni 6 mesi.
Paziente con sindrome algico-disfunzionale non diagnosticata Anche se oggi si considera che il trattamento ortodontico non abbia rilevanza nel determinare o prevenire un disordine cranio-mandibolare, è sicuramente opportuno prima di iniziare un trattamento ortodontico eseguire un breve esame gnatologico (apertura massima, “end-feel”, presenza di rumori articolari, ricerca di algie e contratture mediante palpazione della muscolatura masticatoria) che obiettivi lo stato delle articolazioni temporo-mandibolari.
Paziente in gravidanza Non deve essere iniziato il trattamento ortodontico in una paziente in gravidanza in quanto l’inopportunità di eseguire controlli radiografici impedisce l’esecuzione delle indagini preliminari, il monitoraggio radiografico del caso e l’esecuzione di eventuali trattamenti odontoiatrici che si rendessero necessari proprio a causa del trattamento stesso. La comparsa dello stato di gravidanza in un trattamento ortodontico già in corso non è motivo, di per sé, di interruzione, ma è necessario che la paziente sia informata dei possibili rischi di risultati imprevedibili per gli squilibri ormonali e che il sanitario riduca al minimo i movimenti dentali attivi9 a partire dal secondo semestre, controllando il mantenimento dell’igiene e monitorando radiograficamente la situazione nell’ultimo trimestre.
In conclusione prima dei trattamenti ortodontici deve essere eseguita una accurata anamnesi, perché, nel caso della comparsa di complicanze nelle condizioni non adeguatamente indagate e appena descritte, la responsabilità del sanitario sarà indiscutibile.
Errore di diagnosi clinica ortodontica
Scelta di un trattamento ortodontico improprio
Estrazione immotivata dei premolari. L’argomento delle estrazioni a scopo ortodontico è dibattuto sin dagli inizi del 900, e Angle ne fu uno strenuo avversatore. Dopo di lui i suoi allievi, Tweed e Begg, le introdussero progressivamente fino a raggiungere negli anni ’60 il massimo del loro utilizzo (il 50% dei casi ortodontici era estrattivo). Oggi sono al minimo della loro indicazione (10% dei casi). Le estrazioni trovano la loro indicazione nei casi di affollamento e nei casi in cui sia necessario ridurre la protrusione dentale arretrando gli incisivi. I trattamenti alternativi consistono nell’espansione delle arcate nel primo caso e nei trattamenti chirurgici o nelle modifiche di crescita nel secondo10. Esistono delle linee guida che a partire dalla discrepanza di lunghezza d’arcata forniscono indicazioni sulla tecnica più indicata. Mentre è evidente che esiste una zona di sovrapposizione in cui entrambe le tecniche possono essere utilizzate (discrepanza da 5 a 9 mm), è chiaro che ogni zona estrema ha una specifica e indicata tecnica (espansione e “stripping” fino a 4 mm ed estrattiva oltre i 10 mm). L’utilizzo di una tecnica errata provoca la comparsa di problemi evidenti quali la recidiva di affollamento, una eccessiva protrusione dentale, la mancanza di sigillo orale e le recessioni gengivali per iper-espansione dell’arcata nei casi non estrattivi, mentre nei casi estrattivi possono comparire antiestetici diastemi e l’inestetico e vecchieggiante appiattimento del profilo del volto. Nei contenziosi in cui venga riconosciuto l’errore della scelta del trattamento estrattivo si assiste al riconoscimento di un danno alla persona assai rilevante perché si sono persi 4 denti integri e il trattamento emendativo risulta essere sempre assai complesso. Mai come in questo caso è rilevante l’informazione esaustiva e il conseguente consenso scritto del paziente al trattamento scelto (figura 1 a-e).
Camouflage vs ortodonzia chirurgica. Con il termine di “camouflage” si intende un trattamento ortodontico di compenso dentale al fine di ridurre una malocclusione (ad esempio, estrazione dei premolari superiori e arretramento degli incisivi superiori in una II classe scheletrica). L’ortodonzia chirurgica invece ha come scopo il riposizionamento delle basi ossee al fine di ottenere una corretta occlusione. Anche in questo caso vi è una zona intermedia di malocclusioni in cui entrambi i trattamenti possono essere indicati e compito del sanitario, per minimizzare le contestazioni, è una completa informazione sui risultati ottenibili spesso facendo ricorso a tecniche di “imaging” digitale che, specie sul piano frontale, possono ben evidenziare i risultati ottenibili. Le tecniche di simulazione digitale dei risultati con immagini sono da alcuni criticate perché possono ingenerare aspettative non realistiche, ma studi recenti hanno dimostrato che questo in realtà non avviene11. Sono invece le situazioni estreme, in cui è indiscutibile quale dei due trattamenti sia chiaramente indicato, a essere fonte di responsabilità. Tipico è il caso di trattamento di compenso (inidoneo) iniziato nella convinzione che tanto in caso di mancato risultato si possa facilmente ricorrere alla chirurgia; ciò non è vero, sia perché i movimenti dentali del camouflage sono compensativi mentre quelli della ortodonzia pre-chirurgica sono decompensativi e quindi esattamente in direzione opposta, sia perché le estrazioni spesso necessarie nell’ortodonzia compensativa non lo sono, o perlomeno non riguardano i medesimi elementi dentari, nella ortodonzia chirurgica.
È inutile ricordare che un consenso informato a un trattamento con una indicazione errata non ha alcuna validità nell’esimere il sanitario dalle proprie responsabilità, in quanto il paziente può esprimere il proprio consenso scegliendo solo tra alternative terapeutiche valide e scientificamente percorribili. Allo stesso modo un sanitario non può intraprendere un trattamento ortodontico, ancorché richiesto e autorizzato dal paziente, se non rappresenta una valida alternativa terapeutica solo per acconsentire ai “desiderata” del paziente.
Errori e complicanze durante la terapia
Inadeguata documentazione clinica durante il trattamento
Profili di colpa professionale sono evidenziabili anche per inadeguatezza della documentazione clinica e radiografica in corso di trattamento ortodontico e non solo prima dello stesso. Infatti svariate sono le complicanze che possono verificarsi in un trattamento ortodontico e un diario clinico non accurato può essere determinante per attribuire elementi di colpa al sanitario; ad esempio, la comparsa di carie per lo scarso livello di igiene orale tenuto dal paziente deve essere riportata puntualmente nel diario, con le rinnovate motivazioni al paziente da parte dell’operatore, associata all’esecuzione di radiografie “bite-wing”, con le eventuali sedute di igiene eseguite e, ove necessario, la rimozione degli apparecchi ortodontici applicati. Altro esempio, la comparsa di rizolisi, mai controllata radiograficamente dal sanitario nel corso di pluriennali trattamenti ortodontici, rizolisi che è rilevata spesso dopo molto tempo da altro curante a causa della mobilità dentale.
Anche la mancanza di fotografie o modelli in gesso in corso di terapia o al termine delle medesime, può comportare per il sanitario l’impossibilità di dimostrare che il trattamento era stato adeguatamente concluso e il disallineamento lamentato è frutto di recidiva.
Discorso a parte per il consenso: è infatti evidente che un trattamento duraturo come quello ortodontico possa richiedere adeguamento del piano di cura, del preventivo e quindi in definitiva del consenso del paziente: pertanto è facile intuire come anche la mancanza di un aggiornamento del consenso per la variazione del trattamento eseguito, purché significativa, possa configurare profilo di colpa professionale per il sanitario che ha variato il piano di cura.
Danni iatrogeni durante il trattamento
Estrazione di dente errato Non sono infrequenti gli errori per estrazione a scopo ortodontico di un dente errato; ciò può avvenire per un errore consapevole del sanitario conseguente a scelta errata del dente o dei denti da sacrificare, oppure può avvenire per errore inconsapevole del sanitario che estrae un dente diverso da quello indicato nel piano di trattamento (evenienza non infrequente quando chi estrae il dente non è l’ortodontista stesso) (figura 2 a-d).
Riassorbimento radicolare La possibilità di un riassorbimento radicolare secondario a trattamento ortodontico è argomento controverso in letteratura.
Da più parti si è concordi nel ritenere che modesti riassorbimenti apicali (entro i 2 mm) non determinano mobilità e non compromettono la stabilità futura del dente, per cui non configurano responsabilità professionale e sono da considerarsi “fisiologici” nei trattamenti ortodontici. Diverso è il caso dei riassorbimenti radicolari che coinvolgono oltre la metà della lunghezza del dente con evidente mobilità, perché in questo caso la responsabilità del sanitario è evidente, non tanto per aver determinato la rizolisi, ma soprattutto per non aver intercettato attraverso controlli clinici e radiografici il riassorbimento, prendendo adeguati e precoci provvedimenti (interruzione trattamento, riduzione delle forze di trazione).
Secondo alcuni Autori12 il riassorbimento radicolare è causato da forze o da momenti troppo intensi, troppo duraturi o applicati in modo alternato (jiggling) su un paziente con predisposizione individuale (pregressi trattamenti, maschi maggiormente a rischio, precedenti traumi dentari, età maggiore di 12 anni, overjet maggiore di 4 mm, canino disincluso palatalmente, meccaniche intrusive).
Quindi, non essendo possibile prevedere se un trattamento, ancorché eseguito in maniera corretta, comporterà rizolisi, l’addebito di responsabilità scatterà esclusivamente quando la mancanza di controlli radiografici durante i trattamenti di lunga durata impedisce al sanitario di diagnosticare una rizolisi in corso e di intervenire con opportuni provvedimenti.
In termini di rischio di sviluppare riassorbimento radicolare durante il trattamento ortodontico, è bene precisare che statisticamente tale rischio è identico per denti vitali e denti correttamente devitalizzati, mentre risulta aumentato nei trattamenti che coinvolgono denti traumatizzati o non correttamente devitalizzati.
Pertanto sarà compito del dentista provvedere al corretto “risanamento” dei denti incongruamente devitalizzati da sottoporre a trazione.
Nel caso di denti traumatizzati con esposizione pulpare, si renderà necessario iniziare la terapia canalare e riempire temporaneamente il canale con materiali a base di idrossido di calcio da lasciare in situ fino al termine del movimento ortodontico, e solo allora procedere con l’otturazione definitiva del canale radicolare13 (figura 3 a-e).
Fallimenti della disinclusione degli elementi dentari
Si definisce dente incluso un elemento dentario che permane inglobato a livello osseo o osteomucoso dopo l’epoca prevista di eruzione privo di tendenza alla normale migrazione verticale, mentre per dente ritenuto si intende un elemento dentario non ancora erotto all’epoca della prevista eruzione, ma dotato ancora di potenziale eruttivo14.
Gli elementi dentari che più frequentemente sono soggetti a inclusione sono i terzi molari con un’incidenza dal 20 al 30%, seguiti dai canini (specie i superiori) con un’incidenza dal 2 al 6%15.
Le opzioni di trattamento consistono in:
trattamento intercettivo con estrazione del canino deciduo o con incremento dello spazio per via ortodontica;
esposizione chirurgica e riposizionamento ortodontico;
autotrapianto;
estrazione con sostituzione protesica o implantologica o con chiusura dello spazio per via ortodontica.
Ognuna di queste alternative ha specifiche indicazioni e adeguate modalità di esecuzione che, se disattese, possono portare a conseguenze negative indesiderate, fonte di contenzioso, tra cui:
perdita di vitalità del dente incluso;
riassorbimento radicolare;
anchilosi;
recessioni mucose;
perdita di supporto osseo.
Riportiamo alcuni casi di fallimento di disinclusioni, a causa della comparsa di effetti indesiderati (figure 4 a,b; 5 a,b).
Perdita di ancoraggio Definiamo come ancoraggio ortodontico la resistenza alle forze di reazione fornita dai denti, dal palato, dalla testa, dal collo o da microviti inserite nell’osso, utilizzata per ottenere i movimenti dentali.
La perdita di ancoraggio quindi è la dislocazione degli elementi resistenti per superamento della loro soglia di reazione
al movimento.
Il sistema di ancoraggio scelto in un trattamento ortodontico deve essere attentamente valutato e monitorato nel tempo, perché si possono verificare lenti e progressivi spostamenti proprio degli elementi di ancoraggio, come nel caso che presentiamo, in cui il tentativo fallito di disinclusione ha portato alla perdita di ancoraggio di numerosi elementi dentari (figura 6 a-d).
L’efficienza di una terapia ortodontica nel paziente in crescita dipende soprattutto dalla scelta dello specialista di iniziare la terapia in un momento preciso, al fine di sfruttare il picco di crescita ossea dei mascellari o la permuta dentale, in modo da ottenere il migliore risultato possibile nel minore tempo possibile. Appare evidente che l’errata scelta del momento di inizio o della durata del trattamento o della durata della contenzione, configurerà profili di responsabilità per il sanitario, quando non rispettosi dei protocolli ormai consolidati in letteratura.
Errata gestione di agenesie In caso di agenesie, specie degli incisivi laterali superiori, senza la presenza del corrispondente spazio in arcata, è possibile intervenire o con la semplice corono-plastica dei canini o con la più complessa riapertura degli spazi e ripristino dei denti mancanti per successiva implanto-protesi.
Le alternative devono essere valutate attentamente per non incorrere in clamorosi fallimenti, come nel caso seguente, in cui l’errata gestione ortodontica della riapertura degli spazi ha creato un fallimento implanto-protesico, sia estetico che funzionale (figura 7 a-d).
Necrosi dentarie Come noto, all’inizio del trattamento ortodontico è evenienza fisiologica la comparsa di dolore per compressione del legamento parodontale, solitamente di durata inferiore alla settimana.
È bene precisare quindi che l’utilizzo di forze ortodontiche leggere non causa mai necrosi pulpare del dente – e quindi un danno permanente – ma, al massimo, può provocare solo pulpite temporanea e reversibile.
Dolori molto intensi e di durata superiore sono invece provocati da trazioni eccessive per forze pesanti e provengono anche dall’infiammazione del tessuto pulpare o dall’interessamento del peduncolo vascolare per spostamenti bruschi dell’apice del dente.
Sono infatti descritte necrosi conseguenti a queste pulpiti e interventi di devitalizzazione per alleviare il dolore.
In questo secondo caso è possibile configurare la responsabilità del sanitario per imperizia.
Comportamento corretto del sanitario è pertanto l’utilizzo sempre di forze leggere e la preventiva devitalizzazione degli elementi dentari con compromissione pulpare prima delle trazioni ortodontiche, considerato anche che il dente devitalizzato possiede identica riposta alla trazione rispetto al dente vitale e non è soggetto a un maggiore riassorbimento radicolare16 (figura 8 a-d).
Danni parodontali Problemi parodontali possono presentarsi durante un trattamento ortodontico quando le procedure igieniche non sono sufficienti; nel giovane in età puberale si può assistere a una parodontopatia marginale con ipertrofia papillare nei casi di trattamenti con apparecchiature fisse.
Il corretto comportamento del sanitario consiste nel rilievo della situazione parodontale del paziente prima dell’inizio della terapia ortodontica, al fine di indicarlo in cartella se possibile a mezzo di iconografia, nella adeguata informazione relativamente alle corrette manovre di igiene orale che il paziente deve mettere in atto durante il trattamento e all’aumentato rischio dello sviluppo di parodontopatia.
Durante il trattamento, nel caso di comparsa di parodontopatia, il sanitario deve annotare la situazione in cartella clinica, eseguire una terapia adeguata e rinforzare la sensibilizzazione del paziente sul problema; qualora malgrado l’intervento del sanitario non si ottenga comunque la collaborazione del paziente, l’ortodontista deve predisporre l’interruzione del trattamento (figura 9 a-c).
Esistono però danni parodontali che si realizzano senza alcuna colpa del paziente, ma per esclusiva responsabilità del sanitario e ci si riferisce alle recessioni vestibolari per eccessiva vestibolarizzazione degli elementi dentari, ad esempio secondarie all’utilizzo di disgiuntori a suture ormai chiuse o all’utilizzo di placche mobili espansive verso la corticale vestibolare, alla disinclusione vestibolare di canini inclusi senza adeguati interventi di mantenimento o di creazione della gengiva aderente e all’utilizzo degli elastici mesio-distali per correggere i diastemi interincisivi superiori a causa del possibile scivolamento degli stessi nel tessuto parodontale con distruzione progressiva del medesimo e perdita dei denti (figura 10 a-c).
Patologia ATM La possibilità che un trattamento ortodontico determini o prevenga un disordine temporo-mandibolare (DTM) è argomento assai dibattuto.
La maggioranza degli Autori ritiene oggi che non vi sia una relazione scientificamente dimostrabile17.
La comparsa pertanto di rumori o di dolori articolari durante un trattamento ortodontico sarà considerata complicanza, non altrimenti evitabile, in presenza di trattamento ortodontico correttamente eseguito, mentre potrà essere considerata conseguenza di un errore se il trattamento ortodontico non è condotto secondo protocolli consolidati. Ancora, nell’attribuzione di responsabilità, rivestirà elemento della massima rilevanza la presenza o l’assenza nello studio preliminare ortodontico di una visita gnatologica di base (anamnesi soggettiva e di pregressi traumi, rumori articolari, apertura massima, palpazione muscolatura masticatoria) che escluda DTM all’inizio della terapia, oppure di esami approfonditi (radiografia a bocca aperta e chiusa, TC e RMN delle ATM, kinesiografia) che documentino lo stato di patologia delle articolazioni.
11. Presenza di carie e decalcificazioni dello smalto, estese praticamente a tutti i denti, ben evidenziabili dopo la rimozione dei mezzi di bandaggio, ma ovviamente rilevabili anche durante il lungo trattamento ortodontico.
Carie dentarie Possono evidenziarsi al termine della terapia quando vengono rimosse le bande e gli attacchi; oggi sono meno frequenti che in passato per il ridotto utilizzo di bande a favore dei “bracket” e per l’utilizzo di cementi vetroionomeri in grado di liberare fluoro. In caso di contenzioso per la presenza di numerose e profonde carie, evidenziate solo allo sbandaggio, dopo un lungo trattamento, verrà ritenuto responsabile il sanitario per omessa diagnosi nei controlli durante la terapia; mentre la presenza di radiografie diagnostiche, di annotazioni in cartella della comparsa delle carie, di comunicazioni scritte alla famiglia per una maggiore collaborazione dal punto di vista igienico e della necessità di trattamenti terapeutici conservativi fino ad arrivare all’interruzione del trattamento ortodontico stesso nel caso non si ottenesse miglior igiene e il consenso alla effettuazione delle otturazioni, permetterà al sanitario di evitare ogni addebito. La presenza di carie contestuale a una inadeguata igiene, malgrado adeguato trattamento parodontale professionale e motivazione al paziente, è motivo sufficiente, pertanto, per l’interruzione del trattamento da parte del sanitario (figura 11).
Lesioni dello smalto (crepe, fratture, stripping). Le lesioni dello smalto provocate dal “debonding” sono assai frequenti e si verificano maggiormente con gli attacchi in ceramica della prima generazione rispetto a quelli metallici18. Queste lesioni, partendo dalle crepe nello smalto, passano per la perdita di frammenti dello smalto e possono arrivare fino alla perdita di frammenti smalto-dentinali o anche dell’intera corona nel caso di denti piccoli come gli incisivi laterali. Siccome le crepe dello smalto, spesso già presenti prima del trattamento, sono evidenziate dai pazienti solo al termine del trattamento per la particolare attenzione che pongono nella osservazione dei risultati, è bene che l’ortodontista esegua una ricerca accurata delle eventuali crepe presenti prima dell’inizio del trattamento, (fotografia utilizzando retroilluminazione con ultravioletti) annotandole in cartella e ponendole all’attenzione del paziente.
Lo “stripping” è la tecnica di asportazione dello smalto dalle superfici interprossimali dei denti con l’utilizzo di strumenti rotanti o strisce abrasive. Nata negli anni ‘60 come soluzione per prevenire le recidive di affollamento del gruppo incisivo, è oggi spesso parte integrante di precisi trattamenti ortodontici finalizzati all’ottenimento di adeguato spazio in arcata senza ricorrere ad avulsioni di denti (spesso infatti anche la sola estrazione di un incisivo, a parte i problemi estetici, comporta spesso disarmonia dell’intera arcata e alterazione dei contatti dentari). Con la tecnica dello “stripping”, quando correttamente eseguita, è possibile infatti “recuperare” da 4 a 8 mm di spazio in arcata, a seconda che sia praticata solo sui denti anteriori o anche sui denti diatorici. In base alle evidenze scientifiche, non è dimostrata l’insorgenza di lesioni parodontali a seguito dell’esecuzione dello “stripping” e anche la supposta maggiore incidenza di lesioni cariose dovute all’asporto della barriera di smalto non è stata dimostrata, specie in soggetti adulti. Al contrario, la tecnica dà indubbi vantaggi in termini di “stabilità occlusale e posizionale”, in quanto i punti di contatto interdentali diventano delle superfici di contatto. Lo “stripping” può dar luogo a responsabilità professionale quando si crea un danno dentale causato dalla mancata indicazione o dalla errata esecuzione o dalla mancata informazione al paziente. Nel caso clinico presentato, al termine di un trattamento ortodontico con l’esecuzione di stripping, sono residuati diastemi e carie interprossimali proprio nei punti di stripping eseguiti in modo inadeguato, con riconoscimento delle spese necessarie a eseguire un parziale “ritrattamento” ortodontico e le otturazioni di corono-plastica, con i conseguenti rifacimenti conservativi nel tempo. Il CTU ha riconosciuto 8.000,00 € di danno emergente (figura 12 a-d).
Lesioni delle parti molli intraorali
Sono molto frequenti e, pur non essendo gravi, preoccupano molto i piccoli pazienti e i loro genitori creando situazioni di tensione. Possiamo distinguere: lesioni traumatiche, aumenti di volume gengivale, reazioni allergiche.
13. Caso di ipertrofia della mucosa geniena provocata dal decubito prolungato nei mesi da parte dell’arco lasciato senza protezione; dopo consulto da altro sanitario per ottenere la guarigione è stato necessario rimuovere chirurgicamente la lesione mucosa. Da questo episodio è nato un conflitto con il curante ortodontista.
Lesioni traumatiche. Possono comprendere: decubiti, lesioni delle mucose delle guance e delle labbra per sfregamento contro i componenti delle apparecchiature ortodontiche, contro legature non adeguatamente ripiegate sotto l’arco o contro archi sporgenti distalmente dalle cannule, ferite da spingibande e morsicature secondarie a parafunzioni; tali lesioni fortunatamente guariscono rapidamente senza lasciare nessun danno permanente. Devono essere ovviamente riconosciute precocemente in modo da rimuovere i fattori causali, perché altrimenti possono divenire croniche, o infettarsi, e richiedere ulteriori trattamenti non previsti. Di significato traumatico analogo sono i mucoceli del labbro (neoformazioni reattive pseudocistiche che originano per stravaso mucoso a causa di danno meccanico al dotto escretore di ghiandole salivari minori) e le ranule (cisti di medesimo significato nel pavimento orale) che difficilmente regrediscono spontaneamente, necessitando di interventi chirurgici di rimozione. Anche in questo caso una adeguata informazione preventiva della loro possibile comparsa durante il trattamento riduce il rischio di conflitti (figura 13).
Aumenti di volume gengivale. Frequentemente durante i trattamenti ortodontici si assiste a ipertrofia gengivale per infiammazione dovuta al ristagno di placca batterica, a composito debordante dai “bracket”, alla presenza di bande sottogengivali. Il quadro infiammatorio deve essere riconosciuto dal sanitario che porrà adeguati interventi motivazionali all’igiene da parte del paziente, nonché terapeutici di igiene professionale e di rimozione degli irritanti. Solitamente tale quadro ipertrofico gengivale regredisce con la terapia o con la rimozione delle apparecchiature ortodontiche, ma in alcuni casi sono necessari piccoli interventi parodontali di rimozione gengivale, come avviene nel caso della gengivite giovanile spongiotica, di eziologia ancora oggetto di studio che non risponde alle comuni manovre di igiene orale19.
Reazioni allergiche. Sono possibili a causa della presenza di nickel negli archi superelastici, nei bracket e negli archi esterni delle trazioni extraorali. L’aspetto della biocompatibilità sta assumendo sempre maggiore importanza, considerata la lunga permanenza di tali materiali contenenti nickel nel cavo orale. Tali reazioni allergiche sono considerate eventi rari – anche perché si ritiene che siano necessarie concentrazioni di nickel nel cavo orale superiori a quelle necessarie per scatenare un’allergia a livello cutaneo – ma comunque dovuti al contatto diretto tra metallo e mucose orali. Malgrado il problema delle allergie in odontoiatria sia comune nella pratica clinica (ad esempio, un altro dei materiali che può provocare allergie in ortodonzia è la resina acrilica, o metil-metacrilato, con cui sono costruiti alcuni dispositivi ortodontici20) e siano stati osservati in letteratura singoli casi di sensibilizzazione al nickel21, non esistono studi in letteratura di massima valenza scientifica, come le metanalisi, in grado di evidenziare delle correlazioni tra nickel negli apparecchi ortodontici e risposte allergiche dei soggetti trattati. Un recente studio di metanalisi ha dimostrato, infatti, che il trattamento ortodontico non è associato con un aumento statisticamente significativo della prevalenza dell’ipersensibilità al nickel, a meno che i soggetti abbiano praticato “piercing” cutaneo22. È però sempre opportuno che in anamnesi venga preventivamente indagata e annotata una eventuale allergia al nickel (insieme ad altre allergie), al fine di instaurare un trattamento ortodontico con materiali che non contengono il nickel, considerato che comunque i singoli casi finora osservati di ipersensibilità al nickel sembrano riguardare sempre soggetti pluri-allergici.
Lesioni delle parti molli extraorali
Pur essendo eccezionali, sono stati descritti nel 1994 ben 9 casi in Europa di lesioni oculari gravi (con perdita del visus in 6 casi) causate dall’uso improprio di apparecchiature ortodontiche extraorali23. Nell’inevitabile contenzioso che ne è derivato, viene accuratamente analizzato il livello di informazione che il sanitario ha fornito all’utilizzatore e ai genitori relativamente alla applicazione di tali dispositivi e al loro uso durante le attività della giornata (opportunità di informazioni scritte nell’acquisizione del consenso).
Ingestione o inalazione di componenti ortodontici I componenti che possono essere ingeriti o inalati vanno dalle bande, dagli attacchi e dalle molle (sfuggiti al controllo del sanitario nel momento in cui vengono montati), agli attivatori degli ERP – espansori rapidi del palato (sfuggiti al controllo dei genitori durante l’attivazione). Sarà considerato comportamento imprudente il non aver legato con filo interdentale un componente come una banda o un attivatore di ERP sfuggito al controllo del sanitario e il non aver dato istruzioni in proposito ai genitori del piccolo paziente. Ben diverso, e oggetto di attenta valutazione per l’accertamento dei profili di responsabilità, sarà poi il comportamento del sanitario in caso di inalazione (che richiede l’accompagnamento immediato in ospedale finalizzato al tentativo di rimozione in broncoscopia) o di ingestione (che a parte il caso di componenti appuntiti, richiede solo una dieta protettiva con farinacei delle pareti del tubo digerente).
Lesioni da miniviti di ancoraggio
Nei trattamenti ortodontici la valutazione e la programmazione dell’ancoraggio (in base a numerosi fattori quali età, malocclusione, tipo di movimenti dentari, stato della dentatura, eliminazione delle forze parassite) rappresentano spesso la fase cruciale, in grado di condizionare il risultato terapeutico. Osteointegrazione e ancoraggio ortodontico trovano nella moderna ortodonzia un interessante punto di incontro. Inizialmente furono sperimentate per l’ancoraggio ortodontico le stesse “fixture” utilizzate per l’implantologia, che si sono poi evolute in forme, dimensioni e materiali più idonee allo scopo. Allo stato attuale non è ancora chiaro se l’ancoraggio ottenuto con le miniviti sia limitato a casi specifici e particolari o se possa essere comunque indicato in ogni trattamento ortodontico. Certo è che l’inserimento di tali miniviti non deve interferire con la crescita ossea e le viti devono rispettare, come per le “fixture” da implantologia, diverse e importanti strutture anatomiche come vasi e nervi contenuti nelle compagini delle ossa mascellari. La peculiarità tipica degli impianti ortodontici rispetto agli impianti protesici è rappresentata dal fatto che i primi, stante la scarsa entità del carico e la ridotta permanenza nel cavo orale, non devono osteointegrarsi, ma semplicemente garantire adeguata stabilità primaria al momento del loro inserimento24. Le lesioni che si possono verificare con l’utilizzo di miniviti ortodontiche sono rappresentate da infezioni, danneggiamenti dei tessuti molli e parodontali, perdita o frattura dell’impianto, fino ad arrivare, come già detto, a problematiche più gravi quali lesioni ai nervi, ai denti erotti, ai germi dei permanenti, al parodonto e al seno mascellare; malgrado la loro varietà, esse sono comunque piuttosto rare e infrequenti25. Tutto ciò premesso, è bene quindi evidenziare che dal punto di vista medico-legale – a parte le lesioni a carico di strutture anatomiche vascolo-nervose da rispettare, lesioni che configurano senz’ombra di dubbio profili di responsabilità professionale a carico dell’operatore – il fallimento della procedura mini-implantologica con perdita della “fixture”, non trattandosi di viti per osteointegrazione, non implica necessariamente colpa professionale dell’operatore, potendo essere considerata una semplice complicanza indesiderata di tale peculiare tipo di trattamento (le percentuali di fallimento sono superiori a quelle dell’implantologia, in quanto la ritenzione e la stabilità primaria della vite non sono sempre valide per la presenza spesso di osso qualitativamente e quantitativamente inadeguato). Pertanto particolare importanza da parte del sanitario dovrà essere posta nel consenso informato ortodontico. Ulteriore aspetto da considerare per l’operatore che intende dedicarsi a tale tipo di tecnica di ancoraggio implantologico nel contesto di un trattamento ortodontico è quello assicurativo privato. Infatti, pur non trattandosi di impianti duraturi a scopo protesico, ma solo di presidi ausiliari temporanei, non sarebbe necessaria a stretto rigore la copertura assicurativa specifica per l’implantologia; gli Autori ritengono però opportuno che, in mancanza tuttora di norme certe che indichino i limiti dell’implantologo, del chirurgo orale e dell’ortodontista e considerata la lieve differenza di esborso per ottenere in aggiunta tale copertura assicurativa, l’operatore ortodontista sia provvisto di adeguata polizza RC per danni a terzi da implantologia.
Danni estetici Il verificarsi di un danno estetico assume grande rilevanza in ortodonzia, in quanto la motivazione che spinge il paziente a effettuare un trattamento ortodontico è primariamente una motivazione estetica. Spesso è proprio il dentista che crea aspettative esagerate nel paziente con l’utilizzo di programmi di simulazione fotografica digitale dei risultati ottenibili con il trattamento ortodontico. Inoltre tali danni sono recuperabili solo a fronte di complessi trattamenti combinati, ortodontici e chirurgici. I danni estetici più frequenti sono l’appiattimento del profilo, il mento sfuggente, l’apertura dell’angolo nasolabiale e la prominenza del naso a seguito di estrazioni immotivate.
Chirurgia ortognatica Innanzi tutto, prima di procedere a illustrare i profili medico-legali della disciplina, si ritiene necessario un breve “excursus” sulle motivazioni e sulle finalità del trattamento combinato chirurgico-ortodontico, con la descrizione delle varie fasi chirurgiche e ortodontiche di cui è composto il complesso trattamento. L’intervento chirurgico che allinea le basi ossee o riposiziona segmenti dento-alveolari rappresenta l’unica possibilità di trattamento per i pazienti con problemi ortodontici così importanti da non poter essere corretti e risolti né con la modifica della direzione di crescita né con il “camouflage” (compenso dentale ortodontico). In questi casi la chirurgia non sostituisce l’ortodonzia, ma è complementare a essa. La prima deve infatti essere coordinata con la seconda per ottenere buoni risultati. In altri termini, l’indicazione alla chirurgia ortognatica si presenta quando ci si trova ad affrontare una malocclusione troppo grave di origine non solo dentale, ma anche scheletrica, e quindi non risolvibile con il solo trattamento ortodontico (è oggi possibile definire i limiti del trattamento ortodontico entro i quali è possibile ottenere un’adeguata occlusione dentale tra le arcate antagoniste, limiti che dipendono da numerosi fattori, tra cui il tipo di movimenti dentari da effettuare e l’età del paziente).
Dal punto di vista medico-legale giova subito ricordare i seguenti elementi.
Consenso informato. Soprattutto in questa branca dell’odontoiatria è fondamentale coinvolgere il paziente nelle scelte terapeutiche e, se possibile, illustrarle allo stesso anche mediante simulazioni informatiche, ottenendo in tal modo il suo consenso informato specifico a tali terapie chirurgiche e ortodontiche che, si ricorda, sono finalizzate al raggiungimento non solo di un risultato funzionale, ma anche estetico (esigenza che motiva il paziente al trattamento).
Équipe. Il trattamento è considerato un atto medico di “équipe” e come tale prevede una vera e propria frammentazione dell’intervento sanitario, con conseguente suddivisione delle eventuali responsabilità tra i sanitari al verificarsi di un danno, responsabilità che non è sempre facilmente attribuibile con precisione al singolo operatore.
Tutto ciò premesso, ben si comprende l’importanza basilare in ipotesi di responsabilità professionale, più che in ogni altro trattamento ortodontico, dell’accurata documentazione clinica e radiografica dello stato pre-cure e dello studio preliminare ortodontico (che deve comprendere anche la simulazione del “set-up” chirurgico); tutto ciò deve essere base informativa, a cui deve seguire l’acquisizione del consenso informato, con illustrazione dei tempi, dei rischi (ortodontici, gnatologici e chirurgici) e delle possibilità di successo con la differenziazione dei risultati ottenibili sotto entrambi i profili: funzionale ed estetico.
È possibile suddividere il trattamento combinato chirurgico-ortodontico in tre rigorose fasi.
Trattamento ortodontico pre-chirurgico “decompensativo”. Lo scopo è ottenere l’allineamento di segmenti di arcata, eliminando le interferenze dei denti anteriori e livellando le arcate, al fine di renderli “compatibili” con gli spostamenti previsti delle basi ossee nel momento dell’intervento chirurgico; quindi durante questa fase ortodontica si ha un peggioramento sia estetico che funzionale, di cui il paziente deve essere adeguatamente informato.
Trattamento chirurgico delle basi ossee mascellari. Questa fase passa dallo studio del caso sui modelli in gesso, per arrivare alla simulazione dell’intervento chirurgico sui medesimi (questa volta lavorando non con delle previsioni di movimenti dentali, ma con movimenti dentali effettivamente ottenuti dopo la prima fase), ripetendo anche il tracciato per ottenere nuova previsione; a questo punto si duplicano i modelli in gesso con i movimenti scheletrici simulati e si confeziona lo “splint” chirurgico (realizzato pertanto sui modelli con gli spostamenti chirurgici già effettuati); in questa fase è fondamentale la cooperazione delle due figure specialistiche, il chirurgo e l’ortodontista; oggi la fase chirurgica è ben definita e codificata non solo dal punto di vista della tecnica operativa, ma anche della tempistica, sia dell’intervento sia delle fasi di guarigione ossea sia dei tempi di ospedalizzazione, sia delle prescrizioni da tenere nel post-intervento e degli esercizi fisiatrici da praticare dopo 6-8 settimane dall’intervento.
Trattamento ortodontico post-chirurgico. Lo scopo è quello di ottenere adeguata occlusione tra le arcate, utilizzando le apparecchiature ortodontiche comunemente adottate in ortodonzia tradizionale, previa rimozione dello “splint” chirurgico, e i sistemi di contenzione normalmente impiegati al termine di ogni trattamento ortodontico.
Errori. Gli errori che si possono verificare nel trattamento chirurgico-ortodontico possono riguardare:
- mancata indicazione clinica alla chirurgia (caso risolvibile con ortodonzia tradizionale o con “camouflage”);
- errata scelta del momento di inizio del trattamento (terapia attuata quando il paziente è ancora in fase di crescita);
- mancanza di studio preliminare ortodontico (con foto, modelli, radiografie, tracciato, valutazione gnatologica);
- mancanza di consenso informato (sui possibili rischi e complicanze del trattamento chirurgico, sulle possibilità di successo, sui tempi terapeutici, sulle alternative);
- mancanza di cooperazione: come già detto, l’unica via per ottenere idonei risultati in tale tipo di trattamento è la stretta cooperazione tra chirurgo e ortodontista, in quanto la mancata comunicazione e valutazione congiunta della situazione, specie al termine della fase pre-chirurgica, porta spesso a risultati incongrui e addirittura a un peggioramento della situazione clinica rispetto allo stato
pre-cure, non solo dal punto di vista estetico ma anche funzionale;
- errori nella fase pre-chirurgica: per inadeguata decompensazione dei settori che saranno spostati chirurgicamente;
- errori nella fase chirurgica: mancata rivalutazione e simulazione dopo la fase pre-chirurgica, errata realizzazione dello splint chirurgico, errata tecnica chirurgica, mancato rispetto dei tempi di guarigione ossea, lesioni nervose evitabili;
- errori nella fase post-chirurgica: errata tecnica ortodontica, incongrue forze per intensità e durata ecc.
Nella figura 14 a-d viene presentato un caso clinico di ortodonzia chirurgica in adulto per terza classe scheletrica.
A terapia terminata, il sanitario ha il dovere di continuare a seguire il paziente, tramite la pianificazione di una serie di controlli periodici clinici e radiografici, al fine di verificare il mantenimento dei risultati ottenuti dopo le terapie ortodontiche e l’eventuale comparsa di problematiche cariose o gnatologiche. Succede spesso però che i pazienti non si ripresentino in studio per i necessari controlli, perché non adeguatamente motivati o perché stanchi per il lungo periodo di terapia, fino alla comparsa di una recidiva, che comporterà necessariamente un nuovo trattamento, situazione che può tradursi in un conflitto medico-paziente, e arrivare fino al contenzioso. In considerazione del fatto che non è sufficiente per il sanitario – per esimersi dalla responsabilità in caso di recidiva o comparsa di problematiche – inviare dopo la conclusione delle terapie lettere/solleciti al paziente affinché si ripresenti in studio, è necessario prima di tutto che sia stata data una corretta informazione al paziente prima dell’inizio del trattamento relativamente alla necessità di effettuare visite di controllo dopo il termine del trattamento e, secondariamente, che venga controfirmato al termine delle terapie un modulo con la pianificazione delle scadenze dei controlli periodici (infatti, nel consenso informato è spesso descritto il verificarsi delle complicanze, ma non certo tale pianificazione post-cura, di cui il sanitario non può essere a conoscenza prima del trattamento). Spesso un conflitto determinato da una modesta recidiva di affollamento post-trattamento, per non aver adeguatamente portato la contenzione – e quindi per colpa del paziente – può sfociare nel contenzioso per la richiesta dei compensi relativi al secondo trattamento da eseguirsi.
Pertanto, in caso di recidiva e di conseguente situazione conflittuale, è necessario ponderare bene se effettuare richiesta al paziente di ulteriori esborsi economici per intraprendere il nuovo trattamento, in quanto nell’eventuale contenzioso sarebbe certamente valutato l’intero trattamento ortodontico eseguito in ogni suo aspetto, sia dal punto di vista della sua corretta esecuzione “ sub lege artis”, sia da quello della corretta informazione fornita prima delle cure. È quindi necessario, per potersi difendere in un eventuale contenzioso (al momento della proposta di un secondo trattamento secondario alla comparsa di una recidiva) disporre sia della documentazione clinica, fotografica e radiografica prima, durante e dopo le cure ortodontiche (che permetta di evidenziare la correttezza di tutte le terapie, svincolando le “complicanze” verificatesi dalla responsabilità dell’operatore), sia di valido consenso informato specifico alle terapie ortodontiche (ricordo che l’onere di provare di aver adempiuto al dovere di informazione grava sul sanitario e non sul paziente).
Risultato insoddisfacente
La terapia terminata, malgrado il buon allineamento dentale ottenuto e l’occlusione sostanzialmente corretta, può risultare al paziente insoddisfacente per la presenza di evidente sorriso tipo “gummy-smile”, evenienza a cui il sanitario deve porre rimedio con adeguati interventi chirurgici gengivali (figura 15 a-d).
Intendiamo con questo termine il ripresentarsi della malocclusione dopo il termine di un trattamento ortodontico finito con il raggiungimento degli obiettivi previsti. Questa evenienza che può essere considerata una complicanza potenzialmente presente al termine di ogni trattamento ortodontico, è frequentemente secondaria, invece, a un errore nella corretta gestione del termine del trattamento stesso, gestione che deve essere pianificata all’inizio del trattamento stesso; infatti molti contenziosi scaturiscono per la richiesta di ulteriori compensi e per l’allungamento dei tempi di terapia, oltre a quelli inizialmente preventivati, per le riprese dei trattamenti o per i “positioner” e gli apparecchi di contenzione non preventivati all’inizio del trattamento. La recidiva può avvenire per due motivi principali:
proseguimento di un modello di crescita sfavorevole: la maggior parte dei trattamenti ortodontici viene iniziata in dentatura permanente e termina dopo un tempo massimo di 30 mesi, quindi in un’età in cui la crescita non è ancora terminata e proseguirà secondo il modello alterato che è stato alla base della malocclusione che ci si è proposti di correggere; per questo motivo è necessario prevedere fin dall’inizio una contenzione che duri almeno fino al termine della crescita anche nei casi più favorevoli;
16. Caso di recidiva ortodontica nell’arcata inferiore, con disallineamento degli incisivi inferiori e rottura del filo metallico di splintaggio.
effetto dei tessuti molli sulla dentatura: i tessuti molli, parodontali e gengivali, specie le fibre elastiche sopracrestali, sono in grado di riportare i denti verso la posizione iniziale da cui sono stati spostati (specie per le rotazioni), finchè non si è verificata una riorganizzazione delle fibre stesse dopo un adeguato periodo di contenzione (anche 1 anno); ciò avviene anche in presenza di una posizione della dentatura stabile, ma è specialmente di fronte a una occlusione instabile che si possono verificare recidive anche a distanza di tempo maggiore; in questi secondi casi deve essere prevista una contenzione permanente (figura 16).
Il sanitario per dimostrare che la comparsa della recidiva non è a lui imputabile, deve aver preso i provvedimenti di seguito elencati.
Adeguato consenso È evidente che la collaborazione del paziente è fondamentale al fine di evitare la recidiva, pertanto il sanitario deve poter dimostrare che, fin dall’inizio della cura, ha fornito una adeguata informazione, meglio attraverso un modulo scritto, relativamente alla necessità e alle modalità di utilizzo degli apparecchi di fine cura, nonché alla necessità di frequenti visite di controllo.
Ipercorrezione Alla fine del trattamento la posizione degli elementi dentari deve essere ipercorretta (ma solo di un modesto grado non superiore ai 2 mm) rispetto a quella ideale. Esempi ne sono le correzioni dei “cross-bite”, le rotazioni, i disallineamenti, le correzioni di II e III classe, che hanno tendenza alla recidiva.
Interventi parodontali chirurgici Per evitare che la memoria delle fibre elastiche sopracrestali, che richiedono un lungo periodo per la loro riorganizzazione dopo i movimenti dentali, annulli le correzioni ottenute, specie dopo le rotazioni, è possibile sezionarle chirurgicamente eseguendo una fibrotomia circonferenziale o intra-papillare.
Adeguata documentazione di fine cura e nei “follow up” A fine cura è necessario che sia eseguita una documentazione (fotografie, radiografie e modelli) adeguata alla dimostrazione dei risultati raggiunti. Basti pensare ai contenziosi che sorgono a distanza di tempo dal termine del trattamento per recidive o spostamenti dentali indesiderati secondari al mancato uso della contenzione da parte dei pazienti dopo il termine del trattamento; in tali casi i sanitari inizieranno a dimostrare la correttezza del loro trattamento proprio attraverso la documentazione clinica di fine cura, primo passo senza il quale è ben difficile evitare l’addebito di responsabilità alla comparsa di una contestazione tardiva. Analogamente è necessario documentare e registrare accuratamente nel diario clinico le risultanze delle visite di controllo dei follow-up con l’annotazione delle complicanze e dei relativi provvedimenti adottati o consigliati. Tale raccomandazione assume grande rilevanza dopo il termine dei trattamenti intercettivi, che trovano proprio nei controlli post-trattamento l’essenza della terapia stessa eseguita, per ridurre le anomalie in attesa degli sviluppi della crescita che devono essere attentamente controllati per poter intervenire nel momento più opportuno con una seconda fase ortodontica.
“Positioner” verso il termine del trattamento È possibile far preparare, attraverso il set-up di modelli eseguiti prima dello sbandaggio, un apparecchio che verrà incorporato nel momento stesso della rimozione della ortodonzia fissa, avente lo scopo di ottenere ancora modesti spostamenti utili alla rifinitura del trattamento; il positioner, che deve essere portato tutta la notte e per almeno 4 ore durante il giorno, entro un mese ottiene i fini aggiustamenti richiesti ed esaurisce la sua azione; il suo utilizzo oltre tale periodo ha solo un significato di contenzione, anche se meno efficace, perché scomodo da indossare, rispetto a un vero apparecchio di contenzione specie nel controllo delle rotazioni.
Apparecchi di contenzione
Al termine di un trattamento ortodontico fisso in dentatura permanente la contenzione è sempre necessaria26: fino al termine del periodo di crescita (part-time), fino alla completa riorganizzazione delle fibre dei tessuti molli (3 mesi a tempo pieno e part-time fino a 12 mesi, in caso di occlusione stabile e crescita terminata), o permanentemente se l’occlusione non è particolarmente stabile (come nelle espansioni di arcata).
Per ottenere l’effetto desiderato, ed evitare addebiti di responsabilità, devono essere realizzati sistemi di contenzione adatti alle situazioni da controllare. Ad esempio:
“retainer” removibile attivo: la placca di Hawley è fra le più utilizzate, ma è poco adatta alla contenzione inferiore, specie nei casi estrattivi;
“retainer” removibile attivo avvolgente: la placca clip-on canino-canino è adatta al riallineamento degli incisivi, come la placca inferiore di Moore estesa fino ai molari, ma non è in grado di controllare adeguatamente l’overbite ed è scarsamente tollerata;
“positioner” come contenzione: terminato l’effetto attivo può essere utilizzato come apparecchio di contenzione, ma è scarsamente adatto al controllo delle rotazioni ed è di difficile accettazione per lunghi periodi;
“retainer” fisso: è utile nei casi di contenzione permanente o duratura come nei riallineamenti incisali a crescita non ancora terminata, nella chiusura dei diastemi, nel mantenimento di spazi aperti a scopo protesico, nel controllo delle rotazioni e nel mantenimento della chiusura di spazi postestrattivi; cautela deve essere posta nelle situazioni di concomitanti patologie parodontali per la difficoltà all’igiene orale che tali sistemi inducono;
attivatore (detto anche bionator): è un apparecchio che, oltre a mantenere il controllo della posizione dei denti intra-arcata, permette un certo grado di controllo sull’occlusione inter-arcata, ma non è efficace nell’adulto dopo il termine della crescita.
Inadeguata documentazione a fine cura e nei follow-up
Come già evidenziato nel paragrafo “Errori e complicanze in ortodonzia prima della terapia”, la mancanza, la carenza o l’inadeguatezza della documentazione clinica e radiografica configurano, in caso di danno al paziente, elementi di colpa professionale nei confronti del sanitario.
Appare pertanto evidente e intuitiva l’importanza non solo della documentazione clinica, fotografica e radiografica pre-cure, ma anche quella della documentazione iconografica al termine del trattamento, alla comparsa di eventuali problematiche post-cure, in mancanza della quale il sanitario non può opporre adeguata difesa in caso di contenzioso.
Pertanto è necessario al termine del trattamento eseguire le fotografie e i modelli in gesso della situazione ottenuta e le radiografie ritenute opportune (endorali, panoramica OPT e teleradiografia del cranio).
Inadeguata conservazione della documentazione clinica (dopo il trattamento)
La documentazione clinica ortodontica, per essere utile al sanitario in caso di contenzioso, deve essere conservata non solo ordinatamente, ma anche per un adeguato periodo di tempo. La legge prescrive per le radiografie un termine minimo di conservazione di 10 anni dalla loro esecuzione (Legge 187/2000), ma tale periodo può risultare però insufficiente ai fini della difesa da una contestazione. Infatti anche se la prescrizione dell’azione civile per la contestazione di responsabilità professionale interviene proprio dopo 10 anni, bisogna considerare che i trattamenti ortodontici durano in media 2 anni e che l’inizio del conteggio per la prescrizione viene fatto sovente coincidere non con il termine del trattamento stesso, ma con il momento in cui il paziente ha cognizione di un danno causato da un trattamento carente (momento che può quindi coincidere con la valutazione del danno da parte del medico legale).
Si pensi pertanto alle conseguenze negative che può avere per un sanitario l’eliminazione della documentazione radiografica di uno studio ortodontico preliminare dopo 10 anni dalla esecuzione, pur nel rispetto della legge.
Infine, si ricorda che copia dei referti radiografici deve essere, per legge, conservata indefinitamente.
Spesso la conservazione della documentazione pone problemi di non facile risoluzione, come nel caso dei consulenti ortodontisti esterni. Sovente avviene che tali professionisti, che non possono conservare copia della documentazione clinica dei pazienti da loro trattati non essendo titolari del trattamento dati (Legge 196-2003), vengono chiamati in causa direttamente dai pazienti che si ritengono danneggiati (spesso dopo la chiusura degli studi in cui sono stati trattati). È evidente che in questi casi, non esistendo documentazione alcuna, i professionisti si troveranno in difficoltà a dimostrare la correttezza del loro operato.
Conclusioni
Attraverso l’analisi di numerosi casi di contenzioso in ambito ortodontico, giudiziari ed extra-giudiziari, gli Autori hanno voluto evidenziare come la sottile linea di separazione tra l’errore e la complicanza, possibilità a cui ricondurre un danno al paziente, possa essere spostata a favore del sanitario mediante la corretta compilazione e conservazione di accurata documentazione clinica e radiografica del paziente.
Documentazione che, eseguita all’inizio, durante e alla fine di un trattamento ortodontico, si rivela pertanto essere prima base irrinunciabile per garantire l’eccellenza delle terapie e poi strumento fondamentale di autotutela del sanitario in caso di contenzioso, specie alla luce del moderno orientamento giurisprudenziale, che pone in capo al medico il pieno onere di provare e dimostrare di avere posto in essere ogni possibile accorgimento per agire secondo le regole dell’arte e in linea con i precetti classici della “non colpa professionale” (perizia, prudenza, diligenza).
Corrispondenza Dottor Claudio Radice Clinica Odontoiatrica Università degli Studi Milano Bicocca claudio.radice@unimib.it info@studioradice.it
Bibliografia
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1. Immagini radiografiche panoramica (A), periapicale (B) e tomografia computerizzata (C, D) che mostrano l’estrusione del cemento nel canale alveolare inferiore.
Indagini radiografiche panoramiche e periapicali sono state eseguite anche
30 mesi dopo la terapia (E, F).
Diagnosi differenziale con cone beam computer tomography della parestesia del nervo alveolare inferiore in seguito a trattamento endodontico: case report Differential diagnosis of endodontic-related inferior alveolar nerve paraesthesia with cone beam computed tomography: a case report.
Gambarini G, Plotino G, Grande NM, Testarelli L, Prencipe M, Messineo D, Fratini L, D’Ambrosio F. Int Endod J 2011;44(2):176-81.
Durante il trattamento endodontico di denti molari e premolari inferiori, la sovra strumentazione del canale per mezzo di strumenti manuali o meccanici può causare la perforazione del canale mandibolare. Si può verificare quindi l’estrusione delle soluzioni irriganti, delle paste da medicazione o dei materiali impiegati per sigillare il canale radicolare. Nonostante la loro neurotossicità, in genere tali materiali in piccole quantità sono ben tollerati dai tessuti periradicolari. Tuttavia quando i materiali endodontici estrudono nel canale mandibolare in una certa quantità possono indurre l’insorgenza di sintomi come dolore, iperestesia, ipoestesia, anestesia, disestesia e parestesia. In letteratura non ci sono studi clinici controllati per il trattamento di queste complicanze endodontiche, ma recenti case report affrontano il problema proponendo tecniche diagnostiche e terapie farmacologiche.
I tradizionali mezzi radiografici non rendono sempre possibile una diagnosi precisa di estrusione di materiale endodontico all’interno del canale alveolare inferiore. Le radiografie endorali periapicali, infatti, non forniscono informazioni sulla tridimensionalità anatomica dell’area interessata. In questo studio viene riportata una metodica di analisi radiografica tridimensionale per la diagnosi di parestesia del nervo alveolare inferiore correlata a trattamento endodontico.
In questo studio è stata trattata una donna di 59 anni con parestesia della zona mandibolare sinistra posteriore, formicolio della gengiva buccale della stessa emiarcata e addormentamento del labbro sinistro inferiore.La paziente era stata sottoposta in un’unica seduta alla terapia canalare del primo premolare e del secondo molare mandibolari di sinistra. I canali di entrambi i denti erano stati sigillati con guttaperca e cemento a base di ossido di zinco ed eugenolo. I sintomi erano riferibili a un danneggiamento del nervo alveolare inferiore in seguito a terapia endodontica; tuttavia dalla radiografia panoramica effettuata non era stato possibile discriminare il dente da cui derivava la lesione, né l’estensione del materiale estruso dal canale (Figura 1) ed era stato quindi prescritto un esame radiografico cone beam. La successiva analisi ha rivelato che solo il cemento canalare estruso dal 37 aveva contatti con il nervo alveolare inferiore e poteva quindi essere la causa dei sintomi (Figure 2 e 3). La paziente è stata trattata con farmaci anti-infiammatori per 4 settimane e ha riferito la risoluzione dei sintomi 6 mesi dopo il trattamento.
Implicazioni cliniche
La tecnica cone beam espone i pazienti a una dose significativamente inferiore di radiazioni rispetto alla tradizionale tomografia computerizzata. Inoltre, questa metodica viene sempre più apprezzata dagli endodonzisti per la sua capacità di fornire informazioni 3-D dettagliate sul dente, il sistema canalare e i tessuti circostanti.
Gestione non chirurgica della parestesia e del dolore associati a estrusione del cemento endodontico nel canale mandibolare Non-surgical management of paraesthesia and pain associated with endodontic sealer extrusion into the mandibular canal
Froes FG, Miranda AM, Abad Eda C, Riche FN, Pires FR. Aust Endod J 2009;35(3):183-6.
Parestesia e sintomatologia algica del nervo alveolare inferiore possono occorrere in seguito all’estrusione di materiale endodontico nel corso della terapia canalare di denti molari inferiori. La terapia prevede l’eliminazione chirurgica del materiale estruso o la somministrazione di farmaci anti-infiammatori. La diagnosi precoce del problema è importante per il successo della terapia farmacologica. In questo articolo
è riportato il caso di una paziente trattata con anti-infiammatori.
In questo studio è stata trattata una paziente di 42 anni con parestesia e dolore intenso in corrispondenza della zona posteriore mandibolare destra subentrati durante terapia canalare del secondo molare mandibolare destro. Durante la sigillatura dei canali con guttaperca e un cemento a base di eugenolo, la paziente ha avvertito i sintomi e il materiale da riempimento canalare è stato immediatamente rimosso. La paziente è stata quindi sottoposta a terapia anti-infiammatoria con diclofenac (50 mg, 3 volte al giorno per 5 giorni), ma i sintomi non si sono alleviati. Le radiografie e la tomografia computerizzata hanno mostrato che il materiale era penetrato nel canale mandibolare (Figure 1 A-D).
La paziente è stata quindi sottoposta a un’ulteriore terapia con farmaci anti-infiammatori (naprossene, 500 mg una volta al giorno per 5 giorni), tutti i residui di cemento endodontico sono stati rimossi e nei canali è stata inserita una pasta a base di glicerina-idrossido di calcio-paramonoclorofenolo. La settimana successiva la paziente non riportava più la sintomatologia algica, mentre la parestesia è cessata dopo 2 mesi. La radiografia panoramica eseguita 30 mesi dopo mostrava il parziale riassorbimento del materiale estruso (Figure 1 E, F).
Implicazioni cliniche
I materiali comunemente utilizzati nella terapia endodontica possono causare infiammazione e/o necrosi delle cellule nervose e del tessuto osseo per reazione da corpo estraneo o direttamente per effetto citotossico. Il dolore è il sintomo precoce dell’estrusione del materiale endodontico, mentre la parestesia consegue al danneggiamento chimico neurotossico o all’infezione delle fibre nervose. La somministrazione precoce di farmaci anti-infiammatori, steroidi, integratori di vitamina B12 e adenosina-trifosfato, insieme a lavaggi endodontici con soluzione salina e medicazioni con paste anti-infiammatorie, possono contribuire alla risoluzione della sintomatologia.
Danneggiamento del nervo alveolare inferiore conseguente all’estrusione di un cemento endodontico: trattamento non chirurgico con pregabalin, un analogo GABA Inferior alveolar nerve injury resulting from overextension of an endodontic sealer: non-surgical management using the GABA analogue pregabalin
López-López J, Estrugo-Devesa A, Jané-Salas E, Segura-Egea JJ. Int Endod J 2012;45(1):98-104.
Il pregabalin è un analogo del GABA con struttura e azioni simili al gabapentin. È un principio attivo con attività antiepilettica, analgesica e ansiolitica, e ha un’indicazione specifica nel trattamento del dolore neuropatico centrale e periferico. In questo studio viene descritto un approccio non chirurgico, con prednisone e pregabalin, per il trattamento di dolore e parestesia del nervo mandibolare inferiore dovuto alla penetrazione nel canale mandibolare di cemento endodontico.
In una donna di 37 anni il secondo molare mandibolare di sinistra è stato trattato endodonticamente per una parodontite apicale acuta successiva a estesa lesione cariosa. Dopo determinazione elettronica della lunghezza di lavoro e sagomatura con strumenti manuali, i canali sono stati leggermente sporcati con un cemento canalare a base di resina epossidica e sono stati sigillati con coni di guttaperca, secondo la tecnica della condensazione laterale a freddo. Ciascun cono introdotto era stato, inoltre, coperto con una piccola quantità di cemento. La paziente sotto l’effetto di anestesia locale non aveva riportato alcun dolore o discomfort. Il giorno successivo si è ripresentata al controllo riportando dolore severo in corrispondenza del dente trattato, addormentamento della parte sinistra del labbro inferiore e formicolio alla gengiva buccale tra l’incisivo centrale mandibolare e il secondo premolare. Dopo analisi radiografica endorale periapicale è stata fatta diagnosi di lesione del nervo alveolare inferiore da estrusione di materiale endodontico (Figura 1).
1. Immagine radiografica post-operatoria; si osservi la presenza di materiale radiopaco nel canale mandibolare.
La paziente è stata quindi sottoposta a trattamento farmacologico anti-infiammatorio con prednisone 1 mg kg-1 al giorno (Dacortin, 30 mg in due dosi al dì in un regime di riduzione graduale su base giornaliera), e con pregabalin 150 mg al giorno (Lyrica, 75 mg in due dosi giornaliere). La paziente ha riferito un rapido miglioramento dei sintomi già nei primi giorni dopo l’incidente. Dopo una settimana la paziente non aveva dolore e riferiva la parestesia in una zona più limitata del labbro. Il prednisone è stato quindi sospeso, mentre il pregabalin è stato mantenuto per un’altra settimana. La paziente ha riportato la completa cessazione dei sintomi circa 1 mese dopo l’incidente. In conclusione, la risoluzione della parestesia e il controllo del dolore ottenuti in questo caso clinico suggeriscono che un approccio non chirurgico con prednisone e pregabalin può essere una buona opzione per il trattamento delle lesioni del nervo alveolare inferiore conseguente a estrusione di materiale endodontico.
Implicazioni cliniche
L’estrusione accidentale di materiale endodontico può danneggiare il nervo alveolare inferiore attraverso un meccanismo chimico, termico o meccanico. Il trattamento di questa complicanza endodontica rimane controverso e spazia dalla somministrazione di anti-infiammatori, come il prednisone e osservazione controllata dei sintomi, alla rimozione chirurgica del materiale. Inoltre, dal momento che i sintomi comprendono un dolore di tipo neuropatico, si giustifica l’utilizzo del pregabalin.
Nell’attività odontoiatrica, come in tutte quelle attinenti alla medicina, è importantissimo il rapporto medico-paziente definito rapporto terapeutico, legame terapeutico o relazione terapeutica
Nella letteratura specialistica odierna il rapporto medico-paziente è da considerarsi uno strumento tecnico di grande rilievo in ogni tipo di attività clinica (Bain, 1976; Anderson e Zimmerman, 1993; Levinson e Roter 1995; Laine et al. 1996; Dorssman, 1997); ciò è dovuto al fatto che una buona relazione medico-paziente agisce come fattore curativo influenzando direttamente o indirettamente l’intero spettro dei processi e delle attività implicate nell’azione clinica e, in particolare, i risultati che si ottengono nel processo di guarigione (Rubio, 1996; Sledge e Feinstein, 1997).
Si può sostenere che il medico è colui che nella relazione può rendere operativo questo fattore, adattandolo ai suoi obiettivi clinici (Farber 1997; Inui 1998).
È importante tenere conto che ci troviamo in un periodo caratterizzato, per motivi di “mercato”, dalla scomparsa del cosiddetto studio mono-professionale inteso come luogo nel quale classicamente il medico, di qualunque specialità, esercita la propria attività con lo scopo di curare i pazienti a favore di strutture sanitarie nelle quali il medico lavora alle dipendenze di imprese il cui unico scopo è il profitto.
Da tutto ciò consegue l’impossibilità, per motivi strutturali e di tempo in un’ottica nella quale il tempo è denaro, di stabilire l’indispensabile legame terapeutico.
Fatta questa doverosa premessa, passiamo ad analizzare le caratteristiche della relazione terapeutica.
Per stabilire quest’ultima, è importante l’empatia fra terapeuta e paziente. Possiamo definire l’empatia come la capacità di comprendere cosa l’altra persona sta provando; a essa sono correlate concettualmente l’apatia, la simpatia, l’antipatia.
Per definizione, l’empatia richiede un assetto recettivo che consente di entrare nel ruolo dell’altro per valutare il significato che la situazione che evoca l’emozione riveste per l’altra persona, nonché l’esatta interpretazione “verbale” e “non verbale” di ciò che in essa si esprime.
A tale riguardo non dimentichiamo che qualunque comportamento umano costituisce una comunicazione che può essere verbale, paraverbale e non verbale.
La comunicazione verbale è rappresentata da ciò che dico, mentre quella paraverbale dal modo in cui mi esprimo.
Se dico a una persona “sei uno stupido” in modo serio questa mia affermazione viene interpretata come un’offesa; se dico la stessa frase ridendo o ammiccando l’affermazione viene interpretata come una battuta scherzosa.
Pertanto è importante - al momento di stabilire la relazione terapeutica che avviene nel momento della prima visita, dell’anamnesi e dell’esame clinico, sempre fondamentali - prestare attenzione non solo a quello che il paziente dice ma anche al modo nel quale si esprime.
Importantissimo, altresì, è fare attenzione alla comunicazione non verbale:
movimenti del corpo, come gesti, espressioni del viso, atteggiamenti;
posizioni nello spazio (distanza fra se e gli altri, il cui studio si definisce Prossemica);
sensibilità tattile e olfattiva a distanza ravvicinata;
artefatti, quali trucco e abbigliamento.
Personalmente mi è capitato, tempo fa, nel Centro del Dolore Oro-Facciale del quale sono responsabile presso la Scuola di Specializzazione in Ortognatodonzia dell’Università di Cagliari, di visitare una paziente la quale chiedeva un consulto per dolori al viso, a suo dire quasi insopportabili, che duravano da anni ed erano stati trattati senza successo con i più svariati approcci terapeutici.
All’anamnesi emergeva che gli stessi dolori erano insorti dopo le cure effettuate dal suo dentista. L’esame obiettivo e quelli radiologici non evidenziavano disturbi alla muscolatura masticatoria, alle articolazioni temporo-mandibolari, all’occlusione dentale e all’apparato dento-parodontale; bisognava quindi valutare se si trattasse di un dolore cronico neuropatico.
La paziente si era presentata alla visita abbronzatissima, con un vistoso abbigliamento costituito da una corta minigonna e una generosa scollatura, camminava sui alti tacchi a spillo e si muoveva con disinvoltura. Tutti questi elementi contrastavano con la normale “espressione fisica” di una persona sofferente da anni di dolore cronico.
Insospettito, ho approfondito con la paziente gli aspetti del rapporto con il dentista che aveva effettuato le cure, causa a suo dire dei dolori; è emerso che era in atto un contenzioso medico legale, in funzione del quale una certificazione rilasciata da un’Università sarebbe stata di sicuro vantaggiosa.
Pertanto, una valutazione del comportamento non verbale ha evidenziato una comunicazione “incongrua”.
La possibile incongruità fra comunicazione verbale (logica) e non verbale (analogica) era già stata evidenziata da Gregory Bateson il quale ha elaborando la teoria del “doppio legame”, causato dall’incongruità dei messaggi della madre verso il figlio; questo modello era stato anche proposto come possibile causa della schizofrenia.
Virginia Satir, una delle più importanti figure di psicoterapeuta della famiglia, sosteneva che ogni parola, ogni espressione del viso, gesto o azione da parte di un genitore dà al figlio qualche messaggio di auto-valore.
È triste che così molti genitori non si rendano conto che stanno inviando messaggi.
Quanto detto vale anche per la relazione medico-paziente. Bisogna essere consapevoli che la comunicazione è a doppio senso: se è vero, infatti, che il paziente manda dei messaggi al terapeuta, è vero anche il contrario.
Come ha dimostrato il neurofisiologo Giacomo Rizzolatti con la scoperta dei neuroni specchio, noi ci “rispecchiamo negli altri”.
I neuroni specchio sono una classe di neuroni che si attiva sia quando compiamo un’azione (per esempio, prendere in mano un bicchiere) sia quando osserviamo un’altra persona che compie lo stesso movimento; è come se anche in quest’ultimo caso fossimo noi a compiere l’azione, solo che l’espressione motoria viene bloccata dai neuroni inibitori.
In quest’ottica i neuroni specchio sembrano essere fondamentali per la comprensione delle azioni delle altre persone, per l’apprendimento, per la conoscenza e la comunicazione.
Il modo in cui il medico, anche l’odontoiatra, e il personale dello studio si relazionano con il paziente, l’efficienza dell’organizzazione dello studio stesso (per esempio la puntualità, l’ordine, la cortesia, la privacy) sono tutti messaggi fondamentali che il paziente recepisce subito, al momento della prima visita, e sono indispensabili per stabilire una corretta relazione terapeutica.
Non a caso esistono numerosi corsi di formazione per team di studio odontoiatrico, che insegnano metodiche di psicologia e comunicazione.
Una delle discipline maggiormente proposte è la Programmazione Neuro-Linguistica (PNL); essa nasce dagli studi dei due autori Richard Bandler e John Grinder i quali studiarono il modo di operare di Milton Erickson, un famoso psichiatra e psicoterapeuta statunitense che attraverso particolari doti, dovute alla sua storia di sofferenza fisica personale, riusciva a creare una profonda relazione terapeutica con il paziente; a quel punto, utilizzando la comunicazione verbale e non verbale, egli era in grado di ottenere un cambiamento del comportamento del paziente stesso, fondamentalmente una guarigione trattandosi di uno psicoterapeuta.
Tramite la PNL è stato creato il modello terapeutico di Milton Erickson, praticamente un metamodello che ha lo scopo di insegnare come agire sul comportamento delle altre persone. In tal modo, sempre secondo la PNL, si può determinare un cambiamento (programmazione) sfruttando anche alcuni meccanismi neuro-fisiologici (neuro), fra cui il modellamento e il rispecchiamento, basati anche sulla funzione dei neuroni specchio, utilizzando la comunicazione non verbale ma soprattutto quella verbale (linguistica) prendendo spunto dalle teorie di Noam Chomsky.
Quest’ultimo, padre della Grammatica Trasformazionale, ha sostenuto con la sua opera che il linguaggio, il pensiero e il comportamento hanno la stessa struttura per cui tramite il linguaggio si può modificare il pensiero e, di conseguenza, il comportamento.
Recenti studi di ricerca clinica controllata hanno dimostrato, tramite l’utilizzo della Risonanza Magnetica Funzionale e della PET, che tramite il linguaggio si possono ottenere delle modificazioni funzionali a livello dei recettori del sistema nervoso centrale, risultato che finora sembrava raggiungibile solo grazie ai farmaci.
Questo è probabilmente anche il meccanismo d’azione dell’effetto placebo, fondamentale nella relazione terapeutica e nell’attività medica in generale.
Rifugga, il dentista, da situazioni già in partenza gravemente compromesse: non troverà più la comprensione dei giudici di fronte a contestazioni e lamentele di pazienti insoddisfatti
Chi ritiene che possano bastare reciproco rispetto e fiducia, affidamento, professionalità ed empatia per dare inizio a un soddisfacente rapporto medico/paziente sappia che la Corte di Cassazione ha individuato un nuovo criterio che, se soddisfatto, consentirebbe al dentista di non esporsi a contestazioni e lamentele incontrovertibili: un bel sorriso.
Il caso sotto riportato mostra, infatti, come la decisione del giudice di primo grado, che esonerava il dentista da qualsivoglia responsabilità professionale proprio per la situazione degradata dell’apparato dentario del paziente, sia stata bellamente disattesa dalla Suprema Corte, più incentrata sull’effettiva opera del professionista che non sulle problematiche dallo stesso affrontate.
Il caso
Z.S. proponeva opposizione innanzi al Tribunale di Genova avverso il decreto ingiuntivo notificatogli a istanza del dottor P.E. per il pagamento della somma di lire 18.078.500, dovuta a titolo di prestazioni sanitarie di natura dentistica.
A sostegno del suo diniego deduceva la non corrispondenza tra le prestazioni indicate in parcella e quelle effettivamente praticate, sostenendo anche che gli interventi eseguiti gli avevano provocato lesioni permanenti a un ramo del nervo facciale, con conseguente affossamento della guancia destra.
Ovviamente il dottore contestava le avverse deduzioni, con particolare riguardo alla richiesta avanzata in via riconvenzionale dal paziente per ottenere il risarcimento dei danni subiti. Con sentenza del 10 maggio 2004 il giudice adito decideva a favore del dottore, rigettava sia l’opposizione che la domanda risarcitoria, confermando per l’effetto il provvedimento monitorio e compensando integralmente tra le parti le spese di causa.
Proposto gravame principale dal paziente e incidentale dal dentista, la Corte d’Appello di Genova, in data 18 luglio 2005, accoglieva l’uno e respingeva l’altro, conseguentemente revocando il decreto ingiuntivo e condannando P.E. al pagamento in favore di Z.S. della somma di euro 1.548,03 a titolo di risarcimento del danno biologico e di euro 570,00 a risarcimento del danno morale, oltre accessori e spese dei due gradi di giudizio.
Avverso detta pronuncia ricorreva, allora, per Cassazione P.E. formulando quattro motivi. Resisteva Z.S. proponendo a sua volta ricorso incidentale fondato su un solo motivo. I primi due motivi di gravame erano incentrati sul fatto che, solo in Appello, il paziente avesse chiesto ravvisarsi una colpa grave nell’operato del professionista ampliando così, in contrasto con le consuete norme procedurali, la domanda (petitum) avanzata in assenza di accettazione del contraddittorio.
Sottolineava sul punto la Suprema Corte come in realtà il dottore avesse già, nel corso del primo grado, tacitamente accettato di discutere in merito alla presenza o meno di colpa professionale e come, peraltro, il giudizio godesse ancora di norme procedurali meno rigide delle attuali, rimanendo lo stesso incardinato prima del 1995 e quindi prima delle grandi e importanti riforme che poi hanno contraddistinto la procedura civile.
Con il terzo motivo di gravame, poi, il dottore deduceva la violazione dell’art. 2236 Cod. Civ. (“Responsabilità del prestatore d’opera – Se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o di colpa grave.”) eccependo come avesse ampiamente dimostrato l’adempimento dell’incarico ricevuto (obbligazione di mezzi, quindi, e non di risultato) e come altresì fosse stato riconosciuto dal giudice di prime cure l’esistenza di problemi tecnici di particolare difficoltà in ragione della situazione degradata dell’apparato dentario di Z.S., della novità delle terapie applicate, della loro intrinseca rischiosità, dell’inesistenza di procedure e tecniche rese univoche e consolidate dall’esperienza. Infine, con il quarto motivo lamentava la violazione dell’art. 1460 Cod. Civ. (“Eccezione d’inadempimento – Nei contratti con prestazioni corrispettive, ciascuno dei contraenti può rifiutarsi di adempiere la sua obbligazione, se l’altro non adempie o non offre di adempiere contemporaneamente la propria, salvo che termini diversi per l’adempimento siano stati stabiliti tra le parti o risultino dalla natura del contratto. Tuttavia non può rifiutarsi l’esecuzione se, avuto riguardo alle circostanze, il rifiuto è contrario alla buona fede.”) concretizzatasi con un apodittico richiamo da parte della Corte d’Appello al preteso grave suo inadempimento che avrebbe legittimato il rifiuto della controparte di corrispondere il compenso.
Le critiche venivano ritenute, ancora una volta, dalla Suprema Corte prive di pregio. Abbracciava le decisioni del giudice di secondo grado, che escludeva l’adozione - da parte del dottore - della diligenza e della perizia necessarie nel progettare e nell’eseguire gli impianti dentari, tenuto conto che non si trattava, nella fattispecie, di risolvere problemi tecnici di speciale difficoltà e che gli errori di progettazione riscontrati non potevano che concretare ipotesi di colpa grave. Tale inadempimento, che aveva determinato il totale insuccesso della terapia praticata, legittimava la controparte a rifiutare la corresponsione del compenso, con conseguente revoca del decreto ingiuntivo opposto, ex art. 1460 Cod. Civ., e il diritto del paziente al risarcimento dei danni. Aggiungeva, di poi, che l’obbligazione del dentista andava qualificata come obbligazione di risultato e non come obbligazione di mezzi e che, nella fattispecie, il risultato, consistente nell’impianto protesico, non era stato raggiunto.
Dall’inadempimento dell’obbligazione, e ciò indipendentemente dalla sua natura se di mezzi o di risultato, andavano in ogni caso tratte le conseguenze innanzi enunciate.
A supporto della propria convinzione, la Corte di Cassazione richiamava una precedente sentenza emessa a Sezioni Unite sul punto (la n. 13533/2001) che disponeva come, atteso essere la natura della responsabilità del medico nei confronti del paziente puramente contrattuale, il creditore il quale agisse a seguito di inadempimento per la risoluzione contrattuale, per il risarcimento del danno, ovvero per l’adempimento, avrebbe dovuto soltanto provare la fonte (negoziale o legale) del suo diritto e il relativo termine di scadenza, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell’inadempimento della controparte mentre il debitore convenuto sarebbe stato gravato dell’onere della prova del fatto estintivo dell’altrui pretesa, costituito dall’avvenuto adempimento, e così anche per il parziale e/o inesatto inadempimento che vedrà sufficiente la mera allegazione dell’inesattezza da parte del creditore chiedendo, ancora una volta, al debitore di dimostrare il contrario.
Alla luce di questa, nonché di altre decisioni anche più recenti assunte in argomento (Cass. Civ. Sez. Un. n. 577/2008), pareva quindi corretto e condivisibile il criterio di riparto degli oneri probatori adottato dal judice a quo in relazione alla fattispecie dedotta in giudizio, con conseguente insussistenza delle violazioni di legge denunciate al riguardo dal ricorrente. In realtà le critiche da questi formulate, attraverso la surrettizia evocazione di vizi di violazione di legge e di deficienze argomentative, in realtà inesistenti, miravano esclusivamente e sollecitare una rilettura dei fatti e delle prove preclusa in sede di legittimità.
Da ultimo, aggiungeva che la pretesa contrarietà al criterio della buona fede del rifiuto di adempimento opposto dal cliente integrava una questione nuova, perché in alcun modo trattata nella sentenza impugnata. Ricordava allora che, secondo il costante insegnamento del giudice di legittimità, i motivi del ricorso per Cassazione dovevano investire a pena di inammissibilità questioni già comprese nel themadecidendum del giudizio di Appello.
Il ricorso doveva essere quindi integralmente rigettato con compensazione integrale delle spese, atteso l’esito complessivo del giudizio.
Meglio prevenire che curare
In un’ottica “difensiva” della professione, una tal sentenza non può che indurre a consigliare di non affrontare più “sfaceli” dentari, di non raccogliere più sfide professionali da raccontare poi ai colleghi con aria trionfante: l’obbligazione è di risultato, se il risultato non è conseguito l’inadempimento è già provato e dimostrare il contrario sarà veramente cosa troppo ardua. Da oggi, seguendo i “consigli” della Suprema Corte, non rischierà solo chi farà prevenzione o chi accetterà pazienti “comodi” (sempre che esistano…) perché altro chiaro messaggio che si può evincere dalla sentenza sopra riportata è che una carie mal curata oggi può diventare una facile fonte di guadagno (e non per il dentista!) domani.
Così la definisce Laura Strohmenger, Coordinatrice delle attività del Centro di Epidemiologia Orale e Odontoiatria di Comunità dell’OMS, nonché Professore Ordinario presso il CLOPD dell’Università degli Studi di Milano, dove insegna Odontoiatria Infantile, Scienze Comportamentali e Igiene e Prevenzione Orale.
Laura Strohmenger
Nata a Verona, da padre tedesco e madre romana (la sua famiglia, Bottai, porta un nome che dice qualcosa a chi conosce la storia d’Italia a cavallo tra le due guerre), Laura Strohmenger vive a Milano da quando aveva anni otto anni, racconta, cioè da quando la sua famiglia si trasferì nel capoluogo lombardo. Laureatasi a Parma in Scienze biologiche, la madre riteneva che per una donna fosse troppo impegnativo dedicarsi alla professione medica, Strohmenger inizia la sua carriera universitaria occupandosi di comportamento animale e umano, argomento della sua tesi di laurea, un filone di ricerca allora nuovo e interessante. Nel frattempo, matura la decisione di studiare anche medicina, laureandosi qualche anno più tardi. Ma è l’incontro con Giorgio Vogel, del tutto casuale, racconta, a segnare i passi successivi della sua storia professionale. Inizia così a occuparsi di epidemiologia in campo odontoiatrico per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, a Ginevra, dove ha sede l’OMS e dove si innamora di questa branca tanto da decidere di diventare odontoiatra. È questa, in breve, la storia di Laura Strohmenger, dal 1983 Coordinatrice delle attività del Centro di Epidemiologia Orale e Odontoiatria di Comunità dell’OMS presso l’Università degli Studi di Milano. Dal 1990 è Professore Ordinario presso il Corso di Laurea di Odontoiatria e Protesi Dentaria della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano e insegna Odontoiatria Infantile, Scienze Comportamentali e Igiene e Prevenzione Orale. Specializzata in Clinica Odontostomatologica e in Igiene e Medicina Preventiva, è docente presso le scuole di specialità di Ortognatodonzia, di Pediatria e di Igiene e Medicina Preventiva e presso la Laurea di Igiene Dentale dell’Università di Milano. Autrice di oltre trecento pubblicazioni, ha avuto numerosi incarichi in ambito istituzionale e ministeriale, in particolare nel gruppo di lavoro per la stesura delle “Linee guida per la promozione della salute orale e la prevenzione delle patologie orali negli individui in età evolutiva che devono essere sottoposti a terapia chemio e radio”. Direttore Sanitario della Clinica Odontoiatrica dell’Azienda Ospedaliera S. Paolo, dal 2008 è anche Coordinatore della Laurea Magistrale in Scienze delle Professioni Tecniche Assistenziali.
Professoressa Strohmenger, lo studio della biologia e dei comportamenti ha influenzato il suo modo di intendere l’odontoiatria?
Penso proprio di sì, è un approccio che mi è rimasto ancora oggi, i miei interessi continuano a essere fondamentalmente legati ai comportamenti, alla sociologia e all’economia che determina la nostra vita e il nostro modo di agire.
Si è detto e scritto molto sulla prevenzione, ma cos’è davvero?
È il sale della medicina dell’ultima parte del ‘900 e dei primi anni del ventunesimo secolo, perché il quadro delle malattie è profondamente cambiato, almeno su due versanti: su quello della ricerca da un lato, dove le grandi novità riguardano la tecnologia e la prevenzione, ma anche l’approccio clinico, e su quello della comunicazione. Il paziente di oggi è permeato da informazioni sanitarie fondamentalmente preventive, che poi utilizza o meno a seconda del livello di adeguamento dei suoi comportamenti alle novità della scienza. Pensiamo solo all’importanza che oggi ha per un italiano medio il concetto di pressione arteriosa, per esempio, o di ipercolesterolemia, o quello del fumo come fattore di rischio per le malattie cardiovascolari e il tumore al polmone: sono tutte nozioni ormai presenti per lo meno a livello di informazione teorica.
Qual è oggi il livello di incidenza della carie in Italia?
I dati epidemiologici in Italia sono molto parziali perché il Centro di Epidemiologia Orale e Odontoiatria di Comunità dell’OMS raccoglie informazioni solo su bambini e adolescenti. D’altronde, se un Paese non ha istituzionalmente una rete di operatori pubblici preposti a raccogliere questi dati su indicazione del Ministero della Salute, nessuno è in grado di convincere grossi gruppi di adulti scelti a caso a sottoporsi a visite: questa è una grave mancanza che ci impedisce di avere il quadro completo della situazione. Per quanto riguarda i bambini, invece, è sufficiente citare un dato, negli anni ’82-’83, a 12 anni, i bambini italiani avevano mediamente otto carie sui denti permanenti, nel 2006 i loro coetanei ne avevano solo 0,8: un miglioramento che sa di miracoloso.
C’è chi sostiene siano stati soprattutto i nuovi stili di vita e le campagne pubblicitarie attuate dai produttori di dentifrici a migliorare il livello di salute orale degli italiani, più che l’odontoiatria in sé: è d’accordo con questa analisi?
La verità non è mai tutta da una parte. In effetti, dopo la seconda guerra mondiale i cittadini, avendo a disposizione più denaro e una serie di welfare, hanno speso parte dei propri soldi per utilizzare ciò che le multinazionali mettevano a disposizione, nel caso specifico dell’odontoiatria gli spazzolini da denti, i dentifrici e i collutori, ritenendo che comprare queste cose in qualche modo avrebbe portato loro benefici. Dall’altro lato i cittadini italiani hanno incominciato a leggere giornali e riviste, ad ascoltare i programmi televisivi sulla medicina, oltre che a rivolgersi all’odontoiatra per risolvere problemi, ma anche per ricevere messaggi di prevenzione. Purtroppo, non avendo dati a disposizione appunto, non siamo in grado di dire quanto il miglior grado di salute sia attribuibile a un aspetto e quanto all’altro, però sicuramente sono queste le due componenti basilari che hanno portato a un miglioramento generale.
Com’è cambiata in questi anni la professione odontoiatrica?
È cambiata radicalmente. Basti pensare che cento anni fa il dentista estraeva il dente quando il paziente lamentava dolore, oggi la situazione è completamente differente perché, come già diceva l’OMS negli anni ‘80 e nessuno ci credeva, il dentista è diventato un professionista preparato e in grado di mantenere la salute dei cittadini con le pratiche professionali che la ricerca ha messo a disposizione, un professionista capace, in alcune condizioni, di erogare terapie odontoiatrica di alto profilo professionale.
Come viene attuata oggi la prevenzione? L’igienista dentale è una figura sufficientemente riconosciuta?
Credo di sì, nonostante qualche resistenza fisiologica al cambiamento. La figura dell’igienista dentale è stata istituita diversi anni fa in modo un po’ timido, oggi però è sicuramente molto sostenuta e in crescita. Peraltro anche gli odontoiatri hanno compreso l’importanza della pratica preventiva che ciascuno attua nel proprio settore. Il disagio in cui versa l’odontoiatria oggi, ma questa è la mia opinione personale, deriva da una serie di altri motivi, alcuni dei quali neppure specifici dell’odontoiatria: forse siamo tanti e la quantità di odontoiatri che ogni anno laureiamo nelle nostre sedi universitarie è valutata rispetto alla potenzialità universitaria e non con sufficiente attenzione rispetto alla richiesta di operatori nel Paese. Questo però deriva ancora una volta dal fatto che non abbiamo dati epidemiologici con i quali aiutare le istituzioni a capire come pianificare l’offerta.
Alla luce dei cambiamenti attuali, che ruolo assumerà l’odontoiatra di domani? Si occuperà in modo sempre più marcato del controllo e della diagnosi delle malattie sistemiche?
Sì, non c’è dubbio, perché la bocca è inserita in un contesto sanitario che ne sta evidenziando tutta la sua importanza. Oggi sempre più spesso abbiamo la possibilità di vedere o ricevere da altri specialisti pazienti con importanti compromissioni orali legate alla prevalenza dei tumori orali che vengono per fortuna esaminati, diagnosticati e trattati, in parte da noi e fondamentalmente dal chirurgo maxillo-facciale o dall’otorino.
Quindi la nostra funzione su questo versante è molto più importante rispetto a molti anni fa e questo naturalmente sottende anche un miglioramento di relazioni tra noi e questa fetta della medicina, anche per altre malattie sistemiche con complicanze sul cavo orale, come nel caso del diabete, della bulimia e dell’anoressia o delle terapie con bifosfonati o, ancora, delle infiammazioni delle gengive correlate con il parto prematuro e il basso peso del bambino alla nascita.
Per concludere, che ruolo potrebbe avere il Ssn nel promuovere la prevenzione in odontoiatria?
Potrebbe avere un ruolo fortissimo a dispetto del fatto che l’odontoiatria pubblica copre solo il 4-5% dell’odontoiatria italiana. I cittadini che si rivolgono oggi al Ssn per ragioni odontoiatriche sono quasi tutti anziani o persone in gravi difficoltà socioeconomiche. C’è da dire che l’Italia è un Paese “straordinario”: il Ministero della Salute negli ultimi cinque anni ha fatto moltissimo sull’odontoiatria di comunità, promulgando anche linee guide sulla prevenzione. Tutto ciò è stato fatto a regola d’arte, scegliendo veri esperti con curricula pertinenti al lavoro da svolgere, con l’approvazione da parte del Ministero e delle Commissioni Stato-Regione. A dispetto di ciò, però, ancora oggi ciascun odontoiatra professa la propria tesi su questo argomento, non curante del lavoro svolto.
Evidentemente l’Italia è un Paese dove la qualità e la pertinenza non interessano molto, col risultato che il cittadino deve ascoltare tesi discordanti, cercare informazioni e poi decidere chi abbia davvero ragione.
Fig. 1 - Sondaggio del difetto intraosseo mesiale a 1.3.
Luca Ginocchio1, Luca De Micheli2 1Programma formazione post-universitaria, coordinatore dottor Sandro Siervo, Istituto Stomatologico Italiano, Milano 2Reparto di parodontologia e implantologia, Istituto Stomatologico Italiano, Milano
Riassunto Gli elementi dentali affetti da malattia parodontale non trattata subiscono una distruzione dell’apparato di attacco che ne compromette progressivamente la stabilità fino all’avulsione degli stessi. L’obiettivo della terapia parodontale consiste innanzitutto nell’arrestare la progressione della malattia, ma a partire dagli anni Ottanta anche nel tentativo sempre più determinato di rigenerare i tessuti di sostegno distrutti. L’evoluzione delle procedure chirurgiche ha portato a introdurre e valutare clinicamente - e ove possibile istologicamente - tutta una serie di materiali e biodispositivi, quali membrane e adeguati sostituti ossei per guidare la guarigione della ferita verso una ricostituzione dell’attacco parodontale, abbinati a numerosi prodotti per il condizionamento delle superfici radicolari decontaminate e a procedure a lembo dedicate. Scopo del lavoro è fornire un quadro delle conoscenze attuali in materia di chirurgia parodontale rigenerativa e descrivere un caso di difetto osseo angolare in zona estetica trattato con lembo ampio a preservazione di papilla semplificata, riempimento del difetto con una miscela di β-fosfato tricalcico e idrossiapatite a granulometria fine e protezione dello stesso con una membrana riassorbibile in collagene.
Summary Periodontal regenerative surgery of an angular bone defect in the aesthetic zone: a literature review and a case report The teeth affected by untreated periodontal disease present an attachment complex destruction which progressively compromise their stability up to their avulsion. The target of periodontal therapy lies first of all in arresting the disease progression, but starting from the ‘80s in the better and better defined attempt of regenerating the destroyed support tissues as well. The evolution of surgical procedures lead to introduce and clinically - but when possible histologically as well - evaluate a great deal of materials and biological devices such as membranes and particulate grafts of bone or appropriate bone surrogates to drive the wound healing towards the reconstitution of periodontal attachment, in combination with a lot of products for the root surface conditioning and with increasingly effective dedicated flap techniques. The goal of this work is to provide a picture of current knowledge about periodontal regenerative surgery and to present a case of an angular bone defect in the aesthetic zone, treated with a large simplified papilla preservation flap, filling of the defect by means of a fine granulosity Tri-Calcium β-Phosphate and hydroxyapatite blend and covering it with a resorbable collagen membrane.
La malattia parodontale non trattata conduce alla perdita dei denti attraverso la distruzione dell’apparato di attacco e dei tessuti di sostegno. L’obiettivo della terapia parodontale consiste non solo nell’arrestare la progressione della malattia, ma anche, ove possibile, nella rigenerazione delle strutture perdute a seguito della patologia stessa. Qualsiasi trattamento parodontale parte sempre da un’anamnesi accurata e dalla raccolta di tutti i dati clinici, fotografici e radiografici finalizzati alla definizione di una diagnosi complessiva e di una dente-per-dente. La classificazione diagnostica da noi adottata per valutare ciascun elemento dentale di un paziente sulla base dell’esame clinico e radiografico è quella descritta da Lindhe e Nyman e poi semplificata a uso del clinico1-3. La diagnosi così definita consente anche di esprimere un giudizio prognostico circa la mantenibilità a lungo termine di ciascun elemento da un punto di vista parodontale, così come indicato in tabella 1.
Tabella 1
Gli approcci chirurgici tradizionali (per esempio il courettage a cielo aperto) continuano a dimostrarsi tecniche affidabili e predicibili per creare accesso alle superfici radicolari, ridurre la profondità delle tasche e ottenere una migliore architettura dei tessuti parodontali, così modificando in modo spesso sostanziale la prognosi degli elementi trattati. Tuttavia queste tecniche offrono solo un limitato e incostante potenziale di ripristino dei tessuti originari distrutti nelle fasi precoci della malattia4-6. A partire dagli anni Novanta sono state sviluppate, studiate e impiegate nella realtà clinica alcune procedure chirurgiche finalizzate a un migliore e più predicibile recupero delle strutture di sostegno del dente e dei livelli di attacco parodontale simili a quelli originali: queste tecniche costituiscono la chirurgia parodontale rigenerativa. La rigenerazione consiste nella riproduzione o ricostituzione di una parte perduta o danneggiata, in contrasto con la riparazione che descrive invece la guarigione di una ferita tramite un tessuto che non ripristina del tutto l’architettura e la funzione della parte. L’American Academy of Periodontology definisce la rigenerazione parodontale da un punto di vista istologico come la rigenerazione dei tessuti di sostegno del dente, e cioè dell’osso alveolare, del legamento parodontale e del cemento radicolare attorno a una superficie radicolare con pregressa patologia7-9. Fino a un recente passato si utilizzava erroneamente il termine di tecniche rigenerative riferendosi a procedure quali la levigatura radicolare e il lembo di Widman modificato, che in realtà portavano a un modello di guarigione caratterizzato da riduzione della profondità di sondaggio prevalentemente dovuta a recessione gengivale e a un minimo guadagno di attacco clinico e di neoformazione ossea.
Il guadagno di attacco clinico era imputabile istologicamente soprattutto a un attacco epiteliale lungo, e quindi a un modello di guarigione per riparazione. Infatti fino agli anni Ottanta l’unico approccio terapeutico a tasche parodondali profonde sia sopraossee che intraossee consisteva in interventi a lembo, con o senza resezione ossea e/o con riempimento dei difetti angolari con biomateriale autogeno o allogeno10,11. Solo nel 1976 l’ipotesi di Melcher dimostrò come la natura dell’attacco riformatosi sulla superficie radicolare dopo terapia chirurgica dipendeva strettamente dal tipo cellulare in grado di colonizzare il coagulo ematico12. Le linee cellulari coinvolte nella guarigione di una ferita parodontale comprendono le cellule dell’epitelio gengivale, i fibroblasti del connettivo sopracrestale, le cellule dell’osso alveolare e quelle del legamento parodontale. In condizioni normali le cellule epiteliali migrano molto velocemente lungo la superficie radicolare concorrendo a creare un epitelio giunzionale lungo e, di fatto, impedendo una vera restitutio ad integrum dei tessuti parodontali; l’idea di precludere l’accesso al coagulo alle cellule epiteliali mediante idonei biodispositivi quali membrane/barriera aprì la strada alla rigenerazione guidata dei difetti parodontali intraossei (GTR). Ellegaard con la sua pubblicazione del 1979 suggerì di riempire il difetto mediante osso autologo e di proteggerlo con un innesto epitelio-connettivale13. L’applicazione clinica della GTR iniziò nel 1982, quando Nyman et al. pubblicarono il primo caso di difetto angolare trattato con introduzione di una membrana in acetato di cellulosa che consentisse alle cellule del legamento parodontale e dell’osso di colonizzare il coagulo escludendo selettivamente l’epitelio gengivale14. Seguirono ulteriori case report e gli studi istologici confermarono l’effettiva formazione di cemento radicolare e attacco parodontale con fibre collagene orientate funzionalmente e inserite nel cemento stesso e nell’osso alveolare neoformato15-17.
Negli anni Novanta la GTR ha trovato conferma negli studi clinici randomizzati affermandosi pertanto come metodica basata sull’evidenza18-20. Nello stesso tempo, la migliore comprensione dei meccanismi biologici sottesi alla guarigione della ferita parodontale e una crescente attenzione alla stabilità e alla protezione del coagulo hanno condotto a un’evoluzione delle tecniche chirurgiche di realizzazione del lembo: per prevenire l’esposizione della membrana, assai frequente con l’approccio chirurgico convenzionale (50-100%21,22), nel 1985 Takei introdusse un disegno di lembo con preservazione della papilla gengivale, specifico per terapia rigenerativa, che consentiva una chiusura della ferita per prima intenzione con completa protezione del difetto e degli eventuali materiali/dispositivi rigenerativi utilizzati23.
Il limite di questa tecnica consisteva nel fatto che l’intera papilla al di sopra del difetto veniva scollata con il lembo primario vestibolare, rendendo così poi difficile la chiusura primaria in caso di spostamento coronale dei lembi al di sopra di un biomateriale innestato, dal momento che i lembi linguale o palatale, a meno di applicare opportune tecniche dedicate, scorrono molto difficilmente o non scorrono affatto in senso coronale. Studiando l’uso di membrane rinforzate in titanio, il suddetto limite fu superato dall’introduzione della tecnica modificata di preservazione della papilla (MPPT) da parte di Cortellini, Pini Prato e Tonetti (1995)24: essi proposero di incidere alla base e orizzontalmente la papilla da preservare sull’aspetto vestibolare e di ribaltarla con il lembo linguale. L’esigenza di mobilizzare il tessuto gengivale al di sotto del punto di contatto limita però l’indicazione della tecnica ai casi con spazio interdentale superiore a 2,5 mm. Per ovviare a questa limitazione, lo stesso gruppo di Autori propose nel 1999 la tecnica semplificata di preservazione della papilla (SPPF): l’incisione diagonale vestibolare che divide in 2 parti la papilla consente di ribaltarne lingualmente la parte maggiore attraverso spazi interdentali anche inferiori a 2 mm25. Un’ulteriore evoluzione della tecnica, per i casi indicati, è rappresentata dalla procedura minimamente invasiva o MIST introdotta ancora da Cortellini e Tonetti nel 2007 al fine di aumentare la stabilità del coagulo e ridurre la morbilità per il paziente26: essa comporta un’incisione vestibolare della papilla secondo il disegno del MPPT o del SPPF e il successivo ribaltamento linguale della sola papilla interessata, senza coinvolgere nel lembo le papille gengivali contigue. Sempre gli stessi Autori nel 2009 hanno proposto una variante di questa tecnica ulteriormente meno traumatica per il paziente, resa possibile dall’uso del microscopio operatorio che comporta l’incisione e lo scollamento esclusivamente di un lembo primario vestibolare in gengiva aderente, conservando in situ l’apice della papilla e il lembo linguale a maggior stabilizzazione dello spazio per la rigenerazione (M-MIST)27.
La prognosi della terapia varia a seconda della morfologia del difetto e, in particolare, dipende dal suo angolo, dalla sua profondità, dal numero di pareti ossee residue ai suoi diversi livelli e dalla sua estensione lungo gli aspetti vestibolare e linguale/palatale della radice interessata28-30. Questi aspetti peraltro si riflettono tutti sulla possibilità di disporre di uno spazio adeguato a contatto con la radice ammalata e poi decontaminata per stabilizzare il coagulo che dovrà trasformarsi in un nuovo attacco parodontale. Come già accennato, tale possibilità può essere già insita nella morfologia del difetto oppure migliorata o consentita ex-novo dall’adozione di adeguati sistemi biocompatibili: questi comprendono i cosiddetti endoscheletri, e cioè materiali particolati quali osso autologo (dello stesso individuo), osso omologo (proveniente da altri individui della stessa specie), osso xenologo o eterologo (da donatori di una specie diversa) e materiali alloplastici (inerti, sintetici o di origine naturale), e i cosiddetti esoscheletri e cioè le membrane. Queste ultime in particolare sono realizzate dall’industria in una grandissima varietà di materiali diversi riassorbibili e non riassorbibili, ma le più comunemente usate al giorno d’oggi sono le membrane non riassorbibili in politetrafluoroetilene espanso (e-PTFE) o denso (d-PTFE) con anima di rinforzo in titanio (che richiedono pertanto una seconda chirurgia per la rimozione della membrana) o in assoluto le membrane riassorbibili in collagene o in pericardio.
Moltissima letteratura valuta l’influenza del trattamento della superficie radicolare sull’efficacia della rigenerazione dei difetti intraossei: se è unanime il consenso circa la necessità di scaling e root planing della superficie radicolare contaminata (ma non dei fasci di fibre parodontali demineralizzate ma ancora inserite!)31, a tutt’oggi non esistono esperimenti controllati in grado di dimostrare un effettivo miglioramento dei parametri clinici grazie al condizionamento della dentina radicolare mediante acido citrico e tetraciclina32,33, né mediante acido etilendiamminotetraacetico (EDTA)34. Per quanto riguarda invece l’applicazione sulla radice decontaminata di matrice proteica dello smalto o enamel matrix derivative (EMD), Koop e colleghi hanno recentemente pubblicato una revisione della letteratura selezionando 20 studi sul trattamento di difetti intraossei, 1 sul trattamento di forcazioni e 6 lavori sul trattamento di recessioni: da questa revisione emerge che l’uso di EMD nei difetti intraossei e nelle forcazioni porta a una rigenerazione maggiore rispetto ai casi di controllo ma sovrapponibile a quella ottenuta con membrane riassorbibili. Nel trattamento delle recessioni l’EMD in combinazione con un lembo avanzato coronalmente consente un incremento dell’efficacia della ricopertura radicolare rispetto ai controlli, ma in questo caso sovrapponibile all’effetto prodotto dall’associazione del lembo avanzato coronalmente con un innesto di tessuto connettivo35. Ulteriori interessanti vantaggi potrebbero essere offerti in futuro anche dall’applicazione, da soli o in combinazione con altri materiali o dispositivi, di fattori di crescita di origine piastrinica (PDGF, già immessi in commercio in Canada e negli Stati Uniti), oppure di concentrato piastrinico o PRP (contenente diversi fattori di crescita tra cui PDGF, TGF-β e IGF) o ancora di fattore di crescita fibroblastico 2 (FGF-2), sebbene gli studi relativi alla loro efficacia non mostrino ancora in modo univoco differenze statisticamente significative tra gruppi test e gruppi controllo36-39.La terapia rigenerativa trova oggi le sue indicazioni nel trattamento di difetti ossei angolari (tipicamente descritti a livello clinico e radiografico come difetti in cui l’attacco sul dente del difetto sia localizzato almeno 3 mm apicalmente rispetto al contiguo dente di cresta, oppure come difetti semicirconferenziali palatali/linguali o vestibolari), di recessioni vestibolari e di forcazioni con compromissione di secondo o terzo grado su molari inferiori. Il suo obiettivo è la guarigione della ferita parodontale con riduzione della profondità di sondaggio grazie alla maggiore quantità possibile di guadagno di attacco clinico e di neoformazione ossea, contro una recessione gengivale minima o assente, e quindi anche miglior preservazione dell’estetica dento-gengivale.
Presentazione del caso clinico
Il paziente, un maschio di 39 anni, si è presentato alla nostra attenzione lamentando dolore, tumefazione, arrossamento e sanguinamento allo spazzolamento nella regione del canino superiore di destra. La raccolta dell’anamnesi ha consentito di escludere l’esistenza di qualsiasi patologia sistemica o allergia specifica nota, oltre che di condizioni o eventi traumatici locali predisponenti. L’esame clinico e quello radiografico hanno permesso di constatare la presenza di un ascesso parodontale a carico della gengiva interprossimale tra gli elementi 1.3 e 1.2, escludendo così altre ipotesi diagnostiche quali quelle di patologia cariosa, endodontica o di una frattura radicolare.
Al sondaggio si dimostrava la presenza di una tasca profonda fino a 9 mm mesialmente all’elemento 1.3, con forte sanguinamento ed essudazione purulenta ma in assenza di mobilità (Figura 1). Non si apprezzava l’esistenza di alcuna problematica occlusale, con buon allineamento degli elementi, I classe molare e canina e presenza di una efficace guida incisiva e canina. Il paziente effettuava sedute semestrali di igiene orale superficiale durante le quali non è mai emersa l’esistenza di alcuna condizione patologica; l’igiene professionale, unitamente a quella domiciliare, garantivano un discreto controllo degli agenti eziologici locali: la rilevazione dell’indice di placca ha indicato un valore di FMPS (full mouth plaque score) di 38%.La visita parodontale e i sondaggi hanno mostrato l’assenza di tasche e recessioni di profondità significativa in tutta la bocca a eccezione degli elementi 1.3 e 1.2, tra i quali era presente un difetto osseo angolare con dente del difetto corrispondente al canino e dente di cresta l’incisivo laterale.L’indice di sanguinamento FMBS (full mouth bleeding score) si attestava intorno al 32%.È stata pertanto formulata la diagnosi generale di parodontite cronica localizzata (tipo 2 della classificazione del 1999 dell’American Academy of Periodontology40).
Fig. 1 - Sondaggio del difetto intraosseo mesiale a 1.3.
Pur tenendo conto della sovrastima dei sondaggi dovuti alla flogosi acuta e alla colliquazione del connettivo sopracrestale, la diagnosi per elemento è stata di parodontite gravis per 1.2 e parodontite gravis et complicata per 1.3. La prognosi a lungo termine di questi due elementi è pertanto dubbia. Data l’elevata rilevanza estetica della regione trattata e la presenza di un difetto osseo angolare si è scelto di effettuare una terapia rigenerativa composta, come qualsiasi terapia parodontale chirurgica, da 3 fasi imprescindibili: terapia eziologica, fase chirurgica specifica e terapia parodontale di mantenimento o SPC (supportive periodontal care). Si è pertanto programmata ed eseguita una terapia eziologica intensiva ma conservativa costituita da 4 sedute, a distanza di una settimana, di strumentazione sopra e sottogengivale effettuata esclusivamente con strumenti ultrasonici e apposite punte parodontali con irrigazione mediante soluzione di iodopovidone. Si è scelto di non utilizzare strumenti a lama per non rischiare di ledere e compromettere il trofismo dei tessuti molli interprossimali, la cui integrità e sanità è fondamentale per preservare l’estetica del settore frontale e per consentire un’affidabile chiusura per prima intenzione della ferita chirurgica che non permetta l’esposizione della membrana rigenerativa.
Contemporaneamente si è prescritto al paziente l’uso di un colluttorio a base di clorexidina 0,12% per 2 volte al dì da protrarre per tutto il tempo della preparazione iniziale, mentre non è stata somministrata alcuna terapia antibiotica. La preparazione iniziale così applicata ha condotto alla fase di rivalutazione portando alla risoluzione della flogosi acuta: scomparsa la suppurazione della tasca, persistente ma ridotto il sanguinamento al sondaggio, ridotti l’edema e l’iperemia del parodonto superficiale e cessata la sintomatologia algica. Ridotte in parte anche le profondità di sondaggio grazie alla riorganizzazione dei fasci collagene del connettivo sopracrestale, si è effettuata pertanto la mappatura dettagliata del difetto osseo in prospettiva pre-operatoria con un sondaggio a 8 punti per dente al fine di descrivere meglio la morfologia interprossimale e vestibolare/linguale delle tasche (Figura 2).
Fig. 2 - Valutazione dei parametri clinici in ingresso e in sede preoperatoria
La componente intraossea misurabile del difetto era di 3-4 mm, con profondità ed estensione maggiore sullo spigolo mesio-palatale di 1.3, e angolo del difetto molto ampio che rendeva meno predicibile la rigenerazione dell’attacco distrutto dalla malattia (Figura 3). Era inoltre già presente anche una recessione di 2 mm della gengiva interprossimale tra incisivo laterale e canino, non correggibile chirurgicamente ma che non rappresentava soggettivamente per il paziente un grave problema estetico. La perdita di attacco complessiva mesiale a 1.3 era di 10 mm sul versante vestibolare.
Fig. 3 - Radiografia pre-operatoria che evidenzia l’ampiezza dell’angolo del difetto.
Si è proceduto pertanto con la fase chirurgica, e cioè con il disegno di un lembo ampio, esteso da 1.5 a 2.1, per la necessità di posizionare un biomateriale e una membrana al di sopra del difetto, con preservazione della papilla secondo lo schema del SPPF (simplified papilla preservation flap) descritto da Cortellini e Tonetti25. La papilla tra laterale e canino è stata sezionata diagonalmente mentre tutte le altre incisioni erano rigorosamente intrasulculari ed eseguite anche mediante lama 12. La papilla del difetto è stata scollata e ribaltata con il lembo primario palatino, mentre tutte le altre papille coinvolte sono state incise e scollate ma conservando il connettivo sopracrestale adeso al periostio interprossimale (Figura 4).
Fig. 4 - Disegno e scollamento dei lembi primari vestibolare e palatino.
Mediante curettes è stato rimosso il tessuto di granulazione e le superfici radicolari sono state deterse e levigate mediante strumenti ultrasonici e curettes, avendo cura di non levigare le fibre parodontali ancora inserite nel cemento radicolare della porzione esposta più apicale delle radici di 1.3 e 1.2.
Il difetto si configurava ora chiaramente come una combinazione di 1 e 3 pareti. È stata quindi preparata e sagomata una dima in carta, più volte provata in bocca per adattarla all’ampiezza M-D e allo spessore V-P della cresta interdentale, e in base a questa ritagliata una membrana riassorbibile in collagene (Geistlich Bio-Gide, Geistlich Pharma AG, Wolhusen, Switzerland) (Figura 5). Solo a questo punto, per limitare al minimo l’esposizione della zona edemigena e ridurre la morbilità post-operatoria, si è proceduto a parzializzare il lembo primario vestibolare su due piani: uno profondo, subito al di sopra del periostio, e uno più superficiale al fine di disinserire le inserzioni muscolari che esercitavano una trazione apicale sul lembo vestibolare, il quale deve essere invece perfettamente passivo per prevenire un accidentale fallimento della chiusura per prima intenzione (Figura 6).
Fig. 5 - Sagomatura della membrana in collagene.Fig 6 - Parzializzazione del lembo primario vestibolare.
L’estremità maggiore della membrana è stata pertanto posizionata al di sotto del lembo palatino, l’istmo spinto attraverso lo spazio interdentale e l’altra estremità ribaltata coronalmente sui denti per consentire l’accesso al difetto (Figura 7). Quest’ultimo è stato quindi riempito con un idoneo biomateriale alloplastico a granulometria fine (Straumann Bone Ceramic 400-700 µm, Straumann Holding AG, Basel, Switzerland), comprimendo contemporaneamente il lembo palatino e la membrana sottostante sullo spigolo palatino della cresta ossea per prevenire una fuoriuscita del biomateriale sulla faccia palatale della cresta (Figura 8).
Fig 7 - Posizionamento della membrana in situ.Fig. 8 - Riempimento del difetto con sostituto osseo alloplastico.
L’estremità vestibolare della membrana è stata poi ribaltata a copertura del difetto. Avendo cura di non spostare accidentalmente la membrana, si è proceduto alla sutura dei lembi: il primo punto è una sutura a materassaio verticale off-set vestibolare e palatale, alla base della papilla tra laterale e canino, fatta correre lungo la radice del dente di cresta al fine di coronalizzare il lembo vestibolare e comprimere la membrana sul difetto, ma senza provocarne il collasso nella zona più profonda del difetto stesso. Si è continuato con la sutura delle altre papille con punti a materassaio verticale al centro delle papille, in questo scostandoci leggermente dalla codifica originaria dell’SPPF, ed è stato posizionato infine un punto semplice staccato per immobilizzare la punta della papilla preservata e garantire la chiusura del lembo per prima intenzione (Figura 9).
Fig. 9 - Sutura dei lembi in visione vestibolare.
Si è raccomandato al paziente di non spazzolare la zona operata per un mese e non usare alcun mezzo di pulizia interdentale, di non addentare i cibi e si è prescritto ibuprofene 600 mg 3 volte al dì a scopo antalgico e clorexidina in gel 2 volte al dì quale terapia antimicrobica topica della zona operata. Il paziente è stato rivisto settimanalmente nel corso del primo mese e le suture sono state rimosse a 7 gg lateralmente alla zona del difetto e a 14 gg sulla papilla preservata. A ogni seduta è stato effettuato scaling superficiale e lucidatura con gommino e gel di clorexidina per eliminare la placca e le stesse pigmentazioni da clorexidina. Dopo il primo mese si è indicato al paziente di riprendere lo spazzolamento delicato della zona con tecnica Roll e spazzolino morbido post-chirurgico, effettuando ancora due controlli a distanza di 15 giorni e poi mensili. Dopo il secondo mese il paziente ha reintrodotto anche l’uso quotidiano del filo interdentale. La radiografia a 2 mesi mostra l’avvenuto riempimento del difetto con il biomateriale innestato (Figura 10).
Fig. 10 - Radiografia a 2 mesi dall’intervento che mostra il riempimento del difetto angolare.Fig. 11 - Stabilità dei tessuti e sondaggio di controllo a 8 mesi dall’intervento.
L’esame clinico a 8 mesi ha mostrato la stabilità e la salute dei tessuti molli interprossimali, che hanno mantenuto la recessione di 2 mm già presente in sede pre-operatoria senza alcun peggioramento dell’estetica. In questa seduta è stato effettuato anche il sondaggio di controllo: la sonda non penetrava nel solco gengivale più di 3 mm né vestibolarmente né palatalmente, contro i circa 9 mm del sondaggio iniziale (Figura 11). Il paziente è stato quindi inserito in un programma di mantenimento (SPC) inizialmente trimestrale di scaling e lucidatura superficiale, ma con periodicità ogni volta rivalutata sulla base di sanguinamento e profondità di sondaggio.
Conclusioni
La terapia attiva posta in atto nei confronti del paziente ha prodotto i risultati sperati: la prognosi degli elementi 1.3 e 1.2 è mutata da dubbia a favorevole, poiché esiste adesso la possibilità di un mantenimento igienico a lungo termine degli stessi con igiene domiciliare e professionale periodica. Altrettanto importante, l’estetica del sorriso è stata preservata poiché non vi è stato alcun aumento della recessione gengivale rispetto al baseline. Possibili alternative terapeutiche includevano il semplice scaling e root planing periodico non chirurgico, un lembo per accesso di Widman modificato secondo Ramfjord e Nissle41 oppure un lembo di chirurgia ossea resettiva (ORS); tuttavia, il primo rende difficile il mantenimento a lungo termine di un elemento con profondità di sondaggio così elevata, mentre il lembo di Widman modificato può migliorare la detersione delle superfici radicolari ma comporta un seppur limitato aumento della recessione e la letteratura indica consentire un minor guadagno di attacco clinico rispetto alla terapia rigenerativa42. Per quanto riguarda invece la chirurgia resettiva, essa è assolutamente da evitare perché controindicata in caso di difetti ossei angolari profondi e isolati e perché la sua attuazione porterebbe a una grave perdita di attacco sugli elementi contigui e a un gravissimo danno estetico, non recuperabile conservando gli elementi interessati. La chirurgia parodontale rigenerativa rimane la terapia di prima scelta per il trattamento di difetti angolari isolati specialmente in zona estetica, e risulta predicibile se eseguita correttamente da mani esperte. Una complicanza possibile e non infrequente riguarda l’esposizione della membrana, qualora impiegata, per il fallimento della chiusura dei lembi: la membrana in collagene utilizzata nel caso descritto non necessita di rimozione precoce in caso di deiscenza dei lembi, ma l’esposizione ai fluidi orali ne comporta un rapido riassorbimento nell’arco di pochi giorni e la cessazione della sua funzione. Se questo avviene in fase precoce la scarsa stabilità del coagulo porta a una dispersione parziale o totale del biomateriale innestato, qualora impiegato, il cui spazio viene rapidamente invaso dall’epitelio gengivale con riformazione della tasca e/o frequente aumento della recessione. Per questo acquistano importanza fondamentale la stabilità e la passività dei lembi e della sutura. L’efficacia della rigenerazione parodontale si conferma pertanto ancora molto operatore-dipendente.
Corrispondenza Luca Ginocchio Istituto Stomatologico Italiano Reparto di parodontologia e implantologia Via Pace, 21 - 20122 Milano lucaginocchio81@libero.it
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Fabio Gorni1, Francesca Cerutti2 1Già Professore a Contratto presso l’Università degli Studi di Milano, Past President della Società Italiana di Endodonzia 2Dottoranda di ricerca in Materiali per l’Ingegneria presso l’Università degli Studi di Brescia
Riassunto Il ritrattamento ortogrado è una procedura clinica indicata in caso in cui fallisca il trattamento endodontico di un elemento dentale, che consiste nella rimozione del precedente materiale da otturazione canalare, cui seguono la sagomatura, la detersione e l’otturazione tridimensionale del sistema dei canali radicolari. Tra gli strumenti che possono essere impiegati in questo trattamento molta importanza rivestono le punte e i file attivati da sorgenti ultrasoniche, che consentono al clinico di lavorare agevolmente e con sicurezza in aree talvolta di difficile accesso, permettendo una buona visibilità del campo operatorio. Utilizzati in abbinamento a sistemi ingrandenti e a un’adeguata illuminazione, gli inserti a ultrasuoni sono un efficace strumento per rimuovere ostacoli canalari, perni e strumenti fratturati, permettendo di raggiungere ottimi risultati anche in casi complessi (in cui vi siano alterazioni dell’anatomia del dente) e riducendo i tempi operatori, soprattutto per quanto riguarda i settori posteriori. Sono altresì utili per attivare le soluzioni irriganti, aumentandone l’efficacia nella fase di detersione del sistema canalare. Particolarità molto utile nei ritrattamenti è la possibilità di piegare le punte e i file ultrasonici, permettendo allo strumento di lavorare, senza perdere efficacia, in situazioni in cui non sarebbe possibile utilizzare strumenti rotanti.
Summary Nonsurgical retreatment is a clinical procedure suggested when there is a failure of the endodontic treatment of a tooth. It consists in removing the present obturation material, followed by the shaping, cleaning and filling of the root canal system.
Among the instruments that can be employed in this procedure, the US tips are extremely relevant, since they allow the clinician to work easily and safely even in areas that are difficult to reach, without compromising the visibility of the operative field.
Used together with magnifying devices and adequate illumination, US tips are effective in removing intracanalar obstructions, posts and broken instruments, allowing to acheive good results even in complex cases (where the original tooth anatomy was altered) and reducing the operative timing, above all in posterior teeth.
Moreover, US tips are useful to activate irrigating solutions, increasing their effectiveness in cleaning the root canal systems. Peculiarity extremely useful in nonsurgical retreatments is the possibility to bend the US tips and files, making the instrument work, without losing efficiency, in situations in which using rotary instruments would not be possible.
La letteratura riporta un significativo tasso di elementi dentari trattati endodonticamente (9% circa dopo 2 anni) che non risponde con successo alla terapia1-3. Il fallimento endodontico, posta l’esistenza di un corretto restauro coronale, può essere identificato come presenza d’infezione o di vari gradi d’infiammazione, generalmente attribuibili a più fattori. Le principali cause di fallimento endodontico sono identificabili come4:
mancato reperimento di alcuni canali;
otturazione canalare incompleta;
riassorbimenti radicolari;
presenza di perforazioni o stripping;
presenza di strumenti fratturati;
presenza di lesioni endo-parodontali;
cisti apicali;
trauma occlusale2;
leakage coronale5-7.
Il ritrattamento ortogrado deve essere considerato come trattamento di prima scelta nella maggior parte degli interventi endodontici falliti1,2. L’obiettivo principale è riguadagnare l’accesso al forame apicale rimuovendo completamente il materiale da otturazione canalare, facilitando quindi la detersione e la sagomatura del sistema dei canali radicolari3,4. I materiali da otturazione devono essere rimossi senza alterare la morfologia dei canali ed evitando l’estrusione di detriti nei tessuti periradicolari8. Tra le tecniche suggerite a questo scopo, sono contemplati gli strumenti manuali o rotanti, il calore, gli ultrasuoni o i solventi chimici in diverse combinazioni9,10.
Negli ultimi anni gli ultrasuoni hanno trovato grande applicazione sia in endodonzia ortograda sia in endodonzia chirurgica, in particolar modo se abbinati a una luce coassiale e all’impiego del microscopio operatorio, rivelandosi uno strumento predicibile e affidabile (Figura 1).
L’ultrasuono può essere generato mediante magnetostrizione, che converte l’energia elettromagnetica in energia meccanica, o principio piezoelettrico, in cui s’impiega un cristallo che cambia dimensioni quando è applicata una carica elettrica. La deformazione del cristallo è convertita in oscillazione meccanica senza produrre calore11.
Indipendentemente dalla tecnologia su cui sono basati, gli strumenti ultrasonici lavorano in modo ottimale quando sono progettati e realizzati per uno specifico generatore. In endodonzia le unità piezoelettriche sono preferibili, poiché imprimono agli inserti un movimento lineare, al contrario di quelle magnetostrittive che originano un andamento ellittico. Esistono poi determinate tecnologie piezoelettriche, come la sp-Newtron (Satelec), che consentono la regolazione automatica in tempo reale della frequenza e della potenza, calibrata in funzione della resistenza incontrata dallo strumento. Questo permette di controllare maggiormente l’azione di taglio degli inserti, preservando le punte da fratture indesiderate. Ulteriore aiuto in questo senso è il CCS (Color Coding System), un sistema brevettato di codice colore che consente di identificare visivamente e immediatamente la potenza ottimale adatta alla punta selezionata.Ogni punta è identificata da un anello colorato corrispondente al codice cromatico della potenza ottimale da utilizzare.
Le punte ultrasoniche forniscono al clinico il grande vantaggio di lavorare agevolmente in aree talvolta di difficile accesso, permettendo una buona visibilità del campo operatorio (in particolare quando abbinate al microscopio operatorio) poiché non vi è l’ingombro della testa del manipolo che si interpone tra l’operatore e la parte lavorante dello strumento. Il maggior vantaggio degli inserti ultrasonici sembra essere che essi non ruotano, aumentando la sicurezza delle manovre effettuate e il controllo dell’operatore, senza ridurre l’efficacia di taglio rispetto a una fresa12-16.
Utilizzati in abbinamento a sistemi ingrandenti e adeguata illuminazione, gli inserti a ultrasuoni sono un efficace strumento per rimuovere ostacoli canalari, perni e strumenti fratturati, permettendo di raggiungere ottimi risultati anche in casi complessi riducendo i tempi operatori, soprattutto per quanto riguarda i settori posteriori.
Esistono inserti di differenti morfologie e materiali, dipendentemente dalla procedura clinica da eseguire. Questo permette di disporre di un pool di strumenti impiegabili nel reperimento degli imbocchi canalari, della rimozione di materiale da otturazione, nella detersione e sagomatura di canali radicolari, perforazioni o apici beanti.
Cavità d’accesso e reperimento degli imbocchi canalari Una cavità d’accesso realizzata rispettando l’anatomia dell’elemento dentale e secondo le linee guida è alla base di un trattamento endodontico ben eseguito.
A ciò segue la localizzazione degli imbocchi canalari, che si configura come una delle prime e più complesse sfide in endodonzia, in particolare in casi nei quali l’orifizio canalare è occluso da dentina secondaria o calcificata.
Eseguire una cavità d’accesso corretta è estremamente più complesso nel caso di un ritrattamento, poiché nella maggioranza dei casi l’anatomia della camera pulpare è stata alterata e i punti di repere che convenzionalmente possono essere osservati in un trattamento ortogrado non sempre sono stati mantenuti. In cavità d’accesso convenzionali, le punte ultrasoniche sono utili per rifinire la cavità d’accesso, localizzare il canale MB2 nei molari superiori o canali accessori in altri denti, localizzare canali calcificati o calcoli pulpari14-16 (Figure 2 e 3).
Per questo impiego si usano inserti diamantati di dimensioni piuttosto elevate, grazie ai quali si eliminano calcificazioni, interferenze coronali, dentina secondaria ed eventuali materiali da otturazione canalare. Queste punte offrono la massima efficienza di taglio e trovano il loro impiego ideale nell’apertura della camera pulpare.
La fase di reperimento degli orifizi canalari va effettuata preferibilmente con strumenti di diametro inferiore che, consentendo al clinico di mantenere una buona visibilità del campo operatorio, facilitano il lavoro anche in zone più profonde12,13 e prestando sempre attenzione a non rimuovere troppo tessuto, con conseguente alterazione dell’anatomia della camera pulpare.
Rimozione ostruzioni intracanalari In un elemento dentale destinato al ritrattamento possono essere presenti ostruzioni all’interno dei canali, per esempio cementi, strumenti separati o perni endocanalari17: superare questi ostacoli diventa quindi fondamentale per ritrattare il dente per via ortograda18,19.
Fig. 4. L’elemento 4.6 presenta all’interno della radice mesiale uno strumento fratturato, che impedisce di accedere correttamente all’apice.
Quando l’ostacolo impedisce un corretto accesso all’apice, non è possibile sagomare, detergere e otturare adeguatamente il sistema dei canali radicolari20 (Figura 4). Gli ultrasuoni rientrano tra gli strumenti di elezione nel ritrattamento ortogrado21-23, dal momento che diversi studi ne hanno evidenziato l’efficacia nel rimuovere coni d’argento, strumenti fratturati e perni cementati24. In particolare, nella rimozione degli strumenti fratturati i file ultrasonici possono essere d’aiuto nei sistemi dei canali radicolari profondi, dove possono lavorare senza essere particolarmente influenzati dalla posizione in cui si trova il frammento25 (Figura 5).
Fig. 5. I file ultrasonici possono essere impiegati, oltre che nella detersione del sistema dei canali radicolari, per rimuovere ostacoli intracanalari quali strumenti fratturati.
La rimozione di un ostacolo da un canale deve essere eseguita avendo cura di mantenere un accesso rettilineo all’area d’interesse e con un minimo sacrificio di tessuto dentale e parodontale26: un’eccessiva distruzione del dente, infatti, comporterebbe dei problemi nella fase restaurativa. A questo pro, l’uso di sistemi ingrandenti è essenziale, in quanto garantiscono visione diretta con un’eccellente illuminazione, permettendo la strumentazione a forti ingrandimenti27 (Figure 6, 7, 8). Nonostante le punte US, comunque, solo una piccola percentuale degli strumenti fratturati all’interno dei canali radicolari viene rimossa28.
Rimozione di perni endocanalari La rimozione di perni endocanalari è un’altra procedura estremamente delicata che è resa più semplice e predicibile grazie all’utilizzo degli inserti ultrasonici.
Rimuovere un perno comporta sempre molti rischi, tra i quali si annoverano un eccessivo indebolimento dell’elemento dentale interessato, la perforazione o la frattura della radice in cui è alloggiato il perno29-32.
Fig. 7. La radiografia intraoperatoria mostra come lo strumento endocanalare sia stato rimosso dalla radice mesiale
Il vantaggio di utilizzare un inserto ultrasonico in questi casi clinici è lo sfruttamento della vibrazione indotta dalle punte per disgregare i cementi (compositi e non) mediante i quali il perno è adeso alla struttura dentale o per imprimere lievi movimenti al perno stesso (specie se metallico)22,33-36.Quando si considera un perno non metallico, è possibile che esso non sia agevolmente dislocato37-40 a causa della pessima conduzione al suo interno delle vibrazioni35 indotte dall’inserto ultrasonico; è però possibile consumare le fibre che lo costituiscono.
Fig. 8. La radiografia post-operatoria mostra la corretta conclusione della terapia canalare.
Questo processo è indubbiamente più dispendioso in termini di tempo e richiede un’ottima visione del campo operatorio.Ciò non toglie che diversi studi abbiano sottolineato come la vibrazione ultrasonica faciliti la rimozione di perni endocanalari, preservando allo stesso tempo la struttura dentale residua e diminuendo il rischio di perforazioni24,30-33,37,41 (Figura 9).
Fig. 9. L’impiego della punta ETPR, a potenza elevata, aiuta a disgregare il materiale cementante facilitando la rimozione del perno.
Attivazione delle soluzioni irriganti Una soluzione irrigante, da sola, non è in grado di raggiungere tutte le porzioni del sistema canalare di un elemento dentale, poiché la quantità di liquido che diffonde dalla siringa dipende non solo dall’anatomia del dente, ma anche dalla profondità di posizionamento e dal diametro dell’ago42-44.
È stato infatti dimostrato che un irrigante si spinge 1 mm oltre il punto in cui è posizionata la punta della siringa45, e che un aumento del volume di irrigante non è necessariamente correlato a una maggior efficacia nella rimozione dei detriti46,47.
Fig. 10. Le punte Irrisafe, grazie alla punta non tagliente e alla loro peculiare morfologia, consentono di attivare l’irrigante all’interno dei canali radicolari senza che il movimento dello strumento provochi alterazioni morfologiche nella superficie della dentina radicolare.
L’unico modo efficiente di detergere il sistema dei canali radicolari sembra essere la soluzione irrigante48, il cui movimento ha una correlazione diretta con l’efficacia di detersione del sistema dei canali radicolari, sia dai residui organici sia da quelli inorganici44,49-66.Gli ultrasuoni, infatti, creano streaming acustico e cavitazione all’interno dell’irrigante67, e possono migliorare la disinfezione dei canali radicolari perché i tessuti organici interessati dallo streaming sono disgregati56,57,68-73 e perché il calore prodotto dall’azione ultrasonica attiva l’ipoclorito di sodio11,74. Anche la rimozione dello smear layer migliora con l’attivazione ultrasonica49,53,63,75-77, anche se l’azione di attivazione sull’EDTA è minore di quella su NaOCl. Gli ultrasuoni sono molto utili, soprattutto in presenza di situazioni anatomiche complesse, per attivare gli irriganti endocanalari in modo totalmente passivo11,44,53,67, senza quindi danneggiare le pareti del canale, mediante l’impiego di file lisci65. L’impiego di strumenti lisci e con punte non taglienti previene il rischio di creare gradini o perforazioni iatrogene51 (Figura 10).
Trattamento delle perforazioni Le perforazioni iatrogene del pavimento della camera pulpare o del corpo radicolare costituiscono un problema talvolta di complessa gestione.Anche in questo caso il clinico si può avvalere degli inserti ultrasonici per regolarizzare e preparare la perforazione, che dovrà essere “ritentiva” per il materiale da otturazione scelto per riempirla (Figure 11 e 12).
Utilizzo delle punte ultrasoniche piegate Alcune situazioni anatomiche rendono difficoltoso l’accesso agli imbocchi canalari. Un esempio è rappresentato dagli imbocchi mesiali dei molari inferiori.
In questa sede è estremamente difficoltoso lavorare all’interno del canale mantenendo un asse di inserimento rettilineo della punta, poiché vi è il rischio di sacrificare tessuto dentale sano. Mentre è impensabile modificare l’asse di uno strumento rotante mantenendone invariate le capacità d’impiego, è possibile, con gli opportuni accorgimenti, inclinare di alcuni gradi una punta a ultrasuoni.
Questo permetterà di raggiungere senza difficoltà anche settori anatomicamente sfavorevoli senza rinunciare all’efficienza dello strumento impiegato. È da sottolineare che un inserto ultrasonico piegato è più fragile e soggetto a fratture rispetto a una punta la cui morfologia non è stata alterata; per questo motivo l’operatore dovrà evitare di applicare sforzi eccessivi allo strumento (Figura 13).
Fig. 13. L’accesso ad alcune aree dell’endodonto è reso talvolta difficile dalla morfologia dell’elemento dentale o dalla collocazione dello stesso all’interno dell’arcata. Per facilitare le fasi operative, è possibile piegare di alcuni gradi le punte montate su sorgente ultrasonica, in modo da rendere più semplice ed efficace la detersione/sagomatura di determinate aree.
Impiego dei K-file piegati Rispetto alle punte, i file ultrasonici sopportano alterazioni morfologiche decisamente maggiori, pur restando efficaci. Un file in acciaio, infatti, può essere piegato su piani diversi e messo in funzione senza che sia modificato il suo meccanismo d’azione, pur mantenendo la nuova forma.
14. Piegare un file ultrasonico può permettere di detergere e sagomare canali con curvature accentuate, senza perdere efficienza nell’azione dello strumento.
Questa procedura può rivelarsi estremamente utile nel caso in cui si affrontino casi di marcate curvature canalari, in particolar modo nei molari: sarà quindi possibile detergere l’intero sistema dei canali radicolari senza provocare eccessive rimozioni di tessuto dentale sano e preservando l’anatomia dell’elemento dentale. Va ovviamente posta attenzione a non impegnare lo strumento a livello del forame apicale, al fine di evitare fratture indesiderate (Figura 14).
Corrispondenza Francesca Cerutti Via Raffaello Sanzio, 8 20142 Milano (MI) Tel. 02.48008828 fc@francescacerutti.it
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