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I pediatri e la salute orale di bambini tra 0-3 anni

Fino al 2005, quando sono state pubblicate le linee guida sulla fluorizzazione e sulla prevenzione della carie in Germania nell’ambito di chirurgia maxillo-facciale (DGZMK), diverse sono state le controversie e le discussioni tra pediatri e dentisti per quanto riguarda l'uso di compresse di fluoro e dei dentifrici contenenti fluoro in età pediatrica.

La Società Tedesca di Pediatria e Medicina (DGKJ) e l’Accademia di Pediatria e Medicina tedesca (DAKJ) rifiutano l’uso di dentifrici contenenti fluoro per lattanti e bambini fino a 4 anni d’età e raccomandano l’uso di integratori di fluoro come gocce o compresse, mentre l’Accademia Europea di Pediatria e Odontoiatria (EAPD) e l’Accademia Americana di Odontoiatria Pediatrica (AAPD) raccomandano l’uso precoce di dentifrici a base di fluoro durante lo spazzolamento sin dai primi mesi dopo l’eruzione dei denti decidui.

Questo disaccordo sul regime di prevenzione nei primi 3 anni di vita porta alla confusione sia i genitori, sia gli operatori sanitari primari, i pediatri, i medici di famiglia e i dentisti in materia di fluoro e salute orale neonatale. In questo studio viene descritto un sondaggio eseguito tra i pediatri in Turingia mediante un questionario standardizzato che poteva essere restituito per posta, fax o e-mail dai pediatri in questione. Il questionario è stato inviato ai 167 pediatri esercitanti in Turingia nel febbraio 2009 e l'indagine è stata chiusa il 30 aprile. I questionari compilati sono stati inseriti in file excel da due individui. Il questionario consisteva in 33 domande standardizzate e comprendeva sia domande chiuse con predeterminate risposte che domande a risposta aperta. 14 domande riguardavano la prescrizione di integratori vitaminici, la tempistica del loro consumo, la modalità di somministrazione e il dosaggio. 8 domande riguardavano le misure di igiene orale consigliate, 6 i consigli per i genitori di sottoporre i propri figli a controlli odontoiatrici. Il questionario ha raccolto anche informazioni sui pediatri stessi per quanto riguarda sesso, età, esperienza di lavoro, se il pediatra era un dipendente o libero professionista e dove operava.

Il tasso di risposta è stato del 52,0%. Più del 9,0% dei pediatri ha consigliato ai genitori l’uso di biberon, l’igiene orale quotidiana e le visite odontoiatriche. La maggior parte dei pediatri inoltre ha consigliato di iniziare a spazzolare i denti dopo il 1° compleanno e ha raccomandato l’uso del dentifricio e una prima visita odontoiatrica dopo il 2° compleanno (78,0%). Inoltre, il 23,3% (n = 20) dei pediatri ha prescritto solo la vitamina D, e il 20,9% (n = 18) ha prescritto vitamina D combinata con fluoruro. Gli integratori di fluoro sono dati come richiesti dal 37,2% (n = 32) dei pediatri, principalmente tra il 1° e il 6° anno di vita dei bambini. Le linee guida della Società Pediatrica sono state consultate e seguite dall’1,2% dei pediatri, le linee guida dei dentisti sono state seguite dal 5,8%, e un mix tra le due è stato seguito dal 93,0% dei pediatri. L’uso contemporaneo di integratori di fluoro e dentifricio a base di fluoro è stato consigliato dal 45.9% dei pediatri nei primi tre anni di vita.

Da questo studio quindi emerge che le raccomandazioni sulla salute orale condotte dai pediatri si basano su un mix di linee guida delle Società tedesche di pediatri e dentisti e non hanno portato ad alcun possibile overdose di fluoruro. In ambito di carie della prima infanzia e fluorosi dentale c'è però una necessità di linee guida uniformi tra dentisti e pediatri.

Pediatricians' oral health recommendations for 0- to 3-year-old children: results of a survey in Thuringia, Germany

Autori:
Yvonne Wagner,
Roswitha Heinrich-Weltzien

BMC Oral Health 2014, 14:44 doi:10.1186/1472-6831-14-44

Bancomat negli studi medici

studi medici odontoiatria diagnosi neuropatia

Il TAR sentenzia che da giugno sarà obbligatorio per i professionisti (quindi anche per gli studi medici) dotarsi di un pos per i pagamenti delle parcelle.

La decisione, che vede il 30 giugno come data ultima per adeguarsi, si inserisce nel più ampio discorso della lotta all’evasione fiscale: l’obiettivo è la tracciabilità di tutte le prestazioni all’interno dello studio ed è perciò stata respinta la richiesta di sospensione del decreto avanzata dall’ordine degli architetti. Sarà quindi possibile e obbligatorio accettare pagamenti al di sopra dei 30€ con carte di debito.

Secondo il TAR “il Decreto impugnato sembra rispettare i limiti contenutistici e i criteri direttivi” fissati dalla legge, che “impone perentoriamente e in modo generalizzato che a decorrere dal 30 giugno 2014, i soggetti che effettuano l’attività di vendita di prodotti e di prestazioni di servizi, anche professionali, sono tenuti ad accettare anche pagamenti effettuati attraverso carte di debito".

Bisogna però sottolineare che non sono previste sanzioni per coloro che non si adegueranno alla normativa.

Produzione italiana: high-tech e know-how per eccellenti soluzioni implantoprotesiche

OVERMED è l’azienda italiana con sede operativa alle porte di Milano che produce il sistema implantare EasyLine interamente concepito e realizzato in Italia in grado di contrastare in termini di qualità la concorrenza straniera. Il successo di Easy Line Implant  si basa sull’impiego di tecnologie e mezzi di produzione all’avanguardia, ricerca e innovazione continua per offrire ai propri clienti lo stato dell’arte dell’implantologia.

In un momento di profonda trasformazione del mercato odontoiatrico, OVERMED offre soluzioni per terapie implantari sempre più immediate ed evolute, accessibili a un vasto numero di pazienti, grazie a un costo estremamente competitivo e alla proposta di soluzioni riabilitative poco invasive e snelle.

Le parole chiave su cui si basa il successo di EasyLine sono pertanto sostenibilità, eccellenza e dedizione; al centro del prodotto vi è l’implantologo utilizzatore che necessita di ottenere risultati eccellenti con un prodotto di semplice utilizzo, affidabile e dall’ampia gamma di indicazioni. Avvalendosi della competenza di un team di ingegneri e medici esperti nel settore medicale e della collaborazione di istituti scientifici e di ricerca qualificati, OVERMED vanta una profonda conoscenza del mercato offrendo una vasta gamma di soluzioni implantologiche d’eccellenza; inoltre, offre un servizio di assistenza ai propri clienti completo e apprezzato. I programmi di ricerca e sviluppo di OVERMED evidenziano la continua volontà di anticipare e venire incontro alle future esigenze del mercato odontoiatrico al fine di sviluppare e creare in Italia impianti con risultati funzionali ed estetici garantiti nel tempo. In un’area produttiva ipertecnologica bioingegneri e tecnici specializzati operano con l’ausilio di strumentazione di altissima precisione per ottenere l’impianto perfetto: OVERMED vuole sempre assicurarsi che le cose vengano fatte senza tralasciarne i dettagli, al massimo della qualità e professionalità; le buone idee non bastano, attuarle nel modo migliore è altrettanto importante. OVERMED è certificata e organizzata secondo un sistema di gestione della qualità aziendale conforme ai requisiti della norma UNI EN ISO 13485:2012.

Info-line a vostra disposizione per approfondire e provare EasyLine Implant.

Flusso salivare nei pazienti con diabete di tipo 2

Paziente botulino dentista

Il diabete di tipo 2 è un fattore di rischio per la parodontite e provoca un ampio spettro di manifestazioni orali che comprendono xerostomia, scialosi, carie, infezioni funginee, alterazione del gusto, oltre a diminuire la resistenza alle infezioni e ritardare la guarigione delle ferite. La saliva è un fluido orale essenziale che gioca un ruolo cruciale nel mantenimento dell’omeostasi del cavo orale. La saliva è importante per la lubrificazione, la digestione, la masticazione, il gusto, la parola, la deglutizione e ha un’azione antibatterica. Sono stati inclusi nello studio 100 pazienti diabetici frequentanti il Dipartimento di Diabetologia a Chennai, in India.

Il gruppo di controllo, invece, è costituito da cinquanta non diabetici di pari età del Dipartimento di Patologia orale e maxillofacciale, del Ragas Dental College, che si sono rivolti alla struttura per un trattamento dentale di routine come profilassi orale e restauri. I livelli random di glicemia a digiuno ed emoglobina glicosilata sono stati usati per determinare lo stato diabetico degli individui. La saliva non stimolata è stata raccolta utilizzando la tecnica “Spit”. La saliva stimolata, invece, è stata raccolta utilizzando l’acido citrico al 2%. La quantità di saliva stimolata e saliva non stimolata è stata raccolta per ogni paziente (USFR e SSFR) ed espressa in mil/min.

La Xerostomia è stata valutata utilizzando un questionario composto da 19 domande:

1. Spesso la sua bocca è secca? Sì/No

2. Sorseggia liquidi per aiutare la deglutizione? Sì/No

3. Si alza di notte a bere l’acqua? Sì/No

4. La bocca è asciutta mentre mangia? Sì/No

5. La sua bocca è sempre asciutta? Sì/No

6. Ha difficoltà mentre mangia? Sì/No

7. Mangia ghiaccioli? Sì/No

8. Ha difficoltà a deglutire certi cibi? Sì / No

9. La pelle del suo viso è secca? Sì/No

10. E gli occhi? Sì/No

11. Le sue labbra sono secche? Sì/No

12. L'interno del naso è secco? Sì/No

13. Ha bruciore alle gengive? Sì/No

14. Ha una sensazione di bruciore sulla lingua? Sì/No

15. Avverte prurito sulla lingua?Sì/No

16. Avverte prurito sulle gengive? Sì/No

17. Avverte bruciore in bocca? Sì/No

18. Il gusto è alterato? Sì/No

19. Sente dolore alle mascelle mentre mangia? Sì/No

Dai risultati di questo studio si evince che la quantità di flusso salivare sia stimolato che non stimolato è notevolmente inferiore nei pazienti diabetici rispetto a quella dei non diabetici e la differenza è statisticamente significativa (p = 0.000).

I pazienti affetti da diabete mellitico di tipo 2 quindi risultano avere una buona probabilità di sviluppare xerostomia.

Salivary Output in Type 2 Diabetic Patients

Oral and Maxillofacial Pathology Journal, January-June 2014;5(1):413-417

Formazione per i venditori del dentale

Il 22 maggio, all’interno del 57° congresso Amici di Brugg a Rimini si terrà la quinta edizione del corso di Formazione Professionale per Venditori. Il successo delle precedenti edizioni è la conferma che l’appuntamento riminese può essere realmente considerato il momento di concreto incontro di tutte le componenti dell’odontoiatria. Il corso di quest’anno rappresenta un’evoluzione e un approfondimento delle tematiche trattate, non già la mera riproposizione dei corsi degli anni precedenti. L’obiettivo è dimostrare che l’equipe odontoiatrica deve essere allargata veramente a tutte le componenti che, nei rispettivi ruoli, concorrono al completamento di un quadro assistenziale sanitario sempre più qualificato. La condivisione degli intenti con l’ANCAD ha rafforzato una collaborazione che in questi anni si è fatta sempre più stretta.

In particolare, le tematiche trattate riguarderanno i cambiamenti nel rapporto tra medico e odontotecnico alla luce delle nuove tecnologie, il rapporto interpersonale come mezzo di presentazione del proprio prodotto e la comunicazione.

Per registrarsi inviare l'adesione a: segreteria.corsoperaziende@amicidibrugg.it
indicando nome, cognome, azienda, email, telefono.

Posti limitati. La quota è di 30,00 euro e comprende il kit congressuale e il light lunch.

 

Elementi dentali parodontalmente compromessi: possibilità terapeutiche

Prof. Luca Francetti

Il tema principale della relazione che il professor Luca Francetti terrà ad Assago, nell’ambito del congresso organizzato da “Il Dentista Moderno” per il 3 ottobre, sarà la revisione degli studi a lungo termine relativi al trattamento chirurgico e non chirurgico degli elementi dentali compromessi nel loro supporto parodontale. La sopravvivenza degli elementi dentali in pazienti inseriti in rigidi protocolli di terapia di supporto verranno discussi sulla base della letteratura esistente, considerando anche aspetti correlati alla qualità della vita dei pazienti relativamente al mantenimento dei denti nei confronti dell’estrazione degli stessi e della loro sostituzione mediante impianti dentali.

Verranno analizzati i fattori che incidono sulla prognosi degli elementi dentali con l’obiettivo di aiutare il clinico nel processo di scelta del piano di trattamento: uno schema delle manovre diagnostiche e della valutazione dei principali parametri clinici potrà rappresentare un valido strumento nell’impostazione del piano di trattamento.

Da ultimo, verranno considerate le diverse procedure teraputiche applicabili in funzione delle condizioni cliniche e l’importanza che il lavoro d’equipe, rappresentata da odontoiatra, igienista dentale e assistente alla poltrona, riveste nel mantenere a lungo termine i risultati raggiunti attraverso la terapia attiva.

Terapie endodontiche: opportunità dalle cellule staminali

I trattamenti canalari vengono frequentemente eseguiti negli studi dentistici di tutto il mondo e sono spesso essenziali per mantenere la dentizione naturale. Nonostante i progressi fatti nell’ambito endodontico, i tassi di successo delle terapie sembrano essere sostanzialmente invariati negli ultimi 50 anni, mostrando un’inevitabile percentuale di fallimenti a distanza.

Tuttavia, l’isolamento di determinate cellule staminali mesenchimali (MSC) nei tessuti dentali potrebbe costituire un passo avanti anche in questo settore. Finora un limitato gruppo di soggetti risultava idoneo alla terapia endodontica rigenerativa della polpa (apecificazione e apicegenesi) ed era rappresentato da adolescenti con ampio forame apicale. Più specificamente, la maggior parte di questi denti era anteriore monoradicolata (spesso con una storia di traumi) o al massimo premolare. Bisogna considerare, per esempio, che nonostante il numero totale dei trattamenti canalari negli Stati Uniti nel 2003 sia stato di circa 22 milioni, il numero di trattamenti di apicegenesi/apecificazione si è limitato solo allo 0,1%, per cui è da considerarsi molto limitato.

Pare necessario quindi cercare di estendere la gamma dei trattamenti rigenerativi a un pool maggiore di pazienti, anche nei casi di minori dimensioni apicali (forami apicali maturi) e di denti pluriradicolati con anatomia pulpare più complessa. Studi in letteratura hanno suggerito che forami apicali di un diametro di 1 mm e oltre sono favorevoli per la completa rivascolarizzazione. Tuttavia, è stato dimostrato di recente con studi su cani beagle che anche taglie più piccole di forame apicale possono consentire la rigenerazione pulpare in condizioni specifiche. Possibili nuove strade in ricerca possono essere rappresentate dall’utilizzo di cellule staminali per generare mediatori coinvolti nell’angiogenesi per ricostruire il tessuto pulpare apicale. Sistematicamente esistono due strategie nettamente differenti riguardanti le cellule staminali per ottenere la riparazione e/o la rigenerazione dei tessuti danneggiati: in primo luogo l’approccio acellulare in situ con stimolazione delle cellule staminali e la modulazione della loro attività  e, in secondo luogo, l’approccio cellulare costituito ex vivo di una coltura cellulare e l’uso di cellule staminali in ingegneria tissutale nella cultura.

Circa la terapia rigenerativa innovativa studi hanno rivelato che la pasta antibiotica utilizzata come medicazione antimicrobica nei trattamenti canalari può essere altamente tossica per le cellule staminali del forame apicale. Secondo questi autori l’idrossido di calcio risulta essere più favorevole per la sopravvivenza delle cellule staminali rispetto alla pasta antibiotica duale e tripla. Inoltre, la ricerca sistematica ha indicato che la clorexidina è tossica per le cellule staminali, e, quindi, questo irrigante non dovrebbero essere utilizzato nella terapia rigenerativa. L’uso di EDTA viene invece raccomandato dopo la disinfezione.

I risultati della ricerca di Smith et al. hanno evidenziato che l’EDTA promuove la differenziazione delle cellule staminali della polpa dentale in odontoblasti con conseguente deposizione di tessuti duri. Altri studi in bibliografia hanno evidenziato su base radiografica che i casi di rigenerazione pulpare hanno rivelato anche un aumentato spessore della parete radicolare e l’allungamento della radice. In conclusione si può dire che lo stato attuale delle tecniche di utilizzo di cellule staminali nella terapia endodontica (per la rigenerazione della polpa) è caratterizzato da un approccio empirico. Esistono però specifiche opportunità in questo campo che hanno il potenziale di portare a cambiamenti significativi nella terapia endodontica nel futuro prossimo e lontano, magari con diverse conseguenze inaspettate.

Translational Opportunities in Stem Cell–based Endodontic Therapy: Where Are We and What Are We Missing?

Autore:
Ove A. Peters, DMD, MS, PhD

JOE — Volume 40, Number 4S, April 2014

Tre video, dallo splintaggio al preplating passando per l’impianto

SPLINTAGGIO POST-ORTODONTICO INFERIORE CON COMPOSITO RINFORZATO IN FIBRA

Il Dr. Davide Farronato mostra i passaggi necessari per la realizzazione di uno splintaggio in composito rinforzato in fibra. A seguito della terapia ortodontica gli elementi dell’arcata inferiore vengono solidarizzati tramite splintaggio, in modo che il risultato ottenuto venga mantenuto nel tempo. Una volta che le superfici degli elementi sono state adeguatamente preparate viene steso uno strato di composito flow altamente riempito sulla superficie linguale e, dopo la polimerizzazione, viene applicata la fibra, con l’ausilio di fili in PTFE. Un secondo strato di composito viene applicato, una volta polimerizzata la fibra, al di sopra di quest’ultima per proteggerla dagli agenti esterni.

ESTRAZIONE DI TERZO MOLARE DISLOCATO NEL SENO MASCELLARE: IMPIEGO DEL PREPLATING

L’intervento dei Dottori Persia e Siervo consiste nell'avulsione di un ottavo superiore dislocato nel seno mascellare. Scollato un lembo a tutto spessore, viene disegnata la finestra ossea che permetterà l’accesso al seno mascellare. Viene modellata una placca di osteosintesi in titanio che viene successivamente fissata direttamente alla finestra ossea. Una volta completata l’osteotomia della finestra si procede con l’avulsione dell’ottavo superiore dall’interno del seno mascellare. Al termine dell’estrazione la finestra ossea viene riposizionata senza complicazioni, grazie al riferimento della placca di osteosintesi precedentemente modellata.

POSIZIONAMENTO DI IMPIANTO TRANSMUCOSO NEL MASCELLARE SUPERIORE

I dottori Siervo e Ordesi posizionano un impianto transmucoso. A seguito di un'accurata programmazione dell'intervento, l’operatore ha utilizzato una dima chirurgica come ausilio per ottenere il corretto posizionamento dell’impianto.

Vendesi studio dentistico

Attività trentennale, vendesi studio dentistico completamente attrezzato oltre all’immobile. Lo studio è in zona densamente abitata (Viale 2 giugno, 31 Cascina (PI) Loc. Navacchio-Casciavola) e ha una superficie di 90 mq circa. Si compone di 2 locali con poltrone, terzo locale predisposto per terza poltrona, piccolo laboratorio, studio, sala d’attesa, riscaldamento e condizionamento, servizi igienici. Disponibilità ad affiancare e/o collaborare con l’acquirente nei mesi iniziali.

Per informazioni:
Dott. Riccardo Pellegrini
tel.: 050777375
e-mail: st.pellegrini2@gmail.com

Via libera a progetti innovativi

Alberto Libero, Segretario Sindacale ANDI, si dichiara soddisfatto per il riconoscimento della figura del libero professionista da parte dell'Unione Europea attraverso le linee guida dell’Action Plan for Entrepreneurship 2020 e il Piano d’Azione a sostegno delle Libere Professioni presentato lo scorso 9 aprile. L’Unione Europea ha infatti destinato fondi ai liberi professionisti, riconoscendo ufficialmente il loro ruolo giuridico, diverso rispetto a quello delle imprese.

Questi Fondi Comunitari possono garantire un accesso al credito, una semplificazione amministrativa e l’internazionalizzazione dei destinatari, creando nuove opportunità e aprendo la via a progetti potenzialmente innovativi.

ANDI si impegna a dare supporto ai Soci interessati, in primo luogo segnalando i bandi di maggior interesse.

Per maggiori informazioni >>

Al via le adesioni degli sponsor

Sono tre le aziende che hanno già scelto di essere presenti al nostro convegno di Milano del 3 ottobre “L’odontoiatria orientata al paziente – L’importanza del team”,
Neoss, Acteon Italia, ITS Italy.
Chi volesse ulteriori informazioni in merito a un’eventuale partecipazione può collegarsi al link >>

La comunicazione odontoiatra-paziente

La comunicazione odontoiatra-paziente
Migliorare la relazione con la PNL e il counseling

Il volume di Michele Cassetta – odontoiatra ed esperto di comunicazione in ambito sanitario – vuole essere uno strumento per accrescere la consapevolezza che le competenze comunicative possono essere apprese e che investendo nella comunicazione interpersonale con il paziente è possibile migliorare la propria vita professionale e privata. È un percorso che si sviluppa all’interno dei 7 capitoli dove – attraverso numerosi esempi pratici e simulazioni – vengono affrontati e approfonditi i temi legati alle peculiarità dell’odontoiatria, le capacità che rappresentano i veri pilastri della comunicazione (FRAC: Flessibilità-Responsabilità-Attenzione-Consapevolezza), le dinamiche e i canali utilizzati per comunicare (canale verbale, paraverbale, non verbale), l’importanza del linguaggio del corpo, la PNL (acronimo di Programmazione Neuro Linguistica) e, per finire, il counseling.

AIO e lo statuto dell’ENPAM

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L’Associazione Italiana Odontoiatri (AIO), pur dicendosi soddisfatta dell’introduzione di rappresentanti degli odontoiatri nel Consiglio Nazionale dell’Enpam, punta alla realizzazione di diverse modifiche dello Statuto dell’Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Medici e degli Odontoiatri. Tra le richieste dell’AIO, oltre alla riduzione del numero dei membri del Consiglio da 171 a 23, possiamo ricordare l’ulteriore taglio di un vicepresidente e l’introduzione dell’accesso libero ai verbali del Consiglio di Amministrazione.

L’AIO  ha inoltre presentato un documento alla Fondazione in cui si sottolinea che la stesura del regolamento relativo alle procedure elettive del Consiglio Nazionale, delle Consulte e degli Osservatori dovrebbe essere condiviso dalle varie associazioni di categoria.

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Alternativa agli anticoagulanti dicumarinici orali: considerazioni in ambito odontoiatrico

Come conseguenza dell’invecchiamento della popolazione e dell’aumento della speranza di vita, sono in aumento malattie croniche, tra cui disturbi cardiaci ed eventi cerebrovascolari. Per prevenire problemi tromboembolici e infarto, i pazienti spesso ricevono un trattamento anticoagulante. Le indicazioni concrete al trattamento cronico con anticoagulanti includono patologie quali la fibrillazione atriale e altre aritmie cardiache; il tromboembolismo venoso (trombosi venosa profonda, embolia polmonare); la sindrome acuta coronarica e infarto del miocardio; l’ipertensione polmonare; la valvulopatia cardiaca e le protesi valvolari.

Per decenni i farmaci utilizzati in terapia anticoagulante orale sono stati gli antagonisti della vitamina K (AVK) [acenocumarolo (Sintrom®) e warfarin (Aldocumar®)] e nei pazienti con particolari rischi o controindicazioni alla VKAs venivano somministrati in alternativa farmaci antiaggreganti piastrinici. Tuttavia, questi anticoagulanti possono dar luogo a effetti collaterali e interazioni con diversi farmaci e alimenti. Inoltre, anche se gli effetti antitrombotici si manifestano già dopo 48-72 ore, una reale diminuzione dei fattori della coagulazione si osserva solo dopo 5 giorni di terapia. La gestione clinica di queste sostanze farmacologiche è quindi complicata dalla necessità di uno stretto monitoraggio della loro attività. Questi e altri fattori hanno limitato l’uso di tali farmaci nella pratica clinica di routine, richiedendo la necessità di nuovi farmaci anticoagulanti orali che potessero offrire caratteristiche di più facile gestione, un profilo di sicurezza migliore e un minor numero di interazioni farmacologiche.

Allo stato attuale, i "nuovi" anticoagulanti orali, che offrono maggiori possibilità di impiego clinico, possono essere classificati come inibitori diretti della trombina o inibitori orali del Fattore X attivato e sono di due diversi gruppi. Gli anticoagulanti appartenenti al primo gruppo sono inibitori competitivi della trombina (fattore IIa) ed evitano la formazione di fibrina dal fibrinogeno, indipendentemente dalla presenza di antitrombina, e possono inattivare sia la forma libera (solubile) di trombina che la trombina legata alla fibrina. Questo gruppo di farmaci comprende lo ximelagatran e il dabigatran. Gli anticoagulanti appartenenti invece al secondo gruppo si legano al sito attivo del fattore Xa, sia nella sua forma solubile che nella sua forma legata al complesso protrombinasi, bloccando così la sua interazione con la trombina. Alcuni farmaci di questo gruppo sono in fase di studio. La rivaroxaban e l’apixaban sono le molecole nelle fasi più avanzate dello sviluppo dello studio.

Gli autori di questo articolo hanno condotto una ricerca approfondita mediante il portale PubMed - Medline e la biblioteca Cochrane, sulle principali alternative alla tradizionale terapia anticoagulante orale, su studi pubblicati in inglese e in spagnolo negli ultimi 10 anni. Sono stati consultati 184 studi ma solo 76 sono stati inclusi nella revisione finale. Da questo studio è emerso che i nuovi anticoagulanti orali dabigatran, rivaroxaban e apixaban sono sicuri ed efficaci e offrono una serie di vantaggi tra cui un intervento rapido, senza necessità di un monitoraggio costante, poche interazioni farmacologiche e alimentari e un ampio margine terapeutico. Questi farmaci sono costosi, tuttavia, e alcuni non hanno un antidoto specifico, mentre altri devono essere somministrati due volte al giorno.

Per quanto riguarda il trattamento odontoiatrico dei pazienti trattati con questi farmaci, la sospensione o la modifica della copertura farmacologica non è richiesta quando si eseguono procedure odontoiatriche invasive, salvo indicazioni del medico prescrittore. In conclusione i nuovi anticoagulanti orali non presentano rischi significativamente maggiori rispetto agli anticoagulanti orali convenzionali; il loro vantaggio però è che non necessitano di essere sospesi qualora il paziente debba sottoporsi a terapie odontoiatriche chirurgiche invasive.

Alternative to oral dicoumarin anticoagulants: Considerations in dental care

Autori:
Mingarro-de-León A,
Chaveli-López B.

J Clin Exp Dent. 2013 Dec 1;5(5):e 273-e278. eCollection 2013

Chirurgia mucogengivale per la ricopertura di superfici radicolari esposte

• Roberta Rapetti1

• Paolo Raschiotti1

• Chiara Casto1

• Luca de Micheli1

• Paolo Siervo

1Istituto Stomatologico Italiano, Milano

Riassunto

Nella pratica clinica quotidiana è possibile riscontrare frequentemente recessioni gengivali le cui conseguenze compromettono la salute del parodonto. Le cause di queste recessioni possono essere molteplici: dalla malattia parodontale ai meccanismi iatrogeni. Le indicazioni all’intervento di chirurgia mucogengivale sono diverse, sia estetiche che funzionali. La classificazione delle recessioni gengivali secondo Miller permette di ottenere una predicibilità degli interventi di chirurgia parodontale quando effettuati. Le modalità d’intervento sono diverse in base alle esigenze cliniche e alle caratteristiche anatomiche dei pazienti e si può intervenire con innesti peduncolati o innesti liberi o con interventi che prevedano tecniche combinate.
Si riportano due casi clinici.

Summary
Mucogengival surgery for roots coverage

In daily clinical practice frequently you might encounter gingival recession. The consequences of these recessions endanger the health of the periodontium. There may be many causes of these recessions: periodontal disease or iatrogenic mechanisms for exemple. The indications for mucogingival surgery are different, both aesthetic and functional. Miller’s classification of gingival recession allows to obtain a predictable periodontal surgery. Procedures are different according to patients clinical needs and anatomical characteristics: is possible proceed with pedicle grafts or free grafts. We report two clinical cases.

 

L’esposizione delle superfici radicolari a seguito di recessioni gengivali è un evento di riscontro frequente nella pratica clinica quotidiana. Una recessione gengivale è dovuta a una localizzazione del margine gengivale apicalmente alla giunzione amelo-cementizia1. Il margine gengivale è la porzione più coronale della gengiva libera2, la quale è delimitata apicalmente dal solco gengivale libero, posto in corrispondenza della giunzione amelo-cementizia (CEJ); da qui la gengiva si continua in qualità di gengiva aderente che si estende in direzione apicale fino alla linea mucogengivale da dove poi continua con la mucosa alveolare3.

Le recessioni gengivali, quindi, portano a un’esposizione di superfici dentali e radicolari sempre maggiori a seguito del progredire delle lesioni. Le conseguenze di tali recessioni modificano la salute del parodonto, ovvero dell’apparato di attacco del dente, oltre a esporre il tessuto radicolare all’ambiente orale rendendolo più facilmente soggetto a usura da spazzolamento e/o lesioni cariose. Purtroppo si tratta di una patologia abbastanza comune e ingravescente, in quanto la sua incidenza cresce con l’aumentare dell’età. Si verifica un’alterazione della morfologia del parodonto marginale che può interessare sia soggetti con elevati standard igienici, nei quali i siti maggiormente colpiti sono le superfici vestibolari e dove le recessioni sono spesso associate a lesioni dei tessuti duri del dente, sia soggetti meno attenti alla propria igiene orale, in cui solitamente sono colpite tutte le superfici dentali4-6. Le cause della migrazione del tessuto gengivale in direzione apicale possono essere diverse: dalla malattia parodontale al trauma da spazzolamento33, specialmente nei soggetti più giovani; a lesioni infiammatorie localizzate dovute ad accumulo di placca, spesso associate a scarsa igiene orale e/o malposizioni dentarie. Anche una deiscenza ossea può predisporre all’insorgenza di recessioni gengivali7; queste ultime, infatti, sono sempre accompagnate da deiscenze dell’osso alveolare e vi è una correlazione diretta fra l’estensione delle deiscenze ossee e le corrispondenti recessioni gengivali8.

Benché la maggior parte dei trattamenti ortodontici si siano dimostrati, secondo innumerevoli studi clinici e sperimentali, assolutamente scevri da danni parodontali, non di rado a livello clinico si può notare che gli spostamenti degli elementi incisivi in senso frontale e degli elementi posteriori in senso laterale esitino in una recessione gengivale e in una perdita di attacco clinico9-11.

La sola presenza di una recessione gengivale non è sufficiente come indicazione all’intervento di chirurgia plastica parodontale12. Le indicazioni all’intervento chirurgico possono essere riconducibili a diverse problematiche: esigenze estetiche del paziente13,14, gengiva cheratinizzata non sufficiente14 soprattutto quando sono programmati restauri sottogengivali14-16, ipersensibilità dentinale che persiste dopo trattamenti di desensibilizzazione14, carie radicolari3,14;3 contorno gengivale sfavorevole che limita o impedisce un adeguato controllo della placca17,18. Diversi Autori hanno proposto una classificazione delle recessioni gengivali. La classificazione di Miller (1985)19 è molto utile clinicamente perché ha valore predittivo, ovvero, va a considerare le caratteristiche della lesione per rendere predicibile l’esito della terapia chirurgica che si intende attuare.

Come si può notare nella Tabella 1, questa classificazione permette di ottenere una prognosi attendibile, così come anche di effettuare un’adeguata scelta della tecnica chirurgica. Ciò è importante anche al fine d’informare correttamente il paziente ed eventualmente ridimensionarne le aspettative estetiche fin dalla prima visita. Se, infatti, le prime due classi ci permettono di ottenere un recupero totale, la terza e la quarta non garantiscono una ricopertura completa della recessione, ma solo una parziale o, in alcuni casi, permettono esclusivamente il reintegro di una certa quantità di gengiva cheratinizzata. Eventualità, quest’ultima, molto importante per l’operatore, ma di difficile comprensione per il paziente che continuerà a vedere il dente “più lungo”. Sarà quindi cura del dentista rendere ben chiare al paziente le sue condizioni di salute in modo tale da non creare false speranze.

In presenza di lesioni cervicali degli elementi dentari c’è un’indicazione alla chirurgia così come al restauro estetico tramite compositi; ovviamente la situazione deve essere valutata in maniera corretta. Allen suggerisce i criteri di valutazione per scegliere se intervenire chirurgicamente o tramite tecniche restaurative. L’innesto viene suggerito per la I e la II classe di Miller, con altezza e volume della papilla adeguati, in presenza di una gengiva aderente scarsamente rappresentata o assente, assenza di lesioni alla struttura dello smalto dentario e vi sia un’esigenza estetica elevata. Qualora si presentasse una III classe di Miller che, essendo caratterizzata dalla perdita dei picchi ossei interprossimali, non permette di garantire una ricopertura radicolare completa, è possibile intervenire con tecniche di restauro adesive. Ciò può risultare indicato in presenza di recessioni con gengiva aderente sufficientemente rappresentata ed elementi dentari con lesioni allo smalto “a colpo d’ascia” profonde oltre i 2 mm. è ovvio che le esigenze estetiche dei pazienti non dovranno essere elevate: i denti così trattati avranno un aspetto più “allungato”. Diversamente, in presenza di esigenze estetiche maggiori da parte dei pazienti, in caso di lesioni con gengiva aderente scarsamente rappresentata, con papille non adeguate nè in altezza nè in spessore, è possibile combinare le due tecniche: la chirurgia mucogengivale e i restauri adesivi.

Tecniche di ricopertura radicolare

È possibile classificare le tecniche chirurgiche utili a ricoprire superfici radicolari esposte fondamentalmente in innesti peduncolati, i quali mantengono una connessione vascolare con il sito donatore poiché quest’ultimo si trova adiacente al letto ricevente, e innesti liberi di tessuto molle, che prevedono una zona di prelievo di tessuto donatore “lontana” dal sito ricevente. Nella scelta della tecnica vanno considerate ovviamente diverse condizioni quali profondità e ampiezza della recessione, caratteristiche del sito donatore, che si deve presentare adeguato, ma anche eventuali esigenze estetiche3.

Innesti peduncolati

Le tecniche che prevedono l’utilizzo di questo tipo di innesti hanno il vantaggio di essere relativamente semplici e rapide da eseguire, permettono inoltre di ottenere buoni risultati estetici e, soprattutto, sono caratterizzati da una morbilità post-operatoria ridotta. Infatti il sito donatore è adiacente al sito ricevente e ciò limita il coinvolgimento di altre zone del cavo orale. Lo svantaggio principale da considerare nella scelta di queste tecniche è il rischio, cui viene sottoposto il sito donatore, di subire, a sua volta, una recessione del tessuto gengivale durante il processo di guarigione. Si tratta di tecniche non adatte a tutti i casi di recessione, anzi si tratta di tecniche adatte esclusivamente a singole recessioni e che necessitano di siti donatori caratterizzati da una quantità di gengiva cheratinizzata sufficiente e un vestibolo non troppo poco profondo14. Tra gli innesti peduncolati troviamo lembi ruotati e lembi avanzati.

Lembi ruotati

 Lembo a rotazione laterale21

L’intervento prevede innanzitutto la preparazione del letto ricevente procedendo con un’incisione condotta a bisello interno lungo il margine della recessione e alla rimozione dell’epitelio della tasca; quindi partendo dal margine coronale della recessione, a circa 3 mm di distanza dal margine del difetto, sul lato opposto rispetto a quello che sarà il sito donatore, viene eseguita un’incisione superficiale che si porterà 3 mm apicalmente all’estremità apicale della recessione. Un’incisione orizzontale raccorderà quest’incisione verticale al margine della recessione permettendo la rimozione del tessuto epiteliale e parzialmente di quello connettivale, compresi nella zona limitata dalle incisioni. Il letto ricevente si presenterà di dimensioni sufficienti: circa 3 mm interprossimale e 3 mm apicale.

Il disegno del lembo prevede altre due incisioni: la prima viene condotta parallelamente a quella a bisello interno eseguita precedentemente sul sito ricevente, avendo l’accortezza che le dimensioni del lembo superino di circa 3 mm l’ampiezza del letto ricevente, e portata apicalmente al sito ricevente fino a terminare nella mucosa alveolare; la seconda è un’ incisione orizzontale, 3 mm apicale al margine gengivale del sito donatore, che serve come raccordo tra l’incisione precedente e quella eseguita a bisello interno lungo il margine della recessione, all’inizio. Il lembo così disegnato viene scollato a spessore parziale, per residuare tessuto connettivo in rapporto con l’osso dell’area donatrice, e quindi, con una rotazione di 90°, adagiato sul letto ricevente cui si deve adattare passivamente, senza trazioni. Verificato ciò, si passa alla sutura che dovrà restare in sede per 15 giorni3,22.

 Lembo bipapillare

è possibile optare per questa tecnica chirurgica, proposta nel 1968 da Cohen e Ross23, quando nella zona adiacente alla recessione non ci sono siti donatori adeguati a eseguire un lembo ruotato lateralmente.

Essa prevede, innanzitutto, due incisioni a spessore parziale, una mesiale e l’altra distale alla recessione, portate apicalmente rispetto alla recessione stessa, quindi uno scollamento a spessore parziale dei lembi così ottenuti che, una volta ruotati verso il centro della recessione, vengono suturati insieme a coprire la superficie radicolare esposta3,23,24. Ovviamente non si tratta di una tecnica applicabile in presenza di più recessioni, tanto meno quando la gengiva e le papille adiacenti alla lesione si presentano di spessore inadeguato.

Lembi avanzati

I lembi avanzati comportano un movimento verticale con una dislocazione del lembo in direzione coronale13. Diversamente dai lembi precedenti, questi sfruttano le caratteristiche di elasticità della mucosa alveolare. Un lembo scollato fin oltre la giunzione mucogengivale, infatti, può essere facilmente riposizionato passivamente in direzione coronale a coprire le superfici radicolari esposte.

 Lembo ad avanzamento coronale3,25

Si tratta di una tecnica utile a ricoprire recessioni singole o multiple, ma necessita di uno spesso strato di gengiva aderente e di un vestibolo sufficientemente profondo. È controindicata però in diverse situazioni, come l’assenza di tessuto cheratinizzato apicalmente al difetto o la presenza di un’ulcera di Stillmann, l’inserzione di frenuli, un vestibolo poco profondo, la perdita di abbondante tessuto radicolare. La tecnica prevede l’esecuzione di due incisioni di svincolo, una mesiale e l’altra distale, che partendo dalla giunzione amelo-cementizia dell’elemento interessato dalla recessione si portino apicalmente al difetto, fino a raggiungere la mucosa alveolare.

A questo punto, dopo avere eseguito un’incisione intrasulculare, viene allestito un lembo a spessore parziale fino all’estremità apicale della recessione, si continua quindi il lembo a spessore totale fino a 3 mm dalla deiscenza ossea dove viene inciso il periostio in direzione orizzontale e, tramite un’incisione smussa della mucosa vestibolare, si ottiene un rilascio delle tensioni muscolari tale per cui il lembo, mobilizzato, potrà essere posizionato coronalmente, a raggiungere la giunzione smalto-cemento, senza trazione. Il letto ricevente è rappresentato dal tessuto connettivo della regione papillare interessata dalle incisioni di svincolo, dove saranno condotte le suture. Tale connettivo sarà utile a fornire il nutrimento alla porzione più coronale del lembo3,25.

In alcuni casi, data l’usura degli elementi dentari interessati dalla recessione, il riposizionamento coronale del lembo non è sufficiente a risolvere il problema estetico funzionale.  L’abrasione del tessuto dentario a livello della giunzione smalto-cemento, quando severa, determina un minus difficilmente colmabile con il solo riposizionamento coronale del lembo. Può rendersi utile, pertanto, accompagnare il lembo ad avanzamento coronale a un innesto connettivale che fornirà uno spessore sufficiente al recupero del tessuto duro del dente andato perso garantendo un risultato maggiormente predicibile.

Lembo semilunare3,26

Un tipo di intervento che può essere scelto per recessioni singole, in caso di elevate esigenze estetiche delle papille, è il lembo avanzato semilunare. Questo è caratterizzato, nella sua esecuzione, da due sole incisioni: la prima viene eseguita 3 mm apicalmente alla profondità della recessione e segue parallelamente l’andamento del margine gengivale fino a raggiungere l’area delle papille mesiale e distale, ma senza assottigliarne eccessivamente l’ancoraggio perché saranno queste le aree che garantiranno l’apporto vascolare al lembo una volta mobilizzato; la seconda incisione è intrasulculare e apicalmente si va a ricongiungere alla prima incisione. Eseguita la dissezione a spessore parziale del lembo ottenuto, questo viene riposizionato coronalmente a livello della giunzione amelo-cementizia dell’elemento dentario, quindi viene stabilizzato nella posizione prescelta con una compressione eseguita con una garza imbevuta di fisiologica.

Innesti gengivali liberi

In questo caso i tessuti molli necessari per l’innesto vengono prelevati da un’area donatrice distante dalla recessione, di norma perché i tessuti adiacenti al difetto non hanno le caratteristiche adeguate di un sito donatore. Il tipo d’innesto può essere sommerso o meno: nel primo caso l’innesto è parzialmente o completamente coperto dal lembo; nel secondo caso l’innesto viene semplicemente posizionato sulla superficie del letto ricevente13.

 Innesto epiteliale

Chiamato più comunemente “innesto gengivale libero”, può essere condotto in una o in due fasi chirurgiche13. In quest’ultimo caso l’innesto è posizionato dapprima apicalmente alla recessione, quindi, a guarigione e integrazione avvenuta in una seconda fase chirurgica, l’innesto può essere trazionato a coprire la radice esposta come ci si comporta con i lembi avanzati coronalmente.

La tecnica a una sola fase chirurgica, attualmente più utilizzata anche perché un minor numero di sedute chirurgiche crea meno discomfort al paziente, comporta il posizionamento dell’innesto direttamente sulla superficie radicolare esposta.

Prevede, come prima cosa, la preparazione del letto ricevente ampio a sufficienza, quindi circa 3 mm di diametro intorno alla recessione: dopo le incisioni condotte in direzione orizzontale a partire dalla giunzione amelo-cementizia, fino a 3 mm di distanza dall’elemento interessato, vengono eseguite altre due incisioni in direzione apicale fino a portarsi 4.5 mm oltre la porzione più apicale della lesione; quindi con un’incisione orizzontale vengono unite quelle verticali. Partendo poi con un’incisione intrasulculare si procede con un’incisione a spessore parziale per rimuovere il tessuto circoscritto con le incisioni precedenti. Il letto ricevente così preparato è pronto a ricevere l’innesto che sarà suturato in sede3.

Innesto a busta3,27,34

Anche in questo caso la prima cosa è la preparazione del sito ricevente.

Attraverso un’incisione intrasulculare a bisello interno viene eliminato l’epitelio del solco; quindi, attraverso un’incisione a spessore parziale si prepara un “busta” apicalmente alla lesione, fin oltre la giunzione mucogengivale, estendendosi dai 3 ai 5 mm anche in direzione mesiale e distale. L’innesto prelevato, una volta disepitelizzato, dovrà essere inserito nella busta così ottenuta. In base alla stabilità dell’innesto, sarà deciso se apporre o meno punti di sutura.

Innesto con lembo spostato coronalmente3,28-31

Si tratta fondamentalmente di preparare un lembo da avanzare in direzione coronale, necessario a ricoprire un innesto libero prelevato dal palato. Innanzitutto viene eseguita un’incisione orizzontale a carico dei tessuti interdentali degli elementi interessati; successivamente sono eseguite le incisioni di svincolo, alle estremità mesiale e distale del lembo, che, divergendo in direzione apicale, si portano da coronali fino oltre la giunzione mucogengivale.

Il lembo, a questo punto, viene scollato a spessore parziale e rilasciato apicalmente in modo da poter essere facilmente mobilizzato in direzione coronale. Il tessuto da innestare viene prelevato, di norma, dal palato con tecnica trap door, in maniera tale che l’innesto sia costituito da tessuto connettivo sub epiteliale.

Tale tecnica prevede 2 incisioni: una a spessore parziale condotta nella mucosa masticatoria palatina e una seconda perpendicolare all’asse lungo dei denti 3 mm circa apicale al margine gengivale degli stessi; quindi con uno scollatore viene rimosso il tessuto più profondo che rappresenta l’innesto. Quest’ultimo, una volta prelevato viene posizionato sulla superficie radicolare degli elementi interessati dalla recessione e successivamente ricoperto dal lembo preparato inizialmente che viene fatto scorrere in direzione coronale a coprire l’innesto.

 Tecnica tunnel3,32

Utilizzata in caso di recessioni multiple, questa tecnica prevede la preparazione di più siti riceventi adiacenti con la tecnica della “busta”; ciascuna busta è connessa a quella mesiale e a quella distale.

Le papille interdentali non vengono scollate. L’innesto, anche in questo caso prelevato normalmente dal palato con tecnica trap door, viene inserito all’interno del tunnel che si è creato.  Sicuramente in questo caso la posizione dell’innesto sarà ancora più stabile rispetto all’intervento precedente, utile in caso di forti trazioni muscolari o di attaccatura bassa dei frenuli.

Casi clinici

Da parte nostra sono stati trattati 45 casi di innesti bilaminari con 2 sole tecniche: lo spostamento coronale del lembo o la tecnica del tunnel di Allen.

Caso1

Recessione a carico di 1.4 e 1.5: lembo riposizionato coronalmente su innesto prelevato dal palato. In questo primo caso vediamo che la lesione a carico dei 2 premolari (Figura 1) si estende fino a 3 mm in direzione apicale senza però raggiungere e superare la giunzione mucogengivale. I tessuti duri del dente sono interessati da importanti erosioni cervicali; le papille invece sono preservate nella loro altezza e nel loro spessore. Possiamo quindi classificare queste come recessioni appartenenti alla I classe di Miller.

Il tipo d’intervento da scegliere avrebbe dovuto non solo prevedere di ricoprire le superfici radicolari esposte, ma anche compensare lo spessore perduto dei tessuti duri del dente. Si è deciso quindi per una tecnica combinata che prevede il riposizionamento coronale di un lembo a ricoprire un innesto gengivale libero prelevato dal palato. Sarà quest’ultimo a compensare l’entità dei tessuti duri persi.

L’allestimento del letto ricevente (Figura 2) si avvale della tecnica utilizzata per il lembo da riposizionare coronalmente.

Una prima incisione interessa il tessuto interdentale vestibolare degli elementi coinvolti; è condotta in direzione orizzontale e, all’altezza dell’estremità di quella che vogliamo sia l’area chirurgica, si raccorda con le incisioni di svincolo condotte con direzione divergente da coronali verso apicali, fino oltre la giunzione mucogengivale.

Una volta disegnata correttamente l’incisione, si prosegue con un accurato scollamento del lembo (Figura 3).

Allestito il lembo, si provvede a scaricarlo apicalmente per permetterne un facile riposizionamento coronale senza trazioni.

Essendo pronto il letto ricevente si procede con il prelievo dell’innesto (Figura 4) mediante tecnica di John Bruno modificata.

Questa tecnica prevede una guarigione del sito donatore mediante prima intenzione, auspicabile al fine di ridurre al minimo il discomfort post-operatorio del paziente. La tecnica prevede di effettuare una prima incisione parallelamente all’asse lungo

dei denti, poi una seconda incisione diretta a 90° rispetto l’asse lungo dei denti quindi viene scollato il tessuto da innestare. Successivamente i lembi vengono

accollati e suturati garantendo una guarigione per prima intenzione.

Posizionato l’innesto (Figura 5), è necessario controllare la mobilità del lembo allestito sul sito donatore che dovrà ricoprire l’innesto senza essere sottoposto a tensione (Figura 6).

Si procede quindi con la sutura del lembo riposizionato coronalmente (Figura7).

I controlli vengono effettuati dopo la rimozione delle suture, a 7 o 10 giorni, a 3 settimane (Figura 8), 2 mesi (Figura 9), 8 mesi (Figura 10) e 7 anni (Figura 11).

Caso 2

Recessione su 3.3, 3.4, 3.5 (Figure 12-14): tecnica del tunnel di Allen.

In questo caso le lesioni si presentavano a carico di tre elementi dentari del terzo quadrante; si trattava di lesioni dall’estensione variabile compresa tra i 5 mm, a carico del 3.3, e i 4 mm a carico dei premolari 3.4 e 3.5.

Non vi è un’eccessiva perdita di tessuti duri del dente, vi è una buona quantità di gengiva cheratinizzata, le papille interdentali sono ben rappresentate e le recessioni sono contenute entro la giunzione mucogengivale. Anche in questo caso siamo di fronte a recessioni multiple di tipo I classe di Miller. In questo caso, essendo molto ben rappresentate le papille e presentandosi diverse recessioni, l’intervento scelto è stato il tunnel di Allen. Preparate 3 “buste”, apicalmente agli elementi interessati, quali siti riceventi dell’innesto, si è provveduto a mettere in comunicazione le diverse buste avendo cura di non scollare le papille interdentali (Figura 15). Quindi sul palato viene allestito il sito donatore sempre seguendo la tecnica di John Bruno modificata (Figura 16): questa la tecnica che permette una guarigione per prima intenzione sul palato (Figure 17a-17b). Una volta prelevato l’innesto (Figura 18), questo viene posizionato nel “tunnel” del sito ricevente; una sutura garantisce maggiore stabilità (Figura 19). I controlli sono stati eseguiti a 7 giorni dopo la rimozione dei punti, 16 mesi (Figura 20) e 30 mesi (Figura 21).

Corrispondenza

Roberta Rapetti
Istituto Stomatologico Italiano - Via Pace, 21 - 20121 Milano

 

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Lembo coronale in chirurgia estetica mucogengivale corso online-prof. Giovanni Zucchelli guarda in anteprima gratuita gli estratti

Build-up&Press Technique: nuovo approccio adesivo minimamente invasivo ad alto biomimetismo estetico

• Marco Veneziani

Odontoiatra, socio attivo AIC, socio attivo IAED

Riassunto

Viene riportato un caso clinico di un molare inferiore trattato endodonticamente nel quale i tessuti sani residui delle componenti parietali risultano non sostenuti e quindi insufficienti per un convenzionale approccio di restaurativa diretta.

In questo caso, è stato possibile un perfetto ripristino morfologico, funzionale ed estetico con una nuova tecnica minimamente invasiva di build-up e pressatura diretta dei compositi, eseguibile grazie alla realizzazione preventiva di una matrice siliconica rilevata sul dente prima di iniziare il trattamento.

Presupposto irrinunciabile è che i tessuti residui non sostenuti vengano adeguatamente rinforzati con compositi a bassa contrazione, che le creste marginali siano preservate nella loro completa integrità e che il paziente presenti un impegno funzionale nella norma con assenza di parafunzioni.

Summary

Build-up&Press Technique: a new adhesive approach, minimally invasive and with high aesthetic biomimetism.

The author refers a clinical case of a lower molar endodontically treated, whose residual healthy tissues of wall components, are not supported and therefore insufficient for a conventional approach of direct restorative. In this case, it was possible to achieve a perfect morphological, functional and aesthetic restoration with a new minimally invasive technique of build-up and direct pressing of composites, executable thanks to the realization of a preventive silicon index detected on the tooth before the treatment.

Prerequisite is that the residual tissues not supported adequately, need to be reinforced with low shrinkage composites, that the marginal ridges need to be preserved in their full integrity and that the patient must have a functional commitment in accordance with the absence of any parafunction.

L’evoluzione dei materiali compositi e i considerevoli progressi nel campo dell’adesione smalto-dentinale, unitamente alle sempre più crescenti esigenze di natura estetica dei pazienti, hanno radicalmente modificato il moderno approccio conservativo dei settori laterali1.

La necessità di eseguire restauri in composito nei settori posteriori non è solo di natura estetica, ma soprattutto è legata al principio di bioeconomia ovvero al minor sacrificio di tessuto sano che comporta una cavità adesiva rispetto a una tradizionale, e alla capacità di questi materiali - usati con tecniche adesive - di supportare e “rinforzare” le caratteristiche meccaniche dei tessuti dentali avendo2 una microdurezza (modulo di elasticità) molto simile a quella della dentina (18.6 GPa).

È evidente che queste caratteristiche risultano strategiche anche e soprattutto per il restauro del dente trattato endodonticamente. Gli elementi trattati endodonticamente subiscono infatti una notevole diminuzione della resistenza al carico funzionale in conseguenza alla perdita più o meno consistente di tessuto dentale coronale (per carie, fratture, preparazione cavità di accesso) e di tessuto dentinale radicolare (in seguito alla strumentazione endodontica)3 e presentano, per questi motivi, alti rischi di frattura. Subiscono, inoltre, cambiamenti irreversibili dell’architettura anatomica: Reeh et al.4 hanno dimostrato che incide molto la perdita di una o di entrambe le creste marginali, che riducono la resistenza rispettivamente del 46% e del 63%. Si verificano inoltre cambiamenti irreversibili delle proprietà biomeccaniche, delle proprietà biochimiche della dentina (diminuito contenuto in acqua5, minor durezza6, progressivo impoverimento di fibre collagene7) e dei fattori fisiologici8 con perdita dei propriocettori e nocicettori rimossi assieme alla polpa. È evidente quindi, come si evince dagli studi di biomeccanica del dente trattato, che il fattore primario di resistenza alle forze occlusali masticatorie è la quantità di tessuto dentale sano residuo9. Quindi, sebbene non esista in letteratura uniformità di pareri sul tipo di materiale e sulla tecnica ideali alla ricostruzione del dente trattato, tutti gli Autori sono d’accordo sulla necessità di ridurre al massimo l’asportazione di tessuto sano residuo durante le procedure endodontiche e restaurative10.

Un approccio minimamente invasivo sarà da considerarsi, quindi, di prima scelta al fine di allungare le aspettative di vita del dente trattato endodonticamente soprattutto nel paziente giovane. Per quanto concerne l’aspetto restaurativo, le tradizionali tecniche di restauro diretto in composito sono classicamente indicate per cavità di piccole-medie dimensioni con presenza di smalto a livello cervicale11. È evidente che queste condizioni cliniche raramente sono presenti nel dente trattato endodonticamente, nel quale troverebbero maggiori indicazioni le metodiche semi dirette e indirette, classicamente indicate in restauri di medie-ampie dimensioni a ricoprimento cuspidale soprattutto in caso di margini cervicali privi di smalto12,13.

Il vantaggio fondamentale di tali tecniche cementate risiede nella possibilità di riduzione massima della contrazione da polimerizzazione del materiale, che avviene al di fuori della cavità con conseguente beneficio sull’adattamento marginale; l’unica contrazione da polimerizzazione residua, peraltro scarsamente influente, sarà a carico del sottile strato di cemento resinoso utilizzato per la cementazione13.Inoltre, il trattamento foto-termico a cui viene sottoposto il manufatto migliorerebbe il grado di conversione e quindi le proprietà fisico-meccaniche del restauro (resistenza all’usura14 e stabilità dimensionale15).

Altri vantaggi di tali tecniche riguardano la possibilità di modellazioni anatomiche ideali e riabilitazioni occlusali verificate in articolatore. Tuttavia, nella letteratura degli anni 2000 è possibile trovare anche una serie di studi (revisioni sistematiche della letteratura, studi clinici longitudinali randomizzati)16-20 che riportano dati - in termini di sopravvivenza e percentuale annua di fallimento - sovrapponibili fra restauri diretti e indiretti e arrivano alla conclusione che i compositi microibridi, con tecnica diretta, dimostrano eccellenti performance cliniche anche nelle parziali ricoperture cuspidali e possono rappresentare una valida alternativa ai convenzionali restauri indiretti.

Un’ulteriore problematica che caratterizza con discreta frequenza il dente trattato endodonticamente è la presenza di cavità di ampie dimensioni che si estendono fino, od oltre, la giunzione amelo-cementizia con margini più o meno profondamente posizionati nel contesto dei tessuti gengivali e scarsa o nulla quantità di smalto cervicale residuo. Mentre l’adesione allo smalto mordenzato è predicibile e sicura, l’adesione alla dentina e al cemento radicolare dipende da numerosi e complessi fenomeni. La formazione di un efficace strato ibrido è influenzata da numerosi step clinici (mordenzatura, asciugatura, applicazione primer, applicazione del bonding) inclusa la polimerizzazione della resina adesiva che stabilizza la struttura stessa dello strato ibrido. Esiste inoltre il problema della stabilità nel tempo del legame adesivo21,22.

Da un punto di vista parodontale, infine, ogni volta che si presentino margini cervicali subgengivali è necessario e imperativo ristabilire chirurgicamente un’adeguata ampiezza biologica mediante esposizione chirurgica dei margini o intervento di allungamento della corona clinica con approccio osseo-resettivo23. L’esposizione dei margini è finalizzata, oltre al ripristino dell’ampiezza biologica, anche alla possibilità di isolamento del campo con diga di gomma, che costituisce fase integrante del protocollo operativo relativo ai restauri adesivi. È possibile eseguire le fasi chirurgiche contestuali a quelle restaurative e questo approccio garantisce risultati eccellenti e consente una rapida e favorevole guarigione dei tessuti molli marginali24, ma costituisce inevitabilmente una procedura clinicamente impegnativa e con un certo grado, seppure giustificato, di invasività. In questo case report si riporta una nuova procedura proposta per ricostruire in modo diretto e minimamente invasivo, con un elevato biomimetismo estetico, un elemento trattato endodonticamente che secondo i protocolli convenzionali avrebbe richiesto un restauro indiretto con eventuale esposizione chirurgica dei margini.

Descrizione della metodica

La giovane paziente, femmina di 14 anni, si presenta alla mia osservazione in condizioni di urgenza per una sintomatologia dolorosa agli stimoli fisici (termici e pressori) localizzata nel terzo quadrante.

Clinicamente, a livello dell’arcata inferiore si apprezza uno stato generale di salute e una lesione occlusale apparentemente di ridotte dimensioni a carico del 36, senza parafunzioni e con impegno funzionale nella norma (Figura 1).

All’esame obiettivo si presenta sul 3.6 (Figura 2) una lesione cariosa occlusale di piccole dimensioni a causa dell’elevato spessore dello smalto cuspale, ma il caratteristico aspetto biancastro dello smalto tradisce la presenza di una lesione di ben più ampie dimensioni.

Eseguita la radiografia Bite Wing sx con centratore (Figura 3) si evidenzia infatti una netta radiotrasparenza con interessamento di tutta la dentina coronale e coinvolgimento della polpa.

Si esegue quindi una radiografia apicale (Figura 4) al fine di valutare l’anatomia radicolare in funzione della successiva terapia canalare.  Si prevede quindi una seduta per la terapia endodontica e una per quella ricostruttiva con ottimizzazione dei tempi operativi.  In un primo appuntamento, prima dell’isolamento del campo, è stato estruso, con apposito inserto, direttamente sull’elemento dentale un materiale siliconico per addizione trasparente (Memosil 2 Heraeus) al fine di realizzare matrici customizzate per le pareti vestibolare, linguale e la superficie occlusale (Figura 5). Dopo avere isolato il campo con una diga di gomma si procede quindi all’apertura della cavità con una fresa diamantata di piccolo diametro (Komet 009 tronco-conica) aggredendo lo smalto in corrispondenza della lesione cariosa evidente a livello occlusale. Si palesa immediatamente tutta la dentina “rammollita” con coinvolgimento pulpare (Figure 6, 7).

In questa fase si intervallano momenti dedicati all’escavazione del tessuto cariato con fresa multilama in ceramica a basso numero di giri, facendo attenzione a preservare le creste marginali, i residui cuspali e la dentina interassiale, utilizzando frese diamantate a pallina montate su contrangolo moltiplicatore 1:5 a basso numero di giri e, per evitare vibrazioni, si esercita solo una minima pressione. Eliminato tutto il tessuto carioso, residua una parete linguale così sottile da permettere la visione in trasparenza della diga e della parete interna solco-gengivale (Figura 8). Lo spessore (valutato con spessimetro) che residua al termine della preparazione risulta, in questa parete, non superiore a 0,8-0,9 mm (Figure 9, 10) e, secondo il protocollo convenzionale, sarebbe stato necessario l’abbattimento della stessa, un build-up e, infine, un restauro indiretto a ricopertura delle cuspidi non sostenute.

Va considerato inoltre che l’abbattimento della parete linguale non sostenuta per raggiungere spessori maggiori di 2-2,5 mm avrebbe richiesto una preparazione più apicale del margine gengivale libero, probabilmente anche oltre la CEJ, e quindi sarebbe stata necessaria l’esposizione chirurgica del margine linguale al fine di ottenere un corretto isolamento del campo, la rilevazione dell’impronta e quindi la cementazione di un eventuale restauro indiretto. Successivamente si provvede all’apertura della camera pulpare facendo attenzione a risparmiare tutto il tessuto dentinale sano, così da evitare un ulteriore indebolimento della struttura, e si procede quindi alla terapia endodontica con una tecnica di preparazione simultanea mediante uso di strumenti rotanti nichel-titanio montati su manipolo.

Prima di congedare la paziente, si posiziona un materiale provvisorio fotopolimerizzante (DuoTemp, Coltène) con pellet di cotone in camera pulpare.

Nel secondo appuntamento, dopo avere isolato con diga e rimosso il materiale provvisorio, si provvede a ridurre in altezza i vertici delle cuspidi linguali per circa 2 mm, preservando le creste marginali. Per questa procedura viene utilizzata una fresa diamantata montata su contrangolo moltiplicatore 1:5 sotto abbondante irrigazione e nel contesto si “riattiva” la dentina venuta a contatto con l’ipoclorito di sodio durante la precedente terapia endodontica, che costituisce substrato poco favorevole all’adesione (Figura 11). Prima di iniziare la delicata fase dell’adesione, si deterge abbondantemente tutta la cavità preparata con spray di glicina. Si procede quindi utilizzando un adesivo etch-and-rinse in tre passaggi (Optibond FL Kerr) - qui di seguito illustrati - secondo una metodica ben codificata25.

I fase: mordenzatura fatta in modo selettivo 30 secondi per lo smalto e 15 secondi per la dentina, si risciacqua abbondantemente per un minuto, si asciuga e si applica clorexidina digluconato pura al 2% in soluzione acquosa per 30 secondi. L’applicazione di quest’ultima, secondo quanto descritto in letteratura26, inibisce le metallo-proteinasi e stabilizza il legame adesivo nel tempo. Una nota importante è da spendere riguardo la consistenza del mordenzante, che deve essere in gel (Ultra-etch, Ultradent) e non deve fluire o debordare oltre i punti in cui viene applicato (Figura 12). Se così non fosse, il composito che fuoriuscirebbe dalle mascherine durante la fase di pressatura una volta polimerizzato risulterebbe complicato nel distacco, rendendo le procedure di rifinitura e lucidatura indaginose, prolungate e con un risultato finale probabilmente inferiore.

II fase: applicazione del primer. Dopo avere gentilmente asciugato senza disidratare la dentina si applica almeno due volte il primer, con la metodica dell’active-brushing, per un tempo non inferiore a 30 secondi. Al termine di ogni applicazione il primer deve essere asciugato in modo scrupoloso dalla cavità al fine di far evaporare completamente il solvente. III fase: applicazione del bonding.

Dopo aver agitato il flacone, il bonding deve essere distribuito su tutta la cavità con due applicazioni da 30 secondi ciascuna e al loro termine deve essere gentilmente soffiato e raccolto negli eccessi con la cannula dell’aspiratore. Il bonding si fotopolimerizza in modo prolungato per 60 secondi, al fine di aumentarne la microdurezza e diminuirne la permeabilità27. Solo a questo punto possiamo dire di avere concluso la fase di adesione. Tutta la parete linguale viene rinforzata, quindi, foderandola internamente prima con un composito flowable a tecnologia uretanica (Venus Flow, Heraeus Kulzer) per limitare al massimo la contrazione da polimerizzazione, e successivamente con un secondo strato di composito da restauro sempre a bassa contrazione (Venus Pearl, Heraeus Kulzer) (Figura 13).

L’imbocco dei canali viene evidenziato con un composito super-bianco (Base Liner Flow, Heraeus Kulzer) e si procede quindi al build-up riempiendo la camera pulpare e la cavità con un composito auto-indurente o duale (Clearfill DC Core) senza inserimento di alcun perno endocanalare (Figure 14, 15). Il perno in fibra infatti avrebbe la funzione di opporsi agli stress con componente laterale in assenza di pareti residue28; in questo caso quindi risultava superfluo, e da evitare in un’ottica mini-invasiva. L’utilizzo del composito a polimerizzazione chimica o duale consente un maggior controllo degli stress da contrazione.

A questo punto rimane la costruzione del tavolato occlusale e della parete linguale precedentemente ridotta a livello dei vertici cuspali. Si dispongono delle masse di dentina adeguatamente riscaldate in apposito fornetto (Calset, AdDent) sul tavolato occlusale del dente con un croma mediamente intenso (tipo A4) e con una minima anticipazione dell’anatomia (Figura 16).

Sulla mascherina in silicone trasparente, precedentemente realizzata, si stratifica un composito nano riempito a elevata traslucenza, riscaldato a 54 °C, di valore A1 sul vertice delle cuspidi e A2 sulla porzione assiale e centrale del tavolato occlusale (Figura 17).

Si procede quindi alla fase di pressatura posizionando la mascherina matrice caricata sul dente e si esercita una pressione progressiva, equamente distribuita e prolungata, facendo attenzione a raggiungere la posizione finale di alloggiamento della mascherina sugli elementi contigui che fungono da stop. Si inizia quindi la fase di fotopolimerizzazione delle masse composito attraverso la mascherina stessa (Figura 18).

È evidente che la mascherina costituisce, con il suo spessore, un fattore di attenuazione del fascio luminoso aggravato dal fatto che mantiene il terminale distante dal composito stesso e l’intensità luminosa diminuisce in funzione del quadrato della distanza fra sorgente luminosa e superficie illuminata29. Per questo motivo, dopo avere polimerizzato per 1 minuto sul lato linguale e 1 minuto su quello occlusale, si rimuove la matrice siliconica, si apprezza la perfetta riproduzione dell’anatomia (Figura 19), si caratterizzano i solchi con apposito intensivo marrone e, quindi, si ricopre la superficie con gel di glicerina e si procede a un’ulteriore fase di polimerizzazione in assenza di O2 al fine di consentire la massima conversione dei monomeri in polimeri. Si procede quindi alla fase di rifinitura rimuovendo gli eccessi di composito non adeso con uno scaler.

La rimozione degli eccessi è resa possibile in maniera relativamente semplice solo se è stata eseguita una mordenzatura controllata e precisa sui margini di cavità. Terminata questa fase, vengono rifiniti esclusivamente i margini di cavità con frese diamantate a granulometria fine (40 micron) (Figura 20) e quindi lucidati con gommini Shofu Brownie su contrangolo moltiplicatore di velocità e abbondante spray di acqua e gommino azzurro Identoflex con attacco CA.  Tutto il tavolato occlusale viene invece esclusivamente lucidato con appositi spazzolini di nylon sotto spray d’aria (Figura 21) e spazzolini autobrillantanti contenenti particelle di carburo di silice, così da preservare fedelmente l’originale anatomia.

La superficie può essere ulteriormente brillantata con apposite paste diamantate e spazzolini morbidi in pelo di capra (Figura 22).

Rimossa la diga si rileva l’occlusione con cartina AccuFilm-II 30 micron, ma ovviamente, essendo stata replicata fedelmente l’anatomia originale, non è stato necessario fare alcun ritocco occlusale (Figura 23). 

Si esegue quindi il controllo radiografico finale (Figura 24). Al recall a 6 mesi si può apprezzare il perfetto ripristino anatomico e quindi funzionale ed estetico dell’elemento ottenibile con questa tecnica (Figura 25).

Inoltre va sottolineata l’assenza assoluta di eventuali incrinature dello smalto a livello della parete linguale non sostenuta da dentina che testimonia l’adeguato controllo degli stress da contrazione (Figure 26, 27).

Conclusioni

La procedura descritta e denominata Build-up&Press Tecnique non è ancora supportata da alcuno studio, ma nasce da una personale esperienza clinica e dalla necessità di mettere a punto tecniche minimamente invasive.

Con questa procedura è possibile attuare una metodologia clinica che permette in una sola seduta di realizzare un restauro diretto bioeconomico a elevato biomimetismo estetico.

Costituisce quindi un’ulteriore efficace opzione terapeutica adesiva da tenere in considerazione per il trattamento di alcune lesioni di natura cariosa negli elementi trattati endodonticamente, ma anche nei denti vivi e in particolar modo nei pazienti giovani.

È una metodologia clinica relativamente semplice e veramente conservativa, che contribuisce ad allungare di un ulteriore step la vita del dente, utilizzabile in alcuni casi selezionati che avrebbero richiesto, secondo un protocollo convenzionale, un approccio più invasivo con copertura cuspidale mediante tecniche indirette.

Corrispondenza

Marco Veneziani

Via Roma, 57 - 29020 Vigolzone (Piacenza)
Tel. 0523 870362

marco.veneziani@nesh.biz

Ringraziamenti

Si ringrazia il dottor Flavio De Fulvio (Roma) per il prezioso contributo nella stesura dell’articolo.

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