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Perdita dei denti in relazione al sesso e all’obesità

I soggetti obesi hanno un aumentato rischio di malattie croniche multiple, tra cui la parodontite (Suvan et al., 2011). Quest’ultima è una malattia infiammatoria cronica delle gengive che porta alla perdita di attacco e distruzione ossea. La fase finale si traduce in perdita dei denti ed è associata con alcune malattie infiammatorie sistemiche. Nella parodontite i livelli ematici elevati di marcatori dell’infiammazione come la proteina C-reattiva (CRP) o interleuchina 6 (IL-6) sono comunemente osservati, indicando reazioni sistemiche a livello locale di infiammazione nella cavità orale (Linden et al., 2008).

Concentrazioni elevate dei marker infiammatori sono anche associate all’obesità. Inoltre, i livelli di obesità e livelli elevati di CRP sono associati a molte malattie croniche, come le malattie cardiovascolari o il diabete (Bastard et al., 2006). Analogamente, potrebbe esistere un rapporto reciproco tra obesità, CRP e parodontite (Chaffee e Weston, 2010). In questo studio longitudinale sulla salute basato su una popolazione tra i 20 e gli 80 anni in Germania i soggetti sono stati estratti a caso e stratificati per età e sesso (Völzke et al., 2011). Sono stati esclusi i partecipanti edentuli e quelli con livelli di CRP> 10 mg/l. Sono stati inclusi 2.746 soggetti, 1337 uomini e 1409 donne.

I dati al follow-up di 2714 partecipanti provenienti da uno studio di coorte in Pomerania sono stati analizzati per misure antropometriche, parodontite, perdita dei denti, proteina C-reattiva (CRP) e interleuchina 6. Le analisi di regressione sono state condotte per stimare l'effetto dell'obesità sulla perdita dei denti nei due sessi. Durante il periodo di follow-up gli uomini hanno perduto più denti in relazione al loro stato di obesità rispetto alle donne.

Al contrario, si è verificato un rnotevole aumento dei livelli di CRP tra i vari livelli di obesità nelle donne rispetto agli uomini. Il grado di incidenza (IRR) di perdita dei denti associata a elevati livelli di CRP, tuttavia, è risultato essere più alto negli uomini (IRR = 1.50, 95% intervallo di confidenza [CI] : 1.27, 1.77) rispetto alle donne (IRR = 1.18 , 95% CI : 1.02, 1.37). La perdita dei denti correlata a CRP di 2 mg/L era significativa negli uomini (IRR = 1.33 , 95% CI : 1.07, 1.66, p = .006 ), ma non nelle donne (IRR = 0.92, 95% CI : 0,73 , 1,17, p =0,689 ).

Questo studio suggerisce che sia l’adiposità che l’infiammazione subclinica influiscono sulla perdita dei denti, con differenze fra uomini e donne. L'obesità come fattore di rischio sulla perdita dei denti è particolarmente correlata alla CRP negli uomini ma non nelle donne. Sono necessari però ulteriori studi per chiarire possibili vie patogenetiche di questa discrepanza tra i sessi e valutare se lo CRP può essere un mediatore.

Sex Differences of Tooth Loss and Obesity on Systemic Markers of Inflammation

Autori:
Meisel P,
Holtfreter B,
Völzke H,
Kocher T.

J Dent Res. 2014 May 14. pii: 0022034514535604

Università: medici famiglia su test medicina, no a improvvisazioni

“La proposta del ministro dell’Università e Ricerca Stefania Giannini rischia di trasformarsi in un rimedio peggiore del male. Se adottata senza un’attenta programmazione del corso di laurea in Medicina e della formazione post laurea, porterebbe a uno sperpero di risorse per la collettività e per le famiglie degli studenti. Senza contare le frustrazioni e delusioni per i numerosi aspiranti medici”. Ė quanto dichiara il segretario nazionale della Fimmg, Giacomo Milillo, in merito alle nuove regole di accesso alla facoltà di Medicina annunciate dal ministro. “Come l’organizzazione del sistema sanitario deve essere incentrata sulla tutela della salute dei cittadini, e non sugli interessi degli operatori, così l’università deve focalizzare la sua attività sui bisogni di formazione della nazione e non sulle proprie esigenze” sottolinea Milillo. “L’adozione del modello francese sposterebbe tutto il carico economico sui contribuenti e sulle famiglie immettendo nel sistema universitario un’ondata di risorse economiche che finirebbero sprecate”.

Secondo il segretario, “gli stessi universitari peraltro ammettono che, con quel tipo di impostazione, non sarebbero in grado di garantire un’adeguata qualità e attenzione. Ritengo che una decisione così importante e delicata” conclude Milillo “non possa essere presa dal Miur in modo autoreferenziale, ma debba scaturire da una riflessione congiunta con il ministero della Salute, le Regioni, gli Ordini e chi rappresenta la professione, compresi i medici in formazione”.

I giovani medici vanno all’estero

sanità 2016 giovani medici odontoiatri

Domenico Montemurro, coordinatore dell’Osservatorio Giovani Fnomceo, si dice preoccupato per il continuo aumento del numero di richieste di cancellazione dell’iscrizione all’albo, motivate da un trasferimento all’estero. Circa il 2% dei giovani medici, su 6-7 mila laureati, ha scelto di trasferirsi in Francia, Germania, Svezia, Norvegia, UK, USA  e Australia. Si attesta sui 150-200 il numero dei laureati che hanno fatto richiesta di cancellazione all’albo, ma arrivano a 1000 i medici che, pur rimanendo iscritti, richiedono il certificato di onorabilità professionale al Ministero della Salute, un documento fondamentale per esercitare la professione medica all’estero.

La mancanza di posti nelle scuole di specializzazione e le difficoltà nel trovare un impiego al termine della specializzazione in alcune aree sanitarie, costituiscono le cause principali di questo fenomeno sempre più diffuso.

Per risolvere questa situazione, secondo Montemurro, sarebbe necessario istituire dei percorsi professionalizzanti nel contesto del SSN, ridurre i tempi per il conseguimento dell’abilitazione professionale e, soprattutto, porre l’attenzione sulle scuole di specializzazione con un basso numero di iscritti, in modo che i neo laureati possano più facilmente orientarsi nelle proprie scelte future.

Studio dentistico: come scegliere il pavimento giusto

Studio dentistico: come scegliere il pavimento giusto
Fig. 1

A cura di Aldina Tradati

Le scelte progettuali, sia per la realizzazione che per la ristrutturazione di un ambulatorio, sono sempre improntate verso soluzioni funzionali e tecnologicamente avanzate con particolare riguardo all’estetica. Una pavimentazione non adeguata all’ambiente potrebbe comportare una serie di problematiche relative alla gestione e alla pulizia, pertanto è bene considerare attentamente cosa offre il mercato e valutare correttamente tutte le caratteristiche.

Negli ambulatori vengono utilizzate quasi tutte le principali tipologie di pavimenti, da quelli ceramici alle resine, dai laminati ai resilienti.

La scelta dipende da una serie di fattori, non sempre di carattere esclusivamente economico.

Prima di procedere è opportuno essere a conoscenza delle caratteristiche tecniche dei materiali che possono essere così suddivise:

  • strutturali, riguardano la composizione del materiale;
  • meccaniche massive, indicano la resistenza ai carichi;
  • meccaniche superficiali, indicano la resistenza all’usura;
  • termo-igrometriche, indicano la resistenza agli sbalzi temici;
  • chimiche, indicano la resistenza alle macchie e ai prodotti di uso domestico;
  • assorbimento acustico;
  • di sicurezza, indicano la resistenza allo scivolamento e, in genere, ai rischi infortunistici;
  • di gestione, indicano le modalità di pulizia e di manutenzione.

Le caratteristiche estetiche riguardano:

  • il formato, identifica la dimensione del materiale che si intende applicare. La decisione non può prescindere dalla dimensione dei locali e per avere un’idea del progetto finito è utile sviluppare una tavola con riprodotto il materiale che si intende utilizzare nella corretta scala;
  • il colore, vi è un’offerta di mercato tale da soddisfare le esigenze cromatiche anche più ricercate e bizzarre.

I pavimenti ceramici e lapidei

Di solito sono utilizzati per le zone di intenso traffico quali ingresso e accoglienza.
Si preferiscono prodotti che non trattengano lo sporco grazie all’esecuzione di fughe di dimensioni ridotte, trattate con opportuni materiali inassorbenti.

Di grande utilizzo è il gres porcellanato, l’ultima generazione proposta sul mercato; si tratta di piastre oggetto di particolari trattamenti antibatterici: il più diffuso prevede che vi si applichino particelle micrometriche di biossido di titanio a temperatura elevata. Queste in presenza di luce trasformano le sostanze inquinanti, quali monossido e biossido d’azoto, in ioni di nitrato e sali ecocompatibili tramite la produzione di ossigeno attivo. I sali una volta depositati possono essere rimossi con la semplice pratica di pulizia quotidiana.

Le piastre in gres a tutta massa, di varie dimensioni, colori e spessori, possiedono una buona restistenza all’usura, alle macchie e sono di facile gestione.

In commercio vi sono piastre a basso spessore che permettono la posa sulla pavimentazione esistente.

Una volta definita la tipologia e la dimensione della piastra è possibile, se il progetto lo richiede, abbinare zoccolatura, angoli, spigoli, canalette dello stesso materiale.

Questi vengono definiti “pezzi speciali” e consentono un perfetto raccordo tra il pavimento e le pareti, garantendo condizioni igieniche ottimali.

A posa ultimata è bene accertarsi che il posatore effettui, con l’utilizzo di prodotti specifici, la rimozione dei residui.

Per la pulizia quotidiana sono invece sconsigliati detergenti contenenti oli, cere e prodotti che non richiedono il risciacquo.

Le schede tecniche, rilasciate dalle aziende produttrici, forniscono le indicazioni relative alla corretta manutenzione.

I pavimenti resilienti

Con il termine resiliente si indica un materiale che dopo avere subito una sollecitazione è in grado di ritornare alla propria condizione originale.

In questa categoria ritroviamo i pavimenti in PVC (polivinilcloruro), linoleum e gomma.

La differenza è data dalla composizione dei materiali. In estrema sintesi, il PVC è sintetico, il linoleum è di origine vegetale, mentre la gomma può essere sia sintetica che naturale.

In commercio ne esistono di differenti tipologie. Tutti e tre i prodotti si possono avere sia in teli che in piastre di diverse dimensioni.

Il PVC, in particolare, offre una scelta di design straordinaria: dai colori brillanti alle riproduzioni dei materiali naturali come il legno e la pietra ma anche colori in tinta unita, cangianti, variegati o sfumati, disegni di ogni forma.

Le pavimentazioni in PVC vengono suddivise in due grandi categorie: omogenee ed eterogenee. Il PVC omogeneo è tutto strato di usura e viene ottenuto con la tecnica della calandratura o pressatura. Il PVC eterogeneo, invece, si ottiene con la tecnica della spalmatura che consiste nello stendere diversi strati di PVC su una base in fibra di vetro.

I nuovi PVC vengono trattati con resine poliuretaniche che impediscono allo sporco di attecchire o di annidarsi in micro particelle.

Queste pavimentazioni sono utilizzate negli ospedali e nelle case di cura in virtù di alcune loro caratteristiche quali la fono assorbenza e l’isolamento termico, vantaggi non trascurabili anche per gli ambulatori.

Sono in commercio pavimenti con proprietà antistatiche (diminuzione a pavimento della corrente antistatica) e conduttive (dispersione in buona percentuale di cariche elettrostatiche), pavimenti acustici (abbattimento del rumore nell’ambiente) e antiscivolo (la superficie è trattata con micro particelle di carburo di silicio), pavimenti con battericida permanente che inibisce il proliferare di batteri.

Rispetto ai gres, la pavimentazione resiliente offre un maggior comfort al camminamento, peculiarità di rilevanza in ambienti a elevata percorrenza.

Essendo un pavimento “morbido” può attutire i danni dell’accidentale caduta di uno strumentario.

In merito alla manutenzione e alla pulizia, le ditte produttrici rilasciano schede tecnico/informative alle quali è bene attenersi.

I pavimenti in laminato

Possedendo anch’essi una notevole resistenza all’usura risultano idonei per i luoghi collettivi.

Hanno proprietà ignifughe e idrorepellenti e sono di facile pulizia e manutenzione. Si presentano in doghe singole che vengono costruite per stratificazione di 3 componenti distinti:

  • una parte inferiore che funge da supporto;
  • l’anima costituita in genere da HDF (High Density Fibreboard) o MDF (Medium Density Fibreboard);
  • un foglio decorativo di laminato plastico.

Infine, una pellicola opportunamente trattata, funge da protezione e le rende maggiormente resistenti all’abrasione, allo strofinamento e al calpestio.

Vari sono gli spessori reperibili in commercio; come è facile immaginare, i laminati più costosi hanno uno spessore più elevato, mentre spessori minimi risultano più economici. L’alta gamma del prodotto prevede uno spessore che si aggira intorno ai 10 mm. Tra le caratteristiche principali vi è la resistenza alla luce, che permette il mantenimento del colore originale; il buon isolamento acustico e termico, la facilità di pulizia e manutenzione.

Il mercato, anche in questo caso, offre un’ampia gamma di colori e decori.

La posa è realizzabile su qualsiasi tipo di superficie, una volta ultimata, la pavimentazione è immediatamente praticabile.  L’unica riserva riguarda il fatto che, nonostante l’uso di idonei materassini usati come isolante, permane una (seppur leggera) rumorosità al calpestio. Oltre alla scheda tecnica e alle peculiarità estetiche sarà necessario valutare il fondo a disposizione e le caratteristiche gestionali relative alla pulizia quotidiana e alla manutenzione.

In sintesi, è di fondamentale importanza non perdere la visione progettuale d’insieme e perciò valutare il progetto nella sua globalità. 

L’ascolto attivo nel rapporto con il paziente

• Michele Cassetta

Medico Chirurgo-Odontoiatra, Professore a Contratto, Università degli Studi di Bologna - Facoltà di Medicina e Chirurgia, Scuola di Specializzazione in Nefrologia (Direttore: Prof. Sergio Stefoni)

Con il termine ascolto attivo si identifica un vero e proprio atteggiamento il cui scopo è quello di entrare in contatto con la persona, creando un clima di fiducia che le consenta di aprirsi e di riconoscere nell’odontoiatra il ruolo di guida autorevole nel percorso terapeutico.

L’Odontoiatria è una specialità unica nell’ambito della Medicina, per le numerose competenze extracliniche necessarie per esercitare la professione: il marketing, il management, le conoscenze medico legali, la tecnologia, l’informatica, la fiscalità, l’efficienza nel gestire i conflitti, la capacità di esercitare la leadership e soprattutto il controllo delle numerosissime attività burocratiche.

Tali competenze, seppur necessarie e indispensabili, rischiano di diventare vere e proprie incombenze che sottraggono tempo all’azione terapeutica e rischiano di interferire nella costruzione di un rapporto interpersonale di qualità con il paziente, provocando ripercussioni dirette nella vita professionale e privata. Si sente sempre più l’esigenza di instaurare una relazione positiva con il paziente, in linea con una visione olistica del rapporto, nell’ambito della quale l’odontoiatra si trova a soddisfare un bisogno di salute psicofisica ed è chiamato, oltre che a curare la patologia, a prendersi cura della persona.

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Quando si instaura una relazione di qualità:

  • aumenta l’aderenza del paziente ai piani di trattamento;
  • cresce l’efficacia delle terapie;
  • si abbassa la tensione per la prestazione odontoiatrica;
  • diminuiscono i contenziosi medico-legali;
  • migliora il clima umano nello studio;
  • diminuiscono le forme di demotivazione professionale.

Solo riuscendo ad ascoltare il paziente in modo efficace è possibile conoscere i suoi pensieri, le sue caratteristiche comportamentali e le motivazioni che lo spingono a prendere le decisioni.

L'ascolto

L'odontoiatra, spesso inconsapevolmente, mette in atto una varietà di tipologie di ascolto che possono essere sintetizzate in questo modo:

  • ascolto passivo. Il paziente o ciò che egli dice non suscita alcun interesse quando l’odontoiatra ha già una convinzione e non è disposto a modificarla;
  • ascolto selettivo. L’odontoiatra ascolta solo ciò che vuole sentire e va alla ricerca di informazioni che confermino una convinzione precostituita che ha già chiara in mente;
  • ascolto riflessivo. L’odontoiatra rivolge grande attenzione al messaggio inviato dal paziente allo scopo di minimizzare il rischio di fraintendimenti;
  • ascolto attivo. L’attenzione dell’odontoiatra è rivolta al messaggio inviato dal paziente e alle emozioni che egli prova, ma anche all’ascolto e all’osservazione di sé stesso all’interno della relazione.

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Con il termine ascolto attivo si identifica un vero e proprio atteggiamento il cui scopo è quello di entrare in contatto con il paziente, creando un clima di fiducia che gli consenta di aprirsi e di riconoscere nell’odontoiatra il ruolo di guida autorevole nel percorso terapeutico.

L’attitudine all’ascolto di qualità può essere una dote innata, ma anche essere appresa e perfezionata con l’esercizio.

Le basi dell'ascolto attivo

Affinché si possa ascoltare in maniera attiva, devono coesistere tre condizioni indispensabili: vediamole.

  • L'empatia. Per empatia si intende la capacità di calarsi nella realtà dell’altro “come se” fosse la propria. È una condizione che parte dal sincero desiderio di stabilire un contatto autentico con gli altri e se non controllata può rischiare di degenerare in un coinvolgimento emotivo che non permette più di essere d’aiuto. L’empatia dell’ascolto attivo è una forma matura che permette di “sentire” il paziente rimanendo in sé stessi e rappresenta una vera e propria abilità che può essere appresa e affinata con l’esercizio. Solo riuscendo a non confondere l’altro con il sé è possibile attivare quel processo volontario e consapevole rappresentato dall’ascolto empatico.
  • Il clima non giudicante. Il tentativo di stabilire una relazione sincera ed empatica parte dalla totale mancanza di pregiudizi e chiusure mentali nei confronti del paziente che deve essere accettato per quello che è e messo in condizione di sentirsi libero di esprimere sé stesso e le proprie emozioni. Le generalizzazioni, che fanno parte del metodo di giudizio di ogni essere umano, dovrebbero essere tenute lontane per evitare di influenzare l’idea che l’odontoiatra si fa del paziente sulla base di pregiudizi e aspettative personali.
  • L’autenticità. La condizione fondamentale per mettere in atto un ascolto attivo è che vi sia un sincero desiderio di entrare in comunicazione con il paziente, in quanto ogni tecnicismo non supportato dall’autenticità dei sentimenti può fornire solo l’impressione di essere interessati ma avere come risultato finale quello di creare relazioni superficiali o artificiali.

I comportamenti dell’ascolto attivo

Per predisporsi all’ascolto attivo è indispensabile attivare alcuni comportamenti, qui di seguito elencati, che possono aiutare il paziente a esprimersi nel modo più naturale possibile.

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  • Ascolto silenzioso. Per ascoltare in maniera efficace è necessario prima di tutto tacere! La tendenza a invadere gli spazi del paziente con frequenti interruzioni e a mettere del proprio in ogni interazione comunicativa in termini di consigli, giudizi o valutazioni personali può alzare barriere nella comunicazione. Nell’ascolto silenzioso è necessario mantenere il contatto visivo, non farsi distrarre da interferenze di tipo esterno e accompagnare l’ascolto con segni del linguaggio corporeo che diano la conferma di essere “centrati” sul paziente.
  • Messaggi di accoglimento. È possibile dimostrare di essere realmente interessati a ciò che il paziente dice utilizzando sia messaggi di tipo verbale, come “l’ascolto”, “mi dica”, “mi spieghi meglio” o “la capisco”, che messaggi corporei, come cenni del capo e sorrisi.
  • Controllo delle interferenze. Tra le variabili che influenzano negativamente la comunicazione interpersonale tra odontoiatra e paziente ci sono vari tipi di interferenze che possono essere “esterne” - come nel caso di rumori, odori o immagini caratteristiche dello studio - o “interne”, come pregiudizi, pensieri o emozioni del paziente che possono evocare esperienze negative o distorcere il significato di un messaggio. La comunicazione dovrebbe essere ripulita da questi elementi che possono condizionare negativamente la costruzione di un rapporto positivo.
  • Orientamento frontale. L’orientamento del corpo nello spazio è molto importante per la riuscita della comunicazione. La posizione frontale, uno di fronte all’altro, in aggiunta a un buon contatto oculare, è quella che permette i migliori livelli di attenzione e predisposizione all’ascolto efficace.
  • Posizione rilassata. La postura e i movimenti del corpo sono indicativi dello stato d’animo delle persone. Nelle relazioni interpersonali assumere una posizione rilassata e “disallineata” trasferisce il messaggio di assenza di tensione e predisposizione al dialogo e all’ascolto.
  • Tempi adeguati. La società attuale è caratterizzata dalla velocità e superficialità dei rapporti interpersonali, con conseguente scarsa propensione a creare relazioni efficaci. Il tempo a disposizione per ascoltare gli altri è spesso molto scarso e si attivano meccanismi di ascolto passivo o selettivo. Per ascoltare il paziente in modo attivo è invece indispensabile concedergli il tempo necessario per esprimere i suoi pensieri senza interromperlo frequentemente né manifestare con messaggi corporei segni di insofferenza o fretta.
  • Concentrazione. Uno dei comportamenti che più frequentemente si attivano nelle relazioni comunicative di bassa qualità è quello di anticipare prematuramente la risposta, ancora prima che il paziente abbia terminato di esporre il suo pensiero. Questo atteggiamento può generare forti incomprensioni e fraintendimenti ed è legato alla tendenza ad interpretare la comunicazione non come un possibile arricchimento personale, ma come un’affermazione di sé stessi e dei propri punti di vista. Per poter esercitare efficacemente il ruolo di guida autorevole l’odontoiatra deve essere capace di rimanere concentrato sul paziente, evitando di proiettare su di lui le proprie convinzioni e visioni delle realtà.
  • Verifica della comprensione delle informazioni. Nella comunicazione conta esclusivamente il risultato che si ottiene e non l’intenzione. Purtroppo capita con grande frequenza che l’efficacia di un messaggio venga influenzata da numerose variabili che ne distorcono il significato nonostante si creda che sia stato decodificato in maniera fedele. È indispensabile verificare costantemente che i messaggi siano stati compresi esattamente ed è possibile fare questo sia grazie al feedback del paziente sia utilizzando strumenti linguistici adeguati.

È stato evidenziato come la professione odontoiatrica sia caratterizzata da diverse peculiarità che la rendono unica nell’ambito delle specialità della Medicina e che possono sottrarre tempo ed energia alla creazione di un rapporto interpersonale di qualità tra odontoiatra e paziente.

Una relazione basata sull’ascolto attivo e sull’empatia permette di instaurare rapporti basati sulla fiducia che migliorano l’aderenza alle terapie, tutelano da contenziosi medico-legali, allontanano situazioni di demotivazione nel lavoro e migliorano la qualità della vita professionale e privata.

I neuroni specchio

Parlando di empatia è indispensabile citare l’importante scoperta fatta verso la metà degli anni Novanta presso il dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma, dal gruppo di lavoro coordinato dal prof. Giacomo Rizzolatti: la scoperta di cellule cerebrali che si attivano quando si compie un’azione ed esattamente nello stesso modo quando si vede compiere la stessa azione da un’altra persona. Tali cellule, localizzate in un’area chiamata f5, furono chiamate “neuroni specchio”. Dopo una prima fase della ricerca nella quale si approfondì il ruolo dei neuroni specchio nelle azioni di tipo motorio, si iniziò a studiare quale ruolo avessero nelle esperienze di tipo emotivo. Anche in questo caso si notò che esistono popolazioni di cellule cerebrali che si attivano quando si è personalmente coinvolti in un’esperienza emotiva e nello stesso modo quando si vede tale esperienza vissuta da altri.

In poche parole, se andiamo al cinema e ci mettiamo a piangere vedendo una scena estremamente commovente è perché nella nostra testa si attivano i neuroni specchio che si metterebbero in moto anche se quella situazione fosse realmente vissuta a livello personale.

Parlando di empatia, questa scoperta è stata fondamentale in quanto ha dimostrato che gli esseri umani sono neurofisiologicamente predisposti a comprendere le emozioni degli altri e quando non si innescano atteggiamenti empatici è solo perché esistono condizionamenti esterni che ne impediscono la manifestazione.

Il bugiardo

Incomprensibile, stavolta, il pensiero della Suprema Corte che pare, invero, preferire gli interessi di un negligente e cinico professionista a scapito di quelli di un ingenuo e sprovveduto paziente.

Duro colpo per gli Ordini professionali, detentori e custodi di dettami deontologici cui medici e odontoiatri devono attenersi per il dovuto e doveroso rispetto da mantenere sempre nei confronti della professione, dei colleghi e dei pazienti: il medico, chiamato dall’Ordine a rispondere di comportamenti all’apparenza non deontologici, in tutela - appunto - della professione, della categoria e del paziente, può non comparire a rendere ragione delle proprie azioni o, comparendo, può serenamente omettere di dire il vero, atteso non essere - questi - tenuto a osservare il dovere di verità o, anche solo, a rispondere a richieste di chiarimenti per evitare di incorrere nella violazione del nemo tenetur contra se edere, principio cardine del diritto di difesa e prevalente sul pieno e corretto esercizio delle funzioni istituzionali degli Ordini.

Il caso

La Commissione Albo Odontoiatri dell’Ordine di XXX irrogava al Dott. S.N. la sanzione della sospensione dall’esercizio della professione di odontoiatra per mesi tre, avendolo ritenuto colpevole in primo luogo della violazione dell’art. 1 del Codice Deontologico, per non avere prestato la massima collaborazione e disponibilità nei rapporti con il proprio Ordine, non presentandosi per ben due volte a una convocazione del Presidente della Commissione Odontoiatri, disposta per ottenere chiarimenti in merito a una pubblicità sanitaria posta in essere dalla X.X.X. S.a.s., di cui lo stesso Dott. S. era socio accomandatario, di poi della violazione degli artt. 55 e 56 sempre del Codice Deontologico per non avere usato la dovuta cautela nel fornire, negli articoli apparsi sulla rivista “X”, una efficace e trasparente informazione al cittadino, diffondendo a mezzo stampa, Internet e altri mezzi, una informazione arbitraria e discrezionale, priva di dati oggettivi e controllabili oltre che per non avere escluso qualsiasi forma anche indiretta di pubblicità commerciale, personale o a favore di altri, e da ultimo della violazione dell’art. 65 del Codice Deontologico, per avere partecipato alla X.X.X. S.a.s. (di cui risultava socio accomandatario, nonché operatore medico odontoiatra) con, come oggetto sociale, un insieme di voci riconducibili ad attività sanitarie non in linea con le norme che regolamentano l’esecuzione, per esempio, di manufatti protesici prevedendosi addirittura il noleggio degli stessi in totale assenza di una regolare autorizzazione ministeriale e mancando, altresì, l’indicazione di un responsabile odontoiatra (direttore sanitario) della società.

La Commissione Centrale per gli Esercenti le Professioni Sanitarie (C.C.E.P.S.), interessata della questione dal Dott. S., ne respingeva il ricorso confermando la sanzione comminatagli dall’Ordine.

La Commissione Centrale rilevava come, senza incorrere in alcun vizio procedimentale, mai l’Ordine avesse leso il diritto di difesa dell’incolpato né violato le norme del contraddittorio proceduralmente garantite.

Per la cassazione della decisione della Commissione Centrale il Dott. S. proponeva ricorso avanti la Suprema Corte.

La decisione

Alcune delle eccezioni avanzate dal ricorrente apparivano palesemente prive di fondamento: nulla quaestio circa un’asserita mancanza di motivazione nel provvedimento, o in merito alla possibilità in capo al Presidente della Commissione Albo Odontoiatri di raccogliere - ex art. 39 D.P.R. 221/1950 - preventive informazioni su fatti eventualmente oggetto di futuro procedimento disciplinare, o ancora in ordine a una scarsa circostanziata contestazione dell’addebito rivoltogli.

Non così, invece, quanto al quarto motivo di impugnazione. Il Dott. S., infatti, riteneva illegittima la decisione sanzionatoria assunta dal proprio Ordine professionale non solo perché in contrasto con la disciplina che informava la materia della pubblicità sanitaria, ma anche perché in contrasto con l’art. 39 D.P.R. 221/1950 che non imponeva alcun obbligo in capo al medico, eventualmente convocato per essere ascoltato, di rilasciare dichiarazioni o notizie che avrebbero potuto poi essere utilizzate a proprio carico, né prevedeva che la condotta di mancata presentazione alle convocazioni antecedenti la fase del giudizio disciplinare potesse costituire una mancanza disciplinarmente rilevante,

La Corte di Cassazione accoglieva il motivo di gravame rilevando come l’art. 39 D.P.R. 221/1950 espressamente includesse nell’ambito del procedimento disciplinare il momento - anteriore alla formale apertura che si ha con la contestazione dell’addebito e con la fissazione della data della seduta per il giudizio - della raccolta delle opportune informazioni, comprendente l’audizione del sanitario interessato da parte del Presidente della competente Commissione. Ribadiva, la Suprema Corte, che poiché l’istruzione preliminare non era una fase esterna al procedimento disciplinare, non potesse dirsi che il sanitario, convocato in sede istruttoria per rispondere a domande in ordine a un esposto presentato nei suoi confronti con riguardo a fatti integranti ipotesi di illecito disciplinare, fosse tenuto a osservare il dovere di verità e a dare risposta a richieste di chiarimenti. In caso contrario, sottolineava la Corte, sarebbe incorso nel pericolo di ledere la regola, basilare di ogni procedimento disciplinare abbia esso movenze giurisdizionali o amministrative, del nemo tenetur contra se edere, espressione del diritto di difesa costituzionalmente garantito e prevalente sull’esigenza del pieno e corretto esercizio delle funzioni istituzionali degli Ordini professionali. Questo approdo interpretativo - al quale le Sezioni Unite erano già recentemente pervenute (con le sentenze 28 febbraio 2011, n. 4773, e 30 dicembre 2011, n. 30173) con riguardo all’ordinamento professionale forense, superando il tradizionale opposto orientamento (sentenze 16 febbraio 1981, n. 6643, e 24 febbraio 1998, n. 1988) - era quindi ribadito, essendo conforme alla giurisprudenza della Corte Costituzionale. Di fronte alla distinzione tra procedimenti disciplinari giurisdizionali e procedimenti disciplinari amministrativi, il Giudice delle leggi più volte ricordava che la proclamazione contenuta nell’art. 24 della Costituzione se indubbiamente si dispiegava nella pienezza del suo valore prescrittivo solo con riferimento ai primi, non mancava tuttavia di riflettersi, seppure in maniera più attenuata, sui secondi, in relazione ai quali, in compenso, si imponevano al più alto grado di cogenza le garanzie di imparzialità e di trasparenza che circondavano e circondano l’agire della pubblica amministrazione (sentenza n. 460 del 2000). Non costituiva quindi illecito disciplinare la mancata presentazione dell’odontoiatra a una convocazione disposta, nella fase istruttoria anteriore all’apertura del procedimento disciplinare, dal Presidente della Commissione Odontoiatri per ottenere chiarimenti su segnalazioni o esposti in relazione a fatti disciplinarmente rilevanti a carico dello stesso iscritto.

Non solo. Secondo la Corte di Cassazione anche il motivo rivolto a censurare le statuizioni con cui la decisione della Commissione confermava la sussistenza dell’addebito relativo alla pubblicità sanitaria era fondato.

Pur rimanendo il potere-dovere degli Ordini professionali, ai sensi dell’art. 2, comma n1, lettera b) D.L. 223/2006 di verificare, ai fini dell’applicazione delle sanzioni disciplinari, la trasparenza e la veridicità del messaggio pubblicitario quanto al divieto di svolgere pubblicità informativa circa i titoli e le specializzazioni professionali, la Suprema Corte stigmatizzava il fatto che la Commissione Centrale non avesse spiegato il percorso logico seguito per giungere alla decisione impugnata, limitandosi ad affermare che nel provvedimento erano esaminate in modo dettagliato ed esauriente le circostanze di fatto contestate al ricorrente senza dar conto di quali in concreto sarebbero stati gli aspetti di non trasparenza e veridicità del messaggio pubblicitario relativo all’attività odontoiatrica né indicare sotto quale profilo le pubblicazioni si qualificassero servili e autocelebrative.

Tutela ordinistica

Quando, ciclicamente, si levano voci che vorrebbero l’eliminazione degli Ordini professionali si inveisce contro lobby e contro enti che, a occhi estranei, parrebbero essere solo a tutela di pochi, ricchi, dotti professionisti. Lungi dal vero, gli Ordini professionali nascono sì per la salvaguardia del decoro delle professioni ma, e soprattutto, per la tutela proprio dei cittadini fruitori di quei servizi che i professionisti, di cui si fidano e a cui si affidano, rendono.

Quest’ultima decisione non pare, però, tenere buon conto né delle esigenze dell’utenza né del reale scopo degli Ordini: il professionista - sia esso medico, odontoiatra, avvocato, ingegnere, architetto - può non riferire ai colleghi preposti alla tutela dei cittadini e della professione in merito al suo comportamento oggetto di segnalazione, può non presenziare alle convocazioni e può, comunque, non osservare il dovere di verità e tutto ciò per non ledere la regola basilare del nemo tenetur contra se edere (“Nessuno è tenuto ad accusare se stesso”).

Spiace rilevare come un diritto del singolo costituzionalmente garantito, il diritto di difesa, agli occhi della Suprema Corte appaia prevalente non tanto sull’esigenza del corretto esercizio di mere funzioni istituzionali, quanto sul diritto dei singoli a essere tutelati da professionisti senza scrupoli. 

Un odontoiatra in F.R.A.C.

Michele Cassetta, medico chirurgo odontoiatra ed esperto di comunicazione in ambito sanitario, oltre a “La Comunicazione Odontoiatra-Paziente”, per Tecniche Nuove ha scritto anche “Sorridenti – 500 domande e risposte per la salute della tua bocca”, una guida che fornisce le informazioni utili a difendere la salute della bocca e ad agevolare il rapporto fra dentista e paziente.

Acronimo di Flessibilità, Responsabilità, Attenzione e Consapevolezza, è l’abito che il professionista desideroso di comunicare in modo efficace con il paziente dovrebbe indossare sempre, come spiega Michele Cassetta, medico chirurgo odontoiatra, divulgatore ed esperto di comunicazione, nonché autore del libro “La comunicazione Odontoiatra-Paziente”, edito da Tecniche Nuove.

Dopo “Sorridenti. 500 domande e risposte per la salute della tua bocca”, un agile volume destinato ai pazienti (e personalizzabile con il logo dello studio) ma utile anche per il dentista, Michele Cassetta, medico chirurgo odontoiatra, esperto di comunicazione in ambito sanitario, propone il suo ultimo lavoro: “La Comunicazione Odontoiatra-Paziente“. Il volume, anch’esso edito da Tecniche Nuove, è un valido strumento per entrare in punta di piedi nell’affascinante mondo della comunicazione interpersonale, un universo che, pur accomunando tutti indistintamente, interessa in modo specifico l’odontoiatra che nella comunicazione si gioca gran parte della sua credibilità professionale, nonché del suo successo. Abbiamo incontrato l’autore del libro che, sulla base anche della sua esperienza personale, spiega perché è importante riflettere sulla comunicazione e sui suoi principi, quell’insieme di nozioni e azioni che per alcuni sono una dote innata, per altri invece uno scoglio che, tuttavia, con un po’ di impegno, può essere superato brillantemente.

Dottor Cassetta, scrivere un libro sulla comunicazione, sul rapporto odontoiatra-paziente è una bella sfida….

È vero, soprattutto se si considera che sovente i libri sulla comunicazione, materia che studio ormai da molti anni e di cui ho letto molto, sono poco comunicativi, il che è un paradosso. Per questa ragione “La Comunicazione Odontoiatra-Paziente” è un libro volutamente sintetico e schematico, pensato per le esigenze del dentista, persona per definizione molto pragmatica.

Sono convinto che da una buona comunicazione iniziale possano nascere tante cose positive sia per l’odontoiatra, sia per il paziente, perché comunicare bene fa aumentare l’aderenza ai trattamenti, fa diminuire i contenziosi medico-legali e migliorare il clima dello studio. Quello che ho voluto enfatizzare in questo libro è uno dei concetti principali della comunicazione e cioè che comunicare è inevitabile per tutti gli esseri umani e forse questo stato di cose ci fa concentrare poco sul fatto che la comunicazione può essere migliorata con dei piccoli accorgimenti. Di qui l’idea di un testo veramente molto pratico che analizza anche i temi legati al linguaggio del corpo, come ad esempio l’interpretazione dei momenti di tensione e di rifiuto. Inoltre, il libro è ricco di immagini: abbiamo coinvolto alcuni attori che si sono prestati a farsi fotografare per mostrare i segnali che il corpo umano può lanciare e che l’odontoiatra deve cogliere nel paziente. C’è poi una parte dedicata alla linguistica, dove si dà qualche spunto per gestire le obiezioni che il paziente sempre più frequentemente pone a causa soprattutto delle informazioni in ambito sanitario che ormai si acquisiscono attraverso la rete: sul web, infatti, si trova tutto e il contrario di tutto e questo crea delle generalizzazioni e distorsioni della realtà con le quali l’odontoiatra si deve misurare. Ė necessario possedere gli strumenti linguistici per replicare a queste obiezioni senza ridicolizzarle o liquidarle con troppa superficialità, perché bisogna partire dal presupposto che si tratta di vere e proprie convinzioni che il paziente ha e come tali devono essere trattate.

Il primo capitolo è dedicato alle peculiarità dell’odontoiatria: perché ha voluto sottolineare proprio questo aspetto?

Perché l’odontoiatria, disciplina che esercito da oltre vent’anni, è davvero unica. Basti pensare che viene esercitata prevalentemente in forma privata e già questo è un fattore condizionante, poi è l’unica pratica medica che presenta il fenomeno dell’abusivismo, ma non solo. Periodicamente ci sono campagne di informazione che fanno emergere il lato più negativo della nostra categoria. Ho iniziato il capitolo con un aneddoto per me molto significativo: ricordo che negli anni ‘90 c’erano dei guru del marketing e del management che consigliavano addirittura di eliminare le bacinelle dei riuniti, perché sommando i minuti che i pazienti impiegavano per sciacquare inutilmente la bocca nel corso di una giornata, il risultato si tramutava in una perdita di reddito. Insomma, l’odontoiatra deve recuperare terreno, rifarsi una reputazione e rimpossessarsi della capacità di comunicare con il paziente. 

Tuttavia qualcuno già lo fa istintivamente: come si comporta l’odontoiatra capace di comunicare?

Ascolta il paziente, anche con il corpo, non giudica in base a pregiudizi, ma cerca di comprendere i bisogni della persona che ha di fronte, una fonte ricca di spunti per l’odontoiatra. Inoltre, in alcune circostanze, non parla al paziente con la mascherina sul volto o standogli alle spalle: non dimentichiamo che il rapporto odontoiatra-paziente è una relazione di per sé squilibrata a sfavore del paziente e noi dobbiamo evitare di enfatizzare questo dislivello con una postura del corpo o un linguaggio inadeguati.

Michele Cassetta
Michele Cassetta

Perché il trasferimento di informazioni avviene comunque, indipendentemente dalle intenzioni….

Certo, è il primo assioma della comunicazione enunciato negli anni ’70 da Paul Watzlawick, colui che rivoluzionò le teorie sulla comunicazione. Comunicare è un fatto inevitabile: dobbiamo solo cercare di farlo in maniera consapevole e responsabile, utilizzando i canali adeguati.

In questo la PNL può essere di aiuto. Se ne parla spesso, ma sull’argomento c’è anche molta confusione…

Sì, perché la Programmazione Neuro Linguistica, metodologia di comunicazione ideata negli anni ’70 da uno psicoterapeuta e un linguista, Bandler e Grinder, basata sull’idea che la nostra comunicazione abbia un potere d’azione sui comportamenti degli altri, è utilizzata anche nelle tecniche di vendita e può essere impiegata anche con finalità manipolative. Nel libro ovviamente è affrontata in un’altra ottica, quella che consente di rendere autentico l’incontro tra l’odontoiatra e il paziente, perché se facciamo muro contro muro e tendiamo a imporre agli altri il nostro modo di vedere le cose, è difficile che la comunicazione possa diventare efficace, ed è proprio da questo atteggiamento che nascono molti contenziosi medico-legali e i fenomeni di demotivazione professionale da parte dei medici.

Demotivazione che può arrivare sino al burn-out….

Secondo Cristina Maslach, una delle più autorevoli studiose mondiali della sindrome da burn-out nelle professioni sanitarie, la causa deriverebbe da un mancato allineamento tra ciò che le persone sono e ciò che si trovano a fare, e questo ha molto a che vedere con la comunicazione intrapersonale, l’altra faccia della questione. Se non facciamo ciò che è allineato al nostro modo di vedere le cose e ai nostri valori personali, se lavoriamo in un ambiente scarsamente comunicativo e pieno di tensioni, visto che il lavoro occupa la maggior parte della nostra vita, prima o poi queste situazioni presentano il conto e condizionano non solo la vita professionale con la demotivazione e il distacco emotivo dal paziente, ma soprattutto la vita privata. Il rischio per l’odontoiatra è quello di portare a casa, in famiglia, tutte le tensioni che nascono dall’incapacità di comunicare con se stesso in maniera corretta, con il paziente, e in generale con i collaboratori.

La comunicazione odontoiatra-paziente

Migliorare la relazione con la PNL e il counseling

Michele Cassetta

Tecniche Nuove Editore

144 pagine

29,90 euro
Formato 17 x 24
Brossura
ISBN 978-88-481-2946-6

Per informazioni e acquisti: ufficio vendite libri
tel. 0239090440,
vendite-libri@tecnichenuove.com

Perché nel bene e nel male, frequentandosi, si finisce per assomigliarsi….

Nel libro si affronta anche questo argomento: le persone lavorando insieme inevitabilmente tendono ad assomigliarsi, addirittura a utilizzare lo stesso linguaggio, gli stessi modi di dire, a muoversi nello stesso modo. Questo principio, il cosiddetto “ricalco”, può essere utilizzato nel costruire la relazione, perché il paziente inevitabilmente si affida ai sanitari con i quali trova più punti in comune, e allora in una fase di avvicinamento al paziente è importante stabilire delle somiglianze sia dal punto di vista del linguaggio verbale, sia rispetto alla postura.

Con una battuta, si potrebbe dire che il “buon odontoiatra”, quello davvero capace di comunicare, è colui che si presenta in F.R.A.C. davanti al paziente, per usare l’acronimo che ha coniato in questo testo. Ė cosi?

Sì, è come se immaginassimo un vestito buono della comunicazione che raccoglie le quattro doti fondamentali: flessibilità, responsabilità, attenzione e consapevolezza. Il F.R.A.C., dalle iniziali di questi principi, in un certo senso è davvero l’abito che il professionista desideroso di comunicare in modo efficace con il paziente dovrebbe indossare sempre. 

La mediazione in ambito di responsabilità professionale tra opportunità e obbligatorietà

• Francesca Zangari1

• Anita Labonia1

1Odontologa forense, Mediatrice ex D.Lgs. n. 28/2010

Riassunto

Il legislatore, ispirato dalla volontà di deflazionare il lavoro dei giudici e di offrire ai cittadini procedure semplici e poco costose per la risoluzione delle liti, ha ricercato strumenti alternativi alla definizione delle controversie.  La dimensione dinamica e flessibile della mediazione offre una risposta concreta sia sul piano giudiziario sia su quello degli interessi delle parti in lite, rappresentando un modello di soluzione delle controversie capace di propiziare la nascita di una nuova cultura giuridica. Il procedimento si caratterizza per porre l’attenzione sulla dimensione relazionale ed emotiva, su tutti quegli aspetti soggettivi che nel giudizio ordinario per irrinunciabili esigenze di garanzia e di obiettività non possono essere presi in considerazione. Si tratta, infatti, di uno strumento di risoluzione extragiudiziale della lite, informale ancorché strutturato, autonomo e consensuale, in base al quale una terza persona neutrale assiste le parti in conflitto orientandole verso la ricerca di accordi reciprocamente soddisfacenti in un clima collaborativo che faciliti la loro comunicazione. La mediazione si presenta, pertanto, come una soluzione della controversia particolarmente utile tra coloro che al termine del conflitto dovranno continuare a relazionarsi come nel caso del rapporto medico-paziente, dove il recupero di un atteggiamento meno conflittuale e il ristabilirsi di un clima disteso può consentire al sanitario di continuare a svolgere la propria attività professionale in serenità e al paziente di ritrovare la fiducia nei suoi confronti. Le Autrici, analizzando gli aspetti procedurali della mediazione così come inizialmente statuita dal D.Lgs. n. 28/2010, ne discutono le potenzialità applicative in ambito di responsabilità professionale alla luce della più recente normativa.

Summary

Mediation in professional liability between opportunity and obligation

The legislator, inspired by the wish to deflate the job of the judges and to offer to the citizens simple and few expensive procedures for the resolution of the quarrels, has sought alternative tools to the definition of the controversies.

The size of the dynamic and flexible mediation offers a concrete response in terms of both judicial and the interests of the parties to the dispute, representing a model of dispute resolution that can propitiate the formation of a new legal culture. The procedure is characterized for setting the attention on the relational and emotional dimension, on all that subjective aspects that in the ordinary judgment for indispensable demands of guarantee and objectivity cannot be considered. It is, in fact, a dispute resolution procedure of the court, informal although structured, independent and consensual, in base to which a third neutral person assists the parts in conflict and focuses them on the search of mutually acceptable agreements, in a collaborative environment that facilitates their communication. Mediation is thus given as a solution to the dispute useful particularly between those who will continue to interact at the end of the conflict as in the case of the physician-patient relationship, where the recovery of a less confrontational attitude and the restoration of a relaxed atmosphere can help the sanitary to keep on developing his/her own professional activity in serenity and to the patient to find again the trust in its comparisons. The Authors analyses the procedure of the mediation as originally established by the Legislative Decree n. 28/2010 and discusses its potential applications in the field of professional liability in light of the most recent legislation.

Come tutte le relazioni umane, anche quella tra medico e paziente è complessa, caratterizzata da un delicato intreccio di elementi emotivi e cognitivi, qualche volta difficile, qualche volta addirittura conflittuale.

Attualmente, il rapporto terapeutico tende sempre più a prendere la forma del contenzioso, con gravissimo danno per tutti i soggetti coinvolti se si considera l’inflazione delle cause e delle richieste di risarcimento: da una parte il paziente, che solo in una minoranza dei casi ottiene soddisfazione in sede giudiziaria e, anche allorché venga pronunciata una sentenza favorevole, sconta un senso di delusione e di tradimento non risarcibili; dall’altra il professionista, cui un’eventuale dichiarazione di non colpevolezza non basta a riparare il danno all’immagine e lo stress subito; le compagnie assicuratrici, tendenzialmente in fuga dal settore; le aziende ospedaliere, gravate da costi insostenibili; il sistema salute in generale, offuscato da una crisi di fiducia della collettività verso le sue istituzioni e i soggetti che vi operano.

Per l’elevata incidenza di giudizi risarcitori, l’area sanitaria rappresenta così il banco di prova per verificare la capacità del sistema giudiziario di rispondere in maniera efficiente alla domanda di giustizia: i lunghi tempi dei processi civili, gli elevati costi della difesa e l’alto tasso di litigiosità sono fattori che evidenziano la necessità di interventi volti a promuovere l’introduzione di strumenti di composizione stragiudiziale delle controversie.

La produzione normativa degli ultimi anni da parte del legislatore, anche comunitario, ha interessato fortemente la materia delle soluzioni alternative delle controversie, e in particolare della mediazione, con l’indubbia finalità di abbreviare i tempi del contenzioso.

Il procedimento di mediazione - rapido, economico e flessibile - si presenta come uno strumento altamente vantaggioso per le parti in lite: si tratta di un’alternativa, ma soprattutto di un’occasione di prevenzione del contenzioso, poiché consente a medico e paziente di incontrarsi al di là delle formalità del rito giudiziario, confrontandosi secondo modalità che permettono loro di esprimere gli autentici bisogni, i valori, i punti di vista e i sentimenti che sottendono il conflitto.

Il D.Lgs. n. 28/2010 in tema di mediazione finalizzato alla conciliazione civile e commerciale, attuato con il D.M. n. 180/2010, può considerarsi l’evoluzione dell’esperienza italiana sulla conciliazione stragiudiziale.

La mediazione nelle controversie tra medico e paziente

Negli ultimi anni si è assistito al proliferare delle cause per eventi relativi a responsabilità medica in ogni campo, a cui sono corrisposti risarcimenti del danno sia per via giudiziale che extragiudiziale.

L’incremento delle denunce da parte dei cittadini non è legato a un peggioramento qualitativo dell’assistenza sanitaria, anzi: la scienza medica ha compiuto in questi ultimi anni un’evoluzione davvero sorprendente e le tecnologie e la professionalità degli operatori hanno raggiunto talora livelli di vera eccellenza.

Le cause sono da ricercarsi in motivazioni più profonde, di cui le principali sono rappresentate da una diversa percezione del diritto alla salute da parte dei cittadini, con maggiori aspettative di risultati dalla medicina, e dalle modificazioni relative al concetto di colpa professionale medica in ambito sia giuridico sia forense.

Una denuncia non sempre si accompagna a errore medico: spesso il sentimento di ingiustizia che anima il paziente nasce dalle emozioni e dalla relazione che si è instaurata con il sanitario. Le parti non comunicano più, cristallizzandosi nelle loro posizioni di partenza e nascondendosi dietro a una “questione di principio”. Si apre allora il contenzioso, comunemente risolto mediante la richiesta di un risarcimento del danno attraverso i mezzi giurisdizionali. L’avvio di un contenzioso giudiziario, tuttavia, può non procurare adeguata soddisfazione alle parti, anche quando si concluda con una decisione favorevole.

Quando si considera come dall’esito dell’azione giudiziaria derivino molto spesso delusione e frustrazione a entrambe le parti, anche in virtù dei costi sostenuti, se ne trae l’impressione che il contesto giurisdizionale invece di configurarsi come il luogo in cui il conflitto trova soluzione e le ragioni ricevono soddisfazione si riveli incapace di dare le risposte cercate e diventi, anzi, la sede in cui il conflitto si acutizza ed esaspera. Non bastano, infatti, le decisioni dell’autorità giudiziaria a riportare serenità nel rapporto tra il medico e il paziente, diventate parti contrapposte di un processo e tali rimaste anche dopo la sua conclusione, come non deriva un miglioramento nei rapporti tra la struttura cui il professionista appartiene e la collettività neppure dalla rilevazione di quanto siano rare, rispetto alla mole delle citazioni in giudizio, le pronunce dei tribunali che attribuiscono ai medici una responsabilità per colpa.

Così anche in caso di pronuncia favorevole il paziente può sentirsi incompreso, perché nel corso del processo il suo vissuto non è uscito dal dibattimento: vi è sempre qualcosa che resta irrisolto, ad esempio per l’impossibilità di comunicare e sentire compresi e riconosciuti la frustrazione o il dolore provati. Nel caso di pronuncia sfavorevole, il paziente riceve la ferita di un disconoscimento doppio, del suo sentirsi vittima di un fatto ingiusto e della sua individualità: difficilmente comprende che l’errore non c’è stato o non è colposo o che le conseguenze da lui patite non sono in relazione causale con la condotta del professionista, e continua a sentirsi arrabbiato.

Per il professionista l’esperienza del procedimento può essere altrettanto dolorosa e frustrante: egli può sentirsi vittima di un’accusa spesso percepita come ingiusta e infamante, che lo mette in discussione non solo come professionista, ma anche come persona che sa ascoltare e comprendere i problemi, quindi anche da un punto di vista morale. Il medico sa di non poter contare sulla stessa solidarietà popolare che accompagna il paziente: il paziente-vittima viene ascoltato e compreso dall’opinione sociale, mentre per il medico non esiste la medesima solidarietà, da parte non solo dell’opinione pubblica ma anche dei colleghi. Se una sentenza sfavorevole può ferire e umiliare il professionista, anche una decisione di segno opposto non vale a riscattare adeguatamente l’ombra di sospetto che è stata gettata sulla sua persona e la possibilità che il cittadino gli porga le sue scuse per averlo accusato ingiustamente è assai poco realistica. L’esperienza del contenzioso può così incidere anche nel suo rapporto con gli altri pazienti e in quello con la propria professione.

In tempi relativamente recenti si sono consolidate, nell’esperienza sia nazionale che internazionale, strumenti di risoluzione alternativa delle controversie, note comunemente con l’acronimo ADR (Alternative Dispute Resolution), che mettono in primo piano le parti e la possibilità di giungere a una soluzione per certi versi “negoziata”, al termine di un processo in cui viene stimolato il confronto delle reciproche posizioni. La mediazione è una di queste1-3.

L’ascolto e la comprensione esulano dalla giustizia tradizionale: il diritto è norma, può stabilire se esiste oggettivamente una responsabilità e in che misura, ma non può arrivare, per suo limite ontologico, a riparare quei sentimenti di offesa, quei vissuti che le parti vorrebbero venissero presi in considerazione. La mediazione, invece, indaga, affronta, si occupa non solo dei fatti, ma di tutti gli affetti, cioè di tutte le radici che hanno prodotto quei fatti, con la peculiarità di porre l’attenzione sulla dimensione relazionale ed emotiva. Attraverso un’intensa attività di ascolto e di confronto le parti sono indotte a realizzare come in quel contesto non valga la logica per la quale se uno è nel giusto ciò avviene necessariamente a scapito dell’altro, il quale per definizione sbaglia4,5. Le parti in conflitto, assistite da un terzo neutrale, tentano di giungere da sole a un accordo condiviso e reciprocamente soddisfacente, senza cercare né accettare compromessi che potrebbero farle sentire entrambe, in parte, perdenti. La risoluzione al conflitto può esserci o non esserci, non deve essere trovata obbligatoriamente e le parti possono mettersi in gioco, regolando i rapporti nel modo che ritengono più opportuno, secondo il loro sentire.

Alla fine del percorso di mediazione, un processo informale ancorché strutturato, non vi saranno né vinti né vincitori, ma persone confortate dalla consapevolezza di essere state in grado di gestire una situazione complessa, modificandola, e di avere contribuito a evitare la distruttività del conflitto6,7.

Si tratta, dunque, di una soluzione della controversia molto articolata e complessa, necessaria soprattutto per coloro che al termine del conflitto dovranno continuare a relazionarsi. Ecco allora che il procedimento, istituito in primis per alleggerire l’iter giudiziario, offre al rapporto medico-paziente la possibilità di un confronto su posizioni diverse, e comunque legittime, attorno a un tavolo di mediazione piuttosto che in un’aula di tribunale, istituzionalmente deputata allo scontro e alla rivendicazione di interessi contrapposti. Il mediatore, quindi, non solo e non tanto deve proporre soluzioni razionali per risolvere il conflitto, ma tenta soprattutto di capire gli stati d’animo delle parti secondo l’assioma per cui l’emotività del conflitto implica la possibilità di risolvere il conflitto stesso. L’ascolto del paziente e l’assenza di giudizio sono tra i cardini della mediazione, procedimento che potrebbe ridurre il contenzioso e donare più fiducia nei confronti della professione medica8.

Da questo punto di vista, il risultato positivo della mediazione non è il mero accordo tra le parti in lite, bensì il superamento della controversia attraverso il confronto, in un clima collaborativo che faciliti la comunicazione tra le parti per il recupero di un atteggiamento meno conflittuale, ovvero lo spostare la relazione su basi nuove e il responsabilizzare le parti in merito al conflitto e alla soluzione eventualmente trovata9,10.

La mediazione ex D.Lgs. n. 28/2010

Nell’ambito del riesame della normativa processuale civile, il legislatore, ispirato dalla volontà di deflazionare il lavoro dei giudici e di offrire ai cittadini procedure semplici e poco costose per la risoluzione delle liti, ha ricercato strumenti alternativi alla definizione delle controversie, introducendo un istituto giuridico finalizzato alla deflazione del sistema giudiziario sia in termini di semplificazione dei riti sia di abbreviazione dei tempi della giustizia ordinaria. Il 21 marzo 2010 è entrato in vigore il D.Lgs. n. 28, pubblicato nella G.U. n. 53 del 5 marzo 2010, in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione, che inizialmente prevedeva come obbligatorio il procedimento conciliativo per molte delle controversie civili e commerciali, comprese quelle in materia di risarcimento del danno derivante da responsabilità medica. Ciò significa che la procedura costituiva, per certe materie, condizione preliminare alla via giudiziaria, per cui solo qualora la mediazione non fosse andata a buon fine le parti avrebbero potuto rivolgersi al giudice.

Il tentativo obbligatorio di conciliazione era già presente in alcuni settori dell’ordinamento, dove non aveva dato buona prova di sé, soprattutto per il modo in cui il legislatore lo aveva pensato e per l’assenza di una formazione specifica nei soggetti chiamati a prestare la propria opera come conciliatori. Il D.Lgs. n. 28/2010 e i successivi regolamenti attuativi, il D.M. n. 180/2010 e il D.M. n. 145/2011, hanno l’obiettivo di fornire, per la prima volta in Italia, una disciplina organica della mediazione. Nei provvedimenti legislativi precedenti, i termini conciliazione e mediazione sono stati usati come sinonimi, mentre il D.Lgs. n. 28/2010 attua una precisa scelta terminologica: l’art. 1 definisce alla lettera a) la mediazione come “l’attività, comunque denominata, svolta da un terzo imparziale e finalizzata ad assistere due o più soggetti”, e alla lettera c) la conciliazione come “la composizione di una controversia a seguito dello svolgimento della mediazione”. Emerge, dunque, un’importante distinzione: per mediazione si intende l’iter procedurale, ossia il procedimento che conduce alla composizione di una controversia, mentre per conciliazione si intende l’esito del procedimento stesso, ossia la composizione della lite.

La volontà del legislatore di incrementare e promuovere gli strumenti conciliativi emerge dalla disposizione ex art. 11, ai sensi della quale nel caso in cui non si pervenga a un accordo amichevole il mediatore può formulare una proposta di conciliazione, se le parti gliene fanno concorde richiesta, in qualunque momento del procedimento.

Se la mediazione civile non soddisferà una delle parti, questa potrà comunque sempre ricorrere alla giustizia civile ordinaria, solo che nel caso in cui il giudice faccia propria la proposta avanzata dal mediatore, o nella sentenza ne ricalchi la sostanza, chi ha rifiutato in prima istanza la mediazione quale soluzione della vertenza sarà obbligato al pagamento di tutte le spese legali e giudiziarie e di una tassa ulteriore.

La normativa di cui al D.Lgs. n. 28/2010 è modellata sull’utilizzo di una forma di mediazione cosiddetta amministrata, ossia affidata a specifici organismi, pubblici o privati, accreditati dal Ministero della giustizia, che erogano il servizio di mediazione nel rispetto della legge, del regolamento ministeriale e del regolamento interno di cui sono dotati, approvato dallo stesso Ministero, per il tramite di mediatori a loro volta accreditati presso il medesimo Dicastero.

Il provvedimento introduce, così, anche una nuova figura giudiziaria: il mediatore, ovvero “la persona o le persone fisiche che, individualmente o collegialmente, svolgono la mediazione rimanendo prive, in ogni caso, del potere di rendere giudizi o decisioni vincolanti per i destinatari del servizio medesimo” (art. 1). A tal riguardo è opportuno evidenziare che la mediazione può essere svolta sia da un singolo mediatore, sia da un collegio di mediatori e che il mediatore, rispetto al giudice o all’arbitro, non ha potere di rendere una decisione vincolante per le parti, poiché la conciliazione opera su base volontaria e si conclude a seguito di un accordo delle stesse.

I requisiti indispensabili dell’attività del mediatore, previsti dalla lettera a) dell’art. 1, sono la terzietà e l’imparzialità. Il mediatore è un soggetto terzo indipendente rispetto alle parti e che non deve avere un interesse personale nella controversia, né come rappresentante, consulente, legale o parente. Inoltre, il mediatore deve essere imparziale, nel senso che è tenuto a non privilegiare una parte rispetto all’altra, ovvero non deve avere pregiudizi nei confronti di una delle parti in un momento precedente alla mediazione, né atteggiamenti di parzialità a favore di una parte durante la procedura di mediazione. È, inoltre, tenuto al segreto istruttorio e non potrà in alcun caso, neanche in quello nel quale le parti approdino poi a un tribunale ordinario, rivelare le dichiarazioni rese in sede di mediazione che non potranno comunque essere utilizzate in un eventuale processo ordinario. Le parti stesse si impegnano a mantenere la riservatezza su quanto accade in mediazione.

Il mediatore, privo di poteri decisori, è invece lasciato libero di condurre il procedimento attraverso la scelta delle tecniche di negoziazione e comunicazione ritenute più idonee rispetto alle circostanze del caso, alle caratteristiche e alla volontà delle parti, al tipo di conflitto che le vede coinvolte e alla necessità di trovare una rapida soluzione. Ogni mediatore ha un proprio stile e non vi sono mediazioni che seguano schemi predefiniti: molto dipende dalla preparazione del mediatore, dal suo vissuto professionale e culturale e dalla capacità di adattarsi alle circostanze e alle parti. Nello svolgimento dell’attività il mediatore dovrà comunque tenere sempre presente la cornice normativa prevista dalla legge, dal regolamento dell’organismo e dal codice etico adottato dall’organismo a garanzia di una conduzione della procedura che rispetti i principi di autodeterminazione delle parti, imparzialità, riservatezza e segretezza, neutralità e indipendenza11.

Secondo le norme attuative indicate nel D.M. n. 180/2010 il rilascio dell’abilitazione a operare quale mediatore è consentito ai soggetti che, avendo conseguito almeno una laurea triennale o, in alternativa, essendo iscritti a ordini o collegi professionali, seguano “un percorso formativo, di durata complessiva non inferiore a 50 ore, articolato in corsi teorici e pratici, con un massimo di trenta partecipanti per corso, comprensivi di sessioni simulate partecipate dai discenti, e in una prova finale di valutazione della durata minima di quattro ore” (art. 18). Inoltre, lo stesso art. 18 prosegue disponendo che “i corsi teorici e pratici devono avere per oggetto le seguenti materie: normativa nazionale, comunitaria e internazionale in materia di mediazione e conciliazione, metodologia delle procedure facilitative e aggiudicative di negoziazione e di mediazione e relative tecniche di gestione del conflitto e di interazione comunicativa, anche con riferimento alla mediazione demandata dal giudice, efficacia e operatività delle clausole contrattuali di mediazione e conciliazione, forma, contenuto ed effetti della domanda di mediazione e dell’accordo di conciliazione, compiti e responsabilità del mediatore”. Al corso base di cinquanta ore deve poi far seguito, onde mantenere l’abilitazione, uno specifico percorso formativo di aggiornamento di diciotto ore biennali, articolato in corsi teorici e pratici comprensivi di simulazioni o di sessioni di mediazione. Il legislatore, riconoscendo l’ampio spettro di qualità richieste al mediatore, ha apportato alcune modifiche al decreto attuativo n. 180/2010 attraverso l’approvazione del D.M. n. 145/2011 pubblicato sulla G. U. n. 197 del 25 agosto 2011. In particolare, nel nuovo regolamento è stata aggiunta “la partecipazione, da parte dei mediatori, nel biennio di aggiornamento e in forma di tirocinio assistito, ad almeno venti casi di mediazione svolti presso organismi iscritti” (art. 2); viene, altresì, stabilito che il regolamento degli organismi di mediazione debba prevedere “criteri inderogabili per l’assegnazione degli affari di mediazione predeterminati e rispettosi della specifica competenza professionale del mediatore designato, desunta anche la tipologia di laurea universitaria posseduta” (art. 3).

Il mediatore è dunque un professionista che ha unito alla sua professionalità di base le conoscenze delle tecniche di gestione dei conflitti e di negoziazione nelle controversie, psicologia della comunicazione, prossemica, mimica, tecniche di risoluzione alternative delle controversie, gestione delle emozioni. Il mediatore deve essere anche in grado di capire ciò di cui le parti stanno parlando: la conoscenza nelle materie imposte per legge serve al mediatore non per affrontare il problema da un punto di vista giuridico, come farebbe un legale, ma per applicare efficacemente quelle tecniche di comunicazione che ha acquisito. La mediazione opera in circostanze ben precise e concrete: possedere delle competenze di tipo psicologico e comunicativo non può esimere dall’attrezzarsi delle indispensabili conoscenze specifiche del campo in cui si opera. All’opposto, nessun aspirante mediatore può considerarsi tranquillamente al riparo nella “nicchia” della propria competenza tecnica specifica12,13.

In caso di controversie che richiedono specifiche competenze tecniche, il legislatore ha comunque previsto la figura di esperti diversi dal mediatore, eventualmente formati alle tecniche di mediazione, secondo quanto statuito dall’art. 8, commi 1 e 4, del D.Lgs. n. 28/2010. Pertanto, se l’organismo di mediazione deve affrontare un procedimento che richiede specifiche competenze tecniche può nominare uno o più mediatori ausiliari, scegliendoli fra gli esperti formati di cui può eventualmente disporre, oppure, se ciò non è possibile, il mediatore potrà avvalersi di esperti iscritti negli albi dei consulenti presso i tribunali14.

In materia medica, per quanto riguarda la mediazione obbligatoria, perplessità sono insorte in merito alla mancanza di un disposto normativo che obblighi il mediatore a estendere la partecipazione al procedimento di mediazione a tutti i soggetti coinvolti nel contenzioso, dai rappresentanti della compagnia assicurativa e della struttura sanitaria, pubblica o privata, a tutta l’équipe medica. In realtà, la mediazione è un istituto concepito sulla base delle esigenze delle parti, che trova nella dinamicità e nella flessibilità della procedura due sue peculiari caratteristiche; pertanto il mediatore si trova già nella possibilità di coinvolgere nel procedimento tutte le parti in conflitto ma, soprattutto, è tenuto a farlo al fine di perseguire l’obiettivo stesso della mediazione, ovvero consentire alle parti in lite il raggiungimento di un accordo condiviso, stabile e reale.

La mediazione e le recenti novità normative

Nel corso dei primi due anni di applicazione del D.Lgs. n.28/2010 diversi giudici (sia in sede civile, sia amministrativa) hanno disposto dei rinvii alla Corte Costituzionale affinché si pronunciasse sulla legittimità della nuova normativa sotto diversi profili. Con sentenza depositata nel dicembre 2012 la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di alcune delle disposizioni del D. Lgs. 28/2010, in particolare l’obbligatorietà del tentativo di mediazione.

Di conseguenza, una volta venuta meno l’obbligatorietà i procedimenti di mediazione hanno subito una drastica battuta di arresto fino a giugno del 2013, quando nel contesto normativo sono state introdotte significative novità.

Con il decreto cosiddetto “del fare” (D.L.  21 giugno 2013, n. 69), convertito con modifiche nella legge n. 98 del 9 agosto 2013, il D.Lgs. n.28/2010 ha subito numerosi cambiamenti. In primo luogo, è stata reintrodotta l’obbligatorietà del tentativo di mediazione, ma con alcune importanti differenze rispetto al sistema precedente: le parti, per soddisfare la condizione di procedibilità, sono tenute a partecipare solo a un primo incontro nel corso del quale il mediatore chiarisce loro la funzione e le modalità della mediazione, dopodiché si dovranno esprimere sulla possibilità di iniziare il relativo procedimento o meno.

La partecipazione all’incontro preliminare è gratuita, a eccezione delle sole spese di avvio qualora le parti non vogliano procedere con la mediazione.

Nell’attuale versione dell’obbligatorietà si specifica che nel suo ambito vi rientrano le controversie relative alla responsabilità sanitaria, oltre a quella medica: tale specificazione è decisamente utile per evitare ogni precedente dubbio sull’eventuale coinvolgimento nelle richieste di risarcimento, oltre che dei medici, anche delle strutture sanitarie. È stato altresì aggiunto un termine di efficacia di quattro anni, allo scadere del quale l’obbligatorietà potrà essere prolungata solo attraverso un nuovo intervento normativo.

Una novità introdotta, di non poca importanza e che interessa particolarmente la mediazione nelle controversie in responsabilità sanitaria, è l’inserimento dell’art.696 bis del Codice di Procedura Civile, per cui se si va nella direzione di un accertamento tecnico preventivo in funzione di conciliazione della lite non c’è la necessità di tentare prima la mediazione presso un organismo; in tal caso si pone tuttavia il problema sul tipo di caratteristiche che dovrebbe avere il CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio), il quale pur svolgendo una funzione di mediazione non ha i requisiti formativi del mediatore.

Di enorme rilievo è anche il ruolo che è stato attribuito agli avvocati in mediazione. Si è infatti previsto che le parti, nelle materie nelle quali la mediazione è condizione di procedibilità, siano tenute a servirsi dell’assistenza di un avvocato sia nell’esperimento del tentativo di mediazione che nel corso dell’eventuale procedimento di mediazione.

Altrettanto importante è il ruolo del legale nella fase finale dell’incontro di mediazione: l’accordo sottoscritto dalle parti e dagli avvocati che li assistono costituisce direttamente titolo esecutivo e titolo per l’iscrizione di ipoteca giudiziale , senza necessità di omologa da parte del presidente del Tribunale, ferma restando la possibilità, già prevista precedentemente, di chiederne l’omologa al Tribunale a prescindere dalla firma degli avvocati sul verbale di accordo o qualora l’accordo non sia sottoscritto dai legali che assistono le parti.

Inoltre, gli avvocati sono oggi “mediatori di diritto”, con la precisazione che, con il richiamo che nel decreto viene fatto all’art. 55 bis del loro codice deontologico, restano fermi gli obblighi di formazione e aggiornamento per gli avvocati iscritti nell’elenco degli organismi di mediazione. Anche ai giudici è stato conferito un ruolo ancora più rilevante per agevolare lo sviluppo della mediazione: il magistrato, nel corso del giudizio, può disporre l’esperimento del procedimento di mediazione, che così costituisce condizione di procedibilità del giudizio stesso.

Ulteriori novità sono costituite dall’individuazione di un criterio di competenza territoriale per la scelta dell’organismo presso il quale depositare la domanda di mediazione, che dovrà essere quello del giudice territorialmente competente per la controversia, e dalla riduzione della durata del procedimento di mediazione da quattro a tre mesi. Tuttavia, ci si domanda se la competenza territoriale possa essere derogabile e quali siano le conseguenze quando le parti non sono assistite dai propri avvocati, oppure venga scelto un organismo che non ha competenze in base alle norme del decreto.

Sostanzialmente l’orientamento dovrebbe essere quello che, qualora l’accordo sia raggiunto, la mancata assistenza degli avvocati e il mancato rispetto della competenza territoriale non avranno nessuna ricaduta; al contrario, se l’accordo non viene raggiunto si tenderà a ritenere non assolta la condizione di procedibilità se la domanda di mediazione è stata presentata presso un organismo non competente e se il procedimento di mediazione si è svolto senza l’assistenza dell’avvocato.

Conclusioni

Il costante aumento del numero di contenziosi per errori professionali pone l’accento sulla trasformazione del rapporto fiduciario medico-paziente in un rapporto conflittuale, che mette in difficoltà

entrambe le parti: il medico si trova a dover sostenere per anni il peso del sospetto di colpevolezza e il paziente deve attenderne altrettanti per un risarcimento che rappresenta il più delle volte un riconoscimento tardivo.

Spesso i conflitti generano da motivazioni profonde, legate a offese morali che non riescono a trovare un riconoscimento nella pena inflitta o nel risarcimento pecuniario.

Largamente usata nei paesi anglosassoni, la mediazione ha un’elevata possibilità di successo, potendo fornire una risoluzione extragiudiziale conveniente e rapida delle controversie attraverso procedure concepite in base alle esigenze delle parti. Essa si pone come uno strumento concreto, strutturato e flessibile, mirato e celere, basato su comprensione, rispetto reciproco e costruttiva creatività.

Grazie al ruolo centrale che viene dato al dialogo e al confronto, la soluzione del conflitto sarà il risultato di un processo dinamico e partecipativo tra i soggetti coinvolti, che restano i veri protagonisti della mediazione, e l’accordo raggiunto non potrà che essere più efficace dal momento che agisce sulle motivazioni profonde.

Ecco allora che la responsabilità medica si candida come materia dove maggiormente possono emergere i benefici della mediazione prima di arrivare davanti al giudice, grazie all’opportunità di incontrarsi in un campo neutro e in condizioni di assoluta parità, in un ambiente protetto e sicuro, dove la riservatezza è garantita per tutta la durata del procedimento.

Attraverso il confronto dei rispettivi vissuti, il ripristino della relazione tra medico e paziente diventa possibile poiché ascoltati dal mediatore essi possono esprimersi come persone, e come tali riconoscersi.

Ciò costituisce certamente un risparmio dei costi, non soltanto economici, elevatissimi del contenzioso, ma ha anche un valore sociale ed etico non suscettibile di valutazione economica, qualora dal confronto ne derivi la ricostruzione del legame di fiducia nel rapporto di cura.

Corrispondenza

Francesca Zangari

Via Fusconi 60

48121 Ravenna

f.zangari@tin.it

Bibliografia

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2. Pinchi V. ADR Alternative dispute resolution: esperienze a confronto Riv It Med Leg 2009;3:579-610.

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4. Castagnola A, Delfini F. La mediazione nelle controversie civili e commerciali. Padova: Cedam, 2010.

5. Martello M. L’arte del mediatore dei conflitti. Protocolli senza regole: una formazione possibile. Milano: Giuffrè, 2008.

6. De Palo G, D’Urso L, Golann D. Manuale del conciliatore professionista. Milano: Giuffrè, 2004.

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10. Bruni A, Sitzia M. Mediazioni civili e commerciali. 30 casi di successo. Sant’Arcangelo di Romagna (RN): Maggioli, 2011.

11. Savio D, Campanati E, Orlandi F. Tecniche e procedure della nuova mediazione. Sant’Arcangelo di Romagna (RN): Maggioli, 2011.

12. Cosi G, Romualdi G. La mediazione dei conflitti. Teoria e pratica dei metodi ADR. Torino: Giappichelli, 2010.

13. Zangari F. Profili di responsabilità nell’attività di mediatore ai sensi del D.Lgs. n. 28/2010. Minerva Medicolegale 2012;132(1):43-59.

14. Julini M. La mediazione nelle controversie civili e commerciali. Forlì: Esperta, 2010.

Perni individualizzati in fibre di vetro: una nuova proposta per il restauro post-endodontico

Un dente trattato endodonticamente, a causa di una lesione cariosa o di una qualsiasi patologia degenerativa, può risultare strutturalmente indebolito in quanto perde parte delle sue caratteristiche fisico-chimico-meccaniche. Dalla letteratura sappiamo che se il dente perde due o più pareti, oppure se le pareti residue hanno spessori inferiori a 2 mm, si rende necessario l’utilizzo di un perno-moncone al fine di dare supporto, ritenzione e stabilità al successivo restauro sia protesico che conservativo. Attualmente le due soluzioni più utilizzate sono i perni individualizzati fusi in metallo e i perni prefabbricati in fibre di vetro. Ciascuna delle due tipologie presenta degli indubbi vantaggi, ma anche qualche limite: il nostro lavoro nasce proprio dal desiderio di realizzare un manufatto capace di superare questi limiti unendo i vantaggi propri delle due categorie di perni.

I perni fusi

I perni fusi poiché vengono preparati dal laboratorio che si basa sull’impronta del canale sono perfettamente corrispondenti all’anatomia endodontica di quest’ultimo e quindi si adattano nel miglior modo possibile alla superficie canalare. Un altro indubbio vantaggio proprio di questi perni è il fatto di essere dei perni-moncone, cioè costituiti da un unico blocco derivante da un’unica fusione; appare evidente come un blocco unico e monolitico presenti migliori caratteristiche di resistenza e di ritenzione per il restauro coronale. I limiti di questo tipo di perni, invece, sono da individuare principalmente nel materiale utilizzato per la loro fabbricazione, cioè le leghe metalliche, indubbiamente resistenti ma con un modulo di elasticità molto differente da quello della dentina radicolare; pertanto, utilizzandoli si può esporre la radice a un aumentato rischio di frattura. C’è da aggiungere inoltre che la resa estetica nel restauro finale non è delle migliori poiché per mascherare la presenza del metallo al di sotto del restauro coronale sarà necessario utilizzare per quest’ultimo ceramiche più opache, meno traslucenti e, in definitiva, con una resa del colore meno naturale. Un ultimo limite, proprio dell’impiego della tecnica del perno-moncone fuso, è la necessità di più appuntamenti per arrivare al restauro definitivo.

I perni in fibra di vetro

I perni in fibra di vetro, invece, avendo un modulo di elasticità di 42GPa, quindi più vicino a quello della dentina (Modulo di Young 18,6 GPa), riducono il rischio di frattura della radice. Inoltre possiedono una resa estetica sicuramente migliore: essendo infatti bianchi o traslucenti, si integrano piuttosto bene all’interno del restauro finale. Anche questi perni però non sono esenti da difetti, e il più grande è sicuramente il loro adattamento; infatti, nonostante vengano prodotti perni diversi per conicità, forma e dimensioni, essendo prefabbricati essi non riescono mai ad adattarsi perfettamente alle innumerevoli varianti anatomiche presenti in natura (Figura 1).

Quindi, per cercare di ottenere un adattamento che sia il migliore possibile, ma che comunque non sarà mai perfetto, si può agire in due direzioni, ossia alesando ulteriormente il canale, sacrificando altro tessuto e indebolendo maggiormente la radice del dente, oppure cercando di colmare il gap residuo tra lume canalare e superficie del perno con una quantità maggiore di cemento, incorrendo però in questo modo in una maggior contrazione da polimerizzazione, con un relativo aumento delle possibilità di distacco del perno dalla cavità radicolare. Successivamente, quando si deve ricostruire il moncone, si presenta un’altra criticità di questa tecnica: infatti è necessario utilizzare un altro materiale, di solito composito, con tutti i rischi che questo comporta e cioè una nuova contrazione da polimerizzazione e soprattutto la creazione di una nuova interfaccia basata sull’adesione, ovvero quella tra perno e moncone, in aggiunta a quella già presente costituita da perno e cemento.

Tutto questo si traduce nell’introduzione all’interno del “sistema restauro” di due zone di fragilità, in quanto seppure le tecniche di adesione moderne ormai garantiscano buoni margini di sicurezza si tratta pur sempre di due zone di minor resistenza e potenzialmente soggette a distacco. Infine, il moncone deve essere ricostruito in eccesso e successivamente preparato di nuovo, generando vibrazioni potenzialmente dannose per il sistema adesivo che dalla turbina si diffondono al moncone e al dente. Inoltre, per permettere al laboratorio di realizzare un corretto restauro gli spessori devono essere calcolati dall’odontoiatra direttamente sul paziente e non sul modello in laboratorio; tutto ciò alla fine si traduce in un’ulteriore quantità di tempo necessaria per arrivare al restauro definitivo e soprattutto in una minore precisione di quest’ultimo.

Presentazione del caso

Nel tentativo di superare i limiti di queste due tecniche abbiamo ipotizzato che la soluzione ideale potesse essere un perno individualizzato in fibra di vetro (Figura 2).

Per ottenere tale manufatto è stato necessario fare ricorso a una tecnologia che sta iniziando a essere sempre più presente all’interno dello studio odontoiatrico, ovvero la tecnica di progettazione e modellazione CAD/CAM.

È infatti grazie a questa tecnologia che si può ottenere un’impronta digitale del canale che sarà utilizzata dal fresatore automatizzato per intagliare da un blocchetto ottenuto partendo da cialde di fibra di vetro (Tabella 1) un perno la cui forma è perfettamente corrispondente al lume canalare (Figure 3a-3b).

Bisogna comunque precisare che anche se la tecnologia CAD/CAM è indispensabile per poter realizzare il perno da noi ideato, non è comunque strettamente necessario averla all’interno dello studio; infatti si può tranquillamente prendere l’impronta del canale in modo tradizionale con materiali siliconici, facendola però sviluppare in laboratori attrezzati con tecnologia CAD/CAM, dove scannerizzando il modello in gesso sviluppato dall’impronta in silicone si può ottenere una versione digitale dello stesso da cui creare in seguito il modello digitale e successivamente fisico del perno individualizzato in fibre di vetro.

I vantaggi di un simile manufatto sono dovuti alle proprietà fisiche ed estetiche proprie della fibra di vetro, ma ancora di più alla perfetta corrispondenza tra la forma del perno e l’anatomia del canale radicolare; in questo modo sarà necessario meno materiale per la cementazione, diminuendo così la contrazione da polimerizzazione e quindi il rischio di distacco del perno dalla superficie del canale (Figure 4a-4b).

Una caratteristica ancora più importante del perno così costruito è quella di essere innanzitutto un perno-moncone, con tutti i benefici che questo comporta: trattandosi di un blocco unico monolitico, per di più costituito interamente da un solo materiale resistente ma flessibile, conferirà il massimo rinforzo possibile all’elemento dentario.

Ultimo vantaggio, ma non meno importante, che deriva dall’utilizzo di questo nuovo tipo di perno è il risparmio di tempo in poltrona: infatti, utilizzando la tecnologia CAD/CAM e non essendoci la necessità di ricostruire il moncone con il composito saranno necessari meno passaggi e soprattutto meno appuntamenti per arrivare al restauro definitivo.

Conclusioni

Vogliamo ricordare come la nostra sia una nuova proposta per restaurare un elemento dentario dopo la terapia endodontica e la sua validità dovrà essere valutata attraverso una serie di test sulle proprietà fisiche e meccaniche del perno così ideato, nonché attraverso prove di trazione per valutare l’efficacia dell’adesione tra perno e pareti. In attesa di questo possiamo comunque già prospettare come dall’utilizzo di questo tipo di perno possa derivare un notevole risparmio di tempo, con un vantaggio sia per l’operatore che per il paziente.

Inoltre, sarebbe auspicabile anche un ulteriore passo avanti dal punto di vista del software, che potrebbe offrire la possibilità di creare non solo il perno-moncone individualizzato ma anche la sovrastante corona protesica, il tutto servendosi della stessa impronta digitale, presa successivamente all’adeguata preparazione del dente. Ovviamente tutto questo deve essere subordinato alla possibilità clinica di ottenere un adeguato effetto ferula. Il vantaggio sarebbe innanzitutto quello di un ulteriore risparmio di tempo e di sedute, visto che sarebbe possibile cementare tutto, perno-moncone e corona, nello stesso appuntamento; ma soprattutto si eviterebbero traumi ripetuti al perno dovuti al pull-out conseguente alla rimozione del provvisorio.

Corrispondenza

Angelo Sonaglia
dott.sonaglia@gmail.com
Alessio Tariciotti
alessio.tariciotti@gmail.com

Bibliografia

Dietschi D, Duc O, Krejci I, Sadan A. Biomechanical considerations for the restoration of endodontically treated teeth: a systematic review of the literature-Part I. Composition and micro- and macrostructure alterations. Quintessence Int 2007 Oct;38(9):733-43.

Dietschi D, Duc O, Krejci I, Sadan A. Biomechanical considerations for the restoration of endodontically treated teeth: a systematic review of the literature, Part II. Evaluation of fatigue behavior, interfaces, and in vivo studies. Quintessence Int 2008 Feb;39(2):117-29.

Tang W, Wu Y, Smales RJ. Identifying and reducing risks for potential fractures in endodontically treated teeth. J Endod 2010 Apr;36(4):609-17.

Al-Omiri MK, Mahmoud AA, Rayyan MR, Abu-Hammad O. Fracture resistance of teeth restored with post-retained restorations: an overview. J Endod 2010 Sep;36(9):1439-49.

Goracci C, Ferrari M. Current perspectives on post systems: a literature review. Aust Dent J 2011 Jun;56 Suppl 1:77-83.

L’odontoiatria forense nell’identificazione umana

dentista bite bruxismo trattamento

L’odontoiatria forense prevede l'elaborazione, la revisione e la valutazione di caratteristiche dentali con lo scopo di produrre dati scientifici e oggettivi nei processi legali. Le impronte dentali possono identificare un individuo o offrire le informazioni necessarie alle autorità per stabilire negligenza, frode o abuso. Tradizionalmente l’odontoiatria forense si fondava sul paragonare le impronte e radiografie dentali post-mortem e quelle ante-mortem (del vivente) valutando la presenza di otturazioni dentali, trattamenti endodontici, corone o ponti, la presenza di malocclusioni o fratture dentali per determinare se potessero corrispondere allo stesso individuo. Tali tecniche però ora sono meno diffuse a causa della maggiore efficienza delle tecniche di biologia molecolare. Mediante queste ultime è possibile isolare cellule dello smalto, della dentina e della polpa dentale offrendo una preziosa fonte di DNA. Gli autori hanno condotto una ricerca con PubMed-Medline degli ultimi 5 anni, dal 1 ottobre 2007 al 1 ottobre 2012, usando le seguenti parole-chiave: "Odontoiatria forense" (n = 464 articoli), "odontologia forense" (n = 141 articoli), "identificazione odontoiatria forense" (n = 169 articoli). Oltre a questi iniziali 774 articoli, ne sono stati inclusi altri considerati importanti e ottenuti da una ricerca manuale. Gli autori hanno esaminato i titoli e gli abstract per identificare le pubblicazioni pertinenti. Degli articoli pertinenti è stato poi rintracciato anche il testo completo. Le pubblicazioni sono state quindi divise in tre gruppi:

  • studi buccodentali per l’individuazione comparativa,
  • studi buccodentali per l’identificazione ricostruttiva (determinazione dell'età; rugoscopia e cheiloscopia; determinazione del sesso),
  • studi sul morso come metodo per identificare l'aggressore e ruolo del DNA nell'identificazione dentale.

Studi buccodentali per l’individuazione comparativa

Mediante il paragone tra impronte dentali, radiografie e esame clinico ante-mortem e post-mortem è possibile approdare all’identificazione degli individui. I dati statistici disponibili indicano che gli studi bucco- dentali contribuiscono all'individuazione delle vittime di catastrofi fino all’80% dei casi. La percentuale di identificazione dipende dalla natura della catastrofe, dalla nazionalità delle vittime, dall'incidenza dei diversi tipi di trattamenti dentali, dalla disponibilità di adeguate impronte dentali e dal grado di deterioramento dei denti.

Studi buccodentali per l’identificazione ricostruttiva 

Questi studi possono portare all’identificazione dell’età del soggetto analizzando le usure occlusali, le recessioni gengivali, la deposizione di dentina secondaria e terziaria, la trasparenza radicolare, la densità ossea. Anche la rugoscopia può essere di fondamentale aiuto nell’identificazione di un soggetto o nella determinazione della sua età. Le rughe palatali sono presenti per la vita, a partire dal terzo mese di sviluppo intrauterino. Sono uniche per ogni individuo (compresi i gemelli) e sono relativamente ben protette dalle labbra, dai denti, dalla bolla di Bichat e dalle ossa mascellari e ciò implica che siano meno influenzate dalla decomposizione e dall'incenerimento. Lo studio delle rughe palatali è da considerare un metodo di identificazione paragonabile a quello delle impronte digitali della persona. La cheiloscopia invece è quella branca che studia le labbra degli individui permettendone anch’essa l’identificazione, fornendo elementi per stabilire età e sesso.

Il ruolo del DNA nell’ Identificazione Dentale

La cavità orale è una fonte utile di DNA. Quest'ultimo è ottenuto dalla saliva, dalle cellule della mucosa orale e dei denti. La fonte principale di DNA è il sangue, anche se in alcune situazioni questo tipo di elemento non è disponibile per l’analisi. Nei denti il DNA si trova nel tessuto pulpare, dentina, cemento, legamento parodontale e osso alveolare e a causa della resistenza dei tessuti duri dei denti alle azioni ambientali quali l’incenerimento, immersione, traumi o decomposizione, il tessuto pulpare risulta un’ottima fonte di DNA. I campioni di tessuto pulpare sono raccolti in tre modi: schiacciamento, sezionamento del dente orizzontale o verticale, oppure tramite un accesso endodontico. 

Forensic dentistry in human identification: A review of the literature

Autori:
Javier Ata-Ali,
Fadi Ata-Ali

J Clin Exp Dent. 2014 Apr 1;6(2):e162-e167. eCollection 2014

ASA Dental sorride con gli Amici di Brugg

Asa Dental, l’azienda italiana leader nella produzione di numerose tipologie di attrezzature e dispositivi per dentisti e odontotecnici, parteciperà ancora una volta al Congresso degli Amici di Brugg (Rimini, 22/24 maggio, Padiglione C7, stand 101, corsia 3) con nuovi prodotti, nuove iniziative dedicate ai professionisti del settore e nuove modalità di comunicazione per favorire la diffusione e la crescita del know how.

Verranno presentati i guanti in nitrile e saranno presenti Easy Key, il sistema per montare in articolatore i modelli di lavoro in appena 1 minuto, contro i 18 minuti del sistema classico e senza utilizzare gesso, gli innovativi articolatori e le cannule aspirasaliva, apprezzate in tutto il mondo e oggi disponibili anche nelle versioni aromatizzate e prive dei nocivi ftalati.

Attorno alle novità, Asa Dental ha costruito il nuovo catalogo 2014, scegliendo come principio ispiratore il tema della mission aziendale, Make people smile, e producendolo in formato digitale oltre che cartaceo (è disponibile in download sul sito di Asa Dental People, l’esclusivo Club Asa per i professionisti del dentale). Grazie al club Asa l’azienda porta avanti numerose iniziative dedicate a favorire la crescita delle capacità professionali (con attività di formazione, contenuti ecc.), il miglioramento del business (grazie a sconti e promozioni speciali) e la qualità della vita (con convenzioni speciali per vacanze e tempo libero).

Per informazioni:
Leonardo Ristori – RGR
Comunicazione Marketing
Tel. 0587294350
ristori@rgr.it

Ortodonzia e odontoiatria restaurativa: una stretta collaborazione interdisciplinare quotidiana

• Elena Bazzini1

• Luca Boschian Pest

• Giovanna Garattini2

1Consulente Rep. di Ortognatodonzia
Az. Osp. San Paolo, Milano

2Prof. Ass. Malattie Odontostomatologiche, Università degli Studi di Milano

Riassunto

Il caso clinico presentato è rappresentativo della stretta collaborazione che tutti i giorni lega due tra le discipline odontoiatriche più esercitate: l’ortodonzia e l’odontoiatria restaurativa. In particolare, verrà presentata una situazione clinica che capita spesso di ritrovare sulla propria poltrona; verrà descritto il trattamento ortodontico effettuato e mostrato come l’integrazione tra le diverse discipline odontostomatologiche conduca a risultati sicuramente migliori rispetto a quelli che si otterrebbero con le singole specialità. Verrà fornita una testimonianza di come l’odontoiatria restaurativa diretta, se ben eseguita, possa vantaggiosamente conciliare il risultato estetico con le differenti possibilità economiche.

Summary

Orthodontics and restorative dentistry. An important “everyday” cohoperation

This case report is representative of “an every day” cohoperation that happens in our private practice: orthodontics and restorative dentistry. The Authors will describe a tipical orthodontic clinical case that shows that the team-work gives always better results. This clinical case proves that direct composite restorations, if well conducted, are a reliable and less expensive means that gives good esthetics results.

La scelta di presentare questo caso clinico è stata effettuata secondo i seguenti criteri:

  • mostrare una situazione clinica che capita spesso di ritrovare sulla propria poltrona;
  • descrivere in modo chiaro il trattamento ortodontico effettuato;
  • mostrare come l’integrazione tra le diverse discipline odontostomatologiche (in questo caso, ortodonzia e odontoiatria conservativa) conduca a risultati sicuramente migliori rispetto a quelli che si otterrebbero con le singole specialità;
  • fornire una testimonianza di come l’odontoiatria restaurativa diretta, se ben eseguita, possa vantaggiosamente conciliare il risultato estetico con le differenti possibilità economiche.

G.C. è una giovane adulta che dopo avere affrontato un periodo di ortodonzia intercettiva mirato a evitare l’inclusione dei canini superiori è stata sottoposta alla terapia ortodontica fissa per allineare le arcate dentarie e, soprattutto, avere un sorriso più armonico.  Abbiamo raccolto la documentazione necessaria per lo studio del caso (OPT, Figura 1a, teleradiografia del cranio in proiezione latero-laterale, modelli di gesso e fotografie cliniche intra- ed extra-orali) e la diagnosi che ne è derivata è stata di buona armonia del viso (Figure 1b-1d) e dello scheletro (Figura 1e), disallineamento delle due arcate, microdonzia di 1.2 e 2.2 e caratteristica forma degli incisivi centrali superiori “a botte” (equatore del dente più largo del bordo incisale) (Figure 1f-1m). 

È stato necessario avvisare la paziente dell’opportunità, a fine trattamento ortodontico, di adeguare la forma e la dimensione dei quattro incisivi superiori allo spazio disponibile in arcata, stante i problemi di forma e dimensione dei denti anteriori. Diversamente sarebbero rimasti degli spazi fra i denti.

Il “reshaping” di questi elementi e dei canini superiori in resina composita (restauri diretti) è stato definitivamente pianificato a fine ortodonzia, dopo avere realizzato e mostrato alla paziente la ceratura diagnostica delle future ricostruzioni. Tale metodica risulta essere di basso costo biologico ed economico, accessibile pertanto a molti pazienti.

Il risultato estetico a fine cura è stato di grande soddisfazione sia per la paziente che per gli operatori. Breve descrizione del caso:

  • notevole discrepanza tra età dentaria (iniziale eruzione dei canini superiori e assenza dei settimi superiori in arcata) e anagrafica (15 anni);
  • I classe scheletrica, dimensione verticale anteriore diminuita, normodivergente;
  • retrusione del mascellare superiore (modesta) e insufficiente supporto del labbro superiore;
  • lieve asimmetria mandibolare (deviazione verso sinistra) che causa una non perfetta coincidenza delle linee mediane;
  • corridoi buccali molto evidenti;
  • I classe dentaria molare; classe canina non valutabile;
  • microdonzia 1.2 e 2.2;
  • alterazione della forma di 1.1 e 2.1.

I gruppi di Figure 2, 3 e 4 mostrano l’iter terapeutico compiuto.

Corrispondenza

elenabazzini@fastwebnet.it

Sutura sospesa doppia

sutura doppia sospesa

• Carlo Tinti1

• Stefano Tinti

• Stefano Parma-Benfenati2

1MD, DDS

2MD, DDS, MSD

Riassunto

Molteplici sono le tecniche di sutura proposte e ognuna di esse è in grado di esercitare in modo peculiare una trazione sul lembo precedentemente sollevato così da poterlo posizionare e stabilizzare nella posizione desiderata1.

Qualora l’esigenza fosse quella di adattare (abbracciare) il margine gengivale del lembo sollevato al profilo di emergenza del dente o dell’impianto, la sutura sospesa semplice è in grado di svolgere perfettamente questa manovra2.

Il limite della sutura sospesa semplice però è costituito dal fatto che essa è in grado di adattare solo un lembo o sull’aspetto vestibolare o su quello palatale. Qualora entrambi i lembi vestibolare e palatino dovessero essere adattati all’elemento emergente, sarà necessario eseguire due suture sospese semplici, una prima per adattare il lembo vestibolare e una seconda per adattare il lembo palatino.

Scopo di questo lavoro è illustrare una nuova tecnica di sutura, definita “sutura sospesa doppia”, in grado di permettere ai lembi vestibolare e palatale di abbracciare contemporaneamente l’elemento dentale o implantare.

Summary

Double sling suture

There are many suturing techniques proposed and each of them is able to exercise in a peculiar way a pull on the flap previously raised, so that it can be placed and stabilized in the desired position1.

If the requirement was to adapt (embrace) the gingival margin of the flap raised to the emergence profile of the tooth or implant, the simple sling suture is able to perform this maneuver perfectly2.

The limit of the simple sling suture, however, consists in the fact that this suture is able to adapt only a flap either on the palatal or on the buccal side. If both buccal and palatal flaps were to be adapted to the emerging element, you will need to perform two simple sling sutures, one for adapting the buccal flap and a second to adapt the palatal flap.

The aim of this work is to present a new suture technique, called “double sling suture”, able to embrace with both flaps the dental or the implant element in only one step.

Il successo di ogni tipo di chirurgia parodontale, e non solo, non è esclusivamente correlato a un’incisione precisa, a un buon disegno del lembo, a una meticolosa levigatura radicolare, a un accurato sbrigliamento del difetto parodontale, ma certamente anche a una corretta scelta della tecnica di sutura e all’utilizzo di un materiale appropriato.

Ricordando che tutti i processi di guarigione sono condizionati dalla formazione, protezione e maturazione del coagulo, risulta chiaro quanto sia discriminante il management dei tessuti molli e le tecniche di sutura con cui vengono posizionati e stabilizzati3.

Cinque possono essere considerate le posizioni discriminanti dove un lembo sollevato può essere posizionato4:

  1. coronalmente alla posizione in cui si trovava prima di essere sollevato;
  2. riposizionato nella stessa posizione in cui si trovava prima di essere sollevato;
  3. apicalmente alla posizione in cui si trovava, ma coronale alla cresta ossea;
  4. apicalmente alla posizione in cui si trovava, ma a livello della cresta ossea;
  5. apicalmente alla cresta ossea.

È ovvio che ognuna di queste posizioni comporterà un processo di guarigione diverso e a tal fine la sutura prescelta sarà a sua volta discriminante!

Vari sono gli obiettivi che possono essere ottenuti con una buona tecnica di sutura eseguita in modo magistrale con un materiale appropriato5:

  1. proteggere l’osso sottostante;
  2. ottenere una completa chiusura dei lembi;
  3. ottenere un preciso adattamento dei lembi all’architettura ossea sottostante evitando il residuare di spazi morti;
  4. adattare perfettamente i lembi all’emergenza dei denti o degli impianti;
  5. stabilizzare il lembo nella posizione desiderata;
  6. controllare il sanguinamento evitando spiacevoli complicazioni post-operatorie;
  7. minimizzare il dolore e il discomfort post-operatorio.

Allo stesso modo le caratteristiche ideali dei fili possono essere riassunte in6:

  • biocompatibile;
  • riassorbibile;
  • non riassorbibile;
  • multifilamento;
  • monofilamento;
  • di facile manipolazione;
  • resistente;
  • versatile;
  • in grado di mantenere la tensione nel tempo;
  • in grado di evitare che i nodi si allentino;
  • assenza di effetto capillare;
  • ridotto accumulo di placca;
  • facilmente reperibile;
  • di costo ridotto;
  • in confezione sterile.
  • In ultima analisi, gli aghi solitamente in acciaio inossidabile sono commercialmente disponibili in varie forme e dimensioni selezionate in base alle caratteristiche dei tessuti. L’ago può penetrare (corpo rotondo) o tagliare (dorso tagliente) il tessuto gengivale.

Materiali e metodi

La sutura sospesa semplice permette un preciso e accurato posizionamento dei lembi attorno ai denti o agli impianti singoli. Abbracciando l’elemento emergente, dente o impianto, mantiene il lembo in posizione coronale.

L’ago penetra il tessuto vestibolare in direzione vestibolo-palatina, ingaggiandolo circa 2 mm apicalmente al margine coronale (Figura 1).

Passa lo spazio interprossimale e rimanendo sospeso palatalmente all’elemento emergente ritorna vestibolarmente attraversando lo spazio interprossimale mesiale dopo avere ingaggiato nuovamente il lembo vestibolare (Figura 2).

L’ago torna palatalmente percorrendo la strada a ritroso (Figura 3).

Tornato sull’aspetto vestibolo-distale, dove si era iniziata la sutura, viene eseguito il nodo di bloccaggio (Figura 4).

Sutura continua simultanea interdentale: questa tecnica di sutura permette di suturare contemporaneamente sia il lembo vestibolare che quello palatino. Dovendo però passare in modo alternato tre volte ogni spazio interprossimale, risulta molto difficile riuscire a ottenere una tensione omogenea in tutti i punti (Figure 5, 6).

Spesso nonostante si utilizzi un tipo di filo molto scorrevole, indispensabile per questa tecnica, risulta proibitivo tendere il filo correttamente e in questo arduo tentativo è facile tagliare i tessuti con il filo.

Questa eventualità elimina immediatamente l’efficacia della sutura e può spesso interferire significativamente sul processo di guarigione della ferita portando in casi estremi a un insuccesso della terapia chirurgica.

La sutura sospesa doppia

Questa nuova tecnica di sutura abbraccia l’elemento singolo dentale o implantare sia sul lato vestibolare che sul lato palatino in modo semplice e molto efficace.

  • Permette al clinico di stabilizzare i tessuti coronalmente in modo ottimale e con grande risparmio di tempo rispetto alle altre alternative di sutura possibili.
  • L’ago penetra il lembo vestibolare in direzione vestibolo-palatina, passa lo spazio interprossimale e penetra il lembo palatino (Figure 7a-7b).
  • Ritornando nello stesso spazio interprossimale, gira attorno all’elemento emergente sull’aspetto vestibolare e penetra nuovamente il lembo palatino sull’aspetto distale (Figure 8a-8b).
  • Ripassando dallo spazio interprossimale distale, l’ago torna vestibolarmente, penetra in senso vestibolo-palatino il lembo vestibolare sull’aspetto distale (Figure 9a-9b).
  • Gira attorno all’elemento emergente sull’aspetto palatino (Figure 10a-10b).
  • Ritorna vestibolarmente sull’aspetto mesiale dove viene eseguito il nodo (Figure 11a-11b).

Conclusioni

  • La sutura non rappresenta l’ultimo banale step di una chirurgia; spesso invece costituisce una fase molto importante e discriminante del successo di tutto l’intervento chirurgico.
  • È in questa fase finale dell’intervento che non raramente fatica e nervosismo giungono a complicare un delicato momento in cui invece serve una particolare concentrazione.
  • Nel ricercare le ragioni del successo, materiali di ottime qualità associati a tecniche semplici ed efficaci da sempre costituiscono fattori da non sottovalutare.
  • Utilizzata ormai da più di un anno in svariati interventi chirurgici, la sutura sospesa doppia si è sempre dimostrata molto efficace ed efficiente in ogni circostanza in cui è stata applicata.
  • Associata a un ago e un filo di buone qualità ed eseguita in modo magistrale, si è rivelata un nuovo, valido e semplice aiuto in più per il chirurgo.
  • Corrispondenza

Carlo Tinti

tinticarlo@tiscali.it

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Utilizzo del concentrato di fibrina ricca di piastrine (PRF) associato all’avulsione di terzi molari inferiori: studio comparativo sulla guarigione dei tessuti molli

concentrato-di-fibrina-ricca-di-piastrine-prf-avulsione-terzi-molari

• Roberto Micolani

• Luigi Tagliatesta

• Matteo Doto

• Giuseppe Di Martino

• Matteo Chiapasco

Università degli Studi di Milano - Dipartimento
di Scienze della Salute, Unità di Chirurgia Orale (Direttore: Prof. M. Chiapasco)

Riassunto

L’obiettivo di questo studio è stato quello di valutare l’efficacia del concentrato di fibrina ricca di piastrine (PRF) posizionato nell’alveolo post-estrattivo di terzi molari inferiori nella guarigione parodontale dei secondi molari e sul controllo del dolore post-operatorio. Utilizzando una metodica split-mouth sono stati estratti 20 terzi molari inferiori in un campione di 10 pazienti. In seguito alle avulsioni è stato posizionato il coagulo di PRF in un alveolo (gruppo studio) mentre nel secondo alveolo non è stato inserito alcun materiale (gruppo controllo). Prima delle avulsioni e tre mesi dopo l’intervento chirurgico sono stati registrati i valori di sondaggio distale dei secondi molari di entrambi i gruppi, l’indice di placca e di sanguinamento. È stato eseguito il test dei ranghi con segno di Wilcoxon per verificare differenze statisticamente significative tra i 2 gruppi. Le misurazioni pre-operatorie di sondaggio parodontale, BOP e indice di placca sono risultate simili in entrambi i gruppi. A tre mesi le misurazioni hanno rilevato una diminuzione del sondaggio parodontale nel gruppo PRF (prima dell’intervento: 2,95 mm; dopo l’intervento: 2,21 mm) rispetto al gruppo senza PRF (prima dell’intervento: 2,18 mm; dopo l’intervento: 2,16 mm). Gli indici di placca e di sanguinamento sono risultati simili in entrambi i gruppi. Non è stato rilevato alcun miglioramento del dolore significativo nel gruppo PRF: la valutazione del dolore post-operatorio con scala analogico-visiva è risultata essere in media 6,1 per il gruppo studio e 6,3 per il gruppo controllo. Le differenze tra i 2 gruppi non sono risultate statisticamente significative (livello di significatività α=0,05) né sulla percezione del dolore (p=0,4872), né per i sondaggi post-chirurgici (p=0,1278). I risultati di questo studio sembrerebbero dimostrare un piccolo miglioramento nella guarigione dei tessuti molli dopo avulsione di terzi molari mandibolari, sebbene le differenze tra i due gruppi non siano risultate statisticamente significative. Non sono stati evidenziati miglioramenti sul controllo del dolore post-operatorio.

Summary

Platelet Rich Fibrin (PRF) info fresh extraction sockets: a comparative study on soft tissues healing

The aim of this study was to evaluate the healing properties and pain assessment of autologous platelet-rich fibrin (PRF) in mandibular third molar extraction sockets as far as mandibular second molar periodontal healing is concerned. Using a split-mouth design, 20 mandibular third molars in 10 patients were extracted either with (study group) or without PRF (control group) in the post-extractive site. Measurements of pocket depths, BOP, and plaque index were made prior to and 3 months after surgery. All data were analyzed with the Wilcoxon signed-rank test. Pre-operative pocket depths, BOP, and plaque index were similar for the two groups. Post-surgical measurements revealed a reduction in pocket depth in the PRF group (before surgery: 2.95 mm; after surgery 2.21 mm) when compared with the PRF-free group (before surgery: 2.18 mm; after surgery 2.16 mm). BOP and plaque index were similar for the two groups. The PRF group presented with no significantly pain reduction: post-operative pain evaluated with the VAS scale was 6.1 in the study group, and 6.3 in the control group, respectively. Statistical analysis indicated no significant periodontal (p=0.1278) or pain (p=0.4872) improvements at the α=0.05 significance level. The results of this study seem to demonstrate that PRF can slightly improve soft tissue healing after lower impacted third molars removal, showing capabilities in reducing pocket depth, improving clinical attachment levels and promoting defect fill, but no statistical differences were found. Also no significant differences were found between the two groups as far as post-operative pain is concerned.

L’estrazione dei terzi molari è una delle procedure più comuni in chirurgia orale. Le indicazioni all’avulsione dei terzi molari sono numerose: pericoronite, danni parodontali all’elemento adiacente, carie, dolore miofasciale, cisti e tumori odontogeni1.

Tralasciando i danni iatrogeni di tipo neurovascolare che esulano dagli obiettivi di questo lavoro, l’estrazione dei terzi molari non è tuttavia esente da esiti, in particolare di natura parodontale. Sono infatti riportate in letteratura numerose complicanze parodontali a livello della radice distale del secondo molare2-5.

L’obiettivo di questo lavoro è quello di valutare in uno studio split mouth randomizzato l’influenza dell’uso del concentrato di fibrina ricca di piastrine (PRF) sulla guarigione dei tessuti molli su un campione di 10 pazienti, per un totale di 20 terzi molari estratti. Il PRF è un concentrato di fibrina ricco di piastrine messo a punto da Joseph Choukroun per essere utilizzato in chirurgia orale e maxillo-facciale6.

La realizzazione di questo preparato non richiede l’utilizzo di anticoagulanti né di trombina di origine bovina (o qualunque altro agente gelificante) come avviene per altri fattori di crescita piastrinici come il plasma ricco di piastrine (PRP) e il plasma ricco di fattori di crescita (PRGF).

Nella fase di polimerizzazione del PRF, la trombina presente in concentrazioni fisiologiche permette la formazione di una matrice di fibrina in maniera lenta e naturale; le congiunzioni che si determinano portano a una struttura molecolare tridimensionale flessibile tale da intrappolare numerose citochine e promuovere così la migrazione cellulare e accelerare il processo di guarigione. La medesima matrice intrappola glicosamminoglicani come eparina e acido ialuronico che hanno la capacità di supportare la migrazione cellulare e la guarigione dei tessuti.  Studi effettuati da Dohan e coll. dimostrano la presenza delle citochine PDGF-BB e TGF-A1 incorporate nel polimero di fibrina. Altri studi effettuati da Dohan e coll. dimostrano il ruolo del PRF nella regolazione immunitaria con capacità di retrocontrollo dell’infiammazione a causa dell’inclusione leucocitaria e dell’aumentata degranulazione indotta.  È stato infine dimostrato come la matrice di fibrina risulti funzionare da supporto per le proteine morfogenetiche BMP da cui derivano le proprietà angiotrofiche, emostatiche e osteoconduttive. Si dimostra quindi come il PRF sia in grado di stimolare la neoangiogenesi e di fornire un’impalcatura di fibrina idonea alla migrazione cellulare, aspetto fondamentale per il processo di apposizione ossea. Il PRF appartiene a una nuova generazione di concentrati di piastrine che permettono una preparazione semplificata senza manipolazione biochimica del sangue. Proprio questo aspetto risulta un primo punto di forza di questo materiale rispetto ad altri derivati, poiché non pone problematiche medico-legali riguardo alla manipolazione di sangue7-10.

Materiali e metodi

Questo lavoro è stato concepito come studio caso-controllo slipt mouth.

Tra settembre 2011 e giugno 2012, presso l’Unità di Chirurgia Orale dell’ospedale San Paolo di Milano, sono stati selezionati 10 pazienti, 6 femmine e 4 maschi di età compresa tra i 22 e 35 anni.

Tutti i pazienti selezionati presentavano i terzi molari inferiori in disodontiasi bilaterale.

Ogni paziente è stato trattato con 2 diversi approcci terapeutici, ottenendo così 2 diversi gruppi, uno controllo e uno studio, ciascuno composto da 10 casi. Nel gruppo studio la cavità alveolare è stata riempita con PRF, mentre nel gruppo controllo non è stato inserito alcun biomateriale all’interno dell’alveolo post-estrattivo. I criteri di esclusione sono stati i seguenti: abuso di alcool o tabacco, patologie renali o epatiche gravi, storia di radioterapia nel distretto cervico-facciale, chemioterapia antiblastica in corso nel momento del trattamento, diabete non compensato, malattia parodontale a carico della dentatura residua, patologie a carico delle mucose (per esempio, lichen planus) nelle zone da trattare, igiene orale insufficiente e scarsa collaborazione da parte del paziente. Tutti i soggetti hanno firmato un consenso informato prima di partecipare allo studio, specifico sia per l’atto chirurgico sia per il prelievo ematico.

Protocollo di preparazione del PRF

Da ciascun paziente sono stati prelevati 40 ml di sangue venoso e raccolti in 4 provette sterili prive di anticoagulante. Il sangue prelevato, circa 10 ml per ogni provetta, è stato immediatamente centrifugato a 2700 rpm per 12 minuti. L’assenza di anticoagulante permette l’attivazione della cascata fisiologica della coagulazione. Il fibrinogeno, che si concentra nella parte superiore della provetta, viene progressivamente trasformato in fibrina dalla trombina circolante, mentre le piastrine rimangono comprese tra le maglie di fibrina.

Dopo la centrifugazione il coagulo risulta formato da tre strati:

1. plasma cellulare nella parte superiore;

2. coagulo di fibrina nella parte centrale;

3. parte corpuscolare sul fondo.

Il preparato è stato estratto dalla provetta, separando il concentrato di fibrina dalla componente corpuscolare mediante utilizzo di forbici sterili. Il PRF così ottenuto viene compresso tra due piastre forate per eliminare la componente plasmatica e poter ottenere una membrana di consistenza elastica, facilmente modellabile su una superficie o all’interno di una cavità e resistente alla trazione di un’eventuale sutura (Figure 1-6).

Misurazioni pre-operatorie

Tutti i pazienti sono stati sottoposti pre-operatoriamente a esame radiografico mediante ortopantomografia e radiografia endorale utilizzando la tecnica del cono lungo a raggi paralleli e un centratore di Rinn. È stato valutato l’indice di sanguinamento e l’indice di placca immediatamente prima dell’intervento chirurgico (T0) e a 3 mesi (T1). Le misurazioni parodontali sono state eseguite con sonda parodontale WHO sul versante distale per tutti i secondi molari mandibolari a T0 e T1.

Procedura chirurgica

Dopo infiltrazione loco-regionale (mepivacaina 2% con vasocostrittore) si è proceduto all’allestimento di un lembo mucoperiostale a tutto spessore. L’incisione è stata estesa distalmente a livello del trigono retro-molare partendo dalla cuspide disto-linguale del secondo molare e mesialmente intrasulculare al secondo molare con scollamento della papilla tra primo e secondo molare.  È stata eseguita quindi un’ostectomia iniziale con fresa a rosetta montata su manipolo dritto (40.000 rpm) munito di irrigazione esterna di fisiologica sterile e, quando necessario, odontotomia dell’elemento con fresa a fessura.  Dopo l’estrazione dell’elemento la cavità residua è stata adeguatamente curettata e sottoposta a lavaggi con fisiologica sterile per detergere il più possibile l’alveolo. Nei siti appartenenti al gruppo studio è stata inserita all’interno dell’alveolo la membrana precedentemente ottenuta di PRF.  Sono stati, infine, applicati punti di sutura singoli con seta 4/0 che sono stati poi rimossi a 7 giorni dall’intervento. A tutti i pazienti è stata somministrata una copertura antibiotica dopo l’intervento (Amoxicillina 1g + acido clavulanico ogni 12 ore per i 6 giorni successivi). Tutti i pazienti hanno seguito lo stesso protocollo antisettico (sciacqui di collutorio a base di clorexidina allo 0,12% - 3 volte al dì per 10 giorni) e antidolorifico (Ketoprofene sali di lisina in bustine da 80 mg) (Figure 7-12).

Controllo post-chirurgico

A 7 giorni dall’intervento si è proceduto alla rimozione dei punti di sutura e alla compilazione di un questionario per valutare il discomfort post-operatorio del paziente. Sono stati valutati i seguenti parametri: gonfiore e dolore di entrambi i siti trattati con le due diverse tecniche chirurgiche e quindi confrontati tra loro utilizzando la scala VAS (con valori da 1 a 10, dove 1=ottimo e 10=pessimo). Successivamente, a tre mesi dall’intervento chirurgico (T1), tutti i pazienti sono stati sottoposti a un nuovo controllo radiografico endorale dei siti operati per valutare la guarigione del sito chirurgico.

In questa occasione sono stati registrati nuovamente i valori di sondaggio relativi al secondo molare mandibolare e confrontati con quelli iniziali.

Analisi statistica

Il confronto statistico è stato eseguito tra i dati ottenuti dalle misurazioni sugli elementi 37 e 47 nei 10 pazienti prima dell’estrazione del terzo molare con i dati registrati 3 mesi dopo l’intervento chirurgico. Date le dimensioni ridotte del campione si è deciso di utilizzare un test non parametrico, il test di Wilcoxon, per il confronto tra due campioni appaiati; si tratta dell’analogo non parametrico del test t di Student per campioni appaiati.

Tale test risulta il più adeguato per questo tipo di analisi, poiché adattabile sia per dati su scala ordinale (scala VAS), rilevati cioè su una scala di punteggi fissa (per es., con

valori che vanno da 0 a 10), sia per dati su scala intervallare (profondità di sondaggio rilevate in millimetri).  Il livello di significatività è stato posto pari al 5% (α=0,05).

Risultati

Sia nel gruppo studio che nel gruppo controllo non è stata registrata alcuna complicanza post-chirurgica. Alla rimozione della sutura, a 7 giorni dall’intervento chirurgico, la cavità dell’alveolo post-estrattivo era completamente richiusa in 4 casi su 10 nel gruppo studio e in 2 casi su 10 nel gruppo controllo. Il sondaggio parodontale pre-operatorio medio relativo al secondo molare inferiore è stato di 2,95 mm nel gruppo studio e 2,18 mm nel gruppo controllo.

Tre mesi dopo l’intervento chirurgico il sondaggio parodontale medio del gruppo studio è stato 2,21 mm mentre nel gruppo controllo è stato di 2,16 mm (Tabella 1). Per ciò che concerne il discomfort post-operatorio valutato mediante scala VAS, tenendo in considerazione gonfiore e dolore post-chirurgico in una scala da 1 a 10 (dove 1=ottimo, 10= pessimo) è risultato essere in media 6,3 per il gruppo controllo e 6 per il gruppo studio (min: 5; max: 8) (Tabella 2, Grafico 1).

Tabella 2Per tutti i pazienti è disponibile un follow-up clinico e radiografico a 3 mesi. Tutti gli alveoli, sia quelli trattati con PRF che quelli con tecnica tradizionale, sono guariti senza complicanze post-chirurgiche e in nessun caso si è verificata una sovra-infezione del sito operatorio. Dolore, gonfiore ed edema sono stati controllati nel periodo post-operatorio con il protocollo farmacologico prestabilito.

A 3 mesi (T1), la diminuzione della profondità di sondaggio in corrispondenza della superficie distale del secondo molare nel gruppo studio è stato 0,74±0,05 mm mentre nel gruppo controllo 0,02±0,04 mm.  Indice di placca (PlI - Plaque Index) e indice di sanguinamento (BOP - Bleeding on probing) sono stati rispettivamente prima dell’intervento (T0) e a 3 mesi (T1): 2 con sanguinamento al sondaggio e 0 senza sanguinamento al sondaggio in entrambi i gruppi.

Discussione

In letteratura sono presenti studi clinici che hanno indagato le complicanze parodontali sulla radice distale del secondo molare mandibolare in seguito ad avulsione del terzo molare adiacente.  In particolare, queste complicanze sono state valutate in relazione all’età del paziente, alla profondità e al grado di angolazione dell’inclusione dentaria del terzo molare1-5.  L’uso del PRF è stato dimostrato essere un utile strumento per aiutare la rigenerazione parodontale e ossea in vivo, a causa del contenuto elevato di fattori di crescita7-11. Nell’ultimo decennio sono state presentate diverse tecniche per migliorare la guarigione dell’alveolo post-estrattivo, la maggior parte delle quali includono l’uso di un materiale di innesto che viene inserito all’interno dell’alveolo12. Il PRF è considerato una seconda generazione di concentrati di piastrine e il suo utilizzo è stato proposto in varie procedure chirurgiche nel tentativo di migliorare la guarigione delle ferite. Si ottiene dal sangue del paziente eliminando così la possibilità di trasmissione di malattie o reazioni da corpo estraneo. La tecnica di preparazione del PRF è semplice e non richiede particolari attrezzature. La rete di fibrina può quindi essere facilmente manipolata in una membrana che può essere trasferita in qualsiasi sito chirurgico.

Recentemente, è stato dimostrato l’uso del PRF per stimolare la crescita di osteoblasti e cellule del legamento parodontale, entrambi significativi per la rigenerazione di difetti parodontali13-15. A causa dell’efficacia in vitro del PRF, sono stati condotti diversi studi clinici per determinare il suo potenziale clinico16. Attualmente, il PRF è stato testato con successo in diverse procedure, compresa la chirurgia maxillo-facciale, la chirurgia parodontale e l’implantologia17-25.  In letteratura sono riportati utilizzi anche in chirurgia plastica ricostruttiva26 e in medicina veterinaria27. Mazor et al. hanno usato con successo il PRF come unico materiale da innesto in una serie di procedure di rialzo del seno mascellare13, dimostrando che il PRF potrebbe stimolare la formazione di nuovo tessuto osseo nelle zone carenti della quantità di osso necessaria per il posizionamento dell’impianto. In uno studio simile con 6 anni di follow-up, Simonpieri et al. sono riusciti a dimostrare che l’uso del PRF come unico agente da innesto è una valida opzione a lungo termine in procedure di rialzo del seno14.

Il PRF è stato anche utilizzato con successo per il trattamento di difetti parodontali. Studi in vitro hanno confermato che il PRF stimola selettivamente la crescita di osteoblasti e cellule gengivali28. In una serie di studi clinici condotti da Pradeep e Sharma è stato dimostrato che il PRF potrebbe essere utilizzato nei difetti parodontali mediante tecniche di guided-tissue-regeneration (GTR) e nelle lesioni di II grado delle forcazioni15,18. Del Corso et al. hanno pubblicato diversi case report che mostrano il successo nell’uso di membrane di PRF nella gestione di entrambi i difetti di singole e multiple recessione gengivali17. I risultati clinici sono stati mantenuti con successo per almeno un anno. Anilkumar et al. hanno confermato questa osservazione e hanno dimostrato che il PRF potrebbe essere utilizzato per le procedure di copertura della radice29. La principale implicazione clinica dei risultati ottenuti sembrerebbe un miglioramento nella guarigione dei tessuti molli, anche se le differenze tra il gruppo studio e quello controllo non risultano statisticamente significative. Per quanto concerne il controllo del dolore post-chirurgico, i dati non dimostrano un miglioramento nel gruppo studio rispetto a quello controllo. È da sottolineare però che il campione in studio è piuttosto ridotto.

Grafico 1. Dolore post-operatorio espresso dai pazienti mediante scala VAS.
Grafico 1. Dolore post-operatorio espresso dai pazienti mediante scala VAS.

Conclusioni

Questo studio clinico prospettico sembra confermare il PRF come buon coadiuvante nella guarigione dei tessuti molli in seguito ad avulsione di terzi molari: si assiste, infatti, a una migliore guarigione a livello parodontale, con diminuzione del sondaggio distale al secondo molare. Sarebbero però necessari ulteriori studi con follow-up più lunghi e con un campione di pazienti più numeroso per avere la conferma di un reale beneficio del PRF sulla guarigione dell’alveolo post-estrattivo. Non sono inoltre stati evidenziati dei miglioramenti sul dolore post-operatorio.

Corrispondenza

Matteo Doto, matteo.doto@fastwebnet.it

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29. Anilkumar K, Geetha A, Umasudhakar, Ramakrishnan T, Vijayalakshmi R, Pameela E. Platelet-rich-fibrin: a novel root coverage approach. Journal of Indian Society of Periodontology 2009;13(1):50-4.

Approccio diagnostico-terapeutico ai terzi molari inclusi guarda l'estratto del corso

Approvato il nuovo Codice deontologico dei medici

Il nuovo Codice deontologico dei medici e degli odontoiatri è stato approvato ieri dal Consiglio Nazionale della Fnomceo, formato da 106 presidenti degli Ordini Provinciali, che con il via libera definitivo al documento ha chiuso la tre giorni di lavoro sul testo aperta venerdì a Torino. Il Codice arriva dopo due anni di lavoro, alla fine di consultazioni amplissime. Le novità riguardano ambiti prima inesplorati, come la medicina potenziativa, quella militare, la telemedicina e la moderna organizzazione sanitaria.

AIO: l’abusivismo è un pretesto elettorale

Pierluigi Delogu, presidente AIO Nazionale

"Se nel Lazio ci sono 15 mila abusivi e di questi l’80% è in campo odontoiatrico vuol dire che nella regione ci sono 12 mila dentisti  abusivi. Ebbene, a Roma ci sono 4 mila odontoiatri e non si raggiunge  il numero di 7 mila dentisti in tutto il Lazio. Delle due l’una: o questi dati sono un refuso e vanno corretti – ammettendo il peso dell’abusivismo in altre categorie colpite dal fenomeno come i  fisioterapisti” – o non lo sono, e allora dovremmo stimare in Italia un esercito parallelo e più numeroso del nostro di 80 mila dentisti  abusivi, con altre regole e altra deontologia". Così Pierluigi Delogu, presidente AIO Nazionale, replica con ironia ai dati diffusi dalla presidente Andi Roma Sabrina Santaniello.

"C’è una terza spiegazione", continua Delogu. "Dati simili sono messi lì ad arte per attrarre l’attenzione sul tema-abusivi perché è “caldo”  in tempi di campagna per le elezioni ordinistiche. Ma l’abusivismo non è la sola piaga per i nostri studi e male sarebbe se i programmi per le future Cao si basassero solo sulla lotta a una delle tante minacce. Per noi bisogna anche parlare del prestanomismo favorito da alcuni dentisti, delle invasioni di competenza di altre professioni, di corsi per odontoiatri aperti a tutte le figure possibili e immaginabili per “condividere percorsi”. E ancora, si pensi allo sfruttamento degli odontoiatri in contesti societari dove comandano altre figure professionali, al rischio della perdita del rapporto di fiducia con i nostri pazienti per una crisi infinita, all’impossibilità per i giovani di aprire uno studio con propri capitali come accadeva in passato. Non si può agitare lo spettro dell’abusivo quando intorno ti cambia un mondo".

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