Oral-B, marchio di Procter & Gamble leader nel settore dell’igiene orale e pioniere nello sviluppo di spazzolini elettrici con tecnologia avanzata, introduce il nuovo iO2. Questo innovativo spazzolino elettrico è stato concepito per rendere la tecnologia iO più accessibile, agevolando la transizione dallo spazzolino manuale a quello elettrico e favorendo una routine di igiene orale più efficace e consapevole.
L’attenzione alla salute orale si inserisce in una trasformazione culturale più ampia, in cui il concetto di "sorriso perfetto" viene sostituito dalla valorizzazione dell’unicità di ogni sorriso. In questo scenario, iO2 di Oral-B si distingue per la sua intuitività e personalizzazione, offrendo a tutti un supporto semplice e delicato per migliorare la propria igiene orale quotidiana.
Tecnologia avanzata per un’igiene orale superiore
Grazie alla testina rotonda ispirata agli strumenti professionali dei dentisti, iO2 avvolge ogni dente adattandosi alla sua forma e garantisce una rimozione della placca batterica superiore del 100% rispetto agli spazzolini manuali tradizionali. Questo permette di raggiungere anche le aree più difficili della bocca per una pulizia più profonda ed efficace.
Tra le innovazioni principali:
Sensore di pressione intelligente che regola automaticamente la velocità della testina e avvisa con una luce rossa quando la pressione è eccessiva, proteggendo così le gengive.
Sistema All-in-1 attivabile con un solo pulsante per un’esperienza di spazzolamento semplificata.
Timer integrato aiuta a rispettare i due minuti di spazzolamento consigliati dai dentisti.
Tre livelli di intensità per un’esperienza personalizzata, dalla modalità ultra-delicata per denti e gengive sensibili fino alle modalità superiori per una pulizia più profonda e mirata.
«Con il lancio di iO2, ci impegniamo a rendere la nostra tecnologia iO più accessibile, offrendo a un numero sempre maggiore di persone la possibilità di migliorare la propria igiene orale con un dispositivo intuitivo ed efficace», ha dichiarato Paolo Zilianti, Direttore Generale di Oral-B. «Adottare buone abitudini quotidiane è essenziale per il benessere complessivo, e il passaggio dallo spazzolino manuale a quello elettrico rappresenta un piccolo ma significativo cambiamento che può fare la differenza. iO2 nasce proprio con questo obiettivo: facilitare il percorso verso una routine di igiene orale più avanzata e consapevole, contribuendo a sorrisi più sani e a un benessere che va oltre la bocca».
Nuove testine con setole intelligenti per una pulizia efficace
Oral-B ha sviluppato anche una nuova linea di testine con Setole Intelligenti, capaci di garantire una pulizia sempre efficace. Le setole scoloriscono progressivamente fino a diventare completamente bianche, segnalando il momento ideale per la sostituzione della testina.
Disponibili in diverse varianti, le nuove testine rispondono a ogni esigenza:
iO Gentle Care ideale per denti e gengive sensibili, con oltre 4.000 setole ultra-morbide per una pulizia delicata ma efficace.
iO Ultimate Clean progettata per una rimozione profonda della placca e una pulizia completa, raggiungendo anche le zone più difficili.
iO Radiant White dotata di setole lucidanti angolate, perfette per rimuovere le macchie superficiali e garantire un sorriso più luminoso fin dal primo utilizzo.
Il prof. Enrico Gherlone, Rettore dell'Università Vita-Salute San Raffaele e direttore dell'Odontoiatria dell'IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano
Il digitale e l’intelligenza artificiale stanno rivoluzionando l’odontoiatria con processi e protocolli innovativi. Attraverso il loro uso consapevole, sarà possibile ottimizzare le procedure per offrire un migliore servizio ai pazienti e favorire la riduzione dei costi: un traguardo che, se gestito in modo etico, potrà rendere i trattamenti odontoiatrici più accessibili anche alle fasce di popolazione economicamente più fragili.
Forse è ancora presto per comprenderne appieno tutti gli effetti, ma il cambiamento tecnologico epocale che ha coinvolto il settore odontoiatrico e che già consente di semplificare e snellire molti aspetti della pratica clinica quotidiana, migliorando predicibilità e precisione, potrebbe avere ulteriori effetti positivi. Ad esempio, la possibilità di effettuare in minor tempo un maggior numero di trattamenti, senza rinunciare alla qualità e offrendo il massimo comfort per i pazienti. Questo porterebbe inevitabilmente a una riduzione dei costi delle cure che, se gestita in modo etico e su larga scala, potrebbe finalmente consentire anche alle fasce di popolazione economicamente più deboli di accedere liberamente a trattamenti finora evitati o rimandati perché considerati troppo onerosi. Almeno questo è quello che auspica il professor Enrico Gherlone, Rettore dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e direttore dell’Unità di Odontoiatria presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele, che nella sua lunga carriera accademica e istituzionale ha contribuito all’evoluzione dell’odontoiatria digitale e alla formazione dei futuri professionisti, riservando sempre però un’attenzione particolare all’accessibilità delle cure e all’odontoiatria sociale.
Il prof. Enrico Gherlone, Rettore dell'Università Vita-Salute San Raffaele e direttore dell'Odontoiatria dell'IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano
Professor Gherlone, in virtù della sua lunga esperienza in ambito sanitario e delle sue posizioni istituzionali, come descriverebbe l’attuale scenario del settore odontoiatrico?
Grazie alle posizioni istituzionali che nel corso della mia carriera ho ricoperto e che attualmente ricopro, ritengo di osservare da una visione privilegiata l’ambiente sanitario sia da punto di vista politico che tecnico-scientifico. Le due cose, anche se potrebbero apparire antitetiche, in realtà sono correlate, così come il progresso e la globalizzazione hanno dato sicuramente impulso e generato profondi cambiamenti nel settore odontoiatrico, sia in merito alle richieste dei pazienti sia in termini di offerta nelle cure. Non bisogna dimenticare inoltre la pandemia, che ci ha fatto capire quanto sia importante la salute nella sua interezza, compresa quella orale, che troppe volte è o è stata minimizzata.
Il cambiamento più grande degli ultimi decenni è stato senza dubbio l’avvento delle nuove tecnologie. Quali sono i principali vantaggi?
Attualmente le tecnologie hanno un ruolo preponderante. Si è passati da un approccio di tipo completamente analogico a uno digitale o, ancora, a una commistione dei due. L’avvento del digitale nel mondo odontoiatrico ha rappresentato una vera rivoluzione andando a intervenire a tutti i livelli, a partire dalle fasi di diagnosi con l’imaging digitale per mezzo delle CT cone-beam, grazie alle quali disponiamo di immagini tridimensionali dettagliate delle strutture ossee e dentali a fronte di una minima esposizione ai raggi x, per passare alle terapie con l’introduzione degli scanner intraorali, che nel giro di pochi anni hanno sostituito le tecniche tradizionali di impronta nella maggior parte dei casi, garantendo un migliore comfort per il paziente senza per questo inficiare sul risultato finale. I vantaggi degli scanner non si esauriscono però solo negli aspetti appena citati. Essi infatti garantiscono più alto livello di igienicità rispetto ai sistemi convenzionali, permettono di trasferire quasi in tempo reale le informazioni necessarie al laboratorio odontotecnico per la realizzazione dei manufatti protesici attraverso la rete Internet e consentono una facile conservazione dei dati acquisiti senza alcun deterioramento, sia su supporti di memoria sia in cloud per tempi virtualmente infiniti e senza la necessità di disporre di uno spazio fisico in cui stoccare i tradizionali modelli in gesso. Quest’ultimo aspetto in particolare è doppiamente vantaggioso in quanto, se da un lato rende possibile effettuare copie di qualsiasi lavoro protesico precedentemente realizzato, dall’altro risulta strategico anche sotto il profilo della tutela medico-legale del professionista.
Un cambiamento che oltre al modo di fare diagnosi ha trasformato anche l’approccio alla produzione di manufatti protesici...
Nel campo della manifattura odontotecnica, l’introduzione dei sistemi di progettazione e produzione CAD/CAM e la stampa 3D hanno automatizzato e velocizzato numerose fasi di realizzazione dei manufatti protesici, a vantaggio di una più rapida produzione per far fronte alle richieste dei clinici. Attualmente, grazie al CAD/CAM è possibile difatti delegare alla macchine la fabbricazione del manufatto protesico senza necessità di supervisione alcuna e con cicli produttivi continuativi che massimizzano i livelli di operatività del laboratorio odontotecnico e garantiscono il mantenimento nel tempo degli standard di produzione in quanto, una volta progettata la protesi al computer, è la macchina che ne cura la realizzazione, mentre il tecnico interviene solo in fase finale, per le ultime rifiniture.
Cosa possiamo aspettarci, invece, dall’Intelligenza Artificiale?
Non si può non menzionare l’introduzione dell’intelligenza artificiale a supporto di tutte queste tecnologie, quale ulteriore ausilio alla pratica quotidiana che facilita e velocizza tanto le procedure diagnostiche quanto quelle cliniche o di laboratorio e che viene impiegata anche nell’ambito della telemedicina odontoiatrica e nel monitoraggio a distanza del paziente, trovando sempre maggior impiego soprattutto nell’ambito dei trattamenti ortodontici. Questo contribuisce a migliorare l’efficienza delle cure e a fornire soluzioni innovative.
In termini economici, quanto è realmente vantaggioso inserire le nuove tecnologie nella routine quotidiana?
L’aspetto economico ha avuto e ha un ruolo fondamentale, perché sicuramente questi nuovi approcci tecnologici, al netto degli investimenti iniziali, portano a una riduzione dei costi e permettono, attraverso un loro uso consapevole, di aumentare il numero di prestazioni odontoiatriche, un traguardo che da anni si sta cercando di raggiungere per risolvere l’annoso tema dei troppi pazienti che non riescono a sottoporsi a cure orali adeguate proprio per ragioni di natura economica. Grazie alle nuove tecnologie di cui oggi disponiamo e ai vantaggi che esse ci offrono quotidianamente, ritengo si siano gettate solide basi su cui sia possibile costruire un concreto e realizzabile programma di odontoiatria sociale, tanto voluto negli anni anche dalla politica e mai potuto realizzare, se non saltuariamente e a “macchia di leopardo”, che supporti le fasce di popolazione più deboli, offrendo la possibilità di usufruire delle cure odontoiatriche di cui necessitano in maniera affidabile, predicibile e sostenibile.
Come deve evolvere la formazione degli odontoiatri per restare al passo?
L’innovazione deve essere necessariamente traslata nella formazione. L’insegnamento under-graduate e quello post-graduate hanno dovuto tenere in considerazione i profondi mutamenti evolutivi tecnico-scientifici dei protocolli diagnostici e terapeutici. Oggi, infatti, sempre più si osserva, accanto all’insegnamento tradizionale, anche quello digitale.
Tra i temi più caldi del momento vi è sicuramente anche l’approccio degli odontoiatri alla medicina estetica del volto. Qual è il suo punto di vista?
È sicuramente un punto di discussione importante. Le recenti disposizioni legislative hanno reso possibile l’ottimizzazione e l’implementazione estetica delle terapie a disposizione dell'odontoiatra. Questo ha indubbiamente generato un notevole vantaggio economico per gli operatori, permettendo loro di arrivare, inserendo i protocolli chirurgico-estetici del viso, a un fatturato identico a quello dell’odontoiatria tradizionale.
Enrico F. Gherlone
Magnifico Rettore e Vicepresidente C.D.A Università Vita-Salute San Raffaele (Mi).
Ordinario di Malattie Odontostomatologiche.
Direttore del Dipartimento di Odontoiatria IRCCS Ospedale San Raffaele (Mi).
Membro del Consiglio Superiore di Sanità.
Membro dell’Osservatorio Nazionale per la Formazione Specialistica Sanitaria.
Presidente SIPRO dal 2025.
3D render of tooth implant on a dentists office workplace background - 3D illustration
Dai lontani tempi dei pionieri l’implantologia ha subito tali e tanti cambiamenti da apparire come una nuova scienza: le continue ricerche cliniche e di laboratorio l’hanno modificata profondamente. Basti pensare alle applicazioni nei pazienti ancora in crescita che una volta erano non solo off-label ma proprio off-limits, ai mini-impianti o al carico immediato. Agli aggiornamenti più recenti è dedicata la seguente rassegna dalla letteratura internazionale.
Da applicazione impensabile, l’implantologia nei pazienti ancora in crescita si è progressivamente ritagliata un suo spazio operativo per la sostituzione di elementi persi in seguito a traumi o malattie ereditarie, come quella di Papillon-Lefèvre, o congenitamente assenti. Grazie alla metanalisi che permette di condensare i dati di più ricerche come se fosse un’opera unica, gli autori hanno individuato gli articoli inerenti pubblicati negli ultimi 40 anni. Essendo argomento ancora relativamente poco indagato, vi è tuttora notevole discordanza sull’età limite, per alcuni autori anche tre anni, per altri 18. La letteratura mette a disposizione prevalentemente studi di tipo osservazionale prospettico e retrospettivo eseguiti dopo il 2008 con un arco temporale massimo di sei anni. Nel complesso non si sono verificate complicazioni solo nel 33% dei casi clinici mentre nel 13% vi era stato il fallimento completo; nella quota restante il fallimento è stato parziale.
Tra le cause di insuccesso figurano perdita o mobilità dell’impianto, esposizione della vite, perimplantite, infraclusione.
Percentuali, come si vede, ben diverse da quelle riportate negli studi su pazienti adulti, che impongono quindi una valutazione preoperatoria molto cauta.
Il comportamento clinico della connessione conica interna rispetto a quella interna non-conica
In questa revisione sistematica gli autori hanno estratto dalla letteratura 12 ricerche randomizzate per un totale di 678 pazienti e 1.006 impianti. La metanalisi ha evidenziato che con la connessione conica interna si riducono il rischio di perdita ossea marginale e le complicazioni protesiche, mentre non sono emerse differenze tra i due sistemi per quanto riguarda le complicazioni biologiche e la durata degli impianti. Nonostante la buona qualità metodologica della maggior parte delle ricerche, gli autori classificano come medio-bassa l’affidabilità delle conclusioni in attesa di nuove indagini meglio strutturate e di maggiore estensione temporale.
Revisione sistematica e metanalisi degli impianti con diametro ridotto
Sull’argomento segnaliamo questa pubblicazione interessante, anche se un po’ datata, che ha analizzato la percentuale di fallimento dei mini-impianti in base al loro diametro. Come è logicamente prevedibile, il rischio di insuccesso è maggiore per quelli di diametro minimo (inferiore a 3 mm) che mediamente falliscono nel 5% dei casi mentre quelli di diametro compreso tra 3 e 3,5 mm cedono nel 3% dei casi. Nelle pubblicazioni prese in esame, gli impianti fino a 3 mm risultavano usati prevalentemente per riabilitazioni totali nei casi di grave atrofia ossea; quelli con diametro compreso tra 3 e 3,25 mm prevalentemente per la sostituzione di singoli elementi anteriori, mentre quelli con diametro tra 3,3 e 3,5 mm per tutte le riabilitazioni.
In questo articolo è stata usata la metodologia della metanalisi a rete che permette di confrontare più di due trattamenti tra loro, mentre la metanalisi si limita a due. Nonostante i dati finora disponibili suggeriscano la superiorità della connessione interna in fatto di complicazioni meccaniche e rischio di infiltrazione, mancava un confronto con gli altri tipi di connessione. Sono stati quindi selezionati studi eseguiti in modo randomizzato su due o più sistemi e con periodo di osservazione di almeno un anno dall’applicazione della protesi. Purtroppo, ben 14 studi su 18 individuati presentavano un alto rischio di errore nel protocollo seguito, in particolare per l’affidabilità della valutazione in cieco. Il campione complessivamente così raccolto comprendeva circa 1.000 pazienti e 1.500 impianti. I risultati sostengono la superiorità delle connessioni coniche in fatto di perdita ossea marginale e complicanze protesiche mentre, anche se il dato non supera la soglia di significato statistico, queste si dimostrano più predisposte alla patologia perimplantare. Non sono state riportate complicanze meccaniche con le connessioni esterne ma, avvertono gli autori, non sono stati considerati altri fattori non trascurabili come le caratteristiche fisiche degli impianti, le modalità chirurgiche, i materiali protesici e i fattori individuali dei pazienti (fumo, patologie sistemiche, spessore dei tessuti molli, eccetera). Inoltre, la perdita di osso dovrebbe misurarsi a intervalli standard su un arco temporale più lungo, mentre solo una delle ricerche incluse nella metanalisi si è protratta per cinque anni. Pertanto il minor rischio di fallimento degli impianti con connessione conica a un anno di distanza è poco significativo dal punto di vista clinico.
Revisione sistematica e metanalisi della microinfiltrazione nella superficie impianto-moncone protesico
La penetrazione di microrganismi attraverso l’interfaccia moncone – impianto è considerata un fattore che influisce sul buon esito del trattamento ma sono scarse le prove scientificamente sicure.
Oltre alla consueta eterogeneità delle ricerche svolte finora, manca pure un metodo standard che valuti la capacità ermetica dell’interfaccia con la conseguenza che le prove in vitro possono dare risultati discordanti; infatti, in alcuni protocolli il moncone è soggetto a carico statico, in altri a carico dinamico (che probabilmente causa un effetto di aspirazione), in altri ancora non viene caricato.
Anche il numero di cicli funzionali (da 500mila a 6 milioni) e l’entità della forza applicata (da 15 a 300 N) variano molto tra le ricerche.
La connessione conica, considerata quella meno esposta al rischio, era presente in 13 delle ricerche esaminate mentre solo 4 riguardavano le connessioni esterne. Gli autori hanno selezionato 17 ricerche (di cui 7 solo con carico statico) per un totale di 728 impianti, la maggior parte dei quali in titanio (solo due ricerche hanno valutato impianti in Peek). In totale, i risultati hanno rivelato microinfiltrazione in quasi la metà dei campioni (47%) con una prevedibile progessione dal 15%. degli impianti non caricati (valore minimo) al massimo del 59% in presenza di carico dinamico.
La connessione interna si è dimostrata meno permeabile (42%) contro quella esterna (82%). Per la scarsità dei dati disponibili, non è stato invece possibile valutare l’utilità dei sigillanti siliconici né dei gel con clorexidina.
Revisione sistematica e metanalisi di mini-impianti e impianti tradizionali per protesi totali inferiori
Borges GA, Codello DJ, Del Rio Silva L, Dini C, Barão VAR, Mesquita MF. Factors and clinical outcomes for standard and mini-implants retaining mandibular overdentures: A systematic review and meta-analysis. J Prosthet Dent. 2023;130:677–689.
L’introduzione dei mini-impianti risale ai primi anni Novanta; accolti più prontamente e con meno timori dagli ortodontisti che se ne servono per rinforzare l’ancoraggio o per crearlo, i mini-impianti vengono ora abitualmente usati anche dai protesisti dove l’osso non permette di inserire quelli di misura normale. Essendo la letteratura molto più abbondante per i mini-impianti ortodontici, gli autori hanno trovato solo sette pubblicazioni coerenti con i loro parametri di selezione. Nel complesso i mini-impianti (che presentano diametri inferiori a 3,5 mm) si distinguono da quelli normali per minore necessità di sostituire gli elementi ritentivi, rischio di frattura della protesi e necessità di modifiche occlusali. Si dimostrano, inoltre, più vantaggiosi anche dal punto di vista parodontale, con un minor indice di placca.
Negli ultimi anni, l’odontoiatria rigenerativa ha compiuto progressi significativi, aprendo nuove possibilità per la ricostruzione dei denti persi o gravemente danneggiati. La ricerca si basa sulla comprensione dei processi biologici che regolano lo sviluppo dentale. E sull’applicazione di tecnologie avanzate in grado di riprodurre questi meccanismi in ambiente clinico.
Un recente studio condotto presso l'Institute of Science Tokyo, Giappone, ha esaminato le prospettive della rigenerazione dentale, analizzando le tecniche più avanzate per ottenere la ricostruzione completa di un dente biologico. I ricercatori hanno identificato tre principali ambiti di studio: la biologia dello sviluppo dentale, la rigenerazione dei tessuti dentali e la possibilità di creare denti interi attraverso approcci innovativi.
L’obiettivo finale è sviluppare strategie in grado di ripristinare non solo la funzione masticatoria, ma anche l’estetica e la resistenza biomeccanica di un dente naturale.
Rigenerazione dei tessuti dentali e parodontali
Attualmente, la rigenerazione tissutale viene applicata principalmente alla polpa dentale, al parodonto e all’osso alveolare. Le tecniche basate su cellule staminali, fattori di crescita e scaffold bioattivi permettono di stimolare la formazione di nuovi tessuti, migliorando le possibilità di recupero nei pazienti con patologie avanzate.
Secondo lo studio citato, la polpa dentale può essere rigenerata utilizzando cellule staminali derivate dal legamento parodontale o dalla polpa stessa. Queste cellule, impiantate in scaffold biocompatibili, favoriscono la crescita di nuovi vasi sanguigni e fibre nervose, ripristinando la vitalità dell’elemento dentale.
Anche la rigenerazione ossea ha fatto progressi significativi. L’uso di biomateriali avanzati permette di migliorare la qualità del tessuto neoformato, riducendo i tempi di guarigione e aumentando la stabilità dei restauri protesici e implantari.
Tecnologie emergenti per la ricostruzione dentale
Le strategie più innovative mirano alla creazione di denti biologici interamente nuovi. Una delle tecnologie più promettenti è l’uso di organoidi derivati da cellule staminali pluripotenti. Gli organoidi sono strutture tridimensionali che riproducono le fasi dello sviluppo dentale e potrebbero consentire la formazione di un dente completo in laboratorio.
Un altro approccio in fase di sperimentazione è lo xenotrapianto, che utilizza modelli animali geneticamente modificati per far crescere tessuti dentali umani. Sebbene questa tecnica presenti ancora notevoli ostacoli, in futuro potrebbe rappresentare una soluzione alternativa per la rigenerazione dei denti.
Il futuro dell’odontoiatria rigenerativa
Le attuali conoscenze scientifiche suggeriscono che la rigenerazione completa di denti e tessuti parodontali potrebbe diventare una realtà nei prossimi decenni. Anche se oggi queste tecnologie non sono ancora disponibili per l’uso clinico, i progressi nel campo delle cellule staminali e dell’ingegneria tissutale stanno aprendo nuove prospettive per trattamenti più biologici e conservativi.
Nel frattempo, le tecniche rigenerative già applicabili nella pratica quotidiana stanno migliorando la qualità dei trattamenti odontoiatrici. La possibilità di ripristinare i tessuti dentali danneggiati senza ricorrere a soluzioni protesiche tradizionali potrebbe rivoluzionare il modo in cui vengono trattati i pazienti con perdita dentale o patologie parodontali avanzate. Come sembra ipotizzare questo studio, pubblicato sulla rivista Regenerative Therapy.
Da sinistra: il Prof. Andrea Pilloni, Pia Zingarelli (Business Development Manager di Patent™), la Dott.ssa Elena Maggiore e Marco Waldner (CEO e fondatore di Patent™).
Il Congresso Internazionale SIdP 2025, tenutosi a metà marzo a Rimini, si è svolto all'insegna del tema Estetica in Parodontologia e Implantologia.
In riferimento all’implantologia, la peri-implantite è stata confermata essere ancora una grave minaccia alla salute del paziente, soprattutto in relazione al tema principale dell’evento: l’estetica a lungo termine dei restauri implantari.
In casi di peri-implantite la diagnosi e il trattamento precoci sono risultati essere fondamentali, ma allo stesso tempo molto impegnativi. Attualmente, infatti, nessuna delle opzioni terapeutiche (chirurgiche e non) offre risultati definitivi e prevedibili.
Sarebbe quindi auspicabile disporre di nuovi sussidi e tecnologie incentrati sulla prevenzione.
Patent™ - La soluzione per la perimplantite
Allo stand della azienda svizzera Zircon- Medical dedicato al Sistema Implantare Patent™, i partecipanti al congresso sono rimasti colpiti nel constatare che una tecnologia atta alla prevenzione della peri-implantite esiste già.
Il sistema implantare Patent™ ha dimostrato in studi a lungo termine che è possibile prevenire la peri-implantiti nel lungo periodo. Il Sistema Patent™ integra tre elementi chiave che lavorano in combinazione per impedire ai batteri infiammatori di invadere il tessuto molle e di accumularsi in profondità:
1) design dell'impianto, transmucoso e senza microfessure all'interno dei tessuti;
2) sigillatura di tutte le connessioni a prova di batteri;
3) forte legame con i tessuti molli.
Studi a lungo termine sugli impianti Patent™ a due componenti a 9 e fino a 12 anni, riportano l'assenza di peri-implantite e solo la presenza di una contenuta mucosite perimplantare (rispettivamente il 13% rispetto al numero di impianti inseriti e il 10% rispetto al numero di pazienti), anche in pazienti con salute compromessa o con fattori di rischio quali diabete, cancro, parodontite o fumo1, 2.
I risultati dello studio dimostrano che con le più recenti tecnologie implantari è ora possibile evitare completamente la peri-implantite e ridurre significativamente la mucosite peri-implantare.
EuroPerio11: visitate lo stand Patent™ Q05 e iscrivetevi al Simposio “Zero Peri-Implantitis” per saperne di più!
Bibliografia
1. Brunello G, Rauch N, Becker K, Hakimi AR, Schwarz F, Becker J. Two-piece zirconia implants in the posterior mandible and maxilla: A cohort study with a follow-up period of 9 years. Clin Oral Implants Res. 2022;33(12):1233-1244. doi:10.1111/clr.14005
2. Karapataki S, Vegh D, Payer M, Fahrenholz H, Antonoglou GN. Clinical performance of two-piece Zirconia dental implants after 5 and up to 12 years. Int J Oral Maxillofac Implants. 2023;38(6):1105-1114. doi:10.11607/jomi.10284
La citizen science rappresenta un approccio innovativo che coinvolge attivamente i cittadini nella ricerca scientifica, promuovendo una collaborazione diretta tra professionisti e comunità. Uno studio recente ha esaminato l'applicazione di questo metodo in odontoiatria e nella salute orale comunitaria, evidenziando il suo potenziale nel migliorare la salute orale pubblica.
Metodologia dello studio
I ricercatori del Dipartimento di Odontoiatria Comunitaria della Scuola di Odontoiatria dell’Università di San Paolo, Brasile, hanno condotto una revisione sistematica della letteratura, analizzando 1.236 articoli provenienti da sei database, senza restrizioni di lingua o data. Dopo una selezione rigorosa, hanno incluso 16 studi nell'analisi finale. Studi provenienti da Nord America, Europa e Oceania e che coinvolgevano membri di comunità svantaggiate, professionisti del settore dentale, manager sanitari, responsabili politici e la popolazione generale.
Partecipazione delle comunità svantaggiate
La maggior parte degli studi si è concentrata su gruppi minoritari locali socialmente svantaggiati, come popolazioni indigene, immigrati e famiglie a basso reddito. Gli stessi gruppi che spesso affrontano problemi di salute orale, hanno abitudini nocive e scarso accesso ai servizi odontoiatrici. Coinvolgere attivamente queste comunità nella ricerca ha permesso di affrontare direttamente le loro esigenze specifiche, migliorando l'efficacia degli interventi proposti.
Benefici della citizen science in odontoiatria
L'integrazione della citizen science in odontoiatria offre diversi vantaggi. In primo luogo, favorisce la prevenzione e l’educazione. Perché coinvolgere i cittadini nella raccolta e nell'analisi dei dati promuove una maggiore consapevolezza sull'importanza della prevenzione e delle pratiche di igiene orale. Inoltre, contribuisce a migliorare l’accesso ai servizi odontoiatrici. Poiché la partecipazione attiva delle comunità può portare a una migliore comprensione delle barriere esistenti, facilitando l'implementazione di soluzioni mirate. Infine, permette di sviluppare una vera ricerca applicata, grazie alla collaborazione tra cittadini e ricercatori, che consente di affrontare problemi reali, garantendo che gli studi siano rilevanti e applicabili alle esigenze della comunità.
Verso un nuovo modello di ricerca
La citizen science in odontoiatria è ancora in fase di sviluppo, ma rappresenta un'opportunità significativa per affrontare le sfide della salute orale pubblica. Richiede un approccio multisettoriale e interdisciplinare, ma può influenzare positivamente aree prioritarie come la prevenzione e l'educazione lungo tutto l'arco della vita, specialmente per i gruppi svantaggiati. L'adozione di questo modello potrebbe portare a una maggiore equità nella salute orale e a interventi più efficaci e mirati. Come sottolineano gli autori dello studio, pubblicato su JADA.
La Giornata Mondiale della Salute Orale, che si celebra il 20 marzo, è il momento ideale per ricordare l’importanza delle buone pratiche quotidiane che contribuiscono a proteggere il sorriso, a partire da una corretta alimentazione e igiene orale.
Quando non è possibile utilizzare dentifricio e spazzolino, il chewing gum senza zucchero è un valido alleato per denti e sorriso: scopriamo alcuni motivi provati da studi scientifici per cui la gomma da masticare può supportare una corretta igiene e salute orale.
Il chewing gum inibisce la crescita dei batteri cariogeni
«La bocca è uno degli ambienti del corpo più contaminato dai batteri e ha un microbiota tutto suo, che si chiama microbiota orale», spiega l’igienista dentale Alessia Morelli. «Per essere in salute è importante che il microbiota orale sia in equilibrio, perché se non lo è, va in disbiosi e si creano patologie come la carie e la malattia parodontale».
La carie è uno dei primi rischi a cui prestare attenzione: è una malattia con ampissima diffusione sia nella popolazione adulta che nei bambini; l’OMS stima che ne sia affetto il 60% dei bambini e ragazzi sotto i 16 anni.
Per prevenirla, è importante anche saper scegliere una corretta alimentazione. «Gli alimenti presentano diverse consistenze e una capacità variabile di essere utilizzati dai batteri della carie presenti sui nostri denti, i quali, in presenza di zuccheri, possono avviare il processo carioso e causare la demineralizzazione e la distruzione di smalto e dentina», afferma Alessia Morelli. «Gli alimenti amici dei denti hanno un basso potere cariogeno e aiutano a preservare la salute del cavo orale. È importante che abbiano una buona masticabilità e consistenza, così che possano detergere le superfici dei denti e aiutare a mantenere forte anche il parodonto, cioè tutti i tessuti di supporto del dente. Inoltre, la bassa quantità di zuccheri liberi aiuta a evitare la formazione di carie. Ecco che la verdura, specialmente cruda, la frutta fresca, la frutta secca, legumi, pesce, carne e qualche formaggio sono gli alimenti che possiamo citare come amici dei denti».
Come fare dopo i pasti quando si è fuori casa
«In questi casi un aiuto efficace arriva dal chewing gum con xilitolo che stimola la produzione di saliva e innalza il pH. Lo xilitolo inibisce la crescita batterica, mentre l'azione meccanica della masticazione favorisce la pulizia delle superfici dentali».
Lo xilitolo, un sostituto dello zucchero di origine vegetale dal gusto gradevole e fresco appartenente alla famiglia dei polioli, da anni è studiato clinicamente per la sua capacità di inibire la crescita dei batteri che avviano il processo carioso di demineralizzazione di smalto e dentina. Numerosi studi clinici, dall’inizio degli anni ’70 ad oggi (1-3), hanno dimostrato che il consumo regolare di chewing gum con xilitolo, per periodi di tempo prolungati, è in grado di diminuire la concentrazione orale dei batteri cariogeni.
Dopo un pasto, masticare una gomma senza zucchero può essere una valida alternativa allo spazzolino per rimuovere i residui alimentari e mantenere i denti protetti. L’azione meccanica della masticazione può agevolare la rimozione dei detriti alimentari dalle superfici dentali, e in particolare dagli interstizi dentali. La bocca pulisce naturalmente i residui di cibo, ma il chewing gum ne accelera il processo: dopo soli tre minuti i detriti rimanenti sono circa la metà di quelli che perdurerebbero senza utilizzare il prodotto (4).
Il chewing gum può prevenirne o rallentare la formazione di macchie dentali
Un aspetto fondamentale di una corretta igiene orale è la prevenzione delle macchie dentali, che influiscono sull’estetica del sorriso e possono suggerire un accumulo di placca.
Tra i fattori che contribuiscono all’accumulo di macchie sui denti, c'è il consumo di alimenti naturalmente colorati (tè, caffè, vino) nonché il fumo.
In questi casi, il chewing gum senza zucchero può essere un valido alleato nella prevenzione, soprattutto quando contiene ingredienti funzionali come il tripolifosfato di sodio che si deposita sulla superficie dei denti e contribuisce a diminuire il deposito dei pigmenti provenienti da alimenti o dal fumo (5,6). Inoltre, il chewing gum stimola la produzione di saliva, essenziale per neutralizzare l’acidità prodotta dai batteri orali e proteggere lo smalto.
Per la massima efficacia degli ingredienti funzionali, è importante masticare 1-2 chewing gum per 20 minuti, almeno 3 o 4 volte al giorno dopo pasti e spuntini.
Bibliografia
1. Six Months of Daily Hig—Dose Xylitol in High-Risk Schoolchildren: A Randomized Clinical Trial on Plaque pH and Salivary Mutans Streptococci – G.Campus, M.G.Cagetti, G-Sacco, G.Solinas, S.Mastroberardino, P.Lingström; 2. Six months of high-dose xylitol in high-risk caries subject – a 2-year randomised, clinical trial – G.Campus, M.G.Cagetti, S.Sale, M.Petruzzi, G.Solinas, L.Strohmenger, P.Lingström; 3. The caries preventive effect of 1-year use of low-dose xylitol chewing gum. A randomized placebo-controlled clinical trial in high-caries-risk adults – F.Cocco, G.Carta, M.G.Cagetti, L.Strohmenger, P.Lingström, G.Campus 4. Valutazione della rimozione dei detriti alimentari tramite masticazione di un chewing gum contenente microgranuli di calcio carbonato – P.F.Porciani, G.Corsentino, G.Franciosi, V.Spicciarelli, G.Nofri, S.Grandini 5. Whitening effect by stain inhibition from a chewing gum with sodium hexametaphosphate in a controlled twelve-week single-blind trial – P.F.Porciani, S.Grandini, C.Perra, R.Grandini 6. Effect on dental stain occurrence by chewing gum containing sodium tripolyphosphate-a double-blind six-week trial – P.F Porciani, C.Perra, S.Grandini
La sopravvivenza degli impianti dentali inseriti in siti precedentemente soggetti a fallimento implantare è talvolta problematica. Un recente studio condotto dal Dipartimento di Chirurgia Orale e Maxillo-Facciale dell'Università di Groningen - Centro Medico Universitario, Paesi Bassi, ne ha analizzato gli esiti clinici. Con una revisione sistematica che fornisce dati essenziali per orientare le decisioni terapeutiche nei casi complessi di reimpianto.
Le sfide del reimpianto in siti di fallimento
Il fallimento di un impianto può derivare da molteplici fattori, tra cui infezioni perimplantari, sovraccarico biomeccanico e inadeguata osteointegrazione. Il reimpianto in questi siti rappresenta una sfida, poiché il tessuto osseo può essere compromesso e aumentare il rischio di insuccesso. Lo studio ha confrontato l’inserimento immediato dell’impianto dopo la rimozione del fallito con un approccio ritardato, per valutare quale strategia garantisca la maggiore probabilità di successo a lungo termine.
La migliore strategia di reimpianto
L’analisi dei dati ha evidenziato che gli impianti inseriti immediatamente dopo la rimozione di un impianto fallito possono ottenere buoni tassi di sopravvivenza se il sito viene adeguatamente preparato e decontaminato. Tuttavia, in presenza di grave perdita ossea o infezione perimplantare attiva, l’inserimento ritardato risulta più vantaggioso. Poiché permette una migliore rigenerazione ossea e una maggiore stabilità primaria dell’impianto.
Un aspetto fondamentale emerso dallo studio è il ruolo della rigenerazione ossea guidata (GBR) prima del reimpianto. L’uso di materiali da innesto osseo e membrane barriera si è rivelato efficace nel migliorare la qualità dell’osso ricevente, soprattutto nei casi in cui il primo impianto ha determinato una perdita significativa di volume osseo.
Il ruolo della salute peri-implantare
La salute dei tessuti perimplantari è un fattore chiave per il successo del reimpianto. Lo studio ha dimostrato che una corretta gestione della placca batterica e della mucosa peri-implantare riduce il rischio di recidiva di perimplantite. È essenziale che il paziente segua un rigoroso protocollo di igiene orale e controlli periodici per prevenire eventuali complicanze.
Conclusioni per la pratica clinica
L’inserimento di un impianto in un sito di precedente fallimento richiede dunque un'attenta pianificazione. Quando l’osso residuo è sufficiente e privo di infezioni, l’inserimento immediato può essere un'opzione valida, ma in casi più complessi è preferibile attendere la rigenerazione ossea prima di procedere. La decontaminazione del sito e il controllo della salute perimplantare sono aspetti fondamentali per evitare recidive e migliorare il tasso di successo del reimpianto. Questo studio, pubblicato sull'International Journal of Oral & Maxillofacial Surgery, offre ai clinici indicazioni preziose per gestire al meglio i casi di fallimento implantare. Sottolineando l’importanza di un approccio personalizzato basato sulle condizioni del paziente e del sito implantare.
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L'intelligenza artificiale potrebbe aiutare molto l'odontoiatra nella rilevazione della carie dentale. Uno studio condotto presso la University of Western Australia di Perth, Australia, e altre istituzioni accademiche, ha valutato la precisione degli algoritmi di machine learning nell’analisi di immagini cliniche e radiografie dentali, confrontando le prestazioni tra diversi software e metodologie di apprendimento automatico.
Obiettivi dello studio
L’obiettivo principale della ricerca era valutare le capacità diagnostiche delle piattaforme IA nella rilevazione della carie. Gli autori hanno analizzato diversi algoritmi, confrontando i loro tassi di accuratezza, sensibilità e specificità, per stabilire se l’IA possa rappresentare un valido supporto per gli odontoiatri nella diagnosi precoce delle lesioni cariose.
La metodologia adottata
Gli autori hanno effettuato una revisione sistematica e una meta-analisi basata su un'ampia ricerca condotta su otto database, includendo studi pubblicati dal 2000 al 2024. Hanno quindi analizzato 2.538 studi, di cui 45 sono stati ritenuti idonei all’analisi qualitativa. Tra questi, 33 utilizzavano radiografie dentali (bitewing, periapicali e panoramiche), mentre 12 sfruttavano immagini cliniche. Poi i ricercatori hanno identificato 21 diversi software di intelligenza artificiale, riscontrando un'accuratezza che variava tra il 41,5% e il 98,6%.
Per garantire la qualità dell’analisi, gli autori hanno applicato criteri rigorosi come il QUADAS-2 (Quality Assessment of Diagnostic Accuracy Studies) e la checklist CLAIM (Checklist for Artificial Intelligence in Medical Imaging). Valutando anche la precisione diagnostica complessiva degli algoritmi IA.
I risultati osservati
I risultati hanno evidenziato una sensibilità media del 76% e una specificità media del 91% per gli algoritmi di IA nella rilevazione della carie. Il valore dell’area sotto la curva (AUC) è stato pari al 92%, indicando una buona capacità discriminativa nel differenziare i denti sani da quelli cariati. Tuttavia, i ricercatori hanno riscontrato una notevole variabilità nei risultati, attribuibile alle differenze nei dataset di addestramento, nei metodi di annotazione e negli strumenti di validazione utilizzati nei vari studi.
Le implicazioni cliniche per l’odontoiatra
L’integrazione dell’intelligenza artificiale nella pratica odontoiatrica potrebbe offrire numerosi vantaggi. Gli algoritmi di deep learning si sono dimostrati capaci di individuare lesioni cariose iniziali, spesso non rilevabili a occhio nudo, migliorando la diagnosi precoce. Inoltre, la diffusione della teleodontoiatria potrebbe trarre beneficio dall’IA, consentendo ai dentisti di valutare in modo più rapido ed efficace le immagini cliniche e radiografiche a distanza. Un altro aspetto rilevante è l’ottimizzazione dei tempi di analisi. Grazie agli strumenti automatizzati, l’elaborazione di grandi volumi di dati diagnostici risulta più veloce, aumentando così l’efficienza dello studio dentistico.
I limiti ancora da superare
Tuttavia, secondo lo studio in oggetto, pubblicato sul Journal of Evidence-Based Dental Practice, l’implementazione dell’IA in odontoiatria presenta ancora alcune criticità. In particolare, la mancanza di standardizzazione nei criteri diagnostici e la qualità eterogenea dei dataset di addestramento rappresentano ostacoli significativi per l’affidabilità degli algoritmi. È necessario quindi che le IA vengano validate su dataset ampi e diversificati, evitando bias diagnostici che potrebbero comprometterne l’efficacia nella pratica clinica quotidiana.
Presentiamo il caso di una paziente adulta in cui è stato eseguito un trattamento ortodontico con meccanica asimmetrica mediante apparecchiatura ortodontica linguale 2D. L’obiettivo: ottenere la correzione secondaria di una malocclusione caratterizzata da agenesia degli incisivi laterali superiori e di un premolare inferiore, associata ad affollamento dentale terziario a entrambe le arcate; al trattamento è seguita riabilitazione implanto-protesica di uno degli incisivi laterali agenesici.
Scheda clinica
Categoria
Ortodonzia
Tipo di intervento
Correzione ortodontica secondaria di affollamento terziario e agenesia dentali
Legenda Grado di difficoltà F (Facile): trattamento routinario di riscontro quasi quotidiano nella pratica clinica PD (Poco difficile): trattamento poco complesso di frequente riscontro nella pratica clinica D (Difficile): trattamento complesso con situazione clinica particolare e/o che richiede lavoro in team o competenze multidisciplinari MD (Molto difficile): trattamento molto complesso con situazione clinica che richiede lavoro in team o competenze multidisciplinari sofisticate, con gestione estetica e del comfort del paziente di alto livello ED (Estremamente difficile): trattamento estremamente complesso a causa delle condizioni complessive iniziali del paziente e con prognosi fortemente riservata
Presentazione del caso
Una paziente di sesso femminile, 38 anni, già trattata ortodonticamente presso altra sede con apparecchiatura fissa a entrambe le arcate in età adolescenziale senza successiva applicazione di alcuna contenzione, si presenta alla nostra attenzione perché insoddisfatta dell’estetica del sorriso; richiede una valutazione per un trattamento ortodontico con apparecchiatura fissa linguale per la presenza di affollamento dentale a entrambe le arcate e difficoltà a mantenere una adeguata igiene orale; si riscontrano agenesia di entrambi gli incisivi laterali superiori (1.2 e 2.2) e del secondo premolare inferiore destro (4.5). Presentiamo la risoluzione del caso mediante trattamento ortodontico estrattivo a entrambe le arcate, eseguito con apparecchiatura linguale invisibile 2D e meccanica asimmetrica e seguito a medio termine da riabilitazione implanto-protesica e contenzione fissa.
Esami strumentali e valutazione diagnostica
Per formulare corretta diagnosi e piano di cura, lo studio del caso ha previsto la raccolta di documentazione completa standard, ovvero fotografie del viso e intraorali (Figure 1a-e), radiografia panoramica e teleradiografia del cranio in proiezione laterale (Figure 2a-b) per la relativa analisi cefalometrica e modelli di studio.
1a-e. Fotografie intraorali iniziali
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2a-b. Radiografia panoramica e teleradiografia iniziali
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La valutazione clinica e gli esami effettuati confermano la presenza di agenesia degli incisivi laterali superiori (1.2 e 2.2) e del secondo premolare inferiore destro (4.5).
L’analisi ortodontica e la valutazione parodontale, con particolare riferimento alla posizione della radice del canino superiore destro (1.3), distoinclinata e trasposta alla radice del primo premolare (1.4) come evidente dalla radiografia panoramica e dalle immagini intraorali, ci hanno guidati nella programmazione di un trattamento estrattivo asimmetrico a entrambe le arcate.
Descrizione del trattamento
È stato effettuato un trattamento ortodontico estetico mediante ortodonzia linguale per la correzione pre-protesica di una malocclusione in paziente adulto (1).
Il protocollo terapeutico ha previsto l’estrazione del primo premolare inferiore sinistro (3.4) e del primo superiore destro (1.4), l’applicazione di una apparecchiatura fissa linguale 2D e di una meccanica asimmetrica di ancoraggio e movimento ortodontico a entrambe le arcate (Figure 3a-b).
3a-b. Apparecchiatura linguale 2D all’arcata superiore e all’arcata inferiore
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Il trattamento è iniziato con l’estrazione dei due premolari in unica seduta in anestesia locale e l’applicazione simultanea, dopo una settimana, della apparecchiatura linguale inferiore e superiore, non essendoci problemi di overbite e potenziali interferenze in occlusione tra l’apparecchiatura superiore e i frontali inferiori. All’arcata superiore è stata effettuata una iniziale chiusura dello spazio estrattivo con forze molto leggere in ancoraggio medio su arco .014” Nichel-Titanio e successivamente .016” Nichel-Titanio, bondato in prima fase per maggior stabilità direttamente sulla superficie mesiale di 2.4.
Nota tecnica: il movimento iniziale di distalizzazione della corona di 1.3 mediante tipping distale (vista la posizione radicolare iniziale) è stato ottenuto con una catenella elastica leggera inserita su 1.6, 1.5 e ancorata su 1.3, abbracciando per maggior controllo l’aletta disto-occlusale e quella gengivale del bracket linguale.
Per la chiusura dello spazio all’arcata inferiore, dopo la preliminare fase di allineamento e livellamento2, con la stessa sequenza iniziale di archi (.014” e poi .016” Nichel-Titanio), è stato temporaneamente applicato un sistema di ancoraggio ausiliario vestibolare, mediante fibre rinforzate, bondate sulla superficie vestibolare di 3.5, 3.6, 3.7 (Figura 4).
4. Sistema di ancoraggio ausiliario mediante fibre rinforzate, applicato con tecnica adesiva sulla superficie vestibolare di 3.5, 3.6, 3.7 durante la fase preliminare di distalizzazione di 3.3 per la risoluzione dell’affollamento inferiore
Successivamente, per controllare il movimento radicolare distale del canino inferiore sinistro (3.3), è stato applicato un sistema di forze che ha sfruttato: la forza singola distalizzante e di chiusura spazi data dalla catenella elastica con ruolo stabilizzante anche verticale su 3.3, inserita e agganciata in due segmenti, uno mesiale e uno distale, nelle rispettive alette dello slot occlusale del 3.3, e una coppia di forze di uprighting data dall’arco ortodontico .016” Nichel Titanio; quest’ultimo è stato inserito distalmente nello slot ausiliario dell’attacco linguale sul 3.5 ottenuto ripiegando verso occlusale la terza aletta gengivale, e poi nel tubo singolo sul 3.6, e mesialmente, da mesiale verso distale e da gengivale verso occlusale nello slot di 3.3, generando una flessione verticale di secondo ordine, la cui rotazione in senso linguale veniva controllata dalla catenella elastica stessa in appoggio su di esso. Il segmento di arco distale a 3.2 è stato ripiegato in senso gengivo-vestibolare (Figura 5).
5. Particolare della meccanica di controllo del movimento distale e radicolare di 3.3 e sue indicazioni grafiche
Nota tecnica: una volta ottenuto il corretto posizionamento del 3.3, al fine di simmetrizzare l’arcata inferiore e centrare le linee di simmetria, è stata applicata una molla ad anse aperte tra 4.4 e 4.3 su arco .016” in acciaio (Figura 6).
6. Molla ad anse aperte alla arcata inferiore tra 4.4 e 4.3 su arco in acciaio .016” per simmetrizzare l’arcata, prima di completare la chiusura degli spazi
In seguito, è stato modellato e applicato con tecnica adesiva diretta un pontic estetico in resina composita in sede 1.2, bondato sia distalmente a 1.1 sia mesialmente a 1.3, per un movimento en-masse in ancoraggio medio del gruppo frontale superiore, ottenuto nel settore 1 mediante forza elastica singola su arco .016” acciaio.
Per completare la chiusura degli spazi inferiori in ancoraggio medio è stata applicata una catenella elastica leggera da 3 a 6 ed elastici di Classe II (3/16 da 4.5 once) bilaterali e domiciliari-notturni, applicati vestibolarmente su bottoni estetici bondati su 3.6, 4.6, 1.3 e 2.4 (Figure 7a-e).
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7a-e. Pontic estetico diretto in composito in sede 1.2, coronoplastica preliminare di 2.3 e meccanica di chiusura spazi in ancoraggio medio all’arcata superiore e inferiore con elastici di classe II e catenella elastica su archi .016” acciaio
7a-e. Pontic estetico diretto in composito in sede 1.2, coronoplastica preliminare di 2.3 e meccanica di chiusura spazi in ancoraggio medio all’arcata superiore e inferiore con elastici di classe II e catenella elastica su archi .016” acciaio
7a-e. Pontic estetico diretto in composito in sede 1.2, coronoplastica preliminare di 2.3 e meccanica di chiusura spazi in ancoraggio medio all’arcata superiore e inferiore con elastici di classe II e catenella elastica su archi .016” acciaio
7a-e. Pontic estetico diretto in composito in sede 1.2, coronoplastica preliminare di 2.3 e meccanica di chiusura spazi in ancoraggio medio all’arcata superiore e inferiore con elastici di classe II e catenella elastica su archi .016” acciaio
7a-e. Pontic estetico diretto in composito in sede 1.2, coronoplastica preliminare di 2.3 e meccanica di chiusura spazi in ancoraggio medio all’arcata superiore e inferiore con elastici di classe II e catenella elastica su archi .016” acciaio
La rifinitura del caso ha previsto il completamento del livellamento del piano occlusale posteriore inferiore mediante meccanica cross-over con sezionali in acciaio .017”x .025” applicati sui primi e secondi molari e catenelle di derotazione tra i centrali superiori e tra 1.6 e 1.5 (Figure 8a-b).
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8a-b. Rifinitura del caso alla arcata superiore e alla arcata inferiore, dove si osserva l’utilizzo della meccanica cross-over nei settori posteriori
8a-b. Rifinitura del caso alla arcata superiore e alla arcata inferiore, dove si osserva l’utilizzo della meccanica cross-over nei settori posteriori
Al termine del trattamento ortodontico, che ha richiesto 24 mesi di terapia, è stata applicata una contenzione fissa3 all’arcata inferiore mediante filo multi-intrecciato coassiale .0195” esteso da 4.4 a 3.5 al fine non solo di stabilizzare il risultato sia sul piano orizzontale sia verticale, ma soprattutto per prevenire adeguatamente l’affollamento dentale terziario (Figure 9a-e).
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9a-e. Risultato finale, applicazione della contenzione fissa inferiore da 4.3 a 3.5 e mantenimento temporaneo del pontic estetico in composito in sede 1.2
9a-e. Risultato finale, applicazione della contenzione fissa inferiore da 4.3 a 3.5 e mantenimento temporaneo del pontic estetico in composito in sede 1.2
9a-e. Risultato finale, applicazione della contenzione fissa inferiore da 4.3 a 3.5 e mantenimento temporaneo del pontic estetico in composito in sede 1.2
9a-e. Risultato finale, applicazione della contenzione fissa inferiore da 4.3 a 3.5 e mantenimento temporaneo del pontic estetico in composito in sede 1.2
9a-e. Risultato finale, applicazione della contenzione fissa inferiore da 4.3 a 3.5 e mantenimento temporaneo del pontic estetico in composito in sede 1.2
All’arcata superiore è stato mantenuto il pontic in composito in sede 1.2, poiché la paziente, per esigenze personali, aveva preferito rimandare a un tempo successivo la sostituzione implantare di 1.2 agenesico, così come la coronoplastica definitiva di 2.3.
Dopo tre anni dal termine del trattamento ortodontico, la paziente ha richiesto di finalizzare il suo caso; è dunque stata effettuata la sostituzione implanto-protesica dell’elemento 1.2, senza necessità di ulteriori rifiniture ortodontiche, avendo mantenuto, grazie al pontic in composito, un ottimo parallelismo radicolare tra 1.1 e 1.3.
È stata eseguita contestuale terapia rigenerativa, per ottimizzare qualità e quantità dei tessuti nel sito implantare. Come si rileva dalle immagini di follow up, dopo la fase implanto-protesica superiore, è stata applicata anche una parziale contenzione fissa tra gli incisivi centrali superiori e il risultato ortodontico si è mantenuto stabile nel tempo (Figure 10 a-e).
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10a-e. Follow up ortodontico a 3 anni dal termine della terapia, dopo finalizzazione implanto-protesica in sede 1.2, mentre a carico di 2.3, per desiderio della paziente, è rimasta la coronoplastica “provvisoria” effettuata ad inizio terapia ortodontica e non è stato effettuato alcun restauro estetico e terapia parodontale a carico di 2.4, per trasformarlo in canino.
10a-e. Follow up ortodontico a 3 anni dal termine della terapia, dopo finalizzazione implanto-protesica in sede 1.2, mentre a carico di 2.3, per desiderio della paziente, è rimasta la coronoplastica “provvisoria” effettuata ad inizio terapia ortodontica e non è stato effettuato alcun restauro estetico e terapia parodontale a carico di 2.4, per trasformarlo in canino.
10a-e. Follow up ortodontico a 3 anni dal termine della terapia, dopo finalizzazione implanto-protesica in sede 1.2, mentre a carico di 2.3, per desiderio della paziente, è rimasta la coronoplastica “provvisoria” effettuata ad inizio terapia ortodontica e non è stato effettuato alcun restauro estetico e terapia parodontale a carico di 2.4, per trasformarlo in canino.
10a-e. Follow up ortodontico a 3 anni dal termine della terapia, dopo finalizzazione implanto-protesica in sede 1.2, mentre a carico di 2.3, per desiderio della paziente, è rimasta la coronoplastica “provvisoria” effettuata ad inizio terapia ortodontica e non è stato effettuato alcun restauro estetico e terapia parodontale a carico di 2.4, per trasformarlo in canino.
10a-e. Follow up ortodontico a 3 anni dal termine della terapia, dopo finalizzazione implanto-protesica in sede 1.2, mentre a carico di 2.3, per desiderio della paziente, è rimasta la coronoplastica “provvisoria” effettuata ad inizio terapia ortodontica e non è stato effettuato alcun restauro estetico e terapia parodontale a carico di 2.4, per trasformarlo in canino.
Conclusioni
Il trattamento ortodontico presentato è stato progettato e realizzato in tutte le sue fasi da un solo operatore, mentre la parte chirurgica estrattiva, parodontale e implantare è stata eseguita dallo Specialista in Chirurgia Orale (Dr. Roberto Marino, che ringrazio). Ritengo pertanto fondamentale che, operando in squadra, l’ortodontista e il chirurgo orale pianifichino insieme la gestione del caso, lavorando a “due menti e a quattro mani”, chiave cruciale del successo terapeutico a lungo termine. L’estetica richiesta dalla paziente durante il trattamento è stata rispettata al meglio grazie all’utilizzo della tecnica ortodontica linguale e del pontic estetico adesivo in resina composita, durante e al termine della apertura dello spazio in sede 1.2.
Il caso illustrato, trattato 17 anni fa da neospecialista in ortognatodonzia e poi utilizzato tra i casi selezionati per diventare socio attivo della SIDO (Società Italiana di Ortodonzia), dimostra che i possibili e apparenti limiti di una meccanica ortodontica che si avvale di una apparecchiatura linguale 2D, ovvero che prevede l’uso di soli archi a sezione rotonda e non rettangolari, possono essere superati, gestiti e addirittura valorizzati conoscendone a fondo le caratteristiche e sfruttando la fantasia, sempre partendo da solide conoscenze meccaniche e biomeccaniche, che non sono la stessa cosa e vanno al di là delle esigenze estetiche e di comfort del paziente, completandole e arricchendole, come diceva il mio Maestro, il Prof. Aldo Macchi.
Bibliografia
1. Macchi A, Tagliabue A, Levrini L, Trezzi G. Philippe self-ligating lingual brackets. J Clin Orthod. 2002 Jan;36(1):42-5. PMID: 11887642.
2. Macchi A, Beretta M, Cirulli N, et al. Lower incisor intrusion using self-ligating lingual bracket mechanics. EJCO 2015; 3:80-86
3. Beretta M. Contenzione fissa in Ortodonzia: analogica, digitale, responsabile e 4D. Il Dentista Moderno 2022; 11:54-63
La parodontite, già di per sé un problema, potrebbe nascondere ulteriori insidie per la salute. Lo dimostra un recente studio, condotto presso il Dipartimento di Salute e Genomica della Fondazione FISABIO di Valencia, Spagna. Secondo i ricercatori, infatti, la malattia parodontale potrebbe compromettere la capacità del microbiota orale di metabolizzare i nitrati, influenzando negativamente la regolazione della pressione sanguigna.
Il ruolo del microbiota orale nella regolazione della pressione arteriosa
È noto che i nitrati presenti in alcuni alimenti, come il succo di barbabietola, per esempio, vengono convertiti in ossido nitrico attraverso il metabolismo operato dai batteri del cavo orale. L’ossido nitrico svolge un ruolo chiave nella dilatazione dei vasi sanguigni e nella riduzione della pressione arteriosa. Tuttavia, in presenza di parodontite, la composizione del microbiota orale subisce alterazioni significative, riducendo la capacità di convertire i nitrati in ossido nitrico e limitando così il loro effetto benefico sulla pressione sanguigna.
Parodontite e alterazioni metaboliche
Lo studio in qustione ha dimostrato che i pazienti con parodontite presentano livelli inferiori di nitriti salivari rispetto a soggetti con gengive sane. Questo deficit è associato a una minore produzione di ossido nitrico, con conseguente riduzione della vasodilatazione e della capacità ipotensiva del succo di barbabietola. Questi risultati suggeriscono che la salute orale potrebbe avere un impatto più ampio sulla salute sistemica di quanto precedentemente ipotizzato.
Implicazioni cliniche per medici e odontoiatri
Questa nuova evidenza rafforza l’importanza della prevenzione e del trattamento della parodontite non solo per la salute orale, ma anche per il benessere cardiovascolare. Gli odontoiatri dovrebbero considerare la parodontite come un possibile fattore di rischio per l’ipertensione, incoraggiando i pazienti a mantenere una corretta igiene orale e sottoporsi a controlli regolari. L’integrazione di strategie di prevenzione parodontale nei protocolli di gestione dell’ipertensione potrebbe rappresentare un approccio innovativo e multidisciplinare per migliorare la salute cardiovascolare dei pazienti.
Una ragione in più per puntare sulla prevenzione
Lo studio, pubblicato su npj Biofilms and Microbiomes, apre nuove prospettive sulla relazione tra salute orale e pressione sanguigna. Il mantenimento di un microbiota orale sano potrebbe contribuire a migliorare l’efficacia dei trattamenti ipotensivi e a ridurre il rischio cardiovascolare, sottolineando ancora una volta il ruolo cruciale della salute orale nella medicina sistemica.
Andrea Scribante, Maurizio Pascadopoli, Piera Bergomi, Amelia Licari, Gian Luigi Marseglia, Federica M. Bizzi, Andrea Butera -
Little preschool girl and preteen school boy brushing teeth. Brother teaching sister brush teeth. Happy siblings. Two children having fun with morning dental routine. Family indoors
Autori
Andrea Scribante (1, 2), Maurizio Pascadopoli (2), Piera Bergomi (3), Amelia Licari (4, 5), Gian Luigi Marseglia (4, 5), Federica M. Bizzi (1), Andrea Butera (1)
1) Unità di Igiene Dentale, Sezione di Odontoiatria, Dipartimento di Scienze Clinico-Chirurgiche, Diagnostiche, Pediatriche, Università di Pavia, 27100 Pavia, Italia
2) Unità di ortodonzia e pedodonzia, Sezione di Odontoiatria, Dipartimento di Scienze Clinico-Chirurgiche, Diagnostiche, Pediatriche, Università di Pavia, 27100 Pavia, Italia
3) Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo, Pavia, Italia
4) Dipartimento di Scienze Clinico-Chirurgiche, Diagnostiche, Pediatriche, Università di Pavia, Pavia, Italia
5) Clinica Pediatrica, Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo, Pavia, Italia
Abstract
Scopo dello studio: confrontare l’efficacia di due dentifrici remineralizzanti in bambini affetti da asma e rinite allergica attraverso uno studio clinico randomizzato controllato, monocentrico, parallelo, durato 6 mesi. Materiali e metodi: sono stati arruolati nello studio 40 pazienti di età compresa tra 6 e 14 anni con demineralizzazioni dello smalto. Dopo una seduta di igiene orale professionale, i pazienti sono stati equamente divisi in due gruppi: Gruppo 1 che utilizzava un dentifricio contenente idrossiapatite biomimetica (Biorepair Total Protection Plus®, Coswell SpA, Funo di Argelato, BO, Italia) in aggiunta a Desensitizing enamel-repair shock treatment®; Gruppo 2 che utilizzava un dentifricio contenente fosfosilicato di calcio e sodio (Sensodyne Repair&Protect, Haleon Italy S.r.l., Milan, Italia). Il dentifricio doveva essere usato due volte al giorno.
Sono stati quindi valutati i seguenti 7 indici: Schiff Air Index (SAI); Indice di Placca (PI); Sanguinamento al sondaggio (BoP); pH salivare; Basic Erosive Wear Examination (BEWE); Grado di suscettibilità per patologie dei tessuti duri e molli (SI); Decayed Missing Filled Teeth (DMFT). La rilevazione degli indici è avvenuta al: momento dell’arruolamento dei pazienti (T0); dopo 1 mese dall’inizio del trattamento (T1); dopo 3 mesi (T2); dopo 6 mesi (T3). Risultati: entrambi i trattamenti di 6 mesi hanno indotto un miglioramento statisticamente significativo (p<0.05) del grado di ipersensibilità dentinale (Shiff Air Index), dell’indice di placca (Plaque index) e del sanguinamento al sondaggio (BoP), senza differenze significative tra i due gruppi (p>0,05). È riscontrato un miglioramento statisticamente significativo (p<0.05) del Grado di suscettibilità all’insorgenza di patologie a carico dei tessuti duri e molli (SI) nel Gruppo 1 da T2 a T3 (p<0,05), mentre lo stesso non è avvenuto per il Gruppo 2 (p>0,05) e non sono state riscontrate differenze intergruppo (p>0,05). PH salivare, DMFT e BEWE non hanno mostrato differenze significative intergruppi e intragruppo (p>0,05). Conclusione: i dentifrici testati possono essere proposti per l’uso domiciliare nei bambini con asma e rinite allergica poiché riducono significativamente la sensibilità dentale e gli indici parodontali.
Evaluation of two remineralizing toothpastes in children with asthma and allergic rhinitis under pharmacological control: a randomized clinical trial
Purpose of the study: the aim of the study was to compare the effectiveness of two remineralizing toothpastes in children with asthma and allergic rhinitis through a single-center, parallel, 6-month randomized controlled clinical trial. Materials and methods: the study enrolled 40 patients aged between 6 and 14 years with enamel demineralization.
After a session of professional oral hygiene, the patients were equally divided into two groups: Group 1 used a toothpaste containing biomimetic hydroxyapatite (Biorepair Total Protection Plus®, Coswell SpA, Funo di Argelato, BO, Italy) in addition to Desensitizing enamel-repair shock treatment®; Group 2 used a toothpaste containing calcium sodium phosphosilicate (Sensodyne Repair & Protect, Haleon Italy S.r.l., Milan, Italy).
The toothpaste was to be used twice daily. The following seven indices were then evaluated: Schiff Air Index (SAI); Plaque Index (PI); Bleeding on Probing (BoP); Salivary pH; Basic Erosive Wear Examination (BEWE); Susceptibility Index for hard and soft tissue diseases (SI); Decayed Missing Filled Teeth (DMFT). The indices were recorded at: the time of patient enrollment (T0); 1 month after the start of treatment (T1); 3 months after (T2); and 6 months after (T3). Results: both 6-month treatments induced a statistically significant improvement (p<0.05) in the degree of dentin hypersensitivity (Schiff Air Index), plaque index, and bleeding on probing (BoP), with no significant differences between the two groups (p>0.05).
A statistically significant improvement (p<0.05) in the Susceptibility Index (SI) for hard and soft tissue disease was observed in Group 1 from T2 to T3 (p<0.05), whereas no such improvement was observed in Group 2 (p>0.05), and no intergroup differences were found (p>0.05). Salivary pH, DMFT, and BEWE showed no significant intergroup or intragroup differences (p>0.05). Conclusion: the tested toothpaste can be recommended for home use in children with asthma and allergic rhinitis as they significantly reduce dental sensitivity and periodontal indices.
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Le labiopalatoschisi rappresentano le malformazioni congenite del viso più frequenti e comportano numerose problematiche odontoiatriche.
I pazienti affetti possono presentare anomalie di numero, forma e dimensione dentale, tra cui l’agenesia di elementi nelle aree della schisi, denti sovrannumerari o conoidi.
Sono comuni anche alterazioni dello smalto, come discromie e ipoplasia.
La gestione odontoiatrica di questi pazienti richiede un approccio multidisciplinare, che coinvolga ortodontisti e igienisti dentali sin dall’età pediatrica.
La cura dei denti decidui e permanenti è fondamentale per consentire trattamenti ortodontici mirati, spesso necessari prima di interventi chirurgici come l’innesto osseo.
A dentatura permanente completata, il trattamento si perfeziona con ricostruzioni estetiche o riabilitazioni protesiche e implanto-protesiche.
Per approfondire questi aspetti, il 24 marzo 2025, dalle 19:00 alle 20:00, si terrà il webinar gratuito:
“Labiopalatoschisi: cosa deve sapere il dentista”
Relatori: Costanza Meazzini, Luca Autelitano
Partecipazione gratuita con iscrizione obbligatoria
Rolando Crippa, Hilary Perego, Sabrina De Michele, Francesca Angiero -
5. Trattamento con tecnica LANAP
Autori
Rolando Crippa
Prof. a c. Master Internazionale II Liv. Laser Dentistry Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma
Hilary Perego
Igienista Dentale, Libera professionista, Laureanda in Odontoiatria e Protesi Dentaria Università degli Studi di Milano
Sabrina De Michele
Odontoiatra, Libera professionista, ISI Milano
Francesca Angiero
Prof. Associato Università degli Studi di Genova
Abstract
Negli ultimi decenni si è arrivati a comprendere quali siano le cause eziologiche della malattia parodontale e perimplantare e si sono formulate numerose ipotesi sulla gestione terapeutica. Il laser, come approccio combinato all’imprescindibile terapia classica di scaling e root planing, ha dimostrato vantaggi clinici e procedurali non trascurabili, suffragati da numerosi studi scientifici che ne hanno validato l’utilità e i vantaggi clinici. Un’altra positiva azione del laser viene svolta nei confronti dell’unità funzionale “cemento/legamento parodontale”, stimolando la formazione di un nuovo attacco parodontale connettivale e inducendo un’apparente rigenerazione sulla superficie radicolare danneggiata dalla malattia.
La parodontite, o malattia parodontale, è una patologia infiammatoria cronica multifattoriale del tessuto parodontale causata da specifici microrganismi batterici contenuti nella placca dentale. Tra questi si ricordano: Actinobacillus, Actinomycetemcomitans, Bacteroides forsythus, Prevotella intermedia e Porphyromonas gingivalis. Inizialmente si presenta spesso come una gengivite, reversibile e contraddistinta da sanguinamento, gengive gonfie e dolore.
Se non trattata, può progredire in parodontite, irreversibile, comportando perdita di attacco e di supporto osseo.
La progressione della patologia può condurre a un’estesa perdita ossea e all’edentulia, condizione in grado di compromettere la masticazione, l’estetica, la qualità della vita dei pazienti e la fiducia in se stessi. Inoltre, la parodontite ha conseguenze potenzialmente negative sulla salute generale.
Studi epidemiologici hanno dimostrato che la malattia parodontale aumenta il rischio di uno scarso controllo glicemico e di complicanze nei pazienti affetti da diabete mellito, e che un adeguato trattamento della patologia migliora il controllo glicemico nei pazienti affetti da diabete di tipo 2.
La parodontite è anche associata a malattie cardiovascolari e a problemi gestazionali.
Esistono, infine, evidenze scientifiche che correlano la parodontite a infezioni polmonari nosocomiali, ad alcuni tipi di tumore e all’artrite reumatoide.
La malattia parodontale interessa i denti naturali, ma si può verificare anche un fenomeno simile attorno agli impianti dentali, attraverso il medesimo processo.
Ciò che cambia è la classificazione della patologia che, in fase iniziale, reversibile e senza perdita di attacco osseo, prende il nome di mucosite perimplantare; mentre in fase avanzata, ossia quando è irreversibile, con perdita ossea marginale di supporto di un impianto osteointegrato, viene classificata come perimplantite.
Come afferma il Global Burden of Disease Study, la malattia parodontale è l’undicesima patologia più diffusa al mondo. I dati forniti dal Ministero della Salute evidenziano che tale malattia colpisce, in Italia, circa il 60% della popolazione; tra questi soggetti, circa il 10% manifesta forme avanzate. Le persone maggiormente colpite sono quelle comprese nella fascia d’età tra i 35 e i 44 anni.
Nonostante questo, però, secondo dati SIdP (Società Italiana di Parodontologia) e ISTAT, solo il 9% degli italiani riceve una diagnosi di parodontite e solo l’1,2 % viene sottoposto a cure adeguate (Tabella 1).
Strategie terapeutiche classiche per la cura delle parodontopatie
Il trattamento della parodontite prevede soluzioni diverse in base alle necessità del paziente e alla severità della patologia.
La malattia parodontale si classifica in quattro stadi (iniziale, moderato, severo e avanzato) e in tre gradi di progressione (A, B, C). L’approccio corretto prevede l’inquadramento del paziente seguendo le linee guida stabilite nel “Consensus report of workgroup 4 of the 2017” che ha proposto la nuova “Classification of Periodontal and Peri Implant Diseases and Conditions”. Il paziente viene studiato e stabilito il “grading” e lo” staging”.
Per grading si intende il tasso di progressione della parodontite, la risposta alla terapia standard e il potenziale impatto sulla salute sistemica (Tabella 2).
Lo staging invece intende classificare la gravità e l’estensione della malattia di un paziente in base alla quantità misurabile di tessuto distrutto e/o danneggiato a seguito della parodontite, valutando i fattori specifici che possono portare alla gestione del caso a lungo termine (Tabella 3).
Per completezza diagnostica oggi è opportuno, se non indispensabile, eseguire uno studio genetico e microbiologico riguardante lo stato di salute parodontale. Questo permetterà di orientare la scelta terapeutica verso la migliore soluzione a seconda dei risultati e della condizione di salute del paziente.
La terapia di tale malattia, classicamente, è suddivisa in tre fasi:
preparazione iniziale (o terapia causale). Consiste nella rimozione degli agenti patogeni dalla superficie dentale, radicolare e dall’epitelio sulculare e nell’eliminazione dei fattori ritentivi di placca con lo scopo di ridurre lo stato infiammatorio della sede interessata;
approccio chirurgico. Si rivela necessario qualora la terapia iniziale non sia stata sufficiente a ripristinare uno stato di salute parodontale ottimale;
terapia parodontale di sostegno. Consente di monitorare il paziente nel tempo e di verificarne le condizioni di igiene orale domiciliare, nonché di rimuovere depositi di placca e tartaro che sfuggono al controllo del paziente stesso, allo scopo di prevenire l’insorgenza di nuovi fenomeni flogistici.
Il laser come nuovo approccio terapeutico integrato
Il laser, grazie al modo in cui interagisce con i tessuti parodontali e perimplantari, ha largamente dimostrato la sua efficacia come coadiuvante della terapia parodontale classica.
Uno degli aspetti più significativi dell’impiego del laser nella terapia parodontale è quello battericida.
Nel corso degli anni, diversi studi hanno dimostrato il valore della terapia meccanica classica nella rimozione degli agenti flogistici sia sopra sia sottogengivali ed è stato notato che la presenza dei batteri patogeni diminuiva così dell’86-99%.
L’introduzione del laser, in associazione alla terapia meccanica, ha migliorato ulteriormente questo risultato, eliminando completamente alcuni ceppi batterici responsabili della parodontite. In aggiunta, i siti trattati con il laser presentano una ricolonizzazione batterica più lenta rispetto ai siti trattati con la sola terapia meccanica.
Tale fenomeno pare associato, oltre che alla migliore decontaminazione offerta dallo strumento laser, alla formazione, durante la terapia parodontale laser assistita, di un coagulo nel sito trattato, che fornirebbe un sigillo, ovvero una chiusura fisica della tasca, impedendo nuovamente l’ingresso di batteri.
Tipologie di terapia laser parodontale
Tra i trattamenti per elezione della malattia parodontale e perimplantare ricordiamo:
la terapia Fotodinamica (PDT);
la terapia per il riattacco e rigenerazione del legamento parodontale
Terapia fotodinamica (PDT)
Prevede l’utilizzo di un laser a diodi a bassa potenza e di coloranti fotosensibili. Data la grande affinità del laser con i pigmenti, infatti, è possibile potenziarne l’effetto battericida irrigando il sito da trattare con fotosensibilizzatori come blu di metilene, verde di indocianina, cloruro di fenotiazina e blu di toluidina.
Tali agenti contribuiscono ad abbattere ulteriormente la carica batterica presente poiché si legano alle cellule bersaglio batteriche e, una volta irradiati dalla luce laser a una specifica lunghezza d’onda, in presenza di ossigeno, subiscono una transizione da uno stato di bassa energia a uno stato eccitato. In questo modo vengono rilasciati ossigeno singoletto e altri prodotti molto reattivi tossici per le cellule batteriche.
L’ossigeno singoletto, prodotto a partire dall’ossigeno nel suo stato fondamentale di tripletto e sempre presente nella maggior parte dei tessuti biologici, porta rapidamente alla morte cellulare, sia per necrosi sia per apoptosi, in dipendenza dalla modalità di azione e dalla localizzazione subcellulare del fotosensibilizzatore (Grafico 1). Nella Tabella 4 sono riportati i parametri suggeriti per suddetta procedura terapeutica con l’utilizzo del laser a Diodi nelle lunghezze d’onda nel visibile tra 630 e 680nm.
Caso clinico 1. Trattamento fotodinamico di parodontite acuta
1 di 6
1. Immagine clinica di gengivite acuta su 1.1 e 2.1
2. Rx endorale preoperatoria
3. Trattamento con laser a diodi 635 e attivazione del colorante blu di metilene
4.Immagine dopo il trattamento
5. Particolare dell'immagine 4
6. Risultato del trattamento a 30 giorni
Terapia per il riattacco e rigenerazione del legamento parodontale
(LANAPTM - Laser Assisted New Attachment Procedure)
La tecnica fu descritta nel 1997 da R. Gregg e D. McCarthy e fu validata dagli studi di R. Yukna, il parodontologo che condusse una ricerca per la FDA che confermò, con preparati istologici, la possibilità di ottenere una rigenerazione del legamento parodontale con il trattamento mediante il laser Nd:YAG 1064 nm. Successivamente L.V. Tilt pubblicò il primo lavoro dove dimostrò che la tecnica LANAPTM consente la riduzione della perdita dentale a lungo termine, con risultati sovrapponibili agli altri metodi di chirurgia parodontale invasivi.
Con la tecnica LANAPTM viene rimosso il tessuto di granulazione e il tessuto sulculare infetto senza compromissione né delle superfici dentali/implantari, né del tessuto connettivo sottostante, che anzi ne risulta migliorato.
Ne consegue una riduzione della profondità di sondaggio, della mobilità dentale e un miglioramento del livello di attacco clinico.
Altra potenzialità terapeutica offerta è sicuramente l’effetto biostimolante, ossia la capacità di indurre nei tessuti irradiati una duplicazione cellulare più rapida senza che si verifichino alterazioni di tipo strutturale e/o funzionale.
Non è ancora del tutto chiaro il meccanismo di azione della biostimolazione, ma la teoria più accreditata è che il laser possa indurre un incremento dell’attività mitocondriale con conseguente produzione aumentata di ATP (Adenosintrifosfato) endocellulare nelle cellule irradiate rispetto a quelle non irradiate con conseguente velocizzazione della duplicazione cellulare. Altri aspetti non trascurabili sono la capacità del laser di aumentare sia la produzione di fibroblasti sia la sintesi del collagene (incrementandola dal 30 al 50%) e apportando un miglioramento, valutabile radiologicamente, al livello e alla densità ossea dei siti trattati, con formazione di nuovo legamento parodontale. Grazie alle capacità antiflogistiche del laser che aumentano la velocità di circolo ematico, l’ausilio del Nd:YAG apporta una significativa riduzione dell’edema post-trattamento aumentando il comfort del paziente. Nelle Tabelle 5 e 6 vengono riportati i parametri suggeriti rispettivamente per decontaminazione parodontale e perimplantare con laser Nd:NanoYAG 1064 nm, attualmente il laser al Neodimio più performante.
caso clinico 2. Trattamento con tecnica LANAP di 1.3
1 di 10
1. Parodontopatia su 1.3 ricoperto protesicamente e pilastro di ponte
2. Rx endorale che mostra chiaramente la sofferenza parodontale su 1.3
3. Particolare della Figura 2
4. Sondaggio parodontale che mostra una profondità di oltre 5mm
5. Trattamento con tecnica LANAP
6. Immagine post trattamento
7. Sondaggio parodontale a 90 giorni con riduzione della profondità di tasca di oltre il 90%
8. Sondaggio a 180 giorni dal trattamento
9. Particolare dell'Rx endorale su 1.3 che mostra la risoluzione del difetto osseo
10. Immagine clinica a 12 mesi
Negli ultimi decenni si è arrivati a comprendere quali siano le cause eziologiche della malattia parodontale e perimplantare e si sono formulate numerose ipotesi sulla gestione terapeutica.
Il laser, come approccio combinato all’ imprescindibile terapia classica di scaling e root planing, ha dimostrato vantaggi clinici e procedurali non trascurabili. In primis, consente di ridurre la necessità di terapia chirurgica, il tempo di trattamento e il rischio di batteriemia e recidive infettive; è estremamente preciso, consente di ridurre l’utilizzo di anestetici, accelera il processo di guarigione dei tessuti parodontali e perimplantari, offrendo un più rapido decorso operatorio e un migliore comfort per il paziente. Il laser si sta sempre più diffondendo nel panorama odontoiatrico, anche grazie alla possibilità di poter acquistare un dispositivo di piccole dimensioni, molto più gestibile all’interno di uno studio odontoiatrico e con prezzi maggiormente accessibili. Il laser sposa la tecnologia con il progresso ed eleva la qualità operativa che, insieme con la soddisfazione del paziente, rappresenta la chiave per il successo terapeutico.
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Vincenzo Quinzi, Daniela Di Giandomenico, Giuseppe Marzo -
Autori
Vincenzo Quinzi Odontoiatra, specialista in Ortognatodonzia, ricercatore presso l’Università degli Studi dell’Aquila, Scuola di Specializzazione in Ortognatodonzia
Daniela Di Giandomenico Specializzata in Ortognatodonzia, Specializzanda in Odontoiatria pediatrica
Giuseppe Marzo Direttore della Scuola di Specializzazione in Ortognatodonzia presso l’Università degli Studi dell’Aquila
Si presenta un case report dedicato a una paziente che presenta una prima classe scheletrica con tendenza alla terza classe e crescita in iperdivergenza, una buona posizione degli incisivi sia superiori sia inferiori sul piano sagittale, un viso armonico nelle sue proporzioni con competenza labiale, un profilo normale e un sorriso irregolare.
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