Microscopic view of candida albicans yeast cells in a cluster. These fungi cause infections and are studied, in biology and medicine for research.
La candidosi orale rappresenta una delle infezioni opportunistiche più comuni del cavo orale e, negli ultimi anni, ha attirato crescente attenzione per il suo legame con il microbioma. Un recente studio condotto presso il Dipartimento di Microbiologia Medica, Facoltà di Medicina, Università di Malaya, Kuala Lumpur (Malesia), ha analizzato in profondità le modifiche del microbioma nei pazienti affetti da questa condizione. Con l'obiettivo di comprendere cosa accade non solo durante l’infezione, ma anche dopo che i pazienti sono stati sottoposti alla terapia antifungina. Queste osservazioni hanno consentito di interpretare la candidosi non più come un singolo evento isolato, bensì come l’espressione di uno squilibrio complesso dell’ecosistema orale.
Disbiosi durante la candidosi orale: cosa cambia davvero
Durante la fase attiva della candidosi, i ricercatori hanno osservato nei pazienti una marcata disbiosi. In particolare, alcune specie batteriche opportuniste aumentano in modo significativo nel cavo orale. Al contrario, i batteri associati a uno stato di salute orale tendono a ridursi. Questo squilibrio altera le normali interazioni tra microrganismi. Inoltre, può favorire la persistenza dell’infezione. Non si tratta quindi solo della proliferazione di Candida, ma di un vero e proprio riassetto dell’intero microbioma presente nel cavo orale. Questo dato rafforza l’idea che l’ambiente orale giochi un ruolo determinante nella progressione della patologia.
Guarigione clinica ma non biologica
Dopo essere stati sottoposti al trattamento antifungino, i pazienti mostrano un miglioramento clinico evidente. Tuttavia, i dati microbiologici raccontano una storia diversa. Il microbioma orale, infatti, non ritorna rapidamente a uno stato di equilibrio. Alcune alterazioni persistono anche dopo la scomparsa dei sintomi legati alla infezione. Questo aspetto è particolarmente rilevante. Suggerisce infatti che la terapia elimina il fungo, ma non ripristina completamente l’ecosistema. Di conseguenza, il paziente potrebbe rimanere in una condizione di maggiore vulnerabilità. Questo potrebbe spiegare, almeno in parte, la tendenza alle recidive.
Implicazioni cliniche e prospettive future
Questi risultati aprono nuove riflessioni per la pratica odontoiatrica. Innanzitutto, diventa importante considerare il microbioma come un target terapeutico. Non basta più intervenire solo contro la Candida. Potrebbe essere utile affiancare strategie che favoriscano il riequilibrio batterico. Ad esempio, si potrebbe valutare l’uso di probiotici o approcci mirati alla modulazione del biofilm. Inoltre, il monitoraggio microbiologico potrebbe acquisire un ruolo più centrale. Lo studio, pubblicato sulla rivista Clinical Oral Investigations, sottolinea quindi la necessità di un cambio di prospettiva, da un approccio antifungino a uno ecosistemico.
In merito alla attività odontoiatrica, la recente risposta dell’Agenzia delle Entrate chiarisce il trattamento fiscale della cessione dei rapporti con i pazienti da parte dell’odontoiatra. Un tema centrale per i professionisti a fine carriera, che impone di distinguere tra trasferimento dello studio e mera “cessione della clientela”, con rilevanti implicazioni IVA, Irpef e operative.
Una recente presa di posizione dell’Agenzia delle Entrate in tema di fiscalità della cosiddetta “cessione della clientela” del professionista che cessa la propria attività odontoiatrica offre, all’indomani della riforma del lavoro autonomo, importanti chiarimenti su un ambito da tempo oggetto di incertezze interpretative. Prima di entrare nel merito del documento ufficiale, può essere utile descrivere come questa fattispecie si manifesta, in pratica, nel settore odontoiatrico.
Tutti i professionisti titolari di una attività odontoiatrica arrivano, prima o poi, a un momento in cui può emergere il desiderio – o la necessità – di interrompere l’attività lavorativa. Le ragioni sono molte: il raggiungimento dell’età pensionabile, una minore motivazione o la volontà di non sostenere più i costi di aggiornamento tecnologico e strutturale che uno studio, magari avviato molti anni prima, richiederebbe per restare competitivo.
È in queste fasi che emerge una domanda, magari rimasta sullo sfondo per anni, ossia se esista una possibilità concreta di valorizzare economicamente il percorso professionale svolto attraverso la cessione totale o parziale dell’attività.
Tutti i modi per cedere la propria attività odontoiatrica
L’ipotesi più immediata, sul piano teorico, sarebbe quella di individuare un collega più giovane disposto a subentrare integralmente nello studio, acquisendo locali, attrezzature e continuità operativa. Talora questo subentro può avvenire anche da parte di soggetti organizzati o imprenditori sanitari. Tuttavia, l’evoluzione del mercato odontoiatrico e la crescente difficoltà nel reperire professionisti disponibili a rilevare strutture esistenti hanno progressivamente spostato l’attenzione verso soluzioni diverse.
Negli ultimi anni si è diffusa l’idea di “spacchettare” gli elementi dell’attività professionale. I beni materiali vengono liquidati separatamente, l’immobile, se di proprietà, magari messo a reddito, mentre si cerca di valorizzare ciò che rappresenta il vero patrimonio costruito nel tempo: il rapporto fiduciario con i pazienti e il flusso di domanda di prestazioni che da esso deriva.
Monetizzare la fiducia conquistata nel corso della propria attività odontoiatrica
Accanto all’interesse di colleghi disposti ad assorbire il flusso di attività odontoiatrica del professionista uscente, si è affermata anche la presenza di organizzazioni e network che, attraverso proposte contrattuali standardizzate, si offrono di acquisire non lo studio nel suo complesso, bensì il solo volume di attività generato dagli assistiti. Lo scopo: incrementare rapidamente la produzione economica delle proprie strutture, incorporando il flusso di lavoro del professionista, che, in un arco temporale definito contrattualmente, potrà poi cessare la collaborazione.
Questo prevede spesso la chiusura dello studio originario e il trasferimento del dentista presso locali attrezzati o strutture ambulatoriali gestite dall’acquirente, dove continuerà a operare percependo una specifica remunerazione. L’attività prosegue sugli stessi pazienti, informati del cambiamento attraverso comunicazioni dirette, telefoniche o digitali, e invitati a proseguire le cure nella nuova sede.
Il punto di vista economico
Sotto il profilo economico, questi accordi prevedono un corrispettivo iniziale, calcolato in percentuale sui precedenti volumi di incasso, seguito da ulteriori pagamenti distribuiti su un arco temporale – spesso triennale. Tali somme, però, sono spesso soggette a meccanismi di aggiustamento al ribasso qualora i risultati effettivi, rispetto ai volumi di incasso iniziali, non raggiungessero determinati livelli. Non mancano, poi, accordi che prevedono perfino la restituzione parziale di quanto già percepito, qualora il flusso di prestazioni non solo non si mantenesse nel tempo, ma scendesse al di sotto di parametri prestabiliti. Ne deriva una componente di aleatorietà che, se non gestita accuratamente sul piano contrattuale, rende queste operazioni meno lineari e appetibili di quanto possano apparire in una prima fase negoziale.
Tutelarsi è meglio
Come tutela, spesso al corrispettivo legato al flusso di attività viene affiancata una serie di pattuizioni accessorie – quali il trasferimento del numero telefonico dello studio, l’assorbimento del personale, i patti di non concorrenza o l’autorizzazione all’utilizzo degli archivi dei pazienti per comunicazioni informative – finalizzate a stabilizzare il valore economico dell’operazione. Si tratta di elementi che possono incidere in modo significativo sull’equilibrio complessivo dell’accordo e sui suoi riflessi giuridici, e che richiedono una trattativa specifica con l’acquirente nonché l’attenta considerazione di aspetti deontologici.
Sul versante fiscale, spesso sottovalutato nelle fasi iniziali della trattativa, una recente risposta a interpello dell’Agenzia delle Entrate – la n. 311 del 2025 – offre indicazioni di grande interesse. Il documento affronta in modo diretto la questione della cosiddetta “cessione della clientela” del professionista, fornendo chiarimenti che risultano pienamente applicabili anche al contesto odontoiatrico, quando l’operazione riguarda esclusivamente il trasferimento dei rapporti con i pazienti.
Si applica sempre l’Iva
La fattispecie esaminata dall’Agenzia riguarda una professionista che, in vista del ritiro dall’attività odontoiatrica, intende trasferire a un collega persona fisica esclusivamente i rapporti professionali con i propri assistiti, escludendo incarichi non cedibili per loro natura. Il corrispettivo è previsto in forma rateale, distribuito su più annualità.
Il primo nodo affrontato è quello dell’IVA. L’Agenzia esclude che una simile operazione possa essere assimilata a una cessione di azienda o di ramo d’azienda, anche alla luce delle modifiche introdotte nel 2024 all’articolo 2 del DPR 633/1972. Perché si possa parlare di trasferimento fiscalmente irrilevante ai fini IVA, è necessario che l’operazione abbia ad oggetto un complesso unitario di beni e rapporti organizzati per l’esercizio dell’attività professionale.
Il semplice trasferimento dei rapporti con i pazienti non soddisfa questo requisito. Secondo l’Amministrazione finanziaria, infatti, non si è in presenza di un’organizzazione autonoma, ma di un singolo elemento patrimoniale, privo di una propria struttura funzionale. Il rapporto fiduciario resta legato alla persona del professionista e non può essere oggetto di una cessione “reale” in senso tecnico.
Prestazione di servizi
Riprendendo un orientamento consolidato, l’Agenzia chiarisce che operazioni di questo tipo configurano una prestazione di servizi, fondata su obbligazioni di fare, non fare e permettere: favorire il passaggio degli assistiti, non esercitare attività concorrente, consentire la prosecuzione del rapporto professionale. Ne consegue che il corrispettivo pattuito è imponibile IVA secondo le regole ordinarie, mentre l’imposta di registro resta dovuta in misura fissa.
Sul piano delle imposte dirette, la risposta si inserisce nel nuovo quadro normativo delineato dalla riforma del lavoro autonomo. L’articolo 54 del TUIR, riformulato nel 2024, introduce il principio di onnicomprensività del reddito professionale, in base al quale tutte le somme percepite in relazione all’attività concorrono alla formazione del reddito.
I compensi derivanti dal trasferimento dei rapporti con i pazienti mantengono quindi natura di reddito di lavoro autonomo, sono tassati con Irpef ordinaria per cassa e impongono il mantenimento della partita IVA fino all’incasso dell’ultima rata. Solo a quel punto il professionista potrà procedere alla formale cessazione dell’attività odontoiatrica.
Considerazioni finali
La risposta n. 311 del 2025 ha il merito di ricondurre il tema del trasferimento dei pazienti entro confini giuridici e fiscali ben definiti. Per i dentisti che valutano la monetizzazione della propria attività odontoiatrica a fine carriera, il messaggio è chiaro: la differenza tra cedere uno studio organizzato e trasferire esclusivamente i rapporti con i pazienti non è solo terminologica, ma produce conseguenze rilevanti sotto il profilo fiscale, contrattuale e operativo.
Comprendere questa distinzione è essenziale per affrontare la fase di uscita dall’attività odontoiatrica in modo consapevole, evitando che un’operazione pensata per valorizzare anni di lavoro si trasformi, nel tempo, in una fonte di criticità inattese.
Gli idrogel sono materiali polimerici organizzati in reti tridimensionali capaci di inglobare e trattenere grandi quantità di acqua senza dissolversi. Questa elevata idratazione conferisce loro una consistenza morbida ed elastica, molto simile a quella dei tessuti biologici, rendendoli particolarmente adatti all’interazione con i tessuti orali.
Dal punto di vista strutturale, un idrogel ad uso odontoiatrico è generalmente costituito da tre elementi fondamentali.
Matrice polimerica: rappresenta lo “scheletro” del materiale e può essere costituita da polimeri naturali (come acido ialuronico, chitosano, collagene o fibrina), polimeri sintetici (ad esempio derivati del polietilenglicole) oppure da una combinazione di entrambi. I polimeri naturali garantiscono elevata biocompatibilità e buona interazione cellulare, ma sono meno stabili. I polimeri sintetici, invece, permettono di modulare con precisione le proprietà meccaniche (tunable rheology), offrendo maggiore resistenza strutturale e migliore capacità di incorporare principi attivi, risultando quindi più versatili dal punto di vista clinico. I materiali ibridi combinano i vantaggi di entrambe le categorie.
Sistema di reticolazione: di tipo chimico o fisico, collega tra loro le catene polimeriche formando la rete tridimensionale. Il grado di reticolazione, o cross-linking, è un parametro chiave poiché influenza direttamente la stabilità del materiale, la sua resistenza meccanica e la velocità di degradazione. In pratica, un idrogel molto reticolato è più stabile, resistente e a lenta degradazione, utile quando si desidera un rilascio prolungato di principi attivi (ad esempio nel trattamento delle tasche parodontali). Al contrario, un idrogel poco reticolato è più morbido, si degrada più rapidamente ed è preferibile come supporto temporaneo alla rigenerazione tissutale o quando è richiesto un rilascio più rapido, come nelle procedure di endodonzia rigenerativa.
Componenti funzionali: conferiscono all’idrogel la sua specifica funzione clinica. Possono includere farmaci antimicrobici o antinfiammatori, fattori di crescita, peptidi bioattivi o, in ambito sperimentale, cellule staminali.
In termini pratici, ciò significa che un idrogel può essere progettato come semplice veicolo farmacologico a rilascio controllato oppure come vero e proprio scaffold biologico, capace di guidare e sostenere i processi rigenerativi.
Perché gli idrogel sono rilevanti in odontoiatria
L’interesse odontoiatrico verso gli idrogel è cresciuto rapidamente negli ultimi anni per tre motivi principali.
Biocompatibilità: sono ben tollerati dai tessuti orali; la loro natura idrofila riduce la risposta infiammatoria e favorisce adesione e vitalità cellulare.
Rilascio controllato di farmaci: la rete polimerica permette di incorporare farmaci, fattori di crescita o altri principi attivi e di rilasciarli localmente in modo graduale, aumentando l’efficacia terapeutica e riducendo gli effetti collaterali sistemici.
Supporto alla rigenerazione tissutale: possono fungere da scaffold biologici, ospitando cellule staminali e guidando la formazione di nuovo tessuto pulpare, osseo e parodontale.
Nel loro insieme, queste proprietà pongono le basi per approcci innovativi nella gestione di carie, patologie parodontali, endodonzia rigenerativa e rigenerazione ossea, promettendo interventi sempre più mirati e biologicamente guidati.
Applicazioni cliniche: dove gli idrogel fanno davvero la differenza
Rilascio di farmaci nelle tasche parodontali
Gli idrogel mucoadesivi consentono di prolungare la permanenza dei farmaci all’interno delle tasche parodontali, migliorando l’efficacia di antimicrobici o antinfiammatori. In particolare, i sistemi termoreversibili (liquidi a temperatura ambiente e gelificanti alla temperatura corporea) permettono una somministrazione minimamente invasiva.
Un esempio clinico consolidato è rappresentato dai gel a base di doxiciclina applicati direttamente nella tasca dopo levigatura radicolare, in grado di garantire un rilascio prolungato del farmaco e di degradarsi spontaneamente senza necessità di rimozione.
Endodonzia rigenerativa: oltre l’otturazione canalare
All’interno dei canali radicolari, gli idrogel possono fungere da impalcatura tridimensionale per cellule staminali e fattori di crescita. Studi preclinici dimostrano che idrogel specifici favoriscono l’infiltrazione cellulare, la formazione di tessuto vascolarizzato simile alla polpa e la deposizione di un layer di odontoblasti in apposizione alla dentina.
Questa strategia apre la strada a terapie biologiche alternative alla terapia endodontica convenzionale, soprattutto in presenza di apici immaturi, con potenziale recupero di vitalità e funzione del dente.
Rigenerazione ossea e parodontale
Idrogel combinati con peptidi bioattivi o matrici a base di acido ialuronico sono stati impiegati come supporto alla rigenerazione parodontale, stimolando la formazione di nuovo osso e legamento parodontale in difetti alveolari o peri-implantari. La possibilità di veicolare agenti antimicrobici consente inoltre un controllo locale dell’infiammazione e dell’infezione.
Implantologia e chirurgia orale
In ambito chirurgico, gli idrogel funzionalizzati possono essere usati per supportare la rigenerazione ossea post-estrattiva, ridurre la carica batterica nei siti chirurgici, rilasciare localmente analgesici e antinfiammatori.
Sebbene molti di questi approcci siano ancora in fase di sperimentazione clinica, i risultati preliminari indicano un potenziale concreto nella riduzione delle complicanze postoperatorie.
Guarigione dei tessuti molli
Gli idrogel mucoadesivi stimoloresponsivi o fotosensibili creano un microambiente protettivo e idratato che favorisce la riepitelizzazione, riduce l’infiammazione e accelera la guarigione dei tessuti molli.
I materiali stimolo-responsivi modulano il rilascio di farmaci in risposta a variazioni locali di pH o temperatura, mentre gli idrogel fotosensibili si attivano in risposta alla luce, ad esempio solidificandosi o rilasciando principi attivi solo quando esposti a specifiche lunghezza d’onda.
Studi preclinici suggeriscono che questi sistemi possano superare i limiti dei trattamenti tradizionali soggetti a rapido dilavamento nel cavo orale.
La Tabella 1 riporta le principali applicazioni cliniche degli idrogel
Sfide e limiti attuali
Nonostante i risultati molto promettenti, permangono alcune criticità, tra cui la variabilità della stabilità degli idrogel nell’ambiente orale dinamico, la limitata disponibilità di studi clinici controllati a lungo termine e i requisiti regolatori e produttivi, soprattutto per i sistemi caricati con cellule o fattori di crescita.
Prospettive future: verso un’odontoiatria biologicamente guidata
Le linee di ricerca più promettenti includono lo sviluppo di idrogel intelligenti sensibili a stimoli locali, l’impiego del bioprinting 3D per la realizzazione di scaffold personalizzati e la progettazione di idrogel multifunzionali in grado di combinare rigenerazione tissutale e controllo batterico in un’unica applicazione. Queste innovazioni potrebbero portare a soluzioni point of care sempre più personalizzate, integrando diagnosi e terapia in un’odontoiatria rigenerativa avanzata.
Conclusioni
Gli idrogel rappresentano una delle evoluzioni più interessanti dei biomateriali in odontoiatria. La loro capacità di interagire in modo biologicamente favorevole con i tessuti, di veicolare farmaci in maniera mirata e di supportare la rigenerazione tissutale li rende strumenti concreti per migliorare la pratica clinica quotidiana. Pur essendo necessari ulteriori studi clinici, le evidenze attuali indicano che gli idrogel non sono solo materiali del futuro, ma risorse sempre più rilevanti per un’odontoiatria moderna, minimamente invasiva e biologicamente orientata.
Idrogel a base di fibrina con peptide GH12 per l’endodonzia rigenerativa
In uno studio in vitro, gli autori hanno sviluppato un idrogel a base di fibrina contenente il peptide antimicrobico GH12, con l’obiettivo di supportare la rigenerazione della polpa dentale garantendo al contempo il controllo dell’infezione endodontica.
Il materiale ha dimostrato buone caratteristiche di maneggevolezza, stabilità e adattabilità, risultando idoneo anche per l’impiego in anatomie endodontiche complesse. Dal punto di vista microbiologico, ha mostrato una significativa attività antibatterica, con concentrazione minima inibente (MIC) pari a 75 µg/mL per E. faecalis, 4.25 µg/mL per P. gingivalis e 28.15 µg/mL per S. gordonii.
La valutazione biologica ha evidenziato un’elevata biocompatibilità, con una vitalità superiore al 90% delle cellule staminali mesenchimali della polpa (DP-MSCs) incorporate nel gel dopo 48 ore, associata a un rilascio graduale e controllato del peptide GH12.
Questo idrogel combina quindi controllo dell’infezione, protezione cellulare e supporto rigenerativo, configurandosi come una strategia promettente per l’endodonzia rigenerativa. Tuttavia, saranno necessari studi clinici per confermarne l’efficacia e la sicurezza.
Idrogel dual drug per la terapia parodontale localizzata
Un recente studio descrive un idrogel a base di carbossimetil-chitosano progettato per rilasciare simultaneamente doxiciclina (antibiotico) e atorvastatina (antinfiammatorio e rigenerativo) nel trattamento della malattia parodontale.
I risultati in vitro hanno dimostrato un rilascio sostenuto e controllato dei farmaci per oltre 72 ore, associato a una significativa attività antibatterica nei confronti di P. gingivalis, uno dei principali patogeni parodontali.
Dal punto di vista biologico, l’idrogel ha mostrato una elevata biocompatibilità, con una vitalità dei cheratinociti umani superiore al 97%.
Nel complesso, questo approccio dualdrug appare particolarmente promettente per la terapia parodontale localizzata, poiché combina controllo dell’infezione, modulazione dell’infiammazione e supporto alla rigenerazione tissutale.
Gli autori sottolineano tuttavia la necessità di studi in vivo e clinici per confermare l’efficacia osservata in laboratorio.
Idrogel bioattivo RGD con MIST per la rigenerazione dei difetti parodontali intraossei
Uno studio clinico randomizzato ha valutato l’efficacia di un idrogel bioattivo funzionalizzato con peptide RGD (arginina–glicina–acido aspartico), noto per favorire l’adesione cellulare, in associazione a una tecnica chirurgica minimamente invasiva (MIST) nel trattamento di difetti intraossei parodontali (stadio III e IV).
Quarantacinque difetti sono stati suddivisi in tre gruppi (n° 15), rispettivamente trattati con MIST da sola, MIST + idrogel placebo e MIST + idrogel RGD.
Dopo 6 mesi, tutti i gruppi hanno mostrato miglioramenti clinici in termini di riduzione della profondità di tasca (PD), guadagno di attacco clinico (CAL) e riempimento del difetto osseo (DBF). Tuttavia, il gruppo trattato con idrogel RGD ha ottenuto risultati migliori, con un maggiore incremento del DBF e un guadagno di CAL statisticamente significativo rispetto agli altri gruppi.
Dal punto di vista biochimico, nei siti trattati con idrogel RGD sono stati riscontrati livelli più elevati di BMP2 (Bone Morphogenetic Protein-2), suggerendo una più efficace attivazione dei processi rigenerativi.
Nel complesso, questo studio fornisce evidenze cliniche concrete a supporto dell’utilizzo di idrogel bioattivi nella rigenerazione parodontale, confermando il valore aggiunto dell’integrazione tra biomateriali avanzati e chirurgia minimamente invasiva.
Gli idrogel imitano le proprietà dei tessuti biologici e sono altamente biocompatibili;
consentono il rilascio locale e controllato di farmaci, riducendo gli effetti sistemici;
possono fungere da scaffold per la rigenerazione di polpa, osso e parodonto;
rappresentano un ponte concreto tra ricerca biomedica e pratica clinica quotidiana.
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Il ritrattamento selettivo dei canali radicolari è stato oggetto di un recente studio condotto presso il Dipartimento di Radiologia e Diagnostica per Immagini dell'Università di Fortaleza, Brasile. In particolare, gli autori esaminano questa strategia come possibile alternativa al ritrattamento completo. Il lavoro utilizza una scoping review con metasintesi tematica. Il team raccoglie e interpreta i dati disponibili in letteratura, con un chiaro obiettivo: valutare l'efficacia, le indicazioni e i limiti clinici di questo approccio endodontico.
Canali radicolari: un approccio più conservativo
In questo contesto, il ritrattamento selettivo prevede un intervento mirato. Il clinico tratta solo i canali associati a patologia, mentre lascia intatti gli altri. Di conseguenza, questo approccio riduce l’invasività complessiva. Inoltre, consente di preservare una maggiore quantità di struttura dentale residua. Gli autori sottolineano, non a caso, la crescente attenzione verso i trattamenti conservativi. Il paradigma tradizionale, infatti, prevede il ritrattamento completo. Tuttavia, tale scelta comporta spesso una maggiore perdita di tessuto dentale. Per questo motivo, la revisione nasce con l’intento di chiarire se un approccio selettivo possa offrire risultati clinici comparabili.
Evidenze cliniche e ruolo dell’imaging
Analizzando i dati disponibili, gli autori identificano quattro aree tematiche principali. In primo luogo, considerano gli outcome clinici. I risultati mostrano esiti favorevoli nel breve termine. Il ritrattamento selettivo garantisce una buona sopravvivenza del dente. Inoltre, limita la comparsa di nuove lesioni periapicali. In secondo luogo, emerge il ruolo dell’imaging. In particolare, la CBCT consente una diagnosi più accurata. Il clinico può così identificare con precisione i canali realmente compromessi. Un ulteriore ambito riguarda gli aspetti procedurali. Il trattamento richiede una pianificazione attenta e personalizzata. Infine, gli autori evidenziano i limiti metodologici degli studi disponibili, spesso caratterizzati da elevata eterogeneità.
Limiti e prospettive future
Alla luce di questi elementi, emergono tuttavia alcune criticità. Molti studi sul ritrattamento selettivo in endodonzia presentano campioni ridotti, inoltre risultano ancora limitati i dati a lungo termine. Tuttavia, il ritrattamento selettivo si configura come un’opzione clinica valida in casi selezionati: questo approccio, infatti, come ampiamente spiegato nell'articolo pubblicato sull'Australian Endodontic Journal, può ridurre l’invasività terapeutica e migliorare la conservazione del dente.
Il trattamento ortodontico in età adolescenziale non dipende solo da fattori clinici, ma anche da variabili psicologiche spesso sottovalutate. Un recente studio, condotto presso l'Università di Aarhus, Danimarca, ha approfondito questo aspetto introducendo il concetto di “nocebo by proxy”. Si tratta di un fenomeno per cui le aspettative negative di una persona influenzano l’esperienza di un’altra. Nel caso specifico, l’attenzione si concentra sul ruolo dei genitori. Con l'obiettivo di capire in che misura atteggiamenti e vissuti familiari possano condizionare la percezione del trattamento ortodontico nei giovani pazienti.
Focus su genitori e adolescenti
I ricercatori hanno analizzato un campione di adolescenti sottoposti a terapia ortodontica, mettendo in relazione le loro esperienze con quelle dei genitori. In particolare, hanno valutato precedenti esperienze odontoiatriche, livelli di ansia e aspettative rispetto al trattamento. Successivamente, hanno confrontato questi dati con la percezione del dolore e del disagio riportata dai ragazzi. Questo approccio ha permesso di isolare il possibile effetto indiretto delle convinzioni genitoriali sull’esperienza terapeutica dei figli.
Quando il disagio è “trasmesso”
I risultati evidenziano un’associazione significativa tra atteggiamenti negativi dei genitori e maggiore percezione di dolore negli adolescenti. I pazienti con genitori ansiosi o con esperienze pregresse negative tendono infatti a riportare livelli più elevati di disagio. Questo avviene anche in assenza di differenze cliniche nel trattamento ortodontico. Di conseguenza, il fattore psicologico emerge come elemento determinante. Il cosiddetto effetto nocebo “by proxy” si traduce quindi in un’esperienza terapeutica più difficile, pur a parità di condizioni cliniche.
Implicazioni cliniche per l’ortodontista
Questi risultati hanno implicazioni pratiche rilevanti. L’ortodontista non deve limitarsi a gestire il paziente, ma deve coinvolgere attivamente anche i genitori. Una comunicazione chiara e rassicurante è fondamentale per evitare aspettative negative. Inoltre, è utile intercettare eventuali ansie familiari già nelle fasi iniziali del trattamento. Questo approccio può migliorare la compliance e ridurre la percezione del dolore. Lo studio, pubblicato su Scientific Reports, sottolinea quindi l’importanza di una gestione integrata, che tenga conto non solo degli aspetti clinici, ma anche di quelli relazionali, non sempre curati con la giusta attenzione.
Private practice in oral implantology, Eduardo Anitua Institute, Vitoria, Spain
Clinical researcher, Eduardo Anitua Foundation, Vitoria, Spain
University Institute for Regenerative Medicine and Oral Implantology – UIRMI (UPV/EHU-Fundación Eduardo Anitua), Vitoria, Spain
L’evoluzione del design implantare e dei protocolli di carico ha consentito l’introduzione degli impianti ultra-corti come valida alternativa terapeutica nei pazienti affetti da gravi atrofie ossee verticali. L’associazione di tali impianti con protocolli di carico immediato e con la ferulizzazione protesica potrebbe evitare procedure rigenerative complesse, riducendo la morbilità chirurgica senza compromettere la predicibilità clinica.
Materiali e metodi: è stato condotto uno studio retrospettivo su 30 pazienti trattati tra il 2020 e il 2021, nei quali sono stati inseriti 36 impianti ultra-corti di 4,5 mm sottoposti a carico immediato. Tutti i trattamenti sono stati eseguiti in un’unica clinica seguendo un protocollo chirurgico omogeneo e biologicamente guidato. Sono state registrate variabili demografiche, chirurgiche e protesiche, nonché la sopravvivenza implantare e protesica e la perdita ossea marginale, valutata mediante radiografie calibrate. L’analisi di sopravvivenza è stata effettuata con il metodo di Kaplan-Meier.
Risultati: il follow-up medio è stato di 38,5 ± 3,6 mesi. La sopravvivenza implantare e protesica è risultata del 100 %. Non sono state osservate complicanze chirurgiche e sono state registrate solo quattro complicanze protesiche minori, risolte senza necessità di sostituzione delle protesi. La perdita ossea marginale media al termine del follow-up è stata di 0,73 ± 0,18 mm in mesiale e di 0,85 ± 0,34 mm in distale.
Conclusioni: gli impianti ultra-corti di 4,5 mm ferulizzati e sottoposti a carico immediato hanno mostrato un comportamento clinico favorevole, con elevata sopravvivenza e stabilità dell’osso crestale. Questi risultati supportano il loro impiego come alternativa terapeutica predicibile nei pazienti con atrofia ossea verticale severa, purché vengano rispettati rigorosi criteri biomeccanici e una pianificazione protesica adeguata.
Immediate loading on ultra-short splinted implants in multiple rehabilitations: a retrospective study
The evolution of implant design and loading protocols has allowed the introduction of ultrashort implants as a valid therapeutic alternative for patients with severe vertical bone atrophy. The combination of these implants with immediate loading and prosthetic splinting protocols could avoid complex regenerative procedures, reducing surgical morbidity without compromising clinical predictability.
Materials and methods: a retrospective study was conducted on 30 patients treated between 2020 and 2021, in whom 36 ultra-short 4.5 mm implants were placed and immediately loaded. All treatments were performed in a single clinic following a homogeneous, biologically guided surgical protocol. Demographic, surgical, and prosthetic variables were recorded, as well as implant and prosthetic survival and marginal bone loss, assessed using calibrated radiographs. Survival analysis was performed using the Kaplan-Meier method.
Results: the mean follow-up was 38.5 ± 3.6 months. Implant and prosthetic survival was 100%. No surgical complications were observed, and only four minor prosthetic complications were recorded, which resolved without requiring replacement of the prosthesis. The mean marginal bone loss at the end of follow-up was 0.73 ± 0.18 mm mesially and 0.85 ± 0.34 mm distally.
Conclusions: ultrashort 4.5 mm splinted implants subjected to immediate loading demonstrated favorable clinical behavior, with high survival and crestal bone stability. These results support their use as a predictable treatment option in patients with severe vertical bone atrophy, provided that rigorous biomechanical criteria and adequate prosthetic planning are met.
Gli impianti ultra-corti con carico immediato e ferulizzazione protesica si confermano un’alternativa sicura nei pazienti con atrofia ossea verticale severa, permettendo trattamenti meno invasivi senza compromettere la stabilità implantare e la salute dell’osso crestale.
La lunghezza degli impianti dentali ha subito una notevole evoluzione sin dai primi sviluppi dell’implantologia moderna. Per decenni, la tendenza dominante si è basata sull’impiego di impianti lunghi, con l’obiettivo di massimizzare la superficie di contatto osseo e, di conseguenza, la stabilità meccanica e biologica del sistema (1). Tuttavia, i progressi nel design macrogeometrico, il miglioramento delle superfici bioattive e lo sviluppo di protocolli chirurgici più conservativi hanno consentito una riduzione progressiva delle lunghezze implantari, fino a raggiungere, attualmente, impianti di 4 e 4,5 mm di lunghezza (2-8).
Questa evoluzione ha ampliato in modo sostanziale le possibilità terapeutiche nei pazienti affetti da gravi atrofie ossee, evitando la necessità di procedure ricostruttive complesse e riducendo la morbilità chirurgica associata (9-17). Parallelamente, anche i protocolli di carico protesico hanno subito una profonda trasformazione. Dai tradizionali approcci basati su lunghi periodi di guarigione senza carico si è passati a modelli più dinamici e biologicamente fondati, nei quali il carico immediato si è dimostrato una strategia affidabile, sicura e, in numerosi contesti clinici, preferibile (1,18-22). Le attuali conoscenze sulla biomeccanica implantare, sull’importanza della stabilità primaria e del controllo occlusale, nonché sul concetto di ancoraggio tridimensionale lungo l’intera cresta anziché esclusivamente apicale, hanno permesso di consolidare il carico immediato come opzione terapeutica predicibile, anche in situazioni clinicamente complesse quali le atrofie ossee moderate-severe o l’impiego di impianti di dimensioni ridotte (23-29).
Negli ultimi anni, diversi studi hanno documentato la possibilità di applicare protocolli di carico immediato su impianti corti ed extra-corti, riportando tassi di sopravvivenza comparabili a quelli degli impianti convenzionali, purché siano rispettati criteri di adeguata stabilità primaria e sia garantita una corretta distribuzione progressiva dei carichi occlusali, privilegiando l’utilizzo di protesi provvisorie in grado di generare sollecitazioni incrementali (1-3, 19, 30-35). Alcuni studi suggeriscono, inoltre, che in condizioni ottimali il carico immediato possa favorire un miglior contatto osso-impianto e persino ridurre la perdita ossea marginale, stimolando i processi di rimodellamento osseo (33, 34). Attualmente, il carico immediato è ampiamente adottato sin dalla sua introduzione negli anni Novanta, dimostrando risultati clinici sovrapponibili a quelli dei protocolli tradizionali di carico differito (1, 21, 36, 37). Diversi studi indicano che i tassi di sopravvivenza con carico immediato, pari a circa il 98 %, risultano praticamente indistinguibili da quelli del carico convenzionale, che superano il 99 % in molte casistiche pubblicate (2, 30-32, 35, 37-40).
Nel presente lavoro viene presentata una serie di casi trattati con carico immediato su impianti ultra-corti di 4,5 mm. Tali impianti, ferulizzati ad altri impianti di uguale o maggiore lunghezza, hanno consentito la riabilitazione di aree con atrofie ossee verticali moderate o severe senza ricorrere a procedure preliminari di aumento osseo, tradizionalmente ritenute necessarie. Lo studio analizza retrospettivamente il comportamento clinico di queste riabilitazioni, la perdita ossea crestale e la sopravvivenza implantare, nonché l’incidenza di complicanze chirurgiche e protesiche durante il periodo di carico immediato e il successivo follow-up.
Materiali e metodi
È stata effettuata una revisione retrospettiva di tutti i casi nei quali sono stati inseriti impianti di 4,5 mm di lunghezza sottoposti a protocollo di carico immediato. I trattamenti sono stati eseguiti in un’unica clinica di Vitoria (Spagna) negli anni 2020 e 2021. Nell’ambito dello studio preoperatorio, tutti i pazienti sono stati valutati mediante esame clinico, modelli diagnostici e CBCT (Cone Beam), successivamente analizzati con un software di pianificazione dedicato (BTI-Scan III). Al fine di definire con precisione la futura riabilitazione, è stato eseguito un ceraggio diagnostico dal quale è stata realizzata una guida chirurgica personalizzata.
Il protocollo farmacologico ha previsto una premedicazione con amoxicillina 2 g per via orale un’ora prima dell’intervento, associata a 1 g di paracetamolo. Nel post-operatorio, i pazienti hanno continuato l’assunzione di amoxicillina 500-750 mg ogni 8 ore per cinque giorni, con dosaggio adattato al peso corporeo. Tutti gli impianti sono stati inseriti dallo stesso chirurgo seguendo un protocollo di fresaggio biologicamente guidato, a basse velocità e in assenza di irrigazione esterna, secondo la tecnica precedentemente descritta (41, 42).
Per ciascun caso sono state raccolte variabili demografiche (età, sesso, anamnesi medica), dati implantari specifici (sede, diametro, lunghezza, torque di inserimento), caratteristiche protesiche e parametri derivati dall’analisi ossea preoperatoria. Sono stati inoltre registrati i risultati clinici e radiografici durante il follow-up: sopravvivenza implantare e protesica e perdita ossea marginale. L’estrazione dei dati è stata effettuata da due valutatori indipendenti.
Nell’analisi descrittiva, l’impianto è stato considerato unità statistica per le variabili morfometriche e radiografiche, mentre il paziente è stato utilizzato come unità per le caratteristiche generali e mediche. La perdita ossea marginale è stata determinata mediante radiografie calibrate utilizzando come riferimento la lunghezza reale dell’impianto, attraverso il software Digora for Windows (SOREDEX Digital Imaging Systems), correggendo la magnificazione intrinseca della tecnica. La perdita ossea è stata misurata dalla spalla implantare al primo punto di contatto osso-impianto chiaramente visibile. Come riferimento iniziale per il calcolo delle variazioni ossee è stata utilizzata la radiografia eseguita al momento del posizionamento della protesi.
L’analisi di sopravvivenza è stata eseguita mediante il metodo di Kaplan-Meier e l’analisi statistica con il software SPSS v15.0 (SPSS Inc., Chicago, IL, USA). La sopravvivenza protesica è stata valutata secondo i criteri di Misch et al. e Albrektsson et al. (43), considerando “sopravvivente” la protesi che rimaneva in funzione senza mobilità, senza necessità di sostituzione per complicanze meccaniche o biologiche, garantendo funzione masticatoria, estetica e fonetica adeguate e in assenza di segni clinici di infezione o perdita ossea progressiva. Complicanze minori, quali allentamento delle viti o fratture ceramiche, sono state registrate ma non considerate come fallimento protesico se risolvibili senza sostituzione.
È stato eseguito il test di Shapiro-Wilk per valutare la distribuzione dei dati. Le variabili qualitative sono state descritte mediante analisi delle frequenze e quelle quantitative tramite media e deviazione standard.
Risultati
Sono stati inclusi nello studio 30 pazienti nei quali sono stati inseriti 36 impianti che soddisfacevano i criteri di inclusione precedentemente descritti. Il 70 % dei pazienti era di sesso maschile e l’età media del campione era di 65,53 ± 11,52 anni. Tutti gli impianti presentavano una lunghezza di 4,5 mm, mentre i diametri variavano da 3,3 mm a 5,5 mm; i diametri più frequentemente utilizzati sono stati 3,5 mm e 4,0 mm, entrambi con una percentuale del 19,4 %. La distribuzione dei diametri implantari è riportata nel Grafico 1.
La distribuzione dei 36 impianti ha mostrato che il 52,8 % è stato inserito nel mascellare, mentre il 47,2 % nella mandibola. Nel mascellare, la sede più frequente è risultata la posizione 26, che rappresentava il 36,8 % degli impianti di questa arcata. Nella mandibola, la posizione più comune è stata la 47, con il 41,2 % degli impianti mandibolari. Tutte le posizioni trattate sono illustrate nel Grafico 2.
L’altezza media della cresta ossea residua era di 5,11 ± 1,06 mm, mentre la densità ossea media nelle sedi implantari era di 566,67 ± 349,48 HU. Il torque medio di inserimento degli impianti è stato di 34,71 ± 18,25 Ncm. L’analisi del torque in funzione della posizione implantare e del tipo di osso ha evidenziato un comportamento biomeccanico coerente con la densità ossea attesa per ciascuna regione anatomica. Gli impianti inseriti in osso di tipo I e II hanno generalmente raggiunto valori di torque più elevati, frequentemente compresi tra 40 e 60 Ncm, soprattutto nelle regioni posteriori (26, 27, 36 e 37). Al contrario, negli impianti inseriti in osso di tipo III e IV, i valori di torque tendevano a essere inferiori e più dispersi, oscillando prevalentemente tra 20 e 40 Ncm. Nonostante ciò, anche nei siti con qualità ossea inferiore, i valori ottenuti rientravano in intervalli clinicamente accettabili per consentire la stabilità primaria necessaria ai protocolli di carico immediato adottati nello studio. Nel Grafico 3 è riportata la distribuzione del torque in base alla sede anatomica e al tipo di osso.
Torque medio di inserimento in funzione del tipo di osso e della posizione anatomica di ciascun impianto
Tutti gli impianti sono stati caricati entro 24 ore dall’inserimento mediante protesi provvisorie in resina a carico immediato, realizzate con strutture a barra articolata. L’analisi dei diversi tipi di protesi ferulizzate ha evidenziato una predominanza delle riabilitazioni parziali. Il gruppo più numeroso era costituito dalle protesi supportate da due impianti e due elementi dentari, pari al 33,3% dei casi, seguito dalle protesi complete, presenti nel 19,4% dei pazienti. Altri disegni protesici sono stati utilizzati con frequenze comprese tra l’8,3% e il 16,7%, riflettendo l’adattamento del piano terapeutico alle specifiche condizioni anatomiche di ciascun paziente, mantenendo in tutti i casi la ferulizzazione rigida degli impianti come principio biomeccanico fondamentale (Figura 1).
1. Radiografia iniziale del primo paziente che mostra un’area edentula posteriore del mascellare con marcata atrofia verticale
In 19 impianti sono state eseguite procedure complementari contestualmente all’inserimento implantare: in due casi rigenerazione verticale con osso autologo da fresaggio associato a PRGF-Endoret; in 11 casi rialzo del seno mascellare transalveolare con osso autologo e PRGF-Endoret; in sei casi sovracorrezione vestibolare mediante osso autologo e PRGF-Endoret, associando uno strato di biomateriale (idrossiapatite bovina) per ridurre il riassorbimento volumetrico. Quattro impianti da 4,5 mm sono stati ferulizzati ad altri impianti della stessa lunghezza, per un totale di otto impianti ultra-corti ferulizzati tra loro, configurando ponti supportati da tre impianti. La protesizzazione definitiva è stata eseguita tra tre e nove mesi dopo il carico immediato. Le protesi definitive erano in metallo-ceramica nell’80,6% dei casi e in resina con struttura metallica nei restanti.
Durante il periodo di osservazione non è stato registrato alcun fallimento implantare, con una sopravvivenza del 100%. Non sono state riportate complicanze chirurgiche e sono state osservate solo quattro complicanze protesiche, tutte rappresentate da allentamento delle viti nella fase di protesi definitiva; pertanto, anche la sopravvivenza protesica è risultata del 100%. Il follow-up medio è stato di 38,5 ± 3,60 mesi, con un intervallo compreso tra 12 e 60,5 mesi.
Al termine del follow-up, la perdita ossea crestale media è stata di 0,73 ± 0,18 mm in mesiale e di 0,85 ± 0,34 mm in distale. Alcuni casi clinici rappresentativi sono illustrati nelle Figure 2-10.
2-3. Sezione di pianificazione con misurazione dell’altezza ossea residua e dell’impianto di 4,5 mm di lunghezza che verrà inserito direttamente, senza tecniche accessorie in questo caso2-3. Sezione di pianificazione con misurazione dell’altezza ossea residua e dell’impianto di 4,5 mm di lunghezza che verrà inserito direttamente, senza tecniche accessorie in questo caso4. Carico immediato dell’impianto di 4,5 mm, ferulizzato ad altri due impianti corti; l’impianto in posizione 14 presenta inoltre un diametro ridotto5. Posizionamento della protesi definitiva a 6 mesi6. Radiografia di controllo a 5 anni che evidenzia la stabilità del trattamento, senza perdite ossee associate a nessuno degli impianti7. Radiografia iniziale del secondo paziente, che mostra una perdita ossea avanzata a carico dei molari del primo quadrante, indicati per l’estrazione e la rigenerazione alveolare con PRGF-Endoret8-9. Sezione di pianificazione che mostra un’altezza ossea residua di 4 mm e l’impianto che verrà inserito con una lieve elevazione transcrestale8-9. Sezione di pianificazione che mostra un’altezza ossea residua di 4 mm e l’impianto che verrà inserito con una lieve elevazione transcrestale10. Radiografia del momento del carico immediato, con ferulizzazione dell’impianto a un impianto corto di 5,5 mm11. Radiografia di controllo a 3 anni, che mostra la completa stabilità del trattamento, senza perdite ossee a carico degli impianti
Discussione
Lo sviluppo di impianti di lunghezza ridotta ha determinato un cambiamento significativo nell’approccio terapeutico alle atrofie ossee severe del mascellare e della mandibola. L’introduzione progressiva di impianti corti ed extra-corti ha consentito di ridurre l’indicazione a procedure rigenerative complesse, offrendo alternative meno invasive, associate a minore morbilità postoperatoria, minore costo biologico ed economico e riduzione del numero di interventi chirurgici necessari (2, 8, 11, 12, 44, 45).
Numerosi studi hanno dimostrato che gli impianti corti (≤ 8 mm) presentano tassi di sopravvivenza elevati e comparabili a quelli degli impianti di lunghezza convenzionale, anche quando inseriti in creste con limitata altezza ossea. Revisioni sistematiche e metanalisi hanno evidenziato che, rispetto agli impianti lunghi inseriti dopo procedure rigenerative, gli impianti corti mostrano risultati clinici sovrapponibili in termini di sopravvivenza e perdita ossea crestale, con una tendenza a minori complicanze biologiche, in particolare quelle associate alla rigenerazione ossea e alla gestione dei tessuti molli (12, 46-48).
In questo contesto, il carico immediato su impianti corti è stato ampiamente studiato. Diversi studi clinici e prospettici hanno dimostrato che, in presenza di adeguate condizioni biomeccaniche e di una corretta stabilità primaria, il carico immediato non compromette la sopravvivenza implantare né il mantenimento dell’osso peri-implantare. Studi di Alvira-González et al.49, Maló et al.50 e Cannizzaro et al.51 riportano tassi di sopravvivenza cumulativa compresi tra l’87% e il 96,6%, valori comparabili a quelli degli impianti di lunghezza convenzionale sottoposti allo stesso protocollo di carico. L’evoluzione del design implantare ha portato all’introduzione di impianti ultra-corti di 4 mm (52-54). La metanalisi di Zhang et al.55, che ha incluso undici studi clinici comparativi, non ha evidenziato differenze statisticamente significative nei tassi di sopravvivenza tra impianti di 4 mm e impianti più lunghi (RR = 1,23; p = 0,52). È stata invece osservata una minore perdita ossea marginale e una riduzione delle complicanze biologiche, a fronte di una maggiore incidenza di complicanze meccaniche protesiche, senza impatto negativo sulla sopravvivenza implantare. Risultati analoghi sono stati riportati da Moraschini et al., che hanno evidenziato tassi di sopravvivenza simili tra impianti ultra-corti e impianti lunghi (> 8 mm), con un comportamento favorevole dell’osso crestale. Gli autori sottolineano come le complicanze meccaniche, sebbene più frequenti negli impianti ultra-corti, risultino generalmente gestibili dal punto di vista clinico, evidenziando l’importanza di una corretta pianificazione protesica e della ferulizzazione implantare. Nel presente studio, 36 impianti da 4,5 mm sono stati inseriti in 30 pazienti seguendo un protocollo omogeneo di fresaggio, inserimento e carico immediato, con un follow-up fino a cinque anni. I risultati mostrano una sopravvivenza del 100% e perdite ossee marginali medie di 0,73 ± 0,18 mm in mesiale e 0,85 ± 0,34 mm in distale, valori in linea con quelli riportati in letteratura per impianti corti e convenzionali inseriti in osso rigenerato. Tali dati confermano che gli impianti ultra-corti possono rappresentare un’opzione sicura e predicibile nei casi di atrofia ossea verticale severa, senza incremento del rischio di fallimento quando vengono ferulizzati e quando la distribuzione dei carichi è attentamente controllata.
Conclusioni
Alla luce dei risultati ottenuti e delle evidenze scientifiche disponibili, gli impianti di lunghezza ridotta, e in particolare gli impianti ultra-corti ferulizzati, rappresentano una valida opzione terapeutica nel trattamento delle atrofie ossee verticali severe.
La combinazione di un adeguato design implantare, di una pianificazione protesica accurata e del controllo dei fattori biomeccanici consente di ottenere risultati clinici stabili e predicibili anche in presenza di protocolli di carico immediato. L’impiego di impianti ultra-corti può quindi contribuire a semplificare il trattamento, ridurre la morbilità associata alle procedure rigenerative e ampliare le possibilità riabilitative nei pazienti con limitata disponibilità ossea, purché l’indicazione sia individualizzata e vengano rispettati rigorosi criteri clinici.
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La carie dentale continua a rappresentare ancora oggi una patologia altamente diffusa, ma nonostante questo sappiamo che è possibile evitarla con un'attività di prevenzione adeguata e costante. Tuttavia, nonostante l’uso consolidato e diffuso del fluoro nell’igiene orale quotidiana, molti pazienti continuano a sviluppare nuove lesioni cariose. Questo scenario ha spinto la ricerca verso strategie alternative. Un recente studio, che è stato condotto presso il West China College of Stomatology della Sichuan University (Chengdu) insieme con altri centri accademici, ha voluto analizzare l’efficacia dell’arginina come agente anticariogeno alternativo al fluoro nella composizione dei dentifrici.
Cos'è e come agisce l'arginina nel cavo orale
L’arginina è un amminoacido naturale che si trova normalmente nella saliva; la sua presenza all'interno del cavo orale è stata associata a una maggiore resistenza alla carie. Il meccanismo protettivo è legato all'attività dei batteri arginolitici che metabolizzano questa molecola e producono ammoniaca. Questo processo fisiologico favorisce l'aumento del pH all'interno della bocca e contrasta quindi l’ambiente acido responsabile della demineralizzazione dello smalto. L'obiettivo dei ricercatori era quello di comprendere se questa molecola possa quindi rappresentare un'alternativa efficace al fluoro come agente anticariogeno da utilizzare nei programmi di prevenzione.
Il disegno dello studio e la popolazione presa in esame
Gli autori della ricerca hanno condotto uno studio clinico randomizzato, in doppio cieco e multicentrico. La sperimentazione si è svolta in Cina presso tre centri universitari odontoiatrici. Il campione comprende 6mila soggetti tra 10 e 14 anni con esperienza pregressa di carie. I partecipanti sono stati invitati a utilizzare per due volte al giorno uno dei tre dentifrici assegnati, con le seguenti composizioni: 8,0% arginina, 1,5% arginina oppure 0,32% fluoruro di sodio. Il follow-up si è protratto per i successivi 24 mesi. Per tutto il periodo, i ricercatori hanno costantemente valutato la progressione della carie mediante gli indici DMFS e DMFT, eseguendo controlli a 6, 12 e 24 mesi.
I risultati clinici e la risposta dose-dipendente
I risultati evidenziano che esiste una chiara relazione tra la dose di molecola somministrata e la risposta ottenuta. Il dentifricio con una concentrazione allo 8,0% di arginina mostra una riduzione significativa dell’incremento carioso rispetto al controllo fluorato. La riduzione raggiunge circa il 26% per l’indice DMFS e il 25% per il DMFT dopo due anni di utilizzo. Il dentifricio con un contenuto dell'1,5% di arginina mostra invece di assicurare un’efficacia sovrapponibile a quella ottenibile con l'utilizzo del fluoro, senza che siano state riscontrate differenze statisticamente significative. Entrambe le formulazioni dimostrano un buon profilo di sicurezza. Tra le note positive, vi è il riscontro che gli effetti collaterali risultano rari e di lieve entità. Questi dati confermano il ruolo centrale della concentrazione nel determinare l’efficacia clinica.
Carie dentale e arginina: le implicazioni cliniche
Lo studio ha dimostrato che l’arginina rappresenta una valida opzione nella prevenzione quotidiana della carie. Gli studiosi hanno inoltre verificato che le formulazioni ad alta concentrazione sono in grado di offrire un beneficio superiore rispetto a quelle a base di fluoro tradizionale. Altro aspetto interessante è che anche le concentrazioni più basse riescono a garantire comunque un’efficacia comparabile.
Le prospettive future
Il clinico può dunque considerare l'impiego di questi dentifrici nei pazienti che presentano controindicazioni all'utilizzo del fluoro o in contesti specifici nei quali occorre scongiurare il rischio di fluorosi. L’azione di questa molecola si esplica anche sul biofilm orale, dove l'arginina sarebbe in grado di favorire un equilibrio microbiologico in senso meno cariogeno. Questi risultati aprono senza dubbio nuove prospettive nella prevenzione personalizzata della carie e nella formulazione di prodotti innovativi per l'igiene orale domiciliare. Lo studio è stato pubblicato su JDR Clinical & Translational Research, una rivista internazionale di riferimento per la ricerca clinica odontoiatrica.
L’ortodonzia digitale continua a evolversi con l’obiettivo di rendere la pianificazione dei trattamenti sempre più rapida, precisa e integrata nella routine clinica. In questo contesto si inserisce il nuovo software ClinCheck® Live Plan, la più recente innovazione nella pianificazione dei trattamenti Invisalign®, progettata per fornire, nei casi idonei, un piano di trattamento iniziale inappena 15 minuti.
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Dal punto di vista operativo, la disponibilità rapida del piano di trattamento offre vantaggi concreti anche nella comunicazione con il paziente. Avere a disposizione le informazioni del piano mentre l’interesse del paziente è ancora alto permette infatti dipresentare immediatamente la proposta terapeutica, facilitando la comprensione del percorso e supportando il processo di accettazione del trattamento. Inoltre, la possibilità di approvare più rapidamente il piano consente diaccelerare l’avvio della terapiae ridurre i tempi complessivi del ciclo di trattamento.
Non tutti i piani iniziali sono disponibili entro 15 minuti. Questa tempistica è possibile solo per i casi idonei che superano i controlli di qualità automatici sulla scansione e sul piano di trattamento. In caso di esito positivo, il piano ClinCheck è disponibile per la revisione del medico in circa 15 minuti; in caso contrario, il caso viene gestito da un designer CAD secondo le tempistiche standard.
ClinCheck Live Plan è disponibile globalmente dall’inizio del 2026, con un’introduzione graduale nei diversi mercati.
Con ClinCheck Live Plan, la pianificazione del trattamento entra in una nuova fase:più veloce, più integrata e sempre più centrata sul momento clinico, con l’obiettivo di migliorare l’esperienza sia per il medico sia per il paziente.
Alla nascita il neonato viene sottoposto a una valutazione clinica completa da parte del neonatologo, che include anche l’esame del cavo orale. Alcune condizioni orali richiedono un intervento o una gestione precoce in collaborazione con l’odontoiatra materno-infantile, come la presenza di denti neonatali, mucoceli e frenuli linguali corti, la cui necessità di gestione chirurgica può rischiare di essere sovrastimata (1) (Figura 1).
1. Il neonatologo chiama la sua collega odontoiatra materno-infantile per una consulenza precoce per un bimbo appena nato che potrebbe avere un frenulo linguale corto
Numerose sono le aree di dialogo e collaborazione fra odontoiatra pediatrico, pediatra e neonatologo… sintonizziamoci per primi sul canale giusto!
L’intervento nel cavo orale di un neonato richiede una stretta collaborazione tra il neonatologo, che conosce in modo approfondito la fisiologia del neonato, e l’odontoiatra pediatrico. In alcuni casi il rinvio dell’intervento non è possibile: denti neonatali mobili che potrebbero essere ingeriti o mucoceli che interferiscono con l’allattamento impongono un trattamento tempestivo. Anche i frenuli devono essere valutati precocemente per evitare compromissioni dell’allattamento al seno (1); tuttavia, poiché l’aspetto anatomico non sempre è correlato alla funzione, è necessario accertare l’effettiva indicazione all’intervento.
Il bambino viene quindi seguito dal pediatra attraverso controlli di crescita programmati, concepiti per monitorare le principali tappe dello sviluppo. La prima visita pediatrica avviene generalmente entro due settimane dalla dimissione ospedaliera e comunque entro i primi 35-40 giorni di vita.
Durante il controllo vengono valutati lo stato di salute generale e lo sviluppo motorio; si misurano peso, lunghezza e circonferenza cranica, valori che vengono registrati sulle carte di crescita (o centili) per monitorare l’andamento auxologico nel tempo. La visita comprende, inoltre, la valutazione dei vari organi e apparati e dell’esame neurologico, con particolare attenzione al tono muscolare, ai riflessi neonatali e alla reattività.
È importante sottolineare il ruolo cruciale delle visite pediatriche e odontoiatriche nei primi due anni di vita. Tale intervallo di tempo rientra nel periodo cruciale dei primi 1000 giorni di vita, ovvero l’intervallo che va dal concepimento ai 24 mesi dalla nascita.
Si tratta di una finestra di particolare vulnerabilità ma anche di grandi opportunità, determinante per la salute futura del bambino. Interventi preventivi (2-4), protettivi o terapeutici realizzati tempestivamente in questa fase precoce producono benefici a breve, medio e lungo termine non solo per il bambino e per l’adulto che diventerà, ma anche per i genitori e per eventuali futuri fratelli.
I primi 1000 giorni di vita stanno alla base di corretti sviluppo e crescita del bambino: il canale 1000 è quello giusto per trasmettere salute e prevenzione attraverso il dialogo interdisciplinare
Un aspetto fondamentale per il corretto sviluppo del cavo orale è l’introduzione dell’alimentazione complementare, sia per quanto riguarda la tipologia degli alimenti sia per la loro consistenza (5). Riconoscere precocemente bambini e famiglie con difficoltà alimentari permette di prevenire lo sviluppo di patologie orali e di problematiche sistemiche più complesse. L’igiene alimentare nei primi anni di vita è un caposaldo di salute complementare alla igiene orale e il dialogo tra odontoiatra pediatrico e pediatra su questi temi è fondamentale affinché messaggi di salute e buoni stili di vita arrivino a educare correttamente le famiglie su questi importanti temi (Figura 2).
2. L’Odontoiatra materno-infantile chiama il pediatra per condividere consigli di buona alimentazione del bambino, di cui insieme si stanno occupando
Questo significa che già durante le prime visite di controllo il pediatra dovrebbe sensibilizzare i genitori sull’importanza della salute orale, sapendo bene cosa osservare (Tabella 1), e indirizzare il bambino all’odontoiatra pediatrico per una prima valutazione, poi seguita da visite periodiche cadenzate in base alle necessità del caso.
Da un’altra parte, in alcuni casi è il dentista stesso a individuare condizioni orali che possono rappresentare il primo segno di patologie sistemiche (6-7), che devono essere poi riconosciute, correttamente inquadrate e gestite dal pediatra (es. ipotiroidismo congenito, anemia sideropenica, celiachia, eccetera). Con la crescita e l’aumento delle capacità motorie, i bambini, già in dentatura decidua, sono più esposti ai traumi, che nei casi più complessi richiedono un approccio multidisciplinare. Spesso, nei traumi dentali significativi, la prima valutazione avviene in pronto soccorso e poi la gestione odontoiatrica deve essere tempestiva, poiché la prognosi dei denti traumatizzati peggiora con il trascorrere del tempo (8).
L’odontoiatra materno-infantile può essere la sentinella di condizioni orali caratteristiche di patologie sistemiche, per contribuire a una loro diagnosi precoce
Una buona pratica per favorire collaborazioni efficaci con pediatri e neonatologi del territorio consiste nel redigere referti chiari e completi delle visite effettuate e dei trattamenti eseguiti, invitando le famiglie a condividere nella cartella clinica del bambino queste informazioni. Più volte in questa rubrica è stata sottolineata l’importanza del referto nella relazione con i pazienti e con gli altri specialisti che si prendono cura dei nostri piccoli pazienti, tra cui per primi i neonatologi e i pediatri (9-10). La documentazione scritta evita fraintendimenti o omissioni dovuti alla trasmissione indiretta delle informazioni da parte dei genitori e garantisce la condivisione accurata dei dati clinici (Figura 3).
3. Dialogo mediante referto scritto e video referto tra odontoiatra materno-infantile e pediatra in merito alla salute orale di un bambino e al piano di prevenzione e cura in corso
Laddove necessario, utilizzando i nostri smartphone, possiamo rilevare fotografie o realizzare video per migliorare ancora di più la nostra comunicazione, abbattendo le barriere dell’incomprensione a favore della chiarezza, della trasparenza, del dialogo… della prevenzione e della salute.
In collaborazione con
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L'operatore è al baseline, prima dell’esecuzione di intervento di avulsione di un terzo molare inferiore incluso.
Cosa accade quando un clinico si appresta a curare un paziente alla poltrona? Trattiamo piccoli organi, i denti, e nei denti ci concentriamo su microstrutture anatomiche in un ambiente difficile: piccolo, con un accesso arduo e non facilmente illuminabile. Spesso siamo costretti a lavorare con la schiena piegata, la posizione dell’operatore è di costante tensione muscolare. Tutto questo per cercare di vedere al meglio ed eseguire terapie accurate, l'area trattata spesso risulta non ben illuminata e con ombre. Tutto questo, dopo parecchie ore di lavoro, può essere causa di stress e insorgenza di dolori muscolari, che, se trascurati, possono portare a patologie muscoloscheletriche. Il primo acquisto consigliato a un giovane odontoiatra che approccia la professione sono le loupes con un sistema di illuminazione coassiale adeguato e di buona qualità.
Con l’utilizzo di sistemi ingrandenti si mantiene una posizione del tronco e del capo ergonomiche ed una postura corretta, con una distanza dal campo di lavoro determinata dalle caratteristiche del dispositivo utilizzato. I sistemi ingrandenti sono strumenti indispensabili per eseguire correttamente una qualsivoglia terapia odontoiatrica.
Un buon ingrandimento e una corretta illuminazione sono irrinunciabili non solo durante l'esecuzione delle terapie, ma anche nel corso della prima visita, momento fondamentale da cui si sviluppa tutto il piano terapeutico.
Ma non tutte le lenti sono uguali! La qualità del sistema di ingrandimento determina la qualità stessa dell’immagine elaborata dalle lenti ed è quindi importante scegliere un sistema che possa offrire al meglio questo vantaggio. Con l’aumento dell’ingrandimento non si devono ridurre eccessivamente la profondità di campo e la definizione dell’immagine deve rimanere massima.
Da più di un secolo ZEISS si occupa proprio di questo: produrre lenti di alta qualità.
L’utilizzo costante delle loupes genera nuove esigenze: è possibile avere un sistema con cui si riesca ad operare a distanze di lavoro diverse, avere un'ampia profondità di campo, un'illuminazione che rimandi la visione di un campo operatorio ingrandito, definito e dettagliato, e che permetta di realizzare foto e filmati per la comunicazione?
La risposta è una sola: il microscopio operatorio. L’attenzione della comunità scientifica verso l’utilizzo del microscopio è sempre maggiore perché i benefici per i professionisti sono numerosi.
Ambiti di impiego del microscopio operatorio
Inizialmente legati in via esclusiva ai trattamenti endodontici, in poco tempo i microscopi operatori hanno trovato applicazione anche in tutte le altre discipline.
Il motivo di questo successo è la possibilità di aumentare la visibilità del campo operatorio e di conseguenza
la capacità di eseguire trattamenti meno invasivi e più accurati.
In letteratura numerosi studi dimostrano come sia possibile, in parodontologia, conservativa,
endodonzia e protesi, ottenere risultati di altissimo livello grazie all’impiego del microscopio.
In parodontologia si riduce la necessità di trattamenti chirurgici per le tasche parodontali se sono state trattate con sistemi di ingrandimento (MIST) e il risultato può ulteriormente essere perfezionato se si usa un microscopio (ULTRA MIST).
La preparazione cavitaria con l'ausilio del
microscopio operatorio permette la completa eliminazione della dentina cariata ed il risparmio di quella sana.
In odontoiatria conservativa ed estetica, per rifinire e sfumare il margine tra dente e ricostruzione, fino a renderlo impercettibile.
Ciò consente di evitare “gradini” e infiltrazioni e di ottenere risultati estetici eccellenti. Il successo in endodonzia migliora in modo esponenziale con l'impiego del microscopio. Nei trattamenti endodontici particolarmente complessi, con denti che presentano un’anatomia canalare anomala o con ostacoli dovuti a precedenti trattamenti incongrui, come frammenti di strumenti rotti o
canali radicolari calcificati. Nella preparazione protesica la rifinitura ad alto ingrandimento del margine di preparazione ed il controllo del fit del manufatto protesico garantiscono risultati di chiusura ed estetici irraggiungibili con altri metodi.
E se si pensa che il prezzo da pagare per questo tipo di trattamento sia l’esecuzione di terapie in tempi lunghissimi, si commette un errore perché la possibilità di vedere meglio velocizza l’efficacia dei nostri movimenti.
Il microscopio operatorio ci permette di osservare il campo operatorio ingrandendolo fino a 25 volte, con una precisione di intervento in un tempo impensabile.
Quali sono i vantaggi che il microscopio operatorio offre al clinico?
Postura, illuminazione, comunicazione, ingrandimento: sono trascurabili? Offrono un vantaggio al quale non è possibile rinunciare!
Ingrandimento e illuminazione
Il microscopio operatorio è l’unico strumento che consente di avere percorso ottico e percorso della luce paralleli.
L'illuminazione è un grande plus del microscopio: sempre perpendicolare al campo operatorio, senza ombre: luce ovunque lo sguardo del clinico si posi.
L'illuminazione allo xeno o l'esclusiva illuminazione Triled di ZEISS garantisce una fedeltà assoluta di valore e croma dei denti e dei materiali di ricostruzione.
Il microscopio operatorio permette di ottenere immagini notevolmente ingrandite della parte da trattare, permettendo di effettuare trattamenti con grande precisione e, di conseguenza, massimizzando i successi. L’accuratezza nella visione del particolare, grazie a questi elevati ingrandimenti, consente di correggere anche minime imperfezioni.
Un valido supporto nella comunicazione
Inserire nel microscopio una telecamera integrata o una videocamera esterna permette l'acquisizione di video e foto, che possono essere utilizzati per molteplici obiettivi.
Comunicare con i pazienti: spiegare diagnosi, trattamenti step-by-step e risultati. Per i pazienti è così più facile prendere una decisione consapevole sui trattamenti proposti.
Comunicare con assistenti e collaboratori
Migliorare il workflow e il teamwork tra clinici e assistenti.
Comunicare con colleghi e corsisti
Registrare documentazione a scopo didattico, rendendo più chiare e accattivanti le presentazioni.
Creare documentazione utile ai fini medico-legali.
Postura
Le immagini di seguito sono tratte da uno studio, ancora in corso, nell'università San Paolo di Milano in collaborazione con il Politecnico di Milano.
Una dimostrazione pratica dei vantaggi posturali è raffigurata di seguito.
L’operatore è al baseline, prima dell’esecuzione di intervento di avulsione di un terzo molare inferiore incluso.
I quadrati in rosso riproducono la posizione di partenza mentre i quadrati in blu rappresentano il movimento dell’operatore durante l’intervento eseguito a occhio nudo.
L’operatore sta eseguendo l’intervento con sistemi ingrandenti di tipo prismatico 4×450 e sistema di illuminazione coassiale, l’escursione del tronco è minore
L’operatore sta eseguendo l’intervento con un microscopio operatorio. I quadrati si sovrappongono durante quasi tutto il trattamento. Il clinico è, per tutto la durata dell’intervento, in posizione ergonomica perfetta!
Con il Microscopio Operatorio si raggiunge una qualità della ergonomia eccellente.
Bibliografia
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Alberto Pispero Odontoiatra Specialista in Chirurgia Orale, Segretario Italian Academy of Osteointegration
Giovanni Lodi Professore associato Dipartimento di Scienze Biomediche, Chirurgiche e Odontoiatriche Università degli Studi di Milano
Marco Marcon Ph.D. Assistant Professor Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria Politecnico di Milano
Andrea Conigliaro
Medico Chirurgo, Odontoiatra, specialista in ortognatodonzia
Sara Colombo
Odontoiatra, specialista in ortognatodonzia
Nicolò Carugo
Odontoiatra, specialista in ortognatodonzia
Abstract
L’eruzione ectopica del primo molare permanente rappresenta un’anomalia relativamente frequente durante la dentizione mista, con potenziali ripercussioni sullo sviluppo delle arcate.
La sua eziologia è multifattoriale e, se non diagnosticata e trattata precocemente, può determinare riassorbimenti radicolari, perdita precoce dei secondi molari decidui e necessità di interventi ortodontici più complessi.
In questo articolo vengono descritti due casi clinici caratterizzati da eruzione ectopica dei primi molari permanenti mascellari trattati con tempistiche differenti.
I risultati sottolineano l’importanza cruciale del monitoraggio clinico-radiografico durante la dentizione mista e il potenziale delle tecnologie digitali nel supportare il clinico nella diagnosi precoce delle anomalie eruttive.
The importance of early diagnosis of ectopic eruption of the first permanent molar
Ectopic eruption of the permanent first molar is a relatively common finding in mixed dentition and may adversely affect maxillary arch development.
Its multifactorial etiology and variable clinical course underscore the need for early identification, as delayed diagnosis can lead to root resorption, premature exfoliation of the second primary molars and more complex orthodontic management.
This article presents two clinical cases of maxillary first permanent molars exhibiting ectopic eruption, treated at different stages of dental development.
The cases highlight the pivotal role of timely clinical and radiographic monitoring throughout mixed dentition and underscore the growing contribution of digital technologies in enhancing early detection of eruption disturbances.
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Un recente studio, condotto presso l'Indiana University School of Dentistry, USA, ha analizzato la gestione delle embrasure interprossimali nell’ambito dell’odontoiatria estetica contemporanea, riportandone gli elementi essenziali. Il clinico osserva questi spazi soprattutto nel settore anteriore, dove il paziente percepisce immediatamente il difetto estetico. La perdita della papilla interdentale rappresenta il segno distintivo di questa condizione. Diversi fattori contribuiscono alla sua comparsa. La distanza tra punto di contatto e cresta ossea assume un ruolo centrale. Anche la morfologia dentale e l’inclinazione radicolare influenzano la stabilità dei tessuti molli.
Diagnosi e fattori eziologici
Il clinico deve eseguire una diagnosi precisa e strutturata. L’esame obiettivo deve includere la valutazione del biotipo gengivale, della forma dei denti e della posizione dei punti di contatto. Le indagini radiografiche permettono di stimare la distanza tra osso e area di contatto. Il professionista deve inoltre considerare eventuali trattamenti ortodontici pregressi o patologie parodontali. Lo studio sottolinea l’importanza di identificare correttamente i fattori eziologici per guidare la scelta terapeutica. Senza questa fase, il rischio di risultati instabili aumenta. Il clinico deve quindi integrare dati clinici e radiografici in un quadro coerente.
Strategie terapeutiche interdisciplinari
Lo studio propone dunque un approccio interdisciplinare come standard di riferimento. Il clinico può intervenire sui tessuti molli, sui tessuti duri o su entrambi. Le procedure parodontali mirano a migliorare il volume gengivale. L’ortodonzia consente di modificare la posizione dentale e di ottimizzare i punti di contatto. Le tecniche restaurative permettono di correggere la forma dei denti e di ridurre gli spazi visibili. Il professionista deve selezionare la combinazione terapeutica più appropriata in base al caso clinico. La collaborazione tra specialisti aumenta la prevedibilità del risultato.
Prognosi
Il clinico deve considerare la stabilità nel tempo come obiettivo primario. Il successo del trattamento dipende dalla gestione dei fattori eziologici. Una distanza osso-contatto favorevole supporta il mantenimento della papilla. Il paziente deve seguire protocolli di igiene orale rigorosi e controlli periodici, come sottolinea lo studio pubblicato sul Journal of Esthetic and Restorative Dentistry, a conferma della rilevanza clinica del tema e dell’interesse crescente verso approcci integrati e personalizzati.
L’Intelligenza Artificiale non è più una prospettiva futura: è uno strumento operativo che sta ridefinendo flussi, processi e risultati anche nell'odontoiatria protesica, dove la precisione del design del sorriso è ormai un requisito imprescindibile.
Il suo impatto è concreto: entra nella progettazione, riduce i tempi operativi e aumenta la predicibilità, rendendo più efficiente l'ecosistema digitale dello studio.
La protesica digitale non è più un’opzione, ma il nuovo standard operativo di un mercato che evolve verso la velocità, la qualità estetica elevata e la sostenibilità dei costi.
Per accompagnare i professionisti nel cambiamento, prosegue il viaggio di Odonto-IA – Intelligenza artificiale per dentisti e igienisti: l’esclusiva serie di video podcast realizzata in collaborazione con Haleon, azienda globale specializzata nella salute quotidiana.
Guarda subito il quarto episodio IA e design del sorriso: la protesica diventa (davvero) intelligentee scopri come l'Intelligenza Artificiale può migliorare la precisione dei tuoi restauri e la comunicazione con i pazienti.
La puntata approfondisce le dinamiche della protesica moderna e del management attraverso il dialogo tra due autorevoli esperti:
Luigi Rubino, Odontoiatra professore ed esperto di radiologia, digital dentistry e tecnologie applicate.
Fabian Zolk, imprenditore ed esperto di infrastrutture digitali e flussi di lavoro.
Cosa troverai nel quarto episodio
Odonto-IA - Intelligenza Artificiale e design del sorriso: la protesica diventa (davvero) intelligente
L’IA come “odontotecnico digitale”: gli algoritmi hanno raggiunto un livello di sensibilità tale da progettare corone e intarsi con una precisione spesso superiore a quella manuale, riducendo la necessità di ritocchi.
Pianificazione estetica predittiva: l'IA analizza i dati del paziente, come le scansioni intraorali, e costruisce simulazioni affidabili. Simmetria, proporzioni e integrazione estetica vengono anticipati con precisione, verificando il risultato prima del trattamento.
Nuova sinergia medico-tecnica: l’odontotecnico può elaborare i dati da remoto e trasferirli ai sistemi di produzione dello studio, come stampanti 3D e fresatori, rendendo il flusso di lavoro più rapido, integrato e continuo.
Progettazione di bite: l’IA può progettare dispositivi occlusali altamente performanti a partire da scansioni intraorali, ottimizzando le geometrie in modo accurato. Il risultato è la riduzione dell’impegno clinico e l'incremento del comfort percepito dal paziente.
Change management: la vera sfida non è tecnologica, è culturale. L’integrazione dell’IA richiede un approccio manageriale consapevole, capace di ripensare e riscrivere i protocolli interni dello studio in chiave evolutiva.
Marketing e comunicazione con LLM: strumenti come ChatGPT aiutano a standardizzare la comunicazione dello studio e a mantenere un tono di voce coerente e uniforme. Un messaggio più chiaro rafforza la relazione con il paziente.
L’adozione dell’IA nella protesica e nella gestione dello studio aumenta l’efficienza e rafforza la percezione del paziente, che riconosce nel professionista un punto di riferimento capace di offrire soluzioni rapide, precise e affidabili. Il futuro si costruisce integrando sensibilità clinica e infrastrutture digitali sicure, interoperabili e orientate al cambiamento.
È nella bellezza della ricerca scientifica l’incrociarsi delle nozioni derivanti da discipline lontane che portano a più comprendere e, talvolta, a meglio curare. Così in un recente articolo pubblicato da Nature (Haridy Y, Norris SCP, Fabbri M, et al. The origin of vertebrate teeth and evolution of sensory exoskeletons. Nature 2025 642:119-124) si legge che in alcuni animali vissuti centinaia di milioni di anni fa comparvero i precursori di denti e dentina, ma, e questo è il dato per noi interessante, essi non avevano funzioni connesse alla nutrizione, bensì sensoriali. Eriptychius, un vertebrato di quell’epoca, era dotato di tubuli dentinali anche nell’esoscheletro: questo, insieme con altri dati, suggerisce che la dentina primordiale fosse un organo di senso. Da tale prospettiva non sorprende che un organo come il dente, non esposto direttamente all’esterno, possa essere così sensibile a stimoli termici che non percepisce con il suo tessuto più superficiale. Al problema dell’ipersensibilità dentale è dedicata la rassegna del mese.
Efficacia di un gel topico con ibuprofen 1% in struttura nano sull’ipersensibilità dentale dopo sbiancamento professionale con perossido di idrogeno 35%
Le nanotecnologie stanno rivoluzionando molti settori tecnici e scientifici, ma in questo caso non sono andate oltre la soglia di significato statistico. Il gel sperimentato non ha interferito con il risultato dello sbiancamento, ma non ha neppure influito sulla sensibilità dei 40 partecipanti alla ricerca, non confermando i positivi risultati ottenuti negli animali, dove ha raggiunto la polpa e ne ha ridotto la risposta infiammatoria. Il gel è stato confrontato con un placebo, applicandoli sia 10 minuti prima sia al termine della procedura. Il risultato negativo può dipendere, secondo gli autori, dall’insufficiente concentrazione raggiunta nella polpa o dall’incapacità di bloccarne i recettori, in particolare il TRPA1, di cui è noto lo stretto legame con l’ipersensibilità dentale da sbiancamento. Si tratta, infatti, di un recettore molto diffuso negli odontoblasti che, in vitro, ha dimostrato grande affinità per codeina e desametasone, ma non per ibuprofen. Infine, potrebbe entrare in gioco anche il pH dello sbiancante impiegato; infatti, pur essendo perossido di idrogeno al 35%, la sua formulazione ne mantiene il pH stabilmente alcalino con valore minimo di 7 che spiegherebbe il basso livello di ipersensibilità dentale riferita dai partecipanti che, a sua volta, potrebbe mascherare l’efficacia del gel sperimentato. In altre parole, non essendo il perossido di idrogeno aggressivo e non causando flogosi della polpa, il gel di ibuprofen non può dimostrare alcun effetto concreto, pur essendo teoricamente in grado di ridurre l’infiammazione pulpare.
Farmaci per via topica nel trattamento dell’ipersensibilità dentale da sbiancamento professionale
L’ipersensibilità dentale post-sbiancamento è un fastidioso effetto collaterale dipendente anche dalla concentrazione del principio attivo sul quale sono stati eseguiti molti studi.
Come spesso succede in questo tipo di ricerche, tra le centinaia di pubblicazioni più o meno coerenti con l’obiettivo sono ben poche (4 su 334 in questo caso) quelle che superano l’esame di ammissione per quanto riguarda il protocollo seguito. I prodotti sperimentati erano tre farmaci (ibuprofen + arginina, neomicina + polimixina B, metamizolo) e l’eugenolo, applicati in forma di gel o soluzione prima dello sbiancamento. Questo veniva eseguito in due sedute a distanza di 7 giorni con perossido di idrogeno 35%. Combinando tutti i risultati grazie alla metanalisi, gli autori concludono che la differenza tra i gruppi sperimentali e quelli di controllo non supera la soglia di significato statistico e così vale anche per il risultato estetico; in altre parole, lo sbiancamento avviene efficacemente anche usando tali prodotti, che però non riducono la ipersensibilità dentale. Tra le cause che possono spiegare questo insuccesso vi è sicuramente la struttura dello smalto: il diametro dei canalicoli osservabili al suo interno non supera i 3 micron; inoltre, anche peso molecolare e affinità del prodotto impiegato verso i tessuti dentali devono essere tenuti in conto se si vuole arrivare a qualche risultato. I 34 g/mol del perossido di idrogeno sono da 5 a 10 volte inferiori dei farmaci sperimentati e dell’eugenolo, che in futuro potrebbero essere più efficacemente veicolati in forma nanomerica. Inoltre, gli autori suggeriscono un’altra linea di ricerca: grazie all’aumento di permeabilità dello smalto conseguente all’applicazione del perossido di idrogeno, i desensibilizzanti potrebbero essere più efficaci se applicati dopo lo sbiancamento. Infine, ma non per importanza, resta ancora l’incerta natura del meccanismo alla base dell’ipersensibilità: una pulpite reversibile dovuta alla penetrazione dello sbiancante oppure una disidratazione dei tessuti da effetto osmotico o la sempre presente teoria idrodinamica.
Effetto di un gel con pregabalina sulla ipersensibilità dentale e variazioni cromatiche dopo sbiancamento con perossido di idrogeno 3%
Il pregabalin è un farmaco anticonvulsivante che si è dimostrato attivo anche sul dolore neuropatico; il meccanismo di azione non è totalmente chiaro, ma si ritiene collegato al suo legame con i canali del calcio presinaptici che ridurrebbe la quantità di neurotrasmettitori rilasciati. La sua formulazione topica si è dimostrata di efficacia equivalente e anche utile nel prevenirne gli effetti collaterali. Gli autori lo hanno impiegato su 75 volontari divisi in gruppo sperimentale 1 (gel pregabalin 10%), gruppo sperimentale 2 (KNO3 5% + NaF 2%) e gruppo placebo. L’età massima di 40 anni (età media 25) è stata scelta perché il disturbo oggetto di studio si manifesta in modo più intenso nei giovani a causa delle maggiori dimensioni della polpa e dei tubuli dentinali. Ogni prodotto è stato lasciato agire per 10 minuti prima dello sbiancamento (eseguito in due fasi a distanza di 7 giorni); nei successivi 21 giorni i partecipanti hanno riportato il grado di sensibilità su una scala Vas. L’elaborazione dei dati rilevati ha dimostrato l’efficacia del pregabalin e la sua non interferenza con lo sbiancante (il colore è stato valutato con spettrofotometria); risultati simili ha ottenuto anche il gruppo 2. A questo proposito, gli autori segnalano che i loro buoni risultati potrebbero dipendere dall’associazione dei due sali poiché il solo nitrato di potassio si è dimostrato inefficace in precedenti ricerche. Segnaliamo infine i risultati promettenti di un gel sperimentale con perossido di idrogeno 35% addizionato di idrossiapatite e capsaicina entrambe in forma nanomerica che ha ridotto la ipersensibilità dentale senza compromettere l‘effetto sbiancante in una ricerca in triplo cieco (da Silva KL, Gumy FN, Sutil E, Carpio-Salvatierra B, Rockenbach-Binz MC, Reis A, D Loguercio A, Farago PV. An experimental bleaching gel containing a nanocomposite reduces the intensity of postoperative tooth sensitivity: A randomized, triple blind clinical trial. J Dent. 2025 Jul;158:105775). Le note proprietà remineralizzanti dell’idrossiapatite sono state unite con quelle antiflogistiche del principio attivo del peperoncino piccante che interagisce con il recettore TRPA1 presente nelle fibre nervose pulpari e con la sostanza P, un neuropeptide coinvolto nella trasmissione degli stimoli dolorosi e nella regolazione della pressione arteriosa.
La somministrazione di ibuprofen e di un desensibilizzante prima dello sbiancamento riduce l’ipersensibilità dentale
Nonostante l’esiguità del campione studiato, questa indagine si distingue per il protocollo split-mouth, nel quale un lato dell’arcata fa da gruppo sperimentale e l’altro da controllo. Essendo noto che i Fans assunti dopo la comparsa della sensibilità sono poco efficaci, gli autori ne hanno studiato l’effetto somministrandoli prima dello sbiancamento (ibuprofen 400 mg un’ora prima) con o senza preliminare applicazione topica di floruro di potassio (KF), in grado di obliterare i tubuli dentinali e depolarizzare le terminazioni nervose libere della polpa inibendo la trasmissione degli stimoli dolorosi. Le arcate dei 15 soggetti esaminati sono state divise in 4 gruppi: ibuprofen + KF, ibuprofen + placebo topico, KF + placebo per os , placebo per os + placebo topico. La sensibilità è stata misurata dai partecipanti con una scala Vas in 4 tempi nelle 54 ore seguenti lo sbiancamento. I dati ottenuti hanno dimostrato la significativa superiorità dell’associazione ibuprofen + KF che ha ridotto di circa 4 volte il rischio della comparsa di ipersensibilità dentale; l’efficacia, invece, di ibuprofen e KF singolarmente era simile a quella del placebo. A proposito del floruro di potassio, infine, gli autori sottolineano che non vi sono ancora indicazioni precise sulle modalità da seguire e che, pertanto, se ne dovrebbe studiare l’effetto con concentrazioni più elevate.
Nonostante anni di richiami alla prevenzione, migliaia di bambini vulnerabili continuano a rimanere esclusi dalle cure odontoiatriche essenziali. Lo conferma anche l’ultimo confronto tra università, ospedali e servizi territoriali riuniti al Congresso Interregionale SIOI, che ha evidenziato una realtà frammentata e incapace di rispondere ai bisogni dei bambini più a rischio.
Le fragilità sociali e sanitarie non trovano risposta in sistemi regionali disomogenei, privi di un modello uniforme di governance e con una presenza insufficiente di odontoiatri pediatrici nelle ASL. Il risultato è un’Italia a più velocità dove, proprio nei territori con maggior bisogno, i bambini più esposti continuano a essere quelli meno assistiti.
Con il professor Domenico Tripodi, professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze Mediche, Orali e Biotecnologiche dell’Università degli Studi “G. D’Annunzio” Chieti-Pescara, dove ricopre anche il ruolo di Direttore della Scuola di Specializzazione in Odontoiatria Pediatrica, approfondiamo nodi irrisolti e prospettive concrete per una riforma della prevenzione odontoiatrica pediatrica.
Professor Tripodi, quali sono le principali criticità che impediscono un accesso equo alle cure odontoiatriche pediatriche nella sanità pubblica?
Domenico Tripodi, professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze Mediche, Orali e Biotecnologiche dell’Università degli Studi “G. D’Annunzio” Chieti-Pescara, dove è anche Direttore della Scuola di Specializzazione in Odontoiatria Pediatrica
Il primo problema è il modello organizzativo delle ASL. Le strutture realmente attrezzate per l’odontoiatria pediatrica sono poche e tra gli operatori in servizio la percentuale di specialisti in Odontoiatria Pediatrica è inferiore all’1%: questo rende difficile prendersi cura non solo dei bambini vulnerabili, ma anche di quelli sani che avrebbero bisogno di una prevenzione costante. Le ASL devono accogliere tutti i pazienti, ma le risorse non sono proporzionate alla domanda e le liste di attesa sono spesso molto lunghe. A complicare il quadro c’è la frammentazione regionale: il SSN è unico, ma l’organizzazione dell’odontoiatria pediatrica è demandata alle Regioni, ciascuna libera di assicurare gli accessi basandosi su criteri propri. Il risultato è un sistema disomogeneo, a macchia di leopardo, con Regioni molto virtuose e altre quasi prive di servizi in ambito odontoiatrico.
Le statistiche ci dicono che oltre il 56% dei bambini vulnerabili non riceve adeguata assistenza odontoiatrica. Cosa si può fare subito?
La priorità assoluta è informare le famiglie e formare professionisti competenti in odontoiatria pediatrica preventiva per inserirli nelle ASL. Come Direttore della Scuola di Specializzazione dell’Università di Chieti contribuisco a formare specialisti che si occuperanno di prevenzione e cura, ma da soli non bastano: dobbiamo continuare a promuovere la cultura preventiva. Di fatto, il servizio pubblico gestisce soprattutto le urgenze: per i non aventi diritto per i criteri definiti dai LEA, si elimina il dolore risolvendo l’urgenza, ma non si può completare il percorso terapeutico.
Le cure non si esauriscono con otturazioni, devitalizzazioni o estrazioni: occorre ripristinare la funzione masticatoria, realizzare dispositivi riabilitativi, ambiti che spesso nelle strutture pubbliche non vengono garantiti.
Questo fa sì che i bambini ricevano solo una parte della cura, senza poter tornare a uno stato di salute orale completo. Inoltre, un dente rimosso troppo presto ha conseguenze importanti sulla crescita, la funzione masticatoria, la qualità di vita e le future malocclusioni. Con una spesa minima, si potrebbero evitare anni di future riabilitazioni.
Quale modello considera più efficace per garantire una presa in carico precoce e continua del bambino?
Sul piano della prevenzione, gli esempi migliori vengono da esperienze territoriali, come i programmi di screening, che in molte Regioni sono stati purtroppo sospesi perchè troppo onerosi. Un modello promettente è quello sperimentato in Emilia-Romagna, dove l’AUSL della Romagna ha collaborato direttamente con l’Università di Chieti per attivare percorsi di odontoiatria pediatrica specialistica. Attualmente sono state attivate sale operatorie e ambulatori odontoiatrici pediatrici adatti ad intervenire sui bambini vulnerabili. Questa interazione tra territorio, ospedale e formazione accademica permette di intercettare precocemente i bisogni e di condividere protocolli e competenze, inserendo specialisti formati nei contesti pubblici.
Accanto agli aspetti organizzativi, resta un nodo culturale profondo: la prevenzione odontoiatrica pediatrica non è ancora riconosciuta come un investimento strategico, bensì come un costo, e questo orienta scelte, budget e priorità. Inoltre, la recente normativa sui concorsi ha eliminato la priorità per gli specialisti, rendendo la specializzazione in odontoiatria pediatrica non distintiva e complicando il reclutamento di figure realmente preparate.
Davvero la prevenzione odontoiatrica costa così tanto?
Servono tecnologie e strumenti idonei, che spesso comportano investimenti economici consistenti, ma questo si scontra con la carenza di fondi disponibili. Negli ultimi due anni, dopo il Covid, il costo dei materiali è aumentato, ma i budget no, perchè i bilanci delle ASL sono storicizzati e sostanzialmente invariati.
Questo significa che, una volta esaurito il budget, non è possibile curare altri pazienti, che devono essere rimandati ad appuntamenti molto dilazionati nel tempo. L’obiettivo è ottenere il meglio possibile con le risorse a disposizione.
Quali sono le figure professionali a suo avviso indispensabili?
Oltre all’odontoiatra pediatrico, è necessaria una presenza proporzionale di igienisti dentali, per il loro ruolo fondamentale nella prevenzione. Non dimentichiamo poi il pediatra di libera scelta, che accompagna i bambini lungo tutto il percorso di crescita e, per questo, dovrebbe essere la prima sentinella anche della loro salute orale.
Il bilancio di salute odontoiatrico dovrebbe rientrare a pieno titolo nella valutazione periodica del bambino, eppure oggi la comunicazione tra pediatri e odontoiatri è ancora limitata.
Non tutte le scuole di specializzazione in pediatria prevedono la presenza strutturata di un odontoiatra, e questo genera un divario formativo che stiamo cercando di colmare. La SIOI si occupa di fornire informazioni scientifiche, organizzare congressi e sensibilizzare sia gli odontoiatri sia le università e gli specialisti del settore pediatrico. Stiamo lavorando per creare un dialogo più costante e strumenti condivisi che aiutino il pediatra a intercettare precocemente i segnali di rischio e orientare le famiglie verso percorsi odontoiatrici adeguati.
In un sistema ancora orientato alla “cura tardiva”, qual è la misura più concreta e realistica per trasformare la prevenzione in un atto clinico continuativo?
Serve una strategia che integri prevenzione clinica, educazione e presa in carico continuativa. Una volta affrontata la patologia acuta, manca una regia che assicuri continuità assistenziale al bambino. È lì che si gioca la prevenzione vera.
I professionisti privati, inclusi i pediatri, dovrebbero dialogare con il servizio pubblico per segnalare situazioni di fragilità economica che richiedono tutela, creando un circuito di protezione reale per i bambini vulnerabili. La SIOI, attraverso congressi e aggiornamento scientifico, cerca di colmare il divario informativo, ma senza una riforma nazionale la situazione resta disomogenea.
E la famiglia?
Un nodo cruciale della prevenzione in odontoiatria pediatrica emerge già in gravidanza e nei primi mesi di vita, quando si gettano le basi della futura salute orale del bambino. All’Università di Chieti è stato avviato, in collaborazione con la ASL di Pescara, un progetto dedicato alle donne in gravidanza con visite programmate nel primo, secondo e terzo trimestre e counseling per informare le gestanti su rischi e comportamenti protettivi in modo che siano preparate alla gestione della salute orale del bambino.
La prevenzione dovrebbe iniziare addirittura un anno prima del concepimento, in cui la futura mamma dovrebbe seguire una vera e propria preparazione che includa dieta, igiene e controlli regolari e attività motoria.
Persistono tuttavia gravi lacune informative: molte madri non ricevono indicazioni corrette sull’allattamento e sui rischi del contatto prolungato tra latte e liquidi zuccherini con le gengive e i primi dentini, fattori chiave nella colonizzazione batterica che precede la carie.
Questi aspetti, ancora oggi trascurati, evidenziano la necessità di un percorso strutturato che includa gravidanza, puerperio e prime fasi dell’alimentazione dei bambini. Solo così la prevenzione odontoiatrica può diventare davvero efficace e continuativa.
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