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Giovani dentisti e libera professione, la rinascita

Giovani dentisti

Questa breve riflessione si rivolge, prima di tutto, ai giovani dentisti: a chi ha appena aperto uno studio tutto suo o in società con uno o più colleghi e a chi coltiva il desiderio di farlo; a chi si trova in quella fase cruciale in cui entusiasmo e passione si intrecciano a timori, dubbi e senso di inadeguatezza. Per alcuni, oggi, mettersi in proprio sembra una follia. Ma se osserviamo con più attenzione i segnali della società, potremmo accorgerci che non solo è ancora possibile, ma in certi casi può essere la scelta più sensata e adatta ai tempi. L’intento di queste note è proporre uno sguardo più lucido e propositivo, capace di restituire fiducia a chi vuole provarci. Perché, a ben vedere, non si può affermare che la libera professione odontoiatrica sia al tramonto. Anzi.

Una profezia interessata

Negli ultimi anni, anche per effetto dell’azione di soggetti interessati a spianare la strada a modelli commerciali dell’odontoiatria – dove il dentista ha un ruolo esecutivo, subordinato all’organizzazione d’impresa – si sono fatte sempre più insistenti alcune narrazioni secondo cui la libera professione individuale sarebbe destinata a scomparire. Secondo questa visione, il futuro dell’odontoiatria sarebbe nelle mani di grandi strutture, cliniche multisede, catene organizzate e investitori esterni. Al dentista, in questo scenario, non resterebbe che scegliere se lavorare come dipendente, come collaboratore a partita IVA o, al massimo, come socio in contesti già strutturati. Si tratta, a ben vedere, di una previsione non supportata da dati reali, quanto piuttosto da una visione strategica portata avanti da chi ha tutto l’interesse a favorire un modello “industriale” del settore. Una visione che si autoalimenta anche attraverso strumenti apparentemente oggettivi: webinar, convegni, modelli standardizzati, offerte formative preconfezionate, spesso orientate a indirizzare chi vi partecipa a scelte imprenditoriali anziché professionali, a tutto vantaggio di chi le promuove e ispira. Una visione, magari, sostenuta proprio da chi, per tenere in piedi le sue aziende, abbisogna di un ricambio frequente di odontoiatri e personale che, se fossero più impegnati nei loro studi individuali, verrebbe a mancargli. I numeri – ad esempio quelli dell’Agenzia delle Entrate – non confermano in effetti un abbandono della libera professione, né tanto meno un crollo del modello individuale o associato. Certo, negli ultimi anni si è assistito a un incremento significativo delle società di capitali operanti in ambito odontoiatrico, pur restando minoranza nel complesso degli esercenti l’odontoiatria, stimabile nel 10% dei soggetti, ma si tratta in non piccola parte di realtà gestite direttamente da dentisti, replicando dunque in forma societaria la classica struttura dello studio.
In altre parole, la forma giuridica di esercizio muta, ma il modello organizzativo di riferimento è rimasto quello della libera professione: uno studio costruito sulla relazione fiduciaria, sulla responsabilità diretta, sul lavoro clinico svolto da chi lo progetta e lo conduce. Ecco perché, forse, è il momento di rimettere in discussione certe profezie di declino e tornare a riflettere sul valore, la sostenibilità e la modernità del lavoro autonomo odontoiatrico di tipo professionale.

La crisi è una livella

Le narrazioni sulla presunta “fine” della libera professione tradizionale sono state spesso alimentate anche dal confronto – ritenuto impari – con le grandi strutture organizzate come imprese commerciali. Si è sostenuto che solo le realtà con forte capitale, grande tecnologia e potenza pubblicitaria potevano sopravvivere. Ma oggi, proprio in un momento di incertezza economica generale, di cui non si intravede una rapida fine, questa previsione mostra crepe evidenti. In silenzio, e senza che nessuno ci tenga troppo a sottolinearlo, si moltiplicano i segnali di difficoltà tra le strutture organizzate in forma d’impresa, soprattutto dove sono presenti soci o investitori “laici”, non dentisti. Le cronache locali e le segnalazioni tra colleghi parlano sempre più spesso di cliniche in crisi, sedi chiuse, difficoltà a rispettare gli impegni economici, riduzione del personale. Non si tratta solo di singoli casi isolati, ma del possibile sintomo di un modello organizzativo che, in questa fase storica, mostra i suoi limiti strutturali.
La crisi, in fondo, è una livella: riduce i margini per tutti, ma mette particolarmente sotto pressione chi ha molti costi fissi, come grandi spazi in affitto, personale numeroso, rate di leasing importanti e un costante bisogno di nuovi pazienti in grande quantità. A questo si aggiunge l’altissima dipendenza dalla pubblicità, con investimenti crescenti per mantenere visibilità e generare flussi: una strategia che, quando la domanda rallenta, si trasforma in una zavorra. In questi contesti, il margine economico rischia di sparire, e con esso la sostenibilità stessa del progetto imprenditoriale. Il paziente non è più disposto ad accettare cure standardizzate o di essere trattato da operatori sempre diversi, il personale fatica a trovare motivazioni, gli amministratori si trovano a dover tagliare sempre di più. Non è raro scoprire che, dietro le immagini rassicuranti, si nascondono incertezze gestionali profonde. Questo non significa che il modello commerciale sia da condannare, ma forse, in questo momento storico, non è così vincente come si era portati a credere. Soprattutto, non è vero che i professionisti autonomi, che lavorano in proprio o in piccoli studi associati, siano destinati all’estinzione. Al contrario, potrebbero essere proprio loro – per la loro snellezza, la loro libertà, la loro capacità di adattarsi – ad avere oggi gli strumenti migliori per resistere e per rilanciarsi.

Non servono fortune

Accanto alla profezia della “fine della libera professione”, c’è un altro mito altrettanto bloccante: quello secondo cui, oggi, senza un capitale enorme e tecnologie d’avanguardia non si può nemmeno cominciare. A questa idea, si accompagna una visione ansiogena e irrealistica, che scoraggia proprio chi, invece, potrebbe farcela - e magari molto bene - con risorse modeste unite a grande motivazione.
La verità è che non è la macchina tecnologica a fare il bravo dentista e nemmeno il corso di due giorni sulla ultima tecnica implantare o sulla gestione dello studio. Servono invece tempo, pazienza, esperienza, studio, ascolto. Occorre costruire una visione personale del proprio lavoro e scegliere strumenti coerenti con questa visione e con le proprie possibilità. La medicina, per fortuna, è una disciplina che si fonda sull’uomo, sulla relazione. La professione si basa sulla fiducia fra chi si impegna a offrire la prestazione e chi la riceve. Il resto è, in buona parte, contorno. Se vogliamo spiegare meglio questa ultima affermazione, si potrebbe dire che la macchina serve quando permette di fare ciò che altrimenti non si potrebbe fare. Se i primi pazienti vengono trattati con serietà, chiarezza e cura, sarà il passaparola a fare la differenza. Non è la pubblicità che costruisce la fiducia, quella serve casomai per fare arrivare un potenziale paziente all’ingresso dello studio. Sono la coerenza, il saper coltivare le proprie competenze, la serietà e l’applicazione ai problemi portati dai pazienti che possono fare la differenza. È comunque innegabile che un buon numero di dentisti, giovani o più maturi, si realizzano meglio all’interno di strutture organizzate da altri e non c’è nulla di sbagliato in questo, ovviamente. Però, da questo a dire che chi parte da zero non ha speranza, ce ne passa.

Bisogna avere più fiducia

Che si scelga di aprire da soli, di entrare in società con colleghi o di subentrare gradualmente a un professionista anziano in una logica di cooptazione, le strade per iniziare ci sono. Nessuna è facile, tutte richiedono impegno e pazienza. Sono però tutte possibili, se accompagnate da formazione e visione.
In ogni caso oggi serve certamente, oltre alla cultura odontoiatrica, anche quella gestionale: saper leggere i costi, organizzare il lavoro, comunicare con i pazienti, relazionarsi con i collaboratori. L’offerta formativa è ampia, ma va selezionata: ci sono corsi autorevoli e altri nati solo per generare fatturato per chi li offre. Il consiglio è di scegliere percorsi che insegnino a ragionare, non solo a replicare modelli.
Fondamentale è anche il ruolo dei consulenti: un commercialista, che sappia spiegare e non solo compilare, è già una risorsa preziosa, mentre un consulente gestionale competente può aiutare a vedere meglio ciò che accade dentro lo studio.
In sintesi, il futuro della professione non è scritto nei bilanci delle grandi catene, ma nella testa e nel cuore di chi oggi ha il coraggio di mettersi in gioco. Non servono fortune, ma consapevolezza, misura, preparazione e spirito libero. La libera professione è ancora la scelta più di valore, che offre autonomia, sicurezza economica e orgoglio professionale. Non è un ricordo del passato, bensì un orizzonte concreto per chi sa guardare lontano e partire con passo sicuro.

Espansione del palato e funzione respiratoria

Espansione del palato

La relazione tra l'espansione del espansione del palato e la funzione respiratoria è un tema di grande interesse in odontoiatria, la cui importanza clinica è ancora allo studio.

In questa rubrica capita spesso di sottolineare la modesta qualità delle ricerche disponibili sugli argomenti trattati nonostante la crescente mole di pubblicazioni che, però, non aiutano i professionisti nel loro quotidiano sforzo di curare quanto meglio possibile la salute altrui. La relazione tra espansione ortodontica del palato, funzione respiratoria e patologie adenotonsillari non fa purtroppo eccezione, ma è consolante notare che negli ultimi anni si è raggiunta qualche evidenza in più. Per quanto restino sideralmente lontani i numeri e le certezze delle sperimentazioni farmacologiche (i campioni in questa rassegna sono numeri a due cifre), si può almeno contare su alcune ricerche ben strutturate.
Studi clinici randomizzati, revisioni sistematiche e metanalisi prepandemiche non andavano oltre conclusioni come la seguente: “L’espansione mascellare aumenta in modo significativo i volumi nasali, ma la sua importanza clinica è ancora in discussione” (Fastuca R et al 3D facial soft tissue changes after rapid maxillary expansion on primary teeth: A randomized clinical trial. Orthod Craniofac Res. 2018 Jun 21. doi: 10.1111/ocr.12229 PMID: 29927048). Ora, invece, nel caso del disgiuntore del palato (oramai il dispositivo di gran lunga più usato) si inizia a vedere la possibilità di considerarlo uno strumento terapeutico anche dal punto di vista medico, per lo meno in certi casi.

Risultati a lungo termine del trattamento con espansore mascellare scheletrico sulla funzione respiratoria

Combs A, Paredes N et al  Long-term effects of maxillary skeletal expander treatment on functional breathing. Korean J Orthod. 2024 Jan 25;54(1):59-68.

Questa ricerca ha misurato gli effetti sulla funzione respiratoria di un disgiuntore con ancoraggio scheletrico tramite mini impianti che ne riducono la distanza dal centro di resistenza della sutura palatina mediana; in tal modo, la forza esercitata agisce più a livello osseo mascellare che dentoalveolare. Per valutare la funzione respiratoria gli autori hanno misurato il picco del flusso di inspirazione nasale (Pnif) e il suo corrispettivo orale (Poif) in 17 pazienti (età media 19 anni) con deficit trasversale del mascellare senza precedenti trattamenti ortodontici. Il protocollo includeva l'esame CBCT prima e dopo il trattamento. I risultati sono stati incoraggianti: al termine dell’espansione e del periodo di controllo (26 mesi in media), Pnif e Poif erano significativamente più alti rispetto ai valori iniziali (segno di stabilità del risultato); il primo era anche positivamente correlato con la variazione dei diametri scheletrici misurati con la CBCT. Non sono state rilevate variazioni significative nei questionari di autovalutazione compilati dai pazienti.

Effetti dell’espansione del palato sulle vie aeree superiori dei bambini affetti da AON

Galeotti A, Gatto R et al Effects of Rapid Palatal Expansion on the Upper Airway Space in Children with Obstructive Sleep Apnea (OSA): A Case-Control Study. Children (Basel). 2023 Jan 30;10(2):244.

L’apnea ostruttiva notturna interessa l’1-3 % della popolazione pediatrica italiana e si riscontra in frequente associazione con il morso incrociato. Gli autori di questo studio caso-controllo hanno selezionato un campione di 37 bambini (età 4-11 anni, 20 di sesso maschile) che presentavano entrambe queste anomalie senza altri problemi di salute. Al termine delle attivazioni il disgiuntore del palato è rimasto in situ per 9 mesi. La cefalometria ha evidenziato un significativo aumento di 3,4 mm della distanza nasofaringea (dalla spina nasale posteriore alla parete posteriore della faringe) e una riduzione dell’angolo compreso tra piano palatale e piano mandibolare (segno di una variazione del modello di crescita facciale) in accordo con un’altra ricerca italiana su 19 bambini con AON in cui la CBCT ha rilevato anche un aumento di circa 7 mm cubici del volume nasale e 2 mm di quello rinofaringeo (Pirelli P et al Cone beam CT evaluation of skeletal and nasomaxillary complex volume changes after rapid maxillary expansion in OSA children. Sleep Med. 2021 Oct;86:81-89).
Nel gruppo di controllo costituito da 39 bambini non affetti da AON, il disgiuntore del palato non ha portato a variazioni cefalometriche significative. La variazione in senso antiorario del modello di crescita segna, inoltre, un punto a favore del disgiuntore, spesso accusato di aprire il morso attraverso l’estrusione dei molari di ancoraggio. Gli autori segnalano come punto debole del loro studio la mancata valutazione tridimensionale delle vie aeree superiori.

Impatto dell’espansione rapida del palato sul volume di adenoidi e tonsille nei bambini

Yoon A et al. Impact of rapid palatal expansion on the size of adenoids and tonsils in children. Sleep Med. 2022 Apr;92:96-102.

In questo studio retrospettivo a coorte, 60 bambini con ipertrofia tonsillare (età media 8 anni) e malocclusione con indicazione per disgiuntore del palato sono stati divisi in un campione controllo e in uno sperimentale.
Questo gruppo è stato sottoposto a una CBCT seguita da trattamento con disgiuntore del palato secondo il protocollo normalmente usato e a una seconda CBCT 13 mesi (+/- 6) dopo la prima.
Rispetto al gruppo di controllo non trattato, in più del 90% dei bambini di quello sperimentale la CBCT ha rivelato una significativa riduzione sia del volume tonsillare sia di quello adenoideo (rispettivamente in media del 38,5% e del 16,8% con valori massimi del 75% e del 51%) mentre nel primo gruppo si è registrato un aumento, sia pure non significativo.
Gli autori attribuiscono i risultati all’aumento del volume nasale che riduce la velocità dell’aria e la resistenza, con conseguente riduzione degli stimoli infiammatori sul tessuto linfatico; inoltre, sottolineano però che nel protocollo non si è tenuto conto dell’eventuale terapia farmacologica concomitante, spesso presente in questi pazienti, né si è tenuto conto della presenza di allergie.
Particolari non trascurabili che, sperabilmente, verranno tenuti in considerazione nel futuro.

Effetti di tonsillectomia e disgiuntore palatale su indice apnea-ipopnea (AHI) e saturazione di ossigeno

Magalhães MC, Normando D, Soares CJ, Araujo E, Novaes RMO, Teodoro VV, Flores-Mir C, Kim KB, Almeida GA. Impact of adenotonsillectomy and palatal expansion on the apnea-hypopnea index and minimum oxygen saturation in nonobese pediatric obstructive sleep apnea with balanced maxillomandibular relationship: A cross-over randomized controlled trial. Pediatr Pulmonol. 2024 Dec;59(12):3507-3517.

In ambito odontoiatrico sono piuttosto rare le ricerche di tipo cross-over in cui i pazienti vengono sottoposti in tempi diversi a terapie differenti per la medesima indicazione. In questo studio randomizzato, 32 bambini non obesi, con ipertrofia adenotonsillare e riduzione dei diametri mascellari sono stati divisi in due campioni: il primo è stato curato con adenotonsillectomia e 6 mesi dopo con disgiuntore del palato; sequenza inversa per il secondo campione, ma soltanto se l’indice AHI si manteneva inferiore a 1. La diagnosi si basava su polisonnografia eseguita a distanza di 6 mesi da entrambe le terapie. Dopo analisi statistica dei dati osservati, gli autori concludono che il disgiuntore nella maggior parte dei casi ha svolto un ruolo marginale sull’indice AHI e sulla saturazione di ossigeno, dato che si è verificata un miglioramento molto più consistente di questi parametri nel primo campione.

Espansione del palato e ostruzione delle vie nasali

Sakoda-Iwata R, Iwasaki Tet al Does rapid maxillary expansion improve nasal airway obstruction? A computer fluid dynamics study in patients with nasal mucosa hypertrophy and obstructive adenoids. Am J Orthod Dentofacial Orthop. 2023 Jul;164(1):e1-e13.

Gli autori di questo studio fluidodinamico computerizzato hanno diviso 60 bambini (età media 9 anni) in tre campioni in base alla patologia presente: controllo (esenti da patologie), pazienti con ipertrofia della mucosa nasale, pazienti con ostruzione adenoidea. A quelli con indicazione ortodontica al trattamento con disgiuntore palatale è stata eseguita una CBCT prima e dopo per misurare la sezione delle vie nasali. In tutti i campioni, dopo l’espansione palatale risultavano aumentati l’ampiezza e la sezione delle vie nasali e la distanza intermolare superiore ma, concludono gli autori, la ventilazione nasale dipende dalla patologia presente. Infatti, nei pazienti esenti da ipertrofia mucosa e ostruzione adenoidea la ventilazione migliora del 90% mentre tale valore si limita a 31,6 % e 23,1 % rispettivamente se è presente l’una o l’altra condizione patologica. In altre parole, l’ostruzione adenoidea non risponde al trattamento con disgiuntore del palato.

Espansione del palato nei bambini con apnea ostruttiva notturna

Militi A, Maio A et al.  Effects of rapid maxillary expansion in pediatric patients affected by obstructive sleep apnea syndrome: a literature review. Minerva Dent Oral Sci. 2025 Apr;74(2):114-119.

In base alle ricerche incluse in questa revisione della letteratura, l’espansione rapida del palato nei bambini di età compresa tra 5 e 12 anni (durata media del trattamento pari a un anno) apporta variazioni significative, riducendo l’indice AHI (apnea e ipopnea) e aumentando la saturazione di ossigeno.

Odontoiatria Materno-Infantile: 8° Corso di Formazione Nazionale OMI

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Salute orale di mamma e bambino nei primi 1000 giorni di vita.

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OMI è il Network che fa per te!

Il 12 giugno, presso la sede milanese di Tecniche Nuove, si terrà l’ottava edizione del corso Nazionale OMI (Odontoiatria Materno-Infantile).

Parleremo…

  • di chi è OMI e perché scegliere l’Odontoiatria Materno Infantile come arma strategica;
  • del perché sono cruciali i primi 1000 giorni di vita e di come approcciarli: ciuccio, allattamento e igiene orale;
  • di uno studio clinico prospettico su SDF e vernici al fluoro: un approccio non invasivo all’ECC;
  • di fluoro e di ciò che è utile sapere nei primi due anni di vita;

Saranno nostri ospiti…

  • la pediatra Martina Ruspa, che parlerà di diabete di tipo 1 nel piccolo paziente;
  • Luca Pisoni, che parlerà dell’esperienza dell’ISI dell’approccio life-course alla fragilità in odontoiatria.

Guarda il programma completo!

OMI Odontoiatra Materno-Infantile

 

In breve, su OMI

OMI, attraverso l’unione di competenze e professionalità, si identifica come il primo network che aspira ad essere un punto di riferimento per la cura della salute orale del sistema bimbo-famiglia, già a partire dal periodo prenatale, per garantire le migliori pratiche di prevenzione e cura.
La sua missione è condividere etica, strategie, modalità operative, idee e prospettive per essere punto di riferimento della fascia di popolazione che più ne potrebbe avere beneficio, quella da 0 a 5 anni che è all’incirca di 3 milioni di soggetti.
OMI è un network pensato per studi odontoiatrici, liberi professionisti, igienisti dentali, sia che aspirino a dedicarsi in modo esclusivo al target materno-infantile, sia per strutture e professionisti che desiderino ampliare la loro offerta di servizi, implementando in modo organizzato, soddisfacente e di valore il comparto materno-infantile.

Per informazioni e iscrizioni

Stefania Garancini
Segreteria OMI

info@odontoiatriamaternoinfantile.it

Tel. 02 39090477

 

 

 

Microplastiche, un nuovo problema anche per lo studio odontoiatrico

Microplastiche
Microplastic particles and synthetic polymer fragments floating in a contaminated water environment; environmental pollution, marine biology concept. Plastic waste, ecology-related news, biotechnology research. 3D

Negli ultimi anni la presenza di microplastiche nell’ambiente e negli organismi viventi è diventata un tema di crescente interesse scientifico. Una revisione della letteratura condotta da ricercatori attivi nel campo dei biomateriali e della salute orale, con sede in Nepal, presso Lumbini Provincial Hospital di Butwal, ha analizzato il possibile ruolo dell’odontoiatria come fonte di queste particelle plastiche microscopiche. Queste particelle, di dimensioni inferiori a 5mm, ma spesso inferiori anche al micrometro, possono originarsi dalla degradazione o dall’usura di materiali polimerici ampiamente utilizzati nella pratica odontoiatrica e nei prodotti di igiene orale.

Materiali dentali e microplastiche

Molti materiali utilizzati in odontoiatria sono costituiti da polimeri sintetici. Tra questi rientrano compositi resinosi, protesi acriliche, allineatori ortodontici trasparenti e diversi materiali da impronta. Durante procedure cliniche come rifinitura, lucidatura o rimozione di restauri, è possibile che si generino particelle microscopiche di plastica. Anche l’usura nel tempo dei dispositivi intraorali, come protesi o allineatori, può contribuire al rilascio di particelle polimeriche nel cavo orale o nell’ambiente. Queste particelle possono essere disperse nell’aria dello studio o convogliate nelle acque reflue attraverso i sistemi di aspirazione.

Il ruolo dei prodotti per l'igiene orale

Un’altra possibile fonte di microplastiche è rappresentata dai prodotti di uso quotidiano per l’igiene orale. L’abrasione delle setole degli spazzolini da denti, l’utilizzo di filo interdentale e alcuni componenti presenti in dentifrici o paste lucidanti possono contribuire al rilascio di particelle plastiche. Nel corso della vita, l’utilizzo quotidiano di questi prodotti può generare una quantità significativa di particelle microscopiche che finiscono nell’ambiente attraverso il sistema fognario.

Implicazioni biologiche: cosa dice la ricerca

Le possibili conseguenze delle micro e nanoplastiche sulla salute orale sono ancora oggetto di studio. Alcune ricerche sperimentali indicano che queste particelle possono essere internalizzate dalle cellule e indurre fenomeni di stress ossidativo o infiammazione. Tuttavia, al momento non esistono evidenze cliniche dirette che dimostrino un legame tra esposizione a microplastiche e specifiche patologie del cavo orale. Gli autori sottolineano quindi la necessità di ulteriori studi per chiarire il reale impatto biologico di queste particelle.

Strategie per ridurre l’impatto ambientale

La revisione suggerisce comunque alcune possibili strategie per limitare la dispersione di microplastiche nella pratica odontoiatrica. Tra queste rientrano l’utilizzo di sistemi di aspirazione efficienti durante le procedure cliniche, il miglioramento dei sistemi di filtrazione delle acque reflue e una maggiore attenzione alla gestione dei rifiuti prodotti nello studio dentistico. Parallelamente, la ricerca sui materiali dentali potrebbe orientarsi verso lo sviluppo di polimeri più stabili o di alternative con minore impatto ambientale.

Microplastiche: una nuova area di ricerca per l’odontoiatria

Il tema delle microplastiche rappresenta quindi una nuova frontiera di ricerca per la medicina dentale. Comprendere l’origine, la diffusione e i possibili effetti di queste particelle sarà fondamentale per migliorare la sostenibilità delle pratiche odontoiatriche e garantire la sicurezza di pazienti, operatori e ambiente. La revisione che analizza questi aspetti è stata pubblicata recentemente sulla rivista scientifica The Saudi Dental Journal, contribuendo ad aprire un nuovo filone di ricerca sulla relazione tra odontoiatria, microplastiche e salute pubblica.

AI e robot: l’odontoiatria entra in una nuova era

Robot

Immagina di entrare in uno studio dentistico e scoprire che a prendersi cura dei pazienti non c’è un professionista in camice bianco, ma un robot intelligente, capace di operare in totale autonomia. Non è fantascienza: è una realtà che sta già prendendo forma.

Negli ultimi anni, i rapidi progressi nell’intelligenza artificiale (IA) e nella robotica hanno trasformato profondamente l’assistenza odontoiatrica. Dal 2010 si è assistito a un notevole progresso, passando da Hanako (Tmsuk) – robot umanoide utilizzato come manichino realistico per la formazione degli studenti di odontoiatria, capace di simulare azioni come parlare, starnutire, tossire e riflessi involontari – fino a strumenti ausiliari per l’implantologia come Yomi Dental (Neocis Inc.), il primo e unico sistema robotico per interventi chirurgici odontoiatrici approvato dalla Food and Drug Administration (FDA), l’agenzia statunitense che regola i dispositivi medici, in grado di fornire una guida robotica per il posizionamento preciso degli impianti dentali integrandosi nei flussi di lavoro digitali, supportando la pianificazione pre-operatoria, l’assistenza intraoperatoria e migliorando efficienza ed esperienza del paziente.

Oggi, l’integrazione dei robot con l’IA sta rivoluzionando ulteriormente il settore odontoiatrico, ponendo le basi per trattamenti sempre più efficienti e precisi. Il vero salto di qualità lo abbiamo visto quando, nel luglio 2024, un robot completamente autonomo ha portato a termine con successo la sua prima procedura su un paziente umano. L’intervento, eseguito da una macchina sviluppata dalla società Perceptive (Boston, USA), rappresenta un importante passo avanti verso una nuova era di odontoiatria assistita da robot e intelligenza artificiale.

Un’operazione in tempi record

Il robot ha completato la procedura, la preparazione di un dente per l’applicazione di una corona, in soli 15 minuti. L’intervento è stato eseguito in un ambiente clinico controllato con la supervisione di odontoiatri professionisti, ma il robot ha operato in modo completamente autonomo, dalla pianificazione all’esecuzione. Una peculiarità notevole di questa macchina intelligente è la sua capacità di adattarsi ai movimenti del paziente: grazie a un sistema di tracciamento in tempo reale è infatti in grado di mantenere la precisione anche se la persona si muove leggermente durante la procedura, aspetto cruciale per la sicurezza.

Come funziona il robot dentista

Il cuore del sistema è uno scanner 3D portatile ad alta risoluzione che crea un modello digitale estremamente dettagliato della bocca del paziente. Questo modello include non solo la forma dei denti, ma anche gengive, vasi sanguigni e persino i nervi situati sotto la superficie dentale.
Per ottenere tali immagini, il dispositivo utilizza una tecnologia chiamata tomografia a coerenza ottica (OCT); a differenza dei tradizionali raggi X, non emette radiazioni ionizzanti, ma impiega fasci di luce per costruire immagini tridimensionali di altissima precisione. Secondo i dati forniti dall’azienda, questa tecnologia può rilevare le carie con un’accuratezza fino al 90%. Una volta acquisita la scansione, il dentista e il paziente discutono il piano di trattamento e solo dopo l’approvazione del professionista il robot entra in azione in modo indipendente, eseguendo l’intervento pianificato con precisione micrometrica.

I possibili vantaggi

Questa tecnologia potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui intendiamo le cure dentistiche:

  • riduzione dei tempi di trattamento, trasformando un intervento di un’ora in una procedura di soli 15 minuti, con maggiore comfort per il paziente che trascorre meno tempo con la bocca aperta;
  • precisione estrema, tale per cui l’automazione potrebbe eliminare gran parte del margine d’errore umano;
  • accessibilità, perché in un’ottica di spending review sanitaria potrebbe rendere disponibili trattamenti complessi anche in zone con carenza di dentisti qualificati;
  • riduzione dei costi per cui, una volta superato l’ammortamento iniziale, tempi più brevi e la necessità di meno professionisti per eseguire la procedura clinica comporterebbero una maggiore efficienza che potrebbe tradursi in tariffe più basse per i pazienti.

Gli ostacoli (anche etici) ancora da superare

Nonostante l’entusiasmo, il robot non è ancora pronto per l'uso commerciale. Il dispositivo non ha ancora ottenuto l’approvazione della FDA e non è stata annunciata una data ufficiale per la sua introduzione sul mercato. Inoltre, al momento il sistema è progettato per un numero limitato di procedure, ma si pone come obiettivo futuro quello di espandere le sue capacità, includendo otturazioni, estrazioni e forse persino impianti.
In conclusione, il robot dentista di Perceptive sicuramente non sostituirà subito gli odontoiatri umani, ma potrebbe presto diventare uno strumento prezioso di supporto, capace di migliorare la qualità delle cure e ridurre i tempi delle visite.
Per quanto riguarda, invece, le implicazioni etiche, giuridiche e di responsabilità in ambito odontoiatrico in relazione all’IA e le sue controverse applicazioni in ambito europeo e nazionale - anche alla luce dell’entrata in vigore, il 10 ottobre 2025, della Legge 132 Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale - avremo modo di discuterne approfonditamente su Il Dentista Moderno.

 

Richiamare i pazienti inattivi

In odontoiatria, il termine “richiamo” si usa per indicare l’insieme delle azioni con cui lo studio ristabilisce il contatto con i pazienti già trattati che, da un po’ di tempo, non tornano per controlli o sedute di mantenimento. Si tratta di persone presenti nell’anagrafica ma senza un appuntamento programmato: una condizione che distingue nettamente il richiamo da qualsiasi comunicazione pubblicitaria rivolta a chi non è mai stato paziente dello studio.
L’obiettivo del richiamo è duplice. Da un lato serve a garantire la continuità delle cure, invitando il paziente a sottoporsi ai controlli o ai trattamenti necessari. Dall’altro, a sostenere la domanda di prestazioni che alimenta l’attività professionale, aspetto oggi sempre più rilevante per molti studi. Le modalità possono essere diverse: una telefonata, una lettera, un messaggio digitale, un promemoria automatico. Cambia il mezzo, ma l’intento resta lo stesso: mantenere vivo il legame con chi è già stato in cura nello studio. In un senso più ampio, questa logica comprende anche le comunicazioni successive al cosiddetto lead, cioè il primo segnale di interesse di una persona raggiunta da un’attività promozionale, una richiesta di informazioni online, una telefonata per chiarimenti o un primo contatto per fissare una visita.
L’idea che si vuole evidenziare, anche come criterio di efficacia, è che esista una proporzionalità tra il numero dei contatti – cioè dei richiami – e la probabilità che una persona scelga di farsi visitare, sia essa già paziente oppure no. Alcune teorie diffuse nell’ambito della vendita parlano della “regola del 6-60”: sarebbero necessari almeno sei contatti per portare intorno al 60% la probabilità che una persona assuma una decisione favorevole, accettando una proposta di cura o, più semplicemente, sviluppi una percezione positiva dello studio. In sintesi, un’azione isolata, estemporanea, rivolta a una singola persona oppure a un gruppo ristretto di pazienti e non inserita in un percorso di comunicazione ripetuto nel tempo, ha con ogni probabilità scarse possibilità di successo.

Chiedere prima il permesso

Qualunque iniziativa di richiamo presuppone un atto preliminare imprescindibile: chiedere il permesso. Alla prima visita, al congedo o quando una persona chiama per la prima volta, è opportuno domandare esplicitamente se desidera ricevere comunicazioni e attraverso quali canali. È un gesto che stabilisce il perimetro etico e relazionale del rapporto. È fondamentale che ogni messaggio sia rivolto esclusivamente alla persona interessata, senza presupporre che conviventi o familiari desiderino conoscere aspetti della sua salute. Non è raro che perfino un coniuge preferisca non condividere informazioni sui trattamenti o sull’esistenza della relazione clinica. La riservatezza richiede attenzione anche quando si risponde al telefono: se non si parla con il diretto interessato, è buona norma evitare qualsiasi riferimento clinico o economico, limitandosi a un invito a richiamare lo studio o a fissare un contatto successivo.
Il richiamo efficace, quello che rafforza la fiducia, nasce dal rispetto del paziente e dalla consapevolezza che ogni comunicazione, anche la più semplice, può incidere positivamente o negativamente sulla percezione della professionalità dello studio.
È dunque necessario porre massima attenzione allo stile e alla modalità delle comunicazioni, senza lasciare nulla all’improvvisazione.

Comunicare con stile medico

Oltre agli aspetti tecnici, esiste un principio di stile che può diventare una vera e propria linea guida per costruire i contenuti, scritti e verbali, delle comunicazioni: privilegiare sempre l’aspetto medico del rapporto, anche quando si debba ricordare un pagamento. Le richieste economiche dovrebbero sempre essere collegate alla necessità di garantire al paziente il miglior livello di servizio possibile, non ai mancati incassi o ai costi sostenuti dallo studio. Il richiamo deve trasmettere cura, attenzione, continuità terapeutica. Mai sfumature promozionali: il paziente riconosce immediatamente una comunicazione che “vende” rispetto a una che “si prende cura”, e la differenza incide profondamente sulla percezione della professionalità dello studio. Una comunicazione troppo commerciale rischia di confondere lo studio con altre attività similari, indebolendo quel tratto distintivo professionale che contribuisce alla fiducia del paziente e al valore percepito delle prestazioni.
Accanto a quelle a sfondo clinico, esistono comunicazioni “neutrali” che possono essere molto efficaci, soprattutto alla luce della regola empirica del “6-60”: messaggi pensati per spezzare la semplice dimenticanza, causa frequente della mancata ripresa dei contatti dopo una cura. Rendere lo studio presente con regolarità presso i suoi contatti aiuta anche a contrastare l’effetto di comunicazioni pubblicitarie provenienti da altri dentisti. Per raggiungere questi obiettivi in modo prudente e mai invasivo, si può ricorrere a messaggi in occasione di festività e ricorrenze, ai periodi di chiusura per ferie, oppure a brevi informative su nuove possibilità di cura o aggiornamenti tecnologici dello studio.
Le tecnologie digitali offrono strumenti preziosi per rendere ogni messaggio più utile e più chiaro. Non si tratta di adottare logiche pubblicitarie, ma di valorizzare il mezzo: conferme di appuntamento con grafica curata, piccole mappe inserite nel testo, indicazioni sul parcheggio o sul traffico, orari precisi per ridurre le attese. Sono dettagli minimi, ma migliorano l’esperienza del paziente e spesso vengono mostrati a familiari o colleghi, o condivisi spontaneamente, generando un passaparola gratuito e, in molti casi, particolarmente efficace.

Appropriatezza dei canali

Tutte le comunicazioni, siano esse richiamo clinico o gestione dei lead, richiedono preliminarmente una corretta raccolta e gestione dei dati personali. Trattare in modo conforme al GDPR, il regolamento europeo sul trattamento dei dati personali, i recapiti delle persone che entrano in studio – e, nei limiti del possibile, anche di chi telefona per informazioni – è un dovere giuridico ma anche un’opportunità organizzativa. È importante essere precisi: numero di cellulare, indirizzo e-mail, recapito postale.
Non sono dettagli, bensì strumenti essenziali per comunicare in modo mirato e appropriato. Queste informazioni costituiscono un vero e proprio patrimonio immateriale dello studio e, come tali, meritano la massima attenzione, con risorse informatiche e personali adeguate alla loro tutela e massimizzazione.
Diverso il discorso per i social network: contattare un paziente tramite canali privati – come Messenger, Instagram o WhatsApp – significa entrare in una sfera altamente sensibile. Sono strumenti da utilizzare con prudenza, e solo quando il paziente ha dato un consenso esplicito e informato. Il confine tra comunicazione professionale e intrusione nella vita privata è molto sottile, e un passo falso può compromettere la fiducia più rapidamente di un disservizio organizzativo, quale ad esempio un ritardo dell’inizio della seduta rispetto all’orario dell’appuntamento.
La comunicazione, quando è ben fatta, diventa una forma di servizio: riduce le incertezze, facilita il rapporto, chiarisce le informazioni e, per i richiami, segue il paziente nei momenti in cui è al di fuori dello studio. È il modo in cui il professionista rimane presente senza invadere, si fa ricordare senza insistere, costruisce valore senza chiederlo.
È così che un semplice richiamo contribuisce a rafforzare nel tempo un rapporto di fiducia, discreto ma solido. Inoltre, una comunicazione ben organizzata migliora l’immagine dello studio e porta benefici anche sul piano organizzativo e, in ultima analisi, su quello economico.

Autotrapianto dentale di canino superiore incluso e successiva riabilitazione implanto-protesica a 7 anni Premium

Autotrapianto dentale
23. Il blended che costituisce lo N-Sticky Bone irradiato da due dispositivi TFL

Autori

Domenico Patarino
Odontoiatra, libero professionista a Busto Arsizio (VA)

Corrispondenza: domenico.patarino@gmail.com

 

Abstract

Il presente case report descrive l’autotrapianto di un canino superiore sinistro e la successiva gestione clinica a distanza di sei anni. A seguito di un trauma masticatorio si è resa necessaria l’estrazione dell’elemento, eseguita con tecnica Fill & Seal per la preservazione alveolare post-estrattiva. Nella fase di ridge preservation e nella successiva di inserimento implantare è stata applicata la fotobiomodulazione (PBM) mediante dispositivi medici nanotecnologici Taopatch©. È stata inoltre utilizzata una variante dello sticky bone, trattata con nanotecnologia, definita N-Sticky Bone. L’associazione di procedure rigenerative ossee e tissutali con PBM ha favorito la guarigione e consentito il conseguimento di una riabilitazione implanto-protesica stabile, funzionale ed esteticamente soddisfacente

Impacted upper canine transplant and subsequent implant-prosthetic rehabilitation at 7 years

This case report describes the autotransplantation of an upper left canine and its clinical management after a six-year follow-up. Following a masticatory trauma, extraction of the tooth was required and performed using the Fill & Seal technique for post-extraction socket preservation. During the Ridge Preservation and subsequent delayed implant placement, photobiomodulation therapy (PBM) was applied through Taopatch© nanotechnology-based medical devices. In addition, a modified form of sticky bone, treated with nanotechnology and defined as N-Sticky Bone, was employed. The combination of bone and soft tissue regenerative procedures with PBM enhanced healing, allowing for a stable, functional, and aesthetically satisfactory implant-prosthetic rehabilitation.

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Adempimenti e scadenze del mese di aprile

Adempimenti e scadenze

Il mese di aprile 2026 conferma alcune scadenze ormai ricorrenti, a partire dal termine per la trasmissione telematica della dichiarazione annuale IVA 2026 (relativa all’anno d’imposta 2025) e dall’obbligo, per studi e ambulatori sanitari, di inviare all’Agenzia delle Entrate – tramite modello SSP – i dati riepilogativi dei compensi riscossi per conto dei professionisti operanti al loro interno (c.d. riscossione accentrata).
Entro la fine del mese scade inoltre il termine per l’invio telematico della Certificazione Unica relativa ai compensi corrisposti ai professionisti.
Tra le novità, debutta – per la prima e unica applicazione – l’imposta sostitutiva sugli incrementi contrattuali riconosciuti ai lavoratori dipendenti, misura che interessa la maggior parte del personale degli studi professionali.
Restano confermati anche i termini per il versamento della seconda rata bimestrale per chi è autorizzato all’applicazione dell’imposta di bollo sulle fatture in modo virtuale, e per il controllo della correttezza dei dati proposti dall’Agenzia delle entrate per il bollo sulle fatture elettroniche emesse riferite al primo trimestre dell’anno (gennaio-marzo), cosa che riguarda i dentisti che collaborano con studi e ambulatori, gli igienisti dentali e i laboratori odontotecnici.
Per le società di capitali, aprile si conferma un mese centrale: è infatti il periodo ordinario per la convocazione e l’approvazione del bilancio relativo all’esercizio chiuso al 31 dicembre 2025, nonché per il versamento della ritenuta del 26% sui dividendi distribuiti nel trimestre precedente.
Entra nel vivo la nuova “rottamazione” delle cartelle esattoriali insolute, la quinquies, con il termine per comunicare l’eventuale adesione alla Agenzia della riscossione.
Infine, per gli iscritti ENPAM, il 30 aprile rappresenta il termine per il versamento in un’unica soluzione della quota A (contributo minimo obbligatorio) oppure della prima rata, in caso di opzione per il pagamento rateale, oltre che di una rateazione di quota B.

Agenzia delle Entrate

Mercoledì 15 aprile

Adempimenti contabili

  • Fatture emesse, termine ultimo per l’annotazione delle fatture emesse nell'apposito registro tenuto ai fini Iva, nell'ordine della loro numerazione, in relazione alle operazioni effettuate nel mese precedente;
  • Fatture differite, Termine ultimo per l’emissione delle fatture differite riferite alle operazioni del mese precedente (per uno o più importi incassati dallo stesso cliente nel mese precedente e non ancora fatturati, purché “tracciati”, è possibile emettere fattura entro la data odierna);
  • Acquisti intracomunitari, termine ultimo per l’annotazione nel registro degli acquisti e in quello delle vendite delle fatture di acquisto ricevute nel mese precedente, con riferimento a tale mese.

Comunicazioni

  • “Esterometro”, scade oggi il termine per inviare tramite lo SDI, il servizio pubblico per l’invio delle fatture elettroniche, la comunicazione dei dati delle operazioni transfrontaliere passive, relative ad acquisti di beni e servizi da operatori: UE la cui fattura è stata ricevuta nel mese precedente; extra UE, se l’operazione è stata effettuata nel mese precedente. La comunicazione non riguarda le operazioni per le quali è stata ricevuta una bolletta doganale o una fattura elettronica; gli acquisti di beni e servizi non rilevanti territorialmente ai fini IVA in Italia ai sensi degli artt. 7 - 7-octies del DPR 633/72, qualora siano di importo non superiore a 5.000,00 euro per singola operazione.

Regolarizzazioni

  • Autofattura di acquisto intracomunitario. Termine ultimo per i soggetti Iva che nel mese di gennaio 2026 hanno effettuato acquisti intracomunitari di beni o servizi per i quali non hanno ricevuto la relativa fattura entro il mese di marzo 2026, per emettere autofattura;
  • Autofattura integrativa di acquisto intracomunitario. I soggetti che hanno effettuato acquisti intracomunitari di beni o servizi, se hanno ricevuto una fattura indicante un corrispettivo inferiore a quello reale, devono emettere autofattura integrativa in relazione alle fatture registrate nel mese precedente;

Giovedì 16 aprile

Comunicazioni

  • Datori di lavoro con massimo cinque dipendenti al 31/12/2024, termine entro il quale il sostituto d’imposta deve trasmettere in allegato al modello F24 il nuovo modello denominato “PROSPETTO DELLE RITENUTE/TRATTENUTE OPERATE” sui redditi di lavoro dipendente o autonomo, ovvero a questi assimilati, relative al mese precedente; si tratta di una scelta facoltativa, in alternativa alla presentazione del consueto “modello 770” annuale.

Versamenti

  • Conguagli addizionali regionale e comunale all’Irpef, versamento della rata delle addizionali relative ai conguagli di fine anno dei redditi di lavoro dipendente e assimilati;
  • Ritenuta alla fonte del 26% sui dividendi distribuiti ai soci dalle società di capitali, versamento della ritenuta da parte delle società di capitali sugli importi in denaro distribuiti ai soci nel primo trimestre dell’anno a titolo di dividendi;
  • Ritenute alla fonte operate ai fini Irpef e addizionali regionali e comunali. Versamento delle ritenute operate sui compensi di lavoro autonomo corrisposti nel mese precedente e sui compensi per lavoro dipendente e assimilato del mese precedente;
  • Imposta sostitutiva, dell’Irpef e addizionali regionali e comunali, sulle somme erogate ai dipendenti, nel mese precedente, in relazione a incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione;
  • Iva annuale, saldo relativo al 2025 risultante dalla dichiarazione Iva 2026, versamento della seconda rata per chi ha scelto questa modalità di versamento;
  • Iva mensile, contribuenti mensili per le operazioni di cui risultano debitori dell’imposta, liquidazione e versamento dell'Iva dovuta relativa al mese precedente;
  • Incrementi retributivi derivanti dai rinnovi contrattuali - Versamento imposta sostitutiva per il 2026. Termine entro il quale versare l’imposta sostitutiva dell’IRPEF e delle addizionali prevista dalla legge di bilancio 2026, pari al 5%, sugli incrementi retributivi corrisposti ai lavoratori dipendenti nell’anno 2026 in attuazione di rinnovi contrattuali sottoscritti dall’1.1.2024 al 31.12.2026. L’imposta sostitutiva in argomento si applica soltanto ai lavoratori del settore privato con un reddito di lavoro dipendente, nell’anno 2025, non superiore a 33.000 euro. L’imposta sostitutiva è applicabile solo per il 2026.

Giovedì 30 aprile

Comunicazioni

  • Riscossione accentrata attività mediche e paramediche, ambulatori e studi nei quali operino esercenti professioni sanitarie che emettono fatture ai loro pazienti, sono tenute ad effettuarne l’incasso e ad inviare annualmente in via telematica, utilizzando il “Modello SSP”, il codice fiscale e i dati anagrafici di ciascun esercente attività di lavoro autonomo mediche e paramediche e l’importo dei compensi complessivamente riscossi in nome e per conto di ciascun percipiente.
  • Certificazione Unica 2026 - Redditi di lavoro autonomo rientranti nell'esercizio di arte o professione abituale - Trasmissione telematica. Ultimo giorno per inviare all’Agenzia delle entrate la Certificazione unica dei compensi corrisposti ai professionisti, odontoiatri collaboratori, igienisti dentali, nel corso del 2025.

Controlli

  • Imposta di bollo sulle fatture elettroniche, scadenza del termine in relazione alle fatture elettroniche inviate mediante SdI nel trimestre gennaio-marzo, per variare i dati comunicati dall’Agenzia delle Entrate, laddove il contribuente ritenga che, relativamente a una o più fatture integrate dall’Amministrazione finanziaria, non risultino i presupposti per l’applicazione dell’imposta di bollo. Il controllo e l’eventuale variazione dei dati si effettuano nel c.d. “Elenco B”, accessibili dalla propria area riservata del sito “Fatture e corrispettivi”.

Dichiarazioni

  • Iva 2026, termine per la presentazione telematica diretta o tramite intermediario abilitato della dichiarazione annuale IVA 2026, relativa al periodo d’imposta 2025, con la quale devono essere evidenziate le operazioni attive e passive effettuate; i soggetti esenti Iva sono tenuti a presentare la dichiarazione nel caso abbiano effettuato anche una sola operazione soggetta, quale un acquisto di beni o servizi da fornitore non residente o per i quali è prevista dalla normativa nazionale l’applicazione del “reverse charge”, per il quale l’imposta va versata da parte del cessionario o committente;

Versamenti

  • Imposta di bollo sulle fatture cartacee assolta in modo virtuale, solo per i soggetti autorizzati all’assolvimento dell’imposta in modo virtuale, versamento della seconda rata bimestrale;

Agenzia delle entrate – Riscossione

Giovedì 30 aprile

Comunicazioni

  • Rottamazione quinquies delle cartelle di pagamento. Comunicazione in via telematica dell’intenzione di aderire alla definizione agevolata delle cartelle esattoriali contenute nel “prospetto” individuale che il contribuente può richiedere sempre per via telematica all’Agenzia delle entrate riscossione. L’agevolazione consente di sanare i ruoli scaduti per cui si è morosi, versando solamente la quota capitale e gli oneri di riscossione, e non le sanzioni e gli interessi di mora.

Inps

Giovedì 16 aprile

Versamenti

  • Contributi previdenziali obbligatori a carico del datore e del dipendente e oneri sociali sugli stipendi dei dipendenti del mese precedente;
  • Contributi della “Gestione separata”, versamento delle quote a carico dei committenti di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa e alle società che corrispondono compensi agli amministratori relative ai compensi corrisposti nel mese precedente.

Enpam

Giovedì 30 aprile

Versamenti

  • Quota A Enpam, il contributo annuale minimo obbligatorio per i medici e gli odontoiatri per il 2026, scadenza unica soluzione 30/4 o prima rata delle quattro o otto per chi sceglie il versamento rateale con domiciliazione bancaria;
  • Quota B Enpam, scadenza di una rata delle cinque o nove relativamente al contributo dovuto per il 2024 per chi ha scelto il versamento rateale tramite domiciliazione bancaria.

Società di capitali

Martedì 14 aprile

  • Deposito bilancio 2025, termine ultimo, per le s.r.l. con esercizio sociale coincidente con l'anno solare che hanno chiuso il bilancio al 31/12/2025, per depositare presso la sede sociale il progetto di bilancio, con le relazioni previste dalla legge dell'organo amministrativo e, se nominati, dei sindaci e del soggetto incaricato della revisione legale.

Mercoledì 22 aprile

  • Convocazione assemblea, termine ultimo, per i soggetti con esercizio sociale coincidente con l'anno solare che hanno chiuso il bilancio al 31/12/2025, per convocare l'assemblea di approvazione del bilancio ex artt. 2366 co. 3 e 2479-bis co. 1 c.c.. Tale adempimento è da effettuarsi almeno 8 giorni prima di quello fissato per l'assemblea (30.4.2026). 

Giovedì 30 aprile

  • Assemblea per l’approvazione bilancio 2025, termine ultimo, per i soggetti con esercizio sociale coincidente con l'anno solare che hanno chiuso il bilancio al 31.12.2025, per la sua approvazione. I bilanci chiusi al 31/12/2025 devono essere approvati, salvo che lo statuto non consenta il rinvio a 180 giorni, entro 120 giorni dalla chiusura dell'esercizio sociale.

5 minuti con Giuseppe Siciliani

Giuseppe Siciliani
Luigi Paglia
Luigi Paglia, direttore scientifico de Il Dentista Moderno

Il mercato degli allineatori è cresciuto rapidamente e continuerà a evolversi. Tuttavia, la vera innovazione non dipende solo dall’estetica o dal marketing, ma dalla ricerca scientifica, dalla qualità dei materiali e dal controllo biomeccanico delle forze. Negli ultimi anni gli allineatori trasparenti hanno rivoluzionato il modo di affrontare molte malocclusioni. Ma come si è evoluto realmente questo settore e quali sono oggi le differenze tra le varie soluzioni disponibili?
Ne parliamo con Giuseppe Siciliani, docente della Università degli Studi di Ferrara, tra le realtà accademiche italiane che per prime hanno investito nella ricerca sugli allineatori.
Per i Colleghi e i pazienti, il messaggio è chiaro: non tutti gli allineatori sono uguali. Informarsi sulla base scientifica del sistema utilizzato e affidarsi a professionisti qualificati resta il fattore decisivo per un trattamento efficace e sicuro.

 

 

Come sono cambiati gli allineatori negli ultimi vent’anni?
Giuseppe Siciliani
Giuseppe Siciliani, Professore Emerito dell’Università di Ferrara, dove è stato Direttore della Scuola di Ortodonzia, ha dedicato la sua carriera all’ortodonzia clinica e alla formazione accademica. Laureato in Medicina e Chirurgia, con specializzazione in Ortognatodonzia, è Past President della Società Italiana di Ortodonzia (SIDO) e socio onorario delle principali società scientifiche del settore. Riconosciuto a livello internazionale, nel 2020 la World Federation of Orthodontics lo ha inserito tra i tre migliori ortodontisti al mondo.

L’interesse per gli allineatori è cresciuto molto prima che diventassero un fenomeno commerciale di massa. Già alla fine degli anni ’90 alcuni gruppi di ricerca universitari avevano intuito il potenziale di questi dispositivi.
Fino al 2012 il mercato italiano degli allineatori trasparenti era dominato quasi esclusivamente da un’unica opzione, ampiamente riconosciuta e utilizzata dagli ortodontisti su larga scala. La scadenza del brevetto ha poi favorito l’ingresso di numerose aziende, determinando una rapida espansione dell’offerta.
Questo ha reso il mercato più competitivo, ma ha anche creato una grande variabilità in termini di qualità dei materiali, progettazione biomeccanica e controllo delle forze ortodontiche.
Oggi la vera differenza non sta solo nell’estetica dell’allineatore, ma nella ricerca scientifica che ne sostiene l’efficacia.

Perché oggi esistono così tante offerte e prezzi molto diversi?

La liberalizzazione del mercato ha abbattuto le barriere di ingresso, determinando una maggiore diffusione di mascherine termoformate che non sempre sono supportate da un adeguato background clinico o biomeccanico.
In ortodonzia, però, non basta “spostare i denti”: è fondamentale controllare tipo, intensità e durata delle forze applicate. I materiali tradizionali termoformati, ad esempio, tendono a perdere rapidamente gran parte della forza nelle prime ore di utilizzo. Questo spiega perché non tutti gli allineatori, pur essendo esteticamente simili, abbiano le stesse prestazioni cliniche.

Qual è il ruolo della ricerca universitaria nello sviluppo degli allineatori?

La ricerca accademica ha avuto un ruolo chiave nel comprendere:

  • il comportamento dei materiali nel tempo;
  • la biomeccanica dei movimenti dentali;
  • l’efficacia clinica nelle diverse malocclusioni.

Questi studi hanno posto le basi per l’evoluzione di ulteriori approcci clinici progressivamente validati dalla letteratura scientifica internazionale, confermando il ruolo centrale della ricerca accademica nello sviluppo delle terapie con allineatori.

È davvero possibile fare ortodonzia solo di notte?

Uno dei limiti principali degli allineatori tradizionali è la necessità di indossarli almeno 22 ore al giorno. Per molti adulti, questo rappresenta una difficoltà legata alla vita lavorativa e sociale. Per ovviare a questo problema, sono stati sviluppati approcci ortodontici con allineatori progettati per un utilizzo esclusivamente notturno.
Il principio su cui si basa è quello delle forze intermittenti, già impiegate con successo per molti anni nelle apparecchiature ortodontiche extraorali. Grazie a uno studio specifico dei materiali e del rilascio controllato delle forze, è possibile ottenere movimenti dentali anche con un utilizzo limitato alle ore di sonno, nei casi clinici appropriati.
Uno studio pubblicato sul Journal of Orofacial Orthopedics ha evidenziato che, nelle malocclusioni trattabili con allineatori, l’efficacia del sistema notturno può essere sovrapponibile a quella di un sistema tradizionale a tempo pieno.

Gli allineatori diurni e notturni sono intercambiabili?

Non sono intercambiabili, ma possono essere considerati approcci complementari.
Gli allineatori tradizionali richiedono un utilizzo continuativo, circa 22 ore al giorno. Gli allineatori notturni sono pensati per essere indossati esclusivamente durante il sonno.
La scelta dipende dal tipo di malocclusione, dagli obiettivi terapeutici e dallo stile di vita del paziente.
Non tutti i casi sono adatti a un trattamento esclusivamente notturno, ma per alcuni pazienti adulti questo può rappresentare una soluzione pratica e sostenibile.

Servono competenze particolari per utilizzare questi sistemi?

Gli allineatori sono dispositivi medici che devono essere inseriti in un piano ortodontico accurato.
Non è richiesta una certificazione obbligatoria per il loro utilizzo, ma la competenza in ortodonzia rimane centrale.
Nei sistemi sviluppati in ambito accademico, ogni caso viene generalmente valutato e pianificato con il supporto di specialisti, al fine di ottimizzare il set-up digitale e il risultato clinico.

 

 

 

 

Il bruxismo del sonno, come trattarlo a occhi chiusi

Bruxismo del sonno

Il bruxismo del sonno è un disturbo complesso che richiede una diagnosi accurata, un approccio terapeutico personalizzato e, quando necessario, un intervento multidisciplinare per gestire sintomi, usura dentale e comorbilità. Tra le soluzioni, ci sono i dispositivi occlusali, le terapie miofunzionali, ma anche la tossina botulinica.

Studi epidemiologici recenti stimano che la prevalenza globale del bruxismo del sonno riguardi circa il 21% nella popolazione generale. Per l’odontoiatra gestire un bruxista è una sfida che mette alla prova, ma che oggi offre l’opportunità di intervenire in modo più mirato: grazie a diagnosi precise, dispositivi orali personalizzati e monitoraggio costante, è possibile aiutare il paziente a proteggere l’integrità dei restauri e degli elementi dentari, ad alleviare le tensioni muscolari e a migliorare concretamente la qualità del sonno e della vita. Per comprendere appieno quali strategie adottare, è necessario prima inquadrare il fenomeno dal punto di vista clinico e fisiologico.

Bruxismo del sonno
Angelo Conte, medico, specialista in stomatologia, autore del testo Trattato di gnatologia edito da Tecniche Nuove con formazione, in particolare, alla scuola di Rudolf Slavicek e di Claus Avril, con il quale ha pubblicato il Tracciato cefalometrico individuale, socio fondatore AIG, oggi AIGeDO, e socio ordinario SIDO

«Il bruxismo del sonno (sleep bruxism) si differenzia da quello della veglia (awake bruxisim) per una diversa manifestazione nel ritmo circadiano e per le caratteristiche ezio-patogenetiche», spiega Angelo Conte, medico, specialista in stomatologia e autore del recente volume Trattato di gnatologia, edito da Tecniche Nuove.
«Il bruxismo della veglia sembra essere in relazione con lo stress management, mentre il bruxismo del sonno può anche essere riferito a stati di ipossia da apnea ostruttiva, perché favorendo l’avanzamento mandibolare determina un aumento della ventilazione. Entrambi i tipi di bruxismo presentano attivazioni ritmiche dei muscoli masticatori che, nell’opinione comune, avvengono senza un evidente obiettivo funzionale e sono quindi considerati parafunzioni». Il bruxismo del sonno si realizza in modo involontario e comporta varie manifestazioni: digrignamento, serramento centrico, con denti a contatto o con una lieve distanza fra le arcate; serramento eccentrico, in quanto la mandibola prima si sposta in avanti e/o lateralmente e poi serra; misto, quando più movimenti diversi si alternano.

Come e quando compare il bruxismo del sonno

Nei bambini il bruxismo del sonno si manifesta di frequente come una condizione normalmente fisiologica e transitoria, che si conclude dopo la stabilizzazione della guida della lateralità. «In genere è chi accudisce i piccoli pazienti a informarci dei segni e dei sintomi rilevati, come ad esempio il rumore che il bambino produce durante il sonno e/o le riduzioni dimensionali delle corone dei denti decidui», spiega Conte. «In questi casi, spesso all’esame obiettivo si rilevano segni di usura dello smalto, più o meno vistosi in relazione alle caratteristiche individuali e all’età. Normalmente, nei piccoli pazienti non è necessario alcun trattamento se non quello ortodontico, con l’obiettivo di realizzare un’occlusione di prima classe a guida canina, in modo da incentivare la regolarità dell’attivazione dei muscoli dell’apparato stomatognatico».
Nel paziente adulto, in presenza di un sospetto di iper-carico muscolare, l’approccio cambia. «È consigliabile effettuare un’anamnesi approfondita che indaghi il consumo non misurato di caffè o tabacco, l’assunzione di farmaci eccitanti o depressivi, lo stato ansioso del paziente, la presenza di cefalee – in particolare quelle di origine muscolo-tensiva – o di apnee notturne, eventuali difficoltà nell’apertura mandibolare al risveglio, dolore localizzato a orecchie e/o guance e la comparsa di rumori mandibolari durante il digrignamento, spesso segnalati dai conviventi o osservati dallo stesso paziente».
Sulla base delle informazioni raccolte, «è utile eseguire un esame obiettivo volto a rilevare aree di usura dentale, valutare lo stato trofico e, soprattutto, algico dei muscoli, identificare dolore e irregolarità del movimento dell’articolazione temporo-mandibolare, indagare eventuali disturbi delle pertinenze dell’apparato stomatognatico – come lingua, connessioni posturali e ventilazione delle prime vie respiratorie – e verificare la presenza di apnee ostruttive», prosegue Conte.
La gestione clinica del bruxismo del sonno richiede poi di distinguere tra ciò che è fisiologico e ciò che diventa invece patologico, oltre a comprendere come l’occlusione influisca sull’equilibrio funzionale dell’apparato stomatognatico.
Per quanto riguarda le relazioni funzionali, l’attività da carico dell’apparato stomatognatico – espressa in statica durante il serramento e in dinamica guidata nella disclusione (digrignamento) – raggiunge la sua migliore efficacia in presenza di una prima classe ideale. Di conseguenza, questo assetto, obiettivo condiviso dei trattamenti riabilitativi, mira a garantire una regolare chiusura occlusale o un corretto svincolo. Solo quando l’attività da carico dell’apparato stomatognatico, pur finalizzata a gestire lo stress, supera la normale tolleranza individuale ed è associata a rilievi strutturali patologici o disfunzionali, può considerarsi in squilibrio funzionale. La normale gestione del bruxismo, inoltre, regola nel tempo il processo di congruenza occlusale fra le arcate, migliora la ventilazione durante le apnee ostruttive del sonno, sollecita la produzione di liquido sinoviale nelle articolazioni temporo-mandibolari e della saliva».

Dalla diagnosi alla terapia del bruxismo del sonno

Poiché i fattori ezio-patogenetici e i rilievi clinici del bruxismo del sonno sono molteplici, diversi sono anche i suggerimenti terapeutici. «Di norma, il bruxismo è associato a disordini cranio-cervico-mandibolari: quando supera le capacità di tolleranza individuale, può agire come fattore predisponente, scatenante e mantenente tali condizioni», afferma Conte. «In caso di rilievi clinici attribuibili al bruxismo, è possibile riassumere – escludendo i processi riabilitativi dell’apparato occlusale e articolare, anche in fase pre-terapeutica – che gli obiettivi principali sono due: proteggere l’apparato dentale dall’usura e risolvere i fenomeni algici dell’apparato stomatognatico e delle sue pertinenze. Inoltre, quando il bruxismo notturno è associato ad altri disturbi del sonno, come l’apnea ostruttiva, può rendersi necessario un approccio pluridisciplinare.
Spesso si rilevano riduzioni strutturali dello smalto dovute all’usura, più evidenti sui denti frontali inferiori, anche se i primi segni compaiono generalmente a livello dei diatorici più distali. In questi casi è indicata l’applicazione di una placca occlusale protettiva, almeno durante il sonno, per salvaguardare la dentatura e la sua componente estetica. Poiché non è possibile prevedere con precisione la comparsa di ulteriori danni allo smalto, questa misura preventiva è consigliata.

bruxismo notturno
Si tratta di placche a struttura semplice con contatti monopodalici in massima intercuspidazione in grado di realizzare un’attività organica con guida fronto-canina o di gruppo. In questi casi, poiché l’organismo nel tempo tende a creare usure che portano a un’occlusione bilanciata, è utile rivalutare periodicamente la superficie masticante della placca per confermare l’efficienza delle guide ed evitare eventuali interferenze e/o sovraccarichi strutturali. Questo trattamento può anche prevenire riduzioni dell’altezza verticale del terzo inferiore del viso, che contribuiscono a conferire un aspetto senescente al volto del paziente, e forme algico-disfunzionali artro-muscolari», prosegue Conte. «In presenza di dolore cranio-cervicale, per ottenere una remissione è fondamentale eseguire un’accurata analisi settoriale clinica e strumentale.
Se il dolore ha una derivazione articolare, con sensibilità condilare nei poli laterali e/o nella regione dorsale, solitamente si usano placche di riposizionamento ventrale, allo scopo almeno di evitare carichi retrali. Se, invece, si tratta di algie di derivazione miogena, vanno individuati i muscoli coinvolti, se masticatori, facciali, labiali, linguali, cervicali, tramite palpazione o test specifici. In questi casi si può anche pensare a una placca centrica con occlusione organica e, contemporaneamente, a interventi di fisioterapia specifici».
Infine, ricorda il dottor Conte, in caso di apnee ostruttive in relazione al problema si possono suggerire dispositivi di avanzamento mandibolare (MAD) o, nei casi più complessi, il dispositivo medico CPAP (Continuous Positive Airway Pressure) che migliorando la ventilazione durante il sonno contribuisce a ridurre gli episodi di bruxismo notturno.
Forse non è un caso che, secondo la letteratura scientifica, la polisonnografia (PSG) con registrazione audio-video è ancora considerata il gold standard anche per la diagnosi del bruxismo del sonno, soprattutto quando si vuole ottenere un riscontro strumentale definitivo dell’attività muscolare masticatoria durante il sonno.

Come contrastare le parafunzioni involontarie

Bruxismo notturno
Carlo Marchetti, Direttore Sanitario della Clinica Marchetti, medico e odontoiatra con una lunga esperienza clinica e accademica in gnatologia, maturata presso il Policlinico di Milano, l’Istituto Neurologico Carlo Besta e l’Istituto Stomatologico Italiano

Come abbiamo visto, il bruxismo è un fenomeno complesso che può manifestarsi con diverse modalità, tra cui il serramento e il digrignamento.
«Durante la veglia possono essere presenti il bracing, ovvero una condizione nella quale i muscoli masticatori sono tenuti in costante tensione senza contatto tra i denti; il thrusting, cioè una costante spinta in protrusione della mandibola; oppure il mantenimento di un contatto costante tra i denti», chiarisce Carlo Marchetti, direttore sanitario della Clinica Marchetti di Morbegno, Sondrio, medico e odontoiatra con una lunga esperienza clinica e accademica in gnatologia maturata presso il Policlinico di Milano, l’Istituto Neurologico “Carlo Besta” e l’Istituto Stomatologico Italiano.
Il bruxismo della veglia è per lo più influenzato da fattori psicosociali, come stress e tratti ansiosi, e si manifesta soprattutto con il serramento. Il bruxismo del sonno, invece, in cui il digrignamento è più comune, dipende da meccanismi centrali.
«Durante le fasi più superficiali del sonno non REM, si verificano i cosiddetti microarousal, ossia microrisvegli dei quali il paziente non è consapevole, caratterizzati dall’attivazione del sistema nervoso ortosimpatico evidenziabile dall’aumento della frequenza cardiaca, cui seguono, dopo pochi secondi, attivazioni ritmiche dei muscoli masticatori». «Queste attività possono essere rilevate attraverso uno specifico dispositivo applicato al paziente prima del riposo notturno che permette, tramite elettrodi posizionati sui masseteri ed elettrodi cardiaci, di identificare frequenza, intensità e durata degli episodi di bruxismo, e soprattutto di distinguere gli episodi di attivazione isotonica (digrignamento) da quelli di attivazione isometrica (serramento)». Questa distinzione riveste particolare importanza clinica: «nel digrignamento prevalgono usura e fratture dentali, trauma parodontale da occlusione e complicanze protesiche e implanto-protesiche; nel serramento, invece, prevale il sovraccarico muscolo-articolare, con possibile insorgenza di disordini temporo-mandibolari».


L’origine multifattoriale del bruxismo rende il trattamento spesso complesso, e nel caso del bruxismo notturno le difficoltà aumentano.
«Mentre nel bruxismo della veglia la terapia cognitivo-comportamentale può ridurre gli episodi, rendendo il paziente consapevole della parafunzione, lo stesso non può dirsi per il bruxismo del sonno, che è un fenomeno completamente involontario. In questi casi, in particolare nei pazienti in cui prevale il serramento e sono presenti sintomi di disordini temporo-mandibolari, noi membri dell’Accademia Internazionale di Ricerca sulla Postura e l’Occlusione Neuromuscolare (I.A.P.N.O.R.), utilizziamo un elevatore linguale bioattivo, un dispositivo brevettato dal compianto dottor Vittorio Serafini, insieme con i dottori Viberto Vannucchi, Giorgio Pagnoni e Giovanni Tammaro. A differenza dei classici bite, che determinano solo una ridistribuzione del sovraccarico muscolo-articolare, offrendo una attenuazione temporanea dei sintomi, questo dispositivo riduce effettivamente il bruxismo. Nei casi in cui una occlusione non equilibrata, evidenziata da metodiche neuromiofasciali, contribuisca all’aggravamento dei sintomi, determinando una torsione mandibolare durante il serramento, utilizziamo un’altra tipologia di device con brevetto esclusivo, che oltre a ridurre il bruxismo riequilibra anche l’occlusione, la quale, per inciso, non è mai in causa nella genesi del bruxismo, che non è un disordine occlusale. L’utilizzo di questo device è però riservato a professionisti in possesso del certificato di abilitazione, ottenibile tramite partecipazione a specifici corsi».
Talvolta, nelle situazioni più complesse, è necessario l’intervento di altri specialisti.
«Nel caso di bruxismo secondario a reflusso gastroesofageo, per esempio, può essere utile rivolgersi a un gastroenterologo. Quando, invece, il digrignamento è secondario alla Sindrome delle Apnee Ostruttive nel Sonno (OSAS) e rappresenta un tentativo fisiologico messo in atto dall’organismo per aumentare la pervietà delle vie aeree superiori, può essere utile l’intervento di uno specialista in medicina del sonno».

Tossina botulinica: funziona davvero contro il bruxismo?

L’uso della tossina botulinica di tipo A nel trattamento del bruxismo non è un’idea recente: già dagli anni Novanta è stata impiegata per ridurre l’attività muscolare nei pazienti con bruxismo con l’obiettivo di limitare gli effetti negativi dell’eccessiva contrazione dei muscoli masticatori. Nel corso degli ultimi 30 anni, l’iniezione intramuscolare nei masseteri e nei temporali si è affermata nella pratica clinica come opzione terapeutica off-label, soprattutto nei casi di bruxismo notturno refrattario a trattamenti convenzionali come i bite occlusali.
La tossina botulinica agisce bloccando il rilascio di acetilcolina a livello della giunzione neuromuscolare, determinando una riduzione temporanea dell’attività e della forza muscolare e, quindi, una diminuzione della tensione e del dolore associati alla parafunzione. In letteratura, alcune revisioni sistematiche e studi controllati evidenziano una riduzione significativa dell’intensità della forza masticatoria e del dolore, con effetti evidenti già nelle prime 4-8 settimane, che persistono fino a circa 24 settimane dopo il trattamento.

Gianluca Ardolino, medico chirurgo e specialista in Neurologia, Neurofisiologia e Medicina Estetica e Rigenerativa, con un’ampia esperienza clinica e di ricerca sulle malattie neurodegenerative. Già in forza presso Humanitas e poi al Policlinico di Milano, oggi svolge la libera professione a Milano e a Sondrio.

Nei casi di bruxismo notturno refrattario alle terapie convenzionali, la collaborazione tra odontoiatra e altri specialisti può fare la differenza, conferma Gianluca Ardolino, medico chirurgo e specialista in Neurologia, Neurofisiologia e Medicina Estetica e Rigenerativa, con un’ampia esperienza clinica e di ricerca sulle malattie neurodegenerative. Già in forza presso Humanitas e poi al Policlinico di Milano, oggi attivo a Milano e a Sondrio, in questa intervista chiarisce il ruolo della tossina botulinica nella gestione del bruxismo del sonno.

Dottor Ardolino, il bruxismo, in particolare quello notturno, è un disturbo a volte molto difficile da trattare e che per questo richiede un approccio multidisciplinare.

«In effetti, il bruxismo può risultare anche invalidante. Può causare dolore localizzato ai muscoli masticatori o all’articolazione temporo-mandibolare o che si irradia al capo e al collo. Quando i trattamenti odontoiatrici, come ad esempio la realizzazione di un bite, non sono sufficienti a controllare i sintomi, può essere indicata una consulenza con un neurologo esperto nell’utilizzo della tossina botulinica».

In cosa consiste il trattamento?

«Il trattamento con tossina botulinica prevede infiltrazioni intramuscolari di tossina botulinica diluita in soluzione fisiologica nel muscolo massetere e/o temporale. Si tratta di poche punture eseguite con un ago molto sottile. In genere il paziente avverte solo un lieve fastidio, non dolore. L’effetto inizia a manifestarsi dopo pochi giorni e ha una durata media di circa sei mesi, pur potendo prolungarsi anche oltre in alcuni casi. Il trattamento migliora in modo significativo tutti i sintomi correlati al bruxismo ed è perfettamente compatibile con qualsiasi altro approccio terapeutico».

Ci sono controindicazioni?

«Le controindicazioni sono le stesse previste per tutti i trattamenti con tossina botulinica: in particolare, riguardano gravidanza e allattamento, alcune rare malattie neuromuscolari (come miastenia gravis, sindrome di Lambert-Eaton o sclerosi laterale amiotrofica) e infezioni o infiammazioni locali nel punto di inoculo. Sono inoltre da valutare con attenzione allergie note ai componenti del preparato, l’assunzione di farmaci che interferiscono con la trasmissione neuromuscolare (come alcuni antibiotici aminoglicosidici) e condizioni generali di salute che potrebbero aumentare il rischio di effetti collaterali».

L’odontoiatra, a suo avviso, è sufficientemente aperto a voler considerare questo trattamento?

«Dipende dal singolo professionista. Molti odontoiatri oggi conoscono e valutano l’impiego della tossina botulinica nei casi di bruxismo resistente, soprattutto quando sono presenti marcate contratture muscolari o dolore persistente. Altri, invece, forse per minore familiarità con il farmaco, preferiscono concentrarsi esclusivamente sui trattamenti odontoiatrici tradizionali, come il bite, e possono risultare meno inclini a proporre terapie di tipo multidisciplinare».

 

 

 

 

 

 

Quanto zucchero nella dieta dei bambini

Autori

¹ Italian Society of Pediatric Dentistry (SIOI)
2 Pediatric Unit, IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milan, Italy

Gli autori di un recente articolo pubblicato sull’European Journal of Paediatric Dentistry condividono, in esclusiva per i lettori di Il Dentista Moderno, lo statement della SIOI (Società Italiana di Odontoiatria Pediatrica), formulato per guidare una gestione ponderata del consumo di zuccheri in età pediatrica e ottimizzare la prevenzione.

I bambini hanno una forte preferenza per il gusto dolce. Introdurre precocemente zuccheri liberi nella loro dieta costituisce un fattore di rischio per lo sviluppo di importanti malattie già in età evolutiva. Gli zuccheri liberi comprendono i monosaccaridi (glucosio, fruttosio, galattosio) e i disaccaridi (saccarosio, lattosio, maltosio, trealosio) aggiunti negli alimenti dai produttori o dai consumatori, oltre che gli zuccheri naturalmente presenti in miele, sciroppi e succhi di frutta. Al di là del ruolo scientificamente comprovato nella patogenesi della malattia cariosa, pare che gli zuccheri aggiunti possano favorire l’insorgenza di quelle malattie attualmente identificate come Malattie Croniche non Trasmissibili (NCDs) quali obesità, diabete mellito di tipo 2 (dmt2), malattie cardio-metaboliche ed epatopatie nei soggetti in via di sviluppo.

Zuccheri e malattia cariosa

Zuccheri e carboidrati fermentabili in genere, dopo essere stati idrolizzati dall’amilasi salivare, forniscono un substrato per l’azione dei batteri acidogeni presenti nel cavo orale (Streptococchi mutans e Lactobacilli in particolare), i quali riducono il pH della saliva e della placca, determinando la dissoluzione (demineralizzazione) della componente minerale dei tessuti dentali e favorendo l’instaurarsi della lesione cariosa.
Negli ultimi decenni, l’American Academy of Pediatric Dentistry ha introdotto la definizione di Early Childhood Caries (ECC), manifestazione precoce della malattia cariosa che si sviluppa nei bambini di età inferiore ai 6 anni, a volte anche prima del compimento dei 2 anni di vita. Si tratta di una patologia ampiamente diffusa su scala mondiale, con un’alta incidenza in Europa e in Italia.
È stato dimostrato che i bambini che sviluppano ECC seguono una dieta caratterizzata da un’elevata assunzione di zuccheri liberi, specialmente sotto forma di bevande (succhi di frutta, tè dolci, soft drinks). Anche il ruolo causale delle caramelle e del ciuccio imbevuto nel miele o nello zucchero non è affatto trascurabile.

Considerando la tenera età dei pazienti affetti e le gravi conseguenze di questa patologia, è opportuno adottare un atteggiamento di tipo preventivo più precocemente possibile.

Zuccheri e malattie croniche sistemiche

L’assunzione eccessiva di zuccheri aggiunti può favorire:

  • l’instaurarsi una vera e propria malattia del metabolismo lipidico caratterizzata da un eccessivo accumulo di grasso nelle cellule epatiche: la Steatosi Epatica Non-Alcolica (NAFLD). La NAFLD ha raggiunto negli ultimi vent’anni proporzioni epidemiche anche tra i più piccoli, diventando la malattia epatica cronica pediatrica più diffusa. In Italia si stima che circa il 15% dei bambini ne sia affetto, raggiungendo l’80% tra i bambini obesi. La conferma scientifica proviene da uno studio condotto dai ricercatori dell’area di Malattie Epato-Metaboliche dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù su 271 bambini e ragazzi sovrappeso o obesi affetti da NAFLD e pubblicato sul Journal of Hepatology;
  • l’insorgenza di resistenza insulinica, generata da complessi meccanismi biochimici. L’iperglicemia persistente che ne deriva stimola il pancreas a secernere quantità maggiori di insulina, determinando così iperinsulinemia (Diabete Mellito di Tipo 2 o DMT2). Negli adolescenti e nei giovani adulti, il DMT2 sembra essere più aggressivo che nei soggetti adulti, dimostrando una minore risposta al trattamento convenzionale e un più alto tasso di mortalità. Un recente studio ha dimostrato che un bambino obeso ha un rischio 4 volte maggiore di sviluppare DMT2 entro i 25 anni rispetto a un bambino normopeso. Un’altra metanalisi ha evidenziato che i bambini che fanno largo consumo di bevande zuccherate (1-2 dosi al giorno) hanno un rischio maggiore del 26% di sviluppare DMT2 rispetto a quelli che ne assumono meno (nessuna/< 1 dose al mese);
  • l’insorgenza di obesità, un fattore di rischio significativo nella patogenesi della Sindrome delle Apnee Ostruttive del Sonno (OSAS), poiché altera l’anatomia e la collassabilità delle vie aeree e altera il controllo respiratorio.

Quindi… quanto zucchero nella dieta dei bambini?

Secondo l’Organizzazione Mondiale della sanità (OMS) è bene evitare di aggiungere zuccheri agli alimenti nei bambini al di sotto dei 2 anni e limitare il consumo di zuccheri aggiunti entro il 10% del fabbisogno calorico giornaliero nei bambini di età compresa tra i 2 e i 9 anni.
L’Associazione Americana di Cardiologia (AHA) consiglia di ridurre ulteriormente le dosi limitando lo zucchero ad un massimo di 25 grammi al giorno (circa 6 cucchiaini) in bambini e ragazzi di età compresa tra i 2 e i 18 anni, eliminandolo completamente in bambini al di sotto dei 2 anni. Queste raccomandazioni riguardano solo monosaccaridi (glucosio e fruttosio) e disaccaridi (saccarosio) aggiunti ad alimenti e bevande nonché gli zuccheri naturalmente presenti in miele, sciroppi, succhi di frutta e concentrati di succhi di frutta. Non sono inclusi gli zuccheri presenti nella frutta fresca e nei vegetali o, ancora, quelli naturalmente presenti nel latte, poiché non vi sono evidenze di effetti avversi legati alla loro assunzione.

 

Bibliografia
  1. Paglia L. Taste development and prenatal prevention. Eur J Paediatr Dent 2019; 20(4): 257
  2. Paglia L, Scaglioni S, Torchia V, De Cosmi V, Moretti M, Marzo G, Giuca MR. Familial and dietary risk factors in Early Childhood Caries. Eur J Paediatric Dent 2016 Jun; 17(2):93-9
  3. Mosca A, Nobili V, De Vito R, Crudele A, Scorletti E, Villani A, Alisi A, Byrne CD. Serum uric acid concentrations and fructose consumption are independently associated with NASH in children and adolescents. J Hepatol 2017 May; 66 (5): 1031–1036.
  4. Te Morenga L, Mallard S, Mann J. Dietary sugars and body weight: Systematic review and meta-analyses of randomized controlled trials and cohort studies. BMJ 2012 Jan 15;346:e7492
  5. WHO. Sugars intake for adults and children. Geneva (Switzerland):WHO; 2015
  6. Vos MB, Kaar JL, Welsh JA, et al. Added sugars and cardiovascular disease risk in children: a scientific statement from the American Hearth Association. Circulation 2017 May 09; 135(19):e1017-e1034
  7. Paglia L, Friuli S, Colombo S, Paglia M. The effect of added sugars on children’s health outcomes: Obesity, Obstructive Sleep Apnea Syndrome (OSAS), Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder (ADHD) and Chronic Diseases. Eur J Paediatr Dent June 2019; 20(2): 127-132.

 

Cosa indica lo statement pubblicato sull’ European Journal of Paediatric Dentistry (EJPD) - Vol. 26/4-2025, 332-335
SIOI Policy on Sugar Intake: Limiting Free Sugars from Earliest Days of Life to Prevent Caries, Specific Non-Communicable Diseases, and Tumor

 

Quanto zucchero dieta bambiniMeno zucchero, più salute le raccomandazioni della Società Italiana di Odontoiatria Infantile (SIOI)

Paglia1, 3,*, G. Lombardo1,* S. Colombo1,*, S. Bettocchi2,*, M. R. Giuca3, V. Di Taranto3, M. Moscati3,S. Bagattoni3, M. Beretta3, M. Cadenaro3, S. Caruso3, S. Cianetti1, P. De Fabianis3, R. Del Conte3, L. Lardani3, R. Gatto3, G. Marzo3 , G. Gallusi3

1 Italian Society of Pediatric Dentistry (SIOI)

2 Pediatric Unit, IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milan, Italy

3 Italian Society of Paediatric Dentstry - Societa Italiana di Odontoiatria Infantile (SIOI)

*These authors equally contributed to this work

 

Perché è importante ridurre lo zucchero?

La carie dentale è la malattia non trasmissibile più diffusa al mondo, con una prevalenza in aumento sia nei denti da latte che in quelli permanenti, e con un forte impatto economico sui sistemi sanitari.
Lo zucchero non è solo un “nemico dei denti”; consumarne troppo aumenta il rischio di altre malattie molto gravi e diffuse come obesità, diabete di tipo 2, steatosi epatica non alcolica, malattie cardiovascolari, ipertensione e alcuni tipi di tumore.
Per questo la Società Italiana di Odontoiatria Infantile (SIOI) ha elaborato una policy basata sulle più recenti evidenze scientifiche, con l’obiettivo di aiutare genitori, famiglie, educatori, e operatori sanitari a ridurre l’assunzione di zuccheri liberi attraverso la dieta, fin dai primissimi anni di vita.

 

 

Cosa sono gli zuccheri liberi?

Gli zuccheri liberi identificano tutti gli zuccheri semplici che vengono aggiunti agli alimenti, dai produttori, dai cuochi o dai consumatori, oltre a quelli presenti in miele, zucchero, dolcificanti, sciroppi e succhi di frutta. Questi zuccheri sono facili da assorbire e, se introdotti nell’organismo in eccesso, possono contribuire a un apporto calorico eccessivo e a rischi per la salute. Gli zuccheri liberi sono diversi dagli zuccheri naturali, che si trovano in frutta e verdura intera o nel latte e che, grazie alla presenza di fibre e altri nutrienti, non hanno lo stesso impatto negativo sulla salute dei denti e dell’organismo.

Raccomandazioni pratiche della SIOI

La policy SIOI si basa su un principio semplice: meno zuccheri fin da piccoli, più salute per tutta la vita.

• Nei primi 2 anni di vita: evitare il consumo di cibi e bevande contenenti zuccheri liberi.

• Dopo i 2 anni: limitare gli zuccheri liberi a non più del 5% dell’energia giornaliera introdotta con la dieta (massimo 25 g al giorno, equivalenti a un bicchiere di bibita, uno yogurt alla frutta da 200 g, due merendine confezionate, o sei cucchiaini di zucchero).

• Evitare il consumo quotidiano di bevande zuccherate. L’acqua rappresenta la bevanda migliore da consumare durante e tra i pasti ogni giorno.

• Sostituire gli snack dolci e preferire spuntini più salutari come: frutta fresca, frutta secca a guscio, verdure crude con hummus o yogurt bianco senza zuccheri aggiunti.

 

 

Il ruolo dei genitori e degli operatori sanitari

La prevenzione inizia ancora prima della nascita: medici, ginecologi, pediatri, dentisti, igienisti dentali e nutrizionisti hanno un ruolo fondamentale nel sensibilizzare i futuri genitori sull’importanza di un’alimentazione equilibrata. Ma la responsabilità è condivisa: anche le famiglie possono fare la differenza scegliendo cosa mettere in tavola, leggendo le etichette e riducendo la disponibilità di cibi e bevande zuccherate in casa. I bambini imparano a preferire ciò che conoscono e che trovano ogni giorno nella dispensa: abituarli a cibi poco zuccherati aiuta a sviluppare preferenze verso alimenti poco dolci, favorendo abitudini alimentari più sane in futuro.

Quando agire?

Le ricerche dimostrano che la carie è spesso il primo segnale di un problema più ampio. Dove c’è un consumo elevato di zuccheri, aumentano anche i rischi di malattie croniche. Prevenire la carie nei bambini significa prevenire obesità, diabete e patologie cardiovascolari in età adulta. Inoltre, le malattie legate al consumo eccessivo di zuccheri colpiscono soprattutto le famiglie con minori risorse economiche, dove l’accesso a cure e cibi sani è più difficile. Per questo la policy SIOI sottolinea l’importanza di programmi scolastici, campagne educative e politiche di sostegno a favore di alimenti più salutari e accessibili.

Un impegno per il futuro

Ridurre lo zucchero non significa rinunciare al piacere del cibo. Vuol dire imparare a scegliere meglio e garantire ai nostri figli un futuro con meno malattie e più benessere. La sfida è collettiva: istituzioni, professionisti sanitari, famiglie e comunità devono collaborare per creare ambienti che favoriscano scelte salutari.

Ogni cucchiaino di zucchero in meno oggi è un passo in più verso una vita più sana domani.

Stampa 3D e impatto economico in odontoiatria restaurativa

Stampa 3D ODONTOIATRIA

Negli ultimi anni la stampa 3D sta trasformando i flussi di lavoro digitali in odontoiatria. La tecnologia promette vantaggi clinici e organizzativi. Tuttavia molti ricercatori studiano anche il suo impatto economico. Una recente scoping review ha analizzato questo aspetto. I ricercatori della University of Amsterdam e della Vrije University di Amsterdam (Paesi Bassi) hanno confrontato la stampa 3D con le tecniche tradizionali di produzione protesica. Gli autori hanno preso in esame in particolare la fresatura CAD-CAM e i metodi convenzionali. Il loro obiettivo era valutare costi, efficienza produttiva e sostenibilità dei diversi approcci nella realizzazione dei restauri dentali.

Come è stata condotta la revisione

Gli autori hanno condotto la revisione seguendo le linee guida PRISMA-ScR. Questo metodo consente di mappare in modo sistematico la letteratura scientifica disponibile. I ricercatori hanno eseguito la ricerca nei principali database internazionali, tra cui PubMed, Embase e Scopus. Hanno selezionato gli studi che confrontavano i costi e le prestazioni delle diverse tecnologie usate per produrre restauri dentali. Gli articoli dovevano analizzare la realizzazione di corone, ponti o protesi tramite stampa 3D, fresatura o tecniche tradizionali. La ricerca ha individuato inizialmente 185 articoli. Solo 9 studi hanno però soddisfatto tutti i criteri di inclusione e sono stati analizzati nella revisione.

Costi, materiali e sostenibilità

I risultati indicano che la stampa 3D può offrire diversi vantaggi economici. La produzione additiva utilizza solo il materiale necessario per costruire il dispositivo. Questo approccio riduce il consumo di materiale e limita la quantità di scarti. Le tecniche sottrattive, come la fresatura, partono invece da blocchi di materiale più grandi. Il processo rimuove progressivamente il materiale in eccesso e produce inevitabilmente scarti. La stampa 3D può anche richiedere investimenti iniziali più contenuti rispetto ad alcune tecnologie di fresatura. Inoltre la riduzione degli scarti potrebbe migliorare la sostenibilità dei processi produttivi in odontoiatria.

Precisione e tempi di produzione

La fresatura CAD-CAM mantiene comunque alcuni vantaggi importanti. Diversi studi riportano una maggiore precisione marginale dei restauri ottenuti con questa tecnologia. La fresatura garantisce spesso anche una resistenza meccanica elevata dei dispositivi definitivi. In molti casi la fresatura permette anche tempi di produzione più rapidi quando il laboratorio deve realizzare un singolo restauro. La stampa 3D mostra invece i suoi principali punti di forza quando il laboratorio produce più dispositivi nello stesso processo. La tecnologia risulta particolarmente utile nella realizzazione di restauri provvisori.

Implicazioni per la pratica clinica

Dal punto di vista clinico, i restauri prodotti con stampa 3D mostrano risultati simili a quelli ottenuti con le tecniche tradizionali. Gli studi analizzati riportano livelli comparabili di funzionalità, ritenzione e soddisfazione dei pazienti. Gli autori sottolineano però che la letteratura disponibile rimane limitata. Servono quindi nuovi studi clinici e analisi economiche più approfondite. Tuttavia, la revisione, pubblicata sulla rivista Minerva Dental and Oral Science, suggerisce che la stampa 3D potrebbe assumere un ruolo sempre più rilevante nei flussi di lavoro digitali di studi dentistici e laboratori odontotecnici. Questa tecnologia potrebbe infatti migliorare l’efficienza produttiva, ridurre gli sprechi e ottimizzare la gestione dei costi.

Ritrattamento canalare. Rimozione di 2 perni in fibra con tecnica ultrasonica

Ritrattamento canalare

Autori

Giulio Arnaboldi
Odontoiatra libero professionista a Colverde, Como, Sesto San Giovanni, Somma Lombardo, Mendrisio

Corrispondenza:
giulio.arnaboldi@outlook.com

Il ritrattamento canalare è una procedura che si attua al fine di risolvere le problematiche endodontiche in essere e ha come scopo quello di migliorare tramite diverse tecniche la prognosi dell’elemento dentale nel tempo (1, 2). Durante queste procedure, uno degli aspetti più critici è costituito dalla rimozione di eventuali sistemi di ritenzione endocanalare, di solito perni metallici oppure perni in fibra di vetro o carbonio. Mentre il perno metallico viene spesso decementato in blocco, il perno in fibra deve essere rimosso con strumenti di varia natura (3) e sovente consumato. Gli inserti ultrasonici possono essere utili in questo contesto così come per altri obiettivi (4) e sono stati largamente impiegati nel presente caso clinico.

Materiali e metodi

Il paziente si rivolge alla nostra attenzione in seguito a frattura dell’elemento 25 nel suo aspetto palatale; all’esame clinico è visibile la presenza di due perni in fibra di carbonio all’interno del restauro. Viene eseguita una radiografia periapicale (Figura 1) che mostra una terapia endodontica incongrua a carico del suddetto elemento.

Ritrattamento canalare

Il piano di cura proposto al paziente prevede il ritrattamento canalare e la ricostruzione adesiva dell’elemento 25 e la successiva copertura cuspidale tramite restauro indiretto. Previa anestesia plessica si esegue l’isolamento dell’elemento mediante diga di gomma. La rimozione del restauro coronale viene eseguita con frese diamantate e abbondante irrigazione. Ultimata questa fase risultano ben visibili i perni in fibra di carbonio cementati nei canali palatale e vestibolare. La rimozione di questi ultimi viene eseguita mediante manipolo ultrasonico con inserto Start-X N.3 (Dentsply-Sirona) consumando i perni stessi e distaccando il cemento composito presente nel canale (Figure 2-3).

Visualizzata la guttaperca intracanalare con core plastico (Figura 4) viene completato lo svuotamento dei canali (Figura 5) mediante strumenti rotanti Protaper Gold (Dentsply-Sirona); effettuata la misurazione elettronica della lunghezza di lavoro, si procede con la strumentazione degli interi canali con tecnica step-down.

L’otturazione canalare viene eseguita mediante la tecnica della condensazione verticale, impiegando il cemento all’ossido di zinco ed eugenolo Pulp Canal Sealer EWT (Kerr). L’elemento viene poi otturato con un restauro provvisorio. Eseguita la radiografia postoperatoria (Figura 6) il paziente viene congedato con terapia FANS.

Ritrattamento canalare

Ogni fase del ritrattamento canalare è stata svolta in microscopia mediante il microscopio operatorio multifocale m320 (Leica). In un secondo appuntamento è stata eseguita la ricostruzione adesiva con perno in fibra di vetro palatale e una nuova radiografia di controllo (Figura 7). Viene in seguito programmato l’iter per il confezionamento del restauro indiretto.

Risultati

La tecnica di rimozione dei perni in fibra mediante inserti ultrasonici si è rivelata efficace; unitamente all’impiego del microscopio operatorio ha consentito un approccio selettivo e il più possibile conservativo nei confronti dell’anatomia endodontica. L’uso della strumentazione rotante ha permesso di rimuovere la guttaperca residua con anima in plastica e di completare la sagomatura dei canali per intero. La tecnica di condensazione verticale si è rivelata efficace nella gestione di questa anatomia canalare. Tutte le tecniche impiegate hanno contribuito ad assicurare una terapia canalare migliorativa.

Discussione

Nel ritrattamento canalare esistono diverse tecniche impiegabili per la rimozione dei perni in fibra. L’uso degli strumenti rotanti si è rivelato efficace, ma in presenza di perni di dimensioni ridotte potrebbe non preservare al meglio l’anatomia endodontica. L’impiego di una tecnica basata su inserti ultrasonici risolve più facilmente queste criticità (4). Per contro, è richiesto un certo ingrandimento per poter visualizzare al meglio il perno da rimuovere e in presenza di perni di una certa lunghezza il microscopio operatorio si rende necessario. La rimozione della guttaperca mediante strumenti rotanti è una valida alternativa alle altre note. La tecnica di condensazione verticale per l’otturazione canalare può essere considerata altamente efficace nella gestione di anatomie lineari ove si desideri avere un certo controllo apicale dell’otturazione.

Conclusioni

Gli inserti ultrasonici si sono rivelati un valido strumento nella gestione dei perni in fibra nel presente caso clinico di ritrattamento canalare. Le tecniche di strumentazione e di otturazione canalare impiegate si sono rivelate efficaci.

Bibliografia

1. Ruddle CJ. Nonsurgical endodontic retreatment. J Calif Dent Assoc. 2004 Jun;32(6):474-84.

2. Zanza A, Reda R, Testarelli L. Endodontic Orthograde Retreatments: Challenges and Solutions. Clin Cosmet Investig Dent. 2023 Oct 24;15:245-265.

3. Purger LO, Tavares SJ, Martinez RL, Caldas I, Antunes LA, Scelza MZ. Comparing Techniques for Removing Fiber Endodontic Posts: A Systematic Review. J Contemp Dent Pract. 2021 May 1;22(5):587-595.

4 Plotino G, Pameijer CH, Grande NM, Somma F. Ultrasonics in endodontics: a review of the literature. J Endod. 2007 Feb;33(2):81-95.

Micromotori endodontici smart

Micromotori endodontici
Treatment of dental canals in the bottom molar permanent molar using an apex locator file, a tooth with a clip attached to it with a cofferdam.

L’endodonzia degli ultimi vent’anni è cambiata radicalmente. L’avvento dei sistemi rotanti in NiTi, unito all’integrazione di funzioni digitali nei micromotori, ha ridefinito le modalità di preparazione canalare, portando controllo e precisione a livelli prima impensabili. Queste innovazioni mirano a due obiettivi principali: migliorare la qualità della sagomatura rispettando l’anatomia del dente (e riducendo al minimo il rischio di frattura degli strumenti) e rendere il lavoro clinico più efficiente, rapido e sicuro.
In questo scenario, i micromotori endodontici “smart” rappresentano la frontiera più avanzata: combinano motori elettrici ad alta precisione con controllo digitale dei parametri operativi, programmi preimpostati, sensori intelligenti e, in alcuni modelli, connettività digitale.
In questo articolo esploreremo le caratteristiche, i vantaggi e le possibili criticità legate alla loro adozione, con uno sguardo alle prospettive future.

Cosa sono i micromotori endodontici smart

I micromotori endodontici sono dispositivi elettrici progettati per far ruotare o lavorare gli strumenti canalari regolando parametri fondamentali come velocità (rpm) e coppia (torque). Nei modelli tradizionali, collegati al riunito, la rotazione era continua e priva di controllo di coppia. Con il tempo sono arrivati i primi motori dedicati con torque control, poi le versioni cordless, fino agli attuali dispositivi smart, così definiti perché capaci di integrare tecnologie intelligenti come sensori, microprocessori, software di controllo e interfacce digitali evolute.

Le principali caratteristiche dei motori endodontici

  • controllo digitale di velocità e coppia. Modulano automaticamente i parametri, rallentando o fermandosi quando la coppia supera i limiti impostati;
  • programmi preimpostati. Sono disponibili preset ottimizzati (rpm, torque, modalità di rotazione) per sistematiche note (es. ProTaper, MTwoReciproc, WaveOne), con possibilità di memorizzare protocolli personalizzati;
  • sensori integrati di feedback. Rilevano in tempo reale parametri come torsione, resistenza o carico sul file. Il software del motore interpreta questi dati e “risponde” alla resistenza del canale regolando automaticamente velocità e coppia o attivando funzioni di sicurezza come auto-stop (arresto del movimento) e auto-reverse (inversione della rotazione, in alcuni modelli basata anche sulla lunghezza misurata dall’EAL);
  • modalità operative multiple e rilevatore apicale integrato (EAL). Permettono di lavorare in diverse modalità operative: solo motore, solo EAL, motore+EAL, modalità automatica. In quest’ultima, il motore adatta i parametri (velocità e coppia) in base alle informazioni apicali. La misurazione in tempo reale della lunghezza di lavoro durante la strumentazione riduce passaggi e ingombri ma può risultare meno precisa in presenza di irriganti conduttivi (che possono alterare la resistenza elettrica nel canale), canali molto curvi/complessi, file molto sottili/flessibili (che possono ridurre la continuità elettrica tra strumento e motore) o settaggi inappropriati;
  • connettività e tracciabilità dei dati. È possibile registrare dati di utilizzo (tempo, rpm, torque, numero di file utilizzati) ed esportarli tramite USB o via Bluetooth, facilitando monitoraggio clinico, audit o formazione;
  • design ergonomico e batteria ricaricabile. I motori moderni sono compatti, leggeri e spesso cordless, migliorando il comfort dell’operatore e garantendo autonomia durante le sedute cliniche.
Glossario

Coppia (torque). È la forza di torsione applicata al file mentre ruota all’interno del canale. Monitorarla in tempo reale consente di sapere quanto stress meccanico sta subendo lo strumento.

Angolo di rotazione. È l’ampiezza con cui il file ruota attorno al suo asse durante il movimento. Nei sistemi reciprocanti, controllare l’angolo permette di modulare l’avanzamento dello strumento e ridurre picchi di stress, deformazioni o trasporto canalare.

La Tabella 1 sintetizza le principali differenze tra motori endodontici tradizionali e smart.

Micromotori endodontici

In sintesi, i motori smart non si limitano a far ruotare lo strumento: interpretano ciò che accade nel canale e adattano il movimento per proteggere file e dente, semplificando il lavoro quotidiano e ottimizzando sicurezza ed efficienza della preparazione canalare.

Dalla generazione analogica alla generazione smart

2000–2005: 1ª generazione

Motori elettrici di base, con rotazione continua e controllo manuale di velocità e coppia. In questi anni nascono anche i primi dispositivi specificamente pensati per gli strumenti in NiTi, sebbene ancora molto semplici.

2006–2010: 2ª generazione

Si diffonde la regolazione della coppia e vengono introdotti i primi sistemi di auto-reverse meccanico o elettronico. Aumenta la compatibilità con le prime sistematiche NiTi, come ProTaper Universal.

2011–2014: 3ª generazione

Arrivano i motori programmabili, dotati di memorie interne e preset per alcune sistematiche. Compaiono anche le prime soluzioni cordless, inizialmente con autonomia limitata. In questa fase si consolida l’uso dei sistemi NiTi rotanti nella pratica quotidiana.

2015–2018: 4ª generazione

Vengono introdotte interfacce digitali più evolute (display più grandi, menu più completi) e un numero crescente di preset dedicati a sistematiche come WaveOne, Reciproc, ProTaper Next. Compaiono le prime forme di feedback adattivo basate sul carico, sebbene ancora prive di sensori integrati veri e propri. Si diffondono motori cordless con batterie più stabili.

2019–2021: 5ª generazione – fase di transizione verso lo smart

I motori integrano software più sofisticati e algoritmi in grado di analizzare in tempo reale il carico sul file, con funzioni di auto-reverse e auto-stop più precise. I dispositivi diventano più leggeri e compatti, e compaiono le prime forme di connettività di base, principalmente tramite USB.

2022–2025: 6ª generazione – i veri motori smart

Si introducono sensori integrati (torsione, resistenza, carico meccanico) che forniscono feedback in tempo reale. Gli algoritmi diventano predittivi, adattando istantaneamente velocità e coppia per proteggere sia il file sia la struttura dentale. La connettività si fa avanzata (Bluetooth, integrazione con software clinici o app mobile), i preset diventano completamente personalizzabili e arrivano aggiornamenti firmware periodici.
Le interfacce diventano più user-friendly e compaiono le prime funzioni di tracciamento del trattamento.

Criteri di scelta e workflow clinico

Come selezionare un micromotore smart

Quando si valuta l’acquisto o l’adozione di un nuovo motore, devono essere considerati:

  • compatibilità con le principali sistematiche e possibilità di memorizzare nuovi preset;
  • ampiezza di regolazione di rpm e torque perché possa adattarsi a strumenti diversi;
  • presenza di funzioni di sicurezza e feedback avanzati (auto-reverse, overload detection, monitoraggio in tempo reale della coppia/angolo, segnali di allarme);
  • ergonomia e mobilità (prediligere un motore leggero, compatto e, possibilmente, cordless);
  • interfaccia intuitiva e chiara, memorizzazione di protocolli, eventuale possibilità di esportazione dati;
  • disponibilità di assistenza tecnica e ricambi;
  • rapporto costo/beneficio in termini di efficienza e sicurezza.
Workflow operativo consigliato

Ecco un possibile workflow ottimizzato con micromotore smart:

  1. valutazione pre-operatoria con rx endorale periapicale e, se necessaria, CBCT;
  2. apertura camerale e scouting canalare con irrigazione preliminare;
  3. programmazione del micromotore con preset o protocollo personalizzato in base al file selezionato;
  4. strumentazione con monitoraggio in tempo reale di torque e resistenza;
  5. irrigazione intermedia e finalizzazione della sagomatura;
  6. misurazione della lunghezza di lavoro finale e otturazione canalare;
  7. esportazione dei dati clinici (velocità, coppia, tempo di utilizzo dei file).

Benefici e limiti

L’adozione di un micromotore smart può offrire diversi vantaggi:

  • maggiore sicurezza e standardizzazione del protocollo endodontico;
  • riduzione del rischio di incidenti iatrogeni, come fratture dei file o trasporto del canale;
  • tempi operativi potenzialmente più brevi, soprattutto nei casi complessi o con pazienti poco collaboranti;
  • miglior ergonomia e minore affaticamento dell’operatore;
  • tracciabilità più accurata del trattamento, utile per audit interni e attività formative.

Tuttavia, questi benefici devono essere valutati con senso critico.

Restano infatti alcuni limiti:

  • costo iniziale più elevato;
  • necessità di familiarizzare con nuove interfacce, aggiornamenti software e sistemi di gestione dei dati;
  • accuratezza variabile dell’EAL integrato in condizioni complesse;
  • assenza, al momento, di solide evidenze cliniche a lungo termine sugli outcome;
  • la tecnologia non sostituisce la competenza dell’operatore: abilità, conoscenza anatomica, qualità dell’irrigazione e corretta gestione clinica restano elementi imprescindibili.

Prospettive future

Le prospettive future dei micromotori endodontici smart si collocano all’incrocio tra automazione, connettività e intelligenza artificiale.
Si tratta di un’evoluzione già in corso, che promette di accompagnare l’operatore in modo sempre più preciso, prevedibile e personalizzato.

Automazione e robotica

L’ingresso della robotica in odontoiatria rappresenta uno dei passi più significativi verso un’assistenza procedurale avanzata. Sebbene oggi sia applicata soprattutto alla chirurgia implantare, l’endodonzia sta iniziando a beneficiare dei primi sistemi dedicati.
Un esempio è DentiBot, progettato specificamente per le procedure canalari: combina sensori di forza e coppia con un controllo ibrido posizione/forza che permette di compensare i micro-movimenti del paziente, ridurre il rischio di frattura del file e mantenere un percorso operativo stabile. Le valutazioni precliniche su modelli anatomici hanno confermato la fattibilità del sistema, suggerendo un futuro in cui l’operatore potrebbe essere supportato da un’assistenza robotica in tempo reale.

Connettività e big data

L’archiviazione di parametri come coppia, velocità, tempo di utilizzo, numero di strumenti e andamento della preparazione potrebbe consentire:

  • l’ottimizzazione continua dei protocolli clinici, basata su evidenze interne allo studio;
  • la manutenzione predittiva degli strumenti, identificando quando un file deve essere sostituito;
  • una formazione più efficace, supportata da dati reali e non solo da osservazione diretta.

In un contesto in cui l’odontoiatria digitale è sempre più centrale, questa disponibilità di informazioni potrà diventare parte integrante del processo diagnostico e terapeutico.

Intelligenza artificiale

In futuro, un motore smart potrebbe:

  • riconoscere automaticamente il file inserito e suggerire i parametri ideali;
  • adattare dinamicamente il movimento (torque, angolo e velocità) in funzione dell’anatomia specifica del dente (curvatura e diametro canalare, spessore dentinale) e dello stress rilevato;
  • prevedere il rischio di deformazione o frattura di un file.

L’integrazione con l’IA potrebbe quindi trasformare il micromotore da semplice esecutore a vero supporto decisionale intelligente, rendendo la preparazione canalare più precisa e sicura.

 

Take home message

I micromotori endodontici smart rappresentano un progresso reale e ormai consolidato. Uniscono sicurezza, efficienza e controllo operativo, ma la loro efficacia dipende ancora dall’esperienza clinica dell’operatore, dalla conoscenza anatomica e dalla qualità della detersione chimica del sistema canalare.

L’evoluzione verso tecnologie integrate come Intelligenza Artificiale, robotica e sistemi digitali potrebbe ampliare ulteriormente il ruolo dei motori endodontici smart, trasformandoli in partner digitali destinati a ridefinire la pratica endodontica nei prossimi anni.

 

Bibliografia
  1. Cheng HF, Ho YC, Chen CW. DentiBot: System Design and 6-DoF Hybrid Position/Force Control for Robot-Assisted Endodontic Treatment. IEEE Transactions on Automation Science and Engineering (Volume: 22); 21412 – 21429 19 September 2025.
  2. La Rosa GRM, Angjelova A, Jovanova E, et al. Integrated electronic apex locators for determining working length: a systematic review of in-vitro studies. Odontology. 2025 Jul;113(3):918-929.
  3. Portillo Martínez MA, et al. Accuracy of integrated apex locators in endodontic motors according to the type of file used: comparison between manual and mechanized files. Rev Cient Odontol (Lima). 2025.
  4. Portillo Martínez MA, Duarte L, Vega M, et al. Accuracy of integrated apex locators in endodontic motors according to the type of file used: comparison between manual and mechanized files. Rev Cient Odontol (Lima). 2025 Aug 31;13(3):e254.
  5. Reynette C, Giess R, Davril JM, et al. Influence of endodontic motors on the behaviour of root canal shaping instruments: an in vitro comparative study. BDJ Open 2023;9(1):51.
  6. Setzer FC, Li J, Khan AA. The Use of Artificial Intelligence in Endodontics. J Dent Res. 2024 Aug;103(9):853-862.
  7. Tomer AK, Mittal N, et al. Recent Advances in Endodontic Motors and Handpiece. International Journal of Medical Sciences & Innovative Research (IJMSIR) 2019.

Isabella Rocchietta. Parodontite: sfida accettata

Isabella Rocchietta

La malattia parodontale è una problematica subdola e complessa, che spesso rischia di essere sottovalutata, soprattutto in assenza di sintomi evidenti. Richiede diagnosi accurate e precoci, strategie a lungo termine e percorsi terapeutici personalizzati. Saperla riconoscere già nelle primissime fasi e impostare il percorso corretto per evitarne la progressione non è solo una questione tecnica, ma una vera sfida clinica: identificare i segnali precoci, motivare i pazienti e scegliere gli interventi più efficaci richiede competenza, esperienza e aggiornamento continuo.
In questa intervista, la dottoressa Isabella Rocchietta, Odontoiatra specialista in Parodontologia, che svolge la sua attività clinica a Milano e a Londra, fa il punto sulle nuove prospettive della parodontologia, raccontando approcci, strumenti e strategie per affrontare la malattia con metodo e precisione.

Dottoressa Rocchietta, come sta cambiando la parodontologia?

Isabella Rocchietta
Isabella Rocchietta, Odontoiatra specialista in Parodontologia,  svolge la sua attività clinica a Milano e a Londra

Oggi abbiamo compreso l’importanza di un approccio a 360 gradi e sempre meno invasivo.
La diagnosi è diventata più mirata, precoce e specifica, ed è accompagnata da una grande attenzione alla comprensione e alla modifica degli stili di vita del paziente.
Non ci si limita più a trattare la malattia parodontale, ma si cerca soprattutto di individuare e rimuovere i fattori che la causano e che ne favoriscono la progressione.
L’approccio si concentra sempre più sugli aspetti medici che su quelli puramente tecnici, consentendo una gestione più precisa e attenta delle terapie parodontali non chirurgiche.

 

Come si stila l’identikit del paziente parodontale?

Per individuare un paziente parodontale ci si basa sulla classificazione della parodontite pubblicata nel 2017, che distingue gli stadi della malattia in base alla gravità e alla complessità: dal primo stadio, iniziale, fino al quarto, il più grave. A questo si aggiunge il grado della malattia – A, B o C – che indica il rischio di progressione, la risposta al trattamento oltre a un potenziale impatto sulla salute sistemica Questa valutazione è spesso la parte più complessa del primo incontro con il paziente, perché non sappiamo da quanto tempo la malattia sia presente. Nella diagnosi si considerano diversi fattori: perdita di attacco clinico, perdita ossea, denti persi e fattori di rischio individuali. È inoltre fondamentale analizzare le abitudini del paziente e individuare gli errori principali nella sua routine quotidiana, per costruire un piano di prevenzione e trattamento mirato.

Quali sono i principali fattori di rischio?

Il più conclamato è il fumo, ma anche il diabete gioca un ruolo importante. Ciò che è cambiato molto negli ultimi anni è l’attenzione più meticolosa alla valutazione clinica e alla compilazione della cartella parodontale, che oggi viene effettuata su tutti i pazienti, compresi i più giovani. I primissimi segni di malattia parodontale possono manifestarsi già intorno ai 30 anni: sono così impercettibili che spesso passano inosservati, e sovente il paziente continua la propria vita fino a rivolgersi a uno specialista solo quando oramai la malattia è in uno stadio più avanzato. Il vero cambio di passo nella parodontologia consiste proprio nel riconoscere la malattia agli stadi iniziali e nel “targhettizzare” anche i pazienti più giovani.

Quanto incide la diagnosi precoce sulla prognosi?

Appena individuiamo un paziente a rischio o con i primissimi segni di malattia parodontale, programmiamo subito un percorso che parte da una stretta collaborazione con l’igienista dentale. Questa sinergia è fondamentale, perché parodontologo e igienista lavorano insieme per modificare lo stile di vita del paziente. Spesso il primo passo è semplice, ma efficace: introdurre lo spazzolino elettrico spiegandone l’uso corretto o mostrare come eseguire una pulizia interdentale adeguata. Sappiamo bene che la malattia parodontale non si “cura” nel senso tradizionale, ma correggendo le abitudini scorrette e i piccoli vizi quotidiani del paziente si può arrestarne la progressione e salvaguardare la salute parodontale a lungo termine.

Resta però un problema: la compliance. Quali strategie ritiene più efficaci per motivare i pazienti?

Migliorare la compliance del paziente è una sfida estremamente gratificante sia per il parodontologo sia per l’igienista. Nel nostro studio ci sono quattro igieniste, con cui abbiamo creato un proficuo team di lavoro. Ci aggiorniamo, organizziamo riunioni mensili ad hoc oltre a quelle settimanali in cui discutiamo dei nostri pazienti, cercando di escogitare le strategie più efficaci per ottenere il risultato. Il successo terapeutico nasce dalla relazione che si crea con il paziente, che viene motivato a intraprendere un percorso creato su misura. Se ci limitiamo a dire che ha un’igiene orale insufficiente e deve usare un certo tipo di spazzolino due o tre volte al giorno e passare il filo interdentale e lo scovolino, ma poi lo rivediamo dopo sei mesi, le sue abitudini non cambieranno. La chiave è coinvolgere il paziente, studiando anche la psicologia individuale. Per questo ci ispiriamo ad approcci utilizzati anche in altre discipline, come nei centri antifumo, che mirano a far rispondere in prima persona il paziente a domande significative: ad esempio, “Se utilizza questo strumento in questo modo, può fermare la progressione della malattia. Come si sentirebbe dopo averci provato?” Parlare di sé aiuta a immedesimarsi, a comprendere l’importanza del percorso e ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte. È questa la grande svolta rispetto al passato. Oggi il trattamento non è più una semplice serie di sedute predefinite, magari in attesa della chirurgia. Costruiamo un percorso personalizzato che può durare da uno a due anni, a seconda della gravità della malattia.
Non sappiamo quanto tempo impiegherà ogni paziente per imparare a usare correttamente spazzolino, filo o scovolini, o per modificare abitudini come il fumo: per questo lo staff valuta il numero di sedute necessarie per portare ciascun paziente al suo obiettivo. In fondo è un approccio simile a quello dell’ortodontista, che dice: ti porto ad avere i denti dritti, dammi il tempo che mi serve e vedrai che alla fine ci arriviamo.

È vero che il numero di trattamenti chirurgici parodontali si è ridotto drasticamente?

Sì, nel nostro studio questi interventi si sono ridotti di oltre il 50%. Oggi non operiamo più tanto spesso perché riusciamo a intervenire in modo efficace alla radice del problema, modificando gli stili di vita dei pazienti. Nove volte su dieci, le persone non hanno idea di cosa sia la parodontite e non comprendono nemmeno il significato del termine, per questo è fondamentale informarle con estrema chiarezza.

Del vecchio strumentario del parodontologo, cosa abbiamo buttato giù dalla torre?

Sicuramente il curettage gengivale routinario, così come l’uso estensivo e traumatico delle curette tradizionali di grandi dimensioni. Dal punto di vista tecnico, le terapie parodontali non chirurgiche si sono evolute al punto da permetterci risultati davvero straordinari. L’utilizzo di polveri di eritritolo e, soprattutto, di punte ultrasoniche che raggiungono anche forcazioni e radici più complesse ha rivoluzionato il lavoro: dalla nostra esperienza clinica oggi circa il 75% della terapia parodontale non chirurgica viene eseguito con strumenti ultrasonici, mentre il restante 25% con microcurette, piccolissime e affilatissime. Per il paziente questo si traduce in un enorme vantaggio anche in termini di comfort, considerando che la chirurgia, spesso, non è più necessaria.
Allo studio, seppur ancora agli inizi, ci sono molecole come acido ialuronico e peptidi che possono essere applicate a livello della tasca parodontale nella terapia non chirurgica, con l’obiettivo di migliorare il guadagno di attacco clinico. Le aziende hanno finalmente compreso l’importanza di investire nella prevenzione, sviluppando prodotti in grado di favorire la guarigione gengivale e parodontale e di prevenire la ricolonizzazione batterica.

Per quanto riguarda, invece, le terapie rigenerative?

Anche se oggi la chirurgia è stata ridotta in modo significativo, i difetti parodontali e ossei, che rappresentano la conseguenza della malattia, richiedono ancora un approccio chirurgico per ricostruire i tessuti che sono andati persi. La chirurgia rigenerativa, però, ha subito cambiamenti importanti negli ultimi anni: si privilegiano tecniche minimamente invasive, cercando di preservare l’integrità del tessuto sovrastante. Spesso si utilizzano innesti di connettivo per mantenere i volumi dei tessuti molli, fondamentali non solo per la funzionalità ma anche per l’estetica, aspetto di grande rilevanza per il paziente.

Quali sono, a suo avviso, i biomateriali più interessanti e cosa possiamo aspettarci di nuovo?

Dal punto di vista del mantenimento dei volumi, l’osso bovino deproteinizzato in granuli, utilizzato da circa quarant’anni, rappresenta ancora oggi il gold standard. Viene spesso associato alle amelogenine, con risultati clinici consolidati. Di grande interesse sono anche i gel viscoelastici a base di polinucleotidi abbinati all’acido ialuronico, in grado di svolgere un’azione antibatterica e di supportare in modo significativo i processi rigenerativi.

L’intelligenza artificiale potrà essere un utile supporto per la diagnosi, la stadiazione e altri ambiti della parodontologia?

Dal punto di vista diagnostico, l’intelligenza artificiale potrà rappresentare uno strumento estremamente utile. Oggi la diagnosi parodontale si basa sull’osservazione e sulle misurazioni effettuate dal clinico. L’idea che, grazie all’IA, una quantità enorme di dati possa essere integrata in un processo capace di condurre a diagnosi sempre più accurate è uno scenario che, verosimilmente, vedremo realizzarsi in un futuro molto prossimo. Esistono già dei centri di ricerca di grande rilievo, come quello del professor Maurizio Tonetti in Cina, in cui si lavora in modo esemplare proprio su questi aspetti. Per quanto riguarda, invece, la terapia e la gestione clinica, ritengo sia ancora presto per parlare di un supporto realmente efficace da parte dell’intelligenza artificiale. È però plausibile che la condivisione e l’elaborazione su larga scala dei dati raccolti possano contribuire, nel tempo, a migliorare i piani di trattamento e ad aggiornare le linee guida.

Stiamo migliorando la prevenzione della peri-implantite?

Questo è un capitolo estremamente ampio, su cui si potrebbe discutere a lungo. Oggi sappiamo che, in una percentuale molto elevata di casi, la peri-implantite può essere favorita da un posizionamento implantare non del tutto corretto. I numeri della patologia spesso sorprendono, ma sarebbe interessante scoprire quanti impianti inseriti in modo realmente ottimale sviluppano comunque una peri-implantite. Per la gestione clinica disponiamo attualmente di diversi approcci terapeutici; tuttavia, ad oggi non è stato ancora individuato un vero gold standard in grado di prevalere in modo netto su tutte le altre tecnologie o metodiche disponibili.

Quali errori le capita di riscontrare da parte dei colleghi più giovani?

Credo che l’errore più frequente sia la fretta di apprendere attraverso canali non sempre validati, in particolare dal web. Molti si limitano a guardare qualche video, considerando così concluso il proprio percorso formativo. Ritengo invece che una scuola di specializzazione in parodontologia sia doverosa anche in Italia. Al momento, però, da noi non esiste un percorso universitario strutturato in tal senso, e chi desidera una formazione completa è spesso costretto a cercarla all’estero. Esistono comunque master e corsi di alto livello, che rappresentano un’alternativa valida. È indispensabile una solida formazione accademica, accompagnata da tanta esperienza clinica, mantenendo sempre l'umiltà e il confronto con grandi professionisti. Una cosa, però, è certa: non si arriva mai a un punto in cui ci si possa dire completamente “arrivati”. L’apprendimento è un processo continuo, anche perché tutto evolve costantemente, a partire dai materiali e dalle tecniche a disposizione del clinico. La parodontologia che ho studiato all’inizio della mia carriera ha le stesse basi di quella attuale, eppure oggi sarebbe obsoleta e non più praticabile. Se non mi fossi aggiornata, continuerei a proporre ciò che facevo vent’anni fa.

C’è un caso clinico che l’ha colpita o un’esperienza che le ha fatto cambiare prospettiva e influenzato le sue scelte?

Non parlerei di un singolo caso, perché in realtà ne ricordo davvero moltissimi. Mi colpiscono in particolare le parodontiti giovanili, quelle che un tempo venivano definite “aggressive”. Seguo numerosi pazienti molto giovani, spesso sotto i 30-35 anni, che rischiano di perdere tutti i denti posteriori e talvolta anche alcuni anteriori. Sono situazioni che ci stanno particolarmente a cuore e che affrontiamo con enorme energia e dedizione. È la stessa attenzione che riserviamo a tutti i pazienti, ma diventa ancora più imprescindibile quando si tratta di un giovane che rischia di perdere i denti a causa di una malattia parodontale non diagnosticata, diagnosticata in modo errato o non adeguatamente trattata.

 

Isabella Rocchietta
DDS MSc, Specialista in Parodontologia. Honorary Senior Research Associate presso il Dipartimento di Parodontologia dell’UCL Eastman Dental Institute di Londra. Docente per il Diploma in Implant Dentistry presso l’Eastman Dental Institute, UCL, Londra. MSc in Restorative and Aesthetic Dentistry conseguito presso l’Università di Manchester, Regno Unito. Eletta membro del consiglio della Osteology Foundation nel 2023. Membro del consiglio direttivo dell’EAO (European Association for Osseointegration) dal 2016 al 2022. Presidente dell’EAO Junior Committee dal 2007 al 2011 e membro dell’Experts Council della Osteology Foundation. Autrice di numerose pubblicazioni internazionali peer-reviewed e capitoli di libri, nonché relatrice internazionale su rigenerazione ossea, innesti ossei con fattori di crescita, ingegneria tissutale, neo-formazione di tessuti molli e duri con cellule autologhe vitali, osteointegrazione e protocolli implantari. La Dott.ssa Isabella Rocchietta svolge attualmente attività clinica limitata alla parodontologia e all’implantologia a Milano, Italia, e a Londra, Regno Unito. Riceve pazienti riferiti da colleghi per la sola cura parodontale e/o chirurgica presso DentalBreraClinic a Milano.

 

 

La realtà virtuale in odontoiatria per la cura degli adulti con disabilità

Realtà virtuale in odontoiatria

L’accesso alle cure odontoiatriche per gli adulti con disabilità rappresenta ancora oggi una criticità rilevante. Un gruppo di ricercatori guidato dalla Monash University di Frankston, Australia, ha elaborato un protocollo di studio per valutare l’impiego della realtà virtuale come strumento di supporto durante le terapie odontoiatriche. Molti pazienti con disabilità presentano livelli elevati di ansia odontoiatrica e incontrano barriere legate a difficoltà comunicative, ambienti poco adattati e tempi clinici contingentati. Questi fattori favoriscono l’evitamento delle cure e determinano un progressivo peggioramento della salute orale.

Perché la realtà virtuale in odontoiatria?

La realtà virtuale (VR) utilizza visori indossabili che immergono il paziente in un ambiente digitale interattivo. Questo approccio, alternativo ai metodi più tradizionali che ricorrono all'anestesia generale, sfrutta il principio della distrazione cognitiva. Il cervello concentra l’attenzione sugli stimoli visivi e sonori virtuali e riduce così la percezione dell’ansia e dello stress correlati alla procedura clinica. L’uso della VR è già documentato in ambito pediatrico e in alcune realtà odontoiatriche private. Tuttavia, le evidenze relative alla sua applicazione nei servizi pubblici per adulti con disabilità sono ancora limitate. Lo studio australiano nasce proprio per colmare questa lacuna.

Come si svolgerà la ricerca

I ricercatori hanno progettato uno studio di fattibilità con metodologia mista, quantitativa e qualitativa, da condurre nelle cliniche odontoiatriche comunitarie del Victoria. Il protocollo prevede il reclutamento di circa cinquanta adulti con disabilità e fino a dieci operatori sanitari. I partecipanti utilizzeranno un dispositivo VR indossabile durante la seduta odontoiatrica. Il team valuterà i livelli di ansia prima e dopo il trattamento, analizzerà l’usabilità del dispositivo e misurerà l’accettabilità percepita sia dai pazienti sia dal personale. Gli autori raccoglieranno i dati attraverso scale validate, questionari strutturati e interviste semistrutturate. Lo studio ha ottenuto l’approvazione del comitato etico competente e la raccolta dei dati, programmata tra ottobre 2025 e marzo 2026, terminerà a breve.

Le ricadute cliniche per l’odontoiatria pubblica

Il protocollo non si limita a indagare l’efficacia clinica della realtà virtuale, ma analizza soprattutto la sua integrazione nei flussi organizzativi delle cliniche pubbliche. Questo aspetto risulta determinante per valutare la reale trasferibilità della tecnologia nella pratica quotidiana. Se i risultati dimostreranno una riduzione significativa dell’ansia e una buona accettazione da parte degli operatori, la VR potrà affiancare le strategie tradizionali di gestione comportamentale e, in alcuni casi selezionati, ridurre il ricorso alla sedazione farmacologica. L’introduzione della realtà virtuale nei servizi pubblici potrebbe quindi contribuire a migliorare l’esperienza di cura e a promuovere un modello di odontoiatria più inclusivo. I risultati di questo studio pilota, pubblicati su JMIR Research Protocols, forniranno indicazioni utili per eventuali programmi di implementazione su larga scala.

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