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Semplifica il flusso di lavoro dei tuoi restauri diretti e indiretti

Come dentista, ti viene richiesto di fare tutto. È giusto che anche i tuoi materiali possano fare tutto: anteriori e posteriori, restauri diretti e indiretti, foto e autopolimerizzazione, tutte le classi e tutte le tecniche adesive.

3M™ RelyX™ Universal Resin Cement

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3M™ Scotchbond™ Universal Plus Adhesive

Questo adesivo funge da primer universale per tutti i materiali e per tutte le indicazioni della cementazione diretta e indiretta. 3M™ Scotchbond™ Universal Adhesive è il primo adesivo universale radiopaco di 3M: riduce il rischio di radiografie con diagnosi errate e trattamenti troppo invasivi.
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@ Solventum 2026. Solventum, il logo Solventum, il logo S e RelyX sono marchi registrati di Solventum o delle sue affiliate.
3M, il logo 3M e Scotchbond sono marchi registrati 3M. Le linee di prodotti presenti sono dispositivi medici marcati CE.

Materiale tecnico scientifico riservato al personale sanitario.

Carie interprossimale adiacente agli impianti, come evitarla

carie interprossimale e impianti
single tooth implant

La riabilitazione implantare offre oggi risultati prevedibili e stabili nel tempo. Tuttavia, alcune complicanze biologiche restano poco considerate nella pratica clinica quotidiana. Tra queste, la carie interprossimale nei denti adiacenti alle protesi implantari rappresenta un problema emergente. Un recente studio retrospettivo condotto presso la University Clinic della King Juan Carlos University (URJC) di Madrid ha analizzato la prevalenza di questa condizione e i principali fattori di rischio associati.

Lo studio spiegato in sintesi

Gli autori hanno esaminato 359 pazienti trattati tra il 2018 e il 2023. Il campione comprendeva 445 protesi su impianti, tra corone singole e ponti. Il follow-up medio è stato di 3,5 anni. I ricercatori hanno valutato radiograficamente la presenza di carie nei denti adiacenti utilizzando i criteri ICDAS/ICCMS™. Hanno inoltre analizzato la relazione tra carie, posizione implantare e modalità di connessione protesica.

I dati emersi

La prevalenza complessiva di carie interprossimale è risultata pari all’8,9% a livello di paziente e all’8,1% a livello di protesi. Le lesioni hanno interessato soprattutto il lato mesiale dei denti adiacenti. Questo dato indica un ruolo centrale della perdita di contatto interprossimale e dell’accumulo di placca.

La posizione implantare ha influenzato la distribuzione delle carie. I settori posteriori hanno mostrato valori più elevati rispetto a quelli anteriori. I molari hanno registrato una prevalenza del 9,6%, mentre i premolari dell’8,6%. Nei settori anteriori non sono state osservate lesioni. Questa differenza non è risultata statisticamente significativa, ma appare clinicamente rilevante per le difficoltà di igiene nelle aree posteriori.

La modalità di connessione protesica ha invece mostrato un impatto significativo. I restauri diretti all’impianto hanno presentato una prevalenza di carie dell’11,4%. I restauri con Ti-Base hanno mostrato valori simili, pari al 10,5%. Gli abutment intermedi hanno registrato la prevalenza più bassa, pari al 3,7%. I dati mostrano una differenza statisticamente significativa. Il rischio di carie risulta oltre tre volte maggiore nei restauri diretti rispetto agli abutment intermedi.

Come contenere i rischi

Gli abutment intermedi sembrano dunque offrire un vantaggio biologico. Essi migliorano il profilo di emergenza e favoriscono la stabilità dei contatti interprossimali. Questi fattori riducono l’impatto alimentare e l’accumulo di biofilm. Inoltre, gli abutment intermedi migliorano la distribuzione dei carichi e limitano il microgap implantare. Il tempo medio di insorgenza della carie è stato di circa quattro anni. Questo dato conferma la necessità di controlli clinici regolari nel lungo periodo. Come peraltro suggeriscono gli autori dello studio, pubblicato sulla rivista Clinical Oral Investigations.

 L’Intelligenza Artificiale rivoluziona l’odontoiatria: l’iniziativa di Haleon per guidare i professionisti

Intelligenza Artificiale Haleon

Radiografie analizzate da algoritmi, diagnosi supportate da sistemi predittivi, chirurgia guidata da software sempre più evoluti. L’Intelligenza Artificiale sta entrando rapidamente negli studi dentistici e sta cambiando il modo in cui si diagnostica, si pianificano i trattamenti e si gestisce la relazione con i pazienti.

Non si tratta più di sperimentazione, i numeri lo confermano. Oltre il 90% dei professionisti dentali conosce oggi le applicazioni dell’IA e più del 77% prevede un impatto significativo sulla pratica clinica e sull’organizzazione degli studi. Parallelamente cresce l’odontoiatria digitale: l’Europa rappresenta circa il 29% del mercato globale, spinta da tecnologie di deep learning che consentono di analizzare immagini radiografiche e supportare l’identificazione di carie, lesioni e perdita ossea con sempre maggiore precisione.

Una trasformazione che corre più veloce della capacità di orientarsi tra strumenti, applicazioni e implicazioni cliniche. Molti professionisti oggi si trovano di fronte alla stessa domanda: come integrare davvero queste tecnologie nella pratica quotidiana, mantenendo sicurezza, affidabilità e centralità del paziente?

In occasione della Giornata Mondiale della Salute Orale, Haleon – azienda leader nella salute orale – ha scelto di accendere i riflettori proprio su questo cambiamento, promuovendo un’iniziativa dedicata all’impatto dell’Intelligenza Artificiale nello studio dentistico. Nasce così Odonto-IA, una serie di quattro episodi di video-podcast che riunisce odontoiatri, esperti di tecnologia e specialisti del settore per analizzare in modo concreto come l’IA stia trasformando la professione: dalla diagnosi assistita alla chirurgia guidata, fino alla progettazione digitale del sorriso. La serie, disponibile su YouTube e Spotify, ha l’obiettivo quindi di offrire ai professionisti uno spazio di confronto e approfondimento su una tecnologia che sta ridefinendo il modo di fare odontoiatria.

«L’Intelligenza Artificiale sta aprendo nuove prospettive anche nella salute orale. Come Haleon vogliamo essere al fianco dei professionisti non solo con soluzioni e ricerca scientifica, ma anche favorendo conoscenza e confronto su tecnologie che stanno cambiando la pratica clinica. Iniziative come Odonto-IA nascono proprio con l’obiettivo di accompagnare il settore in questa evoluzione», afferma Davide Fanelli, General Manager Southern Europe e Italia di Haleon.

L’iniziativa si inserisce in un percorso più ampio con cui l’azienda promuove informazione, prevenzione e aggiornamento professionale nella salute orale. Attraverso la piattaforma HaleonHealthPartner, Haleon mette a disposizione dei professionisti contenuti scientifici, materiali educativi e strumenti digitali a supporto della pratica quotidiana.

L’impegno di Haleon per la prevenzione si sviluppa anche attraverso collaborazioni continuative con realtà fondamentali per il settore come la SIDP e AIDI (Associazione Igienisti Dentali Italiani). Da quest’anno si aggiunge la partnership con AISO (Associazione Italiana Studenti di Odontoiatria), con attività di sensibilizzazione nelle principali piazze italiane, tra educazione alla salute orale e distribuzione di campioni gratuiti.

«Innovazione tecnologica, formazione e prevenzione devono procedere insieme. Il nostro impegno è continuare a supportare i professionisti della salute orale con conoscenze, soluzioni e nuovi strumenti che li aiutino a offrire cure sempre più efficaci favorendo una migliore salute quotidiana per le persone», conclude Fanelli.

 

 

Riabilitazione implantare mascellare e rialzo transcrestale con tecnica sonica Premium

Riabilitazione implantare mascellare

Autori

Andrea Enrico Borgonovo
Specialista in Chirurgia Maxillo Facciale, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Loris Erlicher
Medico frequentatore, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Davide Galluzzo
Specializzando in Chirurgia Orale, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Edoardo Pavan
Studente CLOPD, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Andrea Marchetti
Specialista in chirurgia odontostomatologica, Libero professionista in Morbegno

Simone Galbiati
Specialista in Chirurgia Orale, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Si descrive una riabilitazione …

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Riassorbimento cervicale esterno

Riassorbimento cervicale esterno

Autori

Giulio Arnaboldi

Giulio Arnaboldi
Odontoiatra libero professionista a Colverde, Como, Sesto San Giovanni, Somma Lombardo, Mendrisio

Corrispondenza: giulio.arnaboldi@outlook.com

Il riassorbimento cervicale esterno di un elemento 22 in questo case report viene gestito mediante tecnica chirurgica e conservativa. Questi interventi hanno reso possibile il mantenimento della vitalità, come conferma il follow-up effettuato a due anni di distanza

Il riassorbimento cervicale esterno è una patologia relativamente rara dalla prognosi spesso infausta, caratterizzata dalla perdita ingravescente di tessuto dentale (1).
Segni e sintomi sono inizialmente lievi e questo rende la patologia sovente diagnosticata tardivamente. L'eziopatogenesi del riassorbimento cervicale esterno è tuttora non completamente chiarita, pertanto viene considerata una patologia idiopatica associata a diversi fattori di rischio (2).
In assenza di trattamento, essendo la patologia a carattere distruttivo (3), la perdita dell’elemento è certa.
L’obiettivo della terapia deve essere orientato, quando ancora possibile, al mantenimento dell’elemento dentale impiegando le moderne tecniche dell’odontoiatria, sovente in azione congiunta.
Nella gestione di questi complessi casi sono state impiegate diverse tecniche (4). È spesso necessario, per l’operatore, avere una buona conoscenza della disciplina chirurgica sommata a un’adeguata competenza in conservativa e in endodonzia.
A differenza delle più diffuse carie, la prognosi degli elementi trattati per riassorbimento cervicale esterno è alquanto incerta qualsiasi sia la tecnica impiegata, richiedendo pertanto un attento follow-up nel tempo (5).

Materiali e metodi

Il paziente si rivolge alla nostra attenzione lamentando un lieve inestetismo a carico dell’elemento 22 (Figura 1). Dopo la diagnosi, in questo caso prettamente clinica essendo la lesione vestibolare, viene proposto il trattamento congiunto chirurgico-conservativo come primo approccio, con l’obiettivo di mantenere per quanto possibile la vitalità dell’elemento dentale.

Riassorbimento cervicale esterno

Previa anestesia plessica si esegue un lembo con incisione intrasulculare e scollamento sottoperiostale allo scopo di rendere visibile la reale estensione del danno (Figura 2).

Riassorbimento cervicale esterno

La pulizia della lesione viene eseguita con l’impiego di una pallina diamantata su manipolo rosso e di una rosetta in carburo di tungsteno su manipolo blu (Figura 3).

Riassorbimento cervicale esterno

Al termine di quest’ultima fase, l’elemento viene isolato con diga di gomma mediante la tecnica dell’uncino accessorio (Figura 4).

Riassorbimento cervicale esterno

Previa mordenzatura con acido ortofosforico 37% Gel Etchant (Kerr) si esegue l’adesione con il sistema adesivo Optibond FL (Kerr).

Effettuata l’adesione si procede con il posizionamento di circa 0,5mm di Venus Flow (Kultzer) seguiti da una stratificazione mediante il composito Enamel Plus Hri (Micerium) (Figura 5).

Rimossa la diga, si procede con la lucidatura del complesso restauro-dente mediante frese carborundum e gommini di durezza decrescente. Viene eseguita la radiografia intraoperatoria a lembo aperto (Figura 6).

 

Si posizionano due punti di sutura in seta 3/0 “a materassaio” verticale al fine di mantenere le papille in sede durante il processo di guarigione.

Nelle due settimane successive all’intervento, il paziente ha ricevuto indicazione di usare collutorio a base di Clorexidina 0,2% 3 volte/die e sono stati prescritti FANS per la gestione del dolore postoperatorio.

A due settimane dall’intervento, il paziente riferisce una sintomatologia, lieve e concentrata nelle 48 successive, imputabile alla ferita; la guarigione è ottimale e vengono rimosse le suture (Figura 7). Non sono insorte algie dentali né spontanee né esacerbate dalla stimolazione freddo/caldo. Viene impostato il calendario di follow-up clinico-radiografici con appuntamenti a sei mesi, un anno e due anni.

Riassorbimento cervicale esterno

Risultati

A distanza di due anni, l’elemento risulta ancora positivo ai test di vitalità e il parodonto è in completa salute (Figura 8). Non è insorta alcuna sintomatologia algica a carico dell’elemento. In ogni caso, si ritiene opportuno mantenere controlli periodici futuri per intercettare possibili recidive.

Riassorbimento cervicale esterno

Discussione

Nel trattamento dei riassorbimenti cervicali è opportuno adottare i principi dell’odontoiatria conservativa avendo come priorità il mantenimento dell’elemento e, quando possibile, la preservazione della sua vitalità. Il corretto isolamento del campo e l’adeguato utilizzo delle tecniche adesive consentono di ridurre al minimo la sensibilità postoperatoria e la necessità di eseguire una terapia canalare con particolare riferimento ai casi dove non è presente destruenza. L’accesso chirurgico è spesso necessario sia per poter completare un corretto isolamento sia per ottenere una completa pulizia di queste lesioni.

Conclusioni

La tecnica impiegata in questo e in altri casi simili gestiti ha consentito di ottenere un successo clinico duraturo. Si ritiene ragionevole, nella gestione dei riassorbimenti cervicali, mantenere una cadenza di follow-up regolari nel tempo, in quanto il rischio di recidiva è ampiamente noto (5).

 

Bibliografia
  1. Chen Y, Huang Y, Deng X. A review of external cervical resorption. J Endod. 2021;47(6):883-894. doi:10.1016/j.joen.2021.03.004
  2. Irinakis E, Aleksejuniene J, Shen S, Haapasalo M. External cervical resorption: a retrospective case-control study. J Endod. 2020;46(10):1420-1427. doi:10.1016/j.joen.2020.05.021
  3. Nosrat A, Dianat O, Verma P, Levin MD, Price JB, Aminoshariae A, Piola Rizzante FA. External cervical resorption: a volumetric analysis on evolution of defects over time. J Endod. 2023;49(1):36-44. doi:10.1016/j.joen.2022.10.010
  4. Bardini G, Orrù C, Ideo F, Nagendrababu V, Dummer PMH, Cotti E. Clinical management of external cervical resorption: a systematic review. Aust Endod J. 2023;49(3):769-787. doi:10.1111/aej.12794
  5. Sousa J, Azevêdo AB, Santos R, Silva M, Farias Z, Sobral AP. Survival of teeth with external cervical resorption after internal and external repair: a systematic review. J Clin Exp Dent. 2024;16(12):e1555-e1563. doi:10.4317/jced.62050

 

Chewing gum senza zucchero: alleato quotidiano per una bocca più sana

Chewing gum xilitolo
Diversi studi scientifici hanno evidenziato come la masticazione del chewing gum senza zucchero con xilitolo possa rappresentare l’alleato in più per denti e sorriso, all’interno di una corretta routine per l’igiene orale. Ecco i principali benefici evidenziati dagli studi scientifici.

La masticazione riduce la placca dentale

Masticare chewing gum attiva un’azione meccanica che aiuta a rimuovere i residui alimentari dalle superfici dentali¹, eliminando in soli tre minuti circa la metà dei detriti che altrimenti resterebbero nel cavo orale. È particolarmente utile dopo i pasti, soprattutto fuori casa, perché accelera la pulizia dei denti e degli spazi interdentali.
Oltre a eliminare i residui di cibo, masticare chewing gum può agire sulla placca dentale. Secondo uno studio pubblicato su Dentistry Journal effettuato presso l’Università dell’Insubria ha dimostrato come un singolo confetto di chewing gum senza zucchero contenente xilitolo e fluoro può ridurre in modo significativo la placca: dopo soli 15 minuti di masticazione, la placca può ridursi in media del 14,8%, rispetto al 3,9% del gruppo di controllo. Il chewing gum risulta efficace grazie a un’azione combinata: la masticazione permette la rimozione meccanica del biofilm, aumenta il flusso salivare e sfrutta gli effetti antimicrobici di xilitolo e fluoro.

Lo xilitolo protegge dai batteri

Da anni lo xilitolo, un sostituto dello zucchero di origine vegetale appartenente alla famiglia dei polioli, è studiato clinicamente per la sua capacità di inibire la crescita dei batteri che avviano il processo carioso di demineralizzazione di smalto e dentina.
Una recente revisione sistematica della letteratura scientifica, che ha analizzato studi clinici condotti tra il 1984 e il 2017 su bambini e adulti sani, ha evidenziato come il chewing gum contenente esclusivamente o prevalentemente xilitolo offre benefici superiori rispetto a chewing gum dolcificati con altri sostituti dello zucchero.
In diversi studi, l’assunzione quotidiana di almeno 5 grammi di xilitolo è stata associata a una riduzione significativa dei batteri cariogeni, fino a 5–10 volte rispetto ai valori iniziali.
Anche la ricrescita della placca è risultata inferiore nei gruppi che utilizzavano chewing gum allo xilitolo, con riduzioni comprese tra il 23% e il 38%.
Nei trial focalizzati sulla carie, soprattutto nei soggetti ad alto rischio, lo xilitolo ha mostrato un effetto preventivo superiore, con riduzioni dell’incremento della carie comprese tra il 31% e il 119%.
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Riassorbimenti radicolari: come trattarli in modo efficace

riassorbimenti radicolari

Cosa sono i riassorbimenti radicolari

Roberto Fornara, past president della Società Italiana di Endodonzia (SIE), docente a contratto presso diversi atenei italiani e Certified Member ESE (European Society of Endodontology).

I riassorbimenti radicolari sono processi patologici caratterizzati dalla perdita progressiva dei tessuti duri dentali provocata dall’azione odontoclastica. «Quando si verificano a carico dei denti permanenti, sono sempre indesiderati e di natura patologica», ricorda Roberto Fornara, past president della Società Italiana di Endodonzia (SIE), docente a contratto presso diversi atenei italiani e Certified Member ESE (European Society of Endodontology). «I riassorbimenti radicolari patologici si dividono in due grandi gruppi, a seconda del punto di origine del processo clastico. Il riassorbimento radicolare interno (RRI) ha inizio dagli odontoblasti della polpa dentale che, a seguito di un danno dello stato predentinale, espongono la dentina mineralizzata all’azione degli odontoclasti, innescando la progressiva distruzione della dentina radicolare dall’interno verso l’esterno. Se invece il processo clastico si genera dalla superficie esterna della radice (legamento parodontale), il riassorbimento radicolare diviene esterno (RRE), con iniziale distruzione del cemento e della dentina radicolare che procede in direzione opposta».
Indipendentemente dalla sua posizione, il riassorbimento radicolare è un processo irreversibile che può causare disagio al paziente; richiede spesso una gestione complessa, anche multidisciplinare, e in alcuni casi può portare alla perdita prematura del dente interessato, soprattutto in assenza di diagnosi precoce.
«Il riassorbimento radicolare è una patologia subdola, spesso asintomatica e difficile da diagnosticare, poiché talvolta viene confusa con processi cariosi e, quindi, sottovalutata», prosegue Fornara. Diversi fattori possono danneggiare lo strato predentinale, come i traumi dentari – i più frequenti – l’infiammazione cronica della polpa, le infezioni pulpari subcliniche dovute a processi cariosi o al calore eccessivo durante le fasi di trattamento conservativo/protesico, ma anche stimoli iatrogeni (ortodonzia, sbiancamenti) e procedure pulpari parziali (incappucciamenti, rizotomie in denti vitali eccetera). In generale, i riassorbimenti possono essere causati da traumi, infezioni o trattamenti ortodontici, e, più raramente, da cause sistemiche o idiopatiche».

La diagnosi dei riassorbimenti radicolari rappresenta un momento cruciale anche in relazione al fattore tempo, che incide sulla prognosi.

«L’imaging radiografico è fondamentale: dopo la raccolta dei dati anamnestici e un’accurata visita, il primo step è la radiografia periapicale eseguita con la tecnica dei raggi paralleli (centratori). Non sempre, tuttavia, questo esame consente di distinguere tra riassorbimento interno ed esterno; per questo è utile una seconda radiografia, con diversa inclinazione, che grazie alla sproiezione delle immagini può aiutare a chiarire il tipo di riassorbimento. Oggi però sappiamo che l’immagine bidimensionale presenta molti limiti; per questa ragione, le principali linee guida internazionali (AAE-American Association of Endodontists ed ESE-European Society of Endodontology) raccomandano un esame di secondo livello come la CBCT (FOV piccolo, alta risoluzione). Questo consente una diagnosi precisa, informazioni sulla reale estensione del processo distruttivo e, di conseguenza, un piano di trattamento più accurato».

Riassorbimenti radicolari: i casi più frequenti

I riassorbimenti radicolari più comuni sono quelli esterni, poiché le cause che possono innescare l’attivazione clastica a livello parodontale, come traumi, compressioni, ortodonzia e infezioni parodontali, sono frequenti. Il riassorbimento interno, invece, ricorda Fornara, necessita di una condizione specifica legata alla vitalità pulpare.
«In generale, i dati sulla prevalenza di questa patologia sono scarsi e poco chiari. La frequenza risulta bassa, anche se tutti gli studi riportano una possibile sottostima, considerando che l’impiego diffuso della CBCT, strumento elettivo per la diagnosi certa, è relativamente recente. Oggi si ha la sensazione che il fenomeno sia in aumento, forse anche per l’alto numero di trattamenti ortodontici eseguiti rispetto al passato».
Il trattamento può essere estremamente complesso, perché non esistono linee guida univoche per ogni quadro clinico. Tuttavia, fa notare Fornara, la letteratura offre spunti procedurali interessanti. Ciò che è certo, in generale, è l’utilità del trattamento endodontico per arrestare il processo clastico. «I materiali bioattivi rappresentano un valido mezzo per promuovere la guarigione dei tessuti mineralizzati, soprattutto nei casi di comunicazione con il parodonto, consentendo un approccio più conservativo. Nei riassorbimenti esterni, invece, la terapia è spesso combinata, ossia conservativa, endodontica e/o chirurgica in base all’estensione della lesione».

riassorbimenti radicolari
1. Immagine CBCT in sezione trasversale di canino superiore in giovane paziente che mostra chiaramente i segni di un riassorbimento cervicale esterno.
Riassorbimenti radicolari
2. Rendering da esame CBCT che mostra l’ampio riassorbimento che è arrivato ad interessare il terzo medio radicolare.
riassorbimenti radicolari
3. Immagine intraorale di un riassorbimento esterno cervicale. Se non venisse fatta una corretta diagnosi differenziale potrebbe essere confuso con un esteso processo carioso.

L’approccio ideale ai riassorbimenti patologici cervicali

Tra le sottocategorie ordinate in base all’eziopatogenesi (riassorbimento superficiale esterno, esterno infiammatorio, sostitutivo interno o esterno, ecc.) vi è il riassorbimento cervicale esterno (RCE), che si sviluppa nella zona cervicale del dente, al di sotto dell’attacco epiteliale, spiega Fornara. «Nei casi di diagnosi tardiva, il riassorbimento può raggiungere il terzo medio o apicale della radice, rendendo vano ogni tentativo di trattamento per recuperare il dente. Purtroppo, nelle fasi iniziali è spesso asintomatico, il che ne complica la diagnosi e riduce le possibilità terapeutiche.
Le cause dell’RCE non sono del tutto note e dipendono da diversi fattori, ad esempio traumi, trattamenti parodontali, scarsa igiene e ortodonzia, considerando che quest’ultima è la correlazione più frequente. La prevalenza, ricavata da studi retrospettivi, è bassa (2,3%), ma probabilmente sottostimata.
La possibilità di trattamento dipende in gran parte dall’accessibilità della lesione. Gli obiettivi sono l’escavazione del tessuto di riassorbimento per arrestarne il processo, da eseguire in condizioni di massima visibilità: l’impiego del microscopio operatorio è quindi obbligatorio, associato a fonti e inserti ultrasonici. Un passaggio importante è la “disattivazione” delle lacune clastiche, ottenuta con acido tricloroacetico, ipoclorito di sodio o medicazioni a base di idrossido di calcio, che abbassando il pH nel difetto ne evidenziano meglio le aree da trattare e bloccano l’azione clastica».
Le principali opzioni di trattamento dei riassorbimenti radicolari, ricorda Fornara, comprendono la chirurgia con riparazione esterna del difetto, con o senza trattamento endodontico, la riparazione interna per via ortograda o approcci combinati; nei casi più gravi, l’estrazione del dente può essere inevitabile. «In alternativa, il reimpianto intenzionale, descritto in diversi case report, può consentire la riparazione dei difetti dell’RCE. È indicato quando le lacune non possono essere raggiunte o riparate con approcci chirurgici o ortogradi tradizionali, ad esempio quando la lesione è situata interprossimalmente nel terzo medio o apicale della radice».

Una sfida per l’odontoiatra

Sandro Marcoli, Socio Attivo dell’Accademia Italiana di Endodonzia e Certified Member dell’European Society of Endodontics, oltre che formatore e docente presso diversi Master universitari.

«I riassorbimenti dentali, interni ed esterni, rappresentano un evento patologico di grande rilevanza clinica, poiché possono compromettere in modo significativo la struttura e la funzione del dente», sottolinea anche Sandro Marcoli, Socio Attivo dell’Accademia Italiana di Endodonzia e Certified Member dell’European Society of Endodontics, oltre che formatore e docente presso diversi Master universitari. «Questi riassorbimenti, di per sé poco frequenti, sono però in aumento, soprattutto quelli esterni. Nella maggior parte dei casi si tratta di patologie silenti che si manifestano solo durante radiografie di controllo, supportate da un attento esame clinico. Per questo motivo rappresentano una vera sfida diagnostica e terapeutica: è difficile individuarli precocemente e determinarne con chiarezza la natura.
Per il paziente, invece, il riassorbimento, proprio perché spesso asintomatico, ha un impatto emotivo rilevante quando accertato. Se si manifesta con sintomi, può comportare dolore, alterazioni estetiche e compromissione funzionale. L’aspetto più difficile da accettare è che un dente apparentemente sano o correttamente trattato possa andare incontro a una distruzione tissutale progressiva e irreversibile oppure richiedere trattamenti complessi o, in ultima istanza, l’estrazione».
Dal punto di vista biologico, i riassorbimenti derivano dall’attivazione di cellule clastiche capaci di degradare dentina e cemento, stimolate da fattori infiammatori o traumatici. «Le cause più comuni sono traumi, movimenti ortodontici, scaling e carie, ma talvolta il processo decorre del tutto senza sintomi. Clinicamente, i riassorbimenti radicolari possono restare occulti a lungo e venire diagnosticati solo con indagini radiografiche o, più recentemente, con CBCT, che ha migliorato la comprensione di localizzazione ed estensione del difetto, distinguendo chiaramente tra quadri interni ed esterni, distinzione fondamentale per strategie e prognosi».

Riassorbibenti radicolari
4. Paziente con precedente trattamento endodontico incongruo di 26. È presente un riassorbimento esterno in zona cervicale mesiale e un riassorbimento interno sulla radice palatale
5-6. Chiusura in MTA del riassorbimento cervicale mesiale e in guttaperca plasticizzata con il calore e cemento all’ossido di zinco eugenolo dei canali radicolari

Due elementi chiave da tenere in considerazione

Diagnosi corretta e comunicazione chiara sono gli elementi fondamentali per una valutazione prognostica precisa e una scelta terapeutica calibrata sul caso, ricorda Marcoli. «La diagnosi radiografica tradizionale o la CBCT, se necessario, permettono di stabilire se il riassorbimento sia di origine interna o esterna, se vi sia comunicazione con il parodonto e quanto sia esteso il difetto. Una volta fatta la diagnosi, la scelta terapeutica dipende da vari fattori: localizzazione ed estensione del riassorbimento, vitalità della polpa, grado di compromissione dei tessuti duri e condizioni generali del paziente». Questi elementi consentono di distinguere tra forme potenzialmente trattabili e forme irreversibili. «Nei riassorbimenti esterni infiammatori talvolta la rimozione dell’endodonto può determinare l’arresto del processo; quelli sostitutivi, invece, legati a traumi o reimpianti, hanno prognosi sfavorevole: il processo di sostituzione radicolare con osso è progressivo e irreversibile, e la terapia mira solo a prolungare la sopravvivenza del dente. Nei riassorbimenti interni, al contrario, il trattamento endodontico ortogrado è la scelta di elezione. L’obiettivo è interrompere il processo infiammatorio eliminando il tessuto pulpare alterato e sigillando stabilmente la cavità di riassorbimento. L’introduzione di materiali bioceramici e tecniche di otturazione dedicate ha ampliato le possibilità di successo. L’approccio ottimale resta quello personalizzato: riconoscere precocemente il tipo di riassorbimento e adottare una strategia mirata, sfruttando le risorse diagnostiche e i materiali oggi disponibili».

Strada maestra e rischi nei riassorbimenti interni

«In questo ambito, la via maestra per il trattamento dei riassorbimenti radicolari resta senza dubbio l’endodonzia ortograda convenzionale, purché la diagnosi sia precoce e la lesione non abbia già compromesso in maniera irreversibile la struttura dentale. La terapia canalare consente di rimuovere il tessuto pulpare patologico che alimenta il processo, disinfettare accuratamente il sistema canalare, procedura complessa per la morfologia irregolare delle lacune, e sigillarlo tridimensionalmente, prevenendo reinfezioni e arrestando ulteriori processi riassorbitivi».
Il rischio principale per il clinico meno esperto è duplice, osserva Marcoli: «da un lato la sottostima del difetto e la conseguente detersione incompleta, dall’altro un eccesso di strumentazione che può indebolire la radice già compromessa, predisponendola a frattura. Un’ulteriore insidia è la mancata diagnosi di comunicazioni con il parodonto, che peggiora la prognosi.
Per questo oggi si raccomanda una valutazione accurata dell’estensione del riassorbimento con CBCT, l’uso di sistemi ottici ingrandenti, irrigazioni attivate e materiali bioceramici ad alta biocompatibilità e adattamento marginale.
Solo una gestione integrata e consapevole può trasformare un riassorbimento interno, potenzialmente minaccioso, in un caso trattabile con buone prospettive di mantenimento del dente nel tempo».

 

Quando il problema nasce da un trauma dentale
Un recente case report pubblicato su Cureus (Altahtam A, Alkhairallah Y, Alsudais AS, Albaiz AM. Significance of Early Detection and Management of Trauma-Induced Inflammatory Root Resorption: A Case Report. Cureus. 2025 Oct 1;17(10):e93663. doi: 10.7759/cureus.93663) descrive la gestione di un riassorbimento radicolare infiammatorio conseguente a trauma dentale, evidenziando quanto la tempestività diagnostica incida sulla prognosi. Il paziente, giovane adulto, si è presentato dopo un trauma dento-alveolare con modesta mobilità e lieve dolore localizzato. Le prime radiografie non mostravano alterazioni evidenti, ma nel giro di poche settimane sono comparsi segni radiolucenti compatibili con un processo di riassorbimento infiammatorio. L’intervento precoce — trattamento endodontico, medicazione intermedia a base di idrossido di calcio e successiva otturazione canalare definitiva — ha consentito di arrestare la progressione e mantenere il dente in funzione, con follow-up radiografici stabili a sei mesi. Gli autori sottolineano tre aspetti pratici fondamentali che non devono mai mancare: controlli radiografici ravvicinati dopo un trauma, anche in assenza di sintomi, per cogliere i primi segni di riassorbimento; rimozione tempestiva del tessuto necrotico e controllo dell’infezione periapicale per ridurre l’attività osteoclastica; impiego dell’idrossido di calcio come medicazione intermedia per modulare l’infiammazione e favorire la riparazione cementizia. Diagnosi precoce e approccio proattivo possono fare la differenza tra la conservazione e la perdita del dente. Il clinico non dovrebbe mai sottovalutare i traumi “minori” e, per contro, mantenere un rigoroso protocollo di monitoraggio radiografico.

 

Come prevenire il riassorbimento radicolare nell’ortodonzia

Uno studio comparativo pubblicato nel 2024 sul Journal of Pharmacy and Bioallied Sciences (Alam MK, Alruwaili SFH, Alessa MK, Alhamid AA, Albilasi SSM, Alanazi SA. Effects of Orthodontic Mechanics on Root Resorption: A Comparative Study. J Pharm Bioallied Sci. 2024 Feb;16(Suppl 1):S806-S808. doi: 10.4103/jpbs.jpbs_1022_23) ha analizzato gli effetti di differenti meccaniche ortodontiche sul riassorbimento radicolare apicale esterno, per valutare se tipo e intensità delle forze impiegate possano condizionare la risposta biologica del dente.
La ricerca, condotta su sessanta pazienti tra i quindici e i venticinque anni, privi di precedenti trattamenti ortodontici o traumi, ha confrontato apparecchi fissi convenzionali, sistemi autoleganti e allineatori trasparenti, con protocolli terapeutici uniformi.
Per quantificare la perdita radicolare, gli autori hanno analizzato radiografie digitali pre e post-trattamento, misurando la lunghezza degli incisivi superiori e inferiori.
I risultati hanno mostrato una riduzione media di 0,35 mm con apparecchi convenzionali, 0,24 mm con sistemi autoleganti e 0,12 mm con allineatori: differenze statisticamente significative che evidenziano un minor grado di riassorbimento associato agli aligner. Secondo gli autori, le forze leggere, controllate e intermittenti degli allineatori permettono un recupero fisiologico dei tessuti parodontali e riducono l’attività riassorbitiva rispetto alle meccaniche tradizionali, più intense e continue.
Dal punto di vista clinico, lo studio conferma che la gestione della forza ortodontica è determinante nella prevenzione del riassorbimento radicolare. Nei pazienti con fattori predisponenti (radici corte, pregressi traumi o storia parodontale complessa) l’impiego di meccaniche meno aggressive, come allineatori o sistemi autoleganti, può rappresentare una scelta più conservativa. Gli autori ribadiscono anche l’importanza di un monitoraggio radiografico periodico, per individuare precocemente alterazioni apicali e intervenire con pause terapeutiche o modifiche di forza, preservando così la salute radicolare. Le differenze biomeccaniche tra i vari approcci ortodontici, conclude lo studio, non sono solo teoriche ma clinicamente rilevanti: gli aligner garantiscono un rischio significativamente inferiore di riassorbimento rispetto ai sistemi fissi tradizionali. Tuttavia, la prevenzione dipende sempre dal controllo accurato delle forze e dalla capacità del clinico di adattarle alla risposta biologica individuale del paziente.

Odonto-IA – Chirurgia e Intelligenza Artificiale: la precisione non è un’opinione

Odonto-IA

L’Intelligenza Artificiale sta rapidamente trasformando la chirurgia implantare, integrandosi nei flussi di lavoro digitali. Grazie a software sempre più avanzati, gli algoritmi di machine learning analizzano radiografie, CBCT, scansioni intraorali e dati clinici per supportare scelte più efficaci e consentire simulazioni chirurgiche virtuali ancor prima dell’intervento, riducendo i margini di errore e aumentando la sicurezza dei pazienti.

Per fornire ai professionisti informazioni chiare e aggiornate su questo tema nasce il terzo appuntamento di Odonto‑IA - Intelligenza Artificiale per dentisti e igienisti, l'esclusiva serie di video podcast realizzata in collaborazione con Haleon, azienda globale specializzata nella salute quotidiana.

Guarda subito il terzo episodio Odonto-IA - Chirurgia e Intelligenza Artificiale: la precisione non è un’opinione e scopri come l’accuratezza degli algoritmi e la sicurezza del cloud possono proteggere e potenziare la tua attività clinica.

 

 

La puntata mette a confronto l'esperienza clinica e la competenza tecnologica attraverso il dialogo tra due consolidati e autorevoli esperti:

  • Luigi Rubino, odontoiatra, professore ed esperto di radiologia e tecnologie applicate.
  • Fabian Zolk, imprenditore ed esperto nello sviluppo di software e di infrastrutture sanitarie.
Cosa troverai nel terzo episodio

Odonto-IA-Chirurgia e Intelligenza Artificiale: la precisione non è un’opinione  

  • Accuratezza oltre l'occhio umano: l'IA funge da "occhio" instancabile e oggettivo, per garantire che ogni cambiamento o i problemi più lievi non vengano sottovalutati.
  • Navigatore chirurgico: l'IA non solo aiuta a evidenziare strutture anatomiche cruciali, come il nervo alveolare, ma contribuisce a prevedere le complicanze e a pianificare un "Piano B" già in fase preoperatoria.
  • Chirurgia protesicamente guidata: grazie alla pianificazione digitale, l'inserimento dell'impianto diventa un processo predicibile, che minimizza gli imprevisti e assicura maggiore comfort al paziente.
  • Ecosistema digitale e cloud: l'importanza di far dialogare database diversi (CBCT, scansioni intraorali) in un unico ambiente per aumentare il valore dei dati e l'efficienza clinica.
  • Sicurezza e cyber-resilienza: il passaggio al cloud come strategia per ridurre le responsabilità legali (GDPR, AI Act) e proteggere lo studio da attacchi informatici e ransomware che possono paralizzare l'attività.
  • Follow-up evoluto: l'utilizzo dell'IA come assistente dalla "memoria infallibile", capace di sovrapporre scansioni temporali diverse per individuare precocemente minimi cambiamenti o inconvenienti clinici.

La chirurgia odontoiatrica implantare è sempre più supportata dal digitale, ma l’adozione dell’Intelligenza Artificiale non è solo una questione di software: richiede un’infrastruttura capace di gestire, archiviare e proteggere i dati. Per trasformare lo studio in un ambiente sicuro, connesso e all'avanguardia.

 

Protesi fisse su impianti: migliorano la qualità della vita e riducono l’ansia

protesi impianti
Full arch dental implant treatment in edentulous jaws with oral surgery in dental dentistry. All on X treatment with full jaw porcelain dental prosthesis.

La riabilitazione implantoprotesica non produce solo benefici funzionali ed estetici. Può incidere anche sulla sfera psicologica del paziente. Uno studio prospettico condotto presso le Facoltà di Odontoiatria delle Università di Yozgat Bozok e Tokat Gaziosmanpaşa (Turchia) ha valutato l’effetto delle protesi fisse supportate da impianti sui livelli di ansia e sulla qualità di vita correlata alla salute orale. I risultati offrono spunti rilevanti per la pratica clinica quotidiana. Gli autori hanno arruolato 60 pazienti adulti con almeno un elemento posteriore mancante e candidati a riabilitazione con protesi fissa su impianti. Tutti i partecipanti hanno compilato questionari validati prima del trattamento e dopo la consegna definitiva delle protesi.

Metodologia e strumenti di valutazione

I ricercatori hanno utilizzato strumenti psicometrici ampiamente riconosciuti. Per misurare la qualità di vita orale hanno impiegato l’OHIP-14 (Oral Health Impact Profile-14). Per valutare l’ansia odontoiatrica hanno utilizzato la Modified Dental Anxiety Scale (MDAS) e lo State–Trait Anxiety Inventory (STAI), distinguendo tra ansia di stato e ansia di tratto. Questo approccio ha permesso di analizzare non solo la percezione soggettiva della salute orale, ma anche la componente emotiva associata all’esperienza odontoiatrica.

I risultati: una riduzione significativa dell’ansia

Dopo la riabilitazione con protesi fisse su impianti, i pazienti hanno mostrato una riduzione significativa dei livelli di ansia. I punteggi STAI, sia per l’ansia di stato sia per quella di tratto, sono diminuiti in modo statisticamente significativo. Anche i valori della MDAS hanno evidenziato un calo dell’ansia odontoiatrica. Parallelamente, i punteggi OHIP-14 hanno mostrato un miglioramento della qualità di vita correlata alla salute orale. I pazienti hanno riferito meno limitazioni funzionali, minore disagio psicologico e una percezione più positiva del proprio benessere orale. Lo studio ha inoltre rilevato differenze di genere. Le donne presentavano livelli di ansia più elevati rispetto agli uomini. L’età, invece, non ha mostrato un’influenza significativa sulle variazioni di ansia o sulla qualità di vita dopo il trattamento.

Implicazioni cliniche per l’implantologia

I dati suggeriscono che la riabilitazione con protesi fisse su impianti non si limita al ripristino della funzione masticatoria e dell’estetica. Può contribuire in modo concreto alla riduzione dell’ansia odontoiatrica e al miglioramento della qualità di vita percepita. Per l’odontoiatra, questo significa considerare il trattamento implantoprotesico anche come intervento con potenziale impatto psicologico positivo. La pianificazione terapeutica dovrebbe quindi integrare una valutazione degli aspetti emotivi e comunicativi, soprattutto nei pazienti con livelli di ansia elevati. Lo studio, pubblicato su BMC Oral Health, rafforza dunque l’idea che l’implantologia moderna debba adottare un approccio centrato sul paziente, in cui funzione, estetica e benessere psicologico rappresentano obiettivi strettamente interconnessi.

Protossido di azoto: la sedazione cosciente alla prova dell’ambiente

protossido di azoto

La ricerca è stata condotta nel Regno Unito, presso l'Eastman Dental Institute di Londra, attraverso un progetto nazionale di miglioramento della qualità che ha coinvolto numerose strutture odontoiatriche. L’obiettivo era chiaro. Valutare l’impatto ambientale del Protossido di azoto (N₂O) e individuare strategie concrete per ridurlo, senza compromettere la sicurezza clinica. Il Protossido di azoto è ampiamente utilizzato per la sedazione cosciente. I clinici lo impiegano soprattutto in odontoiatria pediatrica e nei pazienti ansiosi. Il gas garantisce un buon controllo dell’ansia e un’elevata accettabilità del trattamento. Tuttavia,  è anche un potente gas serra: contribuisce in modo significativo al riscaldamento globale quando viene disperso nell’ambiente.

Perché l’impatto ambientale conta

La sanità, inclusa l'odontoiatria, contribuisce alle emissioni globali di gas serra. La gestione dei gas medicali rappresenta una voce rilevante dell’impronta di carbonio. D'altro canto, la ricerca ha mostrato che una parte consistente del Protossido di azoto utilizzato non raggiunge il paziente. Il gas viene spesso disperso a causa di flussi elevati o pratiche operative non ottimizzate. Di qui l'interesse per risolvere il problema.

Miglioramento della qualità e strategie di riduzione

I ricercatori hanno raccolto dati su volumi di gas, modalità di somministrazione e sprechi. Hanno confrontato diverse cliniche ed analizzato le differenze operative. I risultati hanno evidenziato una forte variabilità tra le strutture. Alcuni protocolli producono emissioni molto più alte di altri, a parità di efficacia clinica. Lo studio propone soluzioni pratiche. I clinici, per esempio, possono ridurre i flussi di gas al minimo efficace, possono migliorare l’aderenza delle maschere e formare il personale in modo mirato. Una gestione più attenta ridurrebbe le emissioni senza modificare l’esperienza del paziente, perché la qualità della sedazione resterebbe invariata.

Le implicazioni per la pratica clinica

La sostenibilità entra sempre più spesso nella riflessione clinica. E questo lavoro, pubblicato sul British Dental Journal, dimostra che anche piccoli cambiamenti operativi possono avere un impatto significativo. L’odontoiatra può dunque contribuire alla tutela ambientale senza rinunciare a trattamenti efficaci e sicuri, facendo così diventare la responsabilità ambientale parte integrante della buona pratica clinica.

Dentifrici al fluoro: la biodisponibilità dei diversi fluoruri (senza risciacquo finale)

selective focus of cute boy looking at toothbrush with toothpaste, horizontal image

Autori

Stefano Daniele
Odontoiatra libero professionista.
Master in Odontoiatria clinica con minimo intervento

Corrispondenza: danieledrstefano@gmail.com

 

Abstract

Scopo dello studio: l’articolo si propone una disamina narrativa della letteratura scientifica con il fine di ricavare dati e conclusioni sulla biodisponibilità orale dei diversi fluoruri aggiunti alle paste dentifricie. La modalità con la quale è messa in opera l’igiene orale domiciliare è discussa e, nello specifico, eseguire o meno il risciacquo finale della schiuma generata dalla pasta dentifricia al termine delle manovre d’igiene.
Materiali e metodi: la disamina della letteratura ha visto l’impiego di banche dati elettroniche come PubMed, ResearchGate e Cochrane Library. Tutte le pubblicazioni incluse nella revisione narrativa sono scritte in lingua inglese.
Risultati: i fluoruri aggiunti alle paste dentifricie sono diversi tra loro per composizione chimica e biodisponibilità quando introdotti nel cavo orale. L’interazione tra il fluoro e le superfici dentali nei fisiologici processi di demineralizzazione / remineralizzazione o il deposito di agglomerati minerali si realizza, spesso, attraverso uno scambio tra lo ione e le superfici dentali rivestite dalla pellicola acquisita o il biofilm non maturo della placca dentale. Il tempo di contatto tra il fluoro e le superfici dentali è un fattore importante nel promuovere l’effetto cario protettivo. Evitare il risciacquo finale dopo le manovre d’igiene orale domiciliare ma limitarsi a sputare l’eccesso di schiuma favorisce una maggior permanenza del fluoro all’interno dell’ambiente orale che ritorna a concentrazioni iniziali pre spazzolamento solo ad opera dell’effetto di diluizione della saliva. Oltre al non risciacquo finale della schiuma prodotta dal dentifricio anche il flusso salivare individuale e non stimolato è un fattore in grado d’influenzare il tempo di permanenza del fluoro nel cavo orale.
Conclusioni: nella scelta di un dentifricio al fluoro da consigliare al paziente bisogna tenere in considerazione una serie di fattori come la composizione chimica della pasta dentifricia in relazione a specifiche condizioni intra orali del paziente e suggerire la più corretta modalità d’impiego.

Fluoride toothpaste: The bioavailability of different fluorides (without a final rinse)

Purpose of the study: This article provides a narrative review of the scientific literature to obtain data and conclusions about the oral bioavailability of the various fluorides added to the toothpastes. The method of performing oral hygiene at home is discussed, specifically whether or not to rinse the toothpaste foam at the end of the hygiene procedures.
Materials and methods: The literature review used electronic databases such as PubMed, ResearchGate, and Cochrane Library. All publications included in the narrative review are written in English.
Results: Fluorides added to the toothpastes are different in chemical composition and oral bioavailability once introduced into the mouth. The interaction between fluoride and tooth surfaces in the physiological demineralization/remineralisation process or mineral agglomerate deposition often occurs through exchange between the ion and tooth surfaces coated with acquired pellicle or immature plaque biofilm.
The contact time between fluoride and tooth surfaces is an important factor in promoting the protective effect against caries.
Avoiding the final rinse after home oral hygiene procedures, but simply spitting out the excess foam, promotes longer fluoride retention in the oral environment, which returns to initial pre-brushing concentrations only through the dilution effect of saliva. In addition to not rinsing after brushing, individual unstimulated salivary flow is also a factor that can influence the duration of fluoride retention in the oral cavity.
Conclusions: When choosing a fluoride toothpaste to recommend to a patient, a series of factors must be taken into consideration, such as the chemical composition of the toothpaste in relation to the patient’s specific intraoral conditions, and the most appropriate method of use must be suggested.

 

La biodisponibilità dei fluoruri nei dentifrici al fluoro è legata alla loro composizione chimica: i diversi sali fluorurati presentano infatti specifiche  capacità di interagire con smalto e biofilm. Determinante per l’efficacia carioprotettiva è il tempo di contatto: evitare il risciacquo dopo lo spazzolamento prolunga la permanenza del fluoro nel cavo orale, influenzata anche dal flusso salivare individuale. Pertanto la scelta della formulazione e delle modalità d’impiego non può prescindere da un’attenta valutazione delle condizioni intraorali del paziente.

Il fluoro è un elemento della tavola periodica degli elementi, che può entrare a far parte della composizione chimica della componente minerale del dente per formare una forma allotropica dell’idrossiapatite, chiamata fluoroapatite F-Ap.
La fluoroapatite ha un punto di demineralizzazione acida più basso (pH 4.5) rispetto all’idrossiapatite (pH 5.5).
In virtù di questa proprietà, la fluoroapatite è in grado di mostrare una maggiore resistenza agli attacchi acidi portati ai tessuti duri del dente dai batteri acidurici costituenti il biofilm della placca dentale cariogena.
L’introduzione del fluoro nei presidi per l’igiene orale domiciliare, come i dentifrici, ha permesso una drastica riduzione della prevalenza della lesione cariosa a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso (1).
La riduzione della prevalenza della malattia carie dentale e della sua manifestazione (la lesione cariosa) non è omogenea in tutto il mondo, vale a dire che i dati di prevalenza sono diversi tra i Paesi in via di sviluppo e i Paesi sviluppati dal punto di vista sociale ed economico.
La prevalenza della carie dentale, come per tutte le altre malattie, è molto dipendente dal livello socio-economico del campione di soggetti presi in esame.
Essendo la carie dentale una condizione patologica multifattoriale, sono da considerare tutti i fattori in grado d’influenzare la sua prevalenza come la natura del microbioma orale dell’ospite (presenza di batteri cariogeni), il consumo di zuccheri raffinati e fermentabili e le abitudini d’igiene orale domiciliare.

L’esposizione ai fluoruri topici e la modalità con la quale è praticata l’igiene orale domiciliare rivestono particolare importanza e meritano una disamina approfondita (2).
Con riferimento specifico al fluoro, i processi chimici e dinamici di questo ione quando è introdotto nel cavo orale sono molteplici e in grado d’influenzare la sua efficacia come mezzo preventivo nello sviluppo della lesione cariosa.
Obiettivo di questa disamina narrativa sui fluoruri contenuti nei dentifrici in commercio nell’Unione Europea è considerare le trasformazioni che i fluoruri subiscono all’interno del cavo orale e le interazioni che il fluoro ha con i tessuti duri del dente, con il biofilm della placca dentale e con le proteine delle mucose orali.

Eseguire il risciacquo finale della schiuma prodotta dalla pasta dentifricia, rispetto alla diluizione salivare sputando solo l’eccesso di schiuma, è un tema rilevante in termini di biodisponibilità orale del fluoro.

Materiali e metodi

Questa disamina narrativa della letteratura scientifica è stata condotta attraverso l’impiego di banche dati elettroniche, tra le quali PubMed, ResearchGate e Cochrane Library.
Obiettivo della revisione è stato considerare i principali concetti riguardanti la biodisponibilità dei fluoruri contenuti nei dentifrici in commercio nell’Unione Europea e la loro modalità di azione all’interno del cavo orale come mezzo preventivo verso lo sviluppo della lesione cariosa.
Dati scientifici sperimentali sono stati raccolti riguardo all’utilità del risciacquo finale della schiuma prodotta dal dentifricio dopo le manovre d’igiene orale domiciliare al fine di massimizzare l’efficacia protettiva dei fluoruri nei confronti dei tessuti duri del dente.
Per la raccolta delle pubblicazioni scientifiche nelle banche dati elettroniche sono stati impiegati i seguenti MeSH - Medical Subject Headings -: fluoro, lesione cariosa, pasta dentifricia, biodisponibilità dei fluoruri, fluoruro di sodio, fluoruro amminico, monofluorofosfato di sodio, fluoruro stannoso, particelle di biovetro attivo, risciacquo finale, flusso salivare non stimolato.
Tutte le pubblicazioni incluse nella revisione narrativa sono scritte in lingua inglese.

I dentifrici al fluoro e la massima concentrazione consentita

I fluoruri sono composti chimici in grado, in particolari condizioni, di subire una trasformazione e liberare il fluoro in forma ionica. Esso è in grado d’interagire con le superfici dentali deterse, rivestite dalla pellicola acquisita o rivestite dal biofilm non maturo della placca dentale.
L’aggiunta di fluoruri alle paste dentifricie deve rispettare un limite massimo di concentrazione stabilito dalle normative europee in merito ai prodotti cosmetici.
La concentrazione di fluoruri nei dentifrici è quasi esclusivamente espressa in parti per milione (ppm), unità di misura impiegata per quantificare la dispersione di piccole porzioni di una sostanza in un composto.
Il regolamento CE n.1223/2009 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 30 Novembre 2009 sui prodotti cosmetici, pubblicato sulla gazzetta ufficiale dell’Unione Europea del 22/12/2009, stabilisce che la massima e consentita concentrazione di fluoruri all’interno delle paste dentifricie è stabilita in 1500 ppm (3).
Negli Stati Uniti d’America sono consentite concentrazioni di fluoruri aggiunti alle paste dentifricie superiori a 1500 ppm; tali prodotti non sono classificati come prodotti cosmetici da banco, ma richiedono una prescrizione da parte di un medico o di un odontoiatra.
I fluoruri aggiunti ai dentifrici non sono tutti uguali tra loro e ciascuno possiede caratteristiche e proprietà specifiche. Nel dettaglio possiamo riconoscere:

  • fluoruro di sodio NaF;
  • monofluorofosfato di sodio NaMFP;
  • fluoruro stannoso SnF;
  • fluoruro amminico AmF;
  • fluoruro di calcio CaF.

Brevemente e senza entrare nel dettaglio, che è oggetto di questo articolo, è possibile affermare che:

  • il fluoruro di sodio ha la capacità di dissociarsi molto rapidamente nella saliva e liberare fluoro;
  • il monofluorofosfato richiede un processo di idrolisi per liberare fluoro;
  • il fluoruro stannoso ha proprietà antibatteriche;
  • il fluoruro amminico ha una maggior abilità a legarsi alle proteine orali (4)

Dentifrici al fluoro: biodisponibilità dei fluoruri

I dentifrici addizionati con particelle di biovetro attivo

I biovetri sono particelle sferiche di fosfosilicato di calcio e sodio di piccole dimensioni, nell’ordine dei micron, utilizzate primariamente in ortopedia per favorire la riparazione delle fratture ossee. Il razionale d’impiego si fonda sul fatto che i biovetri attivi possono fornire una fonte supplementare di calcio e fosfato rispetto alle concentrazioni fisiologiche presenti nel plasma e nei fluidi extracellulari.
Negli ultimi anni le particelle di biovetro attivo sono state aggiunte alle paste dentifricie, primariamente con l’intento di proporre una formulazione dentifricia in grado di fornire sollievo dai fenomeni d’ipersensibilità dentinale e, secondariamente, in virtù della loro cinetica chimica nei fluidi orali, di favorire i processi di deposito minerale nei tessuti duri del dente.
Il meccanismo d’azione della particella di biovetro attivo è brevemente descritto di seguito.
La particella di biovetro è in grado di stabilire un certo legame con la superficie dello smalto dentale (o della dentina in caso di esposizione di quest’ultima) e a contatto con la saliva subisce modifiche di natura chimica che portano alla sua dissoluzione.
Gli idrogenioni H+ presenti nei fluidi orali si sostituiscono agli ioni sodio Na+ della particella di biovetro attivo e questa azione, da sola, permette di liberare dalla particella gli ioni calcio Ca2+ e fosfato PO43- costituenti e, dunque, portare alla dissoluzione del biovetro attivo5. La dissoluzione della particella di biovetro attivo sulla superficie dentale permette, in prima battuta, la sottrazione di ioni H+ con un conseguente aumento locale del valore di pH che, nel caso di presenza di placca batterica cariogena, significa una riduzione del potere demineralizzante di quest’ultima verso i tessuti duri del dente. Il calcio Ca2+ e il fosfato PO43- liberati dalla particella di biovetro attivo si uniscono a formare un complesso minerale di calcio-fosfato che si deposita sullo smalto dentale o sulla dentina esposta.
Il processo chimico sopra descritto continua per un certo periodo di tempo (in relazione allo scioglimento completo della particella di biovetro attivo) e il complesso minerale di calcio-fosfato che si è formato diventa parte integrante del tessuto duro del dente (6).

Se nella composizione chimica della particella di biovetro attivo è presente lo ione fluoro, oppure esiste una fonte di fluoro nella composizione della pasta dentifricia, il cristallo che si viene a formare, in seguito all’incorporazione del complesso minerale di calcio-fosfato prima descritto, sarà rappresentato da fluoroapatite F-Ap con le conosciute maggiori proprietà di acido resistenza rispetto all’idrossiapatite HAp (7).
I cristalli di apatite che si vengono a formare sono in grado di occludere i tubuli dentinali esposti e dunque migliorare la sensibilità dolorosa agli stimoli evocativi (agenti freddi principalmente) correlata all’ipersensibilità dentinale (8).

I dentifrici addizionati con particelle di biovetro possono essere considerati, a tutti gli effetti, dei prodotti bioattivi in quanto le particelle stesse sono in grado d’interagire attivamente con un substrato biologico, nella nostra trattazione rappresentato dallo smalto dentale e dalla dentina esposta. Attualmente è possibile trovare in commercio due paste dentifricie che contengono particelle di biovetro attivo e che differiscono tra loro sia per la presenza di fluoro nella composizione chimica del biovetro attivo sia per la dimensione della particella stessa.
La particella di biovetro attivo Novamin è un fosfosilicato di calcio e sodio, mentre la particella di biovetro attivo BioMin F differisce dalla precedente per la presenza del fluoro nella sua composizione chimica e per la ridotta dimensione (8.0 micron). La ridotta dimensione della particella di biovetro attivo BioMin F presenta una maggior abilità di penetrazione all’interno dei tubuli dentinali esposti e di sviluppare ivi il processo chimico prima descritto, che porta alla formazione del cristallo di fluoroapatite F-Ap.
L’occlusione dei tubuli dentinali da parte dei cristalli di apatite che si vengono a formare favorisce un miglioramento o risoluzione del quadro d’ipersensibilità dentinale agli stimoli evocativi.
Entrambe le paste dentifricie contengono fluoruri aggiunti, quali il fluoruro di sodio nel composto contenente la particella Novamin e il fluoruro di calcio nel composto contenente la particella BioMin F. L’intrinseca presenza del fluoro nella composizione chimica della particella di biovetro attivo BioMin F dovrebbe, teoricamente, rendere più agevole la formazione del cristallo di fluoroapatite rispetto a quello di idrossiapatite durante la cinetica di trasformazione della particella stessa.
La formazione dei cristalli di apatite potrebbe significare un’azione di deposito di componente minerale sulle lesioni cariose iniziali da parte delle paste dentifricie addizionate con biovetro attivo. Uno studio in vitro mette in luce un’azione favorente la formazione di depositi minerali da parte della particella di biovetro attivo contenuta nel dentifricio BioMin F nel trattamento di lesioni demineralizzate dello smalto dentale create artificialmente (white spot) (9).
Una revisione sistematica non evidenzia una significativa azione di deposito di componente minerale della pasta dentifricia contenente la particella di biovetro attivo Novamin rispetto ad un dentifricio tradizionale con fluoruri aggiunti, seppur gli autori concludano che sono necessari ulteriori studi per confermare questa evidenza (10).

La diffusione del fluoro nella placca dentale

La superficie dentale subito dopo le manovre d’igiene orale domiciliare o professionali è rapidamente ricoperta da uno strato di natura proteica chiamato pellicola acquisita.
Le proteine costituenti la pellicola acquisita sono di origine salivare e sono in grado di stabilire legami chimici con i cristalli d’idrossiapatite dello smalto dentale.
Questo processo avviene quasi immediatamente (da pochi secondi a due minuti) dopo la detersione dello smalto dentale (11, 12).
La pellicola acquisita raggiunge uno spessore di circa 10-20 micron poco dopo l’iniziale formazione; altre proteine salivari si aggregano, mediante interazioni chimiche, allo strato iniziale formatosi.
Al termine del processo (90-120 minuti), la pellicola acquisita raggiunge uno spessore compreso tra i 100-1000 nanometri con una incorporazione anche di lipidi e altre macro molecole oltre la componente proteica (13, 14).
La formazione della pellicola acquisita ha una particolare funzione nel mantenere l’integrità dello smalto dentale e nello specifico:

  • svolge una funzione di lubrificazione della superficie dello smalto dentale, riducendo le forze di attrito tra le superfici dentali (attrito dentale);
  • protegge lo smalto dagli attacchi erosivi da parte di acidi estrinseci e, infine, impedisce la dissoluzione dei minerali costituenti il cristallo d’idrossiapatite verso un ambiente meno saturo di ioni calcio Ca2+ e fosfato PO43- come la saliva (15, 16, 14).

Dentifrici al fluoro: biodisponibilità dei fluoruri

Il ritmo circadiano è in grado di modificare la concentrazione delle proteine salivari, il flusso della saliva e la sua composizione.
Questi cambiamenti circadiani hanno un effetto anche sulla composizione della pellicola acquisita durante le ventiquattro ore del giorno e, come conseguenza, anche sull'adesività delle specie batteriche salivari alla pellicola acquisita stessa (17).
La maturazione e la composizione della pellicola acquisita influenzano la sequenza dei batteri orali che possono aderire alla superficie dentale attraverso interazioni recettoriali tra batteri salivari e pellicola acquisita.
L'iniziale colonizzazione batterica della superficie dentale rivestita dalla pellicola acquisita matura vede protagoniste, generalmente, specie batteriche come Streptococchi e Actinomyces (18).
Nello specifico, lo Streptococcus sanguis è il pioniere, tra le specie batteriche, a aderire alla pellicola acquisita matura sotto forma di colonne batteriche perpendicolari alla superficie dentale (19).
Un discorso a parte merita il principale batterio cariogeno, vale a dire Streptococcus mutans.
Nella pellicola acquisita matura sono presenti componenti come le staterine e le istatine, che inibiscono l’adesione precoce di Streptococcus mutans; al contempo, la pellicola acquisita matura contiene l’enzima glicosiltransferasi in grado di produrre una matrice glucanica (20).
Lo Streptococcus mutans si distingue dai molti altri Streptococchi per la capacità di produrre la matrice glucanica attraverso la metabolizzazione degli zuccheri fermentabili (saccarosio) ad opera dell’enzima glicosiltransferasi presente all’interno del batterio.
L’interazione reciproca tra la matrice glucanica della pellicola acquisita matura e quella prodotta da Streptococcus mutans permette a questa specie batterica di aderire, in maniera stabile, alla superficie dentale e portare alla formazione, in presenza di zuccheri fermentabili, del biofilm della placca dentale.
L’accrescimento del biofilm della placca dentale permette l’adesione di altre specie batteriche sia Streptococciche sia bastoncellari anaerobi facoltativi come i Lattobacilli.
Lo Streptococcus mutans e i Lattobacilli sono definiti batteri acidurici della placca dentale in quanto sono in grado di produrre acidi organici (demineralizzazione dei tessuti duri del dente) e continuare la loro attività metabolica di fermentazione degli zuccheri raffinati anche quando il pH locale diventa particolarmente acido a causa della loro stessa attività metabolica.
Riguardo alla diffusione del fluoro nella placca dentale, che potrebbe fungere da riserva dello stesso ione, le argomentazioni in letteratura scientifica sono molteplici e spesso discordanti. Alcuni autori riportano, in uno studio in vitro, che, come conseguenza dell’esposizione ad alte concentrazioni di fluoro (12.500 ppm sotto forma di gel), si viene a creare sullo smalto dentale una forma minerale chiamata calcio fluorite CaF2.
La calcio fluorite è apparsa agli esperimentatori un minerale molto instabile in grado di dissolversi in un breve tempo, anche a pH neutro.
Questa forma minerale sarebbe comunque in grado di fungere come riserva di fluoro in seguito alla sua dissoluzione (21).
Altri autori riportano, sempre mediante uno studio in vitro, che i depositi di calcio fluorite si formano anche con basse concentrazioni di fluoro in relazione al pH della soluzione sperimentale impiegata.
Per valori di pH pari a 7.2 si osserva la formazione di depositi minerali di calcio fluorite CaF2 come conseguenza dell’esposizione a una concentrazione di fluoro pari a 300 ppm, mentre per valori di pH pari a 5.0 (situazione che potrebbe simulare l’attacco acido da parte dei batteri cariogeni) sono sufficienti 100 ppm di fluoro per portare alla formazione del precipitato minerale (22, 23).
Un’altra pubblicazione scientifica arricchisce la disamina sui depositi di calcio fluorite indicando che l’ottenimento del deposito minerale richiede l’esposizione a elevate concentrazioni di fluoro per un lungo periodo di tempo (5000 ppm per 24 ore) e che tale minerale non si crea per brevi esposizioni al fluoro, come potrebbero essere le applicazioni topiche domiciliari o professionali odontoiatriche (24).
Vogel et al. (25) riportano, in uno studio in vitro condotto su campioni di placca dentale prelevata da volontari, che non si assiste, o si assiste in maniera molto fugace, alla formazione di depositi di calcio fluorite in seguito all’esposizione della placca dentale ai fluoruri topici.
Il motivo di questa osservazione sarebbe legato alla rapida clearance dello ione fluoro, penetrato nella placca dentale, verso l’ambiente orale ad opera dei fluidi del biofilm dentale. La formazione dell’aggregato minerale di calcio fluorite CaF2 sembrerebbe agevolata dalla presenza di una superficie di smalto dentale irregolare (iniziale demineralizzazione) rispetto a una superficie di smalto dentale sano (sound enamel).
Uno studio sperimentale ex vivo (campioni di placca dentale) ha valutato la diffusione dello ione fluoro nella placca dentale in seguito all’esposizione della stessa ad una soluzione di fluoruro di sodio in una concentrazione pari a 1000 ppm per rispettivamente 30 secondi, 120 secondi e 30 minuti.
Gli intervalli di tempo, soprattutto i 120 secondi, sono compatibili con quelli dedicati alle manovre d’igiene orale domiciliare.
L’analisi del biofilm dentale esposto alla soluzione a base di fluoruro di sodio 1000 ppm ha rilevato che per brevi tempi di esposizione (30 secondi e 120 secondi) si assisteva all’accumulo di fluoro solo nella porzione superficiale della placca dentale, vale a dire quella rivolta teoricamente verso la cavità orale.
Per questi brevi tempi di esposizione al fluoro gli autori non hanno osservato alcun accumulo nella porzione profonda della placca dentale, quella che dovrebbe essere a contatto con lo smalto dentale e dove avvengono gli scambi ionici con i tessuti duri del dente (processi di demineralizzazione/remineralizzazione).
In conclusione, gli autori riportano che la penetrazione dello ione fluoro nella porzione profonda della placca dentale si osservava solo per tempi di esposizione aumentati (30 minuti) alla soluzione a base di fluoruro di sodio (26).
In una “letter to editor” indirizzata all’autore della pubblicazione sopra descritta (26), Watson P. replicava che lo spessore della placca dentale e il grado di maturazione della stessa, con una maggior presenza di specie batteriche cariogene, influenzano notevolmente la diffusione dello ione fluoro all’interno del biofilm dentale.
Lo stesso autore conclude la replica affermando che lo studio condotto dal suo gruppo aveva proprio lo scopo di simulare un biofilm della placca particolarmente maturo come quello che si può ritrovare nella profondità dei solchi e fossette, aree poco detergibili da parte delle setole dello spazzolino per caratteristiche anatomiche (solchi con anatomia a fessura oppure a clava) (27).
Uno studio sperimentale in vivo mette in luce che un’elevata concentrazione intra-orale di fluoro, ottenuta mediante un dentifricio a 1400 ppm di fluoruro aggiunto, non produce una corrispettiva e valida concentrazione di fluoro all’interno della placca dentale in seguito a una misurazione condotta sei ore dopo la manovra d’igiene orale domiciliare (28).

Dentifrici al fluoro: biodisponibilità dei fluoruri

Un doppio studio trasversale in doppio cieco condotto in aree geografiche con acque non addizionate con fluoro ha mostrato che l’impiego di un dentifricio fluorato (1074 ppm) produce una rapida diffusione di fluoro nella placca dentale e che la sua concentrazione tende progressivamente a diminuire nelle 12 ore successive.
Al termine delle 12 ore si osserva una completa clearance del fluoro nello spessore della placca che ritorna ad avere una composizione chimica identica ai campioni placebo (dentifricio non fluorato) (29).
Le conclusioni di uno studio in vivo condotto da Naumova et al. (30) sembrano far chiarezza sui dati prima riportati.
Gli autori riportano che la concentrazione salivare di fluoro, dopo le manovre d’igiene orale domiciliare impiegando un dentifricio o tablet a base di fluoruro di sodio NaF (1450 ppm) o fluoruro amminico (1400 ppm), si mantiene particolarmente elevata fino a 30 minuti successivi alle procedure d’igiene orale.
Per contro, laddove è rimasta della placca dentale non rimossa dalle manovre d’igiene orale, la concentrazione di fluoro al suo interno rimane molto bassa nei minuti immediatamente successivi alle procedure d’igiene orale, con un dentifricio o tablet fluorato, e tende ivi ad aumentare dopo 30 minuti. In pratica è ipotizzato che lo ione fluoro abbia bisogno di un certo periodo di tempo (30 minuti) per diffondere, dai fluidi salivari, all’interno della placca dentale per poi rappresentare una riserva di fluoro.
Gli autori concludono che l’azione cario protettiva del fluoro si realizza nell’immediato, dopo le manovre d’igiene orale domiciliare, per una rapida ed elevata concentrazione di fluoro nella saliva mentre nelle aree anatomiche dove non è stata rimossa la placca dentale si assiste a un accumulo di fluoro al suo interno proprio in quel periodo di tempo durante il quale le concentrazioni salivari di fluoro diminuiscono e ritornano ai valori iniziali (circa 30 minuti). L’azione cario protettiva del fluoro (formazione del cristallo di fluoroapatite F-Ap) dovrebbe dunque prolungarsi anche laddove il biofilm della placca dentale, non particolarmente matura, non è stato completamente rimosso dall’azione meccanica dello spazzolino.

Biodisponibilità orale dei diversi fluoruri

Il fluoro può essere presente nella cavità orale in due forme diverse:

  • forma attiva. Si intende il fluoro libero, presente sotto forma di ione e dunque in grado di interagire con altri ioni per formare complessi minerali come la calcio fluorite CaF2 oppure sostituire lo ione idrossile OH nel cristallo d’idrossiapatite HAp per formare il cristallo di fluoroapatite F-AP;
  • forma inattiva. Si intende il fluoro complessato e legato con altri composti come le proteine orali.

Le due forme di fluoro sono intercambiali tra loro (attiva versus inattiva e viceversa) in seguito a cambiamenti del pH salivare (31).
Un fluoruro contenuto nella pasta dentifricia si definisce biodisponibile quando elevata è la quota di fluoro libero che può generare. Successivamente all’impiego di un dentifricio fluorato, la biodisponibilità del fluoro nella saliva aumenta molto rapidamente (elevata presenza di forma libera e attiva) e si mantiene tale per un breve periodo di tempo, si parla di qualche decina di minuti, per poi decadere e raggiungere il valore iniziale (prima dell’impiego della pasta dentifricia) dopo circa 120 minuti (32).
I fluoruri aggiunti al dentifricio, prima brevemente citati, differiscono tra loro proprio per la diversa biodisponibilità.

Fluoruro di sodio (NaF)

Il fluoruro di sodio è il fluoruro più frequentemente aggiunto alle paste dentifricie sia per la sua elevata biodisponibilità sia per la facilità di produzione industriale.
Difatti, il fluoruro di sodio è in grado di liberarsi immediatamente dalla pasta dentifricia e generare un’alta concentrazione salivare di fluoro in forma libera e attiva (33, 34). Come conseguenza del fatto che il fluoruro di sodio è in grado di dissociarsi molto rapidamente in seguito al contatto con la saliva (fluoro in forma libera ed attiva), la sua biodisponibilità dipende in maniera rilevante dall’entità del flusso salivare.

Fluoruro amminico (AmF)

Il fluoruro amminico è stato tra i primi fluoruri aggiunti alla pasta dentifricia, anche se ad oggi solo pochi dentifrici lo contengono ancora. La biodisponibilità del fluoruro amminico è stata valutata dalla letteratura scientifica confrontandola, principalmente, con quella del fluoruro di sodio.
Naumova EA e il suo gruppo di studio (35) hanno condotto una ricerca con l’ipotesi nulla che non esistono differenze tra la biodisponibilità orale del fluoruro amminico e del fluoruro di sodio.
L’ipotesi nulla è stata rigettata attraverso diverse osservazioni di seguito descritte. La biodisponibilità immediata del fluoruro di sodio, vale a dire l’abilità di liberare il fluoro libero nel supernatante salivare, è superiore a quella mostrata dal fluoruro amminico.
Gli autori hanno approfondito lo studio e hanno osservato che la concentrazione salivare di fluoro tende progressivamente a diminuire nei 30 minuti successivi all’igiene orale domiciliare, rimane stabile nei 120 minuti seguenti e, infine, ritorna ai valori iniziali precedenti all’igiene orale.
Questa dinamica si realizza in un intervallo di tempo più lungo impiegando una pasta dentifricia arricchita con fluoruro amminico rispetto all’utilizzo di una pasta dentifricia a base di fluoruro di sodio che ha una dinamica più rapida (la concentrazione salivare di fluoro ritorna a valori iniziali più velocemente).
Questa differenza tra i due fluoruri è apparsa significativa dal punto di vista statistico (p<.05).
Prelievi del biofilm che riveste la lingua e il palato hanno mostrato che in questi due comparti la concentrazione di fluoro rimane elevata oltre 120 minuti dopo le manovre d’igiene orale domiciliare e che tali aree anatomiche potrebbero rappresentare una riserva intraorale di fluoro.
Il fluoruro amminico ha dimostrato una peculiare abilità nel legarsi alle proteine e al biofilm orale e questa caratteristica potrebbe essere una spiegazione all’osservazione sopra descritta. Gli autori concludono che la distribuzione e la biodisponibilità dei diversi fluoruri nelle aree anatomiche dell’ambiente orale sono differenti.
L’affinità delle diverse componenti che costituiscono il cavo orale (saliva, tessuti dentali, mucose) verso il fluoruro amminico e il fluoruro di sodio è differente e in grado di influenzare la concentrazione e la permanenza del fluoro nel cavo orale stesso.

Monofluorofosfato di sodio (Na-MFP)

Il monofluorofosfato di sodio è in grado di liberare fluoro attivo in seguito a un processo di idrolisi salivare. Difatti nel monofluorofosfato di sodio il fluoro è legato al gruppo fosfato mediante un legame covalente e non ionico come nel fluoruro di sodio. L’idrolisi salivare avviene ad opera di un enzima salivare chiamato fosfatasi alcalina.

Fluoruro stannoso (SnF)

Il fluoruro stannoso differisce dagli altri fluoruri contenuti nelle paste dentifricie per le sue proprietà antibatteriche.

Particelle di biovetro attivo

Le particelle di biovetro sono aggiunte ad alcune paste dentifricie; le caratteristiche di questi prodotti sono state prima descritte. Riguardo alla biodisponibilità dei dentifrici addizionati con particelle di biovetro, uno studio in vivo ha paragonato la biodisponibilità di questi prodotti rispetto alle paste dentifricie a base di fluoruro di sodio e di fluoruro amminico (36).
Lo studio ha evidenziato che, nonostante la minor presenza di fluoruri aggiunti alla pasta dentifricia (530 ppm), la biodisponibilità dei dentifrici arricchiti con particelle di biovetro è simile a quella mostrata dalle paste dentifricie a base di fluoruro di sodio e di fluoruro amminico con concentrazione pari a 1450 ppm.
La concentrazione di fluoro nella saliva e nei sedimenti salivari nei singoli intervalli di tempo di misurazione appare omogenea, indipendentemente dalla pasta dentifricia impiegata e diversamente addizionata.
Con le limitazioni dello studio, le conclusioni potrebbero essere ricondotte al fatto che le particelle di biovetro si legano ai tessuti duri del dente e lentamente tendono a dissolversi liberando ioni nell’ambiente orale, tra cui il fluoro.
I dentifrici addizionati con particelle di biovetro attivo si possono definire dei prodotti bioattivi in quanto la liberazione di ioni calcio, fosfato e fluoro, in seguito alla dissoluzione della particella di biovetro, permette un’interazione attiva nei processi fisiologici di demineralizzazione/remineralizzazione dei tessuti duri del dente.

L’influenza del flusso salivare sulla biodisponibilità dei fluoruri presenti nella pasta dentifricia

Tra i diversi fattori in grado d’influenzare la biodisponibilità intraorale del fluoro, il flusso salivare ha un’importanza rilevante. Come noto, il flusso salivare è influenzato dai ritmi circadiani, dalle patologie che colpiscono le ghiandole salivari, dall’assunzione di farmaci e da interventi di radioterapia della testa e del collo. Queste condizioni sono in grado di ridurre il flusso salivare e, di conseguenza, l’idratazione dei tessuti orali (37, 38).
Il flusso salivare è in grado d’influenzare la liberazione del fluoro dai rispettivi fluoruri presenti nella pasta dentifricia e anche la clearance del fluoro dall’ambiente orale.
Il tempo di contatto del fluoro con tessuti dentali/biofilm orale si è visto essere un parametro da considerare nella dinamica dei processi fisiologici di demineralizzazione/remineralizzazione dello smalto dentale e nel trattamento riparativo delle lesioni cariose iniziali (white spot) (39).
In condizioni fisiologiche è possibile ritrovare soggetti con un flusso salivare non stimolato normale (0.3-0.6 g/min) oppure soggetti con un flusso salivare non stimolato veloce (< 0.6 g/min).
Naumova e il suo gruppo di ricerca (40) hanno dimostrato che la concentrazione intraorale di fluoro, dopo l’impiego di un dentifricio fluorato, è maggiore nei soggetti con flusso salivare normale rispetto a quelli con flusso salivare veloce che, al contrario, tendono ad avere una rapida clearance orale del fluoro liberato dai rispettivi fluoruri.
Gli autori in questa pubblicazione enfatizzano nuovamente che la biodisponibilità immediata, dopo le manovre d’igiene orale, delle paste dentifricie a base di fluoruro di sodio NaF è maggiore rispetto a quella delle paste che contengono fluoruro amminico AmF.

Il risciacquo finale dopo le manovre di igiene orale domiciliare

Una pratica considerata di routine è eseguire il risciacquo della cavità orale dopo avere eseguito le manovre d’igiene orale domiciliare impiegando un dentifricio al fluoro.
Come citato in precedenza, un tempo di contatto prolungato tra il fluoro e la superficie dentale è un fattore importante per favorire una fisiologica dinamica nei processi di demineralizzazione remineralizzazione dello smalto dentale e la formazione del deposito minerale di calcio fluorite CaF2 sulla superficie dentale (26).
L’Australian Dental Association raccomanda di eseguire le manovre d’igiene orale domiciliare due volte al giorno senza effettuare il risciacquo finale della schiuma prodotta dalla pasta dentifricia fluorata, limitandosi a sputarne l’eccesso.
Questa pratica permette una prolungata presenza di fluoro all’interno del cavo orale dopo le manovre d’igiene orale domiciliare (41).
Il Public Health England, the Department of Health and Social Care, NHS England, and NHS raccomanda, al termine delle manovre d’igiene orale domiciliare, di sputare l’eccesso di schiuma prodotta dal dentifricio fluorato e di non eseguire il risciacquo finale al fine di promuovere la salute dentale (42).
Uno studio sperimentale in vivo ha messo in luce che i soggetti che non eseguono il risciacquo finale della pasta dentifricia a base di fluoro presentano una più alta e prolungata concentrazione salivare di fluoro e una minore incidenza di comparsa di lesioni cariose rispetto ai soggetti che terminano le operazioni d’igiene orale con il risciacquo (43).
Chestnutt IG e il suo gruppo di ricerca hanno condotto uno studio osservazionale in doppio cieco su un campione di 2.621 adolescenti (età media 12,5 anni) per valutare come la frequenza delle manovre d’igiene orale domiciliare e la modalità di conduzione delle stesse influiscono sull'esperienza di carie, valutata attraverso il DMFS come outcome.
I risultati dello studio, al follow-up di tre anni, hanno mostrato che il valore di DMFS (Decayed, Missing, Filled, Surfaces) è correlato in maniera inversamente proporzionale e statisticamente significativa (p<.05) alla frequenza di spazzolamento delle superfici dentali, considerando come valore minimo meno di una manovra al giorno e come valore massimo più di una volta al giorno.
Gli autori concludono che anche la modalità d’esecuzione delle manovre d’igiene orale domiciliare influenza il DMFS della grossa corte presa in considerazione.
L’outcome considerato (DMFS) è più basso nei soggetti che non eseguono il risciacquo finale della schiuma prodotta dal dentifricio fluorato (44).
Altri studi sottolineano che eseguire il risciacquo finale dopo l’impiego di un dentifricio addizionato con fluoruri diminuisce di 2,5 volte la loro biodisponibilità orale e che, per contro, non eseguire il risciacquo finale incrementa la concentrazione salivare di fluoro per un periodo di tempo superiore ai 15 minuti (45, 46).
Un recente studio in vivo riporta che non eseguire il risciacquo finale dopo le manovre d’igiene orale, impiegando un dentifricio fluorato, aumenta la permanenza del fluoro nella cavità orale per oltre 30 minuti dal termine di queste ultime.
La diluizione del fluoro intraorale verso il comparto sistematico (ematico e filtrato urinario) è trascurabile e non significativa dal punto di vista statistico (p<.05) tra il gruppo risciacquo e il gruppo non risciacquo (47).
La breve disamina della letteratura scientifica riportata sopra porta a conclusioni, in assenza di evidenze, consistenti nel fatto che non eseguire il risciacquo finale della schiuma prodotta dalla pasta dentifricia addizionata con fluoruri tende a massimizzare l’effetto cario protettivo del fluoro.
Questa procedura ha effetti favorevoli intraorali e non produce effetti collaterali come un’eccessiva concentrazione sistemica di fluoro responsabile, ad esempio, di un aumentato rischio di sviluppare fenomeni di fluorosi dentale nei bambini di età compresa tra 0-6 anni.

Dentifrici al fluoro: biodisponibilità dei fluoruri

Discussione

Il fluoro è considerato un agente in grado di ridurre l’incidenza di comparsa della lesione cariosa. Questa azione cario protettiva è la diretta conseguenza del fatto che il fluoro promuove la fisiologica dinamica nei processi di demineralizzazione/remineralizzazione dei tessuti duri del dente, incorporando, all’interno di questi ultimi, una forma minerale chiamata fluoroapatite F-Ap. La fluoroapatite F-Ap è dotata di una spiccata resistenza verso i processi demineralizzativi indotti dagli acidi della placca batterica cariogena (48).
L’efficacia protettiva del fluoro nel prevenire lo sviluppo della lesione cariosa si manifesta, in maniera praticamente esclusiva, attraverso un contatto topico tra lo ione e i tessuti duri del dente.
La principale, più impiegata ed economica modalità per sfruttare il contatto topico tra il fluoro e i tessuti duri del dente è rappresentata dall’impiego di dentifrici addizionati con fluoruri, alla quale seguono le applicazioni professionali di gel ad alta concentrazione di fluoro.
La letteratura internazionale non è unanime, nelle singole conclusioni, su quale sia la concentrazione ideale di fluoro al fine di massimizzarne l’effetto cario protettivo.
Appare probabile che il meccanismo protettivo del fluoro topico a bassa concentrazione sia diverso da quello che si ottiene impiegando un agente topico ad alta concentrazione di fluoro (49, 50).
Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata dalla Cochrane Collaboration evidenzia che i dentifrici fluorati riducono l’incidenza di comparsa della lesione cariosa, rispetto ai dentifrici non fluorati, e la massima azione protettiva si osserva per una concentrazione di fluoruri aggiunti compresa tra i 1000 ppm e 1500 ppm (51).
Una precisazione da fare riguarda il fatto che mentre in vitro è possibile valutare i processi remineralizzativi dei tessuti duri del dente indotti dal fluoro, intesi come formazione del cristallo di fluoroapatite F-Ap, in vivo questa osservazione è molto difficile da ottenere se non con procedure particolari e non praticabili all’interno dell’Unione Europea.
In vivo appare difficile stabilire se l’interazione tra il fluoro e le superfici dentali porta alla formazione del cristallo di fluoroapatite F-Ap o ad agglomerati minerali come la calcio fluorite CaF2.
In ogni modo, anche gli agglomerati minerali fluorati svolgono un’azione cario protettiva e possono comunque rappresentare una riserva di fluoro da mettere a disposizione per favorire gli eventuali processi di remineralizzazione per formare il cristallo di fluoroapatite F-Ap.

Un aspetto importante da considerare riguarda l’interazione tra il fluoro e le superfici dentali.

Difficilmente questo processo avviene attraverso un contatto topico con i tessuti duri del dente perfettamente detersi, tranne immediatamente dopo le manovre d’igiene orale domiciliare.
Più di frequente l’interazione chimica del fluoro avviene con le superfici dentali rivestite dalla pellicola acquisita oppure il biofilm non maturo della placca dentale.
Questo aspetto diventa ancora più rilevante considerando eventuali superfici dentali che possono rimanere rivestite dalla placca dentale in seguito a manovre d’igiene orale condotte in maniera non attenta e completa.
Introdurre il concetto di biodisponibilità orale dei fluoruri aggiunti ai dentifrici appare utile da conoscere in quanto i diversi fluoruri tendono a comportarsi in maniera differente quando introdotti all’interno del cavo orale.
La liberazione di fluoro dai diversi fluoruri presenti nella pasta dentifricia (biodisponibilità) è generalmente elevata nei momenti successivi al contatto tra il fluoruro e la saliva, ma dopo un certo periodo di tempo, in media 30 minuti dopo le manovre d’igiene orale, la concentrazione salivare del fluoro tende a precipitare.
I fattori che portano a una riduzione della concentrazione salivare di fluoro attivo dopo i 30 minuti sono diversi e tra questi occorre citare la clearance dello ione messa in opera dalla saliva.
Alcuni fluoruri hanno un'abilità maggiore di legarsi alle mucose orali e ai tessuti dentali e potrebbero rappresentare una riserva di fluoro anche trascorsi i 30 minuti.
Questo aspetto è rilevante da considerare in quanto l’azione del fluoro nel promuovere i fisiologici processi di demineralizzazione/remineralizzazione dello smalto dentale è influenzata dal tempo di contatto tra lo ione e i tessuti dentali.
Oggetto di sperimentazioni in vivo e in vitro sono il fluoruro amminico AmF e le particelle di biovetro attivo, rispettivamente in grado di legarsi alle mucose orali e ai tessuti dentali e, dunque, di rappresentare una riserva di fluoro intraorale.
Nel caso del fluoruro amminico AmF legato alle mucose orali, la liberazione di fluoro attivo dipende dal pH intraorale.
Sempre a proposito del tempo di contatto tra il fluoro e le superfici dentali, diverse pubblicazioni scientifiche pongono enfasi sul fatto che non eseguire il risciacquo finale della schiuma prodotta dal dentifricio fluorato, ma limitarsi a sputarne l’eccesso, aumenta il tempo di permanenza del fluoro all’interno del cavo orale a favore dei processi remineralizzativi dei tessuti dentali (52).
Il flusso salivare individuale e non stimolato ha un ruolo importante nella permanenza del fluoro attivo nella saliva; soggetti con un flusso salivare aumentato presentano una veloce clearance del fluoro dall’ambiente orale dopo le manovre d’igiene orale domiciliari.
Tutte le condizioni patologiche che tendono a ridurre il flusso salivare appaiono, da una parte, antagoniste alla liberazione del fluoro dai fluoruri contenuti nel dentifricio; per contro, la porzione di fluoro attivo liberato tende a rimanere più a lungo nel cavo orale in quanto si riduce la clearance salivare di quest’ultimo.
Occorre tuttavia precisare che, indipendentemente da una prolungata e più concentrata permanenza di fluoro nella saliva, ogni condizione responsabile di un quadro di xerostomia è un fattore aggravante per lo sviluppo della lesione cariosa (minor diluizione degli acidi organici prodotti dai batteri cariogeni e minor presenza di ioni che intervengono nei fisiologici processi di demineralizzazione/remineralizzazione dei tessuti duri del dente).

Conclusioni

L’efficacia del fluoro nella sua azione cario protettiva è correlata a una serie di fattori importanti da conoscere. L’impiego di una pasta dentifricia addizionata con fluoruri è il mezzo più semplice e meno costoso per generare fluoro libero e attivo nella saliva.
Il fluoro libero nella saliva può interagire, attraverso contatto topico, con le superfici dentali deterse o rivestite dalla pellicola acquisita o con il biofilm non maturo della placca dentale.
Con il termine di biodisponibilità orale dei diversi fluoruri s’intende la capacità di questi ultimi di liberarsi dalla pasta dentifricia e mettere a disposizione fluoro in forma libera in grado di interagire con le superfici dentali.
I fluoruri aggiunti alle paste dentifricie non sono tutti uguali tra loro per composizione chimica, abilità nel liberare il fluoro attivo quando introdotti nel cavo orale e per la diversa attitudine a legarsi alle componenti orali e, dunque, permanere nell’ambiente orale il maggior tempo possibile.
Non eseguire il risciacquo finale del dentifricio fluorato, ma limitarsi a sputare l’eccesso di schiuma permette una più lunga permanenza del fluoro attivo nella saliva, la cui concentrazione ritorna ai valori iniziali pre-spazzolamento in seguito all’azione di diluizione operata dal flusso salivare.

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Rimozione di esteso torus mandibolare con tecnica piezoelettrica Premium

Autori

Andrea Enrico Borgonovo
Specialista in Chirurgia Maxillo Facciale, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Loris Erlicher
Medico frequentatore, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Davide Galluzzo
Specializzando in Chirurgia Orale, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Edoardo Pavan
Studente CLOPD, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Simone Galbiati
Specialista in Chirurgia Orale, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Un esteso torus mandibolare è …

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Una nuova campagna contro il papilloma virus

prevenzione papilloma virus

C’è un modo nuovo – e necessario – di raccontare la prevenzione. È quello scelto dal Rotary Club Milano Linate, che sotto l’egida del Distretto 2041 della Città Metropolitana di Milano si è fatto capofila di un’ampia alleanza di club Rotary, insieme alle energie più giovani di Rotaract e Interact, per accendere i riflettori su un tema di grande attualità: la prevenzione oncologica correlata al virus del Papilloma umano (HPV).

Sabina Mantovani

È un progetto che nasce dalla consapevolezza, ancora troppo poco diffusa, che l’infezione da HPV è strettamente legata, per alcuni sottotipi, allo sviluppo di tumori delle mucose orali e genitali, sia maschili che femminili. I numeri parlano chiaro: ogni anno in Italia si stimano circa 3.000 decessi di donne giovani per tumore della cervice uterina, mentre il cancro orale correlato all’HPV, che colpisce in prevalenza la popolazione maschile adulta, è in costante aumento. «Nella mia pratica clinica mi è purtroppo capitato di diagnosticare lesioni cancerose del cavo orale, in pazienti adulti, che si sono poi rivelate correlate a infezione da HPV», conferma Sabina Mantovani, specialista in ortodonzia e chirurgia orale e presidente eletto del RC Milano Linate nell’anno 26/27. «Ho periodicamente riscontrato quanto questa correlazione non sia capillarmente nota alla popolazione, così come l’opportunità della vaccinazione, estesa da qualche anno anche ai soggetti di sesso maschile. Da qui ho maturato la proposta di creare un “service rotariano d’opinione”, coinvolgendo direttamente la comunità, a partire da quella giovanile».

Contro il papilloma virus vincono informazione, screening e vaccinazione

Come ribadito anche dall’Istituto Superiore di Sanità, la prevenzione passa attraverso screening regolari, ma soprattutto dalla vaccinazione contro l’HPV, oggi gratuita in Italia per ragazzi e ragazze a partire dagli 11-12 anni fino ai 26, con modalità che variano da regione a regione. Eppure, nonostante l’accesso facilitato, gli obiettivi di copertura vaccinale fissati dai piani sanitari nazionali non sono ancora stati raggiunti.
È qui che entra in gioco la responsabilità collettiva di informare, coinvolgere, sensibilizzare. La campagna rotariana sceglie di farlo parlando il linguaggio delle nuove generazioni. Protagonisti sono una serie di manifesti ideati con il contributo creativo degli studenti dell’Accademia di Comunicazione di Milano, che dal 4 marzo – Giornata Mondiale della Lotta all’HPV –circolano sui principali canali social. Ogni manifesto è dotato di un QR code che consente di scaricare un testo informativo chiaro e accessibile, validato da un comitato scientifico.

 

«Quando il progetto ha iniziato a prendere forma, è risultato cruciale imbastire una sorta di comitato scientifico, per validare sia il messaggio espresso dalle immagini, che il testo esplicativo contenuto nel QR code», spiega Mantovani. «La bellezza delle connessioni, che coniugano trasversalmente amicizia e professionalità, ha reso possibile costituire in tempo reale un primo gruppo di lavoro di colleghi (anche non rotariani, ma con specialità inerenti al tema), che ringrazio ancora per la disponibilità e l’entusiasmo: Tommaso Camerota, Danilo Cereda, Mago Clerici, Edoardo Occa, Bruno Oliva e Marina Picca. Hanno completato questo iniziale team “giudicante” la rappresentanza della componente rotariana giovanile, con Allegra Sinatra e Edoardo Berti, e l’attuale Governatore del Distretto RI 2041 della Città Metropolitana di Milano, Riccardo di Bari, che ha presieduto il gruppo. Poi un nutrito insieme di soci rotariani, ciascuno con la propria professionalità, ha profuso molto impegno per finalizzare la campagna, iniziata il 4 marzo».

prevenzione papilloma virus
Riccardo Di Bari

«Il Distretto Rotary di Milano Metropolitana», dichiara il Governatore Riccardo Di Bari «ha accettato con entusiasmo e impegno di coinvolgersi in un progetto come questo, per il suo alto valore in termini di supporto al tema della prevenzione, tanto più importante se rivolta al mondo giovanile. Il Rotary è sempre in prima linea quando si tratta di cambiare - in meglio - la vita delle persone; nel proprio territorio o dall’altra parte del mondo, il Rotary c’è».

 

Il progetto di prevenzione non si ferma al digitale

Nel mese di aprile è previsto un secondo step esperienziale: un’installazione fisica, un box che ospiterà i manifesti e inviterà soprattutto i più giovani a fermarsi, scattare una foto, un selfie, e diventare testimonial spontanei di un messaggio che punta a diffondersi in modo virale, naturale, autentico. Grazie alla collaborazione con il Conservatorio G. Verdi di Milano, da sempre sensibile ai temi dell’impegno civile e della partecipazione culturale, una delle installazioni troverà spazio nel suggestivo Chiostro del Conservatorio. Qui, un gruppo di rotariani sarà a disposizione del pubblico per offrire informazioni e approfondimenti, trasformando un luogo simbolo della cultura in un presidio temporaneo di consapevolezza. Perché la prevenzione, quando è raccontata nel modo giusto, può diventare un gesto condiviso. E parlare di salute, oggi, significa anche saperlo fare con intelligenza, empatia e visione. «

Per questo l’invito a diffondere questi contenuti di prevenzione è esteso a tutti i colleghi, individualmente o come rappresentanti di società scientifiche, di associazioni, di strutture sanitarie, come genitori o familiari, facendo rimbalzare il messaggio sui propri canali social, il mezzo di comunicazione preferito dai giovani, o trovando occasioni non virtuali di discussione, perché ognuno possa e voglia fare “la propria parte” per la comunità. Quella contro  l’HPV è ad oggi forse l’unica vaccinazione disponibile contro il cancro, e, in Italia, è offerta gratuitamente. Un’occasione da non sprecare, nell’ambito più ampio di una sensibilità al tema della prevenzione della salute e all’importanza di adottare corretti stili di vita».

Giovanni Evangelista Mancini

«Fondazione ANDI è fermamente schierata a supporto della vaccinazione contro il Papilloma Virus (HPV) quale strumento cruciale di prevenzione primaria contro i tumori», sottolinea il Presidente, Giovanni Evangelista Mancini. «In occasione del 64° Congresso Scientifico ANDI (Roma, 22-23 maggio, Auditorium Parco della Musica), metterà a disposizione la propria Unità Mobile Odontoiatrica. In collaborazione con Croce Rossa Italiana, COI ETS e Rotary, l'Unità sarà il centro di attività di screening e di promozione della cultura vaccinale contro l'HPV». L’Oral Cancer Day 2026 è focalizzato sulle conseguenze del HPV e la prevenzione delle lesioni cancerose correlate.
L’iniziativa ha  il patrocinio dell’Ordine dei Medici di Milano e della Fondazione ANDI nell’Oral Cancer Day.

https://rotarymilanolinate.org/rotary-for-hpv

Fotopolimerizzazione e microleakage: cosa c’è di nuovo da sapere

Fotopolimerizzazione
Dentist light-curing an upper canine restoration with an ultraviolet light lamp. Dentist performing dental procedure

La qualità della fotopolimerizzazione incide direttamente sulla longevità dei restauri in composito. Un recente studio in vitro, condotto presso l’Università di Adıyaman, Turchia, ha analizzato come intensità e direzione della luce di fotopolimerizzazione influenzino la microleakage nelle cavità di classe V. Gli autori hanno voluto chiarire se l’impiego di lampade LED ad alta potenza e diverse angolazioni di irradiazione possa modificare l’adattamento marginale del restauro, con possibili ripercussioni cliniche sulla stabilità nel tempo. La contrazione da polimerizzazione resta infatti uno dei principali fattori di rischio per infiltrazione marginale, discromie secondarie, sensibilità post-operatoria e insuccesso restaurativo.

Disegno dello studio e metodologia

I ricercatori hanno selezionato 48 incisivi umani sani e hanno preparato cavità di classe V secondo la classificazione di Black. Dopo l’applicazione del sistema adesivo e della resina composita, i campioni sono stati suddivisi in gruppi in base al tipo di lampada LED utilizzata e alla direzione di applicazione della luce, orientata dal versante incisale, labiale o linguale. Successivamente, i denti sono stati sottoposti a termociclaggio per simulare le condizioni del cavo orale. Gli autori hanno poi valutato la microleakage mediante test di infiltrazione con colorante e analisi microscopica dei margini incisali e gengivali.

Un fenomeno multifattoriale

I dati non hanno evidenziato differenze statisticamente significative tra i diversi dispositivi LED in termini di microinfiltrazione complessiva. L’intensità luminosa, quindi, non rappresenta da sola il parametro decisivo per il successo marginale. È emerso invece un risultato clinicamente rilevante: la microleakage al margine gengivale è risultata significativamente maggiore rispetto al margine incisale. Questo dato conferma la maggiore criticità dell’interfaccia cervicale, spesso caratterizzata da dentina o cemento radicolare e da un minor contributo dello smalto all’adesione. Anche la direzione dell’irradiazione ha influenzato i livelli di microinfiltrazione. Alcune angolazioni meno favorevoli rispetto alla parete cervicale hanno determinato valori più elevati, suggerendo che l’orientamento della lampada durante la polimerizzazione può incidere sullo stress da contrazione e sull’adattamento del materiale.

Implicazioni cliniche per l’odontoiatra

Lo studio ribadisce che la gestione della contrazione da polimerizzazione è un processo complesso. L’impiego di lampade ad alta intensità può ridurre i tempi operativi, ma può anche aumentare lo stress interno del composito se non associato a una tecnica corretta. L’odontoiatra deve considerare potenza del dispositivo, distanza dal restauro, stabilità del puntale e angolazione della luce. Una gestione consapevole della fotopolimerizzazione può contribuire a ridurre la microleakage e a migliorare la predicibilità clinica dei restauri. Questo lavoro, pubblicato su BMC Oral Health, offre indicazioni operative concrete e invita il clinico a valorizzare la tecnica oltre alla tecnologia nella pratica restaurativa quotidiana.

La fotografia clinica in odontoiatria pediatrica è ancora poco utilizzata

Fotografia clinica

La fotografia clinica in odontoiatria supporta la diagnosi, migliora la documentazione e facilita il follow-up nel tempo. In ambito pediatrico aiuta anche la comunicazione con i genitori. Le immagini rendono più chiari i problemi e rafforzano la comprensione del piano di trattamento. Un recente studio condotto presso l'Università di Mersin, Turchia, ha analizzato l'utilizzo della fotografia clinica nella pratica quotidiana con i pazienti in età evolutiva e gli ostacoli che ne limitano la diffusione. Per farlo, i ricercatori hanno svolto un’indagine internazionale basata su questionari rivolti a odontoiatri pediatrici, accademici e clinici, al fine di scattare un'istantanea del settore.

Come viene usata la fotografia clinica

Lo studio mostra un dato chiaro. La fotografia clinica viene usata in modo selettivo. I professionisti la impiegano soprattutto nei traumi dentali, nelle anomalie di sviluppo e nei casi complessi. L’uso routinario rimane limitato. Molti clinici preferiscono ricorrere alle immagini solo quando la situazione lo richiede in modo evidente. La maggior parte utilizza smartphone o fotocamere digitali standard. Pochi adottano sistemi fotografici dedicati. L’illuminazione specifica e gli obiettivi macro risultano poco diffusi. Questo approccio rende la fotografia accessibile; allo stesso tempo, però, riduce la standardizzazione e la qualità delle immagini.

Le difficoltà in età pediatrica e il ruolo della formazione

Il paziente pediatrico presenta criticità specifiche: la collaborazione è variabile, i tempi clinici sono brevi e il movimento del paziente compromette la nitidezza. Anche la gestione del consenso e della privacy richiede attenzione. Questi fattori spiegano la cautela di molti operatori. Lo studio evidenzia un bisogno concreto: servono formazione mirata sulla fotografia clinica pediatrica e protocolli semplici basate su indicazioni pratiche. Un uso più consapevole della fotografia, infatti, migliorerebbe la qualità della documentazione, senza aumentare lo stress clinico e i tempi operativi.

Le implicazioni per la pratica quotidiana

La fotografia clinica non sostituisce l’esame obiettivo, semmai lo integra. Offre un supporto visivo utile. Rafforza la comunicazione con la famiglia. In prospettiva può diventare parte della routine, anche nei pazienti più piccoli, come mostra bene lo studio in questione, pubblicato su Scientific Reports, rivista scientifica del gruppo Nature.

Nutrizione e salute orale: un legame sempre più solido

Nutrizione salute orale
Healthy eating ingredients: fresh vegetables, fruits and superfood. Clean eating and detox. Nutrition, diet, vegan food concept.

La salute orale non dipende solo dall’igiene domiciliare e dai protocolli clinici. Una recente revisione, condotta presso l'Institute of Food Science and Functional Foods dell'Islamic Azad University di Tehran, Iran, ha analizzato in modo sistematico il ruolo degli alimenti funzionali e degli alimenti biologici nel miglioramento della salute dentale e gengivale. Gli autori evidenziano come la nutrizione influenzi direttamente il microbiota orale, la risposta immunitaria locale e i processi infiammatori che coinvolgono gengive e tessuti di supporto. Questo approccio amplia il concetto tradizionale di prevenzione odontoiatrica e integra la dimensione nutrizionale nella gestione del paziente.

Alimenti funzionali e meccanismi biologici

Gli alimenti funzionali apportano benefici fisiologici aggiuntivi oltre al valore nutrizionale di base. Possono contenere probiotici, polifenoli, flavonoidi, vitamine antiossidanti e composti fitochimici bioattivi. Nel contesto della salute orale, questi componenti modulano la composizione del biofilm batterico, inibiscono la crescita di microrganismi cariogeni e parodontopatogeni, riducono lo stress ossidativo, contribuendo al controllo dell’infiammazione gengivale. I probiotici, ad esempio, competono con specie come Streptococcus mutans e favoriscono un equilibrio microbico più stabile, con potenziali effetti preventivi sulla carie.

Impatto su carie e malattia parodontale

La revisione sottolinea che alimenti ricchi di polifenoli, come alcuni frutti, il tè verde e diversi estratti vegetali, mostrano proprietà antimicrobiche e antinfiammatorie. Questi effetti possono ridurre l’accumulo di placca, limitare l’acidogenicità del biofilm e rallentare la progressione della gengivite. Anche la parodontite può trarre beneficio da un’alimentazione ricca di antiossidanti, poiché tali composti modulano la risposta immunitaria dell’ospite e attenuano la distruzione tissutale mediata dall’infiammazione cronica. Gli autori evidenziano inoltre il ruolo negativo delle diete ricche di zuccheri raffinati, che favoriscono la disbiosi orale e aumentano il rischio di carie.

Alimenti biologici e prospettive cliniche

Un ulteriore aspetto analizzato riguarda gli alimenti biologici che presentano una minore esposizione a pesticidi e residui chimici. Sebbene le evidenze dirette sull’impatto orale siano ancora limitate, una dieta meno contaminata può sostenere la salute sistemica e contribuire indirettamente alla salute orale. Per il clinico, dunque, questi dati, pubblicati sulla rivista Food Science & Nutrition, suggeriscono l’opportunità di integrare l’anamnesi alimentare nella pratica quotidiana e di fornire consigli nutrizionali mirati come parte dei protocolli preventivi. L’integrazione tra odontoiatria e nutrizione rappresenta dunque una strategia promettente per migliorare l’igiene orale, prevenire le patologie del cavo orale e incrementare la qualità di vita del paziente.

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