L'osteoporosi è una patologia che nelle forme più severe può avere esiti importanti, anche molto invalidanti per il paziente. La patologia infatti causa una riduzione della densità minerale, nonché un deterioramento della micro-architettura del tessuto osseo, causando fragilità ossea. Per queste ragioni e altre facilmente intuibili è una patologia che preoccupa anche l'odontoiatra che pratica l'implantologia. Ma l'osteoporosi è davvero un ostacolo al successo degli impianti? Determina più facilmente una perdita ossea marginale nei paziente che ne sono affetti rispetto a quelli sani? Uno studio condotto da diverse università brasiliane, pubblicato su Clinical Oral Investigations, ha cercato di dare una risposta a questi dubbi.
Gli studi su osteoporosi e impianti presi in esame
I ricercatori hanno condotto una ricerca attraverso cinque database: MEDLINE/PubMed, Web of Science, Scopus, Embase e ProQuest, selezionando gli articoli di interesse pubblicati fino a luglio 2022. Inoltre, hanno svolto anche ricerche su ClinicalTrials.gov, esaminanado le liste di riferimento degli studi inclusi. Gli studiosi si sono concentrati sugli studi osservazionali che confrontassero direttamente pazienti con e senza osteoporosi, con almeno 1 anno di follow-up e almeno 10 impianti posizionati in ciascun gruppo. Per la meta-analisi, hanno impiegato il programma RevMan 5.4. Per l'analisi del rischio di distorsione degli studi inclusi, invece, la scala di valutazione di Newcastle–Ottawa (NOS).
I risultati emersi
Gli studi che soddisfacevano i criteri di inclusione, dodici, coinvolgevano 1.132 pazienti con età media compresa tra 54 e 76,6 anni. La maggior parte dei partecipanti era di sesso femminile (73,6%). I ricercatori, complessivamente, hanno valutato 3.505 impianti, di cui 983 posizionati in pazienti con osteoporosi e 2.522 in pazienti senza questa condizione. Rilevando, dalla meta-analisi, che non c'era una differenza significativa nei tassi di sopravvivenza degli impianti tra i due gruppi di pazienti. Osservando però una notevole diminuzione di osso intorno agli impianti posizionati in pazienti affetti da osteoporosi. La valutazione NOS ha indicato un basso rischio di distorsione negli studi inclusi. Tuttavia, la sicurezza delle evidenze è stata classificata come molto bassa per i tassi di sopravvivenza degli impianti e bassa per la diminuzione di osso.
Le conclusioni, parziali ma incoraggianti
Secondo gli autori della revisione sistematica, al netto dei limiti che lo studio comporta, gli impianti dentali rappresentano una valida opzione terapeutica anche per la riabilitazione dei pazienti affetti da osteoporosi. Tuttavia, è fondamentale un'adeguata gestione clinica da parte dei professionisti per garantire il mantenimento della stabilità dell'osso intorno agli impianti, poiché questi pazienti potrebbero essere più esposti alla perdita di osso.
La zirconia è un materiale sempre più diffuso in odontoiatria, sebbene la sua introduzione nel comparto dentale sia relativamente recente. Non per niente sono ancora pochi gli studi scientifici sull'impiego della zirconia in ambito implanto-protesico. Un gruppo di ricercatori della Complutense University di Madrid, coadiuvati dai colleghi spagnoli della Rey Juan Carlos University e da quelli statunitensi della Harvard School of Dental Medicine di Boiston, ha condotto un'interessante ricerca proprio su questo argomento. Pubblicando i risultati dello studio, una comparazione tra le protesi complete supportate da impianti in zirconia con quelle in zirconia monolitica, sulla rivista JPD.
La zirconia messa sotto esame
I ricercatori hanno esaminato i tassi di sopravvivenza e di successo delle protesi complete in zirconia rivestite in porcellana feldspatica (VZir), supportate da impianti per archi completi (CAISPs), mettendole a confronto con quelle in zirconia monolitica (MZir). Prendendo anche in esame vari fattori. Come il tipo di carico applicato, per esempio, la presenza o assenza di una sbalzo, il tipo di zirconia utilizzato, la posizione dell'arcata dentale e il tipo di arcata antagonista. Per farlo, hanno condotto una ricerca su MEDLINE (tramite PubMed), Scopus, Science Direct, Cochrane Library, e OpenGrey. Selezionando gli studi pertinenti, pubblicati tra gennaio 2000 e gennaio 2022.
I risultati della revisione sistemnatica
Complessivamente, i ricercatori hanno considerato 20 articoli. Hanno quindi analizzato un gruppo di 751 pazienti (302 con VZir e 449 con MZir), per un totale di 3.038 CAISPs (368 con VZir e 2670 con MZir). Nel corso dello studio, hanno osservato che le CAISPs in MZir ottenevano tassi di sopravvivenza e di successo protesico superiori rispetto a quelle in VZir (rispettivamente, 100% e 95,45%). La meta-analisi ha evidenziato una significativa riduzione delle complicazioni legate alle CAISPs in MZir (9,4% [4,8%-14,1%]) rispetto a quelle in VZir (33,7% [17,5%-49,9%]).
Le conclusioni dello studio
Le CAISPs in zirconia monolitica hanno ottenuto tassi di sopravvivenza e di successo superiori rispetto a quelle in zirconia rivestita in porcellana feldspatica. Registrando, significativamente, meno complicazioni protesiche. Rimangono ancora incerte, invece, le influenze di fattori come il tipo di carico funzionale, la presenza di uno sbalzo e il materiale utilizzato nel flusso di lavoro protesico. Come influiscano anche la posizione dell'arcata dentale e il tipo di arcata antagonista sulle prestazioni delle CAISPs in zirconia, lo studio non lo ha chiarito.
I disturbi dell'ATM (articolazione temporo-mandibolare) sono spesso difficili da trattare a causa della loro eziologia, a volte molto complessa. Non per niente il trattamento di questa malattia richiede l'intervento di diversi specialisti e dunque un approccio multidisciplinare. Anche la sfera psicologica e lo stile di vita del paziente possono giocare un ruolo importante nell'esordio dei disturbi, ma anche nel successo della cura. Un gruppo di ricercatori dell'Università Nazionale di Seul, Corea, ha condotto uno studio per indagare il ruolo del sonno in questa malattia. Journal of Oral Rehabilitation ne ha pubblicato i risultati.
Disturbi dell'ATM e sonno messi al vaglio
Nel corso dello studio, i ricercatori hanno valutato 63 pazienti di genere femminile con disturbi dell'ATM. Hanno raccolto campioni di sangue e somministrato ai pazienti dei questionari strutturati per valutare il sonno, lo stress, la somatizzazione e i sintomi autonomi. Infine, hanno suddiviso i pazienti in 3 gruppi, in base alla durata del sonno: normale, breve e lunga. Questo approccio ha permesso di esaminare come il sonno influenzi la sintomatologia dei disturbi dell'ATM.
I principali risultati emersi
I risultati hanno rivelato che i pazienti con una durata del sonno più breve riportavano livelli significativamente più alti di depressione e somatizzazione. Al contrario, il gruppo con sonno lungo sperimentava meno dolore durante i movimenti mandibolari volontari. I livelli di noradrenalina erano più bassi nel gruppo con sonno lungo, suggerendo un possibile legame tra sonno prolungato e ridotta attività del sistema nervoso simpatico. Inoltre, è emerso che anche la risposta al trattamento differiva in base alla durata del sonno. I pazienti con sonno breve sperimentavano una riduzione minore dell'intensità del dolore dopo il trattamento. La velocità di eritrosedimentazione era collegata a un miglioramento significativo del dolore dopo 3 mesi di trattamento. Livelli più alti di interleuchina-1β, -4 e -8 si sono dimostrati promettenti nel prevedere una risposta positiva al trattamento.
Le conclusioni tratte dallo studio
Secondo gli autori, questa ricerca fornisce evidenze della stretta relazione tra la durata del sonno, i livelli di mediatori infiammatori e la sintomatologia clinica dei disordini dell'ATM. Il sonno breve sembra essere associato a una risposta sfavorevole al trattamento e a un aumento dei sintomi depressivi e somatici. La gestione efficace del sonno potrebbe quindi svolgere un ruolo cruciale nel trattamento ottimale dei pazienti affetti da disturbi dell'articolazione temporo-mandibolare. Un elemento da tener ben presente, soprattutto nei casi più complessi e difficili da risolvere.
Luigi Paglia, direttore scientifico de Il Dentista Moderno
Luigi Paglia, Direttore Scientifico de Il Dentista Moderno
Nell’era digitale, l’utilizzo dei media è diventato un elemento cruciale per far crescere la propria attività. In particolare, oggi i social media offrono infinite opportunità per raggiungere un ampio pubblico, permettendoci di interagire con i pazienti in modo più diretto ed efficace. Vediamo quindi cinque strategie chiave per il loro uso consapevole nel promuovere il nostro studio odontoiatrico.
1. Creazione di una forte presenza online ll sito web è fondamentale e deve essere ben progettato, facile da navigare e contenere le principali informazioni sui servizi offerti. La presenza su social media come Facebook e Instagram consente invece di interagire direttamente con il paziente, condividere contenuti informativi e creare una forte community online.
2. Contenuti informativi e coinvolgenti Creare contenuti di qualità è essenziale per catturare l’interesse dei potenziali pazienti. Offrire consigli utili, rispondere alle domande frequenti e condividere storie di successo dei pazienti aiuterà a costruire fiducia e credibilità.
3. Utilizzo di immagini e video I contenuti visivi rappresentano il modo migliore, diretto e comprensibile, per mostrare i potenziali nuovi pazienti i risultati dei nostri trattamenti odontoiatrici e il livello di cure professionali fornite.
4. Testimonianze dei pazienti I pazienti soddisfatti sono sicuramente un grande strumento di marketing.
Chiedere di condividere la loro esperienza positiva tramite recensioni online o testimonianze video può aiutare a creare fiducia e attrarre nuovi pazienti.
5. Collaborazioni con influencer Gli influencer hanno un forte impatto sui loro followers e possono generare sensibilità verso temi specifici e di grande importanza (prevenzione dei tumori orali, promozioni di sani principi alimentari e corretti stili di vita, odontoiatria materno-infantile).
Organizzare momenti informativi con figure di spicco della comunità può contribuire ad aumentare la visibilità e dare una grande mano nell’evoluzione e stabilizzazione dell’immagine dello studio.
Insomma, credo che anche il professionista debba promuovere e fare conoscere le proprie "capacità" e i servizi offerti. Lo stesso Ministero della Salute sottolinea l’importanza di una comunicazione corretta, etica e votata a sensibilizzare il pubblico sull’importanza delle cure.
Proprio l’informazione è una componente essenziale nell’alleanza terapeutica tra medico e paziente e solo questo contatto costante ci consente di generare una crescente sensibilità con lo scopo di avere persone sane che agiscono in un sistema orientato alla prevenzione. Sfruttare le opportunità offerte dai mezzi di comunicazione ci rende possibile interagire con i nostri pazienti in un modo nuovo e continuativo, creando fiducia e, perché no, permettendo di farci conoscere da un pubblico più ampio per far crescere la nostra attività. Tutto ciò detto dobbiamo fare in modo che l’uso dei social non diventi una gara tra professionisti su chi ha più follower, ma tra chi si distingue per il risultato, che è sempre lo stesso: il sorriso del nostro paziente!
La Curcuma xanthorrhiza è la sostanza presa in esame in una ricerca pubblicata sul Journal of Dentistry. Gli autori dello studio afferiscono allo Yonsei University College of Dentistry di Seul, Corea. Con questa ricerca hanno voluto verificare l'attività anti-biofilm di una nuova nanoemulsione contenente olio di Curcuma xanthorrhiza. Ottenendo risultati di grande rilevanza per il mondo odontoiatrico.
L'obiettivo dei ricercatori
Mediante nanoemulsificazione, i ricercatori hanno reso solubile l'olio di Curcuma xanthorrhiza (CXO). Poi, hanno usato dei dischi di idrossiapatite, sui quali hanno coltivato una microflora simile a quella presente nella placca dentale umana. Per poi trattare i biofilm così ottenuti con diversi agenti: acqua distillata (DW), emulsione di CXO (EM), nanoemulsione di CXO (NE), ma anche con Listerine e clorexidina. Per osservare i biofilm, i ricercatori si sono avvalsi della fluorescenza indotta dalla luce quantitativa. Un metodo che consente di ottenere informazioni dettagliate sulla struttura e sulla distribuzione dei biofilm stessi. Infine, hanno eseguito misurazioni di vitalità cellulare e di peso secco per valutare l'efficacia dei trattamenti.
L'effetto della curcuma xanthorrhiza
La nanoemulsione NE si è dimostrata estremamente efficace nell'inibire la formazione dei biofilm. Rispetto all'acqua distillata (DW), NE ha mostrato una riduzione significativa dell'intensità e dell'area di fluorescenza rossa (rispettivamente del 42% e del 37%). Inoltre, NE ha dimostrato di ridurre in modo significativo la vitalità delle cellule batteriche totali e aciduriche (rispettivamente del 7,3% e del 3,9%). In presenza di NE, il biovolume delle cellule batteriche ed EPS (polisaccaridi extracellulari) è diminuito notevolmente (del 40-80%). Confermando l'efficacia di questa nanoemulsione nell'attaccare e ridurre la massa batterica responsabile della formazione dei biofilm. L'emulsione di CXO (EM), invece, ha mostrato un impatto meno significativo sui biofilm, con una riduzione però della vitalità delle cellule batteriche totali rispetto all'acqua distillata.
Le conclusioni
La nanoemulsione di Curcuma xanthorrhiza rappresenta un passo avanti significativo nella lotta contro i biofilm dentali. I risultati ottenuti attraverso l'utilizzo di questa nanoemulsione sono promettenti e suggeriscono un potenziale impiego come agente antimicrobico nelle strategie di prevenzione delle malattie orali. Grazie alla sua efficacia superiore rispetto alle forme tradizionali, la nanoemulsione di Curcuma xanthorrhiza potrebbe rivoluzionare l'approccio alla salute orale, aprendo la strada a trattamenti più mirati ed efficaci.
L'anestesia è una fase molto delicata delle cure odontoiatriche che ne richiedono l'esecuzione. Dal controllo del dolore, infatti, dipende in larga misura il successo del trattamento. Se non altro per portarlo a termine senza interruzioni o altri imprevisti. Ma anche per garantire al paziente di vivere un'esperienza di cura atraumatica, esperienza da cui dipende tra l'altro la percezione della qualità delle cure ricevute. Una recente revisione sistematica ha messo a confronto l'efficacia dell'anestesia intraligamentosa con altre anestesie infiltrative. I ricercatori della Sichuan University di Chengdu, Cina, hanno condotto lo studio, integrato da una meta-analisi, poi pubblicato su PeerJ.
Come si sono mossi i ricercatori
Per individuare gli studi di interesse, gli autori della ricerca hanno interrogato importanti banche dati come PubMed Central, il Registro Centrale Cochrane dei Trial Controllati, MEDLINE tramite OVID, Embase tramite OVID e Scopus. Gli archivi sono stati consultati coprendo un arco temporale molto ampio, dall'inizio della loro costituzione, fino al 26 marzo 2023.
I risultati estrapolati dagli studi
I risultati dell'analisi, basati su sette studi controllati randomizzati, hanno rilevato che non esiste una significativa differenza nel tasso di successo tra l'anestesia intraligamentosa e le altre anestesie infiltrative. Anche i punteggi di dolore durante le procedure dentali, valutati tramite la scala analogica visiva (VAS), non hanno mostrato differenze significative. Tuttavia, è emerso che l'anestesia intraligamentosa provoca un punteggio VAS più elevato durante l'iniezione rispetto alle altre anestesie infiltrative. Un'analisi più dettagliata ha mostrato che l'anestesia infiltrativa sopraperiostale registra punteggi VAS inferiori durante le procedure dentali rispetto all'anestesia intraligamentosa.
L'anestesia è più efficace se non fa male
In conclusione, l'analisi ha dimostrato che le diverse tipologie di anestesia hanno un tasso di successo simile e non mostrano differenze significative nei punteggi di dolore durante le procedure dentali. Tuttavia, fanno notare i ricercatori, l'anestesia intraligamentosa può causare un maggiore dolore durante l'iniezione rispetto ad altre anestesie infiltrative. E questo è un aspetto che andrebbe considerato. Insieme agli altri elementi che possono fornire una panoramica utile per la pianificazione delle cure dentali, nonché influenzare la scelta dell'anestesia più appropriata per il paziente.
La giusta combinazione tra design, micro-rugosità della superficie e posizionamento dell’impianto favorisce la crescita del tessuto osseo sulla spalla della fixture, così come è stato dimostrato da ricerche scientifiche e nella prassi clinica quotidiana.
Il backtaper, l’evoluzione del platform switching
Il platform switching si è affermato nei moderni sistemi implantari. Con il backtaper si aggiunge un altro elemento, che offre ai tessuti duri e molli più spazio per la loro adesione rispetto alle tradizionali forme implantari cilindriche e coniche, come evidenziano in modo chiaro le seguenti immagini.
Posizionamento subcrestale
Se si confronta un impianto con forma conica, posizionato a livello del tessuto osseo, con un impianto copaSKY dello stesso diametro provvisto di backtaper, lo spazio richiesto viene notevolmente ridotto. Con il posizionamento subcrestale dell‘impianto copaSKY si crea ancora più spazio per la formazione di nuovo tessuto osseo e per l’adesione dei tessuti molli intorno all‘abutment. Questa crescita del tessuto osseo sul backtaper dell’impianto copaSKY è stata osservata in molti casi clinici e confermata in un recente studio clinico multicentrico.
La superficie microstrutturata favorisce l’adesione dei tessuti connettivi ma permette anche al tessuto osseo di ricoprire il backtaper. Se il bordo del backtaper è posizionato in modo subcrestale, vi è inoltre la possibilità di apportare su quest’ultimo sostanza ossea, prevenendo la crescita dei tessuti molli e favorendo l’osteointegrazione. Grazie a una vite tappo di dimensioni ridotte, in fase di riapertura il tessuto perimplantare sul backtaper non viene irritato. La sostanza ossea eventualmente presente sulla vite tappo anodizzata può essere facilmente rimossa con uno strumento affilato.
Risultati clinici convincenti
I risultati clinici osservati dagli utenti sono convincenti. Indipendentemente dal tipo di riabilitazione è possibile osservare la neoformazione di tessuto osseo sul backtaper, dal restauro di elementi singoli fino alla riabilitazione di arcate edentule in base al protocollo terapeutico SKY fast & fixed. La neoformazione di tessuto osseo sul backtaper consente tra l’altro, nel caso di cresta ossea irregolare, di non dover livellare l‘osso, e quindi di preservare l‘intera dimensione verticale della stessa. È esattamente questa l’evoluzione del platform switching: il design dell’impianto e dell‘abutment, il backtaper con superficie microstrutturata e il posizionamento subcrestale degli impianti copaSKY. Questi fattori, interagendo tra loro in modo sinergico, non solo prevengono il riassorbimento, ma permettono la neoformazione di tessuto osseo, che va a ricoprire completamente l‘impianto.
Bone Growth Concept
Backtaper, maggiore spazio per i tessuti duri e molli
Superficie microstrutturata per favorire la crescita del tessuto osseo e l’adesione dei tessuti connettivi
Posizionamento subcrestale per favorire la crescita del tessuto osseo
A tutti, prima o poi, è capitato un paziente disfunzionale, magari “serratore” o afflitto dal disagio del bruxismo. Per non parlare di quel “click” mandibolare o di quei dolori facciali in apparenza senza nitida causa, che tanto preoccupano il clinico e il paziente. Come comportarsi in questi casi? Quali scelte terapeutiche e diagnostiche attuare?
Alessandro Rampello, presidente di AIGeDO, Associazione Italiana di Gnatologia e Dolore Orofacciale
La risposta, secondo Alessandro Rampello, da gennaio presidente dell’Associazione Italiana di Gnatologia e Dolore Orofacciale (AIGeDO), va ricercata nello studio approfondito dell’apparato stomatognatico e delle sue funzionalità, da sempre al fulcro dell’attenzione di chi, come lui, colloca al centro del suo impegno e delle sue ricerche la Gnatologia, disciplina tanto affascinante quanto a lungo misconosciuta perfino da molti addetti ai lavori. Gnatologia che oggi è più in fermento che mai e si prepara al 36° Congresso Nazionale AIGeDO, che avrà come titolo proprio La Gnatologia al centro dell’odontoiatria e delle discipline complementari e si svolgerà a Roma dal 21 al 23 settembre.
Professor Rampello, quali saranno i temi più importanti al centro dei lavori?
Il titolo del congresso illustra molto bene il messaggio che vogliamo promuovere. La Gnatologia è una materia trasversale che abbraccia tutte le branche dell’odontoiatria: protesi, conservativa, implanto-protesi, ortodonzia. Deve essere conosciuta e applicata dagli odontoiatri di ogni specialità perché i principi gnatologici sono alla base del corretto funzionamento di tutto il sistema stomatognatico. Se non lo si conosce bene, si possono provocare danni ai pazienti che si curano. Il rapporto tra i denti, il rapporto tra le arcate e la capacità funzionale della lingua, che è un organo molto importante, vanno sempre considerati. Al momento porto avanti ricerche su quest’ultimo aspetto, che purtroppo la vecchia Gnatologia ha trascurato. Non si era capita l’importanza della lingua come organo da coinvolgere nella riabilitazione funzionale. Non a caso, durante il congresso ci sarà spazio per il confronto con le discipline complementari: fisioterapia, osteopatia e logopedia, che sono spesso chiamate a supporto dei pazienti con disturbi cranio cervico mandibolari.
Perché è importante ragionare in un’ottica multidisciplinare?
In protesi, ad esempio, se non si tiene conto di come combaciano i denti tra loro e si creano presupposti di carico sbagliati, i muscoli lavorano male. In implanto-protesi vengono effettuate riabilitazioni che prevedono il ripristino quasi totale della masticazione ed è ancora più importante tenere conto della mandibola e del funzionamento dei muscoli. Ho visto casi di pazienti riabilitati che in seguito hanno avuto la lussazione del disco e grandi alterazioni strutturali al condilo. Non è solo un problema di occlusione: è la funzione in toto del sistema che va considerata, l’equilibrio neuromotorio, che include anche i denti. E qui entra in gioco la Gnatologia. La prima capacità richiesta è quella di saper fare una valutazione funzionale di tutto il sistema, la seconda è far rispettare questi parametri prima, durante e dopo ogni intervento che si attua sulla bocca del paziente.
Quali esami o strumenti guidano l’odontoiatra a comprendere la funzione stomatognatica?
Vi sono esami strumentali di compendio che aiutano ad avere una immagine piuttosto precisa di come il sistema stomatognatico funziona: radiografie, elettromiografia, risonanza magnetica funzionale della articolazione temporomandibolare, T-Scan. Ma non sono esami sui quali si può certificare una diagnosi: possono essere considerati adiuvanti, ossia mostrare alcune caratteristiche particolari e fornire informazioni aggiuntive, senza però essere così scientificamente dirimenti. Uniti all’esperienza clinica, però, possono orientarci verso le decisioni giuste.
Qual è, a suo avviso, l’approccio più corretto?
Solo negli ultimi anni questi concetti cominciano a essere insegnati e se ne capisce l’importanza. Si pensava fosse solo il “click” il disturbo a cui prestare attenzione, ma la Gnatologia non tratta solo il click o il lock, tratta tutto il riequilibrio funzionale, osserva e studia il paziente a 360 gradi e la comprensione del dolore e delle disfunzioni neuromuscolari. La strada principale per la diagnosi resta l’esame clinico, oltre all’ascolto della storia e delle problematiche del paziente, che spesso manifesta una serie di disturbi; anche l’empatia può giocare un ruolo importante. Molti odontoiatri spesso si spingono all’overtreatment, modificando l’occlusione con limaggi, protesi o con un’ortodonzia impropria, mentre magari il paziente ha un problema parafunzionale, neuromuscolare o la perpetuazione di un disturbo neurofunzionale che si scarica sull’occlusione. Alcuni pensano che siano sufficienti un bite o il supporto dell’osteopata per eliminare i sintomi. Ma un bite sbagliato, oltre a non risolvere, può perpetuare il problema o far fare le peripezie al paziente per mesi se non per anni. Ricordo una cantante lirica che mi era stata inviata dalla Sicilia. Non riusciva più a cantare perché la sua azione neuromuscolare era talmente contratta da impedirglielo. Il problema, nel suo caso, non erano i denti, trattati impropriamente per anni, bensì il sistema neurofunzionale. È bastato applicare un bite anello linguale e prescrivere esercizi funzionali e rieducativi per la lingua per risolvere il suo disagio in tre mesi.
Come può l’odontoiatra avere cura del sistema stomatognatico del paziente?
Bisogna sempre effettuare uno screening preliminare, una valutazione gnatologico funzionale del soggetto; in cartella clinica vanno inserite anche la massima apertura della bocca e la storia del paziente: se ha avuto mai dolori, se ha parafunzioni e se, ad esempio, serra o bruxa; bisogna palpare i muscoli. Esistono criteri diagnostici validati a livello internazionale da considerare sempre nel caso di inserimento di una protesi importante, di una riabilitazione implanto-protesica o di un trattamento ortodontico. Occorre fare una valutazione preliminare sui soggetti che possono essere a rischio e sui quali possono innescarsi problematiche. Mi auguro che il dentista generalista si avvicini sempre di più alla Gnatologia e ne capisca l’importanza e il valore, senza sottovalutare l’importanza di una rifunzionalizzazione.
Nel corso del Congresso ci sarà una giornata dedicata al dolore orofacciale
È un aspetto spesso misconosciuto o sottovalutato. Chi non ha una preparazione specifica sul mondo del dolore cronico, cefalee o mialgie, non sempre riesce a cogliere i segnali giusti per una diagnosi specifica. Il dolore orofacciale cronico è una malattia a sé stante che si protrae nel tempo anche in modo distaccato dal problema fisico, diventa qualcosa di più importante a livello neurologico. Per questo va intercettato e trattato. Quando è il caso ci appoggiamo a specialisti che ci aiutano a fare diagnosi e a prescrivere trattamenti anche farmacologici, ma poi i pazienti vanno seguiti dal punto di vista della rieducazione cognitivo comportamentale e della riorganizzazione neuromotoria.
Una disciplina, molte scuole di pensiero. Come è possibile conciliarle?
AIGeDO nasce dalla convergenza di più scuole di pensiero e di applicazione tecnico pratica gnatologia e funzionale. Oggi sono i nostri gruppi di studio. Questi derivano da scuole che utilizzano la condilografia, la neuromuscolare che punta sull’equilibrio dei muscoli, ma anche dalle scuole di Gnatologia interdisciplinare, che si interfaccia con fisioterapisti, osteopati, logopedisti, fisiatri, neurologi, maxillo-facciali, eccetera per affrontare problematiche neurofunzionali e il dolore orofacciale. Tutte queste scuole si confronteranno e porteranno le loro conoscenze al 36° Congresso.
Alessandro Rampello
Laureato in Odontoiatria e in Medicina e Chirurgia con dottorato in Maxillo Facciale-Master I Livello, è professore a contratto di Gnatologia presso l’Università di Cassino, corso di Laurea in Igiene Dentale; docente a contratto di Gnatologia, Master di Ortodonzia, Università Agostino Gemelli; docente al Master di Gnatologia Clinica presso l’Università “La Sapienza”; docente di Gnatologia Clinica, corso di Laurea in Odontoiatria, “La Sapienza”; docente ADO, La ceratura diagnostica, l’uso degli articolatori, i contatti occlusali: analisi delle determinanti dell’occlusione Università “La Sapienza”. Socio Onorario della Chicago Dental Society, ha svolto attività di ricerca dal 1984 a oggi presso il Dipartimento di Gnatologia dell’Università Sapienza di Roma, diretto dal professor C. Di Paolo. Autore di svariate pubblicazioni scientifiche, è depositario di tre brevetti d’invenzione per la risoluzione dei problemi dell’ATM. È socio fondatore della S.I.D.A., Società Italiana per le Disfunzioni ATM. Attualmente ricopre la carica di Presidente AIGeDO.
La pulpite irreversibile è l'oggetto di studio di un articolo recentemente pubblicato sul Journal of Endodontics. Gli autori, afferenti all'Università di Huston, Texas e all'Università di Pittsburgh, Pennsylvania, hanno studiato il caso da una prospettiva nuova. Si sono chiesti se i pazienti affetti da pulpite irreversibile, con una storia pregressa di COVID-19, presentassero un profilo genico infiammatorio differente rispetto a quelli senza una storia di COVID-19. I ricercatori sono giunti a questa ipotesi sapendo che, con l'emergenza della pandemia di COVID-19, erano stati segnalati livelli elevati di marcatori proinfiammatori nei tessuti dei pazienti infetti.
Metodi e materiali adottati
Per valutare questa ipotesi, i ricercatori hanno raccolto campioni di polpa dentale da 27 individui affetti da pulpite irreversibile. Tra questi, 16 avevano una storia documentata di COVID-19 (6 mesi - 1 anno dopo l'infezione) e 11 erano pazienti senza storia di COVID-19 (gruppo di controllo). Hanno estratto l'RNA totale dai campioni e utilizzato il sequenziamento dell'RNA per identificare i geni differenzialmente espressi (DEGs) tra i gruppi.
I risultati osservati
Dai risultati del sequenziamento dell'RNA, i ricercatori hanno rivelato 1461 geni come DEGs tra i gruppi. Di questi, 311 erano geni codificanti per proteine, con 252 geni (81%) sovraregolati e 59 geni (19%) sottoregolati nel gruppo COVID rispetto al gruppo di controllo. I pazienti con pulpite irreversibile e precedente infezione da COVID-19 mostrano dunque un profilo genico infiammatorio alterato rispetto a quelli senza COVID-19. Una scoperta che, secondo gli autori dello studio, ha implicazioni significative nella pratica clinica per il trattamento dentale post-COVID-19.
Le conclusioni di interesse clinico per il trattamento della pulpite irreversibile
I ricercatori hanno evidenziato una sovraregolazione significativa dei geni proinfiammatori nei tessuti della polpa dentale del gruppo COVID. Per questi soggetti, suggeriscono, potrebbe essere necessario adottare un approccio più aggressivo nella gestione della pulpite irreversibile. D'altro canto, comprendere il profilo molecolare dei tessuti dentali nei pazienti guariti da COVID-19 potrebbe consentire anche una migliore personalizzazione delle cure. Sebbene, ammettono i ricercatori, per confermare e approfondire queste scoperte, saranno necessarie ulteriori ricerche.
L'acqua ossidante elettrolizzata (AOE) pronta all'uso a pH neutro è un disinfettante efficace utilizzato in contesti di assistenza residenziale e nei reparti geriatrici, anche per la disinfezione delle protesi. Tuttavia, non è noto come la conservazione influenzi la stabilità e l'efficacia di questa sostanza. Una ricerca condotta presso la University of Otago, Nuova Zelanda, ha cercato di verificarlo. Raccogliendo i risultati che sono poi stati pubblicati sul Journal of Dentistry.
Come si è svolta la ricerca
I ricercatori hanno misurato il pH, il potenziale di ossido-riduzione (mV), il contenuto di cloro disponibile (mg/L) e la concentrazione di acido ipocloroso [HOCl] (mM) nelle soluzioni di AOE pronta all'uso. Lo hanno fatto dall'apertura della bottiglia fino a 28 giorni dopo la conservazione a 4 °C, a temperatura ambiente (TA) o a 37 °C. Hanno quindi esposto cellule di Staphylococcus aureus e C. albicans all'AOE all'80% per tempi di contatto (TC) fino a 15 minuti e calcolato le unità formanti colonie (UFC). Successivamente, hanno determinato le concentrazioni minime inibitorie dopo TC fino a cinque minuti per ceppi di riferimento e isolati clinici di S. aureus e C. albicans. Valutando i biofilm di C. albicans sulle protesi dopo un TC di cinque minuti con AOE non diluita mediante un test di attività metabolica XTT.
Come si comporta l'acqua ossidante elettrolizzata
La concentrazione di [HOCl] è rimasta stabile quando l'AOE pronta all'uso è stata conservata a 4 °C o a TA per cinque mesi dalla produzione. Un TC di un minuto ha ridotto le UFC di S. aureus di oltre 6 log e di C. albicans di oltre 5 log. La CMI90 media dopo un TC di cinque minuti è stata di 37 µM per S. aureus e 54 µM per C. albicans. L'AOE non diluita ha ridotto l'attività metabolica dei biofilm di C. albicans dell'86%.
Conclusioni e consigli per l'uso
Complessivamente, i ricercatori hanno misurato l'HOCl, l'agente attivo nell'AOE pronta all'uso a pH neutro, inizialmente per tre mesi dopo l'imbottigliamento e successivamente fino a cinque mesi dall'apertura. La sostanza ha mantenuto la sua stabilità quando conservata chiusa a temperature basse. L'efficacia dimostrata dell'AOE pronta all'uso a pH neutro contro C. albicans e i biofilm rende la sostanza adatta alla pulizia delle protesi. E quindi anche alla prevenzione delle stomatiti da protesi. Tuttavia, ulteriori ricerche sui tempi di esposizione più prolungati e sugli effetti a lungo termine sulle protesi in resina potrebbero offrire informazioni utili per sviluppare delle linee guida più precise. Inclusa l'integrazione dell'AOE e la valutazione delle sue potenziali implicazioni nella prevenzione di infezioni orali da Candida legate alle protesi nella popolazione anziana, specialmente nelle comunità con risorse limitate.
Con i soldi risparmiati sul gas, vado dal mio Dentista e mi faccio fare un ritocchino agli occhi! La Legge di conversione del cd. “Decreto Bollette”, senza neanche aggiungere un articolo dedicato, ma semplicemente inserendo un “ter”, sgancia tre bombe che rivoluzionano la Professione Odontoiatrica. Il nostro è un Paese così. Siamo fondamentalmente degli eclettici. Spaziamo dal gas alla luce passando, incidenter tantum, per la Sanità. Succede che, senza porsi troppe domande (né dare troppe giustificazioni) sul senso di testi normativi così... chiamiamoli... coinvolgenti, la Legge di conversione n. 56/2023 del D.L. 34/2023 ha introdotto novità, quanto all’Odontoiatria: alcune sorprendenti, altre auspicate da tempo.
Il posto fisso
Un plauso al Parlamento che ha abrogato questa odiosa e inconcepibile limitazione. Agli Odontoiatri era, nei fatti, interdetto l’accesso ai concorsi pubblici per l’assunzione di incarichi di Dirigenza Medica.
Nei fatti, perché sulla carta no, non c’erano impedimenti direttamente riferiti e riferibili all’Odontoiatria. Però (e c’è un però) gli Odontoiatri avrebbero dovuto non solo possedere un diploma di laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria, ma anche un diploma di specializzazione che, in buona sostanza, era impossibile ottenere ritenuto già il nuovo corso di laurea esso stesso specialistico.
Sino a oggi, infatti, ci si poteva rifare esclusivamente all’art. 28 del D.P.R. 483/1997, che recitava: “Concorso, per titoli ed esami, per il primo livello dirigenziale odontoiatra - Requisiti specifici di ammissione:
1. I requisiti specifici di ammissione al concorso sono i seguenti:
a) laurea in odontoiatria e protesi dentaria, nonché laurea in medicina per i laureati in medicina e chirurgia legittimati all’esercizio della professione di odontoiatra;
b) specializzazione nella disciplina;
c) iscrizione secondo le modalità indicate dalla legge 24 luglio 1985, n. 409, al rispettivo albo dell’ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri, attestata da certificato in data non anteriore a sei mesi rispetto a quella di scadenza del bando.
2. La specializzazione fatta valere come titolo legittimante l’esercizio della professione di odontoiatra non è valida ai fini dell’ammissione al concorso”.
Se timidamente qualche voce cominciava, flebile, a rivendicare la propria posizione nel SSN (più che spinti dal desiderio del “posto fisso” alla Checco Zalone, credo dal desiderio di eliminare una indubitabile ingiustizia), solo il Consiglio di Giustizia Amministrativa della Regione Sicilia – nei lontani primi anni del 2000 - ardiva a contrastare le molteplici pronunce del Consiglio di Stato (tutte contrarie agli Odontoiatri ricorrenti, esclusi dai concorsi perché mancanti di specializzazione) asserendo che, considerate anche le specifiche specializzazioni previste dalla legge del 1985, per partecipare a un concorso pubblico per l’accesso al primo livello della dirigenza del ruolo sanitario non dovesse essere richiesto all’Odontoiatra il possesso di una specifica specializzazione in Odontoiatria là ove il concorso fosse stato bandito per l’area di Odontoiatria, ove invece fosse stato indetto per la disciplina di Ortodonzia o Chirurgia Orale la semplice laurea in Odontoiatria non sarebbe stata sufficiente, in assenza della relativa specializzazione. Timida ma, almeno per una piccola parte, perentoria.
Con il “Decreto Bollette” questa preclusione è stata definitivamente eliminata. L’art. 15 ter del D.L. 34/2023 recita, ai primi tre commi:
Per i laureati in odontoiatria e protesi dentaria e per i laureati in medicina e chirurgia abilitati all’esercizio della professione di odontoiatra, è abolito il requisito della specializzazione ai fini della partecipazione ai concorsi pubblici per dirigente medico odontoiatra e ai fini dell’accesso alle funzioni di specialista odontoiatra ambulatoriale del Servizio sanitario nazionale.
La lettera b) del comma 1 e il comma 2 dell’articolo 28 del regolamento recante la disciplina concorsuale per il personale dirigenziale del Servizio sanitario nazionale, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 10 dicembre 1997, n. 483, sono abrogati.
All’articolo 8, comma 1, lettera h-ter), del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: “il requisito della specializzazione non è richiesto per l’accesso alle funzioni di specialista odontoiatra ambulatoriale del Servizio sanitario nazionale”.
Il ritocchino
Ammetto che non comprendo la necessità di tale ampliamento. Anzi, vi guardo con giuridica preoccupazione. Già l’Odontoiatria è bersaglio degli scontenti; se aggiungiamo la Medicina Estetica, branca obiettivamente frequentata da insoddisfatti (sicuramente prima, eventualmente – se le cose vanno male - anche dopo) il gioco è fatto: le richieste risarcitorie si eleveranno alla ennesima potenza.
L’art. 15 ter D.L. 34/2023 al comma 4 lettera a) recita “Alla legge 24 luglio 1985, n. 409, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 2, secondo comma, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: e possono esercitare le attività di medicina estetica non invasiva o mininvasiva al terzo superiore, terzo medio e terzo inferiore del viso”.
Questa non mi sembra una gran conquista. Nulla è più temibile di una Erinni infuriata per una rughetta mal spianata. Bello aver dato la possibilità di spaziare anche in questo campo, furbo chi non lo fa.
La Doppia laurea
Da ultimo, si interviene per rimediare a un’altra assurda limitazione che la L. 409/85, norma istitutiva della professione dell’Odontoiatria, aveva incredibilmente imposto. L’Odontoiatra era Odontoiatra. Punto. Non poteva essere iscritto ad altro Albo nonostante l’eventuale laurea conseguita. Una negazione di diritti tanto palese da ammutolire. E così se un Medico Chirurgo con una laurea sola poteva, se immatricolato entro il 1981 o dopo aver superato (se immatricolato entro il 1984) un test attitudinale, essere iscritto all’Albo dei Medici Chirurghi e all’Albo degli Odontoiatri, un Odontoiatra con due lauree, una in Odontoiatria e una in Medicina e Chirurgia, doveva scegliere tra i due Albi in forza dell’art. 4 comma 3 L. 409/85 che dettava “L’iscrizione al predetto Albo è incompatibile con la iscrizione ad altro Albo professionale”. L’art. 15 ter comma 4 lettera b) D.L. 34/2023 semplicemente dispone che “all’articolo 4, il terzo comma è abrogato.”. E con una frasetta semplice semplice si permette, a chi ha legittimamente conseguito un titolo, di iscriversi all’Albo per esercitarne la Professione. Era atto doveroso e dovuto.
Quid plura?
Per il momento queste le novità che un atto normativo nato per ridimensionare i prezzi folli di gas e luce ha portato alla Professione Odontoiatrica.
Ci fosse altro non c’è da temere, ma da attendere fiduciosi un altro decreto: in fondo questo non ha affrontato i costi della benzina!
Le protesi fisse full-arch, supportate da impianti, possono essere una buona soluzione implanto-protesica. Tuttavia, questo approccio riabilitativo, in alcune circostanze, può comportare qualche problema sotto il profilo dell'igiene. Alcuni ricercatori attivi presso il Dipartimento di Implantologia Orale della Peking University School di Pechino, Cina, hanno approfondito la delicata questione. Pubblicando poi i risultati dello studio sul Journal of Estethic and Restorative Dentistry.
L'ipotesi messa al vaglio
Con questo studio, i ricercatori cinesi hanno verificato il livello di accumulo di placca sulla superficie di adattamento delle protesi fisse full-arch supportate da impianti. Mettendo a confronto quelle con elementi intermedi a contatto, con quelle senza elementi intermedi a contatto. Per farlo, hanno reclutato 19 pazienti e poi messo al vaglio le 20 protesi realizzate, 7 nel mascellare e 13 nella mandibola.
Due gruppi con protesi fisse full-arch, messi a confronto
Nel corso del trattamento riabilitativo, utilizzando la linea mediana come confine, i ricercatori in un lato hanno optato per la soluzione con elemento intermedio e mucosa senza contatto (gruppo di prova). In quello opposto, invece, (gruppo di controllo) con contatto. In un follow-up a 6 mesi dopo l'intervento, hanno quindi valutato la pulizia della superficie di adattamento della protesi mediante colorazione della placca e determinazione dell'indice di detriti. La soddisfazione del paziente è stata invece indagata tramite un semplice questionario.
I risultati osservati sul campo
Tra le 20 protesi analizzate, la percentuale di area coperta da placca è risultata significativamente inferiore nel gruppo di prova rispetto a quella nel gruppo di controllo. L'indice di detriti nel gruppo di prova era inferiore rispetto a quello registrato nel gruppo di controllo, sebbene la differenza non fosse statisticamente significativa. Rispetto al sondaggio, la maggior parte dei pazienti era soddisfatta per gran parte degli aspetti presi in esame, tuttavia quasi la metà dei pazienti non era soddisfatta della pulizia.
La soluzione più vantaggiosa per l'igiene
Il design protesico che prevede elemento intermedio e mucosa non a contatto riduce l'accumulo di placca sulla superficie di adattamento, il che è vantaggioso per mantenere l'igiene orale. Tuttavia, la maggioranza dei campioni di studio riguardava la mandibola e le conclusioni potrebbero non essere completamente applicabili al mascellare. In ogni caso, il design non a contatto nelle protesi fisse full-arch potrebbe essere una misura efficace per garantire una buona igiene orale. Sebbene, sottolineano i ricercatori, è necessario compiere altre ricerche per migliore ulteriormente questo aspetto. Il più delicato e che i pazienti stessi hanno saputo mettere bene in luce anche in questo studio.
Carie e genetica sono un binomio che periodicamente diviene oggetto di interesse e di studio. Come è accaduto recentemente per opera di un gruppo di ricercatori brasiliani, che ha messo a confronto l'esperienza di carie tra gemelli monozigoti (MZ) e dizigoti (DZ). Gli autori dello studio, una revisione sistematica completa di meta-analisi, hanno poi pubblicato i risultati sul Journal of Dentistry.
I data-base interrogati
I ricercatori hanno attinto informazioni da Embase, MEDLINE-PubMed, Scopus e Web of Science. Conducendo anche ricerche manuali e consultando la letteratura grigia su Google Scholar® e Opengray. Hanno così incluso nella revisione gli studi osservazionali che avevano esaminato l'incidenza della carie nei gemelli. Per valutare l'oggettività degli studi, hanno utilizzato la check-list dello Joanna Briggs Institute. Hanno quindi effettuato una meta-analisi per stimare il livello di accordo nei valori dell'esperienza di carie e nell'indice DMF tra coppie di gemelli . Per valutare la qualità delle prove, hanno utilizzato la scala GRADE.
Gli studi presi in esame
Gli autori dello studio hanno individuato 2.533 studi, per poi includerne 19 nell'analisi qualitativa e sei nella sintesi quantitativa. Durante il processo, hanno eseguito due meta-analisi. Dalla maggior parte degli studi, hanno riscontrato una chiara correlazione tra fattori genetici e sviluppo della carie dentale. Tuttavia, analizzando il rischio di distorsione, è emerso che il 47,4% degli studi presentava un rischio di bias moderato.
I risultati osservati
Secondo i dati, c'è un maggiore accordo nei valori di esperienza di carie nei gemelli MZ rispetto ai gemelli DZ in entrambe le dentizioni (con un Odds Ratio di 5,94 e un intervallo di confidenza del 95% tra 2,00 e 17,57). Tuttavia, non è emersa alcuna differenza significativa tra i gruppi di gemelli MZ e DZ nell'analisi dell'accordo dell'indice DMF (con un Odds Ratio di 2,86 e un intervallo di confidenza del 95% tra 0,25 e 32,79). È importante sottolineare che la qualità delle prove è stata giudicata complessivamente scarsa o molto scarsa per tutti gli studi inclusi nelle meta-analisi.
Carie e genetica, quanto conta davvero il patrimonio innato
In sintesi, seppur con una certezza delle prove molto limitata, sembra che la genetica giochi un certo ruolo nell'influenzare l'esperienza di carie. Secondo i ricercatori, comprendere meglio questa influenza potrebbe avere un impatto significativo nello sviluppo delle biotecnologie per la prevenzione e il trattamento della carie dentale. Inoltre, potrebbe orientare la ricerca su terapie genetiche innovative, mirate a prevenire l'insorgenza della carie, in particolare laddove questa fosse espressione di un patrimonio innato e non solo di condotte contrarie alla salute orale.
Gli antipertensivi sono farmaci molto diffusi tra la popolazione di mezza età. Anche i pazienti odontoiatrici spesso ne fanno uso, con quali effetti e interferenze sui trattamenti però non è ancora del tutto noto. Una recente revisione sistematica ha indagato proprio questo aspetto, concentrandosi sugli impianti dentali. I ricercatori del Rama Dental College Hospital and Research Centre di Kanpur, India, hanno condotto lo studio. Avvalendosi anche del supporto dei colleghi dello Sri Siddhartha Dental College and Hospital di Tumkur. Per poi pubblicarne i risultati, interessanti ma ancora parziali, sulla rivista Oral and Maxillofacial Surgery.
Antipertensivi e implantologia
Lo studio in oggetto mirava a comparare i risultati clinici sugli impianti dentali tra coloro che assumono antipertensivi e chi non li assume. La revisione ha seguìto le linee guida PRISMA ed è stata regolarmente registrata come revisione prospettica presso il Registro Internazionale delle Revisioni Sistematiche. Le ricerche sono state condotte sui database Medline (PubMed) e Central Cochrane, per studi scientifici pubblicati in lingua inglese fino a maggio 2022. L'interrogativo che si sono posti i ricercatori era semplice e chiaro: "Gli antipertensivi influenzano il successo e la stabilità degli impianti dentali?".
I risultati trovati in letteratura
I ricercatori hanno individuato 49 articoli, di cui solo 3 hanno incluso nella sintesi. Questi studi coinvolgevano complessivamente 959 pazienti. In tutti e 3 gli studi, la classe di antipertensivi più frequente era quella degli inibitori del sistema renina-angiotensina (RAS). Due studi hanno esaminato il tasso di sopravvivenza dell'impianto, che è stato del 99,4% per chi assumeva antipertensivi e del 96,1% per chi non li assumeva. Uno studio ha rilevato un punteggio di stabilità dell'impianto (ISQ) più elevato nei pazienti con antipertensivi (75,7 ± 5,9) rispetto a chi non li assumeva (73,7 ± 8,1).
Le conclusioni, non ancora definitive
Secondo i ricercatori, le prove disponibili, seppur limitate, indicano che chi assume antipertensivi ha tassi di successo e stabilità dell'impianto simili a chi non li assume. Gli autori dello studio hanno però rilevato un fatto. Gli studi hanno coinvolto pazienti che assumevano diverse classi di antipertensivi, pertanto non è possibile trarre conclusioni specifiche sulla singola classe in relazione agli esiti degli impianti dentali. Secondo i ricercatori, dunque, per trarre conclusioni definitive sono necessarie ulteriori ricerche che coinvolgano chi assume determinate classi di antipertensivi, così da comprendere meglio i loro effetti sugli impianti dentali.
In questo video viene illustrato un caso clinico in cui è stata applicata la tecnica Resmile template mode. Si tratta di un nuovo modello restaurativo che consente di ovviare ai limiti delle tecniche tradizionali a mano libera e di aumentare predicibilità e precisione del trattamento estetico, rendendo il flusso di lavoro più semplice e veloce. Con la programmazione digitale è possibile pre-calibrare la distribuzione delle masse composite altamente caricate, con un risultato migliore in termini di colore, morfologia e texture. Lo stampaggio con mascherine termostampate intermedie permette di ottenere restauri altamente estetici e stratificati alla portata di ogni operatore e di replicarne la morfologia nel caso si rendano necessari successivi interventi.
Autori
Camillo D’arcangelo, Docente presso Università degli Studi G. d’Annunzio Chieti e Pescara
Vincenzo Carbone, Odontoiatra presso Studio odontoiatrico Carbone Smile clinic, Nola (Napoli)
La necrosi della polpa è un evento estremo che l'odontoiatra cerca di scongiurare in tutti i modi. Una recente revisione sistematica ha cercato di dare risposta a un quesito clinico di grande rilevanza per chi pratica l'ortodonzia. I movimenti ortodontici di denti traumatizzati possono causare la necrosi della polpa? La risposta è contenuta in una revisione sistematica condotta dalla Federal University of Rio Grande Do Sule, Brasile, pubblicata su Clinical Oral Investigations.
Una ricerca dettata dalla necessità clinica
Lo studio in questione esamina l'effetto dei movimenti ortodontici sui denti traumatizzati e la possibile insorgenza di necrosi della polpa dentale. Solitamente, i movimenti ortodontici coinvolgono pazienti giovani, i più esposti alle lesioni dentali traumatiche. Per questa ragione è importante sapere se i movimenti ortodontici possano indurre la necrosi della polpa nei denti traumatizzati. Per poi agire di conseguenza.
Il metodo adottato
Gli autori dello studio hanno condotto ricerche sugli studi pubblicati fino all'11 maggio 2023, utilizzando diversi database senza restrizioni di lingua o anno di pubblicazione. Hanno valutato la qualità degli studi inclusi utilizzando lo strumento Cochrane per il rischio di bias negli interventi non randomizzati (ROBINS-I). Per la valutazione complessiva delle prove, invece, hanno impiegato lo strumento GRADE (Grading of Recommendations Assessment, Development, and Evaluation).
I risultati osservati sulla necrosi della polpa
I ricercatori hanno incluso nella revisione cinque studi su un totale di 2671 ricerche. Quattro studi hanno mostrato un rischio moderato di bias e uno invece un rischio serio di bias. Nei denti traumatizzati sottoposti a movimenti ortodontici, gli studiosi hanno osservato un aumento del rischio di necrosi della polpa. Soprattutto laddove i traumi coinvolgevano i tessuti parodontali. Inoltre, i denti traumatizzati con completa obliterazione dei canali pulpari presentavano un rischio maggiore di sviluppare una necrosi della polpa. E l'analisi GRADE ha mostrato una moderata certezza delle prove raccolte.
Conclusioni e significato clinico dello studio
Questa revisione ha rilevato dunque un aumento del rischio di necrosi della polpa nei denti traumatizzati sottoposti a movimenti ortodontici. Tuttavia, l'evidenza si basa su test soggettivi e secondo gli autori sarebbero necessari ulteriori studi ben progettati per confermare questa correlazione. In ogni caso, i clinici devono essere consapevoli della possibile insorgenza di necrosi della polpa nei denti sottoposti a movimenti ortodontici, soprattutto in presenza di traumi occorsi in precedenza. La piena comprensione di questa associazione aiuterà sia il clinico, sia il paziente a prendere le decisioni giuste, ma soprattutto più consapevoli dei rischi connessi.
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