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Il paziente pediatrico e la gestione del comportamento: una guida pratica per l’odontoiatra generalista Free

Il paziente pediatrico

Il successo nel trattamento de …

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Protesi parziale nell’anziano vale quanto quella convenzionale

La protesi parziale può essere una soluzione valida, tanto quella convenzionale? Uno studio condotto dall'Università di Zurigo, Svizzera, con il supporto della Queen's University Belfast, UK, ne ha valutato l'efficacia in una popolazione di soggetti anziani. Considerando gli aspetti legati alla nutrizione, ma anche quelli economici. Pubblicando poi i risultati, di grande interesse per l'odontoiatra, sul Journal of Dentistry.

Gli studi inclusi nella revisione sistematica

I ricercatori hanno voluto valutare l'efficacia della protesi parziale rispetto alla terapia tradizionale. Hanno così analizzato 92 studi, ma solo 4 report, provenienti da due studi clinici randomizzati, sono stati idonei per l'estrazione e l'analisi dei dati. Per condurre questa revisione, gli autori dello studio hanno effettuato una ricerca sistematica su diverse fonti, interrogando PubMed (MEDLINE), Embase e CENTRAL, al fine di identificare studi che confrontassero gli effetti nutrizionali ed economici tra pazienti anziani con protesi parziali e quelli sottoposti a terapie convenzionali. Nel processo di selezione degli studi, hanno escluso quelli con meno di 10 partecipanti per gruppo e quelli che non prevedevano un follow-up clinico. Due ricercatori hanno estratto i dati e i risultati ottenuti sono stati riportati in modo qualitativo, in quanto non è stato possibile eseguire una meta-analisi.

I risultati emersi

Dalle informazioni raccolte, è emerso che dal punto di vista nutrizionale non vi erano differenze significative tra i pazienti con protesi parziali e quelli sottoposti a terapie tradizionali. Tuttavia, i costi di fornitura e manutenzione delle terapie tradizionali risultavano notevolmente superiori rispetto alle protesi parziali. E questo è l'altro elemento che gioca a favore della protesi parziale: soluzione da considerare ottimale in determinati contesti socio-economici.

Le conclusioni di interesse clinico

In sintesi, questa revisione sistematica ha evidenziato che la protesi parziale rappresenta un'alternativa valida alla riabilitazione tradizionale. Soprattutto dal punto di vista economico e senza compromettere lo stato nutrizionale dei pazienti anziani. Pertanto, le protesi parziali possono essere considerate una scelta vantaggiosa, soprattutto per i pazienti con condizioni di salute complesse e limitate risorse finanziarie.

pH salivare e usura dentale, un binomio da approfondire

Il pH salivare e l'usura dentale sono stati oggetto di una revisione sistematica. Per realizzarla, un gruppo di studiosi del Radboud University Medical Center di Nimega, Paesi Bassi, ha condotto una ricerca su MEDLINE, Embase, SCOPUS, Web of Science, CINAHL e altri database. Prendendo in esame gli studi che riportavano le caratteristiche del pH salivare in pazienti con usura dentale. Gli studi su animali, in vitro e le segnalazioni di casi sono stati esclusi dalla revisione. Journal of Dentistry ha pubblicato i risultati della ricerca.

Come hanno operato gli autori dello studio

I ricercatori hanno esaminato 111 studi. Le analisi qualitative hanno rivelato in molti studi una correlazione negativa tra l'usura dentale e il pH salivare. Tuttavia, dimensioni dello studio più ampie aumentavano le probabilità di trovare una correlazione con il pH. Alcuni studi hanno anche suggerito associazioni tra l'usura dentale e la xerostomia, la capacità tampone e la consistenza/viscosità salivare. Le associazioni con le 39 componenti salivari erano invece meno comuni.

Le conclusioni della ricerca

Il pH salivare, sia in termini quantitativi che qualitativi, è risultato correlato all'usura dentale. Questo suggerisce l'importanza del monitoraggio del pH nei pazienti affetti da usura dentale. Anche il flusso salivare ha mostrato associazioni qualitative con l'usura dentale. Tuttavia, l'incertezza sui bias e la bassa evidenza scientifica hanno in parte inficiato i risultati della ricerca.

Rilevanza clinica e limiti dello studio

Da questa revisione sistematica e meta-analisi emergono associazioni tra alcune caratteristiche salivari e l'usura dei denti. In particolare, il pH salivare basso sembra essere collegato a una maggiore usura dei denti. Questo suggerisce che un monitoraggio del pH salivare potrebbe essere utile per valutare il rischio di usura dentale. In particolare, per intervenire in modo appropriato soprattutto nei pazienti con malattia da reflusso gastroesofageo. Secondo i ricercatori, però, servirebbero studi più approfonditi, perché,  per esempio,  non è stato possibile stabilire associazioni causali a causa della mancanza di studi longitudinali. Quelli peraltro più difficili da realizzare, ma anche i più significativi per indagare il rapporto tra pH salivare e usura dentale.

Canali radicolari a forma di “C”, con le GAN sono più chiari

I canali radicolari a forma di "C" presentano una morfologia complessa. Difficile da inquadrare anche dal punto di vista diagnostico. Un gruppo di ricercatori asiatici, afferenti alla Yonsei University di Seoul, Corea, e alla Aichi Gakuin University di Nagoya, Giappone, ha condotto un'interessante ricerca. Concentrandosi sull'analisi delle prestazioni delle immagini periapicali generate tramite reti neurali generative avversarie (GAN), impiegate proprio nella classificazione dei canali radicolari a forma di "C". Scientific Reports ne ha pubblicato i risultati.

Cosa si nasconde dietro l'acronimo GAN

Per rete generativa avversaria (Generative Adversarial Network o GAN) si intende un  modello di deep learning utilizzato per generare dati artificiali, come immagini, suoni o testi, che assomigliano a quelli reali. Le GAN sono composte da due reti neurali, il generatore e il discriminatore, che si "sfidano" a vicenda in un processo di apprendimento competitivo. Per generare le immagini periapicali, i ricercatori asiatici hanno impiegato il framework StyleGAN2-ADA. E  valutato la qualità delle immagini mediante il calcolo del punteggio medio della distanza di inizio di Frechet (FID) e attraverso il test di Turing visivo.

I risultati della ricerca

Lo studio ha rilevato che il punteggio FID medio per le immagini dei canali radicolari a forma di "C" generate tramite GAN è stato di 35,353 (± 4,386), mentre per le immagini dei canali di altra forma è stato di 25,471 (± 2,779). Inoltre, il test di Turing visivo, condotto da due radiologi su un campione casuale di 100 immagini, ha evidenziato la difficoltà nel distinguere tra immagini reali e immagini sintetiche. Questi risultati suggeriscono che le immagini generate tramite GAN presentano una qualità visiva soddisfacente. Il che è fondamentale per l'applicabilità pratica di queste immagini nella classificazione dei canali radicolari.

Grazie alle GAN, diagnosi sui canali radicolari più chiare

L'uso di immagini generate tramite GAN inoltre ha contribuito a migliorare le prestazioni di classificazione delle reti neurali, superando i risultati ottenuti mediante l'uso esclusivo di dati reali. Questo approccio si è dimostrato vantaggioso per affrontare il problema dell'equilibrio delle classi nei dati. E le immagini generate tramite GAN si sono confermate un valido strumento per l'arricchimento dei dati nella diagnosi delle anomalie nei canali radicolari.

In conclusione

Le immagini generate da questo sistema potrebbero non catturare tutte le caratteristiche necessarie per la classificazione accurata dei canali radicolari a forma di "C". Tuttavia, presentano una qualità visiva soddisfacente e si prospettano come un valido metodo di arricchimento dei dati. Secondo i ricercatori, dunque, l'utilizzo di immagini generate tramite GAN può contribuire a superare le sfide nella diagnosi delle anomalie dentali. Aprendo la strada a ulteriori studi per migliorare la qualità delle immagini periapicali generate tramite GAN e l'efficacia della classificazione dei canali radicolari a forma di "C".

L’unione fa la forza

Le associazioni di categoria e gli Ordini di varie professioni regolamentate sollecitano da qualche tempo i propri iscritti a sostituire il tradizionale esercizio professionale individuale con quello associato, o meglio: “aggregato”. In sintesi: “l’unione fa la forza”. L’idea è che, visti i difficili tempi, se più professionisti si uniscono, la dimensione economica dell’attività aumenta e diventa possibile permettersi di avere organici maggiori e più specializzati, fatto che dovrebbe consentire di affrontare meglio la crescente burocrazia e di investire maggiormente in formazione e tecnologie, aumentando l’attrattività verso il pubblico e, almeno si spera, riuscendo a organizzarsi al meglio per ridurre i costi.

È bene sapere che questi inviti all’aggregazione si collocano in un panorama dove il tradizionale esercizio individuale continua a essere maggioritario. I dati del Mef riferiti al 2021, tratti dalle dichiarazioni dei redditi cui è allegato il modello ISA (il sostituto dello “studio di settore”), certificano che più del 79% delle dichiarazioni dei redditi degli studi dentistici e delle imprese odontoiatriche proveniva da singole persone fisiche, cui si devono aggiungere le migliaia di “forfetari” esentati dal presentare il modello ISA e per questo non presenti in quelle statistiche.

I dentisti che decidessero di accogliere l’invito all’aggregazione, sempre secondo associazioni e ordini, dovrebbero farlo costituendo “società tra professionisti”, in sigla STP. In questo articolo, si presenteranno alcuni elementi, fra i tanti che caratterizzano queste particolari società, allo scopo di fornire informazioni utili per arricchire il ragionamento del dentista che sta pensando di abbandonare l’attività singola per quella condivisa con altri colleghi.

Caratteristiche della STP

La creazione legale di queste società risale al 2012. La norma autorizza “la costituzione di società per l’esercizio di attività professionali regolamentate nel sistema ordinistico”; dunque, di tutte le professioni e non solo di quella medica.

Trattandosi di professione e non di attività commerciale, le STP non sono e non devono essere imprese, bensì “società senza impresa”. Fra le conseguenze, a differenza delle società-impresa, una STP non può occuparsi di qualsiasi attività le possa procurare ricavi, ad esempio organizzare corsi di formazione, commercializzare prodotti, gestire un laboratorio odontotecnico, ma esclusivamente della professione ordinistica di riferimento.

Una seconda conseguenza è che le STP devono iscriversi all’Ordine professionale di riferimento, fatto innovativo in quanto fino ad allora riservato alle persone fisiche munite di titoli. Dall’iscrizione derivano:

  • la piena soggezione della società al codice deontologico e al potere disciplinare ordinistico;
  • l’equiparazione allo studio professionale singolo e associato per quanto riguarda le autorizzazioni amministrative, senza necessità di nominare un direttore sanitario.

La norma istitutiva chiarisce che le STP non sono un tipo di società a sé stante, ma ordinarie società fra quelle regolate dal Codice civile: società di persone, di capitali e cooperative.
Semplificando, “viene prima” il tipo societario standardizzato, ad esempio SAS o SRL, e dopo, in aggiunta e obbligatoriamente, la sigla STP.

La peculiarità di queste società si rivela però nelle stringenti limitazioni per quanto riguarda il tipo di soci ammessi, che devono essere in maggioranza professionisti iscritti all’Ordine o Albo.

È ammessa la presenza di un socio “di capitale”, che può essere rappresentato anche da un’altra società, purché non STP, e che sarà comunque “di minoranza”; può essere nominato amministratore, ma in questa veste non può mai avere il potere di prendere decisioni impattanti sull’esecuzione dell’attività professionale dei soci ordinisti. Il socio “di capitale” deve inoltre possedere requisiti di onorabilità fissati dalla legge.

• La denominazione della società, ossia il suo nome, è di libera scelta per le società di capitali, mentre per quelle di persone al nome scelto si dovrà aggiungere il nome di almeno uno dei soci illimitatamente responsabili.

• Vi è la limitazione legale, per il socio professionista e per quello “di capitale”, alla partecipazione a una sola STP, nonché l’esclusività dell’esercizio professionale in favore della STP da parte del socio ordinista.

 

Obblighi di comunicazione

Diversamente dallo studio associato e dalle società commerciali che gestiscono ambulatori, le STP sono onerate di stringenti obblighi di informazione alla loro clientela. Si tratta di comunicazioni scritte finalizzate a far conoscere al paziente, in via preventiva, i nominativi dei soci ai fini della garanzia del diritto del cliente di scegliere il socio da cui farsi curare.

Oltre ai nominativi dei soci professionisti, la STP deve comunicare anche l’identità del socio “di capitale”.

Le comunicazioni di cui sopra riguardano anche la presenza e i nominativi degli ausiliari dei soci, colleghi odontoiatri e igienisti dentali cui vengono delegate parte delle prestazioni, i quali, sotto la direzione e la responsabilità dei singoli soci della STP che li delegano, possono operare sui pazienti come avviene negli studi singoli e associati, senza alcuna limitazione salva l’informazione scritta di cui si è detto.

Tali comunicazioni possono ad esempio essere effettuate tramite la consegna di un foglio apposito in fase di visita, attraverso il sito Internet della società e con informazioni esposte in modo visibile all’interno dei locali sociali.

 

La Stp e il fisco

Una motivazione che viene spesa per far propendere l’aggregazione professionale per la STP, anziché per il tradizionale studio associato, è il fatto che fiscalmente, seppur in modo indiretto, le STP sono imprese. Civilmente non-imprese, fiscalmente imprese. C’è chi vede come una contraddizione il fatto che un’attività professionale sia tassata come impresa; persino la Cassazione in una nota sentenza ha negato l’applicazione della fiscalità d’impresa a una STP di piccolissima dimensione, in applicazione del principio giuridico della “prevalenza della sostanza sulla forma”, sostenendo che in assenza di un’organizzazione effettiva di tipo aziendale (Cass. Nr. 7407 2021) si applica la tassazione del lavoro autonomo. L’interesse per la tassazione come impresa risiede nell’ipotesi che questa sia una fiscalità di favore, rispetto a quella del lavoro autonomo del professionista singolo o associato.

Se, ad avviso di chi scrive, sul piano dell’ordinaria gestione non si vedono differenze con il lavoro autonomo, anzi nel caso della STP società di capitali si potrebbe essere variamente penalizzati, è vero che negli ultimi anni lo Stato ha erogato denaro pubblico a sostegno degli investimenti e anche “a fondo perduto” con molta più generosità alle imprese rispetto agli “autonomi”. La “riforma fiscale” in programma e le dichiarate intenzioni dell’attuale Governo dovrebbero però ridurre questa discrasia. Pertanto, la descritta “superiorità” fiscale finora manifestata dovrebbe essere considerata come un fenomeno in via di ridimensionamento. Sempre nella legge delega di “riforma fiscale”, è prevista la graduale abolizione dell’Irap, come è avvenuto per i professionisti, prima per gli studi associati e quindi per le STP.

Un ulteriore aspetto fiscale che distingue lo studio singolo e associato dalle società tra professionisti, riguarda l’eventuale cessione dell’attività dietro corrispettivo: essa sarà tassata per il cedente e deducibile per cassa per l’acquirente nella transizione dello studio associato, mentre sarà tassata, nei limiti della plusvalenza realizzata per chi cede, e indeducibile per chi acquista, nel caso di cessione di partecipazioni in una società tra professionisti.

Al momento, in attesa della “riforma fiscale” che renderà deducibile anche per il professionista l’immobile strumentale acquistato in proprietà, oltre che di quello utilizzato in leasing come è da tempo, l’esercizio in forma di STP consente la deduzione in ammortamento dell’immobile, possibilità peraltro la cui convenienza non è sempre certa e va attentamente valutata.

Molti dentisti oggi sono attratti dall’idea di abbandonare lo studio odontoiatrico monoprofessionale per entrare a far parte di un’attività condivisa con altri colleghi, in una società tra persone: prima di decidere, è bene valutare gli aspetti organizzativi e fiscali, perché la convenienza economica non è sempre certa.

Osteointegrazione dell’impianto, quanto conta la velocità di trapanatura

L'osteointegrazione dell'impianto è la prova della buona riuscita di un intervento di implantologia, forse quella decisiva. Il clinico per eseguire al meglio l'intervento implantologico deve considerare diverse variabili e poi agire di conseguenza. Tra queste, anche la velocità di trapanatura per la preparazione del sito dovrebbe essere presa in esame. Proprio come ha fatto un gruppo di ricercatori dell'Università di San Paolo, Brasile, che ha condotto una revisione sistematica su questo tema. Per poi pubblicare i risultati della ricerca su The Journal of Prosthetic Dentistry.

L'osteointegrazione, un problema anche di velocità

La velocità di trapanatura per il posizionamento degli impianti dentali può influenzare il contatto tra osso e impianto (BIC), la stabilità dell'impianto (ISQ) e l'area ossea occupata (BAFO). Ora, le varie velocità di rotazione e l'uso o meno dell'irrigazione durante la preparazione del sito sono state studiate. Tuttavia manca ancora un protocollo consolidato per ottenere i migliori risultati di osteointegrazione. L'obiettivo di questa analisi sistematica era studiare l'effetto della velocità di rotazione del trapano sulla perforazione ossea che consente il posizionamento degli impianti dentali e la sua relazione con l'osteointegrazione. Per poi ottenere informazioni di utilità clinica.

Uno studio condotto a regola d'arte

Per condurre questa analisi, i ricercatori hanno seguito gli standard per le analisi sistematiche e le meta-analisi (PRISMA), per poi registrarla nel database prospettico internazionale delle analisi sistematiche (PROSPERO). Inoltre, hanno eseguito ricerche su MEDLINE (PubMed), Scopus, Science Direct ed Embase. Calcolando anche il rischio di distorsione dei dati, secondo le indicazioni del Centro di revisione sistematica per la sperimentazione sugli animali da laboratorio (SYRCLE).

I risultati osservati

Gli autori dello studio hanno individuato 1.282 articoli, e dopo aver rimosso i duplicati e applicato i criteri di ammissibilità agli articoli in vivo sugli animali che trattavano la velocità di trapanatura e la sua relazione con l'osteointegrazione, ne hanno selezionati 8 per l'analisi. Di questi, 5 non hanno mostrato differenze statistiche, mentre 3 hanno evidenziato risultati di osteointegrazione nettamente superiori attraverso l'analisi dei parametri come BIC, BAFO, ISQ e forza di estrazione (PoF). In tutti gli articoli selezionati, la trapanatura ad alta velocità è stata eseguita con irrigazione.

Le conclusioni, un monito ad approfondire il tema

Nonostante l'effetto della velocità di trapanatura sull'osteointegrazione sembri importante, non si è giunti a un protocollo definitivo nella letteratura consultata. I risultati variano in base alla combinazione di fattori diversi, compreso il tipo di osso, l'irrigazione e la velocità di trapanatura. Servono nuove ricerche e un consenso tra i clinici, affinché si definisca un protocollo che stabilisca come procedere per ottenere la migliore osteointegrazione possibile.

Carie e genetica, uno studio sui gemelli rilancia la questione

Carie e genetica insieme sono un binomio in parte ancora inesplorato. Un gruppo di ricercatori brasiliani, provenienti da diverse università e centri di ricerca presenti nel Paese, ha realizzato uno studio per fare chiarezza sul tema. I ricercatori hanno condotto una revisione sistematica e una meta-analisi sugli studi riguardanti l'incidenza della carie nei gemelli. Alla ricerca delle evidenze esistenti in materia di carie, nonché delle differenze tra gemelli monozigoti (MZ) e gemelli dizigoti (DZ). Per poi pubblicare i risultati, in parte deludenti ma comunque utili anche al clinico, sul Journal of Dentistry.

Da dove ha preso il via la ricerca

Per condurre questa analisi, i ricercatori hanno esplorato numerose fonti, interrogando Embase, MEDLINE-PubMed, Scopus e Web of Science. Inoltre, hanno effettuato ricerche manuali nella letteratura grigia, su Google Scholar® e Opengray. Per poi includere nell'analisi gli studi osservazionali che hanno indagato la presenza di carie dentale nei gemelli.

Gli studi su "carie e genetica" presi in esame

Dopo aver identificato 2.533 studi, i ricercatori ne hanno selezionati 19 per un'analisi qualitativa più approfondita. Successivamente, hanno incluso 6 di questi lavori scientifici in una sintesi quantitativa, con l'esecuzione di due meta-analisi. I risultati indicano che nella maggior parte degli studi esiste un'associazione tra fattori genetici e lo sviluppo della carie. L'analisi del rischio di bias ha mostrato che il 47,4% degli studi presentava un rischio moderato.

Il punto debole individuato dai ricercatori

È stato osservato che i gemelli monozigoti (MZ) presentano una maggiore concordanza nell'esperienza di carie rispetto ai gemelli dizigoti (DZ), sia per quanto riguarda le dentizioni decidue sia per quelle permanenti. Tuttavia, non sono emerse differenze significative tra i due gruppi di gemelli riguardo all'indice DMF (Decayed, Missing, Filled). La certezza delle prove è stata valutata come bassa o molto bassa per tutti gli studi inclusi nelle meta-analisi.

I risultati, tutt'altro che definitivi

In conclusione, le prove che la genetica giochi un ruolo determinante nell'insorgenza della carie appaiono limitate, ma non da escludere totalmente. Il tema resta dunque aperto e ricco di suggestioni. Perché comprendere meglio la natura della relazione potenzialmente esistente tra carie e genetica, suggeriscono i ricercatori, potrebbe avere implicazioni significative sia nella pratica clinica quotidiana, sia nello sviluppo di futuri studi. Per esempio sulle terapie genetiche che un giorno potrebbero essere impiegate anche in ambito odontoiatrico, proprio per combattere la carie con nuovi strumenti.

Parodontite e diabete: un nuovo studio sui benefici della Metformina

Uno studio sulla parodontite condotto da un gruppo di ricercatori del King’s College London, UK, mette in risalto gli effetti benefici di un farmaco, la Metformina, comunemente usato per il controllo del diabete. Tra parodontite e diabete, infatti, esistono diverse correlazioni che i ricercatori  hanno voluto evidentemente indagare in modo nuovo. Pubblicando poi i risultati dello studio sul Journal of Translational Medicine.

Un unico farmaco per due patologie

La Metformina, comunemente usata dai pazienti diabetici, è stata impiegata per gestire la parodontite. Con buoni risultati sia sul fronte della prevenzione della perdita ossea in un contesto di parodontite indotta, sia nel processo di perdita ossea legato all'età. La Metformina ha inoltre dimostrato di influenzare la composizione batterica nell'ambiente orale e di modulare le risposte metaboliche a livello delle cellule epiteliali e stromali durante la disbiosi batterica. Su un piano sistemico, la Metformina ha contribuito a controllare i livelli di glucosio nel sangue. E a rallentare il guadagno ponderale legato all'età quando somministrata a lungo termine.

Efficace, ma anche sicuro

I risultati della ricerca hanno anche dimostrato la sicurezza dell'uso sistemico della Metformina in pazienti non diabetici, con benefici evidenti nei tessuti parodontali. Durante il periodo di somministrazione della Metformina, infatti, i pazienti hanno mantenuto livelli stabili di glucosio nel sangue, mostrando una riduzione dei livelli di un marcatore infiammatorio (hsCRP) circolante. Ma anche livelli inferiori di insulina dopo il trattamento parodontale rispetto ai pazienti trattati con un placebo.

Un modo nuovo per prevenire la parodontite

Complessivamente, questa ricerca pionieristica indica che l'uso sistematico della Metformina in soggetti non diabetici può avere effetti positivi in ambito odontoiatrico. Per prevenire l'insorgenza della parodontite, infatti, oltre alle consuete raccomandazioni sull'igiene e sui controlli peridodici, potrebbe essere utilizzato questo farmaco. Che ha dimostrato di essere sicuro ed efficace, e che quindi potrebbe inaugurare una nuova stagione per la prevenzione della parodontite.

Consigli pratici per contrastare diabete e parodontite

Una guida esaustiva utile per i pazienti con diabete e parodontite e per gli odontoiatri che se ne prendono cura è stata messa a punto da Straumann Group con il supporto di un esperto, Riccardo Scarigi, medico-chirurgo odontoiatra. Ecco i punti salienti riassunti in un utile vademecum

  • Tenere la glicemia sotto controllo con l'alimentazione. L’alimentazione gioca un ruolo fondamentale per i pazienti diabetici, che devono controllare il livello di glucosio nel sangue evitando spiacevoli ipoglicemie o iperglicemie, che potrebbero aumentare l’incidenza infettiva del sito trattato. Gli zuccheri raffinati e i cibi ad alto contenuto di amido sono dannosi e possono portare allo sviluppo di carie, favorendo la crescita di batteri patogeni. È importante non eccedere con la frutta, ricca di zucccheri, cuocere poco le verdure per preservarne i nutrienti. e dare la preferenza alle carni bianche, che facilitano il reintegro dei minerali, hanno un basso contenuto di grassi e sono prive di nitrati che danneggiano le cellule del pancreas. I carboidrati vanno dosati con equilibrio, preferendo farine grezze che riducono il tasso glicemico. 
  • Evitare il fumo. L’innalzamento della temperatura che il fumo comporta provoca uno stress superficiale delle mucose che può innecsare infiammazioni, malattie gengivali e complicazioni orali.
  • Gestire lo stress. Lo stress può influire sull’innalzamento o sull’abbassamento degli zuccheri nel sangue. Per i diabetici è ancora più importante imparare a tenerlo sotto controllo, con tecniche di rilassamento o il supporto di uno specialista.
  • Effettuare sedute di igiene orale e controlli regolari. L’igiene orale domiciliare e professionale sono imprescindibili per i diabetici, che necessitano di cure specifiche per le gengive per evitare l’infiammazione e il proliferare di batteri e devono imparare a prendere consapevolezza della propria bocca, mantenendo un buon livello di igiene utilizzando strumenti appropriati come spazzolino elettrico con setole morbide e collutori e dentifrici a base di sali e clorexidina per l’infiammazione gengivale. Oltre all’igienista, altrettanto importanti sono i controlli regolari dal dentista. Ai pazienti diabetici con patologia più severa andrebbero suggerite due visite all’anno dal dentista con relative sedute di igiene.
  • Pensare a trattamenti specifici. In caso di malocclusione o affollamento dentale potrebbe essere consigliabile riallineare i denti, per gestirli meglio nel lungo periodo e facilitare le pratiche di igiene orale. Nel caso di riabilitazioni implantari, occorre considerare la maggiore fragilità tissutale e la lentezza di guarigione dei pazienti diabetici, dunque è importante scegliere impianti che consentano una più veloce guarigione nell’osso, scegliendo materiali alternativi al metallo, come la zirconia, con una superficie che riduce fortemente l’adesione batterica, rendendo la guarigione meno aggredibile e più duratura. Da non dimenticare il passaporto implantare, che i pazienti possono richiedere e che i dentisti dovrebbero rilasciare: si tratta di un documento di certificazione della tipologia di impianto inserito, utile ai professionisti per avere a disposizione i dettagli tecnici e ai pazienti che, nel corso della vita, potrebbero  rivolgersi ad altri odontoiatri. Le riabilitazioni, se ritenute necessarie, andrebbero eseguite controllando prima lo stato della patologia diabetica e verificando l’assenza di infiammazioni.

Sindrome della bocca urente, allo studio un composto a base di capsaicina

bocca urente

La sindrome della bocca urente (BMS) o glossodinia, com'è noto, ha un'eziopatologia complessa, in parte ancora sconosciuta. Un grupppo di ricercatori guidato da André Luís Porporatti del Laboratorio di Neurobiologia Oro-Facciale dell'Université Paris Cité, ha condotto uno studio sul tema. Concentrandosi in modo particolare sulle relazioni che questa malattia potrebbe avere con lo stress. Journal of Oral Rehabilitation ne ha pubblicato i risultati che sono di una certa rilevanza e utilità. Almeno quanto un'altra ricerca, condotta questa volta in Norvegia dal professor Preet Bano Singh della Facoltà di Odontoiatria dell'Università di Oslo, dove è allo studio un preparato a base di capsaicina. La sostanza, un composto organico presente nei peperoncini, sembrerebbe in grado di attenuare i sintomi della BMS. Tuttavia c'è il problema di come mantenerla attiva all'interno della bocca. Dove la saliva la rimuove troppo in fretta dalla mucosa, perché mantenga la sua efficacia nel tempo.

La sindrome della bocca urente e lo stress

Vari studi hanno indicato che il BMS è spesso collegato a disturbi psicosociali e psichiatrici, mettendo in evidenza lo stress come un importante fattore di rischio. Nello studio condotto a Parigi, una meta analisi, i ricercatori hanno cercato di rispondere a una domanda chiave: "Esiste un'associazione tra la sindrome della bocca urente e lo stress?".

Come s'è svolto lo studio

Due revisori hanno effettuato una ricerca su cinque database principali e tre fonti di letteratura grigia per studi che indagano l'effetto dello stress nella sindrome della bocca urente. Sono stati analizzati numerosi questionari e biomarcatori. Tra 2.489 articoli selezionati, 30 soddisfacevano i criteri di inclusione. Questi studi comprendevano questionari come il Questionario dello Stress Percepito, l'Inventario dei Sintomi dello Stress di Lipp, la scala di Holmes-Rahe, la scala di Depressione, Ansia e Stress (DASS-21), il Test delle Esperienze Recenti e vari biomarcatori quali il cortisolo, l'opiorfina, l'IgA, l'α-amilasi e le interleuchine.

I risultati in sintesi

I ricercatori hanno rilevato che lo stress era significativamente maggiore nel gruppo con sindrome della bocca urente rispetto ai gruppi di controlli con soggetti sani. I pazienti con BMS presentavano livelli di cortisolo superiori del 25,73%, livelli di IgA superiori del 28,17% e livelli di α-amilasi superiori del 40,62% rispetto ai controlli. La meta-analisi ha confermato che i soggetti con BMS avevano livelli di cortisolo superiori di 3,01 nmoL/L, livelli di α-amilasi superiori di 84,35 kU/L, livelli di IgA superiori di 29,25 mg/mL e livelli di IL-8 superiori di 258,59 pg/mL rispetto ai controlli. Non sono state riscontrate differenze per la concentrazione di opiorfina in ng/mL. Per le interleuchine, non sono state trovate differenze per IL-1 β, IL-2, IL-4, IL-6, IL-8, IL-10 e TNF-α.

Nuove strategie e ricerche per ridurre i sintomi

In base alle prove disponibili, questa meta-analisi suggerisce una chiara associazione positiva tra la sindrome della bocca urente e lo stress. I questionari hanno dimostrato un aumento significativo dello stress nei soggetti con BMS. Mentre i biomarcatori come il cortisolo, l'α-amilasi, l'IgA e l'IL-8 erano anch'essi superiori nei pazienti con BMS rispetto ai gruppi di controllo. I ricercatori non hanno riscontrato differenze invece nell'opiorfina e in alcune interleuchine specifiche. Il controllo dello stress, dunque, potrebbe essere un primo passo per contrastare la malattia.

L'altro rimedio invece è suggerito dallla pratica clinica del professor Preet Bano Singh che usa l'acido alfa-lipoico per attenuare i sintomi della bocca urente: un antiossidante che risulta efficace  però solo nel 60% dei casi. Per mettere a punto il preparato a base di capsaicina, compatibile con l'ambiente orale, ha chiesto aiuto alla professoressa Hanna Tiainen del Laboratorio di Ricerca Clinica della Facoltà di Odontoiatria dell'Università di Oslo. Insieme stanno studiando il modo per realizzare un preparato ancor più efficace dell'acido alfa-lipoico.

Stampa 3D, lo stato dell’arte visto attraverso la ricerca

Stampa 3D dentale

La stampa 3D, nota anche come manifattura additiva, è un'innovazione che sta rivoluzionando il settore dentale. Sebbene siano stati fatti progressi nella sua applicazione per la realizzazione di restauri dentali, vi è ancora la necessità di approfondire la ricerca allo scopo di sviluppare materiali biomedici e dentali ancora più funzionali. Per promuovere tale sviluppo e comprendere lo stato attuale della tecnologia di stampa 3D, è essenziale monitorare le tendenze nella ricerca odontoiatrica in questo campo. Un gruppo di ricercatori della Akdeniz University di Antalya, Turchia, ha condotto uno studio proprio per offrire un'istantanea sulle pubblicazioni scientifiche internazionali riguardanti la ricerca dentale in relazione alle tecnologie di stampa 3D. Heliyon ne ha pubblicato i risultati.

Lo studio sulla stampa 3D in sintesi

Utilizzando parole chiave rilevanti, i ricercatori hanno condotto una revisione sistematica esplorativa nelle banche dati di pubblicazioni scientifiche internazionali come PubMed e Web of Science. La revisione ha coinvolto ricerche cliniche e di laboratorio, studi su esseri umani e animali, segnalazioni di casi, articoli di revisione e studi basati su questionari. Complessivamente, gli autori dello studio hanno valutato 187 ricerche per una sintesi quantitativa.

Un argomento sempre più rilevante per la ricerca

Gli studi e le ricerche sulla stampa 3D, dal 2012 sono in costante crescita. In particolare, nel 2020 e nel 2021 hanno fatto registrare un incremento annuale, nel numero di pubblicazioni, rispettivamente del 25,7% e del 26,2%. La maggior parte delle ricerche sulla stampa 3D applicata all'odontoiatria proviene dalla Corea. Protesi e implantologia sono le sottocategorie dentali con il maggior numero di pubblicazioni in relazione alla stampa 3D.

I risultati emersi dalla revisione

La stampa 3D sembra essere dunque al centro dell'attenzione. L'adozione di tecnologie di stampa 3D riveste un ruolo cruciale nell'evoluzione della professione odontoiatrica e nell'innovazione nell'ambito della produzione di dispositivi dentali. Una delle principali prospettive future è l'accento posto sullo sviluppo di nuovi materiali. Gli studiosi si stanno concentrando sull'elaborazione di compositi avanzati, biocompatibili e resistenti per l'utilizzo nelle protesi dentali e negli impianti. Tuttavia, per poter essere impiegati, questi materiali devono soddisfare i più elevati standard di qualità e sicurezza: solo così possono garantire risultati duraturi e confortevoli per i pazienti.

Le ricadute più rilevanti

La stampa 3D sta apportando significativi cambiamenti nei metodi di progettazione e produzione degli impianti dentali, portando a processi più efficienti e personalizzati. Questo consente di ottenere impianti che si adattano perfettamente alle caratteristiche anatomiche dei pazienti, riducendo il rischio di complicazioni post-operatorie e migliorando il loro benessere. Inoltre, l'uso di questa tecnologia consente di realizzare modelli dentali altamente dettagliati e precisi, utili per scopi educativi, di ricerca e di pianificazione dei trattamenti. Con esiti positivi anche sul piano della comunicazione con i pazienti. In definitiva, la stampa 3D rappresenta una potente alleata per la professione odontoiatrica, che sta aprendo la strada a nuove frontiere di ricerca e sviluppo, sino a ieri difficili anche solo da immaginare.

Osteotomia, ancora poche le evidenze scientifiche su come controllare il calore

osteotomia calore

L'osteotomia è una procedura cruciale per l'inserimento degli impianti dentali. Tuttavia, la generazione di calore durante questa fase può avere un impatto significativo sul successo del trattamento. Uno studio, pubblicato sull'European Journal of Dentistry, ha esaminato l'effetto dei materiali delle punte per impianti dentali e dei profili di usura sul riscaldamento nei siti di osteotomia, secondo i risultati di studi sperimentali. I ricercatori che hanno condotto lo studio afferiscono al College of Dental Medicine University di Sharjah, Emirati Arabi Uniti, e alla BPP University di Birmingham, UK.

Materiali delle punte e generazione di calore

Secondo la revisione sistematica condotta dai ricercatori,  sia le punte in ceramica sia quelle in metallo contribuiscono all'aumento della temperatura nei siti di osteotomia. In particolare, l'usura delle punte si correla direttamente con l'incremento del calore generato. Tuttavia, i dati attuali non consentono di stabilire una chiara associazione tra il materiale delle punte e la generazione di calore.

Risultati parziali ed eterogenei

L'analisi ha rivelato diverse falle nella valutazione dell'effetto delle punte per impianti dentali sulla generazione di calore durante l'osteotomia. Tra le principali ci sono la mancanza di standardizzazione nei disegni di studio, fattori di confondimento come la geometria delle punte, la velocità e il carico applicati, la profondità e il diametro dell'osteotomia, nonché il numero di utilizzi delle punte. Inoltre, molti studi presentano potenziali bias dell'operatore e dell'osservatore, oltre a eventuali influenze di sponsorizzazioni. Questi fattori, secondo i ricercatori, contribuiscono all'eterogeneità dei risultati nella letteratura scientifica.

Le conclusioni dello studio

In sintesi, sebbene la letteratura scientifica fornisca alcune indicazioni sull'effetto dei materiali delle punte sul riscaldamento, le evidenze attuali non consentono di trarre conclusioni definitive. La mancanza di standardizzazione nei metodi di studio e la presenza di diversi fattori di confondimento rappresentano un problema. Pertanto, secondo gli autori dello studio sono necessarie ulteriori ricerche per affrontare tali questioni in modo più approfondito. E per sviluppare linee guida più precise per l'osteotomia durante l'inserimento degli impianti dentali.

Impianti Premium One e Shelta Power: nuova morfologia per una resa ancora migliore

Premium one e shelta power

Gli impianti Premium One e Shelta sono ufficialmente POWER. Una sistematica consolidata da 25 anni di letteratura scientifica e storia clinica è oggi oggetto di un restyling morfologico che la rende ancora più performante e moderna. Mantenendo invariate quelle che sono le caratteristiche principali dei due impianti, che ne hanno determinato il grande successo clinico negli anni, sono stati apportati alcuni cambiamenti minori che, senza snaturare la sistematica, ne hanno rinnovato e migliorato ulteriormente morfologia e resa.

Premium One: inserimento semplice e sicuro anche in osso molto compatto

 

Un impianto cilindrico, Premium One, caratterizzato da connessione a esagono interno Collex unica per tutti i diametri implantari, spira reverse buttress per un inserimento semplificato e sicuro anche in osso molto compatto e il doppio trattamento superficiale caratteristico di tutte le sistematiche Sweden & Martina: ZirTi nel corpo endosseo, per favorire il processo di osteointegrazione, e UTM (Ultrathin Threaded Microsurface) nel collo, per una gestione ottimale della delicata area di confine tra osso e tessuti molli.

 

 

Shelta: geometria ideale per la mascella e per la stabilità primaria

 

Un impianto conico, Shelta, disponibile anche in versione con spira larga “SL”, che unisce i vantaggi di una geometria ideale per la mascella e, più in generale, per raggiungere la stabilità primaria nei protocolli post-estrattivi, ai benefici dello stesso trattamento superficiale di Premium One, sistematica con la quale condivide anche la connessione Collex.

 

 

Premium One e Shelta diventano POWER, ma kit chirurgici e connessione implantare non sono stati oggetto di alcun cambiamento, in modo da consentire al medico un upgrade operativo senza imporgli alcuna modifica nel suo stock di accessori e nella sua pratica operatoria quotidiana.

Erano già eccellenti, ora sono POWER!

 

 

 

La diagnosi di natura delle lesioni orali sospette

Che cos'è il cancro orale

Il cancro orale è una malattia nella maggior parte dei casi letale, se non individuata e curata in fasi precoci; il ruolo dell’odontoiatra e dell'igienista dentale sono fondamentali nella prevenzione della malattia e nella sua intercettazione iniziale.
Nelle fasi iniziali il cancro orale spesso non provoca sintomi: talvolta invece si manifesta con una area di bruciore o dolore persistente. Le lesioni locali possono essere diverse: macchie bianche o rosse, zone di crescita patologica o ulcerazioni persistenti. Nelle fasi avanzate l'infiltrazione dei tessuti circostanti provoca dolore e difficoltà nei movimenti di masticazione e deglutizione o alterazioni nella fonazione. Più frequentemente il cancro orale è localizzato ai bordi laterali della lingua e al pavimento orale, sedi meno frequenti sono i trigoni retromolari, la gengiva, la mucosa geniena e il palato.
Una lesione o una alterazione comunque patologica delle mucose orali che non guarisce spontaneamente entro due settimane deve essere considerata potenzialmente maligna fino alla dimostrazione della natura istopatologica. Questo concetto costituisce la base della cosiddetta "regola dei 14 giorni" o "two weeks rule" che viene raccomandata nelle linee guida e citate nelle raccomandazioni dell'Organizzazione Mondiale per la Sanità e altri enti e associazioni del settore: in tutti i casi in cui non si osserva la regressione spontanea delle lesioni entro 2 settimane, è necessario procedere all'accertamento di natura della malattia.

Come si diagnostica il cancro orale

Nella pratica clinica, il test di accertamento diagnostico che si rende più frequentemente necessario è l'esame istopatologico della lesione (biopsia escissionale) o di un frammento della lesione (biopsia incisionale) dopo prelievo bioptico chirurgico, che consente lo studio istologico dei tessuti patologici da parte dell'anatomopatologo.
Nel caso in cui siano evidenti segni locali di malignità, non è opportuno attendere ulteriormente per procedere alla pianificazione e/o esecuzione dell'accertamento diagnostico bioptico; devono considerarsi segni di malignità la persistenza da oltre due mesi e la crescita rapida, il colorito variegato con eritroplasia, l'ulcerazione, l'indurimento, la fissità ai tessuti profondi e il sanguinamento a seguito di trauma lieve.
L’impiego di metodi ausiliari per l’identificazione delle lesioni a rischio pretumorali o tumorali consente di migliorare l'individuazione di zone e lesioni della mucosa orale da sorvegliare, da inviare allo specialista o in cui effettuare il prelievo bioptico.
Tra questi uno dei metodi più recenti è la rivelazione dell'autofluorescenza tissutale (OFI). Le alterazioni displastiche e neoplastiche delle mucose orali provocano la diminuzione o la scomparsa dell'immagine fluorescente del tessuto normale visibile dopo eccitazione con luce blu-viola, ottenuta con l’ausilio, ad esempio, di una lampada fotopolimerizzante. Le zone di lesione della mucosa appaiono così scure e ben delineate (figure 1 e 2) nel contesto dell'immagine dei tessuti orali che emettono la luce fluorescente verde intenso.  È possibile quindi procedere con il prelievo bioptico in una porzione significativa della lesione.

La biopsia dei tessuti orali

Per biopsia si intende la rimozione di tessuto vivente a scopo diagnostico. Nel cavo orale, il prelievo bioptico viene eseguito ambulatorialmente in modo relativamente semplice disponendo di: anestetico locale e relative siringhe con ago sottile, un bisturi con lama BP15, una pinza per tessuti anatomica, una pinza chirurgica, forbici e porta aghi, solitamente del tipo microchirurgico (ad es: Castroviejo), filo da sutura 4-0 o 5-0.
L'analgesia viene ottenuta con l'anestesia loco-regionale o, più frequentemente, infiltrando in più punti piccole quantità di anestetico intorno e al di sotto della lesione, avendo cura di non passare con l'ago attraverso la stessa per evitare l'eventuale trasporto profondo di cellule neoplastiche e di non infiltrare direttamente il tessuto malato, per evitare artefatti. Il tessuto da prelevare può essere trattenuto con le pinze atraumatiche o caricandolo con il filo da sutura.
Il prelievo deve comprendere una parte del tessuto sano circostante alla lesione; l'incisione, solitamente di forma losangica, deve giungere a sufficiente profondità nel connettivo, in modo da permettere lo studio della lamina propria, poiché possono essere diagnostiche le alterazioni che in essa si sviluppano. In caso di lesione sospetta maligna, è opportuno non procedere alla sutura, se non per favorire l'insufficiente emostasi.
Dopo l'intervento, in una settimana circa la ferita operatoria sarà guarita, di norma senza complicanze locali algiche o infettive.
L'esecuzione con indicazioni, tecniche e risultati corretti della procedura chirurgica utile per l'esame bioptico delle mucose orali nei differenti casi clinici possibili, può richiedere tuttavia competenze ed esperienza clinica non sempre disponibili nello studio odontoiatrico generalista, per cui si può rendere necessario l'invio allo specialista.

Nelle due figure si può osservare un caso clinico con illuminazione convenzionale e con dispositivo di rilevamento dell'autofluorescenza tissutale (Goccles®); si può evidenziare la perdita di fluorescenza (zona scura) nelle aree di lesione da sottoporre a biopsia. 

 

Figura 1                                                                              Figura 2

 

Bibliografia

Scully C and Kirby J (2014) A Statement on Mouth Cancer Diagnosis and Prevention. Br Dent J 216(1): 37-8

LeHew CW, Epstein JB, Kaste LM and Choi Y (2010) Assessing oral cancer early detection: clarifying dentists’ practices. J Public Health Dent 70(2): 93-100

Macpherson LMD, McCann MF, Gibson J, Binnie VI and Stephen KW (2003) The role of primary healthcare professionals in oral cancer prevention and detection. Br Dent J 195: 277-81

Giovannacci, I., Vescovi, P., Manfredi, M., & Meleti, M. (2016). Non-invasive visual tools for diagnosis of oral cancer and dysplasia: A systematic review. Medicina Oral, Patología Oral y Cirugía Bucal, 21(3), e305–15. https://doi.org/10.4317/medoral. 20996.

Gli steroidi sono sicuri ed efficaci anche in chirurgia orale

steroidi chirurgia orale

Gli steroidi, noti anche come glucocorticoidi o corticosteroidi, sono una classe di farmaci derivati dal colesterolo. La ghiandola surrenale li produce insieme ad altri ormoni come il cortisolo e l'aldosterone. Gli steroidi sono spesso raccomandati per i pazienti sottoposti a interventi nella cavità orale, sullo scheletro facciale e le strutture cervicali per la loro comprovata efficacia nel contrastare processi infiammatori e immunitari. Tuttavia, l'uso di steroidi è limitato a causa dei loro significativi effetti collaterali. Un gruppo di ricercatori spagnoli, afferenti alle università di Salamanca, Siviglia e Valencia, ha condotto una ricerca sul tema. Pubblicandone poi i risultati su Dentistry Journal.

Obiettivi o strumenti impiegati

Lo studio mirava a valutare l'efficacia dell'uso di steroidi in interventi chirurgici nel cavo orale e nelle strutture facciali e cervicali, considerando le caratteristiche dei pazienti al fine di determinare la migliore strategia terapeutica. Per condurre la ricerca, gli autori dello studio hanno condotto una revisione accurata di articoli presenti sui principali database come PubMed, Nature Portfolio, Medline, Cochrane Library e Google Scholar.

I risultati emersi

Dall'esame dei 54 articoli selezionati, emergono evidenze che confermano l'efficacia e la sicurezza nell'utilizzo di steroidi come terapia pre o post-operatoria in chirurgia orale e maxillofacciale. Gli steroidi sono in grado di controllare l'infiammazione, il dolore e l'edema. Tuttavia, è essenziale usare cautela nella gestione di questi farmaci. La concentrazione dei steroidi va infatti personalizzata, così come la scelta della via di somministrazione. Nonostante l'uso orale sia il più diffuso, l'iniezione intramuscolare è dimostrata più efficace, grazie all'assorbimento rapido del farmaco. Per pazienti con lesioni ulcerative infiammatorie vescicolo-bollose ricorrenti, la somministrazione topica è consigliata per mitigare gli effetti collaterali. In caso di infezioni cervico-facciali, invece, gli antibiotici rimangono il trattamento principale insieme agli steroidi.

Qualche altra considerazione

Secondo i ricercatori, è cruciale conoscere le potenziali interazioni tra steroidi e altri farmaci o alimenti. Ad esempio, l'interazione tra Ritonavir, un farmaco antiretrovirale, e il prednisone può aumentare la concentrazione di prednisone, causando possibili tossicità a dosi normalmente sicure. Inoltre, è essenziale essere consapevoli degli effetti collaterali sistemici o locali dell'uso prolungato o ad alte dosi di questi medicinali. In conclusione, l'utilizzo degli steroidi in modo appropriato in chirurgia orale e maxillofacciale è sicuro e riduce al minimo le possibili complicanze del trattamento.

Parodontite apicale e artrite reumatoide, un binomio più che possibile

parodontite artrite reumatoide

La parodontite apicale è una patologia infiammatoria fastidiosa e pericolosa per la salute dei denti. Un gruppo di ricercatori dell'Università di Birmingham, UK, con il supporto della Atatürk University di Erzurum, Turchia, l'ha studiata, indagando le possibili relazioni esistenti tra la patologia pulpo-periapicale (PPP) e l'artrite reumatoide (AR). In entrambe le patologia, infatti, le citochine pro-infiammatorie sembrano avere un ruolo importante nell'eziologia dei disturbi. Clinical Oral Investigations ha pubblicato i risultati dello studio.

La parodontite apicale al centro della ricerca

Per condurre la revisione sistematica della letteratura sul tema, gli autori hanno incluso studi che coinvolgevano esseri umani affetti sia da AR sia da parodontite apicale. La ricerca è stata eseguita su PubMed, Web of Science e The Cochrane Library, utilizzando parole chiave e Medical Subject Headings (MeSH). Per valutare la qualità degli studi, i ricercatori hanno impiegato la scala di valutazione di Newcastle-Ottawa. Raccogliendo anche informazioni su autore, rivista, anno di pubblicazione e tipo di studio. Ma anche sui criteri diagnostici adottati per la parodontite apicale e l'associazione tra AR e questa patologia, nonché sul livello di evidenza riscontrato nelle pubblicazioni.

Cosa è emerso dallo studio

La ricerca ha identificato 142 documenti pertinenti. Si tratta di studi sull'uomo, condotti in lingua inglese, riferiti a pazienti affetti sia da AR che da parodontite apicale; potevano essere studi di coorte, studi trasversali, sperimentazioni cliniche o studi caso-controllo. Alla luce di questi criteri, nella revisione sistematica sono stati inclusi cinque studi. Di questi, tre hanno confermato una significativa associazione tra AR e parodontite apicale.

Le implicazioni cliniche di interesse odontoiatrico

In base alle evidenze attuali, sembra possibile una correlazione tra AR e parodontite apicale. Tuttavia, data la limitata quantità di studi disponibili, la loro variabilità e la qualità, secondo i ricercatori è difficile trarre conclusioni definitive. La speranza e che ulteriori ricerche di alta qualità possano approfondire il tema. In ogni caso, lo studio in questione ha comunque implicazioni cliniche importanti, poiché i professionisti della salute dovrebbero essere consapevoli del fatto che i pazienti con AR potrebbero avere un rischio maggiore di sviluppare la parodontite apicale. Saperlo in anticipo può aiutare a compiere diagnosi tempestive e a ricorrere prima alle giuste cure.

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