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Il giuramento

Il Giuramento
Frightened girl escapes from the bad dentist

“Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, GIURO di promuovere l’alleanza terapeutica con il paziente fondata sulla fiducia e sulla reciproca informazione, nel rispetto e condivisione dei principi a cui si ispira l’arte medica”
(Ippocrate, nella sua versione più aggiornata)

Da qualche tempo ricevo telefonate allarmate di Odontoiatri che si (e mi) interrogano sul consenso informato. Chi minimizza, chi puntualizza, chi banalizza … questa non è l’ennesima trafila burocratica, questa è Medicina e come tale deve essere affrontata da chi intende seriamente svolgere la Professione. Tema già affrontato più e più volte ma che la Cassazione non perde occasione di riprendere ogni qualvolta pare svanire all’orizzonte: il consenso informato altro non è che il diritto del Paziente all’autodeterminazione e, come tale, deve essere acquisito in modo da non poter dubitare della consapevole intenzione dello stesso di volersi sottoporre a una determinata terapia o a un determinato intervento. A conforto di questa rinnovata attenzione giungono due decisioni della Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione che, a distanza di un anno l’una dall’altra, ribadiscono l’indipendenza e l’autonomia del diritto leso dalla mancata acquisizione del consenso informato ma, d’altro canto, la stretta connessione con il buon esito del trattamento “subito”.

La Corte

La sentenza n. 16633/23, che invito a leggere nella sua interezza perché riporta diverse casistiche che potrebbero interessare i singoli, fornisce anche un riassunto dell’excursus giurisprudenziale che ha portato all’attuale individuazione del diritto all’autodeterminazione.
“Per illustrare le ragioni di tale valutazione si rende opportuno ripercorrere, sia pur sommariamente, lo statuto della responsabilità da mancato consenso informato, quale emergente dalla ormai consolidata giurisprudenza di questa Sezione. È stato già più volte evidenziato che l’inadempimento dell’obbligo di acquisire il consenso informato del paziente può assumere diversa rilevanza causale a seconda che sia dedotta la violazione del diritto all’autodeterminazione o la lesione del diritto alla salute.

• Nel primo caso, l’omessa o insufficiente informazione preventiva evidenzia ex se una relazione causale diretta con la compromissione dell’interesse all’autonoma valutazione dei rischi e dei benefici del trattamento sanitario.

• Nel secondo, l’incidenza eziologica del deficit informativo sul risultato pregiudizievole dell’atto terapeutico correttamente eseguito dipende, invece, dall’opzione che il paziente avrebbe esercitato se fosse stato adeguatamente informato ed è configurabile, di regola, in caso di presunto dissenso, con la conseguenza che l’allegazione dei fatti dimostrativi di tale scelta costituisce parte integrante dell’onere della prova - che, in applicazione del criterio generale di cui all’art. 2697 c.c., grava sul danneggiato - del nesso eziologico tra inadempimento ed evento dannoso.

Questi enunciati vanno certamente condivisi ma - va rimarcato - non esauriscono lo schema concettuale cui occorre far riferimento ai fini della verifica della fondatezza della pretesa risarcitoria, anche quando dedotta come nascente dalla violazione degli obblighi informativi. Anche in tal caso, il fatto costitutivo del credito risarcitorio richiede la presenza dei seguenti elementi:

• la condotta lesiva (ovvero l’omissione o l’incompletezza delle informazioni rese al paziente, insieme con il presunto dissenso all’atto terapeutico nelle ipotesi di cui si dirà);

• l’evento di danno (che può essere rappresentato dalla violazione del diritto all’autodeterminazione o della lesione del diritto alla salute o da entrambi allo stesso tempo), legato al primo da nesso di causalità materiale;

• il danno-conseguenza, ossia le concrete conseguenze pregiudizievoli, derivanti, secondo nesso di causalità giuridica ex art. 1223 c.c., dall’evento di danno, queste sole costituendo danno risarcibile nel vigente ordinamento che non ammette la risarcibilità di un danno in re ipsa.

La violazione degli obblighi informativi dovuti al paziente può dunque essere dedotta sia in relazione eziologica rispetto all’evento di danno rappresentato dalla lesione del diritto alla salute, sia in relazione all’evento di danno rappresentato dalla violazione del diritto all’autodeterminazione, sia, contemporaneamente, in relazione ad entrambi.
Nel primo caso (deficit informativo dedotto come lesivo del diritto alla salute) non vi sono considerazioni particolari da fare quanto al secondo ed al terzo elemento dello schema concettuale sopra ricordato: risarcibile non sarà, in sé, la lesione dell’integrità psico-fisica, ma le conseguenze pregiudizievoli da questa derivanti (danno patrimoniale - danno biologico - danno morale) nei termini fissati dalla giurisprudenza e che non è necessario in questa sede richiamare. La particolarità in tal caso riguarda piuttosto il primo elemento della fattispecie: il fatto lesivo. In tal caso, infatti, come è stato puntualmente rilevato, “l’omessa informazione assume di per sé carattere neutro sul piano eziologico, in quanto la rilevanza causale dell’inadempimento viene a dipendere indissolubilmente dalla alternativa “consenso/dissenso” che qualifica detta omissione.
In caso, infatti, di presunto consenso, l’inadempimento dell’obbligo informativo, pur esistente, risulterebbe privo di incidenza deterministica sul risultato infausto dell’intervento correttamente eseguito, in quanto comunque voluto dal paziente.
Diversamente, in caso di presunto dissenso, detto inadempimento assume invece efficienza causale sul risultato pregiudizievole, in quanto l’intervento terapeutico non sarebbe stato eseguito - e l’esito infausto non si sarebbe verificato - non essendo stato voluto dal paziente. Nel secondo caso (deficit informativo dedotto come lesivo del diritto alla autodeterminazione) le considerazioni da fare riguarderanno invece il terzo elemento dello schema concettuale, ossia i pregiudizi risarcibili. Quanto al fatto lesivo, invero, se, di regola, occorre allegare e provare, oltre alla violazione dell’obbligo informativo, anche che, se correttamente informato, il paziente avrebbe rifiutato di sottoporsi all’intervento, è di converso ipotizzabile che, pur nel caso in cui possa presumersi che questi avrebbe prestato il consenso (o in cui comunque non v’è prova del contrario, come nella specie), egli non sia stato messo nelle condizioni di autonomamente determinarsi ed affrontarle consapevolmente. Anche in tale ipotesi, dunque, la violazione dell’obbligo informativo determina comunque la lesione del diritto all’autodeterminazione.
Con ciò, però, si rimane pur sempre sul piano dell’evento lesivo (o danno-evento), il quale non costituisce ex se, come detto, danno risarcibile. Va dunque ribadito che un danno risarcibile da lesione del diritto all’autodeterminazione è predicabile se e solo se, a causa del deficit informativo, il paziente abbia subito un pregiudizio, patrimoniale oppure non patrimoniale (e, in tale ultimo caso, di apprezzabile gravità), diverso dalla lesione del diritto alla salute, in termini di sofferenza soggettiva e contrazione della libertà di disporre di se stesso, psichicamente e fisicamente, da allegarsi specificamente e da provarsi concretamente, sia pure a mezzo di presunzioni.”

E quindi?

E quindi, a chi chiede ricordo che l’informazione da dare al Paziente è un obbligo deontologico, che deve essere adeguata al caso cui poi deve essere applicata (quindi redatta anche sulla scorta delle informazioni anamnestiche ottenute visitando il Paziente) e che il consenso – anche se previsto a volte in forma orale – è sempre meglio ottenerlo per iscritto, con una bella firma in calce al testo che riconosca il vostro aver rispettato il Paziente ed il suo diritto all’autodeterminazione.

 

 

SIPRO: il professor Enrico Gherlone eletto Presidente per l’anno 2025

Nella giornata di sabato 21 settembre si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Consiglio di Presidenza di SIPRO, la Società Italiana di Protesi Dentaria e Riabilitazione Orale per l’anno 2025.
Il nuovo Presidente eletto per l'anno 2025 è il Professor Enrico Gherlone, Magnifico Rettore dell’Università Vita-Salute San Raffaele.
SIPRO è già al lavoro per definire e pianificare le future attività formative e di aggiornamento scientifico che verranno presentate a breve.

 

Tecnica di autotrapianto step by step e utilizzo di PRGF-Endoret per risolvere un trauma dentale Premium

Autotrapianto dentale PRGF-Endoret
11. Modello tridimensionale del dente che deve essere trapiantato destinato ad essere utilizzato prima del posizionamento del dente naturale al fine di verificarne il perfetto adattamento al neoalveolo

Autori

Eduardo Anitua DDS, MD, PhD

Private practice in oral implantology, Eduardo Anitua Institute, Vitoria, Spain.
Clinical researcher, Eduardo Anitua Foundation, Vitoria, Spain.
University Institute for Regenerative Medicine and Oral Implantology – UIRMI (UPV/EHU-Fundación Eduardo Anitua), Vitoria, Spain.

Corrispondenza: eduardo@fundacioneduardoanitua.org

 

Abstract

La tecnica dell’autotrapianto dentale oggi è tra le procedure utilizzabili per ripristinare elementi dentari persi a causa di un trauma dentale o in caso di grave atrofia in pazienti giovani con denti in via di sviluppo. La procedura è cambiata nel tempo e sono state introdotte nuove modifiche per migliorare la prevedibilità del dente autotrapiantato. Nel presente articolo viene illustrata una modifica della tecnica con l’uso di PRGF-Endoret per ottenere una migliore integrazione del dente, preservandone la vitalità.

Technique of teeth autotransplantation step by step and use of the PRGF-Endoret as a solution to alveolar dental trauma

The dental autotransplantation technique is one of the procedures for restoring teeth lost through dental trauma or in case of severe atrophy in young patients with developing teeth. The procedure has changed over time, and new changes have been implemented to improve the predictability of the autotransplanted tooth. In the present article, we show a modification of the technique and the use of PRGF-Endoret to achieve better tooth integration while preserving its vitality.

 

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Prevenzione della gengivite in gravidanza: implicazioni per la salute orale della madre e del nascituro

Prevenzione gengivite in gravidanza
Pregnant woman at dental office during prenatal checkup

La prevenzione della gengivite durante la gravidanza è fondamentale per garantire la salute orale sia della madre che del nascituro. Durante la gestazione, i cambiamenti ormonali possono aumentare il rischio di infiammazione gengivale, rendendo ancora più importante una corretta igiene orale e controlli dentistici regolari.
In questo articolo, con il supporto di 3 video-pillole dedicate alla gravidanza e alla salute orale rivolte ai professionisti del dentale, approfondiamo le cause della gengivite in gravidanza, i suoi effetti sulla salute generale e i migliori consigli per prevenirla, proteggendo così il benessere della futura mamma e del bambino.
Scopri come aiutare le tue pazienti a mantenere un sorriso sano anche durante la dolce attesa. La prevenzione e il tempestivo trattamento della gengivite e della parodontite, prima, durante e dopo la gravidanza, possono infatti migliorare la salute orale della gestante e del nascituro.

 

 

Le cause della gengivite e dei disturbi gengivali in gravidanza

La gravidanza, come è noto, comporta cambiamenti fisiologici e ormonali che interessano quasi tutti i distretti del corpo umano e che possono avere un impatto anche sulla salute del cavo orale.
Le gengive possono risentire delle variazioni ormonali, vascolari e immunologiche tipiche della gravidanza che possono favorirne l’infiammazione. Dopo il concepimento e fino al momento del parto può aumentare il rischio di sviluppare disagi a livello gengivale, come ad esempio:

  • gengivite gravidica, una condizione che si manifesta con arrossamento, gonfiore e sanguinamento delle gengive ed è in genere reversibile, ma se non adeguatamente controllata può trasformarsi in parodontite;
  • epulide gravidica, sotto forma di rigonfiamenti gengivali che possono preoccupare la neomamma nonostante rappresentino una manifestazione infiammatoria transitoria e benigna, che normalmente scompare dopo il parto;
  • parodontite, ossia l’aggravamento di una infiammazione gengivale pre-esistente che rappresenta un fattore di rischio potenziale per il diabete mellitico gravidico ed esiti sfavorevoli della gravidanza.

 

Come prevenire la gengivite e i disturbi gengivali in gravidanza

Già prima del concepimento e poi per l’intera durata della gravidanza è necessario informare le future mamme dell’importanza di prestare ancora più attenzione a una corretta gestione della salute e dell’igiene orale e di sottoporsi a controlli odontoiatrici periodici.
Le raccomandazioni del Ministero della Salute sottolineano l’importanza di:

  • evitare l’eccessivo accumulo di placca batterica con una accurata igiene orale domiciliare e professionale;
  • utilizzare dentifrici al fluoro due volte al giorno;
  • eseguire una accurata igiene interdentale.

In caso di sanguinamento gengivale, gonfiore alle gengive o in presenza di insolita mobilità dei denti occorre rivolgersi a un professionista del settore dentale per ottenere una diagnosi mirata e gli eventuali trattamenti necessari.

 

 

Riabilitazione post-estrattiva in zona estetica con chirurgia guidata Premium

Figura 4a

Autori

Andrea Enrico Borgonovo
Specialista in Chirurgia Maxillo Facciale, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Simone Galbiati
Specialista in Chirurgia Orale, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Rachele Censi
Specialista in Chirurgia Odontostomatologica, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Davide Galluzzo
Odontoiatra, Reparto universitario di Estetica Dentale, ISI Milano, Università degli Studi di Milano

Abstract

Nella gestione dei casi clinici in area estetica la chirurgia guidata fornisce un valido ausilio all’equipe dello studio. La possibilità di valutare in fase preoperatoria sia la riabilitazione protesica sia il posizionamento implantare grazie al matching dei file delle scansioni intraorali con la CBCT permette di programmare in dettaglio le diverse fasi del lavoro

Scheda clinica
Categoria Chirurgia Orale e Implantologia
Tipo di intervento Riabilitazione implanto-protesica in area estetica
Indicazioni Sostituzione elementi dentari gruppo frontale superiore
Tecnica chirurgica Chirurgia guidata
Grado di difficoltà PD-D
Tempo di esecuzione 45-60 minuti
Legenda Grado di difficoltà
F (Facile): intervento routinario di riscontro quasi quotidiano nella pratica clinica
PD (Poco difficile): intervento poco complesso di frequente riscontro nella pratica clinica
D (Difficile): intervento complesso con situazione clinica particolare e/o che richiede lavoro in team
MD (Molto difficile): intervento molto complesso con situazione clinica di raro riscontro, necessità di lavoro in equipe e/o da eseguire con supporto anestesiologico
ED (Estremamente difficile): intervento estremamente complesso e/o che necessita esecuzione in anestesia generale

 

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Anticoagulanti orali e rischio emorragia in odontoiatria

La gestione dei pazienti che seguono una terapia con anticoagulanti orali e necessitano di interventi odontoiatrici richiede grande attenzione. Prima di effettuare qualsiasi trattamento, occorre analizzare, caso per caso, il rapporto fra i benefici e i rischi. Ed è sempre raccomandato instaurare una stretta collaborazione con il medico curante.

La terapia anticoagulante viene utilizzata in diverse condizioni per prevenire o trattare il tromboembolismo. I pazienti che assumono questi farmaci sono ad alto rischio di trombosi venosa profonda (TVP), embolia polmonare (EP), fibrillazione atriale, infarto del miocardio, attacchi ischemici transitori, ictus o sono portatori di protesi valvolari cardiache.
Nei passati decenni, il Warfarin, antagonista della vitamina K, era la molecola anticoagulante orale di scelta che presentava però diversi limiti, come un ristretto indice terapeutico e una complessa farmacodinamica, e necessitava di monitoraggio regolare e aggiustamento costante della posologia.
Ad oggi sono presenti sul mercato quelli che vengono definiti “nuovi anticoagulanti orali” o “NAO”, molecole che agiscono su specifici step della cascata della coagulazione e che superano i limiti precedenti. Sono caratterizzati da una farmacocinetica predicibile, non vengono influenzati dalla dieta, hanno un rapido on set e una breve emivita e di conseguenza non necessitano un monitoraggio così serrato come le molecole precedenti.
Tuttavia, mancano di una molecola antagonista in caso di complicanze. La Tabella 1 riassume i principali anticoagulanti e antiaggreganti orali. Nel Grafico 1 viene riportata la cascata di eventi che avviene nella coagulazione.

Tabella 1 – Farmaci anticoagulanti e antiaggreganti
Classe farmacologica Nomi dei farmaci
Anticoagulanti warfarin (Coumadin®)
Antiaggreganti clopidogrel (Plavix®)ticlopidina (Ticlid®)prasugrel (Effient®)ticagrelor (Brilinta®)aspirina
Nuovi anticoaugulanti orali dabigatran (Pradaxa®)rivaroxaban (Xarelto®)apixaban (Eliquis®)edoxaban (Lixiana®)

 

Grafico 1 - Cascata coagulativa e sede azione degli anticoagulanti

 

Terapia anticoaugulante e interventi odontoiatrici

La gestione dei pazienti in terapia con anticoagulanti orali che necessitano di interventi odontoiatrici è un momento estremamente delicato, poiché il mancato utilizzo di protocolli adeguati al controllo dell’emostasi e il rischio tromboembolico può portare a gravi conseguenze sia per il paziente che per l’odontoiatra.
Dal punto di vista odontoiatrico, se la coagulazione del sangue è alterata dall’assunzione dei farmaci, potrebbe essere rischioso sottoporsi a terapie che prevedono la coagulazione per andare a buon fine, ad esempio interventi di chirurgia orale come estrazioni, impianti, asportazioni di cisti, ma anche interventi più di routine come ablazioni del tartaro o levigature radicolari.
Nel caso di intervento chirurgico programmato, ci dovremo aspettare che il paziente che assume anticoagulanti orali produca un sanguinamento superiore al normale. Nel decidere di interrompere la terapia al fine di ridurre il sanguinamento, il rischio di esporre il paziente al rischio di fenomeni trombo-embolici si innalza inevitabilmente.
La definizione del bilancio fra i benefici e i rischi dovrà essere condotta caso per caso; la scelta del clinico deve trovare quindi indicazioni assolute in situazioni cliniche specifiche:

  • tipo di intervento chirurgico; è necessario valutare la complessità dell’intervento chirurgico e la necessità di ottenere un campo operatorio pulito, che permetta la risoluzione della chirurgia il più velocemente possibile. A riguardo, si consiglia di conservare la documentazione clinica e radiografica che attesti la complessità del caso e possa giustificare un’eventuale interruzione della terapia anticoagulante.
    Tutta la chirurgia il cui sanguinamento è controllabile con anti-fibrinolitici locali, deve essere eseguita senza interruzione della terapia anticoagulante
  • tipo di TAO; nel caso in cui il pazienta assuma Warfarin, il valore di INR (International Normalized Ratio) fornisce informazioni molto utili per predire il sanguinamento durante l’intervento chirurgico: valori di INR inferiori a 3 definiscono il paziente presumibilmente a basso rischio di sanguinamento.
    Prima di richiedere un INR, è bene consultare il medico curante, in quanto i pazienti ad alto rischio trombo-embolico vengono generalmente mantenuti a valori di INR superiori, proprio per l’elevato rischio medico associato.

Quando invece il paziente assume i nuovi anticoagulanti orali non è presente un parametro di laboratorio definito; la possibilità di sanguinamento dovrà essere dedotta dall’anamnesi del paziente, indagando sulla facilità o meno al sanguinamento durante la sua vita quotidiana.
A questa deduzione per lo più empirica, è possibile graduare il rischio con lo score di HAS-BLED, un sistema di punteggio sviluppato per valutare il rischio di sanguinamento nelle persone che assumono anticoagulanti (Tabella 2).

 

Tabella 2 - Valutazione del rischio emorragico
Lettera Caratteristiche cliniche Punti
H (Hypertension) ipertensione arteriosa sistolica > 160 mmHg 1
A Funzione renale e/o epatica Anormali (1 punto ognuna)* 1 o 2
S Stroke precedente 1
B (Bleeding) sanguinamento anamnestico o predisposizione (anemia) 1
L INR labile (< 60 % del tempo in range terapeutico TTR) 1
E Età >65 anni 1
D Uso concomitante di FANS, antiaggreganti piastrinici(Drugs) o abuso di alcool (1 punto ognuno) 1 o 2
* Per funzione renale anormale si intende dialisi renale, trapianto renale o creatinina ≥ 2,2 mg/dl.
Per funzione epatica anormale si intende una cirrosi o valori di bilirubina > 2 volte il valore superiore del normale con ALT o AST o fosfatasi alcalina > 3 volte il valore superiore del normale.

 

 

Sospensione della TAO e rischio trombo embolico

Qualora il paziente sia in terapia con Warfarin e si richieda la modifica della TAO per intervento chirurgico, l’obiettivo sarà quello di portare la capacità di coagulazione del sangue a un livello tale da ridurre il rischio emorragico senza tuttavia sottoporre il paziente a un eccessivo rischio trombo-embolico. In questo caso si porterà il valore di INR a 1,5/2 e la chirurgica odontoiatrica dovrà necessariamente essere eseguita in questa giornata. Successivamente i valori di coagulazione verranno poi riportati a livelli preoperatori.
Stando così le cose, il paziente rimane 6-7 giorni con valori di INR diversi da quelli ottimali, ed è questo il periodo in cui il paziente è a rischio di fenomeni trombo-embolici (Grafico 2).

 

 

Storicamente, quando il rischio medico veniva considerato elevato, era prassi sostituire, in accordo con il medico curante, la terapia con la cosiddetta terapia ponte o “bridging”. Essa consisteva nell’utilizzo di eparina da somministrarsi giornalmente durante il periodo in cui la TAO veniva modificata. La somministrazione di eparina, che possiede una azione diretta e molto rapida, manteneva scoagulato il paziente durante il periodo in cui veniva modificata la TAO.
La sospensione della terapia con eparina il giorno dell’intervento permetteva una “ri-coagulazione” rapida del paziente, riducendo così l’entità dell’emorragia intra-operatoria, mentre la ripresa della somministrazione di eparina subito dopo l’intervento determinava la “ri-scoagulazione” rapida del paziente, in attesa dell’azione farmacologica della TAO che si verificava circa 2-3 giorni dopo la ripresa della somministrazione del Warfarin.

Ad oggi, le nuove Linee Guida EHRA sull’uso degli anticoagulanti orali diretti (2021 European Heart Rhythm Association Practical Guide on the Use of Non-Vitamin K Antagonist Oral Anticoagulants in Patients with Atrial Fibrillation) sconsigliano fortemente lo switch all’eparina nel periodo peri-procedurale.
Per molti interventi minori è possibile continuare il trattamento con gli anticoagulanti orali diretti mentre questo va sospeso nell’ambito di procedura più invasive.
I nuovi anticoagulanti orali hanno il vantaggio di avere un’emivita plasmatica di 12-14 ore.
È proprio la maggior rapidità dell’inizio e della fine dell’effetto anticoagulante di tali farmaci che, nella pratica odontoiatrica, porterebbe a un maggior vantaggio rispetto al Warfarin, nella gestione dei pazienti da sottoporsi a trattamento chirurgico.
Considerata la ridotta emivita di tali farmaci, la sospensione della terapia può essere praticata 24 ore prima dell’intervento, assicurando una emostasi adeguata, mentre la sua ripresa nella stessa giornata ridurrebbe a 24-48 ore (vs i 6-7 giorni della TAO tradizionale) l’esposizione del paziente al rischio trombo-embolico (Grafico 3).

 

 

Conclusioni

In conclusione, l’impiego degli anticoagulanti orali in pazienti sottoposti a trattamenti odontoiatrici richiede una pianificazione attenta e una stretta collaborazione tra il dentista e il medico curante. È essenziale valutare accuratamente il rischio di sanguinamento e di coagulazione, adottando le misure necessarie per garantire la sicurezza del paziente durante l’intervento odontoiatrico. Una gestione interprofessionale efficace può contribuire a ottimizzare i risultati clinici e a garantire un’esperienza odontoiatrica positiva per i pazienti che assumono anticoagulanti orali.

 

Bibliografia

1. Firriolo FJ, Wendy SH. Beyond warfarin: the new generation of oral anticoagulants and their implications for the management of dental patients. Oral Surg Oral Med Oral Pathol Oral Radiol 2012;113:431-441.
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3. O’Connell JE, Stassen LFA. New oral anticoagulants and their implications for dental patients. Journal of the Irish Dental Association 2014; 60 (3):137-143. https://www.lenus.ie/bitstream/handle/10147/321849/JuneJulyArt2.pdf?sequence=1&isAllowed=y
4. Montebugnoli L, Gissi D. La gestione odontoiatrica del paziente in terapia con i nuovi farmaci anticoagulanti. https://www.patologia-orale.net/le-malattie-del-cavo-orale/la-gestione-odontoiatrica-del-paziente-in-terapia-con-i-nuovi-farmaci-anticoagulanti/.
5. Montebugnoli L. Gestione ottimale del paziente a elevato rischio emorragico e nuove prospettive. https://www.patologia-orale.net/wp-content/uploads/2018/01/anticoagulanti-antiaggreganti.pdf.
6. Kaplovitch E, Dounaevskaia V. Treatment in the dental practice of the patient receiving anticoagulation therapy. J Am Dent Assoc 2019;150(7):602-08.
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8. Ockerman A, Bornstein MM, Leung YY, et al. Incidence of bleeding after minor oral surgery in patients on dual antiplatelet therapy: a systematic review and meta-analysis. Int J Oral Maxillofac Surg 2020;49(1):90-98.
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11. Wahl MJ. The mythology of anticoagulation therapy interruption for dental surgery. J Am Dent Assoc 2018;149(1):e1-e10.

 

La clindamicina e gli effetti sulla rigenerazione parodontale

Clindamicina

La  clindamicina è un antibiotico ad ampio spettro, divenuto di recente oggetto di studio da parte dell'Università del Cairo, Egitto. I ricercatori si sono posti una domanda. L’aggiunta di clindamicina alla fibrina ricca di piastrine iniettabile (I-PRF) può migliorare i risultati clinici nella rigenerazione parodontale? Lo studio si è concentrato su pazienti affetti da parodontite di stadio III grado B. Esaminando l'efficacia della combinazione di clindamicina con I-PRF, in confronto all'uso della sola I-PRF, in associazione a una tecnica chirurgica minimamente invasiva modificata (M-MIST).

L’importanza della fibrina ricca di piastrine

La fibrina ricca di piastrine iniettabile (I-PRF) è un concentrato piastrinico di seconda generazione, ormai consolidato nell'odontoiatria rigenerativa per la sua capacità di accelerare la guarigione dei tessuti molli e duri. Questo si deve al rilascio di importanti fattori di crescita, che facilitano la rigenerazione tissutale. Grazie a queste proprietà, l’I-PRF è spesso utilizzata da sola o in combinazione con biomateriali per trattare difetti intraossei parodontali.

Lo studio in sintesi

Lo studio condotto dall’Università del Cairo ha mirato a valutare se l'aggiunta di clindamicina (CLN) all’I-PRF potesse migliorare ulteriormente i risultati della rigenerazione parodontale. I pazienti sono stati sottoposti a interventi di rigenerazione con una tecnica minimamente invasiva (M-MIST), combinata con I-PRF, con o senza l’aggiunta di clindamicina. Lo studio clinico randomizzato ha incluso 28 pazienti con parodontite di stadio III grado B, suddivisi in due gruppi. Il gruppo di prova (14 pazienti) ha ricevuto l'I-PRF arricchita con clindamicina (50 μL di CLN per 1 mL di I-PRF), in combinazione con la M-MIST. Il gruppo di controllo (14 pazienti) ha ricevuto solo l'I-PRF con la M-MIST, senza aggiunta di clindamicina.

I ricercatori hanno monitorato diversi parametri clinici e radiografici per un periodo di 9 mesi. Includendo il livello di attacco clinico (CAL), la profondità di sondaggio (PD), l'indice di placca (PI), l'indice gengivale (GI), oltre alla valutazione radiografica della profondità lineare del difetto (RLDD) e dell'area del difetto radiografico (RDA).

Risultati principali

In entrambi i gruppi, ci sono stati miglioramenti significativi rispetto ai valori di base per i parametri clinici e radiografici dopo 3, 6 e 9 mesi. Tuttavia, confrontando i due gruppi, non è emerso che l'aggiunta di clindamicina all'I-PRF abbia prodotto un miglioramento clinico superiore rispetto all'uso della sola I-PRF. In particolare, entrambi i gruppi hanno mostrato una riduzione significativa del livello di attacco clinico (CAL) nel tempo. Il gruppo con clindamicina ha presentato un indice gengivale (GI) significativamente inferiore a 9 mesi rispetto al gruppo di controllo, indicando una minore infiammazione gengivale.

Qualche altro dettaglio

La profondità di sondaggio (PD) è risultata significativamente inferiore nel gruppo con sola I-PRF a 9 mesi. Suggerendo ai ricercatori che l'assenza di clindamicina possa aver favorito una riduzione maggiore del PD. Per quanto riguarda il rilascio della clindamicina dall'I-PRF, è stato osservato che l'antibiotico viene rilasciato costantemente fino a 48 ore, con un picco di concentrazione a 24 ore, che poi declina gradualmente fino al settimo giorno.

Conclusioni cliniche

Lo studio, pubblicato sul Journal of Periodontal Research, ha dimostrato che l’uso di I-PRF con la tecnica chirurgica M-MIST può migliorare significativamente i risultati clinici e radiografici nei pazienti con difetti intraossei parodontali. Tuttavia, l’aggiunta di clindamicina non sembra apportare ulteriori benefici clinici in termini di rigenerazione tissutale rispetto all’uso della sola I-PRF.

Per gli odontoiatri, questi risultati suggeriscono che l’I-PRF, utilizzata con tecniche minimamente invasive, rappresenta una scelta valida per il trattamento di difetti parodontali, senza la necessità di aggiungere antibiotici come la clindamicina. Un fatto da non sottovalutare, considerando che l’uso prudente di antibiotici rimane comunque e sempre importante per evitare resistenze e potenziali effetti collaterali.

I primi 1000 giorni: una storia che inizia prima

6a. Valutazione dell’eruzione dei primi dentini, che all’arcata superiore in questo caso rilevano una cisti eruttiva a risoluzione spontanea dopo alcuni giorni

Autori

Matteo Beretta                             In collaborazione con

Michela Paglia

 

 

La miglior cura è la prevenzione e questo vale anche per la salute orale, quindi meglio iniziare presto, anzi, prima, perché la prevenzione inizia nei primi 1000 giorni, intesi come il tempo che intercorre tra il concepimento e i primi due anni di vita del bambino.
È ormai risaputo che stili di vita e abitudini alimentari scorrette condizionano in modo determinante la salute. Cambiare queste abitudini può ritardare, ridurre l’impatto sulla qualità di vita o evitare l’insorgenza di malattie: la Prevenzione resta saldamente un concetto che deve fare parte della vita di tutti noi.
Quando deve iniziare la Prevenzione? La risposta è: presto, molto presto, affinché la sua efficacia sia massima. La teoria dei primi 1000 giorni di vita (1-2) ci spiega come la salute e il benessere di un individuo siano influenzati in larga misura da ciò che accade dal concepimento fino al secondo anno di età. Questo periodo è cruciale perché è il momento in cui si forma gran parte dell’organismo. Proprio perché l’organismo è in formazione, esso è più plastico e reattivo agli stimoli; quindi, è particolarmente sensibile a interventi preventivi.
È, quindi, ancora prima della nascita (Figura 1) che si pongono le basi e si determinano i fattori che influenzeranno la salute futura del bambino.

 

1. La salute orale inizia dalla gravidanza

 

Questo concetto vale certamente anche per la salute orale in dentatura decidua (Figura 2), che è il risultato di un paziente e costante lavoro informazione e di prevenzione, mentre la patologia deriva principalmente da errori e disattenzioni che iniziano in gravidanza e rischiano di proseguire nei primi anni di vita.

 

2. Una dentatura decidua completa e sana è il risultato di una corretta prevenzione

 

Tutti i bambini nascono senza carie, ma già alla nascita non tutti hanno lo stesso rischio di svilupparla. La carie è la patologia cronica più frequente nei bambini (3) ed è così comune da essere considerata, purtroppo, normale. In realtà, sappiamo tutti che non solo è evitabile, ma anche assolutamente prevenibile.

La carie rappresenta un grande problema anche in termini di salute pubblica, essendo cinque volte più comune dell’asma e sette volte più comune della rinite allergica, con tutte le implicazioni che ne conseguono in termini di costi, spesa e anche qualità di vita per i bambini e le famiglie. La carie della prima infanzia è definita Early Childhood Caries (ECC). All’interno di questa categoria rientra una forma ancora più severa chiamata Severe Early Childhood Caries (S-ECC) (Figure 3a-b), comunemente nota come Sindrome da biberon (4).

 

3a. ECC severa e Sindrome da Biberon con perdita prematura degli incisivi decidui

 

3b. ECC severa e Sindrome da Biberon con perdita prematura degli incisivi decidui

Le conseguenze sulla salute orale e sulla qualità di vita dei bambini affetti e delle loro famiglie sono numerose e gravi: episodi di dolore e urgenze, anche difficilmente gestibili nei bambini molto piccoli, rischio di malocclusioni, sviluppo di nuove lesioni cariose, rischio di batteriemie e possibili alterazioni nello sviluppo e nella crescita complessiva del bambino, anche sotto l’aspetto emotivo e comportamentale. Deve definitivamente finire l’epoca in cui “dal dentista si va quando c’è una emergenza o un problema conclamato” e “tanto sono denti da latte che poi cadono”. Ricordiamo, per esempio, che i secondi molari da latte esfoliano anche fino ai 12 anni e sono fondamentali per lo sviluppo delle arcate dentali, altrimenti Madre Natura non li avrebbe pensati e fatti!
L’eziologia della patologia cariosa è multifattoriale e per svilupparsi necessita della presenza contemporanea di tre fattori: batteri ad alta attività cariogena, un ospite suscettibile e una dieta ricca di zuccheri. Il bambino è un ospite suscettibile allo sviluppo di lesioni cariose se la sua igiene orale e alimentare non sono curate correttamente. Spesso è la madre o sono le figure molto vicine al bambino (caregiver) che si occupano di questi aspetti quotidiani.

La carie dentale è una patologia infettiva autoindotta e questo è un concetto molto importante in termini di approccio preventivo. Può essere il primo segno di un’alimentazione non equilibrata che, se non corretta presto, può portare allo sviluppo anche di sindromi metaboliche negli anni successivi (5-6).
I bambini preferiscono geneticamente il gusto dolce e l’introduzione precoce di zuccheri aggiunti, prima dei 24 mesi, non farà altro che aumentare questa naturale inclinazione.
Quando la madre o i caregiver hanno un’igiene orale insufficiente, la concentrazione di batteri nel cavo orale è alta e molto aggressiva. Le nostre ricerche indicano che circa l’80% dei genitori non sa che la carie è una malattia infettiva trasmissibile.

I batteri patogeni e cariogeni presenti nella bocca del neonato non potranno causare danni finché i denti non saranno erotti, ma la loro massiccia presenza già nei primi mesi di vita è un determinante fattore di rischio. L’igiene del cavo orale deve diventare una buona abitudine fin dai primi giorni di vita.

Anche in assenza di denti, è necessario pulire le gengive, la lingua e la bocca dopo ogni poppata e questo va insegnato precocemente a mamme e papà (Figura 4). Questo permette di eliminare i residui di latte dal cavo orale che, in presenza di batteri cariogeni, creano un ambiente costantemente acido nella bocca del neonato.

 

4. Igiene orale neonatale con ditalino in silicone

 

Spesso i genitori riferiscono che nessuna delle figure sanitarie che si è occupata di loro e del bambino ha sottolineato l’importanza dell’igiene orale fin dalla nascita. Inoltre, il 60% dei bambini tra i 18 e i 24 mesi non è mai stato controllato da un odontoiatra. Tutto ciò rende evidente la necessità di informare e istruire le madri fin dalla gravidanza a curare l’igiene orale propria e dei propri figli. Solo in questo modo saranno possibili una prevenzione primaria delle patologie da infezione del cavo orale e una vera promozione della salute orale di mamma e bambino.

Questo concetto di prevenzione molto precoce rappresenta il cambio di paradigma dall’Odontoiatria Infantile all’Odontoiatria Materno-Infantile e pone grande enfasi sull’educazione e la prevenzione già durante la gravidanza, coinvolgendo attivamente le madri nella cura della salute orale dei loro figli fin dai primi giorni di vita e ancor prima loro stesse, sensibilizzandole sulla conoscenza circa il Fluoro (7) e sull’importanza di seguire corretti stili di vita (8) e sulla promozione e il controllo attivi della loro salute orale in questo delicato periodo, che non deve essere un tempo in cui la si trascura per altre priorità. L’obiettivo è creare una solida base per la salute orale che duri per tutta la vita, partendo dalla mamma e dalla famiglia per arrivare al bambino (Figure 5 a-c).

 

 

L’Odontoiatria Materno-Infantile si propone di promuovere la salute orale e intercettare le patologie della bocca prima che insorgano, attraverso l’educazione e l’istruzione dei caregiver, spiegando le abitudini di igiene orale e alimentare corrette ed effettuando visite di controllo molto presto.

La prima visita odontoiatrica dovrebbe avvenire non solo all’eruzione del primo dentino, in genere in torno ai 6 mesi (Figure 6 a-c), ma addirittura prima.

 

Questo approccio ultraprecoce, neonatale, consente anche una valutazione dei frenuli (Figura 7), per valutare quali di questi possano eventualmente richiedere un approccio chirurgico per consentire un normale sviluppo delle funzioni della lingua o contribuire in tempi brevi alla soluzione di difficoltà all’allattamento al seno (2), da condividere con il neonatologo e con le ostetriche che supportano le mamme nel delicato momento di avvio dell’allattamento, sulle problematiche che possono insorgere con un utilizzo intenso e prolungato del ciuccio o del succhiamento del dito (Figura 8).

 

 

Nello stesso tempo è possibile dare informazioni e istruzioni anche sull’addestramento a una buccalità positiva del bambino (Figura 9), insegnando a mamme e papà a “entrare dolcemente” nella sua bocca (che è una zona privatissima e delicata), come con una carezza.

 

9. Addestramento di mamma e papà alla buccalità positiva

Questo potrà contribuire a sviluppare una propensione positiva da parte del neonato e futuro bambino verso l’igiene orale domiciliare, che sarà iniziata prima che spunti il primo dentino e già durante le prime fasi dell’allattamento (9).
Se, nonostante tutti gli sforzi profusi in questa direzione, si dovesse comunque instaurare la patologia o ci fossero altre problematiche dentali, traumi o problemi mucogengivali, l’intervento deve essere sempre a misura di bambino (10), cercando di rendere le cure dentali confortevoli, per esempio effettuando precoci sedute di igiene orale professionale con approccio No Aerosol e in braccio alla mamma o al papà (Figura 10), usando l’ozonoterapia (in gas o gel), gel, mousse o vernici remineralizzanti, per arrivare alla sedazione cosciente inalatoria (analgesia relativa secondo langa) o mediante benzodiazepine, laser, scanner intraorali, e promuovendo a seguire approcci restaurativi ultraconservativi, come la rimozione selettiva della carie (SCR-selective caries removal), associata all’uso di nuovi materiali bioattivi (11) o ancora prima la Non restorative Cavity Control (NRCC) (12), le cure diventano davvero più facili, piacevoli e anche divertenti per i bambini.

 

10. Igiene orale pediatrica. No Aerosol sulla poltrona mamma

 

Creare un ambiente odontoiatrico positivo e a misura di bimbo-famiglia (13) dove il come è più importante del cosa (Figura 11) e promuovere un approccio alla prevenzione e alla cura non solo è oggi possibile… ma bisogna imparare a farlo.
E questa è una storia che inizia PRIMA!

 

Bibliografia

1. Paglia L, Gatto R. La salute orale di mamma e bambino nei primi 1000 giorni di Vita. Milano, Tecniche Nuove, 2021.
2. Paglia L, Beretta M. Odontoiatria Materno-Infantile. Milano, Ariesdue, 2021.
3. Ministero della Salute. Raccomandazioni per la promozione della salute orale perinatale. 2014.
4. Colombo S, Gallus S, Beretta M, Lugo A, Scaglioni S, Colombo P, Paglia M, Gatto R, Marzo G, Caruso S, Paglia L. Prevalence and determinants of early childhood caries in Italy. Eur J Paediatr Dent. 2019 Dec;20(4):267-273.
5. Paglia L, Friuli S, Colombo S, Paglia M. The effect of added sugars on children’s health outcomes: Obesity, Obstructive Sleep Apnea Syndrome (OSAS), Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder (ADHD) and Chronic Diseases. Eur J Paediatr Dent. 2019 Jun;20(2):127-132.
6. Cesari M, Vanacore N, Agostoni C. The two extremes meet: pediatricians, geriatricians and the life-course approach. Pediatr Res. 2019 Oct;86(4):432-435.
7. Ministero della Salute. Fluoro: Valutazione del rischio e valore guida. 2016.
8. World Health Organization. Guideline: sugars intake for adults and children. 2015.
9. American Heart Association. Added sugars and cardiovascular disease risk in children: a scientific statement from the American Heart Association. Circulation. 2017 May;135(9). 10. Beretta M, Federici Canova F, Gianolio A, Zaffarano L. Spa-Inspired Oral Care: A new approach in paediatric dentistry. Eur J Paediatr Dent. 2022 Jun;23(2):125-127.
11. Beretta M, Federici Canova F, Gianolio A, Zaffarano L. Beyond the Clinic: why new bioactive restorative materials have really changed Paediatric Dentistry. Eur J Paediatr Dent. 2023 Dec;24(4):292-296.
12. van Strijp G, van Loveren C. No Removal and Inactivation of Carious Tissue: Non-Restorative Cavity Control. Monogr Oral Sci. 2018;27:124-136.
13. Beretta M. When ‘How’ is more important than ‘What’. Eur J Paediatr Dent. 2022 Jun;23(2):89.

Giornata Mondiale per la prevenzione dei traumi dentali e orali: tuteliamo i bambini

La Giornata Mondiale per la Prevenzione dei Traumi Dentali e Orali, che ogni anno si celebra il 21 settembre, è un evento di portata internazionale mirato a sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza della prevenzione in ambito dentale, con un focus particolare sui più piccoli. I traumi dentali, infatti, colpiscono un terzo dei bambini e un quarto degli adolescenti e adulti. Per questo motivo, la prevenzione assume un ruolo centrale, specialmente nelle fasce di età più vulnerabili. L’Università degli Studi di Verona, in collaborazione con l'International Association of Dental Traumatology (IADT) e la Società Italiana di Traumatologia Dentale (SITD), ha promosso una campagna di sensibilizzazione in occasione di questa ricorrenza. Con il patrocinio dell'Istituto Stomatologico Italiano (ISI), dell'associazione Odontoiatria Materno Infantile (OMI) e della Società Italiana di Odontoiatria Infantile (SIOI), tutti da sempre in prima linea a tutela della salute orale dei piccoli pazienti.

Il trauma accidentale dipende spesso dagli adulti

Nicoletta Zerman

Secondo la professoressa Nicoletta Zerman, presidente della Società Italiana di Traumatologia Dentale, nonché docente all’Università di Verona e Direttrice dell’Unità Autonoma di Odontoiatria Pediatrica e Igiene Orale, IRCCS Ospedale Don Calabria a Negrar, con la giusta attenzione si potrebbe evitare gran parte delle problematiche odontoiatriche che colpiscono i più piccoli. «Oltre alla carie, che con le corrette abitudini potrebbe certamente essere evitata, un altro aspetto che si potrebbe prevenire è la traumatologia della prima infanzia», spiega. «Il trauma, infatti, dal mio punto di vista, non è di per sé un fatto accidentale. Semmai lo diventa perché l’adulto di riferimento molto spesso consente che il trauma accada. Ci sono piccoli e grandi accorgimenti che, se messi adeguatamente in atto, sarebbero più che sufficienti per ridurre il rischio di traumatismo nei bambini».

Il rischio di traumi dentali nei bambini e negli adolescenti

I bambini in età prescolare e scolare sono particolarmente soggetti a traumi dentali. Le cause di questi traumi sono varie e spaziano dalle attività ludiche a quelle sportive, fino a comprendere i fattori anatomici come la presenza di denti sporgenti. Se non trattate tempestivamente, queste condizioni possono aumentare notevolmente il rischio di frattura, sia durante l’esercizio fisico che nel tempo libero.

Ambienti a rischio di traumi dentali

I traumi dentali possono verificarsi in diversi contesti. In casa, i bambini, specialmente nei primi anni di vita, sono esposti a cadute che possono provocare impatti contro i mobili, con conseguente rischio di lesioni ai denti. A scuola, durante le attività scolastiche, i giochi, e i litigi con i compagni, si possono verificare traumi dentali. E abitudini scorrette, come mordere oggetti (ad esempio le penne), aumentano il rischio di fratture. Anche l’attività sportiva, sia scolastica che extrascolastica, è una delle principali cause di traumi dentali, specialmente negli sport di contatto o in quelli che comportano un alto rischio di cadute.

Misure preventive per evitare i traumi dentali

In occasione della Giornata Mondiale per la prevenzione dei Traumi Dentali e Orali, l’Università degli Studi di Verona, in collaborazione con l'International Association of Dental Traumatology (IADT) e la Società Italiana di Traumatologia Dentale (SITD) suggeriscono di adottare le seguenti misure preventive, rivolte soprattutto all'infanzia:

  • Sicurezza domestica: È essenziale limitare l’accesso a zone pericolose come scale e finestre, e garantire che i bambini utilizzino il girello solo sotto supervisione adulta. Bloccaggi per porte e finestre aiutano a prevenire cadute accidentali.
  • Supervisione attiva: Durante il gioco, è importante evitare corse in presenza di ostacoli o su superfici scivolose. L'uso di attrezzature da gioco come scivoli e altalene dovrebbe essere attentamente monitorato, scoraggiando comportamenti rischiosi come l’arrampicata su mobili.
  • Protezione durante lo sport: Limitare le attività motorie complesse non adatte allo sviluppo psicofisico e al livello dei bambini è fondamentale. L’uso di dispositivi di protezione, come i paradenti, è fortemente raccomandato negli sport di contatto per prevenire traumi.
  • Interventi ortodontici precoci: La correzione tempestiva di anomalie dentali, come i denti sporgenti, è cruciale per ridurre il rischio di traumi. Anche sovrappeso e obesità, che influenzano la reattività motoria, dovrebbero essere gestiti per prevenire incidenti.

Un'occasione per riflettere anche sugli abusi

La Giornata Mondiale per la prevenzione dei Traumi Dentali e Orali è dunque un’occasione importante per riflettere sull’importanza della salute dentale, soprattutto nei bambini. Ma anche per tenera alta l'attenzione su un altro fenomeno correlato alla traumatologia dentale. «Purtroppo, a volte i traumi anche a livello del cavo orale non sono per niente accidentali, bensì provocati», denuncia la professoressa Zerman. «Persino quelli che di primo acchito possono sembrare fortuiti, in realtà possono nascondere maltrattamenti o abusi subiti dai bambini. E questo è un dramma ancora più difficile da riconoscere e comprendere. Specialmente quando i soggetti sono molto piccoli e non hanno la possibilità di esprimersi». Una ragione in più per guardare alla traumatologia dentale con l'attenzione che merita e che purtroppo non sempre riceve dal mondo degli adulti.

 

Manifestazioni orali e gestione clinica nei pazienti affetti da sindrome di Sturge Weber Premium

Sindrome di Sturge Weber
1. Soggetto maschio di 12 anni affetto da Sindrome di Sturge Weber. Ipsilateralmente alla lesione il labbro superiore presenta macrocheilia

Autori

Angela Galeotti
Reparto di Odontostomatologia dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (Roma).

Francesco Aristei
Reparto di Odontostomatologia dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (Roma). Scuola di Specializzazione in Ortognatodonzia, Dipartimento MeSVA, Università dell’Aquila

Martina Caputo
Reparto di Odontostomatologia dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (Roma).

Erika Cirillo
Reparto di Odontostomatologia dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (Roma).

Giuseppe Marzo
Scuola di Specializzazione in Ortognatodonzia, Dipartimento MeSVA, Università dell’Aquila

Federica Marraffa
Dermatologia, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù

Corrispondenza: angela.galeotti@opbg.net

Abstract

La gestione della salute orale nei pazienti affetti da Sindrome di Sturge Weber (SWS) risulta complicata dalla presenza di alterazioni anatomiche, vascolari e neurologiche tipiche di questi soggetti. I pazienti affetti da SWS hanno un rischio aumentato di parodontopatie dovute all’ipertrofia delle mucose orali correlata alla possibile presenza della lesione emangiomatosa (Port wine stain) e all’iperplasia gengivale indotta, frequentemente, dall’assunzione di farmaci anticonvulsivanti. La maggiore difficoltà alle manovre di igiene orale domiciliare li predispone ad un’aumentata cariorecettività. Si evidenzia, inoltre, un’aumentata incidenza di urgenze relative a sanguinamenti orali spontanei o odontalgie. Infine, si annovera in questi pazienti una frequente insorgenza di malocclusione. Lo scopo dello studio è quello di analizzare lo stato dell’arte della letteratura in merito alle manifestazioni cliniche di pertinenza odontostomatologica nei pazienti affetti dalla Sindrome e stilare un approccio diagnostico del paziente sottolineando gli aspetti odontoiatrici più significativi.
Dai risultati ottenuti dalla letteratura, integrati con l’osservazione clinica dei pazienti analizzati, sono stati identificati gli aspetti maggiormente rappresentati. Gli articoli selezionati hanno evidenziato la difficoltà relativa alla gestione del rischio di sanguinamento durante il trattamento delle mucose affette dalla lesione emangiomatosa e degli elementi dentali ad essa contigui, ed alla complessità di intervento dettata dal ritardo cognitivo spesso associato alla patologia di base. La gravità e tipologia delle manifestazioni riscontrabili nei pazienti affetti da SWS è variabile e correlabile all’estensione della lesione emangiomatosa, alle terapie farmacologiche e agli aspetti funzionali. È necessario contestualizzare i vari segni clinici rispetto all’età del paziente per effettuare un corretto inquadramento diagnostico odontostomatologico e poter formulare il percorso terapeutico più idoneo.

Oral manifestations and clinical management in patients with Sturge Weber syndrome

Oral health management in patients with Sturge Weber Syndrome (SWS) is complicated by the presence of typical anatomical, vascular, and neurological alterations. Patients with SWS have an increased risk of periodontal disease due to hypertrophy of the oral mucosa related to the possible presence of the haemangiomatous lesion (Port wine stain) and gingival hyperplasia frequently induced by anticonvulsant medication. The increased difficulty with home oral hygiene maneuvers predisposes them to augmented caries receptivity. There is also a high incidence of emergencies related to spontaneous oral bleeding or odontalgia. Finally, malocclusion is frequently occurrence in these patients. The study aims to analyze the state of the art of literature about clinical manifestations of odontostomatological relevance in patients with the syndrome and to draw up a diagnostic approach for the patient, emphasizing the most significant dental aspects.
The most frequently represented aspects were identified from the results obtained from the literature, supplemented with the clinical observation of the patients analyzed. The selected articles highlighted the difficulty related to the management of the risk of bleeding during treatment of mucous membranes affected by the haemangiomatous lesion and the dental elements contiguous to it, and the complexity of intervention dictated by the cognitive delay often associated with the underlying pathology.
The severity and phenotype of manifestations found in patients with SWS are variable and correlate with the extent of the haemangiomatous lesion, pharmacological therapies, and functional aspects. It is necessary to contextualize the various clinical signs relative to the patient’s age to carry out a correct odontostomatological diagnostic framing and to be able to formulate the most suitable therapeutic approach.

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Morso aperto anteriore, i fattori che lo determinano

Morso aperto anteriore

Il morso aperto anteriore (AOB, dall'inglese anterior open bite) è una condizione dentale in cui i denti anteriori superiori e inferiori non si toccano quando la bocca è chiusa, lasciando uno spazio visibile. Questo problema può avere conseguenze sia estetiche che funzionali, influenzando la masticazione, la fonazione e l'estetica del sorriso. Un recente studio, condotto dall'Università di Istanbul, Turchia, ha esaminato i fattori che possono contribuire allo sviluppo dell'AOB nei gemelli, utilizzando modelli statistici avanzati per capire meglio le relazioni tra le variabili in gioco.

Lo studio: gemelli e morso aperto

La ricerca ha coinvolto 404 bambini gemelli, di cui il 29,2% monozigoti (MZ) e il 70,8% dizigoti (DZ), con un'età compresa tra 3 e 15 anni. Gli autori hanno esaminato vari fattori, tra cui il tipo di respirazione (orale o nasale), la presenza di deglutizione atipica, il tipo di alimentazione (allattamento al seno o con biberon), e la durata dell'uso del biberon. Con l'obiettivo di determinare i fattori che influenzano l'insorgenza del morso aperto anteriore.

Respirazione orale e deglutizione atipica: un legame importante

I risultati dello studio hanno mostrato che la respirazione orale è un fattore determinante nella comparsa di una deglutizione atipica. I bambini che respirano principalmente con la bocca sono più propensi a sviluppare una deglutizione atipica, condizione in cui la lingua si posiziona in modo scorretto durante la deglutizione. Questa, a sua volta, è stata identificata come un importante fattore scatenante del morso aperto anteriore.

Il ruolo dello zigotismo

Un altro elemento interessante emerso dallo studio è il ruolo della somiglianza genetica tra i gemelli. Lo zigotismo ha un effetto indiretto sull'AOB, mediato dalla respirazione orale. In particolare, i test di Sobel utilizzati nello studio hanno evidenziato che lo zigotismo influisce sulla probabilità di sviluppare una deglutizione atipica attraverso la respirazione orale. Condizione che a sua volta contribuisce all'insorgenza dell'AOB.

Allattamento al seno e biberon: influenze opposte

Anche l'alimentazione gioca un ruolo importante. L'allattamento al seno riduce l'incidenza del morso aperto anteriore, probabilmente perché favorisce il corretto sviluppo dei muscoli oro-facciali e del sistema stomatognatico. Al contrario, l'uso prolungato del biberon è stato associato a un aumento dell'incidenza di AOB. Questo suggerisce che la forma di alimentazione nei primi anni di vita può giocare un ruolo cruciale nello sviluppo della morfologia orale.

Conclusioni

Questo studio, pubblicato su Clinical Oral Investigations, offre una panoramica dettagliata sui fattori che possono contribuire allo sviluppo del morso aperto anteriore nei bambini. La respirazione orale, la deglutizione atipica, lo zigotismo e il tipo di alimentazione sono tutti elementi interconnessi che possono influenzare questa condizione. Per i clinici, questi risultati sottolineano l'importanza di monitorare attentamente le abitudini orali nei bambini, specialmente quelli a rischio. E di promuovere pratiche che favoriscano il corretto sviluppo del sistema dentale e muscolare. Allattare al seno e limitare l'uso del biberon potrebbero infatti essere strategie utili per prevenire l'insorgenza del morso aperto anteriore.

Mario Lendini: condividere le esperienze per migliorare la clinica

Da 50 anni la Società Italiana di Endodonzia studia ed elabora nuovi protocolli per semplificare la pratica quotidiana e rendere la disciplina sempre più accessibile. Quest’anno, a novembre, festeggia il suo operato con un congresso che apre alla multidisciplinarietà. Perché gli obiettivi davvero importanti si possono raggiungere solo con il contributo di tutti, come spiega il Presidente in carica in questa intervista.

Nel terzo millennio, tecnologie sempre più sofisticate e materiali innovativi hanno semplificato molte procedure e dato grande slancio alla pratica clinica odontoiatrica, endodonzia inclusa. Oggi è straordinariamente possibile raggiungere risultati fino a pochi anni fa impensabili, ottimizzando i tempi e migliorando la prevedibilità. L’entusiasmo per le novità, però, non può, da solo, essere sufficiente per garantire l’efficacia, la resa e la sicurezza delle nuove tecniche e dei materiali proposti. È necessario mettere a punto rigorosi protocolli ai quali il clinico possa attenersi con fiducia per tagliare il traguardo del successo terapeutico.
È proprio qui che entrano in gioco le società scientifiche, capaci, attraverso uno studio costante e approfondito e con discussioni e confronti che valutino tutte le sfaccettature di un problema clinico, di assumere il ruolo di utile guida superpartes.
Questa è anche la filosofia insita nel DNA della SIE, la Società italiana di Endodonzia, che quest’anno festeggia 50 anni dalla sua fondazione con il 39° Congresso Nazionale, a Roma dal 14 al 16 novembre.

Dottor Lendini, come è cambiata l’endodonzia negli ultimi anni?
Mario Lendini SIE
Mario Lendini, Presidente SIE

I 50 anni della SIE sono un traguardo importante, che abbiamo raggiunto passando attraverso tanti cambiamenti. Lo sviluppo tecnologico in questo settore è travolgente, tanto che ogni sei mesi, ormai, dobbiamo confrontarci con dei cambiamenti. Il vantaggio è che le pratiche endodontiche sono diventate più prevedibili e più semplici, con importanti vantaggi anche e soprattutto per il dentista generico e per chi non ha una formazione specifica in endodonzia. Una grande opportunità è arrivata con l’avvento degli strumenti meccanici in nichel titanio, che hanno semplificato le procedure. All’inizio il loro corretto utilizzo non era scontato e in alcuni casi potevano verificarsi problematiche, ma negli ultimi 10-15 anni questi strumenti hanno avuto un’evoluzione molto rapida e oggi sono in grado di rendere il lavoro dell’odontoiatra più facile, perché semplificano le procedure.
Non solo: anche le metodologie di otturazione dei canali sono più semplici. In endodonzia chirurgica, poi, un salto di qualità è stato reso possibile dalla CBCT, uno strumento di secondo livello diagnostico importante che permette di vedere più elementi e di preparare un piano operativo minimamente invasivo ed estremamente preciso, confermando la diagnosi in maniera sicura.

Quale ruolo ha giocato la SIE in questi cambiamenti

L’importanza di una società scientifica risiede principalmente nella certificazione di protocolli che servono a offrire ai colleghi basi aggiornate e sicure su cui basare la propria operatività. I congressi servono a questo: ci si incontra e si ha l’opportunità di parlare con colleghi che hanno avuto modo di testare i nuovi materiali e le nuove tecniche. Insieme è possibile affrontare argomenti anche complessi, in modo da poter trovare il modo di semplificarli e renderli più fruibili, anche per chi non è uno specialista della materia.
Il risultato sono indicazioni cliniche molto precise, di cui tutti possono usufruire. La semplificazione delle tecniche è un aspetto davvero importante, perché i protocolli di utilizzo proposti dai produttori spesso hanno la necessità di essere migliorati sul campo, basandosi sull’esperienza clinica. Noi ci preoccupiamo di fornire indicazioni e informazioni concrete.
Talvolta sui nuovi temi discutiamo anche in modo acceso, ma sempre per cercare di arrivare a una sintesi e offrire indicazioni valide e molto pratiche ai colleghi.

Come è stato scelto il tema del congresso di quest’anno e quale significato ha per la comunità odontoiatrica?

Il punto di partenza si basa sempre sugli ultimi protocolli. Lo scorso anno il congresso è stato in gran parte dedicato a una nuova categoria di cementi bioceramici che hanno particolare biocompatibilità con i tessuti naturali e si possono impiegare bene nelle tecniche di otturazione canalare, dove è obbligatorio preparare il canale senza distruggere il dente, rispettare l’anatomia, applicare tutti i protocolli di disinfezione e, infine, otturare con materiali stabili e non invasivi, rispettosi del parodonto e della struttura ossea.
Al congresso abbiamo effettuato una disamina molto approfondita sull’evoluzione dei cementi endodontici, credo molto utile per chi li utilizza quotidianamente.
Nel congresso di quest’anno il tema conduttore sarà sempre l’Endodonzia, ma vista attraverso una disamina di confronto e integrazione con altre discipline, che saranno nel contesto congressuale rappresentate da professionisti scelti per dare il proprio apporto nei rispettivi ambiti di interesse.
Da qui il titolo: Le Fondamenta della Multidisciplinarietà: 5 Discipline, 18 Relatori, da Dove Partire? Ad esempio, interverrà in veste di relatore anche Federico Ferraris, il Presidente dell’Accademia Italiana di Odontoiatria Conservativa, che presenterà una relazione dal titolo: “L’approccio mini invasivo nelle riabilitazioni estetiche per il mantenimento della vitalità pulpare”.
Il congresso è molto articolato e, appunto, segue un filo logico multidisciplinare: protesi, odontoiatria restaurativa, chirurgia e anche medicina legale.

Qual è il ruolo della medicina legale nella pratica endodontica e perché è importante per i clinici conoscerne i principi?

Oggi la nostra protezione è più complessa, ma noi clinici raramente conosciamo a fondo la medicina legale. Quando i pazienti si presentano con problemi di natura medico-legale, sia per chiedere un consulto sia per ottenere un ritrattamento, siamo costretti ad assumerci una responsabilità.
Purtroppo, però, molte situazioni di primo acchito possono non essere chiare e la futurologia del caso clinico, ossia quali sono i rischi, cosa fare e perché farlo sono purtroppo ancora oggi problematiche che spesso il clinico sottovaluta. Nella relazione a due dal titolo “Contenziosi Medico Legali: Confronto e orientamento su casi semplici e complessi nella pratica clinica quotidiana” che presenteremo al congresso con Gian Luca Roggero, esporremo casi clinici particolari che potrebbero avere risvolti problematici, mentre lo specialista legale offrirà informazioni su rischi, comportamenti e conseguenze di quelle che potrebbero essere alcune nostre scelte.

Quando ha iniziato a occuparsi di Endodonzia?

Faccio il clinico dal 1992 e dunque ho cominciato in un momento storico in cui i giovani iniziavano a sperimentarsi nella pratica guidati da colleghi più anziani, e spesso questo avveniva proprio partendo dall’endodonzia. Era una disciplina difficile e, proprio per tale motivo, in pochi avevano voglia di occuparsene. La preparazione dei casi clinici per diventare socio attivo della SIE ha in effetti rappresentato per me un periodo molto importante e molto stressante, che però mi ha abituato alla razionalità dei controlli clinici. L’endodonzia è la base dell’odontoiatria: senza un’endodonzia fatta bene non si può avere un buon risultato. Non a caso il mio primo, grande investimento pochi anni dopo la laurea è stato il microscopio operatorio. È uno strumento che permette di fare ancora meglio quello che già sappiamo fare e di lavorare nella bocca del paziente con una risoluzione fino a 28-30 ingrandimenti, ossia nettamente superiore rispetto a quella offerta dagli occhialini. Il range tra 8 e 15 ingrandimenti è fondamentale per operare correttamente in endodonzia, ad esempio trovare un canale o asportare uno strumento rotto che si trova all’interno di un canale. Per noi è uno strumento così importante che abbiamo attivato corsi a tema dedicati alle figure dello studio odontoiatrico che assistono l'endodontista alla poltrona.

Un consiglio che darebbe agli studenti che si affacciano all’endodonzia?

Oggi i giovani apprendono rapidamente, e va detto che in endodonzia la tecnica di per sé non è difficile, il problema casomai è la scelta della tecnica da applicare in relazione al tipo di anatomia con cui ci si deve confrontare. I giovani colleghi hanno bisogno di informarsi e di scegliere corsi utili per affinare l’abilità clinica e diagnostica, senza però commettere l’errore di frequentare fin dall’inizio corsi molto sofisticati. L’apprendimento deve essere graduale, sempre

Cosa significa essere un socio attivo della SIE e quali sono i requisiti per diventarlo?

La figura del Socio Attivo è quella che ha maggiore rilevanza all’interno della SIE, perché può partecipare a tutte le attività societarie. Significa entrare a far parte di un gruppo ristretto, composto da circa 200 soci attivissimi anche sul territorio, in ambito locale. La nostra mission è la formazione e studiamo i nostri eventi per offrire ai colleghi aggiornamenti e nuove prospettive, dimostrando che oggi si può accedere facilmente alla endodonzia con ottimi livelli di qualità. L’ammissione dei Soci attivi viene valutata attraverso un punteggio che si basa sui casi clinici e i lavori scientifici allegati al momento in cui si presenta la domanda. I casi devono avere almeno due anni di storia e presentare guarigione completa. La qualità necessaria, la più importante, è possedere un coinvolgimento e una devozione particolare alla disciplina.

Quali risorse offre la SIE ai suoi soci?

Oltre ai congressi e alla formazione, sul nostro sito endodonzia.it è possibile cercare per regione e per città i soci attivi, punti di riferimento ai quali i colleghi possono rivolgersi se necessitano di indicazioni specifiche o quando hanno bisogno di appoggiare un paziente per una prestazione che non si sentono in grado di svolgere. Spesso si tratta di casi di endodonzia chirurgica, che richiede un livello maggiore di specializzazione e necessita l’uso del microscopio e l’applicazione di tecniche minimamente invasive, eseguibili solo se si ha l’esatta cognizione di quello che si deve fare.

C’è un caso complesso che ancora ricorda?

Più che complesso, direi un caso che va in contrasto con l’abitudine e la tendenza attuale, abbracciata da molti colleghi, di sacrificare con facilità un elemento dentario compromesso per sostituirlo con un impianto. Ricordo un signore anziano con un dente già curato più volte per una lesione apicale, senza risultati soddisfacenti. Era una situazione difficile, gli ho spiegato che in casi analoghi il dente si può anche ritrattare, ma la percentuale di successo è molto bassa. «Non si preoccupi, voglio salvarlo, ci provi, poi vediamo», insisteva lui. Eseguendo il trattamento ho trovato dei canali accessori, li ho recuperati e chiusi. Dopo una ricostruzione complessa, in 6 mesi la guarigione è arrivata. Per 10 anni quel paziente ha continuato a venire in studio. All’epoca era un’eccezione, perché i pazienti accettavano i trattamenti proposti senza comprendere. Oggi sono molto più presenti e consapevoli e prima di perdere un dente vogliono capire se ci sono scelte diverse. Intendiamoci, l’impianto è una valida alternativa al dente naturale che non può più essere conservato, ma il dente naturale è importantissimo per estetica, funzione, e anche per la sensibilità che ha. Anche qui SIE ha un ruolo importante: cerchiamo di rendere consapevoli i pazienti del fatto che togliere un dente è un’amputazione, facendo loro comprendere che le alternative esistono. Per questo sul nostro sito abbiamo aggiunto anche una sezione con informazioni per i pazienti. La SIE fa parte, inoltre, come altre società scientifiche, di ASSO, Associazione Società Scientifiche Odontoiatriche, con cui siamo impegnati in una campagna informativa contro le fake news.

 

Mario Lendini

Libero professionista in Torino con attività prevalentemente orientata verso endodonzia clinica e chirurgica, chirurgia orale e implantologia. È Presidente della Società Italiana di Endodonzia 2023-2024. Relatore in congressi e corsi nazionali e internazionali. Autore di articoli scientifici su riviste nazionali e internazionali. Coautore di testi specialistici pubblicati in Italia, negli Stati Uniti e in altri Paesi. Settori di competenza: Endodonzia clinica e chirurgica, chirurgia implantare.

 

Allineamento Dentale Protesicamente Guidato (PGO): una nuova opportunità nella riabilitazione estetica con faccette

a cura del Prof. Piero Venezia

I trattamenti protesici e ortodontici sono spesso parte integrante dei trattamenti multidisciplinari odontoiatrici. Sono trattamenti che si basano su un approccio integrato, mirato ad ottimizzare l’estetica dentofacciale, migliorare la funzione masticatoria, l’igiene orale e l’affidabilità dei pilastri protesici.

Da un punto di vista clinico, i trattamenti protesici multidisciplinari si basano su due possibili approcci: quello conformativo e quello riorganizzativo.

La riabilitazione di tipo conformativo comporta il trattamento di pochi elementi dentali, non modifica l’occlusione abituale (o in massima intercuspidazione) del paziente, richiede piccole correzioni della posizione dei denti, non modifica la dimensione verticale o i rapporti sagittali intermascellari.

I trattamenti estetico-restaurativi diretti in composito o indiretti con faccette in ceramica si inseriscono in questo tipo di approccio, mirando ad ottenere il miglioramento dell’estetica dei pazienti riducendo al minimo la quantità di rimozione del tessuto dentale senza modificare i pattern occlusali.

In questa ottica, l’allineamento dentale  pre-protesico è estremamente utile se si vuole mantenere un approccio minimamente invasivo, in quanto prevede lo spostamento dei denti nella posizione più favorevole a ridurre al minimo la quantità di sostanza dentale sana asportata e di confinare spesso le preparazioni in smalto, aumentando enormemente la qualità delle procedure di adesione  e la prognosi a lungo termine sia degli elementi dentali che della protesi.

La terapia con allineatori trasparenti (CAT) rappresenta uno strumento prezioso nella gestione di questi casi, poiché consente al clinico di pianificare movimenti ortodontici in relazione ai risultati protesici desiderati. La popolarità della CAT è stata alimentata dalla crescente domanda da parte dei pazienti adulti di un trattamento altamente efficace operato da un sistema ortodontico estetico che allinea gli elementi dentari senza influenzare la vita sociale o le relazioni. Inoltre, la CAT utilizza la tecnologia digitale per pianificare i movimenti dentali in una sequenza specifica, utilizzando software che consentono la pre-visualizzazione dei risultati.

Nel caso clinico qui disponibile, discuteremo il concetto di Allineamento Dentale Protesicamente Guidato (PGO) presentando e discutendo un caso clinico con il sistema Invisalign GO™.

Affronteremo il concetto di PGO nella gestione clinica dei casi ortodontico-restaurativi multidisciplinari con approccio conformativo e di come gli strumenti digitali quali scanner intra-orali, software di pianificazione ortodontica e applicazioni per smart-phone basate sull’intelligenza artificiale permettano ai clinici di operare su una piattaforma digitale unica per pianificare in maniera affidabile e predicibile la riabilitazione protesica

Scarica il caso clinico

Intelligenza artificiale o artefatto di intelligenza?

L’avvento delle nuove tecnologie digitali in grado di apprendere e di interagire con l’uomo apre nuove, finora incredibili possibilità. Ma un sistema basato su regole matematiche non può (almeno per ora) sostituirsi all’eclettica capacità di ragionamento e di vaglio critico umana. Eppure, con il giusto approccio e nel rispetto dell’etica professionale, potrebbe rivelarsi un supporto utile in medicina, e perfino in odontoiatria, per confrontare i dati più rapidamente, migliorare la precisione della diagnosi e pianificare trattamenti personalizzati

Solo l’8% delle piccole aziende italiane vende online, il 40% dei lavoratori non è in grado di utilizzare in maniera efficiente un software da ufficio, il 30% della popolazione italiana non usa Internet, il 70% della popolazione adulta ha un livello basso di competenza linguistica e matematica.

Questa è la fotografia dell’Italia, quartùltima in Europa, seguita solo da Bulgaria, Grecia e Romania, mentre il mondo sta diventando completamente digitale, anche per prenotare una visita. Quando parliamo di intelligenza artificiale, big data, machine learning non stiamo parlando di complessi sistemi lontani dalla nostra quotidianità. Utilizziamo questa tecnologia tutti i giorni, nessuno escluso; utilizziamo le mappe che ci indicano il percorso più veloce, prenotiamo online il nostro tavolo al ristorante o ci chiediamo perché il nostro telefono sponsorizzi proprio quella marca di berretti che stavamo cercando. Viviamo in un mondo digitale e non ne conosciamo le luci, figuriamoci le ombre. Partiamo allora dalle faccende più semplici: cos’è l’intelligenza artificiale? E come entra nelle nostre vite? L’intelligenza artificiale, o IA, è un campo in rapida evoluzione che si occupa di creare sistemi informatici in grado di eseguire attività che richiedono l’intelligenza umana, come la comprensione del linguaggio naturale, il riconoscimento di immagini, la risoluzione di problemi, il ragionamento e la pianificazione. Per capire quanto l’IA sia presente nel quotidiano, basti pensare che per dare la definizione di intelligenza artificiale, ho utilizzato l’IA stessa. Ho chiesto infatti a Chat GPT, un modello di linguaggio artificiale sviluppato da OpenAI che utilizza l’apprendimento automatico e il deep learning per generare conversazioni in linguaggio naturale con gli utenti, “che cos’è l’intelligenza artificiale?” ed ecco che in pochi secondi, qualcuno, o meglio “qualcosa” ha risposto alla mia domanda, in italiano, in modo puntuale e con corretta punteggiatura.

Una “magia” basata sugli algoritmi

Come possiamo essere certi che quello che dice un “robot” possa essere vero? Innanzitutto, che cos’è un algoritmo? Un algoritmo è il modo in cui si dà un’istruzione al computer per svolgere un compito. Questo compito può essere un calcolo complicato, ma anche una serie di istruzioni, come una ricetta o un piano di trattamento. Il calcolo, e quindi la risposta che chiediamo, è dato dalla somma di due fattori: gli algoritmi e i dati. Gli algoritmi sono il modo in cui il calcolatore “opera”, i dati sono il punto di partenza da cui ottiene le informazioni necessarie. In questi casi si parla di algoritmi “che apprendono”. In sostanza al computer vengono forniti dati che corrispondono a informazioni “storiche”, a casistiche già accadute. A partire da questi dati, l’algoritmo apprende come comportarsi di fronte a un nuovo dato e genera una risposta. In particolare, si parte dal presupposto di avere una serie di casi noti, quindi casi sui quali viene già emesso un verdetto da parte di un esperto, per esempio in medicina sano/malato, in banca do il credito/non do il credito, e l’algoritmo impara a comportarsi come l’esperto, quindi impara a decidere su un nuovo caso. Questo algoritmo, da un punto di vista della struttura, risponde a regole matematiche, e per questo non opinabili. Ma su quali dati opera? Se operasse su dati non coerenti con la soluzione corretta del problema, sarebbero guai.

Errare non è solo umano

Per ovviare a questa problematica, gli algoritmi devono essere istruiti. Basandosi spesso su dati “storici”, infatti, ci possono essere dei bias nelle risposte, degli errori. Se pensiamo per esempio alla selezione del personale, il genere maschile ha storicamente rivestito cariche di maggiori responsabilità e posizioni più rilevanti rispetto al genere femminile, dunque l’algoritmo tenderà a selezionare il candidato migliore come “uomo” anziché “donna”. Per ovviare al problema l’algoritmo può essere certamente istruito, per esempio “obbligando il sistema” alla selezione di una percentuale di donne, o di persone appartenenti a certe minoranze, ma altrettanto certamente la mente umana che ragiona autonomamente non può essere sostituita nel selezionare la persona migliore, sia essa donna o uomo. Un altro esempio: molti di questi algoritmi sono addestrati a risposte a partire da immagini fornite da Google. Google ha una raccolta di 14 milioni di immagini; peccato, per esempio, che questi 14 milioni di immagini derivino per il 44% da siti Internet e utenti americani; va da sé quindi che l’algoritmo apprenderà e risponderà meglio a questioni che hanno a che fare con gli americani e la cultura a loro connessa. In concreto, se l’algoritmo impara a predire il tumore della pelle, ma ha a disposizione per il 95% pelle bianca, sarà in grado di predire la malattia solo su pelle bianca, risultando non attendibile in casi diversi.

Tecnologia ancora in evoluzione

Il match tra dati, informazioni e soluzioni è qualcosa di relativamente nuovo; è vero che la tecnologia corre veloce, ma solo di recente la potenza di calcolo e la capacità di risolvere questi problemi è arrivata a livelli tali da poter applicare questa tecnologia alla pratica quotidiana, minimizzando gli errori. È solo questa potenza che ha fatto si che si creassero i “big data” e solo grazie al “machine learning”, che è sostanzialmente la capacità della macchina di apprendere di per sé, che oggi possiamo fare un uso ragionato dell’intelligenza artificiale. Il termine “big data” si riferisce a grandi volumi di dati - sia strutturati sia non strutturati - che sono generati a una velocità elevata e in una grande varietà di formati diversi. Questi dati possono essere raccolti da diverse fonti, come ad esempio dispositivi mobili, sensori, social media, database aziendali e così via. Il concetto di big data è stato reso possibile grazie alla rapida evoluzione delle tecnologie digitali, che hanno reso più facile e conveniente raccogliere e archiviare grandi quantità di dati. I big data possono essere analizzati utilizzando tecniche di elaborazione dati avanzate, come l’analisi statistica, l’apprendimento automatico e l’intelligenza artificiale, al fine di rivelare pattern, correlazioni e insight che altrimenti sarebbero difficili da individuare.

Bussola digitale per il medico

Oggi con il machine learning siamo in grado di “inventare” una tecnologia che permetta di distinguere pazienti che alla diagnosi andranno certamente verso una situazione di recidiva di tumore e altri no. Ma con quale accuratezza? Lo dice l’algoritmo stesso sulla base del numero di dati che ha utilizzato e quindi sulla base di quanto è stato addestrato. Qual è il valore aggiunto che l’IA può fornire al medico? L’IA permette in più di poter matchare, per esempio, le informazioni del DNA, che l’oncologo stesso non può essere in grado di leggere nella totalità, con l’insieme di segni e sintomi individuati dal medico. In questo modo l’oncologo avrà una risposta che lo orienta, non una risposta corretta. A partire da questa, e solo grazie alla propria mente e ai propri studi, allora il medico potrà fare una diagnosi e un piano di cura “migliori”. Dalla diffusione di strumenti digitali e proprio grazie alla possibilità offerta dai big data, si sviluppa la “Precision Medicine”, una interpretazione della medicina che mette in relazione diretta dati, conoscenze e competenze che attengono a tre ambiti della vita del paziente che incidono sugli effetti della cura:

  • i dati genetici del paziente;
  • i dati relativi al contesto ambientale nel quale vive o dove si sviluppa la cura in corso;
  • i dati collegati al comportamento e allo stile di vita del paziente.

Attenzione, però, a non confondere la medicina di precisione con la medicina personalizzata, che invece permette di avere una visione completa e profonda di tutto ciò che attiene e influisce sulla salute e sul benessere della persona, facendo riferimento a una specifica focalizzazione della disciplina medica su tutti i fattori che attengono alla storia, alla patologia, alle caratteristiche e al comportamento di un paziente.

Quindi, in generale, l’algoritmo può far parte del processo decisionale, ma deve necessariamente essere comprensibile all’essere umano. Il medico deve essere in grado di discernere e di prendere decisioni individuali. Interessante in questo contesto di innovazione dell’intelligenza artificiale stessa è l’explainable AI (che tradotto significa: IA spiegata), ossia un modello che spiega non soltanto cosa ha fatto l’algoritmo, ma anche perché lo ha fatto.
La premessa è che l’algoritmo elabora una predizione che può essere più o meno accurata a seconda di quanti dati ha a disposizione, di come è stato predisposto il campione e come è stato disegnato l’insieme delle risposte che vengono ritenute corrette;
solo successivamente l’algoritmo opera ed è in grado di risolvere nuovi casi. Essere a conoscenza di tutti questi processi è utile alla mente umana, che può in questo modo criticare, nel senso più filosofico del termine, l’informazione ricevuta.

Servono equilibrio e senso di responsabilità

Va da sé che a temi complessi si affiancano anche ostiche questioni, non ultime quelle etiche, di gestione di questi dati.
L’utilizzo dei big data in medicina richiede infatti una gestione adeguata dei dati stessi e una garanzia della sicurezza e della privacy dei pazienti. L’elaborazione dei dati deve essere effettuata in modo responsabile e rispettoso dei diritti del paziente, e gli accessi a questi devono essere limitati solo alle persone autorizzate, come i medici o i ricercatori, per evitare il rischio di violazioni della privacy o altre preoccupazioni etiche relative alla moralità, all’equità e alla giustizia nell’utilizzo di questi.
In particolare, l’analisi dei big data in medicina può sollevare alcune preoccupazioni etiche che riguardano:

1. La privacy. L’analisi dei dati dei pazienti deve essere effettuata in modo responsabile e rispettoso dei diritti del paziente. È importante proteggere la privacy e garantire che i dati sensibili non vengano utilizzati in modo improprio o divulgati a persone non autorizzate.

2. La giustizia. L’utilizzo dei big data in medicina deve garantire l’equità nell’accesso alle cure. Ciò significa che le informazioni raccolte dai big data devono essere utilizzate per garantire che tutte le persone abbiano accesso alle cure di cui hanno bisogno, indipendentemente dal loro background o dal loro status socioeconomico.

3. La trasparenza. L’utilizzo dei big data in medicina deve essere trasparente e aperto. Le persone coinvolte nell’analisi dei dati dei pazienti devono essere oneste riguardo a come i dati vengono utilizzati e quali sono i rischi associati.

4. L’accuratezza. L’utilizzo dei big data in medicina deve essere accurato e affidabile.
Le informazioni raccolte dai big data devono essere verificate e confermate da fonti affidabili per garantire che le decisioni prese sulla base di tali informazioni siano sicure ed efficaci.

Semplificazioni pericolose

Per concludere, sicuramente l’IA semplificherà la vita ai cittadini e alle aziende, ma è importante sapere che l’intelligenza artificiale non è la riproduzione di un cervello umano e nemmeno la somma neutra di conoscenze e saperi. Si serve sempre di software che apprendono e si orientano a seconda degli obiettivi da raggiungere. E poi c’è un tema etico e filosofico: delegare all’AI le decisioni o la ricerca delle risposte a ogni tipo di problema può rivelarsi una scelta che nel tempo rende superflue le competenze umane, fino a mutare la nostra stessa natura di esseri dotati di spirito critico. Alla fine, se è un algoritmo a decidere al posto nostro, noi a cosa serviamo?

Come usufruire dell'IA in ambito medico senza esserne sopraffatti

L’intelligenza artificiale in medicina può essere utilizzata per migliorare la precisione della diagnosi, la personalizzazione dei trattamenti e la prevenzione delle malattie attraverso l’analisi dei dati. I big data sono stati applicati in molti settori della medicina, tra cui:

• ricerca, ad esempio per identificare nuovi farmaci o per sviluppare nuovi approcci terapeutici. L’analisi di grandi quantità di dati clinici e genomici può rivelare pattern e associazioni tra le condizioni di salute e i fattori di rischio;
• diagnosi e prognosi, attraverso l’analisi di immagini mediche o di dati di monitoraggio continuo del paziente. Ciò può consentire ai medici di prendere decisioni più informate sulla terapia da prescrivere;
• monitoraggio e prevenzione delle malattie; ad esempio, i dati raccolti da dispositivi di monitoraggio indossabili possono essere utilizzati per rilevare i primi sintomi di malattie croniche o per fornire informazioni sullo stato di salute dei pazienti a distanza;
• gestione sanitaria, attraverso l’analisi dei dati sui costi e sull’utilizzo delle risorse, per identificare inefficienze e migliorare la qualità dell’assistenza. Nello specifico, in odontoiatria si utilizza l’IA in:
• diagnosi e pianificazione del trattamento. L’IA può essere utilizzata per analizzare le immagini dentali come radiografie e tomografie computerizzate per identificare eventuali problemi dentali o diagnostici. Inoltre, i sistemi di IA possono aiutare i dentisti a pianificare i trattamenti e a personalizzare i piani di cura per i pazienti in base alle loro esigenze specifiche;
• assistenza ai pazienti. L’IA può essere utilizzata per migliorare l’esperienza dei pazienti. È possibile utilizzare chatbot alimentati dall’IA per rispondere alle domande dei pazienti, prenotare appuntamenti e fornire informazioni sui trattamenti dentali;
• robotica dentale. L’IA viene utilizzata anche nella robotica dentale per migliorare la precisione e l’efficacia dei trattamenti. I robot odontoiatrici, in casi eccezionali, possono utilizzare l’IA per identificare i denti da trattare, pianificare la posizione e l’angolazione degli strumenti, e anche per rilevare e adattarsi alla forma unica della bocca del paziente.

Fonti

1. Gabanelli M, Magatti M. L’Italia sta pagando caro l’analfabetismo digitale. Le colpe e i rimedi. Corriere della Sera, 9 settembre 2019.

2. Gabanelli M, Marinelli A. Cos‘è un algoritmo e cosa succede quando sbaglia. Corriere della Sera, 11 febbraio 2020 3. https://chat.openai.com

Tecnologia laser: nuovi trattamenti e protocolli in odontoiatria Premium

4. Trattamento di carie distale dell’elemento 22 con laser a erbio 2940 nm

Autori

Rolando Crippa
Prof. a c. Master Internazionale II Liv. Laser Dentistry Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma

 

 

Sabrina De Michele
Odontoiatra, Libera professionista, ISI Milano

 

 

 

Giulia Capella
Odontoiatra, Libera Professionista, ISI Milano

 

 

 

Francesca Angiero
Prof. Associato Università degli Studi di Genova

 

 

Corrispondenza: rolcrip@icloud.com

Abstract

L’utilizzo del Laser (Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation) per la cura delle affezioni delle mucose orali ha avuto inizio circa 50 anni fa con l’impiego del laser a CO2, seguito successivamente da quello del laser a diodi, del Nd:YAG e quindi del laser ad Erbium.
Verso la fine degli anni Novanta, l’utilizzo è stato esteso anche alle cure dei tessuti duri, quindi dei denti e delle ossa mascellari.
La luce laser possiede caratteristiche particolari che la differenziano dalla luce comune. I diversi tipi di laser si distinguono in base allo stato di aggregazione del materiale attivo in laser allo stato solido, liquido e gassoso.
Una menzione a parte meritano i laser a semiconduttore che saranno trattati con i laser a diodi.

Laser technology: new treatments and protocols in dentistry

The use of Laser (Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation) for the treatment of oral soft tissue diseases started about 50 years ago with the use of the CO2 laser, subsequently followed by the diode and Nd: YAG lasers and therefore the Erbium laser.
At the end of the 1990s, its use was also extended to treat hard tissues, teeth, and jaw bones. Laser light has particular characteristics that differentiate it from common light.
The different types of lasers are distinguished according to the state of aggregation of the active material in solid, liquid, and gaseous lasers.
Semiconductor lasers deserve a separate mention and will be treated with diode lasers.

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Nicoletta Zerman: dalla parte dei più piccoli

Nicoletta Zerman

Da oramai quarant’anni la professoressa Nicoletta Zerman dedica i suoi studi e gran parte della propria attività alla prevenzione e alla cura delle malattie del cavo orale di bambini e adolescenti. Una sfida che ancora oggi richiede impegno da parte di tutti e la capacità di interagire in modo empatico, attento e responsabile con i giovani e con le loro famiglie, senza mai trascurare alcun segnale di possibile disagio. Perché l’obiettivo non è solo tutelare la salute del cavo orale, ma anche il benessere globale di adolescenti e bambini.

Oggi la professoressa Zerman è docente all’Università di Verona e Direttrice dell’Unità Autonoma di Odontoiatria Pediatrica e Igiene Orale, IRCCS Ospedale Don Calabria a Negrar, ma la sua carriera si estende lungo quattro decenni, durante i quali ha assistito, nonché partecipato in prima persona, all’evoluzione dell’odontoiatria pediatrica. Dall’innovazione tecnologica ai problemi di prevenzione, in questa intervista ci guida attraverso un viaggio affascinante nella cura delle problematiche orali di bambini e adolescenti, offrendo spunti e riflessioni che vanno ben oltre la semplice pratica clinica.

Professoressa Zerman, come è cambiato l’approccio rispetto ai suoi inizi?
Nicoletta Zerman
Nicoletta Zerman, docente all’Università di Verona e Direttrice dell’Unità Autonoma di Odontoiatria Pediatrica e Igiene Orale, IRCCS Ospedale Don Calabria a Negrar

In odontoiatria pediatrica sono stati compiuti grandi passi avanti sia per quanto riguarda le tecnologie a disposizione sia per la diffusione del sapere, che oggi è molto più capillare. Purtroppo non si può negare, invece, che a livello di prevenzione i passi in avanti non siano stati molti. Bisogna ammettere, a malincuore, che tutto quello che negli scorsi decenni si era cercato di impostare anche con il supporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità alla fine non ha portato ai risultati sperati. Nonostante gli sforzi compiuti, attualmente ci sono ancora tanti bambini che sviluppano troppe carie, e questo soprattutto perché le loro famiglie non vengono aiutate a seguirli in modo ottimale. È un ambito importante, dove ci sarebbe moltissimo da fare e dove dobbiamo contrastare un clima di disinformazione diffusa. Anche perché la prevenzione costa molto meno rispetto alla terapia, e riuscire ad attuarla con efficacia rappresenta un doppio valore, sia sociale sia economico.

Quali sono le criticità maggiori che le capita di osservare?

Noto che si parte sempre troppo tardi con la prevenzione, anche perché fino a poco tempo fa veniva consigliata la prima visita odontoiatrica intorno ai tre anni di età, idea purtroppo ancora diffusa tra molti dentisti, mentre i primi mille giorni di vita sono i più importanti anche per la salute orale. In ogni caso, le famiglie che hanno bimbi piccoli aspettano troppo per portarli al primo controllo e spesso vi arrivano con problemi già conclamati che nessuno ha identificato prima. Per questo sarebbe auspicabile rafforzare una rete multidisciplinare, coinvolgendo più rappresentanti della sanità, come ostetrici e pediatri, figure professionali che hanno la possibilità di gravitare attorno alle famiglie quando i bambini sono ancora piccolissimi e di intercettare molte problematiche nelle fasi iniziali. Oltre alla carie, che con le corrette abitudini potrebbe certamente essere evitata, un altro aspetto che si potrebbe prevenire è la traumatologia della prima infanzia. Dal mio punto di vista credo che si parta già con il piede sbagliato definendo il trauma come un evento accidentale. Il trauma in realtà è accidentale perché l’adulto di riferimento molto spesso consente che il trauma accada. Ci sono piccoli e grandi accorgimenti che, se messi adeguatamente in atto, sarebbero più che sufficienti per ridurre il rischio di traumatismo nei bambini.
Senza contare che purtroppo a volte i traumi anche a livello del cavo orale non sono davvero accidentali, bensì provocati; persino quelli che di primo acchito possono sembrare fortuiti, in realtà possono nascondere maltrattamenti o abusi subiti dai bambini, un dramma ancora più difficile da riconoscere e comprendere specialmente quando i soggetti sono molto piccoli e non hanno la possibilità di esprimersi.

Le succede spesso di riscontrare esiti di abusi?

Casi così purtroppo qualche volta mi sono capitati. Anche l’odontoiatra o l’igienista dentale di qualunque studio dentistico possono trovarsi di fronte a un caso di maltrattamento, perché molto spesso questi eventi transitano più facilmente negli ambulatori del territorio, senza passare attraverso il pronto soccorso di un Ospedale se non quando c’è la necessità di suturare, ad esempio per la lacerazione di un frenulo, un sanguinamento che non si arresta o un danno dentale importante. Così spesso la traumatologia minore non si attenziona. Per questo è importante istruire e fornire la massima quantità di informazioni a tutti coloro che hanno la possibilità di intervenire. È dimostrato che i bambini trascurati possono poi subire situazioni pesanti e danni ripetuti che possono anche avere esiti infausti. Che cosa bisogna fare nei casi dubbi? Consiglio passaggi progressivi: il primo sospetto deve nascere quando tutto l’insieme del caso è non chiaro e se ci sono determinati parametri, codificati, che fanno nascere il dubbio.
La prima azione da compiere è mettersi in contatto con il pediatra curante, che può rassicurare e effettuare una visita più approfondita per scoprire se ci sono altri segni che possono indicare presunti abusi. Occorre notare anche come reagisce la famiglia a questo tipo di richiesta. Bisogna poi stare vicini al bambino e seguirlo con controlli a brevissima distanza. Se il sospetto diventa più di un sospetto, c’è l’obbligo di denuncia alle autorità giudiziarie, che provvederanno a intervenire anche attraverso gli assistenti sociali. Per prevenire queste situazioni servirebbe coinvolgere gli insegnanti di asili nido e scuole materne, cercando di creare una rete di conoscenza capillare.

Qual è l’attuale approccio alle malocclusioni nei bambini? A che età si possono intercettare?

A volte le malocclusioni, così come la carie, possono derivare da abitudini viziate e prima si arriva a correggerle, meglio è. L’ortodonzia precoce viene fatta in dentizione decidua oppure in dentizione mista, a partire quindi dai 6-8 anni o a volte anche prima. Se il bambino manifesta compliance, questo permette di lavorare sul tessuto scheletrico immaturo, che dunque è molto resiliente agli spostamenti, rendendo tutto più facile. Rimane però l’incognita della crescita scheletrica fisiologica del bambino, che non possiamo prevedere. A volte questo processo risulta favorevole e potrebbe persino risolvere i problemi occlusali, ma a volte li peggiora e li rende più complicati. Ad esempio, nei bambini molto piccoli la crescita in eccesso della mandibola può non essere ancora evidente ed è solo con la crescita che il progenismo si manifesta in modo chiaro. Non possiamo indovinare cosa succederà, ma lo possiamo sospettare. Se, ad esempio, nella famiglia del bambino un genitore o un parente stretto ha questo tipo di problema, c’è la probabilità che durante la crescita si renda evidente anche nel piccolo.
Quando capita di vedere un bimbo in cui si sospettano o già sono evidenti queste problematiche, lo si attenziona e si documenta tutto, fin dalla prima visita. Ci sono specifici protocolli da seguire che, uniti a controlli ripetuti nel tempo, consentono di capire se è il caso di iniziare con un intervento precoce oppure se è preferibile attendere la crescita o la permuta dentale. Ogni caso va valutato a sé, con giudizio e senso di responsabilità, come farebbe "il buon padre o la buona madre di famiglia", che non compierebbero nulla che possa danneggiare la salute psicofisica del proprio figlio. L’odontoiatria pediatrica mette sempre al centro il bambino, ossia un individuo molto speciale che cambia, evolve sia nella crescita fisiologica sia nelle caratteristiche psicofisiche e nell’atteggiamento nei confronti delle cure o del proprio sé. Noi ci rapportiamo con lui in una modalità sempre mediata dalla presenza genitoriale. Spesso la figura di riferimento è la mamma, centrale anche per la salute orale. E se si riuscisse a coinvolgere le mamme nella prevenzione anche di altri problemi di salute, come l’obesità dell’infanzia, potremo avere una società futura molto più sana.

Quanto è difficile la comunicazione con i genitori?

Ho svolto tanta attività clinica in ospedale, entrando in contatto con una popolazione multiculturale. Talvolta, in effetti, si trovano ostacoli nella comunicazione e si possono incontrare difficoltà nel farsi comprendere da alcuni genitori, sia dal punto di vista linguistico sia culturale. Mi rassicuro pensando che il primo bambino l’ho visitato nel 1985 e sono convinta che l’aspetto esperienziale abbia un peso significativo nel farsi capire e nel cercare di non lasciarsi condurre dove vorrebbe il genitore, perché non sempre ciò è corretto. Questo è un concetto che cerco sempre di trasferire ai miei giovani allievi.

Quanto costa alle famiglie la prevenzione?

L’aspetto dei costi è importante, ma va fatta una distinzione. Grazie al Sistema sanitario nazionale ci sono prestazioni che non hanno alcun costo per le famiglie. I bambini sono molto protetti, i genitori pagano il ticket per la prima visita e per i controlli successivi, ma non per alcune prestazioni. Se un bambino è pieno di carie perché arriva tardi alla nostra osservazione, la famiglia paga la visita ma non i trattamenti necessari alla cura delle lesioni cariose, che rimangono gratuiti. Questo, da un certo punto di vista, rischia di risultare diseducativo, perché se da un lato rappresenta un vantaggio economico per i genitori, dall’altro lato li deresponsabilizza: sì, magari portare il bambino dal dentista è una scocciatura, ma poi non si pagano le cure. Occorre un cambio di prospettiva, ossia far comprendere alle famiglie che non è fondamentale curare i denti, è fondamentale far sì che i denti non si ammalino più. C’è una differenza fondamentale tra il curare una prima carie sui denti da latte e una sui denti permanenti. Con il sistema sanitario attuale, c’è il rischio che si attivi un meccanismo controproducente, perché quando richiamiamo i bambini ai controlli di routine e di prevenzione, le famiglie spesso rimandano gli appuntamenti o non vengono del tutto perché devono pagare la visita. E così la prevenzione primaria e secondaria non si possono più fare e la salute orale della popolazione continua a peggiorare.

Anche la relazione tra dentista e bambini non è sempre semplice: quali accorgimenti consiglia per migliorarla?

Quarant’anni fa l’odontoiatria pediatrica era seguita da un gruppo molto ristretto di professionisti che si stavano formando con passione. Adesso i bambini sono curati dappertutto e talora può capitare che vengano seguiti da chi ha poca esperienza nell’approccio pediatrico. Quello che noto oggi è un ritorno delle fobie, soprattutto nei bambini che hanno avuto esperienze di ascessi, di cure in urgenza o di trattamento forzato. Quando arrivano in visita appaiono terrorizzati, esattamente come accadeva una volta. Ai miei studenti dico che bisogna rispettare sempre il paziente pediatrico, qualsiasi età abbia. Forzare le cose è sempre controproducente. Esistono tecniche psicologiche codificate che condizionano il comportamento che è opportuno studiare e far proprie per migliorare la comunicazione e l’approccio quando in studio entra un bambino. Anche chi si dimostra in grado di instaurare all’inizio un certo feeling con i più piccoli, se si improvvisa alla fine può fare più danni che altro ed è un peccato, perché poi il bambino diventa non collaborante e occorre molto tempo per recuperare la sua fiducia. In ogni caso è sempre necessario soggettivizzare, perché ogni piccolo paziente è un mondo a sé. Per catturare la sua attenzione e migliorare la compliance occorre sempre manifestare un approccio empatico e in sintonia con il livello di sviluppo psicologico e il grado di complessità di ciò di cui necessita.

Lei si occupa anche di patologia orale. In quali termini questo tema può riguardare adolescenti e bambini?

In questi ultimi anni abbiamo assistito all’aumento dei disturbi alimentari nei soggetti adolescenti. Si tratta di problematiche serie, importanti da attenzionare, che oggi si evidenziano a un’età sempre più bassa. Odontoiatri e igienisti dentali dovrebbero alzare la soglia di attenzione per intercettare nel cavo orale i segni precoci in grado di far intuire che qualcosa non va a livello di alimentazione. Esistono forme tipiche di demineralizzazione dello smalto provocate dall’acido gastrico, che rappresentano un campanello d’allarme, portando alla luce potenziali problematiche legate al rapporto dei ragazzi con il cibo, ad esempio forme bulimiche, di cui spesso neppure i genitori si rendono conto. La patologia orale comprende moltissime malattie primitiva ma anche secondarie e sistemiche, che nel cavo orale si manifestano e possono così essere diagnosticate precocemente, come nel caso della celiachia. Per questo non bisogna mai dimenticarsi di effettuare visite accurate del cavo orale, valutando la bocca nel suo complesso e guardando con attenzione tutto quello che può non essere fisiologico.
Bisogna ispezionare in modo sistematico tutte le zone del cavo orale con la giusta illuminazione e senza trascurare nulla. Un utile supporto arriva dalla tecnologia, con videocamere che ingrandiscono le immagini in diretta e scanner intraorali 3D con schermi che si possono posizionare vicino al riunito, in modo che anche il piccolo paziente possa essere coinvolto nel proprio stato di salute orale; ciò è molto utile per ricercare la compliance in particolare nei soggetti molto fragili.

Nicoletta Zerman

Nicoletta Zerman
Medico Chirurgo, Odontostomatologo specialista, Medico Estetico diplomato, Professore Associato di Malattie Odontostomatologiche nel Dipartimento di Scienze Chirurgiche Odontostomatologiche e Materno Infantili dell’Università di Verona. Attività didattica in Odontoiatria Pediatrica e Traumatologia Dentale presso l’Università di Verona (1985-2000 e dal 2012 a tutt’oggi) e di Ferrara dove ha insegnato anche Patologia Speciale Odontostomatologica (2000-2012). Dal 2024 attività assistenziale come Direttrice della Unità Autonoma di Odontoiatria Pediatrica e Igiene Orale dell’Ospedale IRCCS Don Calabria di Negrar, clinicizzato con l’Università di Verona, per la creazione di un presidio di eccellenza per la prevenzione e cura delle patologie dentarie e stomatologiche del bambino, dell’adolescente, attraverso una presa in carico efficace in grado di ridurre le necessità di ricovero e di cure in anestesia generale di questi pazienti. Attività di ricerca rivolta alle tecnologie avanzate applicate alla salute orale quali l’intelligenza artificiale per il monitoraggio dell’igiene orale, la diagnosi digitale assistita e la pianificazione dei trattamenti di ortodonzia intercettiva in dentizione decidua e mista; la genomica per la ricerca dei biomarcatori, per interventi personalizzati per la terapie delle malattie ereditarie che colpiscono l’età pediatrica come le displasie dentali e la parodontopatia giovanile e infine la Biotecnologia con i biomateriali per la guarigione delle patologie traumatiche dentali.

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