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Perché promuovere la cultura del volontariato

Da sinistra, Guido Corradi (revisore dei conti), Giuseppe Teofili (consigliere), Roberto Testa (Direttore Generale), Luigi Burruano (consigliere), Michele Mangiucca (revisore dei conti), Michele Demasi (consigliere), Stefano Mirenghi (vicepresidente nazionale Andi e vicepresidente Fondazione Andi onlus) e Bianca Carpinteri (Tesoriere), seduti, da sinistra, Marco Landi (Past president e consigliere), Evangelista Giovanni Mancini (presidente della Fondazione Andi onlus) insieme a Gianfranco Prada (presidente nazionale Andi e consigliere della Fondazione Andi onlus)

Lo spiega Evangelista Giovanni Mancini, classe 1959, medico odontoiatra libero professionista, nonché presidente della Fondazione ANDI onlus, il braccio solidale dell’Associazione Nazionale Dentisti Italiani nato nel 2005 per rispondere ai bisogni di cura di chi vive (in Italia e nel mondo) in condizioni svantaggiate, ma non solo…

Ci sono molti modi di vivere l’odontoiatria. Uno è quello intrapreso da sempre da Evangelista Giovanni Mancini. Nato a Barletta, in provincia di Bari, nel 1959, ma sin da ragazzino vissuto a Milano - cioè da quando la sua famiglia si trasferì al Nord per motivi di lavoro del padre - Mancini si laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Milano per poi specializzarsi in Odontostomatologia e in Ortognatodonzia sotto la guida del professor Giannì. Fu proprio grazie a lui, racconta, che intraprese questa strada. Quando ancora studente lo sentì parlare di ortodonzia a un congresso, rimase folgorato da questa disciplina, a cui dedicò la tesi di laurea (un lavoro incentrato sulla patologia dell’articolazione temporo-mandibolare), ma anche dall’impostazione con cui l’illustre docente universitario guardava alla materia: un approccio globale, attento alle patologie intrinseche della bocca, agli aspetti funzionali, ma anche a quelli della fisiopatologia del distretto facciale. È questo lo stile che anche Evangelista Giovanni Mancini adotta per vivere l’odontoiatria. Dopo la specializzazione, si reca all’estero, in Danimarca e in Svezia, per approfondire la materia. Intraprende così la libera professione, divenendo altresì professore a contratto (dal 1993 al 1999) in Ortognatodonzia presso la scuola di specializzazione in Ortognatodonzia dell’Università di Milano diretta dal professor Salvato e in seguito consulente di una grande azienda del settore ortodontico. Dal 2005 è Responsabile di Ortognatodonzia presso il Servizio di Chirurgia Maxillo-Facciale dell’IRCCS Istituto Galeazzi di Milano. Ma il suo impegno non si ferma qui. Spinto dal desiderio di condividere la passione per questa professione, entra a far parte dell’Associazione Nazionale Dentisti Italiani di cui diviene tesoriere della sezione Provinciale ANDI Milano-Lodi. Dal 2005 è rappresentante della Regione Lombardia nella Consulta della Libera Professione dell’Enpam. Dal 2007, invece, assume l’incarico di consigliere di amministrazione della Fondazione ANDI onlus, di cui diviene presidente nel 2011.

Giovanni Mancini

Dottor Mancini, quando, come e perché è nata Fondazione ANDI onlus?
La Fondazione ANDI onlus è nata nel 2005, quando l’allora presidente di ANDI, Roberto Callioni, decise di dar vita all’organizzazione, istituita in maniera formale, però, solo l’anno seguente. La Fondazione, pur godendo di vita autonoma - ha un proprio Consiglio di Amministrazione e un presidente - è parte integrante di ANDI; rappresenta il braccio solidale dell’Associazione Nazionale Dentisti Italiani, oltre a essere un organismo di supporto per la ricerca in ambito odontoiatrico. È la prima fondazione odontoiatrica istituita in Italia, sul modello di quelle esistenti in Inghilterra e negli Stati Uniti. È nata con lo scopo di dar voce all’attività volontaristica dei dentisti, ma anche con l’obiettivo di promuovere la salute dei cittadini, migliorando la possibilità di accesso alle cure per chi è affetto da alcune patologie rare, come la displasia ectodermica, ad esempio, una malattia fortemente invalidante.

Quali sono i progetti intrapresi dalla Fondazione ANDI onlus a cui state attualmente lavorando?
Oltre all’attività clinica e di ricerca indirizzata al trattamento e allo studio dei casi di displasia ectodermica, un tema di cui ci occupiamo già da diversi anni, la Fondazione ANDI onlus sta iniziando a interessarsi alla realizzazione di un protocollo di ricerca che verifichi l’incidenza del papilloma virus, uno dei possibili fattori eziologici del tumore al cavo orale, tra i giovani. Oltretutto abbiamo il vantaggio di essere già sul campo: all’interno della comunità di San Patrignano abbiamo infatti già avuto la possibilità di condividere un protocollo di ricerca che ha coinvolto 200 soggetti esaminati nell’arco di alcuni anni e che ha evidenziato un’interessante correlazione tra tabagismo-etilismo e la presenza del papilloma virus. In Inghilterra e in Germania, ma anche negli Stati Uniti, questo problema è già stato posto all’attenzione dei sanitari: noi vorremmo fare altrettanto sulla scia di quanto già realizza ANDI con la campagna nazionale Oral Cancer Day. Sul fronte più strettamente operativo, invece, Fondazione ANDI onlus sta sviluppando un progetto sulle carceri. Preso l’avvio in Sicilia come attività di educazione ai principi dell’igiene orale per i soggetti reclusi e il personale, si è poi arricchito di un’attività terapeutica nel carcere di Rebibbia a opera dei colleghi della sezione ANDI di Roma. A breve anche in Piemonte, su richiesta degli istituti penitenziari della regione, partirà un progetto analogo di promozione della salute orale a cui, speriamo, possa seguire, grazie ai colleghi volontari che riusciremo a reclutare, anche un’attività terapeutica rivolta ai detenuti. Un’altra interessante iniziativa, questa volta indirizzata ai bambini in affido extrafamiliare che ricordo essere quasi 20 mila in tutta Italia, è “Adotta un Sorriso”. Si tratta di una campagna che mette a disposizione di questi giovani, al di là di quanto già offerto dalle strutture pubbliche che si rivela troppo poco rispetto ai bisogni, cure odontoiatriche gratuite presso gli studi privati che aderiscono all’iniziativa.

Operate anche insieme ad altre associazioni di volontariato?
Sì, anche perché in Italia ce ne sono molte e di grande prestigio, come COI, SMOM e Smile Mission. Fondazione ANDI onlus sta lavorando a un protocollo di partnership con queste tre associazioni per individuare almeno due progetti di cooperazione all’estero su cui convogliare le risorse di ciascuno. ANDI conta 23 mila iscritti, un bacino molto ampio da cui attingere volontari, ma servono anche altre risorse.

Come le reperisce Fondazione ANDI onlus e cosa può fare l’odontoiatra che volesse avvicinarsi alla vostra organizzazione?
Essendo molto giovane, per ora la Fondazione vive grazie al supporto di ANDI, ma ci auguriamo che, essendo cresciuta la nostra visibilità, l’interesse da parte delle aziende e dei soci ANDI aumenti. Ne è un esempio il fatto che quest’anno, per la prima volta, abbiamo chiesto ai colleghi in modo esplicito e incisivo di contribuire al sostentamento delle nostre attività destinando il 5 per mille del loro carico fiscale: un’operazione che al contribuente non costa nulla, ma che per le organizzazioni no profit come la nostra ha un grande valore. Anche questo è un modo per aiutare la fondazione e i volontari che vi operano.

A proposito, qual è il profilo dell’odontoiatra che collabora con la Fondazione?
Ci sono due categorie di volontari. La prima è quella costituita da professionisti adulti, dai 45 anni in avanti: sono persone spinte dal desiderio di essere di aiuto agli altri e desiderose di uscire dalla routine quotidiana. Poi ci sono i giovani neolaureti, entusiasti del loro lavoro e disponibili: hanno grandi risorse che necessitano di essere ben convogliate. Compito della Fondazione è aiutare queste persone a trovare la loro giusta collocazione ed è con grande umiltà che cerchiamo di instillare la cultura del volontariato, anche attraverso corsi di formazione. Per questo abbiamo iniziato a collaborare in modo molto concreto con il COI-ECITOH, il Centro di Cooperazione Internazionale di Torino, e istituito un corso destinato a 48 volontari.

Che valore ha il volontariato, al di là degli aspetti umanitari che rendono questa esperienza unica e incommensurabile? Essere volontari significa, sì, dare qualcosa, ma anche ricevere molto, anche sotto il profilo professionale. È così?
Sì, è così. Quella sviluppabile nell’ambito del volontariato è innanzitutto una cultura medica molto più elevata di quella che solitamente impiega l’odontoiatra nel proprio lavoro quotidiano. È un’attività che ci obbliga a conoscere patologie che normalmente il libero professionista non vede neppure, ma anche altre malattie di rilevanza sistemica che l’odontoiatra dovrebbe conoscere. Il volontariato aiuta poi a sviluppare un’etica della professione e una sensibilità di cui oggi c’è grande bisogno anche all’interno degli studi privati. Il libero professionista oggi è chiamato a relazionarsi con il paziente in modo del tutto diverso rispetto al passato: con una modalità che si acquisisce con più facilità proprio nei contesti in cui opera il volontario, dove sono richieste flessibilità ed empatia.  Per non parlare delle soddisfazioni professionali che ne derivano! Il nostro team che si occupa delle Displasia Ectodermica, ad esempio,  è stato segnalato dalle associazioni delle famiglie al network internazionale dedicato a questa patologia e che recentemente ha organizzato, in Germania, un convegno mondiale proprio su questa problematica. Il nostro gruppo si è candidato per ospitare in Italia, nel 2018, questa importante manifestazione. Anche questa è una buona ragione per promuovere la cultura del volontariato.

Occlusione dentale, disordini temporomandibolari e postura del soma: stato dell’arte e prospettive future

Riassunto

Obiettivi. Il tema della relazione tra occlusione dentale, postura corporea e disordini temporomandibolari (TMD) è uno dei più accesi argomenti di dibattito in Odontoiatria, essendo stato oggetto frequente di speculazioni non sempre supportate da un’adeguata letteratura. La presente revisione della letteratura scientifica è stata condotta allo scopo di evidenziare quale sia lo stato dell’arte in tema di: 1) fisiologia della relazione tra fattori occlusali e postura del soma, 2) loro rapporto con i TMD, 3) validità delle tecniche disponibili per la misurazione della relazione in oggetto e loro applicabilità clinica nell’area della diagnosi e della terapia dei TMD.
Materiali e metodi. È stata eseguita una ricerca su PubMed allo scopo di analizzare l’associazione tra occlusione dentale, postura del corpo e TMD.
Risultati. I risultati hanno dimostrato che sebbene esistano alcune associazioni tra fattori occlusali e postura del soma non è disponibile, al momento, evidenza scientifica del rapporto causa-effetto. In particolare, risulta evidente come approcci basati sulla diagnosi e sulla correzione di presunte anomalie strumentali e/o occluso-posturali non possano trovare spazio nella clinica dei TMD.
Conclusioni. L’utilizzo di tecniche di analisi strumentale dell’occlusione e della postura corporea è al momento da raccomandare al solo scopo di ricerca, al fine di chiarire i molteplici aspetti di variabilità individuale e di poter fornire in futuro raccomandazioni basate su considerazioni diagnostico-terapeutiche individualizzate.

Summary

Dental occlusion, body posture, and temporomandibular disorders: where we are now and where we are heading for

Aims. The issue of the relationship between dental occlusion, body posture, and temporomandibular disorders (TMD) is a hot topic in dentistry, and it is often a source of speculations not supported by an adequate scientific literature. This review was performed in order to underline the state-of-the-art of the following issues: 1) the physiology of the dental occlusion-body posture relationship, 2) their relationship with temporomandibular disorders, 3) the validity of the available instrumental devices to measure the dental occlusion-body posture-TMD relationship and their clinical usefulness in the field of TMD diagnosis and treatment.
Materials and methods. An overview of the existing literature was performed on PubMed with the aim of analyzing the association between dental occlusion, body posture and TMD.
Results. The studies showed that even if some associations have been found between occlusal factors and postural alterations, there is not enough scientific evidence to support a cause-effect relations. There is no evidence that the relationship between occlusal and postural features and the presence of TMD pain is predictable and that approaches aiming to change irreversibly the dental occlusion for correcting purported instrumental abnormalities can find place in the evidence-based TMD practice.
Conclusions. The adoption of instrumental devices to assess dental occlusion and body posture has to be reserved to strictly controlled research settings, with the aim to clarify the main doubts concerning the high inter-individual variability of the occlusion-body posture-TMD relationship. Only then, hypothesis-tested clinical suggestions could be drawn.

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Il tema della relazione tra occlusione dentale, postura corporea e disordini temporomandibolari (TMD) è uno dei più accesi argomenti di dibattito in Odontoiatria, essendo stato frequentemente oggetto di speculazioni non sempre supportate da evidenza scientifica. In particolare, il razionale per la terapia dei TMD basata su teorie fisiopatologiche che fanno riferimento alla necessità di correggere presunte anomalie occluso-posturali sembra fondarsi su assiomi e postulati sulla cui validità sussistono molti dubbi. In realtà, un approfondimento mirato alle possibili implicazioni diagnostico-terapeutiche di un approccio ai TMD basato sullo studio della relazione tra postura corporea e occlusione non può prescindere dalla valutazione della fisiologia della relazione stessa.  Questa valutazione deve essere descritta in termini quali-quantitativi attraverso appropriati metodi di misurazione. A tal proposito, esistono numerosi strumenti funzionali che sono stati proposti come misuratori in ambiti di ricerca (tra gli altri, elettromiografia di superficie, pedane stabilometriche, kinesiografia), ma il loro impiego spesso indiscriminato in ambito clinico come mezzi diagnostici esclusivi ha suscitato severe critiche nella comunità scientifica. Infatti, il campo di applicazione più frequente per tali strumenti è quello dei disordini temporomandibolari, la cui eziopatologia multifattoriale a ridotto ruolo occlusale sembra giustificare poco l’adozione di un approccio diagnostico centrato sull’occlusione e sugli effetti di questa sulla postura mandibolare e corporea.
Ciononostante, in virtù dei vasti ambiti di conoscenza ancora da chiarire sembra necessario adottare un atteggiamento di cauta critica costruttiva nei confronti dell’analisi funzionale strumentale per lo studio delle patologie del sistema stomatognatico, che non può prescindere da una revisione sistematica della letteratura.
Considerate queste premesse, la presente review consta di diverse sezioni, volte rispettivamente a sintetizzare i dati disponibili in letteratura su: 1. la fisiologia della suddetta relazione; 2. la relazione dell’occlusione dentale e della postura corporea con i TMD; 3. la validità delle tecniche disponibili per una quantificazione e misurazione di tale relazione e la loro applicabilità clinica nelle aree della diagnosi e del trattamento dei disordini temporomandibolari.

Postura corporea e sistema stomatognatico: la fisiologia

La mandibola e il sistema stomatognatico nella sua interezza contraggono rapporti sia di tipo biomeccanico che neurologico con altri distretti corporei, al punto che dopo un’epoca di negativismo per quanto riguarda la potenziale relazione tra occlusione dentale e postura corporea si stanno recentemente aprendo numerosi ambiti di ricerca volti a comprendere meglio la fisiologia di tale rapporto. Esistono pochi dubbi sul fatto che determinate caratteristiche scheletriche a livello stomatognatico si accompagnino a meccanismi di compenso posturale a livello di distretti limitrofi (per esempio, rachide cervicale, cingolo scapolo-omerale) e probabilmente anche a livello di distretti non limitrofi. In tal senso, la letteratura supporta la necessità di approfondire il rapporto tra grosse anomalie scheletriche nella relazione intermascellare, quali ad esempio severe retrognazie, marcate prognazie, iperdivergenze (per esempio, estensione cranio-cervicale e riduzione delle lordosi cervicali), ipodivergenze (per esempio, flessione cranio-cervicale e aumento della lordosi cervicale), asimmetrie facciali (per esempio, compensi torsionali somatici a partire dalla cerniera occipite-atlante) e compensi posturali a livello del rachide e dell’appoggio plantare. Infatti, in generale, le revisioni della letteratura hanno sottolineato la scarsa qualità metodologica dei lavori condotti finora1-4. Per quanto riguarda la relazione tra malocclusioni e postura del capo, sembra esistere una correlazione tra posizione mandibolare retrusa, ridotta lunghezza della mandibola sul piano sagittale (entrambi aspetti caratteristici delle II classi scheletriche) e aumentata lordosi cervicale5. Inoltre, è stata descritta una relazione del grado di lordosi cervicale con la morfologia cranio-facciale verticale (divergenza mandibolare) e con l’overjet dentale, suggerendo che le malocclusioni di classe II siano associate a una posizione anteriorizzata della postura del capo e del corpo mentre le classi III abbiano una postura posteriorizzata6. In realtà, è comunque bene sottolineare che nessuno studio attualmente disponibile ha valutato tali associazioni in relazione all’età. Ciò costituisce un importante limite metodologico se si considera che l’età è il principale fattore che influenza la curvatura della lordosi cervicale, con una relazione inversamente proporzionale (maggiore l’età e minore la curvatura).
Per quanto riguarda l’influenza delle malocclusioni sui distretti non limitrofi, il razionale su cui si basa l’ipotesi di un’associazione è che un’anomala posizione mandibolare influenzi la muscolatura distale causando compensi posturali a livello spinale. Tra i fattori occlusali che potenzialmente influenzano la curvatura della colonna a livello spinale, il morso incrociato monolaterale è stato sicuramente il più investigato in letteratura a causa della potenziale asimmetria nella crescita mandibolare e nell’attività muscolare7,8. In realtà, sebbene vi siano ben note indicazioni ortodontico-funzionali per la correzione del morso incrociato in età pediatrica a causa del conseguente sviluppo asimmetrico del sistema stomatognatico che deriva dalla mancata correzione, non esistono prove che quest’ultima porti a comparsa e/o aggravamento di asimmetrie trasverse a livello dorso-lombare con significato patologico. In particolare, una recente review sistematica ha sottolineato che il trattamento ortodontico mirato alla correzione del morso incrociato monolaterale non ha potenzialità di influire, positivamente o negativamente, sulla scoliosi, che è la patologia spinale per la quale più frequentemente vengono chiamati in causa approcci odontoiatrici3. La scoliosi riconosce infatti un’eziologia idiopatica in almeno il 90% dei casi9.
Più in generale, gli studi presenti in letteratura sono concentrati sull’associazione tra una certa alterazione occlusale e una certa condizione posturale in campioni di popolazione statisticamente non significativi, spesso in assenza di gruppi di controllo, raramente con operatori che agiscono in cieco e con metodi di misurazione la cui riproducibilità è spesso discutibile. Inoltre, nessun rapporto di causalità è mai stato dimostrato. La letteratura non è conclusiva nemmeno per quanto riguarda l’influenza della postura mandibolare e delle caratteristiche occlusali sull’appoggio plantare. In particolare, le attuali tecniche posturografiche non sono state in grado di evidenziare una relazione tra postura corporea e occlusione dentale10,11. Ciò significa che, sebbene sia plausibile che una correlazione esista, è probabile che numerosi meccanismi compensatori da parte di varie afferenze al complesso sistema neuromuscolare – che governa l’equilibrio e la postura corporea – intervengano a mediare gli effetti della propriocezione trigeminale, rendendo quindi molto complesso lo studio della fisiologia della relazione tra occlusione dentale e postura corporea. Questa considerazione implica il fatto che le tecniche posturografiche sono molto importanti in ambito di ricerca, ma hanno una scarsa utilità nella pratica clinica. Inoltre, sembra che l’esecuzione di compiti motori controllati a livello mandibolare abbia un effetto positivo sulla postura corporea in termini di riduzione delle oscillazioni, suggerendo quindi che i feedback propriocettivi occlusali abbiano un ruolo importante ma indipendente dalla morfologia occlusale nel controllo dell’appoggio plantare12.

La relazione occluso-posturale in rapporto ai sintomi di TMD

Nonostante la plausibilità biologica della relazione tra occlusione dentale e postura corporea, emergono alcune problematiche nell’interpretazione delle varie ipotesi in chiave fisiopatologica e nel trasferimento di informazioni alla pratica clinica; tra questi, il problema inerente alle difficoltà di misurazione e quello relativo alla mancanza di relazione tra caratteristiche occluso-posturali e la presenza di sintomatologia clinica.
Per quanto riguarda il primo punto (misurazione delle variabili occluso-posturali), negli anni sono stati proposti numerosi approcci mediante strumenti elettronici mirati a quantificare i vari parametri di funzionamento neuromuscolare, in primis l’elettromiografia di superficie (sEMG), la kinesiografia (KG) e la pedana stabilometrica. Parimenti, sono stati compiuti notevoli sforzi in ambito di ricerca nel tentativo di verificare la ripetibilità dell’approccio strumentale allo studio del sistema stomatognatico e delle relazioni occluso-posturali13-16. Tali apparecchiature presentano limiti riguardo all’assenza di valori normativi di riferimento sia a livello di gruppi di soggetti con caratteristiche somatiche simili (età, sesso, peso, altezza, tipologia facciale) sia a livello individuale e l’interpretazione dei dati è spesso difficoltosa anche a causa dell’alta variabilità intra- e inter-operatore sia per misure singole che ripetute17.
La maggior parte dei dati strumentali sull’analisi del sistema stomatognatico deriva dall’impiego dell’elettromiografia di superficie, che costituisce uno strumento di misura del fenomeno bioelettrico della contrazione muscolare e fornisce quindi indicazioni circa le proprietà muscolari, in modo non invasivo, attraverso la superficie cutanea intatta. Secondo i suggerimenti dell’American Academy of Neurology, la sEMG è uno strumento accettabile per l’analisi kinesiologica dei disordini del movimento, per differenziare diversi tipi di tremore, miocloni e distonia, per valutare i disturbi del passo e della postura e per valutare le misure psicofisiche di reazione e i tempi di movimento18. Il facile accesso anatomico offerto dai muscoli masticatori e, in particolare, dai muscoli massetere superficiale e temporale anteriore ha permesso una grande diffusione della sEMG in Odontoiatria, sia nel campo della ricerca di base sia in quello clinico, a partire dai primi lavori risalenti alla metà del secolo scorso19-21. Un importante contributo alla diffusione della metodica provenne da Jankelson22, che sviluppò un approccio neuromuscolare all’Odontoiatria proponendo una puntuale metodica EMG, accompagnata da una serie di appositi strumenti di misura, per la diagnosi e il monitoraggio della terapia.

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Tuttavia, nonostante la rapida diffusione della metodica, pochi ricercatori focalizzarono la loro attenzione sull’affidabilità e accuratezza degli strumenti disponibili, tanto che le review della letteratura odontoiatrica disponibili sull’argomento hanno da sempre sottolineato come gran parte degli Autori non abbia compreso i limiti della metodica23. È stato infatti dimostrato che un uso appropriato della sEMG mediante un ben controllato protocollo sperimentale può ridurre in modo drastico gli effetti dei fattori non fisiologici e rendere tale esame uno strumento potente ed efficace per l’analisi dell’apparato stomatognatico e per la comprensione della fisiologia dei muscoli elevatori della mandibola24. È pertanto fondamentale sottolineare che il principale campo di applicazione dell’elettromiografia di superficie dei muscoli masticatori resta quello della ricerca, mentre esistono forti limiti alla sua applicabilità clinica a scopo diagnostico25, soprattutto per quanto riguarda l’elettromiografia a riposo dei muscoli masticatori.
Per quanto concerne il secondo punto (relazione tra caratteristiche occluso-posturali e sintomatologia clinica), che riveste ovviamente importanza cruciale per un eventuale impatto in termini di decision making nella clinica dei disordini temporomandibolari, da anni la letteratura ha dimostrato la scarsa importanza delle variabili occlusali come fattore predittivo dei TMD in modelli multivariati26,27. Tale scarsa, o al massimo debole, associazione con i sintomi clinici riguarda anche la curvatura del rachide cervicale28 e le caratteristiche dell’appoggio plantare12.
Dal punto di vista storico, il ruolo dell’occlusione come fattore eziologico nei TMD è stato per anni al centro di accesi dibattiti ed è stato talvolta definito come “scontro di culture”, ossia una diatriba tra chi non vede nell’occlusione un primum movens eziologico e coloro i quali riconducono la presenza di segni e sintomi di TMD a una qualche anomalia occlusale. In realtà, tutte le revisioni sistematiche della letteratura condotte finora hanno dimostrato che l’evidenza scientifica non supporta l’impiego di trattamenti occlusali irreversibili come approccio terapeutico o preventivo ai TMD29-32.

L’origine delle teorie occlusali sull’eziologia dei TMD viene fatta risalire agli anni Trenta, con i lavori di Costen, un otorinolaringoiatra che descrisse un insieme di sintomi algici in zona preauricolare attribuendone la causa a una perdita del supporto occlusale posteriore33. Sebbene le prime pubblicazioni sulle patologie dell’articolazione temporomandibolare (ATM) risalissero addirittura al secolo precedente34 e pur non essendone quindi lui lo “scopritore”, la sindrome descritta prese il nome di Costen e tutt’oggi, a più di settantacinque anni di distanza, non è raro trovare ancora riferimenti a tale nomenclatura anche in sede specialistica o di consulenza medico-legale. In realtà, dal punto di vista storico il ruolo più importante svolto da tali precursori della moderna gnatologia è stato quello di aver investito gli odontoiatri del compito di trattare i pazienti con TMD. Negli anni, sebbene alcuni Autori avessero già intuito che l’occlusione non poteva essere il solo fattore eziologico per i TMD e che, anzi, elementi di tipo psicosociale giocano un ruolo fondamentale35, gli studi sulla relazione tra occlusione e TMD si sono susseguiti secondo almeno due filoni di ricerca principali, ossia la ricerca dell’associazione statistica tra determinate caratteristiche occlusali e la presenza di segni e sintomi di TMD e il tentativo di riprodurre sperimentalmente situazioni di stress e sovraccarico occlusale per verificarne le potenzialità lesive sull’ATM e i muscoli masticatori. Ipotesi di una relazione causale con i TMD sono state formulate per numerose variabili occlusali, quali ad esempio il morso incrociato monolaterale, il morso aperto anteriore, il morso profondo, la perdita di supporto occlusale posteriore. In realtà, studi condotti con adeguati mezzi statistici di corretta applicazione in campo biologico hanno ridimensionato il ruolo di tali variabili occlusali sia per quanto riguarda l’associazione con disordini dell’ATM26 che con disordini di tipo muscolare36, suggerendone un potenziale ruolo come semplice mezzo attraverso il quale le forze muscolari sviluppate durante le attività parafunzionali si trasmettono alle diverse strutture del sistema stomatognatico37. La linea di evidenza più accreditata è che in molti casi la presenza di anomalie occlusali in pazienti con TMD sia addirittura riconducibile a una degenerazione e/o rimodellamento articolare con conseguente shift occlusale38.

Per quanto riguarda gli esperimenti nei quali è stata testata la potenzialità di interferenze occlusali di provocare l’insorgenza di segni e sintomi di TMD, l’evidenza che emerge dai numerosi studi su modelli umani e animali è che eventuali interferenze iatrogene (per esempio, restauri occlusali sovradimensionati) possano essere, nella peggiore delle ipotesi, traumatiche localmente. In poche parole, esse richiedono un adattamento posturale e funzionale negli schemi masticatori che raramente si traduce in sintomi quali dolorabilità dentale e/o muscolare. Inoltre, quando occorrono, questi effetti sembrano essere perlopiù transitori e facilmente reversibili con la correzione dell’interferenza iatrogena. Dati dei più recenti studi sperimentali, con disegno randomizzato e controllato, suggeriscono che in soggetti sani l’introduzione di un’interferenza occlusale porta a una riduzione dell’abituale attività elettromiografica dei muscoli masseteri39 e non influenza significativamente la soglia di dolore alla palpazione40.
Interessanti osservazioni sono state suggerite anche da un lavoro nel quale è stata riportata la tendenza dei soggetti con una storia passata di TMD a rispondere differentemente alle interferenze occlusali iatrogene rispetto agli individui senza una storia di TMD41. I risultati indicano che i primi hanno un maggior rischio di sviluppare dolorabilità alla palpazione muscolare in risposta ad alterazioni dell’occlusione a seguito di procedure odontoiatriche. Tali osservazioni dovrebbero essere tenute in considerazione nel momento dell’esecuzione di trattamenti occlusali irreversibili, quali riabilitazioni protesiche od ortodontiche (basati su indicazioni protesiche e ortodontiche rispettivamente), che possono essere associati a fasi di instabilità occlusale (per esempio, protesi provvisorie, incrementi di dimensione verticale, spostamenti dentari). Ovviamente, sebbene inizialmente la pubblicazione di tale lavoro avesse garantito nuova linfa ai propositori delle teorie occlusali nell’eziologia dei TMD42, è fondamentale evitare una sovrastima dell’importanza di tali risultati. Innanzitutto, la risposta all’inserimento delle interferenze non equivale alla presenza di TMD e, inoltre, un cambiamento occlusale acuto, quale quello simulato nei vari studi sperimentali, non costituisce un adeguato termine di paragone con una situazione clinica di dentatura naturale non “ideale” alla quale il paziente si conforma nel corso degli anni grazie alle eccezionali capacità di adattamento del sistema neuromuscolare43,44. Pertanto, se da un lato devono essere incoraggiati in ambito di ricerca tentativi di standardizzazione e in ambito clinico un impiego più razionale delle tecniche strumentali disponibili, dall’altro è comunque bene sottolineare la multifattorialità eziologica dei TMD e la ben nota difficoltà a riconoscere un fattore causale, motivo per cui anche l’eventuale associazione tra caratteristiche posturali e sintomi di TMD che saltuariamente è stata descritta in letteratura non può in nessun caso autorizzare interpretazioni di causa-effetto. Ovviamente, è comunque importante rimarcare il fatto che l’occlusione non può essere considerata “terra di nessuno”, e l’applicazione delle semplici regole di buona condotta occlusale in protesi e ortodonzia resta un caposaldo fondamentale per non correre il rischio di causare danno iatrogeno.

In conseguenza delle suddette osservazioni, un approccio meccanicistico alla risoluzione dei sintomi di TMD mediante modifiche irreversibili dell’occlusione (ortodonzia, protesi, molaggio selettivo), spesso suggerito e/o conseguente all’impiego di tecniche strumentali per la diagnosi occlusale e temporomandibolare, è fortemente sconsigliato dal punto di vista scientifico e assolutamente da condannare eticamente45. In virtù della scarsa conoscenza sull’eziologia dei TMD a livello individuale, e anche a seguito delle incoraggianti percentuali di successo terapeutico riconosciute a molteplici approcci di tipo conservativo, lo standard of care in ambiti terapeutici è oggi rappresentato da un’attenta gestione della sintomatologia clinica mediante mezzi reversibili e a basso costo biologico. In linea con i dettami delle recenti linee guida dell’International Association for Dental Research46, il trattamento dei TMD consiste infatti nella maggioranza dei casi in una gestione dei sintomi attraverso approcci conservativi – quali placche occlusali, fisioterapia, farmacoterapia, terapia cognitivo-comportamentale, terapia fisica – applicati in un contesto biopsicosociale. In una elevata percentuale di casi, infatti, il successo terapeutico sembra dovuto a un’azione aspecifica in relazione con fenomeni di fluttuazione e autolimitazione dei sintomi, regressione verso la media e effetto placebo47,48. Il significato patologico di presunte anomalie, quali ad esempio un rumore di click articolare, è stato fortemente ridimensionato dalla letteratura49, e sempre maggiori evidenze supportano l’ipotesi che i casi di cronicizzazione dei sintomi siano dovuti all’instaurarsi di fenomeni di sensitizzazione centrale che richiedono un approccio terapeutico multidisciplinare50. In sintesi, i TMD non sono patologie occlusali, ma bensì disordini muscolo-scheletrici che richiedono una gestione dei segni e dei sintomi clinici in linea con gli standard adottati per patologie simili in altri ambiti specialistici (per esempio, reumatologici, fisiatrici, ortopedici) e, nei casi più severi, un supporto nella gestione del dolore cronico da parte di altri specialisti (neurologo, psichiatra, psicologo).

Potenzialità diagnostiche dell’analisi strumentale

L’idea di quantificare strumentalmente un parametro clinico riveste un fascino notevole e assume fondamentale importanza in caso di patologie life-threatening per la diagnosi delle quali si voglia ridurre la componente di soggettività propria dell’arte medica. In realtà, affinché possa avere utilità clinica uno strumento deve avere una validità sia di tipo intrinseco che estrinseco. La prima è la risultante dei fattori che determinano la ripetibilità e l’efficacia tecnica dell’esame, mentre la seconda consiste nella capacità di uno strumento di misurare realmente il principale indicatore di patologia, ossia di poter discriminare tra soggetti sani e malati.
Nel caso dei disordini temporomandibolari, il principale indicatore è la presenza di dolore e la necessità di avere una corrispondenza obiettivabile tra sintomo clinico (per esempio, dolorabilità alla palpazione) e segno strumentale ha portato negli anni a ridimensionare il ruolo e a chiarire le indicazioni di una tecnica diagnostica per immagini molto efficace quale la risonanza magnetica51,52 sulla base dell’influenza che la sua prescrizione ha in termini di clinical decision-making e treatment-planning53.
Un simile ragionamento deve quindi essere condotto per definire l’utilità clinica della sEMG, della kinesiografia e della pedana stabilometrica, la cui validità interna è già di per sé fonte di problemi se l’esame non è eseguito in condizioni rigidamente controllate. Inoltre, negli anni si è accumulata una notevole quantità di lavori della letteratura che sottolineano la scarsa accuratezza di tali tecniche nel discriminare tra pazienti con TMD e soggetti sani17,23,54-56, non supportandone quindi l’impiego nell’approccio diagnostico-terapeutico ai pazienti con disordini temporomandibolari a causa di una percentuale di falsi positivi che per alcuni parametri (per esempio, valori sEMG a riposo, tutti i parametri kinesiografici e posturometrici) raggiunge l’80%57. Nonostante tali limiti, la letteratura scientifica ha comunque dimostrato che l’applicabilità clinica della sEMG può avere interessanti sviluppi qualora vengano considerati altri parametri, in particolare il massimo serramento volontario. Infatti, come descritto nel modello di adattamento al dolore e nelle sue successive integrazioni58,59, in presenza di sofferenza il reclutamento delle unità motorie non è ottimale e i muscoli dolenti non sono in grado di sviluppare una forza pari a quella fisiologica. In questo caso opportune procedure di standardizzazione e un protocollo ben controllato permettono misure affidabili e riproducibili14, con valori di sensibilità e specificità intorno all’80%57. Quando tale tipo di sEMG standardizzata è stata testata come protocollo diagnostico per differenziare pazienti con TMD e pazienti con disordini muscolo-scheletrici del collo, la sensibilità e la specificità sono risultate rispettivamente pari a 86% e 92%60. Uno studio recente61 ha dimostrato che l’impiego di tecniche di normalizzazione dei dati EMG e la creazione di indici di lavoro muscolare ha discrete potenzialità di discriminare tra pazienti appartenenti a diversi sottogruppi dei criteri diagnostici di ricerca per i TMD62, ma non è in grado di riconoscere accuratamente i soggetti sani. Ciò dimostra che, anche in ambito di ricerca, le migliori e più controllate procedure strumentali disponibili possono supportare la diagnosi clinica ma non sostituirla in toto.

Nel caso delle apparecchiature strumentali posturometriche, quali i vari tipi di pedane stabilometriche e baropodometriche, e delle diverse tecniche cliniche di analisi posturale, la misura della specificità e della sensibilità in ambito odontoiatrico non è reperibile in letteratura. Inoltre, l’utilità di questi strumenti in Odontoiatria, in particolare nel campo della diagnosi dei TMD, è praticamente nulla56. I dati disponibili in letteratura sono stati sintetizzati in una recente review che ha dimostrato la scarsa qualità metodologica dei lavori eseguiti, l’esigua riproducibilità delle varie metodiche e l’impossibilità di intercettare i pazienti con TMD rispetto ai soggetti sani56. In particolare, solo due lavori sui 21 inclusi nella review hanno individuato una differenza tra i gruppi (sintomatici vs asintomatici) superiore alla variabilità del parametro testato. Tali criteri nei due studi erano, rispettivamente, l’indice di asimmetria dell’area di oscillazione corporea su pedana stabilometrica a uso di ricerca in condizioni strettamente controllate63 e alcuni parametri clinici per l’analisi posturale del tronco sul piano sagittale64. In generale quindi la larga maggioranza dei lavori sull’argomento, indipendentemente dalle conclusioni spesso incredibilmente fuorvianti degli Autori verso una potenziale utilità dell’analisi posturale in Odontoiatria non supportata dai dati in realtà negativi dei loro stessi studi65, non ne avvalora l’impiego10,66-68.
Un aspetto fondamentale da sottolineare è comunque quello delle differenze tra indagini elettromiografiche e posturali eseguite in ambiti di ricerca e l’impiego clinico che ne viene fatto mediante apparecchiature commerciali, in condizioni non ideali e sulla base di assiomi di fisiopatologia mai dimostrati. Infatti, uno dei problemi principali alla base dello scetticismo della comunità scientifica verso l’impiego clinico di tali strumenti è l’utilizzo commerciale che di essi è stato fatto spesso al solo fine di diagnosticare presunte anomalie occluso-posturali responsabili di sintomi temporomandibolari e di impostare piani terapeutici di finalizzazione occlusale irreversibile consequenziali. Una tale catena di eventi non può essere giustificata alla luce delle attuali evidenze scientifiche, prima fra tutte la non necessità di intervenire irreversibilmente sull’occlusione al solo fine di gestire i sintomi di TMD. Da ciò deriva un ingiustificato rischio di overtreatment, le cui implicazioni etiche e conseguenze biologiche, psicologiche e sociali sono sempre più fonte di preoccupazione e di dibattito medico-legale57. Ciononostante, è sempre bene ricordare che tali critiche riguardano in primis le apparecchiature commerciali attualmente disponibili e il loro indiscriminato impiego, e che non si deve pertanto scoraggiare a prescindere l’impiego di indagini strumentali dedicate a scopo di ricerca, che è viceversa fondamentale per comprendere la fisiopatologia dell’apparato stomatognatico.

Conclusioni

In conclusione, non ci sono evidenze che la relazione tra caratteristiche occlusali e posturali e la presenza di sintomatologia a livello del sistema stomatognatico sia predicibile e che approcci basati sulla diagnosi e sulla correzione di presunte anomalie strumentali e/o occluso-posturali possano trovare spazio nella clinica dei TMD. L’utilizzo di tecniche di analisi strumentale dell’occlusione e della postura corporea è al momento da raccomandare al solo scopo di ricerca, al fine di chiarire i molteplici aspetti di variabilità individuale e di poter fornire in futuro raccomandazioni basate su considerazioni diagnostico-terapeutiche individualizzate.
L’attuale evidenza scientifica suggerisce comunque che, dal punto di vista medico-legale, le conseguenze derivanti dall’esposizione dei pazienti a ingiustificati overtreatment occlusali irreversibili e inutili esborsi economici al solo fine di ridurre la sintomatologia da TMD siano da configurarsi sotto peculiari profili di responsabilità professionale da chiarire a livello giurisprudenziale, mentre dal punto di vista etico si richiama alla necessità di dover intervenire nell’interesse del paziente e in linea con i principi di una medicina basata su evidenze scientifiche.

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Tommaso Castroflorio1
Marzia Segù2
Daniele Manfredini3
Marco Brady Bucci4
Luca Guarda Nardini3
Redento Peretta5
Giuseppe Perinetti6
Massimiliano Di Giosia7
1Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute, Direttore: Prof. Chiarella Sforza, Università degli Studi di Torino, Scuola di Specializzazione in Ortognatodonzia, Direttore: Prof. Cesare Debernardi
2Università degli Studi di Pavia, Dipartimento di Scienze Clinico-Chirurgiche, Diagnostiche e Pediatriche – Poliambulatorio Monospecialistico di Odontoiatria,  Prof. Vittorio Collesano
3Università degli Studi di Padova, Dipartimento di Specialità Medico-Chirurgiche, Reparto di Chirurgia Maxillo-Facciale, Direttore: Prof. Giuseppe Ferronato
4Odontologo forense
5Università degli Studi di Padova, Scuola di Specializzazione in Chirurgia Maxillo-Facciale, Direttore: Prof. Giuseppe Ferronato
6Università degli Studi di Trieste, Dipartimento Universitario Clinico di Scienze Mediche, Chirurgiche e della Salute, Direttore: Prof. Secondo Guaschino
7Università degli Studi di Cagliari, Scuola di Specializzazione in Ortognatodonzia, Direttore: Prof. Vincenzo Piras

Efficacia terapeutica della bromelina nella chirurgia dei terzi molari inclusi Studio clinico

Riassunto

Introduzione. Bromelina è il nome generalmente dato a una famiglia di enzimi proteolitici estratti dalla pianta Ananas comosus. È considerata una potente sostanza antinfiammatoria e antiedemigena, agendo a vari livelli nei meccanismi della reazione infiammatoria, come i mediatori non prostaglandinici dell’infiammazione, le cellule del sistema immunitario o la via della coagulazione. La chirurgia dei terzi molari inclusi è, nell’ambito ambulatoriale, una tra le più suscettibili di dolore ed edema postoperatorio. Lo scopo di questo studio è quello di valutare l’efficacia della bromelina in termini di riduzione dell’algia, del dolore e dell’edema postoperatori.
Materiali e metodi. Sono stati reclutati nello studio un totale di 80 pazienti afferenti presso l’Unità operativa di Chirurgia maxillo facciale dell’Istituto Stomatologico Italiano, per l’avulsione del terzo molare incluso. I pazienti sono stati operati in regime di day surgery. Il giorno dell’intervento i pazienti hanno iniziato ad assumere una terapia antibiotica e una terapia analgesica. Dal giorno successivo, i pazienti sono stati suddivisi in 2 gruppi. Al gruppo 1 (gruppo studio) è stata prescritta, unitamente al paracetamolo come analgesico al bisogno, una compressa di bromelina ogni 12 ore per 7 giorni. Al gruppo 2 (gruppo controllo) è stato prescritto unicamente paracetamolo come analgesico al bisogno. Durante lo studio sono stati valutati tre parametri: dolore, edema, eritema. Per la valutazione di questi parametri, è stata utilizzata la scala VNS (Visual Numeric Scale). La prima visita di rivalutazione è avvenuta circa 3 ore dopo l’intervento, la seconda 48 ore dopo. La terza e ultima visita di rivalutazione è avvenuta 7 giorni dopo l’intervento. In aggiunta alla valutazione dei parametri predetti, è stata registrata la presenza di eventuali eventi avversi, il consumo totale di farmaco analgesico, il giudizio di tollerabilità da parte del medico e di efficacia da parte del paziente.
Risultati. Il dolore, l’edema e l’eritema postoperatori sono stati significativamente inferiori nel gruppo studio rispetto al gruppo controllo. Il consumo di analgesici, sia in termini di giorni di terapia che di numero di assunzioni, è stato lievemente inferiore nel gruppo studio. L’unico evento avverso registrato nello studio si è verificato in un paziente del gruppo controllo.
Discussione e conclusioni. La bromelina è una sostanza che ha un potente effetto antinfiammatorio e antiedemigeno. Studi hanno evidenziato come questa sostanza agisca a più livelli nei meccanismi patogenetici della reazione infiammatoria acuta. La letteratura riporta studi sulla sua efficacia nella gestione dell’infiammazione postoperatoria. Il nostro studio dimostra come la bromelina abbia un importante effetto antinfiammatorio e antiedemigeno in una tipologia d’intervento che vede, tra le sue complicanze postoperatorie più frequenti, lo sviluppo di edemi anche di notevoli dimensioni nelle regioni del capo e del collo. La minore riduzione del dolore è interpretabile considerando che tale parametro era già controllato da una terapia analgesica dedicata. Concludendo, la bromelina è una sostanza sicura e ben tollerata, che in associazione alla terapia standard nell’estrazione dei terzi molari inclusi porta a un miglioramento del decorso postoperatorio rispetto alla sola terapia standard.

Summary
Therapeutic efficacy of  bromelain in impacted third  molar surgery: a clinical  study

Introduction. Bromelain is a general name given to a family of proteolytic enzymes obtained from Ananas comosus, the pineapple plant. It’s considered a potent anti-inflammatory and anti-edemigen substance, acting on different levels of the inflammatory reaction mechanisms, such on the signaling molecules, on the immune system cells and on the coagulation. Surgery of impacted third molars, the most common procedure in oral surgery, is usually associated with severe postoperative pain and swelling. The aim of this study is to evaluate the effectiveness of bromelain in the postoperative pain and swelling reduction.
Materials and methods. 80 patients were recruited to the study from patients attending the maxillofacial surgery unit of the Istituto Stomatologico Italiano for surgical extraction of lower third molars. Patients were operated in a day-surgery system. On the day of surgery, patients started antibiotic and analgesic therapy. On following day, patients were divided in two groups. Patients of group 1 (study group) were prescribed - in association with on-need analgesic - a therapy with bromelain (g/12 hours, for7 days). Patients of group 2 (control group) were prescribed only analgesic on-need therapy. During the study, 3 parameters were evaluated: pain, swelling, erythema. For the evaluation of these parameters, a VNS scale (Visual Numeric Scale) was used. The first evaluation visit was performed 3 hours after the surgery, the second 48 hours after. The last evaluation visit was performed 7 days after. At this visit adverse reactions, total analgesic consumption, and tolerability level were recorded.
Results. Postoperative edema, pain and erythema values in the study group were significantly lower than in the control group. Analgesic consumption resulted slightly lower in the study group. Only one adverse reaction was found in the control group.
Discussions and conclusions. Bromelain is a substance with a potent anti-inflammatory and anti-edemigen effect. Studies showed how this substance acts on different levels of the pathogenetic mechanisms of the acute inflammatory response. Our study demonstrates how bromelain works mainly as an antinflammatory and anti-edemigen, in a kind of surgery whose most frequent postoperative complication is the development of swellings in the face and neck regions. The lower analgesic efficacy may be due to the concomitant effective analgesic therapy. In conclusion bromelain is a safe and well tolerated substance, which in association with the standard therapies allows a better postoperative course of impacted third molars surgery.

Bromelina è il nome generalmente dato a una famiglia di enzimi proteolitici estratti dalla pianta Ananas comosus. La sua parte funzionale è costituita da una frazione sulfidrilica. Sono presenti anche escarai, perossidasi, fosfatasi acida, inibitori delle proteasi e calcio in forma organicamente legata1-2.
Studi della sua farmacocinetica su modello animale hanno dimostrato un assorbimento del complesso enzimatico per via enterale di circa il 40%, con le più alte concentrazioni ematiche raggiunte dopo un’ora, e una breve emivita3.
È considerata una potente sostanza antinfiammatoria e antiedemigena, agendo a vari livelli nei meccanismi della reazione infiammatoria, come i mediatori non prostaglandinici dell’infiammazione, le cellule del sistema immunitario o la via della coagulazione.
A livello antinfiammatorio, la bromelina può agire inibendo la formazione di bradichinina, all’interno del sistema chinina-callicreina, come anche inibendo la migrazione e adesione leucocitaria tramite un effetto antagonista sui recettori CD1284-7.
A livello immunitario, la bromelina agisce stimolando la produzione di TNF-α, interferone γ, interleuchina 1, 2, 6 e GMCSF (granulocyte-macrophage-colony stimulating factor), limitando l’attivazione dei linfociti T helper CD4+ e riducendo l’espressione dei CD25 e CD448-12, stimola l’espressione della p53 e del Bax e ha effetto inibitorio sulla IκBα, ERK 1 e 2 (extracellular regulated protein kinase), MAPK (p38 mitogen-activated
protein kinase), Akt e NF-kB (nuclear factor-kappa B)13-15.
La bromelina inibisce l’aggregazione piastrinica, sia in vitro che endoteliale16-18. Inoltre, è un efficace agente fibrinolitico, stimolando la conversione del plasminogeno in plasmina19.
A livello clinico, è presente un’ampia letteratura sull’utilizzo della bromelina come agente sinergico delle terapie tradizionali. In particolare, è stata dimostrata l’efficacia della stessa come adiuvante le terapie antibiotiche20-22, come ausilio nella terapia delle infezioni da Escherichia coli, da Vibrio cholerae ed elmintiche23-26, delle patologie croniche infiammatorie come il Morbo di Crohn e la colite ulcerosa27, delle infezioni sinusitiche28-31, delle prostatiti32 e delle infezioni del tratto urinario33.
Inoltre, è stata documentata l’efficacia della stessa per la prevenzione e terapia di patologie cardiovascolari, quali l’angina pectoris, l’ischemia e l’infarto miocardico34-36, e muscolo-scheletriche, quali traumi muscolari37-38, osteoartriti39-42, artrite reumatoide43-44. Infine, studi hanno documentato l’efficacia della sostanza nella riduzione del dolore e dell’edema postoperatori45-47. È stata altresì dimostrata una pressoché totale assenza di effetti collaterali o da sovradosaggio48.
Se le condizioni anatomiche lo permettono, l’ottavo cresce nella zona tra la parete posteriore del settimo e il margine anteriore della branca montante della mandibola. Quando l’ottavo sano riesce a guadagnare una posizione corretta rispetto all’arcata e ad avere corretti rapporti masticatori con il rispettivo superiore, non sussistono indicazioni all’estrazione. La modificazione evolutiva della mandibola umana è caratterizzata da un’involuzione dei suoi diametri traversi49. Questa caratteristica, nella grande maggioranza degli individui, riduce lo spazio di eruzione dell’ottavo che, più tardivo nella comparsa, assai spesso non trova condizioni anatomiche favorevoli alla sua fuoriuscita. In questi casi l’ottavo rimane incluso o semi-incluso all’interno dei tessuti molli e duri del trigono retromolare. L’inclusione porta con sé il rischio di comparsa di patologie di varia natura che ne determinano l’indicazione all’estrazione. Le patologie che più frequentemente sono legate alla presenza di un ottavo incluso sono: pericoronarite, lesioni ossee, danni del secondo molare. In tutti questi casi e in altre situazioni è necessaria l’estrazione dell’ottavo50. La chirurgia dei terzi molari inclusi è, nell’ambito della chirurgia orale e maxillo-facciale ambulatoriale, l’intervento che si esegue più comunemente51. Tra le complicanze postoperatorie più frequentemente riscontrabili sono dolore, edema, trisma52. Una loro corretta gestione permette al paziente un maggior comfort e un recupero delle normali condizioni di salute più veloce. La terapia farmacologia standard consiste nell’utilizzo dell’antibiotico per prevenire infezioni batteriche e di analgesici quali FANS e paracetamolo per ridurre i sintomi dell’infiammazione postoperatoria, i quali - se pur efficaci come analgesici - non hanno azione diretta sull’edema e manifestano numerose reazioni avverse. Lo scopo di questo studio è quello di valutare l’efficacia della bromelina in termini di riduzione dell’edema e dell’algia postoperatorie.

Materiali e metodi

Lo studio è stato effettuato su un campione di 80 pazienti afferenti presso la nostra unità operativa di chirurgia maxillo facciale ed è stato effettuato in un regime di singolo cieco. Sono stati inseriti pazienti affetti da disodontiasi degli elementi 38 o 48. Gli elementi dovevano risultare in una condizione di inclusione ossea parziale o totale. Criteri d’esclusione erano la presenza di patologie cardiocircolatorie, renali, ematiche, oltre al tabagismo e a una scarsa igiene orale. Per evitare variabili, gli interventi sono stati tutti eseguiti con la medesima procedura. Effettuata un’anestesia tronculare del nervo alveolare inferiore con mepivacaina 3% (Mepi Mynol 1,8 ml, Curaden e un’anestesia plessica con mepivacaina 2% + adrenalina 1:100.000 (Mepi Mynol 1,8 ml, Curaden; nel fornice vestibolare, nei pressi della regione del terzo molare, è stato allestito un lembo di tipo trapezoidale. Una volta eseguita la scheletrizzazione del lembo, la fase successiva dell’intervento è consistita nell’ostectomia, effettuata con fresa a rosetta montata su manipolo dritto e sotto abbondante irrigazione con soluzione fisiologica. Successivamente l’odontotomia, eseguita con fresa a fissura sempre montata su manipolo dritto e sotto irrigazione di fisiologica, seguita dalla lussazione e avulsione dei frammenti dell’elemento dentario. Con cucchiaio chirurgico è stata effettuata la toilette dell’alveolo post-estrattivo, che è stato riempito per fini emostatici con della cellulosa fibrillare. Infine, il lembo è stato chiuso per prima intenzione, con una sutura in seta 3-0. Il giorno dell’intervento, tutti i pazienti hanno iniziato ad assumere una terapia antibiotica (amoxicillina 1 grammo ogni 12 ore per 6 giorni) (Augmentin 1 g, GlaxoSmithKline) e una terapia analgesica, costituita da una compressa di paracetamolo da 1000 mg ogni 8 ore (Tachipirina 1000 mg, Angelini). È stata prescritta l’applicazione topica di impacchi di ghiaccio sul volto in corrispondenza dell’area operata per l’intero giorno dell’intervento.
Dal giorno successivo, i pazienti sono stati suddivisi in 2 gruppi, secondo tabelle di randomizzazione. Al gruppo 1 (gruppo AF) è stata prescritta, unitamente al paracetamolo come analgesico al bisogno, una compressa di bromelina ogni 12 ore per 7 giorni (Fortilase 50 mg, Rottapharm Madaus). Al gruppo 2 (C) è stato prescritto unicamente paracetamolo come analgesico al bisogno. Durante lo studio sono stati valutati tre parametri - il dolore, l’edema e l’eritema - indicativi di un quadro di infiammazione acuta. Per la valutazione di questi parametri è stata utilizzata una scala di punteggio semiquantitativo da 0 a 4, dove 0 corrispondeva all’assenza del parametro clinico studiato e 4 alla presenza dello stesso secondo un grado molto grave. La prima visita di rivalutazione è avvenuta circa 3 ore dopo l’intervento (t0), la seconda 48 ore dopo (t1). La terza e ultima visita di rivalutazione è avvenuta 7 giorni dopo l’intervento (t2), e in aggiunta alla valutazione dei parametri predetti, è stata registrazione la presenza di eventuali eventi avversi, il consumo totale di farmaco analgesico, in termini di giorni e di compresse totali, e, infine, il giudizio di tollerabilità da parte del medico e di efficacia da parte del paziente. L’analisi statistica è stata eseguita utilizzando il test di U di Mann-Whitney per dati indipendenti non parametrici per valutare le differenze tra i due gruppi di studio e il test di Wilcoxon per dati appaiati non parametrici, per valutare la differenza dei valori dei parametri tra t0 e t2 (∆t). È stato scelto un livello < di significatività del test dell’1% (p<0.01).

Risultati

I due gruppi sono risultati omogenei per numero, età, peso, altezza e sesso (Tabella 1).

Tabella 1- Caratteristiche dei campioni.
Tabella 1- Caratteristiche dei campioni.


La Tabella e il Grafico 2 mostrano i i valori del parametro dolore ai diversi tempi di visita, nei due gruppi AF e C. Per entrambi i gruppi il punteggio di gravità del dolore è diminuito dopo 2 giorni di trattamento (t1) in modo significativo rispetto al basale (p<0,01); un ulteriore miglioramento si è registrato dopo 7 giorni (t2).

DM_2012_010_ordesi_tabella2

Tabella e Grafico 2 - Valutazione parametro dolore.
Tabella e Grafico 2 - Valutazione parametro dolore.

Il gruppo AF, in trattamento con bromelina, ha mostrato una lieve diminuzione del dolore superiore rispetto a quello di controllo. La differenza tra i due gruppi (∆) è risultata statisticamente significativa (p<0,01). Anche per l’eritema il punteggio di gravità è diminuito per entrambi i gruppi dopo 2 giorni di trattamento (t1) in modo significativo rispetto al basale (p<0,01), con un’ulteriore miglioramento dopo 7 giorni (t2).
Il gruppo AF ha mostrato una diminuzione dell’eritema superiore rispetto al gruppo di controllo. La differenza tra i due gruppi (∆) è risultata statisticamente significativa (p<0,01) (Tabella e Grafico 3).

DM_2012_010_ordesi_tabella3

Tabella e Grafico 3 - Valutazione parametro eritema.
Tabella e Grafico 3 - Valutazione parametro eritema.

Infine, il parametro edema ha mostrato un miglioramento significativo rispetto al basale per entrambi i gruppi dopo 2 giorni di trattamento (t1) (p<0,01), con un’ulteriore miglioramento dopo 7 giorni (t2). Il gruppo AF ha mostrato un’importante diminuzione dell’edema superiore rispetto a quello di controllo. La differenza tra i due gruppi (∆) è risultata statisticamente significativa (p<0,01) (Tabella e Grafico 4).

DM_2012_010_ordesi_tabella4

Tabella e Grafico 4 - Valutazione parametro edema.
Tabella e Grafico 4 - Valutazione parametro edema.

Il consumo di analgesici è stato sovrapponibile tra i 2 gruppi, sia in termini di numero di compresse al giorno (2,562 ± 0,609 vs 2,588 ± 0,548) che di giorni di terapia (4,564 ± 1,532 vs 4,815 ± 1,570) (Tabella 5).

Tabella 5 - Consumo analgesici.
Tabella 5 - Consumo analgesici.

È stato registrato un solo evento avverso, di natura emorragica ed emetica, nel gruppo C.

Discussione e conclusioni

La bromelina è una sostanza che ha un potente effetto antinfiammatorio e antiedemigeno. Studi hanno evidenziato come agisca a più livelli nei meccanismi patogenetici della reazione infiammatoria acuta. La sua azione sinergica è stata dimostrata nelle terapie antibiotiche, nella terapia anticoagulante orale, nella terapia delle osteoartriti, degli infortuni muscolo scheletrici, dell’artrite reumatoide. La letteratura riporta anche studi sulla sua efficacia nella gestione dell’infiammazione postoperatoria.
Il nostro studio dimostra come la bromelina nella chirurgia dei terzi molari abbia un effetto prevalentemente antinfiammatorio e antiedemigeno in una tipologia d’intervento che vede, tra le sue complicanze postoperatorie più frequenti, lo sviluppo di edemi anche di notevoli dimensioni nelle regioni del capo e del collo52.
La lieve riduzione del dolore va interpretata considerando che tale parametro era già controllato da una terapia analgesica dedicata53. La riduzione in sè comunque dimostra un’azione sinergica da parte della bromelina con la terapia standard utilizzata in questo tipo di intervento. Il presente studio consolida i risultati precedenti che dimostravano l’efficacia antiedemigena della bromelina nella chirurgia dei terzi molari inferiori. Tali studi valutavano la riduzione dell’edema misurando la distanza trago-pogonion. Nel lavoro più recente, sono stati reclutati pazienti con entrambi i terzi molari inferiori inclusi, in modo tale da poter confrontare all’interno dello stesso paziente sia il gruppo studio che il controllo. Entrambi gli studi hanno confermato un’azione antiedemigena della bromelina nella chirurgia dei terzi molari54-55. La bromelina ha un ottimale profilo di sicurezza terapeutica riferito al dosaggio abituale.
In conclusione, la bromelina è una sostanza sicura e ben tollerata, che in associazione alla terapia standard nell’estrazione dei terzi molari incluso porta a un miglioramento del decorso postoperatorio rispetto alla sola terapia standard. 

Paolo Ordesi
paoloroberto.ordesi@me.com

Paolo Ordesi1,2
Luca Grassi2
Paolo Persia2
Alessandro Leonida3
Maurizia Macchi4
Roberto Borloni4
Sandro Siervo4

1Dottorando di ricerca in Parodontologia Sperimentale, Dir. prof. M. Baldoni, Universitò degli Studi Milano-Bicocca
2 Allievo, Programma di formazione post-universitaria, Dir. S. Siervo, Istituto Stomatologico Italiano, Milano
3 Ricercatore non confermato, Università degli Studi di Milano-Bicocca; Responsabile reparto di parodontologia, Clinica Odontoiatrica, Dir. prof. M. Baldoni, ospedale San Gerardo Monza
4 Unità operativa di Chirurgia maxillo facciale, Dir. dottor M. Macchi, Istituto Stomatologico Italiano, Milano

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Diabete e malattia parodontale

1. Influenza dei fattori di rischio relativi all’ospite sul modello di progressione critica che evidenzia gli effetti nodali sugli assi di spazio neutrofilo monociti/linfociti, e infiammazione, come modificatori dell’espressione della malattia (S. Offenbacher, 1996).

Il diabete mellito (DM) è una sindrome - o una serie di sindromi - derivante da un deficit assoluto o relativo di insulina (Pombo, 2003) e affligge circa 285 milioni di persone, corrispondenti al 6,4% della popolazione adulta mondiale (Montaldo et al., 2010). Sono identificati due tipi principali di diabete: il Tipo 1 è attribuibile alla distruzione di cellule isole e questo tipo di pazienti dipende dall’insulina esogena per sopravvivere; inoltre, è caratterizzato da un rapido insorgere in età giovanile dei sintomi. I pazienti con diabete di Tipo 2 non sono insulino-dipendenti; si tratta del tipo più comune di diabete (85-90%), e appare quando i tessuti aumentano la loro resistenza all’insulina o quando diminuisce la produzione pancreatica di insulina (Montaldo et al., 2010; Llambes et al., 2005; Yalda et al., 1994). Spesso è associato all’obesità e caratterizzato da un lento insorgere dei sintomi. Il diabete è stato accomunato a molte complicanze, come risultato di uno stato iperglicemico cronico, e le maggiori sono: malattie renali, retinopatia, neuropatia, malattie vascolari periferiche e malattie coronariche; il diabete è anche la causa principale di cecità e di amputazione degli arti inferiori nei paesi industrializzati (Montaldo et al., 2010; Llambes et al., 2005; Yalda et al., 1994). Tra le principali complicanze orali vi sono: perdita di denti, gengivite, parodontite, ascessi odontogeni e lesioni ai tessuti molli di lingua e mucosa.
Secondo i parametri diagnostici pubblicati dall’American Diabetes Association nel 1997, e successivamente adottati dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 1998, un paziente è diabetico se: 1) appaiono i classici sintomi di diabete e il glucosio nel sangue è uguale o maggiore a 200 mg/dl; 2) il glucosio nel sangue a digiuno è uguale o maggiore di 126 mg/dl; 3) il glucosio prost-prandiale a 2-h è uguale o maggiore a 200 mg/dl nel corso di un test di tolleranza al glucosio orale. Almeno uno dei test precedentemente menzionati deve mantenersi in ordine per confermare un caso di diabete (Llambés et al., 2005). Il test dell’emoglobina A1c (HbA1c) viene utilizzato per monitorare il controllo glicemico generale del paziente. Non è raccomandato per la diagnosi perché non è la valutazione gold standard per HbA1c e molti paesi non hanno accesso al test. In ogni caso, permette di sapere che cosa è avvenuto in questi pazienti durante gli ultimi 3 mesi (Mealey, 1996) (Tabella 1).

Tab.1

I segni e i sintomi parodontali sono riconosciuti come la “sesta complicanza del diabete mellito” (Awartani, 2009). La malattia parodontale è una malattia multifattoriale che risulta da una complessa interazione di microrganismi, ambiente e ospite (S. Offenbacher, 1996). Questa infezione interessa il parodonto e secondo Armitage (G. Armitage, 1999) deve essere classificata come: cronica o aggressiva in base al tempo di progressione; localizzata (≥30) o generalizzata (<30) in base al numero di posizioni; lieve = 1 o 2 mm di perdita di attacco clinico (CAL), moderata = 3 o 4 mm CAL, grave = ≥5 mm CAL. Dato il ruolo evidente dei microrganismi nell’eziopatogenesi della malattia, la terapia è diretta alla riduzione dei batteri (C.M. Cobb, 1996). Però vi sono alcuni fattori di rischio che modificano e aumentano l’espressione della malattia (suscettibilità genetica, fumo, diabete mellito, stress e altro ancora).

Diabete e malattia parodontale: epidemiologia

Fin dagli anni Sessanta sono state condotte ricerche per studiare il rapporto tra il diabete e la malattia parodontale, e diversi Autori hanno cercato di stabilire una relazione tra il diabete e la distruzione parodontale maggiore. Una metanalisi di quattro studi con un totale di 3524 pazienti adulti (>18 anni) ha mostrato che i soggetti diabetici corrono due volte il rischio di sviluppare la malattia parodontale rispetto ai non diabetici (P.N. Papapanou, 1996).
Chávarry et al. (2009) hanno studiato il rapporto tra il diabete mellito e la malattia parodontale distruttiva. Gli articoli selezionati sono stati pubblicati tra gennaio 1980 e giugno 2007, e sono tutti relativi a studi su uomo che investigano se il diabete rappresenti un fattore di rischio per la parodontite e quale la sua influenza sulla risposta alla terapia parodontale. Dei 2440 studi identificati, 49 studi trasversali e 8 longitudinali hanno soddisfatto i criteri di inclusione. 27 dei 49 studi trasversali che sono stati inclusi in questa revisione hanno rilevato una maggior incidenza di malattia parodontale nei soggetti diabetici rispetto a quelli non diabetici. Il rischio maggiore di progressione della malattia è stato associato al DM Tipo 2, e uno studio ha accomunato il DM con la risposta alla terapia parodontale. Gli errori metodologici della maggior parte degli studi includevano il controllo inadeguato dei co-fattori, un’analisi statistica insufficiente e la mancanza di informazioni riguardo al design della campionatura. Il modello di effetto random ha mostrato una significativa associazione con il livello di attacco clinico (differenza media = 1.00 [CI 95% = da 0.15 a 1.84]) e la profondità della tasca parodontale (differenza media = 0.46 [CI 95% = da 0.01 a 0.91]) tra diabetici di Tipo 2 e non diabetici. Essi hanno concluso che il DM Tipo 2 può essere considerato un fattore di rischio della malattia parodontale. Le stesse conclusioni riguardo a questo rapporto sono state trovate nella revisione sistematica di Salvi et al. (2008). Gli Autori hanno concluso che il diabete scarsamente controllato potrebbe essere considerato un fattori di rischio per una maggior gravità della parodontite. Nello studio controllato randomizzato di F. Awartani (2009), 74 pazienti con DM T2 e grave parodontite cronica sono stati divisi in due gruppi (HbA1c meno del 9% e HbA1c più del 9%). La conclusione di questo studio controllato randomizzato è stata che lo scarso controllo glicemico aumenta la percentuale di tartaro e il rischio di parodontite, corroborando le conclusioni della precedente metanalisi. Nel 2006, Khader et al. hanno pubblicato cuna metanalisi per valutare l’associazione tra il diabete mellito e la malattia parodontale. Essi hanno confrontato l’estensione e la gravità della malattia parodontale nei pazienti diabetici e non diabetici, misurando l’indice di placca (PI), l’indice gengivale (GI), la profondità delle tasche (PD) e il livello di attacco clinico (CAL). La conclusione è stata che il diabete ha una gravità significativamente superiore, ma la stessa estensione di malattia parodontale rispetto ai non diabetici. Però l’analisi delle ricerche pubblicate è fuorviata dall’ampia eterogeneità delle popolazioni di studio. Alcuni Autori si sono focalizzati sul diabete di Tipo 1 (De Pommereau et al., 1992; Hugoson et al., 1989; Thorstensson et al., 1993) e alcuni sul diabete di Tipo 2 (Shlossman et al. 1990; Emrich et al., 1991; Taylor et al., 1991; Morton et al., 1995; Nelson et al., 1990), mentre altri non hanno differenziato (Bacic et al., 1988; Grossi et al., 1994) o riportato il tipo di diabete. Alcuni studi sono su persone giovani (Wolf, 1977; Benveniste et al., 1967) e altri su adulti (Wolf, 1977; Finestone et al., 1967; Oliver et al., 1993; Bacic et al., 1988; Belting et al., 1964; Sandler et al., 1960; Hove et al., 1970). Anche i trattamenti del diabete applicati in questi studio variano. Nonostante ciò, al di là di queste limitazioni l’analisi di questi lavori mostra un’associazione tra malattia parodontale e diabete, indipendentemente dal tipo di diabete. Questo rapporto positivo sembra diminuire con l’aumentare dell’età, perché il fattore diabete è mascherato dal fattore età. Tutti gli Autori menzionati discutono sulle complicanze del diabete, e una di queste è la malattia parodontale. Dato che altre complicanze sono state positivamente associate al grado di controllo del diabete, sorge la domanda se la malattia parodontale abbia questo rapporto anche con il controllo metabolico. L’analisi degli studi inerenti questo argomento incontra le difficoltà sopra riportate. Quindi, seguendo lo stesso ordine di prima, i gruppi hanno studiato il Tipo 2 (Taylor et al., 1998; Sandberg et al., 2000; Ainamo et al., 1990; Unal et al., 1993; Novaes et al., 1996), il Tipo 1 (Sastrowijoto et al., 1989; Safkan-Seppala et al., 1992; De Pommermereau et al., 1992), entrambi i tipi (Oliver et al., 1993; Alpagot et al., 2001; Bacic et al., 1988) o non hanno menzionato il tipo di diabete (Hayden et al., 1998). Però, a differenza dell’analisi precedente non si può trarre una conclusione generale dall’ampia varietà di risultati e conclusioni di questi studi.

Diabete e malattia parodontale: effetto del trattamento parodontale

L’evidenza scientifica sugli effetti della malattia parodontale nel diabete è sia diretta sia indiretta. Quest’ultima concerne la risposta al trattamento parodontale nei diabetici e la sua influenza sul controllo metabolico. Gli articoli possono essere suddivisi un studi sul trattamento (Iwamoto et al., 2001; Séppala et al., 1993; Sépala et al., 1994; Miller et al., 1992; Grossi et al., 1996; Aldridge et al., 1995; Smith et al., 1996; Westfelt et al., 1996; Grossi et al., 1997; Christgau et al., 1998; Stewart et al., 2001; Al-Mubarak et al., 2002) e studi osservazionali (Taylor et al., 1996; Collin et al., 1998). Gli Autori che hanno valutato se il trattamento della parodontite o di altre infezioni della cavità orale possa migliorare il controllo glicemico nei diabeti hanno riportato risultati apparentemente contraddittori. Queste disparità possono risultare dalle differenze nel design dello studio, dal tipo di popolazione (diabetici di Tipo 1 o 2 o entrambi), dalla gravità della malattia parodontale (salute, gengivite, gradi diversi di parodontite), dalla lunghezza del periodo di studio (adeguata o no per registrare le variazioni nei livelli HbA1c), dalle variabili di studio o dal tipo di trattamento (scaling e levigatura delle radici da soli o associati ad antibiotici sistemici o locali). Tutti gli studi hanno riportato che le variabili cliniche parodontali erano migliorate dal solo trattamento meccanico i cui effetti però sul controllo metabolico nel diabete sono controversi, con alcuni Autori che non trovano alcuna influenza sulle variabili metaboliche (Aldridge et al., 1995; Smith et al., 1996; Westfelt et al., 1996; Christgau et al., 1998) e altri che riportano un miglioramento (Stewart et al., 2001; Al-Mubarak et al., 2002). Gli studi sugli effetti della combinazione di trattamento meccanico e antibiotici sul controllo metabolico hanno dimostrato un miglioramento nelle variabili metaboliche (Iwamoto et al., 2001) quando vengono somministrati antibiotici locali o sistemici (Miller et al., 1992; Grossi et al., 1996). Ci sono diverse possibili spiegazioni di questo effetto. L’antibiotico usato in questi studi era la doxiciclina, che ha effetti antimicrobici e modulatori sulla risposta dell’ospite, nonché un possibile effetto inibitorio sulla glicazione. In letteratura sembra esserci un’evidenza clinica ed epidemiologica chiara che la malattia parodontale peggiori il controllo glicemico del diabete. Però, è necessaria un’ulteriore ricerca per spiegare gli effetti del trattamento parodontale su questo controllo. Nel revisionare la letteratura, abbiamo trovato elementi ancora non correttamente provati, come l’influenza del trattamento parodontale nei pazienti diabetici. Lo scopo di questo articolo è quello di esaminare e discutere la letteratura esistente su questo particolare argomento.

Metodi

Abbiamo iniziato il nostro approccio cercando nel database Cochrane (motore di ricerca secondario) dove troviamo una metanalisi. Inoltre, abbiamo condotto una ricerca in PubMed con la combinazione di termine MeSH (Malattia parodontale e Diabete Mellito). I limiti di questa ricerca erano: metanalisi, revisioni sistematiche o studio clinico randomizzato; prestazione nell’uomo; scritto in inglese; pubblicato negli ultimi 10 anni (la ricerca è stata condotta il 22/3/2012).  Dei 33 articoli trovati, ne abbiamo esclusi 6 (dopo aver letto il testo completo, dato che non rispondevano al nostro quesito “Trattamento della malattia parodontale e sua influenza sui pazienti diabetici”). Alla fine della ricerca sono stati selezionato 28 articoli dato che abbiamo manualmente introdotto una metanalisi.

Discussione

Presenteremo i risultati degli articoli selezionati in due diversi gruppi, secondo il tipo di studio: metanalisi/revisione sistematica (Tabella 2) e studi clinici randomizzati (Tabella 3).

Metanalisi e revisione sistematica

Abbiamo selezionato 4 metanalisi e 1 revisione sistematica pubblicate negli ultimi 10 anni. In tutte le metanalisi (Chávarry et al., 2009; Khader et al., 2006) e nella revisione sistematica (Salvi et al., 2008) lo scopo era quello di capire il possibile rapporto tra i pazienti diabetici e l’influenza di questa malattia sulla gravita della parodontite. Tutte queste metanalisi hanno concluso che il diabete mellito ha aumentato significativamente il fattore di rischio della gravità in pazienti con parodontite. Janket et al. (2005) hanno condotto una metanalisi di 10 studi per quantificare gli effetti del trattamento parodontale sul livello di HbA1c tra pazienti diabetici, per esplorare le possibili cause di report discrepanti e fare raccomandazioni per studi futuri. Le fonti dei dati sono state Medline (da gennaio 1980 a gennaio 2005), EBMR, Cochrane Register e le bibliografie degli articoli pubblicati. Solo tre esaminatori hanno estratto i dati inerenti l’intervento, i risultati e le dimensioni dell’effetto. In quest’analisi sono stati inclusi 456 pazienti, con trattamento parodontale come algoritmo e l’effettivo cambio di livello di emoglobina A1c come risultato. La diminuzione della media ponderata nell’effettivo livello di HbA1c era di 0.38% per tutti gli studi, 0.66% in caso di diabete di Tipo 2, 0.71% in caso di somministrazione di antibiotici. Nessun valore, però, era statisticamente significativo.
Nel 2008, Darré et al. hanno valutato l’effetto della terapia parodontale sul controllo glicemico dei pazienti diabetici. Hanno effettuato una ricerca della letteratura da sette database (Medline, Embase, Lilacs, Cochrane Library, Pascal, IADR Abstracts and Current Contents), senza restrizioni di lingua. Dei 25 studi, con 976 pazienti, solo 9 erano controllati, corrispondenti a 485 pazienti. La differenza media standardizzata in HbA(1c) con trattamento della malattia parodontale era 0.46 (95% CI: 0.11, 0.82). Questi risultati suggeriscono che il trattamento parodontale ha una riduzione significativa dello 0.79% (95% CI: 0.19, 1.40) del livello di HbA(1c). Gli Autori hanno quindi concluso che il trattamento parodontale potrebbe migliorare il controllo glicemico. Nonostante ciò, questi risultati devono essere analizzati con cautela perché mancano di robustezza e vi sono alcune carenze nel design di alcuni studi. Gli Autori suggerivano che uno studio controllato randomizzato con potenza statistica sufficiente aiuterebbe a confermare i risultati di questa metanalisi.

Tab.2

Teeuw et al. (2010) hanno pubblicato una metanalisi per esplorare la robustezza dell’effetto del trattamento parodontale nel miglioramento del controllo glicemico nei pazienti diabetici. Hanno utilizzato due database (Medline e Cochrane Library) con limitazione alla lingua inglese. Le pubblicazioni selezionate si basavano su tre scopi: 1) ricerche originali, 2) studi di intervento parodontale controllati con il gruppo controllo dei diabetici che non riceveva alcun trattamento parodontale, 3) durata dello studio di > o = 3 mesi. Dai 639 studi inizialmente identificati e il controllo della bibliografia, sono risultati 5 articoli adatti. In totale, in quest’analisi sono stati inclusi 371 pazienti con parodontite come algoritmo ed effettivo cambio assoluto in A1C (DeltaA1C) come risultato. La durata del follow-up era di 3-9 mesi. Tutti gli studi descrivevano una popolazione di ricerca di pazienti con diabete di tipi 2 il cui il controllo glicemico aumentava dopo la terapia parodontale rispetto al gruppo controllo (range DeltaA1C: Delta-1.17 fino a Delta-0.05%). Gli studi in una metanalisi hanno dimostrato una differenza media ponderata di DeltaA1C prima e dopo la terapia di -0.40% (95% CI: -0.77, -0.04%, P = 0.03) favorendo l’intervento in pazienti con diabete di Tipo 2. Nonostante ciò, questo miglioramento in % A1C deve essere interpretato con cura a causa della limitata robustezza come evidenziato dalla eterogeneità tra gli studi (59.5%, P = 0.04). Questi risultati hanno permesso agli Autori di concludere che il trattamento parodontale porta a un miglioramento del controllo glicemico nei pazienti con diabete di Tipo 2 per almeno 3 mesi. Nella metanalisi condotta da Simpson et al. nel 2010, l’oggetto era la valutazione dell’effetto della terapia parodontale sul controllo glicemico nei pazienti diabetici. È stata condotta una ricerca mediante database (Cochrane Oral Health Group´s Trials Register, Cochrane Library, Medline, Embase, Cinahl, Lilacs, ISI Web of Knowledge e Zetoc) associata a una ricerca manuale. Questa ricerca esaustiva ha portato a 690 studi, lettere e conferenze, ma solo 7 studi clinici randomizzati soddisfacevano i criteri di inclusione della metanalisi.
Scaling/levigatura radicolare e igiene orale (+/- terapia antibiotica) per 3/4 mesi era -0.40% (95% intervallo di confidenza (CI) effetto fisso da -0.78% a -0.01%), rappresentando una riduzione statisticamente significativa in HbA1c (P = 0.04). Quando facciamo un’analisi di sottogruppo, è possibile visualizzare che un solo studio ha un basso rischio di bias e gli altri due hanno un rischio da moderato a elevato; tenendo presenti questi elementi, i risultati dimostrano: senza aggiunta di antibiotici -0.80% (uno studio: 95% CI: -1.73%, 0.13%; P = 0.09), con aggiunta di antibiotici nel gruppo test -0.36% (uno studio: 95% CI: -0.83%, 0.11%; P = 0.14), con antibiotico nel gruppo test e nei gruppi controllo dopo 3/4 mesi -0.15% (uno studio: 95% CI: -1.04%, 0.74%; P = 0.74). Gli Autori hanno concluso che vi è una certa evidenza del fatto che la terapia parodontale migliori il controllo metabolico nei pazienti diabetici. Sono disponibili pochi studi e individualmente mancano di potenza nel rilevare un effetto significativo. La maggior parte dei partecipanti nello studio aveva un DM T2 scarsamente controllato e vi erano pochi dati da studi randomizzati sugli effetti su pazienti con DM T1. In individui con diabete mellito, si dovrebbe raccomandate la valutazione della salute orale come parte della gestione di routine del diabete.

Studi clinici randomizzati

Diversi studi clinici randomizzati (Randomized Clinical Trial-RCT) nell’uomo sono stati pubblicato negli ultimi 10 anni sul possibile trattamento della malattia parodontale e la sua influenza sul controllo metabolico di HbA1c. Dopo aver analizzato gli studi clinici randomizzati e il tipo di popolazione diabetica, è stato possibile rilevare che la maggior parte dei lavori è stata condotta nella popolazione DM T2 (Sun et al., 2010; Montaldo et al., 2010; Engerbretson et al., 2011; Khader et al., 2010; Lee et al., 2009; Madden et al., 2008; Yun et al., 2007; Kiran et al., 2005; Koromantzos et al., 2011; Matsumoto et al., 2009; Santos et al., 2009; Rodrigues et al., 2003; Al-Zahrani et al., 2009; Sun et al., 2011), 4 RCT nella popolazione DM T1 (Martorelli et al., 2004; Skaleric et al., 2004; Llambés et al., 2005; Llambes et al., 2008). Quando si analizzano gli RCT in base alla diagnostica parodontale, si può concludere che tutti includevano una popolazione con parodontite cronica, ma solo pochi RCT informavano riguardo alla gravità della diagnosi parodontale (Montaldo et al., 2010; Khader et al., 2010; Yun et al., 2007; Koromantzos et al., 2011; Al-Zahrani et al., 2009; Sun et al., 2011). Khader et al. (2010) hanno condotto un RCT per studiare l’effetto dell’estrazione dentale totale sul controllo glicemico nei pazienti DM T2. È stata fatta una suddivisione dei campione in 2 gruppi: 29 pazienti senza trattamento parodontale e 29 con estrazione dentale totale. I risultati evidenziano una riduzione significativamente superiore in HbA1c nel gruppo di trattamento [1.23% (0.79)] rispetto al gruppo controllo [0,28% (0.79)]. Essi hanno concluso che l’estrazione dentale totale ha portato a un miglioramento del controllo glicemico nei pazienti DM T2. Però, sono necessari studi clinici multicentrici su ampia scala per confermare questa evidenza clinica. Nel 2009 Lee et al. hanno pubblicato un RCT che aveva come obiettivo principale quello di osservare gli effetti dell’igiene orale professionale in DM T2. Al fine di raggiungere questo obiettivo, essi hanno suddiviso il campione in 2 gruppi, il gruppo test (n=40) veniva trattato con scaling e levigatura radicolare di entrambe le arcate, più istruzioni orali una volta al mese, e il gruppo controllo (n=35) veniva trattato con scaling e levigatura radicolare di entrambe le arcate, più istruzioni orali a 1 e a 6 mesi. Essi hanno riportato differenze significative in PI, DCI, BOP, PHP e indice parodontale di Russel tra i due gruppi sei mesi dopo il trattamento e dopo aver modificato lo stato di baseline. Questi risultati suggeriscono che un’intensa igiene orale può migliorare in modo persistente lo stato di infiammazione orale e potrebbe diminuire il peggioramento parodontale. Le stesse conclusioni sugli effetti dello scaling e della levigatura radicolare di entrambe le arcate nel controllo glicemico di DM T2 sono state rilevate nell’RCT di Kiran et al. (2005); Koromantzos et al. Nel 2011 hanno concluso che il trattamento parodontale non chirurgico si associa a un miglioramento del controllo glicemico nel pazienti DM T2.
Santos et al. (2009) hanno condotto un RCT per confrontare lo scaling e la levigatura radicolare di entrambe le arcate (gruppo intervento: 18 pazienti) vs lo scaling e la levigatura radicolare parziale (gruppo intervento: 18 pazienti) e il suo impatto sullo stato glicemico della risposta clinica e metabolica in DM T2. Le conclusioni evidenziano che nessuna delle terapie ha portato un miglioramento del livello di HbA1c a 3 e a 6 mesi.
Nello studio condotto da Madden et al. (2008) i pazienti sono stati trattati con scaling e levigatura radicolare di entrambe le arcate e sono state implementate istruzioni orali nel gruppo intervento con sciacqui di clorexidina (CHX) 2 volte al giorno. Essi hanno riportato le stesse conclusioni pubblicate da Lee et al., con risultati migliori per CHX con una differenza in media di 0,6 per HbA1c. Ci sono alcuni RCT (Sun et al., 2011; Martorelli et al., 2004; Skaleric et al., 2004; Yun et al., 2007; Matsumoto et al., 2009; Rodrigues et al., 2003; Sun et al., 2011) che includono la terapia antibiotica nel trattamento della malattia parodontale.
La somministrazione di antibiotici è combinata con l’intervento parodontale (igiene orale missionaria, scaling full-mouth, levigatura radicolare, chirurgia parodontale a lembo quando indicata, estrazione di denti irrimediabilmente compromessi, ripristino dell’occlusione bilanciata) o solo con scaling e levigatura radicolare di entrambe le arcate. Alcuni studi (Llambés et al., 2005 e 2008; Jones et al., 2007) contemplano anche questa terapia con sciacqui di clorexidina due volte al giorno. Si è anche osservata una grande eterogeneità negli antibiotici utilizzati (tinidazolo, ampicillina, amoxicillina, doxiciclina, Arestin, minociclina, ampicillina) e nel modo di somministrazione (sistemica o locale). Nonostante ciò, al di là di queste limitazioni, l’analisi di questi studi per DM T2 mostra che dopo l’intervento parodontale nel sondaggio di profondità delle tasche il livello di attacco clinico, il sanguinamento al sondaggio, l’indice di placca e i livelli di HbA1c erano migliorati. Nell’RCT condotto da Rodrigues et al.

Tab.3A

Tab.3B

Tab.3C

Tab.3D

Tab.3E

Nel 2003 la riduzione di HbA1c è stata statisticamente significativa solo nel gruppo controllo (scaling e levigatura radicolare di entrambe le arcate). Il solo RCT che ha confrontato la terapia antibiotica (doxiciclina) vs lo scaling e la levigatura radicolare di entrambe le arcate combinati con terapia antibiotica (doxiciclina) è quello di Yun et al. (2007). Gli Autori hanno suggerito che lo scaling e la levigatura radicolare di entrambe le arcate avevano un grande valore per il mantenimento della salute parodontale, probabilmente come conseguenza di una diminuzione dei livelli di glucosio nel sangue. Le conclusioni di Sun et al. (2010 e 2011) associano questo miglior controllo a un aumento dei livelli di adiponectina nel siero e a una diminuzione dei livelli infiammatori di citochine che aiutano a ristabilire la sensibilità all’insulina, migliorando così il controllo glicemico. Al fine di osservare altre alternative di trattamento, Montaldo et al. (2010) hanno dato sostituti salivari a pazienti DM T2 con iposalivazione e hanno osservato una riduzione della quantità di placca, gengivite e conta positiva dei lieviti. Almubarak et al. nel 2002 hanno cercato di completare lo scaling e la levigatura radicolare di entrambe le arcate con irrigazione subgingivale due volte al giorno e hanno concluso che questa procedura può determinare un parodonto più sano nei pazienti DM T1 o DM T2. Un’altra alternativa sperimentata da Al-Zahrani et al. nel 2009 è stata la terapia fotodinamica in un RCT. Si è concluso che questa terapia non è di beneficio a quella convenzionale parodontale non chirurgica in pazienti DM T2. Dopo aver analizzato i risultati per DM T1, possiamo concludere che sono controversi. Alcuni articoli hanno mostrato un effetto positivo della terapia antibiotica (Martorelli et al., 2004; Llambés et al., 2005) e altri no (Skaleric et al., 2004; Llambes et al., 2008). La causa per DM T1 potrebbe essere il numero limitato di pazienti che compongono i campioni o il diverso comportamento metabolico dopo il trattamento parodontale.

Conclusioni

È stato possibile verificare un effetto positivo dell’intervento parodontale in DM T2 e nella diminuzione di HbA1c. Vi sono pochi studi disponibili su DM T1 e quelli esistenti hanno un numero limitato di pazienti e nessuna possibilità statistica di rilevare effetti significativi e quindi le conclusioni sono dubbie. Sono necessari ulteriori studi per raggiungere una conclusione. 

Corrispondenza/Correspondence
Ricardo Faria-Almeida
Campo 24 Agosto, 129 - 4 andar, sala 416
4300-100 Porto
Portugal

Ricardo Faria-Almeida1
Francisco Correia2
Mónica Morado-Pinho3
1Professore Associato, Dipartimento di Chirurgia Orale e Medicina, Università di Porto, Portogallo
2Studente di Chirurgia Orale, Università di Porto, Portogallo
3Professore-assistente Dipartimento di Parodontologia, Università Fernando Pessoa, Porto, Portogallo

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Trattamento con metodica CAD/CAM di un elemento diatorico

1. Elemento 46. L’elemento dentale 46 presenta una frattura del restauro in composito in zona distale.

Riassunto
Le ricostruzioni create mediante i processi CAD/CAM non comportano solamente una riduzione dei costi, bensì garantiscono una qualità clinica facilmente riproducibile con degli standard predicibili.
Nonostante le metodiche CAD/CAM attualmente sul mercato debbano ancora migliorare dal punto di vista sia del software che dell’hardware, l’era digitale in odontoiatria è oggi una realtà consolidata.

Summary
CAD/CAM Treatment Method of a Posterior element
The reconstructions created with the CAD/CAM process not only entail a cost reduction,
but rather provide  clinical quality standards easily reproducible with predictable
outcomes.
Although the CAD/CAM methods currently on the market should still be improved in terms of both software and hardware, the digital era in dentistry is now  a reality.

La digitalizzazione procede “incessantemente”, sospinta dalla combinazione di produttività CAD/CAM (computer-aided design/computer-aided manufacturing), capacità CAD avanzata in grado di far fronte a situazioni cliniche complesse, nonché supporto alla produzione di alta qualità1.

Le ricostruzioni create mediante i processi CAD/CAM non comportano solamente una riduzione dei costi, bensì garantiscono una qualità clinica facilmente riproducibile con degli standard predicibili. Le tradizionali ricostruzioni manuali stanno diventando sempre meno competitive sotto molti aspetti1.

Ad oggi, sebbene nella maggior parte dei laboratori odontotecnici le ore mediamente dedicate al digitale siano modeste, la corona digitale completa modificherà il quadro della situazione. In alcune aree, si sta registrando un rapido aumento della produzione di corone digitali complete, i.e. pressate, fresate nella vetroceramica o nello zirconio, con rapporti costi/benefici allettanti per gli operatori e per i pazienti. La combinazione offerta da tempi di lavorazione più celeri unitamente ai costi competitivi che è possibile ottenere mediante la tecnologia CAD/CAM ha buone probabilità di capovolgere l’attuale situazione.

La tecnologia CAD/CAM fu sviluppata con lo scopo di assolvere tre requisiti:

  • garantire un’adeguata resistenza al restauro, in modo particolare per i denti posteriori, fresando materiali adatti allo scopo;
  • creare dei restauri con un aspetto il più naturale possibile;
  • rendere/creare i restauri più velocemente, nella maniera più accurata possibile.

Il sistema CAD/CAM da noi utilizzato per la ricostruzione presentata nel caso clinico, consiste in uno scanner intraorale, in una struttura composta da un computer con software dedicato e dall’unità di molaggio.

Tabella 1
Tabella 1

La testa dello scanner è posizionata, all’interno del cavo orale, al di sopra delle preparazioni facendo apparire le immagini in 2D o in 3D9. I modelli digitali vengono studiati al computer e le ricostruzioni inoltrate all’unità di molaggio per la fresatura. Ciò vale per il sistema “chairside”17; alternativamente, i dati catturati con lo scanner possono essere mandati a unità di molaggio esterne che forniscono il manufatto. Per ambedue queste scelte vi sono vantaggi e svantaggi.

Tabella 2
Tabella 2

Quando i laboratori ricevono un’impronta digitale possono creare un modello in gesso a partire dai dati e, contemporaneamente, continuare con la fabbricazione tradizionale oppure possono scansire un modello in gesso ed elaboralo virtualmente, come se fosse reale2. Come altra alternativa, i laboratori possono progettare i manufatti protesici direttamente al computer, tramite i dati/immagini che hanno ricevuto. In altre parole, esistono due grandi linee per la costruzione del manufatto finale3: i dati possono essere acquisiti direttamente alla poltrona dall’odontoiatra, e questo prevede che il clinico sia munito di un sistema per rilevare l’impronta ottica, oppure l’odontoiatra esegue un’impronta convenzionale per la realizzazione del modello in gesso6. Questo modello viene scansito dal laboratorio con un sistema di rilevazione digitale dell’impronta ottica. Ottenuta quest’ultima, si lavora sul modello con i sistemi CAD che permettono la realizzazione virtuale dell’elemento da fabbricare.

Tabella 3
Tabella 3

Le impronte digitali forniscono una precisione ottimale, migliorano i risultati clinici e riducono la necessità di apportare ritocchi alla protesi. I problemi legati all’impronta tradizionale con imperfezioni e bolle nel materiale sono eliminati, mentre l’eventuale ripetizione della presa d’impronta può avvenire nella stessa seduta. È infatti il computer a segnalare dove la preparazione mostra incongruità di forma, di spazi o di posizioni in tempo reale. Il clinico può quindi apportare le necessarie correzioni e successivamente procedere con la progettazione CAD/CAM. Pertanto, la visualizzazione su schermo consente al dentista di operare ritocchi durante la scansione, ottenendo sin da subito un’impronta ottimale. Tra gli altri benefici vi sono i tempi di produzione più celeri e un contenimento dei costi dei materiali e della spedizione.

Grazie alla presa digitale delle impronte, il paziente gode di una prassi rapida e comoda. I fastidi da lui lamentati in relazione alla presenza di materiali ingombranti nel cavo orale, ai lunghi tempi di lavorazione e ai disturbi connessi al riflesso faringeo sono quasi assenti. La precisione ottimale delle impronte digitali garantisce un migliore adattamento della protesi e del restauro riducendo la durata del trattamento.

Tabella 4
Tabella 4

Indicativamente, la presa dell’impronta di metà bocca mediante le versioni più recenti di sistemi CAD/CAM avviene tra il minuto e i 7 minuti. Il successivo fresaggio, sempre a seconda del sistema impiegato, può durare da 7 a 25 minuti, per ricostruzioni medie.

Nel caso del Cerec 3D (Sirona, Sirona Dental Systems GmbH, Bensheim, D) spesso i manufatti protesici vengono fresati da blocchi di ceramica prefabbricata, tra cui le ceramiche feldspatiche, leucite, di silicato di litio come pure blocchi in composito4,5,14. Il restauro dopo essere stato sottoposto a controllo, prova e lucidatura è pronto per essere cementato mediante le tecniche adesive12,13.

2. Si noti a carico del 46 il ristagno di residui alimentari (food impaction) in zona interprossimale.
2. Si noti a carico del 46 il ristagno di residui alimentari (food impaction) in zona interprossimale.

Possedere anche una fresatrice in situ concede ulteriori vantaggi come la realizzazione di restauri definitivi in un’unica seduta, ovvero il trattamento “chairside”7. Non sono più necessari per i pazienti restauri provvisori che richiedono tempo per la preparazione e ulteriori costi di produzione. Altro vantaggio riguarda l’anestetico locale, che nel caso sia necessario viene somministrato solo una volta rendendo più confortevole e meno traumatica la seduta operativa.

3. L’immagine radiografica periapicale di 46 evidenzia segni di filtrazione cariosa del precedente restauro e il trattamento endodontico incongruo.
3. L’immagine radiografica periapicale di 46 evidenzia segni di filtrazione cariosa del precedente restauro e il trattamento endodontico incongruo.

La precisione del software e del sistema di molaggio garantisce l’alta qualità dei restauri in CAD/CAM15.
Le preparazioni devono essere ben definite e corrette; il software ne permette l’analisi ad alto ingrandimento consentendo di valutare eventuali errori di preparazione e sottosquadri, contribuendo così a perfezionare l’abilità del medico nella fase di preparazione.

I restauri in CAD/CAM garantiscono il raggiungimento di un ottimo risultato estetico grazie alla disponibilità di blocchetti in ceramica, presenti in un’ampia gamma di colori e traslucenze che permettono di simulare lo smalto naturale.

4. Rimozione del tessuto carioso e ritrattamento endodontico dell’elemento 46.
4. Rimozione del tessuto carioso e ritrattamento endodontico dell’elemento 46.

La ceramica, priva di difetti e di porosità all’interno poiché non è prodotta artigianalmente ma industrialmente, si adatta bene anche nei settori posteriori10,11; inoltre, essendo meno abrasiva delle convenzionali resine composite causa un’abrasione paragonabile a quella dei denti naturali16.

5. Immagine radiografica che evidenzia la corretta strumentazione canalare e il sigillo apicale.
5. Immagine radiografica che evidenzia la corretta strumentazione canalare e il sigillo apicale.

Il risparmio di tempo e delle fasi di laboratorio contribuisce alla riduzione dei costi mantenendo dei restauri di alta qualità realizzabili in tempi inferiori. Questi aspetti sono apprezzati dai pazienti, sia perché percepiscono un valore aggiunto dalle tecniche CAD/CAM, sia perché riducono i singoli tempi di seduta operatoria.

6. Build-up in composito per sigillare il pavimento della camera pulpare e rimuovere tutti i sottosquadri; preparazione a overlay dell’elemento con riduzione delle cuspidi linguali e vestibolari; si noti la gengivectomia eseguita tramite laser per evidenziare il margine mesiale e distale
6. Build-up in composito per sigillare il pavimento della camera pulpare e rimuovere tutti i sottosquadri; preparazione a overlay dell’elemento con riduzione delle cuspidi linguali e vestibolari; si noti la gengivectomia eseguita tramite laser per evidenziare il margine mesiale e distale

Altri benefici da non sottovalutare sono la possibilità di poter salvare i dati nel computer e avere così la reperibilità nel tempo di ogni restauro; i modelli in gesso si deteriorano nel tempo, occupano spazio all’interno dello studio e si possono danneggiare se vengono archiviati in modo non appropriato.

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Anche il sistema CAD/CAM presenta degli svantaggi; a un costo iniziale dell’attrezzatura e del software elevato vano aggiunte le spese per i corsi e il tempo necessario per imparare a utilizzare in modo appropriato il software. I piccoli studi dentistici che non hanno una grande mole di lavoro possono avere difficoltà nell’ammortizzare la notevole spesa.

Inoltre, il sistema CAD/CAM richiede una rifinitura (lucidatura e glasure) da parte di un operatore esperto in quanto non rimpiazza in toto le tecniche di laboratorio e la maestria degli odontotecnici18.

8. Ricostruzione 3D del 46 con sistema Cerec.
8. Ricostruzione 3D del 46 con sistema Cerec.

Caso clinico

Il paziente P.F. di anni 38, maschio caucasico, si presenta in visita riferendo la frattura parziale di un’otturazione in zona 46, con ristagno di cibo durante la masticazione (food impaction), non lamentando alcuna sintomatologia algica.

Il paziente non è fumatore e riferisce controlli periodici odontoiatrici in un’altra città. All’esame obiettivo presenta accumulo di placca in zona interprossimale tra gli elementi 46 e 47, con assenza di profondità di sondaggio e di sanguinamento al sondaggio.

9. Modellazione virtuale del manufatto; si noti la colorazione cuspale che evidenzia i giusti rapporti occlusali.
9. Modellazione virtuale del manufatto; si noti la colorazione cuspale che evidenzia i giusti rapporti occlusali.

Si riscontra un’otturazione di seconda classe su 46 in composito che presenta parziale frattura della cresta marginale distale e carie secondaria. Il paziente non ricorda da quanto tempo ha eseguito tale trattamento, verosimilmente da più di 5 anni.
Vengono eseguite indagini radiografiche bite wing e periapicali di 46 e 25 che evidenziano:

  • trattamento endodontico incongruo di 46 e 24;
  • carie secondaria di 46 distale e 25 sia mesiale che distale;
  • 48 incluso e 18 estruso.
10. Immagine del restauro appena cementato.
10. Immagine del restauro appena cementato.

Si decide di riabilitare il 46 con intarsio overlay, mentre il 25 con intarsio inlay, utilizzando in entrambi i casi la metodica CAD/CAM del sistema Cerec dando priorità al 46 per la presenza della frattura e del relativo ristagno alimentare.

La prima fase prevede, dopo la rimozione di tutti i tessuti cariosi, l’esecuzione del ritrattamento endodontico di 46 effettuato mediante strumentazione endocanalare con tecnica “crown down” e chiusura canalare con guttaperca preriscaldata (Soft-Core, Dental Production Aps, Copenaghen).

11. Si noti l’armonia dell’overlay con gli elementi dentali adiacenti.
11. Si noti l’armonia dell’overlay con gli elementi dentali adiacenti.

Successivamente, completata la rimozione della precedente otturazione si esegue build up in composito per sigillare il pavimento della camera pulpare e rimuovere tutti i sottosquadri. La preparazione dell’elemento prevede la riduzione delle cuspidi linguali e vestibolari da riabilitare con l’overlay in ceramica. Data la posizione cervicale del margine di preparazione nelle porzioni distale e mesiale si decide di eseguire gengivectomia tramite laser a diodi (Pocket Laser, Orotig Med srl, Cavalcaselle di Castelnuovo del Garda, VR) per evidenziare meglio il margine della preparazione.
A questo punto si esegue la presa dell’impronta ottica.

Questa procedura richiede molta attenzione nell’isolare e mantenere asciutta da saliva e sangue la preparazione analogamente a quanto avviene per la presa di un’impronta con la metodica classica.

12. Immagine radiografica del restauro cementato; si noti il cemento che sigilla l’interfaccia intarsio-dente.
12. Immagine radiografica del restauro cementato; si noti il cemento che sigilla l’interfaccia intarsio-dente.

La telecamera del sistema Cerec 3D utilizzata in questo caso sfrutta un raggio infrarosso che rileva tutte le superfici che incontra, siano esse tessuti duri o molli. Per questo motivo è importante che l’operatore, con l’aiuto dell’assistente, allontanino tutte quelle strutture anatomiche circostanti la preparazione(guancia, labbra, lingua) in modo che non interferiscano con la presa dell’impronta.

Per effettuare una corretta scansione la fotocamera necessita dell’utilizzo di una polvere al biossido di titanio che serve per opacizzare e rendere visibile al suo obbiettivo sia la preparazione che gli elementi dentari adiacenti.

13. Elemento 25. Radiografia bite wing che evidenzia la lesione cariosa mesiale e distale di 25; si noti l’assenza del punto di contatto mesiale.
13. Elemento 25. Radiografia bite wing che evidenzia la lesione cariosa mesiale e distale di 25; si noti l’assenza del punto di contatto mesiale.

La scansione prevede anche la ripresa dell’antagonista facendo chiudere in massima intercuspidazione la bocca al paziente frapponendo tra le arcate un silicone a rapido indurimento che rileva la morfologia dell’arcata antagonista, oppure con una scansione in massima intercuspidazione che riscontra i rapporti vestibolari tra le due arcate.

La visualizzazione sia dell’antagonista sia degli elementi dentari adiacenti è requisito fondamentale per il software per poter elaborare un restauro funzionalizzato con una corretta occlusione e idonei punti di contatto interprossimali (come nella metodica classica per l’odontotecnico). Il software in pochi secondi è in grado di assemblare tutte le immagini e metterle in relazione tra loro creando un vero e proprio modello virtuale tridimensionale sul quale l’operatore progetta il restauro.

14. L’immagina evidenzia l’elemento 25 con restauro in amalgama e lesione cariosa distale in trasparenza.
14. L’immagina evidenzia l’elemento 25 con restauro in amalgama e lesione cariosa distale in trasparenza.

La progettazione prevede la separazione del moncone, il disegno del margine di preparazione e la modellazione del restauro, come in laboratorio.

Il software, grazie alle informazioni derivanti dall’antagonista e dal modello 3D, è in grado di dare una prima proposta del restauro, che generalmente necessita di ritocchi da parte dell’operatore con diversi strumenti che possono modificare e caratterizzare, secondo le proprie esigenze, il restauro virtuale.
La corretta ripresa dell’antagonista permette di creare un restauro con l’idonea modellazione e con i giusti rapporti occlusali.

A fine progettazione si impiega il materiale prescelto e si determina il colore procedendo quindi con il molaggio dell’intarsio. In questo caso abbiamo utilizzato un blocchetto di ceramica Vita Triluxe forte colore 2M2C della scala vita 3D master (VITA Zahnfabrik, Bad Säckingen, D).
Il molaggio è eseguito da una fresatrice raffreddata ad acqua che comunica wireless con il software ed è in grado di molare un overlay entro 25 minuti.

15. Dopo rimozione dell’amalgama e del tessuto carioso si procede con la preparazione a inlay dell’elemento e con la ripresa dell’impronta ottica; si noti la polvere di colore bianco del biossido di titanio, necessario per la scansione con il sistema Cerec 3D.
15. Dopo rimozione dell’amalgama e del tessuto carioso si procede con la preparazione a inlay dell’elemento e con la ripresa dell’impronta ottica; si noti la polvere di colore bianco del biossido di titanio, necessario per la scansione con il sistema Cerec 3D.

Il restauro viene provato controllando il giusto sigillo marginale e i corretti punti di contatto interprossimali.
La lucidatura è eseguita con gommini di granulometria decrescente adatti alla lucidatura di restauri in ceramica.

La cementazione prevede le classiche procedure delle tradizionali tecniche adesive, ovvero isolamento con diga di gomma, mordenzatura con acido ortofosforico al 35% dell’elemento preparato, applicazione di primer e bonding, mentre il restauro viene mordenzato con acido fluoridrico al 9,6% (Ena Etch, Micerium spa, Avegno, Genova), silanizzato e rivestito di bonding.

È stato utilizzato un cemento duale colore A3 e bassa viscosità (auto- e foto- polimerizzabile) che prevede la miscelazione manuale della pasta base con il catalizzatore e applicazione sul dente precedentemente preparato (Variolink II, Ivoclar Vivadent AG, Schaan, Liechtenstein).

16. Immagine dell’intarsio appena cementato e dopo il controllo occlusale.
16. Immagine dell’intarsio appena cementato e dopo il controllo occlusale.

Dopo 4 minuti (tempo di auto-polimerizzazione del cemento non raggiunto dalla luce) con frese diamantate a granulometria fine si rifinisce il restauro e si passa alla fase di lucidatura con gommini a granulometria decrescente e spazzolino idoneo.
Ultimata la lucidatura si effettua un controllo occlusale e si dimette il paziente.
Dopo circa 7 giorni si interviene sul 25 che presenta carie secondaria in posizione sia mesiale che distale. Si nota assenza del punto di contatto tra 24 e 25.

Asportati la precedente otturazione in amalgama e il tessuto carioso si prepara il dente rimuovendo i sottosquadri creati dall’amalgama e dalle carie svasando le pareti interne con una gradazione di circa 6°.

17. Il restauro ben mimetizzato in armonia con gli elementi adiacenti.
17. Il restauro ben mimetizzato in armonia con gli elementi adiacenti.

Non è stato necessario eseguire build up vista la posizione sopra gengivale dei margini di preparazione. Data la sufficiente quantità di tessuto dentario residuo delle pareti vestibolare e palatale, si è deciso di realizzare un intarsio a inlay mantenendo inalterate le cuspidi dell’elemento e la vitalità.

Dopo la consueta opacizzazione dell’arcata con la polvere al biossido di titanio e il rilievo dell’impronta ottica si è potuto procedere con la progettazione virtuale con il software Cerec 3D.

Il tipo di blocchetto in ceramica utilizzato per la fase di molaggio dell’inlay è un Vita Mark II colore 2M2C della scala vita 3D master (VITA Zahnfabrik, Bad Säckingen, D).

18. Immagine radiografica periapicale del 25 dopo la cementazione.
18. Immagine radiografica periapicale del 25 dopo la cementazione.

Una volta completato il fresaggio, si è proseguito con la prova del restauro, la rifinitura e la cementazione in modo sovrapponibile al caso descritto in precedenza.

Al controllo dopo 7 giorni il paziente non lamenta alcun fastidio né alla masticazione né spontaneo e non riferisce alcuna ipersensibilità agli stimoli termici sul 25, nonostante la mutua vicinanza dell’inlay alla camera pulpare.

Conclusioni

L’impronta tradizionale e la realizzazione del modello sono tra i processi più laboriosi e delicati sia per lo studio dentistico sia per il laboratorio odontotecnico. La modellatura digitale facilita la precisione del lavoro, minimizza le fonti d’errore e accresce la soddisfazione di pazienti e operatore8.
Oggi è possibile produrre con il metodo dell’impronta digitale il 50% di tutte le indicazioni.

Meno fasi di lavoro nello studio e nel laboratorio significano più sicurezza in quanto:

  • nessuna inesattezza dovuta al materiale o al suo impiego (formazione di bolle, interruzioni del margine della preparazione);
  • nessuna miscelazione scorretta né scarso rispetto dei tempi di miscelazione, impronta e indurimento;
  • niente disinfezione, confezionamento e immagazzinamento;
  • nessuna dilatazione e retrazione incontrollata del materiale dell’impronta prima, durante e dopo il trasporto;
  • ridotti tempi operatori utilizzando la procedura chairside;
  • nessun impiego di otturazione provvisoria che spesso può provocare ipersensibilità nel dente vitale o fastidiosa decementazione della stessa.

Malgrado le metodiche CAD/CAM oggi disponibili sul mercato debbano ancora migliorare molto sotto alcuni aspetti, sia a livello del software sia dell’hardware, l’era digitale in Odontoiatria è oggi una realtà consolidata.

Corrispondenza
Paolo Siervo
info@siervo.it

• Flor Maria Ghielmi1
• Fabio Restuccia
• Paolo Ordesi1
• Paolo Siervo
1Programma di formazione postuniversitaria,
direttore dottor S. Siervo, Istituto Stomatologico Italiano, Milano

Bibliografia

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Gli insegnamenti dell’odontoiatria infantile

Sono diversi e non riguardano solo la salute del bambino. L’odontoiatria pediatrica mostra da sempre una particolare attenzione agli aspetti sociali della professione, ma anche a quelli della relazione con il paziente, come spiega Giuseppe Marzo, tarantino, 55 anni, presidente della Società Italiana di Odontoiatria Infantile.

Nato a Taranto nel 1957, Giuseppe Marzo, dallo scorso gennaio presidente della SIOI, la Società Italiana di Odontoiatria Infantile, ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Bologna e la specializzazione in Odontostomatologia all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. La sua carriera scientifica e professionale inizia nel 1985 nel Reparto di Odontoiatria Infantile della Clinica Odontoiatrica di Roma, sotto la guida del Professor Guido Gallusi. È da allora che si dedica alla cura dei bambini nel campo dell’Ortodonzia e della Clinica Pedodontica. La sua attività scientifica si è concretizzata in oltre 200 pubblicazioni e nella partecipazione come relatore o chairman a numerosi congressi, anche a livello internazionale. Professore Ordinario di Malattie Odontostomatologiche e Direttore della Scuola di Specializzazione in Ortognatodonzia presso l’Università degli Studi dell’Aquila, dal 2002 il professor Marzo è anche Direttore Responsabile della rivista European Journal of Paediatric Dentistry (a oggi unica rivista italiana a tiratura internazionale con Impact Factor),  l’organo ufficiale della SIOI, la società scientifica che ha appena tenuto un importante congresso presso l’Ospedale San Giovanni Calibita Fatebenefratelli, nell’Isola Tiberina a Roma, dal titolo: “Argomenti di odontoiatria pediatrica: dalla prevenzione alla terapia”.

Professor Marzo, com’è giunto a occuparsi di odontoiatria infantile?

Mi sono laureato in Medicina all’Università di Bologna e frequentando la Clinica Odontoiatrica mi sono subito reso conto di quanto fosse interessante l’odontoiatria, che allora però non godeva della considerazione che ha oggi. È stato poi grazie al professor Guido Gallusi, che mi ha insegnato l’amore e la passione per questo mestiere, che ho deciso di abbracciare l’odontoiatria pediatrica, una branca che mi entusiasmava per diverse ragioni, ma anche perché mi piaceva l’idea di dovermi occupare di una struttura in divenire, dello sviluppo armonico della bocca sino all’età adulta.

Un percorso professionale che l’ha condotta alla presidenza della SIOI…

Sì, ho questo onore. Dopo 14 anni trascorsi come tesoriere della Società Italiana di Odontoiatria Infantile, un lungo periodo iniziato nel 1995 quando il professor Gallusi era diventato presidente, i soci hanno ritenuto di assegnarmi questo compito che sto cercando di portare avanti al meglio delle mie possibilità, con passione.

Qual è oggi la sua maggior preoccupazione come presidente della SIOI?

Quella dell’accesso alle cure, un problema che le condizioni economiche attuali di molte famiglie rende ancor più urgente rispetto al passato. Chi si occupa di odontoiatria infantile deve cercare di venire incontro alle esigenze delle fasce più deboli, affinché i bambini non siano penalizzati. Ma anche spiegare ai genitori che la prevenzione è un investimento sul futuro. La bocca è come un palazzo che ha bisogno di fondamenta solide per non crollare. Curarla sin dalla più tenera età consente al bambino di raggiungere l’età adulta in salute. Per questo è importante intercettare i problemi allo stato nascente.

Qual è il livello di sensibilità, ma anche di conoscenza delle problematiche odontoiatriche, tra i pediatri italiani?

Questo è il punto principale, la questione che mi sta più a cuore e che vorrei caratterizzasse anche la mia presidenza: capire cosa c’è ancora da fare. Già venticinque anni fa la SIOI aveva individuato nel pediatra l’interlocutore privilegiato, dato che non tutti i bambini vanno dal dentista, ma tutti però si recano dal pediatra. In passato purtroppo le problematiche odontoiatriche erano sottovalutate da questi specialisti che oggi però mostrano maggior attenzione, anche se c’è ancora molta strada da fare. Per questa ragione, proprio all’indomani della mia elezione a presidente della SIOI, ho firmato un accordo con la FIMP, la Federazione Italiana Medici Pediatri (associazione che conta circa 6 mila iscritti, la più importante in Italia), al fine di stimolare la sensibilità e la conoscenza attraverso momenti di incontro e di formazione. Alcuni nostri relatori sono già stati ospiti al congresso nazionale della FIMP, mentre per i prossimi mesi stiamo organizzando altri incontri sempre finalizzati a far crescere il livello di competenza, ma anche la sensibilità ai temi legati alla prevenzione.

A proposito, la prevenzione è sufficientemente sviluppata nel nostro Paese?

Negli ultimi vent’anni è stato fatto molto, anche dal punto di vista culturale. Basti pensare che un tempo si credeva che i denti decidui non andassero curati, così si aspettava l’età adulta per intervenire. Oggi non è più così. E devo dire che l’Università in questo ha giocato un ruolo molto importante, così come i maestri stessi della pedodonzia, i professori Gallusi, Caprioglio, Falcolini, solo per citarne alcuni, persone che hanno saputo diffondere la cultura della prevenzione. Ovviamente c’è ancora da fare, perché in questo ambito non si finisce mai. Probabilmente oggi la sfida è quella di riuscire a portare gli stessi risultati in termini di indice DMFT, che in Italia si avvicina molto a quello dei Paesi più virtuosi, anche tra gli immigrati che rispetto alla prevenzione sono come eravamo noi trent’anni fa. Per far questo ogni occasione è buona, dalla scuola, che continua a essere un ambito presidiato, al pediatra di famiglia che a mio avviso rappresenta il perno fondamentale.

Qual è il profilo tipo dell’odontoiatra che si avvicina oggi a questa affascinante branca?

Quello di un giovane con una predisposizione particolare nei confronti dei bambini, perché l’approccio con il piccolo paziente non può mai essere di tipo meccanicistico. Solitamente le cose da fare in bocca a un bambino non sono mai particolarmente complicate: la difficoltà sta nel poterle fare. Per questa ragione è necessario curare in modo particolare l’aspetto psicologico della relazione. Credo che l’odontoiatria pediatrica sia destinata a crescere. Se consideriamo che la SIOI solo pochi anni fa aveva circa 500 iscritti e quest’anno, grazie a un boom di iscrizioni, abbiamo superato la soglia dei mille, per il futuro possiamo ben sperare.

Cosa può insegnare, sul piano della relazione medico-paziente, l’odontoiatria infantile ai colleghi che trattano soprattutto gli adulti?

Sicuramente qualcosa sull’importanza della relazione. Anche nell’adulto la problematica psicologica è importante perché è necessario che il paziente, oltre ad avere delle terapie adeguate, abbia fiducia nel proprio dentista, in modo che anche l’operatore sia facilitato nel poter praticare le giuste cure. Tuttavia, non va sottovalutato neppure un altro aspetto: non dimentichiamoci che un bambino approcciato nella giusta maniera diventa un buon paziente da adulto, mentre sovente, nella paura degli adulti, si nasconde proprio un’esperienza infantile traumatica. Dunque i due piani sono in qualche modo collegati tra loro.

A suo avviso, ci sarebbe bisogno di più odontoiatria pubblica in Italia?

Sì, anche se è già stato fatto molto anche in questa direzione. Esistono eccellenti strutture pubbliche, anche universitarie, che si occupano di odontoiatria pediatrica. La speranza è che ne possano nascere di altre per rendere più accessibili le cure alle grandi masse, e non solo in ambito infantile, cioè alle persone che non frequentano gli studi odontoiatrici, non per mancanza di cultura, ma per ragioni economiche.

Per concludere, quali sono i prossimi appuntamenti della SIOI?

A novembre - è segnalato anche nel nostro sito web (www.sioi.it) dove è possibile reperire informazioni più dettagliate - a Genova ci sarà un’interessante congresso internazionale sull’uso del laser nell’odontoiatria pediatrica, organizzato insieme all’Università di Genova e all’International Academy of High Tech. Poi, è in preparazione una serie di altri eventi anche a carattere regionale che culmineranno, nell’ottobre 2013, col congresso nazionale della SIOI.

 

L’impiego delle tecnologie digitali nella diagnosi protesica e nella realizzazione della protesi

Riassunto

Obiettivi. Lo scopo di questo articolo è di illustrare le modalità di realizzazione del “Virtual Planning” attraverso l’ausilio di una banca dati appositamente creata e dei più comuni software di gestione delle immagini.
Raccolta dei dati. La realizzazione del Virtual Planning inizia con l’esecuzione di una serie di fotografie del volto, delle labbra e dei denti. Le immagini sono elaborate per creare delle vere e proprie simulazioni virtuali che rappresentano un mezzo non invasivo di dialogo con il paziente e con l’odontotecnico. Le immagini elaborate diventano strumento indispensabile anche nella fase terapeutica come supporto delle cure protesiche, parodontali e ortodontiche.
Risultati e conclusioni. Il Virtual Planning, nelle modalità descritte nel presente articolo, rappresenta un efficace mezzo di comunicazione con il paziente ma può diventare anche un ausilio nella fase diagnostica e terapeutica per tutto il team odontoiatrico. In questa nuova visione anche la collaborazione tra clinico e odontotecnico cambia totalmente migliorando i tempi e la qualità dei risultati.

Summary

The use of digital technology in the prosthetic diagnosis and prosthetic construction

Aims. Digital technology permeates every aspect of our daily life and dentistry has welcomed this influx of digital technology into daily practice. The “Virtual Planning” consists of processing face and dentition pictures using a digital photo-editing program to insert “new teeth” in the patient’s smile in order to simulate an optimal esthetic outcome.
Data collection. Obtaining a set of photographs of the face and endo-oral areas should be considered a standard procedure in daily practice. Through a simple digital-editing steps it is possible to cut from the latter picture the area between the vermillion border of the upper and lower lip. Once the reference esthetic parameters are chosen, a digital pre-visualization of the rehabilitation project is made by using teeth models chosen from a dedicated database.
Results and conclusions. One the most powerful processes that can be used for communicating with and motivating the patient to accept esthetic dentistry is digital image manipulation (usually the patient is more inclined to accept the treatment plan). The Virtual Planning is a simple and economically viable mean to showing the treatment plan to the patient.

La tecnologia digitale è diventata parte integrante della società moderna nei più svariati settori e non poteva mancare un suo ampio utilizzo negli ambulatori odontoiatrici1-4.
Tra le tecnologie più utilizzate ricordiamo la fotografia digitale che, applicata in Odontoiatria, rappresenta un valido mezzo per la diagnosi estetica e per la comunicazione con il paziente e a essa sono associati i programmi che permettono di elaborare e modificare le immagini digitali a vari livelli (Photoshop, Keynote o Powerpoint).
Nelle riabilitazioni complesse, così come in una semplice terapia conservativa, possiamo utilizzare l’elaborazione delle immagini per creare delle vere e proprie simulazioni virtuali (Virtual Planning) che rappresentano un mezzo non invasivo di dialogo con il paziente e con l’odontotecnico. Le immagini elaborate diventano strumento indispensabile anche nella fase terapeutica come supporto delle cure protesiche, parodontali e ortodontiche.
La previsualizzazione della terapia può, oggi, essere facilmente ottenuta rilevando una serie di foto del volto e intraorali su cui il clinico esegue delle modifiche della dentatura e del viso applicando esclusivamente le regole estetiche già descritte da vari Autori5-8.
A questa fase segue la discussione con il paziente della simulazione virtuale che sarà trasformata, attraverso step successivi, in una vera e propria ceratura di diagnosi, in mock-up, in dispositivi provvisori e, successivamente, nel restauro definitivo.
Lo scopo di questo articolo è di illustrare le modalità di realizzazione del “Virtual Planning” attraverso l’ausilio di una banca dati appositamente creata e dei più comuni software di gestione delle immagini. Inoltre, saranno descritti due casi clinici complessi in cui ci si è avvalsi della elaborazione delle immagini nella fase diagnostica e terapeutica.

Linee guida estetiche per il Virtual Planning

La posizione degli incisivi mascellari - Posizione verticale
del bordo incisale

La posizione degli incisivi centrali mascellari è considerata da molti Autori7,9 il punto di partenza per la riabilitazione del sorriso. La corretta progettazione di questo aspetto, da un punto di vista estetico, è importante poiché influenza anche i parametri funzionali come ad esempio la fonazione5. Per determinare la posizione spaziale dell’ incisivo centrale superiore sono state descritte numerose metodiche tra cui ricordiamo le prove fonetiche, le analisi cefalometriche ortodontiche associate alla radiografia laterolaterale e la valutazione delle strutture anatomiche circostanti come, per esempio, la papilla retroincisiva14. Gli Autori ritengono ci si debba avvalere delle prove fonetiche per trovare la corretta posizione degli incisivi mascellari in particolare osservando la mimica labiale durante la pronuncia dei fonemi M e I.

Fonema M

La pronuncia del fonema M (mamma… mamma) induce il paziente ad assumere una posizione in cui i denti mascellari e mandibolari sono disclusi, le labbra sono discoste e la mandibola è in un equilibrio muscolare di limitata contrazione definibile come posizione di riposo. In tale posizione gli incisivi centrali sono visibili per una quota compresa tra 1 e 5 mm a seconda dell’ età e del sesso del soggetto. Le donne espongono mediamente una porzione maggiore degli incisivi rispetto agli uomini (3,4 mm contro 2 mm), così come i pazienti giovani rispetto a quelli più anziani (3,4 mm contro 1,3 mm). Considerazioni analoghe possono essere fatte anche sulla visibilità degli incisivi inferiori, i quali vengono esposti per circa 1-2 mm nel paziente giovane e rappresentano un valore sempre maggiore con l’avanzare dell’età11.

Fonema I

Durante la pronuncia del fonema I la distanza che intercorre tra il labbro superiore e quello inferiore viene occupata in percentuale variabile dagli incisivi superiori. Nel giovane tale distanza viene quasi completamente riempita dall’incisivo centrale superiore (70-80% della distanza interlabiale), mentre nei pazienti anziani tale distanza viene occupata al massimo per il 50%5.

La dimensione/proporzione degli incisivi mascellari e la composizione dentale

Gli incisivi centrali superiori sono considerati gli elementi “dominanti” del sorriso e la loro forma e dimensione ne influenzano in modo preponderante la bellezza. Gli incisivi centrali mascellari hanno una lunghezza compresa tra 10,4 e 11,69 mm, mentre la larghezza varia tra 8,3 e 9,3 mm12. La larghezza solitamente corrisponde al 70-80% della lunghezza e il mantenimento di questa proporzione tra le due misure è fondamentale perché l’incisivo centrale abbia un aspetto armonico e piacevole. Basilare è anche il rapporto dimensionale tra gli incisivi centrali e gli altri denti che compongono il sorriso: incisivi laterali e canini. L’analisi estetica delle proporzioni che esistono tra dente e dente del sestante antero-superiore ha messo in evidenza una serie di caratteristiche anatomiche ricorrenti che Lombardi ha descritto nel 1973 definendole “Golden Proportion”9,13. Tali regole stabiliscono che, in una visione frontale, il rapporto tra la larghezza dell’incisivo centrale e quella dell’incisivo laterale sia pari a 1,618:1, mentre il rapporto tra la larghezza dell’incisivo laterale e il canino corrisponde a 1:0,618. Ciò significa che l’incisivo centrale risulta il 60% circa più largo del laterale e che quest’ultimo è più largo nella stessa misura rispetto al canino. Un aspetto altrettanto importante è che la composizione dentale segua l’andamento del labbro inferiore in modo parallelo per avere un sorriso positivo. Tali regole non rappresentano un valore assoluto cui attenersi strettamente, ma solo un punto di partenza per la costruzione, sia essa virtuale o reale, di una composizione dentale che si armonizzi con il volto del paziente.

Creare la banca dati

La scelta dei denti da inserire nella previsualizzazione dipende da vari fattori quali: il volto del paziente, il suo profilo psicologico, le sue richieste estetiche9,14. La banca dati viene creata semplicemente collezionando immagini di dentature integre ed esteticamente ideali, con forme appartenenti alle tipologie ovale, triangolare e quadrata (Figure 1a-1c).

È ovvio che più estesa ed eterogenea è la banca dati, maggiore sarà la possibilità di soddisfare i requisiti elencati precedentemente. Le immagini saranno trattate in modo da estrapolare singolarmente gli elementi dentari che compongono il sestante anteriore (Figura 2).

2. Le immagini del database vengono trattate in modo da estrapolare singolarmente gli elementi dentari che ne compongono il sestante anteriore.
2. Le immagini del database vengono trattate in modo da estrapolare singolarmente gli elementi dentari che ne compongono il sestante anteriore.

A tal fine è necessario procedere come segue:

  • aprire l’immagine sorgente utilizzando il software prescelto dall’operatore (Photoshop, Keynote o Powerpoint);
  • utilizzando lo strumento per operare ritagli contornare il dente che si desidera estrapolare;
  • creare un’ immagine, separata dall’originale, del dente contornato in precedenza;
  • se possibile, delineare il contorno del dente stesso con un tratto continuo colorato (outline).

Successivamente, si genererà un file contenente l’immagine sorgente e tutti i ritagli dei singoli denti.  Tale operazione va ripetuta per ognuna delle foto collezionate. In questo modo l’operatore potrà acquisire dalla banca dati gli elementi già ritagliati per inserirli nella previsualizzazione, rendendo la procedura molto veloce.

Raccolta dei dati

La raccolta dei dati per la realizzazione del Virtual Planning inizia con l’esecuzione di una serie di fotografie: sono rilevate 2 foto del volto (in cui siano ben visibili gli occhi, i padiglioni auricolari, le labbra) e 3 close-up di labbra e denti. Fondamentale è eseguire le fotografie del volto mantenendo il paziente in una posizione stabile e ripetibile nel tempo, cercando di non variare il rapporto di ingrandimento tra i vari scatti. A tal fine il paziente viene fatto sedere comodamente mantenendo la schiena eretta mentre l’operatore utilizza una macchina fotografica montata su cavalletto, per stabilizzarne la posizione rispetto al soggetto ritratto. Il soggetto deve essere posizionato in modo che il suo piano di Francoforte (piano anatomico che congiunge i punti Porion e orbitale) risulti parallelo all’orizzonte. Individuata la posizione spaziale del cranio, questa deve rimanere invariata rispetto al complesso macchina fotografica-cavalletto. Sarebbe auspicabile impiegare una craniostato per posizionare il paziente, ma in mancanza di tale strumento si possono prendere dei riferimenti stabili o crearli in un’area dell’ambulatorio15.

Le foto del volto

La prima foto (F1) del volto è eseguita con gli apribocca ad arcate semi discluse. Questa immagine permette di valutare correttamente sia il parallelismo tra piano bipupillare e piano occlusale, che la congruenza tra linea mediana e interincisiva (Figura 3). 

3. F1: foto con gli apribocca ad arcate semi discluse.
3. F1: foto con gli apribocca ad arcate semi discluse.

La seconda fotografia (F2) del volto è rilevata chiedendo al paziente di sorridere esponendo al massimo la dentatura. Con questa inquadratura è possibile valutare l’andamento del piano incisale rispetto al labbro inferiore, nonché l’ampiezza dei corridoi laterali (Figura 4).

4. F2: sorriso ampio ad arcate discluse.
4. F2: sorriso ampio ad arcate discluse.

Close up denti e labbra

Rest position: la fotografia fondamentale
per impostare lo studio del caso è la posizione di riposo (F3) (Rest position), necessaria per la valutazione dell’esposizione dentale degli incisivi superiori e inferiori durante la fo
nazione (Figura 5). La posizione di riposo si ottiene facendo pronunciare al paziente il fonema M.

5. F3: rest position. Permette la valutazione dell’esposizione degli incisivi con le labbra rilassate.
5. F3: rest position. Permette la valutazione dell’esposizione degli incisivi con le labbra rilassate.

Fonema I: la fotografia rilevata durante la pronuncia del fonema I (F4) serve per la valutazione della lunghezza degli incisivi superiori (Figura 6).

6. F4: fonema “I”. Durante la pronuncia del fonema I la distanza che intercorre tra il labbro superiore e quello inferiore viene occupata in percentuale variabile dagli incisivi superiori.
6. F4: fonema “I”. Durante la pronuncia del fonema I la distanza che intercorre tra il labbro superiore e quello inferiore viene occupata in percentuale variabile dagli incisivi superiori.

Fotografia endorale: la fotografia
effettuata con i retrattori ad arcate discluse (F5) ritrae i denti del mascellare superiore (sono necessarie almeno 3 scatti simili in cui si cambia l’inclinazione della macchina fotografica su un piano verticale) (Figure 7a-7c, 8).

In base alle considerazioni estetiche fatte in precedenza, il clinico osservando le immagini F3 e F4 può ricavare delle informazioni dettagliate sulla necessità o meno di allungare gli incisivi e, in maniera approssimativa, stabilire l’entità della modifica. Ciò si traduce praticamente nello spostamento in senso coronale o apicale del margine incisale rispetto alla situazione iniziale. Al termine della visita si procede alla misurazione della larghezza e della lunghezza massima di uno dei due incisivi centrali utilizzando un calibro digitale. Queste misure sono fondamentali per avere un riferimento numerico confrontabile tra le immagini digitali ottenute e la realtà clinica.

Elaborazione digitale

Le immagini digitali rilevate al paziente vengono elaborate secondo la sequenza e le modalità di seguito riportate:

  • orientamento delle immagini e determinazione dei marker extraorali;
  • sovrapposizione delle immagini;
  • impostazione righelli di misurazione;
  • costruzione virtuale della composizione dentale.

Orientamento immagini e determinazione dei marker extraorali
La foto F 2 viene orientata in maniera tale da rendere la linea bipupillare perfettamente orizzontale (Figura 9). 

9. Allineamento della linea bipupillare a un riferimento orizzontale.
9. Allineamento della linea bipupillare a un riferimento orizzontale.

Successivamente viene tracciata la linea mediana ed evidenziati, con tratti di diversi colori, i vermigli del labbro superiore e inferiore. Infine, si traccia un riferimento per marcare l’andamento incisale ideale (Figura 10). Tali riferimenti vengono definiti marker extraorali.

10. Si evidenziano i marker extraorali con tratti di diversi colori: linea mediana (viola), vermigli (giallo, fucsia) e andamento del margine incisale ideale (arancione).
10. Si evidenziano i marker extraorali con tratti di diversi colori: linea mediana (viola), vermigli (giallo, fucsia) e andamento del margine incisale ideale (arancione).

Sovrapposizione delle immagini

La sovrapposizione va eseguita tra la foto del volto (F2) e la foto endorale (F5) secondo le seguenti indicazioni:

  • posizionare F5 al di sopra di F2 e ridurne l’opacità a circa il 50%;
  • l’immagine resa semitrasparente va modificata nelle dimensioni e nell’inclinazione (mantenendone inalterate le proporzioni) fino a far coincidere precisamente almeno gli incisivi centrali e laterali di F2 e F5. Se non fosse possibile ottenere una precisa sovrapposizione sarà necessario sostituire la foto F5 selezionata con una delle altre acquisite durante la visita. Questo è il motivo per cui si realizzano 3 foto apparentemente molto simili. Tale processo andrà ripetuto fino a che non verrà individuata la foto endorale più adatta (Figura 11);
  • si riporta F5 al 100% dell’opacità e si fa in modo che i marker extraorali risultino in primo piano (Figura 12).
11. Sovrapposizione di F2 e F5. F5 va modificata nelle dimensioni e nell’inclinazione fino a far coincidere precisamente almeno gli incisivi centrali e laterali.
11. Sovrapposizione di F2 e F5. F5 va modificata nelle dimensioni e nell’inclinazione fino a far coincidere precisamente almeno gli incisivi centrali e laterali.
12. Sovrapposizione di F2 e F5. Ottenuta la sovrapposizione si portano in primo piano i marker extraorali.
12. Sovrapposizione di F2 e F5. Ottenuta la sovrapposizione si portano in primo piano i marker extraorali.

A questo punto è possibile ingrandire a tutto schermo F5 con i relativi marker. Pur perdendo la visione d’insieme, i marker permettono di mantenere inalterate le informazioni sulla posizione di tessuti molli periorali, mediana e margine incisale.

Impostazione righelli di misurazione

Molti programmi per l’elaborazione delle immagini permettono di effettuare misurazioni secondo un’unità prescelta direttamente sulle immagini importate (per le nostre esigenze scegliamo il millimetro). Lo strumento per la misurazione richiede l’impostazione di una scala di conversione pixel-millimetro. In altre parole, selezionato il tratto da calcolare è necessario comunicare al software prescelto quanto esso misuri in realtà. Le rilevazioni eseguite alla poltrona con il calibro digitale sono indispensabili in questa fase. Se è stata registrata la larghezza dell’elemento 11, andremo a selezionare il medesimo tratto su F5 riportando in seguito la misura effettiva in millimetri (Figura 13). Una volta impostata la scala di conversione, ogni misurazione effettuata risulterà espressa in millimetri.

13. Rilevazione delle misure in millimetri per impostare la scala di conversione.
13. Rilevazione delle misure in millimetri per impostare la scala di conversione.

Costruzione della composizione dentale

I rettangoli d’inscrizione

La posizione ideale del margine incisale e la mediana vengono utilizzate come riferimenti orizzontale e verticale per la descrizione di un rettangolo in cui il lato minore e quello maggiore corrispondono rispettivamente alla larghezza e all’altezza dell’incisivo centrale ideale (Figura 14). Il rettangolo ottenuto viene duplicato e traslato lateralmente per determinare l’area nella quale verrà inserito il centrale controlaterale (Figura 15).

14. I rettangoli d’inscrizione. Si traccia un rettangolo che abbia un rapporto tra base e altezza pari al 75-80% e lo si allinea con la linea mediana e il margine incisale ideale.
14. I rettangoli d’inscrizione. Si traccia un rettangolo che abbia un rapporto tra base e altezza pari al 75-80% e lo si allinea con la linea mediana e il margine incisale ideale.
15. Il rettangolo ottenuto viene duplicato e traslato lateralmente per determinare l’area nella quale verrà inserito il centrale contro laterale.
15. Il rettangolo ottenuto viene duplicato e traslato lateralmente per determinare l’area nella quale verrà inserito il centrale contro laterale.

La descrizione dei rettangoli per l’inserimento di laterali e canini avviene secondo i principi della proporzione aurea (con le dovute compensazioni), disponendoli in maniera simmetrica e speculare rispetto alla linea mediana e seguendo il riferimento tracciato in precedenza per evidenziare il margine incisale ideale (Figura 16).

16. La descrizione dei rettangoli per l’inscrizione dei laterali e dei canini avviene secondo i principi della proporzione aurea con le dovute correzioni.
16. La descrizione dei rettangoli per l’inscrizione dei laterali e dei canini avviene secondo i principi della proporzione aurea con le dovute correzioni.

Inserire i denti

Determinare la posizione e la dimensione dei sei rettangoli pertinenti al sestante antero-superiore permette di inserire al loro interno degli elementi dentari estrapolati da una banca dati che, come detto precedentemente, viene creata fotografando dentature integre ed esteticamente ideali.  Il clinico sceglierà la forma migliore da abbinare al volto e alle labbra del paziente nonchè alla sua personalità, tenendo in considerazione anche le richieste di quest’ultimo. Dopo aver scelto la forma ideale per il Virtual Planning si inizia inserendo l’incisivo centrale destro o sinistro nello spazio prescelto. L’immagine dell’elemento dentario deve essere ridimensionata in modo che possa essere inscritta con precisione nel rettangolo corrispondente, successivamente va duplicata e specchiata in senso orizzontale per creare il controlaterale. Le stesse operazioni vanno compiute per gli incisivi laterali e i canini (Figura 17).

17. Inserimento dei denti dal database. In questo caso la riabilitazione estetica coinvolge 2.1,1.1 e 1.2.
17. Inserimento dei denti dal database. In questo caso la riabilitazione estetica coinvolge 2.1,1.1 e 1.2.

Inserire gli outlines

Dopo aver inserito i denti del sestante anteriore, è necessario evidenziare i contorni (od outlines) dei singoli elementi con un tratto colorato. Tracciati gli outlines è sufficiente nascondere temporaneamente dalla visualizzazione i denti inseriti per ottenere un’immagine che mette in relazione diretta la situazione attuale del paziente con quella fin qui progettata. Questo passaggio è di fondamentale importanza per la comunicazione con l’odontotecnico nella realizzazione della ceratura di diagnosi (Figura 18).

18. I contorni (o outlines) dei singoli elementi, evidenziati con un tratto colorato. Gli outlines mettono in relazione diretta la situazione preesistente con quella progettata.
18. I contorni (o outlines) dei singoli elementi, evidenziati con un tratto colorato. Gli outlines mettono in relazione diretta la situazione preesistente con quella progettata.

Prova estetica

L’ultima fase consiste nel produrre un’immagine che permette al clinico e al paziente di valutare l’integrazione estetica di quanto è stato progettato. Per ottenerla è necessario procedere come segue:

  • reinserire gli elementi dentari che erano stati temporaneamente eliminati nella fase precedente;
  • nascondere dalla visualizzazione i marker extraorali e la foto F5;
  • da una copia di F2 ritagliare digitalmente il labbro superiore e sovrapporlo con precisione all’immagine originale
    (Figura 19).

Con questi semplici passaggi si ottiene la previsualizzazione del progetto contestualizzata nel volto del paziente.

19. Previsualizzazione del progetto contestualizzata nel volto del paziente. Confronto tra la situazione di partenza (a sinistra) e quella progettata (a destra).
19. Previsualizzazione del progetto contestualizzata nel volto del paziente. Confronto tra la situazione di partenza (a sinistra) e quella progettata (a destra).

Caso clinico su pilastri naturali

La paziente G.N. di anni 40 si presenta alla nostra osservazione per la correzione di alcuni inestetismi che coinvolgono il
settore anteriore superiore. In particolare, la paziente desidera ricostruire i due incisivi centrali (i quali presentano delle lesioni di IV classe conseguenti a un trauma pregresso) e chiudere i diastemi presenti (Figure 20-21).

20. Caso clinico 1. Situazione iniziale, sorriso.
20. Caso clinico 1. Situazione iniziale, sorriso.
21. Situazione iniziale, visione intraorale.
21. Situazione iniziale, visione intraorale.

Dopo una valutazione attenta e complessiva del caso si decide di eseguire una terapia ortodontica per consentire la chiusura dei diastemi e una corretta redistribuzione degli spazi e, successivamente all’allineamento degli incisivi centrali, realizzare dei restauri conservativi provvisori. Al termine della prima fase del trattamento (Figure 22-25) la paziente è stata sottoposta a una rivalutazione per decidere quale fosse la soluzione protesica migliore ai fini estetici.

La terapia ortodontica ha permesso di ottenere i risultati prefissi in maniera soddisfacente, ciò nonostante la morfologia dei tessuti molli non era conforme alle aspettative estetiche della paziente. La forma triangolare dei due incisivi centrali, infatti, non ha permesso alle papille di chiudere gli spazi interprossimali per l’eccessiva distanza tra il punto di contatto e la cresta ossea17. La soluzione protesica più favorevole - tenuto conto della vitalità dei due incisivi centrali, dell’esigenza di modificare la forma e dell’assenza di discromie - risultava essere la realizzazione di due faccette in ceramica su 1.1 e 2.1 cementate adesivamente. La terapia restaurativa prospettata, anche se minimamente invasiva, ha spinto la paziente a richiedere una previsualizzazione del risultato estetico prima di effettuare qualsiasi intervento irreversibile. La previsualizzazione richiesta è stata realizzata in una prima fase solo virtualmente, sfruttando la metodica precedentemente descritta (Figura 26), e in seguito sottoposta alla valutazione della paziente stessa.

26. Confronto tra la situazione originale e la ricostruzione progettata virtualmente.
26. Confronto tra la situazione originale e la ricostruzione progettata virtualmente.

Le informazioni ricavate dal Virtual Planning sono state trasformate precisamente in una ceratura per la realizzazione di un indice in silicone e, successivamente, di un moke-up diretto (Figure 27-29).

La paziente soddisfatta del risultato estetico (Figure 30-32) accetta di sottoporsi al trattamento con convinzione rafforzata dalla previsualizzazione virtuale e clinica.

30. Confronto tra la situazione originale, la ricostruzione progettata virtualmente e il moke-up.
30. Confronto tra la situazione originale, la ricostruzione progettata virtualmente e il moke-up.

Nell’appuntamento seguente sono effettuate le preparazioni, la presa dell’impronta e realizzati dei provvisori sfruttando lo stesso indice in silicone utilizzato per il moke-up (Figure 33-35).

33. Preparazioni ultimate.
33. Preparazioni ultimate.
34. Impronte definitive.
34. Impronte definitive.
35. Provvisori realizzati con lo stesso indice in silicone utilizzato per il moke-up diretto.
35. Provvisori realizzati con lo stesso indice in silicone utilizzato per il moke-up diretto.
36. Realizzazione di Emanuel Talon. I manufatti prima  della cementazione.
36. Realizzazione di Emanuel Talon. I manufatti prima
della cementazione.

Infine, viene rilevato l’arco facciale e una cera di protrusiva per il corretto montaggio dei modelli in articolatore (Figura 36). Nella seduta successiva, dopo aver provato i manufatti, viene montata la diga di gomma (Figura 37) ed eseguita la cementazione adesiva delle due faccette (Figure 38-39). Il confronto finale mette in evidenza la corrispondenza tra il progetto virtuale e la situazione a terapia ultimata (Figura 40).

37. Montaggio della diga di gomma.
37. Montaggio della diga di gomma.
38. Le faccette vengono cementate singolarmente per permettere il controllo dei punti di contatto.
38. Le faccette vengono cementate singolarmente per permettere il controllo dei punti di contatto.
39. Situazione intraorale dopo la cementazione.
39. Situazione intraorale dopo la cementazione.
40. Confronto tra la situazione iniziale, il progetto virtuale e la situazione finale.
40. Confronto tra la situazione iniziale, il progetto virtuale e la situazione finale.

Caso clinico su pilastri implantari

La paziente S.M. di anni 58, in buone condizioni di salute generale, fumatrice, si presenta alla nostra osservazione riferendoci problematiche estetiche e funzionali che coinvolgono i manufatti protesici presenti nell’arcata superiore (Figure 41-43).

All’esame obiettivo si evidenzia, nell’arcata superiore, una protesi combinata costituita da un manufatto protesico fisso in oro-ceramica (da 1.3 a 2.4) con attacchi, che sostiene uno scheletrato. La protesi appare incongrua sia per l’instabile appoggio mucoso, sia per la presenza di carie radicolari degli elementi di sostegno del ponte che risulta parzialmente decementato. Nell’arcata inferiore è invece presente un manufatto protesico su impianti tipo Toronto Bridge, da circa 4 anni (Figure 44-46).

Vengono raccolti tutti i dati necessari per poter formulare una diagnosi e quindi un piano di trattamento idoneo alla paziente:

  • esame clinico del volto e intraorale (sondaggio parodontale);
  • esame radiografico;
  • esame dei modelli studio montati in articolatore a valori medi;
  • set completo di fotografie del volto e intraorali con le modalità descritte in precedenza.

Attraverso l’analisi dei dati clinici e strumentali ottenuti abbiamo formulato un piano di trattamento che prevedeva la riabilitazione igienica, l’estrazione degli elementi dentali residui, l’inserimento di impianti endossei nel mascellare superiore e la costruzione di una protesi fissa avvitata ad ancoraggio implantare. Vista la complessità del caso si decide, in accordo con la paziente, di procedere a delle simulazioni cliniche e virtuali del piano di trattamento, affinché si possa meglio valutare l’iter terapeutico.  Per l’esecuzione del Virtual Planning si segue il protocollo di gestione delle immagini già descritto in precedenza attraverso l’utilizzo di un software dedicato (Figure 47-48).

Nel caso specifico - trattandosi di una paziente portatrice di una protesi combinata superiore che, come descritto nell’esame obiettivo e nella formulazione del piano di trattamento, deve essere totalmente asportata sia nella parte protesica vera e propria che nei denti residui - si provvede al taglio fotografico dell’arcata superiore esistente per effettuare la simulazione virtuale (Figure 49-51).

La maschera del viso che si ottiene ci consente di inserire gli elementi dentari prelevati da una specifica banca dati. I denti selezionati, avendo morfologia e dimensione idonee ai parametri estetici della paziente, ci consentono di procedere alla previsualizzazione estetica (Figure 52-54).  Si procede quindi a una valutazione virtuale completa degli spazi intraorali, della dimensione verticale e del sostegno dei tessuti molli periorali.

In questa fase il Virtual Planning ci permette di valutare che:

  • il piano occlusale frontale sia parallelo alla linea bipupillare e a quella commissurale;
  • la posizione della linea mediana del viso sia coincidente con quella interincisiva, inserita nella posizione tridimensionale migliore affinché non venga percepita l’asimmetria del viso;
  • la dimensione verticale sia in armonia con i parametri estetici del volto, in particolare nel suo terzo inferiore;
  • l’ampiezza dei corridoi labiali bilaterali sia la minore possibile per ridurre l’aspetto di artificiosità del restauro protesico;
  • l’esposizione dentale durante la dinamica labiale e a riposo corrisponda alle regole estetiche descritte precedentemente;
  • i margini incisali dei denti del sestante antero-superiore seguano la naturale concavità del labbro inferiore durante il sorriso.

Il progetto estetico virtuale così fatto è sottoposto alla paziente che, coinvolta, può interagire nelle possibili modifiche da apportare al percorso protesico.
Approvata e accettata la ceratura virtuale, viene discusso il piano di trattamento in cui si prospetta l’asportazione del vecchio manufatto e l’estrazione dei denti residui dell’arcata superiore con inserimento simultaneo di una protesi totale pre-estrattiva e successivo posizionamento di n. 6 impianti per la realizzazione di una protesi avvitata tipo Toronto Bridge. Il laboratorio procede quindi al montaggio dei denti, utilizzando la stessa tipologia di forma presentata nella prova estetica virtuale. La protesi pre-estrattiva viene così programmata e realizzata per essere adattata alla paziente il giorno delle estrazioni (Figura 55).

55. Foto del sorriso con la protesi pre-estrattiva in situ.
55. Foto del sorriso con la protesi pre-estrattiva in situ.

La stessa protesi provvisoria viene poi duplicata per costruire una dima (Figura 56) che servirà nelle successive indagini radiografiche per determinare il corretto punto di emergenza e il giusto asse di inserimento degli impianti.
La dima radiografica è successivamente trasformata in dima chirurgica e utilizzata per l’inserimento, sulla base del progetto eseguito, delle fixture implantari18 (Figura 57).

56. Guida radiografica ottenuta mediante duplicazione della protesi pre-estrattiva.
56. Guida radiografica ottenuta mediante duplicazione della protesi pre-estrattiva.

Durante la fase di osteointegrazione degli impianti, la paziente, utilizzando sempre la stessa protesi provvisoria, ci consente di fare alcune valutazioni estetico-funzionali e neuro muscolari. A impianti osteointegrati, si procede alla rilevazione dell’impronta di posizione mediante il duplicato della protesi pre-estrattiva modificato in un portaimpronta autocentrante. In questo modo si rende possibile il montaggio dei modelli in articolatore, mantenendo tutte le informazioni acquisite nella fase provvisoria (dimensione verticale, piani estetici e funzionali, rapporto mandibolo-cranico). Per la registrazione e il trasferimento della posizione di ogni singolo impianto si rende necessario adottare un protocollo d’impronta e di realizzazione del modello che escluda quanto più possibile tensioni meccaniche e distorsioni di tipo elastico. I transfer implantari a ingaggio antirotazionale non sono adatti per questo tipo di impronta in quanto oppongono resistenza al momento dell’estrazione della stessa dal cavo orale.

57. Situazione dell’arcata superiore con gli impianti inseriti seguendo i riferimenti della guida chirurgico-protesica.
57. Situazione dell’arcata superiore con gli impianti inseriti seguendo i riferimenti della guida chirurgico-protesica.
58. Portaimpronta autocentrante in resina, ricavato dalla duplicazione della protesi pre-estrattiva.
58. Portaimpronta autocentrante in resina, ricavato dalla duplicazione della protesi pre-estrattiva.

Si preferisce quindi l’utilizzo di apposite cannule prive di connessione antirotazionale ma con appoggio di auto centratura, molto preciso, sulla base della fixture.
Si rileva a questo punto l’impronta avvitando le suddette cannule agli impianti e fissando le stesse al portaimpronta mediante composito fluido a bassissima contrazione per ridurre il più possibile le distorsioni derivanti dalla polimerizzazione del materiale16. Fissate tutte le cannule al portaimpronta si procede con l’iniezione, attraverso appositi fori, di un silicone ribasante light all’interno del portaimpronta; ciò consente di rilevare anche l’impronta dei tessuti molli senza compressione (tecnica a iniezione) (Figura 58). L’impronta di posizione delle fixture implantari, inviata in laboratorio, viene trattata per la realizzazione del modello master mediante la tecnica del modello composto (Figura 59).

59. Modello master con gengiva rimovibile in silicone.
59. Modello master con gengiva rimovibile in silicone.
60. Modelli montati in articolatore a VM nel corretto rapporto intermascellare.
60. Modelli montati in articolatore a VM nel corretto rapporto intermascellare.

Il modello composto, ancora unito al portaimpronta autocentrante, si monta in articolatore avvalendoci dell’arco facciale di trasferimento. La riproduzione del piano occlusale superiore sullo stesso portaimpronta ci consente di montare il modello antagonista nel rapporto mandibolo- cranico registrato nei mesi precedenti con il provvisorio (Figura 60).
Inizia a questo punto la fase di laboratorio con un percorso di elaborazione tecnica dei modelli mediante uno scanner ottico e un software di CAD-design. Tra i vari passaggi eseguiti ricordiamo:

  • scansione del modello master superiore;
  • scansione del modello antagonista;
  • scansione del rapporto intermascellare registrato in articolatore;
  • montaggio denti in articolatore virtuale per la simulazione del prototipo di prova;
  • produzione di un file STL e calcolo CAM;
  • produzione del prototipo fisico mediante fresatura di una cialda in resina in apparecchiatura a 5 assi (Figure 61-65).

Seguendo tutti i passaggi tecnici relativi al protocollo sopra descritto, si realizza il prototipo fisico in resina acrilica completo di connessioni implantari e di fori di inserzione per le viti (Figura 66).

66. Foto del prototipo protesico di prova in PMMA.
66. Foto del prototipo protesico di prova in PMMA.

Si posiziona ora il prototipo direttamente nel cavo orale e si eseguono tutti i controlli dei parametri clinici precedentemente stabiliti (Figure 67-68).

67. Il prototipo in situ.
67. Il prototipo in situ.
68. Funzionalizzazione del prototipo nel cavo orale della paziente.
68. Funzionalizzazione del prototipo nel cavo orale della paziente.

Comprovata clinicamente ed esteticamente la congruità del prototipo, si procede in laboratorio alle fasi successive di progettazione del manufatto (Figure 69-70).

69. Foto di verifica estetica con il prototipo funzionalizzato.
69. Foto di verifica estetica con il prototipo funzionalizzato.
70. Foto laterale con il prototipo in situ per la verifica del supporto dei tessuti peri-orali.
70. Foto laterale con il prototipo in situ per la verifica del supporto dei tessuti peri-orali.

Questo prototipo ottenuto con tecniche CAD-CAM dalla riproduzione reale in resina del montaggio virtuale, rappresenta una vera innovazione che permette al clinico di eseguire tutte le prove estetiche e funzionali e di confrontarsi con il paziente ancor prima di procedere con la protesi definitiva.
Successivamente mediante l’utilizzo del software di CAD-design si realizza virtualmente la morfologia della struttura primaria all’interno dei volumi protesici finali definiti con il prototipo. Il risultato ottenuto viene salvato in un file STL e inviato, unitamente al modello master, al centro di produzione per la realizzazione della struttura primaria in titanio fresato (Figure 71-73).

A garanzia della validità del percorso eseguito fino a questo punto, si effettua una prova clinica e radiografica di controllo del fit passivo della parte metallica avvitata direttamente agli impianti. A controllo eseguito, viene finalizzata la protesi in laboratorio mantenendo morfologia e dimensione degli elementi dentari e volumi della parte ortopedica gengivale identiche al prototipo. La protesi ultimata viene quindi consegnata alla paziente previo completo controllo occlusale e serraggio a 35 N (Figure 74-76).

74. Prova clinica della struttura primaria in titanio, ottenuta mediante fresatura CAM.
74. Prova clinica della struttura primaria in titanio, ottenuta mediante fresatura CAM.
75. Protesi finita in situ.
75. Protesi finita in situ.
76. Sorriso finale con la nuova protesi.
76. Sorriso finale con la nuova protesi.

La paziente, dopo essere stata istruita sulle metodiche d’igiene orale domiciliare, viene inserita in un protocollo di mantenimento ambulatoriale e di controlli periodici del manufatto.

Conclusioni

L’impiego di software digitali si sta diffondendo in tutti i settori della società e non poteva mancare un loro sviluppo e una loro applicazione anche in tutte le branche della medicina. In Odontoiatria l’acquisizione delle immagini digitali del paziente, sia del volto che intraorali, non deve essere più visto solo come un mezzo di documentazione ma può e deve diventare un vero e proprio strumento di lavoro per il dentista. Il Virtual Planning, nelle modalità descritte nel presente articolo, rappresenta un efficace mezzo di comunicazione con il paziente e può trasformarsi in un ausilio nella fase diagnostica e terapeutica per tutto il team odontoiatrico. In questa nuova visione anche la collaborazione tra clinico e odontotecnico cambia totalmente diventando più efficace nei tempi e nella qualità dei risultati.
Ancora ulteriori studi sono necessari per capire tutte le potenzialità della simulazione virtuale, ma riteniamo che questa tecnologia, che ha costi relativamente bassi e ampia diffusione, possa essere applicata a tutti i settori dell’Odontoiatria.

Corrispondenza
Riccardo Stefani
Via Monte Popera, 4/14
30027 San Donà di Piave
Tel. 329.8112169
riccardo.stefani@teletu.it

Riccardo Stefani1
Ilaria Caviggioli
Fabrizio Molinelli
Luca Ortensi
1 Professore a contratto, Parodontologia, Università degli Studi di Padova

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Repetita iuvant

Torna, la Cassazione, sull’annoso problema dell’abusivismo che, forse, potrebbe essere reato meno “alla moda” se fosse punito ben più severamente di quanto prescritto.

Questa volta la Suprema Corte non ha esitato: allarmata dalla evidente e stigmatizzata superficialità adottata dai Giudici di merito, quasi sul punto di “legittimare” il reato dell’abusivismo attribuendogli configurazioni tipiche della professione intellettuale protetta e mistificata, sentenziava per ben due volte, perché abusivo e prestanome giudicati separatamente, sul reato perpetrato in quel di Milano, presso uno dei tanti studi odontoiatrici della metropoli.

Il caso

K.G. era condannata, all’esito di un giudizio abbreviato con sentenza del Giudice per le indagini preliminari, alla pena di un anno, sei mesi e 20 giorni di reclusione per aver cagionato volontariamente a P.L. lesioni dell’apparato dentale dalle quali derivava una malattia di durata superiore ai 40 giorni, nonché l’indebolimento permanente dell’organo della masticazione.

K.G., quale responsabile dello studio dentistico, nonché Pa.Ti., quale sedicente medico dentista e collaboratore dello studio, sottoponevano P.L. a complesse operazioni chirurgiche dell’apparato dentale, inadeguate rispetto alla patologia sofferta, senza la prescritta abilitazione e senza le competenze tecniche richieste, nonché in difetto di valido consenso informato, tacendo inoltre la mancanza dei titoli e delle qualifiche necessarie al tipo di intervento.

La Corte di Appello di Milano riformava detta pronuncia dichiarando, invece, non doversi procedere in ordine al reato di cui all’art. 586 c.p. (“Morte o lesioni come conseguenza di altro delitto”, ndr), così come modificata l’originale ben più grave imputazione di lesioni aggravate, per mancanza di querela sporta dalla persona offesa nei termini di rito.

Anche per l’abusivo Pa.Ti., con altra decisione, il Tribunale di Milano dichiarava non doversi procedere nei suoi confronti in ordine al delitto di cui all’imputazione ex art. 582 (“Lesione personale”, ndr) c.p., art. 583 (“Circostanze aggravanti”, ndr) c.p., nn. 1 e 2 per la tardività della querela sporta.

E la Corte d’Appello, sul gravame del PM e della parte civile, confermava la statuizione di primo grado.  Il giudice di Appello riteneva non sussistente il reato di lesioni dolose non essendo stata provata la volontà di cagionare alla paziente P.L. la malattia e i postumi invalidanti, poi invece verificatisi.

Riteneva, anzi, la Corte d’Appello che entrambi gli imputati, pur consapevoli dei potenziali effetti pregiudizievoli delle cure, avessero agito nella convinzione di evitarli e di risolvere i problemi sanitari della P.

Per la Cassazione delle predette sentenze proponevano ricorso sia il Procuratore Generale di Milano, sia la parte civile.

Le due decisioni

Con sentenza n. 48074 del 22 dicembre 2011 la Va Sezione Penale della Suprema Corte annullava la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Milano a conferma del non luogo a procedere ritenuto dal Tribunale nei soli confronti dell’abusivo Pa.Ti. richiamando, a fondamento del proprio pensiero, una precedente statuizione assunta a Sezioni Unite: affermava, infatti, “… I principi che regolano la materia sono rinvenibili nella pronuncia delle Sezioni Unite di questa Corte del 18.12.08, n. 2437, ric. Gulini, che costituisce il punto di approdo di una lunga e complessa elaborazione giurisprudenziale: Non integra il reato di lesione personale, né quello di violenza privata la condotta del medico che sottoponga il paziente a un trattamento chirurgico diverso da quello in relazione al quale era stato prestato il consenso informato, nel caso in cui l’intervento, eseguito nel rispetto dei protocolli e delle leges artis, si sia concluso con esito fausto, essendo da esso derivato un apprezzabile miglioramento delle condizioni di salute del paziente, in riferimento anche alle eventuali alternative ipotizzabili e senza che vi fossero indicazioni contrarie da parte dello stesso. …”.

Riteneva – la Cassazione – doveroso cassare l’emessa sentenza dei giudici di merito, che indirettamente e immotivatamente accreditava l’opera abusiva del Pa.Ti. giudicandola con parametri confacenti e applicabili alla sola professione abilitata.

Si legge infatti: “La prospettazione va disattesa sia perchè errata, sia perchè sfornita di adeguata motivazione, nella misura in cui sembra consentire l’esercizio di attività medico-chirurgiche a soggetti privi dell’abilitazione professionale, in ragione della finalità terapeutica da cui gli stessi sono mossi. … L’esito infausto, la lunghezza del trattamento, la dissimulazione della mancanza della qualifica professionale, la delicatezza e l’invasività degli interventi praticati sulla paziente, soverchiano largamente la ‘sicumera’ del Pa., accreditato immotivatamente dai giudici di merito della ‘piena convinzione’ di evitare danni alla P., senza precisazione alcuna del quadro clinico, delle difficoltà del caso e del grado di esperienza e di ‘abilità’ sul quale il prevenuto faceva affidamento temerario. Errata appare la decisione impugnata laddove riconosce la natura colposa del reato, essendo state trascurate le molteplici e ineludibili circostanze di fatto emerse, suscettibili di indiziare il dolo che sorregge la condotta del Pa. nella forma c.d. eventuale. …”.

Per il solo fatto di aver “operato” il Pa.Ti. non agiva con colpa bensì con dolo, in piena coscienza di non avere titoli, capacità e competenze per fare. Con sentenza n. 3222 del 26 gennaio 2012 sempre la Va Sezione Penale della Suprema Corte annullava l’altra sentenza della Corte d’Appello di non luogo a procedere emessa nei confronti dell’odontoiatra G.K. in riforma alla condanna disposta dal Gip, ritenendola estremamente superficiale là dove affrontava l’individuazione e la qualificazione dell’elemento soggettivo dell’operatore sanitario nel momento in cui compiva l’intervento chirurgico in assenza di un valido consenso informato “… non tenendo conto del fatto che al titolare dello studio dentistico non veniva contestato il dolo relativamente alla sua attività chirurgica, ma con riferimento all’attività abusiva svolta dal collaboratore: poiché questi non era un medico, era molto più elevato il rischio che si verificassero complicazioni e la dottoressa non poteva non rappresentarsi i potenziali e forse probabili effetti lesivi. …”. Continua la Cassazione nella sua giusta e severa statuizione: “… Sussiste il dolo eventuale quando l’agente, ponendo in essere una condotta diretta ad altri scopi, si rappresenta la concreta possibilità del verificarsi di ulteriori conseguenze della propria azione e, nonostante ciò, agisce accettando il rischio di cagionarle. Il soggetto, cioè, pone in essere un’azione accettando il rischio del verificarsi dell’evento, che nella rappresentazione psichica non è direttamente voluto, ma appare probabile. In altri termini, l’agente, pur non avendo avuto di mira quel determinato accadimento, ha tuttavia agito anche a costo che questo si realizzasse, sicché lo stesso non può non considerarsi riferibile alla determinazione volitiva. …”.

E ancora: “… Poiché la rappresentazione dell’intero fatto tipico come probabile o possibile è presente sia nel dolo eventuale che nella colpa cosciente, il criterio distintivo deve essere ricercato sul piano della volizione. Mentre, infatti, nel dolo eventuale occorre che la realizzazione del fatto sia stata ‘accettata’ psicologicamente dal soggetto, nel senso che egli avrebbe agito anche se avesse avuto la certezza del verificarsi del fatto, nella colpa con previsione la rappresentazione come certa o probabile del determinarsi del fatto avrebbe invece trattenuto l’agente. …”.

E concludeva stigmatizzando la decisione assunta dalla Corte d’Appello di Milano sostenendo che: “… non ha tenuto conto del fatto che alla G. non veniva contestato il dolo relativamente alla sua attività chirurgica, ma con riferimento all’attività abusiva svolta dal Pa.; poiché costui non era un medico, era molto più elevato il rischio che si verificassero complicazioni e la dottoressa non poteva non rappresentarsi i potenziali e forse probabili effetti lesivi. …”.

La giusta reclusione

A chiosa della problematica affrontata dalla Va Sezione Penale della Suprema Corte, anche la VIa ribadiva poco più tardi, con sentenza n. 18154 del 14 maggio 2012, l’ormai costante indirizzo giurisprudenziale in ordine a questo odioso reato confermando in capo all’odontoiatra compiacente, che aveva consentito e agevolato lo svolgimento da parte di persona non autorizzata dell’attività odontoiatrica, la condanna impostagli della reclusione di due mesi e venti giorni, poco è vero, ma quanto basta per giuridicamente ribadire la corresponsabilità del prestanome nel perpetrato reato e per macchiare indelebilmente la fedina penale del professionista.

Mediazione e responsabilità odontoiatrica

Deflazionare il sistema giudiziario italiano rispetto al carico degli arretrati e al rischio di accumulare ulteriore ritardo è la finalità
del nuovo istituto della mediazione civile, introdotto in Italia dal D. Lgs. 28/2010. Un ennesimo apparato superfluo o un’opportunità per risolvere in maniera più efficiente le controversie?

Nell’ultimo anno e mezzo si è parlato molto di mediazione. Tante sono state le critiche non solo da parte degli avvocati, ma anche della classe medica e degli odontoiatri. Si è detto che l’istituto è inutile, che è una sovrapposizione delle trattative che già vengono svolte dagli avvocati, che la “facile accessibilità” aumenterà le richieste… e così via. Io appartengo invece alla categoria (ristretta) di quelli che ci credono, che pensano che la mediazione introdotta in Italia dal D. Lgs. 28/2010 rappresenti - in un panorama giudiziario, diciamocelo, piuttosto triste - un’opportunità di soluzione delle controversie che in molti casi può essere veramente migliore e più “conveniente” (in senso lato) rispetto alla causa.

Ora, per capire la portata della norma occorre ragionare su “che cosa è” veramente la mediazione. Partiamo dall’inizio. Noi siamo culturalmente abituati a pensare che nel momento in cui scoppia una controversia tra una e/o più parti, questa viene portata davanti a un giudice (un terzo) che decide chi ha torto o chi ragione (la sentenza) sulla base di categorie generali predeterminate (le leggi).

In questo senso, le parti in conflitto (l’odontoiatra e il paziente) sono quasi sempre estranee rispetto al processo: non scelgono il giudice, non decidono le regole né sostanziali né processuali, non scandiscono i tempi, né opzionano il linguaggio.

Al cittadino resta soltanto il potere di attivare il meccanismo processuale ed, eventualmente, di abbandonarlo. Al di là di questi momenti, il processo civile vive di vita propria, fuori del controllo del cittadino stesso che lo ha attivato, il quale può solo aspettare (molto) e sperare che “venga fatta giustizia”. A ciò si aggiunga che il nostro processo è pieno di “trabocchetti”, di termini imposti e perentori non derogabile dalle parti, di ampi poteri conferiti al Giudice che espropriano le persone del contenuto del processo stesso.

D’altro canto, da sempre il Giudice dichiara il diritto e applica la legge, ma non cura la relazione tra le persone. In sostanza fa giustizia secondo la legge, ma non si occupa - né potrebbe farlo - di ciò che sta “sotto” al conflitto. In mediazione è esattamente il contrario. La mediazione è calibrata sugli interessi e sui bisogni delle parti in lite che scelgono l’organismo di mediazione, esprimono un gradimento nei confronti della procedura e, assieme al mediatore, disciplinano tempi e modi della mediazione1.

Sotto questo profilo la mediazione cerca di recuperare l’aspetto “persona” del conflitto, di trovare una soluzione che non sia solo “giusta” ma anche “conveniente” per quelle parti, in sostanza di capire qual è la soluzione migliore (non in astratto ma in concreto) per quella specifica controversia. Nella mediazione, infatti, le parti non si “spogliano” della loro controversia per darla in mano al terzo (come il giudice), ma restano le protagoniste principali del loro conflitto e sono chiamate a ragionare insieme sulle possibilità di soluzione. In questo senso, rispetto al diritto, la mediazione si manifesta come una modalità originale di regolazione e rigenerazione del legame sociale, autonoma e al tempo stesso compatibile con il diritto, specialmente in caso di necessaria combinazione di differenziate forme di intervento. Pertanto, la mediazione non nasce da un arretramento del diritto, ma si affianca allo stesso, si inserisce nel novero degli strumenti, giuridicamente riconosciuti come validi, atti a ripristinare la legalità violata nell’ambito delle controversie tra privati.

In altri termini, la mediazione non rappresenta un’alternativa alla giustizia, ma integra una modalità di regolazione sociale che si affianca al diritto nella gestione delle situazioni conflittuali e se ne differenzia sul piano dei principi e dell’atteggiamento verso il conflitto: mentre il diritto tende a ridurre la capacità decisionale dei singoli, imponendo loro la decisione di un terzo giudicatore, la mediazione tende a restituire, per il tramite di un terzo cooperatore, la capacità decisionale e la responsabilità nella gestione del conflitto alle persone coinvolte nel conflitto medesimo.  In ciò io credo risieda una grande valenza sociale di questo nuovo strumento e una grande opportunità per trovare soluzioni idonee ai casi pratici. In questo senso voglio raccontarvi un fatto che mi è accaduto di recente, che poi ognuno valuterà come meglio crede.

Una struttura sanitaria, regolarmente autorizzata e che si avvale di vari dentisti, eroga alcune prestazioni odontoiatriche a una paziente. Dopo qualche tempo la paziente lamenta danni, tra cui una avulsione che non andava effettuata; nel frattempo la struttura aveva interrotto i rapporti con l’odontoiatra, rendendosi conto della scarsa professionalità dello stesso. In una prima fase la struttura, consapevole che il lavoro presentava effettivamente delle criticità, accoglie nuovamente la paziente cercando di rimediare ai danni causati (ciò ovviamente senza farla pagare). La situazione orale in parte migliora, ma rimangono alcuni problemi.

Dopo qualche ulteriore tentativo la paziente va dall’avvocato per chiedere i danni restanti.

E qui comincia il conflitto. Correttamente l’avvocato della paziente manda una raccomandata alla struttura che ha erogato le cure e con cui la paziente ha - giuridicamente - stipulato il contratto di cura (Corte Appello Bologna n. 76/04); quest’ultima, ricevuta la richiesta, avverte formalmente l’odontoiatra e chiede che lo stesso coinvolga la sua assicurazione. L’odontoiatra cerca ripetutamente di non farsi trovare e la sua assicurazione sostiene che i premi non sono stati pagati. Nonostante i vari tentativi gli avvocati non riescono quindi a trovare un accordo stragiudiziale. Qui, in carenza di mediazione, non vi era altra strada che il giudizio. Essendo invece obbligati ad andare in mediazione le parti hanno cominciato a ragionare con i loro avvocati sulle possibili soluzioni da portare in mediazione e sui rischi che il fallimento della stessa avrebbe comportato. In particolare, la paziente sa di avere ragione, ma teme le lungaggini e i costi di una causa e invece avrebbe bisogno di soldi subito per cominciare a curarsi.

Dal canto suo la struttura si rende conto di essere in una posizione molto delicata e processualmente rischiosa: infatti l’errore dell’odontoiatra è palese e quindi - tenuto conto dei fatti e dell’onere probatorio processuale assolutamente sfavorevole per struttura e odontoiatra (per tutte Cass. 3520/2008) - qualora si arrivi in giudizio la sconfitta è praticamente certa. Peraltro se l’assicurazione del sanitario non opera in manleva, ciò che può accadere è una condanna della struttura e dell’odontoiatra in solido tra loro, con la conseguenza che la paziente andrà a escutere il danno dalla struttura (più facilmente solvibile), la quale a sua volta si vedrà costretta a cercare di recuperare quanto pagato dall’odontoiatra. Tutto ciò dopo 4-5 anni di causa e tutte le relative spese. A questo punto la struttura decide di agire in anticipo e presenta lei una richiesta di mediazione (in questo modo, agendo per prima, si mette anche nelle condizioni di scegliere l’Organismo che reputa il migliore e il più competente sulla piazza - art. 4 D. Lgs. 28/2010). In sede di mediazione compaiono la struttura e la paziente; non si presentano né l’odontoiatra né l’assicurazione.

Le due parti si incontrano e con l’ausilio del mediatore si parlano: la paziente ammette che la struttura si è sempre adoperata per cercare di risolvere i suoi problemi e che quindi, al di là dell’aspetto economico, il suo risentimento è nei confronti dell’odontoiatra.

La struttura dal canto suo si dichiara consapevole che la paziente ha ricevuto un danno e offre la restituzione di tutto l’importo pagato più tutte spese sostenute sino a quel momento.  Chiede in cambio di non essere chiamata in causa (dove sa che senza dubbio perderà). La paziente accetta e riceve (subito) almeno una parte di quando le spetta a titolo di risarcimento. La struttura ha comunque limitato i danni che, andando in causa, sarebbero stati di gran lunga maggiori. Non si ha notizia del proseguimento o meno della causa contro l’odontoiatra e la sua assicurazione.

1Anche nella mediazione prevista come obbligatoria dal nostro legislatore (come quella in ambito di responsabilità medica), tali aspetti non mutano. Vero è che il cittadino deve promuovere una mediazione prima di andare in causa; ma altrettanto vero che se lo stesso non intende coltivare tale procedura la può immediatamente abbandonare.

I solventi nei ritrattamenti: quale scegliere?

Perdita media di massa (g) nel canale radicolare dei materiali dopo immersione nei vari solventi. Le lettere maiuscole indicano le differenze statisticamente significative tra i materiali di riempimento endodontico (p < 0,05), mentre quelle minuscole evidenziano la differenza statisticamente significativa tra i solventi (p < 0,05).

Efficacia di tre solventi e di due associazioni dei solventi su guttaperca e Resilon
Effectiveness of three solvents and two associations of solvents on gutta-percha and Resilon
Faria Jr NB, Loiola LE, Guerreiro-Tanomaru JM, Berbert FL, Tanomaru-Filho M. Braz Dent J 2001; 22(1):41-44

I due lavori che presentiamo in questo numero mettono a confronto e valutano l’efficacia dei vari solventi che possono essere utilizzati nel corso di un trattamento odontoiatrico

Nel trattamento endodontico i solventi possono essere utilizzati per ammorbidire coni master per migliorare l’adattamento apicale per il canale radicolare e per facilitare la rimozione di guttaperca e sigillanti del sistema canalare.

Gli Autori hanno preso in considerazione dieci dischi da 10 mm x 1 mm di spessore di ciascun materiale e sono stati preparati usando uno stampo standard metallico. Ogni campione è stato pesato per determinare la sua massa iniziale e successivamente sono stati immersi nei solventi per 10 min, seguiti per immersione in acqua distillata per 20 minuti e, infine, sono stati ripesati per ottenere la massa finale. La perdita di peso medio ha determinato la capacità solvente. I dati sono stati analizzati con il test di ANOVA e Tukey a livello di significatività del 5%. Il tetracloroetilene è stato il più efficace con guttaperca convenzionale (p < 0,05). Il tetracloroetilene è stato anche il più efficace in guttaperca termoplastica, ma non era significativamente differente (p > 0,05) dall’Eucaliptolo + tetracloroetilene, Citrol + tetracloroetilene e Citrol.

L’associazione Eucaliptolo + tetracloroetilene è stata la più efficace con EndoREZ, ma non ha mostrato differenze significative (p > 0,05) dalla Citrol + tetracloroetilene e tetracloroetilene. Tutte le sostanze valutate hanno presentato un’azione solvente.

Implicazioni cliniche

Nei casi di ritrattamenti, il clinico può affidarsi tranquillamente al tetracloroetilene come solvente in quanto si è dimostrato essere il più efficace verso la tradizionale guttaperca.

L’efficacia di dissoluzione di diversi solventi organici verso guttaperca, Resilon e altri materiali da otturazione canalare a diversi intervalli di tempo di immersione
Dissolving efficacy of different organic solvents on gutta-percha and resilon root canal obturating materials at different immersion time intervals
Mushtaq M, Farooq R, Ibrahim M, Khan FY. J Conserv Dent 2012;15(2):141-145.

Scopo di questo studio è confrontare e valutare la capacità di solventi endodontici di dissolvere i vari materiali generalmente utilizzati per la sigillatura canalare tipo Resilon e guttaperca a diversi intervalli di tempo di immersione. 

Il ritrattamento endodontico non chirurgico è un tentativo di ristabilire i tessuti sani periapicali dopo il trattamento inefficace o la reinfezione di un sistema canalare a causa della perdita del sigillo coronale o apicale. Il grado di successo dei trattamenti endodontici varia dall’86 al 95% e i ritrattamentI hanno ragione di essere seguitamente al fallimento del trattamento primario. In questo studio gli Autori hanno preso 160 coni di ISO n. 40 (0,06 conicità), 80 di Resilon (SybronEndo, USA) e 80 di guttaperca (SureEndo, Corea). Sia Resilon che guttaperca sono stati divisi in otto gruppi sperimentali di 20 coni ciascuno e sono stati messi in immersione in: xilene (Fischer Scientific, Mumbai, India), tetracloroetilene (Ammdent, India), olio arancione (Nipponshika, Yakuhin Co. Ltd, Shimonoseki, Giappone) e acqua distillata come gruppo controllo (Milli-Q sistema idrico, Millipore Corporation, Bedford, MA, USA). Ogni gruppo è stato ulteriormente suddiviso in due sottogruppi (n = 10) di immersione per 2 minuti e per 5 minuti a temperatura ambiente. Ciascun campione è stato pesato inizialmente prima di essere immerso nel solvente su una scala digitale analitica (Shimadzu pesatrice elettronica, Giappone, Modello: AEL-200). I campioni di solventi sono stati preparati con 5 ml di ciascun solvente in una fiala di vetro. Immediatamente dopo il cono guttaperca/Resilon è stato immerso nel solvente. I campioni sono stati rimossi dalla fiala di vetro dopo il periodo di immersione specificato e lavati in 100 ml di acqua distillata e lasciati asciugare per 24 ore a 37 °C in un umidificatore. I campioni sono stati poi nuovamente pesati dopo immersione nel solvente specifico su una scala digitale analitica (Shimadzu pesatrice elettronica, Giappone, Modello: AEL-200). La dissoluzione di guttaperca o Resilon da parte del solvente è stata calcolata dalla differenza tra il peso iniziale della guttaperca o Resilon e il suo peso finale mediante l’equazione seguente:

M = M2-M1

dove:

M2 = peso post-immersion,

M1 = peso pre-immersion.

1. Confronto di solubilità dei vari solventi nei confronti di guttaperca e Resilon a 2 minuti di intervallo di tempo di immersione.

 

2. Confronto di solubilità dei vari solventi nei confronti di guttaperca e Resilon a 5 minuti di intervallo di tempo di immersione.

Dai risultati ottenuti dagli Autori si può constatare che non vi è alcuna differenza significativa nella quantità di guttaperca sciolta dopo immersione per 2 e 5 minuti in tutti i gruppi (P > 0,05) eccetto il gruppo di tetracloroetilene (P = 0,00).

Si è riscontrata invece una differenza significativa molto alta per il Resilon disciolto per 2 minuti di immersione e 5 minuti in tutti i gruppi (P = 0,00), tranne lo xilene e l’acqua distillata (p > 0,05).

Implicazioni cliniche

Il clinico durante l’esecuzione di ritrattamenti canalari deve tenere in considerazione che tra i vari solventi endodontici il più efficace è lo xilene sia per guttaperca che per Resilon.

 

Il futuro dell’odontoiatria secondo Buser

Uno dei padri delle superfici SLA, Daniel Buser, Direttore del Dipartimento di Chirurgia Orale e Stomatologica dell’Università di Berna, nonché presidente dell’ITI, racconta la sua esperienza professionale e spiega come sarà l’odontoiatria di domani, incentrata sulla prevenzione ma anche sul lavoro di squadra.

Considerato uno dei principali esponenti dell’implantologia, Daniel Buser, nato nel 1954 a Olten, in Svizzera, si è formato a Berna, dove, dopo la laurea in Odontoiatria, ha conseguito la specializzazione in Chirurgia Orale e Stomatologica. Ha trascorso alcuni anni all’estero, prima a Boston, all’Harvard School of  Dental Medicine, poi a Dallas, al Baylor College of  Dentistry.  Direttore del Dipartimento di Chirurgia Orale e Stomatologica dell’Università di Berna, Daniel Buser è l’attuale presidente dell’ITI, l’International Team of Implantology, di cui è divenuto socio attivo nel 1981. Autore e co-autore di oltre 250 pubblicazioni incentrate sull’implantologia, in questi anni si è dedicato alle problematiche legate all’osteointegrazione, alla rigenerazione ossea, nonché allo studio delle superfici degli impianti. Insieme a Robert Schenk e a Sam Steinemann ha ideato le superfici SLA. Socio delle più importanti società scientifiche, nonché membro del board editoriale di numerose riviste scientifiche del settore implantologico, Daniel Buser in questi anni  è stato insignito di numerosi riconoscimenti, come il Premio André Schroeder (1995) dall’ITI, l’Osseointegration Foundation Research Award (1996 e 2007) dall’Academy of Osseointegration, l’Honorary Membership Award (1997) dall’American Academy of Periodontology e il Daniel M. Laskin Award (1997) dall’American Association of Oral and Maxillofacial Surgeons. Lo abbiamo incontrato. Ecco la sua storia e le sue previsioni per il futuro.

Professor Buser, quando ha scoperto la sua passione per l’odontoiatria?

In realtà la scoprii per caso all’inizio del 1975, quando il padre della mia fidanzata di allora si accorse che avevo talento per le attività manuali. Mi incoraggiò a studiare Odontoiatria. Questa proposta mi affascinò immediatamente, anche perché mi piaceva l’idea di poter combinare il lavoro manuale con un’attività che richiedesse anche l’uso del cervello.

E l’implantologia, invece, com’è entrata nella sua vita?

All’inizio degli anni ’80, grazie al professor André Schroeder, mio insegnante all’università, ma anche mentore e consigliere. A quel tempo André Schroeder era professore e presidente del corso di laurea in Odontoiatria all’Università di Berna, oltre che presidente dell’ITI. Il mio primo trattamento implantologico lo eseguii nel 1983. Mi consigliavo sempre con lui, mostrandogli poi anche i risultati degli interventi. Evidentemente era compiaciuto degli esiti dei miei trattamenti, tanto che nel 1985 mi incoraggiò a restare in Università e a concentrarmi sull’implantologia. Mi diceva che questa disciplina avrebbe cambiato completamente l’odontoiatria e avrebbe iniziato ad avere un ruolo importante nel futuro. Aveva ragione al 100%!

Quali benefici ha avuto l’odontoiatria dall’International Team of Implantology?

Quando iniziai a frequentare l’ITI, nel 1983, vidi subito il grande potenziale di questo sorprendente gruppo costituito dai massimi esperti di implantologia. A quel tempo c’erano meno di 50 soci ITI, ma già allora all’interno dell’associazione si potevano trovare competenze in ogni campo rivelante dell’implantologia. Il professor  Schroeder mi aprì le porte per entrare in contatto con queste grandi personalità dell’odontoiatria, come il professor Robert Schenk specialista nelle istologie ossee o il professor Sam Steinemann come esperto di metallurgia. Con entrambi, iniziammo i nostri progetti di ricerca sulla tecnologia delle superfici che portarono all’ideazione della superficie SLA!

Qual è la filosofia dei trattamenti guida ITI?

Le Treatment Guide Series (TG) sono iniziate nel 2004, nel 2006, invece, sono state individuate le prime indicazioni sui trattamenti risultati poi fallaci. Da allora ITI ha editato una pubblicazione periodica sulle TG, tranne che nel 2009, quando pubblicammo invece il SAC Book. A oggi, le TG ITI sono disponibili in otto lingue, tra cui l’italiano, poiché abbiamo capito che le nostre raccomandazioni cliniche devono essere disponibili nella lingua parlata dai membri dell’ITI. Ogni TG affronta una specifica situazione o un problema clinico seguendo i dettami dell’evidence-based, dato che è sempre previsto un capitolo che riporta anche la letteratura più rilevante sull’argomento trattato. La prima TG, ad esempio, affronta il problema della sostituzione del singolo dente nella zona estetica, la quinta, invece, presenta tutti gli aspetti più rilevanti delle procedure di rialzo del pavimento del seno mascellare.

Cosa sono gli Study Clubs di ITI e quali vantaggi offrono agli odontoiatri? 

Sono piccoli gruppi di studio dove il contenuto educativo è combinato alla discussione interattiva tra i colleghi. I membri di questi study clubs possono trarre vantaggio in tre modi diversi: 1) nell’imparare come trattare con successo un paziente che necessita di un impianto, 2) nell’aggiornarsi sui più recenti sviluppi dell’implantologia e 3) nell’apprendere uno dall’altro come affrontare o evitare le complicanze della terapia implantologica. Oggi ITI conta oltre 650 Study Clubs sparsi in tutto il mondo. Il fine è avere, in ogni gruppo di studio, dai 20 ai 30 membri, con l’obiettivo di offrire dai tre ai quattro eventi all’anno della durata approssimativa di 3 ore ciascuno.

Ci sono novità riguardo i prossimi Congressi ITI e l’ITI World Symposium?

Attualmente ITI è la principale associazione mondiale anche nell’ambito della formazione implantologica. Lo scorso anno abbiamo ospitato 14 congressi, quest’anno altri 12. Appuntamenti che seguono tutti le stesse linee guida basate sull’alta qualità, dei programmi scientifici, ma anche delle sedi congressuali prescelte. In aggiunta, attualmente proponiamo anche una fiera per le aziende che risulta molto attraente per i partecipanti. Nell’aprile del 2014 organizzeremo ancora l’ITI World Symposium, in Svizzera, a Ginevra: per l’occasione ci aspettiamo oltre 5 mila partecipanti. Dopo il World Symposium continueremo a organizzare congressi nazionali e regionali. Tuttavia, crediamo che la frequenza debba essere regolata, poiché la qualità conta più della quantità. Con questa filosofia, in futuro ITI proporrà circa 8-10 congressi all’anno.

Come cambierà, a suo avviso, l’odontoiatria in generale nei prossimi anni?

L’odontoiatria di domani sarà costituita principalmente da giovani, più del 50% di essi saranno donne che lavoreranno part-time in cliniche odontoiatriche, con numerosi professionisti che opereranno all’interno della medesima equipe. I sistemi Cad-Cam domineranno il campo dell’odontoiatria restaurativa. La chirurgia implantare richiederà ancora operatori con piene capacità ed esperienza e spero che solo il 20-30% degli odontoiatri eseguirà la chirurgia implantare, ma anche che tutti saranno ben formati e con una buona esperienza. Questo incrementerebbe chiaramente la qualità dei trattamenti di odontoiatria implantare. Per quanto riguarda la prevenzione, infine, continuerà ad avere un ruolo importante nell’odontoiatria.

Quali suggerimenti darebbe a un giovane odontoiatra italiano e a chi invece ha qualche anno di esperienza alle spalle nell’ambito dell’implantologia?

Ai giovani colleghi ho sempre raccomandato di puntare a un’eccellente formazione post laurea prima di iniziare a lavorare in uno studio privato. Ho anche sempre consigliato di operare all’interno di un gruppo, insieme ad altri colleghi, poiché questo è un contesto molto più interessante. Ai colleghi con più esperienza, invece, ho da sempre raccomandato di impegnarsi nel documentare in modo accurato, attraverso protocolli di trattamento, i loro risultati terapeutici. Ma anche di non seguire gli orientamenti troppo facili e veloci, poiché la storia ha mostrato chiaramente che molte di queste idee negli ultimi dieci anni non si sono dimostrate sostenibili. Si tratta di soluzioni spesso guidate dal marketing, dalle aziende o dagli odontoiatri stessi.

Per concludere, se non avesse scelto la strada che l’ha condotta sin qui, cos’altro le sarebbe piaciuto fare nella vita?

Oltre a una certa abilità manuale, quella che come ho detto mi ha convinto a scegliere la strada dell’odontoiatria, ho da sempre, per così dire, anche un certo talento nella direzione e nella conduzione delle persone. Nel mio lavoro ho imparato a gestire un dipartimento con settanta collaboratori. Così, posso immaginare che sarei potuto diventato un manager di successo in qualche azienda: di certo però non un bancario, né un assicuratore.

 

L’ansia, lo stress e il dentista

L’ansia può interessare il dentista sia per quanto riguarda gli aspetti relativi al paziente, nell’ambito del rapporto terapeutico, sia per quelli concernenti se stesso nello svolgimento della propria attività professionale

Il termine ansia si ritiene sia stato introdotto da Soren Kierkegaard per designare quella condizione che, a differenza della paura la quale è sempre scatenata da qualcosa di determinato, non si riferisce a nulla di preciso, ma designa uno stato dell’esistenza umana che non è una realtà, ma una possibilità, nel senso che l’uomo diventa ciò che è in base alle scelte che compie e alle possibilità che realizza.  Come sosteneva lo stesso Kierkegaard: “…Non c’è niente che spaventi di più l’uomo che prendere coscienza della immensità di cosa è capace di fare e diventare…”. Dal punto di vista psicanalitico, l’ansia è determinata da conflitti attuali, riconducibili all’accumulazione di tensione sessuale somatica che, per insufficienza di elaborazione psichica, non riesce a legarsi ad alcun contenuto rappresentativo e perciò si traduce direttamente in sintomi somatici quali vertigini, dispnea, disturbi cardiaci, sudori o in sintomi fobici, senza la possibilità di leggervi un sostituto simbolico della rappresentazione rimossa. Da questo punto di vista la bocca ha una forte valenza sensoriale ed emotiva e quindi relazionale e simbolica.

Essa può dare sensazioni gradevoli, interpretate come “piacere”, o sensazioni sgradevoli, interpretate come “dolore”.

Se valutiamo le interazioni del neonato con la madre, fondamentali per lo sviluppo psicologico, esse possono essere di tipo:

  • tattile/propriocettivo, quali i baci, le carezze e gli abbracci;
  • olfattivo, infatti il neonato riconosce l’odore del latte materno;
  • visivo, considerando l’importanza dello sguardo;
  • alimentare, come l’allattamento, necessario per la sopravvivenza.

In base alla “qualità” di queste il piccolo fa una valutazione di mamma buona o mamma cattiva, fondamentale poi per lo sviluppo delle relazioni affettive familiari.

Se consideriamo gli aspetti delle interazioni sopra esposte, ci rendiamo conto di quanta importanza abbia in esse la bocca. Qualora passiamo ad analizzare i tipi di relazioni dell’adulto con i suoi simili possiamo distinguerle in:

  • comunicative (verbale, paraverbale, non verbale);
  • emotive, come l’espressione del viso, il sorriso, l’estetica;
  • affettive;
  • sessuali, per esempio seduzione, sex appeal, rapporti sessuali;
  • conflittuali (aggressività, difesa);
  • conviviali.

Anche in questo caso ci rendiamo conto di quanta importanza rivesta la bocca. Se poi facciamo riferimento al simbolo, che abbiamo visto essere fondamentale nella struttura dell’ansia, e vogliamo analizzare la simbologia della bocca possiamo valutarla sotto vari aspetti:

  • aggressività, intesa come voracità;
  • stringere i denti per non urlare (tenere tutto dentro);
  • rapporto della bocca con i disturbi alimentari (anoressia, bulimia);
  • stringere i denti come sopportazione;
  • mostrare i denti come aggressività;
  • rapporto fra bocca e figura materna (il succhiotto);
  • succhiatore adulto (fumo di sigaretta, sigaro, pipa);
  • relazione fra bocca e disturbi sessuali (Fase orale di Freud);
  • uso di denti, anche di animali, come amuleti;
  • modifiche di labbra e denti come simbolo di potere o rango sociale.

Sono tutte immagini comuni o riferimenti a tradizioni popolari che spiegano la valenza simbolica della bocca. Nella valutazione della relazione ansia-bocca non si possono dimenticare le parafunzioni, intese anche come possibile agente etiologico del Disturbo Muscolo Scheletrico Masticatorio, il Disordine Temporo-Mandibolare. L’argomento meriterebbe una trattazione a parte. Per sintetizzare possiamo dire che tutte le abitudini viziate, o parafunzioni che dir si voglia, aumentano l’attività dei muscoli masticatori e i carichi a livello delle articolazioni temporo-mandibolari determinando, con il tempo, una disfunzione.

Le parafunzioni diurne - quali il serramento, il digrignamento, l’onicofagia, l’abitudine di infrapporre fra i denti le labbra o alcuni oggetti - avvengono al di sotto del livello della coscienza, quindi sono movimenti automatici e sono collegati con stati di ansia, stress, concentrazione o sforzi fisici. Possono essere “controllati”, in realtà non sempre facilmente, rendendo il paziente cosciente delle stesse e dandogli delle istruzioni comportamentali per evitarle. In alcuni casi, nei quali il soggetto non riesce a “gestire” l’ansia, lo stress e le parafunzioni correlate, si può ricorrere a un training con biofeedback o a forme di psicoterapia comportamentale.

Il bruxismo notturno, che può essere centrico (clenching) o eccentrico (grinding), è classificato come Disordine del Movimento Correlato al Sonno nell’ultima Classificazione dei Disturbi del Sonno (ICSD-2 2005), mentre nella precedente (ICDS-1 1991) era classificato come Parasomnia, e quindi come un movimento indesiderato che avviene durante il sonno. Secondo G.J. Lavigne probabilmente è modulato dalla funzione di alcuni neurotrasmettitori quali la noradrenalina, la dopamina, la serotonina e il gaba. Avviene nelle fasi 1-2 del sonno NonRem.

È molto diffuso nella popolazione, è presente nel 60% del sonno “normale”, e nello stesso individuo ha un andamento oscillante nel tempo. Anche se non si sa esattamente quale ne sia la causa, è certo che esistono dei fattori che lo peggiorano e quindi lo rendono causa di Disordini Temporo-Mandibolari. Fra questi, i più influenti sono l’ansia e lo stress, seguono poi il fumo, la caffeina, l’alcool e tutte le sostanze eccitanti il sistema nervoso.

L’iperattività dei muscoli masticatori (RMMA) nel bruxismo notturno è sempre preceduta da un arousal, che corrisponde a un’attivazione del sistema nervoso simpatico. Anche in questo caso è evidente la forte correlazione con l’ansia. Infatti, nel trattamento del bruxismo notturno - oltre all’eventuale bite, qualora sia necessario, e alla rieducazione comportamentale,- la letteratura scientifica basata sull’evidenza indica la “gestione” dell’ansia tramite farmacoterapia, biofeedback o psicoterapia. Il dentista può essere chiamato a curare un paziente con ansia, parafunzioni e disordino temporo-Mandibolari, ma anche essere vittima egli stesso di questi disturbi in quanto svolge una professione particolarmente “stressante”. È utile distinguere l’ansia dallo stress, anche se in realtà l’espressione psicofisiologica è sovrapponibile.

Rispetto alla prima, che è riferibile alla “struttura psichica” dell’individuo, il secondo può essere definito come una reazione emozionale intensa a una serie di “stimoli esterni” che mettono in moto risposte fisiologiche e psicologiche di natura adattativa. Se gli sforzi di adattamento del soggetto falliscono, perché lo stress supera la capacità di risposta, l’individuo è sottoposto a una maggiore vulnerabilità nei confronti della malattia psichica, somatica o di entrambe. In quest’ottica, dal punto di vista psicologico lo stress può essere considerato in funzione del rapporto fra, da un lato, la persona e, dall’altro, un ambiente che esso considera affaticante o superiore alle proprie risorse e nocivo per il proprio benessere.

La reazione allo stress difensiva e adattativa, denominata Sindrome Generale di Adattamento, è caratterizzata da una fase di allarme con modificazioni biochimiche ormonali, da una di resistenza in cui l’organismo si organizza funzionalmente in senso difensivo, e da una fase di esaurimento in cui avviene il crollo delle difese e l’incapacità di adattarsi ulteriormente. Un’indagine condotta da J. Taylor, docente nello Yorkshire, su 347 dentisti inglesi ha evidenziato che il 19% dei partecipanti ha dichiarato di sentirsi stressato dal proprio lavoro tutti i giorni lavorativi, più di un terzo si sente stressato nella maggioranza dei giorni lavorativi, il 28% da uno a tre giorni alla settimana, il 14% meno di una volta alla settimana. Solo il 2% dichiara di non sentirsi mai stressato.

Da quanto detto si può concludere affermando che l’ansia e lo stress interessano il dentista non solo in relazione alla cura dei propri pazienti, ma anche in relazione alla cura di se stesso in rapporto alla sua professione.

Tecnica rigenerativa innovativa per la risoluzione di perimplantiti con laser Er:YAG, basata su diagnosi microbiologica

L’aumento delle perimplantiti è un problema di emergente attualità. L’eliminazione delle cause che hanno originato la perimplantite richiede analisi batteriche e la rimozione completa del tessuto infetto dalla superficie complessa che costituisce il corpo impiantare con l’obiettivo di sterilizzare la zona e l’impianto stesso. La potenza del laser Er:YAG è assorbita dalle molecole d’acqua in modo tale che la temperatura non si alzi e non si carbonizzi l’obiettivo. È stato dimostrato che questo laser è in grado di favorire la rigenerazione tissutale se usato in ambito clinico nei casi di perimplantite. La cura antibatterica, basata sull’analisi batteriologica e la conseguente terapia rigenerativa con applicazione di laser Er:YAG, viene proposta come trattamento efficace per la perimplantite.

Materiali e metodi

Una donna di 62 anni, con impianti nella zona molare mandibolare di destra posizionati 10 anni fa, tornò nel mio ambulatorio dopo 6 anni di assenza. Lamentava una fastidiosa sensazione in quella zona e la diagnosi, effettuata attraverso l’esame radiografico, fu di perimplantite. L’impianto era del sistema SteriOss, con superficie TPS. Questo caso fu trattato con laser Er:YAG durante la fase di mantenimento dopo la terapia implantare e successivamente alla diagnosi ottenuta tramite esame radiografico. Fu eseguita l’analisi batteriologica con esame PCR-Invader (BML Inc., Japan).
Inizialmente è stata determinata la conta totale dei batteri, il numero per ciascuna flora batterica e il rapporto parziale tra le flore rilevate. Furono riscontrate le seguenti specie batteriche: Porphyromonas gingivalis, Tannerella forsythia, Treponema denticola, Aggrigatibacter actinomycetocomitans e Perovotella intermedia. Questi parametri furono valutati nelle diverse fasi della terapia: immediatamente dopo la diagnosi di perimplantite, dopo la terapia antibiotica e dopo la terapia chirurgica.
In questo caso fu somministrata Amoxicillina combinata con Metronidazolo per quattro settimane e il laser fu utilizzato in seguito alla sterilizzazione. Fu utilizzato il laser Er:YAG (Arwin AdvErL, J. Morita MFG. Corp., Japan) con diversi tipi di punte, come quella a irradiazione diretta (CF400) per la penetrazione nell’osso, quella a irradiazione laterale (P400T) per la pulizia del corpo dell’impianto e la punta a irradiazione diretta e laterale (PS600T) per rimuovere l’epitelio marginale interno del solco implantare. I livelli di impulso in uscita furono scelti da un pannello con parametri prestabiliti e furono rispettivamente di 100 pps 150 mJ, 10 pps 40 mJ, 25 pps 70 mJ. Come materiali da innesto si mescolarono la stessa quantità di FDBA (Oragraft Cortical LifeNet org.) e osso autogeno, che furono impregnati con il fattore di crescita rhPDGF-BB (Gem21s, Osteohealth). Fu posizionata una membrana in acido polilattico (GC Membrane, GC Corp., Japan), fissata tramite la vite di chiusura. Per valutare i tessuti duri, fu effettuata un’analisi di tipo cone beam CT (Veraviewepocs 3D, J. Morita MFG. Corp., Japan) per valutare la massima ampiezza del difetto osseo in senso orizzontale e verticale su sezioni mesio-distali ottenute prima della terapia rigenerativa e dopo 9 mesi.

Risultati

Il test batterico è riportato in Figura 1 e poiché fu possibile evidenziare una percentuale eccessiva di flora di batteri parodontopatici furono somministrati Amoxicillina e Metronidazolo per via orale. 

1. Il risultato dell’analisi batterica del sito 46 (al primo esame). I batteri parodontopatici sono stati rilevati in una percentuale superiore alla norma. Dopo la somministrazione di antibiotici per via orale, il loro numero è diminuito in modo significativo.
1. Il risultato dell’analisi batterica del sito 46 (al primo esame). I batteri parodontopatici sono stati rilevati in una percentuale superiore alla norma. Dopo la somministrazione di antibiotici per via orale, il loro numero è diminuito in modo significativo.

La radiografia panoramica effettuata dopo la terapia antibatterica rivelò un aumento dell’opacità dell’osso. La rimozione del tartaro sottogengivale, l’asportazione del tessuto di granulazione e la disinfezione dell’impianto furono effettuati con il laser Er:YAG e, in seguito, si procedette con la terapia rigenerativa mediante osso autogeno, FDBA, GEM21 e membrana in acido polilattico (Figura 2).

2. Dopo il sollevamento del lembo si può osservare il severo riassorbimento osseo a forma di coppa e la presenza di tartaro sotto gengivale di colore nero sulla vite. La superficie dell’impianto è stata irradiata con laser Er:YAG non solo per rimuovere lo strato di tartaro sottogengivale, ma anche per detossificare e sterilizzare la superficie implantare senza sviluppo di calore eccessivo o carbonizzazione.
2. Dopo il sollevamento del lembo si può osservare il severo riassorbimento osseo a forma di coppa e la presenza di tartaro sotto gengivale di colore nero sulla vite. La superficie dell’impianto è stata irradiata con laser Er:YAG non solo per rimuovere lo strato di tartaro sottogengivale, ma anche per detossificare e sterilizzare la superficie implantare senza sviluppo di calore eccessivo o carbonizzazione.

A 9 mesi dalla terapia rigenerativa, l’esame cone beam mostrò una rigenerazione del tessuto osseo precedentemente danneggiato di 4,22 mm in senso orizzontale e 7,21 mm in senso verticale (Figura 3). Questa paziente ha continuato a mostrare buone condizioni di salute del sito fino ad ora.

3. La figura superiore mostra la misurazione del riassorbimento osseo effettuata intorno all’impianto attraverso un esame radiografico di tomografia computerizzata cone beam. Si può osservare un grave riassorbimento osseo. La figura in basso mostra il guadagno di tessuto, sovrapponibile radiograficamente a osso, intorno all’impianto 10 mesi dopo. Il tessuto rigenerato si può notare chiaramente. È stato misurato sulla CT cone beam un aumento verticale di tessuto di 7,21 mm e orizzontale di 4,22 mm.
3. La figura superiore mostra la misurazione del riassorbimento osseo effettuata intorno all’impianto attraverso un esame radiografico di tomografia computerizzata cone beam. Si può osservare un grave riassorbimento osseo. La figura in basso mostra il guadagno di tessuto, sovrapponibile radiograficamente a osso, intorno all’impianto 10 mesi dopo. Il tessuto rigenerato si può notare chiaramente. È stato misurato sulla CT cone beam un aumento verticale di tessuto di 7,21 mm e orizzontale di 4,22 mm.

Discussione

La terapia implantare è ormai molto diffusa e probabilmente sta diventando la scelta elettiva per il trattamento delle edentulie parziali. Il trattamento implantare viene effettuato dai dentisti in modo così assiduo che le superfici degli impianti sono state modificate per accelerarne l’osseointegrazione e favorire una miglior biocompatibilità. A questo specifico sviluppo tecnologico è associato un più alto rischio di infezione batterica, con aumento delle perimplantiti. Questa patologia è simile alla malattia parodontale poiché entrambe sono causate da infezione batterica1, ma la differenza è che la prima si manifesta su un corpo estraneo artificiale, benché biocompatibile, posto nell’osso alveolare. In altre parole la peri-implantite è causata dalla terapia implantare stessa. È essenziale quindi proteggere i restanti denti naturali, specialmente quando gli impianti sono usati per sopperire a una perdita di entità ridotta. Dovremmo prima di tutto enfatizzare l’eziologia e la diagnosi, per comprendere le cause e le suscettibilità ambientali per quest’infezione, proseguendo solo in seguito con lo sviluppo della metodologia di trattamento finalizzata all’eliminazione delle cause. Oltre alla terapia antibiotica, è indispensabile ripulire la superficie implantare dal tessuto contaminato senza danneggiarne la superficie e, in seguito, promuovere la formazione di nuovo osso con terapia rigenerativa. L’Er:YAG ha la caratteristica di essere un laser le cui irradiazioni vengono assorbite dalle molecole d’acqua2, prevenendo in questo modo l’aumento di temperatura che potrebbe carbonizzare o causare degenerazione termica ai tessuti vitali3. Il laser Er:YAG può essere utilizzato anche per la resezione dei tessuti parodontali, la levigatura radicolare, l’evaporazione e la rimozione di tessuti vitali come osso e cemento4. Questo dispositivo permette di arrivare alla degenerazione dei tessuti che andranno rimossi senza provocare danneggiamenti, con alterazione termica minima o assente e senza influenzare negativamente la superficie in titanio5. I batteri presenti sulla superficie possono essere eradicati senza che si crei eccessivo calore. Il laser, inoltre, è in grado di detossificare gli LPS, incrementando l’attività di promozione della guarigione delle cellule tissutali6. In caso di perimplantite, il laser Er:YAG può essere anche utilizzato per rimuovere il tessuto contaminato dalla superficie del corpo dell’impianto, eliminare la corticale del tessuto osseo, sterilizzare i tessuti duri e molli danneggiati dalla perimplantite, detossificare l’area dai metaboliti batterici e migliorare la guarigione della ferita attivando i tessuti vitali7. Lo studio in questione mostra come siano stati ottenuti risultati positivi in termini di rigenerazione ossea in una paziente affetta da perimplantite, effettuando terapia antibiotica basandosi sui testi microbiologici e immunologici, seguita da rimozione del tessuto di granulazione dal difetto e la sua sterilizzazione con laser Er:YAG diretto sull’impianto stesso e sui tessuti perimplantari8.

4. Immagine al rientro a 10 mesi; si nota una quantità sufficiente di tessuto con caratteristiche sovrapponibili all’osso. È stata effettuata una plastica vestibolare con l’inserimento di un innesto libero di tessuto gengivale.
4. Immagine al rientro a 10 mesi; si nota una quantità sufficiente di tessuto con caratteristiche sovrapponibili all’osso. È stata effettuata una plastica vestibolare con l’inserimento di un innesto libero di tessuto gengivale.

La storia dei criteri diagnostici delle complicazioni su impianti riflette quella dei criteri di successo applicati alla terapia implantare. Nel 1978 l’NIH-Conferenza sullo Sviluppo ad Harvard aveva ritenuto accettabili certi criteri problematici, che non sarebbero mai stati contemplati nell’Era dell’Osteointegrazione, quali la possibilità di consentire movimenti minori di 1 mm in qualsiasi direzione, il riassorbimento verticale d’osso fino a un terzo della lunghezza dell’impianto ecc.10. Nel 1986, Albrektsson introdusse criteri che sono tutt’ora applicabili11. Ad oggi, i principi di successo definiti alla Conferenza di Toronto sull’Osteointegrazione nel 1998 sono considerati lo standard di riferimento. Il riassorbimento osseo verticale considerato accettabile è fino a 0,2 mm per anno a partire da quando l’impianto viene funzionalizzato, il che significa che l’infezione sull’interfaccia di osteointegrazione porta al fallimento rispetto a questo criterio, a eccezione di condizioni di riassorbimento simili causati dal sovraccarico dell’impianto. Il fatto che la flora batterica riscontrata intorno agli impianti sia simile a quella rinvenuta nei denti naturali12-14 e che si trovi flora di batteri parodontopatici sulla superficie di impianti falliti, ci ha convinti che l’infezione perimplantare origini da denti infetti15-17.

È molto importante trattare i difetti parodontali in modo completo ed eradicare la flora batterica di parodontopatici se si dovesse riscontrare una conta batterica alta dai relativi test. Inoltre, è necessario verificare se vi è infezione batterica e monitorare la perdita di attacco. Prima di trattare le perimplantiti vanno completamente eliminati sanguinamento, sondaggio e presenza di essudato purulento: sono condizioni essenziali e basilari così come lo sono nel piano di trattamento parodontale. Lang et al. hanno riassunto tutti questi concetti e stabilito la formula della Cumulative Interceptive Supportive Therapy: CIST18, che viene attualmente considerata una linea guida nel trattamento delle perimplantiti. La flora batterica perimplantare è simile a quella dei denti naturali e sono stati rilevati parodontopatici sulla superficie di impianti falliti. Tuttavia, bisogna valutare in modo comprensivo non solo la flora batterica e la sua conta totale, ma anche la percentuale di ogni specie batterica rilevata, lo status immunitario del paziente e altre condizioni fisiche tipiche dell’individuo prima di scegliere una terapia antibiotica. La scelta di antibiotici per via orale dovrebbe essere basata sulla pubblicazione condivisa dalla AAP e, in aggiunta9, dovremmo considerare questo step come un prerequisito obbligatorio prima di passare alla fase di pulizia della superficie implantare. Generalmente, per promuovere un’integrazione più stabile e veloce, sono realizzate delle microporosità sulla superficie dell’impianto, le quali rendono particolarmente complessa la rimozione meccanica del tessuto infetto dalla superficie implantare. Molti impianti, ad oggi, hanno spire - a differenza di quelli cilindrici - e ciò rende pertanto difficile la pulizia della superficie senza l’utilizzo di strumenti di dimensioni molto piccole. Inoltre, quando si tratta di un dente, anche devitalizzato con grande perdita di supporto, l’effetto dell’antibiotico può essere esercitato passando attraverso il cemento, i tubuli dentinali o il plesso vascolare, mentre nel caso di un impianto, fatto completamente di metallo, la penetrazione è impossibile, anche imbevendone la superficie con prodotti antibatterici. Questo fatto rende impossibile ai leucociti, agli anticorpi e alle citochine di lavorare correttamente nella zona perimplantare. Quando i tessuti sono distrutti dalla malattia perimplantare, infatti, la guarigione spontanea è impossibile. Inoltre, sarà necessario rimuovere la superficie implantare infetta quando la perimplantite sarà progredita sino a una certa gravità. Arrivati a questo punto, crediamo che il laser Er:YAG sia lo strumento ideale per le necessità terapeutiche. L’energia da lui scatenata viene assorbita dalle molecole d’acqua, con un minimo incremento di temperatura, permettendo un minor effetto di carbonizzazione19 e sterilizzando efficacemente la superficie irradiata con effetti minimi sulla superficie di titanio5.

5. La fotografia di sinistra mostra il primo esame clinico, quella di destra mostra il risultato dopo il trattamento e dopo aver rifatto la protesi. È stato ottenuto nuovo tessuto cheratinizzato.
5. La fotografia di sinistra mostra il primo esame clinico, quella di destra mostra il risultato dopo il trattamento e dopo aver rifatto la protesi. È stato ottenuto nuovo tessuto cheratinizzato.

Valutando queste sue capacità, gli Autori considerano il laser Er:YAG la prima scelta nella procedura di decontaminazione e rimozione del tessuto di granulazione dalla superficie implantare. Il metodo convenzionale basato sull’ablazione mediante spray ad aria compressa può essere efficace per la rimozione del tessuto infetto, ma i microgranuli possono penetrare e residuare nei tessuti molli. Il laser Er:YAG è in grado non solo di superare questo problema, ma può agire detossificando gli LPS5,20 e accelerando i fenomeni di guarigione tissutale se confrontato con gli altri metodi disponibili7. La foto-terapia, che include la terapia laser, non richiede il contatto diretto con gli oggetti, quindi il fascio può irradiare in diverse direzioni, lateralmente e frontalmente. Questa caratteristica rende il laser Er:YAG particolarmente efficace sulla complessa struttura implantare.

Conclusioni

La terapia rigenerativa dei tessuti perimplantari, persi a causa della perimplantite, basata sui test batterici e terapia antibiotica, seguiti da irradiazione del sito con laser Er:YAG, viene suggerita come un metodo terapeutico efficace.

Ringraziamenti
Gli Autori desiderano ringraziare fortemente la J. Morita Corp. per i fondamentali consigli sull’utilizzo del dispositivo laser.

Corrispondenza
Toshiaki Yoshino
Yoshino-do@nifty.com

Toshiaki Yoshino1
Yoshihiro Ono2
1Studio privato, Yoshino Dental Office Perio-Implant Center, Yokohama, Japan
2Studio privato, Kiwakai Dental Office Perio-Implant Center,
Tokyo, Japan

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Indicazioni cliniche per l’autotrapianto di premolari: protocollo per denti immaturi

La perdita di denti nei pazienti in crescita rappresenta una situazione clinica difficile. Le opzioni di trattamento proposte dovrebbero considerare l’adattamento alla crescita e la prognosi predicibile a lungo termine. Le modalità di trattamento protesico conservativo, come le corone su impianti e i restauri protesici (ponti), hanno indicazioni molto limitate nei pazienti in crescita in quanto possono inibire lo sviluppo del processo alveolare1,2. L’autotrapianto di un dente è definito come un intervento chirurgico di un dente da un’altra posizione nello stesso paziente. È un’opzione interessante per la sostituzione di denti mancanti in modo congenito o di incisivi mascellari persi a causa di trauma o di sue complicanze. I pazienti con denti mancanti in un sito specifico e con disponibilità di donatori (che potrebbero essere sottoposti a estrazioni a causa di indicazioni ortodontiche) in altre regioni delle arcate sono buoni candidati per quest’opzione di trattamento. Secondo la letteratura, vi sono molti protocolli per il trapianto di denti, in termini di selezione del donatore (molari, premolari, canini, denti sovrannumerari), tempistica e piano di trattamento (denti in sviluppo o maturi), tecnica chirurgica (a una fase, due fasi, enti erotti o non erotti, alveolo fresco o letto artificiale creato nel sito ricevente), valutazione del risultato del trattamento (percentuale di sopravvivenza, percentuale di successo e diversi criteri di successo).
Il protocollo di autotrapianto per premolari in sviluppo è stato proposto in Scandinavia3,4 ed è stato documentato come un trattamento predicibile in pazienti in crescita con una prospettiva a lungo termine5. Include indicazioni ortodontiche e chirurgiche, tecnica chirurgica e follow-up dettagliato. Questo protocollo è raccomandato per pazienti in crescita con denti mancanti, però solo per coloro che hanno un’indicazione ortodontica per l’estrazione di premolari in altri siti della cavità orale (per esempio, affollamento nell’arcata superiore e agenesia nei premolari inferiori). Questo approccio è stato adottato in Polonia 12 anni fa.

Considerazioni chirurgiche

I premolari in sviluppo non erotti (con lunghezza radicolare da 1/2 a 3/4) sembrano essere i denti donatori migliori per due ragioni combinate: sono facilmente gestibili per una rimozione atraumatica durante la chirurgia e hanno un potenziale di guarigione precidibile, se vengono rimossi con attenzione, per quanto riguarda i loro tessuti sensibili6. Negli adolescenti, tali denti hanno una posizione favorevole, facilmente accessibile nell’alveolo, solitamente appena sotto i molari primari. La loro morfologia radicolare semplice (sistema radicolare corto, solitamente diritto o conico) permette una rimozione atraumatica e un posizionamento relativamente semplice nell’alveolo del sito ricevente (agenesia o trauma). L’aspetto più importante della chirurgia è un approccio atraumatico del tessuto parodontale in sviluppo durante la rimozione del dente donatore. Una volta ottenuto ciò, la guarigione avviene senza impedimenti, con il risultato di un normale sviluppo di tutti i tessuti duri e molli del dente trapiantato7-9.

Follow-up

La guarigione parodontale completa porta al restauro di un nuovo alveolo radicolare, evitando così un’anchilosi. Dopo la completa guarigione parodontale, l’eruzione e la normale morbilità di un trapianto rappresentano il tipico risultato. Se però durante la chirurgia è stato provocato un danno esteso alla superficie radicolare, ci si può aspettare lo sviluppo di un’anchilosi, la complicanza più seria di un autotrapianto.
I premolari in sviluppo hanno un apice aperto che promuove la rivascolarizzazione della polpa che inizia dai vasi ossei intorno all’apice, raggiunge i cornetti di polpa in circa 30 giorni e forma un nuovo tessuto vascolare10. Una rivascolarizzazione senza problemi della polpa è confermata dalla presenza di un’obliterazione parziale o completa della polpa e da un’assenza di riassorbimento osseo e radicolare, entrambe rilevabili sulle radiografie intraorali. La polpa si oblitera a causa della formazione del tessuto duro calcificato lungo i bordi interni della dentina nella camera pulpare e nel canale radicolare. È un risultato normale nei denti trapiantati e un segno radiografico di vitalità dentale dato che solo la polpa vitale si può obliterare. I denti trapiantati che presentano obliterazione della polpa hanno un responso inferiore o nullo al test di vitalità, probabilmente a causa di calcificazione nel tessuto pulpare. Il risultato opposto - l’assenza di obliterazione della polpa sei mesi dopo la chirurgia - solitamente indica una necrosi della polpa e la necessità di un trattamento endodontico.

La guarigione ottimale della guaina di epitelio radicolare di Hertwig intatto porta a una normale progressione dello sviluppo radicolare e alla formazione di un apice radicolare finale. Le radici dei premolari trapiantati spesso sono più corte di quelle dei premolari controlaterali di controllo (10-15% della lunghezza radicolare finale), ma se trapiantati a un 1/2 della lunghezza radicolare o più lunga mostreranno una lunghezza radicolare finale sostanziale11. In rari casi si può notare un arresto dello sviluppo radicolare, con il risultato di uno sfavorevole rapporto corona-radice (C/R) maggiore di 1.0. Di conseguenza, i criteri principali per il successo di un autotrapianto dei premolari sono i seguenti: presenza di obliterazione della polpa, sviluppo radicolare continuato (C/R inferiore a 1), mobilità normale ed eruzione del trapianto12. Se non sono presenti questi risultati, l’autotrapianto è considerato fallito, ma in rari casi si può decidere di mantenere il dente fino alla disponibilità di altre opzioni di trattamento.

Indicazioni ortodontiche

Le principali indicazioni ortodontiche per l’autotrapianto di premolari in sviluppo includono pazienti che presentano: malocclusione di II Classe con premolari inferiori mancanti in modo congenito, perdita traumatica di incisivi superiori o agenesia asimmetrica multipla13. Queste anomalie vengono spesso diagnosticate durante uno screening ortodontico in pazienti con età inferiore ai 10 anni. A quest’età, i premolari non erotti sono disponibili in altre posizioni del cavo orale del paziente e possono sostituire i denti mancanti in accordo con il piano di trattamento ortodontico. In soggetti in crescita di II Classe con premolari inferiori mancanti (e profilo del paziente che necessita della conservazione della lunghezza dell’arcata inferiore e permette l’estrazione di premolari nell’arcata superiore), si può considerare l’autotrapianto quando non sono presenti i molari decidui, o hanno segni di progressiva anchilosi/infraposizione o hanno radici molto corte/riassorbite con scarsa prognosi per il mantenimento fino all’età adulta.
La Figura 1a presenta la radiografia panoramica di un ragazzo di 12 anni e 4 mesi con mancanza congenita del secondo premolare di destra e anchilosi di un secondo molare deciduo ritenuto. Il paziente presentava una relazione molare di II Classe su entrambi i lati e affollamento nell’arcata superiore (Figure1b-1c).

1. a) Radiografia panoramica di un paziente di 12 anni e 4 mesi con agenesia del secondo premolare di destra inferiore (croce rossa) e affollamento nel mascellare. Il secondo premolare superiore di destra in sviluppo (cerchio verde) è stato destinato a sostituire il dente permanente mancante nella mandibola, in accordo con le indicazioni ortodontiche. b,c) I modelli diagnostici prima della chirurgia mostrano una malocclusione di II Classe, divisione 2 e affollamento nel mascellare.
1. a) Radiografia panoramica di un paziente di 12 anni e 4 mesi con agenesia del secondo premolare di destra inferiore (croce rossa) e affollamento nel mascellare. Il secondo premolare superiore di destra in sviluppo (cerchio verde) è stato destinato a sostituire il dente permanente mancante nella mandibola, in accordo con le indicazioni ortodontiche. b,c) I modelli diagnostici prima della chirurgia mostrano una malocclusione di II Classe, divisione 2 e affollamento nel mascellare.

Il piano di trattamento includeva un autotrapianto del secondo premolare superiore di destra in sviluppo e non erotto per sostituire la mancanza congenita del secondo premolare inferiore. La chirurgia è stata eseguita in anestesia locale e consisteva nell’estrazione del molare primario ritenuto, la modifica dell’alveolo alla forma della morfologia del premolare in sviluppo, la rimozione atraumatica del dente donatore (secondo premolare superiore di destra) e il suo posizionamento nel sito ricevente preparato. Il dente donatore è stato stabilizzato a livello della gengiva (pochi millimetri sotto il piano occlusale) solo mediante suture. Questa stabilizzazione elastica si è dimostrata in grado di promuovere la rivascolarizzazione e la completa guarigione parodontale14. L’eruzione del premolare trapiantato è stata controllata nei sei mesi successivi alla chirurgia. Quattro anni dopo, è stato introdotto il trattamento ortodontico mediante applicazioni fisse (il secondo premolare superiore di sinistra è stato estratto per ottenere una simmetria nell’arcata superiore). La guarigione del trapianto e dell’osso può essere osservata nelle radiografie (Figure 2a). Dopo due anni di allineamento ortodontico, sono state instaurate le relazioni occlusali normali (Figure 2b-2c).

2. a) Radiografia panoramica del paziente dopo sette anni dall’autotrapianto del secondo premolare superiore di destra nel sito di agenesia del secondo premolare inferiore (freccia verde). b,c) Immagine occlusale delle arcate dentali prima del trattamento ortodontico (la freccia verde indica il dente trapiantato). Una normale ampiezza dell’alveolo e una banda di tessuto sano cheratinizzati circondano il trapianto.
2. a) Radiografia panoramica del paziente dopo sette anni dall’autotrapianto del secondo premolare superiore di destra nel sito di agenesia del secondo premolare inferiore (freccia verde). b,c) Immagine occlusale delle arcate dentali prima del trattamento ortodontico (la freccia verde indica il dente trapiantato). Una normale ampiezza dell’alveolo e una banda di tessuto sano cheratinizzati circondano il trapianto.

I pazienti in crescita con incisivi superiori persi o traumatizzati spesso sono potenziali candidati per l’autotrapianto di premolari in sviluppo. Il vantaggio del trapianto in questi casi non è solo la sostituzione immediata dei denti mancanti, ma anche il potenziale di rigenerazione ossea del donatore. I difetti ossei sono spesso una sequela di un trauma (direttamente o come effetto di processi di riassorbimento dei denti traumatizzati). In giovani individui, vi sono opzioni limitate per il restauro dei denti frontali mancanti. Gli impianti dentali richiedono un’adeguata ampiezza di osso e quando vengono inseriti prima della cessazione dello sviluppo scheletrico non seguono la crescita verticale dell’alveolo15. D’altra parte, i restauri protesici convenzionali possono richiedere una certa preparazione dei denti adiacenti per supportare un ponte. In alcuni pazienti che hanno perso i loro denti frontali, vi sono indicazioni per la chiusura ortodontica degli spazi16. Il movimento ortodontico mesiale dell’incisivo laterale seguito dalla mesializzazione di tutti i denti nello stesso segmento (per chiudere lo spazio dopo il reshaping del canino alla morfologia dell’incisivo laterale) alla fine risolve il problema dell’incisivo centrale mancante17. L’autotrapianto di un premolare in sviluppo per sostituire un incisivo può essere un’opzione di trattamento valida per fornire un sostituto naturale a quei pazienti che non hanno indicazioni per la chiusura ortodontica dello spazio18.
La Figura 3a presenta la radiografia panoramica di una paziente di 10 anni che ha perso l’incisivo centrale superiore di sinistra un mese prima. Il secondo premolare inferiore di sinistra in sviluppo è stato destinato alla sostituzione del dente mancante. Il sito ricevente presentava una cicatrice nel tessuto molle (Figura 3b) e un considerevole difetto osseo confermato dopo la preparazione di un lembo durante la chirurgia (Figura 3c).

3. a) Radiografia panoramica della paziente di 10 anni un mese dopo l’avulsione dell’incisivo centrale superiore di sinistra (freccia rossa). Il secondo premolare inferiore di sinistra (cerchio verde) ha una radice in sviluppo a metà della sua lunghezza. b) Immagine intraorale del tessuto cicatriziale prima della chirurgia. c) L’alveolo artificiale preparato per il dente donatore è stato parzialmente aperto sul sito labiale. d) Radiografia panoramica un mese dopo l’autotrapianto del dente 35 nella posizione dell’incisivo centrale superiore di sinistra perso (freccia verde). e) Tre mesi dopo, sulla radiografia intraorale si notava una parziale obliterazione della polpa e il restauro della lamina dura lungo la radice del trapianto.
3. a) Radiografia panoramica della paziente di 10 anni un mese dopo l’avulsione dell’incisivo centrale superiore di sinistra (freccia rossa). Il secondo premolare inferiore di sinistra (cerchio verde) ha una radice in sviluppo a metà della sua lunghezza. b) Immagine intraorale del tessuto cicatriziale prima della chirurgia. c) L’alveolo artificiale preparato per il dente donatore è stato parzialmente aperto sul sito labiale. d) Radiografia panoramica un mese dopo l’autotrapianto del dente 35 nella posizione dell’incisivo centrale superiore di sinistra perso (freccia verde). e) Tre mesi dopo, sulla radiografia intraorale si notava una parziale obliterazione della polpa e il restauro della lamina dura lungo la radice del trapianto.

Il premolare trapiantato è stato posizionato a livello delle radici dell’incisivo adiacente nell’alveolo artificiale che era stato sostanzialmente aperto nel sito labiale a causa di deiscenza ossea e preparazione chirurgica. Il trapianto è stato completamente coperto con un lembo mucoperiosteo dopo la sutura. Le Figure 3d-3e mostrano le radiografie eseguite rispettivamente un mese e tre mesi dopo la chirurgia. La radiografia intraorale rivelava un’obliterazione parziale della polpa, il che indicava una guarigione pulpare dopo la rivascolarizzazione. L’eruzione sopragengivale del trapianto è durata due anni e l’eruzione completa a contatto con i denti antagonisti si è estesa per almeno tre anni. Non si è fatto ricorso ad allineamento dei denti in quanto la paziente rifiutava il trattamento ortodontico. La corona del premolare trapiantato è stata ricostruita un anno dopo l’eruzione con composito, senza preparazione meccanica dello smalto. Dieci anni dopo la chirurgia, l’esame clinico del dente rivelava una mobilità normale, un contorno restaurato dell’alveolo e una gengiva marginale cheratinizzata sana (Figure 4a-4b). L’esame radiografico confermava la completa guarigione parodontale e pulpare. La guaina epiteliale radicolare del trapianto aveva continuato a svilupparsi, con il risultato di una significativa crescita della radice. A dieci anni dalla chirurgia, non vi erano segni di patologia nel sito del trapianto (Figure 4c-4d).

4. a) Vista intraorale delle arcate dieci anni dopo il trapianto del dente 35 per sostituire l’incisivo centrale superiore di sinistra avulso. b) Immagine occlusale dei denti frontali superiori. La freccia verde indica il contorno vestibolare restaurato dell’alveolo nel sito del trapianto. c) Radiografia panoramica dopo l’autotrapianto (la freccia indica il premolare trapiantato). d) Radiografia intraorale del premolare trapiantato eseguita dieci anni dopo la chirurgia che evidenzia l’obliterazione della polpa e lo sviluppo radicolare completo.
4. a) Vista intraorale delle arcate dieci anni dopo il trapianto del dente 35 per sostituire l’incisivo centrale superiore di sinistra avulso. b) Immagine occlusale dei denti frontali superiori. La freccia verde indica il contorno vestibolare restaurato dell’alveolo nel sito del trapianto. c) Radiografia panoramica dopo l’autotrapianto (la freccia indica il premolare trapiantato). d) Radiografia intraorale del premolare trapiantato eseguita dieci anni dopo la chirurgia che evidenzia l’obliterazione della polpa e lo sviluppo radicolare completo.

Conclusioni

Nei casi sopra descritti, l’autotrapianto di premolari in sviluppo ha permesso di sostituire i denti mancanti con denti naturali. Questo trattamento può essere applicato con successo in pazienti con premolari mancanti in modo congenito o incisivi superiori persi a causa di trauma, se sono presenti indicazioni chirurgiche e ortodontiche favorevoli. In pazienti con malocclusione di II Classe e agenesia dei secondi premolari inferiori, questo trattamento permette di mantenere la lunghezza normale dell’arcata inferiore ed evitare la sostituzione protesica dei denti mancanti. Se i denti anteriori mancanti non vengono rimpiazzati da sostituti, in grado di adattarsi ai cambiamenti della fase di crescita, può persistere o progredire un significativo riassorbimento dell’osso alveolare, mettendo a repentaglio la possibilità di impianto una volta terminata la crescita. Il paziente e i genitori dovrebbero essere informati delle possibili alternative di trattamento (tra cui l’ortodonzia e i restauri protesici permanenti e provvisori). Un aspetto importante di questo concetto di trattamento è la stretta collaborazione tra ortodontista, pedodontista e chirurgo. L’attento monitoraggio dopo la chirurgia fornisce importanti informazioni riguardo alla guarigione parodontale e pulpare. 

Corrispondenza/Correspondence
Pawel Plakwicz
ul. Gornoslaska 5/19
00-443 Varsavia, Polonia
info@plakwicz.com

Pawel Plakwicz1
Ewa Monika Czochrowska2
1Reparto di Parodontologia, Medical University of Warsaw, Polonia
2Reparto di Ortodonzia, Medical University of Warsaw, Polonia

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Aumento verticale di cresta con griglia in titanio e PDGF in una cresta con grave atrofia verticale Caso clinico

La progressione rapida nel campo dell’ingegneria tissutale a cui abbiamo assistito negli ultimi anni ha incrementato la predicibilità delle terapie rigenerative e ha aumentato, quindi, le possibili indicazioni della terapia implantare. Anche in caso di gravi atrofie crestali è possibile, grazie alla scelta di materiali e tecniche chirurgiche appropriate, ottenere rigenerazione ossea in modo relativamente semplice. Nel caso riportato, la terapia implantare è stata effettuata in combinazione con l’aumento verticale di cresta per ottenere riabilitazione occlusale in una cresta posteriore atrofica. Questo report metterà inoltre a confronto i materiali disponibili per la GBR.
Le tecniche di aumento di cresta hanno dato nuove indicazioni alla terapia implantare, portando diversi benefici clinici come il miglioramento del rapporto tra lunghezza dell’impianto e corona protesica, l’incremento della resa estetica e il raggiungimento di situazioni locali che permettano un ottimo mantenimento dell’igiene orale.
L’aumento verticale di cresta ossea può essere ottenuto con innesto di blocchi d’osso oppure con frattura chirurgica e conseguente osteogenesi. Tuttavia queste tecniche richiedono capacità chirurgiche elevate e rappresentano un peso psicologico e fisico non indifferente per il paziente. La rigenerazione ossea guidata (GBR), invece, è una procedura relativamente semplice dal punto di vista chirurgico e diminuisce il grado di stress sul paziente grazie all’utilizzo di biomateriali. Per ottenere l’aumento di cresta bisogna creare un’impalcatura (scaffold) che mantenga lo spazio da rigenerare necessario per la proliferazione e la differenziazione cellulare, in combinazione con fattori di crescita che inducano la formazione di nuovo osso. I sostituti ossei che fungono da scaffold possono essere osso autologo, allopastico, xenologo e materiali artificiali. Nonostante non vi siano dubbi sul fatto che l’osso autologo sia da considerare il gold standard, è importante tenere conto che il suo grado di riassorbimento è piuttosto elevato1,2. L’osso deproteinizzato di derivazione bovina (ABBM), invece, ha una capacità di riassorbimento ridotta, mantenendo più a lungo la forma del sito da rigenerare3.
Oltre a un buon materiale come sostituto osseo, per ottenere la rigenerazione di creste atrofiche è necessario avere una struttura che mantenga il materiale da innesto in situ e preservi la struttura tridimensionale dell’area da rigenerare. Un classico esempio di materiale che svolga questa funzione è la membrana in PTFE rinforzata in titanio, un prodotto con una gran capacità di mantenere nel tempo la sua forma e di fungere da barriera. Tuttavia, il posizionamento e la stabilizzazione della membrana non sono sempre semplici e un posizionamento non corretto può esitare in complicanze, quali ad esempio l’esposizione della membrana stessa4,5. L’utilizzo di griglie in titanio può sopperire ai difetti della membrana PTFE rinforzata in titanio, sia per quanto riguarda la maneggevolezza che il rischio di esposizioni6-9.
Il fattore di crescita di derivazione piastrinica, PDGF, è in grado di attivare la proliferazione e la migrazione delle cellule mesenchimali che si trovano nell’area di guarigione della ferita chirurgica, favorendo quindi la guarigione del lembo e dei tessuti. L’efficacia e la sicurezza di questo prodotto è già stata valutata nel campo della rigenerazione parodontale10,11. Sono presenti, inoltre, report che mostrano come sia possibile ottenere la ricostruzione tridimensionale di creste atrofiche combinandolo con innesti d’osso12-14.

Caso clinico

Una donna di 55 anni si è presentata all’osservazione riferendo dolore causato dalla riduzione della dimensione verticale posteriore. La paziente desiderava un trattamento con protesi fissa che potesse ridarle una superficie masticatoria bilaterale per le aree posteriori edentule della mandibola (da primo premolare a secondo molare in entrambe le emiarcate). Tutti i sestanti della mandibola presentavano riassorbimento della cresta ossea (Figura 1) e, in particolar modo, il quarto sestante presentava un grado di atrofia piuttosto elevato (Figura 2).

1. In entrambe le emiarcate si può osservare un evidente riassorbimento di cresta.
1. In entrambe le emiarcate si può osservare un evidente riassorbimento di cresta.

2. Il riassorbimento verticale nella zona posteriore sinistra è di particolare gravità.
2. Il riassorbimento verticale nella zona posteriore sinistra è di particolare gravità.

Grazie all’utilizzo di tecniche di tomografia computerizzata (CT) sono state analizzate tridimensionalmente la forma e la posizione dei nervi alveolari inferiori e dei forami mentonieri. Il forame di sinistra era posizionato a circa 2 mm dalla cresta, mentre il nervo alveolare si trovava a soli 5 mm dal margine coronale della stessa cresta. La terapia della zona inferiore di sinistra è stata effettuata con un approccio a più stadi.
La cresta edentula era piatta, praticamente a livello del fornice vestibolare e lo spessore della gengiva cheratinizzata era di soli 3 mm. È stata effettuata un’incisione sulla gengiva cheratinizzata e si è proceduto con lo scollamento dei tessuti in direzione apicale prestando grande attenzione all’area del forame mentoniero. È stata posizionata una vite di fissaggio per dare supporto alla griglia di titanio e prevenire un suo eventuale collasso (Figura 3).

3. È stata posizionata una vite di supporto per stabilizzare la membrana e impedirne il collasso.
3. È stata posizionata una vite di supporto per stabilizzare la membrana e impedirne il collasso.

La griglia di titanio è stata ritagliata e curvata perché si adattasse alla cresta ossea residua, mentre la forma tridimensionale per delimitare l’area da rigenerare è stata ricreata basandosi su uno stent chirurgico. Si è proceduto quindi raccogliendo osso autologo dal ramo della mandibola adiacente all’area chirurgica con un grattino da osso e mescolandolo con ABBM che era stato precedente immerso per 10 minuti in rfPDGF-BB. L’area sottostante la griglia di titanio è stata riempita con l’insieme di questi biomateriali e la griglia è stata fissata per mezzo di microviti (Figura 4).

4. La griglia in titanio è stata adattata e posizionata sulla cresta edentula.
4. La griglia in titanio è stata adattata e posizionata sulla cresta edentula.

Prima di procedere con la sutura sono state effettuate incisioni di rilascio per ottenere la chiusura del lembo senza tensioni. La guarigione è avvenuta senza complicanze quali paralisi, lacerazioni o infezioni e, 10 mesi dopo, sono stati posizionati gli impianti. La griglia di osteosintesi è stata rimossa; al di sotto è stato possibile osservare 1 mm circa di tessuto connettivo che ricopriva un’intera zona di tessuto duro, clinicamente sovrapponibile a osso neoformato (Figura 5).

5. La griglia in titanio è stata rimossa. Al di sotto di essa si può osservare formazione di nuovo tessuto duro, clinicamente sovrapponibile a osso.
5. La griglia in titanio è stata rimossa. Al di sotto di essa si può osservare formazione di nuovo tessuto duro, clinicamente sovrapponibile a osso.

Nel preparare con la fresa il sito osseo per il posizionamento dell’impianto l’operatore ha percepito una durezza paragonabile a osso. Con uno stent chirurgico sono stati inseriti impianti di lunghezza 15, 13, 11.5 e 10 mm nella posizione ideale. Nell’area del sesto inferiore è stato posizionato un impianto di 11.5 mm, testimoniando quindi l’aumento verticale di cresta avvenuto con circa 9 mm di tessuto osseo neoformato (Figura 6).

6. Impianti con lunghezza di 15, 13, 11.5 e 10 mm inseriti nella posizione ideale.

Il rientro chirurgico è stato effettuato a distanza di 7 mesi dal posizionamento degli impianti, a 17 mesi quindi dalla GBR. Per ottenere mucosa cheratinizzata intorno agli impianti la cresta alveolare è stata riposizionata apicalmente, spostando quindi la linea mucogengivale in direzione linguale e procedendo con un innesto di tessuto connettivale libero nel versante vestibolare. I canini su entrambi i lati presentavano recessione gengivale, l’innesto di tessuto connettivale quindi è stato sfruttato anche per ottenere la ricopertura radicolare degli elementi. Per identificare la corretta dimensione verticale è stata sfruttata una protesi provvisoria, le cui forme e dimensioni sono state poi trasferite nel manufatto protesico definitivo (Figura 7).

7. La sovrastruttura protesica con le corone in perfetta armonia con i denti naturali permette il raggiungimento del successo estetico e delle condizioni ideali per il mantenimento dell’igiene.
7. La sovrastruttura protesica con le corone in perfetta armonia con i denti naturali permette il raggiungimento del successo estetico e delle condizioni ideali per il mantenimento dell’igiene.

Le immagini tridimensionali ottenute con tecnica di tomografia computerizzata mostrano l’adeguata presenza di un tessuto radiograficamente sovrapponibile a osso in entrambi i lati (vestibolari e linguali) degli impianti.

Discussione

La griglia in titanio può essere modellata tridimensionalmente con relativa semplicità e, a dispetto delle membrane in PTFE, permette un più valido supporto vascolare al lembo mucoso, favorendo una miglior guarigione dei tessuti molli. Sembra inoltre che l’utilizzo di PDGF promuova una più rapida chiusura e guarigione della ferita, condizione di fondamentale importanza in rigenerazione tissutale. L’assenza di mobilità e la perfetta chiusura della ferita sono elementi basilari per la maturazione dell’area da rigenerare. In questo caso è stato sfruttato osso autologo in combinazione con un sostituto di derivazione bovina, ma è possibile impiegare solamente dei materiali sostitutivi ossei, riducendo al minimo l’invasività sul paziente. Grazie alla procedura di aumento di cresta è stato possibile ottenere forme delle corone protesiche che fossero in buona armonia con i denti naturali e ben integrate nella bocca del paziente. Il margine cervicale del manufatto protesico definitivo è stato posizionato in linea con quello dei denti naturali, prevenendo quindi la ritenzione di placca e permettendo al paziente di spazzolare con facilità, mantenendo un controllo adeguato dell’igiene orale.

Conclusioni

L’aumento di cresta in combinazione con la terapia implantare può portare a risultati soddisfacenti dal punto di vista estetico e di mantenimento dell’igiene orale, incrementando conseguentemente la predicibilità del successo implantare. Il supporto offerto dalla masticazione su impianti nei settori posteriori, inoltre, può favorire la stabilità a lungo termine dei denti naturali rimasti. Si può concludere affermando che l’utilizzo di una griglia in titanio in associazione con PDGF è un metodo clinicamente efficace per ottenere aumento di cresta ossea. 

Corrispondenza
Omotesando Dentall Office
1-4 jingumae6chome
Shibuya,Tokyo,Japan150-0001
yasuko@kyi.biglobe.ne.jp

Ringraziamenti
L’Autore desidera ringraziare il dottor Yoshihiro Ono per i commenti costruttivi e i suggerimenti su questo report clinico.
The Author would like to thank Dr. Yoshihiro Ono for his intuitive comments and suggestions on this report.

Yasuko Nemoto
Private Practice, Tokyo, Japan

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Design organico applicato ai restauri implanto-protesici

1. Perdita di osso e di tessuti molli dopo l’estrazione di un elemento dentario.

L’Accademia Americana di Parodontologia nelle sue linee guida definisce come scopo della terapia parodontale la preservazione della dentatura naturale, mantenendo e migliorando la salute parodontale, il comfort, l’estetica, la funzione, e sostituendo gli elementi mancanti (per esempio con impianti) quando indicato (1998).

La terapia implantare può essere considerata come parte integrante di quella parodontale; gli specialisti in parodontologia, infatti, stanno diventando sempre più del personale specializzato di riferimento per la terapia implantare in pazienti con o senza storia di malattia parodontale. La predicibilità del trattamento è piuttosto alta, anche quando si applicano protocolli di carico protesico immediato o precoce. I pazienti, quindi, non si sorprendono più del successo di questo tipo di trattamento e le aspettative sono al giorno d’oggi alte quanto lo è il grado di successo della terapia implantare.

2. Il complesso implanto-protesico è sviluppato basandosi sull’aumento orizzontale di cresta e sul posizionamento implantare.
2. Il complesso implanto-protesico è sviluppato basandosi sull’aumento orizzontale di cresta e sul posizionamento implantare.

Il focus della terapia implantare attuale non è più dunque il solo successo del piano di trattamento, ma anche, e soprattutto, il miglioramento continuo dei risultati estetici ottenibili. Sono stati introdotti nuovi materiali e disegni implantari, così come vari protocolli di carico e finalizzazione protesica con lo scopo di massimizzare la resa estetica del trattamento.

Lo scopo di questa pubblicazione è di sviluppare l’argomento dell’estetica implantare e suggerire protocolli protesici che possano supportare le scelte cliniche al fine di ottenere risultati eccellenti.

Odontoiatria estetica implantare

Il concetto di Odontoiatria estetica implantare non è stato mai definito con chiarezza, quindi in questa occasione si è deciso di darne una possibile definizione. L’Odontoiatria estetica implantare dovrebbe essere “il tentativo di dare un’apparenza estetica naturale a componenti artificiali, senza compromettere la salute dei tessuti perimplantari, la funzione o il successo a lungo termine”.

3. La ricostruzione finale garantisce una buona estetica, senza condizionare la capacità del paziente di controllare l’accumulo di placca batterica.
3. La ricostruzione finale garantisce una buona estetica, senza condizionare la capacità del paziente di controllare l’accumulo di placca batterica.

È fondamentale avere ben chiari questi obiettivi quando si pianifica il trattamento implanto-protesico, certe scelte infatti potrebbero dare risultati estetici soddisfacenti, ma non associati a uno stato di salute dei tessuti perimplantari. In questo caso porterebbero a una soluzione appagante solo nel breve periodo e non a un reale successo a lungo termine.

Fattori influenzanti l’estetica

Nel momento in cui un dente viene perso e sostituito per mezzo di impianto è indispensabile conoscere e valutare tutte le variabili da gestire nel piano di trattamento per ottenere il successo estetico-funzionale. Il primo fattore chiave da considerare è la quantità di osso alveolare residuo dopo l’estrazione dell’elemento. L’altezza o lo spessore inadeguato dell’osso rimanente, piuttosto che la presenza di osso alveolare di scarsa qualità, possono compromettere il posizionamento corretto dell’impianto e, conseguentemente, influire sul risultato clinico finale; i profili dei tessuti molli, inoltre, sono fortemente influenzati dall’osso alveolare residuo.

4. Incisivo centrale superiore di sinistra con evidente riassorbimento radicolare esterno.
4. Incisivo centrale superiore di sinistra con evidente riassorbimento radicolare esterno.

La corretta gestione dell’osso residuo non solo permetterà il miglior posizionamento dell’impianto dal punto di vista dell’angolazione e della lunghezza dello stesso, ma renderà possibile la correzione di eventuali deiscenze gengivali, la miglior gestione dell’anatomia coronale e, conseguentemente, il raggiungimento di un’estetica ottimale. Va considerato, tuttavia, che la possibilità di correggere difetti ossei è parzialmente limitata clinicamente.

Aumento di cresta

Nonostante la grande serie di casi clinici eccellenti pubblicati in letteratura, la correzione dei difetti ossei verticali è scarsamente predicibile e le conseguenze negative di una terapia insoddisfacente possono essere la creazione di difetti ossei e di profili di tessuti molli peggiori di quelli della situazione di partenza. Viceversa l’aumento orizzontale di cresta ossea può essere considerato un trattamento predicibile, da valutare e realizzare nel caso in cui si renda necessario per ottenere un’integrazione implantare ottimale.

5. Posizionamento implantare immediato e funzionalizzazione immediata con corona provvisoria, sfruttando i resti del dente estratto.
5. Posizionamento implantare immediato e funzionalizzazione immediata con corona provvisoria, sfruttando i resti del dente estratto.

La rigenerazione ossea è un processo biologico complesso; lo sviluppo del tessuto osseo, infatti, è decisamente più lento di quello degli altri tessuti1,2 e per questo motivo l’eccessivo sviluppo di tessuti molli può disturbare o impedire l’osteogenesi nei difetti ossei e nelle aree di guarigione post-chirurgiche. È ben definito in letteratura come lo sviluppo di nuovo osso sia promosso dal periostio e dalle cellule del midollo osseo con potenzialità osteogeniche3. Esistono diversi metodi per ottenere lo sviluppo osseo4,5: osteoinduzione (per mezzo di sostanze osteoinduttive), osteoconduzione (con innesti che fungono da impalcature per la formazione di nuovo osso), distrazione ossea (frattura ossea ottenuta in modo chirurgicamente guidato), innesti vitali (blocchi di osso provenienti da un sito donatore) e rigenerazione ossea guidata (spazio da rigenerare mantenuto da barriere per favorire la colonizzazione da parte di nuovo osso). La rigenerazione ossea dovrebbe essere finalizzata a ottimizzare il posizionamento implantare, piuttosto che alla correzione dei difetti estetici; i protocolli chirurgici quindi si basano sull’accettazione delle eventuali carenze estetiche, focalizzandosi invece sulla predicibilità dell’integrazione degli impianti che andranno posizionati per dare un supporto ottimale alla ricostruzione protesica. L’estetica sarà determinata invece dal disegno e dalla qualità del lavoro protesico, il quale a sua volta dipenderà da una complessa ricostruzione protesica ad appoggio implantare che potrebbe coinvolgere non solo i denti, ma anche parte dei tessuti molli o della cresta alveolare (Figura 1).

Complesso protesico

Il complesso implanto-protesico spesso risulta sovracontornato e ritentivo per la placca e i residui alimentari; il disegno della ricostruzione dovrebbe considerare le capacità del paziente di mantenere un’igiene orale adeguata (Figura 2).

6. Sedute di controllo post-operatorie a 14 e 120 giorni.
6. Sedute di controllo post-operatorie a 14 e 120 giorni.

Quando possibile, andrebbero preferite corone fissate per mezzo di viti, piuttosto che complessi protesici cementati. I tessuti perimplantari, infatti, oltre a essere protetti da eventuali reazioni dovute alla presenza di residui di cemento possono essere monitorati nel tempo, e trattati in caso di fenomeni infiammatori, semplicemente svitando il manufatto protesico (Figura 3).

Questa condizione è particolarmente importante nei pazienti con situazioni sistemiche che possano predisporre a complicazioni perimplantari (per esempio, fumo, diabete). Le patologie parodontali e perimplantari, infatti, sembrano essere prevalenti nei pazienti fumatori6. Studi scientifici hanno riportato una diminuzione del flusso sanguigno gengivale dovuto al consumo di sigarette7 e sottolineato come il fumo possa indurre un aumento di specie batteriche parodontopatogene a causa della minor presenza di ossigeno introdotto nel tessuto8. Inoltre, sia la chemiotassi che le capacità fagocitarie dei polimorfonucleati (PMNs) rilevate nei fumatori sono apparse inferiori a quanto evidenziato negli altri soggetti9 e anche per quanto riguarda le quantità di IgA, IgG, IgM e soppressori del CD8 i valori rilevati nei fumatori sono stati significativamente inferiori10. Queste differenze tra fumatori e non fumatori andrebbero considerate attentamente dagli operatori clinici prima di affrontare procedure chirurgiche o disegni protesici che potrebbero non favorire la salute6-8,10.

L’estetica ideale

Se le carenze estetiche, quindi, non andassero corrette chirurgicamente ma mascherate protesicamente, quand’è che si dovrebbe pianificare la corretta estetica implantare? La pianificazione corretta andrebbe effettuata prima dell’estrazione dell’elemento compromesso. Il raggiungimento dell’estetica ideale implantare va ricercato già quando l’elemento dentale, o quel che ne resta, è ancora presente in arcata. In media il 40-60% del volume osseo alveolare originario viene perso in seguito all’estrazione11-14 e la gran parte di questa atrofia sembra manifestarsi entro i primi due anni15-19.

7. Tessuti perimplantari preservati e maturati durante il periodo di guarigione e posizionamento di corona definitiva secondo la tecnica di design organico fissata per mezzo di vite (oro e zirconia).
7. Tessuti perimplantari preservati e maturati durante il periodo di guarigione e posizionamento di corona definitiva secondo la tecnica di design organico fissata per mezzo di vite (oro e zirconia).

Le carenze di cresta ossea alveolare sono associate a minor retenzione e stabilità di manufatti protesici rimovibili, compromissione estetica di ricostruzioni protesiche fisse e necessità di procedure di innesto osseo pre o post chiururgia implantare20. Il grado e il tipo di atrofia della cresta ossea variano in base alle diverse aree del cavo orale21,22: la parte anteriore del mascellare superiore, area che normalmente determina l’estetica complessiva del sorriso, può ridursi del 23% nei primi 6 mesi dopo la perdita dell’elemento e di un aggiuntivo 11% nei 5 anni successivi23.

L’atrofia si sviluppa invece principalmente in senso vestibolare nella zona posteriore della mandibola, esitando nello spostamento in direzione linguale della cresta residua23,24. La presenza di una cresta atrofica, oltre a influenzare negativamente la possibilità di posizionare gli impianti in modo corretto, compromette il risultato finale estetico-funzionale25.

Al fine di prevenire queste situazioni sono state suggerite diverse tecniche26-28; quelle che appaiono più condivise scientificamente sono il posizionamento implantare immediato e la preservazione di volume osseo con innesto nell’alveolo post-estrattivo29-31. Lo scopo di queste procedure è di mantenere la morfologia ossea della cresta per massimizzare i risultati sia estetici che funzionali.

Estrazione traumatica

La preservazione della cresta alveolare residua inizia nella fase estrattiva, che deve essere eseguita con cura e in modo atraumatico32. L’estrazione andrebbe pianificata attentamente, valutando l’anatomia radicolare per mezzo di supporti radiografici.

Dopo avere ottenuto l’anestesia locale della zona interessata, andrà eseguita un’incisione intrasulcurale con lama 15-C per sezionare l’apparato di supporto sopracrestale, composto da attacco epiteliale e connettivale alla superficie radicolare. L’utilizzo di strumenti affilati a questo scopo permette di minimizzare il trauma e la conseguente perdita di tessuto gengivale.

8. Protesi finale secondo la tecnica di design organico al momento dell’installazione.
8. Protesi finale secondo la tecnica di design organico al momento dell’installazione.

L’incisione andrà limitata al solo dente interessato, poiché la conservazione delle fibre di ancoraggio dei tessuti molli dei denti adiacenti è di sostanziale importanza nel mantenimento coronale del margine gengivale. Per recidere l’apparato di attacco sottocrestale verranno utilizzati dei periotomi; in una prima fase lo strumento servirà per completare la sezione delle fibre crestali del legamento parodontale (PDL), l’asse lunga della lama del periotomo dovrà essere angolata di circa 20° rispetto all’asse maggiore del dente per mantenerla localizzata sulla cresta ed evitare che scivoli apicalmente lesionando la gengiva. Lo strumento andrà mosso ripetutamente in senso mesio-distale sull’intera circonferenza del dente e, successivamente, spinto apicalmente all’interno del legamento parodontale verso l’apice radicolare. L’operazione andrà ripetuta fino a che non sarà possibile ottenere un buon grado di mobilità dell’elemento e l’utilizzo della pinza andrà evitato sino a che non si otterrà un grado di mobilità ottimale. In questo modo sarà possibile eseguire l’estrazione in modo atraumatico, evitando distorsioni e danneggiamenti all’osso alveolare33-35.

Dopo aver estratto il dente, l’alveolo dovrà essere curettato con attenzione per rimuovere tutti i detriti di tessuti molli eventualmente presenti. Il sanguinamento andrebbe stimolato nel caso in cui sia assente e in questo caso può aiutare il posizionamento immediato implantare; l’osteotomia di preparazione del sito, infatti, stimolerà il sanguinamento dalla porzione apicale dell’alveolo.

Il sanguinamento è fondamentale per ottenere un adeguato riempimento osseo dell’alveolo poiché il sangue contiene le proteine fondamentali e i fattori di crescita necessari per la guarigione dell’osso36-38. Per tutti questi motivi, quindi, il sanguinamento del sito estrattivo andrebbe favorito e non impedito. Queste procedure facilitano i fenomeni locali di accelerazione della guarigione (RAP, Regional Acceleratory Phenomena) che stimolano la produzione di nuovo osso e l’integrazione degli eventuali innesti39-41.

Posizionamento implantare immediato

È possibile posizionare gli impianti nella stessa seduta dell’estrazione; questa soluzione andrebbe considerata ogni qualvolta sia possibile mantenere l’alveolo intatto dopo l’estrazione. In caso di assenza o danno alla parete ossea vestibolare il posizionamento immediato è invece sconsigliato. La lunghezza dell’impianto influenza la stabilità primaria, mentre la larghezza determina il profilo di emergenza protesico finale. Le piattaforme implantari dovrebbero essere mediamente più strette di almeno 4 mm rispetto allo spazio mesio-distale protesico. Quando gli impianti risultano troppo ampi in relazione allo spazio protesico a disposizione, le ricostruzioni tendono a invadere in modo eccessivo gli spazi interdentali, impedendo la corretta ricostruzione estetica.

Funzionalizzazione immediata

Il posizionamento di una corona provvisoria posizionata immediatamente dopo la chirurgia implantare previene il collasso dei tessuti perimplantari. È consigliabile utilizzare la corona del dente stesso (quando possibile) poiché avrà già la forma adeguata e i profili che andranno poi riprodotti nella finalizzazione protesica. Le corone dovranno essere fissate per mezzo di viti per evitare la penetrazione di eventuali materiali contaminanti sull’impianto appena posizionato e nel coagulo.

9. Ricostruzione di design organico a 12 mesi dalla fine della terapia.
9. Ricostruzione di design organico a 12 mesi dalla fine della terapia.

L’elemento provvisorio andrà verificato dal punto di vista occlusale onde evitare ogni tipo di precontatto e i contatti di lateralità; si consiglia di ripetere la verifica dei contatti occlusali nel tempo. Prima di effettuare la ricostruzione protesica definitiva è consigliabile attendere almeno 4 mesi di guarigione. Passato questo lasso di tempo, l’osteointegrazione dovrebbe essere ormai completa, ma la maturazione definitiva dei tessuti molli può risultare più lenta; pertanto, una conclusione affrettata della protesizzazione definitiva potrebbe portare a risultati insoddisfacenti. Il posizionamento del provvisorio immediatamente dopo la chirurgia faciliterà l’accettazione da parte del paziente di un periodo di attesa maggiore prima della finalizzazione.

Il design organico

Il termine “design organico” deriva dal concetto di “architettura organica”, coniato dall’architetto Frank Lloyd Wright nel 1954. Il lavoro di Wright diede origine a un concetto di design basato su strutture artificiali che mimano la natura. I principi del design organico si applicano perfettamente all’Odontoiatria implantare, il cui scopo finale è, infatti, dare un’apparenza naturale a componenti artificiali. Il design organico va oltre il concetto del posizionamento di una corona che abbia una forma accettabile fissata su un moncone; il suo scopo, infatti, è quello di ricostituire la porzione di radice dentale che normalmente non è ripristinata da un impianto convenzionale con successiva ricostruzione protesica. È un concetto derivato dalla natura per ottenere la natura stessa. È noto come la forma, la posizione e l’angolazione del dente determinino i profili dei tessuti duri e molli. Partendo da questo concetto è possibile quindi guidare i tessuti mediante l’utilizzo di un provvisorio immediato durante le fasi di guarigione. Si cercherà di guidare la maturazione dell’osso e dei tessuti molli in modo naturale e, allo stesso modo, verranno scelti materiali altamente biocompatibili per permettere la stabilità a lungo termine della ricostruzione, favorendo la salute dei tessuti perimplantari.

10. Solco perimplantare 12 mesi dopo il posizionamento del definitivo secondo  la tecnica di design organico. Da osservare la stabilità e la salute dei tessuti molli.
10. Solco perimplantare 12 mesi dopo il posizionamento del definitivo secondo
la tecnica di design organico. Da osservare la stabilità e la salute dei tessuti molli.

La tecnica prevede lo sviluppo di un provvisorio che sia in grado di mimare l’anatomia tridimensionale del dente controlaterale, imitando con attenzione punti di contatto e spazi interdentali. La forma della corona definitiva sarà sviluppata a partire dai profili dei tessuti molli già presenti, senza applicare alcun tipo di pressione sulla gengiva. Lo scopo di questo approccio è di fornire supporto all’anatomia naturale piuttosto che influenzarla protesicamente e questo permetterà lo sviluppo e la crescita corretta dei tessuti molli. In seguito all’integrazione dell’impianto e alla maturazione del tessuto gengivale, verrà rilevata l’impronta con delle tecniche in grado di fornire al laboratorio odontotecnico una replica fedele dei tessuti. La corona definitiva dovrebbe inserirsi in modo passivo sul moncone implantare, senza causare pressione o ischemia. Verranno scelte ricostruzioni protesiche fissate per mezzo di viti e realizzate con materiali altamente biocompatibili come oro o zirconia per avere un’interfaccia ottimale con i tessuti molli ed evitare accumuli di placca, favorendo la salute perimplantare.

Conclusioni

Basandosi sui fattori precedentemente analizzati, è possibile affermare che l’estetica della ricostruzione protesica implantare dipende fortemente dal disegno protesico. Quando la pianificazione del trattamento è effettuata prima dell’estrazione è possibile condizionare correttamente tessuti duri e molli, ottenendo risultati estetici ottimali, con conseguenti garanzie positive dal punto di vista funzionale e igienico. 

Corrispondenza/Correspondence
Rodrigo Neiva
Department of Periodontology
University of Florida - College of Dentistry
Tel. +1 (352) 273-7881
rneiva@dental.ufl.edu

Rodrigo F. Neiva1
Ivan Rudek2
1Dipartimento di Parodontologia, College of Dentistry,
University of Florida, Gainesville, FL, USA
2Reparto di Parodontologia & Medicina Orale, Scuola di Odontoiatria, University of Michigan, Ann Arbor, MI, USA

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