Gli impianti dentali possono essere considerati come una delle principali innovazioni nella moderna Odontoiatria. Con il miglioramento della metodologia e della tecnologia, il successo di queste procedure ha dimostrato di essere altamente predicibile e positivo1,2. Quando i denti e l’osso di supporto sono andati persi prima dell’inserimento di un impianto, diversi materiali e tecniche permettono di ripristinare il supporto osseo mancante. L’innesto osseo avanzato, con l’intento di ricostruire le strutture ossee perse, ha dimostrato risultati di successo con elevate percentuali di sopravvivenza degli impianti3,4. Anche se l’innesto avviene con successo, possono verificarsi delle complicanze che causano problemi non solo al clinico ma anche al paziente.
Il caso clinico che segue riporta una complicanza dopo l’uso di un innesto a blocco monocorticale di tipo onlay con successivo inserimento implantare e come abbiamo gestito questa spiacevole complicazione.
Presentazione del caso
Una paziente donna caucasica si è presentata nel nostro studio lamentando un dolore da moderato a grave nell’area intorno ai denti mascellari da 13 a 15. La storia odontoiatrica della paziente in quel sito rivelava la formazione multipla di ascessi a carico dei denti trattati endodonticamente 13-15 con successiva estrazione. Era stata inserita in uno studio di ricerca presso la University of Michigan, Reparto di Parodontologia e Medicina orale, che prevedeva l’uso di un autoinnesto a blocco dalla sinfisi mandibolare e successivo posizionamento implantare e restauro al momento della corretta guarigione. I parametri clinici erano nei limiti della norma e sia la gengiva marginale sia la mucosa apparivano sane. Gli impianti erano stabili, non mobili e non vi erano segni di perimplantite. Si osservava una lieve recessione a carico del dente 15 di 1 mm, che esponeva il collo lucido dell’impianto. Per la valutazione radiografica, sono state eseguite due radiografie periapicali, una con la tecnica del cono parallelo e la seconda da un’angolazione eccentrica distale. La valutazione e il confronto con le vecchie radiografie mostravano la presenza di una radiotrasparenza ben circoscritta con un nucleo centrale radiopaco. Quando le radiografie sono state confrontate con quelle precedenti all’innesto a blocco, è stato possibile confermare la presenza di radiotrasparenza. Si è stabilita la diagnosi di apice radicolare ritenuto prima dell’innesto osseo, con esacerbazione acuta. In Figura 1 è riportato l’autoinnesto a blocco dalla sinfisi mandibolare e il fissaggio.
2. La quantità d’osso ottenuta dopo l’innesto monocorticale al momento dell’inserimento degli impianti.
La paziente aveva bisogno di tempo per valutare la sua situazione, ma dopo un mese il livello di dolore era diventato insopportabile e quindi si è ripresentata da noi per il trattamento. Alla paziente è stata spiegata la necessità di intervento con successiva rimozione della punta radicolare. Le sono stati illustrati i rischi e i vantaggi della procedura, sottolineando il possibile risultato estetico insoddisfacente dei tessuti molli. Al fine di evitare la recessione di questi ultimi sugli aspetti buccali degli impianti, è stato pianificato un innesto di tessuto connettivo sub-epiteliale contemporaneamente alla rimozione della punta radicolare. Alla preparazione e allo scollamento del lembo, il sito chirurgico presentava una perdita quasi completa dell’osso di supporto sull’aspetto buccale degli impianti 13 e 15 (Figura 4).
3. Radiografia iniziale.
La punta radicolare è stata recuperata e rimossa senza sacrificare ulteriore osso di supporto intorno agli impianti. La situazione è stata spiegata alla paziente e si è fatto un tentativo di rigenerazione ossea al posto dell’innesto di tessuto molle pianificato. Sono state discusse opzioni alternative, tra cui l’assenza di trattamento o la rimozione degli impianti e GBR.
La paziente concordava con il tentativo della terapia di recupero proposta. Le superfici implantari sono state decontaminate con Tetraciclina miscelata con soluzione salina sterile, con applicazione di 3 minuti per 3 volte e successivo risciacquo per 20 secondi con salina sterile. Sono state eseguite perforazioni nel midollo osseo intorno all’area degli impianti, per permettere la possibilità di migrazione delle cellule e dei fattori di crescita nell’area innestata. Quindi, è stata eseguita una Sandwich Bone Augmentation (SBA) che consiste nella stratificazione di particelle di alloinnesto spongioso verso la superficie dell’impianto e particelle di corticale verso la superficie esterna (Figura 5) (Puros cancellous and cortical particles, Zimmer Dental, Carlsbad CA).L’incremento è stato protetto con una membrana di collagene per ritardare la migrazione epiteliale e promuovere la chiusura della ferita (BioMend 20x30 mm, Zimmer Dental, Carlsbad CA). Il lembo è stato rilasciato mediante un design di lembo mucogengivale a tasca con incisioni di rilascio periostali e suture coronali con chiusura priva di tensione sopra l’innesto e la membrana5.
4. Recupero della punta radicolare.
Il lembo è stato suturato con una combinazione di fili a sutura non riassorbibili e riassorbibili Vicryl®. Le istruzioni post-operatorie sono state impartite verbalmente e per iscritto. Il regime post-operatorio includeva Amoxicillina 500 mg 3x/die per 10 giorni, Clorexidina (per es., Peridex) 2x/die per 14 giorni, Ibuprofen 600 mg 3x/die per 3-4 giorni e Vicodin ogni 6 ore se necessario. La paziente è stata visitata ogni due settimane per il primo mese per un attento monitoraggio e per la profilassi orale e poi ogni mese fino alla valutazione a 6 mesi. A partire dalla valutazione post-operatoria a 2 settimane, si osservava una perdita verticale di tessuto molle, con esposizione di circa 3 mm del collo dell’impianto su 13 e di 2 mm su 15, che rimaneva stabile nei successivi follow-up da 1 mese a 6 mesi (Figura 7).Dato che la paziente era preoccupata dell’aspetto estetico sul dente 13 e dell’aumentato permanere di residui di cibo nell’area del pontic, è stata selezionata per partecipare a un altro studio di ricerca nel tentativo di ricoprire le mancanze di tessuto molle e aumentare lo spessore del tessuto intorno all’impianto 13 e nell’area del pontic.
5. SBA.
È stata successivamente trattata con ADM (AlloDerm, BioHorizon, Birmingham, AL) e un lembo coronale avanzato al fine di cercare di coprire le superfici radicolari esposte e incrementare l’area del pontic. I risultati di questa seconda correzione al momento sono ancora in valutazione. Dato che erano disponibili le immagini del tentativo di copertura dell’impianto 13, sono state incluse in questa presentazione. Come si può vedere in Figura 6, la GBR è stata in grado di coprire circa i 2/3 della superficie implantare precedentemente esposta, il che spiega la natura della parziale recessione clinica vista dopo il trattamento. Quindi, si può concludere che la GBR è stata in grado di ritenere gli impianti e di rigenerare parzialmente il supporto osseo perso intorno ai medesimi. L’estetica del tessuto molle è stata considerata accettabile per il mantenimento degli impianti e delle protesi.
Discussione e revisione della letteratura
L’innesto osseo avanzato prima del posizionamento di impianti è una pratica comune in Odontoiatria. Gli autoinnesti a blocco di tipo onlay sono ampiamente utilizzati al fine di ottenere una migliore rigenerazione ossea nella cavità orale. Misch nel 1992 pubblicò un report iniziale, descrivendo la tecnica6. L’incisione usata era mucosale e gli Autori concludevano che l’innesto a sinfisi mandibolare era una valida opzione per ottenere un incremento di cresta. A causa della maggior morbilità e delle complicanze sensorie, Misch et al. hanno pubblicato un’opzione alternativa per gli innesti di blocchi intraorali, usando il ramo della mandibola come sito donatore7. In questo caso si osservava una minor morbilità post-operatoria, ma le dimensioni inferiori dell’innesto e la difficoltà di accesso erano tra le sfide che i clinici dovevano affrontare.
6. Rivalutazione del 13.
Tra le complicanze post-operatorie più comuni associate all’innesto dalla sinfisi mandibolare vi sono i problemi di sensibilità nei tessuti molli del mento e una minore estensione nel labbro inferiore e nei denti, ma questo non sembrava influenzare la vita quotidiana del paziente8. Una revisione pubblicata da Gapski et al. proponeva tre diversi approcci di incisione per l’area della sinfisi mandibolare: intrasulculare, gengiva aderente e incisioni mucosali. Erano discussi anche i vantaggi e gli svantaggi9. La guarigione degli innesti a blocco di tipo onlay è stata descritta come un processo chiamato “creeping substitution”10, che descrive la sostituzione dell’osso necrotico con osso vitale. Gli innesti di blocchi spongiosi hanno dimostrato una rapida rivascolarizzazione entro 2-4 settimane dal posizionamento. Al contrario, i blocchi onlay monocorticali hanno mostrato una sostituzione inversa, con una vascolarizzazione più lenta di 1-2 mesi11. Inoltre, è stato possibile dimostrare che per diversi anni dopo la procedura persistono aree necrotiche nell’osso vitale11. Quindi, potrebbe essere che queste aree necrotiche nell’osso vitale abbiano un potenziale effetto negativo sulla velocità di riassorbimento degli innesti onlay monocorticali. In altre parole, le aree necrotiche potrebbero indurre un’ulteriore perdita ossea anche dopo anni di incorporazione dell’innesto avvenuta con successo, e ciò potrebbe essere il fattore che ha causato il riassorbimento del blocco osseo che si è verificato in questo caso. A causa delle maggiori complicanze post-operatorie, sono stati proposti e ampiamente accettati margini di sicurezza per l’innesto da sinfisi mandibolare per una procedura sicura12. Grazie alle tecniche migliorate della GBR convenzionale, i casi con utilizzo di innesto di blocco autogeno sono drasticamente diminuiti negli ultimi dieci anni.
7. Follow up a 6 mesi.
Wang et al. hanno proposto per primi la Sandwich Bone Augmentation (SBA) nel 2004, riportando in una serie di casi un guadagno medio di osso di 10.5 mm13. Secondo gli Autori, le indicazioni erano i difetti orizzontali della cresta alveolare, i difetti di deiscenza/fenestrazione della cresta alveolare, l’incremento della cresta alveolare e il posizionamento immediato di impianti. Byun et al. hanno applicato la SBA con rh-PDGF in un caso di fenestrazione implantare, dimostrando la completa guarigione nel sito del difetto14. Lo stesso gruppo di ricerca ha valutato l’effetto delle membrane riassorbibili sulla SBA15. I risultati indicano che il guadagno osseo orizzontale medio è significativamente maggiore nei gruppi con membrana rispetto al gruppo controllo senza membrana. L’esposizione impianto/membrana ha portato a una significativa perdita di altezza ossea. Questo caso clinico documenta l’efficacia della SBA nella rigenerazione dell’osso di supporto implantare perso. Questa può essere applicata come una tecnica sicura e predicibile, a patto che il posizionamento dell’impianto sia adeguato per la rigenerazione ossea. Il fatto che si sia verificata una parziale recessione può potenzialmente essere attribuito alla necessità di utilizzo di una guarigione non sommersa che espone la parti più coronali alla cavità orale. Gli ulteriori risultati del successivo tentativo di correggere le discrepanze del tessuto molle devono ancora pervenire, ma il tentativo di salvare gli impianti, che era la preoccupazione principale della paziente, ha avuto successo. Questo caso evidenzia anche l’importanza di una pianificazione del trattamento adeguata e accurata, così che il soggetto non debba sottoporsi a diverse terapie di recupero. In conclusione, questo caso indica che, dopo il carico, l’innesto a blocco di osso autogeno può riassorbirsi nel tempo.
La tecnica Sandwich che utilizza un approccio di innesto a strati può essere utilizzata in modo predicibile per rigenerare l’osso di supporto perso intorno agli impianti dentali. Sono necessari studi più ampi con un campione maggiore per validare questi risultati.
Ringraziamenti/Acknowledgments Questo lavoro è stato parzialmente supportato dall’University of Michigan Periodontal Graduate Student Research Fund.
This paper was partially supported by the University of Michigan Periodontal Graduate Student Research Fund.
Corrispondenza/Correspondence Hom-Lay Wang Department of Periodontics and Oral Medicine University of Michigan, School of Dentistry 1101 N. University, Ann Arbor, MI 48109-1078 Tel. 734-763-3383
Victor Thomas Mueller1 Hom-Lay Wang2 1Resident, Specialista in Parodontologia, Scuola di Odontoiatria, University of Michigan, Ann Arbor, MI, USA 2Professore e Direttore del Corso di Parodontologia,
Reparto di Parodontologia & Medicina Orale, Scuola di Odontoiatria, University of Michigan, Ann Arbor, MI, USA
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L’estetica e l’odontoiatria minimamente invasiva sono i due principali argomenti di discussione della moderna odontoiatria restaurativa. Le tecniche minimamente invasive rivestono sempre più un ruolo importante nell’aiutare gli odontoiatri che si occupano di restaurativa a ottenere un’estetica eccellente e una funzionalità predicibile per i nostri pazienti.
1. Paziente di 16 anni, con sorriso molto timido.
Quando si parla di odontoiatria minimante invasiva, non ci si riferisce più ai sigillanti per fessure. L’odontoiatria adesiva, con lo sviluppo dei moderni sistemi compositi estetici, significa una rimozione minima o addirittura nulla – se non è necessario - di struttura dentale. Questo permette agli odontoiatri che si occupano di restaurativa di sviluppare restauri funzionali e dall’aspetto naturale, sia nella regione anteriore sia in quella posteriore.
Ora possiamo imitare la natura, con il suo complesso sistema di colore, e i denti naturali con le loro caratteristiche incorporando non solo il colore giusto (tinta, croma e valore), ma anche opacità, traslucenza, opalescenza e fluorescenza nei restauri. Ora siamo in grado persino di determinare “l’età” del dente, sia esso giovane o vecchio, dal croma, dalla texture di superficie e dall’aspetto dello smalto nel bordo incisale.
D’altra parte, da un punto di vista di prevenzione delle malattie, l’uso di tecniche micro-invasive come Caries-Infiltration1 permetterà al clinico un controllo più efficace della progressione della carie. Ora possiamo attivamente “trattare” la carie iniziale o incipiente invece che affidarci solamente ai mezzi chimici come la terapia con fluoro o usando CPP-ACP (caseina fosfopeptide-fosfato di calcio amorfo). In effetti, è stato dimostrato che l’uso combinato di Caries-Infiltration e della terapia con fluoro può essere più significativamente efficace nel controllo della progressione delle lesioni cariose prossimali2.
Caries-infiltration viene utilizzato anche per trattare lesioni da macchie bianche nella regione anteriore3. Nel seguente caso clinico, mostreremo come l’uso delle succitate tecniche minimante invasive può risolvere i problemi estetici e funzionali dei pazienti.
Situazione clinica
La paziente, Tina (Figura 1), al momento del trattamento era una giovane donna di 16 anni (2009). Aveva paura a sorridere a causa della decolorazione dei suoi denti. Fin da bambina, Tina era in cura da un dentista. Il controllo della placca era scarso ed era incline alla carie (Figure 2-2a). Il suo desiderio era migliorare il sorriso.
L’esame clinico e radiografico (Figure 3-3b) mostrava che Tina aveva un moderato affollamento con cross-bite nella regione anteriore. Aveva anche carie attive. Il suo controllo della placca era scarso. Dopo un’attenta valutazione estetica e funzionale, è stato tracciato un piano di trattamento da far valutare a Tina e ai suoi genitori che prevedeva:
controllo e mantenimento dell’igiene orale;
restauro delle otturazioni difettose e delle carie;
infiltrazione delle carie incipienti;
ortodonzia;
ampi restauri in ceramica a copertura totale o parziale;
mantenimento.
Tina era ben consapevole della gravità dei suoi problemi dentali e anche i suoi genitori che si sono impegnati a restituirle il sorriso. Per restaurare i denti anteriori di Tina era necessario un composito micro-ibrido nanoriempito per la sua resistenza e lucidabilità, con un’ampia gamma di tinte e opacità. È stato scelto Esthet-X HD.
Protocollo di preparazione
Dopo il controllo dell’igiene orale, sono state rimosse le vecchie otturazioni incongrue di Tina e le lesioni cariose nella regione anteriore.
Situazione clinica pre-operatoria.
Prima di ciò, è stata realizzata una matrice in silicone sulla base del modello con ceratura. Il danno agli incisivi laterali erano estesi, ma lo stato della polpa era vitale. È stato realizzato un design per faccetta modificato. I denti anteriori sono stati ricostruiti con una tecnica di stratificazione policromatica con composito4-5 usando la matrice in silicone (Figure 4-6).
Protocollo di build-up
La matrice in silicone ha guidato il build-up della forma palatale dei contorni funzionali dei denti anteriori, soprattutto di quelli laterali (Figura 7).
Mordenzando con acido fosforico al 35% (smalto, non meno di 15 secondi, e dentina, non più di 15 secondi), è stato applicato l’adesivo XP Bond e fotopolimerizzato per 20 secondi. Per primo è stato applicato Esthet-X HD A2-O per realizzare il croma più profondo del nucleo di dentina e delle superfici prossimali. Esthet-X HD A1 è stato impiegato per ricostruire il contorno della dentina fino al terzo incisale. È stato utilizzato anche per replicare i contorni dei mamelloni (Figure 8-9). Sono stati applicati dei caratterizzatori (Kolor Plus, Kerr) per replicare le macchia di ipocalcificazione presenti nella struttura di smalto naturale. Sono stati utilizzati con moderazione caratterizzatori blu nel terzo incisale (Figura 10).
9. Applicazione di Esthet-X HD (A1). Build-up della dentina e dei mamelloni.
È stato quindi applicato Esthet-X HD CE per ricostruire completamente il dente (Figura 11). I denti sono stati quindi contornati e rifiniti con frese in carburo di tungsteno (Comet), strisce in plastica (3M), dischi (Ivoclar) (Figura 12). I restanti denti anteriori sono stati ricostruiti secondo la mascherina degli incisivi centrali.
La rifinitura finale e la lucidatura sono state eseguite durante la visita successiva, quando nei restauri sono state incorporate l’anatomia secondaria e la texture di superficie (Figura 13). Il controllo a 3 e 6 mesi dei restauri completati mostravano una buona forma e l’integrazione del colore, con un responso sano del tessuto molle (Figura 14).
13. Completamento del build-up, contorno e rifinitura. Anatomia secondaria e texture di superficie.
Infiltrazione delle carie incipienti
Questa tecnica prevede l’erosione della superficie dentale con lesioni cariose e si ottiene con acido (in questo caso idrofluoridrico al 15%). Dopo l’asciugatura della lesione, un’infiltrante fotopolimerizzabile penetra in quest’ultima. Questo avviene con un’azione capillare nell’ambito delle superfici di smalto mordenzate. Questo permette alle cavità non cavitate di essere trattate “attivamente” senza usare frese e virtualmente senza dolore. È stato utilizzato ICON (di DMG), Caries Infiltration kit per superfici prossimali per “riempire” in modo micro-invasivo nei denti non strumentati di Tina. I dettagli dell’uso di ICON Caries Infiltration non vengono presentati in questo caso clinico. Un attento monitoraggio dello stato della carie ogni 3 mesi ha rilevato una situazione clinica stabile.
14. Il controllo a sei mesi ha mostrato una buona forma e l’integrazione del colore, con un responso sano del tessuto molle.
Questi estesi restauri diretti, i denti infiltrati per la carie e l’igiene generale di Tina sono stati monitorati attentamente. Durante la visita più recente nel 2011 (Figura 15), sono state notate macchie sulla superficie interdentale del #22 e anche un’usura nei bordi incisali degli incisivi. Però i restauri erano in buone condizioni e la salute dei tessuti molli era eccellente.
Conclusioni
L’uso delle tecniche minimamente invasive come l’adesione diretta ha permesso una preparazione minima dei denti e la massima conservazione della struttura dentale sana, permettendo al clinico di aiutare la paziente a “mettere in banca” i denti per il futuro.
15. Il controllo a due anni ha evidenziato piccole macchie e segni di usura sul 22. Il colore era stabile e la salute dei tessuti molli eccellente.
Nello stesso tempo, la tecnica è anche molto estetica e funzionale. La nuova tecnica di infiltrazione della carie elimina l’approccio “aspetta e vedi” e fornisce potenzialmente uno strumento efficace che i dentisti possono usare per “trattare” attivamente le lesioni cariose non cavitate, senza usare frese.
Attualmente, Tina sta pianificando il suo trattamento con l’ortodontista per quando avrà finito gli studi. Ancora più importante, ha capito gli sforzi per ringiovanire il suo sorriso ed è quindi molto motivata a mantenerlo nel miglior modo possibile.
Bruce Lee Dental Surgeon Clinical Director T32 Dental Centre President Aesthetic Dentistry Society Singapore Chairman Singapore Academy of Oral Rehabilitation
and Implantology (SAORI) “Aesthetic, Implant & Restorative Dentistry” www.t32dental.com
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1-1a. Collimazione rettangolare di JADRAD per imaging anteriore e posteriore.
La collimazione rettangolare è stata raccomandata dall’American Dental Association (ADA), dal National Council on Radiation Protection and Measurement (NCRP) e dall’International Council on Radiation Protection (ICRP) per l’utilizzo in radiografia intraorale al fine di ridurre significativamente l’esposizione del paziente alle radiazioni ionizzanti1-4. Sono disponibili diversi strumenti di collimazione rettangolare al fine di ridurre significativamente l’esposizione del paziente alle radiazioni5-7. Però, la riduzione di dose dovuta alla diminuzione dell’area di superficie esposta alla radiazione primaria non è stata valutata per questo tipo di dispositivi. La tecnologia OSL (Optically stimulated dosimetry) ha dimostrato di avere una sensibilità superiore del 10-20% rispetto ai dosimetri termoluminescenti (TLD) per una gamma di dose più bassa8-10.
I dosimetri InLight OSL NanoDot misurano l’esposizione alle radiazioni mediante detettori in ossido di alluminio.
La quantità di luce rilasciata alla stimolazione del detettore da un dispositivo LED è direttamente proporzionale alla dose di radiazioni a cui il detettore è stato esposto.
Uno dei problemi della collimazione rettangolare è il verificarsi di tagli strumentali spesso dovuti a piccoli errori nell’angolazione verticale o nel posizionamento del recettore d’immagine. Lo JADRAD Dental X-Ray Shieldè un sistema di collimazione rettangolare sviluppato per facilitare il corretto allineamento tra recettore e sorgente. Lo JADRAD sembra facile da integrare nel sistema di posizionamento RINN XCP X-Ray, con lo schermo che sostituisce gli anelli centratori. Questo dispositivo di collimazione rettangolare permette una precisa geometria di proiezione e l’impugnatura (Figure 1-1a) permette al paziente di supportare il dispositivo, facilitando l’accurato posizionamento.
Le Figure 2 e 3 mostrano il rapporto tra PID RINN e JADRAD e il posizionamento di JADRAD su un fantoccio DXTRR con simulazione di una reale esposizione del paziente.
2. Rapporto del PID circolare RINN con il dispositivo JADRAD rettangolare.3. Posizionamento del dispositivo JADRAD sul fantoccio DXTRR per l’imaging bitewing.
Lo scopo di questo progetto è quello di misurare le radiazioni al paziente con i due sistemi di collimazione applicati alPID RINN per l’imaging intraorale: il Position Indicating Device (PID) RINN con collimazione circolare e lo JADRAD Dental X-Ray Shield con collimazione rettangolare.
Materiali e metodi
Le misurazioni delle dosi sono state ottenute con un radiografico intraorale Gendex 770 (Gendex Dental Systems, Lake Zurich, IL) con le seguenti impostazioni: 70 kVP, 7 mA, 3 impulsi, usando InLight Nano Dosimeters (OSL) (Landauer, Glenwood, IL) e con cartoncini ritagliati 1:1 di entrambi i collimatori rettangolare e circolare (Figure 4-4a).
44-4a. Punti di campionatura sul cartoncino per i collimatori rettangolare e circolare.
L’esposizione alle radiazioni è stata misurata in 13 punti campione, 5 all’interno del perimetro del collimatore rettangolare, 4 all’interno del perimetro del collimatore circolare e 4 fuori dal perimetro del collimatore circolare. Questa disposizione degli OSL ha assicurato il posizionamento preciso dei dosimetri in relazione con il raggio collimato. Tutte le esposizioni sono state ripetute tre volte e lette con un Landauer MicroStar Reader calibrato.
Risultati
Il dispositivo JADRAD ha ridotto la dose all’area di superficie della pelle di quasi il 50% rispetto al dispositivo RINN. I risultati della dosimetria OSL (Figura 5, Tabella 1) hanno indicato che al raggio centrale (punto 1), il collimatore rettangolare riduceva l’esposizione alle radiazioni del 14%.
5. Dosi di radiazione misurate nei 13 punti di raccolta con il collimatore rettangolare (JADRAD) e quello circolare (RINN).
Nella periferia interna del collimatore circolare (punti 2-5), la riduzione totale della dose era del 42.9%, mentre nei punti 6-9 (al di fuori del dispositivo RINN) la riduzione totale della dose era del 9.6%. Fuori dal centro, i punti10-13, la riduzione totale della dose era del 16%.
Discussione
L’esposizione alle radiazioni nel centro del campo di radiazioni utili (punto 1) era di 50.46 mR per la collimazione cilindrica e 43.39 mR con il collimatore rettangolare JADRAD. La differenza probabilmente è dovuta alla riduzione della radiazione dispersa quando si utilizza il collimatore rettangolare. Una supposizione simile si può fare per le differenze nei due metodi di collimazione per i punti 10-13. Nella periferia interna del dispositivo RINN l’esposizione media nei punti 2-5 era di 36.5 mR per la collimazione cilindrica, mentre per quella rettangolare era in media di 20.9 mR. Le esposizioni alle radiazioni nella periferia esterna, punti 6-9, era di 20.4 mR per la collimazione cilindrica e 18.4 mR per la collimazione rettangolare. Entrambi i risultati indicano un’efficiente schermatura nei confronti dell’esposizione alle radiazioni quando si utilizza la collimazione rettangolare.
Conclusioni
I nostri dati indicano che il dispositivo JADRAD ha ridotto significativamente la dose all’area di superficie della pelle, riducendo solo minimamente l’esposizione all’area del recettore d’immagine. I dosimetri NanoDot hanno un livello di sensibilità alto alle dosi di radiazioni basse qui misurate e le letture dei campioni sono rapide e facili.
Ringraziamenti Gli Autori ringraziano JADRAD per il collimatore rettangolare e Landauer, Inc. per la fornitura degli OSLs utilizzati in questo studio.
Corrispondenza Arthur D. Goren 217 Altessa Blvd. Melville, New York 11747
Arthur D. Goren1,2 Nameeta Gupta3 Dan C. Colosi2 1Reparto di Cariologia e trattamento globale, New York University College of Dentistry, New York, NY 2Reparto di Protesi e tecnologia digitale, Stony Brook University School of Dental Medicine, Stony Brook, NY 3Stony Brook University, Stony Brook, NY
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1. Il grafico mostra la decrescita della stabilità meccanica (primaria) nelle prime settimane, mentre la stabilità biologica (secondaria) cresce progressivamente.
La stabilità totale mostra un calo fisiologico intorno alla 3-4a settimana.
Riassunto
Nel presente lavoro vengono descritti dei protocolli operativi per poter affrontare con sufficiente sicurezza casi clinici avanzati, come il carico immediato, la rigenerazione ossea guidata (GBR) e il trattamento dei siti post estrattivi immediati. Oggi possediamo molte tecniche per potere trattare tali situazioni ma forse è necessario, in base alla letteratura scientifica, tracciare delle linee guida che possano orientare l’operatore verso un trattamento il più possibile prevedibile. Particolare enfasi viene dedicata alla Frequenza di Risonanza, uno strumento di grande ausilio in situazioni a rischio e capace di monitorare le condizioni di stabilità implantare in qualsiasi fase del trattamento.
Summary
The present work introduces clinical protocols designed to treat, with enough confidence, advanced clinical cases, such as immediate loading, guided bone regeneration (GBR) and immediate extraction sites. Today we have many techniques for dealing with such challenging situations but perhaps it is necessary, according to the literature, draw guidelines to help the operator toward a treatment as predictable as possible. Particular emphasis is given to the Resonance Frequency Analysis, an instrument of utmost importance in risk situations and able to monitor the conditions of implant stability at any stage of treatment.
Carico immediato
Il protocollo originale di implantologia osteointegrata, redatto dal professor Brånemark alcuni decenni fa, prevedeva un periodo di guarigione di 3-6 mesi durante i quali l’impianto doveva rimanere in ambiente sommerso allo scopo di evitare ogni trauma nella fase guarigione. Negli anni successivi alcuni ricercatori osservarono che il processo di osteintegrazione poteva avvenire anche in ambiente transmucoso, l’abutment veniva direttamente connesso all’impianto al momento della sua installazione1-3, limitando la chirurgia a un’unica fase. Un ulteriore sviluppo della procedura implantare è stata realizzato agli inizi degli anni ’90, quando alcuni clinici iniziarono a caricare immediatamente impianti posizionati nella sinfisi mentoniera, ottenendo risultati clinici sorprendenti4,5. Naturalmente la sinfisi mentoniera rappresenta la zona più prevedibile per eseguire il carico immediato, sia per la quantità che per la qualità dell’osso. Nelle altre aree dei mascellari la quantità e la qualità dell’osso erano meno favorevoli, e infatti inizialmente queste zone davano dei risultati meno soddisfacenti. Per poter estendere il carico immediato anche alle zone con osso più soffice è stato necessario comprendere i fattori e i prerequisiti che stavano alla base della metodica. Il fattore principale nel carico immediato è rappresentato dalla stabilità implantare nell’osso, che può essere di tipo primario o secondario:
stabilità primaria. È la stabilità meccanica dell’impianto ottenibile al momento dell’inserzione e dipende da alcuni fattori:
tecnica chirurgica. Il sito chirurgico può essere sottopreparato per ottenere un maggiore ingaggio al momento dell’inserzione6,
geometria dell’impianto. Una forma conica dell’impianto aumenta considerevolmente la stabilità, specie in osso soffice7,
sufficiente quantità e qualità di osso. Deve esserci una quantità di osso sufficiente sia in senso orizzontale che verticale. La presenza di osso corticale è associata a un aumento di stabilità implantare con corrispondente incremento dei valori ISQ di Frequenza di Risonanza8. In caso di esposizione di parte dell’impianto è necessario applicare una tecnica GBR per ottenere la copertura ossea delle spire;
stabilità secondaria. È la stabilità biologica che si determina nelle settimane successive all’installazione implantare e si può identificare con l’osteointegrazione. La stabilità secondaria dipende dalle caratteristiche della superficie impiantare: impianti con superficie ruvida sono in grado di accelerare il processo di osteointegrazione4,9,10.
La stabilità primaria (meccanica) può diminuire lentamente a partire dal giorno dell’intervento mentre quella secondaria (biologica) mostra un costante incremento (Figura 1). Nel carico immediato è fondamentale avere:
una stabilità primaria ottimale che impedisca micromovimenti dell’impianto durante le prime settimane di guarigione;
una stabilità secondaria più precoce, che induca un più rapido processo di osteointegrazione.
Come abbiamo detto, gli impianti con una geometria leggermente conica determinano una compressione ed espansione ossea durante l’inserimento, garantendo una maggiore stabilità primaria. Vanden Bogaerde e coll.11. In uno studio multicentrico prospettico hanno installato 124 impianti conici a superficie liscia in mascellari superiori e mandibole posteriori, li hanno caricati precocemente entro 15 giorni dalla chirurgia, e ne hanno osservato i risultati a 18 mesi. La percentuale totale di sopravvivenza implantare è stata del 96,8%. Nelle prime settimane dopo la chirurgia implantare si assiste a un rimaneggiamento del tessuto osseo perimplantare con possibili cambiamenti nella stabilità. Abrahamsson e coll.12 hanno condotto uno studio nel cane analizzando da un punto di vista istologico le modificazioni che avvengono nell’interfaccia osso-impianto durante le prime settimane di guarigione. Il comparto della ferita chirurgica viene inizialmente occupato da coagulo (eritrociti intrappolati in una rete di fibrina) e tessuto di granulazione, rimpiazzato presto da una matrice provvisoria. Il processo di formazione ossea inizia già nella prima settimana con formazione di “woven bone” che continua nelle successive 2 settimane. Dopo 4 settimane inizia già a osservarsi la formazione di osso lamellare e osso midollare. Nello studio è stato, inoltre, osservato che tutto il processo viene accelerato dalla superficie implantare ruvida. Questo lavoro ha evidenziato come vi sia, nel periodo iniziale di guarigione, un considerevole rimaneggiamento osseo con fenomeni infiammatori, di riassorbimento e quindi neoapposizione ossea. Tutto ciò potrebbe essere responsabile del calo di stabilità implantare spesso osservabile clinicamente (mediante frequenza di risonanza) intorno alla 3a-4a settimana. Gli impianti con superficie ruvida hanno quindi la caratteristica di velocizzare il processo di osteointegrazione, fattore molto importante nel carico immediato. Vanden Bogaerde e coll.13 hanno condotto uno studio multicentrico con un protocollo analogo al loro lavoro precedente (2003) ma utilizzando impianti a superficie ruvida (ossidata). Sono stati posizionati 111 impianti in zone edentule dei mascellari e delle mandibole posteriori e caricati precocemente entro 9 giorni dall’installazione. La valutazione a 18 mesi mostrava il fallimento di un solo impianto con una percentuale di sopravvivenza del 99,1 %. Analizzando i vantaggi del carico immediato riscontriamo:
possibilità di ricostruire in tempi brevissimi la funzione estetica compromessa;
possibilità di ripristinare, almeno parzialmente, la funzione masticatoria compromessa;
possibilità di conservare i livelli dei tessuti duri e molli;
abbreviazione significativa dei tempi protesici;
tempi e costi ridotti per il paziente.
Se invece prendiamo in analisi gli svantaggi del carico immediato, si evidenzia:
necessità di un monitoraggio frequente nelle prime settimane;
necessità della collaborazione costante del paziente (selezione del paziente);
necessità di un protocollo estremamente rigido (non ottemperandolo, anche solo parzialmente, vi sono maggiori possibilità di fallimento implantare);
necessità di un training particolare dell’operatore.
Emergono due tipologie di controindicazioni al carico immediato:
assolute, il trattamento non deve essere eseguito nei casi di:
– stabilità primaria insufficiente, – nella sostituzione degli incisivi superiori e presenza di deep bite,
– fenomeni infiammatori acuti,
– parodontite non trattata;
relative (il trattamento può essere eseguito con un rigido protocollo di controllo) in caso di: – malattie generali,
– bruxismo,
– parodontite trattata.
Perché, e come, misurare la stabilità implantare
L’implantologia odierna è sempre più protesa a risolvere casi avanzati con situazioni dentali e ossee severamente compromesse. Vi è sempre maggiore richiesta di eseguire il carico precoce o immediato, di trattare immediatamente siti post estrattivi freschi, di combinare carico immediato e rigenerazione ossea, di trattare pazienti con forte bruxismo o con occlusioni anomale. Tutto ciò ha generato una forte necessità di dover quantificare, e quindi misurare, la stabilità implantare non solo all’installazione dell’impianto, ma anche nelle settimane successive. In altre parole abbiamo bisogno di maggiore capacità diagnostica, allo scopo di:
sapere quando applicare il carico all’impianto, immediatamente, precocemente o tardivamente;
sapere quando eliminare il carico dall’impianto, possibilità di “early warning”;
valutare le condizioni di un impianto in qualsiasi momento;
trattare con maggiore sicurezza casi a rischio, e quindi fornire al paziente maggiori garanzie;
avere un’“impronta digitale” dell’impianto che ci consenta una migliore comunicazione con i pazienti e con i colleghi con cui collaboriamo.
La stabilità implantare può essere misurata con diverse metodiche: vediamole.
Torque di inserzione:
è la misurazione della forza di inserzione dell’impianto fino al valore di completo adattamento all’osso (Seating Torque);
è una metodica affidabile, ma ci fornisce un unico valore, al momento dell’inserimento dell’impianto, quindi misura solo la stabilità primaria;
il torque misura le forze di torsione.
Frequenza di risonanza (RFA):
si tratta di una metodica messa a punto dal dottor Meredith negli anni ’9014,15, sviluppata continuamente nei decenni successivi e oggi realmente affidabile e ripetibile. Centinaia di pubblicazioni internazionali confermano la validità del sistema;
si basa sul principio del diapason. L’apparecchio emette impulsi magnetici verso uno “smartpeg” inserito sull’impianto, registrandone poi un valore numerico in ISQ (Implant Stability Quotient). La misurazione avviene in modalità “wireless” (Figure 2-3);
2. Registrazione del valore di ISQ: un perno magnetico (Smartpeg) viene avvitato sull’impianto e la punta della sonda registra il valore di stabilità in modalità wireless.
3. Apparecchio per la Frequenza di Risonanza.
è una misurazione molto precisa e può essere ripetuta in qualsiasi momento del trattamento, quindi misura sia la stabilità primaria che quella secondaria;
ci può fornire due misurazioni del singolo impianto, secondo due assi ortogonali (mesio-distale e bucco-linguale);
misura il contatto osso-impianto soprattutto nel terzo coronale dell’impianto;
misura la resistenza ai movimenti in lateralità.
Indicazioni cliniche all’uso della frequenza di risonanza
Carico immediato La RFA è utile in numerose situazioni cliniche, ma è da considerarsi indispensabile nella procedura di carico immediato. In questo caso, infatti, è fondamentale, durante le prime 6 settimane dall’intervento, eseguire un monitoraggio costante degli impianti per intercettare eventuali cali di stabilità che potrebbero portare al fallimento implantare. Alcuni Autori16-18 hanno evidenziato un fisiologico calo di stabilità dopo 3-4 settimane, imputabile probabilmente ai fenomeni infiammatori e di rimaneggiamento osseo che seguono la chirurgia12. In uno studio prospettico Vanden Bogaerde e coll.19 hanno seguito, mediante RFA, 69 impianti Neoss per 18 mesi, evidenziando una leggera perdita di stabilità dopo 4 settimane, più marcata nel mascellare superiore che nella mandibola. Il valore medio di ISQ al baseline era di 68 ISQ, mentre risaliva a 72 ISQ dopo 6 mesi. Nello studio sono stati posizionati anche impianti in siti post-estrattivi immediati: è stato osservato che in caso di difetti ossei residui di tipo “closed”13 la stabilità media al baseline era comunque piuttosto elevata, con un valore di 65.8 ISQ. Nei difetti di tipo “open”, invece, la stabilità era piuttosto bassa, prossima alla soglia di fattibilità, con un valore di 51 ISQ.
Carico immediato in siti post-estrattivi immediati
La possibilità di inserire impianti in siti post-estrattivi immediati e caricarli immediatamente è stata analizzata in uno studio clinico prospettico20 in cui sono stati inseriti 50 impianti in siti estrattivi freschi. I risultati a 18 mesi hanno indicato la sorprendente percentuale di successo del 100%. L’analisi con la frequenza di risonanza, eseguita al baseline, dopo 1, 3, 4, 6 settimane e dopo 3, 6 mesi ha evidenziato tre tipi di curve: un primo gruppo di impianti ha mantenuto la stabilità nel tempo, un secondo ha mostrato un aumento progressivo di stabilità mentre un terzo gruppo, più esiguo, ha evidenziato un iniziale calo con un mantenimento nel periodo di osservazione.
Carico immediato in combinazione con la GBR
Il carico immediato può essere eseguito, in casi ben selezionati e controllati, anche su impianti che, in considerazione di mancanza d’osso localizzata, sono sottoposti a procedura di GBR. Mediante la RFA possiamo seguire l’evolversi del processo rigenerativo, constatando che dopo almeno 6 mesi la rigenerazione ossea è avvenuta a dispetto della iniziale esposizione implantare e che i valori di ISQ sono cresciuti in modo proporzionale alla rigenerazione stessa. In uno studio su cadavere21 sono stati estratti tutti i denti naturali e sostituiti con impianti posizionati nei siti post-estrattivi. È stato misurato il torque di inserzione, la frequenza di risonanza e la profondità dei difetti ossei. Lo studio ha dimostrato una proporzionalità diretta tra i difetti verticali perimplantari e i valori di frequenza di risonanza.
Carico immediato nel gruppo incisivo superiore
Il carico immediato eseguito nel gruppo incisivo superiore è una delle situazioni più a rischio di fallimento. In presenza di un severo deep bite si configura addirittura una reale controindicazione al trattamento, mentre in situazioni occlusali più favorevoli possiamo eseguire il carico immediato a condizione di effettuare un costante monitoraggio durante le prime settimane di guarigione. È comunque sempre indispensabile eliminare dalle protesi provvisorie qualsiasi tipo di contatto occlusale e istruire il paziente sulla necessità di evitare qualsiasi atteggiamento o abitudine viziata che possa determinare un trauma sull’elemento interessato.
Possibilità di intercettare un fallimento implantare
La frequenza di risonanza fornisce una possibilità che nessun altro strumento finora ci ha consentito: la possibilità di intercettare un fallimento implantare prima che esso si concretizzi realmente. Infatti, il monitoraggio continuo dell’impianto con la RFA ci permette di ottenere una “curva di stabilità” implantare.
Tabella 1
L’analisi dei valori presenti sulla curva ci mette in condizione di intervenire allorché gli stessi calino nel tempo in modo progressivo e continuo, avvicinandosi o raggiungendo un determinato “valore soglia”, al di sotto del quale l’impianto non è più recuperabile. Se noi riusciamo a intercettare il calo di stabilità prima che raggiunga valori critici, possiamo rimuovere la protesi provvisoria, attendere un periodo di guarigione e, infine, ripristinare il carico. Una vera e propria “Rescue procedure” in grado di recuperare completamente un impianto destinato al fallimento (Figure 4a-4f, Tabella 1).
Protocollo di controllo implantare nel carico immediato mediante l’utilizzo di frequenza di risonanza
Il “valore soglia” di stabilità, misurato in ISQ, rappresenterebbe il valore al di sotto del quale la procedura di carico immediato non deve essere eseguita. Sulla definizione esatta di questo valore non vi è ancora oggi un consenso unanime. Vanden Bogaerde e coll.19, in uno studio prospettico, hanno stabilito arbitrariamente un “valore soglia” al baseline di 50 ISQ, osservando clinicamente che valori al di sotto di 50 ISQ erano associati a una visibile mobilità implantare. Altri Autori hanno invece definito e utilizzato valori differenti. Probabilmente, un valore soglia adeguato per il carico immediato potrebbe essere di 55 ISQ, utilizzando però un protocollo di applicazione come descritto nella tabella seguente:
Applicando questo protocollo è indispensabile poter rimuovere a intervalli regolari la struttura protesica provvisoria; pertanto è raccomandato l’uso di una protesi avvitata e non cementata. Quando la curva di stabilità, partendo dal valore al baseline, cala in modo continuo nel tempo raggiungendo il “valore soglia” di 55 ISQ, è indicato rimuovere il carico dall’impianto, attendere alcuni mesi affinché la stabilità risalga e quindi ripristinare il carico.
Rigenerazione Ossea Guidata
Il più importante requisito per il successo dell’osteointegrazione implantare è rappresentato da una sufficiente quantità e qualità del tessuto osseo che possa garantire la stabilizzazione dell’impianto con formazione di un contatto osso impianto ottimale22,23. In caso di insufficiente quantità di tessuto osseo nel sito dell’impianto, è stato descritta una minore percentuale di successo implantare24. La tecnica che negli anni ha avuto più successo per incrementare il supporto osseo è rappresentata dalla Rigenerazione Ossea Guidata (GBR)25-28. La metodica GBR deriva direttamente da un’altra procedura utilizzata per rigenerare il parodonto perduto a causa di malattia parodontale, la Rigenerazione Tissutale Guidata (GTR)29-31. Questa metodica prevede l’uso di una membrana che, agendo come una barriera meccanica, esclude dalla zona di riparazione chirurgica le cellule non competenti (epiteliali e connettivali), favorendo nel contempo la proliferazione di cellule del legamento parodontale, le uniche in grado di ricostruire il parodonto profondo. Basandosi sui principi biologici della GTR, nella GBR le membrane vengono utilizzate allo scopo di escludere dalla zona di guarigione le cellule differenti da quelle ossee, favorendo quindi la migrazione di cellule osteocompetenti in grado di rigenerare il tessuto perimplantare. La GBR ha elevate possibilità di successo per il trattamento dei difetti perimplantari32-35 e per la rigenerazione ossea prima del posizionamento degli impianti in difetti di cresta localizzati36-38 (Figura 5).
5. Posizionamento della membrana nella tecnica GBR.
La possibilità di rigenerare l’osso perimplantare dipende da alcuni fattori:
morfologia del difetto;
tipo di membrana utilizzata (riassorbibile, non riassorbibile);
tipo di materiale di riempimento (osso autologo, eterologo, di origine animale);
tecnica chirurgica utilizzata.
Le membrane utilizzate per le tecniche di rigenerazione tissutale devono possedere alcuni requisiti fondamentali affinchè il processo rigenerativo sia sicuro e prevedibile. Tali requisiti sono:
biocompatibilità. Il materiale deve essere biocompatibile;
occlusività cellulare. Le membrane devono possedere capacità di barriera, isolando la zona di rigenerazione dalle aree non competenti per tale processo;
integrazione tissutale. Il materiale deve permettere la crescita, al suo interno, di tessuto connettivo al fine di stabilizzare la membrana e di ritardare la migrazione epiteliale;
mantenimento di spazio (“spacemaking”). La membrana dovrebbe possedere una sufficiente rigidità per garantire, soprattutto nelle prime fasi di guarigione, uno spazio sufficiente per la ricrescita di tessuto. Il collasso della membrana all’interno del difetto è causa frequente di insuccesso della tecnica rigenerativa;
maneggevolezza clinica. Il materiale deve essere disponibile in diverse configurazioni e dimensioni per adattarsi alle differenti tipologie dei difetti, e deve essere sufficientemente malleabile per adattarlo alla morfologia della zona da trattare.
Ma gli impianti posizionati in osso rigenerato hanno la stessa percentuale di successo di quelli posti in osso nativo? In uno studio a 5 anni recentemente pubblicato39 sono stati messi a confronto impianti con simultanea GBR e impianti in osso nativo come controllo. La percentuale di sopravvivenza implantare è stata del 100% per il gruppo GBR e del 94% per il gruppo controllo, senza differenze statisticamente significative. Anche il livello di osso marginale mostrava in entrambi i gruppi un riassorbimento simile a 5 anni.
GBR perimplantare
In parodontologia esiste una classificazione dei difetti parodontali in base al grado di compromissione dei tessuti parodontali e al numero di pareti ossee che circondano il difetto stesso: parliamo di difetti ossei a una, due, tre pareti e difetti circumferenziali. La potenzialità rigenerativa e la difficoltà della tecnica chirurgica dipendono direttamente dal numero di pareti presenti intorno al difetto. Un difetto a tre pareti risponde molto meglio alla terapia sia perché in grado di mantenere la stabilità del coagulo nelle prime fasi di guarigione, sia per la sua intrinseca capacità spacemaking. Diversamente, in un difetto a una parete il coagulo è molto meno protetto e la terapia rigenerativa è più complessa in quanto è necessario creare una “camera rigenerativa” per consentire l’ingresso e la maturazione dei tessuti competenti. Sarà quindi necessario applicare una membrana rigida fissandola adeguatamente alle zone circostanti, associandola spesso a un materiale di riempimento. Basandosi sui principi biologici della parodontologia è stata proposta una classificazione dei difetti perimplantari40 che sono stati classificati come segue:
difetti “closed”, con pareti ossee conservate (Figura 6);
difetti “open”, con una o più pareti mancanti (Figura 7);
deiscenze. Mancanza di osso su un lato dell’impianto, solitamente quello buccale;
within the envelope. Difetti inclusi nel contorno della cresta alveolare (Figura 8);
outside the envelope. Difetti che sporgono dal contorno della cresta alveolare (Figura 9).
6. Difetto “closed” con pareti ossee conservate.7. Difetto “open” con mancanza di una o più pareti ossee.8. Deiscenza “within the envelope”.9. Deiscenza “outside the envelope”.
Difetti “closed”
I difetti chiusi, con le loro pareti ossee conservate, offrono condizioni favorevoli per il processo rigenerativo. La morfologia di questi difetti è simile a una scodella o a un piccolo cratere.Essi contengono stabilmente il coagulo, ed eventuali innesti ossei, durante tutto il periodo di guarigione. Le pareti ossee conservate proteggono l’ambiente di guarigione dai movimenti dei tessuti sovrastanti, permettendo l’invasione indisturbata delle cellule osteorigenerative. Inoltre, i margini del difetto agiscono come sostegno impedendo alla membrana di collassare entro il difetto.
Terapia. Questi difetti, soprattutto quelli con un “gap” non superiore a 2 mm, potrebbero essere lasciati guarire spontaneamente, senza alcuna tecnica GBR. Uno studio sperimentale41 ha però dimostrato che più l’ampiezza del difetto aumenta, più la guarigione, in termini di contatto osso impianto (BIC), è peggiore. Quindi, potremmo evitare di trattare solo difetti molto stretti (1-2 mm), mentre per difetti più ampi è consigliabile sempre inserire un riempitivo, meglio se osso autologo raccolto nelle zone limitrofe. Data la capacità contenitiva del difetto, nella maggior parte dei casi non è necessaria l’applicazione di una membrana (Figure 10-11).
10. Esempio di difetto “closed”con aspetto a cratere.11. Difetto “closed” trattato con osso autologo particolato.
Difetti“open”
L’anatomia dei difetti open è meno favorevole per il processo rigenerativo dei difetti closed, dal momento che la mancanza di una o più pareti ossee espone l’ambiente di guarigione a traumi esterni. Nei difetti open il coagulo è meno protetto, innesti ossei particolati sono più soggetti a spostamento e una membrana posizionata per coprire il difetto può facilmente collassare perché non sufficientemente sorretta dalle pareti ossee circostanti (Figura 12).
12. Esempio di difetto “open” con mancanza delle pareti ossee buccale e distale.
Naturalmente esistono difetti open più favorevoli e altri meno. I meno favorevoli sono, per esempio, quelli al di sopra della cresta in cui, per la mancanza completa di ogni parete ossea, la terapia rigenerativa è molto impegnativa e la prognosi incerta.
Terapia. La morfologia dei difetti open richiede comunque una terapia rigenerativa più complessa di quelli closed. È sempre consigliabile riempire il difetto con materiale di innesto particolato, previlegiando l’osso autologo rispetto ai sostituti dell’osso. L’innesto deve essere contenuto e protetto con una membrana non riassorbibile o riassorbibile. Già molti anni fa Gelb42 aveva messo in evidenza l’importanza dell’anatomia del difetto nel processo rigenerativo. Vennero trattati sia difetti a tre pareti che difetti a una parete con diverse terapie rigenerative; l’Autore osservò che i difetti a tre pareti guarivano con qualsiasi tipo di terapia adottata, mentre per quelli a una parete era più efficace una combinazione di membrana e materiale riempitivo.
Deiscenze
La deiscenza è la mancanza di osso su di un solo lato dell’impianto, solitamente quello buccale, dove la teca ossea è più sottile. Il difetto comporta l’esposizione delle spire implantari fino alla testa dell’impianto. Si distinguono in:
deiscenze all’interno dell’envelope. Sono difetti compresi all’interno del contorno della cresta ossea alveolare, per cui la parte esposta dell’impianto risulta circondata da pareti ossee in grado sia di mantenere un innesto sia di fornire cellule osteopromotrici (difetto spacemaking). L’anatomia del difetto consente di posizionare un innesto di osso autologo, che risulterà spesso talmente stabile da non necessitare di una membrana contenitiva (Figure 13-14);
13. Deiscenza ossea “within the envelope”.14. Nella deiscenza “within the envelope” l’innesto di osso autologo particolato è mantenuto all’interno del difetto dalla presenza delle pareti laterali dello stesso. In genere non occorre l’uso di membrane.
deiscenze all’esterno dell’envelope. Sono difetti che protrudono al di fuori del contorno osseo, per cui le spire esposte dell’impianto non sono circondate da pareti contenitive (Figura 15). Infatti l’osso è piuttosto lontano dalle spire e la distanza che devono percorrere le cellule osteopromotrici è piuttosto ampia. Sono difetti “non spacemaking”, che non garantiscono uno spazio sufficiente e protetto per la rigenerazione. La terapia consiste nell’utilizzare uno “spacemaker”, cioè del materiale di riempimento al di sopra delle spire, che mantenga spazio. È necessario poi coprire tutto con una membrana ben fissata con dei chiodini all’osso circostante. È molto importante la stabilità della membrana in quanto il difetto, per sua natura non anatomicamente protetto, è fortemente esposto ai movimenti nel cavo orale e quindi a un dislocamento.
15. Nella deiscenza “outside the envelope” l’impianto protrude dal contorno osseo per cui la tecnica rigenerativa richiede l’uso di mantenitori di spazio, membrane e chiodini di fissaggio.
Fenestrazioni
Sono difetti simili alle deiscenze, ma che non arrivano a interessare la parte più coronale dell’impianto (Figura 16). In altre parole sono esposizioni limitate di spire confinate nel corpo dell’impianto. Non sono stati descritti casi di fallimenti implantari a causa di fenestrazioni, per cui la terapia dei casi meno estesi consiste nel non trattarli. Se abbiamo invece delle fenestrazioni piuttosto estese possiamo utilizzare le stesse tecniche descritte per le deiscenze.
16. Esempio di fenestrazione ossea.
Materiali di riempimento dei difetti perimplantari
L’osso autologo particolato è considerato il “gold standard” per il riempimento
dei difetti ossei perimplantari in quanto combina capacità osteoconduttive e osteoinduttive. I sostituti dell’osso posseggono invece solo capacità osteoconduttive, di “scaffold”; inoltre, se vengono in contatto con il tessuto connettivale sono invase immediatamente da tessuto fibroso, vanificando qualsiasi rigenerazione. Nella Tabella 2 sono indicati i vantaggi e gli svantaggi dell’osso autologo e dei suoi sostituti.
L’osso autologo particolato può essere prelevato in piccole quantità utilizzando tecniche mini-invasive. Per quantità maggiori, come i blocchi solidi, si possono utilizzare frese e trephine o, in modo meno traumatico, il piezo. Nella Tabella 3 sono elencate alcune di queste tecniche. È stato eseguito uno studio morfogenico sulla riparazione di “critical size defects”, cioè difetti che non guariscono spontaneamente, usando sia osso bovino deproteinizzato (DBB), sia osso autologo, nella calvaria di topo43.
Nello studio il DBB non era in grado di ripristinare l’osso mancante e i difetti risultarono occupati prevalentemente di tessuto connettivo fibrotico, mentre solo il 16% era nuovo osso. Nei difetti trattati con osso autologo si poteva invece assistere a una completa chiusura dei difetti con osso neoformato. Gli innesti ossei devono spesso essere coperti e protetti da una membrana; esistono membrane non riassorbibili (e-PTFE), che devono essere rimosse dopo alcuni mesi, e membrane riassorbibili (PLA o collagene) che non necessitano di alcuna rimozione. Nella Tabella 4 sono riportati i vantaggi e gli svantaggi dei due tipi di membrana.
GBR preimplantare
Ricostruzioni di cresta (RR) Spesso nei mascellari si riscontrano estese perdite di tessuto osseo dovute a infezioni, cisti, estrazioni dentali, fratture radicolari, impianti falliti. Queste aree possono essere localizzate in zone strategiche per la masticazione oppure in aree estetiche, situazioni che richiedono in molti casi il posizionamento di impianti per ripristinare la funzione perduta. Le ricostruzioni di cresta (RR) sono quindi quelle procedure chirurgiche che mirano a ripristinare l’integrità della cresta alveolare mediante l’utilizzo di materiali di riempimento e membrane, in vista di un successivo trattamento implantare.I grossi difetti crestali possono essere più o meno contenitivi in base alla presenza o meno di pareti ossee conservate.
Terapia.Data l’ampiezza dei difetti è indispensabile un materiale di riempimento che consenta la proliferazione delle cellule osteogenetiche. La distanza fra le pareti ossee non consente, infatti, un naturale “jumping” cellulare e l’innesto rappresenta un indespensabile “scaffold” per la rigenerazione. È inoltre consigliabile associare una membrana che potrà essere non-spacemaking (membrana in collagene) nei difetti con pareti conservate, o spacemaking (membrana riassorbibile in PLA o non riassorbibile in e-PTFE), fissate con pernini in titanio. Quasi sempre è richiesta una notevole quantità di materiale come “scaffold”: abbiamo diverse possibilità:
prelevare osso autologo dalla branca montante della mandibola, riducendolo poi a particolato;
prelevare osso autologo con uno scraper con lembo o con tecnica “a tunnel”;
fare un innesto miscelato di osso autologo particolato e osso bovino nella proporzione di 60/40. Non è consigliabile usare solo osso bovino per il rischio di colonizzazione estesa di tessuto connettivo e insufficiente formazione di osso;
usare una tecnica a strati (Layer-Technique, Vanden Bogaerde, 2011). La procedura consiste nel riempire la metà o i 2/3 apicali del difetto con osso bovino e la restante parte coronale con osso autologo particolato.
Il principio alla base di questa tecnica è quello di circondare completamente l’innesto di osso bovino con osso autologo, impedendo così che, in fase di guarigione, cellule connettivali invadano le particelle di xenotrapianto. Al di sopra dell’innesto viene, infine, posizionata e fissata una membrana riassorbibile in PLA. Il maggiore vantaggio della riassorbibilità risiede
nel fatto che in caso di esposizione non deve essere rimossa (Figure 17a-17g).
Le creste alveolari, in seguito all’estrazione dei denti, sono soggette a gravi fenomeni di riassorbimento in senso verticale, ma ancora di più in senso orizzontale. Si formano delle creste a lama di coltello di larghezza così ridotta da impedire il posizionamento di impianti. Per tale motivo è necessario applicare delle tecniche preimplantari per incrementare l’osso in senso orizzontale. Le procedure sono molteplici e la scelta della loro applicazione dipende spesso
dalla familiarità e dall’esperienza che l’operatore possiede nei confronti di una determinata metodica:
innesto di osso autologo + membrana riassorbibile fissata con chiodini;
innesto di osso autologo + membrana non riassorbibile fissata con chiodini;
innesto a blocco di osso autologo fissato con viti da osteosintesi;
split-crest.
Aumento verticale di cresta (VRA)
L’aumento verticale di cresta è una tecnica che consente di incrementare la quantità di osso crestale in altezza. È probabilmente la tecnica più impegnativa nel settore della GBR e riservata a operatori altamente specializzati e competenti. È anche una delle tecniche meno prevedibili in quanto il difetto da trattare è completamente senza pareti e la sorgente di cellule osteopromotrici arriva solo dalla base dello stesso. Inoltre, vi possono essere serie difficoltà nell’ottenere una copertura dell’innesto con i tessuti molli. Può essere eseguita in due modi:
procedura in due tempi. Innesto di osso autologo o di miscela osso autologo/osso bovino posizionato sopra la cresta + membrana non riassorbibile rinforzata fissata con chiodini in titanio. Gli impianti vengono installati non prima di 9 mesi dalla chirurgia;
procedura in un tempo unico. Gli impianti vengono posizionati alcuni millimetri al di sopra della cresta e contestualmente viene eseguita la tecnica rigenerativa come descritta sopra. È una procedura più rischiosa di quella precedente in quanto, in caso di esposizione della membrana, si vanifica la rigenerazione e una parte delle spire implantari rimangono esposte.
Aumento del pavimento del seno mascellare (SFA)
Molto spesso la presenza delle cavità dei seni mascellari impedisce il corretto posizionamento di impianti nei settori posteriori dei mascellari superiori. La metodica chirurgica definita come “rialzo del seno mascellare” mira a creare una base ossea sufficiente per gli impianti e può oggi essere considerata una procedura ben sperimentata e codificata. Proposta per la prima volta da Boyne et al. nel 1980, oggi viene eseguita di routine e la letteratura ci conforta sulle sue possibilità di successo a lungo termine44,45. L’osso bovino deproteinizzato (DBB) ha la caratteristica di mantenere il volume inalterato nel tempo; è stata eseguita un’analisi morfologica e morfometrica46 su biopsie eseguite a distanza di 11 anni utilizzando osso bovino deproteinizzato miscelato con osso autologo nella percentuale 80/20%. Gli Autori hanno evidenziato la presenza, dopo 11 anni, di particelle di DBB ben integrate in osso lamellare senza segni di riassorbimento. Generalmente si esegue la metodica in due tempi, con un intervallo di almeno 6 mesi; talvolta, però, se l’osso residuo crestale è superiore a 6 mm si possono posizionare gli impianti contestualmente al rialzo. La tecnica chirurgica può così essere riassunta:
sollevamento di un lembo a tutto spessore, spesso con un’incisione di rilasciamento mesiale o distale;
assottigliamento della parete ossea esterna del seno utilizzando uno scraper fino a evidenziare il caratteristico colore bluastro della membrana. L’uso dello scraper consente anche di raccogliere dei frammenti ossei che alla fine dell’intervento possono essere utilizzati a chiusura della finestra ossea. Per assottigliare l’osso si può anche utilizzare il piezoelettrico;
utilizzo del piezoelettrico o di una fresa a pallina per disegnare il contorno della finestra e arrivare alla membrana;
scostamento della membrana, prima con il piezo e poi con scollatori dedicati;
riempimento del seno con osso bovino oppure con una miscela di osso bovino e autologo. La presenza di coagulo sanguigno è favorevole. Possiamo naturalmente utilizzare osso autologo per l’innesto, tuttavia la necessità di una quantità notevole di materiale comporta anche una maggiore morbidità per il paziente;
chiusura della finestra con uno strato di osso autologo raccolto con lo scraper e copertura con una membrana in collagene;
sutura a punti staccati.
Eventuali piccole lacerazioni della membrana possono essere trattate con una membrana in collagene, sostituendo l’osso bovino particolato con osso bovino/collagene che presenta minori rischi di dispersione di materiale all’interno del seno mascellare. Grandi lacerazioni invece rappresentano una reale controindicazione a questa metodica. È sempre consigliabile eseguire un monitoraggio nel tempo degli impianti inseriti in un seno mascellare aumentato utilizzando la Frequenza di Risonanza. Le misurazioni ci consentono di stabilire quando gli impianti hanno raggiunto la sufficiente stabilità per sopportare il carico occlusale.
Il trattamento dei sitipost-estrattivi
Nella pratica clinica quotidiana, con sempre maggiore frequenza ci troviamo nelle condizioni di dovere scegliere fra il mantenimento di un elemento dentario e la sua estrazione con immediato o successivo posizionamento di un impianto. Escludendo naturalmente i casi di frattura radicolare o di carie estesa alla radice in cui è imperativo eseguire l’avulsione, vi sono situazioni più sfumate in cui la scelta può dipendere da numerosi fattori:
l’integrità e la lunghezza della radice del dente naturale;
la presenza di lesioni periapicali;
la necessità di eseguire un allungamento della corona clinica dei denti adiacenti, con conseguente perdita di osso anche a carico di questi ultimi;
la presenza di una parodontite diffusa che comporta una prognosi incerta per il mantenimento dell’elemento dentario a medio termine;
il rapporto costo-benefici di una terapia complessa per la conservazione del dente naturale.
Se si decide per l’estrazione del dente è necessario conoscere le dinamiche di rimaneggiamento osseo che avvengono nelle settimane e nei mesi successivi all’intervento. Schropp e coll.47 in uno studio clinico hanno analizzato le modificazioni dell’alveolo post-estrattivo usando radiografie standardizzate. I risultati hanno dimostrato che i maggiori cambiamenti dell’alveolo avvengono durante i primi 12 mesi successivi all’estrazione con una riduzione di spessore della cresta alveolare del 50%, quantificabile in 5-7 mm. Inoltre, i due terzi di questa riduzione avviene nei primi 3 mesi dopo l’avulsione. Araùjo e Lindhe48 hanno studiato i cambiamenti dell’alveolo post-estrattivo utilizzando una tecnica convenzionale a lembo e una tecnica “flapless”. L’esperimento dimostra che la rimozione di un dente comporta, durante la guarigione, una marcata riduzione della cresta alveolare, soprattutto nella parte più coronale e più dal lato buccale che da quello linguale. Dopo 6 mesi di guarigione si è verificata una riduzione del 35% di quantità di tessuto osseo. L’osservazione più importante è stata però che la quantità di tessuto duro perso nel periodo di guarigione è stata simile sia con la tecnica a lembo che con quella flapless. Il riassorbimento osseo principalmente localizzato sul lato buccale dell’alveolo sembra essere correlato alle caratteristiche anatomiche della zona. Infatti, la teca ossea buccale è spesso costituita esclusivamente da “bundle bone” cioè quel tipo di lamina ossea in cui si inseriscono le fibre di Sharpey (fibre del legamento parodontale) provenienti dal cemento radicolare. Sembra che dopo l’avulsione dentaria il “bundle bone” perda la sua funzione e quindi si riassorba. Il piatto osseo linguale subisce meno riassorbimento perché costituito sia da “bundle bone” che da osso lamellare49. Allorché la teca ossea buccale si riassorbe, si assiste all’ingresso di tessuto molle nello spazio prima occupato dal “bundle bone”, con conseguente mancanza di spazio per la rigenerazione ossea e quindi al collasso della cresta in senso orizzontale e verticale. Covani e coll.50 hanno dimostrato che la rimozione di un singolo dente intercalato causa un marcato cambiamento della parete ossea buccale e, come conseguenza, la cresta alveolare si riduce scivolando lingualmente. Il riassorbimento osseo verticale risulta più marcato (10.6 mm) nel centro della cresta rispetto alle estremità mesiale (5.4 mm) e distale (6.6 mm). Riassumendo, quando decidiamo di estrarre un dente, abbiamo in genere 3 opzioni:
attendere la guarigione dell’alveolo;
ricostruire l’alveolo;
inserire un impianto contestualmente all’avulsione.
Abbiamo già visto come l’estrazione del dente comporti spesso un collasso dell’alveolo. Esistono oggi delle possibilità di impedire questo fenomeno utilizzando delle tecniche che promuovano una ricostruzione ossea dell’alveolo?
La ricostruzione dell’alveolo
Fickl e coll.49 hanno studiato la possibilità di mantenere dimensionalmente gli alveoli post-estrattivi utilizzando il seguente protocollo di ricerca:
inserimento nell’alveolo di osso bovino collagene;
osso bovino collagene e innesto gengivale libero;
solo coagulo come controllo.
L’innesto xenogenico sembra essere in grado di sostituire il “bundle bone” prevenendo in parte il collasso dell’alveolo. Esso agirebbe anche come “scaffold” per la rigenerazione ossea sebbene, nella parte più coronale, le particelle innestate siano circondate da tessuto connettivo. Sembra inoltre che l’uso di un innesto gengivale libero per sigillare l’ingresso dell’alveolo comporti dei benefici rispetto al gruppo di controllo senza innesto. Tuttavia non vi è un accordo definitivo sulla possibilità di prevenire il collasso dell’alveolo mediante biomateriali. Araujo e coll.51 hanno eseguito uno studio sul cane trattando siti post-estrattivi con osso bovino collagene e usando il lato controlaterale non trattato come controllo. I risultati istologici mostrano come la presenza di cellule multinucleate nel tessuto circostante l’innesto xenografico ritardi la guarigione dell’alveolo. Una presenza significativa di nuovo osso è stata osservata solo nella parte più apicale dell’alveolo dove il materiale di innesto era assente. Nella restante parte dell’alveolo innestato, i granuli di biomateriale risultavano circondati da una matrice provvisoria infiammata ed erano frequentemente ricoperti da cellule multinucleate che potevano essere identificate come osteoclasti derivanti dalla linea dei macrofagi. La presenza di cellule multinucleate nella matrice provvisoria indicava che le particelle di xenoinnesto erano riconosciute come estranee all’organismo. Nei siti non innestati di controllo si potevano osservare grandi quantità di “woven bone” distribuite nella maggior parte dei compartimenti dell’alveolo. Santos e coll.52 hanno condotto una ricerca sul cane per valutare la reazione dei tessuti duri e molli dopo l’inserimento in alveoli post-estrattivi immediati di due differenti tipi di idrossiapatite (sintetica e naturale) e di vetro bioattivo. I risultati del gruppo di controllo mostravano la formazione di osso lamellare dopo 4 settimane e di osso compatto dopo 28 settimane. Le idrossiapatiti e il biovetro mostravano a 28 settimane risultati simili, con la formazione intorno alle particelle sia di tessuto connettivo che di osso neoformato. Nessuno dei materiali risultava completamente riassorbito. In ultima analisi, si può dire che tutti i materiali innestati hanno ritardato la guarigione dell’alveolo.La tecnica da noi preferita per la ricostruzione dell’alveolo è quella che viene definita “Layer- Technique” (Vanden Bogaerde, 2011). Questa procedura consiste nel riempimento dell’alveolo in modo stratificato: sul fondo, a livello di circa i due terzi dell’alveolo, viene posizionato dell’osso bovino. Il terzo coronale viene riempito con osso autologo prelevato con scraper. Infine, un innesto gengivale libero sigilla l’imbocco dell’alveolo. A nostro parere il vantaggio di questa tecnica consiste nell’isolamento completo dell’innesto di biomateriale, che risulta interamente circondato da osso nativo e innestato. Il biomateriale non entra direttamente in contatto con il connettivo o l’epitelio ed è quindi colonizzato solo da cellule osteopromotrici (Figure 18a-18d).
Dall’analisi degli studi sopra riportati si evince che il tentativo di preservare l’alveolo per mezzo di biomateriali spesso non è all’altezza delle aspettative. Possiamo, a questo punto, domandarci se possa essere utile, per il mantenimento del livello osseo, posizionare immediatamente un impianto in un sito post-estrattivo fresco. Ma, secondo la letteratura, quale prevedibilità e possibilità di successo hanno gli impianti posizionati in siti post-estrattivi? Botticelli e coll.53 hanno eseguito uno studio prospettico a 5 anni ottenendo una percentuale di sopravvivenza implantare del 100%. Quindi gli impianti posizionati in siti post-estrattivi, a condizione di rispettare un adeguato protocollo chirurgico, avrebbero, in termini di percentuale di successo, una prognosi paragonabile a quelli posizionati in osso nativo. Ma l’impianto può prevenire il riassorbimento dell’osso marginale?Paolantonio e coll.54 in uno studio clinico e istologico nell’uomo hanno asserito che il posizionamento immediato di un impianto in un sito post-estrattivo può evitare il processo di riassorbimento del piatto osseo buccale. Questo risultato è stato successivamente smentito da altri ricercatori55,56. Recentemente, Sanz e coll.57 hanno confermato che impianti posizionati in siti post-estrattivi immediati comportano una marcata riduzione del livello osseo sia in senso orizzonatale che verticale, più marcato sul lato buccale che su quello palatino. Il riassorbimento osseo verticale sul lato buccale può essere quantificato in 2.6 mm secondo Araujo e coll.56 in uno studio a 3 mesi nel cane, o di 2.8 mm secondo Botticelli e coll.58 sempre in uno studio sul cane a 4 mesi.
Guarigione spontanea del “gap” perimplantare
È necessario chiarire ciò che avviene nel “gap” perimplantare durante la fase di guarigione. Uno studio istologico di più di dieci anni fa41 esaminava la guarigione ossea del gap perimplantare lasciato guarire spontaneamente. Gli Autori valutarono, in siti post-estrattivi simulati, gli effetti di “gap” perimplantari di varia ampiezza, lasciati guarire spontaneamente. Furono preparati difetti sperimentali di ampiezza crescente di 0.5, 1.0, 1.4 mm, con un lato controllo senza gap. I difetti furono lasciati guarire senza alcuna terapia rigenerativa. Benché clinicamente tutti i difetti erano guariti, l’esame istologico, eseguito dopo 12 settimane, mostrava che la percentuale di contatto osso impianto (BIC) diminuiva quanto maggiore era l’ampiezza del difetto iniziale. Questo articolo ci indica che un difetto può essere lasciato guarire spontaneamente purché la sua ampiezza sia ridotta; diversamente, la connessione osso impianto ne può risultare indebolita.
Morfologia del difetto perimplantare
Il processo di guarigione del difetto dipende anche dalla morfologia dello stesso; vi sono difetti più o meno spacemaking, cioè in grado di mantenere sufficiente spazio durante il periodo di guarigione. È stata proposta una classificazione dei difetti ossei in base alla morfologia e al numero di pareti ossee presenti40. I difetti ossei contigui agli impianti sono stati distinti in due gruppi principali: closed, cioè difetti con presenza di pareti ossee completamente conservate, simili ai difetti parodontali a tre pareti; open, cioè difetti con mancanza di una o più pareti ossee. È evidente che il primo tipo di difetto, per la sua conformazione anatomica, mostra caratteristiche di mantenimento di spazio, con ottima stabilità del coagulo durante le prime fasi di guarigione e quindi migliore prevedibilità del processo rigenerativo. I difetti open, invece, in considerazione della mancanza di una o più pareti ossee hanno minori possibilità di mantenere la stabilità del coagulo o di un eventuale materiale di innesto. Quindi questi difetti hanno una prognosi meno prevedibile dei precedenti e richiedono una terapia rigenerativa più complessa e costosa, consistente in innesti ossei e utilizzo di membrane.
Trattamento del “gap” perimplantare
Un aspetto importante è rappresentato dal materiale di innesto che possiamo utilizzare per il riempimento dei difetti. Vi è un comune consenso sul fatto che l’osso autologo sia il “gold standard” fra gli innesti ossei in considerazione delle sue capacità sia osteoconduttive che osteoinduttive. A dispetto della crescente diffusione di sostituti ossei, ancora oggi l’osso autologo può essere considerato il materiale di prima scelta per questo genere di lesioni. Per i difetti perimplantari in genere non necessitano ingenti quantità di osso, per cui si possono eseguire dei micro prelievi nell’ambito del cavo orale. A tale scopo è possibile utilizzare degli scraper, strumenti in grado di asportare dalla superficie dell’osso piccole quantità di materiale da innesto. È interessante osservare come spesso all’interno di questi prelievi sia possibile rinvenire cellule ossee vitali, a testimonianza dalla bassa traumaticità di tale metodica. Esistono attualmente anche dei mini-scraper con i quali possiamo eseguire prelievi con tecniche mini invasive. Una di queste è la “tecnica a tunnel”: si esegue un’incisione verticale sul lato esterno della mandibola a livello del primo molare, si scolla il periostio, si inserisce il mini-scraper di forma tubulare e, muovendolo avanti e indietro, si gratta la superficie dell’osso corticale raccogliendo nell’apposito deposito piccoli “riccioli” di osso. Pochissimi punti di sutura sono necessari per chiudere la ferita di accesso. L’utilizzo di sostituti dell’osso per il trattamento del gap perimplantare espone, a nostro parere, il difetto a una indesiderata invasione di tessuto connettivo, con conseguente incapsulamento delle particelle di biomateriale e assenza di neoformazione ossea. La guarigione del difetto ne risulterebbe impedita con il rischio, inoltre, che la proliferazione connettivale funga da tramite per possibili fenomeni infettivi e infiammatori.
Uso di impianti conici
Dobbiamo anche analizzare la possibilità di riempire il gap perimplantare con titanio invece che con innesto particolato: usando impianti conici, che mimano la morfologia dell’alveolo, possiamo ridurre al minimo la presenza del difetto perimplantare. Un recente studio sperimentale nel cane59 ha analizzato questa problematica. Sono stati posizionati impianti in siti post-estrattivi immediati, nel lato controllo sono stati inseriti impianti cilindrici di piccolo diametro, mentre nel lato test impianti conici più larghi con forma a radice. Dopo 4 mesi sono state eseguite delle analisi istomorfometriche. I risultati evidenziano un riassorbimento osseo sia nel lato test che in quello controllo, con una maggiore perdita buccale nel gruppo test rispetto a quello di controllo. Quindi, l’utilizzo di impianti conici non solo non preverrebbe il riassorbimento della cresta, ma indurrebbe un maggiore riassorbimento buccale rispetto agli impianti cilindrici.
Posizione dell’impianto nell’alveolo
La localizzazione dell’impianto nell’alveolo post-estrattivo è stato oggetto di uno studio specifico condotto da Caneva e coll.60 nell’animale da esperimento (cane). Sono stati posizionati impianti in siti post-estrattivi immediati: nel lato controllo al centro dell’alveolo, mentre nel lato test sono stati inseriti 0.8 mm in profondità e verso il lato linguale. Dopo 4 mesi sono stati analizzati da un punto di vista istomorfometrico. Tutti gli impianti risultarono integrati con presenza di osso lamellare; vi era in entrambi i gruppi un riassorbimento marginale, tuttavia questo risultava meno pronunciato nel gruppo test (impianti più profondi e linguali) che in quello di controllo. In conclusione, è consigliabile posizionare l’impianto sempre verso il lato linguale per diversi motivi:
la teca ossea linguale è più spessa e si riassorbe meno facilmente;
la parete ossea linguale è in genere costituita da osso corticale e quindi garantisce maggiore stabilità primaria all’impianto;
posizionando l’impianto verso il lato linguale liberiamo più spazio sul lato buccale per un eventuale innesto osseo.
Per quando riguarda la profondità di inserzione dell’impianto, dobbiamo valutare le differenti localizzazioni nelle arcate mascellari:
nelle zone estetiche è consigliabile posizionare l’impianto a livello della cresta o più profondamente; la scelta dipende sia dallo spessore dell’osso alveolare sia dallo spessore e dalla consistenza dei tessuti molli. Dobbiamo considerare che un impianto collocato a livello o sotto la cresta è spesso accompagnato, nella fase di guarigione, da un riassorbimento della cresta legata alla necessità di stabilirsi dell’“ampiezza biologica”;
nelle zone posteriori può essere invece utile posizionare l’impianto 1-2 mm sopra la cresta sia per minimizzare la perdita ossea verticale legata all’“ampiezza biologica”, sia per diminuire la distanza interocclusale e quindi il braccio di leva.
Tecnica flapless
Araujo e Lindhe48 hanno eseguito uno studio nel cane per valutare la guarigione del tessuto osseo dopo estrazione dentale eseguita con o senza lembo. La procedura di estrazione dentale eseguita con o senza lembo non comporta differenze statisticamente significative in termini di riassorbimento osseo marginale. Blanco e coll.61 hanno condotto uno studio nel cane per valutare le alterazioni della cresta alveolare dopo avulsione dentaria, sia in senso orizzontale che verticale. Dopo 3 mesi le misurazioni hanno evidenziato un riassorbimento verticale di 1.48 mm e 1.22 mm per i gruppi flap e flapless rispettivamente, e una perdita orizzontale di 4.41 mm e di 4.5 per i gruppi flap e flapless rispettivamente. I risultati non erano però statisticamente significativi. Quindi il riassorbimento osseo non era influenzato dal tipo di tecnica utilizzata, se flap o flapless. I pareri non sono però concordi; infatti Fickl e coll.62 hanno concluso uno studio nell’animale teso a definire le conseguenze sull’osso di tecniche di estrazione con o senza lembo. Gli Autori hanno riscontrato una perdita ossea di 2.1 mm nel gruppo flapless e di 2.5 mm nel gruppo flap, considerando la differenza significativa. Hanno quindi concluso che lasciando in sede il periostio diminuisce la velocità di riassorbimento dell’alveolo estrattivo. È necessario sottolineare che le differenze di risultati degli studi citati potrebbero essere attribuibili alla diversa localizzazione degli elementi dentari interessati, con differenti anatomie e spessori ossei.
Precauzioni nell’inserimento di impianti in siti
post-estrattivi immediati
Prima di procedere con l’inserimento degli impianti in siti post-estrattivi immediati è indispensabile assumere alcune precauzioni tese a valutare alcuni fattori:
la presenza di parodontite. La presenza di malattia parodontale attiva è una controindicazione all’implantologia in siti post-estrattivi immediati. È necessario preventivamente: eseguire una terapia adeguata della parodontite, tenere sotto controllo la placca batterica con un programma di igiene orale rigoroso, monitorare nel tempo le condizioni implantari mediante radiografie e
frequenza di risonanza. È stato dimostrato che in caso di parodontite aggressiva generalizzata (GAP), i pazienti hanno una maggiore incidenza di patologie parimplantari, un più accentuato riassorbimento osseo marginale e un minore tasso di sopravvivenza implantare63,64;
impianti in siti infetti. Sembra possibile inserire impianti anche in siti infetti, eseguendo un accurato curettage dell’alveolo; tuttavia, dobbiamo sempre tenere presente che, in tali siti, possono residuare dei frammenti di tessuto infiammatorio che possono rimanere intrappolati dopo l’installazione implantare dando origine a fenomeni infettivi anche gravi con perdita dell’impianto o con formazioni di perimplantiti apicali (granulomi);
la concomitanza di parodontite e fumo può rappresentare una seria e reale controindicazione alla procedura implantare63.
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IL TRATTAMENTO DEI SITI POST ESTRATTIVI
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Relazione tra il rilevamento dell’occlusione tramite cartina di masticazione e la percentuale di forza misurata con l’analisi occlusale computerizzata Relationship between articulation paper mark size and percentage of force measured with computerized occlusal analysis
Qadeer S, Kerstein R, Jin Yung Kim R, Huh J-B, Shin S-W. J Adv Prosthodont 2012;4(1):7-12.
Dai due lavori qui proposti emergono alcune indicazioni per il clinico relativamente alla gestione dei problemi occlusionali, durante la quale vanno tenuti in considerazioni anche elementi quali la corretta rilevazione con la carta di articolazione e l’influenza del modello cranio-facciale sulla masticazione.
Lo scopo di questo studio in vivo è di determinare l’esistenza di una relazione diretta tra la dimensione delle impronte lasciate dalla carta di articolazione durante il rilevamento dell’occlusione e il grado di forza applicata in chiusura dal paziente sul dente stesso.
La carta di articolazione è il metodo più comunemente utilizzato per determinare la forza eccessiva nei differenti contatti occlusali. Sessanta fotografie intraorali delle impronte della carta di masticazione nei quadranti mascellari posteriori di 30 igieniste dentali, di età tra i 20 e i 25 anni, sono state confrontate con i corrispondenti dati circa le registrazioni del morso occlusale e della forza impressa mediante T-Scan III . I volontari di questo studio hanno lavorato presso il Centro Guro Dental Hospital in Sud Corea. L’Institutional Review Board presso l’Ospedale universitario Korea Guro ha approvato questo protocollo di studio. I criteri di inclusione per i pazienti sono stati:
normali rapporti occlusali con classe I di Angle;
presenza di contatto esistente tra i denti anteriori;
presenza di premolari inferiori integri e non capsulati;
presenza di primi e secondi molari integri e non capsulati.
I criteri di esclusione sono stati:
presenza di un’occlusione anteriore aperta;
presenza di una delle classi II e III di malocclusione;
presenza di un morso profondo;
presenza di bruxismo cronico;
presenza di sintomatologia TMD;
assenza di contatto tra molari e premolari superiori e inferiori;
presenza di apparecchi ortodontici.
Le intercuspidazioni con la cartina di masticazione delle trenta donne sono state rilevate e fotografate. Quindi, per ciascun soggetto è stata registrata anche la percentuale di forza occlusale in maniera digitale. Dai risultati del suddetto studio si può constatare che il coefficiente di correlazione tra l’area marcata dalla cartina di masticazione e la percentuale della forza rivela una bassa correlazione positiva. Il segno più grande della carta in ogni quadrante è stato abbinato con il dente più forte in quel quadrante stesso solo per il 38,3% dei casi. Solo il 62-63% della superficie marchiata potrebbe essere spiegata con la forza applicata occlusale, mentre la maggior parte dei risultati dell’area segnata dipende da altri fattori estranei alla forza applicata occlusale.
Implicazioni cliniche
Il clinico deve tenere in considerazione che non sempre l’impronta più grande marcata con la cartina di masticazione rispecchia il dente con maggiore forza occlusale; pertanto, nella fase di bilanciamento dell’occlusione affidandosi esclusivamente a questa metodica di rilevazione si rischia di ritoccare il dente sbagliato.
Lato della masticazione, simmetria della forza del morso e area di contatto occlusale in soggetti con diversi modelli facciali verticali Chewing side, bite force symmetry and occlusal contact area of subjects with different facial vertical patterns
Gomes SGF, Custodio W, Faot F, Del Bel Cury AA, Garcia RCMR. Braz Oral Res 2011;25(5):446-52.
Lo scopo di questo studio è quello di verificare se i soggetti con diverse morfologie cranio-facciali presentano preferenze circa il lato della masticazione, asimmetrie di forza del morso tra il lato destro e quello sinistro e asimmetrie circa l’area di contatto occlusale.
Le dimensioni cranio-facciali influenzano le funzioni orali; tuttavia, non è noto se sono associate a una funzione di asimmetria. È stato riportato in letteratura che i muscoli masticatori di soggetti dolicofacciali sono meno efficienti nel generare forze di masticazione in confronto ai soggetti brachifaciali. Sessantotto soggetti sani (39 maschi e 39 femmine) con un’età media di 23,5 anni sono stati selezionati per partecipare a questo studio secondo i seguenti criteri di inclusione: non dovevano presentare alcuna deformità facciale, nessuna grave malocclusione (morso aperto anteriore, cross-bite), nessuna storia di segni o sintomi di disordini temporo-mandibolari, nessuna storia di parafunzioni, nessuna pregressa chirurgia maxillo-facciale subita o lesioni della mascella presenti, nessun trattamento ortodontico concluso negli ultimi 2 anni.
Il peso (kg) e l’altezza (m) dei soggetti che hanno accettato di partecipare a questo studio sono stati misurati per controllare i dati antropometrici. Sono stati eseguiti per tutti i partecipanti gli esami cefalo metrici; i cefalogrammi sono stati analizzati in modo digitale con il software di analisi cefalometrica (Radiocef v.4.0, Radio Memory Ltda, Belo Horizonte, Brasile). L’Indice VERT è stato usato per determinare il modello facciale verticale dei soggetti, che sono stati divisi in 3 gruppi (per ogni gruppo, n = 26) secondo il tipo di viso:
mesofacciale(VERT Index tra -0,49 e +0,49);
brachifacciale (VERT Index >0,5);
dolicofacciale(VERT Index <-0.5).
L’analisi cefalometrica e la classificazione del modello di viso dei soggetti sono state eseguite da un unico operatore, mentre altri due sono stati impiegati (in cieco, rispetto al modello del viso) per raccogliere dati circa la forza del morso e i contatti occlusali. La preferenza del lato di masticazione è stata valutata utilizzando attrezzature apposite, l’area di contatto è stata misurata mediante registrazione dell’occlusione dei denti posteriori con siliconi e la forza del morso è stata misurata unilateralmente sulle regioni molari con sensori di 25 mm di spessore.
L’analisi statistica è stata effettuata utilizzando il metodo ANOVA , Student t-test, e Mann-Whitney test a un livello di significatività del 5%. I risultati ottenuti nel suddetto studio hanno dimostrato che i soggetti mesofacciali, brachifacciali e dolicofacciali presentano una maggiore area di contatto occlusale sul lato sinistro. Solo i soggetti dolicofacciali hanno mostrato asimmetria circa la forza del morso nei due lati, presentando maggiore forza sul lato sinistro. In tutti i gruppi non si sono riscontrate differenze statisticamente significative circa la preferenza del lato di masticazione.
Implicazioni cliniche
Il clinico deve tenere in considerazione nei casi di riabilitazione protesica che la simmetria laterale della forza del morso è influenzata dal modello cranio-facciale verticale.
È quanto consiglia ai giovani neolaureati Massimo Simion, milanese, 58 anni,Professore Associato e Responsabile del Reparto di Parodontologia della Clinica Odontoiatrica dell’Università degli Studi di Milano. L’odontoiatria nel nostro Paese gode di ottima fama, offre buone opportunità di formazione in un contesto generale che ha visto crescere anche il livello medio di competenza dei liberi professionisti.
Considerato a livello internazionale uno dei massimi esperti nel campo dell’implantologia, Massimo Simion, 58 anni compiuti lo scorso maggio, l’interesse per la medicina prima e per l’odontoiatria dopo l’ha ricevuta in dono dai genitori, entrambi medici dentisti: il padre fondò lo Studio Simion dove ancora oggi opera il figlio Massimo che accanto alla libera professione ha coltivato però anche la carriera universitaria. Professore Associato e Responsabile del Reparto di Parodontologia della Clinica Odontoiatrica dell’Università degli Studi di Milano, Massimo Simion ricorda ancora oggi quando da bambino sognava di fare il medico chirurgo: una strada solo in parte segnata. Sì, perché dopo la laurea, conseguita nell’ateneo milanese nel 1979, inizia a frequentare l’ambiente ospedaliero che tuttavia poco si addice al suo carattere e alla sua intraprendenza. Così, nel tentativo di trovare la sua di strada, decide di avvicinarsi all’odontoiatria che già bene conosceva per ragioni familiari, appassionandosi immediatamente in modo particolare alla dimensione pragmatica di questa professione che eserciterà per alcuni anni proprio accanto ai genitori, al padre Alberto in modo particolare e alla sorella che già da diversi anni ha abbandonato la professione. Conseguita la Specializzazione in Odontoiatria e Protesi Dentaria nella sua città, continua a frequentare l’ambiente universitario rimanendovi coinvolto al punto di voler investire anche su questo fronte, anche grazie al supporto di direttori di larghe vedute come il Prof. Franco Santoro, dice, che non l’hanno mai ostacolato, ma anzi lo hanno spronato a seguire gli altri suoi interessi professionali e la sua attività di ricerca condotta anche all’estero e al di fuori del mondo universitario. Membro del Board della European Association for Osseointegration (EAO) dal 1998 al 2005, Simion è stato Presidente della EAO dal 2001 al 2003 e Immediate Past-President per gli anni 2004/2005, nonché Vice-Presidente della Società Italiana di Parodontologia (SIdP, di cui è Socio Attivo) per gli anni 2003/2005. Membro del Council della EAO dal 2005, è Fondatore della Società Italiana di Osteointegrazione e Referee di prestigiosi periodici: Journal of Periodontology, International Journal of Periodontics and Restorative Dentistry, Clinical Oral Implant Research. Ha pubblicato numerosi articoli su riviste scientifiche ed è relatore di livello internazionale sull’argomento Parodontologia, Osteointegrazione e Rigenerazione Ossea, oltre che docente presso Idre Education, la società di formazione di cui è il fondatore.
Professor Simion, la sua carriera professionale si è sviluppata in un periodo molto interessante per l’odontoiatria: quali sono le rivoluzioni a cui ha assistito anche da protagonista?
In effetti ho avuto la fortuna di trovarmi al posto giusto, nel momento giusto, perché, poco dopo aver conseguito la Specializzazione in Odontoiatria e Protesi Dentaria, c’è stato l’avvento dell’osteointegrazione, il primo fatto epocale che ha cambiato il mondo dell’odontoiatria in questi ultimi anni. Ero giovane e pronto a saltare su questo treno, come d’altronde fece la Clinica dell’Università degli Studi di Milano, dove già operavo, uno dei primi centri in Italia ad avere sposato questa tecnica, proprio quando l’implantologia non godeva di grande credito.
Ci sono stati momenti di difficoltà…
Sì, sono stati anni di grandi resistenze culturali. Basti pensare che inizialmente, per differenziarci dai vecchi implantologi e più in generale dall’implantologia che aveva una fama sinistra, noi cultori di questa nuova metodica preferivamo parlare di osteointegrazione. È stato difficile anche nel mondo accademico dimostrare il fondamento scientifico dell’osteointegrazione, sino a quando, finalmente acquisita, questa tecnica è diventata indiscutibilmente patrimonio di tutti.
E poi?
Successivamente, c’è stato l’avvento della rigenerazione guidata dei tessuti, sia in parodontologia, sia nell’ambito della rigenerazione ossea, l’altro fatto che ha nuovamente cambiato l’approccio terapeutico e ha permesso di raggiungere risultati prima impossibili. Mi sono trovato sempre molto giovane ad abbracciare tra i primi al mondo quest’argomento di grandissimo fascino che ha avuto un enorme riscontro a livello internazionale. L’osteointegrazione e la rigenerazione guidata dei tessuti sono state le due tecniche che più mi hanno aiutato nell’avanzamento della carriera professionale, oltre ad avere nutrito la mia esperienza e la mia sete di conoscenza.
Cosa c’è di nuovo, oggi?
Dopo un lungo periodo di silenzio e di stasi, attualmente sono i cosiddetti fattori di crescita la novità che con fatica sta emergendo. Con fatica perché innanzitutto comportano costi notevoli (il BMP2 ad esempio è completamente fuori mercato per il mondo odontoiatrico), poi perché in Europa, a differenza degli Stati Uniti, (dove ad esempio si sta utilizzando già da un paio di anni il PDGF), questi fattori di crescita non sono ancora stati immessi in commercio per questioni normative e burocratiche.
Che vantaggi comporterebbero anche per i pazienti europei?
Permetterebbero e negli USA già permettono di ottenere buoni risultati in modo meno invasivo negli interventi chirurgici a livello del cavo orale, in particolare nella rigenerazione dei tessuti sia parodontali che ossei. Ovviamente non risolvono tutti i problemi, c’è sempre bisogno di una tecnica chirurgica corretta, rigorosa: i tempi devono essere rispettati, però l’aggiunta di questi fattori che favoriscono la guarigione dei tessuti, la rigenerazione dell’osso, la vascolarizzazione, permettono di ottenere guarigioni molto più rapide con minori complicanze post-operatorie.
Cosa ne pensa invece delle perimplantiti: sono davvero un’emergenza?
Sono un problema serio e reale, ma con un’incidenza per fortuna non così catastrofica come è stato detto: i numeri, oggi disponibili, infatti, smentiscono le affermazioni allarmistiche su questa complicanza nata in seguito all’impiego di impianti con superfici modificate, più ruvide, quelle considerate più adatte all’osteointegrazione. Oggi le aziende si stanno muovendo per cercare di risolvere questo problema, perché come sappiamo le infezione batteriche negli impianti sono difficili da debellare e possono avere conseguenze molto gravi.
Qual è, a suo avviso, il livello di competenza medio della classe odontoiatrica e qual è il profilo del professionista che si avvicina oggi all’implantologia?
Da quando è stato istituito il Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria, il livello medio si è elevato tanto ed oggi è in linea con quello degli altri paesi europei, senza considerare le eccellenza. I clinici italiani di determinate discipline vengono invitati in tutto il mondo perché considerati tra i migliori professionisti del settore; poi, ovviamente, seppur in minor misura rispetto al passato, ci sono anche gli incompetenti, ma questo è quanto accade un po’ in tutti i settori. Chi si avvicina all’implantologia oggi? Mentre una volta era il dentista generico che voleva imparare questa nuova disciplina, oggi i discenti sono soprattutto professionisti già con esperienza che desiderano fare un salto di qualità, che vogliono acquisire tecniche più sofisticate come quelle rigenerative, oppure continuare a utilizzare le tecniche standard ma con maggiore padronanza e sicurezza.
Cosa consiglia ai giovani odontoiatri?
Di restare in Italia per imparare davvero il mestiere e in particolare l’implantologia. In campo odontoiatrico la situazione in questi anni si è davvero capovolta: oggi il nostro Paese offre ottime opportunità di formazione post-laurea: ci sono corsi di aggiornamento e master universitari di alto livello, ma anche corsi privati organizzati da medici ed odontoiatri tra i migliori al mondo.
Per concludere, cosa vede nel futuro dell’odontoiatria italiana?
È difficile dirlo perché l’odontoiatria è sicuramente condizionata dalla crisi economica attuale che ha investito tutti i settori, riducendo la capacità di spesa dei cittadini. In questo momento i dentisti sembrano molto spaventati. Lo constatiamo anche noi che ci occupiamo di formazione. Si incontrano difficoltà nell’organizzare corsi e congressi: nell’arco di quest’ultimo anno, ad esempio, c’è stato un notevole decremento dell’affluenza che, a mio avviso, però, non può essere imputato solo ad una questione monetaria. A condizionare i comportamenti degli odontoiatri gioca un ruolo importante anche l’aspetto psicologico. I media, poi, fanno la loro parte di terrorismo psicologico. Il risultato è che le persone, impaurite, investono meno nella propria professione e nella cultura e forse questo è un errore.
Obiettivi. Presentare i risultati di uno studio prospettico sulla gestione delle complicanze infettive conseguenti a rialzo del seno mascellare mediante un approccio combinato costituito da chirurgia endoscopica funzionale sinusale (FESS-Functional Endoscopic Sinus Surgery) e da un approccio chirurgico per via intraorale. Materiali e metodi. 20 pazienti sono giunti alla nostra osservazione consecutivamente dal gennaio 2005 al dicembre 2009 per complicanze sinusitiche oramai cronicizzate, refrattarie alla sola terapia medica e secondarie a interventi di elevazione del seno mascellare con approccio laterale in associazione a innesto di osso autologo particolato o di materiali non autologhi. In tutti i pazienti è stato eseguito un intervento combinato con approccio endoscopico transnasale (FESS) associato a un trattamento endorale, eseguiti rispettivamente da un chirurgo otorinolaringoiatra e da uno maxillo-facciale in una stessa seduta in anestesia generale. Risultati. In 16 pazienti su 20 il controllo a 4 settimane dall’intervento dimostrava una perfetta guarigione clinica con recupero di una normale funzione di ventilazione e drenaggio sinusale. In 2 la persistenza di sinusite a 4 settimane dall’intervento è stata risolta entro l’ottava settimana post-operatoria con una nuova terapia antibiotica basata sull’antibiogramma realizzato sulla coltura microbiologica dell’aspirato sinusale. In 1 soggetto la persistenza di sinusite a 3 mesi dall’intervento è stata risolta con una aspirazione del materiale purulento endomascellare. In un paziente, infine, è stato necessario eseguire un secondo intervento combinato per risolvere la persistenza di sinusite a tre mesi dall’intervento.
Discussione e conclusioni. In questo lavoro viene presentata una casistica rilevante di complicanze infettive inveterate/cronicizzate conseguenti a rialzo del seno mascellare. Per la prima volta, per quanto ne sanno gli Autori, viene proposto un protocollo di trattamento ben codificato basato su un approccio chirurgico combinato costituito da FESS e da un approccio intraorale. I buoni risultati ottenuti dal trattamento proposto danno validazione alle scelte terapeutiche operate.
Summary
The treatment of sinusitis following maxillary sinus grafting procedures by means of functional endoscopic sinus surgery (FESS) in combination with an intraoral approach Aim. To present the results following the management of infectious complications following sinus floor elevation via a lateral approach by means of a combined surgical approach consisting of functional endoscopic sinus surgery (FESS-Functional Endoscopic Sinus Surgery) and an intraoral approach. Materials e methods. Between january 2005 and december 2009, 20 patients, affected by chronic sinusitis following maxillary sinus floor elevation procedures with autogenous bone particles or non autogenous bone substitutes, and not responding to antibiotic therapy, have been referred to us for surgical treatment of such complications. All patients have been treated by means of a combined approach consisting of FESS in association with an intraoral approach performed by a ENT surgeon and a maxillofacial surgeon, respectively, performed in only one session under general anesthesia. Results. In 16 out of 20 patients postoperative recovery was uneventful with complete healing and restoration of normal clearance and ventilation of paranasal sinuses within 4 weeks after surgery. In 2 patients, persisting drainage of purulent material through the enlarged maxillary ostium was treated by antibiotics following indications of an antibiogram obtained on pus samples taken by suctioning in the maxillary sinus. Complete recovery was obtained 8 weeks later. In 1 patient, the persistance of maxillary sinusitis 3 months after surgery was treated by means of simple aspiration of pus inside the maxillary sinus followed by daily rinsing with sterile saline. In one patient, finally, the persistence of maxillary sinusitis has been treated by the repetition of FESS in association with an intraoral approach which was followed by complete recovery afterwards. Discussion and conclusion. Results from this study, performed on a relevant number of patients affected by chronic sinusitis following sinus grafting procedures and treated consecutively with a combined approach consisting of FESS and intraoral approach seem to demonstrate this approach involving both ENT surgeons and oral/maxillofacial surgeons in one session can be a quite predictable and successful modality to treat such complications.
Il mascellare posteriore edentulo può spesso risultare inadatto alla riabilitazione protesica su impianti a causa dello scarso volume osseo del processo alveolare dovuto all’atrofia e, in particolare, all’espansione del seno mascellare. Il rialzo del seno mascellare con approccio laterale, descritto per la prima volta da Boyne and James nel 19801, è divenuto oggigiorno una procedura di routine per ricreare un volume osseo in grado di ospitare impianti di adeguate dimensioni. Le percentuali di successo della procedura di rialzo del seno, nonché la sopravvivenza a lungo termine degli impianti inseriti nelle zone ricostruite con questa metodica, sono infatti molto elevate come dimostrato da recenti revisioni sistematiche della letteratura, con valori superiori al 90%2-5. Sebbene rare, tuttavia, le complicanze infettive conseguenti all’intervento di rialzo del seno mascellare possono verificarsi, con una prevalenza intorno al 3%, sotto forma di sinusite e/o infezione del materiale da innesto, talvolta associata alla formazione di fistole oro-sinusali, in particolare nei casi inveterati (range: 0-10%). La causa principale è rappresentata dalla lacerazione della membrana sinusale durante l’intervento di rialzo del seno seguita da penetrazione del materiale da innesto nel seno o dell’impianto stesso e dalla loro contaminazione con conseguente reazione da corpo estraneo e sinusite3-10. È stato tuttavia dimostrato che una parte delle complicanze si verifica in casi con precedenti di sinusite o con disfunzioni della “clearance” del seno mascellare, conseguenti ad esempio a iperplasia diffusa della mucosa sinusale, ostruzione parziale o totale dell’ostio sinusale o, infine, ad alterazioni anatomiche delle cavità nasali che possono ostacolare il normale drenaggio attraverso l’ostio naturale del seno nel meato medio, quali una deviazione rilevante del setto, una notevole iperplasia dei turbinati o la presenza della concha bullosa7,11,12. L’infezione può limitarsi al seno mascellare sottoposto a rialzo, ma può anche provocare, come già accennato, formazione di fistole oro-sinusali con suppurazione cronica associata o meno a espulsione del materiale da innesto, può estendersi ad altri seni paranasali e, nei casi più gravi, all’orbita e alle fosse craniche anteriore o media13-16. Risulta pertanto fondamentale trattare queste complicanze il prima possibile e secondo protocolli efficaci e affidabili. In caso di infezione del seno mascellare conseguente a rialzo e in presenza di fistola oro-antrale, l’approccio classico è stato rappresentato per anni dalla toilette chirurgica per via endorale, con l’obiettivo di rimuovere il materiale infetto nella zona del rialzo del seno e dal seno stesso, associata talvolta alla creazione di una controapertura nasale mediante una meatotomia inferiore, con chiusura infine della fistola oro-sinusale con lembi locali6,17,18. Tuttavia, proprio alla luce del fatto che nei casi di complicanze infettive conseguenti a rialzo del seno mascellare: a) possono essere coinvolti altri seni paranasali (etmoide, seno frontale e talvolta seno sfenoidale), non raggiungibili per via endorale; b) è presente spesso un’ostruzione primaria o secondaria dell’ostio sinusale legata a iperplasia reattiva della mucosa sinusale, talora associata a una medializzazione secondaria del processo uncinato che blocca ulteriormente drenaggio e ventilazione del seno; c) possono essere presenti condizioni predisponenti (deviazione settale, concha bullosa, ipertrofia dei turbinati eccetera), la toilette per via endorale associata o meno a controapertura nasale con meatotomia inferiore può rivelarsi inefficace o insufficiente per una completa restitutio ad integrum delle funzioni sinusali. È stato infatti dimostrato che in caso di sinusite mascellare il trattamento di elezione sia oggigiorno rappresentato da un approccio endoscopico transnasale, meglio noto a livello internazionale come FESS (Functional Endoscopic Sinus Surgery)19-21.
Questo approccio, oltre a essere decisamente più conservativo rispetto al tradizionale approccio secondo Caldwell-Luc, risulta essere l’unico in grado di correggere il blocco dell’ostio naturale del seno, l’eventuale coinvolgimento di altri seni paranasali, la correzione del processo uncinato e delle eventuali condizioni predisponenti prima citate. Per contro, il solo approccio mediante FESS può essere tuttavia insufficiente per la rimozione completa del materiale da innesto infetto non facilmente raggiungibile per via endoscopica (a causa di limiti strumentali) e non consente la chiusura di eventuali fistole intraorali. Alla luce di queste informazioni, il trattamento di elezione per la terapia delle sinusiti causate da rialzo del seno mascellare risulta essere la FESS associata a un approccio endorale. Mentre quest’ultimo è già stato descritto per la rimozione di impianti migrati nel seno22, non risulta agli Autori che questa procedura “combinata” sia stata già descritta in modo sistematico per le sinusiti conseguenti a rialzo del seno mascellare. Scopo di questo lavoro è pertanto quello di presentare l’esperienza degli Autori nel trattamento con questa metodica di un campione di 20 pazienti trattati consecutivamente e affetti da sinusite conseguente a rialzo del seno mascellare.
Materiali e metodi
Dal gennaio 2005 al dicembre 2009, 20 pazienti (14 femmine e 6 maschi) di età compresa tra i 34 e i 65 anni (età media: 49,2 anni), precedentemente sottoposti (da 2 a 12 mesi prima) presso studi libero-professionali odontoiatrici a interventi di elevazione del seno mascellare con approccio laterale e innesto di osso autologo particolato o di materiali non autologhi, in associazione o meno a inserimento immediato di impianti endossei, sono giunti alla nostra osservazione per complicanze sinusitiche oramai cronicizzate. I pazienti sono stati da noi visitati presso i seguenti centri: 1) Unità di Otorinolaringoiatria, Dipartimento Testa e Collo, A.O. San Paolo, Università degli Studi di Milano; 2) Unità di Chirurgia Orale, Dipartimento di Medicina e Chirurgia, A.O. San Paolo, Università degli Studi di Milano; 3) Unità di Chirurgia Maxillo-Facciale, Istituto Stomatologico Italiano, Milano. I tre centri lavorano dal 2005 in collaborazione tra di loro e tutti i pazienti, indipendentemente dalla sede cui sono stati riferiti, sono stati visitati sempre da un’equipe mista formata sia dal chirurgo oro-maxillo-facciale che dall’oto-rino-laringoiatra. Tutti i pazienti riferivano che, a distanza variabile dall’intervento di elevazione del seno mascellare (da 3 a 12 settimane dopo), avevano notato la comparsa o persistenza di almeno uno dei seguenti sintomi: dolore e senso di tensione al volto; tumefazione visibile della regione geniena/paranasale/orbitaria con presenza o meno di arrossamento cutaneo; secrezione di materiale purulento associato all’espulsione di granuli di materiale da innesto dal naso o nella faringe. In tutti i soggetti erano presenti una o più fistole intraorali attraverso la mucosa della cresta alveolare nella regione latero-posteriore del mascellare superiore, con secrezione più o meno rilevante di materiale purulento, talvolta associato all’espulsione di granuli di materiale da riempimento precedentemente utilizzato per l’intervento di elevazione del seno mascellare. Dei 20 pazienti, 17 erano stati sottoposti a rialzo seno monolaterale (di cui 2 - #2,13 - anche a inserimento contestuale di impianti endossei), mentre 3 pazienti a intervento bilaterale. I pazienti erano stati sottoposti a cicli di antibioticoterapia più o meno prolungati (nella maggioranza dei casi a base di penicillinoderivati, associati o meno ad acido clavulanico, oppure a base di macrolidi o cefalosporine), ma che non avevano risolto se non parzialmente e temporaneamente il quadro infettivo. La valutazione clinica è stata associata a una valutazione strumentale mediante: a) radiografia panoramica delle arcate dentarie; b) tomografia computerizzata del massiccio facciale senza mezzo di contrasto; c) endoscopia nasale. Quando disponibile, è stato valutato anche il materiale radiografico pre-operatorio rappresentato talvolta da sole radiografie endorali, talaltra da radiografie panoramiche o da tomografie computerizzate con programma dedicato a impianti (Dental-scan o equivalente).In 8 pazienti l’esame endoscopico nasale e mediante TC mostrava la presenza di una sinusite limitata al/ai seni mascellari sottoposti a intervento di rialzo, in 8 pazienti l’infezione era estesa alle cellule etmoidali e in 4 sia all’etmoide che al seno frontale. In nessuno dei soggetti giunti alla nostra osservazione è risultata una sinusite sfenoidale. In 7 pazienti è stata rilevata la presenza di quantità più o meno rilevanti di granuli di materiale da innesto (sia osso autologo che materiali non autologhi) nel seno mascellare, sia a contatto con il pavimento del seno che sparsi nella sua cavità (Tabella 1).
In tutti i pazienti era presente un opacamento totale o subtotale del seno mascellare con ostruzione dell’ostio sinusale naturale.
In 7 pazienti (#1,2,3,7,15,19,20) sono stati inoltre osservati quadri clinici concomitanti che determinavano un’ulteriore ostruzione dell’ostio e del possibile drenaggio nel meato medio, quali la presenza di concha bullosa, deviazione rilevante del setto o ipertrofia dei turbinati (vedi Tabella 1). A causa della presenza di: a) sinusite, estesa o meno ad altri seni paranasali; b) ostruzione dell’ostio sinusale causata dell’infezione in atto o da quadri clinici pre-esistenti; c) presenza di fistole endorali con comunicazione oro-antrale, in tutti i pazienti è stato pianificato un intervento combinato di approccio endoscopico transnasale (FESS) associato a un approccio endorale, eseguiti rispettivamente dal chirurgo otorinolaringoiatra e da quello oro-maxillo-facciale in una stessa seduta in anestesia generale. Come accennato nell’introduzione, l’approccio endoscopico si è posto come obiettivi non solo quello di drenare i seni paranasali infetti e rimuovere il materiale da innesto migrato nel seno mascellare, ma anche quello di allargare l’ostio naturale del seno mascellare e di rimuovere ogni ostacolo a una corretta funzione del drenaggio del seno e della sua clearance. L’approccio intraorale ha avuto invece come obiettivi quelli di: a) rimuovere il materiale da innesto non raggiungibile per via endoscopica nasale (porzione inferiore e recesso anteriore del seno mascellare) o il materiale oramai consolidato, seppure infetto, e adeso al pavimento del seno mascellare; b) chiudere le comunicazioni oro-antrali mediante rimozione dei tramiti fistolosi e plastica mediante lembi locali. In alcuni casi l’endoscopia è stata applicata anche per via transorale allo scopo di ispezionare anche “dal basso” il seno mascellare alla ricerca di eventuali residui di materiale da innesto sfuggiti all’ispezione transnasale e a quella intraorale. Tutti i pazienti sono stati sottoposti a copertura antibiotica mediante Ceftriaxone, iniziata al momento dell’induzione dell’anestesia e proseguita al dosaggio di 2 grammi al giorno per 7-10 giorno per via intramuscolare. In un paziente (#7) che aveva sviluppato un’infezione batterica associata ad aspergillosi sotto forma di “fungus ball” (come confermato poi da esame colturale post-operatorio) è stata associata una terapia con Levofloxacina per os, al dosaggio di 500 mg pro die per 15 giorni.
Fase endoscopica (FESS)
Ha sempre rappresentato la prima fase dell’intervento ed è stata eseguita in narcosi con intubazione oro-tracheale. Gli step principali sono stati: a) uncinectomia inferiore, antrotomia media ampia e toilette chirurgica del seno mascellare con rimozione del materiale purulento e di tutto il materiale da innesto infetto migrato nel seno mascellare (quando presente e raggiungibile per via endoscopica). Non è stato fatto, a differenza della procedura secondo Caldwell-Luc, nessun tentativo di rimuovere tutta la mucosa del seno mascellare, se non il tessuto iperplastico o francamente “polipoide” presente nel seno, limitando al massimo l’esposizione dell’osso del seno mascellare. Nei casi con sinusite delle cellule etmoidali o del seno frontale, è stata eseguita una contestuale toilette endoscopica di questi seni paranasali. Nei 5 pazienti che presentavano concomitanti fattori quali concha bullosa o ipertrofia del turbinato medio (#1,7,15,19,20), si è proceduto nella medesima seduta al trattamento per via endoscopica di questi elementi, potenzialmente ostacolanti una normale ripresa della funzionalità sinusale.
Fase endorale
Una volta ultimata la FESS, si è passati alla fase endorale, senza tuttavia procedere al tamponamento nasale per consentire un controllo finale. L’approccio intraorale è consistito nell’allestimento di un lembo mucoperiosteo a tutto spessore di forma generalmente trapezoidale, sufficientemente ampio per consentire un’adeguata esposizione della parete antero-laterale del seno mascellare. L’incisione iniziale ha tenuto ovviamente conto della localizzazione delle fistole orali, sempre presenti in tutti i pazienti giunti alla nostra osservazione, al fine di escidere il/i tramiti fistolosi. Dopo elevazione del lembo - e utilizzando l’opercolo osseo già creato per l’elevazione del seno mascellare durante l’intervento di rialzo - si è penetrati nella cavità sinusale e si sono rimossi tutti i residui di materiale da innesto ancora presenti. Questi erano per lo più localizzati a livello del pavimento del seno mascellare e nel recesso più mediale/anteriore del seno, difficilmente raggiungibile per via endoscopica. Nei due pazienti in cui erano stati inseriti contestualmente impianti a livello dei seni rialzati, (#2,13) si è evidenziata un’ampia penetrazione di questi nel seno e la copertura della loro superficie con un film di materiale purulento associata o meno alla presenza di materiale infetto oramai “integrato” sulla superficie implantare. Si è proceduto pertanto alla loro rimozione, per evitare di lasciare corpi estranei infetti, possibile causa di recidiva. Sono stati rimossi in tutto 5 impianti. Si è proceduto quindi alla escissione dei tramiti fistolosi, sempre presenti in tutti i soggetti. Prima di procedere alla chiusura dell’accesso intraorale è stato eseguito un ulteriore controllo endoscopico per verificare il completamento della toilette dei seni mascellari. Infine, il lembo endorale è stato rilasciato adeguatamente con incisione del periostio per consentire una chiusura ermetica e senza tensione. In 8 pazienti, che presentavano ampie deiscenze ossee legate al precedente intervento di rialzo, alla rimozione degli impianti o all’erosione provocata dall’infezione cronica con fistole, l’ermeticità della chiusura è stata “rafforzata” mediante l’allestimento di lembi di bolla adiposa per creare un doppio strato di chiusura. La fase finale è consistita nel controllo dell’emostasi naso-sinusale e nel tamponamento nasale.
Risultati
Il decorso post-operatorio è stato privo di complicanze immediate in tutti i pazienti, con una degenza media di 1,6 giorni (range: 1-2 giorni). I tamponi nasali sono stati rimossi in prima giornata post-operatoria e ai pazienti dimessi sono stati prescritti, oltre all’antibioticoterapia, applicazioni nasali di pomata di Mupiromicina, lavaggi nasali con soluzione fisiologica, divieto di soffiare il naso per almeno 15 giorni, una dieta semiliquida per 10-15 giorni e un’accurata igiene orale con collutori a base di clorexidina allo 0.2%.
1. Radiografia panoramica eseguita 4 settimane dopo un rialzo del seno mascellare di sinistra con innesto di materiale alloplastico: si evidenzia un diffuso opacamento del seno mascellare.2. La tomografia computerizzata evidenzia un opacamento completo del seno mascellare, il coinvolgimento del meato medio nasale e l’opacamento delle cellule etmoidali di sinistra; è evidente anche un’ampia interruzione della parete inferiore e laterale del seno mascellare, esito del precedente intervento e dell’infezione cronica che ha provocato erosione dell’osso alveolare con fistolizzazione endorale.
I punti endorali sono stati rimossi 10-12 giorni dopo l’intervento. Sono stati quindi programmati dei controlli a 2-4-8-12 settimane, 6 mesi, 12 mesi e quindi annualmente. I controlli clinici eseguiti con endoscopia sono stati associati a sei mesi a controllo radiografico mediante tomografia computerizzata del massiccio facciale, nei casi in cui era previsto un reintervento a scopo implantologico. In 16 pazienti è avvenuta una guarigione completa senza recidiva di infezione, con adeguata ventilazione dei seni paranasali e pervietà dell’ostio sinusale. Nei pazienti che hanno eseguito la TC (10), si è evidenziato in 6 casi una normalizzazione della mucosa sinusale, mentre in 4 si è rilevato un residuale ispessimento della mucosa sinusale, ma senza effetti negativi sulla funzionalità naso-sinusale. In 4 casi invece (#1,3,8,18), nonostante un’adeguata antrostomia, a distanza di 4 settimane dall’intervento persisteva secrezione purulenta con drenaggio spontaneo nella cavità nasale, seppure senza i classici sintomi sinusitici quali dolore e senso di tensione.
33-4. La visione endorale mostra un’ampia fistola in regione molare con abbondante secrezione purulenta e comunicazione oro-antrale: attraverso la fistola la secrezione purulenta cronica si è associata a espulsione di granuli del materiale da innesto precedentemente utilizzato per l’intervento di rialzo.
Questi pazienti sono stati sottoposti ad aspirazione mediante approccio endoscopico transnasale e a esame colturale associato ad antibiogramma di campioni di materiale purulento. È stata riscontrata la presenza di Stafilococco aureo in 2 soggetti (#8,18). In base all’antibiogramma fu nuovamente instaurata una terapia mirata a base di Levofloxacina (750 mg/die per 15 giorni) per i pazienti con stafilococco, con guarigione clinica ed endoscopica in 4 settimane. Nei restanti due pazienti, invece, gli esami colturali risultarono negativi e i tentativi di antibioticoterapia “non mirata” a largo spettro furono inefficaci.
5. Durante la prima fase endoscopica si evidenzia abbondante fuoriuscita di materiale purulento nel meato medio.6. Dopo uncinectomia e allargamento dell’ostio sinusale naturale è possibile aspirare il materiale purulento che ha invaso il seno mascellare e rimuovere con strumentario endoscopico gran parte del materiale da innesto. Durante la stessa seduta è stata eseguita una toilette endoscopica anche delle cellule etmoidali.
Si procedette in un caso (#3) ad aspirazione di materiale purulento endosinusale con successiva eliminazione spontanea di 3 frammenti di materiale da innesto e guarigione. Nell’altro (#2) si procedette a nuova FESS in anestesia generale e fu trovato materiale purulento nel seno mascellare e la presenza di un impianto inserito nella zona del canino superiore di sinistra (non rimosso durante il primo intervento perché apparentemente non collegato al seno mascellare) che presentava invece segni di peri-implantite all’esame intraorale e radiografico con apice comunicante con la base del seno.
77-8. La fase endorale ha consentito la rimozione della fistola oro-antrale, del materiale da innesto non raggiungibile per via endoscopica, nonché della mucosa iperplastica intorno alla fistola oro-antrale. Si noti l’ampia breccia ossea trovata dopo sollevamento del lembo endorale e non provocata durante questa fase dell’intervento di toilette.
Si procedette pertanto alla rimozione dell’impianto, non più osseointegrato, per via intraorale. Dopo questo secondo intervento ci fu una rapida regressione dei sintomi e dei segni di sinusite con restitutio ad integrum in 4 settimane, come dimostrato dal controllo endoscopico. Nessuno dei 20 pazienti ha più mostrato segni di recidiva dopo un follow-up variabile da un minimo di 1 anno a un massimo di 6 anni. Un caso esemplificativo viene presentato nelle Figure da 1 a 14.
99-10. L’ampia comunicazione oro-antrale viene chiusa mediante un primo strato formato da un lembo di bolla adiposa cui è stato sovrapposto un lembo genieno a tutto spessore (Lembo di Rehrmann), il tutto suturato in modo ermetico e senza tensione.11. Il controllo endoscopico eseguito 6 mesi dopo l’intervento di toilette mostra la restitutio ad integrum del seno mascellare, con una mucosa di aspetto del tutto normale e un ampio ostio sinusale che consente una normale ventilazione del seno mascellare.
Discussione
La letteratura relativa alle complicanze infettive conseguenti all’intervento di rialzo del seno mascellare è costituita prevalentemente da case report o serie di casi limitati6,9,10,13,15,23. Questo sembra correlabile al fatto che le complicanze post-operatorie, in particolare quelle infettive, o sono relativamente insolite o vengono pubblicate raramente. Poiché la procedura di rialzo del seno mascellare a scopo implantologico è divenuta oramai routine, è altamente probabile che le casistiche aumenteranno rapidamente nel prossimo futuro, come anche le complicanze a essa correlate. Ad oggi, tuttavia, proprio per l’aneddoticità e scarsezza di informazioni sulle complicanze infettive dopo rialzo del seno non esistono protocolli terapeutici ben codificati. Gli unici aspetti ben supportati in letteratura sono i seguenti: 1) le complicanze sinusitiche dopo rialzo del seno mascellare si verificano più frequentemente in pazienti che hanno avuto episodi sinusitici precedenti all’intervento; 2) esistono dei fattori predisponenti legati prevalentemente ad anomalie/alterazioni parafiosiologiche del complesso seno mascellare-ostio sinusale-meato medio, quali la concha bullosa, l’ipertrofia dei turbinati, un’accentuata deviazione settale, che possono interferire con la normale ventilazione e clearance del seno mascellare; 3) il trattamento delle sinusiti refrattarie a terapia medica, quale che ne sia l’origine (“odontogena” e non), non dovrebbero più essere effettuato con il convenzionale approccio ad modum Caldwell-Luc che si è rivelato inefficace nel ripristino delle funzioni sinusali24-26.
1212-13. La tomografia di controllo conferma la normalizzazione del complesso naso-sinusale con pervietà dell’ostio sinusale (ovviamente allargato) e normale radio-trasparenza del seno mascellare e delle cellule etmoidali.
In questo lavoro viene presentata per la prima volta, per quanto ne sanno gli Autori, una casistica rilevante di complicanze infettive inveterate/cronicizzate conseguenti a rialzo del seno mascellare in cui viene proposto un protocollo di trattamento ben codificato e che consiste in un approccio chirurgico combinato costituito dalla FESS e da un approccio intraorale. Per quanto riguarda la FESS, numerosi studi hanno oramai dimostrato quanto questa metodica sia superiore all’approccio tradizionale secondo Caldwell-Luc per una serie di motivi. Questi sono: a) la minore invasività della procedura; b) il rispetto della normale fisiologia del seno mascellare, con drenaggio spontaneo dei secreti intrasinusali attraverso l’ostio naturale (seppure ampliato) e non con una meatotomia inferiore che non consente, come ampiamente dimostrato, un adeguato drenaggio del seno; c) la non necessità di asportare la mucosa sinusale in toto, come originariamente proposto da Caldwell-Luc, che se lasciata, al contrario, una volta rimossa l’infezione tornerà, nella maggioranza dei casi, a un normale aspetto e funzione; d) tramite l’approccio endoscopico transnasale è possibile gestire chirurgicamente e in modo poco invasivo gli altri seni paranasali eventualmente coinvolti, certamente non raggiungibili per via intraorale in modo conservativo; e) tramite l’approccio endoscopico è possibile rimuovere i co-fattori che possono interferire con il normale drenaggio e ventilazione del seno attraverso l’ostio naturale. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, è bene ricordare quanto il complesso ostio-meatale sia già, in condizioni di salute, di diametro ridotto (tranne eccezioni). La presenza di anomalie anatomiche quali la concha bullosa, una notevole deviazione del setto o l’ipertrofia dei turbinati possono ridurre ulteriormente le capacità di clearance. In condizioni di salute questi potenziali ostacoli possono essere del tutto silenti: al contrario, in caso di infezione sinusale l’ipertrofia reattiva della mucosa del complesso ostio-meatale e le sue eventuali anomalie anatomiche secondarie all’infezione rendono molto difficili le possibilità di compenso, con scarse possibilità di guarigione. Grazie alla FESS è possibile in un’unica seduta rimuovere tutti questi fattori, favorendo così il recupero funzionale del seno, una volta eliminata ovviamente la causa prima, cioè l’infezione scatenata dalla violazione del seno mascellare durante l’elevazione della membrana di Schneider con esposizione/penetrazione di materiale da innesto o impianti.È interessante notare che uno dei primi studi che ha evidenziato il ruolo di precedenti patologie naso-sinusali nel favorire complicanze infettive dopo rialzo del seno mascellare risalga al 19977.
14. Controllo endorale a 6 mesi di distanza che mostra la guarigione dei tessuti molli con chiusura della comunicazione oro-antrale.
Dopo di allora, questo aspetto molto importante è stato poco sviluppato. Risulta invece fondamentale, alla luce dei dati riportati da Timmenga et al. nel 1997 e dal nostro studio, un’accurata analisi clinica e radiografica del complesso naso-sinusale prima di procedere a qualsiasi intervento pre-implantologico che coinvolga i seni mascellari11. Ecco perché, ad esempio, la semplice TC dedicata agli impianti, che nella maggioranza dei casi prevede sezioni limitate al processo alveolare e al terzo inferiore delle cavità nasali e dei seni mascellari, se da un lato risulta adeguata dal punto di vista strettamente implantologico (scelta delle dimensioni degli impianti, necessità o meno di rialzo del seno mascellare), appare invece inadeguata per valutare il complesso naso-sinusale nel suo complesso. Solo una TC di tutto il massiccio facciale con sezioni coronali, assiali e sagittali può infatti fornire tutte le informazioni sul seno mascellare “in toto”, sull’ostio sinusale (non visibile con TC dentali), sulle cavità nasali, sulle cellule etmoidali, sui seni frontale e sfenoidale. Questo consente di evidenziare eventuali controindicazioni alla procedura di rialzo del seno, con patologie o quadri anatomici parafisiologici (concha bullosa, deviazione settale, ipertrofia dei turbinati, ostruzione dell’ostio sinusale, poliposi naso-sinusale eccetera) spesso del tutto silenti dal punto di vista clinico, ma che possono essere la premesse per complicanze successive alla procedura di rialzo del seno mascellare. La loro identificazione ne consente invece l’eliminazione prima o contestualmente al rialzo del seno mascellare, come già suggerito da alcuni Autori11,27-29. Per quanto riguarda l’approccio intraorale, questo permette di completare la FESS con procedure indispensabili per la terapia delle complicanze dopo rialzo del seno, ma non eseguibili con un approccio endoscopico nasale vale a dire: a) la rimozione di impianti penetrati nel seno, infetti, ma già integrati nell’osso alveolare; b) la rimozione del materiale da innesto non raggiungibile in alcune parti della cavità sinusale; c) la chiusura delle fistole/comunicazioni oro-antrali.
Conclusioni
Questo studio sembra dimostrare come, seppure non frequenti, le complicanze infettive dei seni paranasali conseguenti a rialzo del seno mascellare possono causare quadri anche gravi e non gestibili né con la semplice terapia medica, né con un approccio chirurgico singolo, sia esso endoscopico transnasale o per via endorale. È stato evidenziato al contrario come un approccio combinato che preveda l’associazione di FESS e di un approccio intraorale sia con ogni probabilità la migliore scelta terapeutica per una risoluzione a lungo termine di queste complicanze e per il ripristino di una normale omeostasi naso-sinusale.
Corrispondenza Matteo Chiapasco Unità di Chirurgia Orale, Clinica Odontoiatrica, Azienda Ospedaliera San Paolo, Università degli Studi di Milano Via Beldiletto 1/3 – 20142 Milano Tel. +39 02.50319000 Fax +39 02.50319014 matteo.chiapasco@unimi.it
Carlotta Pipolo1 Giovanni Felisati1 Roberto Borloni3 Paolo Lozza1 Sandro Siervo3 Matteo Chiapasco2 1Unità di Otorinolaringoiatria, Dipartimento di Scienze della salute, AO San Paolo, Università degli Studi di Milano 2Unità di Chirurgia Orale, Dipartimento di Scienze della salute, AO San Paolo, Università degli Studi di Milano 3Unità di Chirurgia Maxillo-Facciale, Istituto Stomatologico Italiano, Milano
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Figura 1. Impianto monobasico in zirconio posizionato in sede 3.4.
Riassunto Introduzione. Lo scopo di questo studio è stato quello di valutare il risultato estetico di impianti monocomponenti in zirconia, inseriti nei settori frontali dei mascellari. Materiale e metodi. In questa serie di casi sono stati valutati i risultati clinici di 12 impianti in zirconia posizionati in zone ad alta valenza estetica di 8 pazienti. Per ogni impianto è stato valutato il “Pink Esthetic Score” (PES), la percentuale di sopravvivenza implantare e lo stato di salute dei tessuti perimplantari. Risultati. Il survival rate implantare è stato pari al 100%. Il parametro PES ha dato un valore pari a 7,5±1 su un valore massimo di 10 e in tutti i soggetti è stato riscontrato un ottimo controllo di placca domiciliare con indici di infiammazione nella norma. Conclusioni. Nei limiti di questo studio, gli impianti monocomponenti in zirconio sembrano dare ottimi risultati sia per quanto riguarda l’estetica sia per il mantenimento dei tessuti molli perimplantari.
Summary Evaluation of perimplant soft tissues around monophasic zirconia dental implants using the Pink Esthetic Score: a preliminary clinical study. Aim. The goal of this study was to evaluate the esthetic results of monophasic zirconia dental implants, placed in anterior areas of the jaws. Materials e methods. In this case series study, have been assessed the clinical results of 12 zirconia implants placed in areas with high esthetic value of 8 patients. For each implant was rated the “Pink Esthetic Score” (PES), the percentage of survival and the health of peri-implant tissues. Result. The implant survival rate was 100%. The parameter PES has given a value of 7.5 ± 1 and all subjects have shown an excellent plaque control with indices of inflammation in the norm. Conclusions. Within the limits of this study, the zirconia dental implants seem to give excellent results as regards both the esthetics and the maintenance of the peri-implant soft tissues.
La terapia implantare del paziente parzialmente edentulo è divenuta una metodica di trattamento ben consolidata soprattutto nei settori estetici dove ormai ha raggiunto alti livelli di predicibilità in termini di successo. Numerosi studi1-5 hanno, infatti, valutato l’efficacia dell’utilizzo di impianti posizionati in zona estetica riportando percentuali di sopravvivenza e di successo assolutamente comparabili a quelle riscontrate per impianti inseriti in altre zone dei mascellari.
Figura 2. Radiografia endorale di controllo dopo riabilitazione protesica.
L’evoluzione delle tecniche chirurgiche, quali le tecniche “flapless”, gli impianti post-estrattivi immediati con protesizzazione immediata/differita, per cercare di ridurre i tempi tecnici della riabilitazione dei pazienti soprattutto nel caso di mono/pluri-edentulie in area a elevato interesse estetico, ha portato risultati sovrapponibili in termini di percentuali di sopravvivenza implantare sia nel medio che nel lungo periodo rispetto alla tecnica tradizionale bifasica6-8. Nonostante il conseguimento dei criteri di successo implantare descritti da Branemark, qualche volta si possono verificare delle complicanze quali, ad esempio, la trasparenza grigiastra a causa della contrazione dei tessuti molli perimplantari riscontrabile sia a breve che a lungo termine o, addirittura, la loro retrazione con esposizione dell’anima di metallo del manufatto protesico o del colletto implantare e che portano inevitabilmente a un insuccesso in termini di risultato estetico soprattutto nei soggetti con biotipo gengivale sottile9.
Figura 3. Riabilitazione protesica finale.
In letteratura sono presenti pochi lavori che hanno avuto come scopo quello di valutare gli impianti posizionati nel settore anteriore da un punto di vista puramente estetico6,7,10-23. Mentre alcuni di questi lavori10,18,20,24 hanno posto grande enfasi sull’altezza della linea del sorriso dei pazienti in rapporto alla linea estetica, altri studi11,25-27 hanno dato particolare importanza alla presenza/assenza della papilla interprossimale dopo la terapia implantare.
Il volume occupato dalla papilla interprossimale è stato valutato25 utilizzando una scala di valori con un range da 0 a 4 punti, dove con un valore pari a 0 si intendeva la completa mancanza di tessuto interprossimale e con un punteggio pari a 4 la presenza di un tessuto papillare iperplastico. Recentemente sono stati proposti altri metodi di analisi per oggettivare i criteri di valutazione estetici che prendono in considerazione sia l’aspetto dei tessuti molli perimplantari sia l’integrazione del manufatto protesico con i tessuti molli e con gli elementi dentali adiacenti28-32.
Figura 4. Schema raffigurante le variabili del PES prese in esame.
Furhauser29 nel 2005 ha proposto una metodica di analisi estetica che prende il nome di Pink Esthetic Score (PES), incentrata essenzialmente sull’aspetto dei tessuti molli perimplantari e che valutava non solo la presenza/assenza della papilla interprossimale, ma anche la qualità del tessuto perimplantare nel suo complesso (la convessità del tessuto in corrispondenza dell’impianto, il profilo di emergenza del manufatto protesico in relazione al tessuto marginale, il colore e l’aspetto del tessuto perimplantare). Il punteggio varia tra 0-2 per ogni parametro per un totale massimo pari a 14 punti. Belser et al. nel 200932 ha proposto di ridurre i parametri PES a 5 punti essenziali cui associare il “White Esthetic Score” (WES) riguardante dei parametri valutativi del manufatto protesico. Scopo di questo lavoro è stato quello di valutare tramite il PES proposto da Belser il risultato estetico di impianti monofasici in zirconio posizionati nei settori frontali del mascellare superiore e inferiore.
Materiali e metodi
In questo studio sono stati valutati complessivamente 12 impianti monofasici in zirconio posizionati in aree monoedentule ad alta valenza estetica di 8 pazienti (6 maschi e 2 femmine) afferenti al reparto di Implantologia dell’U.O. dell’IRCCS Fondazione Policlinico, Ospedale Maggiore Ca’ Granda, Università degli Studi di Milano.
Sistema implantare
In questo studio sono stati utilizzati impianti monofasici in zirconio a superficie sabbiata (White-SKY, Bredent Medical, Senden, Germania) (Figure 1-3). L’ossido di zirconio è un materiale ceramico ad alta resistenza, derivato dalla depurazione del biossido di zirconio e del silicato di zirconio.
Il processo di sinterizzazione avviene con l’iniezione di silice di zirconio (particelle di ZrSiO2) in una fiamma a plasma: la silice di zirconio fonde e si dissocia in ZrO2 e SiO; nella parte più fredda della camera al plasma il ZrO2 si consolida dapprima in forma dendritica e l’ulteriore raffreddamento porta poi al consolidamento della silice come agglomerante vetroso dei dendriti dell’ossido di zirconio.
Valutazione estetica
Il risultato estetico è stato valutato da un singolo osservatore, diverso sia dal chirurgo che dal protesista, prendendo in considerazione il Pink Esthetic Score (PES) e riadattandolo come suggerito da Belser nel 2009 (PES)32.
I parametri PES valutati sono stati (Figura 4): (A-B) la presenza/essenza della papilla interprossimale; (C) la festonatura del margine gengivale in corrispondenza dell’impianto; (D) la posizione del tessuto marginale; (E) il colore; (F) l’aspetto del tessuto perimplantare.
Per ciascun parametro è stato dato un punteggio crescente da 0 (valore minimo) a 2 (valore massimo) come descritto nella Tabella 1.
A un punteggio inferiore a 6 corrisponde un’estetica non accettabile, mentre un punteggio compreso tra 6-8 indica un risultato estetico soddisfacente; un punteggio PES superiore a 9 è indice di un’estetica eccellente.
Valutazione dei tessuti molli perimplantari
Per ciascun impianto sono stati rilevati dallo stesso operatore, tramite l’utilizzo di una sonda parodontale millimetrata, i seguenti parametri: l’indice di placca modificato (mPI), l’indice di sanguinamento modificato (mBI) e la profondità di sondaggio (PD).
Analisi statistica
I dati, sia per quanto riguarda la percentuale di successo implantare sia relativi alla valutazione estetica, sono stati espressi come valore medio e deviazione standard.
Risultati
Presso il reparto di Implantologia, Clinica Odontoiatrica IRCCS Fondazione Policlinico, Ospedale Maggiore Ca’ Granda, Università degli Studi di Milano, sono stati valutati complessivamente 12 impianti monofasici in zirconia parzialmente stabilizzata con ittrio, posizionati in aree ad alta valenza estetica di 8 pazienti (6 maschi e due femmine) di età media pari a 54 anni (range 36-72). Suddividendo quindi gli impianti valutati in base alla sede, 8 sono stati posizionati nel mascellare superiore (5 impianti in zona incisiva e 3 in zona premolare) e 4 nella mandibola (2 a livello degli incisivi e 2 a livello dei premolari).
Il periodo di osservazione medio degli impianti è stato pari a 13.5±2.4 mesi di carico protesico con un range compreso tra 10 e 16 mesi. Tutti gli impianti posizionati sia nella mandibola che nel mascellare superiore si sono perfettamente osteointegrati e in nessun caso si è assistito a fallimento con una percentuale di successo cumulativa pari al 100%.
Per quanto riguarda i parametri clinici, abbiamo preso in considerazione l’indice di sanguinamento (mBI) e di placca (mPLI) perimplantari modificati secondo Mombelli42 e la profondità di sondaggio (PD). Degli impianti inseriti nella mandibola, 2 non presentavano sanguinamento al sondaggio, 2 solamente mesiale; per quanto riguarda gli impianti inseriti nel mascellare superiore, 2 non presentavano sanguinamento al sondaggio, 4 presentavano sanguinamento unicamente distale e 2 solamente mesiale.
L’indice di sanguinamento è stato complessivamente pari a mBI=0.58±0.51; considerando solamente gli impianti posizionati in mandibola è stato pari a mBI=0.5±0.58, relativamente agli impianti posizionati nel mascellare superiore è stato pari a mBI=0.62±0.52 (Grafico 1).
Grafico 1. Valori indicanti il sanguinamento perimplantare misurati con il Modified bleeding index (mBI).
Per quanto concerne l’indice di placca perimplantare, abbiamo ottenuto complessivamente, un valore medio di mPLI=0.33±0.5. Per quanto riguarda gli impianti inseriti nella mandibola, il valore medio è stato pari a mPLI=0.25±0.5 mentre nel mascellare superiore essi presentavano un valore medio pari a mPLI=0.37±0.52 (Grafico 2).
La profondità di sondaggio media complessiva degli impianti è stata pari a PD=2.8±0.37 mm, nello specifico pari a 2.9±0.38 mm nel mascellare superiore e a 2.55±0.07 mm nella mandibola (Grafico 3).
Per quanto riguarda il PES, la presenza della papilla mesiale e distale ha ottenuto un punteggio medio pari rispettivamente a 1.58±0.51 e a 1.25±0.45; la festonatura e la posizione del margine dei tessuti molli in relazione al margine del restauro protesico hanno raggiunto un punteggio pari a 1.5±0.52 per entrambi i parametri; infine, il colore dei tessuti molli è stato pari a 1.66±0.5 per un totale complessivo PES pari a 7.5±1.
Discussione
Questo studio clinico preliminare presenta i risultati estetici di 12 impianti singoli inseriti nel mascellare anteriore in base al concetto del posizionamento precoce con protesizzazione immediata e carico differito. La percentuale cumulativa di sopravvivenza da noi riscontrata è stata pari al 100% a distanza di circa 13,5 mesi. In letteratura gli studi clinici condotti su impianti in zirconia sono di numero molto limitato e piuttosto recenti, per cui anche il follow-up riportato è relativamente a breve termine.
Inoltre, si tratta prevalentemente di case report e case series e di pochissimi studi di coorte retrospettivi. Nel 2004 Kohal33 riportò un caso di sostituzione di un incisivo mascellare con un impianto in zirconia prodotto “su misura”, partendo da un modello in resina acrilica fabbricato secondo le caratteristiche anatomiche del sito ricevente, che venne scannerizzato e riprodotto in zirconia per fresatura. Al posizionamento implantare furono associate procedure di GBR e dopo una guarigione di 6 mesi fu cementato un abutment in zirconia e protesizzato con una corona in zirconia.
Grafico 2. Valori indicanti la placca per implantare rilevata con il Modified plaque index (mPl).
Nello stesso anno Voltz e Blatsche34 pubblicarono il caso di un paziente in cui furono inseriti 8 impianti in zirconia monoblocco. Durante il periodo di guarigione (6 mesi) il soggetto dovette portare uno splint protettivo 24 ore al giorno, e gli impianti furono in seguito protesizzati con corone in zirconia.
In seguito in un altro lavoro gli stessi Autori35 riportarono i dati relativi all’inserimento di 66 impianti in zirconia con follow-up clinico tra 2 e 5 anni. Al momento della protesizzazione (6 mesi dalla chirurgia per il mascellare superiore, 4 per la mandibola) il 98% degli impianti risultò stabilmente osteointegrato, e nel periodo successivo di osservazione non si verificarono né mobilizzazione, né infiammazione dei tessuti molli.
All’esame radiografico digitalizzato si dimostrò una buona densità ossea perimplantare nel 97,5% dei casi. Uno studio clinico retrospettivo di Mellinghoff36 riportò una sopravvivenza del 93% a 12 mesi in 189 impianti in zirconia Z-Lock 3 (Z-System, Konstanz, Germania) in 71 pazienti. Di questi, 53 impianti erano stati protesizzati al momento della pubblicazione dei dati. Il fallimento implantare si verificò in fase di guarigione per 9 impianti, mentre 1 si fratturò a una settimana dalla protesizzazione. Un case series di Oliva37 riportò la performance clinica su 36 pazienti di 100 impianti in zirconia monoblocco (CeraRoot, Barcelona, Spain) con 2 diverse superfici (di cui una rivestita con particelle di zirconia) e 5 differenti disegni implantari in base alla sede dove dovevano essere utilizzati.
Dove possibile le fixture vennero posizionate transmucose con tecnica flapless (50 impianti), alcune furono inserite in siti post-estrattivi immediati e in 33 casi si associarono tecniche rigenerative. Gli impianti inseriti in zone estetiche e con buona stabilità primaria vennero provvisionalizzati immediatamente con una leggera infra-occlusione, mentre dove il torque di inserzione era più basso il restauro provvisorio fu collegato agli elementi dentari adiacenti. La protesizzazione definitiva fu completata a 4 mesi dalla chirurgia (8 se con procedure rigenerative) con corone in zirconia o ceramica pressofusa tenute in leggera infraocclusione secondo l’intento degli Autori di compensare l’elasticità del legamento parodontale.
A 12 mesi furono fatte le radiografie di controllo. I parametri clinici di successo valutati sono stati l’assenza di dolore alla percussione e di sanguinamento al sondaggio, la mancanza di infiammazione, l’assenza di mobilità e di radiotrasparenza. Solo 2 impianti fallirono, entrambi in pazienti con altezza crestale residua inferiore a 5 mm che si mobilizzarono precocemente. Gli Autori conclusero che gli impianti in zirconia con superficie ruvida possono rappresentare una valida alternativa a quelli in titanio. In un altro studio retrospettivo di Lambrich38 si confrontò la sopravvivenza di 127 impianti in zirconia monoblocco rispetto a 234 impianti in titanio con superficie ruvida in 124 pazienti con un periodo di osservazione medio di 21,4 mesi. Fallirono 1 impianto in zirconia inserito in mandibola (97,2%) e 10 impianti nel mascellare superiore (84,4%) - a causa, secondo gli Autori, della poca stabilità primaria in siti con bassa qualità ossea e per il carico prematuro - tutti durante il periodo di guarigione o nei primi 6 mesi dal carico.
La sopravvivenza delle fixture in titanio fu invece del 98,4% nel mascellare superiore e 97,2% in mandibola. Non furono riportate informazioni circa la frattura implantare come causa di fallimento. Più recentemente sono stati pubblicati diversi case reports39-41 su impianti in zirconia con superficie mordenzata con disegno implantare a contorni festonati. I dati attualmente in possesso degli Autori e non ancora pubblicati con follow-up clinico a 5 anni riportano un rateo di successo del 95% e assenza di frattura e perdita ossea. Nelle conclusioni gli Autori suggeriscono l’impiego di impianti in zirconia che non necessitino di una preparazione protesica, per evitare di comprometterne la resistenza meccanica a lungo termine.
Grafico 3. Valori della profondità di sondaggio perimplantare (PD).
L’unico studio clinico prospettico su impianti in zirconia monoblocco è in fase di completamento presso l’università di Friburgo, Germania, Dipartimento di protesi. Questo studio, non ancora presente in letteratura, riporta di una sopravvivenza media del 96,6% a 1 anno come anticipato dagli Autori43. In una recente revisione sistematica della letteratura44 è stato sottolineato come purtroppo il valore scientifico degli studi clinici sugli impianti in zirconia presenti in letteratura sia molto limitato per l’elevato rischio di bias e perché nella maggior parte di essi non viene fornita la metodologia di studio (criteri di inclusione ed esclusione, posizione degli impianti, rimodellamento osseo radiografico, salute dei tessuti perimplantari, tipo di ricostruzione protesica ecc.).
Come conseguenza di ciò, la conclusione è che la zirconia ha il potenziale per essere considerata un materiale implantare eccellente, ma ancora nessuno studio clinico è in grado di supportare quest’affermazione.
Per quanto riguarda, invece, il risultato estetico oggetto principale del nostro studio, abbiamo osservato valore PES pari a 7.5, indice di un’estetica assolutamente soddisfacente seppur non superlativa. Questo dato a nostro avviso non è sorprendente, perché il PES è principalmente influenzato dall’anatomia locale e dalla procedura chirurgica utilizzata per rigenerare i difetti ossei abitualmente presenti in siti implantari post-estrattivi. Lo “skill” del terapeuta pertanto svolge un ruolo fondamentale nel risultato estetico dei tessuti molli perimplantari.
Nessuno dei 12 impianti singoli ha dato valori <6, il che conferma l’alta predicibilità del protocollo chirurgico utilizzato in questo studio. L’obiettivo principale del protocollo chirurgico utilizzato è stato quello di aumentare la parete vestibolare per dare un sostegno esteticamente gradevole alla festonatura dei tessuti molli, in modo da evitare possibili recessioni post-operatorie. Le tre variabili PES che indicano la curvatura e il livello del margine e il colore del tessuto perimplantare hanno mostrato i punteggi più alti (punteggio medio rispettivamente di 1.5, 1.5 e 1.67 ), indicando che tale obiettivo è stato raggiunto con alta predicibilità. I punteggi riferiti alle papille, mesiale e distale (punteggio medio di 1.58 e 1.25 rispettivamente) sono stati un po’ meno favorevoli.
Tuttavia, l’altezza delle papille interimplantari dipende principalmente dall’altezza e dal livello osseo delle superfici radicolari adiacenti, come ben dimostrato in due studi clinici7,25. Se prendiamo in considerazione lo stato parodontale dei soggetti di questo studio prima del posizionamento degli impianti, in realtà osserviamo che la maggior parte (6 su 8) presentava sondaggi parodontali positivi in diverse zone della bocca, tra cui anche a carico dei denti adiacenti ai siti destinati al trattamento implantare.
Pertanto i bassi valori PES riferiti alla presenza o meno della papilla interimplantare non devono sorprendere. Tuttavia prima, durante e dopo la terapia implantare i pazienti sono stati sottoposti a cicli di igiene orale professionale e tutti presentavano un buon controllo di placca domiciliare (PI medio pari a 0.38) con un sondaggio perimplantare non patologico (PD medio pari a 2.8 mm) e senza segni clinici di infiammazione in atto in quasi tutti i siti perimplantari sondati (BI medio pari a 0.75).
Per quanto riguarda la letteratura, non ci sono studi che riguardino il raggiungimento e il mantenimento del risultato estetico nel breve-medio-lungo termine né con impianti in zirconio né con altre tipologie di impianti con superfici tradizionali.
Esistono, in effetti, solamente studi pilota che hanno proposto diversi protocolli di valutazione estetica, e nel nostro lavoro abbiamo deciso di seguire quello che a nostro avviso prendeva in considerazione più parametri, in modo tale da poter avere dei valori i più obiettivi possibili.
Conclusioni
Entro i limiti del nostro studio, per quanto riguarda i dati inerenti la percentuale di sopravvivenza degli impianti in zirconio posizionati in aree ad alta valenza estetica, possiamo concludere che i dati riportati nel nostro studio sono assolutamente confortanti sebbene il numero di impianti da noi osservati sia ancora limitato, così come il periodo di controllo.
La stessa cosa si può affermare per quanto riguarda la valutazione estetica che ha dato risultati soddisfacenti con valori assolutamente comparabili con quelli riportati in letteratura. Tuttavia sono necessari ulteriori studi con un numero di impianti maggiore e un follw-up a lungo termine che possa fornire le reali potenzialità di questa sistematica in area estetica, sia dal punto di vista di percentuali di sopravvivenza, sia per quanto riguarda il mantenimento del risultato estetico nel tempo.
Corrispondenza Giovanni Corrocher Reparto di Implantologia, U.O.
di Odontoiatria, IRCCS Fondazione Policlinico, Ospedale Maggiore Ca’ Granda Via della Commenda 10 - 20122 Milano gcorrocher@libero.it
• Andrea Enrico Borgonovo1 • Giovanni Corrocher2 • Rachele Censi2 • Marcello Dolci2 • Virna Vavassori2 1Professore a contratto presso la Scuola di Specialità
in Chirurgia Odontostomatologica, Università degli Studi di Milano 2Odontoiatra, reparto di Implantologia, U.O.
di Odontoiatria, IRCCS Fondazione Policlinico,
Ospedale Maggiore Ca’ Granda, Milano
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Riassunto Obiettivi: in questo studio viene presentato il caso clinico di un paziente adulto
in III Classe scheletrica in trattamento ortodontico-chirurgico, monitorato in tutte le fasi della terapia dal punto di vista elettromiografico ed elettrognatografico. Materiali e metodi: Il paziente è stato sottoposto durante tutte le fasi dell’iter diagnostico-terapeutico ad un protocollo di valutazione elettromiografica ed elettrognatografica analizzando i valori di POC, clench su rulli di cotone e denti naturali, TORS, massima apertura e protrusione mandibolare. Risultati: nonostante un iniziale peggioramento di tutti i valori, dopo la rimozione del blocco intermascellare si osserva un incremento di tutti i parametri considerati fino a raggiungere valori migliori rispetto a quelli iniziali. Conclusioni: La chirurgia ortognatica nei pazienti in III classe scheletrica comporta delle modifiche sia da un punto di vista estetico che funzionale.
Summary Orthodontic-surgical treatment in skeletal class iii patients: a case report Aim: We present a case report about a patient affected by skeletal class III, treated by orthognatic surgery and analyzed with electromyography during every step of the therapeutic iter. Methods and materials: We collected information about POC index, Clenching on cotton rolls and on natural teeths, TORS index, maximum mandibular opening and maximum mandibular protrusion. Results: Despite of a first worsening of values, we noticed a gradual improvement after BIM removal. At the end of treatment, parameters reached better values than the
beginning. Conclusion: Orthodontic surgery in patient affected by skeletal class III brings
morphological and functional benefits, as proved by electromyography.
È noto che i pazienti a fine crescita con anomalie dento-scheletriche non compatibili con le multifunzioni stomatognatiche necessitano di un trattamento di tipo ortodontico-chirurgico.
In questi pazienti il trattamento mira a modificare e correggere le relazioni del terzo medio e del terzo inferiore del volto nelle tre dimensioni dello spazio al fine di ottenere corretti rapporti tridimensionali tra le basi ossee1. Il trattamento avviene in 3 fasi: una ortodontica pre-chirurgica, l’intervento chirurgico vero e proprio e una terza fase post-chirurgica.
L’intervento chirurgico nei pazienti che presentano disgnazie di III classe scheletrica può essere mono o bimascellare.
Nel primo caso interessa solo la mandibola e si tratta generalmente di un approccio osteotomico di tipo Obwegeser-Dal Pont per creare un rapporto maxillo mandibolare di I classe scheletrica e I classe dentaria2.
Grafico 1. Variazioni del valore del POC durante le diverse sedute di indagine strumentale.
Nel secondo caso, invece, si associa all’intervento a livello mandibolare l’avanzamento del mascellare superiore. Diversi Autori sottolineano che questo intervento comporta sia vantaggi estetici che funzionali3.
Indagare l’attività muscolare dei pazienti in trattamento ortodontico-chirurgico durante tutte le fasi dell’iter terapeutico può fornire dati diagnostici non altrimenti rilevabili4.
Attraverso la registrazione dell’attività muscolare, tramite l’utilizzo di apparecchiature elettromiografiche e elettrognatografiche, dei movimenti mandibolari, del bite force e dei contatti occlusali è possibile ottenere parametri oggettivi che possano quantificare i miglioramenti funzionali ottenuti grazie ai suddetti trattamenti5.
In letteratura sono presenti studi che attestano il miglioramento dell’attività muscolare in pazienti sottoposti a questo tipo di intervento e altri che invece non documentano variazioni statisticamente significative6. In questo studio si è voluto descrivere il caso clinico di un paziente a fine crescita in III classe scheletrica, candidato al trattamento ortodontico-chirurgico, in cura presso il reparto di Ortognatodonzia della Clinica Odontoiatrica dell’IRCCS Cà Granda-Ospedale Maggiore Policlinico Università degli studi di Milano, e seguito in tutto l’iter terapeutico dal punto di vista funzionale.
Materiali e metodi
Presso il reparto di Ortognatodonzia della Clinica Odontoiatrica di Milano IRCCS Cà Granda-Ospedale Maggiore Policlinico si presenta un paziente adulto in III classe scheletrica. Dopo aver effettuato indagini cliniche e strumentali, il paziente è stato sottoposto al trattamento ortodontico-chirurgico, essendo la disgnazia non compatibile con le multifunzioni stomatognatiche e il paziente a crescita ultimata. L’analisi cefalometrica eseguita su TC cone beam 3D confermava, infatti, la presenza di una III classe scheletrica normovertibite con protrusione mandibolare e normoposizione maxillare.
Grafico 2. Variazioni nelle varie sedute dei valori di clench e cot relativi al muscolo temporale anteriore sinistro.
Dopo aver rilevato l’arco facciale, eseguito il montaggio dei modelli in articolatore e il VTO estetico sui tracciati cefalometrici e TC, è stato deciso di eseguire un intervento chirurgico monomascellare consistente in una ostetotomia di arretramento mandibolare secondo Obwegeser Dal Pont7. Il paziente è stato anche sottoposto a valutazione elettromiografica ed elettrognatografica utilizzando apparecchiature specifiche quali l’elettromiografo Freely-De Gotzen e l’elettromiografo ed elettrognatografo Biopak.
Prima di ogni esame elettromiografico è stato chiesto al paziente di radersi; successivamente è stato passato dell’alcol sulla cute lungo il decorso dei muscoli temporale anteriore destro e sinistro e lungo il decorso dei muscoli masseteri destro e sinistro per diminuire l’impedenza elettrica; sono stati posizionati 4 elettrodi bipolari sulla cute lungo il decorso dei muscoli e un elettrodo di “terra” sulla fronte del paziente. È stato quindi eseguito un esame elettromiografico ed elettrognatografico.
Grafico 3. Variazioni nelle varie sedute dei valori di clench e cot relativi al muscolo temporale anteriore destro.
Prima dello svolgimento dei singoli esercizi è stato registrato il valore di massima chiusura volontaria (MVC) chiedendo al paziente di serrare i denti per 3 volte dopo aver posizionato dei rulli di cotone a livello dei primi molari, questo per standardizzare i potenziali elettromiografici dei 4 muscoli masticatori. Dopo l’esame elettromiografico il paziente è stato sottoposto a un esame elettrognatografico utilizzando un elettrognatografo Biopak con cui è stato possibile valutare il grado di apertura e di protrusione della mandibola espresso in mm.
Si è quindi posizionato un magnete delle dimensioni di 1 cm x 0,5 cm attaccato con uno stick di colla sterile delle stesse dimensioni del magnete agli incisivi inferiori e una gabbia di sensori sul capo del soggetto. Con l’utilizzo dell’elettromiografia di superficie è stato possibile calcolare l’attività dei muscoli masticatori (temporali anteriori destro e sinistro e masseteri destro e sinistro) attraverso lo svolgimento di alcuni esercizi.
Si è quindi calcolato l’indice POC (coefficiente percentuale di overlapping) che rappresenta la percentuale di sovrapposizione dell’attività muscolare dei muscoli omologhi con un range tra lo 0% (completa asimmetria nella contrazione dei 2 muscoli pari) e il 100% (perfetta simmetria).
Grafico 4. Variazioni nelle varie sedute dei valori di clench e cot relativi al muscolo massetere sinistro.
Si è poi analizzata l’attività muscolare espressa in micronvolts (valori ricavati dall’elettromiografo Biopak) sia in massima intercuspidazione che con l’interposizione di rulli di cotone. Gli esami elettromiografico ed elettrognatografico sono stati effettuati nelle seguenti fasi:
a inizio trattamento (t0);
al bandaggio (t1);
il giorno precedente l’intervento (t2);
al posizionamento del blocco intermascellare (t3);
alla rimozione del blocco intermascellare (t4);
alla rimozione dello splint (t5);
a fine trattamento (t6);
al primo controllo a distanza (t7).
Ogni esame è stato eseguito dallo stesso operatore con le stesse apparecchiature e con la medesima procedura.
Risultati
Da quanto emerge, analizzando i dati ottenuti dagli esami elettromiografici ed elettrognatografici eseguiti in ogni appuntamento, è possibile stabilire come vi siano a inizio trattamento dei valori elettromiografici ed elettrognatografici ridotti rispetto a quelli ottimali, ma comunque compresi all’interno di un range di normalità.
Dopo l’inizio della terapia ortodontica, si è assistito a una progressiva diminuzione di tali valori che hanno raggiunto il loro minimo subito dopo l’intervento chirurgico.
In fase post-operatoria si è verificato un graduale aumento di tali valori (Tabella 1).
In generale, quindi, si può affermare che il trattamento ortodontico pre-chirurgico comporti una diminuzione dell’efficienza muscolare, mentre il riassestamento muscolo scheletrico dentale successivo all’intervento provoca nel tempo un aumento e un miglioramento finale dell’attività muscolare6.
Si può anche osservare che l’organismo mette in atto una sorta di equilibrio compensatorio alla disgnazia tale per cui i valori iniziali, sebbene non ottimali, rientrano in un range di normalità8.
Nello specifico, è possibile evidenziare come il valore del POC decresca da 82 fino a 73 (registrato il giorno prima dell’intervento), per poi aumentare fino a 87 a fine trattamento (Grafico 1).
Le medesime valutazioni possono essere effettuate riguardo alla forza espressa in micronvolts esercitata dai muscoli temporali anteriore sinistro e destro (Grafici 2 e 3) sia durante gli esercizi con interposizione dei cotoni (140 e 139 micronvolts a inizio trattamento, 117 e 127 il giorno precedente all’intervento, 143 e 151 a fine trattamento) sia per quelli di serramento senza interposizione dei cotoni (138 e 135 micronvolts a inizio trattamento, 114 e 124 il giorno prima dell’intervento, 138 e 145 a fine trattamento).
Grafico 5. Variazioni nelle varie sedute dei valori di clench e cot relativi al muscolo massetere destro.
Valori simili e con lo stesso andamento sono stati ottenuti dai muscoli masseteri sinistro e destro (Grafici 4 e 5) durante gli esercizi di serramento, sia con l’interposizione dei cotoni (151 e 143 micronvolts a inizio trattamento, 113 e 120 il giorno prima dell’intervento, 163 e 170 a fine trattamento) sia senza (148 e 140 micronvolts a inizio trattamento, 110 e 115 il giorno prima dell’intervento, 158 e 160 a fine trattamento). Inoltre, è possibile apprezzare l’andamento dei valori di apertura e protrusione della mandibola (ottenuti grazie all’utilizzo dell’elettrognatografo).
Rispetto, infatti, a valori iniziali di 34 mm (apertura) e 4 mm (protrusione) non vi è un miglioramento significativo a fine trattamento quanto invece una situazione molto simile a quella iniziale, se non addirittura una leggerissima diminuzione di questi valori (29 mm di apertura al follow up) (Grafici 6 e 7).
Infine, un’ultima analisi è possibile per quanto riguarda il valore del TORS, che subisce un repentino aumento dopo il bandaggio per poi decrescere progressivamente e attestarsi sui valori norma (Grafico 8).
Discussione
In letteratura sono riportati sia studi che attestano miglioramenti nell’attività masticatoria nei pazienti sottoposti a interventi di chirurgia ortognatica (Zarrinkelk e al., 1995; Throckmorton e al., 1996; Song et al., 1997) sia studi che non dimostrano miglioramenti significativi (Youssef et al., 1997; Iwase et al., 1998; Van Den Braber et al., 2004. In altri lavori i pazienti hanno raggiunto valori norma solo 2-3 anni dopo l’intervento chirurgico (Shiratsuchi et al., 1991; Throckmorton et al., 1995., Ellis et al., 1996; Harada et al., 2000; Trawitzki et al., 2006).
Grafico 6. Variazione nelle varie sedute del valore relativo alla massima apertura della mandibola in mm.
Alcuni Autori suggeriscono che sarebbe necessario stabilire se tali miglioramenti siano il risultato di una migliorata stabilità occlusale e di una guida anteriore incisiva ottenute dopo l’intervento o se siano correlati a un aumentato equilibrio muscolare dei masseteri e temporali anteriori conseguente al loro riposizionamento tridimensionale ottenuto mediante spostamento delle componenti scheletriche di ancoraggio5. Altri Autori hanno evidenziato come in alcuni gruppi di pazienti con prognatismo mandibolare sottoposti a valutazioni funzionali, il bilanciamento delle funzioni masticatorie viene significativamente incrementato dal trattamento ortodontico e dalla chirurgia5. Secondo alcuni Autori le valutazioni elettromiografiche confermano l’impatto dell’occlusione sull’equilibrio neuromuscolare e attribuiscono i miglioramenti ottenuti con la chirurgia ortognatica alla maggiore stabilità occlusale e non ai vantaggi biomeccanici6.
Altri Autori suggeriscono come l’efficienza masticatoria sia strettamente correlata con il numero e le aree di contatto occlusale prima del trattamento, dopo il trattamento ortodontico pre-chirurgico e sei mesi dopo l’intervento9.
Grafico 7. Variazione nelle varie sedute del valore della protrusione mandibolare espresso in mm.
Numerosi Autori, infine, confermano che l’elettromiografia superficiale dei muscoli masticatori e l’elettrognatografia rappresentano una metodica estremamente valida e ripetibile nel riportare l’assestamento funzionale dell’apparato stomatognatico, fornendo dati riguardanti quei muscoli in grado di esercitare la forza necessaria per permettere i movimenti di apertura, protrusione e chiusura1.
Conclusioni
La chirurgia ortognatica nei pazienti in III classe scheletrica comporta delle modifiche sia da un punto di vista estetico che funzionale1. L’intervento chirurgico, infatti, non solo permette di ottenere un rapporto dentale e scheletrico di I classe con guida anteriore incisiva, una conseguente armonia morfologica e un equilibrio funzionale, ma comporta inoltre, grazie al riassestamento delle componenti scheletriche, una nuova disposizione dei muscoli masticatori che si inseriscono proprio sui segmenti ossei interessati9. I muscoli masticatori infatti si adattano alle nuove relazioni scheletriche maxillo-mandibolari chirurgicamente stabilite10.
Grafico 8. Variazione nelle diverse sedute del valore del TORS.
L’utilizzo degli esami elettromiografici ed elettrognatografici effettuati ha permesso di evidenziare come l’iniziale posizione alterata delle basi ossee e la conseguente malocclusione comporti un’alterazione della funzionalità neuromuscolare ma con l’instaurarsi di un equilibrio compensatorio che consente all’organismo di funzionare9. Inoltre, l’elettromiografia e l’elettrognatografia hanno permesso di appurare come in seguito al trattamento chirurgico si assista a un progressivo miglioramento dei parametri elettromiografici ed elettrognatografici.
Corrispondenza Giampietro Farronato Università di Milano Via Commenda, 10 - 20100 Milano Tel. +39 (0)55032520 giampietro.farronato@unimi.it
• Lucia Giannini1 • Guido Galbiati1 • Giacomo Begnoni1 • Gabriele Rossini1 • Cinzia Maspero2 1DDS, reparto di Ortognatodonzia,
Università degli Studi di Milano, Fondazione IRCCS Cà Granda-Ospedale Maggiore Policlinico, Dipartimento
di Scienze Chirurgiche, Ricostruttive e Diagnostiche 2MD, DDS, Dirigente Medico, reparto di Ortognatodonzia, Università degli Studi di Milano, Fondazione IRCCS Cà Granda-Ospedale Maggiore Policlinico, Dipartimento di Scienze Chirurgiche, Ricostruttive e Diagnostiche
Bibliografia
1. Sforza C, Peretta R, Grandi G, et al. Soft tissue planes and masticatory muscle function in skeletal class III patients before and after orthognathic surgery treatment. J Oral and Maxillofacial Surgeons 2008; 66:691-8. 2. Brusati R, Chiapasco M. Elementi di chirurgia oro-maxillo facciale. Milano: Masson, 1999. 3. Farronato G, De Colle C, Marrek R. New cleaning methods in patients who have undergone an orthognatodontic operation. IV International Symposium on Dentofacial Development and Function. Bergamo 22-24 october 1992. 4. Farronato G, Giannini L, Galbiati G, Maspero C. Surgical orthodontic treatment: neuromuscolar evaluation in skeletal class II and III patients. Progress in orthodontics. In press. 5. Nakata Y, Ueda H, Kato M, et al. Changes in
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1. Organizzazione a Rete delle Attività Odontoiatriche nel Territorio.
Riassunto
Introduzione. Grazie alla nascita dell’O.R.A.O.T. (Organizzazione a Rete delle Attività Odontoiatriche nel Territorio) diverse sedi sono così in grado di relazionarsi a distanza tra loro, proponendo diagnosi precoci, accorciando i tempi terapeutici, e sviluppando la possibilità di implementare protocolli di ricerca sperimentali e la possibilità di eseguire programmi didattici a distanza con una sede principale centrale, affrontando tematiche di ricerca, didattiche assistenziali e manageriali. La nascita del Centro Oncologico Orale (C.O.O.) rappresenta un’organizzazione per lo sviluppo di programmi preventivi e terapeutici della popolazione generale e nei casi di tumori del cavo orale. Caso clinico. Giunge alla nostra osservazione presso un centro periferico il paziente M.M., affetto da carcinoma squamocellulare del palato molle. Servendosi dei collegamenti telematici propri della telemedicina è stato possibile effettuare un colloquio diretto con la sede specialistica del C.O.O. per un attento confronto sul caso clinico in esame e per la definizione del piano di trattamento. In sei settimane il paziente si può ritenere trattato e libero da patologia. Discussione. La possibilità di servirsi di strumenti innovativi come la telemedicina permette di ottenere risultati importanti nell’assistenza terapeutica dei casi particolari, garantendo una precocità d’intervento assoluta e una tempestiva esecuzione delle procedure diagnostiche e terapeutiche per la risoluzione del caso. Conclusioni. L’Organizzazione a Rete delle Attività Odontoiatriche nel Territorio ha consentito il miglioramento dell’attività clinica in molteplici campi: in ambito scientifico, in politica sanitaria, economica e di marketing del territorio.
Summary
Results of use of telemedicine in surgical sciences as an aid to multidisciplinary treatment of oral cancer Introduction. With the creation of O.R.A.O.T. (Network organization of dental activities in the territory) different locations are able to relate themselves, and with a central headquarter, addressing research, teaching, assistance and managerial issues. The Oral Cancer Center (C.O.O.) is an effort for future designs for prevention and treatment of the general population with a special interest on oral cancer. Case report. At one peripherical location of our dental clinic, a patient suffering of squamous cell carcinoma of the soft palate was examined. By using telemedicine, it is possible do several hookups to make a direct conversation with the specialistic center of C.O.O. for a careful comparison of the clinical case definition and for a rapid treatment plan. In six weeks the patient can be considered treateded. Discussion. The possibility of using innovative tools, such as telemedicine, may be a support to achieve important therapeutic assistance in special cases, ensuring early intervention and complete a timely execution of diagnostic and therapeutic procedures for the resolution of the case. Conclusion. The network organization of dental activities in the territory has led to the improvement of clinical activity in many fields: in science, in health policy, economic and marketing policy in all the territory.
La telemedicina rappresenta una metodica di relazione tra il personale medico dislocato in sedi diverse che permette di affrontare al meglio tematiche didattiche, di ricerca, cliniche e manageriali sia in ambito ospedaliero che universitario. Diverse sedi sono così in grado di relazionarsi a distanza tra loro, affrontando tematiche di ricerca, didattiche assistenziali e manageriali (Figura 1). In particolare, affrontando temi di chirurgia odontostomatologica è così possibile il miglioramento dell’attività clinica, anche nel trattamento multidisciplinare del carcinoma orale. La riabilitazione anatomo-funzionale del paziente oncologico risulta un problema attuale a causa dell’aumentata incidenza del carcinoma orale dovuto alla presenza, sempre maggiore, di fattori di rischio quali il fumo e l’assunzione di alcol1. Il trattamento ottimale prevede la collaborazione di diversi specialisti. Tra questi vi sono il medico radiologo, l’otorinolaringoiatra, il maxillo-facciale, l’oncologo e l’odontoiatra. Risulta necessario in primo luogo valutare la patologia in essere e vagliare le varie opzioni terapeutiche per il suo trattamento; in seguito, va effettuata una corretta riabilitazione che tenga conto delle conseguenze della terapia stessa. Infatti i problemi in cui spesso ci si imbatte sono soprattutto quelli determinati da un’alterazione della morfologia del cavo orale post-exeresi e dalla radioterapia.
Caso clinico
Presso il centro odontoiatrico sito presso una sede periferica facente parte dell’Organizzazione a Rete delle Attività Odontoiatriche nel Territorio (O.R.A.O.T.) è stato visitato il paziente M.M., di 68 anni, maschio, il quale lamentava dolore diffuso al cavo orale, specialmente alla deglutizione. All’interno dell’Organizzazione a Rete delle Attività Odontoiatriche nel Territorio (O.R.A.O.T.), l’attività assistenziale nei confronti dei pazienti affetti da carcinoma orale trova la sua massima espressione all’interno del Centro Oncologico Orale sito presso il quartier generale centrale. Come il caso clinico in esame, anche gli altri pazienti oncologici che fanno riferimento a una delle diverse strutture facente parte dell’O.R.A.O.T. vengono immediatamente indirizzati, per via multimediale, al Centro Oncologico Orale di riferimento per una valutazione specialistica, diminuendo i tempi necessari per l’assistenza terapeutica. L’anamnesi patologica remota ha rilevato che il paziente, cardiopatico (iperteso e con scompenso cardiaco), è stato in passato un accanito fumatore (più di 20 sigarette al giorno per oltre 35 anni) e un moderato bevitore di alcolici (sempre durante i pasti e occasionalmente al di fuori da essi). Dall’anamnesi patologica prossima si è evinto che il paziente è stato in terapia farmacologica con diuretici e ace-inibitori (Furosemide 50 mg/die; Enalapril maleato 20 mg/die); ha cessato di fumare nel 2008, successivamente alla diagnosi di ipertensione essenziale e di scompenso cardiaco; continua a essere tuttavia un moderato consumatore di alcolici. All’esame obiettivo si è riscontrata la presenza a livello del palato molle di una lesione mucosa ad aspetto ulcerativo, a carattere infiltrante; i bordi risultavano mal definiti, notevolmente estesi a tutto il palato molle, di colore eritematoso e con la presenza di placchette leucoplasiche sulla sua superficie (Figure 2-4).
2. Presentazione clinica iniziale della neoplasia.3. Presentazione clinica iniziale della situazione dento-gengivale.4. Radiografia iniziale.
Il paziente si è presentato con OPT e TC che hanno escluso patologie infiammatorie o displasiche di origine dentale o dento-gengivale. È stata pertanto effettuata una documentazione iconografica che, assieme agli esami radiografici necessari, è stata inviata telematicamente alla sede centrale, presso il Centro Oncologico Orale. Grazie alla possibilità di realizzare videoconferenze, è stato quindi possibile effettuare un colloquio diretto tra le due sedi per un confronto con lo specialista del settore sul caso clinico. È stato quindi avanzato un sospetto diagnostico di carcinoma del cavo orale di tipo ulcero-infiltrante, sostenuto dalla sensazione algica riferita dal paziente che perdurava da oltre quindici giorni e dal fatto di poter escludere altre patologie infiammatorie o displasiche. Si è deciso di inviare immediatamente il paziente presso il Centro Oncologico Orale al fine di effettuare celermente una biopsia che confermasse il sospetto diagnostico.
Il giorno successivo il paziente è stato visitato presso il Centro Oncologico Orale, ed è stato sottoposto all’intervento di biopsia incisionale della lesione, che tre giorni dopo ha confermato il sospetto diagnostico di carcinoma orale di tipo squamocellulare infiltrante.
Il paziente è stato quindi operato secondo le linee guida internazionali: dopo tre giorni l’esito bioptico, solamente una settimana dopo la prima visita. L’intervento a cui è stato sottoposto ha comportato la bonifica totale del cavo orale al fine di eliminare tutti i possibili foci infiammatori in vista di un rapido intervento radiante, concordata con i diversi specialisti: oncologo, radioterapista e otorinolaringoiatra (Figura 5).
5. Guarigione clinica arcata superiore.
Una volta attesa la guarigione dei siti chirurgici, il paziente è stato sottoposto a 23 sedute di radioterapia che hanno portato, in un periodo di sei settimane, alla completa eradicazione del tumore del cavo orale3. Nel frattempo, è stato possibile procedere alla riabilitazione del cavo orale attraverso due protesi totali provvisorie che hanno permesso al paziente di raggiungere una qualità di vita soddisfacente anche durante la radioterapia. A seguito della radioterapia, il paziente ha sviluppato alcune complicanze, che spesso possono interferire con un ottimale piano di trattamento e riabilitativo: si è verificata la presenza di mucositi, caratterizzate da ipertrofia e ulcerazioni multiple della mucosa orale, conseguenza del danno metabolico sulle cellule epiteliali in replicazione, causato dall’azione delle radiazioni4; le mucositi sono comparse dopo 15 giorni dall’inizio della radioterapia e sono regredite successivamente. La disgeusia (alterazione del gusto) e la glossidinia (sindrome della lingua infiammata) sono delle altre complicazioni verificatesi, causate dalle lesioni delle papille e dei recettori dei corpuscoli gustativi a seguito dell’irradiazione dei tessuti orali. Infine, il paziente si è presentato affetto da xerostomia, altra complicanza dovuta a un danno delle ghiandole salivari, che rimangono incluse nel campo di irradiazione dei carcinomi orali5. Il trisma, o difficoltà all’apertura della bocca, è un’altra complicanza che si è evidenziata 3 settimane dopo la radioterapia, causata da fibrosi dei muscoli masticatori per necrosi della mucosa6. Dodici mesi dopo la cessazione della radioterapia e dopo una completa guarigione dei tessuti ossei irradiati, sarà possibile realizzare una terapia implantare per la realizzazione di un’overdenture su attacchi sferici che migliorino la ritenzione della protesi inferiore7 (Figura 6). Gli impianti osteointegrati possono ormai essere considerati una metodica estremamente affidabile per la riabilitazione dei pazienti sottoposti a chirurgia demolitiva dei mascellari, con percentuali di successo a lungo termine molto elevate.
6. Situazione finale.
Discussione
La possibilità di servirsi di uno strumento come la telemedicina utilizzato in campo odontoiatrico permette di ottenere risultati importanti nell’assistenza terapeutica dei casi particolari, innanzitutto garantendo una precocità d’intervento assoluta e una tempestiva esecuzione delle procedure diagnostiche e terapeutiche per la risoluzione del caso. L’intercettazione precoce di casi clinici rilevanti garantisce il raggiungimento di minori costi biologici per il paziente e minori costi economici per la sanità. L’utilizzo della telemedicina, qualora vengano affrontati temi di didattica in materie di chirurgia orale (teledidattica), garantisce un ampliamento dell’attività formativa nei campi del pre-laurea e del post-laurea attraverso la realizzazione di lezioni a distanza, di videoconferenze tra diversi sedi per scambi di opinioni o rapporti interdisciplinari e grazie alla possibilità di seguire a distanza interventi chirurgici e attività cliniche. Tuttavia, l’utilizzo della telemedicina in chirurgia orale trova la sua massima realizzazione nelle attività di ricerca e assistenziali attraverso, rispettivamente, la telericerca e la teleassistenza. In entrambi i campi, svolgere ricerca e assistenza clinica nei confronti del carcinoma del cavo orale crea risultati che occupano un ruolo di centrale importanza: attraverso esse, ci si adopera per il raggiungimento di attività cliniche e terapeutiche. In particolare, la telericerca permette di aumentare i dati epidemiologici necessari per svolgere lavori di ricerca e studi scientifici sperimentali. Abbiamo potuto così sviluppare importanti tematiche, tra cui l’ingegneria tissutale, che vede il raggiungimento di importanti risultati nella sperimentazione del trattamento delle grandi atrofie ossee dei mascellari attraverso l’utilizzo delle cellule staminali mesenchimali. L’attività di ricerca e di raccolta epidemiologica nei confronti del cancro orale e sui special need patients permette di raggiungere una qualità di vita migliore per questi pazienti e di definire dei protocolli preventivi e riabilitativi adeguati a ogni caso particolare. I progressi scientifici della ricerca sul carcinoma orale, dalla biologia molecolare al percorso terapeutico-riabilitativo, consentono la realizzazione di protocolli d’azione per pazienti a rischio di osteonecrosi dei mascellari da bifosfonati o con malattie cardiache o ematologiche ad alto rischio che rappresentano per noi l’obiettivo da raggiungere. La teleassistenza rappresenta un altro importante strumento per il miglioramento dell’attività clinica odontostomatologica generale e, in particolare, in chirurgia orale. La possibilità per i diversi operatori del settore dislocati in diverse sedi sul territorio di relazionarsi fra loro per la discussione diagnostica e terapeutica di casi particolari fa della teleassistenza un valido espediente per accrescere la qualità terapeutica. La teleassistenza trova il suo completo svolgimento nell’attuazione di diversi progetti: teleprevenzione (raccolta di dati epidemiologici per programmi di prevenzione della salute orale); telediagnosi (valutazioni clinico-diagnostiche e programmi terapeutici di patologie complesse); teleterapia (gestione dei casi critici, anche in occasione del trattamento di pazienti con bisogni speciali o affetti da carcinoma del cavo orale); telearchivio (per la centralizzazione e la raccolta di dati epidemiologici su un vasto territorio). Attraverso la teleassistenza abbiamo potuto così accrescere il regime assistenziale territoriale. Si è giunti alla definizioni di linee guida uniformate del programma di chirurgia orale nelle diverse sedi, che prevedono di affrontare patologie flogistiche, displastiche e neoplastiche di pertinenza orale, patologie ortodontiche e disgnatiche di interesse chirurgico, casi di edentulia parziale e totale e di atrofia ossea mascellare. La realizzazione di linee guida per l’assistenza a persone con bisogni speciali rappresenta altresì un importante risultato. Sono trattati nello specifico pazienti a rischio di osteonecrosi dei mascellari da bifosfonati, pazienti con malattie ematologiche, cardiache, con patologie rilevanti combinate e pazienti affetti da carcinoma orale9. L’ampliamento dell’utilizzo di un importante strumento quale la telemedicina consente di ottenere risultati fondamentali in molteplici settori (figura 7).
7. Numero collegamenti telematici.
Da un punto di vista preventivo si ha la possibilità di mettere a confronto diversi protocolli operativi, valutando nel contempo le diversità e le analogie rispetto ad altri protocolli attuati in altri Centri. Si possono effettuare considerazioni riguardo le tipologie di pazienti afferenti a ogni Centro e le diverse modalità di risposta alle manovre di prevenzione. Ciò riflette un conseguente miglioramento dei livelli di igiene orale e quindi favorevoli ripercussioni anche sulla qualità della vita. I dati raccolti nell’ambito della diagnosi e terapia hanno consentito di definire linee guida comuni e l’attuazione di un’unica filosofia comportamentale nell’approccio diagnostico-terapeutico del paziente. I dati raccolti nell’ambito dell’archivio hanno consentito di creare una banca dati nell’A.O. San Gerardo di Monza; il centro epidemiologico così creato consente di conoscere la distribuzione delle patologie nella popolazione e di poter effettuare efficaci politiche sanitarie.
Conclusioni
L’Organizzazione a Rete dell’Attività Odontoiatrica nel Territorio ha consentito il miglioramento dell’attività clinica in molteplici campi: nell’ambito scientifico ha consentito lo sviluppo di protocolli di ricerca nelle diverse sedi universitarie e l’attuazione di una linea comportamentale uniforme alla filosofia dell’Università Milano-Bicocca in tutte le sedi ospedaliere distribuite nel territorio. Parlando di politica sanitaria, la telemedicina permette l’attuazione di un’efficace strategia preventiva e terapeutica territoriale sulla base dei dati raccolti nel centro epidemiologico10. Valutazioni di carattere economico permetteranno di valutare se l’Organizzazione a Rete dell’Attività Odontoiatrica nel Territorio consente di ottenere vantaggi in temi di politica economica e di marketing: per la prima, verrà valutata la riduzione dei costi nell’acquisto dei materiali, nella gestione del personale e degli studenti e negli investimenti. Per la seconda, negli interessi dei cittadini, si otterrà la garanzia di ricevere il miglior trattamento in qualsiasi sede.
1Professore aggregato coordinatore della Scuola di specializzazione in chirurgia odontostomatologica, Università degli Studi di Milano-Bicocca 2Dottore in Odontoiatria e Protesi dentaria, specializzando in chirurgia odontostomatologica, Corso di Laurea Magistrale in Odontoiatria e Protesi Dentaria, Università degli Studi di Milano-Bicocca 3Dottore in Odontoiatria e Protesi dentaria, specialista in chirurgia odontostomatologica, Corso di Laurea Magistrale in Odontoiatria e Protesi Dentaria, Università degli Studi di Milano-Bicocca. Dipendente ospedaliero A.O.
San Gerardo, Monza 4Professore ordinario, direttore dell’U.O. di Odontostomatologia dell’Ospedale San Gerardo, Presidente del Corso di Laurea Magistrale in Odontoiatria e Protesi Dentaria e del Corso di Laurea in Igiene Dentale, Università degli Studi di Milano-Bicocca
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Obiettivi. L’obiettivo di questo studio è valutare la qualità del sigillo marginale di diverse resine composite associate a differenti sistemi adesivi su substrato dentinale e smalteo. Materiali e metodi. Sono stati selezionati 48 elementi dentari. Su ciascuno di essi sono state preparate quattro cavità di V classe per ogni superficie dentale ampie 2x2x2 (± 0,2) mm; 1 mm sopra e 1 mm sotto la giunzione amelo-cementizia. La profondità media era di 2 mm. Le cavità sono state otturate usando i seguenti materiali e adesivi: composito nanoibrido Venus Diamond (Heraeus Kulzer); composito flowable Venus Diamond Flow (Heraeus Kulzer); composito flowable SDR (Dentsply); Ace All-Bond SE (Bisco); Xeno V (Dentsply); SE Plus Self-Etch (3M Espe); One Step (Bisco); Optibond (Kerr); All Bond 3 (Bisco). La polimerizzazione è stata effettuata tramite Translux Power Blue LED polymerization lamp (Hereaus-Kulzer). Una volta terminati i restauri, i campioni sono stati divisi in due gruppi. La prima metà di essi è stata immersa in una soluzione di blu di metilene, con diluizione 1:10, per 30 minuti a 25 °C. L’altra metà, invece, è stata immersa in saliva umana per 6 mesi allo scopo di simulare un invecchiamento artificiale e poi, come la prima metà, nella soluzione di blu di metilene per 30 minuti. Tutti i campioni sono stati, infine, sciacquati sotto acqua corrente, inglobati in resina acrilica e poi sezionati al microtomo al centro del restauro. Il dye penetration è stato valutato utilizzando una scala di valori
da 0 a 3. Risultati. L’analisi statistica, utilizzando il test Kruskal-Wallis, ha evidenziato una differenza significativa tra i flow e gli altri materiali utilizzati a livello dello smalto sia precedentemente (P<0,003) che successivamente (P<0,54) all’immersione nella saliva. Il composito, invece, si è dimostrato statisticamente meno efficace a livello della dentina rispetto agli altri materiali nei campioni precedentemente immersi nella saliva (P< 0,38). L’analisi statistica (livello di significatività del 95%) non ha evidenziato una differenza di rilievo sia in substrato smalteo che in substrato dentinale, usando sistemi adesivi SE (2 e 1 step) e TE (2 e 3 step), sia a T0 che dopo invecchiamento artificiale. Discussione e conclusioni. I compositi flowable hanno dimostrato una miglior qualità di sigillo a livello della dentina rispetto a quelli nanoibridi successivamente all’invecchiamento artificiale. I compositi, invece, si sono dimostrati maggiormente efficaci a livello dello smalto rispetto ai flow sia precedentemente che successivamente all’invecchiamento artificiale. Secondo quanto ottenuto, risulta ragionevole l’apposizione di uno strato elastico di flow al di sotto di restauri effettuati con compositi nanoibridi, in assenza di smalto residuo, a patto che questo abbia una contrazione molto limitata. Conseguentemente, essendo i compositi flowable soggetti a una forte riduzione del volume dovuto a contrazione, risulta molto importante la corretta esecuzione della fase adesiva al fine di ridurre la microinfiltrazione indipendentemente dall’adesivo utilizzato. In questo senso un ruolo importante può essere ricoperto dai compositi flow a bassa contrazione (SDR), in cui coesistono la capacità di scorrimento e la contenuta riduzione del volume per stress da contrazione.
Summary
Microleakage of low-shrikage flowable resins at enamel and dentin margins: an in vitro study Objective. The aim of this in vitro study is to evaluate the quality of marginal sealing of different composite resins on a dentin and enamel substrate, using a different adhesive system. Methods and materials. 48 elements, extracted for periodontal or orthodontic reasons, have been selected. Four V class cavities, of 2x2x2 (± 0,2) mm, have been effected on each surface of these elements following the cementum-enamel junction (CEJ). These cavities have been filled using three different composites and adhesives: Venus Diamond (Heraeus Kulzer), Venus Flow (Heraeus Kulzer), SDR (Dentslpy). The adhesive system selected was a three steps total-etch (Optibond-Kerr). Polymerization has been done for 20 seconds, with Translux Power Blue LED polymerization lamp (Hereaus-Kulzer). Once terminated restorations, the samples have been divided into two groups. The first half of them has been immersed into a methylene blue solution, with 1:10 dilution, for 30 minutes at 25 °C. The other half has been immersed into human saliva for 6 months and then, as the other half, into the methylene blue for 30 minutes. All the samples have been rinsed under water, englobed into acrylic resin and sectioned with a microtome at the centre of the restoration. The dye penetration has been evaluated using a scale of values from 0 to 3. Results. The statistical analysis, using the Kruskal-Wallis test, has highlighted a statistically less seal capability on enamel of flowable composite if compared with the other two used materials (nanohybrid composite and SDR), before (P<0,003) and after (P<0,54) the immersion into human saliva. On the other hand, the nanohybrid composite has demonstrated statistically less effectiveness on dentin, if compared to the others, but only in samples previously immersed in saliva (P<0,38). On the other hand, the statistical analysis (level of significance 95%) has not highlighted a statistical difference both on esame and dentin, using SE (1 and 2 steps) e TE (2 and 3 steps), adhesive systems, both at T0 and after artificial ageing. Significance. All micro-leakage studies done so far have demonstred that is impossible to obtain a perfect marginal adhesion to dentin, even under perfect in vitro condictions. No operative procedures have demonstred to be reliable at 100% in dentin margins. Flowable composites have demonstrated a better quality of sealing on dentin substrate the nanohybrid composites after artificial aging. Composites, instead, demonstrated higher efficacy at enamel level compared to flow, both before and after saliva contamination. SDR (Dentslpy) has been the only material able to guarantee a predictable sealing both in enamel and dentin, thanks to low polymerization contraction and to the high flowage.
Il successo clinico della moderna Odontoiatria adesiva si basa anche sulla scelta del corretto materiale in funzione del caso clinico. La composizione dei moderni sistemi adesivi prevede la presenza di tre elementi fondamentali (Van Meerbeek et al., 2003)1: un condizionatore (acido ortofosforico) mordenzante con la funzione di demineralizzare la superficie; un primer, ovvero un promotore anfifilico dell’adesione; il bonding che infiltra il substrato e crea il legame. Questo legame avviene grazie all’adesivo che è in grado di penetrare nelle imperfezioni microscopiche o submicroscopiche presenti sulla superficie interessata: caratteristica definita “bagnabilità”1 e che dipende anche dall’energia libera di superficie delle strutture dentali la quale, a sua volta, è direttamente proporzionale al grado di mineralizzazione e inversamente proporzionale al contenuto di materiale organico. Un altro fattore è il rispetto dei corretti tempi di mordenzatura: se troppo prolungato, infatti, provoca una demineralizzazione in profondità della dentina e il primer non riesce a raggiungere la dentina non mineralizzata. Dopo un certo limite, le fibre collagene non idratate vengono sottoposte a idrolisi, causando un gap fra adesivo e substrato. In aggiunta, è consigliabile umidificare il substrato dentinale terminata la mordenzatura al fine di evitare un’eccessiva disidratazione delle fibre collagene. Il wet-bonding con etanolo previene la degradazione dello strato ibrido e la perdita di sigillo a lungo termine. A differenza della dentina, invece, per ottenere una corretta adesione non risulta necessario reidratare lo smalto, in quanto non caratterizzato dalle fibre collagene che costituiscono la dentina. Ne deriva che l’adesione allo smalto è ottenuta più facilmente rispetto alla dentina3. Errori nell’adesione possono portare alla formazione di una microfessura intorno ai restauri, di ampiezza compresa tra 2 e 20 micron che favorisce la diffusione di batteri nella polpa a causa della particolare struttura della dentina (sistema canalicolare anastomizzato). Solitamente il punto debole della connessione dente-restauro è l’interfaccia tra resina adesiva e superficie dentale. Un particolare caso clinico in cui risulta ancora maggiormente di primaria importanza la correttezza della tecnica adesiva è il caso di adesione in margini cervicali in assenza di smalto (in dentina e cemento) in cavità di grandi dimensioni che si estendono oltre la giunzione amelo-cementizia. L’innalzamento del margine cervicale deve essere effettuato con un composito flowable dello spessore massimo di 1 mm4. I flow sono compositi dalla bassa viscosità, a causa del ridotto volume di particelle inorganiche di riempitivo (da 44 a 55%). Vista, però, la maggior concentrazione di componenti resinosi, i flow presentano una contrazione volumetrica maggiore, ma un più basso stress da contrazione e una migliore capacità di scorrimento5,6. Oltre ai tradizionali flow, è stato recentemente proposto un nuovo materiale con caratteristiche simili: SDR (Dentsply), materiale composito mono-componente, contenente fluoro, fotopolimerizzabile e con la capacità di garantire un intimo contatto con le superfici cavitarie7.Con la tecnologia SDR, un modulatore di polimerizzazione è stato introdotto nell’“ossatura” della resina stessa per interagire con il canforochinone (foto-iniziatore) in modo da rallentare il modulo di contrazione, aumentare il numero di legami lineari e ridurre, quindi, lo stress senza abbassare il grado di polimerizzazione8.
Scopo del lavoro
L’obiettivo di questo studio in vitro è valutare la qualità del sigillo marginale di diverse resine composite associate a differenti sistemi adesivi sul substrato dentinale e smalteo.La prima ipotesi nulla è che i compositi flowable garantiscono un peggior sigillo marginale a livello di smalto e dentina rispetto ai compositi nanoibridi.
La seconda ipotesi nulla è che i diversi sistemi adesivi non influiscono sul microleakage a livello di entrambi i substrati.
Materiali e metodi
Sono stati selezionati 48 elementi dentari. Su ciascuno di loro sono state preparate quattro cavità di V classe per ogni superficie dentale. Le cavità erano ampie 2 mm (±0,2) in senso mesio-distale, parallele alla giunzione amelo-cementizia (CEJ) e 2 mm (±0,2) in senso corono-apicale, 1 mm sopra e 1 mm sotto la giunzione amelo-cementizia.La profondità media era di 2 mm (± 0,2) (figure 1-4).
1. Cavità di forma quadrangolare a livello della giunzione amelo-cementizia.2. Lunghezza mesio-distale della cavità misurata con sonda parodontale.
Le cavità sono state otturate usando i seguenti materiali e adesivi: composito nanoibrido Venus Diamond (Heraeus Kulzer); composito flowable Venus Diamond Flow (Heraeus Kulzer); composito flowable SDR (Dentsply); adesivo self-etch a due passaggi All Bond SE (Bisco); adesivo self-etch; adesivo etch-and-rinse Optibond (Kerr). Metà dei campioni è stato immerso in una soluzione di blu di metilene 10 mg/100 ml con diluizione 1:10 per 30 minuti a 25°; l’altra metà, invece, è stata immersa in saliva per 6 mesi, con lo scopo di ottenere un invecchiamento artificiale. I campioni sono stati sezionati interamente tramite microtomo con disco diamantato circolare approssimativamente al centro del restauro. Il dye penetration dell’infiltrazione è stato esaminato attraverso una scala:
0 = nessuna infiltrazione;
1 = infiltrazione minore a metà della lunghezza della preparazione cavitaria (solamente a livello dello smalto);
2 = infiltrazione maggiore di metà della lunghezza della preparazione cavitaria (coinvolgente anche la dentina);
3 = infiltrazione per l’intera lunghezza della preparazione fino alla parete assiale della cavità.
3. Lunghezza apico-coronale della cavità misurata con sonda parodontale.4. Profondità della cavità di 2 mm misurata con sonda parodontale.
Risultati
I valori medi di dye penetration all’interfaccia composito-parete cavitaria sono rappresentati in tabella 1 e 2. L’analisi statistica effettuata tramite il test Kruskal-Wallis (livello di significatività del 95%) non ha evidenziato una differenza significativa sia in substrato smalteo che in sustrato dentinale, usando sistemi adesivi self-etch e etch-and-rinse sia a T0 che dopo invecchiamento artificiale. Per quello che riguarda i materiali, invece, si è notata una differenza statisticamente significativa tra i flow e gli altri utilizzati a livello dello smalto sia precedentemente (P<0,003) che successivamente (P<0,54) all’immersione nella saliva.Il composito, invece, si è dimostrato statisticamente meno efficace a livello della dentina rispetto agli altri materiali nei campioni precedentemente immersi nella saliva (P<0,38).
Discussione
La prima ipotesi nulla è stata parzialmente accettata poiché i compositi flowable hanno dimostrato un minor microleakage a livello della dentina ma non nello smalto.La seconda ipotesi nulla, invece, è stata totalmente accettata vista la mancanza di differenze tra il microleakage in dentina e smalto in base ai diversi sistemi adesivi. Le resine composite sono diventate, negli anni, il materiale di scelta nell’odontoiatria restaurativa in particolar modo per le loro proprietà estetiche. Nonostante i compositi moderni abbiano proprietà meccaniche e fisiche migliori di quelli precedentemente messi in commercio, ottenere un sigillo marginale ermetico rimane ancora un obiettivo da raggiungere9. I risultati di questo studio in vitro dimostrano che i sistemi adesivi impiegati non influenzano significativamente la microinfiltrazione marginale, sia su smalto che su dentina, indipendentemente dai materiali restaurativi a essi associati. Questi risultati sono sovrapponibili a quelli ottenuti dallo studio di Santini e Mitchell, in cui non è stata rilevata alcuna differenza statisticamente significativa tra i diversi sistemi adesivi utilizzati per quel che riguarda la microinfiltrazione10. Diversi risultati sono stati ottenuti in riferimento ai materiali da restauro. I compositi flowable, infatti, subiscono una microinfiltrazione significativamente inferiore sulla dentina rispetto ai compositi nano-ibridi. Tale maggior capacità di sigillo può essere dovuta alle proprietà intrinseche dei compositi flow, che garantiscono un maggior scorrimento viscoso e, conseguentemente, un miglior adattamento marginale del materiale al substrato. A livello dello smalto, invece, si è notato un maggior grado di microinfiltrazione con i compositi flowable rispetto ai compositi nanoibridi, a causa del maggior grado di contrazione volumetrica che questi materiali possiedono. Tutti gli studi sul microleakage effettuati finora hanno dimostrato come sia impossibile ottenere una perfetta adesione marginale in corrispondenza della dentina, persino in ideali condizioni di laboratorio. Nessuna procedura operativa o sistema adesivo ha dimostrato di essere affidabile al 100% in margini dentinali11,12. In aggiunta, i test in vitro mancano di un sufficiente potere discriminativo per evidenziare differenze tra i materiali, probabilmente anche a causa della piccola quantità di campioni13. Altri Autori hanno suggerito l’uso di batteri al posto dell’inchiostro, in modo da simulare in modo migliore ciò che accade nelle condizioni cliniche. Viste, però, le notevoli problematiche nell’applicazione di questi test, essi non sono diffusi e il metodo non è stato validato14,15.
Conclusioni
Pur considerando le limitazioni relative a questo studio in vitro è stato ricavato quanto segue: nessuno dei sistemi restaurativi utilizzati previene totalmente il microleakage. I compositi flowable hanno dimostrato una miglior qualità di sigillo a livello della dentina rispetto ai compositi nanoibridi successivamente all’invecchiamento artificiale.I compositi, invece, si sono dimostrati maggiormente efficaci a livello dello smalto rispetto ai flow sia precedentemente che successivamente all’invecchiamento artificiale. Secondo quanto ottenuto, risulta ragionevole l’apposizione di uno strato elastico di flow al di sotto di restauri effettuati con compositi nanoibridi, in assenza di smalto residuo, a patto che questo abbia una contrazione molto limitata. Conseguentemente, essendo i compositi flowable soggetti a una forte riduzione del volume dovuto a contrazione risulta molto importante la corretta esecuzione della fase adesiva al fine di ridurre la microinfiltrazione indipendentemente dall’adesivo utilizzato. In questo senso un ruolo importante può essere ricoperto dai compositi flow a bassa contrazione (SDR), in cui coesistono la capacità di scorrimento e la contenuta riduzione del volume per stress da contrazione7.
Corrispondenza Dott. Nicola Scotti Reparto di Endodonzia, Cariologia e Odontoiatria Conservativa Dental School Lingotto Università di Torino Via Nizza, 230 - 10126 Torino nicola.scotti@unito.it
Nicola Scotti Alberto Iuso Damiano Pasqualini Elio Berutti Reparto di Endodonzia, Cardiologia e Odontoiatria Conservativa, Dental School Lingotto, Università di Torino, Torino, Italia
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Riassunto La diagnostica strumentale consente oggi di elaborare i dati anatomici del Paziente in modo completo e di elaborare un piano di trattamento completo e personalizzato. Grazie al lavoro di squadra, in cui ogni componente del Team è specialista nelle competente specifiche, è possibile trasferire la pianificazione virtuale, eseguita a partire dalle immagini radiologiche attraverso il software, in una guida chirurgica che consente al Clinico di posizionare gli impianti in modo ottimizzato alla riabilitazione protesica e funzionale del proprio Paziente. L’utilizzo di queste procedure è vincolato ad una serie di parametri che devono essere rispettati per ottenere un risultato sicuro e predicibile.
Summary The diagnostic imaging technology enables today to process the Patient anatomy data in a 3D way and to make a complete and customized treatment plan.
Thanks to the Team work, where every component is a specialist in the specific competency, it is possible to transfer the virtual planning, managed through the software starting from the radiologic images, in a surgical guide that enables the Surgeon to place the implants optimized to the Patient prosthetic and functional rehabilitation.
The use of these procedures is tied to a serie of parameters which must be respected in order to grant a secure and predictable result.
La progettazione computer-assistita del piano di riabilitazione implanto-protesico consente di ridurre i rischi operatori derivanti da eventuali deviazioni anatomiche o condizioni patologiche del paziente, ridurre l’invasività dell’intervento e ottimizzare il posizionamento degli impianti in funzione di una riabilitazione protesica adeguata al recupero funzionale rispettando i canoni di estetica, fonetica, dimensione verticale e corretto rapporto occlusale1.
Lo stato dell’arte della chirurgia moderna si basa sulla crescita e sul perfezionamento di tecnologie diagnostiche in grado di fornire al chirurgo informazioni sempre più precise sull’anatomia del paziente, consentendo un’accurata definizione del piano di trattamento in caso di interventi di chirurgia dentale e maxillo-facciale. Attraverso l’impiego di ricostruzioni multiplanari e strumenti di navigazione virtuale è possibile interagire dinamicamente con il modello 3D del paziente per valutare approcci chirurgici differenti prima di entrare in sala operatoria.
5. Situazione iniziale. Si è proceduto all’estrazione dei denti compromessi, previa apertura di un lembo, in modo da avere accesso alla cresta alveolare, ed è stata successivamente eseguita una regolarizzazione della cresta ossea, al fine di evitare un gummy smile al termine della riabilitazione.
Il piano di trattamento viene infatti progettato a priori attraverso software dedicati che permettono di interagire dinamicamente con la TC/CBCT del paziente e simulare il risultato dell’approccio chirurgico stabilito.
6. Valutando le problematiche estetiche e funzionali si realizza una protesi provvisoria immediata cercando di simulare il più possibile la situazione che si vuole ricreare con il definitivo; per questo motivo la flangia anteriore non viene costruita.
La fase diagnostica e di pianificazione su software può essere poi trasferita nella pratica clinica attraverso l’utilizzo di dime chirurgiche che guidano in modo predicibile gli impianti dentali nella posizione progettata sul paziente virtuale2.
7. Per creare la dima radiologica si procede con la duplicazione di precisione della protesi provvisoria utilizzando un sistema a stampo.
La possibilità di adottare una procedura di chirurgia guidata e il conseguente carico immediato portano indubbi vantaggi in termini di maggiore predicibilità in fase operatoria3 con conseguente riduzione dello stress per il clinico, maggiore confidenza da parte del paziente4 e ottimizzazione dei tempi legati alle procedure chirurgiche. La realizzazione di una protesi provvisoria a carico immediato, dove applicabile, garantisce al paziente un trattamento rapido ed efficace.
La procedura di chirurgia guidata adottata nei casi clinici presentati in questo articolo (RealGUIDE - 3DIEMME, Italia) prevede che il paziente sia sottoposto a scansione radiografica (TC spirale o conebeam) con una guida radiologica in bocca che determina la posizione protesica ottimale per una riabilitazione ideale.
Sulla base del volume osseo rilevato si esegue con un software dedicato la pianificazione implantare virtuale che si traduce nella costruzione di una guida chirurgica e di una eventuale protesi provvisoria a carico immediato.
7. Per creare la dima radiologica si procede con la duplicazione di precisione della protesi provvisoria utilizzando un sistema a stampo.
Operazioni preliminari Prima di sottoporre il paziente all’esame tomografico è necessario prendere un’impronta di precisione delle sue arcate, il registro occlusale e l’arco facciale, seguendo gli stessi criteri utilizzati per costruire l’articolatore del paziente. Per le impronte è consigliabile impiegare un alginato di qualità che permetta di riprodurre con precisione le arcate dentali (inclusi i tuber e il fornice gengivale). I modelli di lavoro conseguenti sono realizzati con gesso extra duro di classe 4 avendo cura di eliminare eventuali difetti presenti sulla superficie.
Il registro occlusale consente di montare correttamente i modelli in articolatore. Il registro (in silicone o cera) può essere realizzato in massima intercuspidazione (per edentulia parziale) o in relazione centrica (per riabilitazioni totali).
Con la presa dell’arco facciale di trasferimento si concludono le operazioni da effettuare sulla poltrona con il paziente. L’arco facciale anatomico consente di montare in articolatore il modello mascellare orientato correttamente rispetto al piano asse-orbitale.
Guida radiologica La costruzione della guida radiologica è un passo particolarmente importante nella progettazione della chirurgia guidata, in quanto da questo elemento si ricavano le informazioni essenziali per una buona pianificazione virtuale e riabilitazione protesica. La dima radiologica deve essere stabile e costruita in base al corretto piano occlusale, dimensione verticale e supporto dei tessuti molli. Deve inoltre rispettare i vincoli di funzione, estetica e fonetica.
La procedura RealGUIDE impiegata prevede di realizzare la dima radiologica con un marker di riferimento extra-orale (3DMARKER) che permetterà poi di inserire all’interno delle immagini TC le informazioni derivanti dalla dima radiologica stessa e dal modello in gesso.
Di seguito sono elencati i dettagli sulla costruzione delle dime radiologiche per edentulia parziale e totale, riportati anche nelle sequenze operative dei casi clinici illustrati.
Edentulia parziale Partendo dai modelli in gesso del paziente, dopo aver stampato un disco in acrilico di spessore 1 mm si procede alla ceratura diagnostica o al montaggio dei denti del commercio. Si realizza una mascherina in silicone per il ripristino della zona edentula da riabilitare e si procede allo stampaggio della mascherina posizionando nella zona frontale il 3DMARKER (elemento di riferimento extraorale per la fusione computer-assistita tra la TC e la scansione ottica dei modelli e della guida radiologica del paziente).
Edentulia totale Se il paziente è portatore di protesi mobile che soddisfa tutti i requisiti estetico-funzionali è possibile ottenere la dima radiologica mediante duplicazione di precisione della protesi stessa. Per garantire un’ottima aderenza ai tessuti è consigliabile ribasare la protesi prima della duplicazione. Si cola del gesso di tipo 4 nella protesi ribasata, si procede poi al montaggio in articolatore con antagonista e cera di centrica e si duplica la protesi in muffola con gelatina o silicone. Il posizionamento e il fissaggio del 3DMARKER avviene nella zona frontale della dima radiologica, in corrispondenza degli incisivi, a circa 1 mm dalla superficie vestibolare dei denti.Se la protesi del paziente non soddisfa i requisiti di stabilità e funzionalità, si procede con il confezionamento di una nuova protesi da scansione a partire dai modelli in gesso.
Si effettua così il montaggio in articolatore con antagonista e cera di centrica, e il montaggio estetico senza flangia vestibolare e con denti del commercio per valutazione estetica e funzionale in studio. La duplicazione della prova estetica deve avvenire con resina trasparente e prevedere il ripristino della flangia vestibolare. Il posizionamento del 3DMARKER avviene nella zona frontale della dima radiologica, in corrispondenza degli incisivi, a circa 1 mm dalla superficie vestibolare dei denti. Per garantire la stabilità delle dime radiologiche al momento della scansione CT/CBCT si realizza un indice occlusale in silicone.
Scansione ottica dei modelli e delle guide radiologiche
La scansione ottica del modello in gesso e della dima radiologica fornisce due file in formato STL (aperto) che saranno inseriti all’interno dell’esame TC. Con questa operazione si rende ben identificabile sulle immagini tomografiche lo spessore delle mucose in modo diretto (non per differenza tra osso e guida radiologica rilevata dall’esame CBCT), la forma precisa dei denti (se presenti) senza artefatti e la ceratura diagnostica.
La scansione dei modelli può essere eseguita con qualsiasi scanner da laboratorio che consenta l’esportazione del file in formato STL. Si effettua una doppia scansione ottica, prima del modello in gesso e poi del modello con dima radiologica montata (gestita come se fosse un wax-up). Durante la scansione del modello bisogna porre particolare attenzione nell’includere tutte le zone anatomiche, comprese le porzioni posteriori e i fornici. Durante la scansione della dima radiologica si devono ricostruire con accuratezza il repere radiologico e la ceratura diagnostica. Si esportano le scansioni in due file STL separati, con gli oggetti posti nello stesso sistema di riferimento.
33. Dalla fusione tra TC e scansione dei modelli in gesso si ricava un modello in resina con l’alloggiamento dell’analogo dell’impianto.
Esame TC/CBCT Una volta verificata la perfetta calzata in bocca della dima radiologica e dell’eventuale indice occlusale si invia il paziente al centro radiologico per l’esecuzione dell’esame tomografico. La TC/CBCT deve essere realizzata con una singola scansione che includa le regioni anatomiche d’interesse e il 3DMARKER. L’esportazione delle immagini assiali deve avvenire in formato standard DICOM 3 non compresso.
Software planning I file STL derivanti dalla scansione ottica del modello da impronta e della dima radiologica sono riposizionati via software nel sistema di riferimento dell’esame TC/CBCT grazie al repere extra-orale ancorato rigidamente alla mascherina radiologica, visibile sia nelle immagini radiologiche che nei file di scansione ottica. Il matching tra le scansioni ottiche e l’esame tomografico è effettuato sulla base di un robusto algoritmo di posizionamento adattativo sviluppato all’interno del software che permette di riconoscere e allineare il volume del marker della TC a quello ricavato dalla scansione della dima radiologica e di verificare la corrispondenza delle zone anatomiche circostanti.
La matrice di trasformazione ottenuta dall’allineamento tra i volumi dei 3DMARKER è utilizzata per riportare anche il file della scansione del modello da impronta nel sistema di riferimento della TC/CBCT, ottenendo così un modello virtuale completo del paziente, con superficie di appoggio della guida chirurgica (denti o gengiva) indipendente dalla qualità delle immagini radiologiche o dai parametri di segmentazione anatomica scelti dall’operatore.
Si procede quindi con la fase diagnostica e di pianificazione implantare avendo a disposizione le informazioni relative al tessuto osseo (da CT/CBCT), dei tessuti molli (da scansione del modello in gesso) e della ceratura diagnostica (da scansione della dima radiologica) (Figure 1-4).
Realizzazione modello RealMODEL I file del modello da impronta e degli impianti virtuali sono utilizzati per generare il modello di lavoro RealMODEL che restituisce con precisione la morfologia dei tessuti molli del paziente con aggiunta dei fori calibrati per gli analoghi degli impianti nella posizione pianificata virtualmente. Il modello viene realizzato in fresatura a 5 assi o in prototipazione rapida ad alta definizione a seconda delle caratteristiche morfologiche (la presenza dei sottosquadri tipici del tessuto osseo non sono replicabili con tecniche CAD/CAM, ma sono ben riproducibili mediante prototipazione rapida, nel caso fosse necessario includerli nel modello). Le elevate precisioni ottenibili con entrambe le tecniche e, in particolare, la ridotta e predicibile tolleranza di lavorazione sui fori di alloggiamento degli analoghi ne consentono l’inserimento in modo assolutamente passivo e indipendente dalla mano dell’odontotecnico.L’opportunità di personalizzare il modello di lavoro consente, in caso di necessità, di costruire dime chirurgiche ad appoggio misto e visualizzare contemporaneamente la cresta ossea in corrispondenza degli impianti e i tessuti molli nelle zone non interessate dall’atto chirurgico.
48. Si è proceduto all’estrazione dei denti compromessi e successivamente alla realizzazione di una protesi totale provvisoria concepita come riferimento per la pianificazione impiantare e per la costruzione della protesi tipo Toronto provvisoria a carico immediato. Ortopantomografia dopo bonifica arcata superiore: estrazione dentaria di 11, 12, 13, 17, 21, 22, 23 e 27.
Dima chirurgica A partire dai modelli di lavoro RealMODEL è possibile realizzare qualsiasi tipo di guida chirurgica inserendo passivamente gli analoghi nel modello e utilizzando componentistica da laboratorio che vincola il lavoro dell’odontotecnico e ne preclude qualsiasi errore.Per posizionare la dima in modo univoco in fase chirurgica, nel caso di interventi flapless su pazienti totalmente edentuli, si realizza una chiave occlusale in silicone da rimuovere una volta bloccata la guida in bocca con viti da osteosintesi o perni di fissaggio.
Chirurgia L’intervento viene eseguito mediante l’utilizzo di strumenti dedicati alla preparazione del sito implantare e alla guida dell’impianto attraverso la dima chirurgica. Per le varie fasi dell’intervento guidato si rimanda ai casi clinici illustrati di seguito.
49. Dima radiologica ottenuta dalla duplicazione di precisione della protesi provvisoria con inserimento del repere frontale (per la sovrapposizione delle scansioni del modello edentulo e della guida radiologica all’esame TC) in rapporto con l’antagonista in articolatore.
Casi clinici
Riabilitazione totale a carico immediato tipo Toronto avvitata su 4 impianti Anamnesi: paziente donna di 53 anni, nessuna controindicazione alla terapia implanto-protesica. Sono presenti i denti da 13 a 23, parodontalmente ed endodonticamente compromessi. Si programma una riabilitazione a carico immediato tipo Toronto, avvitata su 4 impianti (Osseotite, Biomet 3i) di cui i due distali posizionati inclinati di 30°, evitando così l’invasione dei seni mascellari. In un secondo tempo verrà poi riabilitata l’arcata inferiore (Figure 5-28). Chirurgia: Dott. F. Radogna; Laboratorio: Odt. M. Aguzzi.
Riabilitazione in zona estetica: perdita per trauma dell’elemento 1.1 Anamnesi: paziente donna di anni 27 con mancanza del dente 11 dovuta a trauma; dopo aver eseguito la rigenerazione dei tessuti duri e molli e splintato il dente naturale, si decide l’inserimento di un impianto (BioHorizons) (Figure 29-47). Chirurgia: Dott. A. Giorgis; Laboratorio: Odt. M. Aguzzi.
Riabilitazione totale a carico immediato tipo Toronto avvitata su 6 impianti Anamnesi: paziente uomo di 56 anni, nessuna controindicazione alla terapia implanto-protesica. Sono presenti i denti da 13 a 23, 17 e 27 parodontalmente ed endodonticamente compromessi. Si programma una riabilitazione a carico immediato tipo Toronto, avvitata su 6 impianti (Southern Implant), con i due distali inclinati di 30°, evitando così l’invasione dei seni mascellari (Figure 48-67). Chirurgia: Dott. M. Carella; Laboratorio: A. Meoli, M. Robba.
Come si evince dai casi clinici riportati la procedura di chirurgia guidata comporta due tipi di vantaggi:
di ordine clinico. La percezione di questo vantaggio può essere rilevata sia dal medico che dal paziente. Dal punto di vista del clinico l’analisi (2D/3D) dell’esame consente di studiare il caso chirurgico in modo preciso prima che il paziente si sieda sulla poltrona, con la conseguente riduzione dei rischi operatori in quanto le eventuali deviazioni anatomiche o condizioni patologiche possono essere visualizzate in anticipo1. Dal punto di vista del paziente, invece, il percorso complessivo si traduce in una riduzione dell’invasività dell’intervento (in caso di interventi flapless, dove è possibile) e dei tempi operatori, in un minore trauma post-intervento e, nel caso di chirurgia a carico immediato, in una riduzione del numero di appuntamenti post-chirurgia (vantaggio condiviso anche con il clinico);
di ordine protesico. Costituisce forse l’aspetto più importante, soprattutto per odontoiatri di una certa esperienza. La pianificazione computer-assistita consente infatti di ottimizzare il posizionamento degli impianti in funzione di una riabilitazione protesica adeguata al recupero funzionale del paziente. Tale pianificazione permette la realizzazione preventiva di una protesi provvisoria che viene montata nella fase post-intervento, consentendo un carico immediato ove possibile.
È importante sottolineare che per eseguire un intervento di chirurgia guidata con risultati predicibili è necessario tenere in considerazione alcuni fattori, qui di seguito riportati, che influenzano la precisione del sistema.
La qualità delle immagini TC/CBCT di partenza Se il paziente si è mosso durante l’acquisizione, se il contrasto tra le strutture è troppo basso e se gli artefatti causati dalle corone metalliche eventualmente presenti in bocca coprono le strutture di interesse, allora si introducono delle imprecisioni difficilmente quantificabili in tutto il processo di pianificazione. Da questo punto di vista la sovrapposizione computer-assistita con la scansione ottica dei modelli consente di ovviare in modo particolarmente efficace a questi problemi, fornendo un modello di lavoro preciso e un appoggio per la guida chirurgica affidabile e indipendente dalla qualità delle immagini TC/CBCT.
La pianificazione virtuale L’utilizzo delle tecnologie digitali richiede un certo grado di addestramento per “astrarre” le metodiche di chirurgia reale in una “virtuale”; è necessario infatti includere nella pianificazione degli accorgimenti particolari che non vengono solitamente presi in considerazione in una chirurgia tradizionale, quali:
il posizionamento degli impianti deve tenere conto della presenza delle cannule guida delle frese che per esigenze costruttive devono essere a una certa distanza, generalmente superiore rispetto alla chirurgia tradizionale;
in interventi di chirurgia completamente flapless la cresta ossea non è modificabile in fase intra-operatoria; di conseguenza, la testa dell’impianto deve essere posizionata in modo da non avere problemi di montaggio della protesi (impianto troppo affondato) né di esposizione delle spire (impianto troppo superficiale);
dovendo utilizzare degli strumenti aggiuntivi rispetto alla chirurgia tradizionale (cannule guida e stop per frese che consentono la creazione del sito implantare come pianificato, sia in posizione che in altezza), è utile pianificare, ove possibile, il posizionamento di impianti con la medesima lunghezza e diametro, ottimizzando la gestione della strumentazione in fase operatoria.
Queste strategie sono facilmente adottabili nella gestione della diagnostica per immagini attraverso il software e possono essere implementate sui casi clinici individuali e tradotte in una guida chirurgica ottimizzata. Questa, in quanto progettata su un piano di trattamento individuale - sia a misura del clinico che gestisce l’intervento, sia in base alle caratteristiche anatomiche del paziente - deve essere considerata come un dispositivo medico su misura vero e proprio.
Il tipo di guida chirurgica Questo aspetto ha notevole influenza sul grado di precisione dell’intero processo. Possiamo identificare i seguenti aspetti:
tipo di appoggio. Le guide chirurgiche sono tipicamente ad appoggio osseo, dentale/misto o mucoso. La fase di collocamento della guida in bocca al paziente è sicuramente la più critica del processo, in quanto bisogna essere sicuri che essa sia nella stessa posizione in cui era la guida radiologica al momento della scansione TC. Nel caso di appoggio osseo è quindi necessario scollare il lembo in modo completo per assicurarsi che l’adesione tra la guida e la cresta ossea sia perfetta. Per chirurgia flapless, invece, il paziente deve essere riportato in occlusione con la guida inserita, e con interposizione di un bite (se presente durante l’acquisizione della TC) che garantisca la compressione uniforme dei tessuti molli e la stabilità della guida prima del fissaggio;
tipo di fissaggio.
Le guide devono essere stabilizzate il più possibile prima di intervenire. I metodi più sicuri prevedono l’utilizzo di viti o perni di fissaggio endossei. In alternativa, se sono presenti alcuni elementi dentali si consiglia di utilizzarli sia come punto di ancoraggio che come punto di riferimento fisso che garantisce il corretto posizionamento della guida chirurgica.
È sconsigliato il solo mantenimento manuale della posizione della guida da parte dell’operatore;
materiali di costruzione. La guida deve essere costruita con materiali rigidi e resistenti alle sollecitazioni trasmesse dal movimento del manipolo durante i vari passaggi delle frese;
personalizzazione. Come anticipato precedentemente, l’individualità del piano di trattamento deve necessariamente tradursi in un tipo di guida chirurgica ottimizzato per il caso specifico, aumentando così le probabilità di successo dell’intervento pianificato.
67. Controllo radiografico a quattro mesi dall’intervento.
La fase chirurgica La pianificazione virtuale si concretizza nella fase chirurgica; se tutti i passaggi precedenti sono stati correttamente seguiti, gli unici fattori che possono interferire con la precisione di posizionamento guidato
degli impianti sono le caratteristiche anatomiche individuali del paziente, quali:
anatomia della cresta alveolare;
caratteristiche e trofismo dei tessuti molli;
grado di apertura della bocca.
Tali fattori sono rilevabili in anticipo grazie all’esame obbiettivo e all’indagine
radiologica preliminare, pertanto il giudizio clinico e l’esperienza dell’odontoiatra rivestono un ruolo dominante dall’inizio della procedura e ne determinano il successo fino alla fase conclusiva dell’intervento.
Corrispondenza Dr. Alberto Giorgis c/o dr.iMario Mellano e Alberto Giorgis Via San Giovanni Bosco, 9 12045 Fossano CN albertogiorgis@hotmail.it
1.Testori T, Galli F, Del Fabbro M. Il carico immediato, la nuova era dell’implantologia orale. Viterbo: Ed. ACME, 2009. 2. Schneider D, Marquardt P, Zwahlen M, Jung RE. A systematic review on the accuracy and the clinical outcome of computer guided template-based implant dentistry. Clin Oral Impl Res 2009;20(4):73-86. 3. Rosenfeld AL, Mandelaris GA, Tardieu BP. Prosthetically directed implant placement using computer software to insure precise placement and predictable prosthetic outcome. Part 1: diagnostics imaging, and collaborative accountability. Int J Period Rest Dent 2006;26(3):215-221. 4. Komiyama A, Klinge B, Hultin M. Treatment outcome of immediately loaded implants installed in edentulous jaws following computer-assisted virtual treatment planning and flapless surgery. Clin Oral Impl Res 2008;19:677-685.
Uso comparativo del sistema Invisalign da parte degli ortodontisti o dei dentisti generici Comparative use of Invisalign by orthodontists and general practitioners Vicéns J, Russo A. Angle Orthod 2010;80(3):425-34.
La tecnologia Invisalign si è sviluppata a partire dal 1977 come alternativa estetica ai brackets ortodontici labiali. Il sistema consiste in una serie di mascherine trasparenti semi-elastiche in poliuretano e ciascuna di esse corregge fino a 0.3 mm la posizione del dente in 2 settimane. Attraverso un sistema computerizzato e seguendo un piano di trattamento individualizzato per risolvere il disallineamento, il programma pianifica tutte le mascherine necessarie al conseguimento del risultato desiderato (dal ClinCheck iniziale al ClinCheck finale, che corrisponde all’ultima rappresentazione grafica). Questa metodica si sta diffondendo notevolmente anche tra i dentisti generici e non solo tra gli specialisti in ortodonzia. I limiti nell’efficacia di Invisalign che emergono anche da studi recenti, sottolineano l’importanza del fatto che la scelta di questa strategia terapeutica venga fatta dopo un’accurata diagnosi, studio del caso e solo da operatori esperti.
A seguito di una estesa manovra di marketing, Invisalign è diventata una opzione terapeutica impiegata familiarmente sia dagli ortodontisti che dai dentisti generici. Dal momento che gli ortodontisti hanno ricevuto una preparazione specifica per il trattamento delle mal occlusioni, che non compete ai dentisti generici, lo scopo di questo studio è di valutare l’uso di Invisalign da parte di queste due categorie.
In questo studio è stato realizzato un questionario con 25 domande distribuito a 406 dentisti di cui 284 generici e 122 ortodontisti. Il questionario è stato diviso in 4 sezioni: informazioni sul background, esperienza sull’utilizzo di Invisalign, certificazione iniziale, selezione dei casi. Ai dentisti è stato chiesto se avrebbero usato Invisalign per trattare dei casi proposti, quanta esperienza pensavano che sarebbe servita e quanti casi simili avevano già trattato. I dati sono stati analizzati statisticamente.
Dai risultati è emerso che gli ortodontisti avevano un numero significativamente maggiore di anni di esperienza nell’uso di Invisalign rispetto ai dentisti generici.
Questi ultimi, inoltre, riportavano di aver fatto negli ultimi 12 mesi un numero maggiore di casi rispetto agli specialisti. Per entrambi i gruppi, comunque, la percentuale di casi iniziati negli ultimi 12 mesi era inversamente proporzionale al numero di anni di certificazione Invisalign (P<0.0001). Una significativa differenza è stata osservata tra gli ortodontisti e i dentisti generici rispetto al livello di esperienza ritenuta necessaria per trattare le malocclusioni di Classe I con un largo diastema. Inoltre, è emersa una significativa differenza nei casi di II Classe prima divisione, che la maggior parte degli ortodontisti non avrebbe trattato con Invisalign, scelta terapeutica fatta, invece, dal maggior numero di dentisti generici. Per concludere, ci sono delle differenze nell’approccio all’utilizzo di Invisalign tra ortodontisti e dentisti generici. Entrambi erano d’accordo sull’utilizzo di questa tecnica nelle malocclusioni non gravi di Classe I, come da indicazioni fornite dall’azienda che fornisce Invisalign. Differenze sono state riscontrate nell’approccio terapeutico alle Classi I con larghi diastemi o Classi II sottodivisione.
Implicazioni cliniche
La metodica Invisalign suscita un certo entusiasmo nel clinico che vi si approccia. Tuttavia, è importante che l’odontoiatra conosca bene la metodica e i suoi limiti e che esegua un approfondito e corretto studio del caso.
Quanto funziona l’Invisalign? Uno studio clinico prospettico per valutare l’efficacia dello spostamento degli elementi dentari con Invisalign How well does Invisalign work? A prospective clinical study evaluating the efficacy of tooth movement with Invisalign Kravitz ND, Kusnoto B, BeGole E, Obrez A, Agran B. Am J Orthod Dentofacial Orthop 2009;135(1):27-35.
Nonostante Invisalign sia un sistema con una sempre maggiore diffusione tra gli odontoiatri, rimangono dubbi sulla sua efficacia. L’azienda produttrice Invisa Technology riporta che solo il 20-30% dei pazienti trattati con Invisalign potrebbe aver bisogno di correzioni in corso di trattamento o di ulteriori migliori impronte per raggiungere gli scopi prefissati all’inizio della terapia. Tuttavia, il 70-80% degli odontoiatri confutano questi dati e riportano addirittura la necessità di ricorrere all’ortodonzia fissa per finalizzare il caso. In questo studio è stata valutata l’efficacia di Invisalign per lo spostamento degli elementi dentari.
In questo studio sono stati inclusi 37 pazienti trattati con Anterior Invisalign. 401 denti anteriori, di cui 198 mascellari e 203 mandibolari, sono stati misurati sul modello virtuale. Il modello virtuale, che raffigurava la posizione finale prevista del dente, è stato sovrapposto al modello virtuale della posizione finale realmente ottenuta e ricavato dall’impronta presa a fine trattamento. Attraverso un software dedicato, i due modelli sono stati sovrapposti allineando i denti posteriori che non avevano subito spostamenti. L’entità del movimento prevista per il dente è stata comparata all’entità del movimento ottenuta realmente e sono stati analizzati i seguenti movimenti: espansione, retrusione, intrusione, estrusione, tip mesio-distale, tip labio-linguale e rotazione. I dati sono stati analizzati statisticamente per accertare l’accuratezza della metodica per ciascun tipo di movimento.Dai risultati dello studio è emerso che l’accuratezza media del movimento dentale con Invisalign era del 41%.
Il movimento risultato più accurato era la retrazione linguale (47,1%); il meno accurato era l’estrusione (29,6%), in particolare quella degli incisivi centrali mascellari (18,3%) e mandibolari (24,5%) e, a seguire, era il movimento di tipping dei canini mandibolari (26,9%). L’accuratezza della rotazione dei canini mascellari era significativamente inferiore a quella degli altri denti, a eccezione degli incisivi laterali mascellari; inoltre, a un movimento di rotazione maggiore di 15°, l’accuratezza della rotazione dei canini falliva in modo significativo. Il tip linguale della corona risultava significativamente più accurato del tip labiale, in particolar modo per gli incisivi mascellari. Per ciascun tipo di movimento, invece, non sono state osservate differenze significative nell’accuratezza tra gli stessi tipi di denti a livello mascellare e mandibolare. Da questo studio si può concludere che la biomeccanica e l’efficacia del sistema Invisalign devono essere ancora compresi interamente e che a seconda del tipo di movimento pianificato ci può essere una grande variabilità nell’efficacia della terapia. Per alcuni movimenti, come la rotazione di canini e premolari, si suggerisce di pianificare la sovracorrezione. Inoltre, per ottenere spostamenti poco predicibili, il clinico potrebbe pianificare una combinazione di movimenti più accurati.
Implicazioni cliniche
Anche se Invisalign può apparire una metodica semplice e alla portata di tutti i clinici, la diagnosi e lo studio del caso rimangono momenti fondamentali della terapia ortodontica e devono essere effettuati da odontoiatri competenti.
Corso Magenta è un punto di vista privilegiato sulla città di Milano, a due passi da bellezze architettoniche come il Castello Sforzesco o Santa Maria delle Grazie con il suo Cenacolo Vinciano. Al numero 32 si trova lo studio dove Mauro Labanca avviò, nel 1987, la sua attività chirurgica, in particolare implantologica, e dove ci riceve per raccontarci come è arrivato, dopo la laurea in medicina, a scegliere la chirurgia odontoiatrica come professione d’elezione.
In principio, dottor Labanca, lei prese la laurea in medicina…
Ho fatto medicina perché sentivo il grande desiderio di fare il dottore, più nello specifico volevo fare il cardiochirurgo (avevo letto tutti i libri di Azzolina…); ero molto affascinato in generale dal mistero del corpo umano che ho avuto modo di studiare in maniera concreta frequentando il reparto di Anatomia Patologica dell’ospedale Niguarda, a Milano, e partecipando quindi attivamente alle autopsie. Tra il terzo e il quarto anno di studi entrai al San Paolo, nel reparto di Chirurgia I, il cui primario era il professor Pizzagalli, e scoprii che la chirurgia generale d’urgenza mi piaceva quanto la cardiochirurgia, se non di più. È una condizione in cui è necessario essere sempre molto reattivi poiché spesso ci si trova a dover prendere decisioni di grande responsabilità, passando dalla gioia del successo alla costernazione dell’insuccesso, con un prezzo a volte molto alto da pagare. Il motto che mi accompagnava era “imparerai ad agire quando non avrai tempo per pensare”.
Dopo la laurea in medicina ho preso la specializzazione in Chirurgia dell’apparato digerente e sono entrato come volontario al Policlinico, sempre a Milano, nel reparto di Chirurgia d’Urgenza dove ancora una volta ho avuto il privilegio di operare accanto a chirurghi che hanno scritto la storia di questa disciplina (Staudacher, Pezzuoli, Montorsi). Ma poiché non ero “figlio d’arte”, e non potevo quindi contare su percorsi agevolati o studi già avviati, dovevo anche provvedere al mio sostentamento cosa che facevo attraverso delle collaborazioni presso uno studio dentistico di un collega (il pomeriggio) e le guardie mediche notturne in Croce Rossa o in Casa di cura. Inoltre, siccome è insito nel mio carattere affrontare ogni situazione nella maniera più rigorosa possibile, conseguii anche la specializzazione in Odontostomatologia a Milano e seguii un master di Implantologia all’università della California a Los Angeles (UCLA) arricchendo così anche in questo ambito il mio percorso curriculare.
Sostenni questo impegno full time su diversi fronti per alcuni anni, fino a quando una sera, durante una chiacchierata, il mio compianto amico Armando Beltrame - ex primario di chirurgia generale al Policlinico e cardiochirurgo infantile di grande fama - mi aiutò a capire che probabilmente l’ambito dentistico mi avrebbe offerto maggiori opportunità di crescita libero-professionale rispetto a quanto potevo aspettarmi da un ambiente clinico-ospedaliero caratterizzato da dinamiche e logiche più statiche. Quindi, quella sera decisi di abbandonare i miei impegni in campo medico e di dedicarmi alla professione di dentista in modo completo ed esclusivo. Colsi al volo l’opportunità casualmente offertami di acquistare questo studio (con due soci, di cui rilevai le quote nel giro di pochi anni) dove inizia a fare il “general practitioner” ma con alle spalle tutta l’esperienza maturata in chirurgia che, ovviamente, ho messo in campo; attualmente, il mio impegno è principalmente dedicato alla chirurgica ambulatoriale e sono supportato da vari collaboratori specializzati oltre che da due igienisti, due assistenti e una segretaria.
All’impegno in studio affianca anche un’intensa attività formativa e associazionistica.
Mi piace comunicare, insegnare e condividere e cerco di farlo con assoluta generosità, senza nessun nascondimento e timore della competizione. La prima esperienza di insegnamento la feci non ancora laureato al corso per lettighieri dell’Associazione Italiana Soccorritori. Iniziai invece a girare l’Italia nel 1993 tenendo corsi di taglio aziendale; poi il discorso si è via via ampliato e sono passato da un campo prettamente commerciale a un ambito più scientifico e accademico. Dal 1995 tengo periodicamente corsi pratici di chirurgia impiantare e per la rigenerazione tissutale guidata in Italia e all’estero, ho organizzato e diretto nel 2006 il I Master in comunicazione e marketing nella medicina e nell’odontoiatria presso la IULM di Milano in partnership con l’università di Brescia dove dal 2008 insegno Anatomia al corso di laurea in Medicina. Sempre dal 2008 sono titolare dell’insegnamento di Patologia Speciale Chirurgica nel dipartimento di Odontoiatria dell’università Vita-Salute del San Raffaele, diretto dal professor Enrico Gherlone. Sono socio di numerose accademie internazionali, ma soprattutto sono orgogliosamente Deputy Regent per l’Italia dell’International College of Dentists, società molto antica e prestigiosa di rilevanza mondiale. Sono anche iscritto all’Ordine dei medici della Gran Bretagna, poiché per circa cinque anni ho fatto il consulente chirurgico implantologico in uno studio di Londra dove ero presente un paio di volte al mese. Parallelamente al discorso dell’insegnamento c’è quello dell’apprendimento, poiché continuo a partecipare a mia volta agli eventi chirurgici più autorevoli per seguire le novità sia scientifiche che merceologiche e per potermi confrontare con gli altri relatori e colleghi.
Lei è anche fautore di alcune importanti iniziative…
Nel 2001 ho attivato presso l’università di Brescia il primo corso in Italia - e sottolineo davvero il primo - della durata di una settimana di Anatomia chirurgica su cadavere sostenuto fortemente in quest’iniziativa dal professor Pierluigi Sapelli, persona illuminata e di grande preparazione e intelligenza, oltre che un amico; dal 2006 tengo il medesimo corso presso l’Istituto di Anatomia dell’Università di Vienna dove quest’anno a maggio si è tenuta la XIII edizione.
A differenza di quanto avviene in tantissimi altri corsi simili fioriti negli ultimi anni, che si occupano però prevalentemente di dissezione, il nostro è un percorso per apprendere e affinare le tecniche chirurgiche in maniera anatomicamente ragionata: in altre parole, l’anatomia è messa al servizio della chirurgia. I discenti hanno la possibilità di operare per tre giorni all’interno della sala anatomica durante i quali eseguono praticamente tutte le tecniche descritte, senza condizionamenti commerciali e con un’enorme quantità di materiali operativi messi a loro disposizione gratuitamente.
La seconda iniziativa in cui sono attivamente impegnato dal 2009 è la SISDO, Società Italiana Studio Dolore Orofacciale, lodevole e lungimirante iniziativa voluta e realizzata dal professor Luigi Rodella, associato di Anatomia, a cui sono legato da una fraterna e sincera amicizia. È un progetto che nasce dalla consapevolezza che il dolore orofacciale rappresenta una problematica di non facile gestione, non adeguatamente affrontata dalla classe odontoiatrica che svolge, invece, un ruolo importantissimo perché non dimentichiamo che il dentista è il “primo filtro”, cioè il primo specialista a cui la persona si rivolge quando ha questo tipo di dolore. È importante quindi che il professionista abbia le competenze per fare diagnosi differenziale, rinviando quando necessario il paziente agli specialisti di competenza. SISDO vuole promuovere un confronto e uno scambio di conoscenze tra le diverse professionalità che ogni giorno devono affrontare questa problematica. Da questi stessi presupposti prende spunto l’ideazione e la nascita della LOA-Labanca Open Academy che vuole rispondere all’esigenza percepita tra diversi colleghi di avere un luogo dove incontrarsi e dove poter discutere liberamente non tanto della super rigenerazione avanzata, come accade sempre più spesso durante i vari congressi, ma dei problemi legati al quotidiano: come si annodano i fili, come cementare bene un provvisorio… un luogo culturale aperto a tutti i miei ex corsisti, e a professionisti da essi presentati, in cui ognuno riversa e condivide il proprio sapere. Non una società scientifica quindi, ma qualcosa più vicino a un circolo culturale o a un club nell’accezione anglosassone del termine, senza gerarchie, con solo tanta voglia di condividere amicizia e reciproche esperienze, oltre ai propri errori.
Quali sono a suo avviso i presupposti per sostenere oggi la libera professione?
Il mio paziente, che suona alla mia porta e si rivolge a me perché ha fiducia in me, deve trovare - oltre alle attrezzature tecnologicamente più avanzate come è doveroso in una moderna odontoiatria non fatta più solo di competenza personale ma anche di tecnologia avanzata - un costante riferimento durante tutto il suo percorso terapeutico nella mia persona. Etica morale e onestà intellettuale sono condicio sine qua non nel mio modo di vivere la professione. Il mio obiettivo è sempre non solo il problema e le sue possibili soluzioni, ma il modo per raggiungere il reale beneficio del paziente ascoltando con la dovuta attenzione le sue richieste e le sue esigenze. Una delle cose che suggerisco spesso ai miei giovani colleghi è di usare pure gli ingrandimenti, lo faccio anch’io, ma ogni tanto di alzare il caschetto e guardare che cosa c’è attorno al dente e cercare di capire se quello che stiamo facendo e proponendo è realmente utile per la persona.
Mi amareggia, inoltre, vedere diversi giovani colleghi poco entusiasti e curiosi, che non hanno voglia di investire su loro stessi aggiornandosi, migliorando il loro inglese, partecipando alla vita congressuale, confrontandosi con altri con senso di umiltà, ma affrontano la professione con un taglio più da businessman che da medico, un comportamento che svilisce, a parer mio, il fascino di questo nostro antico mestiere e che rischia di privarli, nel tempo, della giusta soddisfazione e del meritato appagamento professionale.
1. Trattamento sbiancante con metodica “in office” tradizionale.
Riassunto
Scopo di questo studio è quello di valutare le variazioni di croma dentario, analizzando il Lab, della superficie dentale dopo l’utilizzo di un nuovo trattamento di sbiancamento al 35% perossido di idrogeno. Un gruppo di 56 soggetti con una buona salute orale è stato selezionato. I soggetti sono stati divisi casualmente in due gruppi: quello di controllo ha eseguito il tradizionale sbiancamento “in office” con perossido di idrogeno al 35% mentre il gruppo sperimentale ha effettuato un nuovo trattamento sbiancante “domiciliare professionale” con lo spray di perossido di idrogeno al 35%. Il nuovo sistema si compone di tre diversi prodotti: 1. Primer (30 secondi, 15 ml) che contiene xilitolo e prepara il pH della bocca per il trattamento sbiancante; 2. il perossido di idrogeno 35% sbiancante, soluzione da applicare con un ugello per spruzzare direttamente sui denti;
3. Remineralizer (30 secondi, 15 ml) contenente fluoruro, xilitolo e idrossiapatite per ridurre la porosità e la sensibilità dei denti. La registrazione del croma è stata eseguita con uno spettrofotometro alta precisione (SpectroShade micro, MHT) sia prima (tempo zero, t0) sia una settimana dopo la fine della procedura sbiancante (tempo uno, t1).
Il croma è stato rilevato sulla superficie vestibolare dell’incisivo centrale (elemento 2.1) e incisivo laterale (elemento 2.2). Lo spettrofotometro analizza oltre 2 milioni di punti di riferimento e calcola il sistema L*a*b* per codificare il colore. In particolare,
L* indica la brillantezza e rappresenta il valore, i denti sono più bianchi quando il valore è alto, a* indica la quantità di rosso e verde e rappresenta il croma, b* indica la quantità di blu e giallo e corrisponde al colore. Il ΔE per il gruppo “in office” è stato 2,08 e nel gruppo sperimentale è stato 2,63, entrambi i valori erano statisticamente significativi. Il confronto tra i due gruppi (ΔE 0,55 migliore per il gruppo sperimentale) è statisticamente significativo con un valore di p-value 0,10. Il trattamento sbiancante mostra risultati migliori nel nuovo trattamento “domiciliare professionale”. La procedura sperimentale è stata portata a termine senza complicazioni ed è stata ben tollerata dai pazienti.
Summary
Evaluation of chroma changes during a new bleaching treatment with spray of hydrogen peroxide 35%
The aim of this study was to evaluate the changes of chroma, analyzing the Lab, of the dental surface after the use of a new bleaching treatment spray of 35% hydrogen peroxide. A group of 56 subjects with good oral health were selected. The subjects were randomly divided in two groups. The control group performed a traditional “in office” bleaching with hydrogen peroxide 35%. The experimental group performed a new “home professional” bleaching treatment with spray of hydrogen peroxide 35%. The new system consists of three different products: 1. Primer (30 seconds, 15 ml) which contains xylitol and prepares the pH of the mouth for the whitening treatment; 2. Hydrogen peroxide 35% whitening solution to be applied with a nozzle applicator to spray directly on the teeth; 3. Remineralizer (30 seconds, 15 ml) containing fluoride, xylitol and hydroxyapatite decreasing tooth porosity and sensitivity. Recording of chroma was performed with a high precision spectrophotometer (SpectroShade micro, MHT) before (time zero, t0) and one week after the end of the whitening procedure (time one, t1). The chroma was detected on the surface of the upper central (element 2.1) and lateral incisor (element 2.2). The spectrophotometer analyzes over 2 million reference points and calculates the L*a*b* system of codifying color. In particular L* indicates shine and represents the value, the teeth are more white when the value is high; a* indicates the amount of red and green and represents the chroma; b* indicates the amount of blue and yellow and corresponds to the color. The ΔE for the “in office” group was 2,08 and in the experimental group was 2,63, both were statistically significant. The comparison between the two groups (ΔE 0,55 major for the experimental group) is statistically significant with a p-value of 0.10. The bleaching treatment shows better results in the new “home professional”. The experimental procedure was completed without complications and was well tolerated by the patients.
La crescente richiesta di trattamenti estetici in odontoiatria ci sta conducendo da una disciplina tradizionale legata al bisogno di terapia (need-based) del paziente a una sempre più legata al suo desiderio di cambiamento (want-based). Il risultato di questa tendenza è rappresentato da una ricca offerta in tecniche e materiali per lo sbiancamento dentale a cui abbiamo assistito nel corso, soprattutto, dell’ultimo decennio. Il colore può essere non importante per il successo clinico di una terapia odontoiatrica, ma potrebbe essere individuato come fattore chiave per l’accettazione complessiva dei trattamenti da parte dei pazienti (Bergen, 1985)1. In quest’ottica lo sbiancamento dentale rappresenta parte integrante dei piani di trattamento e un’opzione terapeutica a cui ricorrere nella pratica quotidiana. Il principio attivo degli agenti sbiancanti è rappresentato dal perossido d’idrogeno, direttamente applicato sulle superfici dentali o indirettamente ottenuto dalla scissione del perossido di carbamide in presenza di umidità in perossido d’idrogeno e urea (Azer et al., 2011)2. Sebbene il meccanismo d’azione del perossido d’idrogeno e il suo effetto su smalto e dentina non siano ancora stati del tutto compresi e spiegati dalla letteratura scientifica (Kihn, 20073; Hanni et al., 20034), sappiamo della capacità del perossido d’idrogeno di permeare smalto e dentina e di produrre radicali liberi in grado di scomporre le molecole pigmentanti presenti nella sostanza dentale. Ne risultano molecole di dimensioni più piccole riflettenti meno colore con la conseguenza di un effetto sbiancante (Bowles et al., 19875-9; Bowles et al., 1986; Fuss et al., 1989; McCaslin et al., 1999; Joiner, 2006).
Sono state descritte numerose tecniche di applicazione del principio attivo sbiancante sulle superfici dentali. Tradizionalmente distinguiamo l’approccio detto “in office”, “alla poltrona” o professionale in cui l’operatore applica il principio attivo e supervisiona il suo utilizzo, da approcci domiciliari, detti “home bleaching”, in cui il paziente autonomamente applica lo sbiancante senza contatto con l’odontoiatra o con l’igienista. Lo sbiancamento professionale domiciliare è diventato un metodo molto diffuso per la riduzione dei tempi operativi “alla poltrona”, per la bassa incidenza di effetti collaterali e per l’efficacia sbiancante (Hasson et al., 2006)10. Nell’ambito del trattamento domiciliare è opportuno distinguere:
lo sbiancamento domiciliare, dove il paziente autonomamente decide e si autosomministra il prodotto sbiancante;
lo sbiancamento professionale domiciliare, dove il paziente condivide con l’odontoiatra o l’igienista dentale la necessità di sbiancare i denti, quindi grazie alle loro istruzioni si sottopone a casa a una tecnica di sbiancamento eseguita direttamente.
Le due soluzioni si differenziano per la fondamentale partecipazione del clinico, nell’effettuazione della vista clinica, della scelta della metodologia più adatta, della corretta informazione su rischi e benefici e del controllo nel tempo. È scontato il fatto che una condivisione con il clinico, sia odontoiatra sia igienista dentale, possa meglio guidare il paziente in questo importante percorso. Sono ormai numerose le tecniche di sbiancamento, ed è quindi necessario partecipare con il paziente a un momento di scelta che preveda l’illustrazione di tutte le metodiche per poi utilizzare quella a lui consona; non solo aspetti clinici, ma anche organizzativi ed economici. La letteratura è ricca di case report sull’efficacia di una tecnica, è carente invece di studi in cui si effettuano confronti tra approcci di tipo diverso (Llambés et al., 2011)11. Il nostro studio si propone di effettuare un confronto tra due tecniche di sbiancamento professionale, una (ritenuta controllo) prevede l’applicazione “in office” del perossido d’idrogeno al 35% (Whiteness HP Maxx, FGM, Joinville, Brasile), l’altra (ritenuta sperimentale) prevede l’applicazione domiciliare di perossido d’idrogeno al 35% (Healthy White/Pro, Ciesse, Pavia) sotto la supervisione del curante. Al fine di ottenere una valutazione oggettiva delle differenze di colore ottenute è stato impiegato uno spettrofotometro SpectroShade (MHT, Arbizzano di Negrar, Verona) per l’analisi del colore sugli incisivi centrali e laterali superiori di un campione di pazienti, prima e dopo il trattamento sbiancante con le due tecniche prese in esame.
Materiali e metodi
Sono stati individuati 56 adulti (range di età: 20-55 anni) selezionati in modo consecutivo e afferenti alla Clinica Odontoiatrica dell’Università degli Studi dell’Insubria, in buone condizioni di salute generale, privi di carie, malattia parodontale e restauri a carico degli elementi frontali di entrambe le arcate. Si tratta di pazienti che hanno richiesto trattamenti sbiancanti per vari tipi di discromie. Sono stati esclusi i soggetti con discromie intrinseche accentuate come da amelogenesi imperfetta, fluorosi o da tetracicline. A tutti i pazienti è stata eseguita una seduta d’igiene professionale prima di intraprendere il trattamento sbiancante. Ciascun soggetto è stato poi assegnato in maniera randomizzata a uno dei due gruppi di studio: il primo trattato con metodica “in office” tradizionale - gruppo controllo (Whiteness HP Maxx) (Figura 1), il secondo con tecnica domiciliare professionale - gruppo sperimentale (Healthy White/Pro) (Figura 2).
2. Trattamento sbiancante con metodica “professionale domiciliare”.
La metodica “in office” prevede il ricorso a perossido d’idrogeno al 35% applicato dal professionista “alla poltrona” secondo i tempi e le modalità indicate dalla casa produttrice. La metodica domiciliare professionale utilizza sempre perossido d’idrogeno al 35%, ma prevede la consegna di un kit da parte del professionista dopo aver eseguito una prova di utilizzo in ambulatorio con il paziente che poi impiega il prodotto domiciliarmente mattina e sera per nove giorni secondo le indicazioni del produttore. Le rilevazioni del colore sono state effettuate prima del trattamento sbiancante (t0) e a una settimana di distanza dalla fine del trattamento stesso (t1).Il colore è stato misurato con uno spettrofotometro, SpectroShade.
Tale strumento si basa su una tecnologia a LED ed è in grado di acquisire l’immagine di un dente, visualizzarla sul display e analizzarla studiando il colore principale o la sua mappatura cromatica nei tre terzi del dente: incisale, medio e cervicale. La misurazione del colore avviene grazie a una sorgente di luce che crea l’intero spettro della luce visibile.
L’immagine dell’area così illuminata viene poi riflessa in un sensore CCD bianco e nero posizionato alla fine del sistema ottico e in grado di leggere i dati nello spettro visibile compreso tra i 400 e i 700 nm.
Per rielaborare i dati cromatici acquisiti si sfrutta il sistema CIE L*a*b*, dove L* indica la chiarezza del colore da 1 (nero) a 100 (bianco) e corrisponde al valore, a* indica la quota di verde e rosso su una scala da –a (verde) a +a (rosso) e s al croma, b* contrassegna la quantità di blu e giallo in una scala da –b (blu) a +b (giallo) e corrisponde alla tinta (Joiner et al., 2008).
Applicando la seguente formula è possibile calcolare la differenza di colore (∆E) di due rilevazioni dello spettrofotometro: ∆E=(∆L2 +∆a2+∆b2)1/2, dove ∆L è la differenza dei due valori L, ∆a la differenza dei due valori a e ∆b la differenza dei due valori b. ∆E esprime la differenza di colore complessiva tra due campioni, espressa come distanza tra due punti nello spazio del colore e rappresenta, pertanto, una valutazione oggettiva (Chu et al., 2010)12.
3. Esempio di trattamento effettuato con la tecnica “domiciliare professionale” con le immagini dello spettrofotometro: sopra prima del trattamento, sotto dopo. Nel caso specifico, i dati si sono modificati con questi valori: L* 71,59-78,14, a* 2.62-0,7, b* 16,12-13,7 con un ΔE di 7,2.
Analisi statistica
È stato eseguito un test t per dati indipendenti a una coda per verificare l’efficacia sbiancante delle due tecniche in esame, mentre il confronto tra i due trattamenti è stato fatto con un test t per dati indipendenti a due code, privo quindi di ipotesi di diversità tra le due tecniche prese in esame.
Sbiancamento professionale domiciliare
Lo sbiancamento professionale domiciliare prevede una preliminare fase cognitivo-comportamentale nella quale:
il paziente viene istruito su tutti gli aspetti e i benefici dello sbiancamento dentario, oltre alle aspettative e ai tempi;
il paziente viene istruito su come utilizzare il presidio, i comportamenti e gli effetti collaterali.
Tale fase è di fondamentale importanza per gestire i desideri clinici del paziente; una buona comunicazione iniziale completa il successo terapeutico e garantisce un buon controllo del paziente laddove non vengano completamente raggiunte le aspettative del soggetto o gli effetti collaterali siano stati poco tollerati.
Si compone di vari presidi che si utilizzano in serie:
burro di cacao protettivo per le labbra. Protegge le parti esterne non umide e cheratinizzate del labbro, con l’obiettivo di minimizzare potenziali “micro ustioni” che potrebbero verificarsi con il contatto tra l’agente sbiancante contenuto nell’erogatore spray;
collutorio A-primer che contiene xilitolo che prepara l’ambiente (pH) del cavo
orale al trattamento sbiancante. Ha lo scopo di innalzare il pH della bocca creando condizioni ottimali alla dissociazione del perossido di idrogeno al 35%;
soluzione sbiancante che contiene perossido di idrogeno al 35% in una bombola con un boccaglio. Con il trattamento di H2O2 spray ad alta concentrazione al 35%, a basso dosaggio (150-250 ml), per un periodo di esposizione breve (30-60 sec) viene ottimizzata la quantità di perossidrile (HOO-) dissociata nell’unità di tempo: H2O2 + H2O HOO- + H3O+;
collutorio B-remineralizzante che contiene fluoro, idrossiapatite e xilitolo, riequilibra il pH della bocca, remineralizza i denti favorendo la precipitazione di idrossiapatite nei micropori e nelle microerosioni dello smalto, riduce la permeabilità della dentina e di conseguenza la sensibilità.
Tale sistema ha lo scopo di massimizzare la dissociazione e l’efficacia dello sbiancante sui tessuti duri (smalto e dentina) in un ambiente sicuro per i tessuti molli, in un periodo di tempo molto breve.
L’efficacia sbiancante è data dall’interazione chimica dei prodotti usati nella corretta sequenza: primer+sbiancante+reminalizzante; questi collaborano sinergicamente nel proteggere i tessuti molli, duri e nell’azione sbiancante. È possibile utilizzarlo da 5 a 14 giorni in modo consecutivo dedicando 5-10 minuti al dì. Tali vantaggi clinici si sommano ad altri di ordine organizzativo: non è necessario rilevare delle impronte dentarie per realizzare le mascherine, né utilizzare il riunito odontoiatrico per applicazioni dirette del perossido al 35% con protezione delle gengive. Questi vantaggi organizzativi si riflettono sull’impegno del clinico e quindi sul costo, rendendo la metodica maggiormente accessibile ai pazienti.
Risultati
I trattamenti sbiancanti sono stati eseguiti senza effetti avversi in tutti i pazienti, se si escludono fenomeni di ipersensibilità dentinale e qualche caso di disgeusia, risoltisi spontaneamente; in nessuno dei casi è stato necessario sospendere il trattamento per la comparsa di effetti avversi. L’intero campione analizzato ha risposto di essere soddisfatto dei risultati ottenuti.
Le Tabelle 1 e 2 riportano i risultati di L*, a*, b* ricavati dallo spettrofotometro prima e dopo lo sbiancamento dentario su due elementi frontali dell’arcata superiore.
La Tabella 3 mostra i dati relativi ai ∆E ottenuti e rappresentanti le misurazioni della differenza di colore tra t0 (prima dello sbiancamento) e t1 (una settimana dopo il termine del trattamento sbiancante).
Il ∆E medio misurato sui due elementi dentali per lo sbiancamento con metodica “in office” (controllo) è risultato 2,08, statisticamente diverso da zero, con effetto sbiancante che risulta statisticamente significativo. Con la metodica “domiciliare professionale” (sperimentale) è stato ottenuto un ∆E medio di 2,63, si tratta di un valore statisticamente diverso da zero e di un effetto sbiancante statisticamente significativo. Entrambi i trattamenti sono risultati efficaci nel produrre un effetto sbiancante, con un ∆E percepibile dall’occhio umano. Effettuando il confronto tra le due tecniche risulta una differenza di ∆E di 0,55 a favore della tecnica “professionale domiciliare” che non risulta statisticamente significativa se non spostando il p-value a 0.10. Impostando però un’ipotesi di maggior efficacia del trattamento domiciliare rispetto a quello “in office” ed eseguendo un test t a una coda questo risulta statisticamente significativo anche con un valore di p-value 0.05. Per quanto riguarda la riduzione di b* con metodica “in office” è risultato un ∆b medio di 1,5 che essendo statisticamente diverso da zero indica un effetto sbiancante statisticamente significativo. Con la metodica professionale domiciliare il ∆b medio riscontrato è 1,84 e corrisponde a un valore statisticamente diverso da zero e a un effetto sbiancante statisticamente significativo. Entrambe le tecniche hanno prodotto una significativa riduzione di b* corrispondente a una variazione della tinta del dente, producendo uno sbiancamento con un elevato grado di soddisfazione da parte del paziente secondo quanto indicato dalla letteratura scientifica (Joiner et al., 2008). Per quanto concerne il confronto della riduzione di b* è stata rilevata una differenza di 0,34 a favore della metodica “professionale domiciliare”, ma si tratta di un dato statisticamente non significativo.
Discussione
La percezione della differenza di colore da parte del paziente, valutata come ∆E e secondo una recente ricerca, è risultata essere 2,14 (Salem et al., 2011)13; l’occhio umano sembra quindi essere in grado di percepire differenze di colore superiore a 2 quando misurate con uno spettrofotometro. Entrambe le tecniche analizzate in questo studio sono risultate significative nel produrre un ∆E rilevabile dal paziente, con un valore lievemente superiore per la metodica “professionale domiciliare” (Healthy White/Pro). Oltre alla capacità di percezione dell’occhio bisogna però tenere presente il parametro di riferimento che il paziente ritiene soddisfacente come risultato del trattamento sbiancante che è correlato maggiormente con le variazioni di b* dello spettrofotometro piuttosto che di L* o a*: pertanto ∆b, la riduzione di giallo o cambiamento della tinta, è di primaria importanza per la valutazione dell’efficacia dei prodotti sbiancanti (Joiner et al., 2008)14. Anche per la riduzione di b* entrambe le tecniche si sono rilevate efficaci e nuovamente è stata riscontrata una riduzione maggiore, quindi una migliore percezione del cambiamento, con quella “domiciliare professionale”. Alla luce di queste osservazioni si può concludere che l’approccio domiciliare con perossido d’idrogeno al 35% (Healthy White/Pro) rappresenta una valida alternativa alla tradizionale applicazione di perossido d’idrogeno “in office” (Whiteness HP Maxx). Tutti i soggetti sono rimasti soddisfatti per i risultati ottenuti; tale affermazione merita alcune considerazioni. Seppur la ricerca dimostri come entrambe le tecniche generino una modifica del colore percepibile all’occhio umano, è necessario, in fase di proponimento dello sbiancamento dentario, definire con precisione le aspettative del paziente al fine di correlarle alla reale efficacia del trattamento. Spesso i pazienti sopravvalutano l’efficacia che potrebbero avere i trattamenti sbiancanti e a volte il risultato conseguito non risulta soggettivamente gratificante e soddisfacente. Per questi motivi i soggetti che desiderano sbiancare i denti devono essere oggetto, prima dello sbiancamento dentario, di una lunga e approfondita condivisone sulle aspettative e sui desideri; successivamente devono essere informati sulle reali potenzialità per limitare e condividere l’impossibilità di insperati risultati. Tale considerazione risulta, inoltre, necessaria se introduciamo il tema del limite e della responsabilità della garanzia dei mezzi o del risultato nei trattamenti estetici. Ulteriori indagini sono necessarie per definire il potenziale di ogni tecnica di sbiancamento che deve essere conosciuto perché adeguato alle soggettive esigenze del paziente; non tutti i pazienti desiderano il migliore e più efficace trattamento sbiancate, tutti desiderano il trattamento sbiancante adatto e adeguato alle proprie aspettative e desideri.
Ringraziamenti Si ringraziano i dottori Federica De Bendictis,
Elisa Jeropoli, Luca Mercandelli e Raffaele Muollo
per il prezioso contributo alla ricerca.
Corrispondenza Prof. Luca Levrini via Recchi, 7 - 22100 Como
luca.levrini@uninsubria.it
Luca Levrini1 Gian Marco Abbate1 Maria Paola Caria2 John Kois3 1Università degli Studi dell’Insubria, Dipartimento di Scienze Chirurgiche e Morfologiche, Italia 2Department of Public Health Sciences, Karolinska Institutet, Stockholm, Sweden 3Kois Laboratoires, Seattle, USA
Bibliografia
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14. Joiner A, Hopkinson I, Deng Y, Westland S. A review of tooth colour and whiteness. Journal of Dentistry 2008;36 Suppl 1:s2-s7.
Riassunto Lo scopo di questo lavoro consiste nell’effettuare una revisione sistematica della letteratura riguardo l’abitudine al succhiamento non nutritivo. È stata effettuata una revisione sistematica della letteratura tramite la banca dati Medline (www.ncbi.nim.nih.gov/pubmed). Per effettuare la ricerca, sono state scelte le parole chiave “thumb sucking habit, digital sucking habit, finger sucking habit, non nutritive sucking habit”. Particolare attenzione è stata posta riguardo all’epidemiologia, all’eziologia, agli effetti del succhiamento e alle opzioni terapeutiche.
Summary Non nutritive sucking habit: a review The aim of this work consists in presenting a literature review about non nutritive sucking. A literature review through Medline (www.ncbi.nim.nih.gov/pubmed) has been done. Key words used were: “thumb sucking habit, digital sucking habit, finger sucking habit, non nutritive sucking habit”. Epidemiology, etiology, effects and therapeutic options about non nutritive sucking have been underlined.
I fattori eziologici di una disgnazia sono suddivisibili in due grandi categorie: intrinseci ed estrinseci. I primi sono legati al pattern genetico, ovvero sono geneticamente determinati e agiscono durante tutto l’arco di accrescimento di un soggetto1-3.
I secondi, detti anche ambientali, non sono geneticamente determinati, e la loro azione è limitata a un preciso periodo di tempo; se eliminati, non sono più in grado di influenzare la crescita.
Le abitudini viziate - quali succhiamento, respirazione orale e deglutizione atipica - rientrano fra i fattori eziologici estrinseci di una disgnazia. Essi sono in grado di alterare la crescita eugnatica di un paziente e, se non rimossi tempestivamente, di generare una vera e propria disgnazia dento-scheletrica.
Particolare importanza assume il succhiamento. Si definisce abitudine viziata il succhiamento di tipo non nutritivo, ovvero che non mira all’alimentazione del soggetto, ma è fine a se stesso. Varie sono le tipologie di succhiamento non nutritivo che sono state descritte in letteratura. Le più comuni sono il succhiamento prolungato del succhiotto, del dito o di oggetti di vario tipo. Lo scopo di questo lavoro consiste nell’effettuare una revisione sistematica della letteratura circa il succhiamento non nutritivo quale fattore eziologico estrinseco delle disgnazie dento-scheletriche in fase dinamica di crescita.
Materiali e metodi
È stata effettuata una revisione sistematica della letteratura tramite la banca dati Medline (www.ncbi.nim.nih.gov/pubmed). Per effettuare la ricerca, sono state scelte le parole chiave “thumb sucking habit, digital sucking habit, finger sucking habit, non nutritive sucking habit”.
Sono stati quindi considerati gli articoli inerenti il succhiamento non nutritivo e che forniscono informazioni circa l’eziologia, la correlazione con le disgnazie, le opzioni terapeutiche proposte dai vari Autori e i risultati ottenuti. A causa della molteplicità degli studi presenti in letteratura riguardo a tale abitudine viziata, sono stati selezionati solo quelli compresi tra il 1974 e il 2010. Utilizzando le opzioni dei limits, sono stati considerati soltanto gli articoli riferiti a “Humans”. Sono stati poi aggiunti due articoli pubblicati su riviste non indicizzate in Medline.
Risultati Dati epidemiologici
Il succhiamento non nutritivo, in particolare del dito, è un’abitudine viziata relativamente frequente in una fascia d’età che va dai pochi mesi di vita ai 14 anni. Kurosu4 riporta che il 28% dei pazienti di età compresa tra 1 e 14 anni succhia il dito, mentre Kamiyama riporta che tra i 2 e i 6 anni sono il 23,3%.
Katz et al. sostengono che una grande percentuale (67,9%) di bambini mostra un’abitudine al succhiamento non nutritivo nel corso della vita5-6. Jenkins et al. e Massler5 sostengono che il succhiamento sia legato anche ad abitudini culturali e allo status socio-economico. Santos et al.7 evidenziano sulla popolazione brasiliana una prevalenza del succhiamento non nutritivo di circa il 40,2% di cui il 27,7% utilizza il succhiotto e il 12,5% il dito.
Questi Autori sottolineano anche che le bimbe succhiano il dito maggiormente rispetto ai bimbi e che vi è una maggiore frequenza di succhiamento del dito o del succhiotto nei figli di genitori con un livello di educazione alto. Secondo alcuni Autori l’incidenza del succhiamento del dito tra i bambini diminuisce con l’aumentare dell’età e molti di loro interrompono l’abitudine in un arco di tempo compreso tra i due e i quattro anni8.
Duncan et al.9 evidenziano che a 15 mesi di vita il 63,2% dei bambini ha abitudini di succhiamento non nutritivo, il 37,6% succhia un oggetto, spesso un pupazzo, e il 22,8% un dito. A 36 mesi tale percentuale si riduce al 40% con equiparazione di utilizzo del pupazzo o del dito. Un’indagine condotta dalla SIDO nel 2002 ha evidenziato che su 900 mamme italiane il 77% utilizza il succhietto10.
Eziologia
Nel corso degli anni sono state avanzate diverse teorie riguardo all’eziologia del succhiamento non nutritivo. Le tre correnti di pensiero maggiormente accreditate sono:
la teoria psicoanalitica;
la teoria della “mancata funzione”;
la teoria comportamentale.
La teoria psicoanalitica è stata quella più seguita fino ad alcuni anni fa. Essa prevede che il succhiamento del pollice consegua a disturbi emozionali o traumi a livello della sfera psichica profonda. Tale teoria è stata postulata sulla base delle teorie freudiane che tendevano a interpretare su base psicopatologica qualunque atteggiamento non fisiologico.
Tale teoria è avvalorata da diversi studi presenti in letteratura che sostengono4 che la causa delle abitudini viziate nei bambini sia di tipo psicologico. Per tali ragioni, la loro risoluzione risulta di particolare complessità in quanto è dapprima necessario agire sulla componente psicologica che determina insicurezza e poi affrontare propriamente l’abitudine viziata. La teoria della “mancanza di funzione” sostiene che l’abitudine al succhiamento è legata a un insufficiente o improprio sistema di succhiamento nutritivo nei primi venti mesi di vita (allattamento troppo breve).
A favore di questa ipotesi, Curzon NEJ sostiene che i bambini esquimesi non succhino il dito in quanto vengono portati per anni sulla schiena della madre con una bottiglia di latte in mano mentre Burlington, Popovich e Thompson hanno evidenziato una correlazione statisticamente significativa tra prolungamento del tempo di allattamento e diminuzione dell’abitudine viziata al succhiamento del dito. Tseng et al.8 sostengono che il succhiamento del dito sia un riflesso innaturale che genera sicurezza nel bimbo.
Nei lattanti, il succhiamento del dito e del succhiotto sono stati correlati a un insufficiente allattamento al seno. La terza teoria depone a favore del fatto che il succhiamento del dito sia un comportamento acquisito basato sulle leggi dell’apprendimento. Secondo Pavlov, il succhiamento è la base dei moduli comportamentali e il bambino può giungere ad associarvi il concetto di presa del cibo, calore, sicurezza, scarica dell’aggressività. Secondo tale teoria, il succhiamento è un comportamento appreso e senza particolari risvolti psichici.
Effetti del succhiamento sulla crescita e sullo sviluppo dell’apparato stomatognatico
La teoria della matrice funzionale di Moss11 presume che la crescita del volto sia una risposta alle esigenze funzionali e agli stimoli neurotrofici mediata dai tessuti molli. Se le multifunzioni stomatognatiche (resprirazione, deglutizione, masticazione, fonesi) sono correttamente sviluppate, la crescita avviene in modo corretto. Quando una noxa patogena, quale un’abitudine viziata, interferisce sul corretto sviluppo delle multifunzioni stomatognatiche, anche la crescita cranio-facciale ne risente e si instaurano una serie di meccanismi che portano alla formazione di una malocclusione.
In letteratura sono presenti molti studi che sostengono che il succhiamento non nutritivo, quale abitudine viziata, sia un fattore eziologico di disgnazia. In particolare, il rischio di sviluppare una malocclusione è proporzionale al tempo di succhiamento ed è strettamente correlato al periodo della vita in cui esso viene effettuato. È unanime in letteratura l’opinione che il succhiamento prolungato nel tempo determini effetti negativi dento-scheletrici4. L’openbite anteriore e il crossbite posteriore sono secondo alcuni Autori le malocclusioni più frequentemente associate al succhiamento12-16.
Tseng et al.8 sostengono che il rischio di sviluppare una malocclusione conseguente al succhiamento sia significativamente elevato nei bambini che interrompono questa pratica oltre i quattro anni di età. Infatti, il protrarsi nel tempo delle abitudini viziate può alterare significativamente la morfologia e la funzione dell’apparato stomatognatico in fase di sviluppo e causare conseguenti anomalie scheletriche e occlusali4. Molti Autori evidenziano che il succhiamento protratto del succhiotto è causa di crossbite17-24 latero-posteriore.
Il crossbite posteriore, infatti, può essere causato da fattori ereditari, ma anche esogeni quali respirazione nasale non corretta, tonsille infiammate e adenoidi25-26, ritenzione prolungata o perdita prematura dei decidui, affollamento, schisi palatale, deficit di lunghezza dell’arcata, anomalia dell’anatomia dei denti o della sequenza di eruzione, abitudini viziate quali il succhiamento, respirazione orale e malfunzionamento dell’articolazione temporo-mandibolare18.
Tra questi fattori causali del crossbite posteriore, particolare importanza assume il succhiamento del dito. Esso genera una forte pressione a livello del palato, una concomitante pressione negativa esercitata dalle guance sulle arcate dentarie e un abbassamento della lingua che non consente il corretto sviluppo del mascellare superiore27. Tutto ciò causa un iposviluppo sul piano trasverso del mascellare superiore e un conseguente crossbite latero-posteriore. È altresì vero che il succhiamento del dito è solo una delle cause del crossbite, come evidenziato da Farsi e Salama26.
Secondo alcuni Autori, il crossbite non consegue solo al succhiamento del dito, ma anche quello prolungato del succhietto e del pupazzo, seppure in misura minore, generano tale tipo di malocclusione27. Secondo Duncan et al. sia il succhiamento del dito che quello di un oggetto possono causare un crossbite posteriore. Tali Autori evidenziano, inoltre, la comparsa di un openbite anteriore9.
Altri Autori sottolineano che tra le conseguenze del protrarsi di tale abitudine viziata vi siano la comparsa di un openbite anteriore, la protrusione maxillare, una contrazione del mascellare superiore sul piano trasverso, un crossbite latero-posteriore, una dislocazione indietro e in basso della mandibola e l’affollamento degli incisivi mandibolari4. Yokota et al. sottolineano, inoltre, un’attività muscolare anormale a livello delle labbra e della lingua4. Altri autori evidenziano, inoltre, il legame tra succhiamento openbite incisale e proinclinazione degli incisivi superiori. Vilela Heimer et al. sostengono che l’openbite anteriore si associ al succhiamento protratto, mentre il crossbite posteriore no.
Yemitan et al.28 sostengono che nei pazienti con abitudine al succhiamento prolungata si assiste a una ridotta ampiezza dell’arcata maxillare, una ridotta distanza tra i due canini inferiori e un aumento della profondità del mascellare superiore. Secondo tali Autori il succhiamento del dito mostra una minore riduzione della distanza intercanina e intermolare mandibolare rispetto a quello del succhietto. Essi non evidenziano una correlazione significativa tra la durata del succhiamento e i cambiamenti scheletrici. Mistrà et al.29 suggeriscono che nei pazienti succhiatori del dito l’overjet aumenta e il morso si apre, mentre non hanno evidenziato una correlazione tra crossbite e succhiamento. Dimberg et al.30 sottolineano una significativa associazione tra succhiamento e openbite anteriore, occlusione molare di II classe, aumento dell’overjet e crossbite posteriore. Essi sostengono che il succhiamento del succhiotto causi più malocclusioni di quello del dito.
Castelo et al.31 sostengono che il succhiamento quale abitudine viziata giochi un ruolo importante nell’eziologia del crossbite, che si associa con una minore forza di serramento e tendenza alla long face. Mishiro et al.4 hanno studiato due gruppi di pazienti, uno senza abitudini viziate e uno composto da soggetti che succhiavano il dito. Essi hanno concluso che nel primo gruppo la lingua è in grado di esercitare una pressione di 1.57 kgw sul palato, mentre nel secondo di 1.65 kgw a livello della regione maxillare e
1.80 kgw a livello dell’arcata mandibolare. Melink et al.1 sostengono che l’utilizzo del succhiotto sia strettamente associato alla presenza di crossbite posteriore. Øgaard et al.21 mostrano che due anni di utilizzo del succhietto producono significativi effetti sul diametro trasversale del mascellare superiore. Warren et al.13 dimostrano che l’utilizzo del succhietto oltre i 2-3 anni di età aumenta significativamente la prevalenza di crossbite posteriori, come sottolineato anche da
Melink et al.1. Questi ultimi1 suggeriscono che per intercettare lo sviluppo del crossbite i pediatri e i genitori dovrebbero controllare lo sviluppo facciale dei bimbi con abitudini al succhiamento non nutritivo o prolungato di biberon. Essi devono prestare particolare attenzione alla lunghezza del frenulo linguale e alla posizione della lingua.
Ovsenik3 ha riscontrato una prevalenza del 20% di crossbite posteriori tra i bambini di 5 anni, di cui circa il 50% succhiano un pupazzo o sono alimentati con il biberon. Egli riscontra anche che al termine dell’allattamento persistono la deglutizione atipica, il succhiamento del dito e la respirazione orale. Ha inoltre riscontrato una correlazione statisticamente significativa tra la presenza di crossbite latero-posteriore e il succhiamento. Yokota et al.4 hanno stimato la pressione che si esercita durante il succhiamento tra 2 e 4.5 kgw.
Peres et al.32 sostengono che l’abitudine al succhiamento non nutritivo tra i 12 mesi e i 4 anni di età e il succhiamento del dito a sei anni di età sono i fattori di rischio maggiori per la genesi dell’openbite anteriore. Katz et al. sottolineano una correlazione tra malocclusioni e succhiamento non nutritivo16. Levrini sostiene che oltre i 24 mesi di utilizzo del succhietto si prevede un incremento del morso aperto dentale mentre sotto i 24 mesi questa correlazione non è evidenziabile10. Levrini sottolinea anche che il rischio di otiti medie si innalza nei soggetti che utilizzano il succhietto in modo vigoroso; nei soggetti con otite ricorrente va quindi sconsigliato10.
Oltre al succhiamento, anche l’allattamento al biberon protratto interferisce negativamente con lo sviluppo del volto1. Infatti, si è osservato che i bambini che bevono il latte tramite una tazza mostrano migliore competenza labiale, respirazione nasale e una corretta posizione della lingua a riposo33.
Effetti benefici dell’utilizzo
del succhiotto
Il succhiotto, al contrario del dito e di altri oggetti, è un presidio che, se correttamente utilizzato, ha degli effetti benefici. Esso deve però essere anatomico, in grado quindi di distribuire lo stress in modo più uniforme in senso trasversale e caricare meno la cresta anteriore del palato10 e va utilizzato nella maniera e nelle tempistiche corrette. Va inoltre dismesso prima dei 36 mesi di vita27. È stato infatti dimostrato che l’uso del succhiotto protegge dalle morti improvvise nel lattante, le cosiddette “sudden infant death syndrome” (SIDS), che avvengono solitamente in bimbi con meno di sei mesi di vita8.
Levrini sostiene che l’utilizzo del succhietto tranquillizzi il neonato anche se esso non deve sostituire il rapporto madre-figlio. Egli sottolinea che è importante sospenderne l’utilizzo se si evidenzia la comparsa di malocclusioni. Lo stesso Autore sostiene anche che il succhiamento del pollice risulti essere più fisiologico del succhietto e quindi possa essere ammesso fino all’età di 4 anni10 a meno che non si evidenzi una ridotta propensione al succhiamento del seno materno10, caso nel quale il suo utilizzo va sospeso.
Al fine di ridurre il rischio di SIDS (sindrome della morte improvvisa del lattante) è opportuno usarlo sia durante il sonno diurno che notturno, come suggerito dal Department of Family Medicine and Public Health Science Americano10. Il succhietto, inoltre, lenisce il dolore causato dall’eruzione della dentatura decidua, accelerando la lacerazione delle mucose10.
Succhiamento non nutritivo protratto: quando intervenire
Tseng et al. sostengono che l’abitudine viziata del succhiamento sia una delle motivazioni più frequenti per cui i genitori richiedono il consulto dell’ortodontista8. Essi sostengono che i bambini che succhiano il dito dopo i quattro anni di età debbano essere visitati da un ortodontista, mentre prima non sia necessario8. In ogni caso, i bambini in età scolare, che persistono nel succhiare il dito, dovrebbero essere indirizzati dal pedodontista8. Infatti, a questa età i denti permanenti cominciano a erompere e il succhiamento ha effetti negativi. Yokota et al.4 sostengono che nel periodo della permuta dentaria si sviluppi la funzionalità della muscolatura periorale. Per tale motivo, le abitudini viziate, quali il succhiamento, assumono particolare importanza in questo specifico arco temporale in quanto possono alterare il corretto sviluppo della muscolatura e causare malocclusioni.
L’American Dental Association raccomanda di motivare i bambini verbalmente a interrompere tale pratica. Consiglia, inoltre, di trovare metodi alternativi per confortare e calmare i bambini, quali orsacchiotti in peluches, effettuare richiami e rinforzi negativi nel caso l’abitudine non cessi (è proposto anche l’uso di un liquido amaro da cospargere sul dito), garantire ricompense nel caso i bimbi interrompano l’abitudine34. Tseng et al.8 suggeriscono di affrontare il succhiamento del dito con rinforzi positivi, misure alternative di svago e richiami.
Le linee guida del ministero della Salute italiano indicano che è meglio utilizzare il succhietto per meno di 24 mesi e dismetterlo prima dei 36 mesi di età10. È inoltre importante non usare il succhietto con sostanze dolci o anestetiche per evitare la genesi di lesioni cariose. Nel caso il bambino continui a utilizzare il succhietto oltre questo arco temporale, è importante motivarlo a dismettere l’abitudine, prima con metodi verbali e poi coercizionali, quali il furto del succhietto e il bendaggio del dito.
Diverse sono le opinioni presenti in letteratura circa le apparecchiature che possono essere utilizzate in tali pazienti. Alcune di esse, come Nite Guide e Habit Corrector, possono essere impiegate fin dai 4 anni e la loro azione dipende dalla compliance dei bambini. Altri Autori suggeriscono l’utilizzo di metodiche più coercitive quali griglie linguali che possano impedire fisicamente l’introduzione di un oggetto o del dito in bocca.
Spesso tali pazienti vengono indirizzati da un logopedista per riabilitare la fonesi, alterata in presenza di quadri malocclusivi quali l’openbite. A nostro avviso è però fondamentale che prima della riabilitazione della fonesi si creino le premesse anatomiche e venga quindi risolto il quadro malocclusivo. Solo a quel punto potrà essere indicato un consulto con il logopedista.
Correzione spontanea della malocclusione alla sospensione dell’abitudine viziata
Numerosi Autori35-36,38-40 evidenziano una spontanea correzione dell’openbite anteriore dopo interruzione dell’abitudine viziata al succhiamento. Questo però non avviene per il crossbite posteriore che, per essere risolto, necessita di un’adeguata terapia.
Su quest’ultimo punto, però, altri Autori osservano che è più facile riscontrare un crossbite posteriore in dentizione mista rispetto a quella decidua e ipotizzano quindi che alcuni crossbite in dentizione decidua siano autorisolvibili37.
A favore di quest’ultima ipotesi vi è uno studio di Lindner38 che sostiene che il 17% dei crossbite presenti in bambini di età tra i 4 e i 9 anni siano autocorreggibili senza terapia, soltanto rimuovendo il fattore eziologico. Questi dati porterebbero quindi a concludere che sospendendo l’abitudine al succhiamento in dentizione decidua sia possibile riscontrare una correzione spontanea sia dell’openbite anteriore che del crossbite, mentre se la sospensione avviene in epoca più tardiva il crossbite necessita di adeguata terapia per ristabilire corretti rapporti tra le basi ossee.
Proffit e Fields sostengono che nei bambini che presentano una crescita bilanciata orizzontale è più facile assistere a una correzione spontanea dell’openbite rispetto a quelli che presentano una long face o un pattern di crescita verticale27. Fields, Moyers e Larsson36,39-40 sostengono che se il succhiamento viene interrotto tra i 4 e i 6 anni di età si assiste a un miglioramento della malocclusione.
Levine41 suggerisce che se tale abitudine viziata continua oltre questo periodo vi sono scarse possibilità di miglioramento della malocclusione, specie se si associa la deglutizione atipica.
Heimer et al.5 sostengono che alla rimozione dell’abitudine viziata si assista a una correzione spontanea dell’openbite anteriore, ma la morfologia del volto resta invariata.
Allattamento al seno e succhiamento non nutritivo
Melink et al.1 sostengono che il succhiamento del succhietto abbia uno stretto rapporto con l’allattamento al seno. L’allattamento al seno sembra poter prevenire l’utilizzo del succhietto in quanto si è riscontrato che la durata dell’allattamento è inversamente proporzionale all’utilizzo dello stesso1. Anche altri studi confermano che i bambini che non utilizzano il succhietto hanno un periodo di allattamento al seno significativamente maggiore (11 mesi).
Secondo uno studio di de Albuquerque et al.42 eseguito su un gruppo di bambini brasiliani di età compresa da 1 a 3 anni, il 69,2% di essi ha l’abitudine viziata al succhiamento, di cui il 61,6% succhia il succhiotto e l’8,2% il dito. Tra questi pazienti, il 10,2% è allattato esclusivamente al seno, il 4,9% sono alimentati con il biberon e l’84,9% con entrambe le metodiche. Essi concludono che quanto maggiore è la durata dell’allattamento al seno, tanmto minore è la prevalenza del succhiamento non nutritivo.
De Holanda et al.43 sottolineano che l’allattamento al seno per più di sei mesi sia un “fattore preventivo” del succhiamento non nutritivo. Secondo questi Autori, l’uso del succhiotto è maggiormente frequente nei bambini di tre anni e, in particolare, in quelli appartenenti a famiglie agiate e con genitori ad alto livello di scolarizzazione. Questi Autori evidenziano una correlazione non significativa tra succhiamento del dito e allattamento al seno e una prevalenza di succhiamento non nutritivo nel sesso femminile e nell’ultimo maschio nato.
Scavone et al.44 analizzano bambini di età compresa tra 3 e 6 anni e li dividono in gruppi. Nel primo gruppo sono presenti bambini non allattati al seno, nel secondo bambini allattati al seno per meno di tre mesi, nel terzo bambini allattati al seno per un periodo maggiore di 3 mesi e inferiore a 6, nel quarto gruppo bambini allattati al seno per un periodo che va dai 6 ai 9 mesi e un quinto gruppo di bambini allattati al seno per più di 9 mesi. Essi evidenziano che l’utilizzo del succhiotto è maggiormente frequente nei gruppi 1, 2, 3 e 4 (85%, 87,6%, 78% e 70%, rispettivamente), e minore nel gruppo 5 (38,6%).
La prevalenza di succhiamento non nutritivo è ridotta nei bambini che sono stati allattati per più di nove mesi al seno.Non vi è, secondo questi Autori, differenza statisticamente significativa nell’uso del succhiotto o nel succhiamento del dito tra i due sessi.
Discussione e conclusioni
Dall’analisi della letteratura effettuata appare evidente la necessità da parte dell’odontoiatra di conoscere i fenomeni legati a tale abitudine viziata per potere diagnosticarla, avvertire e motivare i genitori e il paziente, e mettere in atto strategie preventive e terapeutiche. Indipendentemente dalle opinioni presenti in letteratura riguardo alle tempistiche e alle metodiche terapeutiche da effettuare, è fondamentale intervenire prima che l’abitudine viziata abbia causato un quadro disgnatico di particolare importanza. È inoltre importante ripristinare un corretto equilibrio neuromuscolare, una fisiologica postura linguale e corporea e una corretta anatomia dell’apparato stomatognatico. Spesso la terapia è multidisciplinare, coinvolgendo su diversi fronti il pediatra, l’odontoiatra e l’ortodontista; nei casi più gravi anche lo psicologo. Fondamentale è poi il ruolo svolto dai familiari che, se adeguatamente motivati e istruiti, hanno un compito molto importante ai fini della cessazione di questa abitudine viziata.
Il successo dipende infatti dalla motivazione e collaborazione dei pazienti e dei familiari.
Corrispondenza Giampietro Farronato Università di Milano Via Commenda, 10 20100 Milano Tel. +39 02 55032520 giampietro.farronato@unimi.it
• Lucia Giannini1 • Guido Galbiati1 • Cinzia Maspero2 1DDS, Reparto di Ortognatodonzia, Università degli Studi di Milano, IRCCS Cà Granda-Ospedale Maggiore Policlinico, Dipartimento di scienze diagnostiche, chirurgiche e ricostruttive, Scuola di Specializzazione in Ortognatodonzia (direttore prof. G. Farronato) 2MD, DDS, Dirigente Medico, Reparto di Ortognatodonzia, Università degli Studi di Milano, IRCCS Cà Granda-Ospedale Maggiore Policlinico, Dipartimento di scienze diagnostiche, chirurgiche e ricostruttive, Scuola di Specializzazione in Ortognatodonzia (direttore prof. G. Farronato)
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