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Igiene dentale. Non chiamatela più “pulizia dei denti”

Igiene dentale

Fino a pochi decenni fa, l’igiene dentale era spesso relegata ai margini dell’odontoiatria, considerata accessoria se non trascurabile. Oggi questa disciplina non solo ha conquistato dignità clinica, ma si sta rivelando una leva strategica per la prevenzione, la salute sistemica e l’efficacia a lungo termine di ogni trattamento odontoiatrico. Oltre che per la crescita, anche economica, dello studio.
Da “semplice” pratica di prevenzione, l’igiene dentale oggi si può considerare un importante tassello strategico dell’odontoiatria moderna. Tecnologie sofisticate, nuove consapevolezze relazionali e un ruolo clinico in continua espansione la rendono un’attività sempre più rilevante per la salute dei pazienti, ma anche per il successo terapeutico degli odontoiatri e degli studi dentistici.
La figura dell’igienista dentale, un tempo percepita come ancillare, oggi è autonoma e specializzata, fondamentale per intercettare precocemente patologie, motivare alla prevenzione e contribuire attivamente alla gestione di pazienti complessi. Una risorsa preziosa sicuramente sul piano clinico, ma anche in chiave organizzativa ed economica: la sua attività all’interno dello studio odontoiatrico può aumentare la fidelizzazione dei pazienti, generare valore e costruire quel ponte fondamentale tra prevenzione e terapia che è alla base di una odontoiatria realmente contemporanea.

Una disciplina viva, in continua evoluzione

Annamaria Genovesi
Annamaria Genovesi, Igienista Istituto Stomatologico Toscano

Si potrebbe definirla così, l’igiene dentale, parafrasando il pensiero di Annamaria Genovesi, professionista e docente con una lunga esperienza, divenuta punto di riferimento per questa disciplina che in pochi decenni, spiega, ha conquistato definitivamente la fiducia di odontoiatri e pazienti, e oggi occupa un posto di rilievo nell’odontoiatria. «L’igienista dentale è una figura nata con compiti di prevenzione primaria e secondaria essendo la prevenzione terziaria compito riservato per molto tempo al dentista», spiega. «Oggi la situazione è profondamente cambiata, almeno per certe patologie. Non v’è dubbio, ad esempio, che la terapia della parodontite sia ormai prevalentemente appannaggio dell’igienista dentale, con compiti che identificano oggettivamente un’attività di prevenzione terziaria. Ovviamente tutto questo spinge a richiamare, in linea con gli indirizzi etici di una professione sanitaria, ad approfondimenti specifici che consentano di garantire ai nostri pazienti cure di qualità e un costante impegno verso la professionalità e la responsabilità». A facilitare l’importante compito dell’igienista ha contribuito anche l’innovazione degli strumenti e dei protocolli. «Ovviamente l’evoluzione tecnologica ha investito anche la nostra professione, portandoci a ottenere risultati clinici che hanno aperto la strada a diversi cambiamenti. Mi preme comunque sottolineare che le evoluzioni tecnologiche sono utili a semplificare le nostre procedure cliniche e a renderle più prevedibili. Non possiamo tuttavia pensare che queste, da sole, possano essere fonte di risultati. Nella nostra professione rimane fondamentale, meglio ancora irrinunciabile, una seria motivazione del paziente che sfoci in una sua collaborazione attiva, prerequisito in assenza del quale non c’è procedura clinica o dispositivo tecnologico che possa garantire risultati prevedibili e, soprattutto, stabili nel tempo. Alla base dei nostri risultati rimane una profonda cultura biologica che rifugge da facili sollecitazioni commerciali che offrono più o meno miracolosi dispositivi. In altre parole, i dispositivi semplificano spesso le procedure, ma gli obiettivi e il razionale delle nostre terapie devono restare sotto il nostro controllo. Credo anche che si stiano identificando diverse sottospecialità della nostra professione», prosegue Genovesi. «Accanto a igienisti dedicati alle tradizionali funzioni preventodontiche, emerge la necessità di figure specializzate nella terapia della parodontite, attività da seguire strettamente con il parodontologo, e nel trattamento del piccolo paziente, affiancando il pedodontista. In futuro probabilmente vedremo una figura di igienista implanto-protesica, preparata per affiancare l’implantologo nelle riabilitazioni più importanti. In realtà, questo è un progetto che sto portando avanti attraverso la collaborazione tra Fondazione Istituto Stomatologico Toscano e UniCamillus, giovane e brillante istituzione universitaria. Da questa collaborazione, ormai da tempo, è nata l’offerta di Master Universitari di 1° livello nelle varie specialità della nostra disciplina. Il successo in termini di iscritti e di qualità dei partecipanti è sicuramente la gratificazione maggiore e rappresenta un importante stimolo a perseverare su questa strada».

Odontoiatra-igienista dentale, un’alleanza destinata a rafforzarsi

Francesco Cairo
Francesco Cairo, presidente della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP)

In un momento in cui la salute orale è sempre più al centro dell’attenzione pubblica e scientifica, il tema della collaborazione tra odontoiatra e igienista dentale assume un ruolo centrale. Ne è convinto Francesco Cairo, presidente della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP), nonché professore associato presso l’Università di Firenze, che da anni lavora sul fronte dell’integrazione clinica e formativa tra le due figure.
«Oggi è impensabile uno studio odontoiatrico moderno che non preveda la presenza dell’igienista dentale. È una figura fondamentale, tanto nella prevenzione quanto nella gestione terapeutica delle patologie parodontali e peri-implantari».
Cairo sottolinea però che questo ruolo si inserisce sempre in una logica di lavoro coordinato.
«L’igienista opera in stretta collaborazione con l’odontoiatra. Le scelte cliniche, anche per quanto riguarda le terapie non chirurgiche, vanno condivise e ben integrate nel piano complessivo del trattamento.
È una questione di sicurezza, efficacia e responsabilità. L’integrazione tra le due figure non è solo auspicabile: è ormai strutturale. E sarà ancora più centrale nella gestione dei pazienti con patologie sistemiche e, soprattutto, oncologiche. Nei prossimi anni, il contributo dell’igienista dentale nella prevenzione e nella cura di chi affronta una chemioterapia sarà fondamentale».
Questa integrazione è già codificata all’interno di linee guida internazionali e nazionali, solide e condivise. Cairo ricorda che lo step 1 e 2 del trattamento parodontale – cioè la strumentazione non chirurgica – rientrano nelle competenze dell’igienista, su indicazione del dentista. Il terzo step, quello chirurgico, resta di competenza odontoiatrica, mentre il mantenimento (step 4) è nuovamente affidato all’igienista. «Si tratta di un sistema equilibrato, costruito sulla base dell’evidenza scientifica. È scolpito nella pietra. Ora stiamo lavorando all’adattamento di questi protocolli per i pazienti oncologici, con l’obiettivo di offrire un percorso adeguato anche in condizioni cliniche complesse».
Sul piano comunicativo, per Cairo la motivazione del paziente è un processo scientifico. «Si basa su tre pilastri: le capacità relazionali del clinico, la struttura organizzativa dello studio e la consapevolezza, da parte del paziente, di avere una patologia da trattare. È solo quando il paziente comprende il rischio reale della malattia che si attiva una motivazione autentica».
C’è infine un altro fronte su cui, secondo Cairo, è necessario continuare a investire: la comunicazione personalizzata. «Parlare in modo chiaro al paziente, spiegare, ascoltare, adattare il linguaggio: sono passaggi fondamentali per costruire un’alleanza terapeutica solida. La vera sfida, oggi, è rendere la compliance, ancora poco sviluppata, una realtà diffusa. Troppi pazienti non riescono a seguirla, e spesso la responsabilità ricade sull’organizzazione dello studio e sulla qualità della comunicazione. In fondo, il vero salto di qualità è riuscire a far comprendere bene quello che il paziente deve fare. Anche un gesto semplice, come imparare a spazzolarsi i denti una volta al giorno, in molte aree del mondo rappresenterebbe un progresso straordinario». Marketing e comunicazione possono essere strumenti utili, ma solo se messi al servizio di un progetto clinico coerente e fondato.

Dal paziente alla persona: una nuova prospettiva

Martina Gangale, Igienista dentale, psicologa clinica e docente a contratto presso diversi atenei italiani

Per Martina Gangale, igienista dentale, psicologa clinica e docente a contratto presso diversi atenei italiani, il cambiamento nella relazione con il paziente non è una novità recente, ma un ritorno all’essenza originaria della medicina. «Per me il paziente è sempre stato prima di tutto una persona, poi un paziente, e solo in ultimo un cliente» afferma con convinzione. Una visione che si inserisce perfettamente nel paradigma moderno della promozione della salute, dove l’operatore non è più soltanto un tecnico, ma un interlocutore empatico, capace di ascolto e orientato alla costruzione di un rapporto umano autentico. Il paziente oggi non è più un distretto anatomico su cui intervenire, ma un individuo portatore di emozioni, aspettative, bisogni e vissuti. Questo non significa abbandonare le linee guida e i protocolli, ma integrarle con una visione più ampia, che tenga conto della soggettività e favorisca una vera alleanza terapeutica». Un tempo, ricorda Gangale, la relazione medico-paziente era sbilanciata: da un lato c’era il depositario unico del sapere, dall’altro un paziente passivo.
Oggi, invece, si tende a riconoscere un ruolo più attivo e responsabile anche a chi riceve le cure. «La relazione si costruisce su un equilibrio: il professionista offre la propria competenza tecnica, il paziente il proprio vissuto e la volontà di collaborare.
Entrambi contribuiscono, in modo paritario, alla realizzazione degli obiettivi di salute. Il medico resta responsabile delle scelte tecniche, ma il paziente diventa interlocutore consapevole, protagonista del proprio percorso di cura». Come due piloti che devono coordinarsi per arrivare a destinazione, medico e paziente devono costruire insieme un rapporto basato sulla fiducia, sul rispetto e sulla condivisione delle scelte.

Tecnologie per coinvolgere e motivare

In questo nuovo scenario, spiega Martina Gangale, anche la tecnologia gioca un ruolo chiave, trasformandosi in strumento relazionale e motivazionale. «La digitalizzazione permette oggi di rendere accessibile al paziente un linguaggio clinico spesso complesso, facilitando la comprensione e quindi l’adesione alle cure». L’utilizzo di fotografie, scanner intraorali, videocamere e app interattive consente di mostrare in modo diretto e immediato ciò che il paziente non può percepire da solo. «Quando una persona vede chiaramente cosa succede nella propria bocca, non si limita più a subire il trattamento, ma partecipa attivamente al proprio miglioramento».
Gangale crede molto anche nell’utilizzo di strumenti ludici, soprattutto con i più piccoli. Alcune app, racconta, permettono di trasformare il momento dell’igiene orale in un gioco coinvolgente. «Attraverso sensori nello spazzolino e immagini interattive, il bambino impara a rimuovere la placca, riconosce il colore viola che ha già visto durante la seduta clinica, guadagna punti e stelline per curare un draghetto virtuale. È un gioco, sì, ma è anche un apprendimento profondo.
Prendersi cura di sé diventa un gesto naturale, quotidiano, divertente». Per gli adulti il meccanismo è simile, ma basato su statistiche e dati personalizzati che permettono sia al paziente sia al professionista di intervenire in modo più mirato.
Tutto questo non sostituisce il clinico, ma potenzia il suo intervento. «Il paziente deve essere guidato in fase clinica, ma anche in quella domiciliare. Quando ha strumenti adeguati, può gestire la propria salute in modo più consapevole, giorno dopo giorno». La tecnologia, quindi, non è solo utile al professionista, ma è una vera opportunità per entrare in relazione con il paziente e per rafforzare la sua motivazione al cambiamento. «La salute orale diventa parte di uno stile di vita più ampio, che comprende l’alimentazione, l’attività fisica e altri comportamenti orientati alla salute e all’igiene». Una competenza che va oltre l’ambito tecnico: per Gangale, infatti, l’igienista dentale dovrebbe compiere un salto di qualità. «Bisogna riconoscere che siamo fornitori di relazione d’aiuto. Senza qualità umane e relazionali, senza apertura mentale, senza predisposizione all’ascolto non si può davvero essere efficaci». La comunicazione e la psicologia, sottolinea, sono scienze a tutti gli effetti, e come tali vanno studiate e integrate nella formazione continua. «Serve sì una base teorica, ma anche una filosofia professionale che ci permetta di non perdere di vista l’essenziale: che ogni paziente, prima ancora di essere tale, è una persona».

Verso un approccio personalizzato

Igiene dentale
Direttore Didattico del Corso di Laurea in Igiene dentale presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, professore a contratto presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e Vicepresidente dell’Accademia Tecnologie Avanzate nelle Scienze di Igiene Orale

A fare la differenza è anche la modalità con cui si utilizzano le nuove tecnologie, spiega Silvia Sabatini, igienista dentale che svolge la libera professione a Roma e past president della Società di Scienze dell’Igiene Orale (SISIO), dopo aver compiuto un lungo percorso di formazione che l’ha portata a conseguire titoli post graduate all’UCL Eastman Dental Institute di Londra, alla New York State University di Buffalo, (USA), all’Harvard Medical School di Boston e, nuovamente nell’UK, al King’s College London. «Le vere novità non sono più solo gli strumenti, ma il modo in cui li utilizziamo» osserva Silvia Sabatini in qualità di Vicepresidente dell’Accademia Tecnologie Avanzate nelle Scienze di Igiene Orale.
«Stiamo finalmente iniziando a prestare attenzione all’ergonomia, al benessere del professionista, reso possibile anche dal diffondersi di manipoli più leggeri, manici cavi, sistemi ingrandenti e dispositivi con luce LED integrata, che migliorano la visibilità e riducono l’affaticamento. Strumenti più precisi significano non solo vantaggi per il paziente, ma anche per chi li maneggia». Questa evoluzione si riflette nella qualità delle prestazioni offerte. Secondo Sabatini, «un professionista che lavora in modo confortevole è più accurato, più sereno e, di conseguenza, più efficace». Gli ultrasuoni moderni, ad esempio, permettono l’uso di acqua riscaldata, evitando il fastidio del freddo e riducendo le vibrazioni grazie a modalità di lavoro più soft. «Oggi abbiamo la possibilità di offrire una seduta di igiene orale molto più raffinata, anche grazie agli air-polisher di ultima generazione, che superano nettamente le vecchie tecnologie».
La questione dell’anestesia, spesso percepita come un ostacolo nel lavoro dell’igienista, è ridimensionata. «Con gli strumenti attuali non sento la necessità di ricorrere all’anestetico. Se c’è ipersensibilità va trattata comunque, indipendentemente dalla seduta di igiene, magari con prodotti domiciliari specifici come dentifrici o molecole remineralizzanti. Non possiamo limitarci a constatare il problema e ignorarlo».
Nonostante queste innovazioni, molte realtà cliniche restano ancorate a strumentazioni tradizionali collegate al riunito. «Strumenti anche validi, ma che non offrono le stesse possibilità di regolazione o gestione del comfort. In molti casi, manca semplicemente la volontà di aggiornarsi e conoscere nuove tecnologie».
Eppure, non si tratta di tecnologie complesse né economicamente proibitive. «Serve solo un po’ di formazione, soprattutto per quanto riguarda la manutenzione. Sempre più colleghi acquistano direttamente le proprie apparecchiature, soprattutto se lavorano in autonomia o in studi che offrono questa possibilità».
Anche il laser trova posto nella pratica dell’igiene dentale. «Ho a disposizione un laser ad erbio: lo utilizzo per quelle prestazioni che rientrano nel mio ambito, ma non è qualcosa che acquisterei personalmente, data la sua vocazione chirurgica».
Sabatini non sente il bisogno di spingersi oltre i limiti della propria professione. «Non sono un medico e non voglio esserlo. Il nostro ambito è già molto ampio: va dalla prevenzione alla gestione della malattia parodontale e perimplantare, fino allo sbiancamento, su cui lavoro moltissimo». Proprio lo sbiancamento, sottolinea, rappresenta spesso il primo contatto tra paziente e professionista. «È una porta d’accesso. Se il paziente entra per un’esigenza estetica e io riesco a fargli intravedere un percorso più completo di cura, tanto meglio».

Un volano per lo studio

Igiene dentale
Fabio Cedro, Consulente, esperto di gestione nel settore odontoiatrico

Nello studio odontoiatrico moderno, l’igienista dentale non è più una figura accessoria, ma un vero cardine del sistema clinico ed economico. Grazie al suo ruolo nella prevenzione, nel mantenimento e nella motivazione del paziente, diventa un’estensione attiva e strategica dell’attività dell’odontoiatra. Gli interventi di igiene professionale, la profilassi e lo screening parodontale non solo migliorano la salute orale, ma permettono anche di intercettare precocemente patologie come carie, gengiviti o lesioni sospette, avviando tempestivamente percorsi diagnostici e terapeutici più complessi.
La relazione frequente e diretta con il paziente trasforma l’igienista in una figura di riferimento per l’educazione sanitaria e la fidelizzazione. «È spesso proprio lui o lei a instaurare quel rapporto di fiducia che porta il paziente a tornare regolarmente per i richiami», spiega Fabio Cedro, consulente, esperto di gestione nel settore odontoiatrico, «rendendo lo studio un punto di riferimento stabile e continuo».
In alcuni casi, lo screening include tecnologie avanzate come i test salivari o l’autofluorescenza, che rendono l’igienista un alleato prezioso anche nella prevenzione sistemica e nella diagnosi precoce, sempre in sinergia con l’odontoiatra.
Da questa impostazione clinica deriva anche un grande potenziale economico, perché, fa notare Cedro, «sebbene la prestazione di igiene professionale, da un punto di vista puramente gestionale, sia una delle meno redditizie per lo studio dentistico, è pur vero che ha un grande valore se analizzata e valutata in un contesto più ampio». L’igienista, infatti, non solo fidelizza, ma genera nuovi percorsi terapeutici e, con essi, valore. La sua presenza regolare mantiene i pazienti “agganciati”, riducendo la dispersione e creando un flusso costante e prevedibile.
«Investire sull’igienista significa riconoscerne il suo ruolo strategico nella gestione dello studio», dice Cedro. Ecco perché per uno studio può essere conveniente assegnare a questa figura la responsabilità del reparto igiene, coinvolgerla nei protocolli, nella formazione interna, nel marketing e nelle campagne di prevenzione sul territorio. Si possono strutturare percorsi combinati “igiene + check-up”, creare sistemi di monitoraggio dei pazienti convertiti ai trattamenti. «Tutto contribuisce a trasformare l’igienista», conclude Cedro, «in un vero moltiplicatore di crescita», in pratica in un punto di snodo tra clinica e management, tra prevenzione e sviluppo, e dunque in un volano per lo studio.

 

 

 

Traumi dentali sportivi: la prevenzione inizia in studio

Traumi dentali sportivi
Children a friendly competition indoor sports track

La prevenzione dei traumi dentali sportivi è un tema che ogni odontoiatra dovrebbe affrontare in studio, soprattutto con bambini e adolescenti che praticano sport di contatto. Uno studio condotto presso l’UCL Eastman Dental Institute di Londra e pubblicato da ricercatori dell’American Academy of Sports Dentistry di Boston ha evidenziato come i giovani atleti presentino caratteristiche anatomiche e comportamentali che li rendono particolarmente vulnerabili ai traumi orofacciali. D'altro canto, la continua crescita delle strutture dentoalveolari e la maturazione incompleta delle radici rendono fondamentale preservare la vitalità pulpare e la corretta evoluzione dell’osso alveolare. Per questo, il momento della visita odontoiatrica rappresenta l’occasione ideale per informare famiglie e pazienti sui comportamenti preventivi e sull’uso dei dispositivi protettivi più adeguati.

Paradenti su misura: la prima linea di difesa

Il paradenti è il presidio di prevenzione più efficace e, se ben adattato, può ridurre significativamente la gravità dei traumi. I modelli personalizzati, realizzati su impronta o scansione digitale, offrono la migliore combinazione tra comfort, protezione e resistenza, adattandosi anche a chi porta apparecchi ortodontici. Al contrario, i dispositivi preformati o modellabili in acqua calda risultano spesso instabili, voluminosi e poco accettati dai bambini. Il dentista deve spiegare quando sostituire il paradenti, come conservarlo correttamente e come adattarlo alle variazioni dentarie legate alla crescita o alla permuta. In molti casi è utile associare il paradenti a visiere o maschere, soprattutto negli sport con elevato rischio di impatto frontale come hockey, baseball o arti marziali.

Identificare i fattori di rischio individuali

La valutazione dei fattori di rischio rappresenta un aspetto essenziale nella prevenzione. Condizioni come un overjet aumentato o un’incompetenza labiale accentuata espongono gli incisivi a maggiore probabilità di frattura e dovrebbero essere trattate precocemente con una correzione ortodontica mirata. Anche la presenza di apparecchi fissi richiede particolare attenzione, poiché può facilitare lesioni dei tessuti molli durante il contatto. Spiegare questi aspetti ai genitori consente di aumentare la consapevolezza e di instaurare un percorso di prevenzione condiviso e personalizzato.

Gestire il trauma sul campo: cosa insegnare al paziente

Il dentista dovrebbe fornire istruzioni pratiche su cosa fare in caso di trauma sportivo. Dopo un impatto è fondamentale verificare lo stato di coscienza ed escludere eventuali segni di trauma cranico. Se un dente è fratturato o avulso, il frammento o il dente vanno recuperati e conservati in soluzione fisiologica o latte, evitando l’acqua. La tempestività del reimpianto è decisiva per la prognosi. Strumenti come l’app ToothSOS, realizzata dall’International Association of Dental Traumatology, possono essere consigliati alle famiglie per ricevere istruzioni immediate in caso di incidente.

Il ruolo dello studio odontoiatrico

Nella pratica quotidiana, lo studio odontoiatrico può diventare un vero centro di educazione e prevenzione. Inserire l’anamnesi sportiva nella cartella clinica, eseguire lo screening del rischio traumatico a ogni controllo, proporre paradenti su misura e offrire formazione di base ad allenatori e genitori sono azioni concrete che riducono la frequenza e la gravità dei traumi. La comunicazione deve essere chiara e diretta. Il paradenti va indossato sempre, anche in allenamento, e ogni trauma, anche se apparentemente lieve, richiede una visita entro 48 ore.

Il dentista sul campo come allenatore della prevenzione

Promuovere la prevenzione dei traumi dentali sportivi significa proteggere la salute orale e la qualità della vita dei giovani atleti. E lo studio in questione, pubblicato sulla rivista Research in Sports Medicine, sottolinea come la collaborazione tra odontoiatri, famiglie e allenatori rappresenti la strategia più efficace per garantire la sicurezza tra i giovani che praticano sport.

Restauri indiretti in composito fresato nel workflow digitale

Restauri indiretti

Autori

Trifone Lorenzo Bruno
Odontoiatra postgraduated presso Titu Maiorescu University

Luigi Cancellato
Odontoiatra libero professionista, Bari

Nicola Francesco Bruno
Odontotecnico libero professionista, Bari

Roberto Carlaio
Odontoiatra libero professionista, Bari

Abstract

Obiettivi. È stato preso in esame un caso clinico con la necessità di riabilitare l’elemento 1.6 dalle fondamenta. Tramite l’ausilio di tecniche riabilitative multidisciplinari e di restauri parziali in composito fresato sono state ripristinate estetica e funzione.
Materiali e metodi. Alla nostra attenzione si sottopone un paziente di anni 44 che presenta lesione cariosa profonda nel settore postero-superiore. Da un primo esame obiettivo si evince che l’elemento interessato è 1.6.
Al paziente viene proposto il seguente piano di trattamento: restauro indiretto di tipo onlay.
Risultati. La vera innovazione parte dalla fase di build-up, che ricopre un ruolo importante ai fini protesici, non solo di realizzazione del manufatto, ma anche della visione a tutto tondo del campo post-operatorio, garantendo una corretta lettura delle superfici e ripristinando le strutture tissutali perse.
Conclusioni. Le metodiche operative scelte hanno snellito di gran lunga i tempi operativi, riducendoli a due uniche sedute: preparazione – impronta –progettazione restauro – cementazione. Ciò consente al clinico e al tecnico una migliore gestione delle tempistiche, migliorando la lavorabilità, preservando stabilità funzionale e salvaguardando le caratteristiche estetico anatomiche.

Indirect milled composite restorations in the digital workflow

Objectives. A clinical case requiring full rehabilitation of tooth 1.6 from the foundations was examined. Through the use of multidisciplinary restorative techniques and partial restorations in milled composite, both aesthetics and function were restored.
Materials and Methods. A 44-year-old male patient presented with a deep carious lesion in the upper posterior sector. Clinical examination identified tooth 1.6 as the affected element. The proposed treatment plan included an indirect onlay restoration.
Results. The true innovation begins with the build-up phase, which plays a key role in the prosthetic workflow—not only in the fabrication of the restoration itself, but also in providing comprehensive visualization of the post-operative field, enabling accurate assessment of surfaces and reconstruction of lost tissue structures.
Conclusions. The selected operative techniques significantly streamlined the clinical workflow, reducing it to just two appointments: preparation, impression, restoration design, and cementation. This approach allows for improved time management for both clinician and technician, while preserving functional stability and maintaining anatomical and aesthetic integrity.

 

Si documenta la gestione di un restauro indiretto di elemento 1.6 affetto da infiltrazione e frattura cuspidale, trattato con tecnica adesiva indiretta e supporto digitale nella progettazione e realizzazione del restauro.

Nel contesto attuale della riabilitazione protesica, la digitalizzazione dei flussi clinici rappresenta una delle più significative innovazioni della pratica odontoiatrica. La protesi digitale non è più solo un ambito di sperimentazione teorica, ma costituisce una concreta opportunità clinica per realizzare trattamenti restaurativi ad alta precisione, predicibilità e conservatività.
Le tecnologie CAD/CAM, in particolare nella loro declinazione chairside, permettono di ridurre in modo sostanziale i tempi operativi, di aumentare l’efficienza nella comunicazione tra clinico e laboratorio e di migliorare la qualità globale dei restauri, grazie anche all’impiego di materiali sempre più evoluti dal punto di vista strutturale e funzionale.
In questo scenario, un ruolo centrale è assunto dal composito, materiale che ha progressivamente guadagnato sempre più attenzione rispetto sia alle tecniche stratificate convenzionali sia alle ceramiche vetrose, grazie a un equilibrio favorevole tra proprietà meccaniche, comportamento clinico e versatilità d’impiego.

I moderni compositi CAD/CAM ad alta densità di carica, spesso classificati come nanoibridi o micro-riempiti, sono ottenuti mediante processi industriali che ne garantiscono un’elevata omogeneità strutturale, con una percentuale di filler inorganico che può superare il 70% in peso. Tale composizione consente di ottenere materiali caratterizzati da una notevole resistenza alla flessione (con valori superiori ai 150 MPa), bassa usura occlusale e stabilità volumetrica nel tempo, riducendo il rischio di microinfiltrazioni e fratture post-cementazione. Questi materiali, inoltre, non necessitano di cotture o trattamenti termici post-fresatura, risultando immediatamente rifinibili e lucidabili con strumenti convenzionali alla poltrona.
La possibilità di intervenire con correzioni intraorali o riparazioni dirette amplifica ulteriormente il potenziale clinico del composito fresato, rendendolo particolarmente adatto ai restauri indiretti parziali posteriori, come inlay, onlay e overlay, laddove è necessario garantire un’elevata integrità meccanica senza sacrificare tessuto dentale sano. Il comportamento biomeccanico di questi materiali, il cui modulo elastico si colloca tra quello dello smalto e quello della dentina, consente una distribuzione più fisiologica dei carichi masticatori e una maggiore resilienza in situazioni cliniche complesse, come ad esempio restauri con cuspidi sottili o margini cervicali profondi.

Materiali e metodi

Anamnesi

Una paziente di 44 anni si presenta alla nostra attenzione per la sostituzione di un vecchio restauro danneggiato. All’esame clinico si osserva la frattura della cuspide disto-palatina dell’elemento 1.6, associata a infiltrazione marginale di un restauro in composito incongruo. Le radiografie periapicali non evidenziano radiotrasparenze periapicali, ma mostrano possibili aree di demineralizzazione in zona marginale e all’interfaccia dente-restauro (1, 2, 3) (Figure 1-2).

 

Restauri indiretti composito fresato
1. Radiografia periapicale preoperatoria dell’elemento 1.6. Si evidenziano sospette radiotrasparenze marginali in corrispondenza dell’interfaccia dente-restauro, non compatibili con lesioni periapicali attive
Restauri indiretti composito fresato
2. Ingrandimento della zona distale dell’elemento 1.6: si osserva un’interruzione del contorno radicolare e del sigillo marginale del restauro preesistente

 

Rimozione del restauro e preparazione dell’elemento 1.6

Si esegue anestesia plessica con rinforzo intraligamentoso mediante articaina 1:100.000 sull’elemento 1.6. Successivamente si isola il campo con diga in gomma, utilizzando una clamp 27N sull’elemento 1.7 (Figura 3) con invaginazione del foglio a livello dei colletti.

 

3. Isolamento dell’elemento 1.6 mediante diga di gomma e clamp 27N a carico del 1.7

L’accesso cavitario viene realizzato in modo minimamente invasivo. Per la rimozione del vecchio restauro e l’apertura della cavità si utilizzano:

  • fresa diamantata a pallina (gambo lungo, diametro 016);
  • fresa cilindrica diamantata a testa arrotondata (corta, diametro 010) seguita da controllo con rivelatore di carie (Figura 4) e verifica degli spessori residui (Figure 5a-b);
  • fresa in ossido di zirconio (014) per l’escavazione atraumatica della carie (4) (Figura 6).

 

4. Inizio della fase di rimozione selettiva del restauro incongruo mediante frese diamantate e rivelatore di carie
5a-b. Controllo dello spessore residuo delle pareti cavitarie mediante sonda millimetrata e riferimenti occlusali
5a-b. Controllo dello spessore residuo delle pareti cavitarie mediante sonda millimetrata e riferimenti occlusali
Restauri indiretti composito fresato
6. Visualizzazione della cavità dopo rimozione della carie con fresa in ossido di zirconio. Le superfici dentinali appaiono pulite e pronte per il condizionamento adesivo

Una volta completata la rimozione della carie, si inserisce un cuneo interdentale (Composi-Tight 3D Fusion, Garrison) e si posiziona una matrice sezionale con anello di contenimento dello stesso sistema per ricostruire la parete distale.

Mordenzatura e adesione

Per la mordenzatura dello smalto si utilizza acido ortofosforico al 37% in gel (Figura 7), al fine di creare micro-ritenzioni e migliorare la penetrazione dell’adesivo nel reticolo cristallino.

Restauri indiretti composito fresato
7. Applicazione di acido ortofosforico al 37% sulle superfici smaltate per 30 secondi. Il gel viene successivamente rimosso con lavaggio abbondante e asciugatura selettiva

Il sistema adesivo universale auto-mordenzante a doppia polimerizzazione viene applicato con un microbrush in modo attivo per 20 secondi.
Il solvente viene evaporato con aria compressa per almeno 5 secondi, ottenendo uno strato adesivo sottile, omogeneo e lucente.
La fotopolimerizzazione con lampada LED ad alta intensità viene effettuata da più direzioni per almeno 10 secondi per lato. Il risultato è una superficie opaca ma lucida, indicativa di un’adesione uniforme.

Build-up e rilocazione del margine

Dopo la fotopolimerizzazione (20 secondi), si applica un primo strato di composito flowable bulk (Brilliant Bulk Fill, Coltene, Altstätten, Svizzera) seguendo il protocollo dell’Immediate Dentin Sealing (IDS) (5, 6).
La rilocazione del margine viene eseguita mediante un build-up periferico con composito opaco (7, 8) (Brilliant, Coltene, Altstätten, Svizzera).

Preparazione cavitaria per onlay

In un unico step si realizza la preparazione del box distale per l’onlay, eliminando la porzione distale del restauro. La sequenza prevede:

  • riduzione del piano occlusale con fresa tronco-conica a testa arrotondata;
  • preparazione dell’istmo occlusale;
  • realizzazione dei box prossimali con fresa tronco-conica a testa piatta;
  • svasatura distale con frese a fiamma (carburo di tungsteno e diamantate). Le pareti del box devono essere leggermente divergenti in senso occlusale (angolo di circa 4°) e non eccedere i 2 mm di spessore;
  • arrotondamento dei bordi con fresa in pietra di Arkansas e gommino (Figura 8).
Restauri indiretti composito fresato
8. Preparazione del box distale per la successiva progettazione dell’onlay. Si utilizza una fresa tronco-conica a grana media per definire il margine protesico

 

Impronta

Si realizza un’impronta di precisione con tecnica putty-wash in one-step, combinando un silicone A a viscosità media con un silicone B fluido (light body), iniettato nel solco gengivale e lungo i margini di preparazione per una registrazione fine dei dettagli (9, 10) (Figura 9).

9. Impronta definitiva con tecnica putty-wash one-step. Il silicone fluido light body è stato iniettato nel solco gengivale per una registrazione dettagliata dei margini

 

Procedure di laboratorio per onlay

Per la realizzazione del restauro, l’odontotecnico effettua due colate delle impronte: la prima con gesso superduro, la seconda con gesso universale bianco.
I modelli ottenuti vengono scansionati e trasformati in file STL, poi inviati al laboratorio odontotecnico per la progettazione digitale. Il software consente la visualizzazione dei modelli virtuali e la modifica dei monconi sfilabili. Dopo la selezione del materiale, si procede con una ceratura digitale che tiene conto dei sottosquadri, dello spazio cementizio (70 μm), delle linee di finitura della preparazione e dello spessore minimo dei margini del restauro. Dopo 20–40 minuti di lavorazione, l’onlay viene fresato. Il restauro viene quindi separato dal blocchetto mediante uno strumento rotante, rifinito e adattato sui modelli (11-13) (Figure 10-11).

 

10. Visualizzazione del restauro onlay progettato digitalmente sul modello virtuale post-fresatura
Restauri indiretti composito fresato
11. Onlay in composito dopo rifinito. Il restauro è pronto per la prova sui modelli in gesso

 

Sul modello sezionato in gesso superduro, il moncone dell’elemento 1.6 è rimovibile: questo consente di definire con precisione sia i contorni sia l’articolazione verticale dell’onlay. Il modello in gesso universale, più preciso, viene utilizzato come modello di studio, per controllare accuratamente il fitting interprossimale del restauro (Figure 12a-b).
La procedura si conclude con la rifinitura e lucidatura del restauro, precedute da pulizia e disinfezione con alcool.

 

12a. Restauro concluso 
Restauri indiretti composito fresato
12b. Prova del restauro sul secondo modello in gesso universale, destinato allo studio dei contatti interprossimali e delle superfici cervicali
Cementazione adesiva dell’onlay

Durante la terza seduta si esegue la cementazione del restauro in composito fresato (14).
La superficie interna dell’onlay viene pretrattata tramite sabbiatura con microparticelle di ossido di alluminio (Al₂O₃), con granulometria compresa tra 25 e 50 μm e pressione di 1-2 bar (15, 16).
Segue un bagno ultrasonico in alcool della durata di 5 minuti e l’asciugatura con getto di aria compressa.
Si procede quindi all’applicazione di silano come agente accoppiante: questo viene distribuito sulle superfici interne da cementare e lasciato agire per 60 secondi, quindi rimosso con aria compressa per 5 secondi. Tali pretrattamenti garantiscono la corretta adesione del restauro al substrato dentale (17, 18).
Contemporaneamente, si esegue l’isolamento del campo operatorio mediante diga in gomma, stabilizzata con uncino n. 2, e si effettua la prova del restauro in situ (19, 20).
La cavità viene detersa con una miscela pressurizzata di aria, acqua e polvere di glicina, per migliorarne la pulizia e il potenziale adesivo. I denti adiacenti sono protetti con nastro di teflon.
Si procede quindi con la mordenzatura della cavità, seguita dall’applicazione di un adesivo universale, che viene fotopolimerizzato secondo protocollo.
L’onlay viene cementato utilizzando un composito universale a polimerizzazione duale, applicato sia sulla cavità che sulla superficie interna del restauro precedentemente condizionata.
Il restauro viene inserito con cautela. Nella fase iniziale si utilizza un otturatore a pallina (Figura 13) per esercitare una compressione intermittente lungo il solco principale, facilitando la fuoriuscita di eventuali bolle d’aria e del cemento in eccesso.

 

Restauri indiretti composito fresato
13. Inserimento dell’onlay durante la fase di cementazione. Si osserva la pressione esercitata con otturatore a pallina per favorire l’adattamento e l’espulsione del cemento in eccesso

Segue una compressione continua con lo stesso strumento, per stabilizzare il restauro in posizione.
Durante i primi minuti di indurimento chimico del cemento (circa 3 minuti), si procede con un’accurata rimozione degli eccessi utilizzando spatolina e scaler.
Nelle aree interprossimali, si passa un filo interdentale piatto (Satin Floss, Oral B) da vestibolare verso il palato/lingua, per 2-3 passaggi da mesiale e 2-3 da distale, con un movimento a “U”, evitando il rischio di rottura del filo. Per prevenire la formazione dello strato inibito dall’ossigeno ai margini del restauro, dopo la rimozione degli eccessi si applica un gel di glicerina trasparente (Figura 14).
Infine, si esegue la fotopolimerizzazione finale su tutte le superfici esposte del cemento, in cicli di 20 secondi ciascuno (21) (Figura 15).

 

14. Applicazione del gel di glicerina lungo i margini per evitare l’inibizione da ossigeno e assicurare una completa polimerizzazione del cemento
Restauri indiretti composito fresato
15. Restauro post-cementazione

 

Rifinitura e lucidatura dei restauri

Dopo la rimozione della diga di gomma, per le zone di contatto si procede a rifiniture interprossimali con strisce abrasive. Concluso il controllo occlusale, per il molaggio selettivo dei precontatti si utilizza una fresa a pallina in carburo di tungsteno. Seguono quindi rifinitura e lucidatura con gommini abrasivi diamantati. Alcune superfici ruvide dell’overlay vengono rifinite e lucidate con l’ausilio di dischetti abrasivi a grana fine e di gommini. Con i dischi in feltro si passa alla lucidatura a specchio impiegando una pasta non abrasiva all’ossido di cerio. Dopo 15 giorni, si eseguono controllo radiografico e verifica del restauro eseguito (Figure 16-18). La Tabella 1 riassume il protocollo clinico utilizzato in questo case report.

 

restauri indiretti composito fresato
16. Visione occlusale dell’elemento 1.6 restaurato: si evidenzia la ricostruzione morfologica corretta delle cuspidi, l’adeguata chiusura dei punti di contatto e la lucentezza superficiale
17. Controllo clinico a 15 giorni
18. Controllo radiografico post-cementazione. L’onlay appare ben adattato ai margini prossimali e non si osservano radiotrasparenze patologiche

 

 

Discussione

L’uso delle tecniche digitali porta ad ampliare le possibilità di restauro in funzione dei parametri di preparazione e dei materiali usati. Le tecniche di restauro indiretto richiedono requisiti imprescindibili che partono dalle fasi di build-up, passando per le impronte (digitali o analogiche) e, infine, alle fasi CAD/CAM. Il work flow digitale diventa la soluzione per aumentare le proposte protesiche che il clinico incontra quotidianamente. I materiali, oggi sempre più estetici, permettono di offrire ai pazienti soluzioni durature nel tempo e funzionali.
Grazie alle metodiche mininvasive è stato possibile effettuare una corretta pulizia cavitaria con un ridotto dispendio di tessuto sano, che è stato preservato sfruttando tecniche adesive. Sono stati ridotti i tempi di lavorazione del restauro ed è stato ottenuto un elevato grado di precisione dei manufatti.

Conclusioni

La valutazione millimetrica degli spessori di preparazione durante le fasi diagnostiche permette di rispettare al meglio le strutture dentali, con particolare attenzione verso un corretto profilo di emergenza. Di particolare interesse sono i compositi fresati che riescono ad offrire, grazie a translucenza e modulo elastico, una corretta estetica e funzione. L’adattabilità di questo tipo di materiali li rende indicati per qualsiasi tipo di intervento protesico/conservativo. Il tipo di restauro scelto e, soprattutto, le metodiche di fabbricazione in laboratorio hanno snellito i tempi alla poltrona, consentendo un iter di lavoro più efficiente e maggiore comfort per il paziente.

 

Bibliografia
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La cura delle parole in odontoiatria

La cura delle parole

Le parole hanno un peso, un significato che va oltre l’uso quotidiano e affonda le radici nella loro etimologia. Personalmente, pur avendo seguito un percorso di studi molto scientifico e meno classico, ho sempre cercato di risalire all’origine dei termini, comprenderne il senso più profondo, anziché limitarmi al significato convenzionale che il linguaggio condiviso ci impone.
In un’epoca dominata da neologismi e anglicismi e in cui siamo sommersi da un flusso incessante di informazioni provenienti dai media, penso ci sia ancora una volta il bisogno di soffermarci a riflettere sul valore delle parole in ambito sanitario.
Non si tratta di stabilire quale sia il termine “giusto” da usare, ma di capire come la scelta tra “cliente”, “paziente”, “persona” o altre definizioni possa modificare la percezione del nostro ruolo, sia nel modo in cui viviamo la nostra professione, sia agli occhi di chi si affida a noi.
Questo viaggio alla scoperta della ricchezza semantica del linguaggio sanitario si fa ancora più complesso quando lo si applica all’odontoiatria, dove il lessico deve adattarsi a una duplice identità: quella del dentista-professionista e quella del dentista-imprenditore. Questa distinzione svela sfumature di significato spesso inattese, che non riguardano solo la comunicazione, ma toccano aspetti profondamente etici e morali della professione medica.

In sostanza, cos’è un paziente?

La Legge sui Diritti dei Pazienti e degli Utenti definisce un paziente come «una persona che si rivolge ai servizi sanitari richiedendo assistenza sanitaria, o a cui i servizi sanitari forniscono o offrono assistenza sanitaria, a seconda dei casi».
Il termine “paziente” deriva dal latino patiens, patientis, participio presente del verbo patior, che significa “soffrire”, “sopportare”. In origine, indicava chi affrontava una condizione di difficoltà o dolore in modo passivo.
Nel contesto medico, il significato si è evoluto per identificare chi riceve cure, mettendo in evidenza il ruolo di chi affronta la malattia con resilienza.
È chiaro che questo termine non si adatta a molte delle persone che oggi si rivolgono agli studi dentistici. Non è necessario essere malati, e il semplice fatto di esserlo non basta: per essere considerati pazienti in senso legale, è necessario entrare in contatto con professionisti sanitari.

Dove tracciamo i confini del concetto di paziente?

Ad esempio, una persona che prenota una prima visita per uno sbiancamento dentale o per una riabilitazione estetica con faccette non sarà considerata un paziente nel senso medico tradizionale, poiché non è malata né ferita. Tuttavia, rientra nel concetto legale di paziente, in quanto richiede l’assistenza di un dentista.
Alcuni preferiscono quindi utilizzare il termine "cliente", che può essere definito in senso generale come colui che acquista un prodotto o un servizio in cambio di un corrispettivo. Spesso viene assimilato al consumatore, ovvero a chi utilizza un bene o usufruisce di un servizio di qualsiasi natura. L’etimologia offre in questo caso ancora meno aiuto. In latino, cliens designa una persona che si mette sotto la protezione di un uomo potente o, in altre parole, non è particolarmente più moderna o neutra di «paziente».
Molti considerano inappropriato usare termini commerciali per descrivere la relazione tra un professionista sanitario e chi si rivolge a lui per ricevere aiuto. Questo tipo di terminologia implica che il dentista sia un fornitore e il paziente un acquirente di servizi.
La metafora del “cliente” è infelice, poiché orienta la medicina verso una dimensione puramente economica, riducendo e banalizzando la relazione medico-paziente. Una dinamica da “cliente” sembrerebbe incompatibile con i valori fondamentali della medicina, che si basano sull’impegno a offrire assistenza alle persone. Questa differenza etimologica rivela quindi già una distinzione concettuale significativa: mentre il cliente sceglie e acquista, il paziente si affida e riceve. Una sfumatura che incide profondamente sulla percezione del rapporto medico-paziente. Per superare questa apparente contrapposizione, è possibile seguire tre diverse strade. La prima, in ordine logico, consiste nel provare a mantenere entrambe le denominazioni, chiedendosi se possano effettivamente coesistere all’interno dello stesso soggetto.

Paziente e cliente: una distinzione necessaria?

Nella mia carriera professionale, come credo per molti altri, è capitato di fare esperienza con queste due definizioni. Una delle prime lezioni che ho imparato in università è stato quando un professore ci ricordava che “non abbiamo clienti, ma pazienti”. Sebbene questa affermazione mi sia sembrata eticamente corretta, dopo tanti anni di lavoro e considerando la realtà dei fatti, oggi mi sembra perlomeno parziale.
Il concetto di paziente, sebbene storicamente carico di significato, è cambiato nel tempo. In passato, il trattamento dei pazienti era caratterizzato da un paternalismo in cui un medico onnisciente e autoritario curava un paziente passivo e obbediente, creando uno squilibrio di potere. Oggi, invece, la normalità è un paziente esperto, competente e attivo, che presenta le proprie richieste all’odontoiatra. Chi non ha mai infatti incontrato pazienti che già conoscevano la propria diagnosi e, a volte, proponevano anche la terapia più adatta? Si potrebbe quindi sostenere che il ruolo del paziente sia così cambiato rispetto al passato che il concetto stesso potrebbe essere superato. Vista dall’altra prospettiva la differenza di significato tra questi due termini è piuttosto chiara: mentre si è seduti sulla poltrona del dentista, si è un paziente; non appena ci si alza per andare a pagare, si diventa un cliente. L’utilizzo del termine “paziente”, dunque, avrebbe l’intento di sottolineare che il dentista, in quanto professionista medico, agisce esclusivamente nell’interesse dell’altro. Questo concetto è cruciale, soprattutto quando si considera la duplice natura dell’odontoiatra: quella di professionista sanitario e quella di imprenditore.

Offrire prestazioni rispettando il codice deontologico e mantenendo un alto livello di serietà professionale è ciò che distingue il professionista serio da chi offre semplicemente un servizio con l’obiettivo di ottenere un profitto.

Alla luce di quanto detto, vi chiedo: quante sono le persone che si presentano in prima visita a seguito di una patologia dolorosa? E quante invece richiedono prestazioni specialistiche non urgenti, talvolta nemmeno indispensabili? Quante sono quelle che, come prima richiesta, chiedono uno sbiancamento dentale, faccette estetiche o filler, rispetto a chi si presenta con una pulpite o una pericoronite?
Dall’eseguire una cura immediata siamo passati al giorno d’oggi a predisporre un interessamento generale alla persona, dalla fase di soddisfazione delle necessità a quella della realizzazione dei desideri.
Superando l’ipocrisia, è emersa una questione che negli anni è diventata più formale che sostanziale. L’odontoiatra, scegliendo la libera professione, ha come conseguenza la necessità di investire risorse economiche e umane per gestire la propria attività privata. Deve quindi considerare che l’individuo che ricerca la soddisfazione dei suoi desideri, spinto a volte più dall’estetica che dalla funzionalità, non può più essere classificato come un “semplice paziente”.
Allo stesso tempo, la ricerca del giusto profitto deve sempre essere accompagnata da una solida etica professionale, creando un connubio di aspetti che determinano l’efficacia operativa del professionista.
Certo, le parole sono importanti perché orientano il pensiero collettivo, ma sono le azioni concrete a far la vera differenza. E questo diventa evidente quando gli odontoiatri che operano con coscienza riescono non solo a guadagnarsi la fiducia dei pazienti, ma a distinguersi per le loro qualità professionali e personali.
Riprendendo il fil rouge etimologico che attraversa tutto l’articolo, è poi interessante osservare come la parola “onorario”, che indica la retribuzione spettante ai professionisti come medici e odontoiatri, derivi dal latino honorarium. Questo termine originariamente si riferiva a un compenso concesso come “segno di rispetto o onore”, senza essere strettamente legato a un salario. Un dettaglio che sottolinea ulteriormente come l’etica professionale e il rapporto medico-paziente siano elementi fondamentali nel contesto in cui ci stiamo muovendo. E quindi? L’epilogo di questa vicenda sembra tratto da un racconto di Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde. L’individuo si trova a vivere due fasi distinte: da un lato è paziente quando affronta un problema doloroso o si rivolge a uno specialista per delle cure, dall’altro è cliente quando deve valutare la contropartita economica in relazione alle sue esigenze e desideri.
Sarebbe forse più accurato descrivere una persona che oscilla continuamente tra questi due ruoli: inizialmente sceglie l’odontoiatra a cui affidarsi, magari influenzato dal passaparola o dalla pubblicità, ascolta le soluzioni proposte dallo specialista e, infine, torna a confrontarsi sul preventivo economico.

Non pensate che qui la questione finisca. Anche il dentista (o quanto meno il titolare dello studio) che è abituato a concentrarsi prevalentemente sull’aspetto medico della sua professione, si trova nella stessa situazione. Egli deve infatti bilanciare due ruoli che, seppur complementari, possono risultare difficili da gestire: quello di odontoiatra e quello di imprenditore. Spesso, infatti, non è facile coniugare l’attenzione al benessere del paziente con la necessità di gestire l’aspetto economico dell’attività.
Per crescere e affrontare questa sfida, la soluzione migliore è adottare un marketing etico (e oggi farsi conoscere anche in questo modo attraverso i nuovi strumenti di comunicazione è una esigenza) che metta al centro il benessere dell’individuo. Questo approccio consente di valorizzare il paziente sia dal punto di vista medico, comunicando in modo chiaro e trasparente lo stato di salute e le possibili soluzioni per il miglioramento, sia dal punto di vista economico, offrendo non solo le migliori terapie, ma anche quelle che risultano essere accessibili e adeguate alle possibilità economiche del paziente.
In conclusione, paziente e cliente rappresentano semplicemente due aspetti della stessa persona, che utilizza le informazioni ricevute sia dal dentista che dall’imprenditore per orientare la propria scelta. Tale decisione non si basa esclusivamente sulle necessità, ma anche, e sempre di più, sui suoi desideri.

Sai dirmi un sinonimo di paziente?

A volte, la soluzione più efficace è scegliere un termine che concili le diverse sfaccettature di quelli già in uso. Nel caso di “paziente” e “cliente”, l’obiettivo è individuare un’alternativa che ne racchiuda gli aspetti essenziali senza introdurre significati fuorvianti.
Alcuni suggeriscono “utente” o “consumatore”, ma entrambi i termini si riferiscono a qualcosa di diverso. “Utente”, ad esempio, designa chi usufruisce di servizi sanitari e sociosanitari senza necessariamente ricevere assistenza medica diretta. “Consumatore”, invece, rimanda più a una logica di mercato che mal si adatta all’ambito della cura e della salute.

Abbiamo mai chiesto cosa ne pensano le persone coinvolte?

Spesso si discute del termine “paziente”, ma raramente si dà voce a chi vive direttamente questa condizione. Molti malati non si identificano in questa parola e preferirebbero essere riconosciuti per altri aspetti della loro vita. Un uomo con asma, ad esempio, potrebbe sentirsi prima di tutto un padre e un professionista, piuttosto che un “paziente asmatico”. Lo stesso vale per le persone ospitate nelle case di cura, che vengono chiamate “residenti” proprio per evitare un’etichetta che li riduca alla loro condizione medica. Per questo motivo, anche espressioni come “persona in cura” o “in trattamento” risultano limitanti e poco adatte. Individuare un sostituto efficace per “paziente” non è quindi così immediato.
Alcuni termini evocano concetti interessanti, ma non sempre si rivelano appropriati, soprattutto quando si passa dall’ambito medico a quello odontoiatrico. Ad esempio, “sofferente” enfatizza il dolore e lo stato di malattia, ma non implica che chi soffre stia ricevendo cure. “Guarente”, al contrario, suggerisce un percorso di miglioramento e guarigione, ma la realtà è spesso più complessa, e inoltre il termine è poco diffuso e poco intuitivo per i più.
Se l’obiettivo fosse adottare un linguaggio più neutro e preciso, alcune alternative potrebbero essere più efficaci. “Soggetto” o “persona affetta da” descrivono la condizione in modo chiaro e oggettivo, evitando sia il linguaggio burocratico tipico del linguaggio medico, sia il coinvolgimento emotivo di termini più connotati.
Un’altra opzione è "assistito", che suggerisce l’idea di una persona che riceve cure o supporto, senza limitarne la definizione alla sola sfera medica.
Questo dibattito linguistico dimostra quanto le parole siano importanti e quante sfumature possano celarsi dietro un termine di uso comune. “Paziente” è una parola consolidata, ma se volessimo davvero sostituirla, quale sarebbe la scelta più adatta?

La pazientela, capovolgere le parole per vendere la realtà

La terza via, il neologismo. Quanti di voi hanno sentito o utilizzano il termine “pazientela”? Questa parola macedonia nasce dalla ovvia unione tra pazienti e clientela, in un matrimonio figlio del linguaggio della pubblicità dove le parole si mescolano per stimolare la curiosità e l’interesse del pubblico. Personalmente ne ho sentito parlare la prima volta in occasione della cessione di uno studio odontoiatrico tra due colleghi. Il venditore, dopo aver quantificato il valore immobiliare e dei materiali contenuti, ha estratto dal cilindro la “pazientela” per riferirsi all’immateriale valore degli assistiti che frequentavano lo studio (o più precisamente, al numero di persone presenti nel database).
Nel corso degli anni, il linguaggio ha subito una trasformazione continua, spesso influenzata dalle sensibilità culturali del momento. Molti termini, sia nel contesto medico che in quello quotidiano, sono stati sostituiti con espressioni considerate più rispettose: per fare alcuni esempi “disoccupato” è diventato “persona in cerca di occupazione”, “cieco” è stato sostituito con “non vedente”, e “bidello” è stato rimpiazzato da “collaboratore scolastico”. In alcuni casi, questi cambiamenti sono stati guidati dal desiderio di evitare termini che sarebbero potuti risultare offensivi, ma in altri casi le ragioni dietro queste modifiche non sono così chiare, suscitando domande sul reale scopo di tali trasformazioni.
Le parole non sono infatti mai neutre; determinano le azioni e plasmano il nostro modo di percepire la realtà. Cambiare le parole spesso equivale a cercare di cambiare la percezione che abbiamo di una situazione e quando i termini “professionista”, “prestazioni” e “paziente” vengono sostituiti da termini più legati al mondo del business, l’intento potrebbe essere quello di “vendere” una nuova visione. Se infatti riusciamo a far vedere la realtà sotto una luce diversa, possiamo anche spingere le persone a comportarsi diversamente.
Tuttavia, questo ragionamento non vuole suggerire che chi si definisce “imprenditore” abbia una visione meno etica dell’attività odontoiatrica, né di contro che tutti i professionisti agiscano sempre in modo impeccabile. La vera domanda che vogliamo qui porre è se questo modo di parlare e di pensare possa avere conseguenze importanti sul futuro della nostra professione.

Conclusioni

Fino ad ora, abbiamo esaminato i termini tradizionali e quelli più recenti: paziente, cliente, utente e assistito riflettono le diverse fasi di un percorso sociale e culturale complesso nel contesto sanitario, che ha portato a una trasformazione dei ruoli tra chi fornisce e chi riceve le cure. Quest’ultimo, infatti, sia in medicina che in odontoiatria si sta progressivamente “emancipando dalla malattia”, diventando sempre più protagonista nelle scelte riguardanti la propria salute. La sua partecipazione alle decisioni è in continua crescita, al punto che oggi può arrivare a prendere decisioni autonome, assumendo in alcuni casi una posizione di predominio rispetto al medico. In questo nuovo scenario, il paziente “esige” la cura, e pone le sue condizioni a un medico che da lui dipende economicamente.
Come anticipato nella premessa, non abbiamo risolto la ancora dibattuta questione su quale sia il termine più appropriato da utilizzare, semplicemente perché non esiste una parola in grado di racchiudere tutte le complesse sfumature di questo fenomeno. Tuttavia, siamo certi di aver sottolineato alcuni concetti chiave: la fondamentale necessità di un rapporto di fiducia tra medico e paziente (o qualunque termine preferiate usare); l’indispensabile etica professionale, anche quando si adotta un approccio più “imprenditoriale” nella propria attività; e infine, l’importanza di restare costantemente aggiornati sui cambiamenti che riguardano la nostra professione, senza mai ancorarsi a ciò che “ha sempre funzionato”, poiché l’evoluzione è rapida e continua.

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Densità ossea relativa, come misurarla con un software open source

Densità ossea relativa

La densità ossea relativa è un dato prezioso da conoscere. Non per niente la qualità dell’osso alveolare condiziona la stabilità primaria degli impianti e determina la prognosi a lungo termine. Per ottenere misure quantitative, i clinici utilizzano di norma la tomografia computerizzata (TC), che fornisce valori in unità Hounsfield (HU). Tuttavia, la TC non sempre risulta disponibile e, in molti casi, non si giustifica a causa dei costi e della dose di radiazioni. Per risolvere questo limite, un gruppo di ricercatori russi delle principali università e centri clinici ha sviluppato un metodo rapido e a basso costo per stimare la densità ossea relativa sfruttando ortopantomografie digitali (OPT, OrtoPanTomo-grafie) analizzate con il software ImageJ.

Il protocollo con ImageJ

Gli autori hanno utilizzato ImageJ 1.54i, un software gratuito e open source sviluppato dal National Institutes of Health (NIH, USA). Questo programma è ampiamente diffuso in campo medico e biologico per l’elaborazione e la misura quantitativa delle immagini digitali. Nel presente studio, i ricercatori lo hanno impiegato per calcolare il “mean gray value” (valore medio di grigio, 0–255) nelle regioni di interesse (ROI, Region of Interest).

Per garantire la riproducibilità, hanno standardizzato il flusso operativo: hanno impostato le misure iniziali, escluso le immagini con illuminazione non uniforme o con rapporto segnale/rumore (SNR, Signal-to-Noise Ratio) < 20 dB, selezionato le ROI con lo strumento poligonale e gestito più aree tramite “ROI Manager”. Infine, hanno espresso la densità in forma relativa, rapportando il valore medio della ROI d’interesse con quello di un’area di riferimento sana.

La scelta dell’area di riferimento

Poiché i parametri di esposizione radiografica influenzano i valori, gli autori hanno cercato un riferimento stabile. Dopo varie comparazioni, hanno individuato l’angolo mandibolare come area ideale: i clinici lo riconoscono facilmente, le immagini lo mostrano senza sovrapposizioni e il coefficiente di variazione (CV, Coefficient of Variation) risulta il più basso tra tutte le aree testate. Pertanto, nelle aree sane il rapporto medio ha raggiunto 1,052, con deviazione standard (DS) 0,058 e CV 0,055 ± 0,011.

Campione e analisi

I ricercatori hanno condotto uno studio retrospettivo multicentrico, analizzando database radiografici raccolti fra il 2020 e il 2023. Inizialmente hanno valutato 312 OPT, successivamente hanno ritenuto idonee 94 immagini e, infine, hanno selezionato un campione stratificato di 30 soggetti (età media 48,2 ± 12,1 anni; 53% donne). Hanno processato i dati con Microsoft Excel e con modelli misti in R. Per verificare la robustezza, hanno applicato bootstrap (1000 iterazioni), test di Shapiro–Wilk e Mann–Whitney con correzione Benjamini–Hochberg. Inoltre, hanno calcolato la potenza statistica con G*Power. La ripetibilità ha mostrato valori elevati: coefficiente di correlazione intraclasse (ICC, Intraclass Correlation Coefficient) pari a 0,982 per l’angolo mandibolare, 0,945 per la cresta alveolare e 0,891 per le aree patologiche.

Risultati principali

I dati hanno dimostrato che il metodo distingue chiaramente le condizioni patologiche. Infatti, la densità ossea relativa nelle aree difettuali è risultata 0,64 ± 0,11, mentre nelle aree sane ha raggiunto 1,052 ± 0,058. Pertanto, quando il valore differisce meno dell’11% dallo standard (≈1), i ricercatori ritengono plausibile una completa rigenerazione della densità. Inoltre, nel caso clinico presentato, relativo a una perimplantite, il rapporto è migliorato da 0,68 a 0,95 a sei mesi dal trattamento, mostrando l’efficacia del monitoraggio.

Vantaggi e limiti

Questo protocollo consente ai clinici di monitorare quantitativamente l’osso nel tempo utilizzando risorse minime. Di conseguenza, risulta utile nei controlli post-implantari, post-chirurgici e post-estrattivi. Inoltre, l’elevata riproducibilità (ICC > 0,9; CV < 5% nelle aree di riferimento) rende il metodo paragonabile agli standard consolidati della radiologia odontoiatrica. Tuttavia, lo studio, pubblicato su Dentistry Journal, non è privo di limiti. Il metodo richiede infatti immagini di buona qualità, operatori formati nella selezione delle ROI (almeno 10 casi di addestramento) e apparecchi radiografici calibrati. Inoltre, i sottogruppi clinici rari, come le perimplantiti avanzate, necessitano di ulteriori conferme con campioni più ampi.

Probiotici: gli effetti positivi sul parodonto di pazienti anoressici

Probiotici parodonto

Un gruppo di ricerca guidato da Marta Rizk della Clinica Universitaria RWTH di Aachen, Germania, ha indagato l’impatto dell’anoressia nervosa sul legamento parodontale (PDL, periodontal ligament) e sull’osso alveolare. Lo studio utilizza un modello animale di anoressia indotta. Modello conosciuto come activity-based anorexia (ABA), in cui ratti giovani vengono sottoposti a restrizione alimentare associata a iperattività. L’obiettivo era capire se la malnutrizione grave, simile a quella che si osserva nei pazienti umani affetti da anoressia, compromettesse le strutture di supporto del dente. E se la somministrazione di probiotici potesse avere un effetto protettivo. Il legame tra disturbi alimentari e salute orale è noto, ma finora poco studiato sul piano strutturale e biologico a livello parodontale.

Il modello sperimentale

Gli autori hanno confrontato tre gruppi di ratti. Un gruppo controllo con alimentazione libera, un gruppo sottoposto al modello ABA e un gruppo ABA trattato con un mix di probiotici orali. Dopo cinque settimane hanno analizzato le arcate mascellari e mandibolari con micro-tomografia computerizzata ad alta risoluzione e hanno eseguito valutazioni istologiche sul legamento parodontale. I risultati mostrano che la restrizione alimentare associata a iperattività non ha prodotto modifiche macroscopiche significative a carico dell’osso alveolare, ma ha determinato un assottigliamento evidente del legamento parodontale. Questo dato indica che il PDL risponde in maniera sensibile alle variazioni nutrizionali e metaboliche, rappresentando un tessuto sentinella particolarmente vulnerabile agli stress sistemici.

Effetti dei probiotici

Il trattamento probiotico non ha annullato del tutto l’assottigliamento del legamento, ma ha migliorato la qualità microstrutturale delle fibre parodontali. Nei ratti ABA non trattati le fibre apparivano ridotte, disorganizzate e meno vitali. Mentre nei ratti ABA con probiotici si osservava una maggiore densità e una migliore connessione delle fibre. L’interpretazione è che i probiotici abbiano esercitato un effetto di stabilizzazione sul tessuto parodontale, probabilmente modulando la risposta infiammatoria e la composizione microbica orale. Questo suggerisce che, anche in condizioni di grave deficit nutrizionale, la somministrazione di probiotici possa preservare in parte la funzionalità del PDL e rallentare i danni strutturali. Per l’odontoiatra, questi dati aprono scenari di interesse clinico. Non solo legati al trattamento dei pazienti con disturbi alimentari, ma anche alla protezione parodontale in condizioni sistemiche sfavorevoli.

Implicazioni cliniche e prospettive

Il lavoro evidenzia che il parodonto è un tessuto altamente reattivo agli squilibri nutrizionali e che la ricerca di soluzioni preventive non può prescindere da approcci integrati. Nei pazienti con anoressia nervosa, spesso giovani donne, il rischio di danno parodontale può sommarsi a carenze dentali, erosioni e altre complicanze orali. L’uso di probiotici non rappresenta una terapia risolutiva, ma apre la strada a strategie di supporto che potrebbero affiancare le cure mediche e psicologiche. Si tratta di un campo ancora sperimentale, ma con potenzialità interessanti per la medicina orale. Lo studio, pubblicato su Scientific Reports del gruppo Nature, invita a considerare la salute parodontale come parte integrante della gestione multidisciplinare dei disturbi alimentari e a valorizzare la ricerca di interventi preventivi mirati.

Influenze – L’etica del contagio

Influenze - L'etica del contagio

Influenze – L’etica del contagio: il 31 ottobre all’Università Cattolica l’appuntamento sull’Health Influencer Marketing.

Influenze - l'etica del contagio

Nuovi dati sul mondo dell’Influencer Marketing in area Salute, il ruolo crescente dell’Intelligenza Artificiale, la presentazione della Carta delle Buone Prassi per un influencer marketing etico e trasparente. Questi i temi al centro della seconda edizione di Influenze – L’etica del contagio, in programma il 31 Ottobre all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, aula Pio XI.

L’evento è in partnership con l’Università Cattolica e in collaborazione con Doxa, Simmons&Simmons e ThatMorning.
Media Partner AboutPharma e Tecniche Nuove, con il contributo non condizionante di Gilead Sciences e Angelini Pharma e il patrocinio dell’Accademia del paziente esperto Eupati.

È un evento aperto a tutti e gratuito

L’edizione 2025 approfondirà, in particolare, il ruolo dell’Intelligenza Artificiale come nuovo fattore di influenza nelle decisioni legate alla salute, esplorandone l’impatto sia sul comportamento dei pazienti sia sulla pratica clinica dei professionisti sanitari.

«L’Intelligenza Artificiale è diventata, di fatto, un nuovo influencer e ad oggi contribuisce a orientare il modo in cui le persone si informano, cercano risposte e costruiscono la propria opinione sui temi che riguardano la salute», spiega Paolo Prestinari, CEO di FattoreDigital – FattoreMamma agenzia specializzata nell'Influencer Marketing del settore famiglia e nella comunicazione family & health. «È un fenomeno che non possiamo più osservare da spettatori: va compreso, regolato e valorizzato. Con "Influenze" vogliamo farlo coinvolgendo tutti gli stakeholder in un dialogo costruttivo».

Tra i lavori presentati all’evento, un ruolo di primo piano spetta alla Carta delle buone prassi per un influencer marketing etico e trasparente in ambito salute.

«Il documento nasce per integrare e armonizzare i principali riferimenti normativi e deontologici – dalle regole della Digital Chart IAP alle Linee guida AGCOM, dai codici FNOMCeO e Farmindustria fino alle raccomandazioni europee sulla trasparenza – offrendo un quadro pratico e condiviso per orientare le collaborazioni tra imprese e divulgatori», afferma Pietro Pierangeli, Founder e CEO di HonBoard, agenzia specializzata nella comunicazione della salute. «In un settore dove la comunicazione tocca temi sensibili e persone reali, la credibilità si costruisce solo attraverso regole chiare e responsabilità condivise». 

 

 

 

Verona 2025: tre giorni di scienza, confronto e passione per l’odontoiatria

Si sono conclusi con straordinario successo il 27° Congresso Internazionale di Terapia Implantare e il 2° Forum di Ortodonzia organizzati da Biomax, che dal 9 all’11 ottobre hanno trasformato Verona nel centro nevralgico dell’odontoiatria contemporanea.
Oltre 1.500 partecipanti provenienti da tutta Italia e dall’estero hanno affollato le sale del Congresso, rendendo l’evento uno dei momenti più significativi dell’anno per la comunità odontoiatrica. L’edizione 2025 ha confermato – e superato – le aspettative: un programma ricchissimo, relatori di altissimo livello e un’organizzazione impeccabile hanno creato un’esperienza formativa e umana di grande valore.

 

Molte discipline per un confronto di alto valore scientifico

Il tema centrale, L’integrazione di discipline e moderni protocolli per terapie altamente personalizzate, ha guidato le sessioni scientifiche con un approccio trasversale e clinicamente concreto. Implantologia, ortodonzia, digitale, estetica, funzione e biomeccanica sono state esplorate in una prospettiva integrata, con l’obiettivo di fornire strumenti utili alla pratica quotidiana.
Relatori e moderatori di fama internazionale hanno offerto un contributo di altissima qualità scientifica, alternando sessioni frontali, corsi monotematici e momenti di confronto interattivo. Ogni intervento ha testimoniato la continua evoluzione della professione e la necessità di un dialogo costante tra discipline, clinici e tecnologie.
Grande partecipazione anche ai corsi digitali e ai corsi di ortodonzia del sabato, che hanno permesso di approfondire protocolli operativi e soluzioni innovative, offrendo ai partecipanti un aggiornamento pratico e immediatamente applicabile.

Un network di professionisti per il futuro dell'odontoiatria

Il Congresso di Verona non è stato solo formazione: il party del venerdì sera è diventato un evento nell’evento, un momento di incontro e convivialità che ha unito relatori, moderatori, partecipanti e sponsor in un’atmosfera coinvolgente e informale. Tra musica, sorrisi e brindisi, si è celebrata l’energia di una community scientifica viva, curiosa e coesa.
La qualità complessiva dell’organizzazione – dagli allestimenti all’accoglienza, dalla logistica alla gestione dei tempi – è stata ampiamente riconosciuta dai partecipanti, confermando la capacità di Biomax di coniugare rigore scientifico e cura dei dettagli. Perché Biomax è più di un’azienda: è una community che cresce insieme, un network di professionisti che condividono valori, conoscenze e visioni per costruire insieme l’odontoiatria di domani.
Verona 2025 ha così riaffermato il suo ruolo di punto di riferimento nella formazione odontoiatrica di eccellenza, un appuntamento che ogni anno rinnova la voglia di aggiornarsi, condividere esperienze e costruire insieme il futuro della professione.
Appuntamento al prossimo anno, con nuove idee, nuovi incontri e la stessa passione che rende unico questo grande evento firmato Biomax.

 

La salute orale nel mondo, un obiettivo ancora lontano

concept of examining dental and oral health conditions. a dental specialist examines and evaluates the condition of all teeth. check by an orthodontist. flat style illustration concept design. element

Il Gruppo di ricerca GBD 2021 sulla salute orale ha condotto la più ampia analisi mai realizzata sul carico globale delle patologie orali. Lo studio prende in esame il periodo che va dal 1990 al 2021 e utilizza i dati del Global Burden of Disease Study (GBD). Applicando modelli statistici avanzati per stimare in modo coerente incidenza, prevalenza e impatto in termini di anni di vita vissuti con disabilità (DALYs, Disability-Adjusted Life Years). Il risultato è una fotografia globale che mostra come le malattie della bocca restino, a distanza di decenni, un problema sanitario massiccio e sottovalutato.

Un carico che cresce

I dati rivelano che il numero assoluto di casi di patologie orali è aumentato in modo considerevole negli ultimi trent’anni. Mentre i tassi standardizzati per età hanno registrato solo un leggero calo. Questo significa che la crescita demografica e l’invecchiamento della popolazione hanno annullato i progressi ottenuti in termini di prevenzione e cure. Nel 2021 la prevalenza standardizzata per età si attestava intorno a 12.500 casi ogni 100.000 abitanti. Mentre i DALYs (Disability-Adjusted Life Years) associati erano circa 81 per 100.000. Le patologie considerate includono carie non trattate, parodontite severa, edentulia e tumori orali, tutte condizioni che incidono pesantemente sulla qualità della vita e sui costi sanitari complessivi.

Disparità regionali e sfide cliniche

Lo studio evidenzia disparità marcate tra aree geografiche. La regione del Pacifico occidentale presenta i tassi più alti di prevalenza e DALYs (Disability-Adjusted Life Years). Mentre l’Africa registra i valori più bassi, anche se in parte per mancanza di rilevazione accurata. L’Europa mostra tendenze più stabili e una minore crescita relativa, ma la situazione resta critica. Le malattie orali continuano a colpire con maggiore frequenza le fasce socioeconomiche svantaggiate, riflettendo la disuguaglianza nell’accesso a cure e prevenzione. Per i dentisti queste informazioni significano che la gestione della salute orale non può limitarsi al singolo studio clinico, ma richiede una visione ampia, capace di integrare epidemiologia, politiche sanitarie e strategie di prevenzione mirate.

Un’agenda per il futuro

La conclusione della ricerca è chiara: i progressi ottenuti negli ultimi decenni sono insufficienti. Le malattie orali restano tra le condizioni di salute più diffuse al mondo e rappresentano una barriera al miglioramento della qualità della vita globale. Per invertire questa tendenza, gli autori richiamano l’attenzione sul Global Oral Health Action Plan (GOHAP) 2023–2030 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che fissa come obiettivo una riduzione del 10 per cento della prevalenza di mlattie entro il 2030. Il peso dei dati di questa ricerca, pubblicata su The Lancet, invita la comunità odontoiatrica a farsi parte attiva in un cambiamento che riguarda non solo la salute orale, ma la salute pubblica nel suo complesso.

Salute orale di mamma e bambino nei primi 1000 giorni di vita

OMI Odontoiatria Materno InfantileVenerdì 7 novembre si terrà il 6° Corso di Formazione Nazionale OMI.

Il corso di formazione, chiamato “welcome on board” ha lo scopo di fornire tutti gli strumenti operativi e non per lavorare nell'ambito materno-infantile.

È pensato per studi odontoiatrici, liberi professionisti, igienisti dentali che aspirino a dedicarsi in modo esclusivo al target materno-infantile, oppure che desiderino ampliare la loro offerta di servizi, implementando in modo organizzato, soddisfacente e di valore il comparto materno-infantile.

Il corso, tenuto dal Presidente OMI, Luigi Paglia, il coordinatore scientifico Matteo Beretta e dalla dottoressa Michela Paglia sarà focalizzato sulla comprensione di quanto sia importante un cambio di paradigma e di approccio per lavorare in questo ambito.

Durante il corso ci saranno inoltre due interventi di specialisti sul tema della sana alimentazione 0-6 anni, evidenze scientifiche e Policy correnti sul consumo di zuccheri, a cura di Silvia Bettocchi. E sul tema della consistenza della dieta, efficienza masticatoria e morso incrociato posteriore: potenziali implicazioni per lo sviluppo craniofacciale e la salute generale nel piccolo paziente a cura della dottoressa Valentina Lanteri.

 Chi è OMI

OMI, attraverso l’unione di competenze e professionalità, si identifica come il primo network che aspira ad essere un punto di riferimento per la cura della salute orale del sistema bimbo-famiglia, già a partire dal periodo prenatale, per garantire le migliori pratiche di prevenzione e cura.

La sua missione è condividere etica, strategie, modalità operative, idee e prospettive per essere punto di riferimento della fascia di popolazione che più ne potrebbe avere beneficio, quella da 0 a 5 anni che è all’incirca di 3 milioni di soggetti.

L’aggiornamento continuo si accompagna al supporto clinico, organizzativo e scientifico, per promuovere a livello locale e su tutto il territorio nazionale il messaggio di OMI sulla salute orale materno-infantile, secondo i principi di un approccio preventivo che inizia ancor prima della nascita.

Data: 7 novembre 2025
Orario: dalle 9.00 alle 18.30
Luogo: Accademia Tecniche Nuove, Via Eritrea 21, 20157 Milano

Per informazioni
Segreteria OMI
Stefania Garancini
info@odontoiatriamaternoinfantile.it
02 39 090 477

 

Il dente come materiale da innesto. Un caso clinico Premium

Autori

Emanuele Barbera
Specialista in Chirurgia Orale, Reparto universitario di Estetica Dentale Istituto Stomatologico Italiano, Università degli Studi di Milano

Giorgia Monfredini
Studentessa in odontoiatria e protesi dentaria, Reparto universitario di Estetica Dentale Istituto Stomatologico Italiano, Università degli Studi di Milano

Alessia Tremolada
Studentessa in odontoiatria e protesi dentaria, Reparto universitario di Estetica Dentale Istituto Stomatologico Italiano, Università degli Studi di Milano

Anna Maria Epifani
Odontoiatra specializzanda c/o Università San Raffaele Milano

Francesco Epifani
Medico chirurgo specialista in odontostomatologia
Tutor c/o Reparto universitario di Estetica Dentale Istituto Stomatologico Italiano, Università degli Studi di Milano, Direttore professor Dino Re

Elio Minetti
Dipartimento di Scienze Biomediche, Chirurgiche e Odontoiatriche, Università degli Studi di Milano

Corrispondenza: emanuele.barbera@unimi.it 

Abstract

Obiettivi: lo scopo dello studio è quello di valutare l’efficacia del dente come materiale autologo da innesto osseo, analizzando i risultati in termini di integrazione, mantenimento dei volumi, risultato estetico e funzionale.
Materiali e metodi: dai denti estratti è stato ricavato il materiale da innesto mediante il dispositivo Tooth Transformer®. I denti hanno subìto un processo di decontaminazione, sezionamento e sterilizzazione, seguito da triturazione, vibrazione ultrasonica, esposizione a raggi UVA e trattamento con reagenti specifici, ottenendo così granuli biocompatibili con conservazione delle proteine osteoinduttive. Il materiale ottenuto è stato inserito e delicatamente compattato nel sito da rigenerare. Sono seguite valutazioni radiografiche per monitorare il processo rigenerativo.
Risultati: dopo l’innesto, le immagini cliniche e radiografiche post-operatorie hanno rivelato una rigenerazione ossea efficace, caratterizzata da un’integrazione ottimale nel sito trattato e dall’assenza di granuli residui.
Conclusioni: l’uso del dente come materiale da innesto osseo rappresenta una soluzione innovativa, biologicamente valida e ben integrabile con l’osso ricevente. Le evidenze scientifiche e cliniche analizzate ne supportano l’efficacia, indicando un potenziale concreto come alternativa personalizzata ai materiali sintetici.

The tooth as graft material

Objectives: the aim of this study is to evaluate the effectiveness of using teeth as autologous graft material, analyzing the results in terms of integration, volume preservation, and both aesthetic and functional outcomes.
Materials and Methods: graft material was obtained from extracted teeth using the Tooth Transformer® device. The teeth underwent a process of decontamination, sectioning, and sterilization, followed by grinding, ultrasonic vibration, UVA light exposure, and treatment with specific reagents, resulting in biocompatible granules with preserved osteoinductive proteins. The material was then inserted and gently compacted into the regeneration site. Radiographic evaluations were subsequently performed to monitor the regenerative process.
Results: post-operative clinical and radiographic images revealed effective bone regeneration, characterized by optimal integration in the treated site and absence of residual granules.
Conclusions: the use of teeth as graft material represents an innovative, biologically sound solution that integrates well with the recipient bone. The scientific and clinical evidence analyzed supports its effectiveness, highlighting its concrete potential as a personalized alternative to synthetic materials.

 

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Biomateriali da innesto osseo chirurgico

Biomateriali da innesto osseo

I biomateriali da innesto osseo chirurgico rappresentano una risorsa fondamentale per il ripristino dei difetti ossei orizzontali e verticali della cresta alveolare, permettendo di garantire stabilità primaria, ottimizzare il posizionamento implantare e migliorare il profilo estetico del risultato protesico.

Il riassorbimento osseo che consegue alla perdita di elementi dentari può portare a una perdita significativa del volume dell’osso circostante a causa della mancanza del parodonto, struttura che normalmente garantisce una vascolarizzazione aggiuntiva e stimola l’osso alveolare a mantenere la sua struttura. La presenza di osso di dimensioni ridotte impedisce di raggiungere un risultato soddisfacente da un punto di vista sia funzionale sia estetico dopo il posizionamento di impianti. Nonostante siano stati immessi sul mercato impianti di diametro e lunghezza ridotti, è sempre necessario ripristinare il volume di osso perduto. Il posizionamento di innesti ossei è l’unico mezzo che abbiamo per colmare un deficit osseo. Questa procedura è oggi parte integrante dell’intervento chirurgico, anche perché la consapevolezza e le aspettative dei pazienti di fronte a questo tipo di trattamento sono molto aumentate. Le previsioni suggeriscono che più della metà delle procedure implantari che saranno eseguite comporteranno l’utilizzo di innesti ossei.

Caratteristiche dell’innesto osseo

Si definisce innesto osseo il tessuto trapiantato in un difetto osseo, da solo o in abbinamento ad altro materiale, capace di promuovere la guarigione ossea. Oggi si utilizza una grande varietà di materiali sintetici e naturali per la rigenerazione ossea in chirurgia maxillo facciale e in ortopedia. Un innesto osseo ideale dovrebbe essere biocompatibile, riassorbibile, sterilizzabile e facile da maneggiare. Dovrebbe garantire supporto meccanico e stimolare la rigenerazione ossea mediante tre caratteristiche fondamentali: osteogenesi, osteoconduzione e osteoinduzione.

  • L’osteogenesi è il processo di formazione di osso attraverso l’azione degli osteoblasti e dei loro precursori ritenuti nell’innesto prelevato e trapiantato.
  • L’osteoconduzione indica la capacità di un materiale di fungere da scaffold (impalcatura) per la crescita di vasi sanguigni, osteoblasti e cellule staminali dell’ospite.
  • L’osteoinduzione è la capacità di un materiale innestato di stimolare l’organismo ospite a produrre nuovo tessuto osseo mediante vari meccanismi biochimici (uno di questi è la stimolazione delle cellule staminali mesenchimali dell’ospite a differenziarsi in preosteoblasti prima e osteoblasti poi, promuovendo l’osteogenesi).

Alcuni autori propongono una quarta caratteristica aggiuntiva: l’osteointegrazione. È definita come l’abilità di un biomateriale di legarsi chimicamente alla superficie ossea dell’ospite, senza l’interposizione di uno strato di tessuto fibroso.

Il titolo di gold standard nelle procedure di innesto osseo appartiene all’innesto di osso autologo (prelevato dal paziente stesso), l’unico ad avere proprietà osteogeniche, osteoinduttive e osteoconduttive. Sfortunatamente, la limitata quantità di osso autologo disponibile e la possibilità di complicanze che possono interessare il sito di prelievo hanno reso necessario trovare altri materiali d’innesto. Nonostante l’ampia diffusione delle procedure d’innesto, nessun altro materiale utilizzato possiede potenziale osteogenico.

L’osso allogenico è ottenuto da donatore vivente o da cadavere della stessa specie ed è caratterizzato da proprietà osteoinduttive e osteoconduttive e da genotipo diverso dal ricevente. Fresco o congelato, mostra proprietà osteoinduttive e meccaniche più favorevoli, ma ha un tempo di usabilità breve e un rischio di trasmettere patologie o di indurre risposta immunogenica nell’ospite. È dunque emersa la necessità di sviluppare tecniche di produzione e immagazzinamento volte a minimizzare i rischi e allungare i tempi di utilizzo. Le proprietà allogeniche dell’osso tendono ad essere notevolmente differenti in relazione alle metodiche di sterilizzazione applicate e ai tipi istologici. I materiali di alloinnesto disponibili possono essere freschi, congelati o liofilizzati e contenere tessuto osseo corticale, spongioso o cortico-spongioso. Sono commercializzati in blocchetti, chips, cunei, cilindretti e polvere. Accanto a questi, la produzione di alloinnesti ha portato a ottenere derivati per uso clinico come la matrice ossea demineralizzata (Demineralized Bone Matrix – DBM), l’osso allogenico autolisato e deantigenato (Autolyzed Antigen-extracted Alogenic Bone – AAA Bone) e la matrice ossea extracellulare decellularizzata (Bone Decellularized ExtraCellular Matrix – Bone dECM). Lo xenotrapianto prevede l’utilizzo di osso di origine animale, per lo più bovino o suino, opportunamente trattato e sterilizzato. Ci sono poi gli innesti alloplastici, che utilizzano materiali d’innesto sintetici in sostituzione dell’osso naturale.

Classificazione degli innesti ossei e dei materiali sostitutivi

I due principali metodi di classificazione degli innesti ossei e dei materiali sostitutivi si basano sulla sorgente o sul gruppo di appartenenza. Quando si focalizza l’attenzione sulla sorgente si identificano cinque categorie.

  • Innesti ossei e materiali sostitutivi naturali: sono di origine naturale, ossia ricavati da una sorgente vivente e non modificati. Sono ulteriormente suddivisi in quattro categorie (autoinnesti, alloinnesti, xenoinnesti e materiali fitogenici) e rappresentano più del 90% degli innesti naturali utilizzati nelle procedure di innesto osseo nel mondo.
  • Sostituti ossei sintetici: sono creati con caratteristiche il più possibile simili alle proprietà biologiche dell’osso naturale, per superare la potenziale immunogenicità e la morbilità del sito di prelievo. Sono privi di osteogenicità. Questo gruppo include idrossiapatite, fosfato tricalcico e biovetri oltre a metalli, polimeri, solfato di calcio e cementi fosfato di calcio.
  • Sostituti ossei compositi: originano dalla combinazione di sostituti ossei sintetici, volta a migliorare le proprietà meccaniche dei singoli componenti, sommando i rispettivi vantaggi.
  • Sostituti ossei a base di fattori di crescita: fattori di crescita come BMP (Bone Morphogenic Protein), PDGF (Platelet-Derived Growth Factor) e IGF (Insuline-like Growth Factor) hanno dimostrato possedere proprietà osteoconduttive, fattore che ha permesso di accelerare la rigenerazione ossea nei difetti ossei.
  • Sostituti ossei infusi con cellule osteogeniche vitali: cellule osteogeniche progenitrici vitali possono essere utilizzate da sole o con altri materiali per stimolare la formazione di nuovo osso e migliorare la guarigione dell’osso attraverso osteoconduzione e osteogenesi. L’osso neoformato mostra un significativo miglioramento delle performance biomeccaniche, migliorando la percentuale di successo del posizionamento di impianti.

La Tabella 1 riassume le tipologie di innesti ossei

Biomateriali da innesto osseo

Meccanismi biologici per gli innesti ossei

Innesto autologo

L’innesto autologo è osso prelevato dallo stesso paziente ed è classificato in base alla sede di prelievo, intraorale o extraorale. I siti di prelievo intraorali sono il mento, il ramo, la tuberosità del mascellare, le zone edentule, i siti di estrazione o i tori.
I siti di prelievo extraorali sono la calvaria, la cresta iliaca, le estremità prossimale e distale della tibia e la estremità distale del radio.
L’innesto osseo autologo, grazie alle sue proprietà osteogeniche, osteoinduttive e osteoconduttive, è l’innesto ideale. Il fatto che in esso siano presenti cellule vitali e fattori di crescita propri del paziente aumenta grandemente la possibilità di rivascolarizzazione dell’innesto e la vitalità cellulare. Poiché donatore e ricevente sono la stessa persona, non ci sono rischi di trasmissione di patologie né di rigetto, ma il fatto che la creazione di un sito di prelievo aumenta la morbidità per il paziente è spesso considerato da pazienti e operatori un elemento sfavorevole.
L’osso viene prelevato tramite frese montate su manipoli a bassa o alta velocità, unità piezoelettriche, scalpelli o raschietti da osso monouso.

Alloinnesti

Di derivazione umana, gli alloinnesti sono prelevati da donatori viventi (per esempio, durante interventi di protesi d’anca) o da cadavere. L’alloinnesto è osteoinduttivo e osteoconduttivo, ma la sua capacità osteogenica viene cancellata dai trattamenti aggressivi ai quali è sottoposto, che lo privano di cellule vitali. Va ricordato che anche la proprietà osteoinduttiva può essere pregiudicata da trattamenti particolarmente aggressivi. L’alloinnesto ha guadagnato popolarità per la ridotta morbidità che lo contraddistingue e perché mette a disposizione del clinico una maggiore quantità di osso per l’innesto. È commercializzato in diverse forme fisiche, geometriche e dimensioni (da granuli a blocchetti) con grande versatilità d’uso. Esistono due principali tipologie di alloinnesti: osso demineralizzato congelato o liofilizzato e osso mineralizzato congelato o liofilizzato. L’osso demineralizzato ha dimostrato avere un riassorbimento più veloce dell’osso mineralizzato così come i granuli troppo piccoli (per azione dei macrofagi) o troppo grandi (difficoltà di rivascolarizzazione dell’innesto con formazione di sequestro).

Xenoinnesti

Gli xenoinnesti impiegati in odontoiatria sono per lo più di derivazione bovina o suina. Il loro utilizzo può essere per questo limitato da ragioni ideologiche o religiose.
L’osso bovino è sottoposto a graduale processo di tempera seguito da un trattamento con NaOH per ottenere idrossiapatite porosa, materiale composto unicamente dalla parte inorganica dell’osso. Questa struttura porosa assomiglia moltissimo a quella dell’osso umano ed è in grado di fornire un buon sostegno meccanico e di stimolare la guarigione ossea attraverso l’osteoconduzione. La struttura porosa presenta un’ampia superficie e, grazie all’angiogenesi, promuove lo sviluppo di nuovi vasi sanguigni potenziando la crescita ossea. Questi innesti sono osteoconduttivi, forniscono un’impalcatura all’infiltrazione ossea. Anche questi materiali sono sottoposti a processi volti a minimizzare il rischio di reazioni allergiche, rigetto e trasmissione di patologie, e sono commercializzati in varie forme fisiche, forme geometriche e dimensioni.
Recentemente è stato proposto un collagene cross linked con ribosio di origine suina che ha dimostrato di avere lunga durata e proprietà osteoconduttive, di non essere condizionato dell’esposizione nel cavo orale, di essere ben tollerato dai tessuti circostanti e di consentire la rigenerazione ossea durante il suo naturale riassorbimento. È stato dimostrato che nei siti riempiti con il blocchetto spugnoso ossificante, le microparticelle di idrossiapatite che lo compongono vengono riassorbite attraverso la fagocitosi operata dalle cellule giganti multinucleate, e la sostituzione è con nuovo osso vitale.
Un altro materiale promettente è il Chitosano, polimero naturale derivato dall’esoscheletro dei crostacei composto da glucosamina e N-acetilglucosamina. Il chitosano è commercializzato in varie forme: granuli, film, idrogel, e strutture più complesse come scaffold porosi.

Materiali fitogenici

I materiali fitogenici derivano da vegetali quali, per esempio, alghe marine. Tali materiali possono essere usati quando gli altri non sono utilizzabili o quando il paziente preferisce evitare autoinnesti o alloinnesti e/o per ragioni alimentari, religiose o personali si oppone all’uso di xenoinnesti. Va precisato che l’evidenza scientifica che li riguarda è limitata.

Sostituti ossei alloplastici

Sono prodotti di sintesi e per questo, utilizzandoli, non c’è rischio di trasmissione di patologie. Esistono numerosi materiali sintetici e i più comunemente usati sono i calcio fosfati (l’idrossiapatite e il fosfato tricalcico) e i biovetri.
I calcio fosfati sono materiali bioattivi e riassorbibili. Durante il processo favoriscono l’adesione e la proliferazione delle cellule in fase di rimodellamento. Inizialmente, il materiale si integra nella matrice ossea con una degradazione graduale. Con il passare del tempo il fosfato tricalcico è completamente riassorbito, mentre l’idrossiapatite solo in parte. Per questa ragione i due materiali sono solitamente utilizzati insieme così da ottenere sia un immediato supporto strutturale (grazie al fosfato tricalcico) che stabilità a lungo termine (grazie all’idrossiapatite)
I biovetri sono più inerti di fosfato tricalcico e idrossiapatite e rigenerano osso attraverso il processo di rilascio di ioni minerali. È inglobato completamente nell’osso e, nel tempo, sostituito da osso.

Nella Tabella 2 sono riassunti alcuni materiali da innesto osseo e le loro indicazioni d’uso.

 

Take home message
  • Nelle situazioni in cui un difetto osseo verticale od orizzontale della cresta alveolare è tale da rendere impossibile o troppo rischioso il posizionamento di impianti, la corretta applicazione delle tecniche di innesto osseo consente di ottenere la stabilità primaria, incrementa la fattibilità del posizionamento di impianti e migliora il risultato estetico del profilo d’emergenza degli impianti.
  • Data la grande varietà di materiali per innesto osseo presenti sul mercato, è importante che il clinico ne conosca vantaggi e limiti, così da poter selezionare quello più adatto alla situazione clinica del paziente, nell’ottica di ottenere il miglior risultato funzionale ed estetico possibile.

 

Allattamento e salute orale del bambino

allattamento e salute orale

Autori

Matteo Beretta                             In collaborazione con

Michela Paglia

 

 

L'allattamento al seno è fondamentale per la salute, anche orale, del bambino.
Il latte materno è il miglior alimento per il neonato e contiene tutti i nutrienti necessari ai primi mesi di vita. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lo considera uno dei pilastri della salute pubblica globale, grazie al suo valore nutrizionale unico e alla sua capacità di prevenire numerose malattie (1).

Allattamento e salute orale
1. Il latte di mamma è molto più che nutrimento: è relazione, conforto, fiducia e legame profondo

L’allattamento al seno (Figura 1) offre benefici fondamentali sia per il bambino che per la madre. Eppure, nonostante il 44% dei neonati venga attaccato al seno entro la prima ora di vita, solo il 38% prosegue con l’allattamento esclusivo fino al sesto mese (2).
Numerose sono le figure professionali che possono sostenere le madri in questo fondamentale percorso: ostetriche, consulenti dell’allattamento; esistono anche associazioni atte a ciò, come La Leche League (organizzazione internazionale senza scopo di lucro fondata nel 1956, negli Stati Uniti, con l’obiettivo di offrire sostegno, incoraggiamento e informazioni alle madri che desiderano allattare al seno); anche il dentista può e deve, se necessario, dare il suo contributo e aiutare mamma, bambino e famiglia in questo percorso (Figura 2).

 

allattamento e salute orale
2. Anche il dentista pediatrico può dare il suo contributo, informando già la mamma in gravidanza in merito alle buone abitudini di igiene orale per il bambino che arriverà

Le linee guida dell’OMS raccomandano di allattare in modo esclusivo fino ai sei mesi e di continuare, se possibile, fino ai due anni o oltre, finché madre e bambino lo desiderano. Ma c’è un aspetto che spesso viene trascurato: l’igiene orale del neonato, un fattore essenziale per prevenire problemi dentali futuri (3). L’allattamento al seno non nutre soltanto, ma contribuisce anche allo sviluppo corretto del mascellare superiore e alla formazione di una respirazione nasale fisiologica, creando le basi per una crescita armoniosa del cavo orale (4).

Tuttavia, alcuni problemi del cavo orale possono ostacolarlo. Uno di questi è il frenulo linguale o labiale corto, che può rendere difficile l’attacco al seno e portare all’abbandono precoce dell’allattamento.
I sintomi e segni legati a questa condizione possono riguardare sia la madre che il bambino (5).

  • Nella madre possono manifestarsi: dolore durante l’allattamento, masticazione del capezzolo, scarso o incompleto drenaggio del seno, con conseguenti dotti ostruiti e ingorghi mammari, sino alla comparsa di mastite e frustrazione durante l’allattamento al seno.
  • Anche nel neonato esistono diversi sintomi di questa condizione: l’irrequietezza, la produzione di un caratteristico rumore di schiocco con ingestione di aria, gonfiore addominale, eruttazione e/o rigurgito, coliche e/o flatulenze (6).

Nonostante vi siano molteplici cause di coliche e reflusso, quando un bambino manifesta entrambi i sintomi è consigliabile valutare i frenuli orali prima di ricorrere a trattamenti farmacologici. Non sempre la forma del frenulo ne rivela la reale funzionalità, per cui è necessaria una valutazione accurata per decidere se intervenire tempestivamente. L’intervento precoce, che deve essere eseguito preferibilmente con tecnica laser (7) entro il primo mese di vita (30-45 giorni), è fondamentale per risolvere le restrizioni funzionali della lingua e consentire un allattamento al seno efficace.

Un rilascio tardivo del frenulo, eseguito dopo il quarto mese, annulla gran parte dei vantaggi iniziali, mentre la madre potrebbe già aver considerato l’interruzione dell’allattamento (8). In questo contesto, dialogo e collaborazione tra Odontoiatra Pediatrico, neonatologo e Pediatra sono fondamentali (Figura 3).

 

odontoiatra pediatrico e pediatra
3. Importanza del dialogo precoce e della collaborazione tra Odontoiatra Pediatrico e Pediatra per la salute orale del bambino

Un altro ostacolo, seppure raro, è la presenza di denti natali o neonatali, spesso instabili o con radici poco sviluppate (9). Possono essere rilevati al momento della nascita (natali), ma possono erompere anche in seguito (neonatali). Se devono essere estratti precocemente per queste ragioni:

  • il dente è mobile (rischio di ingestione/aspirazione);
  • provoca difficoltà nell’allattamento (per la mamma o per il neonato);
  • ci sono segni di irritazione alle gengive o alla lingua del bambino (es. ulcera di Riga-Fede).

È importante ancora una volta condividere con il pediatra ogni aspetto, al fine di valutare un’eventuale integrazione di vitamina K, essenziale per la coagulazione e quindi per poter effettuare l’estrazione nelle migliori condizioni di sicurezza, comfort per il bambino e serenità per la famiglia (Figura 4).

Allattamento e salute orale
4. Un dente natale o neonatale può rendere difficile o può impedire l’allattamento al seno

Per le mamme che allattano, è fondamentale prendersi cura dell’igiene orale del bambino fin dai primi mesi, già prima che spuntino i primi dentini, ed è indicato pulire le gengive con una garza morbida o un guantino di cotone o un ditale di silicone almeno 2-3 volte al giorno; in seguito, una volta erotti, i dentini vanno lavati con delicatezza, idealmente dopo ogni poppata10, con spazzolini dedicati ai primi dentini. Ciò contribuisce anche a un positivo addestramento della buccalità del bambino, che accetterà via via volentieri e in modo sereno l’ingresso nella sua bocca di presidi per l’igiene orale (Figura 5).

 

Allattamento e salute orale
5. L’igiene orale praticata dalla mamma al neonato, già prima che spuntino i primi dentini, contribuisce anche all’addestramento di una buccalità positiva del bambino

Se la mamma può cambiare il pannolino dopo ogni popò… può lavare anche i dentini dopo ogni poppata

Attenzione, però: il latte materno, se combinato con batteri cariogeni (come quelli trasmessi attraverso la saliva degli adulti) e carboidrati introdotti con la dieta, può favorire l’insorgenza della carie. Per questo, oltre a promuovere l’allattamento al seno e con il latte materno, sarebbe opportuno che già i neonatologi, i pediatri e gli altri operatori sanitari dell’epoca neonatale (ostetriche, consulenti dell’allattamento, eccetera) dedicassero l’attenzione necessaria a promuovere con le neomamme queste buone e sane abitudini, che sottendono a stili di vita corretti che la famiglia dovrebbe adottare da subito.

In molti Paesi, questa consapevolezza si traduce già in opuscoli informativi, materiali educativi per bambini e iniziative rivolte alle famiglie. Anche in Italia, inserire l’educazione alla salute orale nei controlli pediatrici di routine, nelle campagne vaccinali, nei programmi di prevenzione o nei corsi pre-parto potrebbe fare la differenza, aiutando a ridurre l’incidenza delle carie precoci e a diffondere buone pratiche di salute fin dalla prima infanzia.

La salute inizia con la prevenzione, non dalla cura

 

Bibliografia
  1. Sayres S, Visentin L. Breastfeeding: uncovering barriers and offering solutions. Curr Opin Pediatr. 2018 Aug;30(4):591-596.
  2. Cohen SS, Alexander DD, Krebs NF, Young BE, Cabana MD, Erdmann P, Hays NP, Bezold CP, Levin-Sparenberg E, Turini M, Saavedra JM. Factors Associated with Breastfeeding Initiation and Continuation: A Meta-Analysis. J Pediatr. 2018 Dec;203:190-196.e21.
  3. World Health Organization. Guideline: Protecting, Promoting and Supporting Breastfeeding in Facilities Providing Maternity and Newborn Services. Geneva: WHO; 2017
  4. Goovaerts S, El Sergani AM, Lee MK, Shaffer JR, Claes P, Weinberg SM. The impact of breastfeeding on facial appearance in adolescent children. PLoS One. 2024 Sep 17;19(9):e0310538.
  5. Jones H, Hintze J, Walsh M, O’Leary M, Heffernan C. Lingual frenotomy for ankyloglossia in infants with breastfeeding difficulties: a longitudinal observational study. Eur J Pediatr. 2024 Dec;183(12):5245-5254.
  6. Lauzon-Guillain Bd, Wijndaele K, Clark M, Acerini CL, Hughes IA, Dunger DB, Wells JC, Ong KK. Breastfeeding and infant temperament at age three months. PLoS One. 2012;7(1):e29326.
  7. Dell’Olio F, Baldassarre ME, Russo FG, Schettini F, Siciliani RA, Mezzapesa PP, Tempesta A, Laforgia N, Favia G, Limongelli L. Lingual laser frenotomy in newborns with ankyloglossia: a prospective cohort study. Ital J Pediatr. 2022 Sep 5;48(1):163.
  8. Tomara E, Dagla M, Antoniou E, Iatrakis G. Ankyloglossia as a Barrier to Breastfeeding: A Literature Review. Children (Basel). 2023 Dec 8;10(12):1902.
  9. DeSeta M, Holden E, Siddik D, Bhujel N. Natal and neonatal teeth: a review and case series. Br Dent J. 2022 Apr;232(7):449-453.
  10. Paglia L, Beretta M. Odontoiatria Materno-Infantile, Ariesdue 2021

Impianti dentali e malattie autoimmuni: nuove evidenze dalla ricerca

Impianti dentali e malattie autoimmuni

Un gruppo di ricercatori dell'Università di Copenhagen (Danimarca), in collaborazione con l'Università di Göttingen (Germania), ha pubblicato una scoping review che affronta un tema di grande rilevanza: l’impatto delle malattie autoimmuni e delle terapie farmacologiche correlate sulla sopravvivenza e sugli outcome degli impianti dentali. L’aumento della prevalenza delle malattie autoimmuni, infatti, unito alla diffusione capillare dell’implantologia, ha reso urgente chiarire se e in che misura i pazienti autoimmuni presentino un rischio maggiore di complicanze. Gli autori hanno condotto una ricerca sistematica nelle principali banche dati internazionali, selezionando gli studi clinici che riportavano dati su pazienti con diagnosi autoimmuni sottoposti a riabilitazione implantare.

I risultati più significativi

L’analisi ha mostrato un quadro complesso e non sempre univoco. Alcune patologie, come l’artrite reumatoide e il lupus eritematoso sistemico, sembrano associate a una guarigione ossea meno prevedibile. In questi casi i farmaci immunosoppressivi, spesso indispensabili per il controllo della malattia, possono influenzare negativamente la risposta dei tessuti perimplantari. Tuttavia, la maggior parte degli studi riporta percentuali di sopravvivenza degli impianti comunque elevate. Questo dato conferma che, pur in presenza di condizioni sistemiche impegnative, l’implantologia resta una possibilità terapeutica concreta. Il vero nodo riguarda il monitoraggio delle complicanze biologiche: infiammazione cronica, riassorbimento osseo marginale e rischio di perimplantite si presentano con frequenza leggermente superiore rispetto alla popolazione generale, anche se non in modo uniforme.

Implicazioni per la pratica clinica

Per il clinico la revisione offre spunti concreti. Non esistono controindicazioni assolute all’inserimento di impianti nei pazienti con malattie autoimmuni. Tuttavia è necessario modulare il trattamento in base alla patologia e alla terapia farmacologica in corso. La collaborazione interdisciplinare con il medico curante diventa un requisito imprescindibile. Anche la fase di pianificazione chirurgica richiede maggiore attenzione, con protocolli di igiene stringenti e follow-up ravvicinati. Un approccio personalizzato, che tenga conto della stabilità della malattia e della tipologia di farmaci assunti, è la strategia più efficace per ridurre il rischio di complicanze.

Il valore della ricerca sugli impianti dentali

Questo lavoro, pubblicato sulle pagine di Clinical Oral Implants Research, evidenzia quanto sia importante ampliare le conoscenze su un tema ancora poco esplorato. Gli studi disponibili restano pochi e spesso eterogenei, ma aprono la strada a nuove indagini prospettiche. La revisione sottolinea inoltre l’urgenza di protocolli condivisi che guidino i professionisti nella gestione di questi pazienti. Il messaggio finale è chiaro: l’implantologia nei pazienti autoimmuni non è proibita, ma richiede una valutazione attenta e continua. Solo così è possibile operare in sicurezza, per il bene del paziente, ma anche dell'odontoiatra.

18° Meeting Laser Day: il futuro dei laser in odontoiatria

Meeting laser day
Rolando Crippa, Prof. a C. Master Laser Dentistry UNICAT Roma, Docente EMDOLA (UNIPR) e Post Graduate Laser UVS Milano, Libero professionista Poliambulatorio Belvedere Srl, Santè Dental Laser Clinic Lugano (CH)

Il Meeting Laser Day, che si svolgerà a Milano dal 21 al 22 novembre, giunge alla sua 18ª edizione, confermandosi come uno degli appuntamenti di riferimento per l’aggiornamento scientifico e clinico sulle applicazioni dei laser in odontoiatria.
«L’obiettivo del Meeting Laser Day è quello di mantenere vivo un confronto costruttivo sull’applicazione quotidiana dei laser, mettendo in comune esperienze cliniche, dubbi, risultati immediati e follow-up,
in un’ottica di crescita scientifica condivisa
», spiega il Professor Rolando Crippa, Coordinatore Scientifico dell’evento, che sottolinea come queste tecnologie siano ormai fondamentali per una pratica clinica moderna ed efficace.

I laser solidi (NanoNd:YAG e Laser ad Erbio), i laser a semiconduttore (Diodi) e i laser a CO₂ sono sempre più frequentemente utilizzati per:

  • estetica periorale, oggi prepotentemente alla ribalta nella richiesta terapeutica;
  • gestione delle problematiche parodontali trattate con tecniche conservative (fotodinamica e biostimolazione);
  • decontaminazione e posizionamento immediato di impianti in siti infiammati o infetti;
  • trattamento dei canali endodontici con tecnica SWEEPS;
  • chirurgia endodontica;
  • cura di carie nei bambini e negli adulti (rimozione e decontaminazione smalto/dentinale);
  • cura del dolore cranio/facciale con effetto antalgico;
  • gestione delle roncopatie nei russatori cronici e nei pazienti affetti da OSAS lievi;
  • sbiancamento dentale;
  • piccola chirurgia orale ed esecuzione di prelievi bioptici in patologia orale;
  • cura di osteiti e necrosi ossee nei pazienti trattati con farmaci per l’osteoporosi o metastasi ossee (bifosfonati e anticorpi monoclonali);
  • preparazione del solco protesico e desensibilizzazione dei colletti dentali;
  • trattamento di frenuli e sbrecciamenti in ortodonzia;

Un ventaglio ampio e in continua evoluzione, che apre prospettive di sviluppo ancora maggiori per il prossimo futuro.

La versatilità e la sicurezza delle apparecchiature laser ne consentono l’integrazione nei protocolli terapeutici quotidiani non solo degli studi odontoiatrici privati, ma anche delle strutture pubbliche, sempre più attente all’efficacia clinica e alla sostenibilità economica degli investimenti tecnologici.

Due giorni di formazione pratica e teorica

Il Meeting Laser Day come ogni anno sarà preceduto da un corso pratico che illustrerà, con esercitazioni su modello animale, l’uso delle principali lunghezze d'onda laser.
La mezza giornata teorica e la sessione pratica pomeridiana, gestita dal Coordinatore Scientifico dell'evento e accompagnata dall'esperienza di Tutor clinici, sono propedeutiche all'evento nazionale del giorno successivo che, anche quest’anno, si terrà nella prestigiosa sede dell'Università Statale degli Studi di Milano. Qui si alterneranno relatori di rilievo nazionale e internazionale, con l’obiettivo di offrire un aggiornamento completo sulle più recenti evidenze scientifiche, sui protocolli riconosciuti dalle società scientifiche e sulle nuove prospettive terapeutiche legate all’uso dei laser in odontoiatria e igiene dentale.

Perché partecipare al Corso Precongressuale

È destinato a chi desidera imparare a integrare con successo la tecnologia laser nella pratica quotidiana. Consente infatti di:

  • approfondire le basi sulla teoria del laser in odontoiatria e i fondamenti di fisica del laser per capire la diversa efficacia delle lunghezze d’onda;
  • conoscere le molteplici applicazioni del laser in odontoiatria e non solo, per comprenderne appieno la versatilità e applicarla con successo alla pratica quotidiana;
  • selezionare parametri e protocolli corretti, per la massima efficacia e sicurezza, perché
    ogni laser prevede differenti settaggi e protocolli. Conoscerli e saperli adattare alle esigenze del paziente consente una maggiore personalizzazione del trattamento;
  • scoprire le semplici procedure per la corretta manutenzione del laser, per preservarne sempre la perfetta efficienza e sfruttarne appieno tutte le potenzialità;
  • approfondire l’interazione del laser con i tessuti, attraverso prove pratiche. Sperimentare su reperti anatomici è essenziale per capire gli effetti del laser sui tessuti. Sarà possibile comprendere appieno le diverse tecnologie laser, attraverso prove pratiche con Docenti esperti;
  • impostare le basi per una corretta ed efficace comunicazione al paziente. Condividere con il paziente le informazioni sulla terapia laser e i suoi benefici è il primo passo per farla accettare, con un evidente ritorno di investimento.

L’appuntamento si conferma come un’occasione di aggiornamento e riflessione che unisce rigore scientifico e concretezza clinica, mantenendo viva l’attenzione su uno degli strumenti più innovativi e versatili dell’odontoiatria contemporanea.

Restauri chairside senza compromessi con la fresatrice e molatrice intelligente Z4

z4 fresatrice molatrice

vhf presenta Z4, la fresatrice e molatrice intelligente per la lavorazione a umido di blocchi e abutment in titanio della HIGH END CLASS di vhf, che rende finalmente possibile realizzare restauri di qualità da laboratorio direttamente nello studio dentistico. In questo modo, in futuro potrete fornire ai vostri pazienti protesi dentarie durevoli e di alta qualità in una sola seduta.

Nessun limite: lavorate tutto con Z4

vhf ha sviluppato un'innovativa fresatrice dentale a 4 assi ad alta precisione per la lavorazione a umido di restauri da materiali in forma di blocco e abutment appositamente per applicazioni di odontoiatria in giornata. Oltre ai restauri in vetroceramica, PMMA, ossido di zirconio e compositi, è possibile rifinire anche abutment in titanio prefabbricati nello studio dentistico.
Grazie alla tecnologia purewater, durante la lavorazione non sono necessari additivi abrasivi, tranne che per il titanio. Ciò semplifica notevolmente il lavoro quotidiano nello studio.

 

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Z4: una fresatrice e levigatrice ad alta precisione per applicazioni chairside con le caratteristiche delle migliori macchine da laboratorio in un alloggiamento futuristico.

 

 

Risultati precisi in pochi minuti

Per ottenere risultati di prima classe, Z4 è dotata della migliore tecnologia meccanica, sviluppata e prodotta al 100% in Germania. Una ripetibilità degli assi lineari di ±0,003 mm e una struttura solida realizzata in un corpo massiccio in alluminio fuso garantiscono la massima precisione e un funzionamento con vibrazioni ridotte.
Allo stesso tempo, il mandrino ad alta frequenza consente di lavorare blocchi con velocità del mandrino fino a 100.000 giri/min in modo particolarmente rapido.
Grazie al compressore integrato e all'alloggiamento compatto e insonorizzato, è possibile installare la Z4 ovunque nello studio. Il suo design futuristico contribuirà a caratterizzare lo studio odontoiatrico con un carattere distintivo e contemporaneo.

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Sguardo all'interno della camera di lavoro di una Z4 durante la levigatura a umido di un ponte a tre elementi.

 

 

 

Genialmente semplice: lavoro intuitivo grazie a processi integrati

Con Z4, le fasi di lavoro manuali sono state automatizzate per consentire l'utilizzo della macchina senza alcuna conoscenza preliminare del mondo CAM, garantendo così al personale dello studio la massima efficienza nella creazione dei restauri. Il blocco da sottoporre a lavorazione, ad esempio, viene fissato automaticamente (“1-click mounting”) e sostituito in pochi secondi.
L'apertura è una priorità assoluta per vhf: Z4 è validata per tutti gli scanner comuni e pacchetti software CAD e offre un flusso di lavoro STL aperto. Offre inoltre flussi di lavoro integrati con exocad, 3Shape e Medit. L'intero processo di produzione dopo la modellazione dei dati avviene direttamente sulla macchina tramite un touchscreen intuitivo.

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Comodo comando di tutte le funzioni importanti della Z4 tramite il touchscreen integrato.

 

 

 

 

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