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Estrazione del terzo molare e fotobiomodulazione per ridurre il dolore

L'estrazione del terzo molare incluso e la fotobiomodulazione (PBM) per ridurre il dolore post-operatorio sono l'oggetto di una ricerca appena pubblicata sul Journal of Oral and Maxillofacial Surgery. Si tratta di una revisione sistematica e meta-analisi condotta da un gruppo di ricercatori afferenti al Dipartimento di Odontoiatria della FIP Campina Grande, in Brasile. I risultati mostrano effetti modesti della PBM sul dolore e la necessità di compiere altri studi più approfonditi.

Gli effetti della fotobiomodulazione sull'estrazione del terzo molare

L'estrazione dei terzi molari inferiori può causare dolore, gonfiore, difficoltà nell'aprire la bocca e limitazioni funzionali. Gli autori dello studio hanno condotto una revisione sistematica e una meta-analisi. Lo scopo era esplorare gli effetti dell'utilizzo della fotobiomodulazione dopo l'estrazione dei terzi molari inclusi. I ricercatori hanno esaminato 33 studi clinici randomizzati che coinvolgevano 1.347 partecipanti di età compresa tra i 16 e i 44 anni. Di questi, il 56,6% erano donne e il 43,4% uomini. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi: uno aveva ricevuto la PBM, mentre il gruppo di controllo era stato esentato da questo trattamento post-operatorio.

I risultati, modesti, ma pur presenti

I risultati dell'analisi  hanno rivelato che il gruppo sottoposto alla PBM ha sperimentato una significativa riduzione del dolore il terzo giorno dopo l'intervento rispetto al gruppo di controllo. L'edema è stato leggermente inferiore nel gruppo PBM il secondo giorno postoperatorio. Il trisma invece si è ridotto lievemente nel gruppo PBM il settimo giorno dopo l'intervento. Tuttavia, è importante notare che l'evidenza riguardante l'efficacia della PBM per il controllo del dolore, dell'edema e del trisma dopo l'estrazione dei terzi molari appare complessivamente limitatat e poco certa.

Perché servirebbero altri studi

La fotobiomodulazione potrebbe offrire benefici nella gestione del dolore, dell'edema e del trisma dopo l'estrazione dei terzi molari. Tuttavia, dai risultati emersi, secondo gli stessi autori, sono necessari ulteriori studi per confermare questi risultati e per comprendere meglio il meccanismo d'azione della PBM in questo particolare contesto.

Trattamento ortodontico e DTM, esiste una correlazione

Tra trattamento ortodontico e disturbi dell'articolazione temporo-mandibolare (DTM) potrebbe esserci una correlazione. Con questa idea, due ricercatrici, Soumya Thirumoorthy e Saumiya Gopal, hanno condotto una revisione sistematica della letteratura sul tema. I risultati della ricerca, più basata sulla qualità che non sul numero degli articoli inclusi e analizzati, sono stati pubblicati su Nature.

Le fonti dello studio su trattamento ortodontico e DTM

La revisione condotta dalle due ricercatrici mirava a esaminare l'associazione tra il trattamento ortodontico e l'incidenza dei disturbi dell'articolazione temporo-mandibolare. Per farlo, hanno condotto ricerche su diversi database, inclusi PubMed/Medline, Scopus, Scielo, Google Scholar e Web of Science. Controllando anche manualmente le referenze degli studi inclusi, pubblicati in inglese o spagnolo. Ed escludendo le revisioni sistematiche e gli studi controllati randomizzati (RCT). Dagli studi che soddisfacevano i criteri di inclusione, le autrici hanno estratto informazioni sugli autori, l'anno, il titolo dello studio ma non solo. Hanno preso in esame il numero di pazienti, il rapporto tra maschi e femmine, l'età media, il tempo di follow-up, i gruppi, il numero di pazienti per gruppo, il paese e i risultati. Hanno poi utilizzato la scala di valutazione di Newcastle Ottawa per valutare il rischio di bias. Eventuali divergenze sono state risolte consultando un terzo revisore.

Una scrematura importante

Le autrici di questa revisione sistematica hanno identificato 686 articoli. Dopo aver rimosso i duplicati, hanno esaminato gli abstract dei restanti 648 articoli. Successivamente, hanno analizzato dieci articoli nel dettaglio, escludendone però quattro. Alla fine, hanno selezionato soltanto sei articoli che soddisfacevano tutti i criteri di inclusione ed esclusione. Tra questi, quattro erano di tipo caso-controllo, uno di coorte e uno di coorte prospettico.

I risultati della revisione sistematica

Le ricercatrici hanno riscontrato una buona qualità in tutte le categorie di valutazione del rischio di bias negli studi selezionati. Per la meta-analisi, hanno preso in considerazione l'Odds Ratio (OR) presente negli studi inclusi, trovando un'associazione tra il trattamento ortodontico e l'incidenza dei disturbi dell'ATM, con un OR di 1,84. In conclusione, i risultati della revisione sistematica indicano un'associazione tra il trattamento ortodontico e l'incidenza dei DTM. I limiti di questo studio stanno forse nei numeri degli studi inclusi, soltanto 6. D'altro canto, i criteri di inclusione sono stati così rigidi da trasformare forse questo limite nella forza dello studio.

Perdita ossea crestale e patologia periapicale, una correlazione possibile

Perdita ossea crestale e malattia periapicale potrebbero essere fenomeni correlati tra loro. Per verificare questa ipotesi, un gruppo di ricercatori provenienti da diversi centri di ricerca si è affidato alla Tomografia Computerizzata Cone Beam (CBCT). I risultati dello studio sono divenuti oggetto di una pubblicazione sul Journal of Clinical Medicine, dove compaiono gli autori e gli atenei coinvolti nello studio. Oltre a University of Jordan e University of Manchester, ci sono due ricercatori indipendenti di Amman e l'italiano Cosimo Nardi dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze.

L'ipotesi presa in esame

La perdita ossea attorno ai denti potrebbe essere collegata alla perdita di vitalità dei denti adiacenti e alla presenza di malattia periapicale, che richiede trattamenti canalari. Per questo i ricercatori hanno esaminato 321 scansioni CBCT complete della mascella. In particolare, si sono concentrati sulla perdita ossea crestale rispetto alla giunzione cemento-smalto, la presenza/assenza di parodontite apicale e i trattamenti canalari. Dei 2001 denti esaminati, il 34,8% ha mostrato segni di perdita ossea crestale, poi classificata dai ricercatori come lieve, moderata o grave.

Perdita ossea crestale e altre implicazioni

Gli autori dello studio hanno trovato una significativa associazione tra la perdita ossea crestale e il trattamento canalare di un dente. I denti con perdita ossea crestale sono più soggetti a trattamenti canalari rispetto a quelli con già un trattamento canalare e un osso crestale sano. Inoltre, i denti con perdita ossea crestale buccale o linguale sono significativamente associati a un maggior tasso di malattia periapicale rispetto a quelli senza perdita ossea crestale. La CBCT ha identificato la gravità della perdita ossea su tutte le superfici dei denti, con la perdita ossea più comune a livello medio della radice. I denti con perdita ossea crestale hanno una maggiore probabilità di essere associati a un aumento del rischio di malattia periapicale. Inoltre, hanno maggiori possibilità di essere sottoposti a trattamenti canalari rispetto a quelli con un osso crestale sano.

Le conclusioni ottenute grazie alla CBCT

La CBCT fornisce ai clinici una visione più dettagliata della distribuzione della perdita ossea crestale intorno all'apice radicolare, permettendo una diagnosi più accurata. Questo può tradursi in un piano di trattamento personalizzato in base alla gravità del difetto parodontale e in una migliore prognosi. I denti con perdita ossea crestale sono significativamente più suscettibili a sviluppare malattie periapicali. Ciò evidenzia l'importanza di una valutazione clinica completa per determinare la necessità di trattamenti canalari. In particolare, i denti con perdita ossea crestale buccale o linguale hanno maggiori probabilità di richiedere trattamenti canalari rispetto a quelli con un osso crestale sano. Pertanto, gli autori della pubblicazione consigliano una valutazione clinica approfondita che includa l'analisi della vitalità dei denti coinvolti nella parodontite per determinare il piano di trattamento più adeguato.

Meglio non dare mai nulla per scontato

Hai sacrificato tutto per il lavoro, hai rinunciato alle ore più belle per la carriera e i riconoscimenti e adesso, per colpa di chi avrebbe invece dovuto tutelarti, è tutto finito!
Non è giusto! Qualcuno dovrà pagare. Nei momenti di crisi, si sa, ci si arrovella su come portare a casa qualche spicciolo in più per arrivare a fine mese. E non par vero quando la vita ti pone davanti un’opportunità, seppur brutta, da cogliere al volo. In totale onestà e buona fede, è quello che verosimilmente ha pensato il protagonista del caso qui trattato che aveva dato, però, per scontato ciò che in diritto scontato non è mai: il nesso di causalità.

La refusione dei patimenti

Il D.Lgs. 81/2008 ha radicalmente modificato il mondo del lavoro, imponendo ai Titolari obblighi e doveri che per parecchi anni successivi alla sua entrata in vigore li hanno tenuti svegli la notte. Nuove figure da cooptare, nuovi documenti da stilare, nuove responsabilità cui sottostare. Da spettatrice esterna del mondo sanitario posso confermare che adeguamenti e progressi sono stati fatti.

Certo, tutto è perfettibile, ma rispetto a decine di anni fa oggi il Lavoratore ha tutele che neppure Gino Giugni avrebbe potuto sperare. L’imprevisto, però, è sempre dietro l’angolo e non può cogliere impreparati.

La sentenza odierna tratta proprio di questo, di un imprevisto, e di come il Lavoratore ne sia stato colpito e “affondato”. Ma nell’abisso non è riuscito a portare con sé il Datore di Lavoro, che l’Autorità ha giudicato esente da qualsivoglia responsabilità.

Solita debita premessa. Anche questa volta i fatti che hanno interessato l’Autorità non riguardano l’Odontoiatria. Mi si permetta una considerazione personale: la penuria di sentenze in ambito odontoiatrico mi fa sperare in una diminuzione di contenziosi o, quantomeno, nell’esistenza di indirizzi giurisprudenziali chiari, conosciuti e conoscibili che possano essere di preventiva valutazione al fine di evitare l’insorgenza degli stessi.

Ciò non toglie che casi quali quello qui preso in esame possano comunque bene adattarsi anche alle realtà sanitarie, piccole o grandi che siano. Il Lavoratore aveva visto il riconoscimento amministrativo della propria invalidità da parte del Ministero da cui dipendeva, che gli attribuiva una neuropatia dipesa da causa di servizio. Sulla scorta di ciò chiedeva che l’Ente gli riconoscesse danni materiali per le spese sostenute per visite e cure mediche, danni patrimoniali quali differenza tra l’entità della retribuzione che avrebbe percepito ove non fosse stato dispensato e l’entità della pensione privilegiata, per tutti i venti anni di vita lavorativa residua, sempre danni patrimoniali quali perdita delle chance di progredire nella carriera, danni non patrimoniali, danni biologici (permanente e temporaneo) e danni morali.

Così convinto che l’intervenuto riconoscimento della causa di servizio fosse più che sufficiente per ottenere la refusione dei suoi patimenti, ometteva di dimostrare l’esistenza del nesso di causalità tra l’evento dannoso e la nocività dell’ambiente di lavoro. La causa quindi era persa, senza se e senza ma.

Inadeguatezza presunta

Statuisce infatti l’Autorità adita “Come già ricordato, XXX fonda la propria domanda sull’art. 2087 c.c., il quale stabilisce che l’imprenditore - ma la norma si applica pacificamente a tutti i datori di lavoro, comprese dunque le Amministrazioni, è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

La responsabilità del datore di lavoro ha natura contrattuale e rinviene la propria fonte nel contratto di lavoro, il quale, ai sensi dell’art. 1374 c.c., è integrato dall’ art. 2087 c.c., che prevede doveri di prestazione finalizzati ad assicurare la tutela della salute del lavoratore”.

Inoltre, appunto perché la responsabilità del datore di lavoro è contrattuale, il riparto dell’onere probatorio è regolato dall’articolo 1218 c.c.: spetta dunque al lavoratore dimostrare l’esistenza dell’obbligazione lavorativa, l’inadempimento del datore di lavoro e i danni conseguenza, mentre sul datore di lavoro incombe l’onere di provare che il danno è dipeso da causa a lui non imputabile, e cioè di aver adempiuto al suo obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitarlo, e che gli esiti dannosi sono stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile”.

In altre parole, la prova della responsabilità datoriale, ai sensi dell’art. 2087 c.c., “richiede l’allegazione da parte del lavoratore, che agisce deducendo l’inadempimento, sia degli indici della nocività dell’ambiente lavorativo cui è esposto, da individuarsi nei concreti fattori di rischio circostanziati in ragione delle modalità della prestazione lavorativa, sia del nesso eziologico tra la violazione degli obblighi di prevenzione e i danni subiti”.

In sintesi, “Poiché la responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 c.c. è di natura contrattuale, ai fini del relativo accertamento incombe sul lavoratore che lamenti di avere subito a causa dell’attività lavorativa svolta un danno alla salute l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro elemento; mentre grava sul datore di lavoro - una volta che il lavoratore abbia provato le predette circostanze - l’onere di provare di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno, ovvero di avere adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno stesso”.

Resta comunque fermo che “la responsabilità del datore di lavoro per inadempimento dell’obbligo di prevenzione di cui all’ art. 2087 c.c. non è una responsabilità oggettiva, ma colposa, dovendosi valutare il difetto di diligenza nella predisposizione delle misure idonee a prevenire danni per i lavoratori, in relazione all’attività lavorativa svolta, non potendosi esigere la predisposizione di misure idonee a fronteggiare ogni causa di infortunio, anche quelle imprevedibili”. Secondo la condivisibile giurisprudenza, la responsabilità dell’Amministrazione datore di lavoro non è di tipo oggettivo, ma colposo: se il rischio concretizzatosi non era ragionevolmente preventivabile, allora nessun rimprovero può essere mosso al datore di lavoro per non aver adottato misure atte a prevenirlo.

L’articolo 2087 c.c., giova ripeterlo, non pone in capo al datore di lavoro un obbligo di rispettare “ogni cautela possibile e diretta a evitare qualsiasi danno al fine di garantire così un ambiente di lavoro a rischio zero quando di per sé il pericolo di una lavorazione o di un’attrezzatura non sia eliminabile; egualmente non può pretendersi l’adozione di accorgimenti per fronteggiare evenienze infortunistiche ragionevolmente impensabili”: è del resto evidente che, se si concludesse in senso opposto, ciò avrebbe come conseguenza l’ascrivibilità al datore di lavoro di qualunque evento lesivo, pur se imprevedibile e inevitabile, mentre “non si può automaticamente presupporre, dal semplice verificarsi del danno, l’inadeguatezza delle misure di protezione adottate; è necessario, piuttosto, che la lesione del bene tutelato derivi causalmente dalla violazione di determinati obblighi di comportamento imposti dalla legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche in relazione al lavoro svolto”.

Implicazione logica

Ogni azione ha la sua conseguenza. Questo concetto, forse il primo che un genitore insegna ai propri figli, è terribile nella sua banale semplicità. Non c’è salvezza, non c’è via d’uscita. E per quanto nella realtà sia sempre imprescindibilmente vero, in diritto tuttavia non è mai scontato ed è sempre da dimostrare. Ad “A” consegue “B”? Sempre, nella vita… forse, nel diritto. Ma se la consequenzialità è provata, non c’è più scampo!

Endodonzia: irrigazione e dolore post-operatorio, metodi vecchi e nuovi a confronto

L'irrigazione è una fase importante del trattamento endodontico. Un recente studio, pubblicato su Nature, ne ha voluto testare gli effetti sul dolore post-operatorio. I ricercatori del Leeds Teaching Hospitals NHS Trust, Leeds, Regno Unito, hanno preso in esame 4 diverse modalità di irrigazione, mettendole a confronto.

Come sono stati selezione i pazienti

I pazienti dovevano essere adulti in buona salute. Inoltre, dovevano manifestare dolore moderato o grave all'inizio del trattamento endodontico, valutato da loro stessi su una scala del dolore da 0 a 10. Infine, dovevano avere una diagnosi dentale di "parodontite apicale sintomatica" e un test al freddo negativo su un molare mandibolare.

I metodi di irrigazione adottati

Gli autori dello studio hanno dunque coinvolto 80 pazienti del Dipartimento di Endodonzia della Biruni University, Turchia. Poi li hanno assegnati a quattro gruppi diversi per testare vari metodi di irrigazione e disinfezione su molari permanenti inferiori. I metodi utilizzati sono stati i seguenti: 1) Metodo convenzionale; 2) Sistema di attivazione dell'irrigazione sonica; 3) Irradiazione con un laser a diodo da 980 nm e irrigazione convenzionale; Irradiazione con un laser a diodo da 980 nm e sistema di attivazione dell'irrigazione sonica. I ricercatori hanno quindi valutato i livelli di dolore post-operatorio a 8, 24 e 48 ore e 7 giorni dopo il trattamento endodontico.

I risultati dello studio

Tutti i gruppi di pazienti hanno sperimentato una significativa diminuzione del dolore post-operatorio. Tuttavia, i ricercatori non hanno rilevato differenze statisticamente significative nei livelli di dolore tra i diversi metodi di irrigazione. Inoltre, non hanno trovato differenze significative basate sul genere o sull'età dei pazienti. L'uso dell'irrigazione sonica e dell'irradiazione con un laser a diodo da 980 nm non riduce significativamente il dolore post-operatorio nei molari mandibolari adulti sottoposti a trattamento endodontico, rispetto ai metodi di irrigazione convenzionali. Sebbene lo studio non abbia individuato il metodo più efficace, offre comunque un'informazione importante per gli specialisti attivi nel campo dell'endodonzia.

Selenomonas sputigena è tra le possibili cause della carie

Selenomonas sputigena è una specie batterica appartenente alla famiglia delle Acidaminococcaceae. Potrebbe essere tra le cause, mai identificate prima, della carie. Lo ipotizza uno studio pubblicato recentemente su Nature Communications. La ricerca è stata condotta dall'Università della Pennsylvania insieme con l'Università della Carolina del Nord. E apre la strada a un nuovo filone di ricerca sull'eziologia di questa malattia infettiva, tra le più diffuse al mondo.

Selenomonas sputigena, un partner dello Streptococcus mutans

Finora, la principale causa della carie era attribuita a un'altra specie batterica, Streptococcus mutans, responsabile della formazione della placca. Lo studio in questione mette in discussione questa ipotesi, attribuendo a Selenomonas sputigena un nuovo ruolo nello sviluppo della carie. Sino ad oggi, infatti, questa specie batterica era associata solo alle malattie gengivali e non alla formazione del biofilm dove proliferano i batteri responsabili della carie.

Come si è svolta la ricerca

Nello studio, i ricercatori dell'Università della Carolina del Nord hanno analizzato campioni di placca prelevati dai denti di 300 bambini di età compresa tra 3 e 5 anni. La metà dei casi presentava carie dentali. Poi hanno sottoposto i campioni a una serie di test avanzati, inclusi il sequenziamento dell'attività genica batterica, l'analisi dei percorsi biologici implicati da tale attività batterica e l'immagine microscopica diretta. Successivamente, i risultati sono stati confermati su un ulteriore set di 116 campioni di placca prelevati da bambini di età compresa tra 3 e 5 anni.

I risultati, un passo avanti nella comprensione della carie

Selenomonas sputigena non è in grado di causare la carie da sola. È una delle diverse specie batteriche, legate alla carie, presenti nella placca. Tuttavia, secondo i dati osservati, avrebbe la capacità di collaborare in modo significativo con S. mutans, potenziando il processo di formazione delle cavità. Migliorare la comprensione dei meccanismi sottesi allo svlipuppo della carie è di notevole importanza. Secondo i ricercatori, infatti, suggerirebbe la possibilità di interrompere queste superstrutture protettive di S. sputigena utilizzando enzimi specifici o metodi di spazzolatura dei denti più precisi ed efficaci. Con la consapevolezza che l'interesse in questa scoperta non riguarda solo il campo odontoiatrico. Potrebbe essere di ampia rilevanza, infatti, anche per i microbiologi che studiano i fenomeni di colonizzazione batterica in ambienti nuovi.

Cemento traslucido, per l’estetica è da preferire a quelli opachi

Il cemento traslucido, nelle ricostruzioni provvisorie a valenza estetica, può essere una valida alterativa ai cementi opachi. Un recente studio, pubblicato su JADA, ha valutato l'interferenza cromatica di un nuovo cemento traslucido rispetto ai materiali convenzionali, in combinazione con ricostruzioni provvisorie di diverso spessore e sfumature. Ai ricercatori del Dipartimento di Odontoiatria Restaurativa dell'Università Statale di San Paolo, Brasile, va il merito di questa ricerca che ha implicazioni pratiche di grande interesse per l'attività clinica di un odontoiatra.

Il cemento traslucido sotto esame

I ricercatori hanno preparato dei dischi compositi di bis-acrilico in due spessori (1,2 mm e 0,6 mm) e tre sfumature (A3.5, A2, sbiancato) per simulare le ricostruzioni dentali temporanee. Successivamente, hanno effettuato la cementazione di questi dischi su dischi di dentina utilizzando diversi tipi di cemento: un cemento traslucido (Provicol QM Aesthetic), due cementi convenzionali (Provicol e Temp-Bond NE) e un liquido trasparente (polietilene glicole 400). È stata calcolata la differenza di colore tra i campioni cementati con il liquido trasparente e quelli cementati con ciascun tipo di cemento (ΔEab).

Cosa hanno osservato i ricercatori

I risultati dello studio hanno mostrato che il cemento traslucido ha avuto una minore interferenza cromatica rispetto ai materiali convenzionali. Inoltre, lo spessore e la sfumatura della resina hanno influenzato solo i risultati dei cementi opachi. Ne è emerso che i campioni più sottili e con sfumature più chiare hanno presentato una maggiore interferenza cromatica.

Le implicazioni pratiche

L'impiego di un cemento traslucido può ridurre significativamente l'interferenza cromatica nell'esito estetico delle ricostruzioni dentali temporanee. Pertanto, i dentisti dovrebbero preferire l'uso di cementi traslucidi rispetto a quelli opachi per ottenere risultati estetici migliori e più naturali. In conclusione, il cemento traslucido si conferma come la scelta migliore rispetto ai cementi opachi. Grazie alle sue proprietà ottiche superiori, può migliorare significativamente l'aspetto estetico delle ricostruzioni dentali provvisorie.

Decreto Milleproroghe e novità ECM

L’8 febbraio 2023 è stato approvato l’emendamento da parte delle Commissioni riunite Affari costituzionali e Bilancio del Senato, a firma del presidente Affari Sociali e Sanità Francesco Zaffini, all’interno del Decreto Milleproroghe pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 27 febbraio 2023. L’art. 4, comma 5 – obbligo formativo ECM – prevede quanto segue:

  • il termine per l’assolvimento dell’obbligo formativo, ai sensi dell’art. 16bis del d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, per il triennio 2020-2022 è prorogato al 31 dicembre 2023;
  • il triennio formativo 2023-2025 e il relativo obbligo formativo hanno ordinaria decorrenza dal 1° gennaio 2023;
  • la certificazione dell’assolvimento dell’obbligo formativo per i trienni 2014-2016 e 2017-2019 può essere conseguita, in caso di mancato raggiungimento degli obblighi formativi nei termini previsti, attraverso crediti compensativi definiti con provvedimento della Commissione nazionale per la formazione continua.

Si definisce quindi la possibilità per i professionisti sanitari NON in regola con il debito formativo dei precedenti trienni di recuperare i crediti mancanti nell’arco del 2023.

Compito del professionista è quello di verificare il proprio stato formativo ECM a partire dal 2014 e attivarsi per sanare il debito formativo pregresso.

Abbiamo preparato delle brevi video pillole per chiarire alcuni aspetti normativi utili a comprendere l’importanza della certificazione dell’assolvimento del debito formativo a tutela professionale di ogni operatore sanitario.

 

Il conto economico dello Studio

Alzi la mano chi, consultando la lista mensile delle entrate e delle uscite della propria attività, è davvero in grado di stabilire a quanto ammonta il guadagno. Il calcolo, più complesso di una semplice operazione aritmetica, estrapola il ricavo analizzando ben più fattori in gioco. 

A chi esercita un’attività in proprio possono servire alcune nozioni di base dell’economia aziendale. In questo articolo si illustrano alcune elaborazioni numeriche che mostrano, per un certo periodo, l’ammontare delle entrate e delle uscite e la loro differenza, cioè il “flusso di cassa”. Se si prendono i totali di periodo, si riesce soltanto a sapere se, in un dato mese, quanto incassato a seguito di prestazioni offerte ai clienti è stato o meno sufficiente per “coprire” le uscite.
È probabile che nel modo di ragionare di chi non si intende di economia aziendale la differenza fra entrate e uscite possa essere scambiata per il “guadagno” se risulta positiva o, altrimenti, per una “perdita”. In pratica, si trasferisce all’attività il ragionamento tipico, corretto nella vita privata, del vecchio adagio che riassumeva la buona amministrazione di sé stessi: “mai spendere più di quello che si incassa”. Per la vita privata funziona, ma per un’attività non basta, perché la situazione è molto più complessa.
In primis perché ormai in molti casi si opera a credito e poi perché, per lavorare, si utilizzano beni, come immobili e attrezzature, che durano nel tempo e che si devono ricostituire e rinnovare. Basarsi anche nella gestione dell’attività sulla sola cassa può creare notevoli distorsioni rispetto al giudizio sul suo andamento.

Il controllo degli incassi

Il primo passo è affiancare alla misura degli incassi, per esempio su base mensile, quella della “produzione”, ossia la somma dei prezzi delle prestazioni eseguite, al netto di eventuali sconti.
Il fatto che in genere si conceda credito ai clienti fa sì che parte delle prestazioni effettuate non sia pagata “alla consegna”. Il dato della produzione dovrebbe essere quello più osservato, in quanto rappresenta direttamente la quantità dei clienti e il livello medio dei prezzi praticato in ogni studio.
In un mese, quanto si incassa non dipende solo dalle prestazioni relative a quel mese, ma anche dal recupero degli incassi di prestazioni eseguite a credito in passato e perfino dalla pura aspettativa di prestazioni eseguite in futuro, grazie al fatto che sovente si verificano incassi in acconto.
Un incasso esuberante calcolato in un certo mese, pertanto, non deve essere guardato nel suo ammontare assoluto, ma va rapportato alla produzione effettivamente eseguita in quel preciso lasso temporale. Se, ad esempio, l’incasso superasse di molto i lavori eseguiti, quel mese potrebbe essere caratterizzato da una scarsa produzione, eventualità che avrebbe riverberi negativi nell’immediato futuro. Al contrario, un incasso inferiore alla produzione può dipendere dal fatto che, in quel mese, si è concesso molto credito ai pazienti. Un indice per eseguire rapidamente questo controllo consiste nel dividere l’importo incassato nel mese per la produzione relativa allo stesso periodo. L’indice normalmente dovrebbe oscillare attorno al valore 1.

Volendo essere più analitici, si dovrebbe misurare l’indice descritto riferendolo però solamente agli incassi delle prestazioni eseguite nel mese, escludendo i recuperi di incassi del credito concesso nei mesi precedenti e gli acconti per future prestazioni. Tale indice segnala direttamente la capacità di farsi pagare velocemente, e se fosse di molto inferiore a 1 significa che si è concesso molto credito ai pazienti.

Il calcolo del “conto economico”

In analogia con l’analisi relativa alle entrate, anche quella delle uscite va associata a un concetto aziendalistico, ossia quello di “costo”. Gli studiosi di economia aziendale chiariscono bene come l’uscita di denaro in quanto tale non rappresenti il “costo”, ma ne sia soltanto un riflesso. Se si è in grado di afferrare questa differenza e a farsi un’idea veritiera del costo sostenuto in un periodo preciso, per esempio nell’arco di un mese, si potrà effettuare il calcolo noto come “conto economico”: si toglie al valore della produzione mensile, che la dottrina ragionieristica chiama “ricavo”, quello del relativo costo, cioè quello che è servito per eseguire quella produzione. Se la differenza sarà positiva, significa che il ricavo è più grande del costo e dunque sarà stato realizzato un vero guadagno, creando nuova ricchezza per sé e per il futuro dell’attività. Altrimenti, se la differenza fosse negativa, cioè i costi del periodo superano i suoi ricavi, si sarà subita una perdita.

Uscita o costo?

Mentre un’uscita non sempre è collegata alla produzione di un periodo, il costo, per definizione, è tale proprio perché si colloca, in quel periodo, al servizio esclusivo della produzione realizzata. Le uscite del mese, o di periodi più lunghi, possono servire per pagare il prezzo di acquisti di beni e servizi che sono già stati utilizzati per eseguire altre prestazioni in passato, oppure per quelle future. L’uscita è una mera manifestazione monetaria, che deriva sempre da un costo, ma non lo rappresenta del tutto. I beni e servizi che servono per operare diventano costi soltanto nel momento in cui sono utilizzati: o perché, come nel caso dei materiali odontoiatrici, sono consumati fisicamente, o perché “maturano” in base allo scorrere del tempo: si pensi agli affitti, ai leasing, agli stipendi.

Mentre nel caso dei materiali la coincidenza dell’uscita con il sorgere del costo si può tranquillamente escludere, per gli altri costi indicati, quelli legati al tempo, ci può anche essere coincidenza con l’uscita, ma dal punto di vista della misurazione aziendale quel costo (l’affitto, lo stipendio), deve essere comunque associato alla produzione del periodo a cui si riferisce, anche se non fosse stato ancora pagato. Per quanto riguarda i materiali, in particolare, se si vuole disporre di una vera misura del loro costo in relazione alle prestazioni effettuate, la regola di registrarne il reale consumo non trova scorciatoie. Ad esempio, considerare come costo dei materiali gli importi delle fatture di acquisto darà una misura che, nella grandissima maggioranza dei casi, sarà inesatta. La fase finale della misurazione dei costi è facoltativa, ma può essere di grande aiuto in vari frangenti, ad esempio quando si stabiliscono i prezzi da chiedere per le varie cure.
Si tratta di assegnare i costi ai vari tipi di prestazioni effettuate, in modo da sapere quanto è costato eseguire, ad esempio, le prestazioni di conservativa piuttosto che quelle di protesi.
Tale operazione, nell’economia aziendale, prende il nome di “analisi dei costi”. In questa assegnazione, di solito non si incontrano difficoltà nel collegare i vari materiali al tipo di prestazioni cui servono, mentre per i costi che maturano con il tempo si deve utilizzare una ripartizione arbitraria, ma ciò non deve indurre a ritenerla poco significativa o veritiera, associando quei costi ai vari tipi di prestazioni, secondo criteri che devono tenere conto della loro rispettiva capacità di sopportare il volume di costi loro assegnato. Avrà dunque poco senso assegnare lo stesso volume di costi a prestazioni che hanno un ben diverso volume di ricavo, solamente perché nel mese, o nell’anno, lo studio vi ha dedicato la stessa quantità di tempo.

 

 

La trasformazione digitale: efficienza o stress professionale?

La trasformazione digitale ha enormi potenzialità nel posizionamento strategico della attività e per gestire, con criterio qualità-tempi-costi-ricavi, i processi: ne consegue un impatto positivo sull’accesso alle cure per i pazienti e sul posizionamento competitivo dello studio odontoiatrico.
Le nuove tecnologie non sono però scevre da rischi. La società di consulenza Mc Kinsey ha stimato, in alcuni contesti, un alto tasso di mancato raggiungimento degli obiettivi perseguiti attraverso la trasformazione digitale. Investire in tecnologia non è una via diretta per il successo se il contesto non è adeguato in termini di persone e ruoli, metodo organizzativo e mentalità digitale. Due i criteri fondamentali per il successo:

il Digital Mindset, ovvero la conoscenza e l’esperienza digitale che il medico deve possedere per governare l’ambiente tecnologico. Le abilità digitali si riflettono in primis sulla clinica: le potenzialità diagnostiche e terapeutiche, correlate alle nuove tecnologie, supportano il medico se quest’ultimo possiede, oltre a una consolidata esperienza, un’adeguata competenza digitale. La carenza può creare fattori di rischio clinico e accelerare l'obsolescenza del sapere del medico;

il Digitale Integrato. L’ambiente clinico tecnologico digitale deve interfacciarsi con applicativi e programmi extra clinici e amministrativi; la mancata integrazione/flusso dei dati crea sprechi di tempo e risorse. Per ottimizzare i processi digitalizzandoli è dapprima necessario progettare i processi stessi attraverso un metodo organizzativo che prevede persone – ruoli – mansioni per renderli efficaci prima che efficienti. È la squadra che, formata ad hoc, condivide e governa i processi. La digitalizzazione li ottimizza creando efficienza e opportunità di riposizionamento dell’attività. Inevitabile quindi organizzare lo studio secondo criteri imprenditoriali, il che rimanda all’impegno di energie extra cliniche per il medico se non è adeguatamente supportato.
Il digitale avanzato mira all’efficienza attraverso un affascinante “metaverso” che, in assenza di nuovi paradigmi, mette in crisi le conoscenze, il travaso del sapere e il “modello” di studio professionale.

 

Lorenzo Balsano
Laureato in Odontoiatria con perfezionamento in Implantologia presso l’Università degli Studi di Milano, è consulente e auditor per i Sistemi di organizzazione per la qualità in Odontoiatria, relatore in seminari e congressi scientifici internazionali, autore di pubblicazioni in tema di organizzazione per la qualità in odontoiatria e il controllo dell’infezione Crociata nello studio dentistico. libero professionista in Pandino (CR), fa parte del Comitato editoriale de Il Dentista Moderno.

Ascolta il podcast di questo editoriale

 

 

Uno studio sulle corone ibride “abutment” monolitiche in disilicato di litio

Le corone ibride "abutment" (HAC) monolitiche in disilicato di litio sono spesso impiegate per le ricostruzioni singole sugli impianti dentali. Tuttavia, sono pochi i dati a lungo termine disponibili sulla durata nel tempo di questa soluzione. Uno studio clinico ha valutato i tassi di sopravvivenza e le complicanze delle corone HAC, realizzate mediante CAD-CAM, nel corso di almeno 3,5 anni. I risultati dello studio, condotto presso il Dipartimento di Odontoiatria Protesica dell'Ospedale Universitario LMU di Monaco di Baviera, sono stati pubblicati sul Journal of Prosthodontics.

Come si è svolta la ricerca

Per compiere la valutazione, i ricercatori hanno selezionato retrospettivamente 25 pazienti che avevano ricevuto, in totale, 40 corone HAC in ceramica monolitica di disilicato di litio. Nei casi in oggetto, si erano legate le corone a monconi in titanio realizzati mediante CAD-CAM. Si erano posizionati e fabbricati tutti gli impianti e le ricostruzioni avvitate nello stesso reparto di un ospedale universitario.Lo studio ha preso in esame le complicanze tecniche e biologiche occorse in un tempo non inferiore a 3,5 anni. Ottenendo anche i punteggi funzionali di protesizzazione implantare (FIPS, Functional Implant Prosthodontic Scores).

Cosa è emerso dallo studio

Nel corso del periodo di osservazione medio di 5,9 ±1,4 anni, la sopravvivenza degli impianti è stata del 100%, del 97,5% invece quella delle corone HAC. Gli autori dello studio hanno inoltre riscontrato la frattura di una corona, che ha richiesto la rifabbricazione della ricostruzione. Infine, hanno rilevato tre lievi complicazioni di natura biologica. Il punteggio FIPS medio complessivo è risultato di 8,69 ±1,12 punti.

Quanto valgono le corone ibride "abutment"

Secondo quanto osservato, le corone HAC monolitiche avvitate, fresate da ceramiche di disilicato di litio e legate a monconi in titanio, sembrano rappresentare un'opzione di trattamento affidabile. Le complicanze biologiche e tecniche sono minime. Le corone HAC monolitiche possono dunque essere considerate una scelta sicura e duratura per le ricostruzioni dentali su impianti. Tuttavia, come sottolineano gli autori stessi, sono necessari ulteriori studi per confermare i risultati osservati e valutare le prestazioni nel lungo periodo appunto. Per il resto, nella scelta delle corone HAC come opzione di trattamento è fondamentale considerare le specifiche esigenze cliniche e i fattori individuali del paziente

Adesivo universale sperimentale, uno studio sugli effetti della viscosità

Adesivo universale ed effetto della viscosità sulla forza di adesione alla dentina preparata con il laser Er:YAG. Un recente studio condotta presso la Nippon Dental University di Niigata, in Giappone, si è concentrato su questo particolare aspetto. I risultati della ricerca sono stati pubblicati su Nature.

Il focus della sperimentazione sugli adesivi universali

L'obiettivo di questo studio era investigare l'impatto della viscosità dell'adesivo universale (UA) sulla resistenza di adesione della resina composita alla dentina preparata con laser Er:YAG. I ricercatori hanno sviluppato quattro UA sperimentali (SI-1, SI-2, SI-3 e SI-4) mediante l'aggiunta del 1%, 2%, 3% e 4% in peso di nanosilice a BeautyBond Xtreme (Shofu). Come controllo hanno impiegato BeautyBond Xtreme (SI-0). Infine, per misurare la viscosità degli UA sperimentali, hanno usato un viscosimetro di tipo B.

Come si è svolta la ricerca

Dapprima i ricercatori hanno levigato con carta vetrata #600 i denti anteriori mandibolari bovini per ottenere superfici di dentina appiattite. Tali superfici di dentina sono state sottilmente tagliate tramite irradiazione del laser Er:YAG. Poi i ricercatori hanno preparato i campioni utilizzando l'UA corrispondente e una resina composita fluida. Successivamente li hanno sottoposti al test di resistenza di adesione microtensile (μTBS).

I risultati della sperimentazione

I dati della misurazione della viscosità e del test μTBS sono stati analizzati statisticamente utilizzando il test di Kruskal-Wallis. Gli autori dello studio hanno osservato una significativa differenza media di viscosità tra tutti i gruppi sperimentali (p < 0,01). Il μTBS di SI-1 e SI-2 è risultato significativamente superiore rispetto a quello di SI-0, SI-3 e SI-4 (p < 0,001). Inoltre, il μTBS di SI-0 è risultato significativamente inferiore rispetto a quello di SI-4 (p < 0,001). La viscosità degli UA universali sperimentali ha influenzato significativamente la resistenza di adesione alla dentina trattata con laser.

I dati ottenuti dalla misurazione della viscosità nei diversi gruppi non presentavano una distribuzione normale, ad eccezione di SI-0. Anche i dati ottenuti dal test μTBS nei diversi gruppi non rispettavano una distribuzione normale, ad eccezione di SI-4 sia nel gruppo L che nel gruppo G. Sia i dati della misurazione della viscosità che del test μTBS non hanno mostrato una varianza omogenea.

Le conclusioni

I risultati mostrano che la viscosità dell'adesivo influenza la resistenza di adesione alla dentina. In particolare, alcune varianti con viscosità specifica hanno dimostrato una resistenza di adesione superiore rispetto ad altre. Questi risultati forniscono informazioni utili per comprendere come la viscosità dell'adesivo influenzi l'efficacia dell'adesione alla dentina preparata con laser Er:YAG.

Uno studio sul comportamento meccanico della zirconia

La zirconia stabilizzata con ittrio è ampiamente utilizzata nel settore dentale. Merito delle sue proprietà di resistenza e traslucenza che la rendono un materiale ideale nel comparto odontotecnico. Tuttavia, una recente indagine ha evidenziato una significativa variabilità nel comportamento meccanico e fisico di questa sostanza, con conseguenti implicazioni sul piano clinico. Lo studio, realizzato dall'American Dental Association Standards & Research Institute di Chicago, è stato pubblicato su JADA Foundation Science.

Come si è svolto lo studio sulla zirconia

I ricercatori hanno preso in esame diversi campioni di zirconia, provenienti da 9 laboratori. I campioni sono stati oggetto di un approfondito esame, al fine di valutarne il comportamento meccanico e fisico. In particolare, sono stati sottoposti a test di resistenza alla flessione e, mediante microscopia ottica ed elettronica a scansione, anche a un'analisi delle superfici di frattura. Oltre che a test su composizione chimica, durezza Vickers e trasmissione assoluta.

I risultati osservati

Gli studiosi hanno rivelato una notevole variabilità nei valori di resistenza della zirconia. La zirconia destinata alle applicazioni posteriori ha mostrato un'ampia gamma di valori di resistenza che si sovrapponevano a quelli dei campioni destinati alle applicazioni anteriori. Tuttavia, al controllo dei valori di resistenza in base al contenuto di ittrio, sono emerse delle differenze. I materiali con una percentuale del 3% di ittrio mostravano una resistenza significativamente più elevata rispetto a quelli con il 5% di ittrio.

Cosa mette in evidenza lo studio

Secondo gli autori, la ricerca suggerisce la necessità di compiere una selezione accurata della zirconia in base alle esigenze cliniche specifiche. La variabilità osservata nei valori di resistenza potrebbe essere attribuita all'uso misto di zirconia con diverse percentuali di ittrio. Ma anche al processo di lavorazione e finitura nei laboratori odontotecnici che può variare sensibilmente.

Per queste ragioni, è fondamentale che clinici e odontotecnici collaborino strettamente per garantire la scelta appropriata del materiale e una corretta lavorazione per ottenere risultati ottimali e prevedibili. Questo studio fornisce dunque una base importante per ulteriori ricerche e sviluppi nel campo dei materiali odontotecnici. Al fine di migliorare la durata e l'estetica dei restauri dentali a base di zirconia stabilizzata con ittrio. Ma anche di guidare la pratica clinica verso scelte più consapevoli per un successo a lungo termine dei trattamenti restaurativi.

Prestazioni cliniche dei cementi bioceramici: una revisione della letteratura

1a. Lesione di grandi dimensioni che richiede chirurgia dopo l'endodonzia

I materiali bioceramici oggi sono sempre più diffusi e in virtù delle loro proprietà vengono impiegati con successo in diverse procedure endodontiche. Nel presente articolo, basandosi sulla valutazione di quanto emerge da studi clinici presenti in letteratura, vengono analizzate le principali caratteristiche dei cementi bioceramici e i loro possibili utilizzi clinici

Davide Bacchetta
Odontoiatra, libero professionista, Milano

Mario Alovisi
professore associato Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Scienze Chirurgiche Dental School, Torino

 

Negli ultimi anni, i cementi bioceramici si sono aggiunti ai materiali a disposizione dell’endodontista, offrendo nuove opportunità di utilizzo clinico. La prima menzione in un articolo risale al 2009 (1) e da allora il numero di lavori in letteratura dedicato a questi materiali, così come la loro diffusione, è aumentato notevolmente.

Caratteristiche dei cementi bioceramici

Quando parliamo di materiali bioceramici ci riferiamo a cementi premiscelati a base di silicato tricalcico. La più ampia famiglia dei biomateriali comprende tra gli altri, oltre ai bioceramici, MTA e Biodentine.
L’MTA (Mineral Trioxyde Aggregate) è cemento di Portland con l’aggiunta di additivi e radiopacizzanti che si miscela con acqua, innescando la reazione che porta il silicato tricalcico e l’alluminato tricalcico di cui è composto a formare silicato di calcio idrato e idrossido di calcio.
I cementi bioceramici differiscono dall’MTA per il tipo di cemento, che è a base di silicato tricalcico nano-particolato, è privo di alluminio ed è premiscelato, quindi indurisce grazie all’umidità presente nell’endodonto (2).
Biodentine, invece, è un cemento a base di silicato tricalcico che necessita di miscelazione.

Grazie alle loro caratteristiche chimiche, i cementi bioceramici sono dotati di alta biocompatibilità; sono definiti bioattivi in quanto possono formare un legame diretto con il tessuto pulpare o parodontale, stimolano la produzione di idrossiapatite grazie al rilascio di calcio e sono osteoconduttivi, in quanto stimolano la riparazione del tessuto osseo.

I cementi bioceramici sono idrofili e richiedono la presenza di una certa umidità per indurire, inoltre presentano proprietà antibatteriche grazie al loro pH basico.
Durante la fase di solidificazione non presentano contrazione del volume e non sono riassorbibili.

I vantaggi di questi materiali sono molteplici: possono essere impiegati in diverse situazioni cliniche, sono semplici da maneggiare, hanno una buona stabilità cromatica, possiedono buone proprietà sigillanti e, non contraendosi, non formano gap dopo l’indurimento. D’altra parte, bisogna considerare anche alcuni svantaggi, tra cui il costo, l’incompatibilità con le tecniche a caldo e la difficoltà di ritrattamento: i cementi bioceramici, infatti, non vengono intaccati dai solventi utilizzati in endodonzia.

Utilizzi clinici

I cementi bioceramici sono disponibili sul mercato in formulazione fluida e putty e possono essere utilizzati in diversi ambiti clinici, tra cui l’otturazione canalare con la tecnica del cono singolo, le pulpotomie, l’incappucciamento diretto della polpa, le procedure di rigenerazione pulpare, la riparazione di perforazioni iatrogene e la chirurgia endodontica. Nella formulazione putty i bioceramici possono infatti essere utilizzati per l’otturazione della retropreparazione dopo l’apicectomia.

Il loro utilizzo per l’otturazione canalare è indicato in diversi casi:

  • apice di grandi dimensioni;
  • riassorbimenti;
  • grandi lesioni periapicali che necessitano di chirurgia dopo il trattamento endodontico (la chiusura con bioceramico può far sì che non sia necessario preparare una cavità dopo l’apicectomia);
  • difficoltà nell’asciugare il canale
  • canali corti in cui sia difficile chiudere con tecnica verticale a caldo.

 

 

Le caratteristiche dei bioceramici vengono alterate in presenza di alte temperature; pertanto, il loro utilizzo nell’otturazione canalare avviene con tecnica a freddo, mediante l’introduzione del cemento nel canale con punte dedicate e l’utilizzo di un cono singolo di guttaperca che può essere ricoperto di cemento prima di essere introdotto nell’endodonto.

Scopo

Lo scopo di questa revisione è quello di valutare le prestazioni dei cementi bioceramici riportate negli studi presenti in letteratura nei differenti utilizzi clinici e per i diversi risultati che sono stati presi in considerazione nei vari lavori.
In aggiunta, ci siamo domandati se quanto traspare in letteratura fornisca indicazioni tali da poter sostituire di routine i cementi endodontici tradizionali con i materiali bioceramici.

Metodi

Sui database Scopus e PubMed sono stati cercati gli articoli in lingua inglese inerenti a studi in-vivo attraverso le seguenti parole chiave: bioceramic endodontics, bioceramic, bioceramic sealer, bioceramic sealers in endodontics. Sono stati trovati 316 articoli: tra questi, attraverso lo screening degli abstract, sono stati selezionati 22 articoli full-text in lingua inglese inerenti a studi in-vivo. Di questi ultimi, nove non sono stati presi in considerazione perché riguardanti studi su animale.
Nella rosa finale degli studi sono stati inclusi 13 articoli inerenti a studi clinici (Grafico 1).

 

 

Negli articoli prescelti, i cementi bioceramici sono stati utilizzati in diversi ambiti clinici: 10 studi hanno valutato i bioceramici utilizzati per la chiusura canalare e due di questi hanno preso in considerazione l’estrusione oltreapice del materiale. In due studi il materiale bioceramico è stato utilizzato per pulpotomia (sia in denti con apice immaturo sia in denti con apice formato) mentre in uno studio è stato utilizzato per riparare perforazioni in molari decidui.

I risultati sono stati considerati nei diversi studi attraverso differenti parametri: cinque articoli hanno considerato il dolore postoperatorio dopo la chiusura canalare, sette hanno considerato la guarigione valutata clinicamente e radiograficamente.Uno studio ha preso in considerazione sia la guarigione sia il dolore postoperatorio (vedi Tabella 1).

Risultati

In nessuno dei 13 studi considerati è stata rilevata una differenza statisticamente significativa in termini di dolore postoperatorio in seguito all’utilizzo di cementi bioceramici e cementi tradizionali. Uno studio ha riscontrato minor dolore intraoperatorio durante le fasi di otturazione con cemento bioceramico rispetto ad altre tecniche (14).
L’estrusione oltreapice di materiale è stata maggiore per i bioceramici rispetto ai cementi resinosi (13).
L’estrusione di cemento bioceramico non è stata associata a un dolore postoperatorio maggiore e non è stato riscontrato un suo effetto sulla guarigione (8).
Non sono emerse differenze statisticamente significative in termini di tasso di sopravvivenza nell’utilizzo di bioceramici in comparazione a idrossido di calcio o MTA utilizzati per pulpotomia (5, 6), ma in uno dei lavori si è riscontrata maggiore sensibilità al freddo utilizzando bioceramici (6), che mostrano un ponte dentinale più sottile rispetto a quello che si forma utilizzando idrossido di calcio per le pulpotomie (5) sebbene precedenti studi abbiano indicato che la qualità di tale ponte dentinale fosse migliore quando la pulpotomia era stata effettuata con materiale bioceramico (16, 6).

Il cemento bioceramico ha offerto risultati migliori in termini di capacità di sigillo rispetto all’MTA nella riparazione di perforazioni in molari decidui, seppure senza una differenza statisticamente significativa (7).

Discussione

Nessuno studio di per sé ha rilevato differenze statisticamente significative in termini di dolore postoperatorio fra bioceramici e altri cementi, ma una metanalisi di una precedente revisione sistematica della letteratura ha riportato un minor dolore postoperatorio in seguito all’utilizzo di cementi bioceramici per l’otturazione canalare (17).

Conclusioni

I cementi bioceramici offrono buone prestazioni cliniche per pulpotomie, incappucciamenti della polpa, riparazioni di perforazioni e otturazioni canalari. I cementi bioceramici possono essere utilizzati quando indicato, ma non si rilevano motivi per utilizzarli routinariamente per ogni terapia canalare e per sostituire i cementi utilizzati tradizionalmente.

 

TABELLA 1 – RISULTATI DI 13 STUDI SULL’UTILIZZO DEI BIOCERAMICI IN ENDODONZIA
AUTORE ANNO UTILIZZO DEL BIOCERAMICO ESITO VALUTATO MATERIALE RISULTATI
Graunaite et al. 2018 Otturazione canalare Dolore postoperatorio TotalFill Dolore postoperatorio simile con BC e cementi tradizionali
Yu et al. 2021 Otturazione canalare Dolore postoperatorio EndosequenceBC Dolore postoperatorio simile con BC e cementi tradizionali
Yang et al. 2020 Pulpotomia in denti conapice immaturo Valutazione clinica eradiografica iRoot No differenza in sopravvivenza CaOH/bioceramici. Ponte dentale più sottile con bioceramico
Azimi et al. 2013 Pulpotomia in denti conapice maturo Valutazione clinica, radiografica e istologica iRoot Sia MTA sia bioceramico danno esito favorevole
Abdelmotelb et al. 2020 Riparazione di perforazioni in molari decidui Valutazione clinica e radiografica TotalFill putty Bioceramico meglio di MTA ma statisticamente non significativo
Li et al. 2022 Otturazione canalare conestrusione di materiale Valutazione clinica e radiografica iRoot L’estrusione oltreapice di materiale non dà esiti avversi
Albakhakh et al. 2022 Otturazione canalare Valutazione clinica e radiografica TotalFill Riferisce che i bioceramici aumentano la guarigione (ma senza gruppo controllo)
Shim et al. 2021 Otturazione canalare Dolore postoperatorio Endoseal mta Bioceramici e cementi resinosi hanno simili effetti sul dolore postoperatorio
Yehia et al. 2021 Otturazione canalare Dolore postoperatorio e radiografie TotalFill No differenze in dolore o spessore della lamina dura tra bioceramico e cemento tradizionale
Bel Haj Salah et al. 2021 Otturazione canalare Valutazione clinica e radiografica BioRoot No differenze fra singola visita o visita multipla
Fonseca et al. 2019 Otturazione canalare conestrusione di materiale Dolore postoperatorio sealer plus BC Maggiori estrusioni di materiale con bioceramico risultati simili in termini di dolore
Washio et al. 2017 Otturazione canalare Dolore postoperatorio Glass basedcanal sealer Minor dolore intraoperatorio, dolore postoperatorio simile
Zavattini et al. 2020 Otturazione canalare Valutazione clinica e radiografica con CBCT Bioroot Risultati simili fra bioceramico e tecnica verticale a caldo in termini di successo

 

Bibliografia

  1. De-Deus G, Canabarro A, Alves G, Linhares A, Senne MI, Granjeiro JM. Optimal cytocompatibility of a bioceramic nanoparticulate cement in primary human mesenchymal cells. J Endod. 2009 Oct;35(10):1387-90.

2. Drukteinis S, Camillere J. Bioceramic materials in clinical endodontics. Springer Link, 2021

3. Graunaite I, Skucaite N, Lodiene G, Agentiene I, Machiulskiene V. Effect of Resin-based and Bioceramic Root Canal Sealers on Postoperative Pain: A Split-mouth Randomized Controlled Trial. J Endod. 2018 May;44(5):689-693.

4. Yu YH, Kushnir L, Kohli M, Karabucak B. Comparing the incidence of postoperative pain after root canal filling with warm vertical obturation with resin-based sealer and sealer-based obturation with calcium silicate-based sealer: a prospective clinical trial. Clin Oral Investig. 2021 Aug;25(8):5033-5042.

5. Yang Y, Xia B, Xu Z, Dou G, Lei Y, Yong W. The effect of partial pulpotomy with iRoot BP Plus in traumatized immature permanent teeth: A randomized prospective controlled trial. Dent Traumatol. 2020;36:518– 525

6. Azimi S, Fazlyab M, Sadri D, Saghiri MA, Khosravanifard B, Asgary S. Comparison of pulp response to mineral trioxide aggregate and a bioceramic paste in partial pulpotomy of sound human premolars: a randomized controlled trial. Int Endod J. 2014 Sep;47(9):873-81

7. Abdelmotelb MA, Gomaa YF, Khattab NMA, Elheeny AAH. Premixed bioceramics versus mineral trioxide aggregate in furcal perforation repair of primary molars: in vitro and in vivo study. Clin Oral Investig. 2021 Aug;25(8):4915-4925.

8. Li J, Chen L, Zeng C, Liu Y, Gong Q, Jiang H. Clinical outcome of bioceramic sealer iRoot SP extrusion in root canal treatment: a retrospective analysis. Head Face Med. 2022 Aug 31;18(1):28.

9. AlBakhakh B, Al-Saedi A, Al-Taee R, Nahidh M. Rapid Apical Healing with Simple Obturation Technique in Response to a Calcium Silicate-Based Filling Material. Int J Dent. 2022 May 9;2022:6958135.

10. Shim K, Jang YE, Kim Y. Comparison of the Effects of a Bioceramic and Conventional Resin-Based Sealers on Postoperative Pain after Nonsurgical Root Canal Treatment: A Randomized Controlled Clinical Study. Materials (Basel). 2021 May 19;14(10):2661.

11. Yehia M, Mohamed M, Ibrahim L, Moukarab D. Effect of Different Treatment Regimen and Types of Endodontic Sealers on Pain and Periapical Radiographic Changes. Open Access Maced J Med Sci [Internet]. 2021 Nov. 13 [cited 2023 Apr. 11];9(D):285-93. Disponibile all’indirizzo: https://oamjms.eu/index.php/mjms/article/view/7219

12. Bel Haj Salah K, Jaâfoura S, Tlili M, Ben Ameur M, Sahtout S. Outcome of Root Canal Treatment of Necrotic Teeth with Apical Periodontitis Filled with a Bioceramic-Based Sealer. Int J Dent. 2021 Mar 18;2021:8816628.

13. Fonseca B, Coelho MS, Bueno CEDS, Fontana CE, Martin AS, Rocha DGP. Assessment of Extrusion and Postoperative Pain of a Bioceramic and Resin-Based Root Canal Sealer Eur J Dent. 2019 Jul;13(3):343-348.

14. Effect of Bioactive Glass-Based Root Canal Sealer on the Incidence of Postoperative Pain after Root Canal Obturation Washio A, Miura H, Morotomi T, et al. Int J Environ Res Public Health. 2020 Nov 28;17(23):8857.

15. Zavattini A, Knight A, Foschi F, Mannocci F. Outcome of Root Canal Treatments Using a New Calcium Silicate Root Canal Sealer: A Non-Randomized Clinical Trial. J Clin Med. 2020 Mar 13;9(3):782

16. Liu S, Wang S, Dong Y. Evaluation of a bioceramic as a pulp capping agent in vitro and in vivo. J Endod. 2015 May;41(5):652-7.

17. Mekhdieva E, Del Fabbro M, Alovisi M, et al. Postoperative Pain following Root Canal Filling with Bioceramic vs. Traditional Filling Techniques: A Systematic Review and Meta-Analysis of Randomized Controlled Trials. J Clin Med. 2021 Sep 29;10(19):4509. 

 

 

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