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Un convegno da 15 crediti

VitaSoluzioni innovative per la protesi dentale di eccellente qualità. Questo è Vita Italia, sponsor della sesta edizione del convegno espositivo “L’odontoiatria orientata al paziente, l’importanza del team”, che si terrà il 3 ottobre ad Assago.

Per informazioni:
Laura Pacchetti
tel. 0239090630
laura.pacchetti@tecnichenuove.com

Elite Computer, un nuovo sponsor per il congresso targato DM

gruppo orisline

gruppo orislineLa data del 3 ottobre si avvicina e aumenta il numero degli sponsor del convegno “L’odontoiatria orientata al paziente, l’importanza del team” organizzato da “Il Dentista Moderno”.

Alle aziende che ci hanno dato la loro fiducia siamo lieti di aggiungere Elite Computer, produttrice di software e servizi informatici per lo studio odontoiatrico e il laboratorio odontotecnico.

Polizze: sempre meno regioni scelgono di affidarsi a compagnie assicurative

medici

Polizze troppo costose per gli ospedali statali: molte regioni hanno intrapreso la strada delle autoassicurazioni o della non assicurazione per affrontare i rischi di responsabilità civile nei casi di malasanità.

Questo è ciò che emerge dal dossier dell’Associazione nazionale imprese assicuratrici (Ania) “Malpractice, il grande caos”, dedicato al fenomeno degli errori in ambito sanitario. Attualmente solo la Valle d’Aosta e la Provincia di Bolzano si affidano ancora interamente al mercato assicurativo.

Gli altri enti accantonano dei fondi ad hoc e gestiscono per proprio conto le richieste di risarcimenti con schemi regionali o affidati alle singole Asl. Gli assicuratori vengono ormai contattati solo per coprire i sinistri per importi superiori ai 250-500 mila euro.

A intraprendere la strada assicurativa del “fai-da-te2 sono Liguria, Toscana, Puglia e Basilicata. Ad adottare invece un sistema misto – vale a dire ricorrendo alle compagnie assicurative solo per sinistri sopra una certa soglia – sono: Campania, Molise, Lazio, Sicilia, Marche, Umbria, Emilia Romagna, Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Provincia autonoma di Trento.

Secondo gli esperti dell’Ania, il sistema misto presenterebbe un rischio: “L’ultimo esempio di abbandono dello strumento assicurativo – spiegano – è quello della regione Sicilia dove la polizza in essere, disdettata a fine 2013, è scaduta dal primo luglio scorso lasciando prive di protezione le Asl locali poiché nel frattempo non è stato ancora costituito uno specifico fondo-rischi promesso dal presidente della regione Rosario Crocetta.

In questi frangenti il minore ricorso alle assicurazioni comporta un più debole sistema di garanzie, dando minori certezze di risarcimenti equi e rapidi a chi è rimasto vittima di un episodio di malasanità e rendendo più incerta l’attività del personale sanitario esposto a maggiori rischi professionali”.

“Gli assicuratori italiani intendono tornare a svolgere pienamente il proprio ruolo nella copertura dei rischi medici – ha sottolineato il presidente dell’Ania Aldo Minucci – dando certezze ai pazienti vittime di eventi avversi e ai medici che svolgono la loro attività. Per far questo però occorre rimuovere le cause di fondo che hanno reso ingovernabile il fenomeno della malpractice. In particolare, è necessario intervenire per: circoscrivere la responsabilità dei medici e delle strutture sanitarie; attuare idonee misure di gestione del rischio attraverso la nomina di un risk manager in tutti gli ospedali; porre un tetto ai danni non patrimoniali con l’approvazione delle tabelle di risarcimento dei danni biologici; definire linee guida mediche validate anche per contrastare il fenomeno della medicina difensiva che pesa per oltre l’11% sulla spesa sanitaria”.

Slow medicine: più tempo per i pazienti

medico

L’associazione italiana di medici, operatori sanitari e cittadini “Slow medicine”, nata sulla scia di “Slow food”, si basa sulla filosofia secondo cui “fare di più non significa fare meglio”. Descrive il progetto un gruppo di medici in una lettera pubblicata sul British Medical Journal. “Il progetto - scrive Sandra Vernero, segretario generale dell’associazione - nasce con l’obiettivo di tutelare gli interessi dei pazienti attraverso un paternariato con gli operatori sanitari, non razionalizzando solo l’assistenza per ridurre i costi. I medici dedichino più tempo al colloquio con i pazienti perché solo con una medicina partecipativa si combatte quella difensiva che gli specialisti praticano sempre di più per prevenire denunce e affinché negli ospedali non si guardi solo al numero di visite ma anche alla qualità delle prestazioni”.

India: estratti 232 denti a un adolescente

medico

Un team medico di Mumbai ha rimosso 232 denti dalla bocca di un adolescente, in 7 ore di operazione.

Il dottor Sunanda Dhiware, capo del reparto di odontoiatria del JJ Hospital di Mumbai, ha illustrato alla 'Bbc online' il caso di Ashik Gavai, 17 anni. Portato all’ospedale per un forte gonfiore alla mascella destra, il ragazzo ha raccontato di aver sofferto per 18 mesi prima di presentarsi all’ospedale. I medici si sono trovati a quel punto davanti a un fenomeno molto raro, definito un record mondiale.

“Il disturbo di Ashik è stato diagnosticato come un complesso odontoma composto, in cui in un punto della gengiva si formano numerosi denti. Si tratta di una sorta di tumore benigno”, ha spiegato Dhiware, dichiarando inoltre: “In un primo momento non abbiamo potuto tagliarli via, quindi abbiamo dovuto usare lo scalpello e il martello per tirarli fuori. Una volta che abbiamo aperto, alcuni denti piccoli come perle hanno iniziato a venire fuori, uno ad uno. Inizialmente li abbiamo raccolti, ed erano davvero come piccole perle bianche. Abbiamo contato 232 denti”.

Ora Ashik ha solo 28 denti. Dhiware ha dichiarato di non aver mai visto nulla di simile in tutti i suoi 30 anni di carriera.

“Secondo la letteratura medica disponibile su questa condizione, è noto che può colpire la mascella superiore, e in passato sono stati estratti un massimo di 37 denti. Ma nel caso di Ashik, il tumore è stato trovato in profondità nella mandibola e il ragazzo aveva centinaia di denti”.

Allarme sanità: potenziare i controlli sugli immigrati

enpam statuto medici odontoiatri

medico

L’Ordine dei Medici di Roma lancia l’allarme: potenziare la vigilanza sanitaria sui 6mila immigrati che sbarcheranno da qui ad agosto per evitare il rischio tubercolosi.

La richiesta è di "mettere in campo tutti i controlli necessari per tutelare la salute dei romani e degli stranieri a cui si darà accoglienza". A questo scopo verranno mobilitati oltre 200 operatori sanitari della Croce Rossa, ma Roberto Lala, presidente dell’associazione, si dice "fortemente preoccupato".

"Quando si tratta di clandestini e non di immigrati regolari, bisogna considerare che arrivano in Italia senza avere alle spalle un check up di vaccinazioni regolare e documentabile. Per questo devono essere sottoposti ad accertamenti sanitari rigorosi". Potenziare subito la "vigilanza sanitaria" sui 6mila immigrati che da qui ad agosto sbarcheranno nella Capitale per evitare "il rischio contagio".

A lanciare l’allarme Tubercolosi è l’Ordine dei Medici di Roma, che chiede a Regione e Comune di "mettere in campo tutti i controlli necessari per tutelare la salute dei romani e degli stranieri a cui si darà accoglienza".

"Tutte le statistiche indicano negli ultimi mesi un incremento dei casi di tubercolosi e il ritorno di alcune malattie infettive che in Europa erano quasi del tutto debellate".

Sono già due i morti a causa della Tbc, motivo per cui si richiede a tutti gli operatori sanitari di porre particolare attenzione per prevenire il rischio di contagio.

Le denunce contro i medici diminuiscono dell’8%

medici sanità odontoiatri

mediciL’ultimo rapporto dell’Ania (Associazione nazionale imprese assicuratrici) ha mostrato come sia in calo il numero di denunce contro i medici e le strutture sanitarie. Da 33.700 nel 2010 si è passati a 31.200 del 2012: -8%.

Di per se può non apparire significativa, ma questa percentuale è molto importante, considerando che dal 1994 il numero di denunce era aumentato di oltre il 200%. I sinistri denunciati alle imprese di assicurazione italiane, nel 2012, sono pari a 31.200 (di cui 19.500 relativi a polizze stipulate dalle strutture sanitarie), con una lieve riduzione (0,7%) rispetto all’anno precedente.

A fine 2012, la stima dei premi nelle coperture assicurative di ospedali e strutture sanitarie per la prima volta ha mostrato un decremento (-4,3% a 288 milioni). Il rapporto tra sinistri e premi (loss ratio) si attesta al 173%: per ogni 100 euro di premi incassati, le compagnie ne hanno pagati (o stimano di pagarne) 173 sotto forma di risarcimenti.

Tuttavia, mentre fino al 2005 il disavanzo tecnico aveva assunto valori particolarmente elevati, con un rapporto tra sinistri e premi giunto a superare il 310%, negli ultimi anni lo squilibrio è risultato più contenuto. In particolare per il 2012, secondo le valutazioni preliminari, il loss ratio si è attestato al 122%.

Sorrisi d’Agosto: il tuo dentista ANDI anche in vacanza

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Anche quest’anno torna “Sorrisi d’Agosto”, l’iniziativa che dà la possibilità a tutti i pazienti di trovare il dentista ANDI più vicino anche in vacanza. Il servizio ha riscosso grande successo negli ultimi anni, venendo utilizzato non solo da coloro che si muovevano per le ferie, ma anche dai cittadini che desideravano rintracciare dentisti aperti ad agosto.

I pazienti possono trovare i riferimento degli studi aderenti sul sito Obiettivosorriso.it, oppure chiamando il numero verde ANDI 800 911 202. Per ogni studio, i pazienti potranno conoscere l’orario e i giorni di apertura, oltre ai recapiti telefonici per fissare l’appuntamento.

I Soci ANDI che intendono indicare tra i nominativi quello del proprio studio, anche se rimane aperto solo alcuni giorni di agosto, possono richiedere l’inserimento direttamente dal sito ANDI.

Continua la rivolta di Ippocrate: Milano contro il nuovo giuramento, si arriva in tribunale

sanità

Si era già parlato a giugno della “rivolta di Ippocrate” milanese, quando l’Ordine dei medici di Milano decise di mantenere il Giuramento professionale del 2006, rifiutandosi di adottare il nuovo testo proposto dalla Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei medici).

La protesta è approdata in un’aula di tribunale. L’Ordine dei medici del capoluogo lombardo ha annunciato ricorso al Tar del Lazio “contro il tentativo della Fnomceo di imporre a tutti gli Ordini provinciali” il nuovo testo e il conseguente Codice deontologico.

La scelta unanime del Consiglio direttivo è stata “una decisione di metodo e di merito” spiega Roberto Carlo Rossi, presidente di Omceo (Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri) Milano. “Di metodo perché a nostro parere, secondo legge, la proposta di Fnomceo non è vincolante per i 106 Ordini provinciali. Di merito perché, come avevamo in precedenza fatto presente e denunciato, assieme ad altri 9 Ordini provinciali rappresentativi di circa un quinto dei medici italiani, non condividiamo alcune discutibili innovazioni introdotte nel nuovo testo”.

Rossi aveva definito la nuova versione “inutile, dannosa e pericolosa. In particolare perchè, con il nuovo testo, il medico che si opponesse agli ordini palesemente sbagliati di un giudice o di un funzionario amministrativo sarebbe sanzionabile. E la vicenda Stamina al riguardo sollecita ben più di semplici preoccupazioni”.

I punti critici riconosciuti dall’Ordine milanese darebbero l’idea di “un medico che deve adeguarsi a quanto gli impongono politici e funzionari, un medico che potrebbe essere sottoposto a procedimento disciplinare se la sua assicurazione lo disdetta, un medico che se esprime un’obiezione di coscienza poi dovrebbe fornire al paziente ogni utile chiarimento per la fruizione della ‘prestazione’, un assurdo logico prima che deontologico”.

Tips&Tricks Isolamento a finire

1. A: moncone prima della pulizia; B: posizionamento della punta sonica; C: punta sonica attivata con irrigazione; D: l’area del dente con dentina “riattivata”; E: schema in cui, in blu, viene rappresentata l’area dove ha lavorato la punta sonica.

• Giuseppe Chiodera
• Ombretta Papini

Riassunto

Lo scopo di questo articolo è proporre una tecnica di isolamento che consenta di posizionare la diga nel rispetto dei tessuti gengivali quando sia necessario isolare dei monconi protesici preparati con aree di finitura verticali. La tecnica consiste nel posizionare delle alette di composito flowable sul moncone, per stabilizzare la diga; le alette potranno essere facilmente rimosse al termine del trattamento. La metodica può essere utilizzata anche in conservativa diretta e indiretta per eseguire un isolamento personalizzato.

Parole chiave: diga di gomma, isolamento, endodonzia, ricostruzione adesiva diretta, ricostruzione adesiva indiretta, preparazioni a finire, preparazioni a lama di coltello, B.o.p.t., flowable  composite

Summary

The aim of this paper is to propose an isolation technique able to respect gengival margin in case of (deep) tooth preparations without defined margin for fixed prosthetic restorations. It consists to create stability between dam and tooth by use of “flowable wings”. The “wings” can be easily removed after the treatment. This technique can be used also in direct and indirect adhesive restorations, to achive a customized isolation.

Key words: rubber dam, isolation, endodontics, direct adhesive restoration, indirect adhesive restoration, feather edge preparation, vertical preparation, B.o.p.t., composito flowable

1. A: moncone prima della pulizia; B: posizionamento della punta sonica; C: punta sonica attivata con irrigazione; D: l’area del dente con dentina “riattivata”; E: schema in cui, in blu, viene rappresentata l’area dove ha lavorato la punta sonica.
1. A: moncone prima della pulizia; B: posizionamento della punta sonica; C: punta sonica attivata con irrigazione; D: l’area del dente con dentina “riattivata”; E: schema in cui, in blu, viene rappresentata l’area dove ha lavorato la punta sonica.

Sono sempre più numerose le procedure cliniche che richiedono un adeguato isolamento del campo. La necessità di avere il controllo della nostra operatività fa sì che la diga di gomma sia diventata nel tempo il denominatore comune di diverse branche della nostra professione, soprattutto se parliamo di Endodonzia, di Conservativa o di Protesi. Negli ultimi anni la Protesi ha subito degli incredibili cambiamenti, partendo dai nuovi materiali e dalle nuove prospettive che si sono aperte in seguito alla diffusione delle cementazioni adesive, per poi arrivare alla rivalutazione delle aree di finitura verticali proposte sia contestualmente alla chirurgia parodontale sia dalla B.O.P.T. (Biologically Oriented Preparation Technique). Questa tecnica prevede la preparazione verticale del moncone naturale per consentire l’adattamento delle mucose ai profili e alle forme protesiche determinati dai restauri permettendo così di estendere l’utilizzo della preparazione verticale anche ai denti non parodontalmente compromessi. La diffusione di questo tipo di preparazione è la causa che ha spinto a cercare un “trick” per posizionare in modo corretto la diga di gomma durante i trattamenti canalari su quei monconi preparati verticalmente, con pareti lisce prive di linee e quindi molto sfavorevoli al posizionamento e alla stabilizzazione di un uncino. Tutto si complica se l’obiettivo è isolare più elementi e se nel contesto del trattamento si vuole evitare di danneggiare i tessuti gengivali. Una delle possibili soluzioni potrebbe essere stabilizzare la diga mediante delle alette in composito Flowable applicate sui monconi; è possibile in questo modo ottenere un valido isolamento che mantenga il foglio di lattice in posizione.

Il nostro scopo è poter posizionare le alette rapidamente, con una forza di adesione tale da mantenere il campo stabile ma allo stesso tempo che siano anche facili da rimuovere al termine del trattamento. L’adesione delle alette che si ottiene con un adesivo three step Etch-and-rinse (mordenzante, primer, bonding, separati) o con sistemi adesivi semplificati comporta due problemi esattamente opposti tra loro: il primo è che lavorando senza diga e in prossimità del solco parodontale il controllo del campo è decisamente al limite e più tempo impieghiamo per l’adesione più rischiamo una contaminazione, che esita nel rapido distacco del materiale. Il secondo problema è che se invece riusciamo a mantenere un controllo adeguato del campo l’adesione, pur in assenza di diga, può risultare troppo efficace con il rischio di dover tagliare le alette, opzione che preferiremmo evitare soprattutto su elementi preparati protesicamente. Per questi motivi è preferibile un composito self adhering, il Vertise Flow Kerr, che non necessita né di una mordenzatura né di un adesivo dedicato. Il protocollo del costruttore prevederebbe di posizionarlo in cavità (precedentemente preparata e asciugata per almeno 5 secondi) stendendone prima uno strato sottile (minore a 0,5 mm) che si lascerà agire sui tessuti dentali per 15/20 secondi, che andremo a polimerizzare, per poi stratificare in spessori più grandi. Il materiale, se usato per un’indicazione diversa da quelle suggerite dal costruttore e con un protocollo modificato, ci permette di ottenere il livello di “adesione” ottimale per la tecnica di isolamento proposta.

Protocollo modificato

Riportiamo qui di seguito i passi previsti dall’applicazione del protocollo modificato.

1. Si pulisce il moncone con uno strumento sonico o ultrasonico (con irrigazione) per rimuovere eventuali residui di cementazione e riattivare i tessuti dentali. Sono molto utili a questo proposito le punte diamantate soniche (Figura 1) per rimuovere contemporaneamente anche il primissimo strato di dentina sclerotica da quella porzione di moncone che abbiamo selezionato per applicare il materiale.

2. Asciugare il moncone con aria per minimo 5 secondi.

3. Si inietta il Vertise sul moncone e si lascia colare sulla gengiva fino a coprirla per 1 o 2 millimetri (Figura 2); l’importante è che resti a contatto con la superficie dentale alcuni secondi (tra i 5 e i 10) in modo che il processo di self adhering inizi ma non si completi.

4. Si polimerizza per minimo 20 secondi avvicinando il più possibile il puntale della lampada al moncone (Figura 3).

5. Si ripete la procedura in base al numero di alette da eseguire.

6. Si posiziona la diga che potrà scivolare nello spazio virtuale tra gengiva e composito dato dalla resilienza della gengiva. Se necessario, colmeremo dei gap tra diga e moncone con la diga liquida (Figura 4).

7. Al termine del trattamento le alette verranno rimosse con una curette o una spatola di Heidemann (schema riassuntivo nelle Figure 5.1-5.3). Questa tecnica trova il suo impiego ideale laddove abbiamo delle corone o dei denti sani distali al moncone/monconi che possano servire per ancorare l’uncino. Se il dente più distale presente in arcata è anch’esso preparato possiamo usare il Vertise Flow per stabilizzare l’uncino su questo elemento (Figura 6). Si procederà poi con l’isolamento dei monconi più mesiali tramite la tecnica precedentemente descritta. Un’altra applicazione la ritroviamo nel campo della conservativa in quei casi in cui vogliamo che la diga si possa invaginare correttamente consentendo una visibilità e un’operatività ottimali anche in siti molto sfavorevoli, sempre senza traumatizzare le gengive (Figure 7.1-7.2).

Vantaggi

Evitare anestesie ai pazienti al solo scopo di consentire il posizionamento di uncini. Le gengive intorno ai monconi non vengono traumatizzate dal posizionamento degli uncini e il loro processo di maturazione non viene interrotto. È possibile isolare più monconi tra loro vicini contemporaneamente.

Svantaggi

Se lasciato agire secondo il produttore (15/20 secondi), l’adesione del Vertise Flow sarà tale da rendere necessario l’uso della fresa per rimuoverlo. Studi eseguiti dal produttore indicano che si può ottenere un’adesione di 19.8 MPa su smalto e di 20.2 MPa su dentina.

Avvertenze

Se non viene riattivata la superficie dentale con uno strumento sonico e/o una fresa e se polimerizziamo prematuramente (prima dei 5/10 secondi necessari perchè il processo di self adhering inizi) rischiamo che le alette si stacchino durante il posizionamento della diga. Ci sono rischi di demineralizzazione se poniamo il materiale su denti sani e o monconi vitali? Se parliamo di alette applicate su smalto è sempre bene lucidare la superficie con gommini dedicati, una volta rimosse, e successivamente somministrare fluoro topico. Sicuramente è da valutare l’eventuale biocompatibilità del monomero poco polimerizzato sui tessuti gengivali. Nel caso il paziente sia stato sottoposto a chirurgia parodontale nel settore è quindi consigliabile non applicare la tecnica nella zona fino a guarigione completa.

Corrispondenza
Dottor Giuseppe Chiodera chiuseppe@gmail.com

Ringraziamenti
Si ringrazia il dottor Giulio Marchesi per la disponibilità e la pazienza.
Disegni a cura di Miguel Guercio motion graphic designer migdoodles@tumblr.com

Dalle sinusiti odontogene alle complicanze nasosinusali di patologia o trattamento odontoiatrico: un importante cambio di prospettiva

1. Flow chart di classificazione. La flow chart consente la classificazione univoca di ciascun caso di SCDDT che si presenta al professionista. La classificazione, proposta da Felisati e coll.5 risulta utile non solo per il confronto tra i risultati nelle diverse classi, ma anche perché direttamente correlata ai protocolli di trattamento proposti dagli stessi Autori. COA: comunicazione oro-antrale.

• Alberto Maria Saibene1
• Giorgia Carlotta Pipolo1
• Paolo Lozza1
• Roberto Borloni2
• Matteo Chiapasco3
• Giovanni Felisati1

1Clinica Otorinolaringoiatrica, Ospedale San Paolo, Dipartimento di Scienze della Salute, Università degli Studi di Milano

2Unità Operativa di Chirurgia Maxillo-Facciale, Istituto Stomatologico Italiano, Milano

3Unità di Chirurgia Orale, Clinica odontoiatrica, Dipartimento di Scienze della Salute, Università degli Studi di Milano

Riassunto

Le sinusiti odontogene sono una patologia di confine tra Chirurgia orale e Otorinolaringoiatria. Il loro impatto sulla pratica clinica sta assumendo dimensioni sempre più importanti anche per la sempre più capillare diffusione delle procedure di riabilitazione implantologica del mascellare superiore. Patologia sino a pochi anni fa ritenuta in via di scomparsa, le sinusiti odontogene sono state oggetto di interesse scientifico crescente negli anni 2000. La pubblicazione di svariati case report e pubblicazioni originali, accanto all’ubiquitaria introduzione nella pratica clinica delle tecniche diagnostiche e chirurgiche di endoscopia nasosinusale, ha portato a importanti cambi di prospettiva nella gestione di queste patologie. Accanto alle sinusiti odontogene classiche, legate alla patologia dentale, si è passati a includere nella trattazione le complicanze, sia infiammatorie che non, dei trattamenti pre-implantologici, implantologici e odontoiatrici classici. Questa evoluzione nosologica ha portato all’introduzione del concetto di complicanze nasosinusali di patologia o trattamento odontoiatrico (sinonasal complications of dental disease or treatment, SCDDT). Per questo quadro complessivo di forme nosologiche sono state introdotte specifiche classificazioni e protocolli di trattamento. Questo articolo vuole essere un aggiornamento sulle sinusiti odontogene e le SCDDT, proponendo, attraverso il filtro della nostra esperienza ultradecennale, una revisione della letteratura focalizzata sul trattamento multidisciplinare che vede l’odontoiatra, il chirurgo orale/maxilla-facciale e l’otorinolaringoiatra alleati nell’affrontare in modo integrato queste patologie. Vengono presentati anche i protocolli di classificazione e di trattamento utili nella gestione del paziente e importanti informazioni sul management sia clinico che chirurgico della complicanza acuta e cronicizzata.

Parole chiave: sinusite, sinusite mascellare, eziologia, complicanze, impianti,  parodontopatia, rialzo del seno mascellare, endodonzia, sinusite micotica, controindicazioni.

Summary

From odontogenic sinusitis to sinonasal complications of dental disease or treatment

Odontogenic sinusitis is a condition lying on the fine line between Oral surgery and Otolaryngology. Its burden on everyday clinical practice is getting more and more important, also due to the wide spread of oral implants to support prosthetic restorations of the upper jaw. Though considered on the wane until a few years ago, odontogenic sinusitis have gathered growing scientific interest since the 00’s. Various case reports and original research articles, along with the ubiquitous diffusion of sinonasal endoscopic diagnostic and surgical tools, gradually shifted the perspective in managing these conditions. Along with classic odontogenic sinusitis, caused by dental conditions, otolaryngologists have begun to include in their practice inflammatory and non-inflammatory complications following dental treatments implant placement in the partially or totally edentulous maxilla, or pre-implant reconstructive procedures such as the sinus grafting techniques. This conceptual evolution led to introduce the definition of “sinonasal complications of dental disease or treatment” (SCDDT), along with specific classifications and defined treatment protocols. This article is intended as an update on odontogenic sinusitis and SCDDTs and as a review of the existing literature through the eyes of our ultra-decennial experience, focusing on the multidisciplinary treatment of these borderline conditions, based on the alliance between oral/maxillofacial surgeons and otolaryngologists. The Authors will also discuss classification and treatment protocols which may be useful in managing the patient, both during acute and chronic complications.

Key words:  sinusitis, maxillary sinusitis, etiology, complications, implants, periodontitis, maxillary sinus augmentation, endodontics, fungal sinusitis,  controindications.

Le sinusiti odontogene rappresentano una parte rilevante e ben nota delle patologie infettive dei seni paranasali: si ritiene che il 10-30% delle sinusiti mascellari sia di origine odontogena1,2 e l’8% delle patologie trattate con chirurgia endoscopica nasale riconosca un’eziologia odontogena3. Nonostante il numero di pazienti interessati da queste patologie sia rilevante, per molti anni le sinusiti odontogene sono state considerate dagli otorinolaringoiatri una malattia in via di sparizione, tipica di situazioni estreme causate da una sostanziale assenza di assistenza sanitaria odontoiatrica, come avviene in molti paesi in via di sviluppo. Tale scarso interesse da parte degli specialisti ORL si rispecchia anche nella carente produzione di letteratura scientifica inerente all’argomento sino agli anni Novanta. È effettivamente solo dalla seconda metà dello scorso decennio che le sinusiti odontogene sono tornate a essere argomento di interesse per la comunità otorinolaringoiatrica, anche a causa di un aumento dell’incidenza di questa patologia negli ultimi 15 anni, coinvolgente in particolar modo i paesi occidentali3. Tale aumento può apparire quantomeno curioso se pensiamo alla capillarità delle cure odontoiatriche attualmente disponibili per la popolazione generale. Tuttavia, a un’analisi più attenta, si osserva che da una parte è rimasto sostanzialmente costante il numero di pazienti che vanno incontro a problematiche nasosinusali causate da comuni problematiche dentali (ascessi apicali, granulomi, penetrazione di materiali endodontici ecc.), mentre è aumentato vertiginosamente il numero dei pazienti che presenta complicanze legate a interventi di chirurgia orale a carattere implantologico o pre-implantologico. Come è ben noto, negli ultimi trent’anni l’Odontoiatria è andata incontro a una notevole evoluzione, in particolare per quanto riguarda la riabilitazione protesica mediante impianti dentali. Le elevate percentuali di sopravvivenza a medio-lungo termine degli impianti (superiori al 90%) ha portato a un utilizzo sempre maggiore di questi dispositivi: si stima, infatti, che oggi in Italia si posizionino circa 1,5 milioni di impianti all’anno.

2. Sinusite etmoidomascellare bilaterale e frontale destra in esiti di rialzo di seno (SCDDT di classe 1a). Sinistra: ricostruzione TC coronale che mostra l’interessamento bilaterale delle cavità paranasali. Sono ben visibili i frammenti ossei (in questo caso osso di banca) dislocati all’interno del seno. Sul pavimento del seno mascellare di destra è ben visibile un’ampia comunicazione oro-antrale, sempre esito dell’innesto fallito. Destra: ricostruzione TC in sagittale passante per l’asse maggiore del seno mascellare di destra. Oltre a ulteriori frammenti di innesto, sono ben riconoscibili due fixture, una delle quali aggetta parzialmente nel seno a causa del fallimento dell’innesto.
2. Sinusite etmoidomascellare bilaterale e frontale destra in esiti di rialzo di seno (SCDDT di classe 1a). Sinistra: ricostruzione TC coronale che mostra l’interessamento bilaterale delle cavità paranasali. Sono ben visibili i frammenti ossei (in questo caso osso di banca) dislocati all’interno del seno. Sul pavimento del seno mascellare di destra è ben visibile un’ampia comunicazione oro-antrale, sempre esito dell’innesto fallito. Destra: ricostruzione TC in sagittale passante per l’asse maggiore del seno mascellare di destra. Oltre a ulteriori frammenti di innesto, sono ben riconoscibili due fixture, una delle quali aggetta parzialmente nel seno a causa del fallimento dell’innesto.

Nel caso specifico del mascellare latero-posteriore gli impianti vengono inseriti sia in presenza di condizioni favorevoli dell’osso alveolare residuo (volume sufficiente) sia in caso di atrofia più o meno accentuata, in associazione a tecniche di incremento quali il rialzo del seno mascellare o, in casi particolari, a innesti ossei di apposizione o di interposizione. Sebbene le tecniche implantologiche e quelle ricostruttive pre-implantologiche siano oggi considerate sicure e affidabili (percentuali di fallimento o complicanze intra- e post-operatorie inferiori al 10%)4, l’enorme numero di procedure eseguite determina inevitabilmente un consistente numero di complicanze, quali ad esempio la penetrazione di impianti o materiali da innesto nel seno mascellare con sinusite secondaria “da corpo estraneo”. Alla gestione delle complicanze odontogene “classiche” si è pertanto aggiunta quella delle complicanze delle procedure implantologiche e pre-implantologiche. Sia l’odontoiatra che l’otorinolaringoiatra si possono quindi trovare di fronte a complicanze più o meno gravi che richiedono trattamenti integrati a volte estremamente differenti. In base a un’esperienza ultradecennale nell’ambito delle sinusiti odontogene, il nostro gruppo ha proposto nel 2013 una classificazione di queste patologie, con l’obiettivo di fornire una sistematizzazione della materia, offrire una base per il confronto dei risultati chirurgici e proporre una serie di protocolli per un trattamento esaustivo ed efficace5. Sulla base di questa sistematizzazione, il vecchio concetto di sinusite odontogena, più limitato e limitante, è stato sostituito nella letteratura dal concetto di complicanza nasosinusale di patologia o trattamento odontoiatrico (sinonasal complication of dental disease or treatment, SCDDT), termine a cui faremo riferimento in questa monografia. Le SCDDT corrispondono quindi a tutte le sinusiti a causa odontogena o reattive alla inserzione di impianti o innesti, che si sommano alle complicanze non infiammatorie conseguenti a interventi odontoiatrici (impianti migrati, dislocazione di corpi estranei o innesti senza segni di infiammazione in corso).

tabella 1In questo contesto, le sinusiti odontogene rappresentano, come è già stato accennato, l’elemento principale. Si tratta di sinusiti tipicamente mascellari alla loro insorgenza che possono, secondariamente, coinvolgere le cavità nasali e gli altri seni paranasali. La sinusite cronica mascellare di origine dentale è una patologia su cui hanno competenza, in diversa misura, sia odontoiatri, che chirurghi maxillo-facciali, che otorinolaringoiatri. Spesso, queste differenti figure si alternano nel trattamento di ogni singolo caso creando la necessità di numerosi trattamenti chirurgici successivi, soprattutto quando la patologia sia cronicizzata da lunga data o fuoriesca dagli stretti confini del seno mascellare stesso e, in particolare, della sua porzione inferiore. Una grande novità diagnostica e chirurgica che ha radicalmente modificato l’approccio alla patologia nasosinusale di origine odontogena è rappresentata dall’avvento dell’endoscopia. Nel campo della chirurgia nasosinusale, l’endoscopia ha fornito nuove tecniche chirurgiche mini-invasive, solitamente identificate con l’acronimo inglese FESS (Functional Endoscopic Sinus Surgery).  Nella patologia in esame i vantaggi delle tecniche endoscopiche sono molteplici. Esse possono consentire sia l’accesso al seno mascellare, con una piccola perforazione ossea praticata a livello della fossa canina, sia tutto un ventaglio di ulteriori possibilità tecniche che consentono, passando dal naso e senza cicatrici esterne, il controllo della regione dell’ostio naturale del seno mascellare e, ove necessario, di tutte le fosse nasali e di tutti i seni paranasali. La FESS sta divenendo il “gold standard” per il trattamento chirurgico di tutte le forme di sinusite, a causa della sua limitata invasività e in particolare in relazione alla sua capacità di ripristinare un normale drenaggio, ventilazione e funzione dell’epitelio ciliato sinusale. Anche prima della sistematizzazione da noi proposta, in letteratura erano già state riportate segnalazioni sporadiche di casi in cui la FESS era stata utilizzata in caso di patologia del seno mascellare di origine odontogena (per esempio, per asportare impianti migrati nel seno mascellare)6-8 ed era già stato pubblicato un lavoro scientifico che analizza le possibilità di un moderno trattamento combinato in una limitata casistica di differenti patologie odontoiatriche9.

Classificazione e quadri patologici

La classificazione delle SCDDT proposta da Felisati e coll.5 prevede 3 macrogruppi, definiti in base all’eziologia della complicanza (trattamento pre-implantologico, implantologico od odontoiatrico classico. Ciascun gruppo viene quindi suddiviso in un numero variabile di singole classi. Complessivamente, si identificano 7 differenti classi omogenee (Tabella 1). Nel caso di pazienti complessi, con caratteristiche che li rendono ascrivibili a diverse classi di patologia, è prevista una prioritizzazione, riassunta dal diagramma in Figura 1, che rende univoca l’attribuzione di ogni caso clinico a una specifica classe. La scala di priorità vede al suo vertice le complicanze di trattamento pre-implantologico, in cui l’omeostasi sinusale è maggiormente disturbata e che presentano le maggiori difficoltà di trattamento, e termina con le sinusiti odontogene “classiche” in cui il solo trattamento endoscopico nasosinusale è sufficiente per risolvere la patologia. Prima di passare alla disamina delle singole classi e dei quadri patologici associati, ricordiamo che secondo la classificazione attuale delle SCDDT sono da considerarsi come comunicazioni oro-antrali sia quelle identificabili già al momento della diagnosi della complicanza, sia quelle che si verificano durante il trattamento della complicanza stessa, per esempio durante la rimozione di corpi estranei con accesso endorale.

2. Sinusite etmoidomascellare bilaterale e frontale destra in esiti di rialzo di seno (SCDDT di classe 1a). Sinistra: ricostruzione TC coronale che mostra l’interessamento bilaterale delle cavità paranasali. Sono ben visibili i frammenti ossei (in questo caso osso di banca) dislocati all’interno del seno. Sul pavimento del seno mascellare di destra è ben visibile un’ampia comunicazione oro-antrale, sempre esito dell’innesto fallito. Destra: ricostruzione TC in sagittale passante per l’asse maggiore del seno mascellare di destra. Oltre a ulteriori frammenti di innesto, sono ben riconoscibili due fixture, una delle quali aggetta parzialmente nel seno a causa del fallimento dell’innesto.
2. Sinusite etmoidomascellare bilaterale e frontale destra in esiti di rialzo di seno (SCDDT di classe 1a). Sinistra: ricostruzione TC coronale che mostra l’interessamento bilaterale delle cavità paranasali. Sono ben visibili i frammenti ossei (in questo caso osso di banca) dislocati all’interno del seno. Sul pavimento del seno mascellare di destra è ben visibile un’ampia comunicazione oro-antrale, sempre esito dell’innesto fallito. Destra: ricostruzione TC in sagittale passante per l’asse maggiore del seno mascellare di destra. Oltre a ulteriori frammenti di innesto, sono ben riconoscibili due fixture, una delle quali aggetta parzialmente nel seno a causa del fallimento dell’innesto.

Gruppo 1

Il gruppo 1 a cui afferiscono le complicanze da trattamento pre-implantologico comprende sostanzialmente tutte le sinusiti che fanno seguito a interventi di rialzo del seno mascellare, siano essi con materiale autologo, omologo, eterologo e con materiali di sintesi (idrossiapatiti, tricalciofosfato, miscele ecc.). Come è noto la tecnica fondamentale (grande rialzo) prevede un accesso al pavimento del seno mascellare, dove viene posizionato l’innesto in uno spazio creato sollevando delicatamente la mucosa del seno (membrana di Schneider).  Nel rialzo del seno le complicanze possono interessare il solo materiale di innesto oppure superare la mucosa che riveste il pavimento del seno e dare manifestazione di sé con sinusiti acute e croniche. Nel caso in cui il seno mascellare risulti libero da infezione, è possibile procedere alla sola asportazione del materiale innestato che, insieme a un’adeguata terapia antibiotica, è solitamente sufficiente a garantire la guarigione del paziente. Questo tipo di trattamento conservativo per via transorale risulta ampiamente condiviso da otorinolaringoiatri e chirurghi orali10 e ha buone possibilità di controllo di progressione della patologia. In caso di perforazioni accidentali della membrana schneideriana durante la procedura, l’innesto risulta a maggior rischio di infezione per contaminazione dalla flora microbica delle vie aeree e maggiore è anche il rischio di sviluppare una sinusite mascellare, che può poi estendersi agli altri seni paranasali, anche bilateralmente (Figura 2). In presenza di sinusite, il materiale innestato funge da “reservoir” batteriologico e come tale rende difficoltoso il trattamento. Un riconoscimento precoce della complicanza in atto può consentire un controllo iniziale della progressione di malattia tramite terapia antibiotica adeguata (si veda il paragrafo “Terapia medica”); nella maggior parte dei casi, tuttavia, per trattare la patologia, anche allo stadio iniziale, si rende necessaria la rimozione di tutto il materiale da innesto.

Un pronto riconoscimento dei segni di infezione dell’innesto permette il trattamento della patologia, che andrebbe idealmente eseguito prima che si sviluppi una sinusite cronica conclamata tramite asportazione del materiale. Oltre alla perforazione della membrana schneideriana, un’altra causa possibile di fallimento di un rialzo di seno mascellare è rappresentata da un ostacolo alla ventilazione e al drenaggio del seno mascellare preesistente all’intervento riabilitativo e non correttamente identificato durante la fase pre-operatoria11,12. Un rialzo di un seno mascellare che non presenti patologie pre-esistenti (patologie infiammatorie quali sinusiti croniche, magari silenti, poliposi nasosinusale) o anomalie anatomiche ostruenti il complesso ostio-meatale (deviazione settali, degenerazioni tipo concha bullosa dei turbinati medi, curvature paradosse dei turbinati medi) e in cui ventilazione e drenaggio fisiologici siano ottimali ha teoricamente alte probabilità di successo. Tutto questo nonostante, nei fatti, il rialzo comporti un cambiamento dell’anatomia locale e una possibile (seppure temporanea) modificazione del drenaggio delle secrezioni mucose e dell’omeostasi nasosinusale. Al contrario, qualora il rialzo del seno mascellare sia effettuato in presenza di un blocco della zona anatomica definita “complesso ostio-meatale”, nella quale ha luogo il fisiologico passaggio delle secrezioni del seno mascellare, esiste un consistente rischio di fallimento della procedura. Questa situazione può verificarsi in caso di anomalie anatomiche potenzialmente ostruenti (deviazione settali, alterazioni dei turbinati medi quali la chonca bullosa, curvature paradosse dei turbinati medi) o patologie infiammatorie (sinusiti croniche, magari silenti, poliposi nasosinusale, cisti mucose del seno mascellare di dimensioni rilevanti) perché possono influire negativamente su drenaggio e ventilazione del seno mascellare.

3. Trattamento combinato del seno mascellare a scopo pre-implantologico. Le immagini illustrano il caso di un paziente candidato a rialzo bilaterale del seno mascellare con evidenti controindicazioni alla procedura dal punto di vista otorinolaringoiatrico. Il paziente è stato sottoposto con successo a procedura combinata con endoscopia e approccio transorale che ha consentito, in un tempo chirurgico unico, di trattare le controindicazioni al sinus lift e di eseguire un rialzo di seno bilaterale con innesto osseo da cresta iliaca. A: immagine TC in proiezione coronale. È possibile apprezzare una franca deviazione sinistroconvessa del setto nasale, un’ampia concha bullosa (pneumatizzazione) del turbinato medio di destra e la presenza bilaterale di cisti mucose del pavimento del seno mascellare. Tutti e tre i reperti citati possono rappresentare un ostacolo al drenaggio sinusale tale da mettere a rischio la buona riuscita dell’innesto. B: la concha bullosa del turbinato medio è stata trattata in endoscopia nasale rimuovendo la porzione ossea laterale del turbinato medio, liberando il complesso ostio-meatale di destra. C: a sinistra, dopo aver eseguito un’antrostomia mediomeatale che consente l’accesso chirurgico endoscopico al seno mascellare, la cisti mucosa visibile alla TC viene aperta, parzialmente rimossa (mantenendo l’integrità della membrana di Schneider) e inviata per esame istologico. D: dopo aver asportato la cisti è possibile osservare il seno mascellare in endoscopia, in modo da accertarsi dell’assenza di residui di patologia. La mucosa del pavimento del seno mascellare appare integra. E: dopo la creazione di uno sportello osseo, viene realizzato l’innesto osseo da cresta iliaca, in questo caso con tecnica di Toulasne, attraverso un approccio tradizionale transorale, eseguito contestualmente alla procedura endoscopica. F: al controllo a 3 mesi in fibroscopia è possibile osservare il seno mascellare sinistro attraverso l’antrostomia realizzata durante l’intervento chirurgico. Il seno mascellare appare ricoperto da mucosa normotrofica e non vi sono segni di patologia o di estrusione del materiale innestato.
3. Trattamento combinato del seno mascellare a scopo pre-implantologico. Le immagini illustrano il caso di un paziente candidato a rialzo bilaterale del seno mascellare con evidenti controindicazioni alla procedura dal punto di vista otorinolaringoiatrico. Il paziente è stato sottoposto con successo a procedura combinata con endoscopia e approccio transorale che ha consentito, in un tempo chirurgico unico, di trattare le controindicazioni al sinus lift e di eseguire un rialzo di seno bilaterale con innesto osseo da cresta iliaca. A: immagine TC in proiezione coronale. È possibile apprezzare una franca deviazione sinistroconvessa del setto nasale, un’ampia concha bullosa (pneumatizzazione) del turbinato medio di destra e la presenza bilaterale di cisti mucose del pavimento del seno mascellare. Tutti e tre i reperti citati possono rappresentare un ostacolo al drenaggio sinusale tale da mettere a rischio la buona riuscita dell’innesto. B: la concha bullosa del turbinato medio è stata trattata in endoscopia nasale rimuovendo la porzione ossea laterale del turbinato medio, liberando il complesso ostio-meatale di destra. C: a sinistra, dopo aver eseguito un’antrostomia mediomeatale che consente l’accesso chirurgico endoscopico al seno mascellare, la cisti mucosa visibile alla TC viene aperta, parzialmente rimossa (mantenendo l’integrità della membrana di Schneider) e inviata per esame istologico. D: dopo aver asportato la cisti è possibile osservare il seno mascellare in endoscopia, in modo da accertarsi dell’assenza di residui di patologia. La mucosa del pavimento del seno mascellare appare integra. E: dopo la creazione di uno sportello osseo, viene realizzato l’innesto osseo da cresta iliaca, in questo caso con tecnica di Toulasne, attraverso un approccio tradizionale transorale, eseguito contestualmente alla procedura endoscopica. F: al controllo a 3 mesi in fibroscopia è possibile osservare il seno mascellare sinistro attraverso l’antrostomia realizzata durante l’intervento chirurgico. Il seno mascellare appare ricoperto da mucosa normotrofica e non vi sono segni di patologia o di estrusione del materiale innestato.

Anche alcune patologie sistemiche quali la mucoviscidosi o esiti di trattamenti locali, come per esempio ampie demolizioni per patologie neoplastiche dei seni paranasali o trattamenti radioterapici, possono alterare in modo definitivo il drenaggio delle secrezioni mucose, con stasi e conseguente elevato rischio di infezione del materiale innestato. Risulta pertanto fondamentale una valutazione pre-operatoria dei candidati a implantologia e, in particolare, a pre-implantologia, con adeguato imaging (TC del massiccio facciale estesa) che includa non solo i seni mascellari nella loro interezza, ma anche il complesso ostio-meatale. Nel caso la TC (oggi generalmente di tipo Cone Beam) evidenzi una patologia dei seni mascellari o del complesso ostio-meatale si renderà necessaria una visita specialistica ORL per valutare la presenza/assenza dei quadri precedentemente descritti. L’otorinolaringoiatra, in questi casi, chiederà generalmente l’esecuzione di una TC completa di tutti i seni paranasali, estesa al basicranio. Per tale ragione, e in considerazione della forte riduzione di radiazioni ionizzanti indotta dall’introduzione della tecnologia Cone Beam, si sta oggi diffondendo il principio di eseguire fin da subito una TC completa del massiccio facciale per ogni programmazione implantologica complessa. Come già evidenziato da Pignataro e coll.11, le controindicazioni al rialzo del seno mascellare possono essere di tipo assoluto, quindi non risolvibili (per esempio, la mucoviscidosi, il trattamento radiante del massiccio facciale in particolare con dosaggi superiori ai 48 Gy, un’anamnesi positiva per neoplasie maligne dei seni paranasali), oppure di tipo relativo, ovvero trattabili (deviazioni del setto nasale, ipertrofia o alterazione anatomica dei turbinati nasali, sinusiti croniche con o senza poliposi nasosinusale, che possono interferire con la normale ventilazione dei seni paranasali). Il trattamento delle controindicazioni di questa seconda categoria consente di realizzare in sicurezza il rialzo di seno.

Felisati e coll.13hanno pubblicato una casistica personale in cui un gruppo selezionato di queste patologie potenzialmente controindicanti il trattamento pre-implantologico è stato eseguito in un unico tempo chirurgico congiuntamente al rialzo del seno mascellare. I risultati sono stati eccellenti, sebbene tale tecnica abbia generato un acceso dibattito tra gli specialisti ORL attivi nel campo delle SCDDT14,15. In Figura 3 viene presentato in maniera articolata un caso di paziente candidato a rialzo del seno mascellare trattato con approccio combinato in presenza di controindicazioni nasosinusali alla procedura. Ritornando alle complicanze del gruppo 1, è bene ricordare che in alcuni rari casi (Figura 4) l’infezione del materiale innestato può interessare anche i pazienti sottoposti a osteotomie secondo Le Fort per il trattamento di dismorfosi coinvolgente il terzo medio del volto16. Tuttavia, dal momento che questo tipo di intervento prevede un planning sistematicamente più accurato e l’ospedalizzazione del paziente, il riconoscimento della complicanza avviene in modo più precoce e risulta facilitato un trattamento antibiotico adeguato rispetto a quanto generalmente accade per i pazienti ambulatoriali. Ciò nonostante, l’impossibilità, in alcuni casi, di eliminare corpi estranei quali placche o viti per il rischio di compromettere l’intervento, o la scarsa efficacia antibiotica rispetto ad alcuni ceppi batterici, rende possibile l’instaurarsi di una sinusite cronica farmacoresistente, che necessita di un trattamento chirurgico endoscopico nasosinusale generalmente combinato a un trattamento per via orale.

4. Sinusite mascellare in esiti di osteotomia secondo Le Fort (classe 1a). Immagine TC coronale in cui è possibile osservare come il processo flogistico in questo caso sia limitato al solo seno mascellare di destra, dove aggetta un impianto e dove è possibile osservare, a livello della parete laterale, la presenza di residui mezzi di sintesi che possono ulteriormente agire da focus infettivo.
4. Sinusite mascellare in esiti di osteotomia secondo Le Fort (classe 1a). Immagine TC coronale in cui è possibile osservare come il processo flogistico in questo caso sia limitato al solo seno mascellare di destra, dove aggetta un impianto e dove è possibile osservare, a livello della parete laterale, la presenza di residui mezzi di sintesi che possono ulteriormente agire da focus infettivo.

Gruppo 2

Al gruppo 2 appartengono, a eccezione dei casi già classificati nel gruppo 1, tutti i pazienti che sviluppano una complicanza nasosinusale in seguito al posizionamento di impianti di qualsiasi genere, siano essi endo-ossei (il tipo di impianto di gran lunga più utilizzato e supportato da letteratura scientifica qualificata) o gli impianti iuxtaossei o sottoperiostei (con supporto della letteratura di molto inferiore e, fortunatamente, attualmente assai poco utilizzati). Tutti gli impianti, sia di nuova che di vecchia concezione, possono agire da corpo estraneo se si infettano o penetrano nel seno mascellare17. Pertanto impianti interessati da processi infettivi (perimplantiti), parzialmente penetrati all’interno del seno con esposizione della superficie all’interno della mucosa sinusale o, come facilmente intuibile, impianti completamente dislocati all’interno dei seni paranasali possono rappresentare l’origine di una patologia nasosinusale (Figura 5)18,19. Alla classe 2a appartengono le due entità nosologiche di più complessa gestione e diagnosi (all’interno del gruppo 2). Da una parte troviamo gli impianti con superficie contaminata da batteri con un quadro di infezione conosciuto come perimplantite: questi impianti devono essere nella maggior parte dei casi eliminati (anche nei casi dubbi), pena la mancata guarigione del paziente. Nella nostra esperienza buona parte delle recidive di sinusite incontrate, già sottoposte a interventi correttivi, erano legate alla persistenza di impianti endo-ossei “con superficie infetta” che non erano stati prontamente rimossi.

Nella stessa classe troviamo anche gli impianti iuxtaossei (sottoperiostei). Questi, molto in voga negli anni Sessanta e Settanta, sono oggi da evitare a causa dell’alta percentuale di fallimenti20, per la frequente assenza di osteointegrazione e l’alta percentuale di infezioni periimplantari. Questi impianti causano frequentemente notevoli perdite ossee e, nel caso vengano inseriti nel mascellare superiore postero-laterale, possono “affondare” nel seno mascellare, generalmente a distanza di parecchi anni dall’inserzione, causando sinusite e comunicazioni oro-antrali e oro-nasali anche di grande entità. Come vedremo anche in seguito, il trattamento di questo tipo di complicanze richiede talvolta ampie ricostruzioni ed è gravato da una rilevante alterazione dell’omeostasi nasosinusale. Alla classe 2b appartengono invece i casi clinici in cui, a fronte della dislocazione di un impianto a livello delle cavità nasosinusali, si è verificato un processo infettivo (sinusite) facilitato anche dalla presenza di una comunicazione oro-antrale, verosimile esito della dislocazione stessa dell’impianto. In questo caso la fonte infettiva potenziale è duplice: l’impianto fornisce una superficie di colonizzazione per i batteri, soprattutto i ceppi produttori di biofilm che mostrano facile adesione a una superficie implantare tipicamente ruvida (per favorire l’osteointegrazione), mentre la comunicazione oro-antrale permette la colonizzazione diretta delle cavità nasosinusali da parte dei batteri che normalmente occupano il cavo orale. Situazione chiaramente più semplice è quella della classe 2c, dove l’origine di una problematica sinusitica è da riferirsi alla sola presenza di un impianto dislocato nel seno: quest’ultimo deve essere rimosso al fine di permettere la risoluzione della patologia sinusale.

5. Sinusite etmoidomascellare bilaterale in esiti di chirurgia implantologica con perimplantite (classe 2a). Sopra: ortopantomografia nella quale è possibile osservare multiple fixture, due delle quali, a destra, aggettano nel seno mascellare e sono caratterizzate da perimplantite, mentre una terza, a sinistra, risulta completamente dislocata all’interno del seno. Già alla OPT è possibile osservare nella porzione alta del seno mascellare di sinistra una tenue radio-opacità, propria dell’infezione micotica all’interno del seno. Sotto: immagine TC coronale nella quale ben si apprezza l’estensione della sinusite, la presenza di materiale radio-opaco di natura fungina all’interno del seno mascellare di sinistra e, come già anticipato, la presenza di una fixture completamente dislocata all’interno del seno mascellare di sinistra (all’intervento non risultava invece presente materiale da innesto come si sarebbe potuto ipotizzare dalle immagini).
5. Sinusite etmoidomascellare bilaterale in esiti di chirurgia implantologica con perimplantite (classe 2a). Sopra: ortopantomografia nella quale è possibile osservare multiple fixture, due delle quali, a destra, aggettano nel seno mascellare e sono caratterizzate da perimplantite, mentre una terza, a sinistra, risulta completamente dislocata all’interno del seno. Già alla OPT è possibile osservare nella porzione alta del seno mascellare di sinistra una tenue radio-opacità, propria dell’infezione micotica all’interno del seno. Sotto: immagine TC coronale nella quale ben si apprezza l’estensione della sinusite, la presenza di materiale radio-opaco di natura fungina all’interno del seno mascellare di sinistra e, come già anticipato, la presenza di una fixture completamente dislocata all’interno del seno mascellare di sinistra (all’intervento non risultava invece presente materiale da innesto come si sarebbe potuto ipotizzare dalle immagini).

È bene ricordare che la dislocazione degli impianti non avviene solo all’interno del seno mascellare, che è generalmente il primo a essere interessato: i movimenti del paziente e l’aiuto della clearance mucociliare possono spostare l’impianto dal seno mascellare alla fossa nasale o ad altri seni paranasali; oppure dai quadranti anteriori gli impianti possono giungere direttamente nelle fosse nasali. Sono documentati casi in cui impianti sono arrivati all’interno dell’orbita, ovvero in fossa cranica anteriore o media. L’ultima classe di questo gruppo, la 2d, comprende tutti quei pazienti in cui il riconoscimento della dislocazione implantare ha preceduto l’instaurarsi di un processo sinusitico. Non esistono dati in letteratura che ci permettano di predire se e quando un impianto dislocato nei seni paranasali darà vita a un processo infiammatorio, ma la rimozione di un corpo estraneo dalle cavità nasosinusali viene generalmente ritenuta necessaria, anche in virtù della ridottissima invasività degli approcci proposti.

Gruppo 3

Il gruppo 3 è il più vasto per numero di pazienti e il più vario per quanto riguarda le eziologie21. Dal punto di vista meramente classificativo, il gruppo prevede due suddivisioni in classi: 3a e 3b, che si differenziano rispettivamente per la presenza e l’assenza di una comunicazione oro-antrale (Figura 6).  La presenza di una comunicazione rende necessario un ulteriore step chirurgico di chiusura con approccio orale. Alcuni Autori sostengono che la cura della sinusite possa, in molti casi, portare alla guarigione secondaria della comunicazione senza che questa venga trattata primariamente. La nostra esperienza, su questo punto, è negativa nell’unico caso in cui la comunicazione è stata volutamente trascurata nel corso del trattamento primario e, in generale, riteniamo che la fistola rappresenti un importante focus infettivo, la cui mancata cura potrebbe pregiudicare la buona riuscita dell’intero intervento di bonifica.  Al di là dei quadri classificativi, è utile ricordare che le complicanze appartenenti a questo gruppo (3a e 3b) rispondono a due sottocategorie principali. Da una parte abbiamo tutte le complicanze odontogene classiche, ovvero quelle che fanno seguito a parodontite, necrosi o infezione pulpare conseguente a carie non curate o a sovrainfezione di cisti odontogene. 

Dall’altra troviamo invece le complicanze conseguenti a trattamenti, fra cui endodonzie difficili o effettuate in modo non corretto, ed estrazioni di denti seguite da creazione di comunicazioni oro-antrali. A chiusura di questa ampia digressione sulla classificazione delle sinusiti odontogene è utile ricordare che non tutte le forme infiammatorie presentate sono da ascriversi a un’eziopatogenesi puramente batterica. Sebbene la classificazione tralasci questo aspetto differenziale sia per motivi di semplicità sia dal momento che nei due casi il trattamento proposto non risulta sostanzialmente diverso, molte SCDDT infiammatorie riconoscono un’eziologia fungina22. Le SCDDT micotiche sono rappresentate in tutti e tre i gruppi, invariabilmente, dal cosiddetto fungus ball, una concrezione di ife brunastre che oblitera in parte o completamente una o più cavità sinusali. I fungus ball non sono differenti dalle altre sinusiti per sintomatologia e prognosi, ma hanno in molti casi un aspetto patognomonico all’imaging. Alla TC i fungus ball lasciano nel seno interessato una traccia a elevata densità che genera un segnale “iron like” in qualche caso confondibile con quello lasciato da una fixture dislocata (Figura 7). Di contro alla RM, nelle sequenze in T2, lasciano un segnale di vuoto, che permette facilmente la diagnosi. Nel trattamento chirurgico di questa patologia risulta mandatoria la rimozione completa della concrezione micotica, pena la recidiva della patologia.  Il trattamento con antimicotici non è necessario dato che si tratta di micosi extramucose non invasive, ma il trattamento con antibiotici deve essere eseguito per la coinfezione batterica che si è riscontrata costantemente in questo tipo di pazienti23.

6. Sinusite mascellare sinistra con comunicazione oro-antrale in esiti di estrazione dentaria (classe 3a). Immagine TC coronale che permette di apprezzare l’ampia comunicazione oro-antrale verificatasi in seguito all’estrazione di un molare; si noti anche il processo flogistico, in questo caso limitato al solo seno mascellare di sinistra, esito della comunicazione oro-antrale.
6. Sinusite mascellare sinistra con comunicazione oro-antrale in esiti di estrazione dentaria (classe 3a). Immagine TC coronale che permette di apprezzare l’ampia comunicazione oro-antrale verificatasi in seguito all’estrazione di un molare; si noti anche il processo flogistico, in questo caso limitato al solo seno mascellare di sinistra, esito della comunicazione oro-antrale.

Protocolli chirurgici

Felisati e coll. hanno proposto nel 2013 un protocollo di trattamento chirurgico per le SCDDT resistenti a terapia medica5. Tale approccio chirurgico è dettato dalla situazione clinica in accordo con la classificazione proposta (si veda Tabella 1). Può consistere in un approccio solo endoscopico nasosinusale (FESS limitata al seno mascellare o estesa al naso o ad altri seni paranasali), oppure combinarsi con una tecnica eseguita per via endorale; può prevedere l’asportazione di differenti tipi di materiale esposti o infetti ed eventualmente richiedere la realizzazione di lembi locali per consentire la chiusura di comunicazioni oro-antrali più o meno ampie.

• Gruppo 1: il trattamento combinato (FESS + approccio endorale) è indispensabile per ottenere un successo terapeutico. I tempi fondamentali del trattamento sono l’esposizione dell’ampia comunicazione antro-meatale generalmente presente e la meticolosa asportazione dell’osso infetto (autologo, eterologo o alloplastico) inserito per la realizzazione del rialzo del seno mascellare24. La prima fase dell’intervento viene gestita mediante un approccio endoscopico transnasale (FESS) che consente il controllo delle cavità nasali, del seno mascellare e degli altri seni (se coinvolti) e la rimozione di materiale da innesto dislocato nei seni paranasali e/o nella cavità nasale. La FESS da sola tuttavia può presentare dei limiti per quanto riguarda la rimozione di materiale da innesto localizzato nel recesso mediale e inferiore del seno mascellare, a causa di limiti legati alla tecnica e allo strumentario. In questi casi un approccio intraorale consente un controllo delle parti meno “agibili” del seno mascellare e la chiusura contestuale di eventuali comunicazioni oro-antrali. Più raramente può capitare di osservare complicanze conseguenti a un’osteotomia di Le Fort I, in cui la rimozione del materiale alloplastico infetto deve essere associata alla rimozione di eventuali mezzi di sintesi metallici presenti. In Figura 8 viene presentato un caso di paziente trattato per complicanza di classe 1a.

• Gruppo 2: se è presente infezione peri-implantare (2a) il trattamento con FESS deve essere associato alla rimozione di tutti gli impianti infetti che possano contrarre rapporti con il seno mascellare e alla chiusura delle fistole oro-antrali risultanti18,19, pena il fallimento del trattamento con recidiva della sinusite. Situazione clinica del tutto particolare, sempre associata per analogia di trattamento alla classe 2a, è rappresentata dalla presenza di un impianto iuxtaosseo. La terapia chirurgica prevede una FESS più o mena estesa e un’asportazione dell’impianto dalla cavità orale con chiusura delle comunicazioni oro-antrali e oro-nasali che si vengano a creare. In caso di una dislocazione dell’intero impianto nel seno associata a sinusite (classe 2b e 2c) l’approccio mediante FESS è obbligatorio al fine di ripristinare la pervietà degli osti sinusali. L’endoscopia nasale può risultare utile anche per il recupero di impianti dislocati nel seno mascellare o in un altro seno paranasale. In Figura 9 è presentato il caso di un paziente trattato per una complicanza di classe 2c. Nel caso siano presenti comunicazioni oro-antrali residue (classe 2b) la loro chiusura tramite lembi locali con un approccio intraorale (per esempio un lembo di mucosa vestibolare secondo Rehrmann, un lembo di bolla adiposa del Bichat o una combinazione di questi) è necessaria sia per limitare le chance di contaminazione del seno mascellare dalla flora batterica del cavo orale, sia per evitare il passaggio di liquidi/solidi dal cavo orale ai seni paranasali. In presenza di un impianto migrato senza sinusite sovrapposta (2d) la rimozione dell’impianto dai seni paranasali o dal naso va eseguito anche in caso di paziente asintomatico per evitare l’evoluzione verso complicanze infettive. La rimozione può essere eseguita con diversi approcci: endoscopico nasosinusale ovvero intraorale, a sua volta suddiviso in: accesso con tecnica di Caldwel-Luc modificata, approccio endoscopico mini-invasivo dalla fossa canina25, approccio “double barrell”26 o con la creazione di sportelli osteotomici lasciati peduncolati alla membrana di Schneider27.

7. Fungus ball mascellare destro (classe 3b). Sopra: immagine TC coronale in cui è visibile una sinusite mascellare destra con franco riassorbimento osseo del processo alveolare in esiti di infezione dentale. Sotto: immagine TC coronale dello stesso paziente in cui è possibile apprezzare il patognomonico segnale iperdenso “iron like” che caratterizza i fungus ball (micosi). L’assenza di spire nell’immagine permette solitamente di distinguere questi segnali “iron like” dalle fixture dislocate, nei casi in cui non sia possibile desumere tale dato dall’anamnesi del paziente.
7. Fungus ball mascellare destro (classe 3b). Sopra: immagine TC coronale in cui è visibile una sinusite mascellare destra con franco riassorbimento osseo del processo alveolare in esiti di infezione dentale. Sotto: immagine TC coronale dello stesso paziente in cui è possibile apprezzare il patognomonico segnale iperdenso “iron like” che caratterizza i fungus ball (micosi). L’assenza di spire nell’immagine permette solitamente di distinguere questi segnali “iron like” dalle fixture dislocate, nei casi in cui non sia possibile desumere tale dato dall’anamnesi del paziente.

• Gruppo 3: include, come già descritto, le complicanze conseguenti a patologie di interesse odontoiatrico (pulpiti, parodontiti, ascessi odontogeni, sovrainfezione di cisti odontogene) o a trattamenti endodontici, apicectomie, estrazioni che subiscono complicazioni e si manifestano sotto forma di sinusiti mascellari sia batteriche che micotiche. In questi casi è necessario utilizzare un approccio endoscopico nasosinusale volto a ripristinare la completa pervietà degli osti sinusali in tutti i seni interessati. Nei pazienti 3b l’approccio transnasale è sufficiente, ma nei pazienti di gruppo 3a deve essere associato anche un approccio orale con chiusura della comunicazione oro-antrale tramite un lembo di Rehrmann o di bolla adiposa (del Bichat). Ovviamente la risoluzione della patologia odontoiatrica responsabile del processo infiammatorio è anch’essa basilare e deve essere eseguita contestualmente per ottenere una piena guarigione del paziente, così come la rimozione - tramite accesso endoscopico o transorale - di eventuali corpi estranei quali elementi dentari (completi o frammentati), materiale endodontico stravasato o frammenti di strumenti odontoiatrici (leve ecc.). In Figura 10 è presentato il caso di un paziente sottoposto a trattamento combinato per una SCDDT di classe 3a. Una nutrita componente di pazienti classificabili nel gruppo 3 risulta affetto da sinusite fungina extramucosa, patologia che, come è già stato detto, prende comunemente il nome di “fungus ball”. In questi pazienti, nella maggior parte dei casi a livello del seno mascellare, si sviluppa una concrezione di ife semisolida, di colore brunastro, visibile agli esami TC come un segnale pseudo-metallico. I fungus ball, pur non essendo invasivi e pericolosi per il paziente, sono facilmente sovrainfettati da microrganismi e rappresentano una fonte di reinfezione sostanzialmente certa per il paziente. Il trattamento endoscopico di un soggetto con fungus ball deve prevedere la migliore rimozione possibile delle concrezioni micotiche accompagnata da abbondanti lavaggi con H2O2 delle cavità nasosinusali per risolvere l’infezione micotica. In Figura 11 presentiamo il caso di un paziente affetto da fungus ball mascellare in esiti di trattamento endodontico.

Per quanto sembri ridondante ricordarlo, il follow-up post-operatorio del paziente è mandatorio, sotto il profilo otorinolaringoiatrico e/o odontoiatrico secondo il tipo di accesso chirurgico effettuato. Dal punto di vista otorinolaringoiatrico un controllo a 7, 14 e 28 giorni del paziente consente di rimuovere le crostosità più tenaci che possono formarsi nelle fosse nasali dopo l’intervento, che possono ricondizionare ristenosi degli osti sinusali, in particolare dell’antrostomia mascellare, e più in generale a valutare lo stato di guarigione e la scrupolosa osservazione da parte del paziente delle norme post-chirurgiche. Di contro il controllo da parte dell’odontoiatra, le cui tempistiche sono più variabili in funzione del tipo di accesso e delle manovre chirurgiche effettuate, è volto a constatare una buona guarigione delle suture e la tenuta delle chiusure di eventuali comunicazioni, nonché l’assenza di segni infiammatori o francamente infettivi a livello locale.

Terapia medica

La terapia medica è di grande importanza nelle SCDDT infiammatorie. Un buon trattamento medico, sia antibiotico che con terapie ancillari adeguate, è fondamentale nelle fasi acute, consentendo in taluni casi di risolvere la SCDDT prima della sua pressoché inevitabile cronicizzazione. Di contro, il supporto di un buon trattamento antibiotico e ancillare è di fondamentale importanza per la buona riuscita degli interventi chirurgici per SCDDT cronicizzate. La terapia medica è riassunta nella Tabella 2. La terapia delle SCDDT, sia in acuto che nella fase post-chirurgica, è peculiarmente differente da quella delle sinusiti “classiche”. Le differenze sono legate alla grandissima diffusione di resistenze batteriche nei patogeni responsabili. Tali resistenze sono legate a fattori molteplici, tra cui i più importanti: polimicrobicità, produzione di biofilm, presenza di substrati che fungono da reservoir (corpi estranei) e frequenti trattamenti antibiotici inappropriati somministrati prima dell’invio allo specialista.

Fase acuta

Il trattamento di prima scelta nell’infezione acuta da patogeni delle prime vie aeree nell’adulto è rappresentato dall’amoxicillina combinata con l’acido clavulanico. Tale terapia antibiotica è indicata e assolutamente corretta in prima istanza anche in acuto di fronte alla comparsa di una SCDDT. Per ottimizzare la risposta al trattamento, il dosaggio deve essere di 1 grammo ogni 8 ore per 8-10 giorni: tre somministrazioni al giorno garantiscono una migliore cinetica farmacologica e rendono la terapia estremamente più efficace riducendo al minimo l’insorgenza di resistenze. Se non controindicato per altre comorbidità del paziente (diabete in scarso compenso, glaucoma, ipertensione poco controllata), una terapia corticosteroidea a dosaggio intermedio può aiutare a ridurre la congestione mucosa e la sintomatologia. Una buona terapia corticosteroidea per via orale è costituita dall’assunzione di prednisolone 25 mg per 5 giorni seguito da altri 5 giorni a dose dimezzata, accompagnato eventualmente da adeguata protezione gastrica con inibitore di pompa protonica. La gestione completa di una SCDDT in fase acuta deve comprendere anche delle terapie nasali topiche, volte a mantenere pervio il complesso ostio-meatale, facilitare il drenaggio nasosinusale e migliorare la toilette dalle secrezioni. A questo scopo la nostra esperienza consiglia di associare un vasocostrittore locale (nafazolina o simili) in spray, applicato localmente 3-4 volte al giorno per non più di 5 giorni, ad abbondanti lavaggi nasali con soluzione fisiologica che devono essere protratti sino alla completa regressione della sintomatologia. Anche il versante orale della patologia non deve essere trascurato: collutori a base di clorexidina associati a una impeccabile igiene orale sono indispensabili nell’abbattere la carica batterica del cavo orale. Molto spesso nel periodo che segue un trattamento odontoiatrico o di chirurgia orale il paziente abbandona le comuni pratiche di igiene orale nel timore di compromettere con le manovre di pulizia quanto realizzato dal chirurgo.

8. Sinusite mascellare cronica in esiti di rialzo del seno mascellare sinistro (SCDDT di classe 1a). Le immagini illustrano il caso di una paziente che aveva mostrato segni di sinusite cronica con rinorrea purulenta, cacosmia e algie al terzo medio del volto un mese dopo una procedura di rialzo del seno mascellare di sinistra con osso di banca. La paziente era stata trattata inizialmente con un approccio esclusivo transorale volto a rimuovere il materiale di innesto e a richiudere la comunicazione oro-antrale, mostrando una remissione solo temporanea dei sintomi. Dopo il riscontro a un nuovo esame TC della permanenza di alcuni frammenti di innesto all’interno del seno mascellare, la paziente è stata trattata con successo con una procedura endoscopica di bonifica del seno mascellare con asportazione dei residui ossei. Il caso rappresenta un’eccezione al protocollo standard di trattamento di queste complicanze con approccio combinato transorale ed endoscopico. La pregressa chiusura della comunicazione ha infatti permesso di eseguire soltanto un approccio endoscopico. A: immagine TC assiale del massiccio facciale. L’esame, realizzato prima di sottoporre la paziente all’asportazione per via transorale del materiale di innesto, mostra il seno mascellare sinistro completamente opacato per la presenza di materiale flogistico, frammisto al quale è possibile apprezzare il graft osseo dislocatosi dal pavimento del seno a causa dell’infezione. B: immagine TC coronale del massiccio facciale. L’esame, eseguito dopo la ricomparsa della sintomatologia a breve distanza dal trattamento per via transorale, documenta la persistenza sia di materiale flogistico che di frammenti di innesto all’interno del seno mascellare di sinistra. È possibile apprezzare anche un ampio difetto osseo del pavimento del seno mascellare a sinistra, esito sia dell’iniziale trattamento pre-implantologico che del primo tentativo di trattamento della SCDDT. C: immagine intra-operatoria che mostra l’assenza di comunicazioni oro-antrali visibili prima di procedere al trattamento endoscopico della SCDDT. D: un’ampia antrostomia mediomeatale sinistra eseguita in endoscopia nasale permette di apprezzare il seno mascellare che è caratterizzato da mucosa iperemica ed estremamente edematosa; una volta realizzata l’antrostomia è possibile visualizzare i residui dell’innesto nella porzione inferiore del seno. E: sempre in endoscopia con una curette si procede ad asportare accuratamente ogni frammento residuo di innesto. L’eliminazione di tutti i frammenti, insieme a un’ampia antrostomia mediomeatale volta a garantire un corretto drenaggio delle secrezioni, è indispensabile per assicurare la guarigione del paziente. F: al controllo a tre mesi è possibile visualizzare in endoscopia il seno mascellare attraverso l’antrostomia precedentemente realizzata. La mucosa appare sana e non vi sono segni di patologia flogistica in atto.
8. Sinusite mascellare cronica in esiti di rialzo del seno mascellare sinistro (SCDDT di classe 1a). Le immagini illustrano il caso di una paziente che aveva mostrato segni di sinusite cronica con rinorrea purulenta, cacosmia e algie al terzo medio del volto un mese dopo una procedura di rialzo del seno mascellare di sinistra con osso di banca. La paziente era stata trattata inizialmente con un approccio esclusivo transorale volto a rimuovere il materiale di innesto e a richiudere la comunicazione oro-antrale, mostrando una remissione solo temporanea dei sintomi. Dopo il riscontro a un nuovo esame TC della permanenza di alcuni frammenti di innesto all’interno del seno mascellare, la paziente è stata trattata con successo con una procedura endoscopica di bonifica del seno mascellare con asportazione dei residui ossei. Il caso rappresenta un’eccezione al protocollo standard di trattamento di queste complicanze con approccio combinato transorale ed endoscopico. La pregressa chiusura della comunicazione ha infatti permesso di eseguire soltanto un approccio endoscopico. A: immagine TC assiale del massiccio facciale. L’esame, realizzato prima di sottoporre la paziente all’asportazione per via transorale del materiale di innesto, mostra il seno mascellare sinistro completamente opacato per la presenza di materiale flogistico, frammisto al quale è possibile apprezzare il graft osseo dislocatosi dal pavimento del seno a causa dell’infezione. B: immagine TC coronale del massiccio facciale. L’esame, eseguito dopo la ricomparsa della sintomatologia a breve distanza dal trattamento per via transorale, documenta la persistenza sia di materiale flogistico che di frammenti di innesto all’interno del seno mascellare di sinistra. È possibile apprezzare anche un ampio difetto osseo del pavimento del seno mascellare a sinistra, esito sia dell’iniziale trattamento pre-implantologico che del primo tentativo di trattamento della SCDDT. C: immagine intra-operatoria che mostra l’assenza di comunicazioni oro-antrali visibili prima di procedere al trattamento endoscopico della SCDDT. D: un’ampia antrostomia mediomeatale sinistra eseguita in endoscopia nasale permette di apprezzare il seno mascellare che è caratterizzato da mucosa iperemica ed estremamente edematosa; una volta realizzata l’antrostomia è possibile visualizzare i residui dell’innesto nella porzione inferiore del seno. E: sempre in endoscopia con una curette si procede ad asportare accuratamente ogni frammento residuo di innesto. L’eliminazione di tutti i frammenti, insieme a un’ampia antrostomia mediomeatale volta a garantire un corretto drenaggio delle secrezioni, è indispensabile per assicurare la guarigione del paziente. F: al controllo a tre mesi è possibile visualizzare in endoscopia il seno mascellare attraverso l’antrostomia precedentemente realizzata. La mucosa appare sana e non vi sono segni di patologia flogistica in atto.

Il paziente deve essere pertanto sempre educato, a maggior ragione in corso di SCDDT acute, a curare la propria igiene orale, eventualmente utilizzando spazzolini a setole morbide in presenza di ampie suture della mucosa orale. In caso di allergie ad antibiotici della classe dei beta lattamici o di fallimento della terapia di primo livello, è possibile passare direttamente al trattamento antibiotico di secondo livello, che è costituito da antibiotici del gruppo dei fluorochinoloni. La nostra esperienza clinica vede nella levofloxacina un buon farmaco, gravato da scarse resistenze batteriche, con una buona farmacocinetica, scarsi effetti collaterali e ottima compliance dei pazienti grazie alla monosomministrazione giornaliera. Nel trattamento delle SCDDT il trattamento dovrebbe prevedere la somministrazione di 750 mg di levofloxacina per 5 giorni, seguita dalla somministrazione di 500 mg di levofloxacina per altri 10 giorni. Tale terapia di secondo livello deve essere sempre accompagnata da un’adeguata toilette nasale con lavaggi e associazione con vasocostrittori locali nei primi 5 giorni di terapia, nonché da buone norme di igiene orale. Per quanto aggressiva, una buona e tempestiva terapia medica può consentire la risoluzione delle complicanze in molte classi di SCCDT infiammatorie. È possibile assistere alla chiusura spontanea di fistole oro-antrali, se - appunto - di recente genesi, o all’estrusione spontanea dall’ostio del mascellare di graft ossei di piccolo calibro dislocatisi dal pavimento del seno dopo il fallimento di un rialzo di seno. Va da sé che in alcune classi non è previsto alcun beneficio a fronte della terapia medica, per quanto tempestiva e ben condotta: il dislocamento di corpi estranei di dimensioni superiori ai 3-4 mm nel seno mascellare (denti, impianti, frammenti di strumenti odontoiatrici, grosse stecche di osso per ricostruzione ecc.) rende necessario un intervento chirurgico di asportazione del corpo estraneo per garantire la guarigione del paziente; questi soggetti dovrebbero essere pertanto indirizzati tout court al trattamento chirurgico.

Fase post-chirurgica

Una delle maggiori cause di fallimento della terapia chirurgica delle SCDDT nella nostra ultradecennale esperienza è una cattiva o incompleta gestione del paziente nel periodo immediatamente successivo all’intervento. Tale gestione, analogamente a quella di una SCDDT in fase acuta, si fonda su due pilastri principali: sono necessarie da una parte una terapia antibiotica adeguata e dall’altra tutta una serie di terapie ancillari non solo nasali, ma anche orali in caso di accessi chirurgici combinati. La terapia antibiotica che meglio consente di superare le diffuse resistenze dei batteri responsabili di infezioni a carattere odontogeno è quella con levofloxacina. Analogamente a quanto proposto per il trattamento di fase acuta, la terapia prevede la somministrazione di 750 mg di levofloxacina in monosomministrazione per 5 giorni seguiti da 500 mg in monosomministrazione per altri 10 giorni. In caso di allergie riferite ad antibiotici della classe dei fluorochinoloni, l’utilizzo di una cefalosporina di III generazione può essere parimenti indicato, pur avendo efficacia lievemente inferiore. In caso di fallimento della terapia antibiotica con persistenza di secrezioni purulente, al suo termine è consigliabile eseguire un tampone nasale dopo almeno 48h di wash out farmacologico e intraprendere una nuova terapia secondo il risultato dell’antibiogramma. Le terapie ancillari sono volte a garantire una rapida e ottimale ripresa dagli esiti chirurgici e, ovviamente, a evitare recidive dell’infezione. A livello nasale sono necessari lavaggi con soluzione fisiologica (non meno di 3 volte al giorno per 30 giorni) e applicazione topica di oli essenziali emollienti (2-3 volte al giorno per almeno 20 giorni) e di creme antibiotiche a base di mupirocina (2-3 volte al giorno per 20 giorni). A livello orale, analogamente a quanto descritto per la fase acuta, è necessaria una buona igiene sia tramite pulizia con spazzolino sia con sciacqui con collutori a base di clorexidina per 7-10 giorni.

Conclusioni

Le SCDDT rappresentano uno scenario complesso, che viene spesso sottovalutato da odontoiatri, chirurghi maxillo-facciali e otorinolaringoiatri, o gestito in modo approssimativo o parziale. Da una parte gli odontoiatri talvolta mancano di una conoscenza sufficientemente approfondita della fisiologia e della patologia sinusale necessaria per la gestione di questi casi, dall’altra cercano di minimizzare la complicanza nel timore di sequele legali. I chirurghi maxillo-facciali non hanno in genere esperienza con le tecniche endoscopiche nasosinusali e tendono ad approcciare esclusivamente il seno mascellare da una via non fisiologica senza risolvere i problemi dell’ostio-sinusale.

tabella 2Infine, gli otorinolaringoiatri spesso sovrappongono queste patologie alle comuni sinusiti croniche e acute, trascurando nel loro trattamento gli aspetti eziologici dentali, il che porta molto spesso al fallimento del trattamento. In ogni caso gli otorinolaringoiatri non hanno conoscenza delle problematiche relative a una futura riabilitazione implantologica. Una conoscenza completa della patologia, l’applicazione di criteri classificativi che consentono di confrontare i risultati e l’utilizzo di protocolli chirurgici validati scientificamente sono fondamentali nella corretta gestione del paziente, massimizzano le chanche di guarigione e minimizzano potenziali contenziosi. La nostra proposta si contrappone alla frequente osservazione di casi che, già affetti da complicanze di trattamento odontoiatrico, vengono comunemente sottoposti a interventi che affrontano solo parzialmente la patologia in essere. La soluzione più moderna è quella del trattamento multidisciplinare che combina le competenze dei singoli chirurghi. In questa linea deve essere ben chiaro in quali casi la cooperazione sia effettivamente necessaria e quali siano i compiti di ogni chirurgo. ν

Corrispondenza
Dottor Alberto M. Saibene
Clinica Otorinolaringoiatrica
Ospedale San Paolo, via A. di Rudini 8 - 20142 Milano
Tel. 02 81844349 - alberto.saibene@gmail.com

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Confronto tra le proprietà antibatteriche di nuove resine composite arricchite con ossido di zinco, acido urosolico e chitosano

1. Si notano le colonie di S. mutans sui terreni di coltura in ogni gruppo: controllo, chitosano a bassa concentrazione (L), chitosano a media concentrazione(M) e chitosano ad alta concentrazione (H).

Le carie dentali sono le più frequenti malattie del cavo orale, caratterizzate dalla demineralizzazione dei tessuti duri causata dalla produzione di acidi conseguente alla fermentazione dei carboidrati da parte dei batteri. Al giorno d’oggi la maggior parte dei restauri viene effettuata con resine composite prevalentemente per ragioni estetiche. Uno svantaggio di questi materiali è la contrazione a seguito della polimerizzazione che produce un gap tra il composito stesso e i tessuti dentali. Questo gap rende più suscettibile il dente e lo predispone all’insorgenza di carie ricorrenti e quindi al fallimento del restauro. I compositi di ultima generazione cercano di risolvere, almeno in parte, questo inconveniente con l’aggiunta nella loro composizione di agenti antibatterici quali la clorexidina, l’acido urosolico, il chitosano o nanoparticelle di ossido di zinco e argento.

 

Resine composite arricchite di chitosano: proprietà antibatteriche e meccaniche sullo Streptococcus mutans

Inhibitory effect on Streptococcus mutans and mechanical properties of the chitosan containing composite resin

Ji-Sun Kim, Dong-Hoon Shin. Restor Dent Endod 2013;38(1):36-42.

I batteri contenuti nella placca batterica sono il primo fattore di rischio nell’insorgenza delle carie primarie e secondarie attraverso i microgap che si creano tra il materiale da restauro e il tessuto dentale. Il tentativo di fornire un composito con proprietà antibatteriche è stato a oggi realizzato incorporando degli agenti antibatterici in soluzione nella resina composita. Il chitosano è un polisaccaride naturale ottenuto dall’esoscheletro di crostacei come granchi e gamberetti, non tossico, biocompatibile, biodegradabile e con testate proprietà antibatteriche. In Odontoiatria conservativa il chitosano è stato usato in diversi studi sulla prevenzione di carie dimostrando proprietà battericide e/o batteriostatiche (Tabella 1). L’interazione tra le cariche positive dei gruppi amminici del chitosano e quelle negative della flora batteriche determina, infatti, una perdita della funzione barriera svolta dalla cellula batterica. Il chitosano ha effetti antibatterici sullo S. mutans, sull’A. actinomycetemcomitans e sul P. gingivalis.

Lo scopo di questo studio è di valutare le proprietà antibatteriche di compositi arricchiti con chitosano a diverse concentrazioni (L bassa; M media; H alta). Sono stati inoculati e centrifugati per 12 ore 100 ml di Streptococcus mutans e le diverse concentrazioni di chitosano in 10 ml di agar cuore cervello. Successivamente è stato quantificato l’assorbimento del supernatante per stimare l’attività antibatterica del chitosano. In seguito è stato inoculato lo S. mutans in un dischetto di resina composita arricchita di chitosano. Sono state poi quantificate le unità componenti la colonia batterica (CFU) per valutare l’effetto inibitorio del chitosano sul batterio (Figura 1).

Tabella 1 - Crescita batterica in 0,1 e 0,5 g di polvere di chitosano (L, M, H).
Tabella 1 - Crescita batterica in 0,1 e 0,5 g di polvere di chitosano (L, M, H).

Per determinare gli effetti sulle proprietà meccaniche della resina composita in questione sono stati effettuati i test della flessione a tre punti e di Vickers rispettivamente dopo una e tre settimane di incubazione. Si è proceduto quindi con le analisi statistiche con i test di Anova e di Scheffe con un livello di significatività del 95%. Il composito arricchito di chitosano ha mostrato attività antibatterica a tutte le concentrazioni (L, M e H); il numero di CFU nel composito con chitosano è risultato significativamente inferiore rispetto al gruppo controllo senza chitosano. Inoltre la presenza di chitosano non sembra influire significativamente sulle proprietà biomeccaniche del composito. Tuttavia il composito contenente chitosano a media concentrazione mostra una lieve diminuzione del modulo di flessibilità rispetto agli altri due gruppi.

Implicazioni cliniche

Gli Autori suggeriscono l’utilizzo nella pratica conservativa di compositi contenenti chitosano a bassa o alta concentrazione per la loro natura antibatterica oltre che per le loro proprietà meccaniche.

Effetti inibitori di resine composite contenenti acido urosolico sulla formazione del biofilm da Streptococcus mutans

Inhibition of Streptococcus mutans biofilm formation on composite resins containing ursolic acid

Soohyeon Kim, Minju Song, Byoung-Duck Roh, Sung-Ho Park, Jeong-Won Park. Restor Dent Endod 2013;38(2):65-72.

L’acido urosolico appartiene alla classe dei triterpenoidi, derivati naturali noti per le loro proprietà antitumorali e per la regolazione della crescita muscolare, ma soprattutto per la loro attività antibatterica. L’acido urosolico non ha alcun effetto tossico sulla sopravvivenza cellulare ed è uno dei pochi agenti in grado di inibire la replicazione batterica anche a bassissime concentrazioni (2 μg/mL). Grazie alla sua natura idrofobica, inoltre, l’acido urosolico viene facilmente miscelato alla resina composita e difficilmente diluito dalla saliva.

1. Struttura chimica dell’acido urosolico.
1. Struttura chimica dell’acido urosolico.

Gli Autori di questo studio hanno valutato l’effetto inibitorio dell’acido urosolico (Figura 1) contenuto nella resina composita sullo S. mutans. Sono stati quindi preparati cinque compositi a differenti concentrazioni di acido urosolico (0.04, 0.1, 0.2, 0.5 e 1.0%) ed è stata misurata la rispettiva resistenza alla flessione. Per valutare l’influenza dei carboidrati sulla replicazione batterica sono stati utilizzati dei substrati di glucosio e saccarosio. Per ogni campione di biofilm i dischetti di composito sono stati trasferiti in sospensioni di S. mutans e incubati per 24 ore. Sono state quindi quantificate le CFU per ogni campione (Tabella 1).

Tabella 1 - CFU di S. mutans nei vari campioni di biofilm (CFU/ml).
Tabella 1 - CFU di S. mutans nei vari campioni di biofilm (CFU/ml).

Si è proceduto con l’analisi statistica con test Anova. I valori di resistenza alla flessione non hanno mostrato differenze statisticamente significative alle varie concentrazioni di acido urosolico per p>0.01 e il numero di CFU sembra diminuire all’aumentare della concentrazione di acido urosolico. Il gruppo saccarosio, inoltre, ha mostrato valori di CFU superiori rispetto al gruppo del glucosio per p<0.05. Gli Autori concludono che nonostante le limitazioni dello studio, le resine composite contenenti acido urosolico mostrano effetti inibitori sulla replicazione dello S. mutans.

Implicazioni cliniche

Il peculiare effetto antibatterico dell’acido urosolico anche a bassissime concentrazioni può far propendere il clinico nella scelta di compositi arricchiti con tale agente nei restauri diretti. Questi ultimi saranno verosimilmente meno suscettibili alla formazione di carie secondarie da infiltrazione batterica.

Aumentano le lamentele nei confronti dei medici: colpa di Facebook e Twitter

dispositivi medici istituto stomatologico

Un’indagine condotta da un team della Plymouth University ha mostrato come il numero di lamentele nei confronti dei medici sia aumentato a causa del boom dei social.

Sembrerebbe infatti che l’uso di Twitter e Facebook abbia reso i pazienti più inclini a protestare e lamentarsi dei propri dottori. La popolazione è più informata, ha aspettative maggiori e tratta i medici con meno deferenza rispetto al passato.

Secondo Niall Dickson, direttore esecutivo del General Medical Council, l’aumento delle proteste non indica però una riduzione negli standard di assistenza. “Non abbiamo elementi per dire una cosa simile”, spiega alla Bbc online. La causa sarebbe appunto da individuare nei social media che hanno incoraggiato le persone a discutere le proprie esperienze con i sanitari, all’interno di forum in cui possono confrontarsi e accedere facilmente a moltissime informazioni, facili da condividere.

Il rapporto “mostra che le forze che hanno portato ad un aumento nelle lamentele nei confronti dei medici sono complesse e riflettono una combinazione tra maggiore attenzione da parte del pubblico, influenza dei media, ruolo dei social media e modificazioni profonde nella società”, spiega Julian Archer, primo autore della ricerca. “Il rapporto indica anche che c’è molto da fare per migliorare il sistema di gestione delle lamentele, in modo che le segnalazioni da parte del pubblico nei confronti dei propri dottori siano dirette alle autorità competenti”.

Nobel Biocare: i nuovi Managing Director e Vice President Sales

Eugenio Paglia

Tra le novità 2014 di Nobel Biocare spicca un assetto manageriale e organizzativo profondamente rinnovato. La propensione al lavoro in team ha fatto sì che venissero create due nuove posizioni lavorative: quella di Managing Director, assunta da Eugenio Paglia, e quella di Vice President Sales, ricoperta da Cinzia Colombo.

Per quanto riguarda il calendario l’appuntamento è per il Nobel Biocare Symposium che si terrà a Riccione dal 23 al 25 ottobre 2014 sul tema “Competenza e organizzazione del Team: strategie per il successo clinico”.

Come sottolinea Eugenio Paglia “Il tema del Simposio rispecchia proprio il progetto che stiamo portando avanti. La capacità di lavorare in team, la possibilità di condividere informazioni e di integrare prodotti e tecnologie oggi sono gli elementi chiave per il successo del trattamento e la massima soddisfazione del paziente. In Nobel Biocare, tutto questo ha un nome: Integrated Treatment Workflow. Si tratta di un nuovo approccio operativo che permette di integrare il software NobelClinician con i sistemi NobelProcera 2G e OsseoCare, permettendo così̀ un flusso di lavoro lineare dalla diagnosi al restauro, coinvolgendo le diverse figure professionali del team dentale. Sono questi eventi che ci permettono di consolidare e valorizzare il rapporto di fiducia con i nostri clienti, proponendo loro il risultato di un’attività di Ricerca e Sviluppo che da sempre rappresenta il fiore all’occhiello di Nobel Biocare”.

Esthetic Rehabilitation of Anterior Teeth with Veneers

veneers

A variety of treatment options are available to restore fractured, misaligned and malformed or hypoplastic anterior teeth. For many years, full-coverage crowns were indicated in this situation, but this treatment option is now considered invasive because of the need to remove tissue. Progress in adhesive technologies has made possible a variety of more conservative restoration techniques using veneers.

When the colour of the existing substrate (the patient’s teeth) is acceptable, thin porcelain laminate veneers (0.3–0.7 mm) may be suitable.

The term “minimally invasive” is also used to describe full veneers that wrap around the teeth, although such restorations actually cover the buccal and palatal surfaces of the prepared teeth.

Video on Veneers updated on Youtube by Albano Luis Bueno

Various clinical studies have shown that the survival rate for bonded porcelain laminate veneer restorations is more than 90% over 10 years of clinical service. In those studies, the failures reported were either cohesive ceramic fractures (the majority) or failures of the adhesive between the cement and the tooth surface.

Adhesive-related failures could be due to the extent of tooth preparation. Particularly when the preparations are deep in dentin, less adhesion can be expected relative to enamel.

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Rapporto costi benefici nella moderna terapia conservativa

Francesco Mangani

Sarà il professor Francesco Mangani ad aprire il sesto convegno espositivo “L’odontoiatria orientata al paziente, l’importanza del team”, organizzato dalla rivista Il Dentista Moderno, che si terrà ad Assago il 3 ottobre.

Scopo della sua relazione sarà quello di evidenziare il rapporto costi-benefici di un risultato clinico corretto e standardizzato in odontoiatria conservativa.

L’avvento ormai definitivo dell’odontoiatria adesiva sta comportando un sempre più alto utilizzo di queste tecniche nel campo della cosiddetta odontoiatria estetica restaurativa.
Oggi più che mai mantenere “un bel sorriso” rappresenta il primo desiderio dei pazienti e molto spesso questo risultato può essere ottenuto con materiali e procedure cliniche che salvaguardano la struttura originale del dente compromesso e che al contempo richiedono un prezzo biologico veramente molto basso. Le nuove tecnologie per l’adesione smalto-dentinale accoppiate alla continua evoluzione nello sviluppo di sempre più raffinati materiali estetici (resine composite e ceramiche) permettono, quasi “routinariamente”, l’ottenimento di risultati facilmente controllabili e predicibili nel tempo.
Certo è che tecnologie e materiali devono essere rigorosamente governate da un approccio operativo che niente lasci all’estro e alla fantasia ma bensì risponda a passaggi operativi attentamente codificati in funzione della tipologia dei materiali di volta in volta utilizzati.

Per maggiori informazioni e iscrizioni:
Laura Pacchetti
tel. 0239390630
laura.pacchetti@tecnichenuove.com

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