L’obiettivo del nostro studio è stato quello di valutare i cambiamenti a lungo termine nella morfologia della mandibola mediante l’analisi Thin-Plate Spline (TPS), indotti dal trattamento delle malocclusioni di Classe III con Maschera Facciale (FM) e Bite-Block (BB).
Materiali e Metodi
22 pazienti (9 maschi,13 femmine; età media a T1: 9.2 anni±1.6; CVS: CS1-CS2) con malocclusione dento-scheletrica di Classe III sono stati trattati secondo il protocollo terapeutico FM-BB, seguito da terapia fissa. I pazienti sono stati rivalutati a fine crescita (T2), circa 8.5 anni dall’inizio del trattamento (età media: 18.7 anni±2.1; CVS: CS6).
13 pazienti con malocclusione dento-scheletrica di Classe III non trattata, hanno composto il gruppo controllo, uniforme al gruppo trattato per tipo di disarmonia dento-scheletrica, età, maturità scheletrica e durata degli intervalli di osservazione. La morfologia della mandibola è stata valutata mediante l’analisi TPS delle radiografie in proiezione latero-laterale di tutti i soggetti di entrambi i gruppi. Successivamente, è stato effettuato un confronto longitudinale tra i tempi T1 e T2 per valutare differenze sia di forma che di misura in entrambi i gruppi (test di permutazione, Mann-Whitney tests).
Risultati
Nel lungo termine, il gruppo trattato mostra una significativa direzione di crescita del condilo in alto e in avanti, associata ad una deformazione della sinfisi mandibolare verso l’alto. Al contrario, soggetti con malocclusione di Classe III non trattata mostrano una direzione di crescita del condilo supero-posteriore associata ad una deformazione verso il basso e in avanti della sinfisi mandibolare.
Conclusione
Il trattamento precoce della malocclusione di Classe III con FM-BB è in grado di determinare cambiamenti significativi e favorevoli nella morfologia della mandibola caratteristici della rotazione morfogenetica anteriore.
bibliografia
De Toffol L, Pavoni C, Baccetti T, Franchi L, Cozza P. Orthopedic treatment outcomes in Class III malocclusion. A systematic review. Angle Orthod. 2008;78:561-573. Cozza P, Baccetti T, Mucedero M, Pavoni C, Franchi L. Treatment and posttreatment effects of a facial mask combined with a bite-block appliance in Class III malocclusion. Am J Orthod Dentofacial Orthop. 2010;138:300-310 Masucci C, Franchi L, Defraia E, Mucedero M, Cozza P, Baccetti T. Stability of rapid maxillary expansion and facemask therapy: A long-term controlled study. Am J Orthod Dentofacial Orthop. 2011;140:493-500 Baccetti T, Franchi L, McNamara JA jr. Thin-plate spline analysis of treatment effects of rapid maxillary expansion and face mask therapy in early Class III malocclusions. Eur J Orthod. 1999; 21:275-281 Lavergne J, Gasson N. Operational definitions of mandibular morphogenetic and positional rotations. Scand J Dent Res. 1977;85:185-192
Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria Presidente
Prof. Paola Cozza
Microfotografia ottenuta mediante SEM mostra un basso sviluppo di biofilm su un campione di R5
Cazzaniga G., Brambilla E.
Introduzione e scopo dello studi
Il biofilm orale cariogeno è il principale responsabile della carie secondaria [1]. Quest’ultima, a sua volta, è responsabile del fallimento della terapia conservativa nel 60% dei casi [2]. La molecola di clorexidina è uno degli agenti più efficaci nel prevenire la formazione del biofilm [3]. Essa si è dimostrata inoltre efficace quale inibitore delle metallo-proteinasi [4]. Per tale ragione la clorexidina addizionata ad un sistema adesivo smalto-dentinale ha consentito il miglioramento dell’integrità del legame adesivo di un restauro in composito [5]. Non è ancora nota tuttavia la capacità di tale formulazione di modulare lo sviluppo del biofilm orale.
Scopo dello studio è valutare l’influenza di sistemi adesivi contenenti clorexidina su un biofilm di Streptococcus mutans (S. mutans) in vitro.
Materiali e metodi
Sono stati testati sistemi adesivi disponibili in commercio e resine sperimentali addizionate di clorexidina in differenti percentuali. I sistemi adesivi commercializzati includono Adper™ Scotchbond™ 1 XT (3M ESPE, Seefeld, Germany), Peak Universal Bond (Ultradent, South Jordan, Utah, USA), Peak™ LC Bond (Ultradent, South Jordan, Utah, USA). Le resine sperimentali testate presentano valori crescenti di idrofilicità e riassumono le composizioni maggiormente impiegate nei sistemi adesivi, R2 (70% BisGMA, 28.75% TEGDMA), R3 (70% BisGMA, 28.75% HEMA), R5 (40% BisGMA, 30% BisMP, e 28.75% HEMA) [6].
Ogni sistema adesivo addizionato di clorexidina presenta un controllo privo di clorexidina. Venti dischi di resina (6,4mm diametro, 1,5mm spessore) sono stati ottenuti per ogni gruppo; i dischi sono stati successivamente polimerizzati (120s, 800mW/cm2) in atmosfera di azoto. Un bioreattore a flusso continuo del tipo “modified Drip-flow reactor” è stato utilizzato per sviluppare biofilm di S. mutans sulle superfici dei campioni.
Lo sviluppo di biofilm è stato valutato dopo 24 ore mediante il test MTT; inoltre 2 campioni per ogni gruppo sono stati processati per essere osservati mediante microscopio elettronico a scansione (SEM) (Fig. 1) e microscopio confocale laser (CLSM) (Fig. 2). Per l’analisi statistica è stato utilizzato un modello ANOVA ad una via ed è stato impiegato il test t di Student quale test post-hoc per l’analisi delle significatività (p < 0.05).
Immagine ottenuta mediante CLSM di un campione di 3M 1XT. Colorazione fluorescente live/dead evidenzia microrganismi vitali (verde) e non vitali (rosso)
Risultati
L’aggiunta di clorexidina ai sistemi adesivi testati ha prodotto effetti differenti a seconda della resina presa in considerazione (Graf.1). Nessun adesivo contenente clorexidina ha mostrato un incremento delle performance antibatteriche se confrontato con il proprio controllo senza clorexidina ad eccezione di Peak Universal Bond. La formulazione che ha evidenziato il minor sviluppo di biofilm è R5 senza clorexidina.
Discussione
La composizione base dei sistemi adesivi influisce significativamente sullo sviluppo di biofilm indipendentemente dall’aggiunta di un principio antibatterico. La modulazione della composizione chimica di un sistema adesivo potrebbe migliorare la sua interazione con la microflora del cavo orale.
Conclusioni
La ricerca nell'ambito della prevenzione della carie secondaria potrebbe comprendere la sintesi di materiali bioattivi, in grado quindi di modulare lo sviluppo di biofilm, senza necessariamente addizionare sostanze antibatteriche. L’impiego di un bioreattore a flusso continuo in grado di simulare in modo standardizzato le condizioni presenti nel cavo orale potrebbe consentire l’allestimento di studi su biofilm multispecie e per tempi di incubazione prolungati, necessari per avvalorare i risultati di questo esperimento.
bibliografia
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[3] Arweiler NB, Boehnke N, Sculean A, Hellwig E and Auschill TM. Differences in efficacy of two commercial 0.2% chlorhexidine mouthrinse solutions: a 4-day plaque re-growth study. Journal of Clinical Periodontology 2006;33:334-9.
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[5] Zhou J, Tan J, Chen L, Li D and Tan Y. The incorporation of chlorhexidine in a two-step self-etching adhesive preserves dentin bond in vitro. Journal of Dentistry 2009;37:807-12.
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Dipartimento di Scienze della Salute, Università degli Studi di Milano, Italia
Autore: Sara Cavecchia Relatore: Prof. Leonardo Trombelli
OBIETTIVO DELLO STUDIO
Valutare con l’Early Wound-Healing Index (EHI)1 la guarigione precoce di incisioni della papilla interdentale eseguita secondo la metodica del Single Flap Approach (SFA)2,3,4,5,6 utilizzata per il trattamento dei difetti infraossei parodontali. È stata inoltre valutata la correlazione tra EHI e i) fattori paziente-specifici, fattori sito-specifici e fattori tecnici (chirurgici); ii) risultati clinici ottenuti a 6 mesi.
MATERIALI & METODI
SELEZIONE DEI PAZIENTI E DEI DIFETTI:
• Parodontite Cronica o Aggressiva;
• No gravidanza o allattamento;
• Nessuna assunzione di farmaci che possano influenzare lo stato parodontale;
• Nessuna assunzione di anticoagulanti, FANS, corticosteroidi;
• Presenza di almeno un difetto parodontale intraosseo interprossimale profondo (PPD ≥ 5mm, profondità radiografica ≥3mm);
• Limitata estensione del difetto interprossimale sul versante linguale o palatale.
RACCOLTA DEI DATI:
RISULTATI
CONCLUSIONI
A 2 settimane dalla chirurgia il SFA buccale ha determinato una chiusura per prima intenzione nella maggior parte dei siti trattati. La tipologia dentale, la presenza di punto di contatto interdentale, cratere interdentale nei tessuti molli e la larghezza della papilla interdentale possono influenzare la guarigione post-operatoria precoce dell’incisione papillare. L’EHI non è correlabile con i risultati clinici ottenuti a 6 mesi.
bibliografia
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2.Trombelli et al.(2007). Uso di un solo lembo in chirurgia ricostruttiva. Dental Cadmos 8, 15-25.
3.Trombelli et al. (2008). Single Flap Approach. Un caso clinico paradigmatico. Dental Clinics (in italiano).
4.Trombelli et al. (2008). “Single Flap Approach” in chirurgia ricostruttiva dei tessuti parodontali duri e molli. Dental Tribune (in italiano).
5.Trombelli et al. (2009). Single-Flap Approach with buccal access in periodontal reconstructive procedures. A case series. Journal of Periodontology 80: 353-360.
6.Trombelli et al. (2012). Single flap approach for surgical debridement of deep intraosseous defects: a randomized controlled trial. Journal of Periodontology 83, 27-35.
Centro di Ricerca per lo Studio delle Malattie Parodontali e Perimplantari, Università di Ferrara, Italia
Zirconia In Odontoiatria: Valutazione Prospettica Di Differenti Formulazioni Sperimentali
Autore: Tullio Lucco Castello Relatore: Prof. Giuseppe Merlati Controrelatore: Prof. Paolo Menghini
Obiettivi
Numerose aziende del settore dentale propongono materiali a base di zirconia. Questi sono chimicamente simili tra loro e consistono in policristalli tetragonali di diossido di zirconio stabilizzati con ossido di ittrio al 3%. Lo stabilizzante risulta necessario per mantenere stabile a temperatura ambiente la fase tetragonale dei suoi policristalli e per contrastare la low temperature degradation. Recentemente sono apparsi in letteratura studi sulla stabilizzazione di zirconia nanoindotta.
Scopo di questo studio è individuare la sintesi che porti ad ottenere la polvere di zirconia con struttura nanometrica che le consenta di essere stabile a temperatura ambiente e effettuare la sinterizzazione delle polveri con un metodo che permetta di mantenere la struttura nanometrica nel prodotto finale.
FASI DI LAVORO
Materiali e metodi
Sono state sperimentate la sintesi idrotermale e solvotermale che prevedono la cristallizzazione di un idrossido amorfo ottenuto per precipitazione diretta in ambiente basico. La cristallizzazione viene poi realizzata in un reattore chiamato bomba idrotermale. Per la sintesi idrotermale sono stati impiegati 2.812g di Zr(NO3)2.6H2O sciolti in 32 ml di acqua distillata, corrispondente ad una soluzione 0,25M nel metallo. A parte, 6 ml di ammoniaca concentrata sono stati diluiti in acqua deionizzata a 32 ml. E’ stata sperimentata una variante che prevede l’utilizzo di un diverso sale di zirconio [ZrO(Cl)2.6H2O]. Per la sintesi solvotermale, il solvente usato è il metanolo e come agente precipitante è stata impiegata l’ammoniaca. 5.443 g di ZrO(NO3)2.6H2O e 9.6 g di urea sono stati disciolti in 40 mL di metanolo.
I gel dispersi sono stati trasferiti nella bomba idrotermale e messi in stufa a 130 °C per 10 ore nel caso della sintesi idrotermale e a 160 °C per 20 ore con la sintesi solvotermale. In entrambi i casi l’amorfo ottenuto è stato calcinato per 1 ora a temperature di 400, 500 600 e 700 °C. Le polveri sono state densificate con la tecnologia HP-Fast lavorando a temperature di 800-900 °C (rispetto ai 1400 °C usati per la zirconia in commercio) e con pressione fino a 1 GPa. Agendo sula pressione il tempo di lavoro è molto ridotto: 5 minuti rispetto alle 4-5 ore dei metodi attuali.
Risultati
XRD ha mostrato composizioni di 100% di fase tetragonale, con granulometria di 10 – 25 nm nelle polveri. Le granulometrie più ridotte sono state ottenute con le temperature di calcinazione di 400 °C. Con la sintesi idrotermale si è inoltre constatata l’assenza di residui organici nel prodotto finale, dimostrata dal colore bianco di queste polveri.
Le polveri della sintesi solvo termale si presentavano grigio-nere e sono state così trattate in aria o in ossigeno a temperature elevate. La temperatura di essicazione ha influito ulteriormente sull’aumento dimensionale dei grani rispetto alla polvere di partenza. Il nuovo metodo di sinterizzazione ha consentito di mantenere invariata la granulometria nei sinterizzati.
Conclusioni
Campioni di zirconia sono stati prodotti partendo dai reagenti e sintetizzandoli in laboratorio. Questi campioni puri e in alcuni casi con 100 % di fase tetragonale sono stabili a temperatura ambiente grazie alla struttura nanometrica dei grani (10-25 nm), struttura che si mantiene nella successiva fase di sinterizzazione.
bibliografia
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[3] Solid State Ionics; Schoonman J., n°135; 2000; pagg.5-19
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[7] Synthesis of Full Dense Nanostabilized Undoped Tetragonal Zirconia; Filippo Maglia,MonicaDapiaggi, Ilenia Tredici, Beatrice Maroni, Umberto Anselmi-Tamburini; J.Am. CeramSoc.; n°93; 2010; pagg. 2092-2097
Fallimento endodontico con dolore e importante lesione periapicale
Ritrattamento in 3 sedute
Follow-up per diversi anni -> miglioramento generale
Ecografia -> esclusione cisti
Scintigrafia ossea m99TC : captazione mandibola e sterno
Dolore eminmandibola sx in corrispondenza del 36
36 già trattato endodonticamente.
CONCLUSIONI
Controllando la documentazione radiografica della paziente si è notat o che la patologia endodontica era precendete a quella sistemica. Questo rende plausibile pensare, in accordo con la letteratura, che la patologia periapicale ed il fallimento endodontico (P.acnes) possa essere il primum movens che ha portato, in un soggetto geneticamente predisposto, allo scatenarsi della patologia sistemica.
bibliografia
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VALENZA CLINICA* questa tesi mette in evidenza come la salute orale, o viceversa la patologia, abbia una importanza di rilievo nel quadro della patologia clinica.
Laureanda: Maria Diletta Braconi
Relatore: Prof. Fabrizio Bambini
Correlatore: Dott. Andrea Santarelli
INTRODUZIONE
La B.O.I.L. tecnique (Biologically Oriented Immediate Loading) è un protocollo chirurgico di implantologia a carico immediato che si basa su tre principi fondamentali:
1. Ottenere la MASSIMA STABILITÁ PRIMARIA; Questo, come è noto in implantologia, è possibile grazie ad alcune condizioni dell’osso e dell’impianto:
Qualità Ossea preferibilmente di tipo 1 o 2 di Misch;
Forma Implantare più o meno aggressiva in funzione della qualità ossea;
Dimensione Implantare maggiore possibile;
Torque e Velocità d’ Inserzione proporzionale alla tipologia di osso:
a. sottopreparazione per osso tipo 3/4
b. preparazione normale per osso tipo 1/2
Superfici Implantari Bio attive -> fondamentale
2. Evitare il RIASSORBIMENTO osseo rispettando l’AMPIEZZA BIOLOGICA e garantire un SIGILLO BIOLOGICO stabile attraverso:
L’esecuzione di procedure che evitino sofferenze vascolari alle strutture ossee : una CHIRURGIA FLAPP-LESS in cui la vascolarizzazione sovraperiostale data dalle atrerie e dalle vene periostali non viene esclusa, anzi, permette l’apporto di fattori di crescita che riducono la necrosi peri-implantare;
Il materiale del moncone (LOW PROFILE) in titanio che preservi il tunnel mucoso e stabilisca un sigillo biologico stabile con l’epitelio;
Il posizionamento del collo implantare viene spostato filo-crestale o sotto-crestale in maniera proporzionale al biotipo del paziente.
L’ipotesi è che, stabilita l’ampiezza biologica come costante (K) di 3 mm, definito lo spessore del biotipo tissutale (X) e la posizione dell’impianto rispetto al livello osseo (Y) in cui lo 0 corrisponde al “bone-level”, è possibile calcolare l’entità del riassorbimento (R) attraverso delle formule matematiche:
Preso K = 3 mm K = X + Y -> 3 = X + Y Y= K - X -> Y = 3 - X Considerando un biotipo spesso X = 3 -> Y = 0 -> IMPIANTO BONE-LEVEL Considerando un biotipo sottile X = 2 -> Y = 1 -> IMPIANTO 1 mm SOTTO IL LIVELLO OSSEO Il riassorbimento viene quindi così calcolato: R = K - X -> R = 3 - X ma dato che il nostro obiettivo è ottenere R = 0 avremo -> 0 = 3 - X -> X = 3
Pertanto sappiamo che il riassorbimento sarà nullo solamente nel caso di un biotipo spesso.
3. Solidarizzare gli impianti per raggiungere STABILITÁ E PASSIVITÁ con la protesi avvitata.
MATERIALI E METODI
Sono stati arruolati per lo studio prospettico caso-controllo
13 pazienti con inserimento di 61 impianti a carico immediato
5 riabilitazioni totali superiori
3 riabilitazioni totali inferiori
5 riabilitazioni singole superiori
RISULTATI
I siti implantari trattati con tecnica BOIL hanno subito un riassorbimento MEDIO osseo di circa 0,2 mm.
I siti implantari che invece furono trattati con tecnica tradizionale presentarono aree di riassorbimento COMPRESI TRA 1 E 3 MILLIMETRI CON VALOREI MEDI DI 1.8 senso verticale.
CONCLUSIONI
Nonostante il limitato numero di impianti inseriti e il breve periodo di follow up esaminato possiamo concludere che la tecnica BOIL ha dimostrato di essere efficace negli obiettivi per cui è stata proposta ovvero:
Ottenere la massima stabilità primaria
Ottenere un sigillo biologico stabile a garanzia del sistema osso impianto
CASO CLINICO 1: Caso esplicativo di una riabilitazione con tecnica B.O.I.L. dell’elemento 2.2 affetto da patologia cariosa ad interessamento sub-gengivale nella porzione distale fino alla polpa dentale >>
CASO CLINICO 2: Riabilitazione con tecnica B.O.I.L totale arcata superiore e parziale arcata inferiore in una paziente di anni 38 con una malattia parodontale in stato avanzato >>
1. Testori T., Bianchi F., Del Fabbro M., Szmukler-Moncler S., Francetti L. & Weinstein R.L. Immediate non occlusal loading vs early loading in partially edentulous patients. Pract. Proced. Aesthet. Dent. 2003a; 15: 787-794
Testori T., Del Fabbro M., Szmukler-Moncler S., Francetti L. & Weinstein R.L. Immediate occlusal loading of OSSEOTITE® implants in the completely edentulous mandible. Int. J. Oral Maxillofac. Implants 2003b; 18: 544-551
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3. Glauser R., Ree A., Lundgren A.K., Gottlow J., Hämmerle C.H.F., Schärer P. Immediate occlusal loading of Bränemark implants applied in various jawbone regions: a prospective, 1-year clinical study. Clin. Impl. Dent. Rd. Res. 2001; 3: 204-213. Cannizzaro G., Leone M., Esposito M. Immediate functional loading of implants placed with flapless surgery in the edentulous maxilla: 1-year follow-up of a single cohort study. Int. J. Oral Maxillofac. Impl. 2007 Jan-Feb; 22(1): 87-95.
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Valutazione della qualità della vita in pazienti sottoposti a riabilitazione implanto-protesica fissa utilizzando un innovativo software di pianificazione implantare: Dentalvox®.
BERTON FEDERICO1, DI LENARDA ROBERTO2 1 Autore, Dipartimento di Scienze Biomediche, Università degli Studi di Trieste 2 Relatore, Direttore di Dipartimento di Scienze Biomediche, Università degli Studi di Trieste
OBIETTIVI
L’implantologia computer guidata, con gli ormai diffusissimi software di pianificazione digitale, rappresenta un’opzione terapeutica ormai concretamente a disposizione degli odontoiatri, spesso associata a protocolli di carico masticatorio precoce attuabili grazie al miglioramento delle superfici implantari. In questo contesto è ancora poco chiaro quale sia la percezione del trattamento ricevuto nell’equilibrio del cavo orale e quanto possa influenzare la qualità della vita del paziente [1].
Valutazioni su diversi livelli da quelli convenzionali ci vengono offerte da alcuni test da somministrare ai pazienti [2], attraverso i quali potremmo essere capaci di offrire un trattamento basato sull’evidenza scientifica ed individualizzato. Questo studio osservazionale longitudinale si prepone di valutare questi aspetti del trattamento, utilizzando un software di pianificazione implantologica nuova concezione.
MATERIALI E METODI
Secondo i criteri di inclusione sono stati selezionati 19 pazienti fra settembre 2011 ed agosto 2012 con un’età compresa tra i 22 ed i 77 anni (età media di 54,1 anni). Dei 19 pazienti, 10 (52,6%) sono maschi e 9 (47,4%) femmine. Ogni paziente ha ricevuto una riabilitazione implanto-protesica fissa per risolvere edentulie singole, multiple o arcate edentule. 11 pazienti (57,9%) hanno ricevuto un impianto singolo, 5 pazienti (26,3%) tre o quattro impianti, 3 pazienti (15,8%) sei impianti per la riabilitazione totale di un’arcata edentula.
Gli impianti inseriti sono stati 45, di cui 18 (40%) nell’arcata superiore e 27 (60%) nell’arcata inferiore. Il questionario in grado di rivelare l’impatto psico-sociale della condizione di salute orale sulla qualità della vita è stato l’OHIP-14 (Oral Health Impact Profile 14) [3]. È costituito da 14 items con 5 gradi di risposta secondo la scala Likert (0=mai, 1=quasi mai, 2=occasionalmente, 3=abbastanza spesso, 4=molto spesso). Il punteggio risultante è inversamente proporzionale alla qualità della vita percepita.
Ogni paziente ha compilato OHIP-14 in fase preoperatoria (T0), a 2 mesi (T2), a 3 mesi (T3) a 6 mesi (T6) insieme ad un questionario che valutasse parametri soggettivi come l’estetica e la funzione della riabilitazione. Seguendo il protocollo IDeA® sono state realizzate dime radiologiche per eseguire la TC (Fig. 1). Il software Dentalvox® ha importato le scansioni assiali in formato DICOM [4]. Per ogni asse protesico (determinato da tubicini radiopachi cavi inseriti nella ceratura della dima) è stato possibile realizzare dei pacchetti di immagini (nei piani X,Y,Z) longitudinalmente ad esso, eliminando possibili distorsioni che avrebbero potuto alterare le misurazioni del caso (Fig. 2).
Durante la fase chirurgica il protocollo prevedeva l’utilizzo delle singole dime chirurgiche ad appoggio dentale/osseo o misto per l’inserimento delle fixture cui seguiva la cementazione del manufatto protesico provvisorio armato. L’allocazione nei due gruppi di protocollo di carico (convenzionale o immediato) è stata determinata da condizioni cliniche sito-specifiche, valutate dal chirurgo (e.g., la stabilità primaria di ISQ>65 misurata con Osstell™ [5]).
RISULTATI
OHIP-14 dell’intero campione mostra un punteggio medio a T0 di 12,2 (SD ±11,6) a T2 di 9,4 (SD ±7,2) a T3 di 8,6 (SD ±6,4) a T6 di 5,4 (SD ±5,7). La tendenza dell’OHIP sembra avere un andamento negativo nell’intervallo di tempo (che si traduce in un miglioramento, vista la scala inversa dei valori). Stratificando la differenza di punteggio di OHIP-14 tra i due gruppi di protocollo di carico (carico immediato, n=14 e carico convenzionale n=5), emerge una differenza T0-T2 più marcata nel gruppo con protocollo di carico immediato, rispetto a quello con carico convenzionale, di 4,8 (SD ±9,6) per il primo e di 1,4 (SD ±3,0) per il secondo.
Abbiamo diviso per tipo di edentulia il campione, considerando il primo gruppo come edentulia singola (n= 11) e come secondo l’edentulia multipla comprendendo anche l’arcata edentula (n= 8). I risultati di OHIP medio iniziale risultano: 7,2 (SD ±7,4) per il primo gruppo e 19,1 (SD ±13,2) per il secondo. La differenza media tra T0 e T2 risulta ancora maggiore nel secondo gruppo con 8,8 punti (SD ±9,7) mentre per il primo 0,2 punti (SD ±3,5).
Mettendo in relazione i dati sulla percezione soggettiva sull’estetica e sulla funzione della riabilitazione protesica per il paziente con OHIP-14 (vedi Grafico 1 e 2), si trovano trend simili, ovvero con andamento negativo, che si traducono in un miglioramento della percezione del paziente.
VALENZA CLINICA E CONCLUSIONI
Il sistema Dentalvox® combinato con il protocollo IDeA® ha portato a buoni risultati preliminari (a sperimentazione ancora in itinere), essendo in grado di gestire riabilitazioni semplici e complesse con poche complicanze ed un buon livello di precisione che ci ha consentito di consegnare un provvisorio armato nella stessa seduta chirurgica. Grazie alla sperimentazione è stato possibile validare una sistematica di nuova concezione che potrà essere, nel breve periodo, utilizzata routinariamente dai clinici della struttura ospedaliero-universitaria vantaggiosamente sia per il paziente che per gli operatori.
Con i ridotti mezzi offerti dal disegno dello studio, OHIP-14 appare un utile strumento per la misurazione dell’impatto della salute orale sulla qualità della vita. Nella fattispecie, sembra che essa dipenda direttamente da valori come l’estetica e la funzione masticatoria/fonetica connessa al cavo orale. Appare logico che nelle edentulie parziali il miglioramento sia maggiore rispetto alle edentulie singole, come anche l’effetto soffitto che affligge tale categoria. Ulteriori studi sono richiesti per validare questo metodo di valutazione affinché diventi parte integrante del trattamento implanto-protesico.
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Emanuele BERGANTIN Giuseppe Migliaretti Damiano PASQUALINI Elio BERUTTI Nicola SCOTTI
INTRODUZIONE
Scopo di questo studio clinico longitudinale randomizzato è di valutare la sensibilità post operatoria in cavità di media profondità (distanza dalla polpa >1mm) di premolari e molari sotto carico masticatorio, utilizzando due diversi tipi di adesione, etch-and-rinse vs self-etch.
Ipotesi nulla: gli adesivi Self-etch non inducono una più bassa sensibilità post-operatoria se comparata con l’approccio etch-and-rinse.
MATERIALI E METODI
Sono stati reclutati 204 pazienti con almeno un dente posteriore affetto da lesione cariosa.
Tutte le procedure sono state eseguite rigorosamente dallo stesso operatore esperto.
E’ stata eseguita una X-Ray Bite-Wing pre-operatoria per ogni paziente per valutare l’entità della lesione cariosa. Lesioni cariose distanti 1mm o meno dalla camera pulpare sono state escluse dallo studio in quanto considerate cavità profonde.
I pazienti sono stati suddivisi in modo randomizzato in due gruppi in base alle tecniche adesive utilizzate: Gruppo A adesivo etch-and-rinse 3 step (All Bond 3, Bisco); Gruppo B adesivo self-etch 2 step (Clearfil Protect Bond, Kuraray).
Il restauro è stato effettuato utilizzando un composito fluido (Flow Venus, Heraeus Kulzer) sul pavimento cavitario e un composito nanoibrido (Venus Diamond, Heraeus Kulzer) con stratificazione obliqua per ridurre lo stress da contrazione.
Ogni incremento è stato polimeralizzato per 20 secondi con una fonte di luce (Translux Power Blue, Heraeus,) come raccomandato dalla casa produttrice.
Ad ogni paziente è stata consegnata una scala VAS che prevedeva la compilazione domiciliare giornaliera per 7 giorni (da T1 a T7), con uno score da 1 a 3 per valutare la sensibilità post-operatoria al caldo e al freddo.
E' stata eseguita una radiografia bite-wing post-operatoria per confermare la profondità del restauro e la distanza dalla comera pulpare (1-3 mm).
Le differenze tra i gruppi sono state analizzate mediante analisi statistica descrittiva e inferenziale.
In ogni gruppo le differenze di sensibilità post-operatoria tra i Vas scores T1 e T7 sono stati analizzati con un McNemar Test (p<0.05).
Per comparare la sensibilità post-operatoria tra i gruppi, l’andamento della curva che rappresenta i valori da T1 a T7 durante il periodo di osservazione è stata analizzata con un Friedman Test (p<0.05).
RISULTATI
Per entrambi i gruppi, si è evidenziato un incremento della sensibilità postoperatoria in T1, significativamente diminuito nel corso dei 7 giorni di osservazione (p<0.05 indipendentemente dal sistema adesivo).
La comparazione tra i gruppi non vede una differenza statisticamente significativa nella sensibilità post-operatoria tra i pazienti reclutati (p=0.379).
CONCLUSIONI
L’ipotesi nulla è stata accettata poichè i pazienti trattati con sistema adesivo self-etch 2-step (Clearfil Protect Bond, Kuraray) mostrano una sensibilità post-operatoria sovrapponibile a quella riportata dai pazienti trattati con approccio 3 step etch-and-rinse (All Bond 3, Bisco).
In entrambi i gruppi di adesivi si è osservato un marcato aumento della sensibilità post-operatoria nel giorno immediatamente conseguente al restauro, probabilmente dovuto agli insulti chimico-meccanici indotti dalle procedure per la rimozine della carie.
Tuttavia, in entrambi i gruppi la sensibilità post-operatoria è diminuita significativamente durante il periodo di valutazione (7 giorni), indipendentemente dal sistema adesivo impiegato.
Il ritorno della sensibilità dopo una settimana ai livelli pre-operatori è correlato al mantenimento del sigillo dentinale, alla risoluzione di ogni infiammazione pulpare risultante dalle procedure operative e alle proprietà isolanti delle resine composite.
I sistemi adesivi multistep, sia etch-and-rinse che self-etch, forniscono un efficiente sigillo dentinale che previene i pazienti da sensibilità post-operatoria in trattamenti di cavità di media profondità.
RILEVANZA CLINICA
La conclusione di questo studio in vivo mostra che sia i sistemi adesivi 3- step etch-and-rinse che i 2-step self-etch, se si seguono le istruzioni della casa produttrice, possono condurre a un effettivo sigillo dentinale delle cavità di media profondità senza indurre sensibilità post-operatoria.
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Tesi di Laurea di: Dott. Niccolò ANGHILIERI
Relatore: Prof. Marcello MADDALONE
Correlatore: Dott. Claudio Luigi CITTERIO
OBIETTIVI
E’ stata esaminata la capacità di strumentazione del canale radicolare del sistema di strumenti endodontici con movimento alternato Reciproc® (VDW, Munich, Germany) attraverso la valutazione della preparazione canalare del terzo coronale, medio ed apicale del canale radicolare. Gli strumenti sono stati utilizzati su elementi dentari estratti e la valutazione della strumentazione è stata eseguita tramite il confronto delle acquisizioni micro-CT pre- e post-trattamento endodontico.
MATERIALI E METODI
Il campione di questa ricerca comprende 10 elementi dentari estratti per motivi ortodontici, traumatici o parodontali. Sono stati invece esclusi dal campione quegli elementi che presentavano radice non integra, apice immaturo o pregressi trattamenti endodontici. Per consentire un posizionamento corretto e riproducibile all’interno del macchinario micro-CT gli elementi sono stati inclusi in blocchi di resina epossidica previa apposizione di cera blu ortodontica a livello apicale onde evitare l’occlusione dei forami apicali da parte della resina.
In seguito alla scansione preliminare con metodica micro-CT, è stata pertanto eseguita la strumentazione canalare in base alle direttive Reciproc. Successivamente alla scansione micro-CT dei campioni post-trattamento, la valutazione della strumentazione è stata effettuata prendendo in considerazione la differenza tra le aree pre- e post-strumentazione endodontica, la variazione degli spessori radicolari pre- e post-strumentazione endodontica ed il rapporto di centralità della sagomatura in corrispondenza di tre specifici piani di riferimento: il piano passante a livello degli imbocchi dei canali radicolari (fig. 1), il piano passante a metà della lunghezza del canale radicolare (fig. 2) ed il piano passante a 2mm dall’apice anatomico (fig. 3).
RISULTATI E CONCLUSIONI
La sagomatura dei canali radicolari ottenuta attraverso la metodica Reciproc non presenta un comportamento predicibile poiché, in base ai dati raccolti in questo studio, non manifesta un’adeguata capacità di centratura o di mantenimento del centro del canale radicolare di origine. L’analisi delle sezioni assiali mostra un aumento non omogeneo del lume canalare. Lo strumento tende infatti a lavorare prevalentemente a contatto con una ridotta porzione del canale sovra strumentandola, lasciando conseguentemente ampie porzioni di canale non strumentate.
Un simile comportamento da parte dello strumento è di comune riscontro in presenza di canali laminari. L’analisi del rapporto di centralità mostra inoltre risultati discordanti lungo tutto il sistema dei canali radicolari. La tendenza dello strumento al raddrizzamento all’interno del canale determina infatti un mancato rispetto ed un’importante aberrazione dell’anatomia originale, con conseguenti trasposizioni canalari o di forame apicale.
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Università degli Studi di Milano-Bicocca Scuola di Medicina e Chirurgia Dipartimento di Chirurgia e Medicina Interdisciplinare Cattedra di Clinica Odontoiatrica U. O. di Odontostomatologia Corso di Laurea Magistrale in Odontoiatria e Protesi Dentaria Corso di Laurea in Igiene Dentale Scuola di Specializzazione in Chirurgia Orale Dottorato di ricerca in Parodontologia Sperimentale Direttore: Prof. Marco Baldoni
L’odontoiatria restaurativa moderna si basa sui principi dell’adesione e della minima invasività. I materiali compositi in particolare si sono imposti sul mercato come soluzione di restauro non più temporanea ma definitiva ed universale; oggi non esiste un piano di trattamento che non comprenda il loro utilizzo come sigillo, restauro anteriore o posteriore o sostegno per una corona protesica. La perfetta conoscenza dei pregi e tecniche di applicazione di questi materiali è indispensabile per ogni dentista per ottenere risultati ottimali con tempi di lavoro corretti.
In questo articolo si evidenziano le potenzialità dei sistemi compositi moderni confrontando la tecnica diretta di restauro con la tecnica indiretta nei settori posteriori, analizzandone pregi e difetti per guidare nella scelta il professionista. Le applicazioni delle due tecniche sono descritte a partire dall’analisi preliminare passando attraverso la stratificazione del materiale fino alla cementazione del restauro indiretto.
Summary
The treatment plan in the posterior with composite. Successful strategies with only two masses for direct and indirect restorations. Case Report.
The modern restorative dentistry is based on the principles of adhesion and minimal invasiveness. Composite materials in particular have been imposed on the market as the solution of restoration is no longer temporary but permanent and universal, and today there is a treatment plan that does not include their use as a seal, front or rear restoration or support for a prosthetic crown. The perfect knowledge of the strengths and techniques of application of these materials is essential for every dentist to get the best results from working time corrected.
In this article are highlighted the potential of modern composite systems by comparing the direct technique of restoration with the indirect technique in the posterior region, analyzing advantages and disadvantages to guide the dentist in choosing the correct choice. The applications of the two techniques are described starting from the preliminary analysis of the material passing through the layering until the cementation of indirect restoration.
La paziente, 36 anni, si presenta alla mia osservazione in condizioni di urgenza, per una sintomatologia dolorosa agli stimoli termici e pressori, nel secondo quadrante. L’esame obiettivo mostra, oltre ogni ragionevole dubbio, una evidente recidiva cariosa a carico degli elementi 2.5 e 2.6, con porzioni dentinali esposte e margini cavitari altamente degradati e infiltrati (Figura 1). Iniziando la toilette delle lesioni si evidenziano cavità di 1a classe di Black su 2.6, 2a cl distale su 2.5 e, come di frequente in questi casi, una lesione mesiale, senza interessamento della cresta marginale, a carico di 2.6 (Figure 2, 3 )1-4. Le Figure 4 e 5 mostrano le preparazioni cavitarie ultimate, con margini netti e ben rifiniti da strumenti rotanti a bassa granulometria per asportare i prismi dello smalto non sostenuti che potrebbero distaccarsi al momento della contrazione del sistema adesivo, creando imperfezioni di chiusura e pigmentazioni, con potenziale recidiva cariosa.
La profondità e l’ampiezza della cavità distale su 2.5 consentono un accesso diretto alla lesione mesiale su 2.6 che, dopo una preparazione cavitaria a ‘slot’, viene trattata con una tecnica adesiva Total Etch 2 passaggi, e successiva prolungata polimerizzazione con lampada led ad alta potenza per 40 sec (Figure 6-8 )5. Dopo l’applicazione di un sottile strato di composito fluido (Dentsply SDR) per creare uno strato elastico sul fondo cavitario e chiudere eventuali piccoli sottosquadri dovuti alla preparazione6, viene utilizzata un’unica massa di composito con la tinta più chiara possibile per facilitare il controllo di applicazione e le successive fasi di rifinitura (l’uso di tips monouso consente una più precisa applicazione del prodotto, figura 9), eseguite con lime diamantate a granulometria decrescente su manipolo oscillante.
Questi strumenti di rifinitura, con un unico lato tagliente, risultano insostituibili nelle zone interprossimali di difficile accesso, con un’azione perfettamente controllabile e senza rischi di lesione a carico dell’elemento dentale adiacente. La cavità di 1a cl su 2.6, dopo l’uso di un sistema adesivo Total Etch a 2 passaggi (Dentsply XP Bond) e l’applicazione di un sottile strato di flow sul fondo e sulle pareti (Dentsply SDR) (Figura 10), viene riempita con una stratificazione obliqua per minimizzare gli effetti della contrazione da polimerizzazione del composito e per anticiparne l’anatomia, con due masse di materiale a diverso grado di opacità (Ceram X Duo D4 e Ceram X Mono M2 Dentslpy), secondo la ricetta di stratificazione semplificata per i settori posteriori del gruppo di studio sul composito Style Italiano (Figure 11, 12).
Per l’elemento 2.5, in considerazione delle dimensioni cavitarie e dell’ottimizzazione dei contatti interprossimali, dopo identica tecnica adesiva7 e costruzione di un “build up” (Dentsply SDR e Ceram X Duo D4), per eliminare eventuali piccoli sottosquadri e isolare la dentina, si decide di optare per un restauro indiretto in composito, sfruttando il laboratorio odontotecnico a cui vengono fornite le stesse masse di composito utilizzate per la tecnica diretta su 2.6 (Figura 13 )8,9. A preparazione cavitaria ultimata si rileva un’impronta in tecnica monofase utilizzando un portaimpronte sezionale monouso (Premier Triple Tray Wide), caricato con materiale da impronta siliconico per addizione (Aquasil Ultra Heavy e Ultra LV, Dentsply) (Figura 14).
Prima di congedare la paziente viene applicata una protezione provvisoria con materiale elastico resinoso foto indurente (Ivoclar Vivadent Telio Inlay Trasparent). Il laboratorio odontotecnico, dopo aver colato in gesso tipo IV il modello, stratifica un inlay con una sola massa dentina (Dentsply Ceram X D4) (Figura 15) e un’unica massa a media traslucenza utilizzata come smalto (Dentsply Ceram X Mono M2) (Figura 16), per poi rifinirlo e lucidarlo con paste diamantate (Dentsply Prisma Gloss Fine ed Extrafine ) (Figura 17). All’appuntamento successivo, dopo aver rimosso il restauro provvisorio, è stato provato il punto di contatto del manufatto protesico prima di procedere a isolamento del settore superiore sinistro con diga di gomma. È riportato infatti in letteratura che la tensione della diga di gomma può alterare la posizione degli elementi isolati e, di conseguenza, l’intensità dei punti di contatto.
Isolato il campo (Figura 19), la cavità del 2.5 è stata detersa con una soluzione di clorexidina 2% e pomice applicata con microspazzolini cavitari a basso numero di giri e successiva micro sabbiatura con polvere di glicina. Prima di procedere con le procedure di cementazione, il manufatto è stato nuovamente provato (Figura 20) al fine di controllare potenziali interferenze che potrebbero renderne problematica la cementazione. La cavità del 2.5 viene trattata con una tecnica adesiva Total Etch mordenzando per 15° sia lo smalto che il build-up che eventuali isole di dentina rimaste esposte. Il sistema adesivo (XP-Bond, Dentsply) viene applicato per 3 volte su tutta la cavità e strofinato a lungo. Gli eccessi vengono aspirati o assorbiti con microspugnette.
L’adesivo non viene polimerizzato (Figura 21). La superficie interna dell’intarsio viene trattata con silano (Monobond S Ivoclar Vivadent), che viene applicato, lasciato agire per 60 sec e delicatamente soffiato. Anche qui viene applicato lo stesso sistema adesivo senza effettuare polimerizzazione. Nella cavità viene inserito del composito preriscaldato( Dentsply Ceram X Mono M2), a 50° (Ena Heat, Micerium), e il manufatto viene inserito con pressione moderata ma costante10. Gli eccessi (Figura 22) del composito usato per la cementazione vengono rimossi dalla superficie occlusale con una sonda a punta sottile (Fossa, LM Instruments), e con microbrushes, mentre nella zona interprossimale si utilizza un filo interdentale a nastro avendo cura di mantenere in posizione il manufatto con uno strumento applicato sulla superficie occlusale dello stesso per tutta la durata dell’operazione.
Quando tutti gli eccessi sono stati eliminati l’elemento è stato polimerizzato per 3’ angolando la lampada alternativamente in direzione occlusale, palatale e vestibolare (Figura 23), soffiando contemporaneamente un leggero getto di aria con il puntale della siringa per evitare shock termici pulpari. Un ciclo di polimerizzazione di un ulteriore minuto è stato effettuato in assenza di ossigeno tramite l’applicazione di un gel isolante (Airblock, Dentsply)11. La rifinitura dei margini occlusali dell’intarsio è stata eseguita tramite frese diamantate a grana fine (Komet 8390 204 016) e gommini (Enhance finishing system, Dentsply). La lucidatura e la brillantatura sono state effettuate con paste diamantate a granulometria decrescente (Prisma Gloss, Dentsply) applicate con spazzolini di pelo di capra e feltrini.
La rifinitura e la lucidatura dei margini interprossimali è stata eseguita con strumenti taglienti (Eccesso, LM Instruments), lime diamantate a granulometria decrescente montate su manipolo oscillante (Inserto giallo e viola Dentatus) e strisce abrasive interprossimali (SOF-LEX, 3M). A lucidatura ultimata (Figura 24) la diga di gomma è stata rimossa e sono stati effettuati i controlli occlusali. A 6 mesi dalla fine del trattamento i restauri mostrano clinicamente (Figura 25) una buona integrazione con la sostanza dentale residua e con i tessuti marginali. Il quadro clinico è confortato dall’aspetto radiografico (Figura 26).
Oggigiorno, disporre di materiali compositi così versatili, che possono essere sfruttati in modo ottimale con una tecnica semplice e predicibile, sia in studio che in laboratorio, consente di spostare sempre più avanti la linea di confine tra le tecniche conservative e quelle protesiche, con innegabili vantaggi in termini di salvaguardia del tessuto dentale e ottimizzazione di costi e tempi di lavoro alla poltrona.
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1Istituto Stomatologico Italiano, Università degli Studi di Milano, Reparto di Riabilitazione Orale
Riassunto
L’impronta di precisione è uno dei passaggi clinici fondamentali per la trasmissione di informazioni al tecnico di laboratorio. Come in molte altre discipline odontoiatriche, un piano di trattamento protesico adeguato dovrebbe includere un’attenta programmazione delle fasi operative: fra le molteplici decisioni da intraprendere, le modalità di preparazione dei pilastri, la gestione dei tessuti molli e il tipo di materiale da impronta rappresentano punti chiave per la costruzione di un manufatto accurato.
La rilevazione dell’impronta di precisione è un passaggio che giunge dopo molti altri: preparazioni preliminari, provvisori, gestione dei tessuti molli, rifinitura definitiva dei monconi; per ottenere una riproduzione di successo delle strutture intraorali, numerose condizioni preliminari devono quindi essere soddisfatte grazie a un’attenta progettazione. Anche se ciascun elastomero possiede caratteristiche peculiari, e non è esente da alcuni svantaggi, questo aggiornamento si propone di fornire la conoscenza di base delle proprietà fisiche per selezionare quello più adatto allo scenario clinico da risolvere.
Summary
Dental impressions in fixed prosthodontics: properties of elastomeric materials
High-quality dental impressions are necessary in order to share and communicate proper clinical information to the dental technician. As with many other dental specialties, a comprehensive treatment plan should include a detailed description of clinical steps: tooth preparation design, soft-tissue management and impression materials are of paramount importance to produce an excellent-fitting fixed prosthesis. Dental impressions for master models are obtained following numerous interventions: preliminary tooth preparations, delivery of provisionals, conditioning of gingival tissues, definitive preparations: each of those preliminary conditions need to be planned and carried out precisely for a detailed reproduction of intra-oral structures.
Although each elastomeric material has its own strengths and weaknesses, this article aims to uncover essential physical properties of polyvinyl-siloxanes and polyethers in order to help clinicians make rational choices during impression taking.
Le necessità di una diagnosi accurata, della formulazione di un piano di trattamento rigoroso, di realizzazione di un manufatto in grado di soddisfare esigenze funzionali ed estetiche elevano la riabilitazione protesica in senso lato a un’area interventistica complessa, e allo stesso tempo affascinante, dell’Odontoiatria. All’interno dell’insieme delle differenti soluzioni protesiche fisse, uno dei punti rilevanti è rappresentato dal trasferimento delle informazioni cliniche al tecnico di laboratorio: una comunicazione completa ed esauriente dei dati potrà anticipare la realizzazione di un manufatto di successo. In questo ambito, un ausilio importante è giunto dalla tecnologia: scanner digitali, strumenti per la rilevazione assistita del colore o software di pre-visualizzazione dei risultati, unitamente alle fotografie del caso clinico consentono di ottimizzare la comunicazione odontoiatraodontotecnico1.
Nonostante gli strumenti disponibili, alcune indagini hanno evidenziato numerose carenze nella comunicazione fra odontoiatra e tecnico di laboratorio, a partire dalla completezza delle prescrizioni: secondo Stewart, solo il 31% delle indicazioni fornite dai clinici è risultato chiaro e preciso2. In una interessante ricerca condotta da Afsharzand et al. (che ha coinvolto 199 laboratori in 50 stati statunitensi), limitata tuttavia al solo ambito implantare, il 29% dei tecnici intervistati ha dichiarato di dover ricontattare l’odontoiatra per chiedere spiegazioni sulla prescrizione ricevuta e di dover spesso erogare assistenza per la progettazione finale del manufatto (Figura 1)3. Al di là degli strumenti digitali attualmente disponibili, l’impronta di precisione tradizionale rappresenta tutt’oggi la metodica principe e maggiormente utilizzata per raggiungere l’obiettivo del trasferimento tridimensionale di informazioni in protesi fissa, sia essa fondata su pilastri naturali o impianti.
Nel questionario di Afsharzand et al. il materiale da impronta più frequentemente utilizzato è risultato essere rappresentato dai siliconi per addizione (60%); circa il 30% delle impronte inviate ai laboratori apparteneva invece alla categoria dei polieteri3. Fra le finalità attribuite all’impronta vi sono la registrazione dei rapporti degli elementi preparati con i denti contigui, dei tessuti gengivali e della morfologia delle eventuali brecce edentule. Le possibili imperfezioni di un’impronta tradizionale possono essere immediatamente riconoscibili oppure, in alcuni casi, rivelarsi tardivamente durante i processi di realizzazione dei manufatti; il compito di giudicare la qualità dei dettagli registrati e di decretare la possibilità di procedere alla colatura di un modello di lavoro è affidata, almeno in prima istanza, al clinico.
Obiettivi Tre fattori principali concorrono al successo di un’impronta in protesi fissa, nel caso di un ancoraggio basato su pilastri naturali: la preparazione dentale, l’integrità parodontale abbinata allo spiazzamento dei tessuti molli, la scelta e la corretta manipolazione del materiale impiegato. L’obiettivo di questo articolo è quello di approfondire gli aspetti clinici legati a tali fattori che possiedono un’influenza diretta sul successo dell’impronta, sottolineando le nozioni fondamentali di interesse per il protesista. Questo aggiornamento si occuperà, in particolare, delle condizioni preliminari necessarie alla rilevazione di un’impronta di precisione e alla descrizione delle rilevanti proprietà fisiche dei materiali da riproduzione.
2a) spalla arrotondata
Idoneità della preparazione dentale I criteri di preparazione di un elemento naturale sono molteplici, ma tutti condividono la finalità di conferire ritenzione e stabilità al futuro restauro. I parametri relativi ad altezza minima, angoli di convergenza ideali e morfologia di un moncone dovrebbero essere ben conosciuti dal protesista; per un approfondimento di queste tematiche si rimanda ai tradizionali libri di testo di protesi fissa e a un articolo esaustivo pubblicato da Goodacre e collaboratori4.
Scientificamente, gli studi disponibili in letteratura che testimoniano un’associazione fra le caratteristiche geometriche del moncone con la precisione finale del manufatto (in termini, per esempio, di discrepanza interna o marginale), o con la sua ritenzione, sono abbondanti. Ad esempio, tra le variabili prese in considerazione ritroviamo la tipologia della linea di finitura5, l’inclinazione delle pareti6, il disegno della riduzione occlusale7.
2b) chamfer
D’altra parte, le indagini che correlano direttamente le caratteristiche di preparazione dell’elemento naturale con la buona riuscita dell’impronta (ovvero l’assenza di importanti difetti in essa contenuti quali vuoti distorsioni, lacerazioni ecc.) e quantificano tali relazioni sono apparentemente assenti. Sulla base dei dati disponibili è comunque possibile formulare delle indicazioni (Tabella 1) che consentano di migliorare i dettagli della preparazione dentale per le finalità dell’impronta.
2c) knife-edge
In altre parole, alcuni accorgimenti possono contribuire a ridurre il rischio di superamento di alcuni limiti fisici del materiale da riproduzione impiegato.
Lu et al. hanno analizzato la resistenza allo strappo e la tolleranza alla deformazione di alcuni elastomeri, definendo le due proprietà clinicamente rilevanti per la scelta di un materiale da riproduzione8; l’eliminazione dei sottosquadri dalle preparazioni, oltre a permettere la realizzazione di un manufatto preciso e ottenere un asse di inserzione idoneo (pilastri multipli), è necessaria per ridurre le sollecitazioni alle quali il materiale è sottoposto durante la fase di rimozione dal cavo orale.
3a) Preparazione iniziale di un incisivo centrale e di un laterale superiore
Un angolo di convergenza occlusale del moncone compreso fra 11 e 22 gradi (rispetto a pareti parallele) è in grado di soddisfare gli obiettivi di ritenzione della preparazione4e, simultaneamente, facilitare l’interazione con il materiale da impronta e la sua successiva rimozione una volta completato l’indurimento.
3b) monconi lucidati e fase di rifinitura del margine con fresa rotante: uno strumento di protezione evita il trauma ai tessuti molli, qualora non siano disponibili/utilizzabili gli inserti sonici
Sebbene gli elastomeri possiedano gradi di scorrevolezza intrinseca differente9, un parametro aneddoticamente ritenuto in grado di migliorare il contatto e il flusso del materiale da impronta sul dente preparato è la ruvidità di superficie di quest’ultimo; l’utilizzo di frese da rifinitura e la lucidatura finale del moncone sono state associate a superfici dentinali lisce e a restauri più precisi10. Alcuni Autori hanno ipotizzato che pareti ruvide e aree spigolose del moncone siano riprodotte con maggiore difficoltà nelle fasi successive di elaborazione del manufatto, proprio a partire dall’impronta10.
3c) particolare della rifinitura dell’incisivo centrale
La bagnabilità della dentina trattata con frese da rifinitura al carburo di tungsteno, misurata in termini di angolo di contatto di una goccia di acqua distillata posizionata sulla parete assiale di un dente preparato, è risultata superiore a un tessuto condizionato con strumenti rotanti diamantati11. Le fasi ultime di limatura e lucidatura del moncone - condotte per mezzo di opportune frese, pietre, paste e/o appositi gommini (presidi utilizzabili anche in combinazione fra loro) - sono in grado di ottimizzare l’interazione del materiale da impronta con la dentina.
3d) impronta realizzata in materiale ibrido vinilpolietere con tecnica monofase bimateriale: il caso prevedeva la riabilitazione dell’arcata superiore
L’unità di appoggio fra il restauro e il dente, anche denominata “fine preparazione”, ha un’influenza diretta sulla leggibilità dell’impronta e può essere progettata e realizzata essenzialmente in due modi: 1) per mezzo di un margine lineare il quale può esibire differenti caratteristiche geometriche (per esempio: configurazione a spalla o chamfer; Figure 2a-2b) e/o spessori; 2) per mezzo di una superficie o area di contatto priva di un margine o bordo lineare di demarcazione (Figura 2c).
In entrambi i casi l’andamento del margine deve presentarsi regolare, lucido, senza asperità: i limiti di costruzione della protesi, sul modello di lavoro, risulteranno evidenti solo in presenza di una linea di finitura adeguatamente tracciata e rilevata dall’impronta di precisione.
3e) particolare del modello in gesso appena sviluppato, che riproduce i monconi delle figure a e b
Nelle procedure di preparazione, rifinitura, lucidatura e delineamento del margine è importante contenere il trauma ai tessuti molli: alcuni particolari strumenti (Figure 3a-3e) possono essere utilizzati per migliorare la protezione del parodonto marginale.
Alcuni esempi clinici di monconi naturali adeguatamente preparati, idonei per essere improntati, è fornito nelle Figure 4a-4c.
Integrità parodontale
4a) gruppo frontale anteriore
La finalità dell’impronta di precisione è anche quella di rilevare, oltre alle caratteristiche tridimensionali dei pilastri, l’architettura dei tessuti molli, in particolare quando questi ultimi sono confinanti con la preparazione (margini intrasulculari o equigengivali). L’infiammazione della gengiva marginale è spesso all’origine di un sanguinamento (o di una maggiore secrezione di fluido crevicolare) sulculare, determinato da cause meccaniche/ traumatiche (ad esempio, restauri precedenti incongrui, lesioni derivanti dagli strumenti rotanti, violazione dell’ampiezza biologica) oppure microbiologiche (come accumulo di placca batterica associato o meno a malattia parodontale).
4b) premolare superiore
Indipendentemente dalle cause, patologie parodontali infiammatorie reversibili (gengiviti) o irreversibili (parodontiti) dovrebbero essere risolte ancor prima della preparazione definitiva degli elementi dentali; il controllo dell’emostasi durante la presa dell’impronta sarà, fra l’altro, enormemente facilitato. Secondo Luthard et al. il sanguinamento gengivale durante la presa dell’impronta e l’entità della profondità di sondaggio sono fattori clinicamente significativi nel determinare l’accuratezza del modello master, indipendentemente dalla tecnica utilizzata (nella loro indagine si è confrontata una metodica putty-wash a una fase, con una a due tempi)12.
4c) incisivo centrale superiore con filo di retrazione inserito
Al di là della problematica relativa al controllo del sanguinamento, in presenza di tessuti immaturi o infiammati (eritema, edema, irregolarità gengivali, essudato sulculare) è facile aspettarsi modificazioni dinamiche della gengiva nel corso del tempo. Lang e collaboratori hanno evidenziato che i siti con sanguinamento persistente al sondaggio (Gingival Index = 2) mostrano, in un periodo di osservazione di 26 anni, una perdita di attacco parodontale del 70% superiore a siti non infiammati (Gingival Index = 0)13.
5a) preparazione del moncone e inserimento di un primo filo di piccolo diametro
Al di là delle problematiche estetiche legate all’eventuale recessione gengivale e all’esposizione radicolare, la gengivite è il primo fattore di rischio per l’insorgenza della parodontite e di una potenziale successiva perdita di supporto del pilastro protesico13. Indipendentemente dalla collocazione della zona di fine preparazione, è auspicabile rilevare un’impronta in presenza di tessuti gengivali maturi e sani, ovvero con un’architettura prevedibilmente stabile nel tempo. Alcuni moderni ausili digitali permettono una diagnosi obiettiva delle condizioni di salute parodontale attorno ai pilastri protesici, rispetto agli strumenti (sonda parodontale) o agli indici comunemente impiegati (BOP, PI, GI)14.
5b) visione occlusale del primo filo posizionato per la corretta esposizione del margine
Infatti, gli indici parodontali tradizionali non rappresentano scale numeriche lineari (un grado di severità di infiammazione gengivale pari a 2 non corrisponde necessariamente a una severità doppia del grado 1), e sono suscettibili di errori da parte dell’operatore (ad esempio, il bleeding on probing può dipendere dalla pressione esercitata sulla sonda). Una recente indagine ha dimostrato come sia possibile valutare il grado di infiammazione gengivale per mezzo di scansioni con sistemi progettati per la presa digitale dell’impronta (scanner intraorali); in questo modo si quantificano precisamente i volumi dei tessuti molli e li si confronta nel tempo14. Non va dimenticato che le stesse metodiche di retrazione gengivale, pur correttamente applicate, possono produrre un processo infiammatorio transitorio, un’alterazione degli indici parodontali e un aumento del fluido crevicolare15.
5c) pasta per espansione gengivale (con funzione di secondo filo)
Se da un lato appare logico che le condizioni patologiche parodontali possano influire negativamente sulla presa dell’impronta (oltre che sull’integrità del restauro e dei pilastri protesici), anche in condizioni fisiologiche esistono parametri dei tessuti gengivali intimamente connessi all’accuratezza della riproduzione con elastomeri. In letteratura è stata indagata l’ampiezza del solco in corrispondenza della zona sottogengivale, a livello del margine di fine preparazione. È stata riportata una distorsione dimensionale di impronte rilevate con elastomero compresa fra lo 0.43% e lo 0.89% per un’ampiezza orizzontale del solco di 0.10mm; un’accuratezza significativamente maggiore (0.2%) è stata osservata in presenza di una dimensione del solco superiore a 0.15mm e anche maggiore (fino a 0.40mm)16.
5d) impronta finale rilevata con tecnica monofase bimateriale
Le Figure 5a-5d illustrano un caso clinico di dente anteriore preparato con linea di finitura a spalla e con tessuti parodontali sani, spiazzati da un singolo filo di retrazione di piccolo diametro. Nelle immagini, un’ulteriore retrazione gengivale è stata ottenuta per mezzo di una pasta dedicata (con funzione di “secondo filo”); l’impronta finale è apprezzabile in Figura 5d, ottenuta rimuovendo la pasta e lasciando in sede il primo filo. Una tecnica alternativa, e ancora più articolata, prevede l’inserimento del primo filo di piccolo diametro, lo spiazzamento dei tessuti con pasta dedicata per ottenere maggiore espansione prima di inserire il secondo filo, risciacquo della pasta, l’inserimento del secondo filo e, infine, la presa dell’impronta (Figure 6a-6f ) lasciando in sede esclusivamente il primo filo.
Materiali per l’impronta di precisione in protesi fissa
6a) inserimento di un primo filo di piccolo diametro
Un restauro incongruo, che possieda caratteristiche di adattamento non ottimali (ad esempio, discrepanze marginali orizzontali, verticali o assolute), può determinare una serie di effetti negativi localizzati17, in particolare: maggiore accumulo o ritenzione di placca batterica18 e irritazione meccanica dei tessuti molli; nel lungo termine possono presentarsi complicanze quali carie secondaria, infiammazione gengivale e, in alcuni biotipi suscettibili, recessioni e/o inestetismi.
6b) pasta per espansione iniettata a livello sulculare
Per questi motivi la precisione di un restauro non rappresenta esclusivamente la squisita ricerca di una transizione ottimale fra l’elemento naturale e la protesi, ma è alla base della longevità (o aspettativa di sopravvivenza) della riabilitazione stessa. Si ritiene che l’imprecisione dei restauri, tradizionalmente prodotti, sia la somma di molteplici passaggi d’informazione fra clinica e laboratorio; il primo di questi è proprio la presa dell’impronta, che dovrebbe essere effettuata con materiali in grado di rilevare i più fini dettagli per restringere gli errori dimensionali.
6c) il solco appare ancora più dilatato in senso orizzontale dopo l’applicazione della pasta
Fino al 1950 gli idrocolloidi sono stati considerati il materiale di elezione fra quelli allora disponibili19; essi consentivano di valicare il principale limite del gesso rappresentato dall’impossibilità di superare i sottosquadri. Fra il 1950 e i primi anni Sessanta sono stati introdotti nel mercato odontoiatrico i polisolfuri e i siliconi per condensazione; il loro principale svantaggio, condiviso dagli idrocolloidi, era la contrazione dimensionale sviluppata nell’arco di poche ore dall’indurimento, determinata dall’evaporazione di molecole quali alcool e acqua.
6d) inserimento del secondo filo di diametro maggiore
Nel processo stesso di polimerizzazione, durante la fase di indurimento, polisolfuri e siliconi per condensazione raggiungono livelli di contrazione volumetrica compresi fra -0.4 e -0.6%19. Al termine degli anni Sessanta i polieteri, appartenenti alla grande famiglia degli elastomeri, offrivano per la prima volta al protesista eccellenti proprietà fisicomeccaniche, fra cui l’elevato recupero elastico e l’idrofilia.
6e) presa dell’impronta
Dieci anni dopo si assisteva alla comparsa dei siliconi per addizione, anche denominati polivinilsilossani (PVS), contraddistinti da un’elevata stabilità dimensionale nel tempo e alle temperature. Secondo Christensen20, nel corso degli ultimi vent’anni polieteri e PVS sono stati oggetto di considerevoli migliorie tali da renderli i materiali tutt’oggi dominanti nel campo della protesi fissa, sia essa basata su pilastri naturali o impianti3.
Principali caratteristiche di polieteri e PVS
6f) particolare dell’elemento improntato, con ottima lettura dell’oltrepreparazione
In generale, il comportamento complessivo di qualunque materiale da impronta deriva dall’insieme delle sue proprietà fisicomeccaniche; la definizione delle caratteristiche più comunemente valutate in Odontoiatria, e dei valori di riferimento associati, è fornita in Tabella 2. L’utilizzo di uno specifico materiale da impronta e, nel caso in esame, la scelta fra polieteri o siliconi per addizione ai fini di una registrazione di precisione, dovrebbe fondarsi sulla conoscenza delle caratteristiche dei materiali stessi, valutando le conseguenze cliniche delle differenti proprietà.
Precisione
La precisione è rappresentata dalla fedeltà di riproduzione del dettaglio; non dovrebbe essere confusa con l’accuratezza dimensionale, ovvero la capacità di un materiale di fornire dopo la colatura un modello di lavoro quanto più possibile fedele all’originale anatomico, esente cioè da variazioni lineari-volumetriche, distorsioni o insufficienza di dettagli. L’accuratezza dimensionale esprime una valutazione più ampia della “bontà” in senso lato del materiale da impronta, e non solo della sua precisione. Da un punto di vista metodologico, negli studi in vitro la precisione di un materiale da impronta viene frequentemente misurata per mezzo di un dispositivo standardizzato simile a quello rappresentato in Figura 721. Una valutazione più approfondita della precisione può essere ottenuta analizzando direttamente la riproduzione di campioni di dentina, opportunamente preparati, misurando quantitativamente e/o qualitativamente la rugosità superficiale del tessuto dentale e confrontandola con quella dell’impronta registrata22,23. Con quest’ultima tecnica, Kanehira et al. hanno individuato delle differenze nella precisione dei materiali light testati, riportando un elevato grado di dettaglio per Flexitime® (PVS), Impregum® (polietere) e Senn® (ibrido)23. Secondo la specifica ADA (American Dental Association) #19 gli elastomeri, per definizione, dovrebbero essere in grado di registrare particolari di 25μm.
La viscosità influisce su questa caratteristica: i PVS alla consistenza light si avvicinano a valori di 1 o 2μm di precisione, i regular/medium si attestano a 20μm, mentre i putty rivelano dettagli non inferiori a 75μm19. Le condizioni del campo operatorio possono, inoltre, influenzare la performance del materiale in termini di precisione: Petrie et al. hanno giudicato soddisfacenti l’82% e il 47% delle impronte rilevate con Aquasil® (PVS), in condizioni di umido e bagnato, rispettivamente24. Con l’analisi al SEM, Acar et al. hanno fornito prove scientifiche del fatto che la rugosità superficiale dell’impronta e la perdita di dettaglio dei materiali idrofobici, quando utilizzati in campo umido, siano maggiori rispetto a quelli idrofilici; la performance delle due categorie poste a confronto è invece risultata analoga in condizioni di asciutto22. Clinicamente, siliconi e polieteri sono entrambi considerati materiali estremamente precisi; naturalmente, questa proprietà è considerata un vantaggio solamente qualora il materiale sia nelle condizioni di entrare in contatto diretto con ciò che deve registrare (adeguato spiazzamento dei tessuti e controllo dell’umidità).
Recupero elastico e deformazione permanente
Il recupero elastico (K) è una caratteristica che definisce la capacità del materiale da impronta, a indurimento completato, di ritornare alla propria forma originaria in seguito all’applicazione di forze tensili o compressive deformanti19 (Figura 8). Un recupero elastico incompleto, trascorso un tempo adeguato dallo stress indotto, indica la presenza di una deformazione permanente nell’impronta stessa; in questi casi le forze deformanti hanno determinato, almeno in alcune aree dell’impronta, un superamento del limite elastico. Secondo la specifica ISO 4823, nel test di recupero elastico 1) il campione standardizzato viene deformato per il 30% della sua lunghezza (L) originale, poi 2) la forza viene rilasciata e 3) trascorsi 2 minuti, il cambiamento in lunghezza (DL) viene misurato (K% = 100 X (L- DL))8. Secondo Jorgensen25, l’allungamento medio riscontrabile in un materiale da impronta, durante il superamento clinico dei sottosquadri, si attesta intorno al 60% della sua lunghezza originale (superiore al test ISO); per questo motivo sono state condotte indagini anche con stiramenti pari al 50, 80 e 100%26,27.
Indipendentemente dalla categoria di appartenenza dell’elastomero, la capacità di recupero elastico è stata inoltre correlata negativamente al grado di stiramento del materiale da impronta27. L’entità del recupero elastico richiesto dalla norma ISO 4823 deve essere superiore al 96.5%. Lu et al. hanno riportato valori superiori al 98% per Imprint II®, Impregum® e Flexitime® (range: 98.79% per Impregum Heavy; 99.88% per Imprint II Heavy), con differenze statisticamente significative correlate alla viscosità8. Nello stesso studio gli Autori sottolineano come la lieve differenza statistica osservata nel recupero elastico fra polietere e siliconi non sia probabilmente clinicamente significativa. D’altra parte, in altre condizioni sperimentali, una deformazione permanente dopo stiramento (80%) compresa fra il 4 e il 5% è stata riportata per il polietere (Impregum® Garant L Duo Soft); tale valore è risultato significativamente maggiore rispetto ai PVS (0.03% per Affinis® Light; 1.33% per Aquasil® Ultra XLV)26.
Clinicamente, è stato suggerito di aumentare il tempo di permanenza intraorale del polietere (incremento del setting time da 3’:30’’ a 5’:00’’) per contenere sensibilmente l’alterazione volumetrica, riducendola di circa l’1%. Le impronte di un’arcata dentale con ampi sottosquadri o sottili sezioni di materiale (ad esempio, spazi interprossimali stretti o aree sottogengivali) sono suscettibili a una deformazione elastica proveniente da stress tensili. In tali scenari è opportuno impiegare un materiale da impronta che possieda un sufficiente recupero elastico. A questo proposito, in uno studio di Lawson et al. i polivinilsilossani indagati (Aquasil Ultra®, Examix®, Imprint 3® e StandOut®) hanno restituito valori superiori (range: 99.2% - 99.9%) rispetto a un materiale ibrido polivinil-silossanetere (Senn® 98.3%)27.
Rigidità-flessibilità
Clinicamente, il materiale che conferisce maggiore o minore flessibilità all’impronta è quello che rappresenta e occupa il volume maggiore all’interno del cucchiaio: si tratta della pasta definita “di spinta” o “supporto”, che viene generalmente caricata nelle viscosità heavy oppure medium. Completata la reazione di indurimento, il superamento dei sottosquadri intraorali è facilitato da un materiale da impronta flessibile; una rigidità eccessiva, al contrario, potrebbero rendere più difficoltosa la rimozione del cucchiaio. Anche il successivo sviluppo in laboratorio, ovvero la delicata separazione del modello in gesso o resina dall’impronta, risulterà più agevole qualora il materiale impiegato per la riproduzione possieda un certo grado di flessibilità.
Uno studio di Berg et al. sulle proprietà viscoelastiche ha mostrato come la flessibilità di un PVS, analizzato nelle versioni medium o low, sia superiore a quella del polietere tradizionale o nella versione soft di analoghe viscosità (sia a 25° che a 33 °C, a un tempo di indurimento di 15 minuti)28. I valori numerici del modulo di Young (grandezza fisica che esprime la rigidità di un corpo) di alcuni materiali da impronta sono stati riportati recentemente da Papadogiannis et al.: per il polietere testato essi sono compresi fra 10.6 e 12.5 MPa, mentre per i siliconi esaminati rientrano nel range di 1.8-6.5 MPa29. La maggiore rigidità del polietere è attribuita a una reazione chimica di cross-linking che si propaga nel tempo (oltre i 15 minuti), determinando una perdita di massa e una durezza Shore maggiore rispetto ai siliconi per addizione28.
Stabilità dimensionale
L’impronta, indipendentemente dal materiale con la quale viene rilevata, è soggetta a fenomeni di contrazione o espansione dipendenti dalle reazioni chimiche di polimerizzazione (che possono generare sottoprodotti molecolari) e dall’interazione con l’ambiente esterno. Tuttavia, siliconi per addizione e polieteri possiedono la più bassa variazione dimensionale fra i materiali da impronta oggi disponibili (valori percentuali: -0.15%; -0.2%)19. In particolare, i PVS possiedono una stabilità dimensionale ideale: sono cioè relativamente inerti alle condizioni ambientali circostanti di umidità o temperatura; questa proprietà consente di colare l’impronta a distanza di 1-2 settimane19. Alcuni studi hanno comparato la stabilità dimensionale di PVS e polieteri.
Quando l’impronta può essere colata in tempi molto brevi (entro 1 h o 24 h dalla rimozione dal cavo orale) le due categorie di materiali rappresentano entrambe valide soluzioni per una registrazione di precisione in grado di fornire un modello di lavoro accurato30; i PVS sono dimensionalmente più stabili rispetto ai polieteri, e restituiscono riproduzioni significativamente più fedeli se sviluppate a distanza di una o più settimane31,32. Si ritiene che l’idrofilia che caratterizza il polietere sia responsabile della minore stabilità dimensionale, predisponendo il materiale a uno scambio di molecole d’acqua con l’esterno (assorbimento o eliminazione)33.
L’inerzia dell’impronta è strettamente correlata al tempo di esposizione ambientale, successivo alla polimerizzazione; altri fattori in grado di influire sulla stabilità dimensionale sono la modalità di conservazione o la disinfezione. Nello studio di Kanehira è stato suggerito di conservare le impronte rilevate con il polietere Impregum® in condizioni di umidità inferiori al 50%, al fine di ottimizzare l’accuratezza dimensionale dei modelli (discrepanze di 1-60 μm per una colatura a distanza di 24 h); nella stessa indagine, il PVS Flexitime® è invece risultato estremamente stabile e insensibile alle varie condizioni di conservazione testate (0, 50 o 100% di umidità relativa, e tempi di colatura fino a 5 giorni)33.
Interazioni chimiche fra i materiali da impronta e svariati agenti di disinfezione sono state riportate, ma queste sembrano influire marginalmente sulla stabilità dimensionale34; l’assorbimento delle molecole di acqua da parte del polietere impone una disinfezione per mezzo di spray e successiva asciugatura, evitando l’immersione completa dell’impronta per tempi prolungati34.
Viscosità e tissotropia
La viscosità è una grandezza fisica che quantifica la resistenza dei fluidi allo scorrimento, descrivendo la coesione interna del fluido. In fisica, è il rapporto fra lo sforzo di taglio (forza per unità di area applicata al fluido) e il gradiente di velocità del materiale. A parità di forza applicata al fluido, i materiali con maggiore viscosità scorrono meno di quelli poco viscosi. In generale, nei momenti immediatamente successivi alla miscelazione il materiale da impronta di tipo “light” deve possedere una viscosità adeguata allo scorrimento sugli elementi preparati, sui tessuti orali o sui restauri (fase di sol); in seguito, e in un periodo di tempo clinicamente accettabile, il materiale sviluppa delle proprietà elastiche per il mantenimento di forma e resistenza della replica (gelificazione). Per questo tipo di comportamento gli elastomeri sono considerati materiali viscoelastici ed esibiscono caratteristiche intermedie fraun fluido e un solido ideale.
Polieteri e PVS sono commercializzati in differenti viscosità, a seconda della quantità di riempitivo incorporato: quelli con la minore coesione interna (bassa viscosità) vengono denominati “light” o “flow”; all’altra estremità vi sono gli “heavy” o i “putty”, dotati di elevata viscosità. Un incremento della forza di estrusione (pressione) esercitata dal pistone della siringa o dal miscelatore automatico è inoltre in grado di aumentare la fluidità del materiale, indipendentemente dalla categoria di appartenenza (fenomeno della tissotropia: dal greco thikis “l’atto di toccare” e -tropia, “trasformazione”).
In questo senso, il clinico può influenzare lievemente la viscosità del materiale da dettaglio calibrando la pressione di iniezione con la siringa. In accordo con la normativa ISO 4823:2000, il test di consistenza del materiale (valutazione del diametro di un campione sottoposto a una pressione standardizzata) fornisce: 1) valori inferiori a 35 mm per putty ed heavy (Type 0-I), per i quali è consigliato l’abbinamento con un’altra categoria per la registrazione dell’impronta, 2) compresi fra 31 e 41 mm per i medium-body (Type II), utilizzabili anche come unica pasta da rilevazione e 3) >=36 mm nel caso dei light-body (Type III), raccomandati per replicare fini dettagli.
Idrofilia
Nonostante gli sforzi del clinico finalizzati a mantenere asciutto il campo operatorio, i materiali da impronta entrano facilmente in contatto con le strutture umide del cavo orale; in questo senso la capacità di scorrere su superfici rivestite da molecole d’acqua può rappresentare una caratteristica importante. In generale, i materiali idrofilici contengono gruppi chimici funzionali carbonile (C=O) ed etere (C-O-C) in grado di interagire con le molecole di H2O; un esempio di materiale idrofilo per eccellenza è il cotone, in grado di assorbire completamente una goccia d’acqua19. Idealmente un materiale da impronta dovrebbe essere idrofilo durante la polimerizzazione e il contatto con le strutture orali; tuttavia, terminata la presa dell’impronta questa caratteristica potrebbe alterarne la stabilità dimensionale (dilatazione dovuta all’assorbimento di umidità dall’ambiente).
L’idrofilia consente al materiale di fluire al meglio nelle aree paramarginali e subgengivali della preparazione e diminuisce il rischio di intrappolamento di bolle d’aria nell’impronta; inoltre, la colatura del modello è facilitata19. Una goccia d’acqua ha la capacità di appiattirsi e distendersi sulla superficie di un materiale in misura maggiore o minore in relazione all’idrofilia dello stesso. In fisica, il grado di “distensione” della goccia sulla superficie viene misurato ed espresso numericamente per mezzo dell’angolo di contatto (o angolo di bagnabilità). Per convenzione si definiscono idrofobiche le superfici aventi un angolo di contatto con l’acqua maggiore di 90 gradi, idrofiliche quelle con angoli minori di 90 gradi. I valori degli angoli di contatto dei materiali da impronta devono essere considerati in relazione al tempo trascorso dal contatto con la goccia d’acqua e allo stato di polimerizzazione dell’elastomero35.
Durante le primissime fasi dopo la miscelazione, e durante la polimerizzazione, il polietere esibisce caratteritiche di idrofilia più favorevoli rispetto ai siliconi, nonostante i composti surfattanti anionici (in grado di migliorare l’affinità per l’acqua) contenuti nei secondi35,36. A distanza di 30’’ dalla miscelazione i materiali PVS non ancora polimerizzati, testati da Rupp et al., hanno restituito a valori >120° al tempo 0 (T0); al contrario, per il polietere si è osservato un valore iniziale di 77°. Al tempo T1 (2 secondi dopo T0), i siliconi per addizione hanno mostrato una netta diminuzione degli angoli (idrofilizzazione), senza però raggiungere il valore di Impregum Garant L Duosoft (52.9°)35. Completata la polimerizzazione, 60 minuti dopo la miscelazione, la maggior parte dei PVS testati e il polietere incrementano la propria idrofobicità, confermata da un aumento significativo dei valori di bagnabilità rispetto al materiale non polimerizzato35.
Nella Tabella 3 sono riportati gli angoli di contatto registrati da Balkenhol e collaboratori misurati a 0, 1 e 5’’ dalla deposizione della goccia d’acqua su alcuni materiali elastomeri comunemente utilizzati, 20 secondi dopo la miscelazione37. Alcune recenti indagini hanno anche evidenziato una separazione, durante la presa dell’impronta, delle molecole di surfattante dal PVS che, in questo modo, ritornerebbe ad acquisire una natura idrofoba. Da un punto di vista clinico è impossibile ottenere un’impronta accettabile in campo completamente bagnato, sia impiegando un polietere che un silicone: si osserverebbero, infatti, un ridotto o mancato adattamento dell’elastomero alla struttura da riprodurre (rivestita da molecole di acqua) e una perdita di dettaglio. In ambiente parzialmente umido, l’idrofilia dei polieteri può rappresentare un vantaggio, tenendo tuttavia presente la necessità di colare l’impronta in breve tempo (1 h).
Tempi di lavorazione e indurimento
Il tempo che intercorre fra l’inizio della miscelazione (M) del materiale da impronta e il completamento della polimerizzazione è noto come “Tempo di indurimento”; il lasso temporale da M al momento in cui un’ulteriore manipolazione introdurrebbe distorsioni o inaccuratezze (nell’impronta e nel modello) è denominato “Tempo di lavorazione”38. Un adeguato tempo di lavorazione, periodo nel quale il materiale possiede uno stato plastico che consente l’intimo adattamento alle strutture intraorali, è di grande aiuto clinico per la riproduzione di pilastri protesici multipli. Allo scadere del tempo di lavorazione, quando il materiale ha ormai acquisito le caratteristiche di elasticità e perso quelle di plasticità28, è auspicabile un rapido completamento dell’indurimento, al fine di ridurre il tempo di permanenza del cucchiaio nel cavo orale e il discomfort per il paziente.
I moderni materiali da impronta, all’interno delle stesse case produttrici, sono spesso commercializzati nelle versioni regular e fast-set (Tabella 4), proprio in base alla capacità di fornire all’odontoiatra tempi di lavorazione e indurimento compatibili con le differenti necessità cliniche (registrazione di preparazioni singole o multiple, per esempio). Molto genericamente, gli elastomeri hanno un tempo di lavorazione di circa due minuti e un indurimento compreso fra i due e i 6 minuti.
a) 11a-d. Realizzazione di un’impronta di precisione su un dente anteriore con silicone per addizione; si è impiegata una tecnica monofase bimateriale (Heavy/Light), utilizzando due fili impregnati per la retrazione dei tessuti molli gengivali;
Inoltre, lo sviluppo delle proprietà viscoelastiche del materiale e della cinetica di indurimento è strettamente dipendente dalla temperatura28 di conservazione del materiale (stoccaggio, refrigerazione ecc.) prima ancora della miscelazione, e di quella del cavo orale. Relativamente al tempo di lavorazione, una caratteristica saliente del polietere è lo snapset: si tratta di una proprietà che consente il mantenimento della massima scorrevolezza del materiale wash fino all’esaurimento del tempo di manipolazione, superato il quale la reazione di polimerizzazione procede rapidamente fino all’indurimento (con un concomitante aumento della viscosità) (Figura 9).
11b
Alcuni moderni siliconi per addizione sono in grado di avvicinarsi alla cinetica di snap-set, tipica del polietere, per mezzo di formulazioni chimiche sensibili alla temperature del cavo orale. Clinicamente, quando si vuole utilizzare una tecnica monofase bimateriale (utilizzando cioè due viscosità: una heavy o putty per il cucchiaio, e un light o regular sui monconi) è preferibile accoppiare materiali (naturalmente della stessa casa produttrice) con tempi di lavorabilità similari; per evitare distorsioni, il materiale nel cucchiaio dovrebbe essere introdotto nel cavo orale per sospingere il wash quando il tempo di lavorazione di entrambe le viscosità non sia ancora completato.
Resistenza allo strappo
11c
I materiali da impronta devono possedere una resistenza adeguata per essere rimossi dal cavo orale senza lacerarsi. Quando l’elastomero viene stirato oltre il limite elastico (vedi il paragrafo “Recupero elastico e deformazione permanente”), si assiste alla comparsa di una deformazione permanente; superato questo punto critico, e in presenza di un prolungarsi dello stiramento, il materiale da impronta va incontro a lacerazione. Da un punto di vista clinico è auspicabile che lo strappo si verifichi immediatamente dopo il superamento del limite elastico: al contrario, l’impronta subirebbe una deformazione permanente “invisibile” all’odontoiatra.
11d
In altre parole, sulla curva stress-allungamento è preferibile un punto di rottura molto prossimo al limite elastico. Uno studio pilota sulla resistenza allo strappo degli elastomeri è stato condotto dagli Autori: i risultati preliminari, e i metodi impiegati, sono riportati nella Figura 10.
Considerazioni conclusive
11e. Dettaglio dell’impronta
L’ottenimento di un’impronta accurata è un obiettivo difficile da raggiungere; la conoscenza e la scienza dei materiali devono essere combinate all’arte clinica, all’esperienza e alla corretta applicazione delle tecniche (Figure 11a-11f ) per il raggiungimento dei risultati attesi e per la realizzazione di restauri indiretti precisi. In alcuni casi, due o più tentativi possono essere necessari per la registrazione di un’impronta soddisfacente e/o priva di importanti difetti. Studi scientifici in vitro e in vivo dovranno convalidare l’efficacia delle più recenti tecnologie, basate su scanner intraorali accoppiati a sistematiche CAD/CAM, le cui promesse aprono la strada verso un’impronta digitale in grado di superare molte delle attuali limitazioni.
Corrispondenza Gabriele Augusti Istituto Stomatologico Italiano Via Pace, 21 - 20122 Milano g.augusti@libero.it
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L'ondotoiatria e il chirurgo orale sono spesso chiamati a fare diagnosi circa neoformazioni a carico dei tessuti molli del cavo orale. Frequenti sono le neoformazioni fibrose o fibromi mentre i lipomi, sebbene molto usuali nel resto del corpo1 sono piuttosto rari nel cavo orale2 e originano dalla bolla adiposa della guancia o dalle labbra o, ancor più raramente, dalle ghiandole parotidi. I lipomi sono neoplasie benigne dei tessuti molli mesenchimali e si riscontrano con una frequenza del 15-20% nella regione della testa-collo e solo con un’incidenza del 4% vengono rinvenuti nella cavità orale. Non ci sono differenze di prevalenza circa il sesso, mentre è stata riscontrata una maggior incidenza di lipomi dopo la quarta decade di vita3. Essi si presentano come tumefazioni molli e fluttuanti e assumono un caratteristico color crema se sottomucosi4.
Riassunto
Caso clinico. Iter diagnostico e terapeutico di una neoformazione della mucosa geniena.
Discussione. Il cavo orale può essere sede di neoformazioni sia benigne che maligne ed è, dunque, fondamentale esaminare attentamente le mucose del paziente e sottoporre ad accertamenti, quale l’esame bioptico, le lesioni sospette che non tendono a guarigione spontanea a 15 giorni dall’eliminazione della potenziale causa. Nel caso presentato, la lesione osservata, dalle caratteristiche cliniche benigne, è stata eliminata tramite biopsia escissionale e l’analisi istologica ci ha permesso di fare una diagnosi di un raro lipoma intra-orale. Un esame accurato dei tessuti molli durante le visite odontoiatriche di routine e l’eventuale esame bioptico di quelle lesioni senza causa apparente consentono di fare una diagnosi precoce di eventuali patologie che possono mettere a rischio la salute del paziente.
Summary
Unusual lesion of the oral mucosa. Case report
Case report. Diagnosis and treatment of a buccal mucosa lesion.
Discussions. The oral cavity could be affected by both benign and malignant tumors and so it is important to evaluate properly patient’s mucosa. It is also necessary to investigate, doing a tissue biopsy, suspicious lesions that do not tend to spontaneous healing within 15 days from the potential causes removal. The lesion observed, in the present case report, showing benign clinical features was removed by excisional biopsy. Histological analysis allowed us to do diagnosis of a rare intra-oral lipoma. A careful soft tissue examination during routine dental visits allows to do early diagnosis of any disease that could endanger patient health.
2. Anestesia peri-lesionale
Caso clinico
La paziente, 53 anni e non fumatrice, ci viene inviata per valutazione di una lesione rotondeggiante localizzata nella mucosa geniena della guancia destra (Figura 1). La paziente, con anamnesi medica e odontoiatrica priva di rilevanza, riferisce di aver sempre notato la presenza di una piccola massa tondeggiante in quella zona ma di essere sicura che essa si sia ingrandita con il trascorrere del tempo. L’esame clinico rileva una massa mucosa tondeggiante di colorito roseo-giallastro asintomatica, spostabile dai piani mucosi profondi e coperta da mucosa sottile ma integra e priva di segni di infiammazione.
3. Exeresi chirurgica della lesione
Date le caratteristiche cliniche di assoluta benignità, si decide per una biopsia escissionale con conseguente esame istologico per la diagnosi definitiva. La paziente effettua uno sciacquo con clorexidina 0,2%, per 1 minuto, al fine di abbattere la carica batterica presente nel cavo orale e successivamente si procede all’infiltrazione peri-lesionale di anestetico (articaina con adrenalina 1:100.000) (Figura 2). La lesione viene dunque bloccata con pinzetta chirurgica ed escissa con bisturi a lama 15 (Figura 3).
La profondità dell’escissione chirurgica è di qualche millimetro (Figura 4) in modo da eliminare completamente la neoformazione e ridurre al minimo la possibilità di recidiva. I margini della ferita vengono dunque accostati perfettamente tramite sutura 3/0 in Supramid a punti staccati (Figura 5). Il materiale prelevato, di dimensioni di 1 x 0,5 cm (Figura 6), viene fissato in formalina al 10% e inviato al laboratorio per l’analisi istologica. La diagnosi istologica definitiva è nodulo fibro-lipomatoso (Figura 7) e l’escissione chirurgica effettuata rappresenta la terapia definitiva. Al controllo a 3 mesi non si evidenziano recidive (Figura 8).
Discussione
4. Campo operatorio dopo l’escissione chirurgica
Il cavo orale può essere sede di neoformazioni sia benigne che maligne ed è, dunque, fondamentale esaminare attentamente le mucose del paziente e sottoporre ad accertamenti, quale l’esame bioptico, le lesioni sospette che non tendono a guarigione spontanea a 15 giorni dall’eliminazione della potenziale causa. La visita del paziente deve essere accurata e si raccomanda di scattare delle fotografie della lesione in modo da poter valutare eventuali evoluzioni o cambiamenti a distanza di tempo.
Una volta redatta un’accurata anamnesi medica e odontoiatrica del paziente in oggetto bisogna prestare particolare attenzione altresì nell’esaminare: la grandezza della lesione, la sede, i margini, il colore, la spostabilità dai piani profondi e l’eventuale presenza di sintomatologia associata. Lesioni irregolari a margini sfumati, aderenti ai piani profondi, privi di causa apparente e che non guariscono devono far sospettare una patologia maligna. Nel caso presentato erano presenti chiare caratteristiche di benignità e si è optato per una biopsia escissionale come terapia definitiva. Il materiale prelevato va comunque sempre inviato al laboratorio in quanto solo l’analisi istologica può permettere di fare una diagnosi esatta.
5. Lesione escissa, dimensioni di 1 x 0,5 cm
La neoformazione presente in questo case report, il lipoma, è una neoplasia benigna relativamente poco comune nel cavo orale che si localizza più frequentemente a livello della mucosa geniena o del pavimento della bocca. Può anche presentarsi in più sedi anatomiche come lipoblastomatosi multipla5. Lipomi multipli della testa e del collo sono stati descritti anche nella neurofibromatosi, sindrome di Gardner e lipomatosi familiare multipla per cui il paziente potrebbe presentare tali lesioni anche in altri distretti corporei. Clinicamente il lipoma del cavo orale appare come una massa tondeggiante, asintomatica, di colorito giallastro e coperta da una sottile mucosa integra percorsa talora da fini teleangectasie. In alcuni casi può presentarsi come nodulo fluttuante.
Con il tempo può assumere dimensioni notevoli e nel caso clinico presentato la paziente si è recata alla nostra osservazione proprio perché aveva notato un aumento delle dimensioni della lesione che aveva da tempo. Nella diagnosi differenziale con il lipoma vanno poste altre lesioni del tessuto connettivo quali: cisti dermoidi ed epidermoidi, il tumore a cellule granulari, il neuro fibroma, il fibroma traumatico, il mucocele, le neoplasie delle ghiandole salivari minori ecc6. Dal punto di vista istologico sono presenti adipociti che evidenziano un diverso grado di maturità cellulare, la neoplasia appare ben delimitata da una sottile capsula fibrosa. Le cellule adipose possono variare molto per forma e dimensione.
6. Accostamento dei lembi per prima intenzione e sutura con filo 3/0 in Supramid
Possono riconoscersi dei sottotipi microscopici che tengono conto delle componenti cellulari coinvolte oltre al tessuto adiposo, tra cui distinguiamo, per esempio, un angiolipoma in cui gli adipociti sono frammisti a tessuto vascolare e un fibrolipoma in cui è presente una componente di tessuto fibroso7. Altre varianti sono il lipoma mixoide, il lipoma a cellule fusate, il lipoma intramuscolare8. Il trattamento chirurgico, comunque, risulta la terapia di elezione per tutte le varianti citate.
Non è mai stata osservata la recidiva ma sono stati descritti lipomi di notevoli dimensioni che possono interferire con la masticazione e la fonazione. È stata però descritta anche una rara forma maligna, il liposarcoma9,10, che può colpire la guancia e presentarsi come una massa a elevato indice di accrescimento, dolente e, a volte, con mucosa sovrastante ulcerata e sanguinante.
7. Esame istologico
Conclusioni
8. Foto clinica della zona a 3 mesi dall’intervento
È fondamentale sottolineare l’importanza di un esame accurato dei tessuti molli durante le visite odontoiatriche di routine e l’eventuale esame bioptico di quelle lesioni senza causa apparente in modo da poter diagnosticare precocemente eventuali patologie che possono mettere a rischio la salute del paziente.
Corrispondenza
Marco Berardini
Via Galilei, 8 - 65122 Pescara
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Abbiamo chiesto a quattro esperti del settore di descrivere le problematiche più comuni a cui possono andare incontro gli impianti dopo alcuni anni di carico, scoprendo qualcosa di nuovo sull’implantologia, una disciplina che è segno sì del successo dell’odontoiatria, ma anche, come sostiene qualcuno, del suo “fallimento”.
Michele Maglione
I segni dell’evoluzione dell’odontoiatria di questi ultimi decenni sono ravvisabili in tutte le branche di questa disciplina. Gli strumenti diagnostici e terapeutici, nonché i protocolli clinici scritti sulla base delle evidenze scientifiche via via acquisite, hanno mostrato forza ed efficacia crescente nei trattamenti odontoiatrici. Tuttavia, tra tutte, forse è l’implantologia ad aver segnato, soprattutto agli occhi dei pazienti, il momento di maggior discontinuità tra la vecchia odontoiatria e quella più evoluta.
Un’odontoiatria diventata sempre più disciplina medico-chirurgica in grado di risolvere i casi più difficili, di restituire il sorriso al paziente edentulo, perché capace di ottimi risultati sul piano funzionale ma anche estetico. Le abilità tecniche degli odontoiatri italiani, considerati da molti tra i migliori al mondo, unite al desiderio di chi nelle nuove metodiche riabilitative ha creduto sin da subito, ha portato a risultati strabilianti, ma anche contraddittori.
L’Italia, infatti, nel mondo, oggi vanta il primato assoluto per numero di impianti posizionati rispetto alla popolazione. Un dato che deve far riflettere, anche alla luce delle complicanze più o meno “fisiologiche” a cui gli impianti, per loro natura, sembrano essere destinati a causare, come spiegano gli esperti che abbiamo incontrato.
Sistemi sommersi e non sommersi a confronto
Nel corso degli ultimi anni è stato dimostrato che non esiste una differenza nelle percentuali di successo tra sistemi sommersi e non sommersi. La scelta dell’una o dell’altra metodica dipende dalle condizioni specifiche del paziente. Nei casi di scarsa stabilita primaria dell’impianto, in associazione ad una scarsa qualità ossea, tendenzialmente i professionisti prediligono la tecnica sommersa, anche se l’unica reale differenza tra i due sistemi riguarda l’estetica, più semplice da gestire con i sistemi sommersi.
Come evitare i problemi più comuni
“Non si può certo negare che nel corso degli ultimi 20 anni”, dice Michele Maglione, medico chirurgo, specialista in odontostomatologia, (esperto di riabilitazioni implanto-protesiche, collabora anche con il professor Massimo Simion dell’Università degli Studi di Milano), “molto spesso si è preferito, anche sulla scia delle elevate percentuali di successo che mostravano le terapie implantari, sostituire denti compromessi, ma ancora con un margine di recupero, con impianti osteointegrati. Una scelta forse ancora oggi giustificata dal fatto che il recupero del dente compromesso richiedeva e richiede complesse terapie (endodontiche, parodontali, ecc) operatore sensibile, offrendo quindi scarsa predicibilità di successo se eseguite da clinici poco esperti”.
Tuttavia, anche un impianto nel corso degli anni può dare origine a complicanze. “Si tratta di problematiche biologiche e meccaniche”, spiega Maglione, “situazioni che non possiamo considerare “fisiologiche”, ma neppure dipendenti da una responsabilità del clinico. Se fino a qualche anno fa, infatti, potevamo dire ai nostri pazienti che il periodo più critico per un impianto era il primo anno di carico, superato il quale complicanze biologiche e/o meccaniche gravi tali da determinare la perdita dell’impianto potevano essere considerate eventi rari, oggi purtroppo abbiamo imparato che non è così, questa affermazione non possiamo sempre sostenerla.
Infatti, le nuove superfici implantari stanno portando alla nostra attenzione sempre più spesso complicanze biologiche gravi come la perimplantite, infiammazione/infezione con perdita progressiva e continua dell’osso di supporto perimplantare”. Secondo Maglione le vecchie superfici lisce erano e sono senza dubbio assai meno pericolose. Ma cosa dicono i dati epidemiologici su questa patologia? “In letteratura troviamo dati differenti circa la frequenza con cui si manifesta la malattia”, spiega l’odontoiatra, “questo a causa di una confusione che esisteva nella classificazione della patologia, tuttavia i dati dell’ultima consensus conference riportano comunque valori di circa il 5-7%, (alcuni autori riportano percentuali del 2, mentre altri addirittura del 40%).
Il fatto è che la perimplantite può presentarsi in qualsiasi momento e questo per noi rappresenta l’aspetto meno rassicurante”. Non resta dunque che affidarsi ai controlli periodici: ma con quale frequenza? “Nella realtà in cui opero, il protocollo di controllo dei paziente trattati con impianti osteointegrati”, spiega Maglione, “viene modulato sulle caratteristiche del paziente, tenendo conto della causa della perdita del dente, del tipo di edentulismo, del tipo di terapia (impianti semplici, oppure associati a tecniche rigenerative, siti post-estrattivi ecc), della presenza di eventuali parafunzioni, dell’età del paziente ed anche delle capacita di mantenimento di una buona igiene domiciliare.
Tenendo conto di tutti questi fattori, il paziente può essere controllato una sola volta all’anno o ogni tre mesi”. Ma la vera prevenzione delle complicanze, sostiene Maglione, nasce solo da un’attenta programmazione della terapia implantare che tenga conto a priori dei fattori di rischio meccanico e biologico. “Prima di iniziare qualsiasi trattamento implanto-protesico”, conclude l’esperto, “possiamo e dobbiamo sempre individuare l’indice di rischio meccanico, biologico ed estetico, così da poter scegliere, per quel paziente, la migliore sistematica implantoprotesica, affidabile e collaudata, oltre che supportata da un’adeguata letteratura scientifica”.
Usura implantare e protesica
Leonardo Vanden Bogaerde
Anche secondo Leonardo Vanden Bogaerde, medico odontoiatra (dopo essersi occupato di parodontologia e di implantologia osteointegrata, dal 1993 svolge attività di ricerca clinica sulla rigenerazione tissutale guidata in campo parodontale e implantologico, e più recentemente sulle problematiche relative al carico immediato su impianti), avverte dai pericoli che piani di trattamento non corretti possono generare. “La diffusione dell’implantologia in Italia è legata ad un livello di competenza e preparazione degli operatori mediamente elevato”, dice, “tra i migliori in Europa.
A prova di ciò è la notevole produzione scientifica internazionale dei ricercatori italiani. Questa diffusione massiva ha però comportato talvolta un uso eccessivo dell’implantologia: denti recuperabili mediante tecniche convenzionali sono spesso estratti e sostituiti con impianti. All’esordio dell’osteointegrazione si pensava che gli impianti durassero in eterno, oggi, a distanza di trent’anni, ci accorgiamo che non è così: sempre più frequentemente osserviamo fenomeni infiammatori perimplantari, anche gravi. E’ necessario quindi una maggiore prudenza nella formulazione del piano di trattamento con impianti ed è fortemente auspicabile un ritorno all’esercizio della parodontologia per una maggiore conservazione degli elementi naturali”.
Un impianto, nel corso della sua vita, ricorda Vanden Bogaerde, può andare incontro ad eventi “fisiologici”, come il rimodellamento dell’osso marginale, un fenomeno significativo nei primi 6-12 mesi con perdita di 0.5-1mm. Questo riassorbimento tende a stabilizzarsi nel periodo successivo. L’odontoiatra ha la responsabilità di conoscere questo fenomeno, posizionando l’impianto ad una corretta profondità nel tessuto osseo: si può parlare di parziale insuccesso solo quando alla recessione ossea si accompagni una recessione gengivale, con conseguente danno estetico. “Tuttavia”, precisa l’odontoiatra, “sono le mucositi (infiammazione senza perdita di osso) e le perimplantiti (infiammazione con perdita di osso) i veri eventi “patologici” che possono colpire un impianto.
La mucosite si manifesta come una gengivite marginale, con arrossamento, gonfiore, sanguinamento. La perimplantite ha invece un aspetto più severo con suppurazione, aumento della profondità del sondaggio, sanguinamento profuso e consistente perdita di osso marginale, in genere circumferenziale. Le perimplantiti si presentano dopo alcuni anni dall’installazione degli impianti. Vi è un numero limitato di dati relativo alla frequenza delle perimplantiti. In una recente review è stato osservato che, in un periodo di osservazione di 9-11 anni, tra il 28% e il 56% dei pazienti mostravano segni di perimplantite”. Un dato che deve fare seriamente riflettere, insieme a quest’altro: dopo un decennio si possono verificare fenomeni di usura delle componenti implantari e protesiche. “La più temibile complicanza”, spiega Vanden Bogaerde, “è la frattura dell’impianto, evento raro e comunque quasi sempre ascrivibile ad uno scorretto carico occlusale.
Altrimenti possiamo avere danni di vario genere e a vari livelli delle componenti protesiche, come la fratture delle viti di fissaggio delle protesi o di fissaggio degli abutments. La frequenza di questi episodi dipende dal corretto posizionamento degli impianti e dalla corretta realizzazione della protesi, nonché dalla qualità intrinseca delle componenti implantari e protesiche”. Per contrastare i rischi di complicanze, è bene effettuare controlli periodi a tutti i pazienti. “I pazienti standard (privi di particolari patologie concomitanti)”, dice, “possono essere controllati una volta all’anno con visita e radiografie; i pazienti a rischio (affetti da malattia parodontale o malattie sistemiche, i fumatori e i forti bruxisti ), a causa della maggiore suscettibilità a fenomeni infiammatori perimplantari, devono essere controllati più frequentemente, con sedute ogni 6 o 3 mesi.
Il mio orientamento attuale è di escludere dal trattamento implantare pazienti forti fumatori con concomitante parodontite diffusa. Oggi possediamo uno strumento molto importante per il monitoraggio delle condizioni implantari durante tutta la vita dell’impianto stesso: questo strumento è la Frequenza di Risonanza. Esso ci consente, in qualsiasi momento, di misurare la stabilità implantare registrandola con un valore numerico, permettendo un intervento tempestivo nel caso in cui la stabilità dovesse diminuire significativamente”.
Oltre alla prevenzione attuata attraverso il controllo periodico, è possibile contrastare la nascita delle complicanze, sostiene Vanden Bogaerde, con una nuova mentalità, anzi appoggiandosi alla mentalità di un tempo. “E’necessario ritornare a riconsiderare il paziente non in modo settoriale ma nella sua interezza”, conclude l’odontoiatra, “quindi non limitandosi ad un’analisi della sola zona da trattare, ma considerando le condizioni generali del paziente, la sua compliance, la presenza di malattia parodontale, l’abitudine al fumo e il bruxismo”.
Attenti all’odontoiatria low cost
C’è unanimità tra gli esperti di implantologia nel prendere le distanze dalla cosiddetta odontoiatria low-cost. Prestazioni ad un costo eccessivamente basso possono incidere sulla qualità dei materiali e sui tempi delle prestazioni, quindi sulla qualità complessiva delle cure, sino a divenire concausa di patologie iatrogene dovute a trattamenti incongrui, di cui già c’è traccia in molti pazienti. Tuttavia, la riduzione dei prezzi delle prestazioni e dunque dei costi di gestione dello studio resta uno dei principali obiettivi verso cui l’attuale odontoiatria dovrà indirizzarsi.
La perdita dell’osteointegrazione: per fortuna, l’ultimo dei problemi
Eugenio Romeo
Sono almeno due le ragioni che giustificano il numero di impianti sinora posizionato in Italia, molto alto rispetto a quello delle altre nazioni, soprattutto alla media dei paesi europei: uno legato al terapeuta, l’altro al paziente. “Il primo, riconducibile all’operatore”, spiega Eugenio Romeo, past president della Società Italiana di Osteointegrazione e Professore Associato di Malattie Odontostomatologiche presso il Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università degli Studi di Milano, dove è direttore del Reparto di Implantoprotesi della Clinica Odontostomatologica, “è quello che in medicina definiamo overtreatment, cioè un trattamento in eccesso rispetto alle reali necessità.
Molte volte abbiamo verificato l’utilizzo un po’ disinvolto della tecnica implantare, sia in situazioni cliniche dove addirittura non era necessario il posizionamento di impianti, sia per l’utilizzo di un numero eccessivo di impianti rispetto alle reali necessità. Bisogna però sottolineare che questo aspetto si sta progressivamente ridimensionando, e non solo per motivi legati alla recessione economica, ma anche e soprattutto per una presa di coscienza da parte dei clinici della necessità sempre maggiore di applicare una regola fondamentale in medicina che è quella del rapporto costi-benefici di qualunque trattamento. Il secondo fattore, legato al paziente, è la richiesta, molto alta in Italia, di non essere trattato con protesi di tipo rimovibile. Bisogna però sottolineare che questo fattore ha influenzato solo in piccola misura il numero importante di impianti posizionato negli ultimi anni”.
Sta di fatto che le problematiche a cui può andare incontro un impianto sono riconducibili sostanzialmente alle infezione batterica e al sovraccarico masticatorio. “Il primo problema è maggiormente frequente in pazienti con storia di parodontite che risultano maggiormente esposti ad una possibile insorgenza di perimplantite batterica”, spiega Romeo, “anche se però bisogna sottolineare che uno dei principi fondamentali, per la stabilità sia dei tessuti duri che dei tessuti molli perimplantari, è la presenza di uno spessore osseo circonferenziale all’impianto di 1 millimetro. Laddove questo non c’è o addirittura vi sia una non completa sommersione della superficie implantare (oggi rugosa in praticamente tutte le linee implanatri), il rischio di colonizzazione batterica è elevatissimo con tutte le conseguenze immaginabili. Quindi possiamo dire che, in alcuni casi, vi sia una responsabilità dell’operatore, che però non è dimostrabile a posteriori”.
Detto questo, Romeo fa però un’analisi che ridimensiona in parte il problema. “La prevalenza della periimplantite (patologia causata dagli stessi batteri che determinano la parodontite)”, spiega, “è molto alta, come molto alta, peraltro, è la prevalenza della parodontite. D’altra parte bisogna considerare che la principale causa di perdita degli elementi dentari è proprio la parodontite e quindi il candidato per eccellenza all’utilizzo di impianti in odontoiatria è proprio il paziente con storia di parodontite. Questa patologia è una patologia molto subdola perché può non dare alcun sintomo percepibile da parte del paziente, fino alla comparsa di una franca sintomatologia legata a riassorbimenti ossei avanzati che spesso sono poi difficilmente trattabili”.
Le altre complicanze sono sostanzialmente di tipo bio-meccanico. “Per nostra fortuna, prima che sia interessata l’osteointegrazione”, spiega Romeo, “sono presenti molti punti del sistema sui quali si scarica la forza masticatoria e che vengono interessati prima che il sovraccarico si espliciti sulla giunzione osso-impianto. Avremo pertanto complicanze protesiche (chipping del rivestimento esteteico), complicanze a carico del sistema protesico implantare (svitamento delle viti di fissazione delle protesi sugli impianti, piuttosto che svitamento o frattura delle viti di fissazione dei monconi implantari) e solo per ultimo, ma con bassissima prevalenza, perdita dell’osteointegrazione da sovraccarico”.
Anche per Romeo il controllo periodico è importante e deve essere individualizzato.“In un paziente con buona motivazione e con buona capacità di controllo dell’igiene orale”, dice, “personalmente suggerisco due controlli clinici annui, con un controllo radiografico ogni due anni, a meno che non vi siano segni clinici di presenza di quadri patologici”. Ma tutto questo non basta. “La migliore prevenzione dell’insorgenza di complicanze, per qualunque atto terapeutico”, conclude Romeo, “è l’applicazione puntuale e attenta dei principi oramai noti di identificazione dei fattori di rischio, compresi quelli legati all’operatore (curva di apprendimento). Fare questo diminuisce in maniera drastica l’incidenza delle complicanze”.
Gli impianti, segno del “fallimento” dell’odontoiatria
Gaetano Calesini
Più critico è invece Gaetano Calesini, medico odontoiatra, libero professionista, past president dell’Associazione Italiana di Odontoiatria Protesica, titolare dell’insegnamento di clinica implantoprotesica presso l’ateneo “Vita-Salute San Raffaele” di Milano. “La storia della medicina ci insegna che da sempre la disciplina evolve per tentativi e correzioni”, spiega Calesini, “per anni ricercatori e clinici, unitamente alle compagnie produttrici di impianti hanno contribuito a misconoscere il problema che ora, a causa del numero elevatissimo di impianti in funzione, è esploso in tutta la sua evidenza (clinica) su scala planetaria. Pur essendo la ricerca degli ultimi anni particolarmente attiva su questo argomento, la gran parte delle concause relative alle mucositi ed alle periimplantiti, e con esse le possibili strategie per contrastarle, sono attualmente pressoché sconosciute alla comunità scientifica internazionale.
È comunque certo che in ogni branca chirurgica il successo è influenzato dai materiali, dalle tecniche, dall’operatore ed infine come ultimo, ma non meno importante fattore, dalla resistenza dell’ospite. Le variabili “operatore” e “resistenza dell’ospite”, al contrario delle altre, non sono standardizzabili e, ad oggi, esse rivestono la maggior influenza nel successo o nell’insuccesso del trattamento implantoprotesico”. Purtroppo, fa notare Calesini, i dati sulle perimplantiti non sono sempre chiari ed omogenei, sebbene una recente consensus conference abbia riportato dati quantomeno preoccupanti per i clinici poiché nel 80% dei soggetti e in 50% dei siti implantari è stata fatta diagnosi di mucosite, mentre la perimplantite è stata identificata, rispettivamente, nel 28% e >56% dei soggetti e nel 12% e il 43% dei siti implantari. (Lindhe J, Meyle J. Peri-implant diseases: Consensus Report of the Sixth European Workshop on Periodontology. J Clin Periodontol 2008; 35 (Suppl. 8): 282–285.).
Tuttavia, mentre in letteratura abbondano i dati relativi alle complicanze implantari, scarseggiano quelli relativi alle complicanze protesiche che per lo più non sono comparabili fra loro a causa delle infinite variabili tipiche della disciplina protesica. “In questo caso le complicazioni sono strettamente legate alla tipologia del dispositivo protesico preso in esame”, spiega, “ai materiali e alle tecniche con cui è stato costruito, oltre che alla competenza, alla sensibilità e alla esperienza del team che lo ha realizzato: dal momento però che materiali e tecniche sono scelte dall’operatore, tali complicanze ricadono completamente nell’ambito delle responsabilità dell’operatore”.
In generale, per contrastare qualsiasi rischio di complicanza, Calesini ha scelto validi alleati. “Nel mio studio è attivo, da oltre trent’anni, un efficiente reparto di igiene”, spiega, “tutti i pazienti dello studio, non solo quelli protesici, sono in terapia di mantenimento; vengono inseriti, in base ai loro specifici fattori di rischio, in programmi che prevedono richiami bimestrali, trimestrali o quadrimestrali: solo pochissimi, fortunati dal punto di vista genetico e disciplinati nell’applicazione giornaliera all’igiene domiciliare, rientrano nel programma semestrale”. Ma Calesini si spinge un po’ oltre, con un’analisi che deve far riflettere. “In odontoiatria”, dice, “gli impianti stessi sono configurabili come “complicanza”, anzi per dirla tutta sono la certificazione del fallimento dell’odontoiatria.
Di fatto il paziente che necessita di una terapia implantare ha già sperimentato personalmente il fallimento della prevenzione primaria, della conservativa, della protesi e della prevenzione secondaria. La prevenzione attuata seriamente non ha bisogno di altri strumenti che la sostengano, essa è in grado di per sé di eludere le due maggiori patologie in odontoiatria, vale a dire carie e parodontite, ambedue evitabili adottando appropriati comportamenti ed aderendo ad un programma di igiene professionale. La “nuova mentalità” di cui ci sarebbe bisogno per evitare “le complicanze” non è null’altro che l’applicazione, reale e pragmatica, dei concetti razionali della prevenzione odontoiatrica, vecchi di secoli (di secoli, non di decenni…) applicati ancora oggi, sfortunatamente, poco e male”.
Docente, nonché Direttore del Dipartimento di Endodonzia presso la School of Dentistry “Arthur Dugoni” della University of the Pacific, Ove A. Peters spiega com’è cambiata l’endodonzia negli ultimi dieci anni e quali competenze deve possedere il professionista che pratica questa importante branca dell’odontoiatria.
E' una delle personalità di maggior spicco dell’endodonzia. Ma com’è giunto a guadagnarsi questa reputazione a livello mondiale? Ove A. Peters, dopo aver conseguito nel 1990 la laurea in Odontoiatria presso l’Università di Kiel, in Germania, si trasferisce a Zurigo dove perfeziona la sua formazione, specializzandosi in endodonzia. Quindi trascorre alcuni anni in Svizzera, occupandosi di odontoiatria restaurativa, per poi spostarsi a San Francisco, dove consegue un master in Biologia orale presso l’Università di California.
Qui lavora per tre anni prima di approdare alla School of Dentistry “Arthur Dugoni” della University of the Pacific, dove oggi Peters è Docente, nonché Direttore del Dipartimento di Endodonzia. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, (il suo ambito di ricerca riguarda la preparazione canalare e le disinfezione), è membro dell’American Association of Endodontics e dell’International Association of Dental Research, oltre che fellow dell’International College of Dentists.
Professor Peters, l’endodonzia sta vivendo un’epoca straordinaria: quali sono state le principali innovazioni degli ultimi dieci anni?
Riguardano la diagnostica, l’innovazione o i materiali? L’innovazione non riguarda tanto la strumentazione, per la quale sarebbe più opportuno parlare di evoluzione, quanto le tecnologie diagnostiche che permettano all’endodonzista di conoscere la situazione all’interno del dente e capire come operare nel migliore dei modi. Tra le principali innovazioni ricordo l’APEX Locator (strumento elettronico, oggi più accessibile, usato per determinare la distanza del forame apicale), la videografia digitale e la diagnostica per immagini 3D (Cone Beam Computed Tomography – CBCT).
Quest’ultima può essere considerata l’unica vera innovazione degli ultimi dieci anni. Si tratta di una tecnologia secondo me molto promettente, sebbene non vista da tutti in modo favorevole, utile non solo nella pratica endodontica, ma anche nella ricerca. Molti endodonzisti stanno investendo in questa tecnologia al fine di poter prendere corrette decisioni sui trattamenti da effettuare. Tuttavia, per sfruttare al meglio questa apparecchiatura, che comporta un considerevole investimento, è importante saper interpretare la notevole mole di dati generati dal sistema. Insomma, non è tanto la singola innovazione tecnologica, ma la completezza degli strumenti oggi a disposizione dell’endodonzista ad aver assicurato l’evoluzione nel nostro settore.
Cosa offre agli studenti, soprattutto stranieri, la School of Dentistry “Arthur Dugoni” della University of the Pacific dove lei opera? Quanto è accessibile?
Nel corso della mia carriera ho avuto modo di frequentare e conoscere diverse università negli USA, ma anche in altri Paesi. La University of the Pacific è un’università nata come college indipendente, sebbene collegato all’Università di San Francisco. È una scuola privata che, pur non ricevendo contributi pubblici/ statali, è tra le prime tre degli USA: attualmente stiamo lavorando per avere anche un programma post-universitario che contiamo di poter avviare tra due anni. La retta annuale è di 85mila dollari, una cifra apparentemente alta, ma, per una scuola di elevato livello, in linea con i valori standard di mercato: anzi, forse anche un po’ al di sotto della media, considerando che offriamo un piano di studi a tempo pieno e che gli studenti ricevono tutto il materiale didattico. Giusto per fare un confronto, una scuola statale costa almeno 40mila dollari all’anno.
Gli studenti della nostra scuola sono 145, di cui 13 in endodonzia: ogni anno negli USA gli specializzati in questa disciplina sono circa 285, mentre i laureati in odontoiatria sono dell’ordine dei 6-7000. Non abbiamo invece un programma PhD non avendo una scuola di medicina certificata. Per gli studenti stranieri ci sono due possibilità: accedere a un programma specifico per persone già in possesso di una laurea in odontoiatria, si tratta di un percorso abbreviato (2 anni) con 24 posti che permette di conseguire la laurea americana in odontoiatria; scegliere la laurea in endodonzia che è accessibile a tutti, in quanto siamo una scuola privata, previi esami di ammissione e TOEFL per l’inglese.
University of the Pacific Arthur A. Dugoni School of Dentis
Sino a oggi sono stati immessi sul mercato un numero considerevole di NiTi (strumenti rotanti, trapani e frese). Cosa ne pensa un docente di queste apparecchiature?
Non è facile rispondere a questa domanda. Nel mercato vengono proposti sempre nuovi strumenti rotanti sui quali non tutti i dentisti hanno avuto un adeguato training come quello su cui possono contare gli studenti di endodonzia o chi segue una formazione postlaurea. Come docente, la strategia che insegno è quella di evitare errori catastrofici che possano portare alla frattura del dente. Il mio consiglio è usare metodi semplici, concreti e storicamente affidabili. Non per niente, nel nostro laboratorio gli studenti universitari di endodonzia fanno pratica prima con i metodi manuali e solo successivamente con le macchine rotanti.
In ogni caso, sono convinto che non esista un sistema migliore in assoluto, ciascun professionista dopo aver conseguito la laurea deve sviluppare il proprio metodo. Certo, continui cambiamenti non sono opportuni e nel caso per esempio di un paziente che ritorni presso lo studio è necessario saper intervenire sulle vecchie cure. Comunque, anche dopo la laurea, così come facciamo quando cambiamo l’auto, consiglio sempre di informarsi sui nuovi strumenti, ma soprattutto di valutare i risultati attesi. In California vengono pubblicati periodicamente gli indici di successo dei vari trattamenti nella cosiddetta “peer review”.
Qual è il ruolo dell’endodonzista che pratica questa disciplina in modo esclusivo?
E qual è il suo rapporto con la chirurgia? Occorre premettere che negli USA un dentista generalista spesso si occupa anche di endodonzia. D’altro canto sono pochi gli specialistici di endodonzia che trattano solo casi complessi, i cosiddetti ritrattamenti. Nella mia esperienza clinica questi interventi rappresentano circa la metà di tutti i trattamenti, gli interventi chirurgici invece non sono molto frequenti, anche perché spesso sono possibili e preferibili cure alternative. Tuttavia un endodonzista oggi deve avere anche competenze chirurgiche.
E l’endodonzia e l’implantologia, invece, sono discipline antagoniste o in un certo senso complementari?
All’inizio ero del parere che l’endodonzia fosse una disciplina specialistica e che le competenze endodontiche dovessero essere delimitate. Ero contrario al fatto che un dentista si occupasse di troppe cose. Tuttavia guardando alla domanda del mercato, oggi per un endodonzista è un must avere nel curriculum conoscenze di implantologia, tanto che, nel mettere a punto il programma per il nostro corso di specializzazione post-laurea, di questo ne ho dovuto tenere conto. I nostri studenti di endodonzia devono avere competenze in implantologia, dalla messa a punto di un piano di trattamento odontoiatrico fino all’esperienza di chirurgia implantare. A tale riguardo segnalo che la Loma Linda University (California) è l’unica scuola di mia conoscenza che offra un corso di laurea in endo-implantologia.
Da un punto di vista pratico, invece, sono del parere che un endodonzista occasionalmente possa effettuare qualche impianto senza operare in modo routinario. Personalmente non vorrei mai che mia madre o mia moglie si facessero mettere impianti da un endodonzista che ne posizionasse solo due all’anno. Quello che posso affermare con riferimento agli USA è che l’endodonzista deve lavorare in stretta cooperazione con l’implantologo. In altre parole, ritengo che debba avere le competenze per proporre al paziente anche l’implantologia nel piano di trattamento, ma non debba entrare nella fase esecutiva. Dunque l’endodonzista deve avere le competenze per effettuare approfondite valutazioni sulle possibili opzioni: trattamenti conservativi endodontici o estrazione del dente e la sua sostituzione con un impianto.
La decisione verso l’uno o l’altro trattamento dovrebbe essere presa seguendo un approccio scientifico, per esempio attraverso la valutazione del cosiddetto Restorability Index, proposto dalla Harvard University, (valutazione delle fratture, resistenza residua, profondità delle tasche gengivali ecc.) e la previsione della longevità dell’impianto, tenendo conto tra l’altro anche dell’età del paziente e della quantità di osso disponibile.
Per concludere, che dire invece dell’endodonzia rigenerativa?
L’endodonzia rigenerativa, disciplina che si occupa dello sviluppo e del ripristino dei tessuti molli all’interno del dente, può offrire vantaggi rispetto alle tecniche tradizionali (es. MTA - Mineral Trioxide Aggregate) per esempio nell’Apexogenesi, ma va applicata solo in alcuni casi ben selezionati. Non è certo indicata a un paziente di 8 anni: io, ad esempio, a mio figlio non l’applicherei.
Fattori che influenzano la posizione dei tessuti molli
attorno agli impianti: una revisione
Factors that influence the position of the peri-implant soft tissues: A review
Marco Sorní-Bröker, Maria Peñarrocha-Diago , Miguel Peñarrocha-Diago.
Da una revisione della letteratura si evince che a livello della papilla due fattori giocano un ruolo importante di influenza: la formazione dell’altezza biologica e la distanza tra la cresta alveolare e il punto di contatto. Vediamo anche come vengono valutati i diversi punti di vista di vari specialisti nel giudicare il grado di estetica nelle riabilitazioni superiori-anteriori paragonandole alla soddisfazione o meno dei pazienti.
A cura di Lara Figini
Questa è una revisione che valuta i fattori che possono interferire sulla posizione dei tessuti molli attorno agli impianti e sulla loro qualità e integrità.
La riabilitazione dei settori anteriori con impianti non può non tenere conto dell’aspetto estetico, che deve essere di necessità ottimale.
Questo implica il fatto che ci deve essere un buon livello dei tessuti molli, con la completa formazione della papilla e un contorno armonico del margine gengivale. Gli autori hanno condotto una revisione della bibliografia mondiale utilizzando PubMed come database considerando articoli scritti in lingua inglese e spagnola con le seguenti parole chiave: “soft tissues”, “papilla”, “dental implants”, “gingival margin”, “esthetics” e la combinazione di queste tra loro. Gli autori hanno escluso gli articoli che considerassero meno di 5 pazienti e con meno di 1 anno di follow-up. I fattori analizzati e revisionati sono stati raggruppati in:
fattori che influenzano la posizione della papilla che comprendono formazione dell’altezza biologica e distanza dell’osso interprossimale;
fattori che influenzano la posizione del margine gengivale che comprendono biotipo parodontale, connessione della protesi, profondità dell’osso facciale, microstruttura del collo dell’impianto, macrostruttura del collo dell’impianto, macrostruttura della connessione abutment-impianto.
Gli autori in base a questa revisione hanno potuto constatare che a livello della papilla ci sono due fattori che giocano un ruolo importante di influenza: la formazione dell’altezza biologica e la distanza tra la cresta alveolare e il punto di contatto.
La posizione del margine gengivale invece dipende prevalentemente dall’altezza e dalla profondità dell’osso facciale così come dal biotipo. Anche la tecnica chirurgica adottata dall’operatore, così come gli aspetti protesici relativi agli impianti, possono influenzare in maniera determinante la posizione finale dei tessuti molli.
Considerazioni cliniche
Di fronte a una riabilitazione implantare anteriore il clinico deve sempre tenere molto in considerazione i tessuti molli, rispettandoli il più possibile sia nelle fasi chirurgiche che in quelle protesiche, perché è proprio la posizione finale dei tessuti molli e la loro integrità e naturalezza che determina il successo estetico di un trattamento implantare anteriore.
Valutazione estetica di singoli impianti mascellari nelle zone estetiche
Esthetic evaluation of maxillary single-tooth implants in the esthetic zone
Questo articolo valuta i diversi punti di vista di vari specialisti nel giudicare il grado di estetica nelle riabilitazioni superiori-anteriori paragonandole alla soddisfazione o meno dei pazienti.
In questo studio sono stati presi in considerazione 41 pazienti, 25 maschi e 16 femmine, tra gennaio 2001 e luglio 2009, che hanno subito un intervento di implantologia con inserimento di un impianto singolo in zona mascellare anteriore (13 centrali, 10 laterali, 3 canini e 15 premolari).
Le ragioni dell’estrazione dei suddetti elementi dentali sono indicate nella tabella1.
Dopo l’inserimento dell’impianto e la sua protesizzazione i pazienti sono stati valutati al follow-up da diversi esaminatori con specialità differenti: 2 parodontologi, 2 protesisti, 2 ortodontisti e 2 studenti. Gli esaminatori dovevano compilare un questionario secondo il WES (white esthetic score) e PES (pink esthetic score) scorino (tabelle 2 e 3).
Sono state esaminate anche le corone e le fotografie scattate per ogni impianto.
In questo studio gli autori hanno potuto constatare che gli ortodontisti risultano essere i più severi nella valutazione estetica di impianto singolo in zona anteriore, mentre i paradontologi i meno severi.
La media PES ottenuta è stata 5.17 ± 2.29 e la media WES 6.02 ± 1.96.
Considerazioni cliniche
L’analisi statistica effettuata in questo studio rileva che vi è una correlazione significativa tra la percezione estetica dei pazienti e quella dei dentisti.
1DDS 2DDS PhD 3MD, DDS Università degli Studi di Milano IRCCS Cà Granda - Ospedale Maggiore Policlinico Scuola di Specialità in Ortognatodonzia. Direttore: Prof. G. Farronato Corso di Laurea in Igienista Dentale. Coordinatore: Prof. G. Farronato
Riassunto
L’ansia dentale e i comportamenti legati alla paura sono senza dubbio uno dei più difficili aspetti dell’Odontoiatria pediatrica. Considerando le numerose associazioni tra ansia del dentista e scarsi esiti di salute orale nei bambini e negli adulti e il significato delle esperienze precoci nei bambini nello sviluppo dell’ansia del dentista, è necessario che il team odontoiatrico identifichi e lavori con bambini che mostrano segni di ansia del dentista già dai primi stadi1. Anche se ci sono una serie di interventi a disposizione per assistere il team odontoiatrico, la gestione efficace di un bambino ansioso di solito comporta tempo, fatica ed esperienza. Negli ultimi anni è stato riconosciuto che un maggiore sforzo deve essere orientato verso interventi di gestione comportamentale e psicologica, al fine di ridurre l’ansia del paziente nel lungo termine senza la necessità di supporto farmacologico.
Summary
Children’s dental anxiety: a psychological approach
Dental anxiety and fear-related behaviors are undoubtedly one of the most challenging aspects of pediatric dentistry. Considering the magnitude of evidence associating dental anxiety with poor oral health outcomes in both children and adults, and the significance of children’s early experiences for the development of dental anxiety, it is clearly imperative that the dental team identifies and works with children who exhibit signs of dental anxiety from an early stage1. Although there are a range of interventions available to assist the dental team, successful management of a dentally anxious child usually entails time, effort, and expertise. Over recent years, it has been increasingly recognised that greater effort should be directed towards behavior management and psychological interventions, which can reduce the patient’s anxiety in the long term without the need for pharmacological support.
L'aumentare delle conoscenze pediatriche e il modo diverso di considerarne e valutarne la personalità hanno fatto sì che oggi i bambini siano trattati in modo diverso che in passato. La persona giovane ha infatti gli stessi diritti di integrità e autonomia di un adulto, cambiamento reso possibile dai profondi mutamenti economici e sociali verificatisi negli ultimi secoli. L’ingresso di un bambino in uno studio odontoiatrico è l’incontro tra un adulto (l’operatore odontoiatrico) e un individuo giunto a un grado di sviluppo proprio per capacità cognitive, relazionali e neuromotorie. L’operatore quindi deve esserne consapevole e dotato di conoscenze nell’ambito della psicologia dello sviluppo. Il fatto che il primo incontro con l’odontoiatra sia stato vissuto come un’esperienza negativa può condizionare a lungo termine il vissuto, le fantasie e, in particolare, la salute dentale sia a livello conscio che inconscio. L’articolo si propone di considerare gli aspetti e le strategie psicologiche connesse alla paura del trattamento odontoiatrico da parte del piccolo paziente e come affrontarle.
Materiali e metodi
La revisione sistematica della Letteratura è stata condotta attraverso l’utilizzo della banca dati Medline. Le parole chiave sono state dental anxiety11, dental fear7, cognitive behavioural therapy5, anxious behaviours4, dental phobia2. Sono stati quindi esclusi gli articoli comuni e considerati quelli che si riferivano all’età pediatrica e con approccio cognitivocomportamentale come opzione terapeutica. Degli articoli trovati, sono stati selezionati solo quelli compresi tra il 1985 e il 2012. Sono stati aggiunti tre articoli pubblicati su riviste non indicizzate.
Ansia dentale e principali effetti modulatori: età, sesso, cultura
Il trattamento odontoiatrico del bambino, così come quello dell’adulto, è spesso associato a manifestazioni comportamentali di tipo ansioso o addirittura fobico, definite rispettivamente come ansia o fobia dentale2. Anche se i termini di ansia dentale, paura dentale e fobia dentale vengono spesso usati in modo intercambiabile, in realtà indicano diversi tipi di problematiche. Mentre la paura è una normale reazione emotiva in prossimità di uno specifico pericolo, l’ansia rappresenta uno stato generale in cui l’individuo sperimenta un grado di apprensione e si prepara a un evento negativo; la fobia dentale è un tipo severo di ansia dentale che risulta in evasione o resistenza all’esperienza odontoiatrica con notevole disagio1.
La vista, le sensazioni, la paura del dolore dell’ago e delle frese sono stati spesso indicati come i motivi che maggiormente provocano ansia tra i piccoli pazienti. Mentre alcuni bambini sono ansiosi nei confronti di interventi specifici, altri presentano un’ansia generalizzata nei confronti dell’intervento odontoiatrico. Perciò è estremamente importante valutare la natura dell’ansia in modo da determinare le più appropriate strategie di controllo. Alcuni studi suggeriscono che la metà dei bambini riporta una bassa o moderata ansia dentale, mentre alti livelli d’ansia sono presenti nel 10-20% dei soggetti1. Data la loro frequenza, queste manifestazioni sono da tempo avvertite come uno dei problemi principali nella gestione del paziente in età pediatrica all’interno dello studio odontoiatrico.
L’ansia dentale sembra svilupparsi maggiormente durante l’infanzia e l’adolescenza. La proporzione di bambini in età pre-scolare e scolare che manifestano comportamenti riconducibili ad ansia dentale è stimata attorno al 16%3,4, pur con notevole variabilità nelle stime: il 7,1% nel Regno Unito, il 6% negli USA, il 21% in Canada, l’11% a Singapore, il 29,8% in Africa e il 43% in Cina5,6. In situazioni cliniche di dolore acuto, l’ansia e il dolore possono essere indistinguibili. Il dolore percepito o previsto aumenta l’ansia; quest’ultima non solo riduce la soglia del dolore, ma in realtà può portare alla percezione di stimoli normalmente non dolorosi, come stimoli dolorosi6. L’età di insorgenza dell’ansia dentale sembra posizionarsi maggiormente nell’infanzia (50,9%) mentre nell’adolescenza abbiamo il 22,0% e il 27,1% nell’età adulta3.
Si è visto, inoltre, che l’età di insorgenza è in stretta correlazione con l’età della prima esperienza dentale negativa e che il 55,9% dei soggetti con età di insorgenza nell’infanzia aveva padre, madre o fratello che presentavano ansia dentale. L’ansia dentale è più pronunciata nei bambini dai 4 ai 6 anni, mentre decresce dopo i sette anni ed è in relazione con lo sviluppo psicologico e non necessariamente con l’età cronologica5. Per quanto riguarda il sesso, numerosi studi riportano una prevalenza di ansia dentale nelle femmine rispetto ai maschi mentre altri studi non hanno riportato differenze tra i sessi5. In particolare, si è trovata una similitudine tra i due sessi per quanto riguarda l’aspettativa su eventi negativi, ma nelle femmine questi ultimi sono vissuti in modo più marcato7,8.
La cultura può influire sul comportamento e sui sintomi legati all’ansia nello stesso modo come influisce sullo sviluppo cognitivo del soggetto. È difficile quindi stabilire dei parametri che possano essere usati indifferentemente nelle diverse culture9. La presenza di uno stato d’ansia generalizzato sembra avere una correlazione solo nei soggetti con insorgenza in età adulta3. Non esiste un’unica spiegazione per lo sviluppo dell’ansia dentale e diversi meccanismi sembrano implicati nella sua eziologia. Rachman10 propose tre differenti meccanismi di acquisizione: l’esposizione a informazioni minacciose, l’apprendimento vicario (osservando altri comportamenti ansiosi), l’esperienza diretta. La reazione ansiosa può rappresentare l’esito di esperienze personali negative (motivo per cui uno stimolo neutrale, come la sonda, possa essere associato a un’esperienza negativa)1.
Può, inoltre, manifestarsi come esito di un processo di modellamento comportamentale (di solito mutuato dagli atteggiamenti e dai comportamenti dei genitori4, in particolare della madre)11, oppure di acquisizione di informazioni fortemente suggestive in senso negativo, indotte soprattutto dalla descrizione ripetuta di esperienze angosciose o terrificanti da parte di coetanei o adulti fobici6. Dagli studi di Carrillo-Diaz e Klassen7 è emersa una riduzione dell’ansia dentale nel tempo in corrispondenza a una maggiore frequenza delle visite odontoiatriche asintomatiche.
Fasi dello sviluppo e conseguenze sulla terapia odontoiatrica
Il primo approccio tra operatore e bambino è innanzitutto l’incontro di un “mondo” con un altro “mondo”, entrambi con aspettative, fantasie e anticipazioni. Fondamentale è saper suscitare fiducia, entrare in empatia. L’adulto operatore deve condurre il gioco, in un modo che risulti positivo per il bambino e per sé, e cercare una buona collaborazione. Gli aspetti che influiscono su un buon approccio psicologico sono sostanzialmente il livello di sviluppo raggiunto dal bambino in rapporto con la sua età anagrafica, l’ambiente familiare e la vita che conduce, la paura e l’ansia12. Il bambino di 2 o 3 anni dipende dal genitore, ha difficoltà a incontrare gli estranei. È fondamentale durante la terapia la presenza del genitore in ambulatorio che potrà tenerlo in braccio se il bambino lo richiede. La diffidenza anche fisica nei confronti dell’operatore va superata con un avvicinamento graduale, iniziando a giocare con le parti del corpo più lontane dalla bocca (piedi, mani) e verificando l’accettazione del contatto da parte del bambino fino a un segnale positivo (sorriso, non si ritrae più), passando così all’osservazione dei denti, prima direttamente poi con specchietto e sonda.
In genere a quest’età sono possibili la visita e le terapie semplici e veloci con la collaborazione e presenza dei genitori. Il bambino dai 4 ai 5 anni è in genere capace di interagire con adulti estranei (opportuno in questo caso è la verifica di come si sia svolto l’inserimento alla scuola materna), è fantasioso e curioso e spesso si dimostra orgoglioso dell’indipendenza raggiunta. La presenza del genitore è importante, ma durante le terapie la sua assenza può risultare più gratificante per il bambino. Inoltre a questa età i rituali danno ancora sicurezza, quindi il rispetto di una sequenzialità nelle operazioni negli incontri successivi permette al bambino di orientarsi più serenamente nella nuova realtà. Il bambino dai 6 ai 9 anni è già inserito in un mondo di regole e disciplina (frequenta la scuola elementare) che richiedono una certa concentrazione e attenzione ai compiti anche prolungati.
La curiosità e la conoscenza lo gratifica molto, quindi è utile e corretto dare spazio alle sue domande e proporre eventuali scelte da fare assieme ai genitori. Nella fascia di età che va dai 10 ai 12 anni troviamo sia bambini che completano lo stadio di maturazione della fase precedente, sia quelli alle prese con un’adolescenza precoce. La modalità di comunicazione con l’operatore deve compiere un salto di qualità, adeguandosi al livello di maturazione raggiunto. I soggetti in questa fascia dimostrano indipendenza rispetto ai genitori e richiedono spesso un rapporto paritario. L’adolescenza è il periodo che va dai 13 ai 20 anni e comprende la pubertà. In questo periodo ha inizio la contrapposizione ai genitori che non sono più onnipotenti e le loro regole, principi e valori vengono riesaminati criticamente.
Questo comportamento non coinvolge solamente i familiari, ma anche altri adulti che sembrano rappresentare qualche forma di autorità, per esempio il proprio odontoiatra. Questo processo è ambivalente e l’adolescente può desiderare di essere protetto come nell’infanzia e, nello stesso tempo, di ottenere una libertà totale. L’aggressività emerge in superficie e il controllo interiore è spesso inferiore a quello messo in atto nel periodo più precoce della vita. L’essere trattati dagli adulti come persone adulte responsabili aiuta a comportarsi come tali.
Tecniche cognitive per la gestione del comportamento
Numerose sono le tecniche consigliate per ridurre l’ansia nel soggetto in età pediatrica fra cui la presenza/assenza del genitore, il tell-show-do, la comunicazione non-verbale e il controllo della voce, il rinforzo positivo, la distrazione e il “live modelling”13. La presenza del genitore è importante soprattutto nei bambini sotto i 3 anni o se il piccolo paziente non ha raggiunto una discreta autonomia. L’allontanamento, se gestito con il genitore in modo sereno, è finalizzato soprattutto a ottenere l’attenzione del bambino e un buon livello di comunicazione; inoltre, può permettere di contenere la sua ansia quando questa è modulata dal genitore. Sia la presenza sia l’assenza possono essere un beneficio o un danno, secondo la circostanza. Il tell-show-do (TSD) è una tecnica che consiste nel proporre un oggetto odontoiatrico nuovo, prima raccontando cos’è, poi mostrando come si usa e funziona e, infine, permettendo al bambino di usarlo, simulando una situazione il più reale possibile. È consigliabile ricorrere a una nomenclatura di fantasia per tutti quegli oggetti che possono evocare paure (per esempio, siringa aria/acqua). Introdotto da Addelson nel 1959, è la tecnica maggiormente utilizzata6,14,15.
La comunicazione non verbale è ciò che si trasmette con la postura, l’espressione facciale e il modo di muoversi: quanto più questi atteggiamenti saranno coerenti, tanto più saranno efficaci per ottenere una buona collaborazione. Il controllo della voce permette di chiarire i significati, sottolineare le cose più o meno importanti, catturare l’attenzione. Il “rinforzo positivo” va utilizzato sempre per rafforzare un comportamento positivo e permette al bambino di acquisire maggiore fiducia e superare paure sia recenti che passate. Si è dimostrato essere una tecnica efficace nel prevenire lo sviluppo di ansia dentale nel bambino15. La “distrazione” consiste nel fare piccole interruzioni durante le quali il bambino parlerà di ciò che preferisce o semplicemente si riposerà, ed è utile soprattutto durante le procedure più stressanti. Il “live modelling” è una tecnica che consiste nel prendere a modello un genitore o un’altra persona adulta per ciò che si farà al bambino. Anche se meno utilizzato del TSD, può dare risultati soddisfacenti14.
Conclusioni
La natura del comportamento ansioso o fobico manifestato dal bambino e poi dall’adulto può essere spesso facilmente ricostruibile su base anamnestica, tramite questionario o intervista in profondità. Questa indicazione ci permette di introdurre forme di controllo dell’ansia nell’ambiente odontoiatrico, in modo da ridurne non solo le manifestazioni comportamentali (che disturbano il trattamento e accrescono le difficoltà di relazione tra odontoiatra e bambino), ma anche le percezioni negative e, quindi, i rinforzi per le successive manifestazioni anche in un’ottica futura. Divenuto adulto il paziente certo non rimuove lo stato ansioso connesso a quelle percezioni negative infantili e trascura la bocca quasi a voler esorcizzare i suoi problemi con il dentista.
Arriva così in situazioni davvero difficili e questo comportamento paradosso finisce per rinforzare il suo atteggiamento fobico16. Ogni bambino è diverso e quindi richiede un approccio personalizzato. La via che conduce alla liberazione dalla paura la si percorre solo quando il medico ha la capacità di stabilire con il paziente un atteggiamento di umana condivisione che permette il superamento delle ansie e l’adesione al piano di cura17. La prima forma di terapia, nella professione medica, si ottiene essendo aperti alla comprensione e alla comunicazione con il piccolo paziente; solo abbandonando qualsiasi atteggiamento rigido il medico potrà veramente ricercare sul piano clinico soluzioni sempre più individualizzate.
Il paziente, sentendosi parte attiva nel processo terapeutico, costituirà un legame tale da poter affrontare insieme qualunque problema possa presentarsi in futuro. Fondamentale in questo processo è l’utilizzo da parte dell’equipe odontoiatrica di un linguaggio idoneo all’età del bambino: chiaro, semplice, confidenziale con l’uso di rinforzi positivi verbali che permettono un aumento dell’empatia, che di conseguenza porta alla formulazione di un “patto” tra operatore e giovane paziente (riguardo alla durata dell’intervento, alle modalità di esecuzione ecc.)18-21.
Conflitto di interessi Gli Autori dichiarano di non avere nessun conflitto di interessi. Corrispondenza Prof. Giampietro Farronato Università di Milano Via Commenda 10 - 20100 Milano Tel. +39 (0)55032520 giampietro.farronato@unimi.it
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