Atsuhiko Yamamoto, DDS, PhD Lecturer, The Japan Institute for Advanced Dental Studies (JIADS), Osaka and Tokyo, Japan;
President, Perio-Implant Hospital AUTIS, Osaka, Japan
A causa del grande sviluppo dell’odontoiatria implantare, sono stati riportati negli ultimi anni svariati casi di complicanze, tra le quali la perimplantite è sicuramente la più grave e frequente. Diversi articoli hanno studiato i fattori di rischio che portano a tale patologia, così come svariate ipotesi per prevenirla, ma non è ancora stato possibile determinare una terapia realmente predicibile. Nel corso degli anni i ricercatori hanno sottolineato come le superfici implantari ruvide favorissero l’osteointegrazione e, per questo motivo, le case di produzione di impianti hanno sviluppato superfici sempre più ruvide per favorire l’integrazione ossea. Tuttavia questa caratteristica di superficie ha il risvolto negativo di favorire l’adesione batterica qualora l’impianto risulti, per diversi motivi, esposto alla cavità orale. Nel momento in cui si debba eseguire un innesto osseo per risolvere il difetto di riassorbimento osseo perimplantare, la disinfezione della superficie implantare risulterà particolarmente difficile per le caratteristiche precedentemente evidenziate, riducendo quindi la probabilità di successo dell’intervento chirurgico. Per ottenere nuova osteointegrazione è infatti necessario rimuovere completamente la superficie contaminata. Il laser Er:YAG è l’unico dispositivo in grado di svolgere questo compito. Questo report testimonia una terapia predicibile e rivoluzionaria per il trattamento delle perimplantiti. La superficie implantare viene irradiata utilizzando il laser il quale provoca microesplosioni dell’acqua presente, decontaminando la superficie ruvida di ossido di titanio senza causare un eccessivo aumento di temperatura (Figura 1). Gli studi su animali hanno dimostrato l’efficacia di questo metodo nel riportare osteointegrazione. A conferma di ciò, il presente studio con evidenza di rigenerazione ossea intorno alla superficie implantare, dà ulteriore evidenza a questa tecnica predicibile e innovativa per il trattamento della perimplantite.
1. Immagine da microscopio elettronico a scansione. Lo strato di TiUnite è stato completamente rimosso grazie alle microesplosioni. La nuova superficie implantare esposta non è stata in alcun modo danneggiata dal calore provocato dalla terapia laser.
Caso clinico
Il caso clinico che viene qui descritto mostra l’utilizzo del laser Er:YAG nel trattamento di una paziente affetta da perimplantite, una donna di 81 anni. Nel settembre 2006 sono stati inseriti 9 impianti nei siti 46, 47, 34, 35, 36, 37, 33 e 23. A distanza di 4 mesi sono stati realizzati e installati i provvisori, mentre la ricostruzione protesica finale è stata consegnata a 6 mesi dal carico ottenuto con i provvisori. A distanza di 5 anni la paziente si è presentata mostrando gonfiore nei siti perimplantari e l’esame radiografico ha permesso di diagnosticare un riassorbimento significativo di osso intorno all’impianto nella regione del primo molare.
2. Il concetto chiave necessario per rimuovere al meglio il tessuto di granulazione contaminato con il laser Er:YAG è irradiare lo strato di passaggio tra tessuto di granulazione e tessuto osseo sano, non il tessuto di granulazione stesso. In questo modo si può rimuovere il tessuto di granulazione come una massa unica e successivamente sterilizzare la superficie TiUnite contaminata, rimuovendone uno strato superficiale.
La struttura protesica è stata rimossa e si è potuto verificare che l’impianto non era ancora perso. Sono descritti due tipi di infiammazioni perimplantari: la perimucosite, nel caso in cui l’infiammazione sia limitata al solo tessuto mucosa, e la perimplantite, nel momento in cui l’infiammazione prosegua in direzione apicale coinvolgendo il supporto osseo; questo era un caso di perimplantite. L’esame del caso ha permesso di classificare questa situazione come classe D (PD>5 mm, BOP positive e perdita d’osso >2mm) secondo la classificazione CIST (Cumulative Interceptive Supportive Therapy), e si è deciso di trattarla con laser Er:YAG. Dopo aver eseguito anestesia locale (2% xylocaine), la parte coronale della tasca è stata esposta e rimossa chirurgicamente e, nonostante l’impianto non fosse fallito, è stato riscontrato un notevole riassorbimento osseo e la presenza di tessuto di granulazione (Figura 2a). Inizialmente il tessuto di granulazione è stato trattato e rimosso con l’utilizzo di una irradiazione laser sfruttando una punta PS600T a 50 mJ di potenza con una frequenza di 20 pps, associata a 5 cc di lavaggio sterile per l minuto. Normalmente il tessuto infetto viene rimosso con una curette, ma la presenza di sanguinamento non permette all’operatore di avere una visione chiara e precisa dell’area.
Con l’utilizzo del laser Er:YAG associato a uno spray di soluzione sterile questo problema viene superato, poiché le microesplosioni causate dalla luce laser che colpiscono l’acqua permettono di avere il campo chirurgico perfettamente visibile. Dopo aver rimosso il tessuto di granulazione, la superficie dell’impianto contaminata è stata sterilizzata rimuovendo uno strato di TiUnite. Il puntale PS600T (una punta piatta di quarzo che va da 600 μm nella parte superiore a 400 μm in quella inferiore) è stato portato delicatamente al di sopra della superficie da trattare, applicando potenza di 50 mJ a 20 pps con 5 cc di lavaggio di acqua sterile al minuto. Lo strato contaminato è stato rimosso dalla superficie grazie alle microesplosioni derivanti dall’interazione della luce laser con l’acqua spray. È stato possibile osservare un’area di color grigio chiaro sulla superficie impiantare: non si trattava di area di carbonizzazione, ma piuttosto della nuova superficie di titanio decontaminata (Figura 2b). Come in questo caso, gli impianti sono solitamente installati in senso verticale ed è quindi possibile applicare l’irradiazione laser perpendicolarmente all’impianto, inserendosi perfettamente tra le spire e rimuovendo lo strato di ossido di titanio contaminato.
Dopo le fasi di sterilizzazione del campo, è stato applicato un innesto di osso autogeno protetto da una membrana riassorbibile e, infine, si è proceduto con la sutura. La figura 3 mostra le radiografie ottenute dopo 2 e 3 anni dal trattamento della perimplantite. Tutti i reperti radiografici confermano una ricrescita di tipo osseo intorno alla superficie implantare. La figura 4 mostra un’immagine di tomografia computerizzata in sezione bucco-linguale del sito a 4 anni dalla terapia; l’area intorno all’impianto appare stabile.
4. Queste immagini sono scansioni CT elaborate con software di volume rendering realizzate a 4 anni dal trattamento. Confrontandole con le immagini intra-operatorie di quando è stato effettuato il trattamento si può osservare come questi abbia avuto successo, portando alla formazione di nuovo osso nell’area perimplantare.
Conclusioni
Le microesplosioni prodotte dal laser Er:YAG possono effettivamente rimuovere la superficie di ossido di titanio contaminato presente negli impianti affetti da perimplantite. Quando l’irradiazione con luce laser Er:YAG è accompagnata da uno spray d’acqua si evita che vi sia un eccessivo surriscaldamento della zona, preservando dall’eventuale danneggiamento dei tessuti ossei circostanti che potrebbe inficiare l’osteointegrazione. Questi risultati mostrano chiaramente come le difficoltà del trattamento delle perimplantiti possano essere risolte con successo mediante l’utilizzo del laser Er:YAG.
L’enfisema cervicale e pneumomediastinico sono complicanze raramente osservate di interventi dentali e generalmente associate all’uso di trapani come le turbine. Nei lavori che riportiamo vengono descritti due casi e discusse le questioni relative alla diagnosi e alla prevenzione.
Enfisema sottocutaneo durante l’estrazione di un terzo molare: un caso clinico. Subcutaneous emphysema during third molar surgery: a case report. Romeo U, Galanakis A, Lerario F, Daniele GM, Tenore G, Palaia G. Braz Dent J 2011; 22(1): 83-86.
Il seguente lavoro presenta un caso di enfisema sottocutaneo durante l’estrazione di un terzo molare con l'uso di un manipolo turbina ad aria compressa. Viene descritta la gestione del caso e vengono discusse le questioni relative alla diagnosi e alla prevenzione di questa complicanza chirurgica.
L’estrazione chirurgica dei terzi molari è la procedura più frequente eseguita in chirurgia orale. Nonostante le competenze chirurgiche, si possono verificare diverse complicazioni tra cui, seppur raramente, l’enfisema sottocutaneo che può essere causato da iniezione forzata di aria nel tessuto connettivo lasso sotto lo strato dermico. Per facilitare l’estrazione di un dente si possono utilizzare le turbine ad aria compressa per sezionare il dente, e tali turbine sono azionate appunto da aria compressa a 3,5-4,0 kgf/cm2, ruotando a 450.000 rpm. Una volta sotto il derma, l’aria può rimanere localmente al sito chirurgico o continuare a diffondersi lungo il piano del tessuto connettivo lasso. Il risultato clinico di questa evenienza è il gonfiore locale, tensione della pelle e crepitio alla palpazione, e nei casi estremi l’aria può passare attraverso lo spazio masticatorio nelle aree parafaringee e retrofaringee penetrando nel mediastino dando enfisema mediastinico. In questo articolo gli Autori descrivono il caso di una paziente di 25 anni sottopostasi all’estrazione di un ottavo inferiore destro. Durante le fasi chirurgiche è stata adoperata la turbina per sezionare il dente da estrarre. L’aria prodotta dalla turbina ha seguito la via costituita da fibre parzialmente tolte del muscolo massetere. Quasi subito dopo il sezionamento del dente il lato destro del viso della paziente si è gonfiato dal bordo inferiore della mandibola all’occhio destro. La paziente non riferiva dolore, dolorabilità alla palpazione o difficoltà di respirazione come risultato del rigonfiamento. L’intervento chirurgico è stato immediatamente sospeso e 8 mg di betametasone (Bentelan; Defiante Farm Unipessoal LDA, Funchal, Portogallo) con 1,5 g di ampicillina/sulbactam (Unasyn, Pfizer Italia, Latina, Italia) sono stati immediatamente somministrati via endovenosa. È stata anche eseguita una manipolazione riduttiva. A questo punto si è potuto riprendere la procedura chirurgica. Dopo la rimozione del dente la paziente è stata tenuta sotto osservazione per 2 h e le sono stati prescritti e somministrati antibiotici (ampicillina/sulbactam 3 gr/die per 5 giorni) e analgesici (ketoprofene 80 mg ogni 12 ore per 3 giorni). Le visite di controllo sono state programmate ogni 2 giorni. I punti di sutura sono stati rimossi dopo 7 giorni quando non erano più evidenti segni di enfisema. Nessuna ulteriore locale e sistemica complicanza infettiva si è verificata.
Implicazioni cliniche
Durante le procedure di estrazione dentale è preferibile utilizzare un manipolo contrangolo moltiplicatore (1:5) che non utilizza un flusso di aria ad alta velocità piuttosto che la turbina. In ogni caso, è importante eseguire una pronta diagnosi per evitare conseguenze più serie come l’enfisema pneumomediastino o pneumotorace.
Enfisema sottocutaneo e pneumomediastino come complicanza di una procedura dentale. Subcutaneous emphysema and pneumomediastinum complicating a dental procedure. Döngel I, Bayram M, Uysal IO, Sunam GS. Ulus Travma Acil Cerrahi Derg 2012;18 (4):361-363.
In questo articolo gli Autori illustrano un caso di enfisema cervico-facciale, pneumomediastino e pneumotorace verificatosi in una donna di 46 anni in seguito alla rimozione del secondo molare mandibolare di destra.
1. Radiografia del torace che mostra enfisema sottocutaneo e pneumomediastino.
L’enfisema cervico e pneumomediastino sono raramente osservati come complicanze di interventi dentali e sono associati all’uso di trapani ad aria ad alta velocità come la turbina. La rapida comparsa di dispnea in pazienti dopo una procedura dentale viene quasi sempre imputata dai clinici e dagli odontoiatri a una reazione allergica all’anestesia utilizzata, però i dentisti e i medici dovrebbero essere consapevoli anche del fatto che l’enfisema dei tessuti molli può causare gonfiore acuto della regione cervicale dopo procedure odontoiatriche, che possono mimare una reazione allergica. In questo studio gli Autori descrivono il caso di una donna di 46 anni trasportata d’emergenza al pronto soccorso con una storia di dispnea centrale, dolore al torace e gonfiore bilaterale cervicale. Un’ora prima aveva subito un’estrazione di un secondo molare in anestesia locale. Il suo stato generale era buono, con pressione arteriosa di 110/70 mmHg, frequenza respiratoria di 16/min, temperatura di 36,8 °C e saturazione di ossigeno del 97%. L’esame obiettivo ha rilevato gonfiore bilaterale del collo e della trachea in linea mediana, con crepitio alla palpazione, suggerendo profondo enfisema cutaneo. La sua radiografia del torace ha mostrato un enfisema diffuso sottocutaneo, pneumomediastino e pneumotorace parziale a destra, come mostrato in Figura 1. Per risolvere la complicanza un catetere è stato inserito nell’emitorace destro e dell’ossigeno al 100% è stato fornito con una maschera facciale per i primi due giorni. Alla paziente sono stati poi somministrati antibiotici per via endovenosa e analgesici. In tre giorni si sono risolti sia il gonfiore cervicale che il crepitio e il pneumotorace. La tomografia computerizzata del torace mostrava l’aria attraverso i piani tessutali nel mediastino e nell’arco aortico e del tessuto nella regione sottocutanea ancora al 5° giorno. La paziente è stato dimesso dall’ospedale in buone condizioni.
Implicazioni cliniche
Il riconoscimento dell’enfisema cervicale e pneumomediastino è facile; tuttavia è essenziale essere a conoscenza di questa complicazione, che può verificarsi dopo procedure odontoiatriche. In caso contrario, i dentisti e i medici di emergenza possono mal diagnosticare la condizione e confonderla con una reazione allergica, ematoma o infezione.
Alla vigilia del XVI Congresso nazionale dell’Accademia Italiana di Conservativa, in programma a Riva del Garda il prossimo aprile, abbiamo incontrato il presidente della prestigiosa società scientifica, Francesca Manfrini: un’occasione per parlare di odontoiatria, ma anche del ruolo delle donne e del significato del volontariato.
Nell'infanzia di Francesca Manfrini, medico chirurgo, specializzata in odontostomatologia e presidente dell’Accademia Italiana di Conservativa (AIC) che il prossimo aprile a Riva del Garda si riunirà per officiare il XVI Congresso nazionale, c’è un episodio emblematico che, letto a posteriori, rivela in modo quasi profetico quale sarebbe stato il suo destino professionale. Nata a Rovereto, in provincia di Trento, la piccola Francesca l’infanzia la trascorre proprio nella periferia di Riva del Garda, in provincia di Trento, dove il padre, chirurgo, ha appena assunto l’incarico di primario del reparto di chirurgia dell’ospedale. Insieme ai suoi quattro fratelli, racconta, è solita giocare in mezzo ai campi di granoturco dove raccoglie le pannocchie: le piace immaginare che i grani di cui sono costituite siano denti che lei, una volta staccati, ama ricollocare nella loro posizione con l’ausilio di una pastella fatta di farina e acqua. Già allora l’odontoiatria occupava un ruolo importante nella mente e nel cuore di Francesca che, dopo il liceo classico, decide di iscriversi al corso di laurea in Medicina presso l’Università di Padova. Dopo il terzo anno, si trasferisce a Verona, dove completa gli studi con una tesi in odontoiatria e segue poi la specializzazione nella clinica odontoiatrica diretta dal professor Gotte, iniziando anche a collaborare con qualche studio odontoiatrico. Terminata la formazione, per diversi anni lavora come medico frequentatore della clinica universitaria e come professore a contratto presso l’Università di Verona. Nel frattempo, però, apre anche uno studio a Riva del Garda: un’attività che diviene sempre più impegnativa e che la porta a decidere di abbandonare gli altri impegni per dedicarsi a tempo pieno alla libera professione.
Dottoressa Manfrini, lo avrebbe mai detto che uno dei suoi giochi preferiti nell’infanzia un giorno sarebbe diventato il suo lavoro?
Certo che no, ma mi sono impegnata perché ciò accadesse. Sin da bambina avevo questo desiderio. Poi, grazie a mio padre che era un chirurgo, sono cresciuta respirando l’aria della medicina. Dopo la laurea e la specializzazione in odontostomatologia, mi sono dedicata a varie branche dell’odontoiatria, a cominciare dall’endodonzia, per poi abbracciare la conservativa e infine la parodontologia e la chirurgia implantare, che adesso occupano gran parte della mia attività, nonostante sia il presidente dell’Associazione Italiana di Conservativa. D’altronde, mi piace definirmi un dentista generico: non la trovo un’affermazione che sminuisca la mia attività di specialista. Per risolvere i molteplici problemi e le richieste che i pazienti mi presentano e per svolgere al meglio tutte le varie forme di terapia che richiedono i casi complessi, mi affiancano Laura, Giovanni, Roberto e Tomaso, validi odontoiatri, fedeli e cari amici ormai da tanti anni.
Come s’è avvicinata all’Accademia Italiana di Conservativa? Riva del Garda, la cittadina dove tradizionalmente si svolge il congresso nazionale dell’AIC, ha giocato a suo favore?
In un certo senso sì, avevo amici che erano già soci attivi dell’Accademia e per me è stato abbastanza naturale iniziare a frequentare i congressi che da sempre si svolgono proprio qui, a Riva del Garda. Rimasi subito affascinata dall’ambiente, così mi adoperai per diventare socia attiva, preparai dei casi clinici seguendo il protocollo che prevede il regolamento.
Negli anni è risultata idonea anche a ricoprire il ruolo di presidente…
Sì, questo però non me lo aspettavo, né era tra i miei progetti. Sono una persona piuttosto schiva a queste posizioni di elevata visibilità. Tuttavia, mi è stato chiesto di candidarmi con così tanto affetto che non ho potuto sottrarmi. È un grande onore essere presidente dell’AIC, ma anche un onere considerevole per le grandi responsabilità, culturali, organizzative ed economiche che pesano sulle spalle di chi ha questo ruolo.
Una donna al vertice di un’importante società scientifica: è un suo merito, ma anche il segno dei tempi che stanno cambiando?
Credo proprio di sì e forse noi donne, con fatica, sacrificio e forza di volontà, abbiamo dimostrato che possiamo ricoprire anche ruoli di questo tipo. Il cosiddetto sesso debole, per forza mentale e psicologica, sono certa che possa confrontarsi sullo stesso piano degli uomini. In ogni caso, come ho già detto nel mio discorso di insediamento, quando ho presentato il programma del prossimo triennio, avrò bisogno dell’aiuto di tutti i soci, dei past president, ma anche dei giovani, forieri di idee innovative.
Francesca Manfrini
Quali sono i punti salienti del suo programma?
A parte il congresso nazionale del prossimo aprile (19 e 20 aprile 2013, ndr), a cavallo tra il 2013 e il 2014 inizierà il ContinuingEducation, un corso che si sviluppa in quattro incontri di due giorni ciascuno, dove si alternano teoria e pratica. È rivolto prevalentemente ai giovani laureati che nei primi anni della loro professione hanno bisogno di acquisire informazioni e nozioni pratiche per iniziare la loro attività lavorativa. Il Continuing Education porta il nome di Samuele Valerio, il Presidente dell’Accademia che per primo lo ha istituito, un nostro socio che purtroppo è venuto a mancare qualche anno fa. L’obiettivo è quello di dare ai giovani odontoiatri un metodo per approcciarsi ai problemi e riuscire a fare diagnosi e impostare una terapia corretta. Nell’aprile del 2014 ci sarà un corso organizzato assieme ad AIOP, a Riccione, dove è invitato un relatore di fama internazionale, Frank Spear; seguirà poi una giornata in cui si alterneranno relatori dell’AIOP e relatori dell’AIC; nell’autunno del 2014 terremo un simposio a Catania, scelta fatta con il preciso scopo di andare laddove generalmente non arriviamo con i nostri congressi, che vengono svolti prevalentemente nel Nord o centro Italia; abbiamo avuto già dei contatti con il Professor Rapisarda, un docente universitario di Catania, per organizzare al meglio questo meeting. Nell’aprile del 2015 avremo il congresso internazionale.
Di cosa si parlerà invece nel vostro prossimo congresso nazionale?
Il congresso, intitolato “Tessuto dentale: mantenimento e restauro
- Diagnosticare prima per curare e conservare meglio”, si focalizza sull’importanza del mantenimento dell’elemento dentale: in un mondo come quello di oggi, dove l’impianto sembra essere la risoluzione a tutti problemi, è importante trasmettere ai giovani, che sono il pubblico più numeroso dei nostri eventi, quanto sia importante invece recuperare l’elemento dentale.
È una consapevolezza diffusa?
Oggi più di ieri, anche perché credo che la minor disponibilità economica abbia condizionato in maniera positiva questo fattore. La crisi attuale ha dischiuso aspetti che prima forse non venivano presi in considerazione e anche nel mondo dell’odontoiatria sta cambiando qualcosa.
Su quali ambiti della professione ci si dovrebbe concentrare per affrontare il futuro?
Credo che in questo momento non si dovrebbe dare niente per scontato. Mai come oggi è necessario lavorare intensamente, anche nell’ambito dell’Accademia, per renderla capace di rispondere con concretezza ed efficacia alle esigenze e alle necessità di una realtà così incerta e mutevole. Non dobbiamo vedere la crisi economica solo dal lato negativo, dobbiamo affrontarla con ottimismo ed entusiasmo, accettando anche le trasformazioni che porta con sé. Credo che i giovani debbano continuare a puntare sulla conoscenza, ma anche su altri valori come lo spirito di sacrificio, la pazienza, il rispetto degli altri, l’umiltà e la modestia, la curiosità, perseverando nel realizzare i sogni che non devono mai mancare.
Come occupa il suo tempo libero?
Quello è sempre pochissimo. Accantonati sempre più sci e tennis, le attività sportive che prediligo, mi rubo del tempo per fare lunghe passeggiate sulle rive del Garda. Inoltre mi diverte e mi rilassa cucinare: per questo mi piace organizzare cene per gli amici, con l’aiuto di mio marito Giovanni e di mia figlia Silvia, ambedue avvocati, che ho contagiato in questa mia passione.
A proposito di sogni e progetti, invece: ne ha uno che desidererebbe realizzare?
Sì, mi piacerebbe tornare a collaborare con la Fondazione Bambini in emergenza, un’associazione fondata dal giornalista Mino D’Amato, con la quale ho collaborato come volontaria per una decina d’anni. Dopo la morte del suo fondatore, la fondazione ha ridotto l’attività. Appena gli impegni professionali me lo permetteranno, voglio tornare a occuparmi di chi ha disperato bisogno di noi. I bambini soprattutto. Non è retorico affermare che il miglior compenso per un medico non è quello economico ma quello morale. Trasformare lo sguardo triste di un bambino in un sorriso felice (magari solo transitorio) appaga l’animo e ti spinge a dare di più.
Ricardo Teles1 Flavia R. Teles2 1Senior Member of the Staff Department of Applied Oral Science, Center for Periodontology, the Forsyth Institute 2Assistant Member of the Staff Department of Applied Oral Science, Center of Periodontology, the Forsyth Institute
The use of adjunctive systemic antibiotics in the treatment of periodontal diseases has always been somewhat controversial. Opposition to the systematic use of these agents in periodontal therapy was based on several grounds, including: lack of superior outcome compared to conventional mechanical therapy; high rate of recolonization of the subgingival microbiota, potentially requiring several rounds of antibiotics to maintain the clinical gains obtained; induction of bacterial resistance. Despite these concerns, different systemic antibiotics have been tested as adjuncts to mechanical debridement in the treatment of periodontal infections since the late 1970s with mixed results. Eventually, serendipitous scientific discoveries have led to the development of a highly efficacious antimicrobial therapy to treat periodontal diseases, namely the use of the combination of systemic metronidazole and amoxicillin. Serendipity happened when it was observed that the use of metronidazole to treat vaginal infections resulted in the improvement of the gingival condition of treated subjects1. That observation led eventually to the use of this nitroimidazole, highly active against strict anaerobic bacteria, to be tested in the treatment of periodontal diseases2-4. Many years later, the use of this drug was combined with amoxicillin in an attempt to treat Aggregatibacter actinomycetemcomitans infections in adult subjects5, 6. These studies launched a new era in the use of systemic antibiotics to treat periodontal infections. However, they were probably based on erroneous assumptions regarding the relevance of A. actinomycetemcomitans as the etiological agent in the reported cases and the specific effects of the combination of antibiotics on this target. Since these early reports, several clinical trials have tested the adjunctive use of this combination of antimicrobial agents in the treatment of aggressive periodontitis7-13 and moderate to severe forms of chronic periodontitis14-20. The data accumulated by these studies are overwhelmingly in favor of the use of systemic antibiotics. In this paper, we review the most relevant data that support the use of systemic metronidazole and amoxicillin in the treatment of periodontal diseases and make recommendations regarding their proper use.
Clinical effects
The clinical superiority of adjunctive systemic metronidazole and amoxicillin therapy over scaling and root planning (SRP) was not always apparent. The use of full-mouth mean values of pocket depth (PD) and clinical attachment level (CAL) changes gave the impression that the small differences encountered were of little clinical relevance. However, examination of the effects of this therapy on different PD categories revealed that systemic metronidazole and amoxicillin resulted in statistically significant and clinically relevant changes in deeper sites7, 19-21. In recent years, researchers have favored to report the number and or percentage of residual deep sites (i.e. PD ≥ 5 mm) obtained after adjunctive systemic metronidazole and amoxicillin compared to SRP alone 7, 15, 19, 22. This clinical outcome is particularly relevant because the indication for periodontal surgery is determined by the number of residual pockets after anti-infective therapy. In addition, recent studies have suggested that the number of residual pockets can give clinicians an estimate of the risk for future disease progression and tooth loss23, 24. By decreasing the number of residual pockets, systemic metronidazole and amoxicillin might reduce the need for periodontal surgery25 and result in long term stability of the remaining periodontium. In fact, the use of these adjunctive systemic antibiotics has been associated with a lower rate of disease progression for 6 months7 and for up to 2 years20 after a single course of the antibiotics. A recent longitudinal study by Goodson et al.26 also indicated that the gains obtained with a single regimen of adjunctive systemic metronidazole and amoxicillin might last for up to 2 years even in the absence of an intensive supportive periodontal therapy. Although most of the initial clinical benefits are more evident in deep sites, this therapy also seems to have an impact in shallow sites. This is suggested by a decrease in the % of sites with additional loss of attachment during maintenance. Since loss of attachment in subjects under supportive periodontal therapy occurs primarily at shallow sites27, it seems that these sites also benefit from the use of these systemic antimicrobials.
Timing of drug administration in reference to mechanical therapy
In 2004, The American Academy of Periodontology (AAP) recommended that systemic antibiotic therapy should be used in patients with unresolved and/or progressing sites after conventional mechanical periodontal treatment28. That implies that a re-examination of the outcome of mechanical therapy should be obtained prior to any decision on the use of systemic antibiotics. That would delay the use of systemic antibiotics up to 3 months after initial therapy. This notion has been challenged by recent studies that demonstrated that systemic parodonantibiotics resulted in improved clinical outcomes when administered immediately after mechanical therapy rather than 3 to 6 months post SRP9, 13. It is possible that delaying the beginning of antibiotic therapy might result in a return of the subgingival biofilm to its original complexity, diminishing the benefits offered by a recent mechanical disruption of its structure. The smaller reduction in the number of subgingival bacteria might also compromise the healing of the periodontal pockets13. In addition, this period of healing might decrease the amount of antibiotics being delivered to the site due to a decrease in the perfusion and the permeability of capillaries associated with inflammation13, lower GCF flow and enhanced epithelial barrier. Therefore, systemic antibiotic therapy should start during the initial anti-infective therapy either after the first session of SRP or immediately after the completion of the final SRP and not as an alternative re-treatment.
Who should be treated with adjunctive systemic metronidazole and amoxicillin?
The use of systemic antibiotics can be hazardous; therefore, researchers have tried to identify subjects who would benefit the most from this therapy in an attempt to limit their use. It has been suggested that certain patient categories considered to have a higher risk for periodontal disease progression such as aggressive periodontitis should be preferably treated with systemic antibiotics29. Further, several studies have tried to tailor the choice of the antimicrobial agent to the presence of specific periodontal pathogens and some have suggested that systemic metronidazole and amoxicillin would be particularly beneficial when A. actinomycetemcomitans was present at high levels5,6,30. Later, the same group recommended the use of this combination to treat “adult periodontitis” associated with Porphyromonas gingivalis22. Others have suggested that this regimen would adversely affect subjects infected with P. gingivalis but not A. Actinomycetemcomitans31. A recent study recommended the use of systemic metronidazole and amoxicillin as an adjunct to mechanical therapy in patients with moderate to severe chronic periodontitis harboring subgingival A. actinomycetemcomitans and/or P. gingivalis20. Recent evidence challenges the relevance of the clinical diagnosis of aggressive or chronic periodontitis and of any microbiological testing to guide the use of this antimicrobial combination25,32-34. It has been suggested that even in the absence of detectable A. actinomycetemcomitans and/or P. gingivalis, periodontitis subjects responded positively to adjunct systemic amoxicillin and metronidazole32. In addition, it seems that patients respond well to the use of systemic metronidazole and amoxicillin irrespective of the clinical diagnosis of chronic33 or aggressive periodontitis34 and that the severity and extent of the disease are more relevant in that decision. Precise clinical guidelines that would trigger the need for systemic metronidazole and amoxicillin are still lacking in the literature. However, due to their remarkable effect on reducing the number of residual pockets, for cases in which the clinician suspects there will be a sizeable number of residual deep sites, this combination of antimicrobials should be prescribed.
Dose and dosage
The literature shows no consistency regarding the dose (the quantity of antibiotic to be administered at one time), dosage (the frequency and quantity of antibiotic administered to a patient) and duration of the course of systemic metronidazole and amoxicillin. The different regimens were somewhat arbitrarily defined and no scientific basis for their choice was presented in the manuscripts, making it difficult to make a definitive recommendation. In addition, only a few clinical trials reported the incidence of adverse events associated with the use of antibiotics, making it hard to estimate whether longer courses resulted in a higher incidence of adverse events. The only way to determine the best regimen for this combination of antibiotics would be through a randomized clinical trial (RCT) assessing not only the impact of different regimens on periodontal parameters but also on the incidence of adverse effects. In the absence of this information, the clinician should opt for a conservative approach and use the lowest dosage and shortest duration reported in the literature with an additional benefit over SRP alone. In addition, a shorter course of antibiotics decreases the chances of selecting for resistant species35. We recommend 250 mg of metronidazole and 500 mg of amoxicillin, three times a day for 7 days16,20.
Cost-benefit ratio
As mentioned above, the use of systemic antibiotics is not without risks. Clinicians should weight the costbenefit ratio before prescribing these powerful drugs. We highlighted the clinical benefits that can be achieve with the adjunctive use of systemic metronidazole and amoxicillin, including changes that might mitigate the need for additional costly treatments such as periodontal surgeries and replacement of lost teeth. Further, these drugs are readily available and add very little to the overall costs of periodontal anti-infective therapy36. These drugs have been used widely for over 3 decades and have, for the most, a well documented track record of safety25. However, in assessing the cost-benefit ratio of this therapy, it is important to examine the side effects associated with these drugs. Several studies employing this combination of systemic antimicrobials have reported on the adverse events experienced by study participants7, 8, 10-12, 15, 19-21, 37. The vast majority of side effects were mild gastrointestinal symptoms and the frequency of reporting of other adverse events such as dizziness, metallic taste and intra-oral tissue alteration was not significantly higher in the antibiotics groups compared to the placebo groups34. A few instances of subjects discontinuing medication due to moderate to severe side effects have also been reported9,20. Bacterial resistance is probably the single most important reason why clinicians should refrain from the indiscriminate use of systemic antibiotics to treat periodontal infections. However, concerns regarding antibiotic resistance should not preclude clinicians from using these drugs to treat periodontal diseases when indicated. There are guidelines in the medical literature to the prudent use of antibiotics in order to minimize the risk of antibiotic resistance; these include: use antibiotics only when patient outcome can be improved; use of narrow-spectrum antibiotics whenever possible; save last generation antibiotics for serious, life threatening infections; antibiotic therapy should be stopped as soon as possible38. Periodontists can easily abide by these guidelines while still offering their patients the clinical benefits of the adjunctive use of metronidazole and amoxicillin. Further, the use of a combination of antimicrobial drugs with different modes of action might decrease the chances of inducing bacterial resistance.
Conclusions
Hitherto, every published study comparing the use of adjunctive systemic metronidazole and amoxicillin to mechanical therapy alone reported a significant clinical benefit associated with the use of this combination. This information coupled with their safety profile should suffice to recommend them as the first drugs of choice in the treatment of periodontal infections. It took the field of periodontology over 40 years of research on adjunctive systemic antibiotics to come up with this regimen and most of the RCTs that support their indication were published within the past decade. That implies that we might be decades away from a more efficacious anti-infective therapy. Until it has been demonstrated that another approach results in superior clinical results with an equal or better safety profile; this combination should be considered the standard of care for patients with moderate to severe generalized forms of periodontitis.
Correspondence Ricardo Palmier Teles Department of Applied Oral Sciences, Center for Periodontology
The Forsyth Institute245 First Street, Cambridge, MA 02142, USA Tel. 617-892-8556 rteles@forsyth.org
References
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Ricardo Teles1 Flavia R. Teles2 1Senior Member of the Staff Department of Applied Oral Science, Center for Periodontology, the Forsyth Institute 2Assistant Member of the Staff Department of Applied Oral Science, Center of Periodontology, the Forsyth Institute
L'uso aggiuntivo di antibiotici sistemici nel trattamento delle malattie parodontali è sempre stato un argomento piuttosto controverso. La resistenza all’uso sistematico di questi agenti nella terapia periodontale era basata su diversi elementi, tra cui: mancanza di risultati migliori rispetto alla terapia meccanica convenzionale; alto grado di ricolonizzazione della flora microbica sottogengivale, che potenzialmente richiederebbe diversi cicli di antibiotici per mantenere i guadagni clinici ottenuti; introduzione di resistenza batterica. Nonostante queste convinzioni, a partire dalla fine degli anni Settanta diversi antibiotici sistemici sono stati testati in aggiunta alla rimozione meccanica del tessuto malato nel trattamento delle infezioni parodontali con risultati non sempre uniformi. Infine, fortunate scoperte scientifiche hanno portato allo sviluppo di una terapia antimicrobica molto efficace per il trattamento delle malattie parodontali e, in particolare, l’uso di una combinazione sistemica di metronidazolo e amoxicillina. Per caso si osservò che l’uso di metronidazolo per trattare infezioni vaginali diede come risultato il miglioramento delle condizioni delle gengive dei soggetti trattati1. Quest’osservazione ha poi fatto sì che l’uso di metronidazolo, altamente attivo contro i batteri anaerobici, fosse testato nel trattamento delle malattie parodontali2-4. Molti anni dopo l’uso di questo medicinale fu combinato con l’amoxicillina nel tentativo di trattare le infezioni di Aggregatibacter actinomycetemcomitans nei soggetti adulti5,6. Questi studi hanno lanciato una nuova era basata sull’uso di antibiotici sistemici per curare le infezioni parodontali. Probabilmente però erano fondati su assunti erronei riguardo la rilevanza di A. actinomycetemcomitans quale agente eziologico nei casi riportati e riguardo gli effetti specifici della combinazione di antibiotici su questi soggetti. Già dai primi resoconti, molti test clinici hanno esaminato l’uso aggiuntivo di questa combinazione di agenti microbiotici nel trattamento di parodontiti aggressive7-13 e di forme da moderate a gravi di parodontiti croniche14-20. I dati raccolti attraverso questi studi sono enormemente a favore dell’uso di antibiotici sistemici. In questo documento riportiamo gli elementi più rilevanti che supportano l’uso sistemico di metronidazolo e amoxicillina nel trattamento delle malattie parodontali e diamo raccomandazioni riguardo il loro corretto utilizzo.
Effetti clinici
La superiorità clinica di una terapia sistemica a base di metronidazolo e amoxicillina su scaling and root planning (SRP) non è stata sempre evidente. L’uso di valori medi per l’intero cavo orale di profondità di sondaggio (PD) e di livello di attacco clinico (CAL) davano l’impressione che le piccole differenze riscontrate fossero di minima rilevanza clinica. Tuttavia, l’esame degli effetti di questa terapia su categorie diverse di PD hanno rivelato che il metronidazolo e l’amoxicillina danno come esito cambiamenti statisticamente significativi e clinicamente rilevanti nei siti più profondi7,19-21. Negli ultimi anni i ricercatori hanno preferito riportare il numero o la percentuale di siti di profondità critica residuale (PD ≥ 5 mm) ottenuta dopo il trattamento sistematico con metronidazolo e amoxicillina confrontandolo con il solo SRP7,15,19,22. Questo risultato clinico è particolarmente rilevante perché l’indicazione per la chirurgia periodontale è determinata dal numero di tasche residue dopo la terapia iniziale. Inoltre, recenti studi hanno suggerito che il numero di tasche residue può dare ai clinici una stima del rischio per la futura progressione della malattia e la perdita dei denti23,24. Limitando il numero di tasche residue, il metronidazolo e l’amoxicillina possono ridurre la necessità di chirurgia parodontale25 e indurre una stabilità a lungo termine del parodonto rimanente. In effetti l’uso di questi antibiotici sistemici è stato associato a una minore progressione della malattia per 6 mesi e fino a 2 anni20 dopo un singolo ciclo di antibiotici. Un recente studio trasversale di Goodson et al.26 ha indicato che i guadagni ottenuti con una singola cura a base di metronidazolo e amoxicillina possono durare fino a 2 anni anche in assenza di una terapia parodontale intensiva. Benché la maggior parte dei benefici clinici iniziali siano più evidenti nei siti più profondi, questa terapia sembra avere effetto anche nei siti superficiali. Questo è suggerito da una diminuzione nella percentuale dei siti con ulteriore perdita di attacco verificatasi durante il mantenimento. Poiché la perdita di attacco nei soggetti in terapia parodontale avviene prima nei siti superficiali27, sembra che anche questi ultimi traggano beneficio dall’uso di questi antibiotici sistemici.
Durata della somministrazione dei farmaci nella terapia meccanica
Nel 2004, l’American Academy of Periodontology (AAP) raccomandò che la terapia a base di antibiotici sistemici fosse usata nei pazienti con siti non risolti e/o in progressione dopo il convenzionale trattamento parodontale meccanico28. Ciò implica che si proceda con un riesame dei risultati della terapia meccanica prima di qualsiasi decisione riguardo l’uso di antibiotici sistemici ritardandone così l’uso fino a 3 mesi dopo la terapia iniziale. Questa nozione è stata messa in dubbio da recenti studi che hanno dimostrato che gli antibiotici sistemici hanno portato migliori risultati clinici se somministrati immediatamente dopo la terapia meccanica piuttosto che 3 o 6 mesi post SRP9,13. Ritardando l’inizio della terapia antibiotica è possibile che si giunga, invece, a un ritorno del biofilm sottogengivale alla sua originaria complessità, diminuendo i benefici offerti da una recente distruzione meccanica della sua struttura. La minor riduzione del numero di batteri sottogengivali può anche compromettere la guarigione delle tasche parodontali13. Inoltre, questo periodo di guarigione potrebbe ridurre la quantità di antibiotici somministrabili al sito a causa di una minore perfusione e permeabilità dei capillari associati con infiammazione13, di un più basso flusso GCF e di una migliore barriera epiteliale. Per questo la terapia a base di antibiotici sistemici aggiuntivi dovrebbe iniziare durante la fase iniziale anti-infettiva o dopo la prima sessione di SRP o immediatamente dopo il completamento dell’SRP finale e non come un ritrattamento alternativo.
Chi dovrebbe essere trattato con terapia sistemica di metronidazolo e amoxicillina?
L’uso di antibiotici sistemici può essere rischioso, quindi i ricercatori hanno identificato i soggetti che trarrebbero maggior beneficio da questa terapia cercando di limitarne l’uso. È emerso che certe categorie di pazienti ritenute maggiormente a rischio di progressione della malattia parodontale, come le parodontiti gravi, dovrebbero preferibilmente essere trattati con antibiotici sistemici29. Inoltre, numerosi studi hanno cercato di abbinare la scelta dell’agente antibiotico alla presenza di specifici patogeni parodontali e qualcuno ha suggerito che metronidazolo e amoxicillina darebbero particolare beneficio quando A. actinomycetemcomitans sia presente ad alti livelli5,6,30. Successivamente, lo stesso gruppo raccomandò l’uso della combinazione di antibiotici per trattare una periodontite cronica associata con Porphyromonas gingivalis22. Altri hanno suggerito come questa cura influenzerebbe negativamente i soggetti affetti da P. gingivalis ma non da A. Actinomycetemcomitans31. Uno studio recente ha raccomandato l’uso di metronidazolo e amoxicillina accanto alla terapia meccanica nei pazienti con parodontiti croniche da moderate a gravi che presentano A. actinomycetemcomitans e/o P. gingivalis20. Recenti prove discutono la rilevanza della diagnosi clinica di parodontite aggressiva o cronica e di ogni test microbiologico per guidare l’uso di questa combinazione antimicrobica25,32-34. È stato suggerito che anche in assenza di evidente A. actinomycetemcomitans e/o P. gingivalis, i soggetti affetti da parodontiti rispondevano positivamente a metronidazolo e amoxicillina32. Inoltre, sembra che i pazienti reagiscano bene all’uso di metronidazolo e amoxicillina indipendentemente dalla diagnosi clinica di parodontite cronica33 o aggressiva34 e che la gravità e l’estensione della malattia siano più rilevanti per prendere la decisione. Tuttavia, mancano ancora in letteratura indicazioni cliniche precise che determinino il bisogno di trattamento aggiuntivo con metronidazolo e amoxicillina. Comunque, a causa del loro notevole effetto sulla riduzione del numero di tasche residue, in casi in cui il medico sospetti che ci possa essere un ampio numero di siti profondi residui, dovrebbe essere prescritta questa combinazione antibiotica.
Dose e dosaggio
La letteratura non mostra alcuna consistenza riguardo la dose (la quantità di antibiotico da somministrare in una volta), il dosaggio (la frequenza e la quantità di antibiotico somministrato a un paziente) e la durata della cura di metronidazolo e amoxicillina. Le diverse terapie erano, in qualche modo, arbitrariamente definite e nei manoscritti non c’era traccia di basi scientifiche sulle quali poter effettuare una scelta, rendendo difficile dare un’indicazione definitiva. Inoltre, solo pochi test clinici riportavano l’incidenza di eventi avversi associati all’uso di antibiotici, rendendo ostico valutare se cure prolungate portassero a una maggiore incidenza di effetti negativi. L’unico modo per determinare la cura migliore per questa combinazione di antibiotici sarebbe attraverso un test clinico randomizzato (RCT) che valuti non solo l’impatto delle differenti cure sui parametri parodontali, ma anche l’incidenza di effetti negativi. In assenza di queste informazioni, il clinico dovrebbe optare per un approccio conservativo e usare il dosaggio minore e la più breve durata riportata in letteratura con un beneficio aggiuntivo su SRP. Inoltre, un ciclo più breve di antibiotici riduce le possibilità di selezionare specie resistenti35. Noi consigliamo 250 mg di metronidazolo e 500 mg di amoxicillina, 3 volte al giorno per 7 giorni16,20.
Rapporto costi-benefici
Come menzionato appena sopra, l’uso di antibiotici sistemici non è senza rischi. I clinici dovrebbero valutare il rapporto tra costi e benefici prima di prescrivere questi medicinali così potenti. Abbiamo sottolineato i benefici clinici che possono essere raggiunti con l’uso aggiuntivo di metronidazolo e amoxicillina e i cambiamenti che potrebbero ridurre il bisogno di ulteriori trattamenti invasivi come chirurgie parodontali e sostituzione di denti mancanti. Inoltre, questi medicinali sono disponibili al pubblico e non influenzano i costi della terapia anti-infettiva parodontale36; inoltre, sono stati ampiamente utilizzati per più di trent’anni e possiedono, per lo più, una buona documentazione relativa alla loro sicurezza25. Comunque, valutando il rapporto costi-benefici di questa terapia è importante esaminare gli effetti collaterali associati. Numerosi studi che hanno impiegato questa combinazione di antibiotici sistemici hanno riportato solo lievi eventi avversi riguardanti i partecipanti allo studio7,8,10-12,15,19-21,37. La grande maggioranza degli effetti collaterali erano lievi sintomi gastrointestinali e la frequenza di altri effetti avversi - quali vertigini, gusto metallico e alterazione dei tessuti intraorali - non era significativamente più alta nei gruppi trattati con antibiotici rispetto a quelli del placebo34. Sono inoltre stati riportati solo alcuni casi di pazienti che hanno interrotto la terapia per effetti collaterali da lievi a gravi9,20. La resistenza batterica è probabilmente l’unica e più importante ragione per cui i clinici dovrebbero evitare l’uso indiscriminato di antibiotici sistemici per trattare le infezioni parodontali. Comunque, le preoccupazioni riguardo la resistenza agli antibiotici non dovrebbero impedire ai clinici di usare questi medicinali per trattare le malattie parodontali quando indicato. Ci sono linee guida nella letteratura medica per l’uso prudente degli antibiotici per minimizzare il rischio di resistenza; queste includono: usare antibiotici solo quando la situazione del paziente può essere realmente migliorata; usare antibiotici a raggio ristretto ogni volta che è possibile; risparmiare l’ultima generazione di antibiotici per le infezioni più serie che mettono a rischio la sopravvivenza; interrompere il prima possibile la terapia antibiotica38. I parodontologi possono facilmente accettare queste linee continuando a offrire ai loro pazienti i benefici clinici dell’uso di metronidazolo e amoxicillina. Inoltre, l’utilizzo di una combinazione di farmaci antimicrobici con diverse modalità d’azione riduce la possibilità di indurre una resistenza batterica.
Conclusioni
Fino ad ora, ogni studio pubblicato che paragonasse l’uso di metronidazolo e amoxicillina alla sola terapia meccanica riportava un beneficio clinico significativo associato all’uso di questa combinazione. Questa informazione abbinata al loro profilo di sicurezza dovrebbe essere sufficiente perché questi farmaci possano essere consigliati come prima scelta nel trattamento delle infezioni periodontali. Ci sono voluti alla parodontologia più di 40 anni di ricerche su antibiotici sistemici aggiuntivi per giungere a questo tipo di cura e la maggior parte degli RCT che sostengono la loro indicazione sono stati pubblicati negli ultimi dieci anni. Ciò significa che dovremmo essere lontani ancora decenni da un’efficace terapia anti-infettiva. Finché non sarà stato dimostrato che un approccio diverso da questo dà come esito risultati clinici superiori con una uguale o migliore sicurezza, questa combinazione dovrebbe essere considerata lo standard di cura per i pazienti con forme generalizzate di parodontiti da moderate a gravi.
Corrispondenza Ricardo Palmier Teles Department of Applied Oral Sciences, Center for Periodontology
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Chi ha detto che la Legge non è uguale per tutti? Esiste un istituto giuridico che, come la tristemente famosa “livella” di Totò, non conosce politici, professionisti, impiegati e operai: la prescrizione.
La rettitudine morale dei lettori de “Il Dentista Moderno” è cosa nota, ma alzi la mano chi, almeno una volta nella propria carriera, non abbia temuto una convocazione dal proprio Ordine di appartenenza, magari anche solo per difendersi da pazienti che, sollevatisi insoddisfatti dalla poltrona, minacciavano querele ed esposti. Orbene, si sappia che l’art. 51 del D.P.R. 221/1950 è chiaro in tal senso: “L’azione disciplinare si prescrive in cinque anni.” E può accadere, seppur raramente, che quel lungo termine previsto non riesca a essere rispettato dalla Commissione competente. In un momento quale quello odierno, dove l’ultima novità normativa vuole la menzione e pubblicizzazione sull’Albo accanto al nominativo dell’iscritto della relativa “carriera disciplinare”, ogni giorno trascorso potrebbe essere ristoratore di uno sporcato candore.
Il caso
“Il Consiglio dell’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della provincia di Bari ...<omissis>... irrogava al dott. X. X. la sanzione disciplinare della sospensione di un mese dall’esercizio della professione, per pubblicità scorretta. Veniva addebitata l’esposizione mediante targa, e l’inserimento nelle Pagine Gialle, di un testo, concernente la propria qualificazione professionale, diverso da quello autorizzato dall’Ordine, essendo stato pubblicizzato un testo in cui la specificazione ‘estetica’ seguiva a medicina e chirurgia, nonostante la specificazione fosse stata espunta in sede di autorizzazione rilasciata dall’Ordine Professionale (violazione dell’art. 53 Codice deontologico, in relazione alla L. 5 febbraio 1992, n. 175, artt. 1, 2 e 3). La Commissione Centrale per gli esercenti le professioni sanitarie rigettava il ricorso proposto dal medico (decisione del 9 agosto 2010).” Avverso la suddetta decisione il dott. X. ricorreva per Cassazione, resistevano con controricorso l’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della provincia di Bari e il Ministero della Salute. Nell’esporre le proprie motivazioni (Sentenza n. 3706 del 9 marzo 2012) la Terza Sezione della Cassazione Civile sottolineava: “Con il primo motivo, si deduce la violazione del D.P.R. n. 221 del 1950, art. 51, sostenendo l’intervenuta prescrizione dell’azione disciplinare, per essere decorsi più di cinque anni dalla data dell’interruzione (aprile 2003), avvenuta con la convocazione del medico dinanzi al Presidente D.P.R. n. 221 del 1950, ex art. 39, alla data del deposito della decisione del Consiglio dell’ordine (giugno 2008), non rilevando - sulla base delle giurisprudenza di legittimità - la data (gennaio 2008) in cui la decisione era stata assunta. Il motivo va rigettato. La decisione impugnata è conforme a diritto perché l’azione non si è prescritta. Dato che la decisione impugnata fa generico riferimento a due termini di interruzione la convocazione del medico dinanzi al Presidente del D.P.R. n. 221 del 1950, ex art. 39 (aprile 2003) e l’apertura del procedimento disciplinare (marzo 2004), è opportuno integrare la motivazione, ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ. I cinque anni previsti per la prescrizione dell’azione disciplinare non sono decorsi perché la decisione dell’Ordine locale - considerando la data del deposito della stessa (5 giugno 2008), in conformità all’indirizzo seguito dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. 20 luglio 2004, n. 13427), cui si intende dare continuità - è intervenuta tempestivamente nel nuovo termine quinquennale, decorrente dalla data della delibera del Consiglio (10 marzo 2004) di apertura del procedimento disciplinare, il quale a sua volta aveva interrotto, con effetti istantanei, il periodo originario decorrente dal fatto (2002). Costituisce principio pacifico, nella giurisprudenza di legittimità, quello secondo cui, in base a quanto disposto dal D.P.R. 5 aprile 1950, n. 221, art. 51, il procedimento disciplinare nei confronti di chi eserciti una professione sanitaria deve concludersi, a pena di prescrizione dell’azione disciplinare, nell’arco di cinque anni a decorrere dall’esercizio dell’azione disciplinare in sede amministrativa; promozione che interrompe, con effetto istantaneo, ai sensi dell’art. 2945 c.c., comma 1, il decorso del termine quinquennale di prescrizione, determinando l’inizio di un nuovo periodo di prescrizione (da ultimo Cass. 20 luglio 2004. n. 13427). L’azione disciplinare è esercitata con la delibera del Consiglio di apertura del procedimento disciplinare; mentre, la convocazione (audizione), ai sensi dello stesso art. 39 cit., del medico dinanzi al Presidente, posta a garanzia del professionista, è ancora preliminare all’apertura del procedimento, essendo volta alla acquisizione-verifica degli elementi informativi per addivenire alla decisione di sottoporre al Consiglio la proposta di esercizio dell’azione disciplinare (sulla funzione della convocazione, nell’ambito dell’analisi tra convocazione e relazione del Presidente nel procedimento previsto per gli odontoiatri, Cass. 27 settembre 1999, n. 10698). Nè può ritenersi che la convocazione, al pari della delibera di apertura del procedimento, sia idoneo atto interruttivo, capace di determinare gli stessi effetti interruttivi a effetto istantaneo. Questa possibilità è esclusa dalle stesse argomentazioni che, secondo un principio oramai consolidato, hanno indotto la Corte a ritenere applicabile, nel procedimento amministrativo di applicazione della sanzione nel settore delle libere professioni, la regola dell’effetto interruttivo istantaneo (art. 2943 c.c. e art. 2945 c.c., comma 1) e non quella dell’effetto interruttivo permanente (art. 2945 c.c., comma 2). Tale conclusione è stata fondata (cfr. in motivazione, Cass. 22 maggio 1995, n. 5603) sulla considerazione che la previsione di un termine di prescrizione che delimita nel tempo l’inizio dell’azione disciplinare vale ad assicurare il rispetto dell’esigenza che il tempo per l’applicazione della sanzione non sia protratto in modo indefinito. Esigenza che resterebbe frustrata se si riconoscesse capacità interruttiva alla convocazione, accanto all’atto che costituisce inizio dell’azione disciplinare.” Non da quando il convenuto è chiamato a riferire sugli accadimenti oggetto di lamentela, quindi, bensì dalla data in cui la Commissione disciplinare (sia essa Medica e/o Odontoiatrica), dopo aver sentito la relazione del Presidente circa i fatti di cui all’esposto avanzato, delibera di aprire a carico dell’incolpato un procedimento disciplinare formulando un preciso addebito: è da quel momento che parte il countdown.
La prescrizione
Annosa, invero, è la questione della prescrizione dell’azione disciplinare, e una giurisprudenza ondivaga e incerta non ha mai aiutato nel meglio definire i limiti e le applicazioni di tale istituto. Basti pensare ad alcuni ultimi orientamenti che, seppur raramente seguiti, hanno ritenuto legittimo l’intervento dell’Ordine nei confronti di iscritti per fatti risalenti nel tempo di cui l’Ente era stato notiziato solo dopo trascorsi i fatidici cinque anni. Abbracciando tali indirizzi si andrebbe, infatti, unicamente a cadere nell’equivoco che proprio un istituto, quale quello della prescrizione, intende, invece, risolvere ovvero il dilatarsi all’inverosimile dei tempi tecnici di intervento dell’Ente per l’espletamento del proprio potere disciplinare. Ora, partendo dal presupposto che il punto di partenza è il fatto posto alla base della segnalazione, due possono essere i percorsi disciplinari: se l’azione non comporta alcun intervento dell’Autorità Giudiziaria Penale la prescrizione, che – come poc’anzi detto – decorre dalla commissione del fatto deontologicamente scorretto, viene interrotta con effetto istantaneo dall’apertura del procedimento disciplinare a carico del sanitario; se l’azione comporta, invece, l’intervento dell’Autorità Giudiziaria Penale l’apertura del procedimento disciplinare, se non disposta prima unitamente alla sospensione dello stesso in attesa degli esiti del procedimento giudiziale, dovrà essere disposta entro cinque anni dalla data di irrevocabilità della sentenza di condanna (divenuta tale dopo i tre gradi di giudizio o per rinuncia al gravame). Da prestare attenzione anche ove il procedimento fosse stato celebrato nel termine dei cinque anni: la conclusione dello stesso potrà ritenersi avvenuta solo con il deposito della propria decisione da parte dell’organo disciplinare che, in caso di una celebrazione “in zona Cesarini”, dovrà redigere il verbale, sottoscriverlo e depositarlo in Segreteria comunque sempre entro cinque anni dall’apertura del procedimento disciplinare. Ovviamente e ripeto, sono cose che sicuramente non interesseranno i probi lettori de “Il Dentista Moderno”. ma che comunque è sempre meglio sapere.
Riassunto
Un giovane paziente quindicenne si è presentato alla nostra attenzione con una frattura coronale non complicata secondo Andreasen a carico dell’elemento 3.1, in assenza di sintomatologia dolorosa e rispondente positivamente ai test di vitalità. Abbiamo risolto la frattura rimuovendo tutti i prismi di smalto non sostenuti, nel rispetto della struttura dentale ancora integra, e abbiamo eseguito un restauro diretto in composito per ripristinare la corretta anatomia dentale. In fase di lavoro, tutti i crismi propri della conservativa, così come sono riportati in letteratura, sono stati attentamente adottati. I compositi nano-ibridi Venus Diamond si sono dimostrati ottimi materiali grazie alle loro caratteristiche di maneggevolezza, versatilità, agevole lavorabilità e facile lucidatura. L’ampia gamma cromatica e la distinzione delle masse in dentine opache, universali e incisali hanno permesso di ottenere eccellenti risultati estetici.
Summary Direct conservative restoration of a fractured central incisor A young fifteen-year-old patient occurred to our attention with a uncomplicated coronal fracture according to Andreasen affecting the element 3.1, in the absence of pain and responding positively to the vitality test. We solved the fracture removing all unsupported enamel prisms, respecting the tooth structure still intact, and we carried out a direct composite restoration to re-enable the correct dental anatomy. During the working phase, all the chrism right of the conservative as they are reported in the literature have been carefully adopted. The nano-hybrid Venus Diamond composite proved to be excellent materials thanks to their handling characteristics, versatility, easy workability and easy polishing. The wide range of colors and the distinction of the masses in opaque dentine, incisal and universal have led to excellent cosmetic results.
Pierfrancesco Graziani Giorgio Dal Molin Giacomo Cavalleri1 Lorenzo Comin Chiaramonti2 Università degli Studi di Verona 1 Presidente del Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria 2 Assegnista di ricerca
I materiali compositi di nuova generazione garantiscono ai restauri, sia dei settori anteriori che di quelli posteriori, eccellenti caratteristiche biomeccaniche ed estetiche che non possono più essere messe in discussione. Le aziende produttrici sono alla continua ricerca di nuove formule che garantiscano migliori prestazioni ai loro compositi e ai loro sistemi adesivi. Se da una parte questo può rendere difficoltosa la scelta tra l’enorme offerta che il mercato propone, dall’altra costituisce per il professionista un costante stimolo nella ricerca di un materiale che renda migliori i suoi restauri1-4. L’Heraeus Aesthetic Project, promosso da Heraeus Kulzer, ha dato modo di testare un composito fotopolimerizzabile nano-ibrido di recente formulazione (Venus Diamond - Heraeus Kulzer) e un sistema adesivo di quarta generazione a tre passaggi (Gluma Solid Bond - Heraeus Kulzer). Il caso clinico riportato, eseguito e documentato presso la Clinica Odontostomatologica dell’Università degli Studi di Verona, è il risultato dell’impiego di tali materiali.
1. Situazione iniziale.
Caso clinico
3. Isolamento del campo operatorio dall’elemento 3.4 all’elemento 4.4 tramite diga di gomma e uncini 2A. Per lavorare correttamente al terzo cervicale dell’elemento interessato dalla frattura, si è posto su di esso un uncino numero 6.
L.G. di 15 anni si è presentato alla nostra osservazione in seguito a trauma occorso durante un incidente stradale. Sia dall’esame obiettivo che da quello radiografico risultava una frattura coronale non complicata secondo Andreasen a carico dell’elemento 3.1, in assenza di sintomatologia dolorosa e rispondente positivamente al test con cloruro di etile. Il dente è stato monitorato nel tempo: la risposta al test elettrico rimaneva positiva, in continua assenza di sintomatologia provocata o riferita. In ragione della giovane età del paziente, della futura terapia ortodontica a cui avrebbe dovuto
4. Particolare dell’elemento in visione mesiale prima della preparazione cavitaria.
sottoporsi e rispettando la sua richiesta di un trattamento minimamente invasivo, si è optato per una riabilitazione diretta conservativa dell’elemento. Inizialmente è stata effettuata un’attenta scelta del colore utilizzando la scala-colore fornita dalla ditta, si è quindi proceduto all’isolamento del campo operatorio dall’elemento 3.4 all’elemento 4.4 con diga di gomma a medio spessore (Nic tone - Hygenic) e uncini 2A (Ivory - Heraeus Kulzer). Per lavorare correttamente al terzo cervicale dell’elemento interessato dal trauma ed esporre integralmente il margine di frattura è stato posizionato su di esso un uncino numero 6 (Ivory - Heraeus Kulzer)5. Nella fase di preparazione cavitaria sono stati rimossi tutti i prismi di smalto non sostenuti usando frese diamantate a pallina. Particolare attenzione è stata posta nella riduzione della frattura, che è stata portata a termine nella massima conservatività possibile.
5. Inizio della preparazione cavitaria con frese diamantate a varia granulometria.
Lo stesso si può dire per il resto della preparazione, osservando come sia stata conservata un’isola di smalto non compromessa al centro della superficie vestibolare. Per proteggere i denti vicini durante la successiva fase adesiva sono stati posizionati in sede interprossimale due pezzi di matrice a nastro trasparente e due cunei di legno per garantire il ripristino di adeguate superfici di contatto. Per la fase adesiva è stata adottata una tecnica total etch con una sistematica di quarta generazione. Dapprima è stato applicato l’agente mordenzante (iBond Etch 35 gel - Heraeus Kulzer) su smalto e dentina, rispettivamente per 30 e 15 secondi, quindi le superfici sono state lavate e opportunamente asciugate avendo l’accortezza di non provocare disidratazione.
6. Particolare della frattura prima della sua riduzione.7. Particolare dopo la riduzione della frattura con fresa diamantata a pallina.
8. Visione d’insieme dell’elemento al termine della preparazione e dopo rifinitura dei margini.9. Posizionate le matrici trasparenti e i cunei di legno. Eseguita la mordenzatura delle superfici.10. L’elemento dopo la rimozione dell’acido, lavaggio della superficie per allontanare i residui e asciugatura.
11. Previo condizionamento delle superfici smaltee e dentinali, eseguito primo incremento con composito OD.12. Eseguiti i successivi incrementi, con composito A3 nelle aree mesiale e distale, con composito A2 al margine incisale.13. L’elemento dentario al termine degli incrementi, con ripristino della corretta anatomia dentale.
La preparazione è stata pre-trattata con clorexidina 0.12% sfruttandone la capacità di inibire l’azione delle metalloproteinasi6-8. Si è quindi applicato il primer (Gluma Solid Bond P - Heraeus Kulzer) e, dopo accurata asciugatura per ottenere l’evaporazione del solvente, l’agente adesivo (Gluma Solid Bond S - Heraeus Kulzer) polimerizzato per 40 s (lampada Translux Power Blue - Heraeus Kulzer). Facendo riferimento alla scheda tecnica proposta dalla ditta, è stata eseguita una prima stratificazione su tutta la superficie cavitaria con una massa dentinale OD (composito Venus Diamond -Heraeus Kulzer). A seguire, è stato realizzato un primo incremento con la massa universale A3 nelle aree mesiale e distale, e un secondo nel margine incisale impiegando la massa universale A2
14.Rimosse le matrici trasparenti e i cunei, è stata eseguita una prima rifinitura con frese diamantate a varia granulometria.
(compositi Venus Diamon - Heraeus Kulzer). Terminata la fase ricostruttiva, è stata eseguita una prima rifinitura con frese diamantate per ripristinare la corretta anatomia dell’elemento dentario. Abbiamo quindi rimosso la diga e posizionato del filo retrattore per poter rifinire opportunamente il restauro anche in sede cervicale. Utilizzando frese diamantate a granulometria decrescente è stata realizzata una macrotessitura superficiale, mentre la microtessitura è stata ottenuta impiegando una fresa diamantata a grana grossa. La lucidatura è stata effettuata con gommini in silicone a granulometria decrescente e con l’utilizzo di paste diamantate, feltrini e spazzolini in pelo di capra, mentre a livello interprossimale sono state impiegate strisce abrasive e pasta diamantata. A distanza di una settimana è stato eseguito un controllo che ha rivelato un’ottima guarigione del parodonto marginale e ha confermato l’eccellente integrazione estetica del restauro. Nella medesima seduta sono stati fatti controlli di occlusione, sia in posizione di centrica che nel movimento eccentrico di protrusiva. Le valutazioni ci hanno portato a realizzare una piccola faccetta di usura vestibolare al margine incisale.
15. Una seconda rifinitura e la successiva lucidatura sono state eseguite dopo la rimozione della diga e il posizionamento di filo retrattore per poter lavorare correttamente anche in sede cervicale. Da notare la texture in sede cervicale volutamente riprodotta.16. Controllo a 1 settimana. Ottima la guarigione del parodonto marginale e le caratteristiche estetiche della ricostruzione.
17. Controllo dell’occlusione in posizione centrica. Si noti come sia stata volutamente riprodotta una faccetta d’usura vestibolare al margine incisale.18. Controllo dell’occlusione in movimento eccentrico di protrusione.
Conclusioni
I compositi Venus Diamond (Heraeus Kulzer) si sono dimostrati ottimi materiali grazie alle loro caratteristiche di maneggevolezza, versatilità, agevole lavorabilità e facile lucidabilità. L’ampia gamma cromatica offerta da Heraeus e la distinzione delle masse in dentine opache, universali e incisali, guida il clinico nella scelta più opportuna del materiale e assicura sempre eccellenti risultati estetici, non solo nei settori posteriori, ma anche nei più esigenti settori anteriori.
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I due lavori proposti in queste pagine indagano sull’incidenza di materiali e adesivi nel processo di demineralizzazione dello smalto.
Gli effetti dei materiali adesivi sulle proprietà meccaniche dello smalto dentale in prossimità degli attacchi ortodontici. Effects of bonding materials on the mechanical properties of enamel around orthodontic brackets. Kohda N, Iijima M; Brantley WA, Muguruma T, Yuasa T, Nakagaki S, Mizoguchi I. Angle Orthodontist, 2012;82(2):18 7-95.
Questo aggiornamento indaga se lo smalto intorno agli attacchi ortodontici può essere significativamente modificato dopo aver subito una sorte di demineralizzazione in seguito all’applicazione di adesivi con e senza capacità di rilascio di fluoro.
Una maggio re prevalenza della formazione di white spot in pazienti ortodontici è stata evidenziata in letteratura ed è imputata alla superficie irregolare dei bracket ortodontici usati nei trattamenti di ortodonzia fissa, superficie che crea zone di ristagno per la placca batterica rendendo la pulizia dei denti più difficile da parte del paziente, limitando anche i meccanismi di autodetersione. Il fluoro svolge un ruolo importante nella prevenzione della demineralizzazione durante il trattamento ortodontico, tant’è vero che i collutori con soluzioni di fluoruro sono assolutamente raccomandati in aggiunta allo spazzolamento come manovre di igiene domiciliare giornaliera. 108 premolari sani umani sono stati divisi in sei gruppi di 18 denti ciascuno ed esposti a una soluzione di demineralizzazione. I bracket ortodontici in acciaio inossidabile sono stati cementati con 2 resine composite convenzionali di mordenzatura e risciacquo, 3 resine composite automordenzanti (SEP) e 1 cemento vetroionomerico modificato con resina (RMGIC). Un composito convenzionale e un adesivo in resina composita automordenzante SEP non avevano capacità di rilascio di fluoro, presente invece per gli altri quattro materiali adesivi. Il modulo elastico e la durezza dello smalto sono stati determinati con un Nanoindenter a 10 profondità equidistanti da 1-46 mm e in quattro regioni: regione 1 o controllo riguardante la superficie dello smalto non esposta, regione 2 riguardante la superficie proprio sotto il materiale adesivo, regione 3 riguardante la superficie a 50 mm e regione 4 riguardante la superficie a 100 mm dai bordi del bracket. I risultati ottenuti nello studio sono stati i seguenti: per tutti i gruppi è stato osservato il medesimo comportamento circa i valori di modulo elastico e durezza. Differenze significative invece sono state riscontrate nel raggio di circa 21 mm di superficie dello smalto in seguito alla mordenzatura con acido ortofosforico al 35% o utilizzo di un automordenzante SEP. Una sorta di incremento del modulo elastico e della durezza dello smalto sono stati riscontrati nei gruppi in cui è stato utilizzato un adesivo SEP e un cemento vetroionomerico modificato con resina RMGIC a rilascio di fluoro.
Implicazioni cliniche
Il clinico deve considerare che durante un trattamento ortodontico fisso è bene utilizzare un materiale adesivo a rilascio di fluoro per cementare i bracket in quanto riduce la demineralizzazione dello smalto dentale in maniera cronica.
Confronto tra l’effetto di tre diversi cementi per la prevenzione della demineralizzazione dello smalto adiacente a bande ortodontiche. Comparison of the effect of three cements on prevention of enamel demineralization adjacent to orthodontic bands. Kashani M, Farhadi S, Rastegarfard N. J Dent Res Dent Clin Dent Prospects 012;6(3):89-93.
Questo studio in vitro vuole confrontare la profondità di demineralizzazione dello smalto adiacente alle bande ortodontiche cementate con tre diversi tipi di materiale: policarbossilato di zinco, vetroionomero (GI) e cemento vetroionomero modificato con resina (RMGI).
La demineralizzazione dello smalto adiacente a bande e bracket ortodontici è una grande complicazione nei pazienti in terapia ortodontica fissa, in particolar modo in quelli con scarsa igiene orale. La demineralizzazione avviene quando i batteri cariogeni sono conservati per un lungo periodo di tempo sulla medesima superficie dello smalto, per cui metabolizzano i carboidrati e producono acidi organici in grado di dissolvere il minerale di fosfato di calcio della struttura dentale. Diversi studi in letteratura hanno riportato una prevalenza del 95% di queste lesioni cariose durante un trattamento ortodontico fisso. Gli Autori di questo studio hanno preso in considerazione 60 terzi molari estratti ad apice completo e li hanno divisi a random in tre test-group, contenenti ciascuno 20 campioni. Nel primo gruppo è stato utilizzato come cemento un policarbossilato di zinco, nel secondo è stato usato un vetroionomero (GI) e nel terzo gruppo un cemento vetroionomerico modificato con resina (RMGI). Tutti i campioni sono stati demineralizzati per simulare la carie mediante il cosiddetto metodo di White: i campioni sono stati demineralizzata in 10 ml di una soluzione acida (pH = 4,8) a 37 °C, contenente 500 mg per litro di idrossiapatite, 0,1 moli per litro di acido lattico e 20 g per litro di carbopol 907. La soluzione è stata cambiata ogni 4 ore per 96 ore. I campioni sono stati quindi rimossi e sciacquati con acqua deionizzata. Dato che l'uso di agenti coloranti per dimostrare le microinfiltrazioni continua a essere il più popolare tra le tecniche attualmente disponibili, gli Autori hanno provveduto quindi a immergere i provini in una soluzione al 10% di blu di metilene. La profondità media di penetrazione del colorante è stata valutata fino a 0,1 millimetri. I test statistici ANOVA e LSD sono stati impiegati per valutare le differenze significative tra i gruppi. La penetrazione media del colorante di tutti i gruppi è riportata nella Tabella 1. La profondità massima di demineralizzazione è stata osservato nel gruppo di policarbossilato di zinco, seguita dal GI e dal RMGI, rispettivamente. Un test ANOVA ha mostrato differenze significative tra tutti i gruppi (P<0,000). I risultati dei test LSD è stato anch’egli statisticamente significativo (P <0.000) tra ogni due gruppi (Tabella 2).
Implicazioni cliniche
Il clinico deve tenere conto che l’uso di un cemento vetroionomerico modificato con resina (RMGI) fornisce una prevenzione significativamente migliore in smalto adiacente alle bande ortodontiche.
Si torna in argomento, non per essere tediosi ma per sottolineare come, sempre più, la Cassazione a suo modo continui a evidenziare la necessità di un
intervento legislativo che argini questa odiosa “consuetudine”.
Non s'illuda il lettore: non è intenzione della scrivente illustrare un nuovo avvincente format televisivo da guardare all’ora di cena prima del Telegiornale bensì fermare nuovamente l’attenzione sul reato dell’abusivismo e su quelle figure, all’apparenza marginali, che partecipano, magari anche inconsapevolmente, alla perpetrazione del delitto di cui all’art. 348 c.p.
Il caso
X ricorreva per Cassazione, tramite il proprio difensore nominato, avverso la sentenza della Corte d’Appello di Milano confermativa, in punto di responsabilità, di quella emessa in primo grado in ordine ai reati di cui agli artt. 110 e 348 c.p. perché, in concorso con Y presso la sede operativa della società in accomandita semplice di cui erano soci, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso compivano atti medici di pertinenza dell’odontoiatra sulla paziente Z intervenendo, in una circostanza, nel 2002, per ridurre un’irritazione gengivale, e quindi, in una pluralità di occasioni tra la fine del 2003 e l’inizio del 2005, perché operavano sui denti dell’arcata superiore della stessa, al fine di applicarvi una protesi, procedendo nel contempo all’otturazione di alcuni denti. La ricorrente deduceva un vizio di motivazione della sentenza impugnata nonché la violazione degli artt. 110 e 348 c.p., poiché si era limitata a rilevare che anche la sola assistenza alla poltrona integrava gli estremi del concorso nel reato di cui all’art. 348 c.p. Il concorso morale della X ipotizzato dal Tribunale, per aver rafforzato il proposito criminoso di Y, diveniva, nella sentenza d’Appello, un concorso materiale concretizzatosi nella predetta assistenza alla poltrona. Non comprendeva in qual modo, da una relazione sentimentale asseritamente esistente fra la X e il Y, potesse inferirsi un rafforzamento del proposito criminoso di quest’ultimo, che già praticava sistematicamente l’attività di medico odontoiatra né, nella prospettiva adottata dalla Corte d’Appello, comprendeva come la mera attività di assistente alla poltrona, per la quale non era richiesta alcuna abilitazione professionale che non incidesse sulla terapia e che non comportasse alcun diretto contatto con il paziente, potesse integrare gli estremi del reato contestato. Proponeva distinto ricorso il Direttore Sanitario J il quale deduceva in primo luogo un vizio di motivazione in merito all’affermazione di responsabilità dell’imputato al quale, peraltro, non era mai stato rappresentato alcun abuso né alcun abuso era stato rilevato dagli operatori della ASL che avevano effettuato un’ispezione. Non poteva quindi imputarsi al J un’omessa vigilanza sull’attività ambulatoriale, tanto più che non erano accertati altri interventi abusivi, all’infuori di quello sulla paziente Z. Con il secondo motivo, si lamentava una violazione degli artt. 40 e 348 c.p., sulla base dell’asserto che al J, a differenza che alla X, fosse ascrivibile, al più, un atteggiamento colposo e non il dolo di concorso nel reato di cui all’art. 348 c.p. Con il terzo motivo si contestava la configurabilità di una condotta omissiva rilevante ex art. 40 c.p. (“Rapporto di causalità: Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se l’evento dannoso o pericoloso, da cui dipende la esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione od omissione. Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo.”). Non risultava, infatti, che il Direttore Sanitario avesse l’obbligo giuridico di impedire condotte dolose di soggetti ai quali non fosse legato da alcun rapporto contrattuale, di lavoro subordinato o di altra natura, che gli consentisse di impartire ordini o di intervenire con provvedimenti di natura interdittiva: la X e il Y non erano dipendenti né del J né della struttura, della quale erano anzi i proprietari. Con il quarto motivo, si lamentava che il reato di cui all’art. 590 c.p., da cui originavano le statuizioni civili di condanna emesse nei confronti del Dott. Y, avrebbe dovuto essere contestato mentre nel capo d’imputazione relativo al reato di cui all’art. 348 c.p. vi era solo una descrizione sommaria dell’intervento sulla Z senza alcun cenno alle lesioni che esso avrebbe provocato. Con il quinto motivo, infine, si censurava la sentenza impugnata per vizio di motivazione in merito alla determinazione della pena e alla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche nonché in merito alla concessione della sospensione condizionale della pena soltanto subordinatamente al pagamento della provvisionale e alla mancata concessione del beneficio della non menzione, essendo stata affermata la gravità del fatto in modo del tutto apodittico ed essendo il J incensurato.
La decisione
Pur rilevando l’estinzione del reato per prescrizione, la Suprema Corte disquisiva in merito alla fondatezza o meno dei ricorsi avanzati ai fini delle statuizioni civili. Affrontava, quindi, il ruolo concorsuale di un soggetto nel reato in discussione. Riteneva come l’attività costitutiva del concorso potesse infatti essere rappresentata da qualsiasi comportamento che fornisse un apprezzabile contributo alla realizzazione dell’altrui proposito criminoso o che agevolasse l’opera dei concorrenti, in tutte o in alcune delle fasi di ideazione, organizzazione ed esecuzione, nelle quali si sarebbe poi snodato l’iter criminis. Ne derivava che la distinzione tra connivenza non punibile e concorso nel reato fosse ravvisata nel fatto che nella prima l’agente avrebbe dovuto mantenere un comportamento meramente passivo inidoneo ad apportare un contributo alla realizzazione del reato mentre nel concorso avrebbe dovuto apportare un contributo partecipativo morale o materiale alla condotta criminosa altrui caratterizzato, sotto il profilo psicologico, dalla coscienza e volontà di arrecare un apporto concorsuale alla realizzazione dell’evento illecito (Cass., Sez. VI, 18-2-2010 n. 14606, rv. 247127). Sulla base di questi principi era da ritenere, allora, corretto l’asserto formulato dalla Corte d’Appello secondo cui l’attività di assistenza alla poltrona integrava gli estremi del concorso nel reato di cui all’art. 348 c.p. dato che, in tale ruolo, l’imputata materialmente aiutava colui che abusivamente curava la paziente, porgendo strumenti ed esplicando tutti i compiti tipici dell’assistente. Ma la Corte d’Appello aggiungeva, richiamando anche per relationem la sentenza di primo grado, che la X aveva anche assunto iniziative terapeutiche dirette partecipando attivamente alla redazione del piano di cure e al suo aggiornamento qualificandosi come medico di fronte alla paziente. La Corte territoriale precisava poi, anche in questo caso attraverso il richiamo alla sentenza del Tribunale, che la X, per sua stessa ammissione, era a conoscenza che il Y fosse un odontotecnico e non un odontoiatra. E quindi riteneva senz’altro corretta l’affermazione dei giudici di merito, secondo cui la X aveva esplicato nella vicenda un ruolo concorsuale, fornendo un contributo agevolatore non trascurabile, coadiuvando il Y nell’esecuzione del trattamento terapeutico, stimolando il suo operato e rafforzando cosi il suo proposito criminoso. Questo per quanto riguardava il ricorso avanzato dalla X, assistente alla poltrona imputata di concorso in abusivismo. La Corte di Cassazione affrontava, di poi, il ricorso di J. Ritenuti i primi due motivi di gravame esulanti dal novero delle censure deducibili in sede di legittimità, procedeva ad analizzare, invece, il terzo che riteneva infondato. Giudicava come, del tutto correttamente, la Corte territoriale avesse infatti richiamato l’obbligo del Direttore Sanitario di pretendere il rigoroso rispetto delle sfere di competenza professionale dei singoli operatori che agivano nel presidio, con particolare riguardo agli atti di esclusiva competenza del medico, e di adottare provvedimenti in caso di inosservanza onde ricondurre l’espletamento dell’attività professionale all’alveo della legalità. E inaccoglibile appariva anche il quarto motivo. Le statuizioni civili non originavano affatto dal reato di cui all’art. 590 c.p. , mai contestato, come affermava il ricorrente, ma si correlavano al pregiudizio subito dalla Z per effetto della perpetrazione del reato di cui all’art. 348 c.p., oggetto del processo. Dava atto, infatti, il giudice d’Appello, nel richiamare la motivazione della sentenza di primo grado, come la provvisionale fosse commisurata al danno, per il quale era stata già raggiunta la prova, derivante dal costo delle cure dall’esito infausto (euro 5000) e al danno non patrimoniale liquidato in via equitativa, connesso al tempo “sprecato” presso lo studio dentistico e alle sofferenze fisiche scaturite dai trattamenti, salvo il maggior danno che si sarebbe dovuto accertare in separata sede. Anche sotto questo profilo, il sostrato giustificativo della pronuncia di merito era quindi considerato immune da vizi. L’ultimo motivo di ricorso, poi, era ritenuto superato dalla declaratoria di estinzione del reato per prescrizione. La Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione annullava quindi la sentenza per l’estinzione del reato dovuta alla prescrizione dello stesso confermando, però, l’infondatezza delle censure addotte e determinando così la conferma delle statuizioni civili emesse nel giudizio di merito.
Gutta cavat lapidem
Si ritiene la disamina di questa sentenza un altro prezioso tassello da inserire nel grande puzzle dell’abusivismo, altra goccia che lentamente ma inesorabilmente andrà a scuotere il legislatore in merito all’impellenza di modificare un Codice pensato quando le professioni erano ancora attorniate da un’aura di quasi sacralità tanto da ritenere impensabile o comunque non necessario usare la pena detentiva come deterrente al suo compimento. Questo articolo vuole essere, altresì, valido ausilio da offrire anche a colui che odontoiatra non è ma che, pur gravitando nell’orbita, possa trovarsi ad affrontare situazioni giuridicamente molto inopportune e pericolose. Il reato di abusivismo, come già si è detto, è delitto ben poco punito dal legislatore e necessiterebbe una profonda e severa revisione: nelle more correttamente si comporta l’Autorità Giudiziaria scagliando legittimi e giuridicamente fondati strali anche contro chiunque collabori, anche solo marginalmente, nella perpetrazione di questo odioso reato così come correttamente si comportano Enti preposti (gli Ordini, ad esempio) e stampa specializzata nel dare ampio risalto a simili statuizioni nell’attesa di interventi più radicali.
La riconversione a uso ambulatoriale di negozi precedentemente destinati ad attività commerciali comporta quasi sempre una serie di interventi obbligatori finalizzati al raggiungimento di un risultato soddisfacente sia per il committente che per il progettista.
Il decreto legislativo 81/2008 in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro riconosce chiaramente - nel suo allegato IV “Requisiti dei luoghi di lavoro”, in particolare al paragrafo 1.9 “Microclima” - la possibilità di illuminare e aerare in modo artificiale i luoghi di lavoro in via alternativa e non integrativa rispetto a quella naturale. Quanto appena citato vale ovviamente anche per gli ambulatori medici. È altresì vero che gli organismi preposti, nel caso di ambulatori/poliambulatori, richiedono rapporti aero-illuminanti naturali o quanto meno che vi siano rapporti illuminanti naturali e a integrazione dei rapporti aeranti, se non soddisfacenti, un adeguato impianto di condizionamento con ricambio di aria (in conformità alla normativa UNI 10339). Recentemente, il Dipartimento di Prevenzione Medica SC Igiene e Sanità Pubblica di Milano, in merito alla progettazione di un ambulatorio polispecialistico in un negozio, ha richiesto che le tre sale odontoiatriche e le sale visita presenti fossero illuminate naturalmente, consentendo, per soddisfare i rapporti aeranti, l’adozione dell’impianto di condizionamento con ricambio aria in conformità alla UNI 10339.
È bene precisare che la struttura sarebbe comunque risultata in possesso dei requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi generali e specifici previsti dal R.L.I., dal D.M. 37/08, dal D.P.R. 14/01/097 e dalla legge regionale n. 33 del 30.12.2009 e successive modifiche. Certo è che quando l’oggetto dell’intervento è un negozio la questione dei rapporti aria/luce può essere rilevante ed è indispensabile avere padronanza della normativa. Sempre più spesso mi capita di effettuare sopralluoghi in negozi con la prospettiva di realizzarvi ambulatori e credo che questo dipenda sia dalla maggiore disponibilità a costi appetibili, sia dalla maggior visibilità che questi prospettano. Date le caratteristiche strutturali di un negozio è necessario, prima di procedere con l’acquisto o la stipula di un contratto di affitto, definire non solo la fattibilità rispetto alle normative, ma anche analizzare con cura i costi ai quali si va inevitabilmente incontro. Infatti, trasformare un negozio in un ambulatorio richiede una serie di interventi obbligatori. Anche a occhi inesperti risulta evidente quanto le peculiarità di un’unità immobiliare destinata a uso commerciale siano diverse da quelle di un ambiente medico. Un negozio di norma si compone di un unico locale destinato all’esposizione e alla vendita, di un retro e di un servizio igienico. Pertanto saranno tassative opere di partizione interna, la realizzazione di impiantistica idrosanitaria e speciali, di impiantistica elettrica e riscaldamento, di nuove pavimentazioni, di contro-soffitti e di un idoneo impianto di aria condizionata con ricambi aria che sia non solo in conformità alle normative vigenti, ma che soddisfi il microclima richiesto dalla committenza. Quando l’oggetto di intervento è un appartamento si può presupporre di poter valutare più soluzioni progettuali e tecnico/economiche ed è verosimile, se lo si desidera, adeguare gli ambienti esistenti senza grandi stravolgimenti. Viceversa, come detto, il negozio per sua natura difficilmente permette una progettazione di mantenimento dell’esistente, rendendo semmai obbligatorie realizzazioni ex novo. Proprio per questi motivi è tassativo approcciarsi con il massimo rigore progettuale in modo da adottare soluzioni esaustive, sia in termini di risultato che di rapporto qualità/prezzo. Diversamente si rischierebbe di non ottenere un buon risultato e di non soddisfare neppure il committente. A riguardo, di recente ci siamo occupati della conversione di un negozio, situato in un comune dell’hinterland milanese, in ambulatorio poli-specialistico. Su una superficie totale di 122 metri2, sono stati realizzati: un ingresso, una confortevole sala di attesa, una reception con funzione di segreteria e armadio archivio, antibagno e bagno pazienti idoneo anche a soggetti diversamente abili, corridoio clinico, tre sale operative odontoiatriche, un ufficio privato, un vano sterilizzazione, una sala visite, un vano server, uno spogliatoio e un bagno privato, un vano macchine e un vano break. Particolare attenzione è stata posta alla progettazione illuminotecnica, e tutte le lampade presenti sono di nuova generazione e a risparmio energetico. Nella zona extra clinica si è voluta un’illuminazione calda che comunicasse un senso di accoglienza, mentre nelle sale operative e nella zona visita si sono installate lampade con colorazione di 4500 gradi Kelvin, specifiche per la tipologia di attività. La movimentazione dei volumi è stata caratterizzata da una serie di controsoffittature che, oltre ad avere una funzione meramente estetica, esaltano l’illuminazione delle diverse zone di transito e di servizio e celano le canalizzazioni elettriche e idrauliche. La pavimentazione prescelta, in piastre di gres porcellanato, è stata posata con utilizzo di malta prodotta da primaria ditta, costituita da molecole di natura organica che distribuendosi omogeneamente nella microstruttura della fuga impediscono alla radice la formazione di micro organismi. Tutto l’arredamento è stato progettato e realizzato a misura operazione che ha reso possibile il recupero di spazi preziosi.
Riassunto Obiettivo. L’utilizzo della rete per connettere varie strutture sanitarie odontoiatriche territoriali permette una razionalizzazione delle risorse umane e un decentramento delle competenze professionali, dimostrando come una connessione internet based possa contribuire fattivamente alla gestione di una complessa rete assistenziale territoriale.
Materiali e metodi. Sono state prese in esame le metodiche di collegamento, i dati e le situazioni cliniche che sono state implementate in un periodo di 12 mesi nella rete assistenziale odontoiatrica della Clinica Odontoiatrica dell’Università Milano-Bicocca. Risultati. Il collegamento in rete ha permesso la creazione di un network assistenziale, didattico e scientifico efficace per le necessità del territorio e della popolazione studentesca. Conclusioni. Le potenzialità offerte dai sistemi telematici sono notevoli e per fortuna la dinamica dei costi in diminuzione con il passare del tempo. Sicuramente le soluzioni che utilizzano sistemi internet based sono la via da percorrere anche per la facilità di accesso oltre che per la capillarità di diffusione. La centralizzazione e condivisione dei dati clinici terapeutici della popolazione dei pazienti consente di uniformare gli standard qualitativi di assistenza e di intercettare precocemente le patologie grazie alla condivisione di competenze specifiche.
Summary Aims. The use of a web network to connect different dental centers on a widespread territory offers the possibility to rationalize the use of human resources and to delocalize professional skills with a powerful impact on services offered to patients. The purpose of this paper is to demonstrate how an internet based grid can improve a multicenter based dental network. Materials and methods. We examined web and program connections, data and clinical cases taken into account in a 12 years time span in the dental network of the Milano Bicocca University Results. Web connection made it possible the creation of a network for clinical, research, scientific and teaching purposes useful both for patients than for students. Conclusions. Digital solutions offer large possibilities and costs are reducing day by day. Internet based communications are the easiest way to connect different dental services. Collecting clinical therapeutical data of patients we offer the possibility to uniform qualitative standards of assistance and to share specific competences of dental diseases.
Marco Baldoni1 Fabrizio Carini2 Dorina Lauritano3 Marcello Maddalone4 1Professore ordinario, direttore clinica odontoiatrica e capo dipartimento chirurgia medicina interdisciplinare, Università degli studi di Milano-Bicocca 2,3Ricercatore confermato e professore aggregato, dipartimento di neuroscienze e tecnologie biomediche, Università degli studi di Milano-Bicocca 4Ricercatore confermato, dipartimento di neuroscienze e tecnologie biomediche, Università degli studi di Milano-Bicocca
La nascita della nuova provincia lombarda di Monza e Brianza nel giugno del 2009 si inserisce in un vasto programma di decentralizzazione delle attività politiche e amministrative condotte dallo Stato. All’interno del progetto prendono vita un numero sempre più grande di strutture sanitarie volte a coprire l’intero territorio di Monza e Brianza garantendo così al cittadino la possibilità di usufruire dei servizi in modo semplice e continuativo. La rete provinciale sanitaria consta di numerose strutture pubbliche e private, distribuite nei vari comuni, che garantiscono una copertura completa riguardo alle diverse branche specialistiche dell’Odontoiatria. All’interno di questa organizzazione la Clinica Odontoiatrica dell’Università degli studi di Milano-Bicocca, con l’intento di implementare e migliorare i servizi resi alla popolazione, ha promosso l’istituzione dell’Organizzazione a Rete Attività Odontoiatriche nel territorio (ORAOT). La caratteristica fondamentale di questa struttura consiste nell’attivazione di collegamenti multimediali che consentono un’interazione immediata tra le diverse entità satellite specializzate nelle cure odontoiatriche e l’Università stessa. I collegamenti multimediali sono una risorsa necessaria per poter coordinare i reparti odontoiatrici tra loro distanti secondo criteri scientificamente codificati e per migliorare lo scambio di informazioni e quindi uniformare la risposta alle varie esigenze dei pazienti. Inoltre, permette agli operatori sanitari di consultarsi l’un l’altro in modo da indirizzare il paziente dallo specialista più qualificato1. Nell’ottica del continuo miglioramento richiesto al sistema sanitario da parte dei pazienti, non si poteva fare a meno di velocizzare lo scambio delle informazioni, migliorarne la qualità e coordinare al meglio gli operatori sanitari. Lo strumento più adatto a soddisfare queste particolari caratteristiche si è rivelato proprio un sistema a rete, tipologia assai efficiente che soddisfa ampliamente le aspettative che vi erano state riposte2,3. La costante evoluzione dell’ORAOT rappresenta uno strumento essenziale per la Clinica Odontoiatrica e le altre strutture satelliti, in quanto permette una risposta estremamente rapida ed efficiente alle esigenze del territorio e della popolazione in cui queste sono collocate. Il progetto si pone come obiettivo primario la realizzazione di una rete che metta in comunicazione quattro postazioni informatiche residenti negli ospedali di Monza, presso la Clinica Odontoiatrica dell’ospedale San Gerardo, di Trescore Balneario (BG), presso il centro di Ortodonzia dell’azienda ospedaliera Locale, di Milano presso la Fondazione Don Gnocchi e di Verano Brianza presso l’Istituto Clinico Universitario. Il servizio sarà progressivamente esteso alle altre sedi convenzionate (Figura 1). Le quattro postazioni dovranno consentire lo scambio di dati medico-chirurgici - quali TAC, radiografie, tracciati cefalometrici e fotografie - e l’accesso a un sistema di cartelle cliniche informatizzate che consentiranno la gestione dell’anagrafica, della refertazione e dell’archiviazione degli esami effettuati dai pazienti4.
1. Sedi convenzionate per didattica, assistenza e ricerca.
Materiali e metodi
Le richieste degli utenti della rete prevedono tempi di invio/ricezione nell’ordine dei minuti data la sensibilità e l’importanza dei dati trasmessi. Combinando l’informazione sulla dimensione dei dati con le richieste dei tempi dell’utente risulta che la velocità ottimale della rete dovrà essere di almeno 7 Mbit/s, che consente nel caso limite di 100 Mb di avere tempi di trasmissione/ricezione di 1-2 minuti (Figure 2, 3). Il progetto presenta essenzialmente due sotto-progetti al suo interno: uno prevede la realizzazione della rete interna che sarà la stessa per tutte e quattro le sedi e si appoggerà in parte a quella già esistente, l’altro curerà la progettazione e la realizzazione della rete fisica che permetta il collegamento e l’invio dei dati tra le sedi. In merito alla progettazione della rete fisica di collegamento sono stati affrontati diversi aspetti che mettono in relazione la qualità, l’affidabilità, la sicurezza e i costi delle diverse tecnologie disponibili al momento sul mercato. Partendo dal presupposto che i dati sono strettamente riservati e quindi vincolati dalla tutela della privacy del paziente, in primo luogo la rete dovrà essere sicura, cioè dovrà garantire la riservatezza dei dati inviati e impedire l’accesso o la manipolazione degli stessi, presenti negli archivi informatici, da parte di terze persone non autorizzate al loro trattamento.
2. Stime dei tempi (in secondi) di trasmissione di dati di dimensione variabile da 0,1 Mbyte (100 Kbyte) a 100 Mbyte, con linee di velocità variabile da 56 Kbit/s a 2 Mbit/s (2000 Kb/s).3. Tempi di trasmissione.
Rete internet
L’unico collegamento esistente tra le quattro sedi, come detto in precedenza, è la rete telefonica nazionale; perciò per abbassare notevolmente i costi di realizzazione della rete resta forzatamente necessario ricorrere a essa. Utilizzare la rete telefonica vuol dire passare a internet. L’analisi di questo caso è stata fatta prendendo in considerazione diverse possibilità, dalla soluzione minimale a quella ritenuta migliore e applicabile al progetto.
4. Schema di principio di una VPN.
Rete VPN
Per la soluzione delle nostre problematiche di trasmissione dati ci siamo però orientati sulla scelta di seguito descritta, che offre vantaggi non solo di tipo economico ma anche di realizzazione oltre a garantire la riservatezza e l’integrità delle informazioni inviate: una Virtual Private Network (VPN). Una VPN è una rete privata, che garantisce affidabilità e sicurezza, è ricavata all’interno della comune rete internet e comporta costi limitati; permette ai dati di viaggiare su una rete TCP/IP pubblica (per esempio, internet) grazie alla codifica di tutto il traffico da un punto all’altro. I dati fra le workstation e il server della VPN vengono, infatti, inoltrati tramite dispositivi di protezione particolari5,6. Una rete virtuale può essere realizzata a partire da una infrastruttura molto ampia dalla quale si selezionano alcuni nodi che andranno a far parte della nuova rete virtuale. Questa potrà essere non solo di dimensioni arbitrarie, ma i membri della stessa non si accorgerebbero di sfruttare una rete fisica sottostante per le loro comunicazioni e crederebbero invece di sfruttare una rete limitata geograficamente e nel numero di nodi (Figura 4). I dati raccolti nelle diverse sedi periferiche, seguendo la filosofia vigente nella Clinica Odontoiatrica dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, vengono suddivisi in tre sezioni:
Scienze Chirurgiche;
Scienze Pedo-Ortodontiche;
Scienze dell’Igiene Orale.
La Clinica Odontoiatrica dell’Università Milano-Bicocca ha infatti definito una suddivisione dell’unità operativa in tre distinte sezioni: le Scienze Chirurgiche, le Scienze Pedo-Ortodontiche e le Scienze dell’Igiene Orale. Alle Scienze Chirurgiche fanno capo le sezioni di Chirurgia Orale, di Parodontologia, di Protesi e di Medicina Orale. Alle scienze Pedo-Ortodontiche fanno capo le sezioni di Conservativa-Endodonzia, di Pedodonzia, di Ortodonzia, di Emato-Oncologia e di Posturologia.
Risultati e discussione
Contenuti scientifici
Il sistema di teletrasmissione fra le varie sedi consente di uniformare i criteri e gli standard di raccolta dei dati epidemiologici e clinici permettendo così di ampliare le casistiche utilizzabili per lavori scientifici che vengono sviluppati nelle tre scienze. Negli ultimi 12 mesi, 10 lavori scientifici - qui sotto elencati - sono stati pertanto realizzati su ampie casistiche grazie al collegamento in rete dei centri interessati con la conseguente condivisione di dati clinici e strumentali.
Scienze Chirurgiche:
Oral cancer (approccio clinico dalla diagnosi alla terapia);
Rigenerazione delle atrofie ossee con l’utilizzo di osso autologo;
Bone rigeneration through the use of mesenchimal hematopoietic stem cells;
Tissue engineering. Research protocol for the rigeneration of cementoblasts from stem cells.
Scienze Pedo-Ortodontiche:
Utilizzo dei TADs nel trattamento ortodontico in meccaniche di intrusione;
Utilizzo dei TADs nel trattamento ortodontico in meccaniche di distalizzazione;
Metodologie preventive nei pazienti in trattamento ortodontico;
Utilizzo dei collegamenti telematici nella pianificazione diagnostica e terapeutica del trattamento pedo-ortodontico e nell’indagine epidemiologica sul territorio.
L’utilizzo della banca dati informatica centralizzata ha permesso, per esempio, di ampliare il campione dei pazienti e dei dati raccolti, rendendo più facili e attendibili i risultati di questa ricerca.
Scienze dell’Igiene Orale:
Il ruolo dell’igienista dentale nel trattamento del paziente diabetico;
Risultati di un’indagine epidemiologica condotta sul territorio lombardo.
L’utilizzo della banca dati informatica centralizzata ha permesso, per esempio, di ampliare il campione dei pazienti e dei dati raccolti, rendendo più facili e attendibili i risultati di questa ricerca.
Applicazioni didattiche
Tipica applicazione didattica è la trasmissione di eventi formativi o di casi clinici esemplificativi (Figure 5-8). La possibilità di connettere in reti TCPIP con protocolli VPN offre numerosi vantaggi clinici per i fruitori di questo servizio, particolarmente in campo medicoodontoiatrico:
i soggetti connessi in rete sono garantiti per la confidenzialità delle informazioni trasmesse, conformemente ai requisiti di legge sulla privacy;
in campo chirurgico-protesico con la trasmissione dei dati clinici, in accordo alle raccomandazioni delle linee guida internazionali, si rende possibile a consulenti siti anche distanti dalla sede ove si reca il paziente l’elaborazione di un piano di terapia completo e dettagliato;
in campo pedo-ortodontico con la trasmissione dei dati clinici, in accordo alle raccomandazioni e linee guida della SIDO;
in caso di terapie che prevedono tempi prolungati di effettuazione (trattamenti ortodontici e chirurgia implantare avanzata) è possibile monitorare nel tempo l’analisi della situazione clinica, così da poter anche elaborare correzioni nel trattamento in accordo con mutate condizioni cliniche;
offrire al paziente la certezza che il proprio caso è stato affrontato in cooperazione con le più elevate competenze nelle diverse componenti cliniche, anche se non tutte presenti nella sede di afferenza;
ridurre i tempi di attesa e di risposta alla terapia grazie a un’immediata accessibilità alla lista di attesa dei centri collegati;
uniformare l’offerta terapeutica sul territorio grazie alla condivisione telematica in rete delle competenze cliniche;
offrire una risposta rapida ed efficiente alle urgenze ortodontiche e chirurgiche grazie alla possibilità di consulto in diretta con teleconferenza.
Tale impostazione ha determinato una pianificazione che si esplica nell’ambito della didattica, ricerca, clinica e management finalizzata alla definizione di una serie di protocolli operativi risultato di ricerche scientifiche e di un’attenta revisione della letteratura internazionale (Figura 9). Le tre scienze utilizzano i collegamenti telematici tra la sede centrale e le altre realtà convenzionate finalizzate alla creazione di un network locale e internazionale per lo sviluppo di protocolli operativi risultato di ricerche scientifiche e di un’attenta revisione della letteratura internazionale (Figura 10).
9. Schematizzazione delle prestazioni ortodontiche, chirurgiche e di igiene orale attualmente in essere.10. Tabella riassuntiva.
Conclusioni
Le potenzialità offerte dai sistemi telematici sono notevoli e per fortuna la dinamica dei costi in diminuzione con il passare del tempo. Sicuramente le soluzioni che utilizzano sistemi internet based sono la via da percorrere anche per la facilità di accesso oltre che per la capillarità di diffusione. Tali sistemi offrono anche la possibilità di essere facilmente integrati in reti di trasmissione dati intranet nelle singole sedi. L’unico neo di tale soluzione è la possibilità di attacco della rete costituita da parte di hacker esterni e la vulnerabilità teorica del sistema di protezione dei dati sensibili trasmessi. Tuttavia l’adozione di sistemi tipo Firewall o di criptazione dei dati consente di ricondurre sotto controllo anche queste eventualità. Da un punto di vista clinico la centralizzazione e condivisione dei dati clinici terapeutici della popolazione dei pazienti consente di uniformare gli standard qualitativi di assistenza e di intercettare precocemente le patologie grazie alla condivisione di competenze specifiche che altrimenti sarebbe impossibile concentrare in ognuna delle strutture coinvolte. La possibilità di condividere una piattaforma informatica che gestisca il flusso di dati clinici ed epidemiologici generati dalle varie sedi collegate porterà alla creazione di un network europeo coordinato, scientificamente autorevole e clinicamente efficace, in grado altresì di gestire al meglio l’interscambio di studenti nei programmi cooperativi europei.
1. Kho AN, Dexter P, Le Mmon L, Carey D, Woodward-Hagg H, Hare S, Doebbeling B. Connecting the dots: creation of an electronic regional infection control network. Medinfo 2007;12(Pt 1):213-7.
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3. Maglogiannis I, Constantinos D, Kazatzopoulos L. Enabling collaborative medical diagnosis over the Internet via peer-to-peer distribution of electronic health records. J Med Syst 2006 Apr;30(2):107-16.
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1. Radiografia panoramica pre-operatoria che evidenzia un’estesa lesione osteolitica della emimandibola sinistra, che dal settore premolare si estende sul ramo fino alla base del condilo e del processo coronoide. L’esame bioptico ha dato esito a: tumore cheratosico.
Riassunto
La cheratocisti odontogena, dal 2005 classificata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come tumore odontogeno cheratosico, è una lesione benigna, localmente aggressiva, con un’alta tendenza alla recidiva. La sua variante ortocheratinizzata non è inclusa nella classificazione tumorale ed è considerata una cisti odontogena. Poiché l’enucleazione chirurgica si rivela spesso insufficiente per il suo trattamento, ulteriori metodiche sono state proposte con l’intento di rimuovere ogni residuo epiteliale e ridurre il rischio di recidiva, tra cui: l’ostectomia periferica, l’utilizzo della soluzione di Carnoy o della crioterapia con azoto liquido in aggiunta all’enucleazione, la resezione del tumore en-bloc. L’obiettivo del presente lavoro è eseguire una revisione delle pubblicazioni disponibili per far luce sul trattamento più indicato per il tumore odontogeno cheratosico e su eventuali linee guida fornite dalla letteratura scientifica.
Summary Current protocols in the treatment of keratocystic odontogenic tumor (keratocyst): a literature review The odontogenic keratocyst, classified by the World Health Organization as keratocystic odontogenic tumor since 2005, is a benign lesion, locally aggressive, with a high tendency to recur. Its ortho-keratinized variant is not included in the tumor classification and it is considered as an odontogenic cyst. As the surgical enucleation is often insufficient for its treatment, additional methods have been proposed with the aim to remove any epithelial remnants and to reduce the risk of recurrence, including: the peripheral ostectomy, the use of Carnoy’s solution or cryotherapy with liquid nitrogen and the resection of the tumor enbloc. The aim of this paper is to perform a review of available publications to shed light on the best treatment for the keratocystic odontogenic tumor and on any guidelines provided by the scientific literature.
Sara Giglio1 Matteo Chiapasco1 1Unità di Chirurgia orale (Direttore Prof. Matteo Chiapasco), Clinica Odontoiatrica - Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Odontoiatria, Università degli Studi di Milano
La cheratocisti odontogena, descritta per la prima volta da Philipsen nel 1956, è una lesione benigna, localmente aggressiva, con un’alta tendenza alla recidiva, tanto che dal 2005 è stata riclassificata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come tumore odontogeno cheratosico. La sua variante ortocheratinizzata non è inclusa nella classificazione tumorale ed è considerata una cisti odontogena. Si localizza nelle ossa mascellari ma vi è evidenza di sviluppo di cheratocisti anche nei tessuti molli. Rappresenta tra il 2 e l’11% delle cisti mascellari, può presentarsi a tutte le età con un rapporto uomo:donna di circa 2:1. Origina probabilmente da resti della lamina dentaria che persistono nei tessuti subepiteliali al termine dell’odontogenesi e può manifestarsi in varie forme cliniche; è di solito uniloculare ma può essere anche pluriloculare e talvolta associarsi ad altre patologie sotto forma di sindrome (sindrome di Gorlin-Goltz o sindrome nevo-baso-cellulare). Quest’ultima è caratterizzata da carcinomi baso-cellulari cutanei, presenza di cheratocisti odontogene multiple, coste bifide, protuberanze in regione parietale e frontale, calcificazioni della falce cerebrale, fossette palmari e plantari, ereditarietà autosomica dominante. Spesso asintomatiche, le cheratocisti, che d’ora in avanti chiameremo tumori cheratosici, possono essere scoperte occasionalmente in seguito a indagini radiografiche oppure si possono manifestare clinicamente in stadi avanzati, dopo aver già eroso le corticali mascellari o creato dislocazione di strutture anatomiche o di elementi dentari o a seguito di sovrainfezione. Il comportamento aggressivo di questa lesione è stato ascritto all’alta cellularità del suo epitelio e a un’attività mitotica rilevante; numerosi studi hanno inoltre dimostrato, a supporto della sua natura tumorale, l’evidenza della perdita di alcuni alleli in determinati geni per la soppressione dei tumori o alterazioni epigenetiche di geni oncosoppressori1. Il metodo tradizionale per il trattamento del tumore cheratosico, se escludiamo la marsupializzazione (peraltro usata raramente, anche alla luce della riclassificazione della lesione come tumore), è l’enucleazione chirurgica ma, a causa delle frequenti recidive, questo approccio si rivela spesso insufficiente. Il sottile epitelio che la delimita spesso non riesce a essere completamente rimosso e cisti satelliti o cisti figlie possono svilupparsi in seguito all’enucleazione della lesione primaria. Ulteriori trattamenti sono stati proposti, come l’ostectomia periferica, la resezione del tumore e dell’osso periferico in blocco, oppure l’utilizzo della soluzione di Carnoy o della crioterapia con azoto liquido in aggiunta all’enucleazione. Tutti hanno l’intento di rimuovere completamente ogni residuo epiteliale per ridurre il rischio di recidiva. L’obiettivo del presente lavoro è eseguire una revisione delle pubblicazioni disponibili per far luce sul trattamento più indicato per il tumore odontogeno cheratosico e su eventuali linee guida fornite dalla letteratura scientifica.
Materiali e metodi
Criteri di inclusione. La base di questa revisione è rappresentata dagli articoli clinici pubblicati in lingua inglese nei quali si fa espressamente riferimento al trattamento del tumore cheratosico. Sono stati inclusi: revisioni della letteratura, studi retrospettivi, studi prospettici e case series ed esclusi i case report a causa dell’insufficiente informazione fornita da una limitata casistica per poter trarre conclusioni significative sul trattamento. Tipo di interventi. Sono stati analizzati gli studi relativi alle varie metodiche di trattamento del tumore cheratosico associate o meno ad altre sindromi (sindrome di Gorlin-Goltz o carcinoma nevo-baso-cellulare). Sono stati invece esclusi dalla trattazione tutti quegli articoli riferiti al trattamento, oltre che dei tumori cheratosici, anche di altre cisti odontogene, che non facessero distinzioni nette tra le metodiche di trattamento adottate nel caso dei tumori cheratosici. Metodo di ricerca. Gli articoli pubblicati in lingua inglese sono stati selezionati con una ricerca computerizzata su PUBMED senza limiti temporali. Le parole chiave utilizzate per la ricerca comprendono: odontogenic keratocyst, keratocyst, odontogenic tumor, treatment, surgery. Ulteriori articoli sono stati identificati dalla bibliografia degli articoli selezionati. Criteri di selezione ed estrazione dei dati. I titoli e gli abstract di tutti gli articoli selezionati sono stati esaminati. Gli studi che rispondevano ai criteri di inclusione o dei quali vi erano sufficienti dati nel titolo e nell’abstract per prendere una chiara decisione sono stati analizzati “full text”.
Risultati
Sono stati individuati più di 2000 titoli di articoli: tra questi sono stati selezionati 210 studi e infine 49 pubblicazioni sono state incluse nella presente revisione. Numerosi studi in letteratura trattano i tumori cheratosici: molti si concentrano sulle caratteristiche istologiche di queste lesioni, sul comportamento aggressivo che ne evidenzia la similitudine con gli altri tumori odontogeni, sulla ricerca e sulle future possibilità terapeutiche basate su un approccio molecolare per ridurre la necessità di chirurgie invasive1-3. Al contrario, pochi articoli trattano con un approccio sistematico il trattamento. Sebbene non venga sempre specificato il numero di pazienti inclusi nello studio e il numero complessivo delle lesioni trattate, sono stati analizzati oltre 2400 casi di tumori odontogeni cheratosici su più di 2300 pazienti. Sono state identificate 8 revisioni1,2,4-9, 1 studio prospettico10, 38 studi retrospettivi11-48 e 2 case series49-50. Molti studi retrospettivi analizzano, all’interno di un arco temporale, i tumori cheratosici trattati con metodiche differenti e la percentuale di recidive10-13,17-22,24,26,27,30,32-33,35,37,39-42,44-46,48. L’incidenza di recidive riportate dopo il trattamento dei tumori cheratosici varia tra lo 0% e il 62%, in base alla metodica utilizzata. Alcuni Autori analizzano un’unica modalità di trattamento: l’enucleazione14,15,36,47, la marsupializzazione50, l’enucleazione associata a crioterapia con azoto liquido25,34,49, l’iniziale enucleazione seguita nei casi di recidive dalla resezione29,43, la resezione28. L’utilizzo di decompressione o marsupializzazione è stato proposto sia come trattamento preliminare alla enucleazione per ridurre il volume della cavità cistica23,31 sia come trattamento definitivo50. La decompressione e l’irrigazione dei tumori cheratosici per alcuni mesi sembrano essere in grado di cambiare l’istologia dell’epitelio cistico esitando spesso in una perdita della cheratinizzazione51. È dimostrato che isole epiteliali o microcisti siano localizzate esclusivamente nella mucosa cistica e non nell’osso e che per ridurre il rischio di recidiva sia importante rimuovere ogni possibile residuo mucoso. Alla luce di questa evidenza viene argomentato in letteratura un approccio chirurgico razionale al trattamento di questa lesione da Stoelinga e Voorsmith10,38,44,52. Poiché il tumore odontogeno cheratosico deve essere messo in diagnosi differenziale con l’ameloblastoma, viene inoltre proposto un albero decisionale per il trattamento delle due tipologie di lesioni53. Vengono citati anche trattamenti meno comuni, come la “Brosch procedure” che prevede la rimozione della corticale vestibolare alla lesione per permettere al chirurgo di visualizzare ed enucleare completamente il tumore54, oppure l’enucleazione e il curettage di lesioni di grandi dimensioni sotto visione endoscopica, sempre nell’intento di poter visualizzare meglio l’intera area di intervento55. Sebbene alcuni studi suggeriscano l’utilizzo di innesti ossei dopo l’enucleazione, è dimostato che la rigenerazione ossea avviene spontaneamente dopo la rimozione di lesioni cistiche anche ampie senza necessità di utilizzare materiali da riempimento56. Questo semplifica la procedura chirurgica, riduce i costi economici e biologici e il rischio di complicanze post-operatorie. L’utilizzo della resezione “en-bloc” come trattamento iniziale sembrerebbe esageratamente invasiva se non richiesta da particolari situazioni anatomiche, mentre tecniche come l’utilizzo del liquido di Carnoy dopo l’enucleazione presenterebbero un rapporto costi-benefici adeguato all’intento di eliminare i residui cellulari senza incrementare il rischio chirurgico, e comunque nel rispetto delle strutture anatomiche che non devono venirvi in contatto. Allo stesso modo anche la mucosa sovrastante la cisti dovrebbe essere accuratamente rimossa.
Discussione
Alcuni fattori rendono di difficile interpretazione i risultati: la maggior parte degli studi in letteratura è di tipo retrospettivo, non fornisce sufficienti dettagli sul tipo di chirurgia eseguita, riporta un follow-up variabile senza precisare la percentuale di pazienti seguiti in quell’arco di tempo. Nonostante l’incidenza di recidive sia massima nei primi 5 anni, la letteratura riporta casi tardivi, successivi a questo periodo, fino a 25 anni dopo il trattamento iniziale10,21; il follow-up, variabile da studio a studio, prevede spesso dei range che non coprono archi temporali così lunghi. I pazienti affetti contemporaneamente da sindromi, come quella di Gorlin-Goltz, vengono talvolta esclusi dallo studio, talvolta inclusi, non conferendo uniformità ai risultati: nel caso di pazienti sindromici l’incidenza di recidive è maggiore e non dovrebbe essere comparata con casi di isolati tumori cheratosici in pazienti sani. Ugualmente alcuni studi includono solo lesioni con epitelio paracheratosico, altri indifferentemente tutti i tipi istologici oppure non viene specificato il criterio di inclusione. In letteratura esiste una certa confusione riguardo ai protocolli da adottare nel trattamento del tumore odontogeno cheratosico, alcuni Autori propongono delle opzioni di trattamento basate sulla loro esperienza clinica. Vengono proposte modalità di trattamento conservative, come l’enucleazione del tumore cheratosico, l’enucleazione seguita da terapie aggiuntive, la marsupializzazione e la decompressione, oppure modalità più radicali, come la resezione “en-bloc”.
Enucleazione
L’enucleazione consiste nella rimozione chirurgica della lesione, mediante un delicato scollamento dell’epitelio cistico dalle pareti ossee circostanti, mantenendone quando possibile le pareti integre. La rimozione del tumore cheratosico “intero” riduce il rischio di lasciare in situ isole epiteliali che potrebbero dare origine a una recidiva. La lesione enucleata deve essere poi sottoposta a esame istologico. In caso di tumori cheratosici più ampi che hanno già raggiunto il piano periostale e creato dislocazione o erosione delle corticali ossee, la completa escissione risulta difficoltosa a causa delle aderenze del suo epitelio al tessuto periostale o mucoso. Il tentativo di preservare gli elementi dentari adiacenti o le strutture neurovascolari e la difficoltà di accesso in alcune sedi può sommarsi al tentativo di limitare l’estesione del campo chirurgico e portare a una incompleta rimozione, per esempio nei settori posteriori dei mascellari e a livello del ramo mandibolare. Nei casi di sconfinamento al di fuori della capsula periostale la mucosa sovrastante, che viene a fondersi con la parete cistica, deve essere accuratamente rimossa perché costituisce una delle principali fonti di recidiva; in caso di contiguità con elementi dentari, va valutata la più idonea modalità di trattamento per non lasciare residui in loro prossimità (per esempio, estrazione oppure terapia canalare e apicectomia). Il curettage della parete ossea residua con cucchiai chirurgici affilati dovrebbe essere sempre eseguito, soprattutto nei casi in cui la lesione non sia stata rimossa intera. L’obiettivo deve essere quello di eliminare dall’osso e dalla mucosa adiacente tutte le eventuali isole epiteliali o microcisti per minimizzare i rischi di recidiva. L’enucleazione del tumore cheratosico “intero” porta a una frequenza di recidive decisamente inferiore rispetto alla enucleazione dello stesso in pezzi39.
2-3. Sezioni tomografiche che mostrano l’entità del difetto nei vari piani spaziali.
Terapie aggiuntive all’enucleazione
Le più comuni terapie riportate in aggiunta all’enucleazione sono: l’utilizzo della soluzione di Carnoy, l’ostectomia periferica, la crioterapia e l’elettrocauterizzazione.
La soluzione di Carnoy (una miscela di alcool etilico, cloroformio, acido acetico glaciale e cloruro ferrico) viene utilizzata sulle pareti ossee dopo l’enucleazione chirurgica oppure nella cavità cistica prima della sua rimozione; si tratta di una soluzione cauterizzante che, senza penetrare in profondità, sembra essere in grado di eliminare ogni residuo epiteliale. L’applicazione va evitata in corrispondenza di fasci neurovascolari; nelle cavità policistiche i setti ossei devono essere preventivamente eliminati per consentire una corretta azione del liquido.
L’ostectomia delle pareti ossee circostanti alla cisti è di ulteriore ausilio per eliminare meccanicamente eventuali resti epiteliali non rimossi con la precedente enucleazione.
L’elettrocauterizzazione viene consigliata quando le corticali ossee vengono erose dal tumore cheratosico per evitare recidive nei tessuti molli.
La crioterapia consiste nell’utilizzo di una criosonda all’ossido di azoto a una temperatura di circa -20 °C o inferiore sulle pareti ossee dopo l’enucleazione o sui tessuti molli se la lesione ha perforato il piano osseo sconfinando oltre la capsula periostale. La crioterapia sembra essere in grado di produrre una necrosi cellulare a livello osseo, ma di mantenere integra la componente inorganica; avviene una morte cellulare per danneggiamento diretto dato dalla formazione di cristalli di ghiaccio intra ed extra-cellulari, disturbi osmotici ed elettrolitici. Questa metodica consente una relativa assenza di sanguinamento ed esiti cicatriziali; tuttavia, a causa della difficoltà nel controllare la quantità di azoto liquido applicato nella cavità, la necrosi e il gonfiore che ne risultano possono essere imprevedibili.
Tutte le tecniche descritte sembrano ridurre in modo significativo l’incidenza delle recidive successive alla rimozione chirurgica del tumore odontogeno cheratosico, se paragonate alla sola enucleazione.
4. Scollamento del lembo di accesso: la lesione viene correttamente visualizzata ed enucleata.5. Cavità ossea residua dopo l’enucleazione della lesione.6. Ostectomia periferica delle pareti ossee residue finalizzata alla rimozione di ogni residuo mucoso.
7. Trattamento della cavità ossea con il liquido di Carnoy.
Marsupializzazione e decompressione
La marsupializzazione e la decompressione hanno lo scopo di ridurre il volume della cavità cistica decomprimendola; la marsupializzazione è però intesa come trattamento definitivo, mentre la decompressione come trattamento preliminare alla successiva enucleazione e si avvale del posizionamento di un drenaggio provvisorio all’interno della cavità. Il vantaggio di queste tecniche risiederebbe nel cambiamento istologico che sono in grado di indurre sull’epitelio cistico31,51, che per esempio in alcuni casi esita in una perdita della cheratinizzazione. Inoltre, la progressiva diminuzione della dimensione cistica nel tempo consente di salvaguardare le strutture anatomiche circostanti (seno mascellare, elementi dentari, fasci neurovascolari), minimizzare il rischio di frattura ed eseguire la successiva enucleazione in presenza di una lesione tecnicamente più facile da rimuovere. Trovano pertanto una maggiore indicazione in caso di tumori di grandi dimensioni23. Nessuna delle due tecniche consente la rimozione dell’epitelio di rivestimento della cisti e pertanto appaiono poco indicate, soprattutto alla luce della natura tumorale della lesione in oggetto e del fatto che in letteratura sono riferiti casi di degenerazione del tumore cheratosico in ameloblastoma o altre forme maligne.
8. Sutura del lembo di accesso.
Resezione
La resezione del tumore cheratosico “enbloc” (insieme a circa 1 cm periferico di osso circostante) viene descritta come trattamento per le lesioni multiloculari, più aggressive, in degenerazione tumorale o ricorrenti oppure per quei casi in cui, a causa dello sconfinamento oltre il piano periostale, la possibilità di rimozione completa delle cellule tumorali sia ridotta. Appare in particolare indicata nei casi localizzati nella mandibola posteriore e nel mascellare superiore, dove un trattamento conservativo potrebbe portare in caso di recidiva a scarso controllo e possibilità di diffusione verso il basicranio. Sebbene venga talvolta citata tra i trattamenti di scelta per il tumore cheratosico, considerata la sua invasità sembrerebbe essere più indicata solo in casi selezionati per lesioni più aggressive o recidivanti, in quanto garantisce la rimozione dell’epitelio periferico quasi azzerando le recidive.
9. Visione della lesione enucleata.
Nel caso di resezione “en bloc” in particolare a livello mandibolare è indicato, qualora possibile, procedere alla ricostruzione immediata della mandibola con innesti ossei autologhi o lembi liberi di fibula o ala iliaca. Alla luce delle tecniche citate, gli attuali orientamenti nel trattamento del tumore cheratosico sembrerebbero orientarsi su terapie conservative, come l’enucleazione seguita o meno da trattamenti aggiuntivi nel caso di tumori cheratosici di dimensioni contenute, uniloculari, confinati entro le corticali, senza sconfinamento nel piano periostale o mucoso. In caso di lesioni estese, pluriloculari, in sedi a rischio o recidivanti, in fase di degenerazione maligna o sconfinanti nei piani profondi, l’utilizzo di una terapia più radicale, come la resezione “en-bloc”, sembrerebbe più idonea allo scopo di evitare una recidiva della lesione e una sua ulteriore espansione. L’attuale classificazione tumorale della precedente “cheratocisti odontogena” aiuta a comprendere il suo potenziale aggressivo e a inquadrare il trattamento più idoneo per ogni caso. La sola variante ortocheratosica può essere trattata con un approccio meno invasivo, in quanto presenta una minore incidenza di recidive ed è considerata una cisti odontogena. Un caso significativo di trattamento di tumore cheratosico viene presentato nelle figure 1-12.
10. Radiografia panoramica di controllo che mostra una completa guarigione e ossificazione del sito.11-12. Le sezioni tomografiche mostrano l’avvenuta riossificazione della mandibola con ricostituzione del canale alveolare inferiore.
Conclusioni
Questa revisione della letteratura dimostra che, ad oggi, non vi è evidenza scientifica sufficiente per stabilire l’efficacia di trattamenti validi o di protocolli accettati per il tumore odontogeno cheratosico. La marsupializzazione e la decompressione, sebbene citate da alcuni Autori, appaiono poco indicate alla luce della natura tumorale della lesione in oggetto e della possibilità di una sua degenerazione maligna. L’enucleazione come unico trattamento mostra un’incidenza di recidive superiore rispetto alla scelta di trattamenti aggiuntivi, come l’utilizzo della soluzione di Carnoy, l’ostectomia periferica, la crioterapia con azoto liquido e l’elettrocauterizzazione. Questi trattamenti più conservativi vengono utilizzati nel caso di tumori cheratosici di dimensioni contenute, uniloculari, confinati entro le corticali, senza sconfinamento nel piano periostale o mucoso. La minore incidenza di recidive si ottiene con la resezione “en-bloc”, che tuttavia espone a rischi chirurgici più alti ed è poco accettata da alcuni clinici per la sua invasività, pertanto viene utilizzata in caso di lesioni estese, pluriloculari, in sedi a rischio o recidivanti, in fase di degenerazione maligna o confinanti nei piani profondi. In ogni caso, nuovi studi prospettici condotti in modo randomizzato con precisi criteri di inclusione e con un follow-up adeguato saranno importanti per determinare un protocollo di trattamento condiviso e predicibile.
Corrispondenza Matteo Chiapasco Clinica Odontoiatrica Via Beldiletto, 1/3 - 20142 Milano Tel. 02.50319000 - matteo.chiapasco@unimi.it
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Hector F. Rios Department of Periodontics & Oral Medicine, School of Dentistry, University of Michigan, Ann Arbor, MI, USA
Periodontal diseases are a possible modifiable risk factor for morbidity and mortality in several systemic diseases1-4 with an obvious impact in the patient’s quality of life5,6. Collectively, they afflict over 80% of adults worldwide and approximately 13% displaying severe disease concomitant with early tooth loss7. In periodontitis, the detrimental changes that the tooth-supporting tissues undergo are primarily the result of specific microbial challenges8-10. These challenges in a susceptible host disrupt the functional and structural integrity of the tooth supporting apparatus11. It is known that the structure and properties of the periodontal tissues are intimately related by crucial cell-matrix interactions12-16. However, the mechanisms by which these microorganisms undermine and compromise the modulation of these synergistic events are not clearly understood. The proper regulation of these interactions in a mechanically dynamic environment, such as in the periodontium, determines the adaptive dentalalveolar response by orchestrating the function of important bioactive proteins such as growth factors, cytokines and proteases (Figure 1)17-20. The proteins modulating these interactions are known collectively as matricellular molecules21-24. The purpose of this review is to present and discuss the available evidence that exist regarding the matricellular molecule Periostin in the context of the periodontium.
What is Periostin?
Periostin is a disulfide-linked 90 kDa secreted protein of relatively unknown function that has homology with the insect’s central nervous system protein fasciclin-I and is highly conserved among higher organisms25. The protein is highly homologous to βig-h3, a molecule induced by TGF-β that promotes the adhesion and spreading of fibroblasts. Therefore, Periostin is thought to function as an adhesion molecule during bone formation and can support osteoblastic cell line attachment and spreading26. Purified recombinant Periostin has been shown to be a ligand for αvβ3 and αvβ5 integrins, promoting integrin-dependent cell adhesion and motility27. Multiple reports have also demonstrated elevated Periostin levels in neuroblastoma28, epithelial ovarian cancer27 and in non-small cell lung carcinoma29 that have undergone epithelial mesenchymal transformation (EMT) and metastasized. Moreover, it has been shown that Periostin potently promotes cell survival via the Akt/PKB pathway30. It has also been associated with extracellular matrix (ECM) deposition following myocardial infarction and has been reported to be essential for healing after acute myocardial infarction31,32.
Why Periostin?
Previously, it has been shown that Periostin is expressed in the developing teeth at sites of epithelialmesenchymal interaction, which suggests that Periostin could play multiple roles as a primary responder molecule during tooth development and may be linked to deposition and organization of other ECM adhesion molecules during maintenance of the periodontium33. Periostin mRNA has been found to be negatively regulated by Epidermal Growth Factor and 1,25-(OH)2 D3 and upregulated by TGF-β1 and BMP- 225,26,34. Interestingly, immunohistochemical analysis has shown that, in adult mice, Periostin protein is preferentially localized in the periosteum and PDL26, suggesting potential roles in the maintenance and remodeling of these structures. Of all the known proteins that have been found to be expressed in the PDL, Periostin has been the one that shows greater specificity. For this reason, Periostin is commonly used as a marker for the PDL. Periostin, within the periodontal context, is expressed specifically by PDL fibroblasts, suggesting a potential role in PDL function26,33 (Figure 2). Recently, it was reported that Periostin promoter activities were enhanced by overexpression of Twist, resulting in increased Periostin expression in vitro35. In addition, in vivo, Twist and Periostin have been found to be co-expressed and intimately regulated by changes in the occlusal force36which led researchers to postulate Twist as a Periostin transcription factor. Interestingly, Periostin has shown to present a divergent distribution during orthodontic tooth movement; it is upregulated in the areas of compression and down regulated in the areas of tension37. Furthermore, immunoelectron microscopic observation of the mature PDL verified the localization of Periostin between the cytoplasmic processes of periodontal fibroblasts and cementoblasts and the adjacent collagen fibrils38. Its expression has been reported to influence cell behavior as well as collagen fibrillogenesis39. Therefore, it may exert control over the structural and functional properties of PDL tissues in health and disease.These findings suggest that Periostin is present at the sites of the cell-to-matrix interaction, serving as an adhesive factor for bearing mechanical forces, including occlusal force.
Figure 2
Is Periostin necessary for normal periodontal function?
We provided initial evidence of the essential role of Periostin in the functional and structural integrity of the periodontium40. Periostin-deficient animals clearly show severe deterioration of the tooth supporting structures40,41. Our work demonstrated that in the context of Periostin deletion, the periodontium rapidly deteriorates over time and is unable to sustain the physiologic mechanical stimulus. Thereby, deeming this molecule as necessary for PDL function and, therefore, for proper periodontal integrity (Figure 3). Furthermore, we have shown that Periostin is specifically necessary during occlusal function, and that in the case of the Periostin KO mice, the periodontal ligament is unable to sustain the normal physiologic occlusal load, which results in a traumatic stimulus to the periodontium. While the literature suggests that primary occlusal trauma leads to an adaptive response where no destruction of the supporting tissues occurs, in the Periostin KO the mechanical stimulus can be classified as a secondary trauma that, due to the Periostin deficiency, causes a detrimental effect in the periodontium. This leads to severe alveolar bone loss, severe clinical attachment loss and significant widening of the PDL space.
Figure 3
What is Periostin doing in the extracellular matrix?
Periostin interacts with extracellular structural molecules, such as Collagen Type I and cell membrane proteins, such as αvβ3 and αvβ5 integrins. These matricellular interactions have been reported to influence cell behavior as well as collagen fibrillogenesis6. The collagen fiber diameter is reduced in the absence of Periostin, resulting in a decrease modulus of elasticity in the KO. In addition, Periostin interaction with αvβ5 activates cell survival signaling pathways. Our group demonstrated that Periostin closely related with the PDL fiber bundles from the root surface cementum to the alveolar bone engaging the tooth supporting apparatus. Thus, in the context of Periostin deletion, the periodontium rapidly deteriorates over time and is unable to sustain the physiologic mechanical stimulus. Collectively this evidence suggests a critical role of the matricellular adaptor protein, Periostin, serving as a potential modulator of important tissue mechanical properties. Significant molecular changes have been reported to occur during periodontal disease progression. Altered levels of Transforming Growth Factorβ (TGF-β) have been implicated in periodontal disease progression42-45. TGF-β-1 reduced levels in advanced periodontal disease have been associated with altered Matrix Metalloproteinases (MMP’s) and Interleukin-1β (IL1-β) activity42,44. TGF-β-1 levels increase under mechanical strain and regulate the expression of Periostin26,41,46. These molecules are expressed at different stages of wound healing and some patterns are more transient than others. We have reported novel findings in regards to its relevance in PDL function40,41. Our data suggest that TGF-β may influence the integrity of the periodontium through the regulation of Periostin expression and function. The importance of Periostin in other specialized tissues, such as the heart, clearly highlights its importance in repair, regeneration and recovery after myocardial infarction. Periostin is normally secreted by PDL fibroblasts in response to injury, and it interacts with integrin receptors on target cells to modulate cellular and matrix remodeling. Recently, with the advances in technology and the availability of animal models, a more mechanistic model of disease pathogenesis appears feasible. From conventional deletion of periodontal “specific” genes we have identified key factors that appear to determine functional and structural stability of the supporting tissues. Mice lacking the transmembrane protein αvβ 6 integrin, a molecule constitutively expressed in the healthy junctional epithelium, lose rapid attachment and a significant apical migration of the sulcular epithelium favors the formation of periodontal pockets47. These changes are associated with altered signaling of TGFβ-1, a molecule involved in multiple regulatory functions including tissue repair and immune system. TGFβ-1 is secreted from the cell as a latent precursor complex. The secreted latent TGFβ-1 is bound to the extracellular matrix via a latent TGFβ-1 binding protein (LTBP1)48. Binding of αvβ6 integrin to the atent associated propeptide has been implicated in the activation and release of the latent TGFβ-149,50 which in turns favors extracellular matrix (ECM) formation and maturation by the regulation of MMP-8 and MMP-1342,51. The examination of tissues from advanced periodontal disease patients shows consistent changes that are characterized on one hand by decreased TGFβ-1 and αvβ6 integrin, and on the other hand by increased levels of tissue collagenases, gelatinases and proinflammatory cytokines such as IL1-β44,47,52,53. The junctional epithelium during periodontal disease is the first critical tissue barrier breached by oral bacteria. It then triggers a robust, leukocyte-mediated immunological defense reaction within the gingival tissues. This inflammatory reaction may be contained at this level or, as in the case of susceptible individuals, it may progress to compromise the PDL integrity and the alveolar bone.
Figure 4
Discussion
Periodontal diseases affect a large proportion of the world’s population. The identification of genetic susceptibility variants and their role on disease onset and progression has been the focus of a number of studies. Based on the evidence reviewed, Periostin represents a novel biologic agent with significant diagnostic and therapeutic potential that could ultimately enhance patient care. The available preclinical and mechanistic studies currently available in the periodontal biology field, have provided provide novel insights into the regulation of PDL function during periodontal tissue health and disease. Understanding the role of Periostin in the PDL, helps capture the dynamic nature of, the matricellular biochemical events involved in the transition between periodontal health and disease (Figure 4). This information, further contributes to the ongoing effort of describing the basic elements involved in a new model of periodontal disease pathogenesis. Such a model incorporates gene, protein, and metabolite data into dynamic biologic networks that include disease initiating, susceptibility, and resolving mechanisms. Ultimately, these data will aid in our understanding of periodontal biology relevant to cell-matrix dynamics and homeostasis. Therefore, unraveling novel pathways that determine periodontal disease susceptibility that could be targeted in the treatment of inflammatory periodontal diseases. Physiologically relevant differences in Periostin levels are yet to be determined in humans. From our animal model experiments, we reported a clear periodontal phenotype developing in the mice completely lacking Periostin (KO) while minor or no changes occurred with a 30-50% decrease in Periostin (Het). However, these observations do not reflect a chronic microbial challenge condition such as the one find in human periodontal disease. The model proposed partially addresses this issue. However, the inability to induce the formation of a complex biofilm as in human periodontitis is a clear limitation. Currently, periodontal conditions are diagnosed based on the clinical presentation of the disease. The current classifications guides us to identify “different” forms of the disease that manifest themselves with a common clinical presentation and cluster them within groups (i.e., chronic, aggressive, necrotizing, etc). Therefore, it is our responsibility to acknowledge the complexity and heterogeneity of this group of conditions. The limitation of the lack of an etiology-based classification compromises the accuracy of a specific diagnosis and, therefore, the identification of the most appropriate therapy. Further studies should be geared to identify underlining conditions, such as Periostin expression, that may be associated with an increase rate and extent of periodontal breakdown.
Acknowledgements The Authors appreciate Chris Jung for assisting with the preparation of the figures. This work was supported by the National Institute of Health/National Institute of Dental and Craniofacial Research grants NIH/NIDCR K23DE019872 (HFR).
Correspondence
Hector F. Rios
Department of Periodontics and Oral Medicine
University of Michigan, School of Dentistry 1011 N. University, Ann Arbor, MI 48109-1078
Tel. 734-763-3383 - Fax: 734-936-0374 - hrios@umich.edu
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Hector F. Rios Department of Periodontics & Oral Medicine, School of Dentistry, University of Michigan, Ann Arbor, MI, USA
Le malattie parodontali sono un possibile fattore di rischio modificabile per la morbilità e mortalità in numerose malattie sistemiche1-4 con un evidente impatto sulla qualità della vita del paziente5,6. Complessivamente colpiscono più dell’80% della popolazione adulta in tutto il mondo e circa il 13% mostra gravi malattie concomitanti con la perdita precoce dei denti7. Nella parodontite i cambiamenti nocivi che avvengono sui tessuti di sostegno dei denti sono il risultato di specifici assalti microbici8-10. Queste situazioni in un ospite suscettibile alla malattia distruggono l’integrità funzionale e strutturale dell’apparato di supporto del dente11. È noto che la struttura e le proprietà dei tessuti parodontali sono strettamente legate alle cruciali interazioni tra cellule e matrice12-16. I meccanismi con cui questi microrganismi minacciano e compromettono la modulazione di tali eventi sinergici non sono del tutto noti. La regolazione corretta di queste interazioni in un ambiente meccanicamente dinamico, come il parodonto, determina la risposta adattiva dento-alveolare, coordinando la funzione di importanti proteine bioattive quali i fattori di crescita, citochine e proteasi (Figura 1)17-20. Le proteine che regolano queste interazioni sono complessivamente note come molecole matricellulari21-24. L’obiettivo di questo studio è di presentare e discutere le evidenze a riguardo della molecola matricellulare periostina nel contesto del parodonto.
Cos’è la periostina?
La periostina è una proteina dalla funzione relativamente poco conosciuta, che ha analogie con la fasciclina-I, una proteina del sistema nervoso centrale degli insetti, presente in modo significativo negli organismi superiori25. La proteina è omologa a βig-h3, una molecola indotta da TGF-β che promuove l’adesione e la diffusione dei fibroblasti. Quindi si crede che la periostina funzioni come una molecola di adesione durante la formazione dell’osso e possa supportare l’attacco e la diffusione di una linea di cellule osteoblastiche26. È stato dimostrato che la periostina purificata e ricombinata è un legante per le integrine αvβ3 e αvβ5, promuovendo l’adesione e la mobilità integrinodipendente27. Numerosi report hanno mostrato livelli elevati di periostina in neuroblastoma28, cancro ovarico epiteliale27 e carcinoma polmonare29 non a piccole cellule che ha subito una trasformazione mesenchimale epiteliale (EMT) e metastasi. Inoltre, è stato dimostrato che la periostina promuove notevolmente la sopravvivenza cellulare attraverso il percorso Akt/PKB30. È stata inoltre associata con il deposito della matrice extracellulare (ECM) successivo all’infarto miocardico ed è stato riportato che, a seguito di una tale patologia acuta, la proteina risulta essere essenziale per la guarigione31,32.
Perché la periostina?
Inizialmente è stato mostrato che la periostina si trova nei denti in fase di sviluppo nei siti di interazione epitelio mesenchimale, elemento che suggerisce che questa proteina potrebbe giocare diversi ruoli come molecola di risposta principale durante lo sviluppo del dente e potrebbe essere legata al deposito e all’organizzazione di altre molecole di adesione durante il mantenimento del parodonto33. Si è trovato che l’mRNA della periostina era regolato negativamente dal Fattore di Crescita Epidermico (EGF) e 1,25-(OH)2 D3 era sovraregolato da TGF-β1 e BMP- 225,26,34. È interessante segnalare come le analisi immunoistochimiche hanno mostrato che, in esemplari di topi adulti, la proteina periostina è di preferenza localizzata nel periosto e nel PDL26, suggerendo ruoli potenziali nel mantenimento e nel rimodellamento di queste strutture. Si è scoperto che tra tutte le proteine conosciute espresse nel PDL, la periostina è quella che mostra la più grande specificità e per questa ragione è comunemente usata come marcatore per il PDL. La periostina, nel contesto parodontale, è espressa specificamente dai fibroblasti del PDL, suggerendo così un ruolo potenziale nella funzione del PDL26,33(Figura 2). Recentemente è stato sottolineato che le attività promotrici della periostina erano potenziate dalla iperespressione di Twist, risultando in una maggiore espressione di periostina in vitro35. Inoltre, in vivo, Twist e periostina sono risultati co-espressi e strettamente regolati dai cambiamenti delle forze occlusali36, elemento che ha portato i ricercatori a ritenere il Twist il fattore trascrittore della periostina. Inoltre la periostina presenta una distribuzione diversa durante il movimento ortodontico dei denti; è sovraregolata nelle aree di compressione e sottoregolata in quelle di tensione37. L’osservazione attraverso immunoelettromicroscopia del PDL maturo ha confermato la localizzazione di periostina tra i processi citoplasmatici dei fibroblasti e cementoblasti parodontali e le fibrille collageniche adiacenti38. Quindi la periostina potrebbe esercitare un controllo sulle proprietà strutturali39 e funzionali dei tessuti del PDL in condizioni di salute o di malattia. Queste scoperte suggeriscono che la periostina sia presente nei siti di interazione tra cellule e matrice, dove agisce come fattore adesivo per sostenere le forze meccaniche, incluse quelle occlusali.
Figura 2
La periostina è necessaria per la normale funzione parodontale?
Abbiamo dimostrato inizialmente l’importante ruolo della periostina nell’integrità funzionale e strutturale del parodonto40. Gli animali deficitari di periostina mostrano chiaramente gravi deterioramenti alle strutture di supporto del dente40,41. Il nostro lavoro ha dimostrato che eliminando la periostina il parodonto si deteriora rapidamente nel tempo e non è più in grado di sostenere lo stimolo meccanico fisiologico, chiarendo quindi come sia necessaria questa molecola per la funzione del PDL e, di conseguenza, per l’integrità parodontale (Figura 3). Inoltre, abbiamo mostrato come la periostina sia necessaria durante la funzione occlusale e che in caso di topi con periostina KO, il legamento parodontale non sia in grado di sostenere il normale carico occlusale fisiologico, evento che causa quindi in questo caso uno stimolo traumatico per il parodonto. Mentre la letteratura suggerisce che i traumi occlusali primari portano a una risposta adattativa dove non si genera alcuna distruzione dei tessuti di sostegno, nel caso di periostina KO lo stimolo meccanico può essere classificato come un trauma secondario che, a causa della mancanza della suddetta proteina, genera un effetto nocivo nel parodonto. Questo porta a una grave perdita di osso alveolare, a una perdita severa di CAL e a un significativo aumento dell’ampiezza dello spazio del PDL.
Figura 3
Che cosa fa la periostina nella matrice extracellulare?
La periostina interagisce con le molecole strutturali extracellulari, come il Collagene Tipo I, e le proteine di membrana cellulare, quali le integrine αvβ3 e αvβ5. Si è detto che queste interazioni matricellulari influenzano sia il comportamento della cellula che la fibrillogenesi del collagene6. Il diametro della fibra di collagene si riduce in assenza di periostina, generando un decremento nel modulo di elasticità nel KO. Inoltre, l’interazione tra periostina e αvβ5 attiva la trasduzione del segnale per la sopravvivenza cellulare. Il nostro gruppo ha dimostrato che la periostina è strettamente legata ai fasci di fibre del PDL provenienti dal cemento della superficie della radice all’osso alveolare che sostengono l’apparato di supporto del dente. Quindi, nel caso di eliminazione della periostina il parodonto si deteriora rapidamente nel tempo e non è in grado di sostenere lo stimolo meccanico fisiologico. Riassumendo, questa dimostrazione mostra il ruolo critico della proteina adattatrice matricellulare periostina come potenziale modulatore di importanti proprietà meccaniche del tessuto parodontale. È stato riportato che importanti cambiamenti molecolari avvengono durante la progressione della malattia periodontale. Livelli alterati di Transforming Growth Factorβ (TGF-β) appaiono coinvolti nella progressione della malattia parodontale42-45. Livelli ridotti di TGF- β-1nelle malattie parodontali in stato avanzato sono stati associati con attività alterate di metalloproteinasi (MMP’s) e interleuchina-1β (IL1-β)42,44. I livelli di TGF-β-1 aumentano sotto tensione meccanica e regolano l’espressione della periostina26,41,46. Queste molecole sono espresse in diversi stadi della guarigione della ferita. Riportiamo in seguito le nuove scoperte riguardanti la sua rilevanza nella funzione del PDL40,41. I nostri dati suggeriscono che il TGF-β potrebbe influenzare l’integrità del parodonto attraverso la regolazione dell’espressione e della funzione della periostina. Il rilievo della periostina in altri tessuti specializzati, come il cuore, evidenzia chiaramente la sua importanza nella riparazione, rigenerazione e guarigione dopo l’infarto miocardico. La periostina è normalmente secreta da fibroblasti del PDL in risposta a lesioni e interagisce con i ricettori di integrine su cellule target per modulare il rimodellamento cellulare e della matrice. Recentemente, con i progressi nella tecnologia e la disponibilità di modelli animali, è risultato possibile ricostruire un modello meccanicistico di patogenesi della malattia parodontale. A partire dalla eliminazione convenzionale dei geni parodontopatici “specifici”, abbiamo identificato fattori chiave che sembrano determinare la stabilità funzionale e strutturale dei tessuti di supporto del dente. I topi a cui manca l’integrina transmembrana αvβ6, una molecola espressa nell’epitelio giunzionale sano, perdono rapidamente attacco e mostrano una significativa migrazione apicale dell’epitelio sulculare, favorendo la formazione di tasche parodontali47. Questi cambiamenti sono associati a una segnalazione alterata di TGFβ-1, molecola coinvolta in numerose funzioni di regolazione, inclusi la riparazione del tessuto e il sistema immunitario. TGFβ-1 è secreto dalla cellula come un precursore latente del complesso ed è legato alla matrice extracellulare attraverso una proteina di legame detta TGFβ-1 latente(LTBP1)48. Il legame tra integrina αvβ6 e il peptide latente associato è stato implicato nell’attivazione e nel rilascio del αvβ-1 latente49,50 che invece favorisce la formazione e la maturazione della matrice extracellulare (ECM) attraverso la regolazione di MMP-8 e MMP-1342,51. L’esame dei tessuti prelevati da pazienti con malattia parodontale avanzata mostrano consistenti cambiamenti caratterizzati da un lato dalla diminuzione di TGFβ-1 e integrina αvβ 6 e dall’altro da maggiori livelli di collagenasi tissutale, gelatinasi e citochine proinfiammatorie quali IL1-β44,47,52,53. L’epitelio giunzionale durante la malattia parodontale è la prima barriera critica di tessuto che viene rotta dai batteri orali. La sua invasione stimola una robusta reazione di difesa immunologica dei leucociti all’interno dei tessuti gengivali. Tale reazione infiammatoria può essere contenuta entro questo livello oppure, in caso di individui predisposti, può progredire fino a compromettere l’integrità del PDL e dell’osso alveolare.
Figura 4
Discussione
Le malattie parodontali colpiscono gran parte della popolazione mondiale. L’identificazione delle variabili nella predisposizione genetica e il loro ruolo nell’insorgenza e nella progressione della malattia sono stati l’obiettivo di numerosi studi. Considerando le prove riportate, la periostina rappresenta un nuovo agente biologico con un significativo potenziale diagnostico e terapeutico che potrebbe migliorare la cura del paziente. Gli studi preclinici e meccanicistici attualmente disponibili nel campo della biologia parodontale hanno proposto nuove intuizioni sulla regolazione della funzione del PDL sia in condizioni disalute che di malattia. Comprendere il ruolo della periostina nel PDL aiuta a meglio definire la natura dinamica degli eventi biochimici matricellulari coinvolti nel passaggio tra salute e malattia parodontale (Figura 4). Queste informazioni contribuiscono ad aggiungere dettaglio nella descrizione degli agenti basilari coinvolti nel nuovo modello di patogenesi della malattia parodontale. Questo tipo di modello strutturale introduce geni, proteine e dati metabolici in una rete biologica dinamica che include meccanismi di inizio, di predisposizione e di soluzione della malattia. In definitiva questi dati aiuteranno la comprensione della biologia parodontale significativa per le dinamiche cellule-matrice e l’omeostasi, e quindi per nuovi percorsi di segnalazione cellulare che possano determinare la predisposizione verso la malattia parodontale ed essere sfruttati per il trattamento di tale patologia. Occorre ancora determinare nell’uomo le differenze fisiologicamente rilevanti nei livelli di periostina. Dai nostri esperimenti sugli animali, abbiamo riportato un chiaro fenotipo parodontale che si sviluppa nei topi che presentano totale mancanza di periostina (KO), mentre si sono avuti cambiamenti minori, o non si sono verificati per niente, in caso di diminuzione del 30-50% di periostina (Het). In ogni caso le osservazioni non riflettono una condizione microbica cronica come quella riscontrata nella malattia parodontale umana. Il modello proposto considera quindi solo parzialmente la questione. Tuttavia l’impossibilità di indurre la formazione di un complesso biofilm come nella parodontite umana è una limitazione dello studio. Attualmente le condizioni parodontali sono diagnosticate basandosi sulla presentazione clinica della malattia. La classificazione corrente ci guida a identificare “diverse” forme di malattia che si manifestano con una normale presentazione clinica e a dividerle in gruppi (i.e. cronica, aggressiva, necrotica ecc.). Per questo è nostra responsabilità riconoscere la complessità e l’eterogeneità di questo gruppo di condizioni. La limitazione della mancanza di una classificazione basata sull’eziologia compromette l’accuratezza di una diagnosi specifica e, quindi, l’identificazione della terapia più appropriata. Ulteriori studi dovrebbero essere mirati a identificare le condizioni determinanti della patologia, come l’espressione della periostina che può essere associata a un aumento della gravità e dell’estensione della malattia periodontale.
Ringraziamenti Gli Autori ringraziano Chris Jung per averli assistiti con la preparazione delle immagini. Questo progetto è stato supportato dal National Institute of Health/National Institute of Dental e Craniofacial Research grants NIH/NIDCR K23DE019872 (HFR).
Corrispondenza
Hector F. Rios
Department of Periodontics and Oral Medicine
University of Michigan, School of Dentistry 1011 N. University, Ann Arbor, MI 48109-1078
Tel. 734-763-3383 - Fax: 734-936-0374 - hrios@umich.edu
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Riassunto
L’evoluzione recente di materiali e tecnologie ha reso disponibili molti differenti tipi di materiali con i quali è possibile realizzare trattamenti protesici fissi. Mentre ancora pochi anni fa la maggior parte delle terapie protesiche fisse (corone, ponti, restauri su impianti) con requisiti di estetica e stabilità nel tempo erano realizzate quasi esclusivamente in metallo ceramica, attualmente sempre più situazioni cliniche presentano la possibilità di scegliere tra numerose alternative. È molto difficile al momento disporre di studi con caratteristiche adeguate per eseguire una scelta tra queste alternative basata su evidenze scientifiche. In assenza di queste ultime e in una fase di forte innovazione con altrettanto forti spinte commerciali a un utilizzo il più ampio possibile, la contemporanea valutazione critica della letteratura esistente e dell’analisi delle possibilità cliniche offerte dalle varie soluzioni può offrire alcuni criteri guida per una selezione quantomeno razionale nell’interesse del paziente.
Summary Which material is best in fixed prosthodontics today? Recent innovations in materials as well as technologies provided clinicians with many different options to choose from when dealing with fixed prosthodontic restorations. While a few years ago most of prosthodontic restorations were done with metal ceramic nowadays a growing range of clinical conditions can be treated with many different alternatives. It is really hard currently to have a real evidence based protocol to choose materials. With no available evidence and in a time of strong innovations with concurrent strong commercial pressure a critical evaluation of existing literature, with its lights and shortcomings together with an analysis of available technical options could provide clinicians with a rational help to achieve the best clinical solutions available in different conditions.
Carlo E. Poggio Adjunct Assistant Professor - Prosthodontics - University of Rochester Medical Center School of Medicine and Dentistry, Rochester, NY
Fino a pochi anni fa la maggior parte delle terapie protesiche fisse con requisiti di estetica e stabilità nel tempo erano appannaggio quasi esclusivo della metallo ceramica. Al di là della sempre più ampia applicazione di restauri di tipo conservativo con tecniche adesive e del loro impatto sulla formulazione dei piani di trattamento protesici, l’evoluzione recente di materiali e tecnologie ha portato invece alla disponibilità di molti differenti tipi di materiali con i quali è possibile oggi realizzare trattamenti protesici di tipo convenzionale (corone, ponti, restauri su impianti). I restauri in metallo ceramica sono utilizzati in campo protesico da più di cinquant’anni. Le qualità estetiche e la longevità funzionale della metallo ceramica possono essere molto variabili nella pratica clinica, ma la performance clinica del materiale è comunemente considerata molto predicibile. Dal punto di vista scientifico la sopravvivenza a lungo termine della metallo ceramica è stata stimata al 92% dopo 10 anni1 e al 75% dopo 15 anni1,2. Alla ricerca di materiali con proprietà estetiche migliori, negli anni Sessanta sono state introdotte le corone a giacca in porcellana rinforzata con allumina3, ma un’alta percentuale di fallimenti ne pregiudicò l’utilizzo su larga scala in alternativa alla metallo ceramica. Negli ultimi quindici anni numerosi sistemi alternativi alla metallo ceramica sono stati proposti4,5. Molte ceramiche rinforzate con vari materiali sono state proposte per la realizzazione di protesi con peculiarità estetiche superiori alla metallo ceramica ma con le stesse caratteristiche di affidabilità4,6. Anche materiali polimerici sono stati proposti sia per l’utilizzo in protesi fissa su denti che in protesi fissa su impianti7,8per lo più per ragioni di costo. Attualmente quindi molte opzioni sono disponibili per clinici e pazienti. A differenti materiali possono inoltre corrispondere diversi tipi di produzione e lavorazione; infatti lo stesso tipo di materiale può essere oggi prodotto e lavorato con metodiche completamente diverse e, a parità di materiale, è presumibile che il tipo di lavorazione possa comunque influire su altri parametri, quale il grado di precisione, la resistenza e la lucidabilità. In linea di principio l’utilizzo di materiali privi di metallo (cosiddetti “metal free”) dovrebbe consentire ai clinici di riprodurre meglio il colore naturale del dente; inoltre dovrebbe evitare alterazioni del colore a livello del margine gengivale, come più facilmente avviene con restauri in metallo ceramica. Nonostante un interesse sempre crescente, fatalmente accompagnato da una pressione commerciale non indifferente, esistono tuttora numerosi interrogativi su possibili controindicazioni nell’utilizzo di materiali metal free. Ovviamente per essere adatti per un utilizzo clinico routinario i risultati nel lungo periodo devono essere simili o migliori rispetto a quelli disponibili con la metallo ceramica. La valutazione delle varie alternative non può ovviamente essere di natura esclusivamente estetica. Inoltre, quello che è importante analizzare dal punto di vista clinico è che un restauro in metallo ceramica può continuare a svolgere una funzione accettabile nella bocca di un paziente anche molto tempo dopo essere diventato antiestetico: infatti l’occorrenza di problemi di natura meccanica, quali chipping o eventualmente anche fratture estese della ceramica, potrebbe compromettere l’estetica ma tutto sommato non influire sulla sopravvivenza dell’elemento restaurato. Viceversa, nel caso di materiali interamente ceramici uno dei possibili rischi è che al di là di un’obiettiva superiorità estetica, un problema meccanico di frattura possa portare al fallimento catastrofico dell’intera terapia, con la perdita dell’elemento o degli elementi restaurati. In apparenza le indicazioni all’utilizzo dei materiali metal free sono largamente sovrapponibili tra di loro e alla metallo ceramica. A parità di requisiti funzionali ed estetici la scelta dovrebbe ovviamente cadere sul materiale con caratteristiche di prognosi a lungo periodo migliori. A questa domanda dovrebbe poter rispondere adeguatamente la letteratura disponibile. Ogni anno vengono pubblicati nella letteratura internazionale “peer reviewed” molteplici studi che indagano in vitro e in laboratorio aspetti relativi alla precisione dell’accoppiamento dei manufatti protesici9-12, relativi all’adesione della ceramica di rivestimento sul substrato ceramico e a tutte le problematiche che possono indurre o facilitare fratture superficiali della ceramica di rivestimento13-16. I dati risultanti da questi studi sperimentali sono certamente di interesse, ma ovviamente un dato di laboratorio può spesso essere di difficile valutazione dal punto di vista delle ricadute cliniche. Al di là delle condizioni sperimentali controllate, che possono non corrispondere alle condizioni ordinarie della pratica clinica, differenze di valori tra diversi materiali testati potrebbero non avere in definitiva alcun tipo di rilevanza clinica. La significatività statistica su parametri misurati in condizioni di laboratorio potrebbe essere largamente al di sotto della significatività clinica. È intuitivo il fatto che informazioni di valore elevato possono derivare unicamente da studi di tipo clinico. Tuttavia è molto difficile attualmente disporre di studi clinici di caratteristiche adeguate per eseguire una scelta realmente basata su evidenze scientifiche, per quanto negli ultimi anni siano comparsi nella letteratura internazionale alcuni articoli di buon livello metodologico17,20. In assenza (o in attesa) di informazioni derivanti da adeguati trial clinici i criteri di scelta dovrebbero essere quantomeno su base razionale: non tutto quanto può essere clinicamente e tecnicamente realizzato ha infatti una razionalità sotto il profilo clinico e nell’interesse del paziente. Alcune recenti revisioni sistematiche hanno tentato di calcolare la sopravvivenza e il successo a lungo termine dei materiali metal free confrontati alla metallo ceramica21-25; tuttavia tali revisioni sistematiche per lo più utilizzano dati di studi in gran parte retrospettivi, privi di controlli e ad alto rischio di bias. È presumibile in pratica sulla base di stime esistenti che i dati derivanti da tali analisi siano decisamente sovrastimati. È noto, infatti, che studi in assenza di controlli tendono a restituire valutazioni più favorevoli rispetto a studi controllati. Tali differenze non devono necessariamente essere interpretati con “malizia”, ma alla luce di semplici e ben noti problemi di bias26 nel momento in cui la stessa persona o lo stesso team rivaluta i propri lavori clinici in assenza di un gruppo di confronto. Un primo problema metodologico nel valutare l’efficacia dei materiali in protesi fissa è quale debba essere considerato il “gold standard”, ovvero il materiale di riferimento con cui confrontare nuovi materiali. Banalmente potremmo dire l’oro; tuttavia ragioni estetiche rendono questo confronto del tutto improbabile, sebbene i dati esistenti relativi a restauri aurei siano particolarmente rilevanti27. Esiste uno studio clinico randomizzato in cui il gruppo controllo era costituito da corone singole in oro confrontate a un gruppo test di corone in zirconia17 ma si tratta di un’eccezione e attualmente il gold standard negli studi clinici controllati è a tutti gli effetti la metallo ceramica.
Possiamo sintetizzare in 3 domande i temi di interesse in questa fase di evoluzione dei materiali in terapia protesica:
possiamo abbandonare il “vecchio” per il “nuovo”?
Nuovi materiali e tecnologie hanno cambiato i nostri piani di trattamento?
Che cosa non è cambiato?
1. Situazione clinica in prima visita. La paziente riferisce decementazioni ricorrenti di corone singole in ceramica eseguite presso un collega approssimativamente un anno prima.
È importante in questa fase ricordare la differenza che esiste tra una novità (un materiale o una tecnica nuovi, che non esistevano in precedenza) e una reale innovazione (un materiale o una tecnica che portano un miglioramento con benefici tangibili nel loro campo di applicazione). È chiaro razionalmente che a fronte di molte novità in campo protesico nei decenni scorsi non tutte sono risultate nel tempo essere effettive innovazioni. La semplice commercializzazione di un nuovo prodotto indipendentemente dalle promesse del produttore (giustificate dagli investimenti affrontati in ricerca e sviluppo) deve necessariamente essere vagliata e testata razionalmente. Inoltre, l’utilizzo di materiali anche innovativi al di fuori di un preciso percorso diagnostico e terapeutico può essere destinato anziché a migliorare la terapia a creare maggiori problemi rispetto a tecniche e materiali convenzionali e già ben presenti nella routine clinica. L’accettazione di tolleranze marginali aumentate, unitamente a preparazioni non ritentive, sulla base del semplice presupposto che il materiale utilizzato è nuovo, e quindi di per sè migliore, e che la cementazione compenserà ogni possibile problema è fonte di possibili fallimenti catastrofici (Figure 1-3). La definizione di un piano di trattamento, inteso come sequenza ordinata di singole fasi terapeutiche finalizzate al raggiungimento di obiettivi terapeutici presuppone una diagnosi precisa a monte e implica una prospettiva futura sul mantenimento. Posta in quest’ottica la scelta del materiale per una ricostruzione protesica fissa dovrebbe essere parte integrante di un progetto complessivo e non applicazione indistinta dell’ultimo materiale disponibile sul mercato.
2. Situazione clinica alla rimozione delle corone, evidenti infiltrazioni a carico di tutti gli elementi dentari.3. Corone e ponte in ceramica su zirconia rimosse. L’utilizzo di materiali “nuovi” in questo caso si è rivelato un fallimento catastrofico.
Considerazioni sui materiali
Di che materiali disponiamo oggi in protesi fissa? Al di là di una trattazione ampia ed esaustiva dell’argomento ceramiche a uso dentale, che richiederebbe un’analisi tecnica estremamente complessa, in sintesi i materiali di cui più comunemente si dispone in protesi fissa sono:
metallo ceramica;
ceramiche metal free:
- ceramiche vetrose (feldspatica, disilicato di litio, leucite),
- ceramiche policristalline (ossido di allumina, zirconia);
materiali compositi (rinforzati o meno).
Metallo ceramica
Sebbene sia considerato il materiale di riferimento e sia ritenuto molto affidabile, sorprendentemente le informazioni di buon livello quanto a evidenze scientifiche disponibili su questo materiale non sono poi così abbondanti: una revisione sistematica recente che confronta survival rate di corone in metallo ceramica e in ceramica integrale mostra come esistano in realtà più studi sulle ultime che non sulle prime. Gli studi a lungo termine su restauri in metallo ceramica sono relativamente scarsi1,2. Il materiale nonostante tutto è considerato da clinici e tecnici come affidabile. La metallo ceramica è un materiale che richiede una notevole competenza odontotecnica, in particolar modo in fase di progettazione delle strutture per ottenere spessori adeguati a fornire sostegno e resistenza adeguata. La resa estetica del materiale è in funzione di una serie di parametri (spessore, posizione ecc.).
Ceramiche vetrose
Dal punto di vista prettamente protesico molti dei materiali che appartengono a questa categoria sono tuttora disponibili, ma sono stati tecnicamente superati da quelli di più recente concezione e commercializzazione. La ceramica feldspatica, a eccezione di restauri adesivi parziali dei settori frontali (veneers), non è ormai da molto tempo materiale di interesse protesico. Fra le ceramiche rinforzate il disilicato di litio, a parità sostanziale di caratteristiche estetiche, ha ormai in gran parte soppiantato gli altri materiali - quali la leucite - per superiori caratteristiche meccaniche, sempre per quanto riguarda il campo protesico. A parte le caratteristiche estetiche, l’aspetto clinico più rilevante di questi materiali è la capacità di essere mordenzati e cementati con tecnica adesiva.
Ceramiche policristalline
Le stesse considerazioni fatte per le ceramiche vetrose valgono per le policristalline: alcuni materiali sono tuttora disponibili, ma praticamente obsoleti. La zirconia a parità di caratteristiche estetiche e situazioni di applicazione ha largamente soppiantato altri materiali quali l’allumina per superiorità meccanica. Tuttavia, il settore è ancorain fase di evoluzione e le tipologie di materiali sono soggette a possibili rapidi cambiamenti. Lo stesso termine zirconia in realtà è applicato indistintamente a differenti materiali, e le stesse modalità di lavorazione sono molto diverse e tali da influire sulle caratteristiche strutturali del materiale. Attualmente, pur con tutte le considerazioni fatte, è comunque la zirconia il materiale più frequentemente oggetto di comparazione con la metallo ceramica ed è quello che più comunemente viene considerato come sua valida alternativa, con lo stesso range di applicazioni riconosciuto alla metallo ceramica. Convenzionalmente la zirconia viene annoverata tra i materiali definiti come metal free sebbene lo zirconio come elemento sia a tutti gli effetti un metallo in natura. Il comportamento meccanico caratteristico della zirconia (ossido di zirconio) tipico dei materiali ceramici è alla base di questa convenzione.
Materiali compositi
Fra i materiali metal free non è possibile non considerare i polimeri, sebbene i risultati disponibili in letteratura siano molto contrastanti. Sono stati considerati e applicati vari tipi di polimeri per restauri protesici fissi, ma la stabilità a lungo termine nell’ambiente orale appare ancora problematica, in particolar modo la resistenza all’abrasione di corone integrali è risultata molto complessa28. Considerando più in generale il contesto della ricerca e sviluppo dei materiali polimerici e plastici in campo industriale, è verosimile che in un futuro anche prossimo vi possano essere ricadute applicative importanti in ambito biomedico e specificatamente protesico.
Considerazioni sui metodi di lavorazione
Attualmente parlando di metal free e di alternative alla metallo ceramica uno dei possibili rischi è quello di identificare il termine metal free con la tecnologia CAD/CAM. Banalmente non tutta la protesi metal free è realizzata con tecnologia CAD/CAM, e non tutta la produzione CAD/CAM è realizzata con materiali metal free. Esempi molto semplici sono costituiti dalla pressofusione di corone in disilicato di litio da un lato e dalla fresatura di strutture in metallo dall’altro. Neppure il materiale zirconio può essere considerato sinonimo di CAD/CAM; sono infatti disponibili sistemi meccanici di fresatura per la realizzazione di protesi in zirconia che non prevedono alcuna fase di digitalizzazione. Infine, nemmeno il termine CAD/CAM può essere considerato in ambito odontoiatrico sinonimo di protesi, essendo associabile anche alla programmazione e alla realizzazione chirurgica implantare. Occorre pertanto essere molto precisi nell’indicazione del materiale e della tecnica di lavorazione prevista. Per il raggiungimento dei migliori risultati possibili in fase di programmazione la scelta dei materiali e delle tecniche di lavorazione deve comprendere clinico e tecnico. Quando non sia possibile coinvolgerlo fin dalle prime fasi, il laboratorio ovviamente potrà e dovrà verificare che quanto prescritto sia corrispondente al reale campo di applicazione dei materiali. Sostanzialmente i metodi di lavorazione con cui sono attualmente realizzati i principali tipi di restauri protesici fissi sono: fusione/stratificazione, fresaggio, pressofusione. Altre metodiche (per esempio, sinterizzazione) sono disponibili sul mercato ma al momento la loro diffusione è molto limitata.
Materiali stratificati vs materiali monolitici
Storicamente l’utilizzo di ceramiche è associato alla tecnica di stratificazione. Tale metodica è stata inizialmente presa dal campo della metallo ceramica e trasportata di pari passo in quello delle ceramiche integrali. La realizzazione di un core in materiale fresabile o pressofuso è comunemente associata alla stratificazione con ceramica feldspatica. La riproposizione di questo approccio dalla metallo ceramica alle ceramiche integrali è stata fonte di problemi da un lato e di soluzioni dall’altro. A fronte di fallimenti iniziali associati alla realizzazione di core privi di adeguato sostegno del materiale stratificato la riproposizione delle forme di sostegno tipiche del metallo ha consentito migliori risultati. Allo stesso tempo la riproposizione dei concetti di stratificazione su metallo con la zirconia ha posto problemi inizialmente non considerati legati alle caratteristiche termiche della zirconia, notevolmente differenti da quelle delle leghe per protesi29. Le caratteristiche estetiche e funzionali dei materiali più recenti hanno reso possibile l’utilizzo di restauri protesici monolitici,attualmente realizzabili sia con disilicato di litio che con zirconia (Figure 4 e 5).
4. Corona in zirconia monolitica, caratterizzata per pittura.5. Particolare della corona che mostra la relativa translucenza.
L’assenza di metallo rende possibile la realizzazione di restauri con caratteristiche estetiche accettabili in condizioni non ad alta valenza estetica (settori posteriori), privi degli svantaggi propri dei materiali stratificati (rischi di chipping e delaminazione). La caratterizzazione superficiale dei materiali per pittura aiuta il miglioramento dell’integrazione estetica, seppur sia destinata nel tempo a perdersi in parte. Concettualmente è possibile prevedere in futuro la realizzazione di restauri monolitici da strutture grezze con caratteristiche estetiche intrinseche differenziate nelle varie aree funzionali ed estetiche del dente che riducano la necessità di pittura superficiale con i limiti associati. Se la letteratura clinica al riguardo è tuttora pressoché inesistente30 sono disponibili alcune valutazioni di laboratorio che per comparazione con altri materiali già in uso mostrano interessanti valori di resistenza a condizioni di simulazione della fatica meccanica a cui è esposta una corona nell’ambiente orale, ad esempio per disilicato di litio monolitico31, dati interessanti con tutte le fortissime limitazioni intrinseche proprie della ricerca in vitro nella misura in cui non è ancora stata validata da adeguati studi clinici. A parte le valutazioni sulla resistenza a carichi ciclici, uno degli aspetti più delicati di restauri monolitici appare essere l’abrasività di strutture monolitiche costruite con materiali con durezza molto superiore a quella dei tessuti duri dentali; ovviamente la zirconia sotto questo profilo è il materiale sotto osservazione in questo momento. I pochi dati disponibili sembrano essere promettenti: apparentemente corone di zirconia monolitica adeguatamente lucidate sembrerebbero avere capacità abrasiva inferiore rispetto alla ceramica feldspatica32, sempre con tutte le cautele del caso essendo ancora una volta di fronte a studi esclusivamente in vitro, con condizioni sperimentali che per quanto accurate possono essere molto lontane dalle reali condizioni di utilizzo clinico. Inoltre, vista la variabilità enorme dei materiali disponibili anche all’interno della stessa categoria, le scarse conclusioni relative a un tipo di materiale non possono ovviamente essere estese a un materiale di diversa qualità. Sorprendentemente di fronte alla quasi totale assenza di informazioni scientifiche, corone monolitiche in zirconia sono commercialmente proposte per pazienti bruxisti, una scelta che se può eventualmente salvare la prognosi del restauro potrebbe tuttavia essere altamente demolitiva per elementi antagonisti naturali già abrasi, come ci si aspetterebbe di trovare in questa categoria di pazienti.
Criteri di selezione in base alla letteratura
Di che risposte disponiamo nella letteratura internazionale alla domanda: quale materiale in protesi fissa? Idealmente a fronte di un’offerta sempre crescente di letteratura sul tema dovremmo essere in grado di selezionare articoli di spessore adeguato secondo i moderni criteri di “evidence based medicine”. In realtà, ad oggi purtroppo le risposte di adeguato livello scientifico sono piuttosto limitate: il numero totale di studi clinici randomizzati che confrontano in condizioni definite le performance di differenti tipi di materiali non supera i 10, su temi differenti. Esistono numerose “revisioni sistematiche” teoricamente al vertice della piramide dell’evidenza, che per lo più includono dati derivanti da studi clinici ad alto rischio di bias. È in corso di produzione una revisione sistematica secondo i criteri definiti dalla Cochrane Collaboration33. Molta letteratura è costituita da “expert opinion” con limiti evidenti, ma talvolta con notevole lucidità (tra gli altri Heymann nel 2010 con un’editoriale sulla rivista dell’American Academy of Esthetic Dentistry, organizzazione tutt’altro che affetta da pregiudiziali contro la diffusione dei materiali ceramici, dal titolo assolutamente auto-esplicativo: “A Metal-Free Practice is a Brain Free Practice”, Uno studio dentistico metal free è uno studio privo di cervello34). Esistono anche alcune expert opinion molto didattiche e razionalmente ben costruite nelle quali tuttavia il focus è esclusivamente sulle migliori qualità estetiche del materiale esaminato35. Quali sono le indicazioni che derivano da una valutazione complessiva delle principali revisioni sistematiche sul tema4, 21, 22, 24, 25,36-38? Alcune delle conclusioni appaiono essere piuttosto ottimistiche: “Evidence from many clinical studies suggests that clinicians may choose from any all-ceramic system on the basis of patients’ esthetic needs for veneers, intracoronal restorations and full-coverage restorations for single-rooted anterior teeth. Only a few systems have been successful for the restoration of molars, and additional clinical factors such as adequate preparation depth and cementation can outweigh materials considerations”. Quindi, secondo Della Bona vi sono evidenze scientifiche che consentono ai clinici di scegliere indistintamente fra qualsiasi tipo di materiale ceramico per quanto riguarda restauri anteriori, mentre solo alcuni sistemi sono utilizzabili nei settori posteriori. Interessante peraltro come sia sottolineato che nei settori posteriori fattori quali preparazione e cementazione possano superare per rilevanza il fattore materiale36. Due revisioni collegate tra di loro a opera di Pjetursson e Sailer21,22su corone singole e ponti sono molto favorevoli nelle conclusioni, indicando sostanzialmente una quasi sovrapponibilità con i restauri in metallo ceramica quanto a sopravvivenza e successo. Dal punto di vista metodologico, tuttavia, il modo in cui sono assemblati i dati da studi differenti presenta grossi limiti metodologici, tra l’altro talora si riscontra anche una non corretta corrispondenza tra quanto riportato e i dati degli studi originali. Schley nel 2010 propone un lavoro metodologicamente più accurato, sebbene sia limitato alla sopravvivenza di restauri in zirconia25. Anche le conclusioni di questa revisione sono più prudenti di quelle di altre (sebbene il materiale disponibile quanto a studi primari sia sostanzialmente sempre lo stesso): “The survival rates of zirconia-based short-unit FDPs are promising. However, an important improvement of the veneering systems is required, and for FDPs with more units in function, further randomized, controlled clinical trials are necessary.“ Il tema del chipping e dei rischi relativi a complicanze meccaniche è in questo caso correttamente puntualizzato. Gran parte dei limiti presenti nella letteratura attuale risiedono nella metodologia degli studi clinici disponibili, nonostante posizioni critiche come quelle espresse da Kelly tendano a giustificare l’utilizzo di dati da studi non randomizzati37: “Review of the Cochrane analysis raised concerns that RCT protocols, as developed for typical medical studies, may not sufficiently stratify confounding variables (patient, practitioner, material) when treatment outcomes are primarily prosthesis- or material-based vs being patient based (e.g., as in fracture).” Lo studio clinico randomizzato resta il gold standard per valutare l’efficacia di una terapia e come è stato negli ultimi anni in ambito implantare e parodontale è presumibile e auspicabile che anche nel settore protesico si affermi come standard di riferimento della ricerca clinica. Se analizziamo esclusivamente gli studi clinici randomizzati che hanno testato differenti materiali protesici possiamo trarre alcune informazioni interessanti17-20. Innanzitutto i risultati dei confronti sono comunque sempre incoraggianti; in secondo luogo è interessante rilevare anche nei gruppi di controllo (quelli considerati come gold standard) il verificarsi di problemi (chipping del rivestimento, decementazioni). La randomizzazione consente di analizzare il reale impatto del materiale sul risultato della terapia: una classica critica degli studi randomizzati in odontoiatria è che non siano particolarmente validi in quanto non sempre gli operatori arruolati nello studio sono a un livello di eccellenza. Nel momento in cui un materiale è testato da clinici con competenze “medie”, non solo “eccellenti”, carenze e abilità si distribuiranno in modo randomizzato su trattamenti test e controllo. Questo significa, in definitiva, possibilità di esportare i dati raccolti al mondo della clinica in generale con molta più reale rispondenza rispetto a studi non controllati effettuati da clinici eccellenti su campioni di pazienti selezionati e del tutto distanti da una realtà clinica globale molto più ampia.
Criteri di selezione in base alla clinica
Nel momento in cui ci si trova a scegliere un materiale per restauri protesici i parametri da considerare sono molteplici, difficilmente schematizzabili in una flowchart o in un albero decisionale. Nella Tabella 1 sono riportati i dati di un Consensus in occasione del Closed Meeting dei Soci Attivi AIOP nel 2009. La Tabella riporta le situazioni cliniche nelle quali sono considerati applicabili 5 tipi di restauri in ceramica integrale. Nella Tabella 2 sono elencati una serie di parametri di valutazione per la scelta del tipo di materiale, grosso modo in ordine di gerarchia. In una categoria a parte, antecedente ai criteri successivi, sono le aspettative del paziente: è ovvio che la selezione di un materiale più estetico a discapito della prognosi del restauro è del tutto sconveniente, ma se fosse l’unico criterio nei settori posteriori dovremmo per assurdo utilizzare esclusivamente corone fuse in oro. Utilizzando questo come unico parametro anche solo la realizzazione di una superficie occlusale in ceramica in una corona in metallo ceramica potrebbe essere considerata azzardata per l’introduzione, oltre a quelli di infiltrazione e de cementazione, anche del rischio di chipping e delaminazione. La corretta valutazione delle aspettative del paziente è un criterio fondamentale per la realizzazione della cosiddetta “alleanza terapeutica” dentista-paziente. È ovvio che le aspettative siano largamente soggettive, in particolare per quanto riguarda l’estetica, ma è anche prevedibile che l’impatto estetico di un restauro protesico sia osservato in modo differente tra un singolo elemento nel settore anteriore in un paziente con dentatura per il resto integra o in un paziente con edentulie multiple da trattare associate a patologie dentali e parodontali estese. Nella Tabella 3 sono indicati i criteri di scelta specifici dei tre materiali di più comune utilizzo. Si tratta ovviamente di una “personal opinion” basata su una serie di valutazioni razionali e cliniche applicate a un contesto clinico specifico. Le valutazioni sono ovviamente legate a esperienza personale e soggette a modificazioni in funzione di cambiamenti dei materiali. Lo spazio per l’utilizzo di metallo ceramica è tuttora ampio. Esistono condizioni nelle quali in assenza di requisiti o richieste estetiche specifiche da parte del paziente la conoscenza del comportamento a lungo termine della metallo ceramica comunque non dovrebbe lasciare spazio a incertezze, in particolar modo quando non si pongono problemi relativi a spessori.
Fasi cliniche
Preparazione degli elementi
La scelta del tipo di preparazione, in particolar modo della geometria del margine di chiusura, è uno dei parametri che deve essere considerato preliminarmente in funzione delle scelte del piano di trattamento. Le preparazioni dentali prive di una linea di finitura netta sono state definite nel tempo in molti modi differenti: a lama di coltello, a finire ecc. Nella letteratura anglosassone i corrispondenti termini sono knife edge, feather edge, o shoulderless38. In generale possono essere definite preparazioni verticali in contrasto con le cosiddette preparazioni orizzontali (spalle e chamfers). Le preparazioni di tipo verticale richiedono la realizzazione di un margine assottigliato del restauro, definito appunto a lama di coltello. Una delle indicazioni più comuni all’utilizzo di preparazioni a finire è la realizzazione di monconi protesici su denti con problemi parodontali39. In questa situazione clinica è comune un certo grado di recessione del margine gengivale, pertanto una preparazione con un margine di finitura di tipo orizzontale richiederebbe la rimozione di una quantità notevole di sostanza dentale. In teoria la preservazione del maggior quantitativo possibile di sostanza dentale, come è possibile utilizzando preparazioni verticali, dovrebbe essere un’alternativa meno invasiva rispetto all’utilizzo di preparazioni con margine di chiusura orizzontale. Questo concetto, vero per denti con gravi lesioni parodontali, dovrebbe valere anche in condizioni cliniche quali denti trattati endodonticamente, denti vitali in individui giovani o affetti da carie nel terzo cervicale della corona clinica40. Inoltre, test in vitro hanno misurato aperture marginali minori per le preparazioni verticali rispetto a quelle orizzontali41. Dal punto di vista parodontale sono stati storicamente affermati in passato, anche con molta enfasi, vantaggi delle preparazioni orizzontali rispetto a quelle verticali42,43 che non sono però mai stati dimostrati clinicamente. A parità di altri parametri (in primis, precisione) nessuna differenza nello stato di salute dei tessuti parodontali adiacenti è riconducibile a differenze nella geometria del margine44 (ovviamente confrontando un’imprecisa chiusura verticale con una precisa chiusura orizzontale o viceversa la miglior integrazione marginale sarà sempre legata alla maggior precisione). Allo stesso tempo studi sperimentali hanno mostrato che istologicamente non sia rilevabile nessuna differenza di salute parodontale tra diversi disegni geometrici di margini protesici. Infine, la presenza di margini protesici in denti restaurati con margini a finire non ha mostrato differenze di salute parodontale tra i denti protesizzati e quelli naturali in un campione di pazienti parodontali45. Sgombrato il campo da illazioni di natura biologica, storicamente il limite delle chiusure verticali nella metallo ceramica è sempre stato sotto il profilo estetico la necessità di mantenere un margine di chiusura metallico non ricoperto da ceramica. Tale margine - anche se ridotto a valori di 0.2mm in senso apico coronale e collocato a livello del solco - ovviamente limita l’utilizzo di questo tipo di chiusure in situazioni ad alta valenza estetica. Margini protesici a lama di coltello in zirconia sono stati testati in studi in vitro43,46,47. Sono stati rilevati valori significativamente più alti di carico di rottura su coping in zirconia con margini a lama di coltello rispetto a coping in zirconia con margine a chamfer46. Inoltre, quando è stato misurato il carico di rottura di corone in zirconia su preparazioni a finire non sono state rilevate differenze significative rispetto a corone su preparazioni a spalla ed è risultato un carico significativamente maggiore che su corone con margini a chamfer, chamfer profondo e spalla con bisello43. Il valore assoluto di apertura marginale con preparazioni a finire è risultato significativamente più basso di quello ottenibile con chamfer, spalla e minichamfer47.
6. Integrazione tissutale di corone in ceramica su zirconia con margini a finire 6 anni dopo la cementazione.
La letteratura internazionale ha visto recentemente pubblicati studi clinici su restauri in zirconia con margini a lama di coltello40,48,49. Nonostante raccomandazioni di utilizzo relative a margini a chamfer o spalla, attualmente alla luce degli studi sperimentali e clinici disponibili l’utilizzo di margini in zirconia a lama di coltello appare del tutto compatibile con risultati clinici ottimali (Figura 6). Come per molti altri aspetti del tema, ulteriori studi clinici controllati saranno utili per più approfondite valutazioni.
Impronte
Attualmente sono disponibili oltre a metodiche di impronta convenzionale anche sistemi di impronta digitali. Come già sottolineato anche in questo caso è utile ricordare come si tratti di una metodica finalizzata all’ottenimento di un risultato preciso (riproduzione fedele dell’anatomia dei tessuti duri e molli) in un contesto clinico. La valutazione di vantaggi e svantaggi di un approccio di tipo digitale dovrebbe superare le promesse relative alla commercializzazione. Se è certamente allettante l’idea di un flusso di lavoro interamente digitale, soprattutto con materiali lavorabili in tecnica CAD/CAM, è fondamentale che anche in questo caso la novità sia realmente fonte di miglioramento e di semplificazione. Indipendentemente dal tipo di materiale, i criteri di base di un’impronta di precisione in protesi fissa restano invariati. La fedele riproduzione di tutte le porzioni delle preparazioni, in particolar modo la regione intrasulculare che deve essere adeguatamente evidenziata tramite retrazione, è fondamentale. In prospettiva, le possibilità offerte da sistemi di impronta ottica sono molto promettenti; tuttavia ad oggi nonostante una buona precisione documentata in ricerche di laboratorio, anche superiore sulla carta a quella delle impronte convenzionali, l’adozione di questi sistemi appare rallentata dalla persistente complessità nella gestione del flusso informatico di dati tra studio, laboratorio, centro di elaborazione/lavorazione oltre che dal costo ancora elevato dei sistemi. Certamente il rapporto costi benefici è destinato entro breve a modificarsi notevolmente rispetto alle tradizionali strutture in metallo ceramica la prova delle strutture in ceramica consente minori margini di intervento; infatti se sulle strutture metalliche in fase di prova sono possibili numerosi adattamenti a livello di eventuali frizioni - o pensiamo anche alla possibilità di costruire in sezioni separate e poi saldare strutture e al limite anche tagliare e
7. Verifica della precisione ottenibile con strutture in zirconia in fase di prova.
modificare solo porzioni di strutture metalliche - con i materiali ceramici sostanzialmente molto poco può essere fatto ed è necessario porre molta attenzione nel non eseguire procedure che possano iniziare crepe a livello sub-critico destinate a indebolire nel tempo la resistenza meccanica del restauro. L’utilizzo di rilevatori adeguati, con un buon contrasto cromatico rispetto alle strutture da provare, consente di identificare e rimuovere eventuali grossolane aree di frizione. Quando possibile tali aree possono essere modificate a carico della struttura dentale (Figura 7).
Cementazione
Le procedure di cementazione dei materiali ceramici disponibili possono ovviamente essere di tipo adesivo o non adesivo50,51. La cementazione adesiva implica l’utilizzo di un agente che migliori il legame del materiale protesico al tessuto dentale di supporto, ottenendo una combinazione di legame di tipo chimico e di interazione micromeccanica. La cementazione non adesiva o convenzionale implica la sola presenza di un sigillo dello spazio tra il restauro e il substrato e in pratica fa affidamento solo sulla ritenzione meccanica del restauro e su quella micromeccanica dovuta all’interazione tra cemento e superfici del restauro e del substrato. È ovvio che a secondo delle situazioni le due procedure non siano equivalenti, ma funzionali a una serie di parametri (tipo di ceramica, morfologia della preparazione, possibilità di isolamento del campo nel momento della cementazione). Vi sono situazioni nelle quali ceramiche ad alta resistenza non necessitano ovviamente di un legame ulteriore di tipo chimico; tuttavia la possibilità di una cementazione adesiva anche per un materiale quale la zirconia sarebbe senz’altro vantaggiosa in condizioni di scarsa o assente ritenzione meccanica. Inoltre idealmente la presenza di un legame di tipo chimico tra restauro e substrato dovrebbe migliorare la resistenza a lungo termine alla fatica e alle infiltrazioni nell’ambiente orale. Se per la cementazione adesiva delle ceramiche a base di silice esistono procedure in linea di principio definite e univocamente accettate che consentono con prevedibilità l’ottenimento di un forte legame basato sull’adesione chimica tra cemento e ceramica tramite silanizzazione e sulla microritenzione meccanica creata dall’irruvidimento superficiale, più complessa è la situazione per le ceramiche ad alta resistenza. In particolare, per la zirconia sostanzialmente l’adesione chimica previa silanizzazione non è realizzabile e il trattamento con i mordenzanti convenzionalmente usati su ceramica non è in grado di creare un sufficiente irruvidimento. Numerosi trattamenti sono stati proposti, dalla silicatizzazione all’utilizzo di sabbiatrici per irruvidire la superficie interna del restauro, ma vi sono molte controversie al riguardo per il rischio che quelli eccessivamente aggressivi possano determinare l’iniziazione di crepe nella struttura del restauro. Attualmente non vi è univocità nelle raccomandazioni cliniche sulla cementazione di zirconia; sono considerate indispensabili un’accurata detersione del restauro52, che risulta essere meglio ottenuta tramite una sabbiatura a bassa pressione piuttosto che con l’utilizzo di decontaminanti chimici o mordenzanti. Test in vitro suggeriscono un aumento della resistenza con l’utilizzo di primer specifici53, ma in ogni caso i principi di ritenzione meccanica convenzionali devono essere ben rispettati. Tornando alle ceramiche mordenzabili, fatti salvi alcuni principi fondamentali è essenziale il rispetto delle prescrizioni fornite dai produttori dei materiali e dei cementi, in particolar modo relativamente alla durata del trattamento con mordenzante, alla concentrazione dello stesso e a ogni successiva fase.
Abutment implantari:
criteri di scelta Tralasciando l’utilizzo di impianti interamente ceramici, per quanto riguarda le strutture di connessione tra corone o ponti e impianti sono ormai disponibili da molti anni monconi interamente in ceramica o in ceramica con base in metallo. La presenza di una porzione transmucosa non metallica dovrebbe teoricamente agevolare il raggiungimento di una migliore integrazione estetica del restauro a supporto implantare. In realtà vi sono situazioni nelle quali non è possibile distinguere clinicamente tra la presenza di un moncone di tipo metallico e uno ceramico: è il caso, per esempio, dei settori posteriori dove la prudenza sconsiglia l’utilizzo di monconi in ceramica con certamente rischi aumentati di cedimento della struttura rispetto ai tradizionali monconi metallici, ed è anche il caso dei pazienti con biotipo parodontale spesso e/o linea del sorriso bassa. Certamente nelle situazioni cliniche del settore estetico, linea del sorriso alta o biotipo sottile, la possibilità di ottenere una miglior integrazione estetica può superare i rischi associati a fratture della struttura o allentamenti delle viti. In tema di evidenze scientifiche attualmente i monconi in zirconia hanno mostrato risultati sovrapponibili a quelli metallici fino a 36 mesi di distanza54-56.
8. Paziente adulta affetta da parodontite cronica grave estesa a tutti gli elementi delle due arcate. In particolar modo sono presenti lesioni di grado 3 a carico delle forcazioni di tutti i molari. Situazione clinica iniziale.
Materiali compositi
L’utilizzo di materiali compositi a fini protesici (restauri indiretti di corone e ponti) appare controverso fondamentalmente dal punto di vista della resistenza all’abrasione di natura occlusale e per quanto riguarda la mantenibilità di superfici adeguatamente lucide e non ritentive per la placca batterica nel lungo periodo, in particolar modo in presenza di spessori sottili. Per quanto riguarda la realizzazione di corone singole in polimeri in antagonismo a dentatura naturale, attualmente i risultati clinici non consentono di classificare questo tipo di restauri come a lungo termine, in particolar modo per l’entità di abrasione rilevata. Diverso il problema per restauri in polimeri in antagonismo tra di loro, come nel caso di riabilitazioni supportate da impianti in pazienti edentuli trattati con protesi fissa. I materiali compositi presentano caratteristiche molto interessanti e probabilmente lo sviluppo della scienza porterà a nuovi sviluppi di interesse odontoiatrico nei prossimi anni7,8,28.
Esempi di applicazioni
A scopo dimostrativo dei concetti espressi sono esposti 4 trattamenti protesici estesi, ognuno realizzato con i differenti materiali di cui si è trattato e sulla base dei criteri di scelta razionali descritti. Per ragioni di sintesi saranno descritte solo le fasi protesiche più significative di ciascun trattamento.
9. Esame radiografico iniziale.10. Situazione clinica al momento delle impronte definitive. Dopo valutazione complessiva delle varie alternative e considerando il progressivo peggioramento riscontrato nonostante mantenimento trimestrale è stato sviluppato un programma mirante alla eliminazione degli elementi con prognosi parodontale infausta, unitamente a protesizzazione e chirurgia osteoresettiva con preservazione delle fibre degli elementi giudicati mantenibili.
11. Situazione clinica al momento delle impronte definitive.
Paziente 1
Paziente adulta affetta da parodontite cronica grave estesa a tutti gli elementi delle due arcate. In particolar modo sono presenti lesioni di grado 3 a carico delle forcazioni di tutti i molari (Figure 8 e 9). La paziente è in terapia di mantenimento da anni, ma negli ultimi tempi presenta episodi ricorrenti di ascessi nei settori posteriori e progressiva apertura di diastemi in quelli anteriori.
12. Situazione clinica al momento delle impronte definitive. Particolare arcata superiore.13. Situazione clinica al momento delle impronte definitive. Particolare arcata superiore.
Dopo valutazione complessiva delle varie alternative e considerando il progressivo peggioramento riscontrato nonostante il mantenimento trimestrale è stato sviluppato un programma mirante alla eliminazione degli elementi con prognosi parodontale infausta, unitamente a protesizzazione e chirurgia osteoresettiva con preservazione delle fibre degli elementi giudicati mantenibili. Il trattamento è stato completato protesicamente con un’unica arcata in metallo ceramica nel superiore e ponti, sempre in metallo ceramica, nei settori posteriori (Figure 10-16).
14. Prova delle strutture metalliche.
16. Protesi definitiva in metallo ceramica.
Paziente 2
Paziente adulta con precedenti restauri protesici su quasi tutti gli elementi dell’arcata superiore e nei settori posteriori di quella inferiore. Recessione gengivale a carico di 23 (Figura 17). Per esigenze estetiche espresse dalla paziente si è provveduto a sostituire i vecchi restauri con corone singole in ceramica su zirconia, previa correzione dei problemi dentali e parodontali rilevati all’esame clinico (Figure 18-24).
17. Paziente adulta con precedenti restauri protesici su tutti gli elementi dell’arcata superiore e nei settori posteriori di quella inferiore. Situazione clinica iniziale.18. Situazione clinica al momento delle impronte definitive.
19. Particolare della progettazione delle corone.20. Corone realizzate secondo la progettazione CAD.
21. Prova delle strutture in zirconia.22. Prova delle strutture in zirconia.
23. Protesi definitiva in ceramica su zirconia. Si è provveduto a sostituire i vecchi restauri con corone singole in ceramica su zirconia, previa correzione dei problemi dentali e parodontali rilevati.
25. Paziente adulta con erosioni di entità severa, di origine chimica, aggravate dall’abrasione di natura occlusale conseguente al carico funzionale su superfici in dentina esposta. La paziente lamenta la progressiva perdita di funzione e la “scomparsa” dei denti. Le erosioni interessano oltre alla superficie occlusale di tutti gli elementi anche porzioni vestibolari e palatali degli stessi. Situazione clinica iniziale.
Paziente 3
Paziente adulta con erosioni di entità severa, di origine chimica aggravate dall’abrasione di origine occlusale conseguente al carico funzionale su superfici in dentina esposta. La paziente lamenta la progressiva perdita di funzione e la “scomparsa” dei denti (Figura 25). Le erosioni interessano oltre alla superficie occlusale di tutti gli elementi anche porzioni vestibolari e palatali degli stessi. In considerazione di tale estensione si è optato per ricostruzione degli elementi con corone singole in ceramica mordenzabile che hanno consentito il collocamento dei margini tra restauri e tessuto dentale (smalto) in posizione intrasulculare (Figure 26-32).
28. Particolare della realizzazione delle corone per pressofusione.29. Prova delle strutture in disilicato monolitico nei settori posteriori e stratificato negli anteriori.30. Prova delle strutture in disilicato monolitico nei settori posteriori e stratificato negli anteriori.
31. Protesi definitiva in ceramica su disilicato nei settori anteriori e in disilicato monolitico in quelli posteriori. In considerazione dell’estensione della perdita di sostanza dentale si è optato per la ricostruzione degli elementi con corone singole in ceramica mordenzabile che hanno consentito il collocamento dei margini tra restauri e tessuto dentale (smalto) in posizione intrasulculare.32. Protesi definitiva in ceramica su disilicato nei settori anteriori e in disilicato monolitico in quelli posteriori.
33. Paziente adulta con precedenti restauri protesici mobili nell’arcata superiore e inferiore. Situazione clinica iniziale.34. Protesi definitive pronte per essere consegnate. È stata eseguita una procedura di carico immediato delle due arcate e successivamente, a integrazione avvenuta, sono state realizzate protesi fisse in polimeri su struttura metallica.
Paziente 4
Paziente adulta con precedenti restauri protesici mobili nell’arcata superiore e inferiore (Figura 33). È stata eseguita una procedura di carico immediato delle due arcate e successivamente a integrazione avvenuta sono state realizzate protesi fisse in polimeri su struttura metallica (Figure 34-37).
35. Protesi definitive pronte per essere consegnate.36. Protesi definitiva in polimeri su metallo.
Conclusioni
La diffusione crescente di nuovi materiali e tecnologie in campo protesico crea prospettive estremamente interessanti per l’evoluzione futura della terapia protesica. Se come abbiamo visto molte delle applicazioni delle tecniche più tradizionali quali la metallo ceramica restano lo standard di riferimento tuttavia vi sono un numero crescente di settori in cui i materiali ceramici hanno affiancato e del tutto sostituito metodiche per lungo tempo incontrastate. La scelta del tipo di materiale con cui effettuare un restauro protesico fisso è oggi un tema estremamente aperto e in rapida evoluzione. Certamente la selezione del materiale più idoneo deve essere parte di una programmazione più ampia e rientrare necessariamente all’interno del piano di trattamento complessivo. È del tutto irrazionale una selezione effettuata in modo disgiunto o in coda alla realizzazione del piano di trattamento. Sotto questo aspetto l’approccio al piano di trattamento complessivo resta una chiave di volta per una pratica clinica se non basata su evidenze scientifiche, spesso purtroppo non disponibili per ogni step terapeutico, quantomeno razionalmente guidata. Un’accurata valutazione diagnostica che parta da anamnesi, aspettative e richieste del paziente, tenga in conto contesto biologico, adeguatezza del controllo di placca e possibilità di controllo di eventuali fattori di rischio occlusali resta una procedura del tutto insostituibile. L’evoluzione in corso nel panorama protesico fa sì che le nostre possibilità di scelta nell’interesse del paziente siano enormemente aumentate, così come le nostre responsabilità nell’individuare un piano di cura adeguato.
Ringraziamenti Un ringraziamento al sig. Roberto Bonfiglioli per la parte odontotecnica e al
dr. Riccardo Dosoli che ha collaborato alla realizzazione clinica.
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