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Nuove prospettive nella valutazione della qualità ossea

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La bone mineral density (BMD) si configura come indicatore principale della qualità ossea sin dal 2000, quando venne proposto a questo scopo dal National Institutes of Health (NIH). La qualità ossea si definisce come “la somma delle caratteristiche del tessuto osseo che ne influenzano la resistenza alle fratture” ed è pertanto un elemento indipendente dalla BMD. Ciò è stato dimostrato anche dal punto di vista fisico-matematico: un aumento del dato di BMD, infatti, non implica un aumento proporzionale della resistenza alla frattura.

Successivamente, sono stati introdotti ulteriori parametri giudicati potenzialmente utili nella valutazione clinica della stessa qualità ossea.

Una prima promettente opzione è rappresentata dalla valutazione qualitativa del collageno tipo I, citotipo fondamentale del tessuto osseo. Ciò prende spunto sulle osservazioni compiute sull’osteogenesi imperfetta, condizione in cui la proteina risulterebbe mutata nel 90% dei casi. Si osserverebbe anche un legame tra l’entità della mutazione e la gravità della patologia.

Apatite biologica (BA): valutazione della qualità ossea e dei materiali in genere

La scienza dei materiali, disciplina di estremo interesse in ambito odontoiatrico, riconosce l’importanza della consistenza e dell’orientamento cristallografici nel determinare le caratteristiche meccaniche e funzionali di prodotti anche molto diversi tra loro: metalli, ceramiche, polimeri. I cristalli di BA, esagonali, mostrano un’anisotropia più spiccata rispetto alla forma cubica. Gli studi di diffrattometria hanno dimostrato che l’asse dei suddetti cristalli di BA segue, con le relative fibre collagene (la matrice forma, nel complesso, un nanocomposito), un orientamento che riflette la meccanica dell’osso. Le prime osservazioni cliniche sono state compiute nella rigenerazione del tessuto osseo dell’ulna di coniglio. Oggi è accertata la stretta correlazione con la qualità ossea. L’obiettivo è attualmente la messa a punto di un modello di esame non invasivo, da impiegare sul paziente: l’opzione più recente al vaglio prende in esame la risposta del tessuto – o meglio di gruppi di cristalli a diverso orientamento) agli ultrasuoni. Alcuni Autori obiettano però che l’osso sottoposto a carico implantare non ricalchi il modello di distribuzione a cui si è fatto riferimento. In Giappone sarebbe prossimo all’introduzione un impianto dotato di una filettatura studiata appositamente per seguire un modello a stress minimale.

Un’ultima metodica di valutazione interessa gli osteociti. È stato appurato che queste cellule non si limitano a rispondere passivamente alla variazione dei carichi a livello osseo, mostrando invece una sensibilità ad essi. Gli osteociti svolgerebbero quindi una funzione da meccanocettori: il funzionamento di tale sensibilità non è ancora del tutto chiarito e potrebbe variare da ossa lunghe a corte. Tuttavia, queste scoperte potrebbero rivoluzionare in futuro la diagnostica delle osteoporosi, così come la risposta terapeutica, per esempio, ai bifosfonati.

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