Bifosfonati e denosumab: quali farmaci provocano maggior rischio di necrosi?

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I bifosfonati, farmaci largamente diffusi, impiegati soprattutto per il trattamento delle osteoporosi e di patologie tumorali primitive e secondarie a carico dell’osso, sono da tempo oggetto di particolare attenzione da parte dell’odontoiatra. Questo perché, l’uso di queste molecole, che si legano al tessuto osseo, può favorire, principalmente a seguito di procedure di chirurgia orale, l’insorgenza di una complicanza potenzialmente grave, l’osteonecrosi dei mascellari.

Al fine di prevenire tale patologia, sono stati codificati protocolli dedicati di gestione clinica e profilassi farmacologica (antibiotica principalmente) di questi pazienti, che nella maggior parte dei casi sono donne di età medio-avanzata.

A fianco dei bifosfonati, più recentemente, sono state introdotte ulteriori molecole che non fanno propriamente parte della stessa classe, ma che sono dotate delle medesime indicazioni. Alcune di queste sono, a loro volta, in grado di indurre la complicanza. Per questo motivo, attualmente, alla definizione di bisphosphonate-related osteonecrosis of the jaws (BRONJ), è da preferire la più ampia medication-related osteonecrosis of the jaws (MRONJ).

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Una delle principali alternative ai bifosfonati è rappresentata dall’anticorpo monoclonale denosumab, per il quale ci si attende verosimilmente un incremento dell’uso, in virtù del suo profilo favorevole, soprattutto per quanto riguarda la nefrotossicità, rispetto allo zolendronato. D’altra parte, è stata comunque documentata l’esistenza della denosumab-related osteonecrosis of the jaws (DRONJ).

Recentemente, una revisione sistematica internazionale, condotta principalmente presso l’Universidad Complutense di Madrid, si è proposta di confrontare bifosfonati e denosumab per quanto riguarda incidenza, risk ratio e prognosi dell’osteonecrosi dei mascellari.

La ricerca è stata condotta sulle banche dati SCOPUS, MEDLINE, Web of Science, CENTRAL e WHO ICTRP, aggiornate al maggio 2019. Partendo da un pool di più di mille record, sono stati selezionati 32 full text: di questi, 8 sono stati portati alla valutazione qualitativa e, infine, 6 alla metanalisi. Per correttezza, va precisato che si tratta esclusivamente di lavori di ambito oncologico, in cui zolendronato e denosumab sono stati somministrati a pazienti affetti da tumori o metastasi a livello osseo.

Gli studi inclusi nella metanalisi coprono un campione totale di 13.857 pazienti, suddivisi in due gruppi praticamente equivalenti (quindi poco meno di 7000 pazienti ciascuno) a seconda del trattamento.

L’incidenza dell’osteonecrosi è stata valutata a 1, 2 e 3 anni dalla somministrazione, sono stati calcolati i rispettivi risk ratio e, infine, sono state confrontate le prognosi.

L’incidenza della BRONJ è risultata compresa tra 0.4 e 1.6% a un anno, quindi 0.8-2.1% a 2 anni, infine 1.0-2.3% a 3. L’incidenza della DRONJ risulta invece di 0.5-2.1% a un anno, 1.1-3.0% a 2, 1.3-3.2% a 3.

Il dato relativo all’incidenza è da reputarsi il più interessante, in quanto tale differenza è risultata statisticamente significativa. Non risultano invece differenze significative per quanto concerne risk ratio e prognosi. Il rischio di osteonecrosi da denosumab è da reputarsi, dunque, importante almeno quanto quello legato ai classici bifosfonati e obbliga, perciò, i clinici all’adozione di metodiche preventive altrettanto rigide.

Riferimenti bibliografici
Bifosfonati e denosumab: quali farmaci provocano maggior rischio di necrosi? - Ultima modifica: 2020-05-04T07:21:34+00:00 da redazione

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