Tasso di sopravvivenza e fattori predittivi nel trattamento protesico del dente vitale

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La realizzazione di una corona protesica rappresenta sovente l’unica soluzione clinica per salvare un elemento estensivamente indebolito dalla malattia cariosa. La protesizzazione di un dente non ne impedisce necessariamente il mantenimento della vitalità, la quale può tuttavia essere facilmente messa a rischio per irritazione della polpa. La preparazione del dente, infatti, comporta necessariamente l’esposizione di tubuli dentinali. Il calore generato dai manipoli ad alta velocità può danneggiare direttamente il tessuto pulpare. Le conseguenze dell’esposizione possono essere prolungate nel caso in cui la corona provvisoria non assicuri un fit e una sigillatura ottimali. Ulteriori cause di irritazione sono la disidratazione dei tessuti, l’impiego di alcuni cementi, oltre che problematiche indipendenti dalla vera e propria indicazione al restauro (trattamenti conservativi ripetuti, microcrack dentinali, problemi parodontali).

Per le ragioni sopra considerate, è importante fornire al paziente proposte cliniche il più possibile predicibili in termini di durata, riducendo il rischio di pulpite irreversibile e sequele necrotiche. Tali complicanze, infatti, comportano la necessità reintervenire precocemente, portando a un danno economico, oltre che biologico.

Recentemente, lo studio retrospettivo di Yavorek e colleghi, pubblicato su Journal of Endodontics, ha sondato il database di un ente assicurativo sanitario del Wisconsin, nell’intento di determinare il survival rate della corona su dente vitale e, possibilmente, di riconoscere i possibili produttori tra variabili come età del paziente, elemento interessato e materiale protesico.

La ricerca ha coperto il periodo compreso tra 1 gennaio 2008 e 31 dicembre 2017. Il campione totale risulta pari a 88409 pazienti, che hanno ricevuto corone metalliche (8.97%), in metallo-ceramica (49.64%) o in materiale all-ceramic (41.40%).

Il survival rate complessivo a 9 anni è risultato pari al 90.41%. In altre parole, un elemento su 10 è andato incontro, nel tempo, a complicanze che ne hanno comportato la perdita della vitalità. La terapia canalare è risultato essere il trattamento al quale più facilmente tali elementi sono andati incontro (nel 72.41% dei casi), rispetto a estrazione (22.19%), ritrattamento e apicectomia (5.40% insieme).

Le corone interamente metalliche mostrano un hazard ratio di 0.73 (ovvero un tasso di rischio inferiore del 27%) rispetto alle corone in metallo ceramiche. Le corone in ceramica integrale evidenziano invece un hazard ratio leggermente superiore (1.09). Posto che le corone interamente metalliche sono state gradualmente abbandonate (come evidenziato dalla mole ridotta di restauri di questo tipo) in virtù dei limiti estetici, l’andamento non sarebbe correlato tanto al materiale in sé, quanto alla quantità di struttura dentale rimossa sulla base del materiale stesso.

In ultima analisi, l’età risulta essere un fattore predittivo. Il tasso di sopravvivenza sale con l’aumentare dell’età: ai 50 anni si osserva una cesura netta a favore dei pazienti più anziani. Questo dato potrebbe essere legato al processo di restringimento a cui, con l’invecchiamento, va progressivamente incontro la camera pulpare.

Tasso di sopravvivenza e fattori predittivi nel trattamento protesico del dente vitale - Ultima modifica: 2020-05-05T07:28:12+00:00 da redazione
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