Rimozione di impianti e reimpianto: analisi di una casistica e definizione di un paziente tipo

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La predicibilità delle riabilitazioni implanto-protesiche è aumentata continuamente nel corso degli anni, raggiungendo livelli di elevata affidabilità. Allo stesso tempo, tuttora devono essere considerate alcune complicanze che, anche sul lungo termine, possono arrivare a determinare il fallimento dell’impianto.

Le patologie in grado di condurre a fallimento una riabilitazione implantare sono molteplici e ancora di più sono le cause – infiammatorie, meccaniche, protesiche, oltre ai fattori patient-related – in grado, peraltro, di combinarsi tra loro.

Per quanto possano essere messe in atto alcune procedure atte a rallentare il processo patologico o quantomeno tamponare la problematica, in ultima analisi l’approccio radicale al fallimento implantare rimane la rimozione della fixture. A questo punto, si apre un ulteriore problema, che consiste nella modalità di sostituzione della protesi, che deve essere ben valutata dal cinico e comunque in accordo con il paziente.

Recentemente, un interessante studio giapponese, pubblicato su Medicina Oral Patologia Oral y Cirugia Bucal, si è proposto di valutare retrospettivamente una serie di casi di complicanze implantari che hanno condotto alla rimozione della fixture e, in più, ha valutato se gli stessi pazienti avessero desiderato una nuova riabilitazione implantare.

Il lavoro ha coinvolto un campione pari a 143 pazienti, i quali hanno subito la rimozione, in totale, di 215 impianti, di cui 174 root-form e 41 del vecchio tipo a lama. La causa principale di fallimento è risultata essere la perimplantite (165 casi), seguita a grande distanza dalla rottura di impianto (21 casi), quindi sinusite mascellare (12), rottura di viti di connessione protesica (11) e, infine, da 6 casi di impossibilità di proseguire il trattamento protesico per irriconoscibilità dell’impianto posizionato in altra struttura.

Dopo la rimozione, si è proceduto a nuova chirurgia implantare in 98 casi, pari al 45.6% di tutti gli impianti considerati.

Il campione è stato sottoposto ad analisi bivariata che ha considerato dati anamnestici e aspetti implantari: è stato evidenziato come età, tipologia di impianto e ragione della rimozione dell'impianto avessero influito positivamente sul desiderio di reimpianto. I risultati attestano, in primis, come il paziente più giovane sia maggiormente motivato a intraprendere un nuovo percorso riabilitativo con protesi su impianti. La tipologia di impianti che più ha indirizzato a reimpianto è quella root-form, in altre parole la concezione moderna, in contrapposizione con gli impianti a lama, oggi superati. Per quanto riguarda l’ultima variabile, ad aver significativamente influito sulla scelta del paziente è stata una delle meno comuni, ovvero l’insorgenza di complicanze protesiche.

In conclusione, la rimozione dell’impianto rappresenta l’extrema ratio terapeutica, soprattutto se avviene in ragione di complicanze protesiche, dunque indipendenti al grado di osteointegrazione. Nel contempo, questi casi devono essere approcciati nella maniera più atraumatica possibile, soprattutto nei pazienti giovani, i più motivati a nuovo trattamento implantare.

Riferimenti bibliografici

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33037809/

Rimozione di impianti e reimpianto: analisi di una casistica e definizione di un paziente tipo - Ultima modifica: 2020-11-03T06:33:40+00:00 da redazione

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