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Uno dei punti chiave di un trattamento ortodontico fisso con bracket è rappresentato dalla gestione dell’igiene orale domiciliare. Nonostante l’impegno dei clinici (odontoiatra e igienista dentale) e, auspicabilmente, quello degli stessi pazienti, non sempre le manovre risultano agevoli e, di conseguenza, la placca tende ad accumularsi intorno ai bracket. La produzione di cataboliti acidi da parte dei batteri attiva il processo di demineralizzazione, che in tale sede inizia a manifestarsi nella forma della lesione detta white spot. Tale aspetto opaco deriva dalla porosità assunta dalla superficie dello smalto: per definizione, essa costituisce una forma precoce e reversibile di malattia cariosa.

Dopo il debonding, l’ambiente torna maggiormente favorevole alla detersibilità. Nel caso di lesioni piccole, il ristabilirsi del pH tende a favorire la spontanea remineralizzazione per azione degli ioni naturalmente presenti a livello salivari. In molti casi, tuttavia, la lesione persiste e, di conseguenza, diviene necessario che sia l’odontoiatra a mettere in atto delle misure terapeutiche. In questo senso, pare logico valutare l’impiego delle procedure di remineralizzazione.

Tra gli agenti si ritrovano fluoruri o paste dentifricie a base di fosfopeptide di caseina-fosfato di calcio amorfo (CPP-ACP).

Sono poi previsti trattamenti non remineralizzanti: una tecnica tra le più evolute consiste nell’infiltrazione con resina a viscosità ridotta, la quale va a riempire le porosità dello smalto, mascherando l’indice di rifrazione precedentemente mutato.

Di recente, il gruppo di lavoro valenciano di Fernández-Ferrer ha presentato sul Journal of the American Dental Association una revisione sistematica della letteratura dedicata all’efficacia delle terapie remineralizzanti nella gestione clinica delle white spot da bracket.

Dei 72 lavori scientifici compatibili con i criteri di inclusione, 10 sono stati portati alla sintesi qualitativa.

I casi trattati con dentifrici a base di CPP-ACP hanno mostrato andamento favorevole, ma senza evidenziare vantaggi significativi rispetto all’impiego di collutori al fluoro e addirittura rispetto ai controlli con semplici dentifrici, sempre a base di fluoro. Concentrandosi dunque sui fluoruri, la maggior parte degli Autori indaga soluzioni a ridotto contenuto, come detto collutori, mentre meno impiegate risultano le vernici a più alta concentrazione. In realtà, la revisione evidenzia come siano proprio queste, somministrate mensilmente a una concentrazione pari al 5%, a indurre un riduzione (in termini quantitativi) significativa delle lesioni white spot nell’arco di 6 mesi.

Le evidenze rilevate dallo studio indicano che la terapia remineralizzante andrebbe preferita comunque in presenza di un paziente collaborante: prossime indagini saranno volte verosimilmente nella definizione di protocolli affidabili, oltre che a una migliore comprensione dei meccanismi su cui si basa la loro efficacia.

Riferimenti bibliografici

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30007454

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